L’OCSE e la diseguaglianza: a che punto è la notte?

Stefano Perri - 25 giugno 2011

1. Dopo la ricerca del 2008 Growing Unequal[1], veramente utile nell’evidenziare come lo sviluppo economico nei paesi sviluppati sia stato negli ultimi decenni caratterizzato da un crescere delle diseguaglianze, l’OCSE è ritornata recentemente su questo problema con il Forum tenuto a Parigi il 2 Maggio del 2011[2].

Purtroppo i dati aggiornati sullo stato delle diseguaglianze non sono ancora disponibili nel sito dell’OCSE. Tuttavia alcune interessanti considerazioni possono essere già svolte.

L’OCSE conferma che i dati fino al 2008, cioè prima che gli effetti della crisi fossero evidenti, mostrano un trend di crescita delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito nella maggior parte dei paesi sviluppati.

Ad esempio 19 paesi dell’OCSE hanno visto dalla metà degli anni ottanta fino al 2008 il reddito reale disponibile del decile più povero della popolazione crescere ad un tasso molto inferiore rispetto al decile più ricco (in due paesi, Israele e Giappone, il reddito del decile più povero addirittura diminuisce in termini reali). Solo in 8 paesi, tra cui la Francia, il reddito del decile più povero è cresciuto ad un tasso più alto di quello più ricco. Impressionante in questa classifica è la performance di paesi in cui la distribuzione del reddito è tradizionalmente meno sperequata: in Svezia il tasso di crescita del reddito del decile più ricco è stato in questo arco di tempo 6 volte più alto del tasso di crescita del decile più povero (2,4 % contro lo 0,4%) in Germania addirittura 16 volte più alto (1,6% contro lo 0,1%). Anche l’Italia non brilla in questo confronto: i più ricchi hanno infatti visto i loro redditi crescere ad un tasso 5,5 volte più alto di quello relativo ai redditi dei più poveri (1,1% contro lo 0,2%). In questa triste classifica l’Italia giunge quindi terza dopo la Germania e la Svezia, se si escludono i due paesi in cui il reddito reale del decile più povero diminuisce. Occorre però ricordare che, in contrasto con la Germania e la Svezia, la diseguaglianza nella distribuzione del reddito di partenza era molto più alta in Italia.

2. La diseguaglianza nella distribuzione del reddito, come noto, è calcolata attraverso l’indice di concentrazione di Gini, che assume un valore tra 0 e 1. Il valore pari a 0 indica che il reddito è distribuito in modo del tutto egualitario (caso estremo di equidistribuzione), mentre l’indice uguale a 1 indica il massimo della diseguaglianza (una famiglia riceve tutto il reddito, mentre le altre non ricevono nulla, caso estremo di massima concentrazione).

Ovviamente l’indice considera solo un aspetto della diseguaglianza, quello della distribuzione del reddito. L’effetto dei servizi sociali erogati direttamente, ad esempio il sistema della sanità e dell’istruzione, pur essendo importantissimo ai fini di una sostanziale uguaglianza di diritti e opportunità, non può essere considerato, se ci limitiamo, come qui è indispensabile per ragioni di spazio, a questo tipo di rilevazioni.

Il grado di diseguaglianza nella distribuzione del reddito è ovviamente diverso se calcolato sui redditi del mercato (prima delle tasse e dei trasferimenti, si veda la figura 1) o sui redditi disponibili[3], dopo che le tasse che i cittadini pagano allo stato e i trasferimenti dello stato ai cittadini sono stati effettuati. Il primo indice offre infatti utili elementi per comprendere la struttura del mercato e della distribuzione ad essa legata nei diversi paesi. La differenza tra i due è quindi una buona proxy dell’efficacia dell’azione redistributiva operata dallo stato nell’attenuare la diseguaglianza.

