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	<title>Economia e Politica &#187; Distribuzione e povertà</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:55:30 +0000</pubDate>
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		<title>Yes we can!</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 16:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Distribuzione e povertà]]></category>

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		<category><![CDATA[Giancarlo de Vivo]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla fine del 2007, il governatore della Banca d&#8217;Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/images.jpg" height="225" width="292" />Alla fine del 2007, il governatore della Banca d&#8217;Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche l&#8217;“incertezza suscitata dalle ripetute modifiche delle regole previdenziali” influiva negativamente sulla crescita. Oggi, con salari e pensioni certo non più alti di allora, lo stesso Draghi ha firmato come presidente entrante della BCE una lettera al governo italiano in cui, tra le misure “essenziali” per far fronte alla crisi del debito pubblico e “rilanciare la crescita”, si include la proposta di ridurre i salari dei pubblici dipendenti, di precarizzare ulteriormente i lavoratori del settore privato facilitandone il licenziamento, di introdurre nuove sostanziose modifiche alla disciplina delle pensioni dei lavoratori dipendenti (tralasciando naturalmente di notare che la gestione del sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti è in attivo e il suo avanzo contribuisce un ammontare pari a vari punti di PIL alle casse dello stato).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Un po’ tutto e il contrario di tutto si sente anche nel dibattito che si va animando sul tema della patrimoniale: tutti ne parlano, e si cimentano nel disegno di una qualche ipotesi di imposizione sul patrimonio, straordinaria o ordinaria che sia. Ci sono almeno tre motivi per cui questa attenzione è comunque benvenuta. In primo luogo, la patrimoniale è una tassa che toccherebbe poco la crescita dei consumi, e quindi (seguendo il Draghi del 2007) la crescita dell&#8217;economia. In secondo luogo, guardare al patrimonio consentirebbe un importante recupero di base imponibile sfuggita all&#8217;imposizione sul reddito. In terzo luogo, l&#8217;Italia ha eliminato negli ultimi anni quasi ogni forma impositiva sul patrimonio: non vi sono praticamente più imposte sulle successioni e sulle donazioni, né imposte sulla ricchezza, del tipo dell&#8217;imposta sulle grandi fortune che si paga in Francia. Abbiamo meno di 10 miliardi di euro di gettito ICI (erano 13 prima dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa), a fronte dei 27 miliardi di euro delle imposte francesi sul patrimonio. In compenso ricaviamo 10 miliardi di gettito da lotto e lotterie: un&#8217;imposta sulla miseria invece che sulla ricchezza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Detto questo, bisogna però aggiungere che ogni discorso serio su un’eventuale imposta patrimoniale non possa che concepirla come la più comprensiva possibile, sia per quanto riguarda i detentori, sia per quanto riguarda le attività da assoggettarvi, seguendo l’elementare principio che ad uguali patrimoni corrisponda uguale imposta. La questione dei soggetti non viene oggi quasi toccata, e si ragiona come se i detentori di ricchezza fossero solo le famiglie. Ma ci sono anche le società. E’ sbagliato ritenere che il patrimonio delle società sia già conteggiato nel patrimonio delle famiglie che ne sono proprietarie, perchè non c’è una necessaria corrispondenza tra valore delle quote proprietarie e stato patrimoniale della società. Né bisogna pensare che assoggettare a patrimoniale le società implichi tassare gli “strumenti della produzione”. Si consideri che il 40% della ricchezza immobiliare complessiva della nazione è posseduta da società. E’ ovvio che questi immobili non sono tutti <em>destinati alla attività produttiva delle società che li possiedono</em> (per questi naturalmente si potrebbero individuare forme di esenzione). Ad esempio, il 10% del totale degli immobili <em>residenziali </em>in Italia sono posseduti da società, e certo non vi sarebbe motivo di esentarli; né vi sarebbe motivo di esentare gli immobili non residenziali posseduti da “imprese” che esistono solo per gestire questo patrimonio immobiliare. Insomma, la coraggiosa proposta della Confindustria di introdurre una patrimoniale sulle famiglie è il classico “armiamoci e partite”. Che poi la Confindustria invochi benefici per sé a contropartita di una patrimoniale che vorrebbe pagata da altri non è scandaloso: in fondo fa il suo mestiere.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda la questione delle attività da assoggettare all’imposta, evidentemente non si tratterebbe solo di quelle reali, ma anche di quelle finanziarie. Il problema, che riguarda tanto le persone fisiche che le persone giuridiche, è evidentemente quello di applicare un sistema di accertamento efficace del tributo, non basato quindi solo sull&#8217;autodichiarazione, sia pur rafforzata con pesanti sanzioni per le dichiarazioni mendaci. Per gli immobili la soluzione è relativamente semplice: lo strumento attraverso il quale procedere è il catasto. Per i beni mobili registrati c’è il registro relativo, da cui si potrebbe partire, studiando misure che evitino l’evasione. Per i valori mobiliari emessi all’interno si dovrebbe procedere ad un meccanismo di accertamento in capo al soggetto emittente (lo Stato, le società non finanziarie, le banche), che elimina la questione dello stato nazionale o estero del possessore dell&#8217;attività finanziaria. Ma sorge il problema di titoli emessi da soggetti stranieri e detenuti anonimamente da residenti italiani. Si potrebbe avere il paradosso che un soggetto (anche estero) che avesse acquistato titoli del debito pubblico italiano sarebbe colpito dalla patrimoniale, mentre un italiano che avesse acquistato titoli esteri e li occul¬tasse allo stato non sarebbe incluso. Poco può fare, ci sembra, l&#8217;obbligo di indicare nella dichiarazione dei redditi tutte le attività finanziarie detenute all&#8217;estero. Al crescere delle cifre, l&#8217;evasione fiscale tende a trasformarsi in ‘elusione fiscale’, e per grandi importi evolvere nella rispettabilissima ‘programmazione fiscale’: in fin dei conti, i ricchi pagano solo le tasse che vogliono pagare. E bisogna riconoscere che c’è una certa contraddizione nell’essere a favore sia della patrimoniale sulle attività finanziarie che della libera circolazione dei capitali – una contraddizione che certo non affligge la proposta del PD, che intende assoggettare a patrimoniale<em> solo gli immobili</em> delle famiglie.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Detto che la patrimoniale dovrebbe essere la più ampia possibile sia per quanto riguarda i soggetti che le attività, consideriamo gli ordini di grandezza. La scelta è tra una patrimoniale ordinaria – imposta permanente a bassa aliquota, sul modello della patrimoniale francese – e una patrimoniale straordinaria – misura <em>una tantum</em> ad aliquota assai più alta, che uno stato forte può in certe circostanze imporre al fine di abbattere col suo gettito il debito pubblico. Il realismo politico ci sembra deporre a favore della prima. Ragionando sui dati dell’indagine della Banca d’Italia – che considera la ricchezza delle sole famiglie – se si tassasse ad esempio con patrimoniale straordinaria ad aliquota del 12% il patrimonio del 10% più ricco delle famiglie (pari a 2.5 volte il PIL), si otterrebbe un gettito di 30 punti di PIL (cioè 460 miliardi). Questo gettito addizionale, impiegato per ritirare debito pubblico, darebbe un risparmio di interessi pari a circa 25 miliardi l’anno, supponendo un onere medio del debito al 5%. La stessa cifra annuale potrebbe essere ottenuta con una patrimoniale ordinaria ad aliquota dello 0.7% sullo stesso gruppo di famiglie. La decisione fondamendale riguarda allora l’uso di questa cifra. Seguendo il Draghi del 2007, dovrebbe essere usata per “fare spazio” ad una spesa che sostenendo la crescita permetta di ridurre il peso del debito sul PIL attraverso la crescita del prodotto piuttosto che la riduzione del debito. In fin dei conti, basta guardare all’esperienza dell’Italia – che pure aveva ridotto il debito dal 122% del PIL nel 1994 al 104% nel 2007, per poi vederlo risalire al 120% di oggi – per capire che avanzi di bilancio senza crescita rendono il miglioramento della posizione finanziaria dello stato una fatica di Sisifo. E’ chiaro allora perché tanti oggi invochino la crescita. Quello che però si dimentica è che crescita e creazione di avanzi primari di bilancio non vanno d’accordo, ed è per questo necessario che gli avanzi siano almeno generati da uno spostamento del carico fiscale dal lavoro agli altri redditi: la patrimoniale sarebbe oggi un primo passo in questa direzione, se non viene intesa – come forse molti sperano – come un “sacrificio” chiesto agli evasori, con la più o meno esplicita promessa di lasciar poi le cose continuare ad andare per il <em>loro</em> verso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em> *Università di Napoli “Federico II”</em></p>
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		<title>Per la reflazione e lo sviluppo</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 07:30:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il fondamento di questa proposta[1] è che è possibile e necessaria una strategia di crescita e di riduzione della disoccupazione che non comporti licenziamenti, riduzione del tenore di vita e dei diritti degli Italiani; e che non occorrano alienazioni di patrimonio pubblico, cui importanti componenti possono invece costituire fondamentali volani di sviluppo.
L’esigenza di tornare a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisi-economica1.JPG" height="308" width="364" />Il fondamento di questa proposta<strong>[1]</strong> è che è possibile e necessaria una strategia di crescita e di riduzione della disoccupazione che non comporti licenziamenti, riduzione del tenore di vita e dei diritti degli Italiani; e che non occorrano alienazioni di patrimonio pubblico, cui importanti componenti possono invece costituire fondamentali volani di sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’esigenza di tornare a crescere dopo una crisi, o dopo anni di stagnazione e recessione, non è nuova. In passato ci si è riusciti con successo. Il caso esemplare e più vicino alla situazione odierna è l’uscita dalla Grande Depressione interbellica e il piano delineato da Keynes in <em>The Means to Prosperity</em>, che poi trovò – con strade non sempre lineari – concretizzazione nel successo del <em>New deal </em>roosveltiano e in analoghe misure di reflazione messe in atto in vari paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nel 1934, in Italia nel mezzo della Grande Depressione, si decise di porre fine alla caduta dei prezzi e del prodotto e alle politiche di contenimento dei costi che avevano portato a risultati disastrosi. Prestando fede a dati da interpretare con cautela ma che trovano conferme in altri paesi, con una politica di espansiva di reflazione dal 1935 il Pil italiano riprese una crescita duratura e sostenuta: l’inversione del trend del reddito fu <em>immediata</em>, e i tassi di crescita furono in media oltre il 4 percento tra il 1935 e il 1939. Con una pausa durante la guerra essa durò, con tassi di crescita di tutto rispetto, fino all’inizio degli anni ’90.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un percorso analogo fu seguito dagli Stati Uniti con leggero anticipo rispetto all’Italia. A dispetto della <em>vulgata </em>che vuole lento il recupero dalla grande crisi del 1929, con l’avvio del New deal il quadro reale depressivo cambiò <em>repentinamente </em>e radicalmente. La caduta del reddito si interruppe. “Tra 1933 e 1937 il prodotto nazionale lordo reale negli Stati Uniti crebbe a un tasso medio al di sopra dell’8 percento per anno; tra 1938 e 1941 crebbe oltre il 10 percento annuo” (Christina Romer). Crebbe sensibilmente la quota delle società in utile (un dato non soggetto ai problemi di misurazione del reddito); la produttività, in discesa durante la deflazione, riprese a crescere, mostrando un andamento prociclico sul quale poco si riflette. Le politiche di Roosvelt non furono un corpo organico, molti ancora sembrano i punti da chiarire, ma esse avevano come obiettivo di innalzare la domanda, richiamare in attività l’enorme disoccupazione, porre fine alla caduta dei prezzi, alleviare le situazioni più critiche (Lester V. Chandler).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il processo di reflazione negli Stati Uniti è stato oggetto di molte analisi. I risultati non sempre sono del tutto chiari, e sono ancora aperti interrogativi fondamentali. Tuttavia alcuni dati, come il ritorno delle società agli utili, sgombrano ogni dubbio sul segno e l’intensità del processo in atto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una studiosa autorevole come la Romer ha messo in luce alcuni punti della politica di reflazione utili per una riflessione. In primo luogo, <em>non vi erano forze spontanee in grado di rilanciare la crescita dopo la crisi</em>: la ripresa doveva essere il frutto di un’azione politica deliberata di adeguata dimensione, di segno opposto alle precedenti politiche di deflazione. In secondo luogo, <em>il rilancio avvenne attraverso uno stimolo della domanda aggregata</em>; tale stimolo si sostanziò anche in larga misura in una espansione degli investimenti, dunque agì anche sull’offerta. Contarono dunque soggetti pubblici e privati in grado di organizzare una espansione della spesa per investimenti. I dati oggi disponibili ci dicono in effetti che il contributo delle esportazioni alla ripresa della crescita del prodotto fu trascurabile, nonostante la svalutazione del dollaro che Roosvelt intraprese, e che il grosso del contributo alla crescita fu dato dai consumi e dagli investimenti privati, dunque componenti domestiche. In terzo luogo, <em>lo stimolo della domanda fu accompagnato – per vari canali – da una espansione monetaria, e da una parallela espansione fiscale in valori assoluti</em> (Historical Statistics of the United States); quest’ultima, quasi tutti gli stati avanzati non si trovano oggi in condizione di realizzarla; non così è per l’espansione monetaria e creditizia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vi sono importanti affinità tra la situazione interbellica e il quadro odierno. Vi era una grave crisi da cui uscire; la crisi e l’inversione dei processi di crescita si erano accompagnati a politiche di austerità severe; vi era una situazione strutturale di ridondanza dell’offerta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nell’estate del 2010, superata la fase più cruciale della crisi, ma quando era chiaro che l’Italia non sarebbe tornata ai tassi di crescita desiderati e che emergeva un problema di bilancia dei pagamenti, un primario esponente di <em>Intesa Sanpaolo</em> lanciava sul <em>Corriere della Sera</em> il monito riguardo l’esigenza di un programma nazionale di investimenti focalizzati, di 40-50 miliardi per alcuni anni, per rilanciare la crescita e ridare competitività al paese. Cifre di rilievo, ma alla portata di un grande paese come l’Italia, aggiungeva.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’idea può essere ripresa e sviluppata. La realizzazione di un siffatto programma nelle condizioni di finanza pubblica italiane non potrebbe far conto sul Tesoro per il finanziamento e l’organizzazione della spesa (anche se un grave errore nel dibattito sul pareggio di bilancio consiste nella mancanza di distinzione tra spese per investimento in grado di ripagarsi e spese per il finanziamento dei consumi); <em>sarebbe da caratterizzare come programma di reflazione monetaria e bancaria</em>, senza concorso del Tesoro, al più – non necessariamente – con il concorso della Cassa Depositi e Prestiti. <em>Il finanziamento delle iniziative di investimento spetterebbe alle banche, rifinanziate dalla Banca d’Itala</em>. Utilizzare credito e base monetaria al posto del debito pubblico, con il solo vincolo della stabilità dei prezzi e della redditività degli investimenti, e concretizzare gli investimenti per quanto possibile nella forma di partecipazioni azionarie e credito a lungo termine più che di prestiti da remunerare a condizioni gravose e a breve. Questi sono i primi nuclei centrali della proposta. A rafforzare il piano finanziario, la banca centrale potrebbe – <em>non necessariamente dovrebbe</em> – intervenire con alcuni investimenti diretti, con partecipazioni che abbiano come contropartita le proprie riserve patrimoniali, così come da un secolo nel suo statuto e come correntemente praticato, in forme diverse, in passato e oggi; rifinanziando crediti e partecipazioni bancarie. In passato, nel corso del XIX e del XX secolo, enormi partecipazioni dirette alle attività produttive hanno avuto come contropartita biglietti, senza determinare inflazione. Si potrebbe configurare anche l’utilizzo di nuovi strumenti di controllo dell’inflazione quali la promozione di investimenti strategici per il rafforzamento strutturale dell’economia e della sua efficienza (tenendo conto anche del carattere prociclico della produttività), dunque con effetti di riduzione dei prezzi e di aumento dei redditi. Strumenti “ulteriori” di politica monetaria oltre quelli oggi utilizzati sono di fatto già ipotizzati dallo statuto odierno della BCE, da discutere e approvare nelle sessioni ordinarie degli organi direttivi nell’ottica della difesa dei prezzi e della partecipazione del sistema di banche centrali agli altri fondamentali obiettivi dell’Unione. Ma investimenti diretti della banca centrale <em>non sono</em> <em>indispensabili</em>, e avrebbero solo benefici aggiuntivi, come la diminuzione dei livelli di debito a breve delle strutture cui è demandato portare a compimento il piano di investimenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò per dire che <em>finché vi saranno, come vi sono, ingenti risorse inutilizzate, vincoli finanziari per un piano di investimenti non esistono</em>, essendo possibile un canale monetario e creditizio di loro finanziamento, alternativo al finanziamento fiscale. Si può pianamente intuire – anche se la pratica da decenni è per colpevole inerzia intellettuale erroneamente diversa – che, i<em>n presenza di risorse inutilizzate, il finanziamento monetario degli investimenti è superiore rispetto a un finanziamento fiscale</em>, che può essere invece preferibile in contesti nei quali occorra trasferire risorse finanziarie all’interno di un quadro di pieno utilizzo delle risorse.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una reflazione moderata dell’economia dopo la crisi del 2007-2009 è stata già tentata; ma è consistita solo in espansione monetaria e riduzione de tassi, non è valsa ad attivare un adeguato flusso di investimenti. Si è trattato di una mera erogazione di base monetaria senza organizzazione delle contropartite di investimento, il che, in contesti di ridondanza dell’offerta, non altera il grado di utilizzo delle risorse. Come era già chiaro a Paul Einzig a metà anni ’30, una mera politica di tassi bassi e di abbondanza di moneta è la forma meno efficace di reflazione. In un contesto di bassa domanda, occorrerebbe oggi organizzare e attivare direttamente la spesa per investimenti, che stimoli i consumi richiamando in attività lavoro disoccupato, che allarghi la base produttiva e incrementi la competitività.