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	<title>Economia e Politica &#187; Ambiente</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:54:42 +0000</pubDate>
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		<title>L&#8217;acqua pubblica sotto il vincolo della legge</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 13:39:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>

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		<category><![CDATA[servizio idrico integrato]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo interviene nel dibattito in corso tra i sostenitori dell’acqua pubblica. In particolare, l’articolo analizza criticamente la posizione di quella parte del movimento che ritiene possibile reintrodurre, a diritto positivo vigente, l’azienda speciale per la gestione del servizio idrico e che conseguentemente si oppone alle amministrazioni che tentano di realizzare l’unica strada pubblicistica che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/acqua_potabile.jpg" height="235" width="313" />Questo articolo interviene nel dibattito in corso tra i sostenitori dell’acqua pubblica. In particolare, l’articolo analizza criticamente la posizione di quella parte del movimento che ritiene possibile reintrodurre, a diritto positivo vigente, l’azienda speciale per la gestione del servizio idrico e che conseguentemente si oppone alle amministrazioni che tentano di realizzare l’unica strada pubblicistica che in realtà è attualmente consentita dal nostro ordinamento, ossia quella della cd. società in house. La recente conversione in legge del d.l. n. 135 del 2009 che, all’art. 15 modifica l’art. 23 bis del d.l. 112 del 2008, convertito dalla le. n. 133 del 2008, non modifica i termini della questione che interessa questo intervento. Di seguito cerco di spiegare perché l’ipotesi di costituire aziende speciali per lo svolgimento del servizio idrico non è giuridicamente percorribile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">È parere di chi scrive che l’Azienda pubblica dovrebbe essere il principale strumento a disposizione degli Enti locali per assicurare alle comunità locali i servizi essenziali. La reintroduzione dell’azienda pubblica tra gli strumenti di gestione dei servizi pubblici locali – come è sempre stato in Italia sin dal 1903 – riaffiderebbe alla responsabilità politica e amministrativa degli Amministratori locali la possibilità di gestire nel modo più efficace e più adatto alla collettività i servizi pubblici locali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">Sul punto occorre tuttavia fare delle precisazioni. L’unica vera forma di gestione pubblicistica nel senso pieno del termine era quella dell’<strong>azienda pubblica o municipalizzata</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">L’azienda speciale frutto della riforma degli enti locali del 1990 segna una rilevante discontinuità con l’azienda municipalizzata in quanto rappresenta già un primo tentativo di organizzazione delle forme di gestione dei servizi pubblici al di fuori dello stretto recinto della P.A. Infatti l’azienda speciale assume autonomia giuridica rispetto all’ente pubblico (mentre la vecchia municipalizzata era una parte dello stesso ente pubblico) e, inoltre, acquisisce «autonomia imprenditoriale». Questo è quanto ha stabilito l’oramai abrogata legge n. 142 del 1990. Proprio l’art. 22 della citata legge prevedeva l’azienda speciale per la gestione di servizi <strong>«di rilevanza economica ed imprenditoriale»</strong>. Con tale azienda si è dunque creato un imprenditore pubblico (azienda speciale) in grado di utilizzare la strumentazione privatistica del codice civile (è questo il senso dell’aggettivo «speciale» che sostituisce il precedente “municipalizzata”).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">La crisi del sistema delle forme pubblicistiche di gestione dei servizi pubblici affonda le proprie radici proprio nella riforma che trasforma le aziende municipalizzate in aziende speciali. Infatti le nuove aziende speciali hanno iniziato a comportarsi come degli imprenditori privati, assumendo servizi al di fuori del territorio comunale, partecipando alle gare indette da altri Comuni, sia confinanti che non, producendo utili per le casse dei Comuni, decidendo la strategia aziendale indipendentemente dall’ente pubblico di riferimento. Nel corso degli anni ’90, questa iperattività delle aziende pubbliche, resa possibile dall’acquisita autonomia imprenditoriale, ha fornito ampia materia di contenzioso al giudice amministrativo che ha avuto il compito di armonizzare la sostanza pubblica di tali aziende con i forti elementi di privatizzazione introdotti nel 1990.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">La successiva trasformazione delle aziende speciali di cui alla legge n. 142 del 1990 in società per azioni non ha rappresentato altro che una razionalizzazione dell’esistente. Tale trasformazione è stata prevista in un primo tempo come facoltativa dalla legge 15 maggio 1997, n. 127, art. 17, comma 51, ed è poi diventata obbligatoria con l’art. 35, comma 8, della Legge 28 dicembre 2001, n. 448 (la Finanziaria per il 2002).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal"><strong>È pertanto poco comprensibile la ragione per la quale tale strumento (e non quello dell’azienda municipalizzata) sia stato scelto da alcuni a simbolo della ripubblicizzazione di servizi pubblici essenziali come quello idrico nonostante: a) non sia più previsto dalla legge per i servizi a tariffa (acqua, rifiuti, gas); b) quando è stato introdotto, nel 1990, è servito per modificare in senso imprenditoriale e aziendalistico le vecchie municipalizzate c) era esplicitamente indicato sia dalla dall’art. 22 della legge 142/90, sia dall’art. 113 del D.Lgs 267/2000 quale strumento utilizzabile per la gestione dei servizi «a rilevanza economica ed imprenditoriale».</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">La vera battaglia per una gestione pubblica dei servizi locali dovrebbe essere quella volta non al ripristino dell’azienda speciale così come era stata disciplinata dalla legge 142 del 1990, ma quella tendente alla reintroduzione, per legge dello Stato, di un’azienda che sia diretta emanazione dell’ente pubblico, che non possa agire al di fuori del territorio comunale, che sia funzionalmente collegata con gli interessi della popolazione che risiede nel comune che ha costituito l’azienda, che sia soggetta al controllo democratico della popolazione residente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">Tuttavia, lo stato del diritto positivo attuale non consente di affidare un servizio pubblico a rilevanza economica ad un’azienda formalmente e sostanzialmente pubblica, sia essa speciale o meno, che sia organizzata in forma diversa dalla società di capitali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">La legislazione in materia di servizi pubblici locali produce pertanto un’evidente coartazione della libertà dei Comuni (ossia della loro autonomia costituzionalmente garantita). I Comuni, infatti, non possono più scegliere, come nei decenni passati (dal 1903 sino al 2001) se gestire direttamente il servizio oppure esternalizzarlo. Essi sono al contrario costretti alla esternalizzazione dei servizi dovendoli affidare a società commerciali (con gara). L’unica possibilità di evitare che l’esternalizzazione si trasformi in una vera e propria privatizzazione consiste nell’affidamento del servizio a una società di esclusiva proprietà dell’ente pubblico (possibilità valutata dal legislatore come eccezionale e scoraggiata da una notevole serie di ostacoli amministrativi). È necessario chiarire che una siffatta limitazione non trova alcuna giustificazione né nel diritto costituzionale italiano, né all’interno delle fonti comunitarie.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">Come è noto, al contrario, la Costituzione del 1948 consente espressamente la riserva di imprese di servizi pubblici essenziali alla mano pubblica (art. 43 Cost.). Inoltre, sul piano della legislazione dell’Unione europea, è di tutta evidenza che l’obbligo di esternalizzazione dei servizi pubblici locali previsto dalla legge italiana non trova fondamento né nei Trattati né in altra fonte del diritto comunitario. Secondo i Trattati, gli Stati membri sono liberi di decidere se fornire direttamente i servizi pubblici (e quindi se consentire alle autonomie locali di fare altrettanto), oppure se affidarli al settore privato. Ed è proprio questo concetto che viene ribadito con chiarezza dal protocollo sui servizi di interesse generale del recente Trattato di Lisbona e dall’art. 14 (ex art. 16 TCE) del Trattato sul funzionamento dell’unione europea. Il diritto comunitario della concorrenza è pertanto compatibile con una legislazione simile a quella italiana del 1990 presente peraltro anche in altri ordinamenti, come ad esempio quello francese. Il diritto comunitario della concorrenza non si occupa espressamente dei servizi pubblici locali. L’unica preoccupazione del diritto comunitario è che, una volta deciso di affidare un servizio all’impresa privata, questo affidamento debba avvenire nel rispetto del principio di concorrenza e senza discriminare le imprese in base alla loro nazionalità.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">Ciò comporta due corollari:<br />
1)che la giustificazione con cui si apre l’art. 23 bis del d.l. 112 del 2008, convertito nella legge 133 del 2008, recentemente modificato dall’art. 15 del d.l. 135 del 2009 («Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, <strong>in applicazione della disciplina comunitaria</strong> e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale») rappresenta un mero pretesto per far ricadere (strumentalmente) una scelta politica tutta nazionale su un presunto (e insussistente) obbligo europeo. Il diritto europeo dei trattati lascia liberi gli Stati di decidere se privatizzare o meno (anzi, la neutralità del diritto comunitario rispetto all’assetto proprietario delle imprese è un principio che esiste sin dall’originario trattato di Roma). Quindi l’Europa non obbliga gli Stati a privatizzare (come vorrebbe far credere il legislatore italiano), ma nemmeno obbliga gli Stati a non privatizzare, come sostiene chi ritiene possibile l’azienda pubblica sulla base del diritto europeo. Il protocollo 26 del trattato di Lisbona riconosce agli Stati la possibilità di prevedere la gestione diretta pubblica dei servizi, ma questo non vuol dire che gli Stati siano obbligati a tanto. Inoltre, a livello europeo non esiste né una normativa sull’affidamento dei servizi pubblici locali, né una sul servizio idrico. La direttiva quadro sulle acque (la n. 60 del 2000), infatti, non disciplina i sistemi di affidamento del servizio idrico: l’unica norma che interferisce con gli aspetti gestori è l’art. 9 che richiede la tendenziale copertura dei costi con i ricavi (quindi, l’Europa chiede agli Stati membri di far pagare l’acqua). In conclusione, il diritto europeo rappresenta una base giuridica utilizzabile dagli Stati per predisporre una disciplina che affermi la possibilità per gli enti pubblici locali di fornire direttamente i servizi pubblici (cfr art. 14 del Trattato<strong>[1]</strong> e il protocollo del Trattato di Lisbona sui servizi di interesse generale<strong>[2]</strong>), ma non legittima una pubblica amministrazione a creare una azienda pubblica, nella misura in cui ciò sia escluso dal diritto italiano.<br />