Proprio il confronto dell’andamento dell’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato e sui redditi disponibili permette di svolgere alcune importanti considerazioni sul tipo di sviluppo economico degli ultimi decenni, prima che la crisi mettesse in luce le sue fragilità, sulla differenza tra i paesi anglosassoni e quelli europei e sull’Italia in particolare. Infatti il confronto tra i due indici permette di vedere se le differenze nel livello di diseguaglianza effettivo tra i diversi paesi sono il risultato delle caratteristiche del mercato o del sistema di redistribuzione del reddito, per gli aspetti legati alla progressività dell’imposizione e ai trasferimenti (in questo contesto monetari) da parte dello stato. In particolare questo confronto, come vedremo, è significativo per l’Italia, che mostra indici Gini molto alti per i redditi di mercato. Quando si progettano riforme sulla struttura delle tasse, tagli alle spese sociali e ai servizi del welfare state, occorrerebbe tenere presente questa illuminante analisi dell’OCSE, perché altrimenti in Italia si rischia di cadere verso una situazione insostenibile e paragonabile a quella dei paesi sottosviluppati o di qualche “banana republic” in termini di coesione, inclusione e stabilità sociale.

3. Andiamo però con ordine: negli ultimi decenni l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato è cresciuto notevolmente nei paesi sviluppati, con l’importante eccezione della Francia ed in misura minore della Gran Bretagna.

Figura 1: Elaborazione da dati OCSE[4]

Se guardiamo all’indice di Gini della distribuzione dei redditi di mercato nella metà degli anni 2000 ci accorgiamo che Giappone, Stati Uniti e Gran Bretagna registrano valori più bassi dei paesi europei continentali. Il dato è sorprendente perché il grado di diseguaglianza effettivo (l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili), come è noto e come vedremo tra breve, è minore nei paesi dell’Europa continentale. In realtà un’ulteriore analisi disaggregata mostra che l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato per gli adulti in età lavorativa non è molto dissimile nei paesi europei, in quelli anglosassoni e in Giappone (Giappone 0,38, Francia e Regno Unito 0,41, Germania e Stati Uniti 0,43). La grande differenza a questo riguardo è l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato della popolazione in età della pensione: negli Stati Uniti l’indice si attesta a 0,59, in Giappone a 0,61 e nel Regno Unito a 0,63, mentre in Germania a 0,78 e in Francia a 0,84. Qui è evidente il ruolo giocato dal sistema pensionistico, prevalentemente pubblico nei paesi Europei, che non influenza questo tipo di indice che per definizione non tiene conto delle pensioni pubbliche, mentre la maggiore diffusione dei sistemi pensionistici privati abbassa l’indice nei paesi anglosassoni e in Giappone. In altre parole, la diseguaglianza dei redditi di mercato in Europa rappresenta quasi interamente la diseguaglianza di redditi che derivano dalla proprietà di ricchezza (finanziaria o reale). Come è noto la diseguaglianza nel possesso della ricchezza è molto più alta della diseguaglianza nei redditi. Per i paesi in cui il sistema pensionistico privato è più diffuso, invece, buona parte del reddito da pensioni viene calcolato in questo indice e di conseguenza la diseguaglianza è minore. Ovviamente, quando si calcola l’indice di Gini dei redditi disponibili la situazione si rovescia (il sistema delle pensioni pubbliche si dimostra più “egualitario” di quello privato), ed anche per questa fascia di età i paesi europei continentali hanno in genere indici più bassi.