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tale programma  di investimenti, <em>aggiuntivi </em>rispetto a quelli ordinari, sarebbe da paragonare a quegli altri piani di investimento che si dovrebbero riattivare a fronte della disponibilità dei fondi per il Mezzogiorno e in sinergia con essi. Si disporrebbe in tal modo di una massa d’urto finanziaria in grado di riportare sui livelli auspicabili la spesa – diciamo inizialmente due punti annui di Pil -, di compensare gli effetti della politica di austerità fiscale, di chiamare in attività forze di lavoro inutilizzate, accrescendo parallelamente il gettito, di determinare subito “meccanicamente” – anche al netto di un moltiplicatore basso ipotizzabile in un contesto di bassa utilizzazione della capacità produttiva esistente – alcuni punti di crescita del prodotto, di migliorare significativamente i profili di competitività del paese e dell’industria nazionale, di espandere la base contributiva delle finanze pubbliche.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’intervento pubblico per il Mezzogiorno – diversamente da quanto consegnato alla opinione pubblica – fu capace di ottenere innalzamenti consistenti dei ricavi degli investimenti e dei redditi nelle aree di insediamento, rispetto a un Mezzogiorno precedentemente arretrato e rurale, di mobilitare e utilizzare per decenni risorse annue pari anche a un punto percentuale di Pil (altri programmi in altri stati hanno utilizzato risorse molto più ampie in termini assoluti e relativi), di conseguire sostituzione di importazioni e di esportare verso i mercati internazionali; si accompagnò all’arresto del trend di lungo periodo all’approfondirsi del divario territoriale (Cafiero, Cerrito).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il programma che qui si espone potrebbe – e sotto il profilo dell’equità e del pieno successo, dovrebbe – essere corroborato da una seria e articolata azione politica a livello europeo e nei maggiori organismi finanziari internazionali – talora non pienamente consci delle ragioni storiche della cooperazione per lo sviluppo – che solleciti una politica internazionale coordinata di espansione dei consumi e degli investimenti, nell’interesse dei tanti grandi paesi che oggi come l’Italia crescono poco e sono in difficoltà finanziarie. Occorrerebbe essere consapevoli che il problema assillante della “competitività” e dello spiazzamento dei paesi avanzati da parte dei paesi emergenti può determinarsi solo in un contesto di domanda internazionale insufficiente, in cui solo le merci a più basso costo trovano spazio, sottraendolo a quelle che prima trovavano pianamente  i loro sbocchi (e dunque rispettavano tutti i parametri di redditività). Occorrerebbe essere consapevoli che già alla fine del XIX secolo l’emergere di nuovi grandi produttori – in particolare gli Stati Uniti – aveva determinato depressione e ridondanza dell’offerta; e che incrementi coordinati della domanda internazionale avrebbero effetti positivi per tutti, per i paesi emergenti, per i paesi del vecchio mondo, per i produttori in avanzo, trovando un limite esclusivamente in alcune strozzature oggi esistenti sul fronte delle materie prime. La necessità di una iniziativa politica per un’azione di politica economica espansiva, coordinata, che sia attenta ai consumi e che non si concretizzi meramente in riduzioni del tasso di interesse e in disponibilità di liquidità inutilizzata è un altro pilastro di questa proposta. E’ una grave mancanza che azioni politiche rilevanti in tale direzione non siano ancora state intraprese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il coordinamento, la pianificazione di un programma di investimenti in ambito italiano non potrebbe che spettare al nucleo più colto e capace dell’élite economica nazionale, privata e pubblica, con procedure concordate per rilanciare e modernizzare il paese e avviare una riconversione del suo sistema economico verso i settori a maggiori prospettive di crescita nei prossimi decenni. Le soluzioni pratiche sarebbero infinite, per esempio <em>la costituzione di un Consorzio</em> <em>investimenti strategici </em> con attività nei confronti di terzi (o di una società o una fondazione, secondo i consigli che potranno fornire esperti di diritto di impresa e di ingegneria finanziaria, con formazione di capitale e/o conferimento di attivi, come nella proposta di Prodi e Quadro Curzio pubblicata su <em>Il Sole 24ore</em> del 23 agosto), cui partecipino organismi finanziari, il Tesoro, le imprese, che mobiliti i migliori istituti italiani industriali, finanziari, di servizi, i centri di ricerca, e fornisca un nuovo quadro di sostegno e di opportunità al tessuto di piccole e medie imprese che vogliono espandersi. La costituzione di un tale organismo, <em>capace di una visione di sistema, di alta progettazione, di mobilitazione di tecnologie di avanguardia, di coordinamento di conoscenze di altissimo livello</em>, è un ulteriore pilastro della proposta. Uno dei segreti del successo del boom postbellico italiano – come ebbe a dirmi un altissimo dirigente di imprese pubbliche – risiedeva nel fatto che  le grandi scelte strategiche di investimento di sistema per il lungo termine venivano liberamente pianificate a Roma a via Veneto tra le punte di diamante dell’industria privata e dell’IRI. Al Consorzio – o altro che sia – spetterebbe la individuazione degli obiettivi strategici, il potenziamento – anche attraverso la cooperazione delle risorse intellettuali – delle capacità di progettazione, il coagulo di una convenzione espansiva e di incremento di efficienza, l’assistenza tecnica e finanziaria alle imprese che investono e si sviluppano, la promozione – in forme diverse – di nuove società e iniziative, la riduzione di incertezza e rischi con il <em>pooling </em>delle conoscenze di mercato e tecnologiche, degli orientamenti degli agenti più rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un programma concorde, nazionale, di investimenti focalizzati farebbe leva su quelle stesse idealità e capacità che portarono nell’Italia post bellica alla costruzione di grandi iniziative nuove e capaci di confrontarsi sui mercati internazionali come il siderurgico di Taranto o la Saras di Sarroch, iniziative nate<em> ex novo</em>, sostitutrici di importazioni, capaci di esportare e che hanno – a dispetto della opinione comune – innalzato il reddito nelle aree di insediamento. Esso potrebbe arricchire e vivificare il tessuto vitale e innovativo delle medie imprese e potrebbe pianificare poche ma essenziali opere infrastrutturali, dal sistema viario a quello portuale. Potrebbe poi promuovere con l’aiuto di nuove iniziative sinergie e accorpamenti tra imprese già esistenti. Potrebbe mettere a punto un programma di creazione di strutture centralizzate per l’innovazione analoghe a quella tedesca e nel solco dei vecchi Istituti di Incoraggiamento e della tradizione delle cattedre  ambulanti. Fornirebbe assistenza manageriale e finanziaria alle piccole e medie imprese che abbiano seri progetti di espansione. Innesterebbe, con l’aiuto anche di alti funzionari pubblici, nell’azione delle grandi imprese italiane una logica di sistema, che superi quella ristretta di azienda, ridurrebbe i vincoli di incertezza degli investimenti, svolgerebbe funzioni di indirizzo e di cooperazione, avrebbe ruolo di garanzia nei confronti delle iniziative di investimento ritenute valide, creerebbe sinergie tra le migliori intelligenze imprenditoriali del paese. Il Consorzio potrebbe dare vita a nuove imprese; contrattare con i paesi esportatori quote di pagamento delle importazioni con prodotti e servizi nazionali di alta qualità; potrebbe acquistare e perfezionare tecnologie. Favorirebbe la riduzione delle incertezze e del rischio, la eliminazione dei vincoli alle dimensioni del capitale, l’abbassamento dei tassi di interesse e la redditività degli investimenti, ottenendo quegli stessi risultati di innalzamento della redditività del capitale che i poli di sviluppo – che furono anche ben altro da quello che la <em>vulgata </em>ha consegnato all’opinione pubblica (Pirro e Guarini, Cerrito) – furono capaci di realizzare in un Mezzogiorno ben altrimenti arretrato e rurale, schiacciato da bassissimi livelli di produttività. Avrebbe pregi infiniti. Ma il cuore della sua attività sarebbe la elaborazione e l’impulso alla redazione di progetti di investimento redditivi e strategici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alcune visoni sostengono il ruolo dell’offerta nella crescita, altre privilegiano il ruolo degli investimenti come componente della domanda. Il programma delineato agirebbe simultaneamente su entrambi i lati. Vi è un problema di dimensioni. Piani di sviluppo regionale in Italia e all’estero sono stati realizzati per decenni coinvolgendo e utilizzando risorse ingenti anche con importi compresi tra l’1% e il 5% annui del Pil nazionale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un elenco dettagliato e ben fondato delle iniziative di investimento da promuovere non può che competere al <em>Consorzio </em>– o altro che sia – e alle risorse di intelligenza che esso saprà attivare e coordinare. A titolo esemplificativo, si può indicare un programma di imponente sviluppo (produzione e ricerca) delle energie alternative, sostitutrici di importazioni – petrolio e pannelli, per emblematizzare – e che possono diventare occasione di fornitura di impianti ed esportazioni in altri paesi. Il Consorzio potrebbe individuare linee di parziale riconversione del sistema produttivo nazionale, secondo alcuni troppo impegnato in segmenti arretrati, anche creando teste di ponte dinamiche in settori in cui l’industria italiana è poco presente, ad esempio il software o la farmaceutica. Potrebbe infine facilitare iniziative di definizione di marchi di prestigio del Made in Italy, verso cui far convergere le imprese, con caratteri di qualità e garanzia del prodotto, di design, di attenzione alla qualità della vita e dell’ambiente, facendo tesoro delle migliori caratteristiche dell’alimentare, del tessile, della meccanica italiane. I piani di investimento sarebbero finanziati dal Consorzio, dalle banche che vi partecipano, e rifinanziati presso la banca centrale. Si eviterebbe in tal modo ogni intervento della spesa pubblica. E’ interessante notare che in <em>The Means to Prosperity</em> Keynes indicava nei <em>loans </em>– e non nella spesa pubblica – lo strumento di finanziamento del piano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un programma siffatto ridurrebbe la disoccupazione e non avrebbe bisogno di grandi riforme istituzionali o fiscali; innalzerebbe il grado di utilizzo della capacità produttiva esistente ripristinando condizioni favorevoli agli investimenti privati, e avvierebbe iniziative di elevata competitività internazionale, creando le premesse per la soluzione di un problema di bilancia dei pagamenti che si avvia a tornare un punto dolente strutturale dell’economia nazionale – un problema ben più reale e serio di quello del bilancio pubblico -, con un debito estero netto che è tornato ben sopra i 20 punti percentuali di Pil.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il programma delineato unirebbe finalità di ripresa reale e di stabilità monetaria e finanziaria. Un piano come quello qui abbozzato, infine, non produrrebbe alcun danno; potrà essere attivato per quel tanto che si riuscirà a produrre progetti di investimento redditivi. Rispetto alla proposta di Prodi e Quadro Curzio, con la quale potrebbe avere elementi sinergici e di integrazione (ad esempio per quanto riguarda le caratteristiche dell’organismo nuovo da costituire e cui eventualmente conferire attivi, o per le forme di finanziamento) avrebbe il pregio di immaginare un processo misto privato – prevalentemente – e pubblico; di potersi articolare a livello nazionale secondo le caratteristiche della situazione di bilancia dei pagamenti; di non richiedere il consenso di altri paesi e la loro condivisione di oneri; di non comportare un aumento ulteriore del debito pubblico; di costruire una base per una riduzione dei disavanzi e dei debiti pubblici attraverso la crescita graduale del reddito e delle entrate fiscali; di non comportare una sottrazione delle riserve sull’estero delle banche centrali alle loro finalità di politica del cambio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si è espressa qui l’idea centrale di questo piano; contiene ancora ingenuità, molti punti andrebbero perfezionati; la costituzione di una piccola <em>task force </em>di esperti potrebbe facilmente permettere a tale proposta di articolarsi in un piano compiuto e ben temperato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I popoli costruiscono in  parte non piccola i propri destini. Se non vogliono rivedere convinzioni destituite di solide basi (come quella che per svilupparsi occorra prima divenire tutti più poveri, o che l’ascesa dei paesi emergenti comporti ridurre i nostri redditi e diritti), coltivare i particolarismi invece che le virtù della cooperazione nei momenti difficili, trarre insegnamenti dalla storia, perseguire veramente il loro interesse, sperimentare il nuovo attraverso la produzione di nuove sinergie, non c’è nulla che potrà salvarli.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6>[1] Nel corso di un’attività di ricerca che ha ormai alcuni decenni, ho avuto occasione di trattare alcuni dei punti che sorreggono questa proposta o che ne costituiscono il quadro concettuale di riferimento; in altri casi, la letteratura e la testimonianza di figure importanti dell’età aurea dello sviluppo italiano che ho avuto la fortuna di raccogliere ha fornito spunti essenziali. Ringrazio Pierangelo Garegnani e Roberto Ciccone per l’interesse e il sostegno che hanno manifestato verso questa proposta, e per i commenti che hanno permesso di migliorarla. Più che aderire a una visione teorica precisa, ho cercato in questo documento di raccogliere in un percorso per quanto possibile sensato elementi che potessero – nel quadro istituzionale e culturale odierno dato – trovare ampio consenso, tanto nella sinistra che nella destra, o quanto meno non incontrare ostilità preconcette. Ho omesso – o reso “flessibili” –  segmenti che pure scaturiscono dall’attività di studio, e che potrebbero corroborare il piano, ma che dividerebbero o più difficilmente troverebbero ascolto. Da quando ho parlato per la prima volta delle linee fondamentali di questo progetto nel giugno 2011, il quadro è per molti aspetti migliorato, coagulandosi un certo consenso intorno alla necessità di massicci piani di investimento; per altri versi si è deteriorato. Di estremamente positivo vi sono l’attenzione al tema della crescita come pilastro importante quanto o più della virtù fiscale, i cui risvolti deflazionistici stanno emergendo, e la rapida evoluzione del dibattito.</h6>
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		<title>Il dibattito economico su globalizzazione e distribuzione</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Aug 2011 18:14:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Diverse voci autorevoli[1] hanno documentato la progressiva caduta nella quota di reddito destinata a remunerare il lavoro (labor share) che si registra a partire dagli anni Ottanta nei Paesi industrializzati e in modo accentuato nell’Europa continentale. Tra le spiegazioni generalmente avanzate in letteratura per comprendere tale fenomeno si fa spesso riferimento alla globalizzazione dei mercati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/carbon_market.jpg" style="width: 269px; height: 203px" height="401" width="562" />Diverse voci autorevoli<strong>[1]</strong> hanno documentato la progressiva caduta nella quota di reddito destinata a remunerare il lavoro (<em>labor share</em>) che si registra a partire dagli anni Ottanta nei Paesi industrializzati e in modo accentuato nell’Europa continentale. Tra le spiegazioni generalmente avanzate in letteratura per comprendere tale fenomeno si fa spesso riferimento alla globalizzazione dei mercati, la quale avrebbe avuto ripercussioni negative sulle retribuzioni e/o sui tassi occupazionali, soprattutto dei lavoratori poco qualificati. In particolare, il legame tra andamento del <em>labour share</em> e globalizzazione nasce dall’osservazione che la progressiva caduta nella quota di reddito destinata al lavoro è coincisa con l’ integrazione delle economie dei Paesi industrializzati con i Paesi di nuova industrializzazione (NIC).</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">L’approccio standard nell’analizzare gli effetti del commercio internazionale si propone di studiare in che modo l’apertura agli scambi internazionali incida sulle quote distributive e sulle remunerazioni di lavoro e capitale con riferimento a modelli teorici secondo cui ciascun Paese si specializza in quelle produzioni in cui ha un vantaggio comparativo<strong>[2]</strong>. Ad esempio, i Paesi industrializzati si specializzerebbero nella produzione di beni ad alta intensità capitalistica per cui la remunerazione e l’utilizzo del lavoro tenderebbe a ridursi.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><strong>Il teorema di Heckscher-Ohlin<br />
</strong>Tale teorema individua alcuni criteri in base ai quali un Paese deciderebbe di esportare un bene piuttosto che un altro. Tra le numerose ipotesi avanzate vi è quella che tutti i paesi dispongano delle stesse tecnologie, che in tutti i paesi vi sia pieno impiego del lavoro (cioè non c’è disoccupazione) e pieno utilizzo della capacità produttiva e in ciascun Paese il valore totale delle importazioni pareggi il valore totale delle esportazioni.
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Sulla base delle assunzioni appena esposte si argomenta che un Paese diviene esportatore del bene nella produzione del quale viene impiegato più intensamente il fattore produttivo (lavoro o capitale) di cui si dispone in modo relativamente più abbondante e meno costoso e diviene importatore del bene nella produzione del quale viene impiegato in modo relativamente più intenso il fattore di cui si dispone in modo relativamente minore o più costoso.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><strong>Il teorema del pareggiamento dei prezzi dei fattori</strong><br />
Il teorema del pareggiamento dei fattori<strong>[3]</strong> implica che la conseguenza inevitabile del tipo di scambio internazionale descritto attraverso il teorema di Heckscher-Ohlin è l’uguaglianza delle remunerazioni di capitale e lavoro tra i due Paesi. Tale risultato è derivato dal seguente ragionamento: in seguito al commercio internazionale nel paese dove il capitale è relativamente più abbondante la specializzazione internazionale verso i beni nella cui produzione si usa più intensamente il capitale porta ad una caduta dei salari mentre nel paese dove il lavoro è relativamente più abbondante tende a diminuire, per ragioni simmetriche, la remunerazione del capitale.