2)Tuttavia, se il diritto europeo dei trattati non impone affatto la privatizzazione dei servizi pubblici locali, questo non vuol dire che il Parlamento italiano, non possa approvare una disciplina di diritto positivo (come è accaduto con l’art. 23 bis del d.l. 112 del 2008, recentemente modificato dall’art. 15 del d.l. 135 del 2009) che compie una precisa scelta politica a favore delle privatizzazioni, confermando peraltro una tendenza presente oramai da oltre 15 anni. Il problema che si pone in questo caso è la compatibilità con la Costituzione repubblicana di una scelta di tale tipo, perché comprime ingiustificatamente l’autonomia degli enti locali in uno dei settori di maggiore rilevanza, quello dei servizi pubblici.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">Questo significa che, da una mera prospettiva tecnico-giuridica, secondo il diritto positivo oggi vigente, non è possibile utilizzare un’azienda speciale per gestire il servizio idrico. Non è prevista né dall’ordinamento italiano né da quello europeo. Questa conclusione è valida per tutti i cd servizi a tariffa. Ciò per le seguenti ragioni:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">a) Nel 2001 (cfr. l’art. 35 della finanziaria n. 448 del 2001), la disciplina relativa alla gestione dei servizi pubblici locali cd. di rilevanza industriale aveva radicalmente escluso la possibilità di affidare tali servizi sia ad aziende speciali sia a società pubbliche. Solo nel 2003, con il cd. lodo Buttiglione, si riaprì la possibilità di affidamento dei ss.pp.ll. a società interamente pubbliche. Tale testo prevedeva, infatti, 1) affidamento con gara, 2) affidamento a società <em>in house</em> (pubblica al 100%), 3) affidamento a società mista pubblico/privata. L’affidamento a società interamente pubblica con il lodo Buttiglione aveva la medesima dignità dell’affidamento tramite gara, nel senso che i comuni erano liberi di optare per la gara o per la società interamente pubblica.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">b) Il comma 8 dell’art. 35 della l. 448 del 2001 (la finanziaria Berlusconi) ha introdotto uno specifico <strong>obbligo di trasformazione delle aziende speciali in s.p.a.</strong> In pratica la finanziaria Berlusconi ha trasformato in obbligo quella che per la Bassanini 2 (l. n. 127 del 1997) rappresentava una mera facoltà. Secondo tale articolo 35, comma 8 “Gli enti locali, entro il 30 giugno 2003, <strong>trasformano le aziende speciali e i consorzi</strong> di cui all’articolo 31, comma 8, del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, che gestiscono i servizi di cui al comma 1 dell’articolo 113 del medesimo testo unico, come sostituito dal comma 1 del presente articolo, in società di capitali, ai sensi dell’articolo 115 del citato testo unico”. Se esiste nell’ordinamento un obbligo di trasformazione delle aziende speciali in s.p.a, come potrebbe essere legittimo un affidamento ad azienda speciale, ossia ad un soggetto che <strong>per legge</strong> deve essere trasformato in s.p.a.?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">c) L’affidamento del servizio idrico integrato<strong>[3]</strong> (così come quello dei rifiuti – cfr. lo stesso d.lgs. 152 del 2006 – o quello del gas – cfr. il d.lgs. 164 del 2000), anche prima dell’art. 23 bis della l. 133 del 2008, non poteva essere gestito attraverso un’azienda speciale perché la disciplina specifica del servizio era dettata dall’art. 154 del d.lgs. 152 del 2006. Questo d.lgs., in tema di scelta della forma di gestione e procedure di affidamento del s.i.i., prevedeva che: «1. L’Autorità d’ambito, nel rispetto del piano d’ambito e del principio di unitarietà della gestione per ciascun ambito, delibera la forma di gestione fra quelle di cui all’articolo 113, comma 5, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. 2. L’Autorità d’ambito affida la gestione del servizio idrico integrato mediante gara disciplinata dai principi e dalle disposizioni comunitarie, in conformità ai criteri di cui all’articolo 113, comma 7, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, secondo modalità e termini stabiliti con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio nel rispetto delle competenze regionali in materia. 3. La gestione può essere altresì affidata a società partecipate esclusivamente e direttamente da comuni o altri enti locali compresi nell’ambito territoriale ottimale, qualora ricorrano obiettive ragioni tecniche od economiche, secondo la previsione del comma 5, lettera c), dell’articolo 113 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, o a società solo parzialmente partecipate da tali enti, secondo la previsione del comma 5, lettera b), dell’articolo 113 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, purché il socio privato sia stato scelto, prima dell’affidamento, con gara da espletarsi con le modalità di cui al comma 2». In pratica tale disciplina speciale, relativa al solo servizio idrico, si discostava dalla disciplina generale di cui al 113 del t.u. perché rendeva più ardua la possibilità di ricorrere alla società <em>in house</em> in quanto tale istituto poteva essere utilizzato solo «<strong>qualora ricorrano obiettive ragioni tecniche od economiche</strong>». Si può quindi affermare che il codice dell’ambiente del 2006 (votato dal governo Berlusconi) ha anticipato in materia di risorse idriche la disciplina dell’art. 23 bis voluto dallo stesso governo Berlusconi due anni dopo per tutti i servizi locali a rilevanza economica.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">d) il s.i.i. è considerato dal legislatore italiano, <strong>a partire dalla legge Galli, un servizio a rilevanza economica</strong> (anzi, si potrebbe dire <strong>supereconomica</strong>, perché, per disposizione di legge, la tariffa non deve limitarsi a rendere possibile la copertura dei costi con i ricavi, ma deve addirittura remunerare il capitale investito: stabilisce infatti l’art. 154 del D.lgs 152 del 2006 in tema di tariffa idrica che: «La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, <strong>dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito</strong>». Questa disposizione originariamente contenuta nella legge Galli ed oggi trasfusa nel d.lgs. 152 del 2006 fu approvata dall’intero Parlamento, con la sola eccezione di rifondazione comunista, che comprese il pericolo cui si andava incontro. Argomentazioni simili valgono per il servizio integrato dei rifiuti, per i quali la legge prevede una tariffa che impone il recupero dei costi del servizio erogato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">e) I sostenitori dell’azienda speciale affermano che i Comuni avrebbero la possibilità di dichiarare (nei propri statuti) il servizio idrico di carattere non economico, così sottraendolo dall’applicazione dell’art. 23 bis del d.l. 112 del 2008 e aprendo la strada all’affidamento ad azienda speciale. Essi sostengono che la sezione Lombardia della Corte dei Conti avrebbe ammesso tale possibilità.  Quanto al ragionamento seguito nella recente pronuncia della Corte dei conti (Sez. Regionale Lombarda, n. 195 del 2009) esso è assolutamente condivisibile: la natura economica o meno di un servizio è funzione anche della modalità con cui il servizio viene organizzato: secondo la Corte dei conti, non esiste l’economico o il non economico <em>in rerum natura</em> (come invece ritiene la giurisprudenza comunitaria). Ad esempio, la distribuzione di pasti, se è organizzata per produrre utili è un servizio economico; se invece è organizzata in perdita, come distribuzione di pasti gratuiti ai non abbienti, è un servizio non economico. Quindi il potere di organizzazione dell’ente può determinare la natura economica o meno di un servizio: questo, tuttavia, non può valere per i servizi che sono considerati <strong>espressamente</strong> economici dal legislatore statale. È indubbio che, secondo il legislatore italiano il servizio idrico integrato sia considerato a rilevanza economica. Infatti, l’art. 23 bis (che disciplina i soli servizi a rilevanza economica) cita esplicitamente il sii; e, come prima ricordato, la tariffa del sii deve contemplare, per disposizione di legge (d.lgs. 152 del 2006), <strong>addirittura la remunerazione del capitale investito</strong> (non solo il recupero dei costi: altro che servizio in perdita!). Nessuno ha tuttavia contestato con la dovuta efficacia questa previsione presente nell’ordinamento italiano sin dalla legge Galli. Questa modalità di determinazione della tariffa deve essere fermamente criticata perché rende <strong>priva di rischio l’attività di erogazione del sii</strong>: se la tariffa viene calcolata in tal modo, al privato è comunque assicurato un profitto, per cui si potrebbe addirittura sostenere che il soggetto che lo svolge non è un imprenditore (che normalmente deve rischiare di tasca propria) ma un ‘percettore di una rendita’. Tuttavia questo ragionamento appena esposto per criticare la tariffa è capovolto rispetto a quello condotto da chi sostiene la non economicità del servizio: la disciplina della tariffa è regolata in maniera tale che attribuisce una <strong>rendita ingiustificata</strong> agli imprenditori dell’acqua (anche a quelli inefficienti). Si finisce così per rendere il servizio idrico una fonte di sicuro profitto per il gestore, indipendentemente dall’efficienza dell’impresa e in assenza di qualsiasi rischio imprenditoriale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">f) Noi possiamo – e dobbiamo – sostenere la natura non economica di questo servizio e che è immorale trarre profitto dall’acqua (così come accade, ad esempio, in Svezia che dichiara con legge che dall’acqua non si possono trarre profitti: salvo poi affidare la gestione delle risorse idriche a società pubbliche, a conferma che la battaglia per l’azienda speciale e contro le società pubbliche poteva avvenire solo in Italia, patria del formalismo giuridico). Affermando invece che secondo il diritto positivo italiano sarebbe ancora possibile affidare il servizio idrico ad un’azienda speciale si fa un cattivo lavoro. Si ingenera confusione e si rischia di dividere persone che perseguono gli stessi obiettivi. Si crea, infatti, una divisione artificiosa tra coloro che dovrebbero essere uniti in difesa della gestione pubblica a tutto vantaggio di chi, invece, vuole privatizzare. Del resto, nessuno ha mai citato un esempio di servizio idrico integrato affidato ad un’azienda speciale dopo il 2001.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">g) <strong>Un atto amministrativo deve essere conforme a legge</strong>: questa è l’essenza del principio di legalità, che noi come cittadini dobbiamo difendere, perché è il principio cardine dello Stato di diritto, fondamentale garanzia di libertà dei cittadini contro gli abusi dell’amministrazione. Affermare che si può fare qualcosa che il diritto vieta è un’affermazione culturalmente pericolosa, oltre che giuridicamente errata (o ingenua). Una delibera relativa all’affidamento di un servizio pubblico locale è un atto amministrativo e, come tale, si apre con i classici “visto l’art. xxx ecc”: la disposizione che disciplina l’affidamento del s.i.i. è oggi l’art. 23 bis, modificato dall’art. 15 del d.l. 135/2009, per cui come potrebbe un funzionario amministrativo adottare una delibera del seguente tenore: “visto l’art. 23 bis del d.l. 112 del 2008 che prevede l’affidamento con gara o la società in house…..” …..