Sartori e la “Lettera degli economisti”

Marco Musella* - 13 luglio 2010

Nell’articolo di fondo del Corriere della Sera del 25 giugno Giovanni Sartori se la prende con gli economisti e con il sostegno che essi hanno dato a quel processo che con brutta parola definiamo di “finanziarizzazione” dell’economia. Come economista dovrei armarmi per difendere la categoria che annovera tra i suoi fiori all’occhiello proprio quegli economisti che Sartori critica così duramente; ma, come firmatario della “Lettera degli economisti” non solo non me la sento di contestare gli argomenti esposti dal noto politologo, ma francamente li condivido in pieno. Mi piacerebbe che Sartori sapesse che proprio in questi giorni qualcosa si è mosso nella direzione da lui auspicata anche tra gli economisti italiani.

Sartori scrive a proposito della situazione attuale: “semplificando al massimo, da un lato abbiamo una economia produttiva che produce beni, che crea «cose», e i servizi richiesti da questo produrre, e dall’altro lato abbiamo una economia finanziaria essenzialmente cartacea fondata su vorticose compravendite di pezzi di carta. Questa economia cartacea non è da condannare perché tale, e nessuno nega che debba esistere. Il problema è la sproporzione; una sproporzione che trasforma l’economia finanziaria in un gigantesco parassita speculativo la cui mira è soltanto di «fare soldi », di arricchirsi presto e molto, a volte nello spazio di un secondo.”

Mi domando, in linea con la “Lettera”, ma non è forse l’Europa stessa che, nel percorso che ha intrapreso da un po’ di anni a questa parte e con la previsione di una determinata struttura istituzionale e di regole di governance delle istituzioni dell’Ume, ha favorito il passaggio a questa economia nella quale la finanza non è l’ancella delle attività produttive, ma è il fulcro intorno al quale ruota tutta l’economia e la stessa organizzazione sociale? Quanto sarebbe necessario riaprire il dibattito democratico, nel senso di Sen, su queste tematiche e far emergere quei profili culturali che sottolineano l’urgenza di riempire di metodi e contenuti diversi dal passato l’Europa del dopo Trattato di Lisbona perché anche le politiche economiche si orientino verso altri obiettivi.

Certo gli economisti, non tutti per fortuna, hanno una enorme responsabilità: hanno acriticamente abbracciato il credo neoliberista ed hanno allevato una generazione di studenti, dottorandi, ricercatori e futuri professionisti sulla capacità di risolvere modellini (modelli e modelloni) matematici, su esercizi econometrici demenziali trascurando il ruolo che storia, filosofia e capacità di analisi hanno perché l’economista possa dare il proprio contributo alla società.

Ancora Sartori: “Gli economisti «classici » facevano capo all’economia produttiva; oggi i giovani sono passati in massa all’economia finanziaria. È lì, hanno capito, che si fanno i soldi, ed è in quel contesto che l’economia come disciplina che dovrebbe prevedere, e perciò stesso prevenire e bloccare gli errori, si trasforma in una miriade dispersa di economisti «complici» che partecipano anch’essi alla pacchia.”

E, allora, noi e Sartori concordiamo senz’altro sulla necessità di contrastare la speculazione: “è chiaro che in futuro tutta la materia dell’economia finanziaria dovrà essere rigorosamente regolata e controllata” scrive Sartori.” E la “Lettera”, nella sua parte finale: “Ecco perché in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione tramite divieti di operazioni allo scoperto, adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed interventi amministrativi sui movimenti di capitale.”

Ci possono essere tanti punti, come l’avvicinamento di Sartori alle controverse tesi di Serge Latouche sulla decrescita, sui quali aprire una discussione, ma ciò non toglie che l’articolo del politologo del 25 giugno apre un confronto con il mondo della cultura esterno alla professione che può essere interessante esplorare più a fondo.

 

*Ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.