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Se la maggior parte della letteratura economica riconosce un ruolo fondamentale a tali modelli per comprendere l’andamento delle quote distributive del reddito, la loro effettiva portata viene ridimensionata dall’individuazione di alcuni limiti teorici ed empirici. Sul piano teorico, si deve tener conto della scarsa plausibilità delle premesse, quali pieno impiego e accesso alle stesse tecnologie. Inoltre, la presenza del capitale tra le dotazioni iniziali dei paesi solleva diversi problemi. In primo luogo va menzionata l’ impossibilità di misurare il valore del capitale prima di conoscere la distribuzione del reddito. In secondo luogo bisogna osservare che la relazione tra l’intensità fattoriale e l’andamento del saggio di profitto non è necessariamente monotona: vale a dire, al crescere del saggio di profitto un settore a relativa maggior intensità di capitale puo’ divenire a minor intensità di capitale e viceversa<strong>[4]</strong>. Sul piano empirico, si deve osservare che nei teoremi suddetti vengono trascurati alcuni elementi importanti, <em>in primis</em> il volume effettivo dei commerci<strong>[5]</strong>. Infatti, una gran parte degli scambi commerciali internazionali avviene tra le economie più industrializzate, cioè tra economie che hanno una dotazione di capitale simile e non tra queste e i Paesi di nuova industrializzazione, cosicché una quota consistente delle importazioni dei paesi industrializzati è costituita da beni ad alta intensità di capitale<strong>[6]</strong>. La teoria di Heckscher-Ohlin potrebbe essere rilevante solo per gli effetti degli scambi tra Paesi che presentano ampie differenze nelle dotazioni dei fattori e che quindi tendono a specializzarsi nella produzione di beni distinti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Alcuni autori rilevano che il commercio internazionale influirebbe sul prezzo del lavoro in quanto modificherebbe l’ elasticità della domanda di lavoro rispetto a variazioni del salario, rendendo il fattore lavoro domestico più sostituibile con il fattore lavoro estero<strong>[7]</strong>. Variazioni nella elasticità della domanda di lavoro sarebbero indotti non solo dallo scambio con i NIC ma anche dalla stessa integrazione dei mercati dei Paesi economicamente più avanzati. Considerare le variazioni della elasticità della domanda piuttosto che solamente dei prezzi permetterebbe quindi di incorporare gli effetti del commercio tra i Paesi OECD, che verrebbero invece trascurati applicando i modelli suesposti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Interpretazioni alternative, invece, osservano che un ruolo determinante nell’evoluzione della distribuzione funzionale del reddito negli ultimi decenni sarebbe stato giocato da fattori diversi rispetto a quelli fin qui menzionati e riconducibili in ultima istanza ad elementi istituzionali. Certe impostazioni teoriche<strong>[8]</strong> si concentrano su un elemento che, tra tutti, si ritiene caratterizzi il moderno processo di globalizzazione, distinguendolo, ad esempio, dall’integrazione dei mercati dei primi anni del Novecento: il diverso grado di mobilità internazionale del fattore capitale rispetto al fattore lavoro. La diversa mobilità dei fattori produttivi viene ritenuta un elemento cruciale che potrebbe spiegare la contrazione della quota di reddito destinata al lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Al riguardo, un argomento avanzato è il così detto <em>race to the bottom</em> dei salari, ossia la tendenza dei salari, soprattutto dei lavoratori poco qualificati, ad essere schiacciati in seguito alla pressione esercitata dai bassi salari presenti nelle economie di recente industrializzazione. La mobilità del capitale a livello internazionale può contribuire alla stagnazione dei salari se le imprese trasferiscono le produzioni ad alta intensità di lavoro poco qualificato in Paesi dove possono trovare forza lavoro a basso prezzo<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Tale aspetto sarebbe strettamente legato alla questione relativa agli effetti della globalizzazione sulla forza contrattuale delle parti sociali. Se la forza contrattuale dei lavoratori dipende da una serie di fattori, tra cui il costo che il capitale deve sopportare per poter trasferirsi altrove, la mobilità del capitale ridurrebbe sensibilmente la capacità del lavoro di ottenere parte del reddito aggregato prodotto<strong>[10]</strong>. La relativa facilità di investimenti e delocalizzazioni verso Paesi caratterizzati da una forza lavoro relativamente meno pagata e con una scarsa rappresentanza sindacale si tradurrebbe<strong>[11]</strong> in un maggior potere contrattuale delle imprese, le quali possono decidere di trasferire altrove la produzione in caso di rivendicazioni da parte dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">In conclusione, la teoria standard del commercio internazionale predice che la globalizzazione possa aver determinato nei paesi industrializzati una contrazione della remunerazione del lavoro, in particolare di quello poco qualificato, poiché questo sarebbe relativamente più costoso nelle economie industrializzate piuttosto che nelle economie di nuova industrializzazione. Una serie di limiti di tipo teorico e empirico sembrano, però, arginare l’effettiva portata di tali argomenti. Impostazioni diverse abbandonano l’approccio tradizionale e si richiamano maggiormente all’esistenza di un conflitto distributivo, osservando che la globalizzazione potrebbe aver inciso sulla natura del conflitto distributivo tra capitale e lavoro, a discapito di quest’ultimo.</p>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">[1] World Economic Outlook, Spillovers and Cycles in the Global Economy, April 2007, 167<br />
[2] Si veda Gandolfo, Giancarlo. Elementi di economia internazionale. Torino: UTET, 2002; Salvatore, Dominick. Economia internazionale. Roma: Carocci, 1999.<br />
[3] Samuelson, “International Trade and the Equalization of Factor Prices.” Economic Journal , 58 n. 230 (1948): 163-184.<br />
[4] Si veda Steedman I. (1979) Trade amongst Growing Economies, Cambridge: CUP; Steedman I. (ed.) (1979) Fundamental Issues in Trade Theory, Macmillan, London; S. Cesaratto (2011), Harmonic and Conflict Views in International Economic Relations: a Sraffian view.<br />
[5] Krugman, Paul. “Growing Trade: Causes and Consequences.” Brooking Paper of Economic Activitiy, n.1 (1995): 327-377.<br />
[6] Nel World Economic Outlook, Spillovers and Cycles in the Global Economy, April 2007, p.166 si legge: “the bulk of advanced economies’ import still comes from other advanced economies and likely includes more skilled rather than unskilled products”.<br />
[7] Slaughter, Matthew J. “International Trade and Labor-Demand Elasticity.” NBER Working Paper Series n. 6262 (1997).<br />
[8] Tra gli altri si veda Rodrik, Dani. “Capital Mobility and Labor.” Harvard University. (1998).<br />
[9] Rama, Martìn. “Globalization, Inequality and Labor Market Policies.” The World Bank, June 2001.<br />
[10] Harrison, Ann E. “Has Globalization eroded Labor Share? Some Cross-Country Evidence.” UC Berkeley and NBER, October 2002.<br />
[11] Pollin, Robert. Contours of Descent: U.S. Economic Fractures and the Landscape of Global Austerity. London: Verso Press, 2003.</h6>
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		<title>L’OCSE e la diseguaglianza: a che punto è la notte?</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 08:56:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. Dopo la ricerca del 2008 Growing Unequal[1], veramente utile nell’evidenziare come lo sviluppo economico nei paesi sviluppati sia stato negli ultimi decenni caratterizzato da un crescere delle diseguaglianze, l’OCSE è ritornata recentemente su questo problema con il Forum tenuto a Parigi il 2 Maggio del 2011[2].
Purtroppo i dati aggiornati sullo stato delle diseguaglianze non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri21.jpg" style="width: 387px; height: 303px" height="365" width="485" /></span>1. Dopo la ricerca del 2008 <em>Growing Unequal</em><strong>[1]</strong>, veramente utile nell’evidenziare come lo sviluppo economico nei paesi sviluppati sia stato negli ultimi decenni caratterizzato da un crescere delle diseguaglianze, l’OCSE è ritornata recentemente su questo problema con il Forum tenuto a Parigi il 2 Maggio del 2011<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Purtroppo i dati aggiornati sullo stato delle diseguaglianze non sono ancora disponibili nel sito dell’OCSE. Tuttavia alcune interessanti considerazioni possono essere già svolte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’OCSE conferma che i dati fino al 2008, cioè prima che gli effetti della crisi fossero evidenti, mostrano un trend di crescita delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito nella maggior parte dei paesi sviluppati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ad esempio 19 paesi dell’OCSE hanno visto dalla metà degli anni ottanta fino al 2008 il reddito reale disponibile del decile più povero della popolazione crescere ad un tasso molto inferiore rispetto al decile più ricco (in due paesi, Israele e Giappone, il reddito del decile più povero addirittura diminuisce in termini reali). Solo in 8 paesi, tra cui la Francia, il reddito del decile più povero è cresciuto ad un tasso più alto di quello più ricco. Impressionante in questa classifica è la performance di paesi in cui la distribuzione del reddito è tradizionalmente meno sperequata: in Svezia il tasso di crescita del reddito del decile più ricco è stato in questo arco di tempo 6 volte più alto del tasso di crescita del decile più povero (2,4 % contro lo 0,4%) in Germania addirittura 16 volte più alto (1,6% contro lo 0,1%). Anche l’Italia non brilla in questo confronto: i più ricchi hanno infatti visto i loro redditi crescere ad un tasso 5,5 volte più alto di quello relativo ai redditi dei più poveri (1,1% contro lo 0,2%).  In questa triste classifica l’Italia giunge quindi terza dopo la Germania e la Svezia, se si escludono i due paesi in cui il reddito reale del decile più povero diminuisce. Occorre però ricordare che, in contrasto con la Germania e la Svezia, la diseguaglianza nella distribuzione del reddito di partenza era molto più alta in Italia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2. La diseguaglianza nella distribuzione del reddito, come noto, è calcolata attraverso l’indice di concentrazione di Gini, che assume un valore tra 0 e 1. Il valore pari a 0 indica che il reddito è distribuito in modo del tutto egualitario (caso estremo di equidistribuzione), mentre l’indice uguale a 1 indica il massimo della diseguaglianza (una famiglia riceve tutto il reddito, mentre le altre non ricevono nulla, caso estremo di massima concentrazione).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ovviamente l’indice considera solo un aspetto della diseguaglianza, quello della distribuzione del reddito. L’effetto dei servizi sociali erogati direttamente, ad esempio il sistema della sanità e dell’istruzione, pur essendo importantissimo ai fini di una sostanziale uguaglianza di diritti e opportunità, non può essere considerato, se ci limitiamo, come qui è indispensabile per ragioni di spazio, a questo tipo di rilevazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il grado di diseguaglianza nella distribuzione del reddito è ovviamente diverso se calcolato sui redditi del mercato (prima delle tasse e dei trasferimenti, si veda la figura 1) o sui redditi disponibili<strong>[3]</strong>, dopo che le tasse che i cittadini pagano allo stato e i trasferimenti dello stato ai cittadini sono stati effettuati. Il primo indice offre infatti utili elementi per comprendere la struttura del mercato e della distribuzione ad essa legata nei diversi paesi. La differenza tra i due è quindi una buona <em>proxy </em>dell’efficacia dell’azione redistributiva operata dallo stato nell’attenuare la diseguaglianza.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Proprio il confronto dell’andamento dell’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato e sui redditi disponibili permette di svolgere alcune importanti considerazioni sul tipo di sviluppo economico degli ultimi decenni, prima che la crisi mettesse in luce le sue fragilità, sulla differenza tra i paesi anglosassoni e quelli europei e sull’Italia in particolare. Infatti il confronto tra i due indici permette di vedere se le differenze nel livello di diseguaglianza effettivo tra i diversi paesi sono il risultato delle caratteristiche del mercato o del sistema di redistribuzione del reddito, per gli aspetti legati alla progressività dell’imposizione e ai trasferimenti (in questo contesto monetari) da parte dello stato. In particolare questo confronto, come vedremo, è significativo per l’Italia, che mostra indici Gini molto alti per i redditi di mercato. Quando si progettano riforme sulla struttura delle tasse, tagli alle spese sociali e ai servizi del welfare state, occorrerebbe tenere presente questa illuminante analisi dell’OCSE, perché altrimenti in Italia si rischia di cadere verso una situazione insostenibile e paragonabile a quella dei paesi sottosviluppati o di qualche “banana republic” in termini di coesione,  inclusione e stabilità sociale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Andiamo però con ordine: negli ultimi decenni l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato è cresciuto notevolmente nei paesi sviluppati, con l’importante eccezione della Francia ed in misura minore della Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri11.jpg" height="334" width="499" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6></h6>
<h6>Figura 1: Elaborazione da dati OCSE<strong>[4]</strong></h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se guardiamo all’indice di Gini della distribuzione dei redditi di mercato nella metà degli anni 2000 ci accorgiamo che Giappone, Stati Uniti e Gran Bretagna registrano valori più bassi dei paesi europei continentali. Il dato è sorprendente perché il grado di diseguaglianza effettivo (l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili), come è noto e come vedremo tra breve, è minore nei paesi dell’Europa continentale. In realtà un’ulteriore analisi disaggregata mostra che l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato per gli adulti in età lavorativa non è molto dissimile nei paesi europei, in quelli anglosassoni e in Giappone (Giappone 0,38, Francia e Regno Unito 0,41, Germania e Stati Uniti 0,43). La grande differenza a questo riguardo è l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato della popolazione in età della pensione: negli Stati Uniti l’indice si attesta a 0,59, in Giappone a 0,61 e nel Regno Unito a 0,63, mentre in Germania a 0,78 e in Francia a 0,84. Qui è evidente il ruolo giocato dal sistema pensionistico, prevalentemente pubblico nei paesi Europei, che non influenza questo tipo di indice che per definizione non tiene conto delle pensioni pubbliche, mentre la maggiore diffusione dei sistemi pensionistici privati abbassa l’indice nei paesi anglosassoni e in Giappone. In altre parole, la diseguaglianza dei redditi di mercato in Europa  rappresenta quasi interamente la diseguaglianza di redditi che derivano dalla proprietà di ricchezza (finanziaria o reale). Come è noto la diseguaglianza nel possesso della ricchezza è molto più alta della diseguaglianza nei redditi. Per i paesi in cui il sistema pensionistico privato è più diffuso, invece, buona parte del reddito da pensioni viene calcolato in questo indice e di conseguenza la diseguaglianza è minore. Ovviamente, quando si calcola l’indice di Gini dei redditi disponibili la situazione si rovescia (il sistema delle pensioni pubbliche si dimostra più “egualitario” di quello privato), ed anche per questa fascia di età i paesi europei continentali hanno in genere indici più bassi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’Italia, in particolare, è il paese in cui l’indice di Gini dei redditi di mercato è cresciuto di più, fino a divenire il paese con la maggiore diseguaglianza tra quelli considerati nel grafico (per la verità, tra i 29 paesi considerati dall’OCSE<strong>[5]</strong>, solo la Polonia ha un indice di Gini dei redditi di mercato leggermente più alto dell’Italia). Verso la metà degli anni ottanta questo indice era in Italia paragonabile a quello degli altri paesi europei, ma nei decenni successivi è aumentato velocemente. In particolare l’indice di Gini dei redditi di mercato per gli adulti in età lavorativa in Italia risulta il terzo più alto tra i 25 paesi su cui sono disponibili le rilevazioni (dopo il Portogallo e la Polonia). L’indice passa dallo 0,39 della metà degli anni 80 allo 0,49 della metà degli anni 2000. La media dei paesi OCSE in quest’ultima data è 0.4. La maggiore crescita è concentrata tra l’inizio e la metà degli anni ‘90 (dallo 0.4 allo 0.47)<strong>[6]</strong>. Occorrerà riflettere sulle cause di questa diseguaglianza, rintracciabili nella divisione tra Nord e Sud del paese, nel minore tasso di attività e nella minore quota dei salari rispetto al reddito sperimentata nel nostro paese. A questo proposito è significativo confrontare tra loro l’andamento dell’indice Gini ai prezzi di mercato per gli adulti in età lavorativa e l’andamento della quota dei salari sul reddito (calcolata come media per quinquennio).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri21.jpg" height="365" width="485" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6>Figura 2: elaborazione da dati OCSE</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come si può notare al segno tendenzialmente positivo dell’andamento dell’indice di Gini corrisponde il segno decisamente negativo dell’andamento della quota dei salari.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Anche per quanto riguarda i redditi di mercato degli adulti in età di pensione l’indice è molto alto (0,86), con una tendenza alla crescita che persiste in modo consistente anche dopo la metà degli anni 90. Anche in questo caso l’Italia raggiunge  il terzo valore più alto tra i 25 paesi, dopo quello della Repubblica Slovacca e quello della Repubblica Ceca.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Conviene ora riassumere i punti principali di quanto fino ad ora visto:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">a) l’ indice di Gini calcolato sui redditi di mercato mostra un trend alla crescita per la maggior parte dei paesi sviluppati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">b) l’indici di Gini calcolato sui redditi di mercato risulta in generale più alto per i paesi europei continentali che per i paesi anglosassoni e il Giappone.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">c) la differenza tra questi gruppi di paesi sembrerebbe legata in modo particolare al più alto valore dell’indice per la popolazione in età da pensione che i paesi europei continentali sperimentano in relazione al diverso peso del settore pubblico nei loro sistemi pensionistici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">d) l’Italia mostra una crescita dell’indice di Gini dei redditi di mercato maggiore rispetto agli altri paesi dell’OCSE. Verso la metà degli anni ottanta l’indice era paragonabile a quello degli altri paesi europei continentali, mentre verso la metà degli anni 2000 l’indice del nostro paese risulta molto più alto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">4. Guardando all’indice di Gini dei redditi disponibili, dopo che l’azione dello stato ha fatto sentire i suoi effetti, la situazione cambia sostanzialmente. L’azione dello stato è essenziale per eliminare gli aspetti più pesanti e destabilizzanti per la coesione sociale della diseguaglianza nella distribuzione del reddito ed è particolarmente efficace, in questo senso, nei paesi Europei continentali. Se questi paesi sperimentano valori dell’indice più alti quando sono calcolati sui redditi di mercato, mostrano invece valori sostanzialmente più bassi quando sono calcolati sui redditi dopo le tasse e i trasferimenti rispetto ai paesi anglosassoni e al Giappone.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri31.jpg" height="334" width="485" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6>Figura 3: elaborazione da dati OCSE</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Anche dopo l’intervento dello stato, per molti paesi i valori dell’indice sono crescenti negli ultimi decenni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come sempre l’Italia mostra caratteristiche particolari, ed il suo è l’indice più alto dopo quello degli Stati Uniti tra i paesi considerati nel precedente grafico, nonostante l’intervento pubblico di redistribuzione del reddito sia nel nostro paese consistente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri41.jpg" height="170" width="491" /></span></p>