“si affida il sii ad azienda speciale”, ossia a uno strumento che da questo articolo non è contemplato, che non è utilizzabile per i servizi economici, per il quale c’è un preciso obbligo di trasformazione in s.p.a?. Ammesso pure che si trovi un funzionario disposto a sottoscrivere un atto che avrebbe caratteristiche tali da poter configurare un falso in atto pubblico, potrebbe mai una tale delibera superare il controllo di legittimità prima dei dirigenti, poi del segretario comunale e infine del giudice amministrativo (del TAR e del Consiglio di Stato)?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">h) L’attuale assetto normativo è chiaramente sbilanciato in favore del mercato e del privato: il Legislatore italiano ha tolto agli enti locali la possibilità di scegliere il modo migliore per fornire servizi alle comunità locali utilizzando enti formalmente e sostanzialmente pubblici quali le aziende municipalizzate che il diritto europeo non solo non vieta ma non ostacola in nessun modo. <strong>Allo stato del diritto positivo interno, l’unico strumento giuridico immediatamente utilizzabile per una gestione diretta pubblica è la società in house 100% pubblica</strong>. Questa possibilità, inoltre, è resa più difficile proprio dal Legislatore. La strada per giungere a realizzare questo obiettivo, infatti, è un <strong>percorso a ostacoli</strong> (possibile solo se ricorrono determinati presupposti; occorre un’analisi di mercato e un parere preventivo dell’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato). Se si trattasse di un istituto perverso effettivamente paragonabile alla esternalizzazione del servizio a favore di imprese private (come sostengono alcuni esponenti dei movimenti e comitati per la difesa dell’acqua pubblica) perché il legislatore italiano che ha di mira la privatizzazione avrebbe reso così difficile il percorso per realizzarlo? Avere come proprietario della società di gestione un Comune o un’Amministrazione pubblica piuttosto che una società di costruttori, una banca o una multinazionale dell’acqua è la stessa cosa, oppure c’è qualche differenza? Solo un formalista che non bada alla sostanza dei fenomeni può sostenere che tali situazioni siano equivalenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">i) Gli affidamenti in house a società interamente pubbliche sono sotto i riflettori degli organi di controllo della p.a. Lo dimostra la recente indagine dell’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici in materia di affidamenti in house, volta a ‘stanare’ gli affidamenti in house effettuati in assenza dei presupposti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">j) La giurisprudenza amministrativa si è pronunciata sul punto della possibilità della gestione diretta (in economia): nel caso di specie si trattava di un caso in cui un comune che gestiva il sii in economia e, per questo motivo, era stata esclusa da finanziamenti regionali e per questo motivo aveva presentato ricorso al tar. Il Tar Emilia Romagna, Bologna, Sez. I - 24 aprile 2009, n. 543 descrive, a tale proposito, un quadro normativo inequivoco. Secondo il Tar, infatti, «<strong>L’inequivocità</strong> del quadro normativo statale e regionale di riferimento (artt. 8 e 9 legge “Galli” del 1994, art. 23 Decreto “Ronchi” del 1997, art. 113, comma, 5 T.U. Enti locali del 2000, art. 148 D. Lgs. n. 152/2006, artt. 10 e 16 L.R. Emilia Romagna n. 25/1999), esclude qualsiasi attuale possibilità di gestione diretta in economia del servizio idrico integrato e del servizio di gestione RSU» T.A.R. EMILIA ROMAGNA, Bologna, Sez. I - 24/04/2009, n. 543.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">k) L’art. 23 bis del d.l. 112 del 2008, convertito nella legge 133 del 2008, come modificato dall’art. 15 del d.l. 135 del 2009, prevede <strong>la scadenza delle concessioni in essere entro il 31 dicembre 2010</strong>. Cosa accadrà se entro quella data non sarà stato fatto un affidamento ai sensi dei commi 3 e 4 del medesimo articolo (ossia a società <em>in house</em>?). Il pericolo è che le attuali società pubbliche siano costrette a sciogliersi per sopravvenuta impossibilità di conseguimento dello scopo sociale e che si apra la strada all’accaparramento da parte del settore privato dei beni pubblici relativi all’acqua e della privatizzazione del servizio. Contestare con radicalità la strada dell’<em>in house</em>, come se fosse la medesima cosa dell’affidamento a privati, significa creare un’ulteriore difficoltà oltre a quelle disposte dalla legge. Ripeto, mettere sullo stesso piano l’<em>in house</em> e l’affidamento con gara significa ritenere che una spa pubblica di proprietà di un comune sia uguale a una spa posseduta da imprese private, come banche e costruttori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">l) Inoltre, supponiamo per un momento che si arrivi a realizzare il percorso proposto dai movimenti per la ripubblicizzazione dell’acqua che dovrebbe legittimare l’azienda pubblica (attraverso la modifica degli Statuti comunali che affermino la non economicità del servizio idrico). Si tratta, in ogni caso di percorsi politici o amministrativi molto lunghi: pensiamo a quanto tempo può occorrere perché il movimento riesca a far cambiare gli Statuti a tutti i comuni di un ATO. Mi domando, nella misura in cui le gestioni pubbliche attuali non saranno state messe in sicurezza attraverso un affidamento <em>in house</em> e si sarà giunti alla scadenza del 31 dicembre 2010 per cui tutto andrà a gara, cosa ce ne faremo dell’azienda speciale, anche ove riuscissimo ad ottenere la sua reintroduzione con legge? A quel punto, per ottenere una gestione pubblica si dovrebbe sollecitare una legge per espropriare le società private che saranno medio tempore divenute padrone dell’acqua!!!!</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">m) Invece, se riusciamo a conservare la proprietà e la gestione pubbliche fino al momento in cui abbiamo realizzato i presupposti giuridici per l’azienda speciale (attraverso una modifica legislativa, ossia l’unica strada giuridicamente corretta) allora potremmo trasformare le s.p.a. pubbliche in aziende.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">n) La strada maestra per la reintroduzione dell’azienda pubblica è rappresentata dalla <strong>modifica legislativa</strong>. L’ipotesi di modificare tutti gli statuti <strong>dei Comuni degli ATO</strong>, può avere un senso nella misura in cui si pone in tal modo al Parlamento un chiaro problema politico. Occorre tuttavia avvertire che l’apparato amministrativo avrà difficoltà ad inserire nello Statuto qualcosa che contrasta apertamente con il dettato legislativo. Tuttavia, nel caso in cui ciò si avverasse ci sarebbero due fonti contrastanti: gli Statuti dei comuni, da un lato, e la legge nazionale, dall’altro, rendendo incerto il percorso amministrativo e si imporrebbe un intervento chiarificatore del Parlamento.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">o) Le strade della modifica degli statuti e della salvaguardia delle gestioni esistenti pubbliche attraverso l’in house <strong>non devono essere viste come alternative</strong>, ma come <strong>complementari, la prima politica, la seconda giuridica</strong>. Altrimenti un’incomprensione fra persone ispirate dagli stessi ideali rischia di fare gli <strong>interessi dei padroni del vapore</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">Resta fermo dunque che purtroppo, sotto il vincolo del diritto vigente, lo strumento più avanzato di cui i comuni dispongono per difendere l’acqua pubblica è quello degli affidamenti in house. Viceversa, per ridare ai comuni la possibilità di scegliere di realizzare una forma di gestione diretta del servizio attraverso un soggetto, come l’azienda pubblica, che sia sostanzialmente e formalmente pubblico, è necessaria una modifica legislativa che reintroduca tale possibilità. È importante fare chiarezza sullo stato del diritto vigente e sulla necessità di una battaglia per la sua trasformazione anche per evitare di percorrere scorciatoie improbabili, come quella dell’azienda speciale, che rischiano solo di tradursi in uno spreco di tempo che, in questo momento, non possiamo permetterci.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6>[1] Versione consolidata del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea 9.5.2008 Articolo 14 (ex articolo 16 del TCE)</h6>
<h6>Fatti salvi l’articolo 4 del trattato sull’Unione europea e gli articoli 93, 106 e 107 del presente trattato, in considerazione dell&#8217;importanza dei servizi di interesse economico generale nell&#8217;ambito dei valori comuni dell&#8217;Unione, nonché del loro ruolo nella promozione della coesione sociale e territoriale, l&#8217;Unione e gli Stati membri, secondo le rispettive competenze e nell&#8217;ambito del campo di applicazione dei trattati, provvedono affinché tali servizi funzionino in base a principi e condizioni, in particolare economiche e finanziarie, che consentano loro di assolvere i propri compiti. Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando mediante regolamenti secondo la procedura legislativa ordinaria, stabiliscono tali principi e fissano tali condizioni, fatta salva la competenza degli Stati membri, nel rispetto dei trattati, di fornire, fare eseguire e finanziare tali servizi.</h6>
<h6>[2] Articolo 1</h6>
<h6>I valori comuni dell&#8217;Unione con riguardo al settore dei servizi di interesse economico generale ai sensi dell&#8217;articolo 16 del trattato sul funzionamento dell&#8217;Unione europea comprendono in particolare:</h6>
<h6>— il ruolo essenziale e l&#8217;ampio potere discrezionale delle autorità nazionali, regionali e locali di fornire, commissionare e organizzare servizi di interesse economico generale il più vicini possibile alle esigenze degli utenti;</h6>
<h6>— la diversità tra i vari servizi di interesse economico generale e le differenze delle esigenze e preferenze degli utenti che possono discendere da situazioni geografiche, sociali e culturali diverse;</h6>
<h6>— un alto livello di qualità, sicurezza e accessibilità economica, la parità di trattamento e la promozione dell&#8217;accesso universale e dei diritti dell&#8217;utente.</h6>
<h6>Articolo 2</h6>
<h6>Le disposizioni dei trattati lasciano impregiudicata la competenza degli Stati membri a fornire, a commissionare e ad organizzare servizi di interesse generale non economico..</h6>
<h6>[3] Vedi S. Marotta, Beni comuni, diritti sociali e prassi normative: il caso del servizio idrico integrato, in «Rassegna di diritto pubblico europeo», Anno V, n. 2, luglio-dicembre 2006, Esi, Napoli, pp. 29-50.</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
