Bonus fiscale da 200 euro (non 80). Ecco come

Bonus fiscale da 200 euro (non 80). Ecco come

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da Left, 12 luglio 2014

Così cambierebbe la nostra vita senza il fiscal compact

Un referendum mette in discussione il fiscal compact. Per liberare 77 miliardi bloccati dall’Europa dell’austerity. E investirli nel nostro futuro.

L’Unione europea ha deciso di porre termine alla crisi che dura da sei anni: «Con 19 milioni di disoccupati e 124 milioni di poveri non c’era altra possibilità che cambiare verso», ha dichiarato il neopresidente della Commissione, il lussemburghese Claude Junker. «Abbiamo sbagliato: l’austerity è stata un clamoroso errore», ha ammesso la Cancelliera Angela Merkel. Ieri, nella riunione dei capi di Stato e di governo dell’Unione, è stata proprio l’inflessibile Cancelliera tedesca a prendersi il compito dell’annuncio shock. Il fiscal compact, il trattato che obbligava gli Stati membri dell’Ue al pareggio di bilancio e a ridurre il debito pubblico, viene unilateralmente cancellato da tutti i 25 Paesi che l’avevano sottoscritto. La sostenibilità delle finanze pubbliche, finora custodita dai parametri di Maastricht, sarà garantita da una sola nuova regola: il debito pubblico non deve aumentare. Ai Paesi della sponda sud dell’Europa basterà fotografare lo status quo, con l’impegno solenne di non far crescere ancora il rapporto tra debito e Pii. Sarà la Bce a garantire che la decisione non generi ondate speculative sui mercati internazionali. Per l’Italia il cambio di direzione dell’Unione significa molto: il nostro Paese potrà investire, quest’anno, ben 34 miliardi di euro prima destinati alla riduzione del debito pubblico. La quota di risorse da iniettare nell’economia salirà ogni anno, fino ai 77 miliardi del 2018. Il governo Renzi sta preparando un piano triennale per l’occupazione, diviso in tre parti: un terzo sarà investito nella riduzione delle tasse, (il bonus di 80 euro diventerà subito di 120 euro e salirà a 200 nel 2016); un terzo sarà impegnato in investimenti per infrastrutture, scuola e ricerca, cura del territorio, mobilità sostenibile; un terzo sarà impegnato sul welfare (in particolare è previsto un aumento del 40 per cento delle pensioni minime e il reddito minimo garantito per giovani e precari di lunga durata). Si stima che nuovi consumi e investimenti produrranno da qui alla fine del 2018 una crescita cumulata del Pii di 8 punti maggiore rispetto a quella stimata e una riduzione della disoccupazione da tre a due milioni di cittadini.

Bene, buongiorno, ben svegliati. Era solo un sogno. Come uno di quegli spot – “dell’Europa si deve parlare” – che ci raccontano senza sosta quale densità di valori e speranze contenesse l’ambizioso e visionario progetto di unire Paesi tanto diversi sotto un’unica bandiera, con una moneta e istituzioni comuni. La realtà, purtroppo, è molto diversa. Ma le cifre sono quasi tutte vere. Provengono da uno studio di Riccardo Realfonzo, ordinario di Economia all’università del Sannio, uno tra i promotori di un referendum contro il fiscal compact su cui è da poco iniziata la raccolta di firme (ne parliamo approfonditamente nelle pagine seguenti). L’economista, uno dei più attivi tra gli studiosi che da anni si battono contro l’austerità europea, ha realizzato sul sito new.economiaepolitica.it una stima delle risorse che si libererebbero se l’Italia potesse abbandonare la fatica di Sisifo della riduzione del debito pubblico imposta dai trattati europei: 26 miliardi nel 2015, 52 miliardi nel 2016, per poi salire fino a 64 miliardi nel 2017 e 77 nel 2018. Risorse con cui l’Italia potrebbe cambiare completamente il suo volto: ridurre la disoccupazione, dare finalmente slancio alla riconversione verde dell’economia, colpire drasticamente povertà ed esclusione sociale. Fare, cioè, tutto ciò che, negli ultimi otto anni, è stato impossibile, per ognuno dei governi che si sono avvicendati. Risorse che l’Italia potrebbe spendere senza far crescere il suo debito, salito dal 105 al 134 per cento del Pii proprio durante gli anni dell’austerity. La conseguenza di investimenti così ampi, secondo Realfonzo, potrebbe paradossalmente essere una riduzione del debito stesso. Poiché ogni euro impiegato in minori tasse o in maggiore spesa pubblica produce una crescita del Pii superiore a un euro, come ha ammesso lo stesso capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard. L’unico ad avere fatto davvero mea culpa per i propri errori di calcolo, affermando con colpevole ritardo ciò che a chiunque cittadino ignorante di economia parrebbe un’ovvietà: l’austerità rende il Paese più povero, non più ricco. In sintesi: provare a ridurre il debito fa ridurre il Pil, e quindi fa crescere l’incidenza del debito pubblico (oltre a provocare disoccupazione e povertà). Al contrario, spendere risorse a debito fa crescere il Pii e dunque riduce l’incidenza del debito stesso.