<h6> Tabella 1: elaborazione da dati OCSE</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come si può notare dalla precedente tabella, la differenza tra i valori dell’due indice calcolati sulle due differenti basi in termini assoluti è infatti più alta in Italia e in Germania, seguite subito dopo dalla Francia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dal punto di vista della variazione percentuale dell’indice, che può in qualche modo indicare l’efficacia dell’intervento pubblico, l’Italia si colloca invece un po’ al di sotto delle variazioni della Francia e della Germania, ma comunque molto al di sopra del Giappone, del Regno Unito e degli Stati Uniti. Per questi ultimi i valori sia assoluti che percentuali delle variazioni dell’indice sono molto bassi in rapporto a tutti gli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili del totale della popolazione, l’Italia si colloca, tra i 31 paesi<strong>[7]</strong> di cui l’Ocse stima l’indice, al 6 posto, dopo Messico, Turchia, Stati Uniti, Portogallo e Polonia, e sempre al sesto posto anche per l’indice di Gini per gli adulti in età lavorativa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’efficacia dell’intervento statale nel far diminuire l’indice di diseguaglianza per gli adulti in età lavorativa è in percentuale del 28,57% (in questa classifica l’Italia si colloca al 13 posto tra i 25 paesi per i quali è possibile effettuare il confronto).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda i redditi della popolazione in età da pensione, l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili dell’Italia si colloca al 9° posto nella classifica dei 31 paesi dell’OCSE, con un valore di 0,31, pari a quello della Francia e della Spagna (l’indice medio è 0,29). Ovviamente questo dato aggregato di per sé non comporta un giudizio necessariamente favorevole verso il sistema pensionistico italiano. Segnala però fortemente che i cambiamenti del sistema (sia le riforme passate che quelle a venire) che attenuino l’effetto redistributivo senza considerare l’alta diseguaglianza di mercato sono molto pericolosi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Due considerazioni sorgono spontanee, dopo questa analisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La prima, già nota, è che il modello di sviluppo che si è affermato nei paesi a capitalismo avanzato dagli anni 80 in poi sembra essere generalmente caratterizzato da un aumento delle diseguaglianze. Questo aumento è stato consistente anche nella popolazione in età lavorativa. Una proposta di politica economica di sinistra non può non porre con forza al centro della sua riflessione questo processo e la ricerca dei modi di invertire decisamente la tendenza. Un riformismo rinunciatario ed esangue che accetti il quadro di questo sviluppo come naturale, apportando modesti correttivi di dubbia efficacia, può solo far perdere rilevanza alle forze che lo propongono e snaturare l’identità delle forze progressiste, come in parte è purtroppo già avvenuto. Che la crescita della diseguaglianza non sia un prezzo necessario da dover pagare per svilupparsi né un fenomeno imposto da presunte leggi universali dell’economia cui non è possibile sottrarsi è poi dimostrato dal fatto che la performance della Francia, che pure non sperimenta bassi tassi di crescita, è stata del tutto diversa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La seconda considerazione riguarda l’Italia, in cui il problema si pone in modo ancora più drammatico. Possibili “riforme” che attenuino la funzione redistributiva dello stato, legate all’obiettivo di ridurre il deficit del bilancio pubblico perseguito indipendentemente da ogni altra considerazione e ispirate ad una ingannevole “modernizzazione”, rischiano di farci precipitare verso una condizione economica e sociale letteralmente da paese arretrato. Questa modernizzazione spinge infatti ad allargare la sfera d’azione di mercato rispetto a quella della redistribuzione pubblica, ma bisogna tener conto che in questo senso l’Italia è svantaggiata rispetto agli altri paesi sviluppati. Anche coloro che con cinismo pensano di perseguire i propri interessi personali senza considerare l’interesse generale si troveranno per la maggior parte in condizioni peggiori se un aumento delle diseguaglianze effettive ci porterà ad una situazione sociale esplosiva e insostenibile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Copiare i paesi anglosassoni solo nel diminuire l’efficacia dell’azione pubblica, senza porre in moto politiche di correzione della formazione delle ampie diseguaglianze di “mercato” non solo non è una politica auspicabile, ma è probabilmente destinata a causare effetti disastrosi.</p>
<h6></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] OECD, </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"><em>Growing unequal. Income Distribution and Poverty in Oecd Countrie</em></span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">s, Parigi, 2008.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] OECD, <a target="_blank" href="http://www.oecd.org/dataoecd/32/20/47723414.pdf">Growing Income Inequality in Oecd Countries: What Drives It and How Policy Can Tackle It?</a>.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Per redditi di mercato l’OCSE intende la somma dei redditi da salari e stipendi, lavoro autonomo e proprietà (reddito dei fattori) più le pensioni private. I redditi di mercato più i trasferimenti pubblici meno le tasse e i contributi sociali dei lavoratori sono i redditi disponibili. (Oecd, <em>Growing unequal</em>, p.98).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] I dati da cui sono tratte la presente elaborazione e le successive possono essere consultati nel sito<a target="_blank" href="http://www.oecd.org/document/14/0,3746,en_2649_33933_38910286_1_1_1_1,00.html"> www.oecd.org/els/social/inequality</a>.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] Si noti che il numero dei paesi per i quali sono disponibili i dati ed è possibile fare confronti variano da caso a caso.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[6] Questo dato va comunque preso con cautela, perché, come avverte l’OCSE, dal 1995 il reddito su cui è calcolato l’indice in Italia è stato infatti definito e calcolato diversamente, tenendo conto dei redditi derivanti dai patrimoni finanziari e dei valori imputati dei benefici di cassa. I dati relativi agli anni precedenti sono interpolati per tener conto della nuova definizione. E’altamente probabile che l’inclusione dei redditi finanziari dal 1995 abbia essa stessa causato uno spostamento verso l’alto dell’indice. Il dato fondamentale, comunque, è che gli indici siano sempre crescenti, sia prima che dopo il 1995.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[7] Il numero dei paesi per cui è calcolato dall’OCSE l’indice sui redditi disponibili è maggiore di quello per cui è calcolato l’indice sui redditi di mercato.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Come calcolare correttamente la riduzione dei salari</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 13:57:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Antonella Stirati]]></category>

		<category><![CDATA[Giulio Zanella]]></category>

		<category><![CDATA[lavoratori autonomi]]></category>

		<category><![CDATA[Lettera degli economisti]]></category>

		<category><![CDATA[produttività media del lavoro]]></category>

		<category><![CDATA[quota dei redditi da lavoro]]></category>

		<category><![CDATA[salari]]></category>

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		<description><![CDATA[In precedenti contributi a questa rivista (come del resto in numerose e autorevoli altre sedi) si è sostenuto che negli ultimi decenni vi è stata una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente di grande portata. Intorno a questo si è sviluppata una discussione che ha visto un mio commento a un post di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/salario.jpg" style="width: 298px; height: 206px" height="200" width="254" /></span>In precedenti contributi a questa rivista (come del resto in numerose e autorevoli altre sedi) si è sostenuto che negli ultimi decenni vi è stata una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente di grande portata. Intorno a questo si è sviluppata una discussione che ha visto un mio commento a un post di Giulio Zanella ed una sua risposta (noisefromamerica 7/1/2011), che difende alcune scelte metodologiche relative all’uso dei dati che io avevo criticato. La questione è rilevante, in quanto il modo in cui si utilizzano i dati può permette di vedere, o invece offuscare, l’entità di un fenomeno che ha evidentemente una grande rilevanza sociale ed economica. Se infatti la redistribuzione del reddito è avvenuta e ha dimensioni rilevanti, ne discendono problemi di equità e coesione sociale, e anche conseguenze macroeconomiche negative per l’andamento dei consumi, e quindi della domanda aggregata e dell’occupazione (si veda in proposito Stirati, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/le-premesse-teoriche-della-lettera-e-i-vetero-liberisti/">le premesse teoriche della lettera degli economisti</a>, su questa rivista).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La materia del contendere riguarda in particolare due punti:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1 – se sia più opportuno utilizzare la quota dei redditi da lavoro sul PIL “corretta” mediante l’imputazione al lavoro autonomo di un reddito da lavoro pari al reddito medio da lavoro dipendente o, come suggerito da Zanella, la quota sul PIL dei redditi del solo lavoro dipendente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2 – se (come sostenuto da Zanella) l’incremento delle imposte indirette sia determinante nel causare la riduzione della quota del lavoro dipendente in Italia e se quest’ultima diminuisca quindi a favore “del governo” piuttosto che dei redditi da capitale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dato che la discussione nei paragrafi successivi potrebbe risultare un po’ tecnica per non economisti, riassumo qui il senso delle mie argomentazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda il primo punto, l’uso della quota del lavoro “corretta” ci permette di avere un dato che riflette <em>unicamente </em>il rapporto tra salario e prodotto medio per lavoratore, mentre la quota non corretta riflette <em>anche </em>il rapporto tra lavoro dipendente e occupazione totale, che è cresciuto negli ultimi decenni in tutti i paesi industrializzati, spesso in misura rilevante. La crescita di tale rapporto fa aumentare la quota dei redditi da solo lavoro dipendente, offuscando così gli effetti negativi sulla quota stessa della caduta del rapporto tra salario e prodotto per lavoratore e impedendo quindi di identificare e quantificare correttamente gli effetti del cambiamento nella distribuzione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda il secondo punto, un uso appropriato dei dati mostra che la quota dei redditi da lavoro è diminuita in Italia a favore dei redditi da capitale e che la crescita delle imposte indirette non è determinante nella variazione della quota dei redditi da lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vorrei infine precisare che le argomentazioni che seguono riguardano strettamente l’uso appropriato dei dati per rispondere alle domande che ci poniamo, e non derivano quindi da una particolare interpretazione dei dati stessi o dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>Perché utilizzare la quota corretta</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La principale obiezione di Zanella all’uso della quota corretta (cioè stimata attribuendo ai lavoratori autonomi un reddito da lavoro pari a quello dei dipendenti) è che qualsiasi suddivisione dei redditi da lavoro autonomo tra redditi da lavoro e redditi da capitale è arbitraria. Si potrebbe osservare che, arbitrario per arbitrario, sembra comunque più ragionevole attribuire una parte del reddito degli autonomi ad attività lavorativa piuttosto che considerarlo per intero come reddito da capitale. Tuttavia non voglio entrare in questa discussione, perché essa in realtà <em>non è rilevante</em> per il nostro problema, che <em>non </em>è relativo alla natura ed entità dei redditi da lavoro autonomo.Come correttamente osserva Zanella (p.3 della replica su noisefromamerica) la domanda che ci poniamo è qual è la distribuzione che si realizza tra lavoro dipendente e capitale. Idealmente, per rispondere a questa domanda, noi dovremmo considerare il valore aggiunto prodotto in media da una unità di lavoro dipendente e chiederci in che proporzione esso sia destinato alla retribuzione media di una unità di lavoro dipendente. Dovremmo cioè considerare il rapporto tra reddito medio per unità di lavoro dipendente e PIL per unità di lavoro dipendente (indichiamo tale rapporto, in simboli, come <em>r/prd</em>). I dati statistici ci consentono di conoscere il primo (<em>r</em>) ma non il secondo (<em>prd</em>). Non siamo infatti in grado di separare il PIL prodotto dai lavoratori dipendenti da quello prodotto dai lavoratori autonomi. La migliore approssimazione che possiamo avere è quindi il rapporto tra reddito medio per unità di lavoro dipendente e prodotto medio per unità di lavoro complessivamente prestato, sia dipendente che autonomo (cioè la produttività media del lavoro, che indico con<em> pr</em>).<strong>[1]</strong> Allora il punto è che la quota del lavoro “corretta” equivale proprio al nostro <em>r/pr </em>. Che sia così risulta evidente dai rapporti di equivalenza puramente definitori illustrati qui sotto:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Quota del lavoro “corretta” ≡  r x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi) / pr x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Da cui</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Quota del lavoro “corretta” ≡  r/pr</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il valore della quota corretta quindi dipende <em>unicamente </em>da reddito medio da lavoro dipendente e produttività media del lavoro;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">se consideriamo invece la quota non corretta abbiamo:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Quota del lavoro ≡ r x lavoratori dipendenti / pr x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E quindi</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Quota del lavoro ≡ ( r/pr) x (lavoratori dipendenti/ lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quindi, come già argomentato nel mio precedente commento, la quota non corretta riflette <em>contemporaneamente due variabili</em>: il rapporto tra reddito da lavoro e produttività ed il rapporto tra lavoro dipendente e occupazione totale, e non consente quindi di distinguere a quale di queste due variabili sia dovuto il livello e/o il cambiamento della quota.<strong>[2]</strong> Se la domanda che ci poniamo riguarda la distribuzione del reddito nell’ambito del rapporto di lavoro dipendente la quota corretta rappresenta il dato più “pulito” che possiamo avere, mentre la quota non corretta rappresenta un dato “sporco” un dato cioè che da’ una risposta non interpretabile senza ulteriori informazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>Perché usare il PIL stimato al costo dei fattori quando si guarda all’andamento delle quote</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come vedremo la questione è dal punto di vista metodologico simile alla precedente, in quanto anche in questo caso si tratta di scegliere tra un dato che riflette esclusivamente l’andamento della distribuzione (il rapporto <em>r/pr</em>) e uno che riflette contemporaneamente l’andamento della distribuzione e di un’altra grandezza.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Zanella suggerisce l’uso della quota stimata sul PIL ai prezzi di mercato (comprensivo cioè delle imposte indirette nette) e non del PIL al costo dei fattori, con la motivazione che quelle imposte fanno parte del reddito, perché qualcuno le paga. Argomenta poi che l’incremento delle imposte indirette grava principalmente sui redditi da lavoro, in quanto trova una stretta relazione tra aumento delle imposte indirette e riduzione della quota del reddito che va al lavoro dipendente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Certamente è vero che le imposte fanno parte del reddito perché qualcuno le paga, ma di nuovo il punto non è questo. Il punto è che <em>per come sono costruiti</em>, da questi dati noi non possiamo vedere quanto tali imposte effettivamente ricadono sui diversi tipi di reddito. In questi dati infatti <em>per costruzione</em> il PIL ai prezzi di mercato viene ottenuto sommando ai redditi primari (che coincidono con il PIL al costo dei fattori) l’ammontare delle imposte indirette nette. Quindi, <em>a parità di redditi primari distribuiti</em>, un aumento di tali imposte determina un aumento del PIL ai prezzi di mercato. Pertanto la relazione negativa trovata da Zanella tra l’andamento della quota dei redditi da lavoro sul PIL ai prezzi di mercato e l’andamento delle imposte indirette nette ha natura <em>puramente contabile</em> e deriva dal cambiamento del denominatore della frazione (il PIL ai prezzi di mercato) che per costruzione diventa più grande all’aumentare delle imposte. Come mostrano i grafici qui sotto una relazione del tutto simile e simmetrica esiste, ovviamente per la stessa ragione, anche tra l’andamento delle imposte indirette e l’andamento della “quota del capitale” (i dati sono tratti dal database Ameco, 2009).  In sostanza quindi, mentre le quote misurate sul PIL ai prezzi di mercato riflettono oltre alla distribuzione del reddito tra lavoro dipendente e capitale anche l’andamento delle imposte indirette (che cambiano il valore del denominatore) le quote stimate sul PIL al costo dei fattori non dipendono da cambiamenti nelle imposte indirette e rappresentano quindi un dato più “pulito” cioè più chiaramente interpretabile per rispondere alla domanda che ci stiamo ponendo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questo naturalmente non significa che, da un punto di vista economico, le imposte indirette non abbiano effetti avversi ai lavoratori – è infatti ben noto che esse tendono a gravare in misura proporzionalmente maggiore sui redditi bassi<strong>[3]</strong> - ma significa che non sono questi i dati che possono darci delle informazioni in merito.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-1.JPG" height="297" width="492" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2.JPG" height="297" width="492" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>Perché guardare alla distribuzione primaria?</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Zanella si chiede perché guardare alla distribuzione primaria piuttosto che al reddito disponibile delle famiglie, che dipende anche dall’attività redistributiva del settore pubblico attraverso le imposte e i trasferimenti (e, bisognerebbe aggiungere, anche attraverso la produzione di beni e servizi pubblici). La principale risposta, molto semplice, è che la distribuzione primaria del reddito è di per sé molto rilevante, ed i suoi cambiamenti per molto tempo non sono stati colti dagli economisti proprio perché è invece stata trascurata come oggetto di studio.<strong>[4]</strong> La redistribuzione del reddito per via fiscale inoltre può in parte correggere, ma non è generalmente in grado di ribaltare le tendenze poste in essere dall’andamento della distribuzione primaria, e ciò meno che mai in Italia, dove il prelievo fiscale diretto di fatto pesa in proporzione molto più elevata sui redditi da lavoro dipendente che su altri tipi di reddito.I</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, i dati appropriati a rispondere alla domanda su come è cambiata la distribuzione tra redditi da lavoro dipendente e redditi da capitale sono quelli utilizzati nel mio precedente commento (e in generale nella letteratura scientifica sull’argomento), e indicano un rilevante cambiamento a sfavore del lavoro dipendente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Questa approssimazione non comporta errori troppo gravi se riteniamo che <em>in media </em>il lavoro autonomo non abbia una produttività molto diversa da quella del lavoro dipendente. E in ogni caso, i dati non ci consentono di fare meglio di così.