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		<title>Ambiente, energia e sviluppo. Il lavoro dimenticato</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 06:19:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Rilanciando nel 2005 la “strategia di Lisbona” (nata con l’obiettivo, divenuto quasi uno slogan, di fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo), l’UE sottolinea come il perseguimento di una crescita duratura e sostenibile e la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro debba essere ispirata da un’opportuna rivisitazione della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="290" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/gogreen.JPG" height="348" style="width: 203px; height: 197px" />Rilanciando nel 2005 la “strategia di Lisbona” (nata con l’obiettivo, divenuto quasi uno slogan, di fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo), l’UE sottolinea come il perseguimento di una crescita duratura e sostenibile e la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro debba essere ispirata da un’opportuna rivisitazione della politica industriale. In questo quadro l’UE fa emergere la necessità di una regolamentazione migliore, del perfezionamento del mercato interno, del rafforzamento della politica per la ricerca, delle politiche per l’occupazione e di quelle sociali. Questi tratti escono poi rafforzati dal vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles dell’11-12 dicembre del 2008, nel quale si è andata delineando una più ampia e articolata linea d’intervento sui temi dell’energia, dell’ambiente e della conoscenza, a cui tutti gli Stati sono chiamati a concorrere ed ispirare le azioni volte al superamento della crisi economica internazionale. Pur nell’autonomia degli Stati, le misure per affrontare la crisi devono agire sui processi d’innovazione tecnologica e di rinnovamento del tessuto produttivo sulla spinta della “nuova” domanda che la sfida energetico-ambientale va alimentando. La riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, con la possibilità di traguardare il 30% nel marzo 2010, dopo la conferenza di Copenhagen, sono diventati, dunque, obiettivi centrali della “nuova” politica industriale dell’Europa<strong>[1]</strong>. La possibilità e la capacità di innovare il tessuto industriale attivando la produzione di nuovi beni capitali e strumentali orientati alla salvaguardia energetico-ambientale, è giudicata inoltre rilevante non solo nei termini delle urgenze poste dalla crisi, ma anche ai fini di intercettare una posizione competitiva nell’ambito di una nuova divisione internazionale del lavoro. Su una linea “simile” si muove anche la nuova amministrazione statunitense e il richiamo alla “novità Obama” è ormai una citazione obbligata da parte di tutta la stampa.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Se guardiamo all’Italia non tardiamo, tuttavia, ad accorgerci della divergenza che il suo modello di sviluppo produttivo mostra nei confronti di quello europeo. E, soprattutto, a sollevare seri dubbi circa la possibilità che il nostro Paese sia in grado, nel rispetto dell’ambiente e della “sicurezza energetica”, di tutelare l’occupazione e di crearne di migliore in futuro.<br />
Da un’indagine dell’Energy &amp; Strategy Group in Italia, presentata lo scorso 12 marzo, risulta che, nel settore dei beni ambientali e delle fonti energetiche rinnovabili, le imprese nazionali operano prevalentemente nel campo dell’installazione, che copre tra il 7% e il 17% del giro d’affari totale, essendo il rimanente da attribuire a chi opera nel campo della ricerca e produzione di pannelli solari, di apparati per l’energia eolica, ecc. E l’import di questi beni raggiunge il 98%, mentre il rimanente 2% è realizzato da imprese estere ubicate in Italia. E’ bene sottolineare come tutto questo avvenga dopo anni in cui il manifatturiero del nostro Paese non ha fatto altro che registrare un indebolimento della competitività sui mercati internazionali perdendo quote di export in termini superiori a quella dei paesi dell’Unione e inanellando progressive riduzioni degli attivi commerciali nei confronti di quegli stessi paesi, mentre, al contrario, i maggiori paesi europei hanno dato vita a una rigenerazione della propria offerta produttiva, spostando questa su beni “ad alta intensità tecnologica” secondo un opportuno allineamento con la direzione dei grandi “cambiamenti strutturali” in atto.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La questione non è marginale se si pensa che la dinamica degli scambi internazionali dei beni energetico-ambientali, ancor prima degli impegni europei del dicembre 2008, aveva raggiunto valori in aumento del 25 % all’anno tra il 1995 e il 2005. E che, ad esempio, la Germania ha raggiunto in pochi anni nelle esportazioni di beni ambientali valori pari a 56 mld di euro l’anno, ormai prossimi alla meccanica elettrica. Ma risultati commerciali fortemente positivi sono riscontrabili anche per quanto riguarda paesi come la Danimarca o la Spagna.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">I danni del mancato processo di riconversione tecnologica del sistema economico italiano sono (tristemente) noti da tempo: l’impossibilità di competere sull’alta tecnologia e, contemporaneamente, la difficoltà di competere sul costo del lavoro per la presenza delle “economie emergenti”, ha sollecitato crescenti richieste di forme di flessibilità lavorativa creando un circuito (perverso) di “precarizzazione” e di disincentivo a correggere il tiro della specializzazione produttiva.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Questo risultato è la conseguenza di una politica da sempre incentrata sulle agevolazioni e sugli incentivi, ma incapace o rinunciataria rispetto alla necessità di aggredire lo spiazzamento tecnologico presente nel nostro sistema produttivo. Uno dei tanti omaggi alla concezione liberista del mercato; tanto estremista in Italia da sfiorare l’autolesionismo. Inoltre, a questi risultati si è pervenuti nonostante la ricerca pubblica disponesse delle conoscenze per affrontare le soluzioni tecnologiche necessarie. Ma essendo il sistema industriale del tutto inadeguato, le competenze pubbliche sono rimaste “pubbliche”. L’effetto degli incentivi alla “domanda ambientale ed energetica” è stato quello di avere finanziato, di fatto, la ricerca e lo sviluppo dei paesi concorrenti, penalizzato le strutture pubbliche di ricerca, creando ulteriori deficit commerciali nella nostra bilancia commerciale. E aggravando non solo le debolezze preesistenti del nostro sistema produttivo, ma riducendo anche, in prospettiva, le possibilità di creare “lavoro buono”, nel senso di lavoro ad elevata intensità di conoscenza. Il caso delle tecnologie delle fonti energetiche rinnovabili è certamente quello più clamoroso, ma esistono precedenti analoghi ad esempio in materia di tecnologie informatiche, di tecnologie laser, elettromedicali, ecc., che avrebbero dovuto mettere in guardia qualunque autorità responsabile.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Mentre altrove si riesce a coniugare l’alta qualità del lavoro con la riconversione dei processi produttivi verso la “green economy”, da noi la politica economica dei Governi sembra dunque creare un <em>trade-off </em>fra tutela dell’ambiente e tutela dell’occupazione. Una politica industriale miope e l’assenza di un progetto di trasformazione della specializzazione produttiva hanno portato a marginalizzare l’Italia nel consesso internazionale. Ancora una volta il nostro paese resta estraneo alla “strategia di Lisbona”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*Sergio Ferrari è economista, vice direttore Enea.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] La Commissione europea presenterà al Consiglio Ue nel marzo 2010 un’analisi dettagliata dei risultati della Conferenza di Copenaghen, in particolare per quanto riguarda il passaggio da una riduzione dal 20% al 30%. Il Consiglio UE procederà, su questa base, ad una valutazione della situazione, compresi gli effetti sulla competitività dell&#8217;industria europea e degli altri settori economici.</h6>
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		<title>Innovazione a prova di sostenibilità</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Feb 2009 07:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il dibattito più recente sulla crisi dell’economia mondiale ha portato le tematiche ambientali sotto una nuova luce. Nell’Unione Europea l’approvazione del “Pacchetto Clima-Energia”, meglio noto come “Pacchetto 20-20-20” (che prevede, entro il 2020 e per l’Europa nel suo insieme, una riduzione del 20% rispetto al 1990 delle emissioni di gas serra, una produzione del 20% [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="350" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/gas.jpg" height="200" style="width: 291px; height: 163px" />Il dibattito più recente sulla crisi dell’economia mondiale ha portato le tematiche ambientali sotto una nuova luce. Nell’Unione Europea l’approvazione del “Pacchetto Clima-Energia”, meglio noto come “Pacchetto 20-20-20” (che prevede, entro il 2020 e per l’Europa nel suo insieme, una riduzione del 20% rispetto al 1990 delle emissioni di gas serra, una produzione del 20% della domanda finale di energia da fonti rinnovabili ed una riduzione del 20% dei consumi energetici) ha infatti sancito precisi obblighi per gli stati membri quanto al raggiungimento degli obiettivi previsti, e le reazioni dei diversi governi non si sono fatte attendere. La disciplina del cosiddetto “mercato delle emissioni” sul quale il “Pacchetto” va ad incidere<strong>[1]</strong> è sostanzialmente ripartita tra un “livello europeo”, in cui si definiscono i criteri e le modalità degli scambi delle “quote” consentite per le emissioni dei settori produttivi a maggior impatto ambientale (“settori ETS”, dove l’acronimo sta per <em>Emission Trading Scheme</em>), e un “livello nazionale” in cui si stabiliscono, paese per paese, i vincoli per i rimanenti settori in funzione del livello di Pil pro-capite. Le caratteristiche della struttura produttiva di ciascun paese sono pertanto la dimensione rilevante con cui le politiche di intervento debbono confrontarsi e questo aspetto diventa ancor più cruciale in un periodo, quale è quello attuale, in cui l’industria deve già sopportare i costi di una recessione che si prospetta non breve. Secondo alcuni studiosi e autorevoli osservatori, quali Lord Stern<strong>[2]</strong>, venuto alla ribalta con il suo “Rapporto sul Clima” del 2006<strong>[3]</strong>, la situazione non fa sconti in quanto a gravità, ma è pur vero che esistono in essa i germi di nuove opportunità per iniziare a costruire le premesse di una ripresa duratura e, al tempo stesso, rispettosa dell’ambiente. Questa riflessione si sta peraltro facendo sempre più strada in un “sentire comune” e sempre più appare confortata dal cambiamento programmatico propugnato dal Presidente Obama negli Stati Uniti, mentre qualcuno azzarda addirittura a parlare di una “nuova rivoluzione industriale”.<br />
In che senso, allora, è lecito parlare di opportunità offerte dalla “questione energetico-ambientale”?<br />