L’Italia, in particolare, è il paese in cui l’indice di Gini dei redditi di mercato è cresciuto di più, fino a divenire il paese con la maggiore diseguaglianza tra quelli considerati nel grafico (per la verità, tra i 29 paesi considerati dall’OCSE[5], solo la Polonia ha un indice di Gini dei redditi di mercato leggermente più alto dell’Italia). Verso la metà degli anni ottanta questo indice era in Italia paragonabile a quello degli altri paesi europei, ma nei decenni successivi è aumentato velocemente. In particolare l’indice di Gini dei redditi di mercato per gli adulti in età lavorativa in Italia risulta il terzo più alto tra i 25 paesi su cui sono disponibili le rilevazioni (dopo il Portogallo e la Polonia). L’indice passa dallo 0,39 della metà degli anni 80 allo 0,49 della metà degli anni 2000. La media dei paesi OCSE in quest’ultima data è 0.4. La maggiore crescita è concentrata tra l’inizio e la metà degli anni ‘90 (dallo 0.4 allo 0.47)[6]. Occorrerà riflettere sulle cause di questa diseguaglianza, rintracciabili nella divisione tra Nord e Sud del paese, nel minore tasso di attività e nella minore quota dei salari rispetto al reddito sperimentata nel nostro paese. A questo proposito è significativo confrontare tra loro l’andamento dell’indice Gini ai prezzi di mercato per gli adulti in età lavorativa e l’andamento della quota dei salari sul reddito (calcolata come media per quinquennio).

Figura 2: elaborazione da dati OCSE

Come si può notare al segno tendenzialmente positivo dell’andamento dell’indice di Gini corrisponde il segno decisamente negativo dell’andamento della quota dei salari.

Anche per quanto riguarda i redditi di mercato degli adulti in età di pensione l’indice è molto alto (0,86), con una tendenza alla crescita che persiste in modo consistente anche dopo la metà degli anni 90. Anche in questo caso l’Italia raggiunge il terzo valore più alto tra i 25 paesi, dopo quello della Repubblica Slovacca e quello della Repubblica Ceca.

Conviene ora riassumere i punti principali di quanto fino ad ora visto:

a) l’ indice di Gini calcolato sui redditi di mercato mostra un trend alla crescita per la maggior parte dei paesi sviluppati.

b) l’indici di Gini calcolato sui redditi di mercato risulta in generale più alto per i paesi europei continentali che per i paesi anglosassoni e il Giappone.

c) la differenza tra questi gruppi di paesi sembrerebbe legata in modo particolare al più alto valore dell’indice per la popolazione in età da pensione che i paesi europei continentali sperimentano in relazione al diverso peso del settore pubblico nei loro sistemi pensionistici.

d) l’Italia mostra una crescita dell’indice di Gini dei redditi di mercato maggiore rispetto agli altri paesi dell’OCSE. Verso la metà degli anni ottanta l’indice era paragonabile a quello degli altri paesi europei continentali, mentre verso la metà degli anni 2000 l’indice del nostro paese risulta molto più alto.

4. Guardando all’indice di Gini dei redditi disponibili, dopo che l’azione dello stato ha fatto sentire i suoi effetti, la situazione cambia sostanzialmente. L’azione dello stato è essenziale per eliminare gli aspetti più pesanti e destabilizzanti per la coesione sociale della diseguaglianza nella distribuzione del reddito ed è particolarmente efficace, in questo senso, nei paesi Europei continentali. Se questi paesi sperimentano valori dell’indice più alti quando sono calcolati sui redditi di mercato, mostrano invece valori sostanzialmente più bassi quando sono calcolati sui redditi dopo le tasse e i trasferimenti rispetto ai paesi anglosassoni e al Giappone.

Figura 3: elaborazione da dati OCSE

Anche dopo l’intervento dello stato, per molti paesi i valori dell’indice sono crescenti negli ultimi decenni.

Come sempre l’Italia mostra caratteristiche particolari, ed il suo è l’indice più alto dopo quello degli Stati Uniti tra i paesi considerati nel precedente grafico, nonostante l’intervento pubblico di redistribuzione del reddito sia nel nostro paese consistente.

Tabella 1: elaborazione da dati OCSE

Come si può notare dalla precedente tabella, la differenza tra i valori dell’due indice calcolati sulle due differenti basi in termini assoluti è infatti più alta in Italia e in Germania, seguite subito dopo dalla Francia.

Dal punto di vista della variazione percentuale dell’indice, che può in qualche modo indicare l’efficacia dell’intervento pubblico, l’Italia si colloca invece un po’ al di sotto delle variazioni della Francia e della Germania, ma comunque molto al di sopra del Giappone, del Regno Unito e degli Stati Uniti. Per questi ultimi i valori sia assoluti che percentuali delle variazioni dell’indice sono molto bassi in rapporto a tutti gli altri paesi.