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] Ai lettori non addetti ai lavori può essere forse utile un esempio numerico: supponiamo che nel paese A nel 1970 il rapporto tra reddito medio di un lavoratore dipendente e il prodotto per lavoratore fosse il 70% e che i lavoratori dipendenti fossero ½ degli occupati totali. Supponiamo che nello stesso paese, nel 2011, il rapporto tra reddito da lavoro dipendente e prodotto per lavoratore sia 50% mentre i lavoratori dipendenti sono diventati  ¾ del totale degli occupati. La quota “corretta” dei redditi da lavoro sul PIL era il 70% nel 1970 ed è nel 2011 il 50%. La quota non corretta era pari a 70 x ½ =35% nel 1970 e 50 x 3/4=37,5% nel 2011. Se si guarda la quota non corretta quindi si ha l’impressione che poco sia cambiato, mentre in realtà non è così: vi sono stati due cambiamenti importanti, nella distribuzione e nella proporzione di lavoratori dipendenti sul totale, che si compensano tra loro.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Le imposte indirette pesano di più sui redditi bassi perché questi vengono per intero o quasi spesi in beni di consumo gravati da IVA, mentre i redditi più elevati in proporzione maggiore vengono risparmiati e quindi non destinati ad acquisti di beni gravati da imposta.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] Ulteriori considerazioni hanno a che fare con la qualità e confrontabilità dei dati usati dagli studi sulla distribuzione personale del reddito, i quali richiedono grande cautela e competenza nell’interpretazione e nel confronto tra periodi o tra paesi. Questo non significa che non bisogna utilizzarli, ma che non possono sostituire le informazioni sulla distribuzione primaria.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Uno “standard retributivo” per tenere unita l’Europa</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/uno-standard-retributivo-per-tenere-unita-leuropa/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 12:50:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La crisi europea non è finita: la divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta sta alimentando squilibri potenzialmente letali per l’Unione monetaria. Occorre uno “standard retributivo” per ridurre lo sbilanciamento tra paesi in surplus e paesi in deficit commerciale. L’interesse generale all’unità europea coincide con gli interessi dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-brancaccio-1.jpg" style="width: 344px; height: 296px" height="296" width="394" /><em>La crisi europea non è finita: la divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta sta alimentando squilibri potenzialmente letali per l’Unione monetaria. Occorre uno “standard retributivo” per ridurre lo sbilanciamento tra paesi in surplus e paesi in deficit commerciale. L’interesse generale all’unità europea coincide con gli interessi dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sembrano lontani i tempi in cui Olivier Blanchard e Francesco Giavazzi (2002) consideravano l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Da qualche anno la loro tesi appare superata, e va invece diffondendosi tra gli studiosi una chiave di lettura molto meno rassicurante degli sbilanciamenti nel commercio intra-europeo. Stando a questa interpretazione alternativa la crisi dell’unità europea non può banalmente derivare da finanze pubbliche fuori controllo ma sembra piuttosto essere associata a un problema di indebitamento complessivo, sia pubblico che privato, e in particolare a uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi membri dell&#8217;Unione. Più precisamente si ritiene che la crisi sia alimentata da una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area, che determina surplus crescenti soprattutto per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi “periferici” dell’Unione. Numerosi analisti iniziano in questo senso a temere che lo squilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero possa rivelarsi un grave fattore di instabilità e una potenziale minaccia per la tenuta futura dell’Unione monetaria.<strong>[1] </strong>Persino il Consiglio e la Commissione europea, solitamente riluttanti sul tema, hanno iniziato a riconoscere che uno squilibrio eccessivo nei commerci intra-europei accresce l’instabilità e il rischio di nuove crisi.<span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"> </span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"></span>Ma quali sono le cause degli squilibri commerciali interni alla zona euro? Per quale motivo la Germania continua ad accumulare surplus mentre Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna tendono sistematicamente al deficit nei conti con l’estero? Limitarsi ad affermare che i paesi &#8220;periferici&#8221; spendono troppo mentre la Germania spende troppo poco è tautologico. Più interessante ci sembra la tesi secondo cui gli attuali scompensi commerciali sarebbero almeno in parte da imputare ad una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta dei vari paesi dell&#8217;Unione. E&#8217; questa una interpretazione di cui si discute da tempo e che raccoglie il parere favorevole di svariati esperti. Di recente tuttavia Charles Wyplosz (2011) ha respinto con risolutezza questa spiegazione. L’economista del Graduate Institute di Ginevra riconosce che dal 1999 ad oggi in Germania i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività, per cui il costo unitario del lavoro si è ridotto e la competitività è aumentata rispetto agli altri paesi. Egli però aggiunge che il cambiamento relativo dei costi unitari non ha quasi mai superato i dieci punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi unitari, Wyplosz arriva a concludere che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.<span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"> </span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Wyplosz è uno dei massimi esperti in tema di unione monetaria. Le sue conclusioni dovrebbero quindi almeno in parte rassicurarci sulla tenuta futura della zona euro. In realtà esse non appaiono convincenti, per almeno due motivi. In primo luogo, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte alla eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. In quest’ottica si dovrebbe quindi tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro. Il grafico seguente offre in tal senso alcune indicazioni:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-brancaccio.JPG" style="width: 585px; height: 462px" height="462" width="615" /></p>
<h6> Fonte: Brancaccio (2008) su dati OECD</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La figura mostra l’andamento effettivo dei costi monetari del lavoro per unità di prodotto dal 1999 al 2007, mentre per gli anni successivi descrive la loro proiezione lineare. Dal grafico si evince che se le linee di tendenza che hanno caratterizzato il primo decennio di vita della zona euro venissero confermate anche in futuro, la divaricazione tra i costi assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe in termini assoluti a fronte di incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. In pochi anni la forbice tra i costi sarebbe dunque tale da generare divari di competitività senza precedenti. Essa potrebbe quindi condurre a quella che Krugman (1995) ha definito una “mezzogiornificazione” delle periferie europee, vale a dire desertificazioni produttive e migrazioni di massa dalle aree più deboli dell’Unione. Vi è chi reputa questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei in atto da tempo, e della connessa tendenza alla “egemonizzazione tedesca” dell’Europa. Se così fosse si tratterebbe di un processo altamente rischioso, che potrebbe a un certo punto pregiudicare la sopravvivenza stessa dell’attuale Unione monetaria.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Per esempio, se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini. Ora, eventuali aumenti del margine di profitto modificano la distribuzione del reddito: la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Di conseguenza, poiché la propensione al consumo sui salari è in genere molto più alta della propensione al consumo sui profitti,<strong>[2]</strong> lo spostamento distributivo a favore di questi ultimi provocherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco. Oltre al consueto effetto che passa per i prezzi e per la competitività esiste dunque un secondo effetto squilibrante che passa per la distribuzione e la domanda. Wyplosz e in generale gli economisti mainstream tendono a trascurare questo fenomeno aggiuntivo, eppure esso può risultare più potente di quello tradizionale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dunque la causa degli squilibri intra-europei può essere almeno in parte rintracciata nella divaricazione tra i costi del lavoro per unità prodotta, si pone il problema di individuare un criterio per contrastare questa tendenza. Ma quale meccanismo potrebbe concretamente arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi? Nelle trattative in corso sulla riforma del Patto di stabilità, alcune forze in seno al Consiglio europeo insistono affinché si affermi ancora una volta l’idea che il mercato, lasciato a sé stesso, sarebbe in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Nei documenti preparatori della riforma si trovano infatti varie esortazioni, rivolte ai paesi in deficit con l’estero, ad accrescere ulteriormente la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire gli ultimi scampoli di indicizzazione dei salari. In sostanza, si vorrebbe che il Consiglio sollecitasse i paesi tendenti al deficit commerciale ad abolire i residui lacci normativi e contrattuali che disciplinano i rapporti di lavoro e li esortasse per questa via a lanciarsi all’inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi. In effetti questa ennesima istigazione al dumping e alla deflazione salariale non costituisce una novità. Si tratta di una politica già ampiamente sperimentata in passato. A conti fatti, essa non sembra aver minimamente contribuito ad attenuare gli squilibri e questa volta potrebbe anche far piombare l’Europa in una nuova recessione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un’alternativa alla linea di indirizzo descritta tuttavia esiste. Potremmo definirla “standard salariale” o “standard retributivo europeo”. Lo “standard” opererebbe su due pilastri: 1) Tutti i paesi membri dell’Unione dovrebbero esser tenuti a garantire una crescita delle retribuzioni reali almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro (la definizione di “retribuzioni reali” può essere estesa fino a includere beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale); l’obiettivo è di interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa<strong>[3]</strong> e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue, vista la maggior propensione al consumo dei salari rispetto ai profitti;<strong>[4]</strong> 2) Al di sopra della crescita minima, lo “standard” legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali, allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero; in particolare, i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In sostanza, il primo pilastro dello “standard” opera in chiave di redistribuzione sociale, il secondo pilastro agisce sul riequilibrio commerciale, ma entrambi sono orientati al rilancio complessivo della domanda e del reddito europei.<strong>[5]</strong> Infine, la cogenza: i paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo “standard” dovrebbero essere sottoposti a sanzioni analoghe a quelle previste dai Trattati europei nel caso di deficit pubblici “eccessivi”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Da un punto di vista concettuale la proposta di “standard retributivo” segue la fondamentale lezione di Keynes secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso una espansione della domanda da parte di questi ultimi anziché una contrazione da parte dei primi. La proposta dovrebbe inoltre esser concepita come tassello di un piano più generale, che miri finalmente all’attivazione di un motore “interno” dello sviluppo economico e sociale europeo. Infine, un aspetto politicamente interessante dello “standard” è che esso rivela che l’interesse generale alla unità europea coincide con gli interessi dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci.<strong>[6]</strong> Lo “standard” riesce in tal senso a generare una potenziale convergenza di interessi tra lavoratori appartenenti a paesi diversi, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro. Per questo motivo potremmo definirlo un esempio concreto e non retorico di internazionalismo del lavoro.<strong>[7]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Naturalmente resta tutta da verificare la possibilità che a breve si riescano a smuovere le istituzioni dell’Unione nella direzione suggerita dallo “standard”. Un buon avvio potrebbe consistere in una ipotesi alternativa di riforma del Patto di Stabilità da parte dei partiti socialisti e delle sinistre europee. Si potrebbero inoltre rimodulare le iniziative sul salario minimo già avviate in seno al Parlamento europeo, al fine di renderle conformi alla logica generale dello “standard retributivo”. Ad ogni modo, quel che più conta, per il momento, è diffondere la consapevolezza che l’unità europea è minacciata anche da forze centrifughe che stanno ampliando a livelli potenzialmente insostenibili la forbice tra i costi unitari del lavoro. La pretesa di contrastare queste forze affidandosi alle consuete ricette liberiste potrebbe generare effetti contrari alle attese e danni irreparabili.<strong>[8]</strong></p>
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<h6><strong>Riferimenti bibliografici</strong></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Alesina, A., Perotti, R. (2010), <a target="_blank" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001782-351.html//">Ricette sbagliate: più spesa in Germania</a>,18 giugno.</span><span style="line-height: normal; font-size: 16px; font-weight: normal" class="Apple-style-span"> </span></h6>
<h6><span style="line-height: normal; font-size: 11px; font-weight: normal" class="Apple-style-span">Banca d’Italia (2010), I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2008, Supplemento al bollettino statistico, n. 8, 10 febbraio.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Blanchard, O., Giavazzi F. (2002), Current Account Deficits in the Euro Area: the End of the Feldstein-Horioka Puzzle?, Brookings Papers on Economic Activity, n. 2.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Brancaccio, E. (2008), Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, Studi Economici, n. 96.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Giavazzi, F., Spaventa L. (2010), <a target="_blank" href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/5680">The European Commission’s proposals: Empty and useless</a>,  14 October.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Brancaccio, E. (2010), L’afflato europeista alla prova dei dati, in Brancaccio E., La crisi del pensiero unico, 2° ed., Franco Angeli, Milano.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Graziani, A. (2002), The Euro: an Italian Perspective, International Review of Applied Economics, 16, 1.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Hein E., Vogel L. (2008), Distribution and growth reconsidered: empirical results for six OECD countries, Cambridge Journal of Economics, 32.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Krugman, P. (1995), Geografia e commercio internazionale, Garzanti (ed. orig. Geography and Trade 1991).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Stockhammer E., Onaran O., Ederer S. (2009), Functional income distribution and aggregate demand in the Euro area, Cambridge Journal of Economics, 33.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Wyplosz, C. (2011), <a target="_blank" href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/5986">Happy 2011?</a>, 5 January.</span></h6>
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<h6>[1] Tra i precursori di questa tesi, cfr. Graziani (2002).</h6>
<h6>[2] Per una stima delle elasticità dei consumi rispetto ai salari e ai profitti in sei paesi OECD cfr. Hein e Vogel (2008); per una stima delle elasticità in Europa cfr. Stockhammer (2009). Per l’Italia, si veda l’indagine campionaria della Banca d’Italia (2010) sui consumi delle famiglie nell’anno 2008.</h6>
<h6>[3] Dalla metà degli anni Settanta al 2007 i primi 12 paesi che fanno attualmente parte della Unione monetaria europea hanno visto diminuire complessivamente la quota salari di oltre 11 punti percentuali; nello stesso periodo la quota salari è diminuita in Germania di 16 punti percentuali, in Francia di 12 punti, in Italia di 7 punti (database AMECO).[4] Stockhammer (2009) stima che una riduzione annuale dell1% della quota salari è correlata in Europa con una riduzione dello 0,35% del Pil. Considerato che in un trentennio la quota salari europea è diminuita di oltre 11 punti percentuali, si può ritenere che l’effetto depressivo cumulato sul livello del Pil europea possa essersi avvicinato ai 10 punti percentuali.</h6>
<h6>[5] Riguardo al primo pilastro, in linea di principio si potrebbe anche fissare una crescita retributiva minima più modesta, consistente ad esempio nell’obiettivo di assicurare la costanza delle retribuzioni reali. In tal modo tuttavia si depotenzierebbe la funzione anti-recessiva dello “standard”, e ciò probabilmente avrebbe anche ripercussioni negative sull’obiettivo di riequilibrare le bilance commerciali.[6] I lavoratori tedeschi potrebbero esser particolarmente interessati allo “standard retributivo”. Questo è un punto di estremo rilievo, che evidenzia l’estrema opinabilità delle riflessioni politiche di Alesina e Perotti (2010), secondo i quali in Germania non vi sarebbe alcun interesse ad assecondare processi di convergenza basati sull’adozione di politiche espansive da parte dei paesi in surplus.</h6>
<h6>[7] Sulla necessità di individuare criteri per superare la contraddizione tra retorica europeista e fenomeni di divergenza tra le condizioni materiali di lavoratori appartenenti a paesi diversi, cfr. Brancaccio (2010).</h6>
<h6>[8] Così come rischia di generare effetti contrari alle attese il suggerimento di introdurre vincoli alla espansione del credito interno, recentemente avanzato da Giavazzi e Spaventa (2010). Nel loro intervento i due economisti esaminano due proposte di regolamento avanzate dalla Commissione UE nel settembre scorso. Essi giudicano il tentativo della Commissione di introdurre procedure di sanzionamento degli squilibri commerciali “un esercizio vuoto e inutile”, perché a loro avviso eccessivamente generico e quindi pressoché inapplicabile. Una valutazione così tranchant appare tuttavia infondata. Il problema della definizione di una procedura di correzione degli squilibri commerciali non è di ordine tecnico ma politico. Piuttosto, il vero limite del documento della Commissione verte sul fatto che esso rimane ancorato alla prassi di caricare il peso dell’aggiustamento sui paesi debitori. Ad ogni modo, sulla base della loro valutazione i due economisti propongono come alternativa l’introduzione di limiti alla espansione del credito interno. Ora, non vi è dubbio che il boom creditizio abbia fortemente accentuato gli squilibri e l’instabilità del quadro europeo. Giavazzi e Spaventa tuttavia non sembrano considerare il fatto che l’imposizione di limiti ai prestiti, presa isolatamente, avrebbe effetti recessivi tutt’altro che stabilizzanti. La loro proposta andrebbe allora quantomeno affiancata a misure espansive in grado di bilanciarla. Ma di questa necessità nel loro articolo non si fa cenno.</h6>