Benché in forma non sistematica, sempre più si stanno diffondendo i dati che documentano la sensibile crescita dell’occupazione in attività produttive che contribuiscono a ridurre l’impatto ambientale di origine antropica<strong>[4]</strong>. L’insieme di queste attività è molto variegato, poiché ciò che qualifica i cosiddetti <em>environmental goods</em><strong>[5]</strong> non è l’appartenenza a specifiche categorie merceologiche, ma la finalità della salvaguardia ambientale, rispetto alla quale l’obiettivo della riduzione delle emissioni è divenuto uno tra i più rilevanti. Non sfugge infatti il rilievo assunto negli anni più recenti dalle tecnologie destinate alla produzione di energia da fonti rinnovabili, caratterizzate, diversamente dalle cosiddette tecnologie di abbattimento “a valle dei processi produttivi” (<em>“end of pipe”</em>), dalla specifica capacità di rendere i processi produttivi a basso contenuto intrinseco di emissioni. Una visione dello sviluppo registrato dalla produzione di queste tecnologie è offerta dai dati del commercio internazionale, gli unici che, ad oggi, consentono una rilevazione relativamente puntuale dei beni in questione. Dall’andamento degli scambi mondiali emerge, in particolare, un trend crescente e in accelerazione per questi beni rispetto a quello degli scambi manifatturieri, a partire dal 2002. Il dato del commercio internazionale è inoltre rilevante anche per la sua particolare valenza di indicatore del vantaggio competitivo di ciascun paese. Si tratta di un aspetto cruciale, se si considera la posta in gioco. Le tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili stanno infatti assumendo una forte centralità non solo per quanto riguarda le finalità ambientali, ma anche (come si evince dallo stesso “Pacchetto”) per ciò che riguarda la dipendenza energetica dalle fonti fossili, che per i paesi industrializzati rappresenta da sempre un importante vincolo al processo di sviluppo.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="455" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/palma1.JPG" height="332" /></p>
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<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Se il problema dell’approvvigionamento energetico e l’urgenza della “questione ambientale” sollecitano la sostituzione di fonti energetiche fossili con fonti energetiche rinnovabili, bisognerà certamente continuare a considerare in che termini la produzione di reddito di ciascun paese sarà gravata dai costi delle nuove possibili opzioni. Questo punto merita di essere sottolineato poiché il riferimento alla “questione ambientale” è spesso utilizzato in modo intercambiabile con quello allo “sviluppo sostenibile”, che è poi il “motore” della stragrande maggioranza della riflessione contemporanea sul tema dello sviluppo. D’altra parte, che lo sviluppo sostenibile sia concetto ben più ampio è cosa condivisa da tempo e “codificata” a livello internazionale<strong>[6]</strong>. In ambito europeo la nuova programmazione delle politiche per lo sviluppo è partita nel 2000 dal definire la “strategia di Lisbona” (“fare dell&#8217;Europa l&#8217;economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo entro il 2010”) ed è arrivata a fornire delle “precisazioni” sugli obiettivi di salvaguardia ambientale a Goteborg nel 2001. Quel che è certo è che il perseguimento dell’obiettivo dello “sviluppo sostenibile” non potrà mai prescindere dal soddisfacimento di sub-obiettivi di ordine economico e sociale, divenendo quindi un arricchimento del concetto di sviluppo, e che ciascun paese dovrà ricercare i presupposti di questo complesso fine nella presenza di <em>assets</em> competitivi all’interno del proprio sistema produttivo.<br />
E’ facile così comprendere come la pressione esercitata dalle esigenze della sicurezza dell’approvvigionamento energetico e la “questione ambientale” porranno sempre più i diversi paesi di fronte a una riconsiderazione della sostenibilità del proprio sviluppo. Ed è in questo senso che la capacità di ciascun paese di “produrre innovazione” diventerà l’asse centrale della “sostenibilità” nella sua accezione più ampia (e corretta).<br />
Il percorso europeo delle “nuove” politiche dello sviluppo da basare sulla conoscenza e sulla capacità di questa di creare innovazione per il sistema produttivo, si è esteso progressivamente e ha iniziato a calarsi nella concreta realtà delle esigenze energetiche e ambientali con obiettivi programmatici a forte orientamento tecnologico e focalizzati a breve sullo sviluppo delle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, delineati nel “Set-Plan” della fine del 2007<strong>[7]</strong>. Questo documento ratifica, in qualche modo, delle linee di azione già intraprese nei maggiori paesi europei che, da qualche anno, stanno dando sempre più spazio non solo ad un uso più intenso di queste tecnologie, ma anche ad un allargamento della produzione di alcune di esse su base nazionale. Le rilevazioni del commercio internazionale forniscono una lettura indubbiamente significativa: sono infatti aumentate le quote sulle esportazioni mondiali di queste tecnologie nei paesi europei “naturalmente” più orientati ad un uso più intenso di energia da fonti rinnovabili, con in testa la Germania che nel 2006 ha superato la quota del 12% sulle esportazioni mondiali (anche se è bene osservare come Francia e Regno Unito siano sempre tra gli esportatori più rappresentativi con quote superiori rispettivamente al 5% e al 2%). Ma per la maggioranza di queste economie il “nuovo” processo in atto non è altro che la modulazione di un percorso di sviluppo tecnologico da lungo tempo avviato e che nell’ultimo decennio ha consentito che l’Unione Europea recuperasse almeno parte dell’ampio divario tecnologico accumulato nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone.<br />
E l’Italia? L’Italia non sembra essere di questa partita (soprattutto nelle tecnologie di nuova generazione, fotovoltaico, solare termico ed eolico, a più forte dinamica di crescita, in cui supera a malapena l’1% in media di quota di export).
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="456" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/palma2.JPG" height="384" /> </p>
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<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E’ di sicuro ancora presto per esprimere un giudizio categorico. Tuttavia è opportuno considerare la prospettiva nella quale il nostro paese sembra proiettarsi. Se la reattività dei paesi europei che già da qualche anno si sono immessi sulla carreggiata della produzione di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, iniziando a maturare perfino qualche vantaggio competitivo, deve ascriversi all’esistenza di presupposti di una “base tecnologica” preesistente, relativamente sviluppata e radicata a livello nazionale, l’Italia appare infatti assai svantaggiata. Non solo. Occorre ricordare che da tempo questo svantaggio si è tradotto in una perdita di competitività della sua industria manifatturiera nella quale sempre più hanno pesato i deficit commerciali maturati nei settori <em>high-tech</em> proprio nei confronti dei principali partner europei. Un percorso segnato, questo, e destinato ad acuirsi se si considera che, lungo tutto il processo di sviluppo dal dopoguerra ad oggi, i maggiori paesi industriali hanno incrementato le importazioni di tecnologie, come effetto di un progresso tecnico diffuso alimentatosi anche sulla spinta della globalizzazione produttiva. Diversamente da questi paesi, in cui lo sviluppo di una capacità innovativa ha sostenuto la competitività di produzioni high-tech generando flussi di esportazione compensativi delle importazioni di tecnologia, l’Italia non è infatti riuscita ad adeguare la propria “offerta di innovazione” alla “domanda di innovazione” tipica delle economie avanzate. Queste tendenze, che sono una conseguenza diretta della specializzazione produttiva del paese, stanno cominciando a profilarsi anche nell’ambito delle tecnologie per le fonti energetiche rinnovabili.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="400" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/palma3.JPG" height="314" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="429" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/palma4.JPG" height="334" /></p>
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<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’opportunità che lo sviluppo delle nuove tecnologie energetiche può fornire per il rilancio delle economie in crisi a fronte dei compresenti vincoli energetici e ambientali non sembra dunque essere stata in alcun modo equivocata in tutti quei paesi europei in cui è stato avviato un nuovo corso di politica economica “sostenibile”. In Italia, invece, gli ovvi presupposti di tale politica sembrano essere essenzialmente quelli della semplice acquisizione di tecnologie, con significativi riflessi sull’aumento delle importazioni e con il rischio che dalla dipendenza energetica si passi ad una più grave dipendenza tecnologica e, di qui, ad una ulteriore perdita di competitività del sistema produttivo nazionale. Con le ovvie conseguenze che tutto ciò avrebbe in termini di ulteriori restrizioni del mercato del lavoro, di distribuzione del reddito a sfavore dei salari e di conseguente indebolimento della capacità di attivazione della domanda aggregata, prima ancora di arrivare a gravi perdite di occupazione. E questo si che sarebbe davvero insostenibile.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Più precisamente il “Pacchetto” rivede in termini restrittivi, a causa di una comprovata inefficacia, la disciplina della Direttiva 87/2003 (in cui sono indicati anche i “settori ETS” che rientrano nel sistema comunitario) con cui, in ottemperanza agli impegni siglati a Kyoto per ciò che concerne la riduzione delle emissioni dei gas-serra, è stato impostato il meccanismo della determinazione delle “quote di emissione”.<br />
[2] Nicholas Stern, Upside of a Downturn, Financial Times, 2 Dicembre 2008<br />
[3] Pubblicato con il titolo The Economics of Climate Change, Cambridge University Press, 2007.<br />
[4] UNEP, Green Jobs. Toward Decent Work in a Sustainable Low-Carbon World, 19 Gennaio 2009.<br />
[5] Ronald Steenblik, Environmental Goods: A Comparison of the APEC and OECD lists, OECD Trade and Environment WP. N.2005-04, (29Nov2005)<br />
[6] OECD, Measuring Sustainable Development, 2008<br />
[7] A European Strategic Energy Technology Plan (SET-Plan), 22-11-2007</h6>