3 Commenti per questo articolo

  1. Marco Barbieri Says:

    “L’Europa stessa”: si.
    Il punto politico è esattamente questo: l’Europa (intesa come complesso istituzionale: Commissione, Consiglio, BCE) è stata il motore della demolizione dell’Europa (intesa come originale modello sociale, fondato sul compromesso tra capitale e lavoro).
    Questo equivale a dire che per l’essenziale negli ultimi trenta anni si è percorsa in Europa una strada sbagliata.
    Nella mia materia, molti giuslavoristi, non necessariamente di destra, si rifiutano di trarre questa conseguenza, criticando al più singole manifestazioni delle conseguenze della finanziarizzazione dell’economia sul diritto del lavoro, ma non vogliono essere radicali (nel senso di andare alla radice dei fenomeni), credo PER l’idea che non vi sia alternativa realistica.
    Occorrerebbe più dialogo con i colleghi economisti per chiarire che alternative esistono.

  2. Stefano D'Andrea Says:

    Ottimo articolo. Un solo dubbio: “Quanto sarebbe necessario riaprire il dibattito democratico, nel senso di Sen, su queste tematiche e far emergere quei profili culturali che sottolineano l’urgenza di riempire di metodi e contenuti diversi dal passato l’Europa del dopo Trattato di Lisbona perchè anche le politiche economiche si orientino verso altri obiettivi”.
    La frase riportata sembra presupporre che il cambiamento (essenzialmente una nuova disciplina dei mercati finanziari e un grave mutamento dell’ordinamwento bancario) debba avvenire necessariamente al livello europeo. Insomma, non si devono effettuare proposte che siano volte ad essere attuate in Italia dai politici italiani (o in Germania dai tedeschi; o in Francia dai francesi, ecc.), a costo di sottrarre uno o altro popolo europeo ai vincoli dei Trattati. In questa prospettiva, sarebbe possibile soltanto muovere proposte volte a modificare la disciplina europea. Ciò significa che, fino a quando non emergeranno al livello di governi europei maggioranze e consensi unanimi sulle diverse materie coinvolte, nulla potrè cambiare e il popolo italiano (o quello tedesco, francese, greco, ecc.) dovrè soggiacere ad una disciplina dei mercati finanziari che non vuole più (salvo i modesti profili modificabili senza violare i trattati europei).
    Si tratta di una impostazione diffusa, che raramente spiega le ragioni per le quali il mutamento politico dovrebbe avvenire necessariamente al livello europeo o non dovrebbe avvenire.
    E’ possibile sapere in forza di quali argomenti il bravo Marco Musella aderisce a questa impostazione che a me pare suicida, comunque pavida e conservatrice?

  3. Marco Musella risponde: Says:

    Stefano Dèandrea nel suo gentile commento al mio scritto mi chiede, se capisco bene: perchè non partire dai singoli stati nazionali e dalle loro politiche? Perchè il cambiamento deve avvenire necessariamente a livello europeo? Egli sostiene che se si continua a sottolineare la dipendenza dell’economia dall’Europa e a proporre mutamenti politici in un’ottica sovranzionale, si rimane in una prospettiva conservatrice. Egli, mi sembra, è un antieuropeista che ritiene di dover puntare a rafforzare l’autorità statale nelle scelte economiche e politiche piuttosto che continuare a rimanere vincolati agli interessi neoliberisti europeisti che, a suo giudizio, non potranno mai assorbire il tipo di cambiamento da me suggerito; anche perchè ogni mutamento, per essere effettivo, deve essere approvato all’unanimità da parte dei governi europei. E ciò richiede condizioni politiche particolari e molto tempo.
    Per la verità io non volevo entrare nel merito di questo problema; sollecitato, perè, lo faccio e dico in estrema sintesi: non trascurerei nè la strada europea, nè quella dei singoli stati nazionali; e al mio interlocutore dico che, in un epoca di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, il processo di èritorno al passatoè sul fronte della riaffermazione di una sovranità nazionale perduta non è nè più facile nè meno traumatico del percorso di cambiamento del DNA dell’UE che suggerisco (un pè implicitamente) nel mio breve scritto.