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		<title>La crisi e le rivolte in Nord Africa</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 10:15:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I sommovimenti sociali che hanno scosso il Nord Africa sono stati attribuiti dai media occidentali a cause interne. Le masse arabe si rivolterebbero contro il dispotismo, aspirando ovviamente al modello occidentale di democrazia. In realtà, se spingiamo la nostra analisi al di là della semplice realtà fenomenica ci rendiamo conto che quanto accaduto è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/libia_proteste_rivolta.jpg" style="width: 380px; height: 283px" height="279" width="414" />I sommovimenti sociali che hanno scosso il Nord Africa sono stati attribuiti dai media occidentali a cause interne. Le masse arabe si rivolterebbero contro il dispotismo, aspirando ovviamente al modello occidentale di democrazia. In realtà, se spingiamo la nostra analisi al di là della semplice realtà fenomenica ci rendiamo conto che quanto accaduto è il riflesso della crisi e della globalizzazione, entrambe fenomeni con epicentro o guidati proprio dall’Occidente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Gli Usa hanno scelto di risolvere la crisi, di cui sono stati origine nel 2007 con lo scoppio della bolla dei subprime, portando i tassi d’interesse del denaro vicini allo zero e immettendo una massa enorme di denaro nell’economia mediante il cosiddetto “quantitative easing”. Questo consiste nell’acquisto di titoli del Tesoro per 600 miliardi di dollari da parte della Banca centrale Usa, cui è stata aggiunta la proroga, per 800 miliardi di dollari, degli sgravi fiscali dell’epoca Bush. In questo modo, lo Stato Usa ha rilanciato il Pil (nel 4° trimestre 2010 al 3,2%) e i profitti delle imprese (+35%) e delle borse, specie di Wall street, che non chiudeva in rialzo per nove settimane di fila dal ’95.<strong>[1]</strong> Si tratta però, come già avvenuto con Bush a seguito della crisi del 2001, di una crescita drogata che non risolve e aggrava la crisi, lasciando inalterata la forte disoccupazione (10%).<strong>[2]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ma gli effetti del “quantitative easing” vanno al di là degli Usa. L’effetto più importante della manovra del governo Obama è la diffusione a livello mondiale dell’inflazione. Bisogna, però, osservare che la politica espansiva non produce necessariamente inflazione, come pretende la teoria monetarista. Infatti, negli Usa e nella Ue i focolai inflazionistici sono o assenti o limitati, anche perché la domanda è fiacca visto che la ripresa è modesta o assente e comunque non ha riassorbito la disoccupazione. L’inflazione che affligge alcune aree mondiali è il prodotto della relazione tra aumento della liquidità e mercati finanziari internazionali.<strong>[3]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Infatti, l’enorme liquidità così creata trova un impiego nelle attività speculative di borsa, che garantiscono profitti maggiori, anziché nell’attività produttiva. Questo anche perché l’industria manifatturiera Usa rappresenta una quota del Pil sempre meno importante e perché non ha neanche lontanamente risolto la forte sovrapproduzione che è alla base dello scoppio della crisi. In particolare, la liquidità in eccesso si è diretta verso il mercato speculativo dei contratti futures sulle materie prime, di cui si è evitata accuratamente la regolamentazione promessa all’epoca dello scoppio della crisi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La speculazione sui contratti futures, come avvenuto già nel 2008, ha innescato un aumento esponenziale di tutte le materie prime, delle quali molte, specie quelle cerealicole, hanno il loro centro di scambio mondiale proprio al Chicago Mercantile Exchange, che è la roccaforte della finanza Usa e la borsa dove si scambiano più opzioni e futures. Tra gennaio 2010 e gennaio 2011, le materie prime energetiche sono aumentate del 20,4%, i metalli del 28,3%, e le materie prime alimentari del 32%. I maggiori aumenti sono stati registrati dal grano (62%) e dal frumento (58,7%).  In particolare, i prezzi di mercato del grano sono passati da 177,5 dollari a tonnellata del 2° trimestre 2010 ai 326 dollari del gennaio 2011.<strong>[4]</strong> Il mercato del grano, inoltre, è stato influenzato dalle pessime condizioni atmosferiche e dai cattivi raccolti di alcuni paesi esportatori, come Russia e Australia, nonché dall’aumento della domanda della Cina, nella quale i cambiamenti climatici hanno ridotto la disponibilità d’acqua, e dell’India, che sconta una cronica scarsa produttività agricola.<strong>[5]</strong> Ad ogni modo, la volatilità dei mercati, determinata dall’andamento altalenante della produzione, è la condizione migliore per chi specula con i futures. Del resto, l’effetto della speculazione riguarda tutte le <em>commodity</em>. Persino il caffè, che non c’entra nulla con l’Australia e la Russia, è cresciuto ai massimi da tredici anni, con un incremento annuo del 103,5%.<strong>[6]</strong> L’aumento delle materie prime alimentari ha avuto un impatto maggiore nei paesi più poveri, dove una quota molto maggiore del reddito viene spesa in alimenti. Mentre in Italia la spesa alimentare ammonta al 17,5% dei consumi, in Egitto raggiunge il 48,1%.<strong>[7]</strong> La ragione per la quale gli effetti della speculazione si sono sentiti di più proprio nel Nord Africa e in Medio Oriente risiede nel fatto che tali aree sono quelle maggiormente dipendenti dai mercati internazionali per l’approvvigionamento alimentare.<strong>[8]</strong> Infatti, il Nord Africa è il principale importatore mondiale di grano (21,4 milioni di tonnellate), seguito dal Medio Oriente (18,72 tonnellate)<strong>[9]</strong>. In particolare, L’Egitto, ormai privo dell’acqua necessaria alla coltivazione del grano e verso il quale la Russia ha recentemente interrotto i rifornimenti, è il primo importatore mondiale, e l’Algeria, che prima di essere convertita alla monoproduzione energetica era un esportatore netto di cerali, il secondo. Di conseguenza, in queste aree i prezzi dei generi alimentari sono incrementati vertiginosamente (del 30% in un mese in Algeria).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Bisogna considerare, inoltre, che in Nord Africa l’aumento dei prezzi alimentari è stato il detonatore che ha innescato l’esplosione in una situazione già gravida di contraddizioni. A questo proposito dobbiamo farci una domanda: perché le rivolte avvengono nel Nord Africa, che, secondo l’Ocse, ha fatto registrare negli ultimi anni uno dei tassi di crescita maggiori del mondo? Proprio l’Egitto, ad esempio, è cresciuto nel 2010 del 5,4%. Il vero problema di questi paesi<strong>[10]</strong> non è il mancato sviluppo, bensì il modello di sviluppo che vi si è affermato. Quello del Nord Africa, a differenza di altre aree emergenti, è un boom economico senza diffusione del benessere. E se la crescita in Nord Africa non crea ricchezza è perché è una crescita dipendente dagli interessi europei e statunitensi, in presenza di compagini statali deboli e subalterne. I benefici della crescita sono andati solo alle imprese e alle banche straniere e a ristrettissime élite locali, la cui funzione è stata quella di “mediatori” dei capitali occidentali, in prima fila francesi e italiani. Alla base c’è, dunque, il modo in cui si sono attuati i processi di internazionalizzazione dell’economia, fondati sulle delocalizzazioni alla ricerca del massimo profitto grazie a bassi salari e mancanza di diritti. Alla fine, però, la contraddizione tra la crescita e la realtà di povertà ha creato il terreno favorevole alla rivolta, che ha avuto prevalenti contenuti sociali ed economici, come prova l’esplosione di scioperi e rivendicazioni salariali in Egitto.<strong>[11]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dunque, il vero problema non sta tanto nel “dispotismo”, ma nell’esistenza di uno specifico sistema di rapporti economici ineguali a livello internazionale, all’interno del quale hanno collocazione funzionale i “despoti”. Per quanto riguarda il Nord Africa, la subalternità è accresciuta dalla dipendenza dai principali esportatori di cereali, Usa, Canada, e Francia.<strong>[12]</strong> Nel 2010 l’Egitto è stata la quinta destinazione dell’export Usa di grano e la quarta di frumento, rispettivamente con incrementi del 129% e del 59% rispetto al 2009.<strong>[13]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ad ogni modo, l’aspetto più rilevante, che emerge ancora una volta anche nei fatti del Nord Africa, è la centralità del ruolo dei mercati finanziari. Grazie al controllo del mercato finanziario mondiale e al possesso del dollaro, la valuta di riserva e di scambio internazionale, quello che è tutt’ora, nonostante il suo declino e la crisi, il centro del sistema economico mondiale, ovvero gli Usa, è capace di generare effetti negativi a livello mondiale. Stampando semplicemente banconote, come avvenuto con il “quantitative easing”, gli Usa portano instabilità nell’economia mondiale, esportando inflazione e trasferendo in tal modo la crisi su altre aree economiche. Non si tratta di una novità, visto che, come ha avuto modo di far notare l’economista Stiglitz, gli Usa avevano fatto lo stesso già nel ’97-98, quando, con il contributo del Fondo monetario internazionale, innescarono le crisi finanziarie dei Paesi del Sud Est asiatico e della Russia. <strong>[14]</strong> I sommovimenti del Nord Africa sono, in questo senso, l’ultimo episodio della crisi mondiale che, ben lontana dall’essere risolta, dal centro si estende a cerchi concentrici verso le aree periferiche del sistema mondiale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>* Economista, consultente Filmcams-CGIL.</em></p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">[1] Marco Valsania, “Wall street festeggia e sfora quota 12mila”, <em>Il sole24ore</em>, 27 gennaio 2011.<br />
[2] Morya Longo, “Alta liquidità e profitti doping di Wall Street il Dow a quota 12mila”,<em> Il sole24ore</em>, 30 gennaio 2011.<br />
[3] International Monetary fund,<a target="_blank" href="http://www.imf.org/external/np/res/commod/Table2-020911.pdf"> Indices of Market Prices for Non Fuel and Fuel Commodities</a>, 2007-2010.</h6>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">[4] International Monetary Fund, <a target="_blank" href="http://www.imf.org/external/np/res/commod/Table3-020911.pdf">Actual market prices for Non Fuel e Fuel Commodities</a>, 2007-2010.<br />
[5] Marcello De Cecco, “Inflazione, flebile risveglio in Occidente Salari e materie prime la infiammano in Cina”, in <em>Affari &amp; Finanza de la Repubblica</em>, 28 febbraio 2011.<br />
[6] <em>Ibidem</em>.<br />
[7] Usda, <a target="_blank" href="http://www.ers.usda.gov/">Economic research service</a>.<br />
[8] La Cina, ad esempio, ha subito meno il colpo della speculazione, in parte perché è meno dipendente dalle importazioni dall’estero, essendo il secondo produttore mondiale di grano (114,5 milioni di tonnellate) , e in parte perché già nei mesi scorsi lo Stato è intervenuto per attutire la fiammata inflazionistica. I tassi d’interesse e la riserva obbligatoria delle banche sono stati innalzati, e provvedimenti amministrativi sono stati adottati per calmierare i prezzi e sostenere la spesa delle famiglie più povere. Infine, in Cina, a differenza che nel Nord Africa, si è avuta una redistribuzione dei benefici della crescita, con forti aumenti salariali nel 2010.<br />
[9] Roberto Bongiorni, “La minaccia del grano incombe su Cairo e Algeri”,  <em>Il sole24ore</em>, 27 gennaio 2011.<br />
[10] Ci riferiamo all’Egitto, alla Tunisia e all’Algeria. La Libia è un caso che presenta peculiarità proprie, soprattutto per la diversa struttura sociale prevalentemente tribale e clanica e non fondata sulle classi, per il conseguente minore sviluppo della struttura dello Stato e per il diverso rapporto con i Paesi occidentali.<br />
[11] Alberto Negri, “Al Cairo ora esplodono gli scioperi”, <em>Il Sole24ore</em>, 10 febbraio 2011 e “Egitto paralizzato ondata di scioperi per salari e lavoro”, <em>Il Sole24ore</em>, 15 febbraio 2011.<br />
[12]<a target="_blank" href="http://faostat.fao.org/site/342/default.aspx"> Food and agriculture organization of the United Nations</a>.<br />
[13] United states Department of Agricolture. <a target="_blank" href="http://www.ers.usda.gov./Data/Fatus/">Top 10 U.S. export market for wheat, corn, soybeans and cotton by volume</a>.<br />
[14] Joseph Stiglitz,<em> La globalizzazione e i suoi oppositori</em>, Einaudi, Torino 2002.</h6>
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		<title>La cultura non sfama. Ovvero la disoccupazione giovanile secondo il Governo</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2011 09:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/la-cultura-non-sfama-ovvero-la-disoccupazione-giovanile-secondo-il-governo/</guid>
		<description><![CDATA[Vengono definiti Neet (Not in employment neither in education nor training). Sono giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni, in età lavorativa, inoccupati, non frequentano scuola o università. Nell’ultimo rapporto ISTAT si legge che la disoccupazione giovanile in Italia ha toccato a novembre il picco più alto dell’ultimo decennio, con un’incidenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/disoccupato.jpg" height="200" width="280" /></span>Vengono definiti Neet (<em>Not in employment neither in education nor training</em>). Sono giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni, in età lavorativa, inoccupati, non frequentano scuola o università. Nell’ultimo rapporto ISTAT si legge che la disoccupazione giovanile in Italia ha toccato a novembre il picco più alto dell’ultimo decennio, con un’incidenza superiore alla media europea. Si rileva un tasso di disoccupazione tra i giovani del 28,9% con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e del 2,4% nel confronto con l’anno precedente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Non vi è dubbio che la crisi ha colpito, e sta colpendo, soprattutto le aree periferiche dello sviluppo capitalistico (Mezzogiorno in primo luogo) e, in queste, le fasce sociali più deboli<strong>[1]</strong>. In tal senso, la crisi viene sempre più assumendo un carattere generazionale, a fronte del quale le risposte del Governo appaiono decisamente discutibili.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema viene imputato al mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro, a sua volta ricondotto a un eccesso di aspettative da parte dei giovani rispetto a una domanda di lavoro, proveniente dalle imprese, orientata essenzialmente al lavoro manuale. Il Ministro Meloni ha efficacemente sintetizzato questa teoria con la considerazione che i giovani italiani soffrono di “inattitudine all’umiltà”, aggiungendo che il Piano per il lavoro che il Governo sta mettendo a punto – basato essenzialmente sul potenziamento del finanziamento dell’apprendistato – costituisce il definitivo “superamento del ‘68”. La linea di politica del lavoro che il Ministro Sacconi si appresta a perseguire viene così chiarita: “Se si dicesse a ogni studente che intende iscriversi a giurisprudenza che per gli avvocati il tasso di disoccupazione è al 30%, e chi lavora guadagna 900 euro al mese, mentre per gli infermieri il tasso di disoccupazione è zero, e lo stipendio di 1600 euro, probabilmente inciderebbe sulle scelte”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La campagna mediatica di delegittimazione dell’Università pubblica ha già posto un tassello importante nella direzione di ciò che si potrebbero definire politiche per la promozione del lavoro manuale<strong>[2]</strong>: ci è stato detto che molte lauree sono inutili, che le sedi universitarie sono troppe, che i docenti universitari sono baroni e fannulloni, esclusivamente impegnati nel trovare un posto di lavoro per i propri parenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La linea Meloni-Sacconi - ridurre la disoccupazione giovanile rendendo meno istruiti i giovani –poggia su una diagnosi sbagliata, per almeno tre considerazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1) Come attestato nell’ultimo rapporto Almalaurea, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei giovani in possesso di titolo di studio inferiore<strong>[3]</strong>. In particolare, si registra che, nell’arco dell’intera vita, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore dei diplomati<strong>[4]</strong>. Dunque, in linea generale, si può affermare che – a maggior ragione in periodi di crisi – gli individui con più alta scolarizzazione sono meno esposti al rischio di licenziamento rispetto ai lavoratori con più bassa istruzione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2) L’assunto che i NEET siano individui altamente scolarizzati è smentito dall’evidenza empirica disponibile. In particolare, l’ultimo rapporto ISTAT convalida, per contro, l’ipotesi opposta. In Italia, solo 60 individui su mille, nell’età compresa fra i 20 e i 29 anni, sono in possesso di laurea, a fronte dei 77 in e degli oltre 80 nel Regno Unito e in Danimarca<strong>[5]</strong>. Stando a questa evidenza, i NEET sono tali non perché ‘eccessivamente’ istruiti, ma perché la domanda di lavoro è bassa, indipendentemente dal fatto che si tratti di domanda di lavoro qualificato o meno.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3) La linea Meloni-Sacconi si basa sulla convinzione che la scolarizzazione abbia l’unica funzione di agevolare l’accesso al mercato del lavoro<strong>[6]</strong>, e che occorra calibrarla sulla base della domanda di lavoro espressa dalle imprese. Merita di essere ricordato che la scolarizzazione diffusa produce effetti sociali ed economici benefici in un orizzonte di medio-lungo termine, anche indipendentemente dal fatto che, nel breve periodo, possano esserci eccessi di istruzione. Fra questi: ad elevati livelli di scolarizzazione è, di norma, associata un’elevata mobilità sociale, un’elevata produttività del lavoro, un’elevata dotazione di ‘capitale sociale’<strong>[7]</strong> (dunque, maggiore propensione al rispetto delle norme, minore incidenza della criminalità, minore offerta di lavoro nell’economia sommersa<strong>[8]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In più, la linea del Governo asseconda un modello di sviluppo che non può che accentuare il problema. Di fatto, essa trova la sua <em>ratio </em>nella constatazione che l’economia italiana è sempre più un’economia periferica, nella quale le imprese, non riuscendo a competere innovando, esprimono una domanda di lavoro poco qualificata. In questo assetto, non è sorprendente il fatto che i salari reali medi sono fra i più bassi nell’ambito dei Paesi industrializzati. Stando all’ultimo rapporto OCSE, si rileva che i salari medi in Italia sono collocati al 23esimo posto su una classifica di 30 paesi. Assecondare questo modello di sviluppo significa contribuire a rendere ancor più periferica l’economia italiana, accentuandone il profilo di un’economia la cui competitività si basa sulla compressione dei costi di produzione: salari e diritti dei lavoratori in primo luogo<strong>[9]</strong>. Ciò dà luogo a una spirale perversa, in larga misura già in atto. La compressione dei salari accentua i differenziali retributivi rispetto alla media dei Paesi industrializzati, incentivando le emigrazioni (in particolare, le emigrazioni intellettuali e degli individui – giovani – con maggiore potenziale produttivo) con conseguente trasferimento di produttività nelle aree centrali dello sviluppo capitalistico<strong>[10]</strong>. Ciò dà luogo a un maggior tasso di crescita in quelle aree rispetto ai Paesi periferici (Italia inclusa) e, dunque, a un aumento della domanda di lavoro (qualificato) in quelle aree, a fronte di una riduzione della domanda di lavoro (qualificato) nelle aree periferiche<strong>[11]</strong>. Ciò porta a un ulteriore aumento dei differenziali salariali e a un ulteriore impoverimento delle aree periferiche. Si osservi che questo meccanismo è generato spontaneamente dalle dinamiche del mercato<strong>[12]</strong>, e che dovrebbe essere contrastato con politiche di segno esattamente contrario rispetto a quelle che il Governo persegue. Ovvero: politiche di promozione del ‘salto tecnologico’ delle imprese italiane, mettendole in condizione di esprimere maggiore domanda di lavoro qualificato e di competere innovando. In tal senso, stabilire che “la cultura non si mangia” (almeno in Italia) significa sancire la progressiva marginalizzazione della nostra economia.</p>
<h6> [1] Ancora su fonte ISTAT, si rileva che il numero di donne disoccupate è aumentato dell’1,5% rispetto a ottobre e del 5% rispetto a novembre 2009. Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta in diminuzione dello 0,4% rispetto a ottobre e in aumento del 5,3% rispetto a novembre 2009. Il tasso di inattività, pari al 37,8%, a novembre è rimasto invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre 2009.</h6>