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		<title>La grande industria abita ancora il Mezzogiorno</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2009 23:40:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ilva2.jpg" style="width: 348px; height: 215px" height="280" width="420" />Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/ambiente/ravaioli-pirro/">Carla Ravaioli</a>. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad appellarsi, diano prova di coerenza scientifica e di non contraddittorietà politica rispetto alle istanze del lavoro subordinato. Ma soprattutto siamo convinti che in generale si debba cercare di  uscire dalla contrapposizione tra un industrialismo lesivo dell’ambiente e un anacronistico ambientalismo antindustrialista. Sebbene ancora molto sia il lavoro da fare in tal senso, negli articoli qui presentati si individuano alcuni passi nella giusta direzione. Il nostro auspicio è che la loro pubblicazione possa dare avvio a un dibattito teso concretamente, e finalmente, alla individuazione di una “sintesi” tra le diverse visioni. (La redazione).</em></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Un’associazione ambientalista di Taranto ha chiesto di recente al Comune di indire un referendum cittadino per giungere alla chiusura dell’intero stabilimento siderurgico, o almeno della sua area a caldo, a causa del forte impatto ambientale dell’impianto ove, peraltro, il Gruppo Riva sta realizzando da anni massicci investimenti per contenerlo. Si vorrebbe così puntare nel capoluogo ionico ad uno sviluppo fondato in larga misura su mitilicoltura, turismo, artigianato, servizi e commercio, avviandovi una pesante deindustrializzazione che colpirebbe una delle maggiori concentrazioni industriali del Paese e del Mediterraneo e svaluterebbe nei fatti l’impegno profuso da lungo tempo da Istituzioni, sindacati, imprese e centri di ricerca per contenere, con l’impiego di tecnologie avanzate, le ricadute nocive dei vari insediamenti sull’ecosistema cittadino.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Ora, la recessione che colpisce il Paese non risparmia certo il Meridione, ma mentre vi sono ormai in declino i ‘protodistretti’ di pmi - che qualche economista aveva immaginato che potessero trainare la crescita del Sud <strong>[1]</strong> e che invece sono stati interessati nell’ultimo settennio da ristrutturazioni selettive - restano tuttora punti di forza i grandi stabilimenti di gruppi industriali settentrionali ed esteri, pubblici e privati, che vi si sono localizzati dai primi anni Sessanta del ’900, e che fra il 1996 e il 2007 hanno realizzato massicci investimenti per ampliamenti e ammodernamenti di impianti, incrementandovi spesso anche l’occupazione <strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Si passeranno rapidamente in rassegna alcuni comparti manifatturieri pesanti e mediopesanti, l’ICT, il transhipment e la portualità dei terminal container, escludendo per ragioni di spazio l’industria leggera – agroalimentare, tac e legno-mobilio  –  che pure vanta diffuse presenze di aziende italiane ed estere.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Oggi la <em>più grande fabbrica d’Italia</em> per dipendenti diretti (13.346 + 3.100 nell’indotto) è proprio il gigantesco impianto siderurgico a ciclo integrale dell’Ilva di Taranto che, superando per i suoi occupati la stessa Fiat Auto a Mirafiori, è anche il maggior stabilimento del settore in Europa. Inoltre <em>ben oltre la metà</em> della capacità di raffinazione petrolifera del Paese è nel Mezzogiorno con 5 raffinerie in Sicilia, 1 a Taranto, mentre la <em>più grande d’Italia</em> è in esercizio a Sarroch nel Cagliaritano (1.000 addetti diretti + 3.000 nell’indotto), della Saras (famiglia Moratti), impianto che è anche il maggiore del Mediterraneo ed uno dei <em>sei supersites </em>d’Europa. Dei <em>cinque impianti di cracking</em> in Italia per la produzione di etilene. ben 4 sono nel Sud e quello di <em>Priolo</em> (SR) <em>è il più grande</em> e fra i maggiori del continente.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">I pozzi petroliferi in Basilicata, i maggiori <em>on-shore</em> d’Europa, creano nella regione un indotto di 1.500 unità. Nella chimica fine operano fra gli altri nel Mezzogiorno i gruppi farmaceutici mondiali della: 1) <em>Sanofi Aventis</em> con 2 impianti a L’Aquila e Brindisi; 2) <em>Serono Merck</em> a Bari; 3) <em>Novartis</em> nel Napoletano con 412 addetti diretti; 4) <em>Wyet Wederle</em> a Catania con 1.000 occupati diretti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Nei settori <em>dell’auto e dell’automotive</em>, oltre il 50% della capacità produttiva di automobili e di veicoli commerciali leggeri del Gruppo Fiat è insediata nei grandi stabilimenti della <em>Sevel </em>ad Atessa (CH) (6.300 addetti diretti, 700 interinali e oltre 3.000 nell’indotto); dell’<em>Alfa Romeo</em> a Pomigliano d’Arco (NA) (5.000 diretti, più 5.000 nell’indotto); della <em>Fiat Sata</em> a Melfi (PZ) (5.200 diretti e 3.000 nell’indotto di primo livello); della <em>Fiat auto</em> a Termini Imerese (PA) (1.500 addetti diretti più 400 nell’indotto). Il Gruppo Fiat ha anche altri grandi stabilimenti a Sulmona, Termoli, Napoli (2), Pratola Serra e Flumeri (AV), Foggia, Bari, Lecce dove produce componentistica, motori, autobus e macchine movimento terra: ad essi si aggiungono quelli della Ergom, di recente acquisita dal Gruppo torinese. A Bari è in esercizio un polo di componentistica per auto con gli imponenti impianti dei <em>Gruppi Bosch</em> (2.350 addetti), <em>Firestone</em> (1.000) <em>Getrag</em> (750), <em>Magneti Marelli</em> (731), <em>Graziano Trasmissioni</em>, <em>Skf</em>  e il loro indotto.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Nell’aerospaziale uno dei <em>più grandi poli d’Italia</em> è nell’area di Napoli, seguita da quelli di Brindisi, Foggia e Grottaglie (TA). Nel settore energetico a Brindisi esiste <em>la più potente centrale termoelettrica</em> d’Italia – insieme a quella di Porto Tolle nel Veneto – di proprietà dell’<em>Enel</em>, da 2.640 MW, con 470 addetti diretti e 800 nell’indotto. La Puglia è <em>la seconda regione</em> alle spalle della Lombardia per energia da combustibili fossili e <em>la prima</em> per quella da <em>fonte eolica</em>. Oltre all’Enel, operano nel Sud i maggiori gruppi energetici italiani come <em>Edison</em>, <em>Sorgenia</em>, <em>Enipower</em> ed esteri come <em>British gas</em>, <em>Endesa-Eon</em>, <em>Atel</em>, <em>Gas Natural</em>, con centrali a turbogas, a olio combustibile, eoliche e distribuzione di gas in reti urbane.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Nell’ICT esistono i poli mondiali della <em>STMicroeletrocnics</em> a Catania con 4.600 addetti diretti, in quella che è nota come l’Etna Valley; della <em>Micron</em> ad Avezzano (AQ) con 2.000 addetti diretti; della <em>Ericsson</em> a Marcianise; della <em>bioinformatica</em> nel Cagliaritano, mentre in Sardegna è nata anche la Tiscali di Renato Soru.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">La Campania è la<em> terza regione d’Italia</em> per produzione di elettrodomestici con 2 siti della Indesit nel Casertano, della Whirpool a Napoli - con 18 aziende dell’indotto - e della Siltal sempre nel Casertano. La <em>più grande fabbrica d’Italia</em> <em>di aerogeneratori</em> per energia eolica è a Taranto ed è della <em>multinazionale danese Vestas</em>, leader a livello mondiale nel settore, con 600 addetti diretti nella città ionica e 1.000 nell’indotto. Nel Meridione inoltre esistono grandi stabilimenti pubblici e privati produttori e manutentori di materiale rotabile ferroviario della <em>AnsaldoBreda </em>a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, del <em>Gruppo Firema</em> a Caserta e delle <em>Ferrovie dello Stato</em> a Foggia.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Massiccia è anche la presenza di <em>cementerie dei 4 grandi gruppi nazionali Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem, Cementir</em>, con le loro aziende di calcestruzzi, e di impianti di produttori minori. Da segnalare inoltre le numerose fabbriche della pugliese <em>Fantini-Scianatico</em>, fra i maggiori fornitori italiani di laterizi con stabilimenti anche all’estero. Nella prefabbricazione pesante spiccano gli impianti in Puglia della piacentina <em>RDB, il primo produttore italiano del comparto</em>. Esistono inoltre <em>tre</em> <em>grandi poli navalmeccanici</em> a Castellammare di Stabia (Na), a Palermo – questi due controllati dalla <em>Fincantieri </em>- e nel Messinese dove opera, fra le altre la <em>Roqriquez</em> del <em>Gruppo Immsi</em> di Roberto Colaninno. A Taranto è in esercizio il più <em>grande</em> <em>Arsenale della Marina Militare Italiana</em> con 1.700 addetti, insieme a quello di La Spezia. Nell’area di Napoli inoltre si concentrano <em>80 produttori di nautica da diporto</em>, mentre un altro polo del settore è a Messina ed un altro in via di sviluppo a Manfredonia (FG).</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Sempre nell’area del capoluogo campano esiste una <em>delle maggiori concentrazioni di armatori d’Europa</em>, con società leader a livello mondiale in alcuni segmenti di transhipment come il <em>Gruppo Grimaldi</em> per i rotabili e la <em>MSC</em> dell’imprenditore sorrentino-ginevrino <em>Aponte</em> che, oltre ad essere fra i maggiori nel settore crocieristico, <em>è</em> <em>il secondo al mondo</em> nella movimentazione via mare di container. Il<em> più grande porto container del Mediterraneo</em> per TEUs movimentati nel 2007 è a Gioia Tauro; <em>altri quattro di </em><em>rilevante capacità</em> sono a Taranto, Cagliari,  Salerno e Napoli. Il <em>secondo scalo d’Italia</em> dopo Genova, per traffico di materie prime e beni finiti, è quello industriale di Taranto che ha superato Trieste.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">La maggior parte delle grandi industrie citate è tuttora concentrata nei poli di Chieti-San Salvo, Termoli, Napoli Pomigliano d’Arco, Foggia-Incoronata, Bari-Modugno, Brindisi, Taranto-Massafra-Grottaglie, Catania, Palermo-Termini Imerese, Priolo-Augusta-Melilli, Gela, Sarroch-Cagliari, Sulcis Iglesiente Portovesme, Porto Torres <strong>[3]</strong>. Ad essi si affiancano siti manifatturieri più recenti come Atessa, Melfi, Lecce-Surbo, Gioia Tauro, ma anche aree di più antica industrializzazione, diffuse in varie regioni meridionali, che non hanno tuttavia acquisito la forza propulsiva delle grandi zone industriali.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Nel Sud dunque si localizzano settori strategici dell’industria italiana - con attività nell’indotto - con i quali il Paese compete e difenderli sul mercato significa difendere segmenti portanti dell’industria nazionale. Emerge poi il ruolo strategico in taluni comparti e in certe aree di grandi impianti di Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Poligrafico dello Stato, restituiti a piena efficienza: pertanto in essi tali presenze pubbliche andrebbero salvaguardate. Da tali poli può ripartire una rinnovata strategia di industrializzazione nell’interesse del Paese.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><em>*Professore di Storia dell&#8217;industria nell&#8217;Università di Bari.</em></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><br />
<strong>[1]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><span> </span>Cfr. G.Viesti, <em>Mezzogiorno dei distretti</em>, Donzelli, Roma, 2001. <o></o></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><br />
<strong>[2]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><strong> </strong>Cfr. F.Pirro-A.Guarini, <em>Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007</em> con prefazione di Luca di Montezemolo, Cacucci, Bari, 2008. Vi si riportano molti dati inediti.<o></o></span> <span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><br />
<strong>[3]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"> Dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento essi furono individuati dalle politiche governative di programmazione come aree trainanti della crescita del Mezzogiorno in virtù di fattori attrattivi sotto il profilo geografico e spesso per le loro preesistenti tradizioni industriali.</span></p>