Per quanto riguarda l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili del totale della popolazione, l’Italia si colloca, tra i 31 paesi[7] di cui l’Ocse stima l’indice, al 6 posto, dopo Messico, Turchia, Stati Uniti, Portogallo e Polonia, e sempre al sesto posto anche per l’indice di Gini per gli adulti in età lavorativa.

L’efficacia dell’intervento statale nel far diminuire l’indice di diseguaglianza per gli adulti in età lavorativa è in percentuale del 28,57% (in questa classifica l’Italia si colloca al 13 posto tra i 25 paesi per i quali è possibile effettuare il confronto).

Per quanto riguarda i redditi della popolazione in età da pensione, l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili dell’Italia si colloca al 9° posto nella classifica dei 31 paesi dell’OCSE, con un valore di 0,31, pari a quello della Francia e della Spagna (l’indice medio è 0,29). Ovviamente questo dato aggregato di per sé non comporta un giudizio necessariamente favorevole verso il sistema pensionistico italiano. Segnala però fortemente che i cambiamenti del sistema (sia le riforme passate che quelle a venire) che attenuino l’effetto redistributivo senza considerare l’alta diseguaglianza di mercato sono molto pericolosi.

Due considerazioni sorgono spontanee, dopo questa analisi.

La prima, già nota, è che il modello di sviluppo che si è affermato nei paesi a capitalismo avanzato dagli anni 80 in poi sembra essere generalmente caratterizzato da un aumento delle diseguaglianze. Questo aumento è stato consistente anche nella popolazione in età lavorativa. Una proposta di politica economica di sinistra non può non porre con forza al centro della sua riflessione questo processo e la ricerca dei modi di invertire decisamente la tendenza. Un riformismo rinunciatario ed esangue che accetti il quadro di questo sviluppo come naturale, apportando modesti correttivi di dubbia efficacia, può solo far perdere rilevanza alle forze che lo propongono e snaturare l’identità delle forze progressiste, come in parte è purtroppo già avvenuto. Che la crescita della diseguaglianza non sia un prezzo necessario da dover pagare per svilupparsi né un fenomeno imposto da presunte leggi universali dell’economia cui non è possibile sottrarsi è poi dimostrato dal fatto che la performance della Francia, che pure non sperimenta bassi tassi di crescita, è stata del tutto diversa.

La seconda considerazione riguarda l’Italia, in cui il problema si pone in modo ancora più drammatico. Possibili “riforme” che attenuino la funzione redistributiva dello stato, legate all’obiettivo di ridurre il deficit del bilancio pubblico perseguito indipendentemente da ogni altra considerazione e ispirate ad una ingannevole “modernizzazione”, rischiano di farci precipitare verso una condizione economica e sociale letteralmente da paese arretrato. Questa modernizzazione spinge infatti ad allargare la sfera d’azione di mercato rispetto a quella della redistribuzione pubblica, ma bisogna tener conto che in questo senso l’Italia è svantaggiata rispetto agli altri paesi sviluppati. Anche coloro che con cinismo pensano di perseguire i propri interessi personali senza considerare l’interesse generale si troveranno per la maggior parte in condizioni peggiori se un aumento delle diseguaglianze effettive ci porterà ad una situazione sociale esplosiva e insostenibile.

Copiare i paesi anglosassoni solo nel diminuire l’efficacia dell’azione pubblica, senza porre in moto politiche di correzione della formazione delle ampie diseguaglianze di “mercato” non solo non è una politica auspicabile, ma è probabilmente destinata a causare effetti disastrosi.