<h6>[2] Ovviamente, non si dà qui alcun giudizio di valore in merito al lavoro manuale. A nostra conoscenza, per trovare un fondamento teorico alla tesi secondo la quale la riduzione dell’istruzione traina la crescita occorre risalire al mercantilismo. Pollexfen (cit. in <em>A. Loria, Analisi della proprietà capitalistica</em>, Torino, 1889, p. 258 ss.) scriveva: “si voglia ben considerare in qual misura l’educazione dei figli dei poveri al sapere ed alla scienza abbia contribuito a farli deviare dalle occupazioni manuali; poiché pochi hanno imparato a scrivere e leggere senza che i loro genitori o essi non siano inclinati a credere di meritare qualche preferenza, e per questa ragione disprezzano tutte le occupazioni manuali”.</h6>
<h6>[3] Sul punto si rinvia al mio <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/luniversita-e-il-mito-meritocratico/">L’Università e il mito meritocratico,</a> su questa rivista.</h6>
<h6>[4] V. <a target="_blank" href="http://www.almalaurea.it/info/almanews/salastampa/comunicati/2010/comunicatosintesi_xiirapporto.pdf">Almalaurea</a>.</h6>
<h6>[5] Si rileva anche che, in Italia, sono 12,1 ogni mille individui in età compresa fra i 20 e 1 29 anni coloro che hanno conseguito una laurea tecnico-scientifica, contro i 13,8 della media europa.</h6>
<h6>[6] Il che non è per le motivazioni rilevate a seguire, e come, peraltro, ampiamente riconosciuto nei documenti ufficiali della commissione europea, laddove si fa riferimento all’auspicata transizione a un’economia della conoscenza.</h6>
<h6>[7] Cfr. J.S. Coleman, <em>Social capital in the creation of human capital</em>, “The Americal Journal of Sociology”, 1988, vol.94, pp.95-120.</h6>
<h6>[8] Sul tema, sia consentito rinviare a G.Forges Davanzati, <em>Sussidi di disoccupazione ed economia sommersa: un’analisi keynesiano-istituzionalista</em>, “Studi e note di economia”, 2011.</h6>
<h6>[9] E’ noto che uno dei problemi più rilevanti dell’economia italiana riguarda la crescita modesta della produttività del lavoro. Un’elevata disoccupazione giovanile, unita alla precarietà dell’impiego, non aiuta a recuperare il divario di produttività rispetto ai Paesi centrali dello sviluppo capitalistico, semmai contribuisce ad ampliare i divari a nostro danno. Ciò per almeno due ragioni. In primo luogo, per ragioni che attengono a fattori motivazionali (entusiasmo, creatività, capacità fisica), i giovani sono mediamente più produttivi dei lavoratori più anziani. In secondo luogo, i giovani sono mediamente più istruiti dei loro genitori e, dunque, potrebbero contribuire in misura maggiore alla crescita economica, se occupati e se occupati coerentemente con le professionalità acquisite. Sul tema, si rinvia a Giuseppe Fontana, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/perche-conviene-che-europa-investa/">Perché conviene che l’Europa investa in istruzione e sanità</a>, su questa rivista.</h6>
<h6>[10] Stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, dal 1990 al 2009 sono emigrati circa 2 milioni e 390 mila individui da Mezzogiorno (9 su 10 al Centro-Nord). Di questi, circa il 30% è in possesso di laurea. I trasferimenti sulla direttrice opposta – da Nord a Sud – sono di entità del tutto trascurabile.</h6>
<h6>[11] Per una trattazione più ampia del tema, in un contesto di ‘causazione circolare cumulativa’, e anche con riferimento al caso italiano, si rinvia al pionieristico contributo di Gunnar Myrdal. E’ lo stesso Myrdal a rilevare che, nelle aree periferiche, nelle quali – a seguito del loro progressivo impoverimento – si rende sostanzialmente impossibile l’espansione del <em>welfare state</em>, la ‘legittimazione’ del sistema è affidata alla diffusione dell’ignoranza o viene relegata all’attività di repressione del conflitto sociale. Sul piano empirico, e come registrato nell’ultimo rapporto ISTAT, la criminalità è in crescita in Italia, con la massima incidenza nel Mezzogiorno (dove peraltro, in controtendenza rispetto al senso comune, la presenza di extra-comunitari è minima). Per un inquadramento generale del problema, si rinvia a. Myrdal, G. (1957). <em>Economic Theory and Underdeveloped Regions</em>. London: London: General Duckworth &amp; Co..</h6>
<h6>[12] Data la condizione che vi siano “economie di agglomerazione” e conseguenti rendimenti crescenti nelle aree centrali. Sul tema, si rinvia a Krugman, P. (1991). <em>Increasing returns and economic geography</em>, “Journal of Political Economy”, vol. 99, n. 3, pp.483-499.</h6>
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		<title>Il falso paradosso del costo del lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 10:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. È opinione comune, espressa in molti dibattiti nei media, che in Italia si verifichi un curioso paradosso per quanto riguarda il costo del lavoro. Infatti il livello dei salari e degli stipendi dei lavoratori italiani è basso rispetto agli altri paesi avanzati, ma si lamenta tuttavia che le imprese debbano sostenere un alto costo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/lavoro.JPG" style="width: 382px; height: 243px" height="298" width="430" />1. È opinione comune, espressa in molti dibattiti nei media, che in Italia si verifichi un curioso paradosso per quanto riguarda il costo del lavoro. Infatti il livello dei salari e degli stipendi dei lavoratori italiani è basso rispetto agli altri paesi avanzati, ma si lamenta tuttavia che le imprese debbano sostenere un alto costo per ciascun lavoratore impiegato in rapporto al valore aggiunto per addetto. Lo stesso “successo delle imprese nel sistema competitivo” ne risulterebbe danneggiato<strong>[1]</strong>. In realtà si tratta di un falso paradosso e l’affermazione appena richiamata andrebbe fortemente qualificata e rettificata. Infatti molto spesso non si considera attentamente che cosa effettivamente indicano i dati statistici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2. Recentemente è stato negato che nella maggioranza dei paesi sviluppati si sia verificata una diminuzione della quota dei salari sul reddito a partire dagli anni’80, come invece è ritenuto da molti economisti<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Posta uguale a 100 la quota del compenso del solo lavoro dipendente sul PIL nel 1980, si vede però che nel 2010 per tutti i paesi considerati la quota è diminuita, da un minimo di 4,24 punti in Giappone  ad un massimo di 11,83 punti in Italia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig.JPG" style="width: 419px; height: 141px" height="117" width="275" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In un recente articolo su questa rivista Antonella Stirati ha mostrato che per giudicare dell’andamento della quota distributiva del salario sul prodotto interno lordo occorre guardare alla quota “corretta per tenere conto del lavoro autonomo ed evitare che la sua maggiore o minore incidenza crei una distorsione quando si confrontano diversi paesi o diversi periodi in uno stesso paese”<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questa precisazione è opportuna per quanto riguarda l’andamento della distribuzione del reddito nel tempo. In realtà un’altra qualificazione dovrebbe essere chiara: quando si parla di distribuzione del reddito e di effetto della diminuzione della quota dei salari sulla domanda aggregata ci si riferisce al salario dei “lavoratori medi”. Un aumento della diseguaglianza nella distribuzione dei salari e degli stipendi a favore dei <em>top manager</em>, nonostante possa essere compatibile con una quota più o meno costante delle retribuzioni del lavoro sul PIL, ha come effetto una diminuzione della parte di reddito dei  “lavoratori medi”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Occorre poi considerare che i salari, nelle nostre economie, hanno due differenti dimensioni: dal punto di vista della società sono un reddito, mentre dal punto di vista delle imprese che impiegano i lavoratori sono un costo. Si pongono allora problemi per quanto riguarda la stima del costo del lavoro: infatti, a livello dell’intera economia, il costo <em>reale</em> unitario del lavoro è definito come la quota dei redditi da lavoro corretta per il lavoro autonomo<strong>[4]</strong>. Nel caso del costo del lavoro, tuttavia, questa correzione può a sua volta avere effetti distorsivi, relativamente al confronto tra i livelli assunti da questa variabile nei vari paesi. Infatti la stima statistica presuppone che in media il compenso del lavoro autonomo sia uguale a quello dei lavoratori dipendenti. Tuttavia, in generale il lavoro autonomo si distribuisce in misura quasi esclusiva nelle micro e nelle piccole imprese, dove sia le retribuzioni che la produttività possono differire molto dai valori medi. Di conseguenza il confronto tra i diversi paesi può risultare distorto da questa circostanza quando la quota del lavoro autonomo sull’occupazione sia sensibilmente differente nei vari paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Si ritiene generalmente che il costo per unità di lavoro in Italia sia alto a causa dell’alto peso degli oneri sociali e delle tasse sul compenso dei lavoratori. In effetti risulta che il saggio percentuale delle tasse ed oneri sociali sul reddito del lavoro è in generale relativamente alto in Italia. Ad esempio, secondo dati Eurostat, nel 2008 questo saggio è stato molto più alto non solo del Regno Unito, della Germania della Spagna e della Francia, ma anche, sia pure di poco, della stessa Svezia, paese scandinavo in cui tradizionalmente il peso delle tasse sul reddito è molto alto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><a href="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2.JPG"></a></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2.JPG" style="width: 364px; height: 170px" height="124" width="193" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">Tuttavia anche considerando il peso delle tasse e degli oneri sociali il costo del lavoro medio per occupato resta in Italia basso rispetto ai paesi concorrenti, solo poco più alto della media dell’Unione Europea (27 paesi) e decisamente più basso che in Gran Bretagna, Francia, Germania e Svezia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-3.JPG" style="width: 384px; height: 157px" height="126" width="232" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’alta incidenza della tassazione e degli oneri sociali non significa quindi che il costo per lavoratore è più alto in Italia rispetto agli altri paesi europei, ma che il reddito medio disponibile dei lavoratori italiani è ancora più basso, inferiore anche alla media EU e alla Spagna come si può vedere calcolando il salario medio al netto delle tasse dalle due tabelle precedenti:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-4.JPG" style="width: 400px; height: 173px" height="138" width="228" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
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<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">4. La questione cambia radicalmente aspetto se passiamo ad esaminare la “quota del reddito del lavoro”, chiamata anche costo reale unitario del lavoro (<em>real ULC</em>), che stima i presunti redditi da lavoro degli autonomi. In questo caso utilizzeremo il database dell’OCSE. La quota del reddito del lavoro, che esclude dal PIL il valore dei servizi delle abitazioni, tende ad essere più alta in Italia che negli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-5.JPG" style="width: 463px; height: 169px" height="144" width="349" /></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
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<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nella tabella 5 si sono confrontati i valori della quota dei redditi del lavoro dipendente sul PIL e del <em>real ULC</em> nel 2008. Come si vede l’Italia ha di gran lunga la più bassa quota del compenso del lavoro dipendente tra i paesi confrontati, ma il <em>real ULC</em> è inferiore solo a quello della Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nella figura 1 vediamo l’andamento del <em>real ULC</em> per l’Italia e per la maggiore economia mondiale, gli USA e la maggiore economia europea, la Germania, dal 1970. In tutti i paesi la quota è decrescente. L’Italia all’inizio degli anni 70 mostra un <em>real ULC</em> superiore agli altri paesi. Fino al 2000, però, il trend è fortemente decrescente nel nostro Paese (con una caduta accentuata nella prima metà degli anni novanta) fino ad assumere un valore minore, nei primi anni del nuovo secolo, rispetto al dato registrato negli USA e in Germania. Successivamente il <em>real ULC</em> si riporta, sia pure di poco, al di sopra dei livelli delle altre due economie considerate.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-1jpg.JPG" style="width: 504px; height: 311px" height="297" width="495" /></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">    </h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">5. Ma come è possibile che pur avendo salari particolarmente bassi – sia in valore assoluto sia come quota del Pil – quando passiamo ad esaminare il costo reale unitario del lavoro il valore salga al di sopra di quello degli altri paesi?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A ben vedere, la ragione dell’apparente paradosso è nel ruolo giocato dall’assenza in un caso e dalla presenza nell’altro della stima relativa al lavoro autonomo. Mentre tener conto del lavoro autonomo serve a dare una stima più attendibile delle tendenze, ha però effetti distorsivi quando si confrontano i livelli assoluti del costo del lavoro di differenti paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infatti, in Italia la percentuale di lavoratori autonomi sul totale della forza lavoro occupata è particolarmente elevata, ben più della media dei paesi industrializzati, come si evince dalla Figura 2. Poiché l’occupazione dei lavoratori autonomi tende a concentrarsi prevalentemente nelle micro e nelle piccole imprese, con produttività del lavoro e salari più bassi della media, la quota del reddito da lavoro aggregato risulta sopravvalutata rispetto agli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-2.JPG" height="248" width="577" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">6. Attenzione dunque. Quando si dice che il costo del lavoro in Italia è relativamente alto non si intende che le imprese debbano sostenere un costo per impiegare un lavoratore più alto che negli altri paesi che si trovano in condizioni economiche comparabili alle nostre. La dinamica dell’alto costo del lavoro certo non dipende dai lavoratori e dunque da presunti fattori quali la propensione alla conflittualità o la scarsa disponibilità al lavoro, come qualcuno si è spinto a sostenere. Ad un esame serio, le ragioni della bassa produttività del lavoro in Italia dipendono piuttosto dal modello di specializzazione della nostra economia e, dunque, da fattori quali la bassa dotazione di capitale per addetto e la ridotta dimensione media delle imprese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La realtà è che  produttività del lavoro non cresce più in Italia dall’inizio del nuovo secolo, in dipendenza della struttura dell’occupazione e di conseguenza, pur in presenza di bassi salari, il costo reale unitario del lavoro resta stabile o ha una leggera tendenza a crescere. Si badi che questo declino del modello di sviluppo italiano è precedente alla crisi attuale. Non si può quindi semplicemente aspettare che “passi la nottata”, anche se questo sarebbe del tutto irragionevole in ogni caso, ma, compresa la natura del paradosso della quota dei salari e del reddito da lavoro a livello aggregato nei suoi termini reali, la questione diviene quella di prospettare una politica industriale all’altezza dei problemi posti dalle esigenze di rilanciare la competitività del paese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore ordinario nell&#8217;Università di Macerata.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Cfr Istat, <em>Noi Italia, 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo</em>,  p. 132. L’indice del successo delle imprese nel sistema competitivo è secondo l’Istat rappresentato dall’inverso di quello che di seguito è indicato come costo <em>reale</em> unitario del lavoro. In quanto segue non terremo conto, per evidenti ragioni di spazio, di un altro indice statistico, il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto), che mette in relazione l’andamento del salario unitario monetario e della produttività del lavoro. Quando questo indice è più alto in un paese rispetto ad un altro si creano problemi di competitività legati alla dinamica dei prezzi.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[2] Si veda G. Zanella, <a target="_blank" href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Gli_economisti_e_i_fatti"><em>Gli economisti e i fatti</em></a>, 28 giugno 2010.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[3] A. Stirati, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/la-riduzione-del-prodotto-che-va-al-lavoro/"><em>La riduzione del prodotto che va al lavoro</em></a>, in questa rivista, 16 novembre 2010.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[4] La formula è [compenso dei lavoratori dipendenti/lavoratori dipendenti]/[PIL/totale occupazione], ovvero [compenso dei lavoratori dipendenti/PIL][totale occupazione/lavoratori dipendenti]</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