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		<title>Crisi economica e crisi ambientale</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2009 23:25:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><em><img border="0" width="150" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/energia-pulita.jpg" height="122" />Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/ambiente/la-grande-industria-abita-ancora-il-mezzogiorno/">Federico Pirro </a>e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad appellarsi, diano prova di coerenza scientifica e di non contraddittorietà politica rispetto alle istanze del lavoro subordinato. Ma soprattutto siamo convinti che in generale si debba cercare di  uscire dalla contrapposizione tra un industrialismo lesivo dell’ambiente e un anacronistico ambientalismo antindustrialista. Sebbene ancora molto sia il lavoro da fare in tal senso, negli articoli qui presentati si individuano alcuni passi nella giusta direzione. Il nostro auspicio è che la loro pubblicazione possa dare avvio a un dibattito teso concretamente, e finalmente, alla individuazione di una “sintesi” tra le diverse visioni. (La Redazione).</em></p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo. Oppure un economista.”</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Autore di questa battuta, divenuta proverbiale nel mondo dell’ambientalismo più qualificato, è un economista, Kenneth Boulding. Uno dei pochi ardimentosi che negli anni Settanta, nel pieno del boom produttivistico postbellico, tentavano di sollevare qualche dubbio sulle certezze che ne animavano il fervore, e già allora sostenevano che l’economia mondiale doveva essere interamente ripensata in difesa dell’economia della biosfera, dunque in funzione della sua propria prosperità che dalla biosfera appunto trae alimento: dai grandi vecchi del Club di Roma, ai giovani ricercatori del MIT <strong>[1]</strong>, a un piccolo drappello di economisti anomali, (in testa  Nicholas Georgescu-Roegen, che in base al 2° principio della termodinamica aveva dimostrato l’inevitabile e irreversibile degrado di materie e energie impiegate nei processi produttivi) si impegnarono a convincere il mondo che il sistema industriale capitalistico andava consumando la base stessa del suo operare.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Non furono ascoltati. Proprio sulla totale assenza di dubbi circa la possibilità di una crescita infinita in un mondo finito, la società ha costruito se stessa. E continua. Forse (per richiamarci ancora a Boulding) perché come arbitri della politica mondiale si sono imposti gli economisti?</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">In effetti, battute a parte, si direbbe che ancora oggi nessuno dei responsabili del nostro futuro abbia nozione del rischio sempre più tremendo che l’umanità corre, tanto da affidarsi al tentativo di rilanciare e - al grido di “consumate, consumate!”- spingere al recupero della sua massima capacità produttiva un’economia al collasso. Rischio da un lato di un irrecuperabile squilibrio ecologico planetario, dall’altro di una divaricazione in continuo mostruoso aumento nella distribuzione del reddito (i dati più recenti parlano dell’ 1% della popolazione mondiale che detiene il 50% della ricchezza).</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Se questa è la linea dei governi, la critica più seriamente impegnata dal canto suo tenta di correggerne le più intollerabili conseguenze, contrapponendovi scelte orientate a difesa del lavoro, a maggiore benessere sociale, a una più razionale conduzione delle politiche operanti; solitamente però senza mettere in discussione la logica portante di queste stesse politiche, senza interrogarsi sulle “leggi” del mercato, o pensare il capitalismo alla pari di ogni fenomeno storico, come tale non fatalmente destinato a dar forma al nostro futuro. E (ciò che oggi pare addirittura inspiegabile) senza mai occuparsi adeguatamente del pericolo ambientale: solitamente per lo più appena citato, insieme alla “questione di genere”, nel lungo elenco dei problemi da affrontare; o, nel migliore dei casi, preso in considerazione  unicamente sotto la specie del mutamento climatico, e delle “energie rinnovabili” che dovrebbero risolverlo: nell’assurda convinzione (la stessa delle destre d’altronde) di garantire così la continuità di una felice e totalmente innocua crescita produttiva. Ma di queste cose mi sono occupata più volte (ne ho parlato anche nel mio intervento al convegno dedicato a “L’economia della precarietà” <strong>[2]</strong>) e non voglio insistere.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Credo interessante invece soffermarsi a riflettere su quanto di nuovo, negli ultimi tempi, e soprattutto da alcuni mesi in presenza della crisi finanziaria-economica, è emerso nella maggiore attenzione che non pochi intellettuali di fama (tra cui anche qualche economista) dedicano alle questioni ambientali. Certo dovuta ai sempre più allarmati richiami della scienza mondiale, concorde nel segnalare da un lato l’ormai estrema pericolosità del guasto ecosistemico <strong>[3]</strong>, dall’altro il prossimo esaurimento delle risorse, non soltanto energetiche <strong>[4]</strong>. Ma sicuramente in qualche misura indotta anche dalla crisi che, dopo il fallimento di giganti finanziari americani e il crollo delle borse di tutto il mondo, parla ora di recessione, di grandissime industrie a rischio, di disoccupazione massiccia.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Mi pare interessante in questa chiave la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, economica e ambientale, da alcuni meramente accennata ma dettagliatamente analizzata da altri. Il primo non solo a intuire ma a descrivere, con grande anticipo su tutti gli altri, la reciprocità di determinazione dei due fenomeni, è stato indubbiamente André Gorz che, in particolare in un articolo apparso poco avanti la sua morte <strong>[5]</strong>, con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovraproduzione (da lui già in precedenza denunciata come prima responsabile dello squilibrio ecosistemico) l’origine della crisi finanziaria. Nota infatti come l’enorme massa monetaria derivante dalla vendita, sia pure incompleta, delle merci prodotte, sempre più cerca investimento nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”. </p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Ad accomunare le due crisi, e a ricondurle a una sola origine, l’insostenibilità dell’economia capitalistica, è anche l’antropologo Jared Diamone, che in qualche modo ne aveva anticipato cause e processi, ricostruendo la morte di grandi civiltà del passato nel suo celebre saggio “Collasso” <strong>[6]</strong>. Di “Due minacce”, entrambe determinate dai processi di globalizzazione (cui seguono inquinamento, maggiore disuguaglianza, squilibrio finanziario) parla anche l’economista indiano Prem Shankar Jha <strong>[7]</strong>. “Le due crisi si alimentano a vicenda”, scrive su “The Guardian” (12 dicembre 08) il prestigioso notista politico Gorge Monbiot. Letture analoghe della storia mondiale di questi mesi sono firmate dal filosofo Paul Virilio (Le Monde, 3 dicembre 08), dal biologo Edward  O. Wilson (N.Y. Times, 27 novembre 08), da un folto gruppo di intellettuali sudamericani riuniti a Caracas e autori di un ampio appello politico. Tutti d’altronde si dicono convinti dell’ impossibilità di trovare soluzione ai problemi attuali all’interno delle regole e della “filosofia” del capitale, che ne è principale responsabile; tutti d’altronde si dichiarano ben poco fiduciosi in una piena ripresa del capitalismo, quanto meno nella forma attuale.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Ma ho accennato anche a qualche economista, in (eccezionale) posizione critica verso l’attuale sistema produttivo. Il primo è stato Nicholas Stern, ex-consigliere economico di Blair che, facendo riferimento alla crisi ambientale, in una conferenza svoltasi a Manchester il 29 novembre di un anno fa, disse: “Siamo di fronte al più grosso fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto”; e, rilanciando una precedente proposta di Ban-Ki-Moon, segretario generale dell’Onu, affermò la necessità di tagliare il Pil mondiale almeno dell’1%, “per diversi decenni”.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">A sua volta il Nobel Joseph Stiglitz, intervistato da La Repubblica il 6 dicembre scorso, alla domanda se, superata la crisi, l’economia mondiale potrà riorganizzarsi sulla linea attuale, di nuovo puntando su crescita, consumi, Pil , senza esitare risponde: no. Il capitalismo americano, e insieme tutto il capitalismo mondiale hanno vissuto per decenni sulle bolle speculative, cioè a dire credito facile, speculazione… Ma tutto ciò - afferma - non potrà ripetersi, almeno non nella dimensione che conosciamo. Magari forse avremo un capitalismo diverso, basato sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, e la distribuzione potrà forse rimettere in moto l’economia…</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">“Lo chiameremo ancora capitalismo? Oppure come?” si chiede Eugenio Scalfari il giorno dopo, sempre su “Repubblica”, dopo essersi richiamato all’intervista di Stiglitz, e dopo aver ricordato come nel 1911 “l’allora giovane liberale Luigi Einaudi” avesse lanciato l’idea di un’imposta patrimoniale di successione che, oltre una certa soglia di reddito, “tassasse i patrimoni con un’aliquota del 50 % da impiegare per ridistribuire socialmente la ricchezza”. Se lo chiede senza scandalo né eccessiva apprensione, come in vista di un normale avvicendamento della storia. E la cosa non mi pare di poco interesse da parte di una persona come Scalfari, da sempre certo “di sinistra”, mai però su posizioni  “antisistema”.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Non sarebbe il caso che anche le sinistre organizzate si impegnassero a immaginare la possibilità di un mondo senza capitalismo, o comunque di un “mondo diverso”, come i movimenti a lungo hanno dichiarato non solo necessario ma possibile? Superando finalmente  “quella sorta di complesso di inferiorità delle sinistre nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche. Per cui nei partiti comunisti c’è sempre stato un curioso miscuglio, di esigenza di superamento del capitalismo da un lato, e dall’altro paura di disturbare un assetto al quale si attribuisce il valore di straordinario ordinatore della società, al di fuori del quale non sembra esistere possibilità di ordine”. Come notava Claudio Napoleoni <strong>[8]</strong> nel discutere dell’ipotesi di una forte e generalizzata riduzione dei tempi di lavoro, da lui fortemente e per più ragioni auspicata. Magari un’idea da recuperare oggi?</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><em> *Saggista.</em></p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><strong>[1]</strong> “I limiti dello sviluppo” Mondadori 1972, il primo famosissimo libro sulla materia, fu commissionato dal Clud Roma, presieduto da Aurelio Peccei, e firmato da un gruppo do studiosi del Mit.</span></span></span></span></span><br />
<span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><strong>[2]</strong> Con lo stesso titolo gli atti del convegno sono pubblicati a cura di Paolo Leon e Riccardo Realfonzo, Manifestolibri 2008.</span></span></span></span></span></span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
</span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><strong>[3]</strong> “Decarbonizzare per intero l’economia globale” è una urgente necessità secondo il Tyndal Center for Climate Research 8V. (Internazionale 12 dicembre 08).</span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> <span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[4]</strong> “Le risorse dell’anno sono esaurite – Da domani la Terra è in rosso”, titolava in prima pagina La Repubblica del 22 ottobre scorso.<br />