[1] OECD, Growing unequal. Income Distribution and Poverty in Oecd Countries, Parigi, 2008.
[2] OECD, Growing Income Inequality in Oecd Countries: What Drives It and How Policy Can Tackle It?.
[3] Per redditi di mercato l’OCSE intende la somma dei redditi da salari e stipendi, lavoro autonomo e proprietà (reddito dei fattori) più le pensioni private. I redditi di mercato più i trasferimenti pubblici meno le tasse e i contributi sociali dei lavoratori sono i redditi disponibili. (Oecd, Growing unequal, p.98).
[4] I dati da cui sono tratte la presente elaborazione e le successive possono essere consultati nel sito www.oecd.org/els/social/inequality.
[5] Si noti che il numero dei paesi per i quali sono disponibili i dati ed è possibile fare confronti variano da caso a caso.
[6] Questo dato va comunque preso con cautela, perché, come avverte l’OCSE, dal 1995 il reddito su cui è calcolato l’indice in Italia è stato infatti definito e calcolato diversamente, tenendo conto dei redditi derivanti dai patrimoni finanziari e dei valori imputati dei benefici di cassa. I dati relativi agli anni precedenti sono interpolati per tener conto della nuova definizione. E’altamente probabile che l’inclusione dei redditi finanziari dal 1995 abbia essa stessa causato uno spostamento verso l’alto dell’indice. Il dato fondamentale, comunque, è che gli indici siano sempre crescenti, sia prima che dopo il 1995.
[7] Il numero dei paesi per cui è calcolato dall’OCSE l’indice sui redditi disponibili è maggiore di quello per cui è calcolato l’indice sui redditi di mercato.

3 Commenti per questo articolo

  1. Mario Says:

    L’impressione è che le crisi del mondo economico attuali dipendano proprio dall’accrescimento delle diseguaglianze.
    I poveri non consumano molto perchè hanno poco
    La classe media consuma quel che ha e quel che risparmia di solito lo investe entro poco tempo.
    I più ricchi consumano molto meno di quel che guadagnano e quel che “risparmiano” nella gran parte lo congelano nelle borse

  2. Lisa74 Says:

    Oramai si va verso la determinazione di due classi sociali: ricchi e poveri. La cosa strana è che si continuano ad emettere provvedimenti mirati al risparmio, che danneggiano esclusivamente chi guadagna giè poco. Perchè non si vuole fare una lotta seria all’evasione? Ma la cosa piu’ grave da parte del Governo italiano è la mancata volontà di controllare i prezzi. Anche sui generi di prima necessità c’è un abuso commerciale stratosferico. Credo che sia importantissimo mettere un freno a questo atteggiamento.

  3. Paolo Says:

    Condivido e ringrazio per l’interessante analisi. Ma la principale via maestra, tra altre, per evitare le diseguaglianze, è a mio parere, anche per quel che ho potuto riscontrare in alcune positive esperienze di lavoro, quella di puntare a far si che il più possibile si assomiglino le capacità delle persone di produrre reddito, guadagnandoselo.

    Mi riferisco alla necessità e opportunità di scatenare una voglia di “intraprendenza imprenditoriale” nelle fasce meno attive, nonchè nei dipendenti (lo sostengo da ex dipendente per 15 anni e ora libero professionista), spiegando che il miglior modo per produrre reddito è essere PIENAMENTE ARTEFICI dello stesso in prima persona, e considerare l’obiettivo del proprio lavoro NON SOLO prevalentemente l’aver “svolto il proprio dovere” o “l’essersi impegnati”, bensà, andando oltre (per necessità e/o per convenienza):
    a) la CERTEZZA (detta da lui, non pensata dal lavoratore) di aver PIENAMENTE soddisfatto il cliente finale e/o il cliente interno;
    b) la consapevolezza di averlo fatto con ALTA efficienza, cioè un ottimo rapporto tra risorse impiegate e risultato ottenuto.