l'autoreQuello di Realfonzo non è un esercizio di stile per economisti, né una controproposta rivoluzionaria e irrealizzabile. Perché l’analisi dello studioso parte da dati reali. In particolare da un presupposto molto preoccupante. Per garantire il rispetto dei parametri del fiscal compact, cioè la riduzione del debito pubblico al ritmo di circa 3 punti di Pil ogni anno, il governo sarà costretto a collezionare avanzi primari (al netto degli interessi sul debito) sempre crescenti. Cioè a incamerare dalle tasse più di quanto viene poi speso. Secondo il Def varato ad aprile dal governo Renzi, già nel 2013 gli italiani hanno pagato 34 miliardi in più di quanto lo Stato ha speso. Una quota destinata a salire ancora, fino al 5 per cento del Pil, oltre 90 miliardi, nel 2018. E questo, solo se le previsioni del governo sulla crescita economica dell’esecutivo si riveleranno vere. Ma tutto lascia credere, purtroppo, che anche l’espertissimo ministro Padoan abbia peccato, come tutti i suoi predecessori, di ottimismo immaginando una crescita reale del Pil superiore a un punto e mezzo a partire dal 2015. Anche la crescita dello 0,8 per cento del Pil, stimata ad aprile per il 2014, è già stata rivista a ribasso nelle stime della commissione Uè (+0,6). E i risultati veri, incontrovertibili, certificati all’Istat fanno temere che il risultato finale sarà ancor più basso: il -0,1 per cento del primo trimestre dell’anno ha sentito subito i furori di riscossa del governo dei quarantenni. Molti economisti ammettono a denti stretti che l’anno potrebbe chiudersi, nella migliore delle ipotesi, con una crescita dimezzata rispetto alle stime dell’esecutivo.

Ad aggravare la situazione c’è l’andamento dell’inflazione. Com’è ovvio, chi ha un debito – come lo ha, e molto grande, l’Italia – ha tutto da guadagnare da un aumento dei prezzi. L’inflazione, infatti, riduce i tassi di interesse reali, e rende più facile pagare i creditori. Purtroppo in Europa i prezzi sono fermi, si rischia quella che gli economisti chiamano deflazione. L’Istat ha certificato questo scenario: a giugno ha calcolato un aumento dei prezzi dello 0,3 per cento sull’anno precedente e dello 0,1 su base mensile. La Bce di Marco Draghi ha annunciato misure per far salire l’inflazione, ma il sabotaggio dei falchi della Bundesbank frena anche il più importante rappresentante italiano nelle istituzioni europee.

Il risultato? Se le cose continueranno così, il governo Renzi sarà costretto ad ammettere il fallimento dei suoi obiettivi di finanza pubblica e, volendo rispettare i trattati, dovrà annunciare una nuova manovra. Inutile sperare che le cosiddette riforme strutturali possano far cambiare in tempi brevi segno al Pil. La spending review, le privatizzazioni, la riforma della pubblica amministrazione e la liberalizzazione dei contratti a termine difficilmente avranno effetti positivi sulla crescita. Lo studio di Realfonzo, che riprende dati dell’Ocse, dimostra che non esiste alcuna relazione tra il grado di flessibilità del mercato del lavoro e l’andamento della disoccupazione. Ed è impossibile, spiega l’economista, immaginare una crescita reale del Pii che arrivi al 2 per cento nel quadro della spending review (50 miliardi di tagli alla spesa pubblica in 3 anni). D’altronde, la spesa dello Stato si è ridotta come quota del Pil del 6 per cento dal 1990 a oggi.