<span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><strong>[5]</strong> André Gorz, “Crise mondiale, Dècroissence et Sortie du capitalisme”, in Entropia, 2007, N°2.<br />
<span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><strong>[6]</strong> J. Diamond – Come le società scelgono di morire o vivere. Einaudi 2005.<br />
<span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><strong>[7]</strong> Tra l’altro, autore di un libro significativamente intitolato “Il caos prossimo venturo”, Neri Pozza 2007.</span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span><br />
<span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><strong>[8]</strong> E’ un momento di “La politica degli orari di lavoro”, dialogo in appendice alla 2a edizione di C. Ravaioli, “Tempo da vendere | Tempo da usare”, F.Angeli 1988, p.158.</span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></span></p>
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		<title>Un new deal dell&#8217;auto</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2008 06:48:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="260" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/auto-anni-30_1.jpg" height="180" />Mentre scrivo quest&#8217;articolo le notizie sulla crisi dell’auto registrano un crescendo di chiusure, licenziamenti e dismissioni di impianti; le notizie negative riguardano tutte le imprese in tutto il mondo: chi produce macchine di lusso (Porsche) e chi utilitarie (Tata), chi era considerato eccellente e profittevole (Toyota) e chi incapace (Chrysler), il vecchio mondo con cifre tra le 600 e le 900 auto per 1000 abitanti, in età di guida, e chi invece è ancora a 30 (Cina). Certamente il crollo di vendite è stato subitaneo e drammatico, con punte del 40%, e quindi è facile dire che ciò è un effetto indotto dalla più generale crisi finanziaria che spinge gli acquirenti a rimandare una spesa impegnativa. È proprio così? La domanda non è oziosa perché dalla risposta dipendono le scelte d’intervento. In realtà la crisi ha evidenziato in modo improvviso e totale un problema, ormai più che decennale nel settore dell’auto, che riguarda tutti i principali settori industriali: un eccesso di capacità produttiva installata a causa di un inseguimento senza fine tra i principali produttori per conquistare nuovi mercati e decidere chi, alla fine, sarebbe stato costretto a chiudere. Questa gara, che non è competitiva ma distruttiva, ha poi indotto e facilitato il prevalere degli investimenti finanziari richiesti per sostenere questa folle corsa, sia nel senso di finanziare gli investimenti, sia nel senso di finanziare l’acquisto dell’auto. Si pretendeva, infatti, nell’attesa che le verdi praterie indiane e cinesi soddisfacessero la capacità produttiva potenziale di tutti questi impianti, che, nel vecchio mondo, le vendite dell’auto continuassero a crescere nonostante una contrazione del peso dei salari, giustificata proprio da quella corsa competitiva. È il cane che si morde la coda. Vi è chi sostiene che è solo un problema di pagare il prezzo economico e sociale di un classico consolidamento del settore; insomma i “deboli” e i “malati”  verranno soppressi, liquidando così l’eccesso di capacità produttiva, ristabilendo un uso profittevole dei capitali investiti.Dice Marchionne che resteranno solo sei produttori mondiali e che cinque sono già stabiliti (Toyota, Volkswagen, Renault - Nissan, GM, Ford), quindi resta solo da decidere chi è il sesto e non può essere uno di quelli esistenti, perché sono tutti troppo piccoli, quindi vi saranno alleanze e fusioni. Ciò fatto, si dice, non esisterebbe più alcun problema poiché una semplice proiezione della crescita del reddito cinese e indiano ci mostra che in pochi decenni, non appena il PIL per persona raggiunge i 5000 dollari, centinaia di milioni di loro comprerà un’auto e quindi il mercato si moltiplicherà in modo fino a ora mai visto – l’Economist parla di quasi 3 miliardi di auto in alcuni decenni. A sinistra, per converso c’è chi esprime la sua soddisfazione profonda per questa crisi che rappresenterebbe la fine del modello dell’auto. In tutte due i casi si ritiene che i governi non si dovrebbero occupare di questa crisi, ci penserà il mercato, e paradossalmente entrambe chiedono, sia pure in direzioni diverse, forti investimenti in infrastrutture e servizi: le strade, per l’Economist, vero vincolo a un’espansione dell’auto nei paesi emergenti e, per chi vuole uscire da quel modello, un ripensamento della mobilità. Io parteggio per la mobilità sostenibile ma trovo del tutto irresponsabile ritenere che non bisogna intervenire nella crisi. La prima ragione è banale ma sostanziale, infatti, solo in Europa l’auto e le attività da essa indotte interessano dodici milioni di posti di lavoro – 50 milioni nel mondo -, se si riducessero della metà in due anni, la società europea conoscerebbe uno shock da tempi di guerra. La seconda è che il mercato non risolverà nulla da solo, sia si voglia aiutare il consolidamento e il rilancio del settore, sia si voglia porre fine al modello auto-centrico di mobilità. Le notizie contraddittorie sull’intervento del governo e del parlamento USA che, comunque si voglia definire, rappresenta l’assunzione pubblica della responsabilità di definire la mobilità del futuro toglie ogni alibi all’Europa. Il grande passaggio, all’inizio del ‘900, dai tram all’auto dovrebbe insegnarci qualche cosa. Passaggi da una modalità di mobilità ad un’altra infatti richiedono una trasformazione sociale complessiva che non può che basarsi su una regolazione pubblica. In primo luogo, infatti, bisogna ripensare la pianificazione territoriale e urbanistica, fermando il crescente sprawling urbano, e rilanciando l’aggregazione urbana come modello di convivialità. Solo così, infatti, si può seriamente garantire una mobilità delle persone e delle merci non auto-centrica, come già avviene a Parigi, dentro la peripherique, e a Manhattan. Si tratta di un ciclo di pianificazione e riposizionamenti che richiederà, se iniziato, alcuni decenni durante i quali si può mettere in moto il processo di riposizionamento dell’industria dell’auto. La prima urgenza, in questa ipotesi è il problema ambientale. La crisi deve rappresentare l’opportunità della transizione, che può essere ragionevolmente fatta in tempi inferiori al decennio, da auto a combustione interna basata sul petrolio e derivati, ad auto elettriche, con diversi sentieri di aggiustamento. Alcuni di questi sono già in cantiere , richiedono una manovra congiunta sul lato della domanda e della offerta e quindi un forte intervento pubblico. Mi riferisco alla filiera dell’elettrico basato sulle nuove batterie, scelta che già molte case, ad esempio Renault-Nissan, stanno facendo, oppure all’elettrico basto sui motori a cella combustibile, scelta che appare un po’ più lontana nel tempo, e infine a quelli misti, con la possibilità cioè di alternate l’elettrico con una delle tante versioni a combustione, infine la filiera dei gas naturali quali il metano che può interessare in modo specifico certe aree geografiche. Inutile dire che ogni avanzamento in questa direzione riguarda non solo l’auto, come mezzo di mobilità personale, ma tutto il settore automotive; processo di trasformazione che, una volta innescato, può raggiungere in tempi ragionevoli quella soglia da cui inizia un effetto palla di neve. Non tutte queste soluzioni sono strategicamente equivalenti; bisognerebbe, infatti, considerare i vincoli ecologici che suggeriscono che solo quelle filiere che possono, alla fine, congiungersi con l’utilizzo di risorse rinnovabili hanno un respiro strategico. La cosa non è irrilevante, perché se il pubblico deve giocare un ruolo, allora è importante prevedere una linea di investimenti di capitali sia nei nuovi servizi da creare, ad esempio una rete di ricarica elettrica piuttosto che di distribuzione dell’idrogeno, sia nel vero e proprio ripensamento dei sistemi di propulsione.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Un altro sentiero di aggiustamento riguarda il modello proprietario; si stanno, infatti, sviluppando modalità di uso di un mezzo di locomozione, in particola modo in aree urbane, basato sull’auto ma non in proprietà. Una siffatta soluzione, se adeguatamente sostenuta anche con stringenti regolazioni della mobilità in ambito urbano, può ridurre ulteriormente l’impatto ambientale. Infine vi è il campo alquanto inesplorato e, a mio giudizio, il più strategico della costruzione ex novo di veri e propri sistemi integrati di mobilità urbana, sul modello degli aeroporti.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Una linea di riposizionamento dell’industria europea verso questa direzione richiede una manovra coordinata europea, senza la quale il rischio è di innescare una guerra per la sopravvivenza che, nel momento in cui acquistasse carattere di lotta tra nazioni, metterebbe in moto una spirale preoccupante di destabilizzazione della stessa Unione Europea.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Infine i sindacati. Il rischio è che, in assenza di un progetto di respiro europeo, ognuno dei sindacati nazionali si schieri con la propria industria e, dove ve n’è più di una, con il proprio marchio. Dato che la cura che è vista universalmente come salvifica, è il taglio di capacità produttiva, il risultato di una chiusura nazionalistica e corporativa è anche quello di difendere il nucleo duro e sindacalizzato di ciascun’impresa leader, a spese dei precari, in primo luogo – molti immigrati e giovani – poi della subfornitura a bassa specializzazione, poi dei servizi, ecc. Andrebbe messa in discussione la saggezza di puntare ad un taglio delle capacità produttive ed a conseguenti licenziamenti. Un new deal europeo non consiste nell’investire senza senso ingenti quantità di denaro per il rilancio dei consumi, come non lo fu il new deal degli anni ‘30, ma nella difesa e creazione di posti di lavoro per svolgere attività produttive che riorganizzino l’attività industriale e modifichino la struttura dei servizi. Un piano di transizione dell’industria dell’auto in Europa può partire dal rifiuto dei licenziamenti, infatti, nelle ipotesi avanzate vi è una grande quantità di lavoro da fare, da questo punto di vista è di grande interesse la posizione del governo tedesco che chiede alle grandi imprese un anno di moratoria sui licenziamenti. È evidente, e qui sta il problema, che in tale ipotesi il ritorno sui capitali investiti non può, per un periodo lungo, avere i livelli sino ad ora realizzati, il che ci porta di nuovo alla finanziarizzazione di questi decenni e a un ruolo dello Stato. È tempo quindi di superare Maastricht, non semplicemente per allentarne i vincoli, ma per ripensare l’idea stessa del patto di stabilità; appare, infatti, evidente che gli investimenti necessari per il new deal non possono essere considerati come pura e semplice spesa. Analogamente non ha più alcun senso l’idea che, all’inizio di una deflazione, ci si debba proteggere dal rischio d’inseguimento salari nominali-prezzi, adesso il problema è solo politico: che peso deve avere il monte salari nella ricchezza nazionale.</p>
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