    Trovo necessario e opportuno diffondere con un programma serio la comprensione di questi aspetti, che sono i due principali sui quali si regge la formazione del reddito da lavoro, la sopravvivenza delle aziende, lo sviluppo delle stesse, quindi anche la salvaguardia dei posti di lavoro o la loro rinnovabilità. Porterebbe ad un maggior tasso di “proattività imprenditoriale” di tutti i lavoratori (indipendentemente dal loro stato contrattuale di imprenditori o dipendenti, capi o collaboratori) che, attraverso un maggior coinvolgimento un po’ spontaneo e un po’ “spintaneo” generalizzato, permetterebbe una effettiva partecipazione più equilibrata alle leve principali che rendono possibile la formazione del reddito, che è fatta soprattutto di conquiste, di rischi ragionati, di formazione ed autoformazione, di esecuzione disciplinata e snella, molto meno di diritti e garanzie, che ogni mercato (leggasi “ognuno di noi come consumatore”) non è molto disposto a fornire, men che meno in tempi recenti in cui la fidelizzazione ad una marca, un’azienda, un prodotto o servizio tendenzialmente diminuisce, se non altro anche solo banalmente per l’effetto dell’aumento dell’offerta di soluzioni e relativi prezzi, e quindi delle possibilità di scelta per noi consumatori, che il progresso ha portato con sà.

    Vedo quindi efficace una strada in cui INSIEME e IN QUEST’ORDINE:
    – ogni individuo sviluppi il sopito “Leader di se stesso” e si “pre”-occupi autonomamente di comprendere anche in età lavorativa e dopo le scuole dell’obbligo (e loro estensioni nei Licei e Università) quali siano le Competenze ed Esperienze da completare, aggiornare, rinforzare, se necessario coraggiosamente stravolgere, e perseguano autonomamente percorsi di miglioramento professionale; anche con investimento proprio;
    – gli imprenditori favoriscano nelle loro aziende, da veri “Leader, pienamente consapevoli, di comunità”, tale sistema di apprendimento ed aggiornamento continuo; e, per solidarietà e per convenienza (non perchè lo prescriva il Padreterno o un ordine naturale delle cose) valutino di partecipare all’investimento in tale formazione; inoltre spieghino ancor meglio ai collaboratori, non solo “all’occorrenza” (es. quando accade un’anomalia e tocca rimediare) ma SOPRATTUTTO PREVENTIVAMENTE con sessioni strutturate, i meccanismi di mercato, le dinamiche della concorrenza, le regole della soddisfazione del cliente, il collegamento tra efficienza e margini e conseguente possibilità di reinvestimento;
    – le istituzioni si occupino dell’indirizzo nel senso di facilitare che questo accada, con interventi di a) comunicazione per sensibilizzare non solo gli imprenditori, ma SOPRATTUTTO direttamente i cittadini (es. usando anche i media a diffusione nazionale, come tv/web, per formare a questo modo di pensare e di diventare imprenditori di sà stessi, spiegandone la convenienza); b) parziale incentivo (es. deduzioni fiscali a fronte di programmi di aggiornamento, comprovati E CONTROLLATI!).

    Ritengo che in questo modo si potrè ottenere una società in cui i salari siano giustamente maggiori come risultato di un contributo di valore aggiunto maggiore fornito (con minor “sforzo lavorativo”, ma maggiore “SALUTARE energia di sviluppo e di ricerca” per aggiornarsi) e, di conseguenza, i redditi da lavoro meglio distribuiti. Come conseguenza miglioreranno nel tempo anche i redditi da patrimonio e diminuiranno le divaricazioni di ricchezza, a beneficio di tutti.

    Una sorta di “comunismo” perseguito attraverso le regole del mercato e del conto economico?
    Potrei dire le “solite” regole, ma solite solo per chi le conosce, NON per colori per i quali esse non possono ancora essere cosà chiare perchè non è ancora stato un bravo imprenditore, libero professionista o amministratore dei propri conti di casa, o, degli ultimi, se anche lo fosse stato per casa propria, non abbia ancora fatto il salto di qualità di sentire anche l’azienda come propria e/o non abbia incontrato ancora un imprenditore o capo che un po’ glielo abbia permesso anche se lui o la sua famiglia sono i fondatori dell’azienda. La salvaguardia della missione e dei valori fondamentali si possono, con opportune capacità, ben coniugare anche con uno stile più partecipativo.

    Paolo