La via, insomma, è stretta e piena di insidie. La bassa crescita potrebbe costringere il governo, già a ottobre, a una mini manovra per restare sotto il parametro del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil. Poi, nel 2015, si aprirà la partita del fiscal compact: per ridurre il debito senza ulteriori manovre la somma tra crescita economica e inflazione dovrebbe essere superiore al 3 per cento, un obiettivo che ora sembra irraggiungibile. Per rispettare i trattati servirebbe un’ulteriore manovra da oltre 10 miliardi. «Con questi livelli di crescita e inflazione non c’è alcuna possibilità di rispettare il fiscal compact», afferma Stefano Fantacone, del Centro Europa ricerche. «Ma la vera soluzione, cioè una modifica dei trattati, per ora non è politicamente raggiungibile. Ï governo oggi non può far altro che sfruttare tutti i margini di flessibilità possibili».

Insomma, se questo scenario, come tutto lascia credere, dovesse realizzarsi, il giovane rottamatore sarebbe costretto suo malgrado a diventare la copia sbiadita del tecnocrate Mario Monti. Ancora tagli e nuove tasse per inseguire la chimera dell’Europa.

Un finale che il premier vuole evitare a tutti i costi. E per farlo l’unica speranza è vincere la partita diplomatica che ha aperto a Bruxelles. Le condizioni ambientali sono tutte a suo favore. Renzi è diventato presidente di turno dell ‘Unione sull’onda di una vittoria elettorale senza precedenti. E vuole far pesare ognuno dei suoi 11 milioni di voti, in una congiuntura in cui tutti i partiti di governo hanno raccolto dalle urne solo dolori. Il primo tempo di questa partita, quella giocata a Bruxelles, non ha riservato sorprese: come sempre ha vinto la Germania. Renzi s’è dovuto accontentare di un documento che afferma, a parole, l’introduzione di “elementi di flessibilità” nella gestione dei conti pubblici, specificando però: «Insita nelle norme esistenti del Patto di stabilità e di crescita». Renzi, infatti, aveva due obiettivi: scorporare dal calcolo del deficit la quota di cofinanziamento nazionale ai fondi strutturali europei (circa 5 miliardi) e una parte delle spese in investimenti, a partire dalle infrastrutture. Ma i trattati non prevedono nulla di tutto ciò. Al massimo, ricorda un documento tecnico del Partito socialista europeo, l’Italia potrebbe chiedere di rimandare di un anno il cosiddetto obiettivo di medio termine, cioè il pareggio di bilancio strutturale, ma solo in caso di un «large negative output gap», di un ampio divario negativo. Non a caso, ammette il Pse, parlare di flessibilità “all’interno” dei trattati, non basterà a far cambiare segno all’Europa – Bisognerebbe ampliare la «flessibilità» anche ai casi di «bassa crescita» e «lasciare la porta aperta a una revisione delle regole fiscali», prevedendo l’introduzione anche degli eurobond, cioè titoli di debito garantiti dall’Unione. La Merkel, invece, esce vincitrice dal vertice. In un documento quasi ignorato dai giornali italiani, il Consiglio europeo, «alla luce dell’emergere di uno scarto rispetto ai requisiti del patto di stabilità e crescita», chiede di anticipare di un anno il pareggio di bilancio, che il Def di aprile aveva rimandato dal 2014 al 2015. La linea del dialogo con Angela Merkel, insomma, finora non ha pagato. Le sfuriate riservate all’Italia dai falchi della Bundesbank, a cui la Cancelliera ha risposto dando fiducia al governo italiano, sembrano un vecchio film americano: i tedeschi giocano al poliziotto cattivo e a quello buono. Il nostro titolare dell’economia Padoan è giunto fino al punto di firmare, insieme al potente ministro delle finanze tedesco Scheuble, un articolo sul Watt Street Journal, per ripetere lo stesso ritornello: i trattati non si cambiano. La strategia, per ora, è cercare soluzioni all’enigma dei conti nei meandri delle regole europee. Sperando anche m una modifica dei criteri di calcolo del debito da parte della Commissione. Ma se Renzi e Padoan dovessero trovare la strada sbarrata, non resterebbe altro che tentare il tutto per tutto, chiedendo a voce alta una modifica dei trattati. E in questo caso, l’ipotesi di un referendum sul recepimento nelle leggi italiane del fiscal compact, potrebbe spiazzare la massiccia diplomazia di Bruxelles e Berlino.

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