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		<title>La riduzione del prodotto che va al lavoro</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 12:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “Lettera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/one-year-after.jpg" height="301" width="370" />Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” sottoscritta da oltre 250 studiosi e pubblicata nel giugno scorso. L’economista Giulio Zanella ha tuttavia contestato l’effettivo verificarsi di questo fenomeno. In un recente articolo egli è infatti giunto alle seguenti conclusioni: 1) che le quote distributive non sono variate molto nella maggior parte dei grandi paesi industrializzati; 2) che dove la quota dei redditi da lavoro è diminuita, in particolare in Italia, ciò è avvenuto non a beneficio della quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro ma a beneficio esclusivo di quella che viene chiamata “quota del governo”. <strong>[1]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un motivo per cui vale la pena soffermarsi sull’articolo in questione è che l’autore del medesimo non apre la consueta controversia circa l’interpretazione dei fatti, ma solleva un problema preliminare che in un certo senso riguarda i fatti stessi, o più precisamente i dati di partenza delle analisi. La questione è rilevante e merita quindi un approfondimento. A questo scopo occorre prima di tutto chiarire quale sia il tipo di dati a cui ci si riferisce in questa discussione. Vi sono due modi principali in cui gli economisti analizzano la distribuzione del reddito. Uno è quello di guardare alle disuguaglianze tra i redditi delle persone o delle famiglie quali essi risultano da indagini statistiche appositamente condotte su campioni rappresentativi (come quella condotta, ad esempio, dalla Banca d’Italia), oppure, in altri casi, traendo informazioni dalle dichiarazioni dei redditi. C’è poi un altro modo, che discutiamo qui, il quale consiste nel guardare come l’intero prodotto interno di un paese si divide tra redditi da lavoro (considerati al lordo delle imposte dirette e di tutti gli oneri contributivi sia a carico del lavoratore che del datore di lavoro), e tutti gli altri redditi (profitti, rendite e altre forme di reddito non da lavoro). Questi ultimi dati sono tratti dalle statistiche relative ai conti economici nazionali prodotte, sulla base di definizioni e criteri uniformi, dagli istituti centrali di statistica dei vari paesi. Veniamo ora a discutere le due conclusioni dell’articolo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>Andamento delle quote distributive e incidenza del lavoro autonomo</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La conclusione (1) viene raggiunta guardando la quota sul Pil dei soli redditi da lavoro <em>dipendente</em>.  Ora, a parità di Pil e di rapporto tra salario e prodotto per lavoratore, la quota del solo lavoro dipendente riflette anche la proporzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo nell’economia: ad esempio, se il lavoro autonomo ha un peso importante nella produzione, la quota dei redditi da lavoro dipendente risulterà più bassa che nel caso in cui la produzione sia realizzata, poniamo, da solo lavoro dipendente. L’autore dell’articolo segnala questo problema ma non ne tiene poi conto quando analizza l’<em>andamento delle quote</em> nei vari paesi. Ma tra gli anni 70 e oggi, come mostrato da un grafico pubblicato nell’articolo che stiamo discutendo, <em>il rapporto tra lavoro dipendente e lavoro autonomo</em> è aumentato, talvolta molto significativamente, in vari paesi (principalmente in Giappone e Francia ma anche in Italia e Usa), e questo come abbiamo visto tende a far aumentare, <em>a parità di altre circostanze</em>, la quota dei redditi da solo lavoro dipendente sul Pil.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tuttavia, a differenza che nell’articolo che stiamo esaminando, nella letteratura economica e nelle statistiche nazionali ed internazionali la stima che viene fornita delle quote distributive sul Pil è “corretta” per tenere conto del lavoro autonomo ed evitare che la sua minore o maggiore incidenza crei una <em>distorsione</em> quando si confrontano diversi paesi o diversi periodi in uno stesso paese. Questo aggiustamento per tenere conto del lavoro autonomo viene fatto nel seguente modo: si attribuisce ad ogni lavoratore autonomo il reddito medio da lavoro dipendente comprensivo di imposte e contributi e si aggiungono i redditi da lavoro autonomo così calcolati a quelli complessivi da lavoro dipendente. Si ottiene così una quota dei redditi da lavoro che comprende anche i redditi attribuiti al lavoro autonomo, mentre rientrano tra i profitti e altri redditi non da lavoro solo quella parte dei redditi individuali dei lavoratori autonomi (professionisti, commercianti, imprenditori ecc) che superano il reddito medio da lavoro dipendente.<strong>[2]</strong>  Il vantaggio è che la quota dei redditi da lavoro così corretta dipende <em>solo</em> dalla distribuzione del reddito, cioè dal rapporto tra salario e prodotto per lavoratore e <em>non</em> dipende più dall’incidenza del lavoro autonomo sull’occupazione totale. Vedremo tra breve quale sia l’andamento delle quote distributive “corrette” nel modo appena descritto. Prima però occorre un chiarimento sulla “quota del governo”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>La “quota del governo” piglia tutto?</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Esaminiamo ora la conclusione (2) dell’autore dell’articolo, secondo cui quella che viene chiamata “quota del governo” avrebbe assorbito l’intera diminuzione della quota dei redditi da lavoro in Italia, mentre i redditi da capitale sarebbero rimasti invariati. Tale “quota del governo” consiste nelle imposte sulla produzione e sulle importazioni (in Italia l’IVA) al netto dei sussidi alla produzione (cioè dei sussidi alle imprese). Queste imposte contribuiscono a determinare il prezzo di vendita dei prodotti e nella contabilità nazionale rappresentano la differenza tra il Pil stimato al costo dei fattori e il Pil ai prezzi di mercato; cioè per definizione si ha:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Pil al costo dei fattori + (imposte indirette  - sussidi alla produzione) ≡ Pil ai prezzi di mercato</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ora, quale che sia l’andamento di tali imposte,<strong>[3]</strong> noi possiamo direttamente analizzare la distribuzione del Pil misurato al <em>costo dei fattori, cioè considerato già al netto di quelle imposte</em>, anche in questo caso seguendo la prassi normalmente adottata nella letteratura economica e nelle indagini statistiche su questi temi. La Figura 1 qui sotto riporta l’andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e <em>presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo”</em>. Si vede immediatamente che in Italia la quota dei redditi da lavoro è diminuita di circa 10 punti percentuali di Pil, e che specularmente <em>è aumentata la quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro presi al netto delle imposte indirette</em>, contrariamente a quanto sostenuto nell’articolo che stiamo discutendo.</p>
<p> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig1.JPG" height="354" width="496" /></p>
<p><strong>L’andamento delle quote distributive nei principali paesi industrializzati</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La figura 1 mostra che la quota dei redditi da lavoro corretta per il lavoro autonomo e presa sul reddito al costo dei fattori nei principali paesi industrializzati (gli stessi considerati nell’articolo che stiamo discutendo) è diminuita tra i  cinque e i dieci punti di Pil  rispetto agli anni 70. La figura mostra inoltre che in Italia, Francia, Giappone, Germania e USA i redditi da lavoro in percentuale del Pil sono anche al di sotto del livello al quale si trovavano negli anni ‘60. In Italia negli ultimi dieci anni si è verificato un moderato aumento della quota dei redditi da lavoro (dovuto al declino del prodotto pro capite, con salari medi stabili), che tuttavia lascia tale quota a valori molto inferiori rispetto al passato. Questo naturalmente significa anche che la quota dei redditi da capitale presi <em>al netto delle imposte indirette</em>, che è il complemento a 100 della quota del lavoro, è aumentata significativamente.<strong>[4]</strong> Il diverso risultato rispetto all’articolo che stiamo discutendo dipende dal diverso metodo di calcolo, che applica la correzione per il lavoro autonomo e fa riferimento al PIL al costo dei fattori.<strong>[5]</strong><br />
In definitiva, le conclusioni (1) e (2) dell’articolo in questione non trovano adeguati riscontri e debbono quindi essere respinte.</p>
<h6>[1] Giulio Zanella, Gli economisti e i fatti, 28 giugno 2010, <a href="http://www.noisefromamerika.org/">www.noisefromamerika.org</a>.<br />
[2] Ad esempio, se un commerciante guadagna 60 mila euro l’anno lordi e un lavoratore dipendente in media 25 mila, solo 35 mila euro guadagnati dal commerciante saranno considerati come redditi da capitale, mentre gli altri 25 sono inclusi tra i redditi da lavoro<br />
[3] Nell’articolo che stiamo discutendo si indica un aumento di 10 punti della quota delle imposte indirette nette sul Pil stimato ai prezzi di mercato tra la metà degli anni 70 e oggi. E’ interessante tuttavia notare che questo aumento dipende dalla data di inizio presa per effettuare il confronto. A metà degli anni settanta tali imposte erano infatti ad un minimo storico durato solo qualche anno – se si fa il confronto con i valori medi prevalenti nel periodo precedente la variazione è stata di circa tre punti percentuali. Questo comunque è irrilevante per la stima delle quote distributive effettuata <em>al netto</em> delle imposte indirette.<br />
[4] D’altra parte anche la letteratura economica che guarda alla distribuzione del reddito dal punto di vista delle disuguaglianze nei redditi personali e familiari perviene alla conclusione che a partire dagli anni ‘80 nei paesi industrializzati si sia verificato un aumento delle disuguaglianze e un forte aumento della quota del reddito complessivo che va all’1% più ricco della popolazione: si vedano, tra gli altri, A. Atkinson e A. Leigh, The distribution of top incomes in five anglo- saxon countries over the 20th century, IZA paper no 4937, 2010; T. Piketty &amp; E. Saez, Income Inequality in the United States, Quarterly Journal of Economics, 2003; A.Atkinson, Income inequality in Oecd countries, Oecd, 2003; Brandolini, Cipollone, Sestito, Earning dispersion, low pay and household poverty in Italy 1977-1998, Temi di discussione della Banca d’Italia, Giugno 2000.<br />
[5] I dati di Zanella per Usa, Francia, Germania (dal 1990), Italia e Giappone corrispondono alla quota dei redditi da lavoro (al lordo dei contributi e delle imposte dirette) sul Pil ai prezzi di mercato calcolata sui dati dei database citati nell’articolo. Essi differiscono da quelli qui riportati principalmente per l’assenza della correzione per il lavoro autonomo (tale differenza è molto marcata per la Francia e il Giappone e più contenuta per gli altri paesi, coerentemente con l’evoluzione dell’incidenza del lavoro autonomo sul totale). La medesima quota non corrisponde invece ai dati citati nell’articolo relativi al Regno Unito. In questo paese si osserva una caduta di sei punti della quota calcolata secondo il metodo di Zanella, e non la costanza là affermata.</h6></p>
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		<title>Prendendo la Fiom sul serio</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 22:17:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In pochi dubitano che il modello delle relazioni industriali del nostro Paese sia in crisi. Il punto è come uscirne, se spingendo ancora sulle leve della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità, come chiedono la Fiat e l’intera Confindustria, ovvero se conservando il peso del contratto nazionale e irrobustendo le tutele del mondo del lavoro, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/operai_industria_auto.jpg" style="width: 380px; height: 300px" height="300" width="400" />In pochi dubitano che il modello delle relazioni industriali del nostro Paese sia in crisi. Il punto è come uscirne, se spingendo ancora sulle leve della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità, come chiedono la Fiat e l’intera Confindustria, ovvero se conservando il peso del contratto nazionale e irrobustendo le tutele del mondo del lavoro, come vorrebbero la Cgil e in particolare la Fiom che, a questo proposito, ha indetto la manifestazione nazionale del 16 ottobre.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le ragioni dei sostenitori della decentralizzazione e della flessibilità vertono sulle esigenze di competitività del sistema produttivo nazionale. La tesi di fondo è che se le istituzioni del mercato del lavoro non si metteranno al passo con le trasformazioni dell’economia globalizzata, la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto delle imprese italiane si appesantirà ulteriormente rispetto ai <em>competitor</em> stranieri. Con effetti deleteri, tanto sugli equilibri della bilancia commerciale quanto sui livelli di occupazione. Si tratta di argomentazioni note, che godono di sostegno nella letteratura internazionale, e che hanno ispirato in Italia e in genere nei paesi industrializzati le politiche del lavoro, negli ultimi due decenni almeno.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tuttavia, sarebbe auspicabile che i responsabili della politica economica e la stessa Confindustria provassero a guardare al di là delle tensioni sviluppatesi in questi mesi, e a prendere sul serio le tesi della Fiom e degli altri sostenitori del contratto nazionale e delle tutele.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una prima serie di argomentazioni di questi ultimi concerne il nesso tra flessibilità e produttività del lavoro. A riguardo, l’unica certezza di cui disponiamo è che la crescita della produttività del lavoro in Italia è andata molto al rilento rispetto ai nostri principali concorrenti<strong>[1]</strong>. Sulle motivazioni di ciò possono essere avanzate tesi diverse. Incluse quelle che tendono a spiegare la piatta dinamica della produttività italiana con fattori quali la bassa dimensione media delle imprese, il volume contenuto degli investimenti in nuove tecnologie, il ridotto grado di infrastrutturazione del territorio<strong>[2]</strong>. E se la bassa produttività delle nostre imprese dipendesse effettivamente da questi fattori, agire sulla contrattazione non costituirebbe certo la via maestra per risolvere il problema. Piuttosto, occorrerebbe evocare nuove e incisive politiche industriali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A queste argomentazioni i sostenitori della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità replicano osservando che una revisione dei meccanismi della contrattazione salariale potrebbe contribuire a legare maggiormente la dinamica dei salari alla produttività, e quindi per questa via a salvaguardare la competitività. Tuttavia, sugli effetti benefici della flessibilità sono state avanzate a più riprese numerose perplessità. E a riguardo è opportuno sviluppare alcune considerazioni di ampio respiro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per cominciare, occorre osservare che l’aumento della flessibilità, e in generale la deregolamentazione del mercato del lavoro, abbattono gli indici di protezione del lavoro<strong>[3]</strong>. Ed è bene chiarire che le ricerche a disposizione tendono a negare l’esistenza di una relazione significativa tra la contrazione degli indici di protezione del lavoro e l’occupazione<strong>[4]</strong>. In breve, non abbiamo prova che la sempre maggiore flessibilità del mercato del lavoro registrata negli ultimi lustri in Italia e in Europa abbia avuto successo nell’incrementare i livelli di attività dell’economia e dunque anche l’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Viceversa, sembra emergere una correlazione tra la contrazione degli indici di protezione del lavoro e l’andamento dei salari reali. Più precisamente, stando ad alcuni studi, le politiche di flessibilità e deregolamentazione del mercato del lavoro spiegherebbero in buona misura la drastica caduta della quota dei salari sul prodotto interno lordo registrata negli ultimi decenni in Italia e in Europa (in media poco meno di dieci punti percentuali negli ultimi trenta anni)<strong>[5]</strong>. Una tesi questa che è stata recentemente confermata persino dal Fondo Monetario Internazionale (IMF) nel documento <em><a target="_blank" href="http://www.osloconference2010.org/discussionpaper.pdf">The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion</a></em>, presentato a metà settembre ad Oslo, insieme all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Infatti, nel documento la caduta della quota dei salari reali viene spiegata con le “pressioni della globalizzazione”, che avrebbero “incrementato la vulnerabilità dei lavoratori attraverso aumenti dell’intensità del lavoro, la diffusione di contratti più flessibili, la diminuzione delle protezioni sociali e un declino del potere contrattuale dei lavoratori”<strong>[6]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Molto più che sulla occupazione, la caduta degli indici di protezione del lavoro avrebbe dunque influito sulla quota dei salari nel Pil. E ciò, secondo una parte della letteratura scientifica contemporanea, costituisce un fattore recessivo non trascurabile. Ad esempio, la recente “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” contro le politiche restrittive in Europa, sottoscritta da oltre 250 studiosi, ha avanzato l’ipotesi che uno dei fattori di fondo della crisi – al di là delle variabili strettamente congiunturali – potrebbe essere la tendenza di lungo periodo alla contrazione della quota dei salari sul Pil. Da questo fattore, infatti, viene fatta dipendere la scarsa dinamica della domanda complessiva di merci e servizi che, nell’insieme delle economie industrializzate, non avrebbe retto il ritmo di crescita dell’offerta potenziale delle imprese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">È ben noto che la letteratura tradizionale ha sempre sostenuto la tesi opposta, e cioè che il contenimento dei salari favorisca la crescita della produzione e dell’occupazione. Ancora una volta, la questione è molto controversa. La letteratura scientifica ha tentato di dipanare la matassa e una serie di ricerche si sono cimentate nello stimare l’impatto della riduzione della quota dei salari nel reddito nazionale su tutte le componenti della domanda aggregata, per i diversi paesi. Viene fuori che quando la quota dei salari si riduce, la domanda di beni di consumo si comprime, mentre in senso opposto tendono a muoversi soprattutto le esportazioni, a seguito degli effetti favorevoli che la “moderazione” salariale può avere sulla competitività. In generale, tuttavia, non senza risultati contrastanti, questi studi lasciano ben pochi spazi di ragione alla tesi tradizionale, e piuttosto tendono ad confermare l’idea che la riduzione della quota salariale effettivamente abbatta la domanda aggregata, con ripercussioni negative sui livelli di produzione e occupazione<strong>[7]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il numero di coloro che pensano che la flessibilità e la deregolamentazione abbiano generato un ruolo recessivo si allarga sempre più, anche al livello internazionale. Nello studio del FMI e dell’ILO già citato, ad esempio, si legge che la crisi in atto è conseguenza dell’“ampiezza della caduta della domanda aggregata”. E questa, a sua volta, viene fatta dipendere “dalla diminuzione della quota dei salari nel reddito nazionale”, considerata una delle “cause delle crisi passate e presenti”<strong>[8]</strong>. Certo, le ricerche non mettono a disposizione risultati definitivi, e ulteriori verifiche sono in corso con riferimento all’Italia e all’UE. Ma c’è evidentemente tanta materia per guardare con scetticismo a ulteriori iniezioni di flessibilità nel mercato del lavoro e decidersi a prendere sul serio le ragioni dei critici.</p>
<h6>  </h6>
<h6>[1] Fatta pari a 100 la produttività del lavoro di ciascun paese nel 2000, il valore dell’Italia nel 2009 si è addirittura ridotto a 98,3. Per contro, la produttività degli altri paesi cresce: l’UE a 12 paesi è a 107,7; la Francia a 107,8; la Germania a 108; gli Stati Uniti addirittura a 120,3 (dati OCSE).</h6>
<h6>[2] Alcuni di questi aspetti vengono ad esempio sostenuti nel contributo di E. Saltari e G. Travaglini,  &#8220;Il rallentamento della produttività del lavoro e la crescita dell’occupazione. Il ruolo del progresso tecnologico e della flessibilità del lavoro&#8221;, in <em>Rivista italiana degli economisti</em> (2008, n.1).</h6>
<h6>[3] L’indice del grado di protezione dei lavoratori, l’EPL (Employment Protection Legislation), viene calcolato dall’OCSE. L’indicatore misura la rigidità della regolamentazione sui licenziamenti e l’utilizzo di contratti di lavoro non a tempo indeterminato. L’EPL registra una caduta molto forte per l’Italia. Infatti, il valore dell’indice è passato dal 3,57 registrato nel 1990, all’1,89 del 2008. Ciò significa che la legislazione ha reso ben più flessibile il mercato del lavoro. Mentre più orientate alla rigidità sono le legislazioni di paesi come la Germania e la Francia, dove si registrano valori dell&#8217;indicatore EPL più alti: 2,12 in Germania e 3,05 in Francia.</h6>
<h6>[4] Per una critica di carattere generale agli effetti positivi della flessibilità del mercato del lavoro rinvio al libro <em>L’economia della precarietà</em>, a cura di Paolo Leon e mia (manifestolibri 2008). Tra gli altri, il contributo di E. Brancaccio mostra l’assenza di una significativa correlazione tra la riduzione dell’indice EPL e l’occupazione.</h6>
<h6>[5] La quota dei salari sul Pil si è ridotta drasticamente in Italia. Dopo il picco, registrato nei primi anni ’70, allorché il salari si “appropriavano” di quasi il 74% del Pil, nel 2009 il valore è sceso al 63,9%. Un valore più basso della media dei paesi dell’UE a 12 ( 64,9%), ed anche inferiore a quelli registrati in Germania(64,3%), Francia (66,4%) e Gran Bretagna (71,7%). I dati sono tratti dal database AMECO della Commissione Europea.</h6>
<h6>[6] La frase è alla pagina 7 dell&#8217;ampio documento dell’ILO e dell&#8217;IMF.</h6>
<h6>[7] Tra i lavori più significativi vi è quello di E. Stockhammer, O. Onaran e S. Ederer del 2009 (“Functional income distribution and aggregate demand in the Euro area”, <em>Cambridge Journal of Economics</em>). Nel saggio gli autori arrivano alla conclusione che, tenuto anche conto dei possibili effetti positivi sulle esportazioni, la caduta della <em>wage share</em> (la quota dei salari sul Pil) determina una forte caduta della domanda di beni di consumo e dunque una contrazione della domanda aggregata e del Pil. Per queste ragioni, essi aggiungono, la “moderazione salariale” non è “amica dell’occupazione” (p. 155) e l’area euro avrebbe le caratteristiche di un’area <em>wage-led</em> (e non <em>profit-led</em>), nella quale cioè la crescita sarebbe assicurata dall’incremento della quota dei salari sul Pil. A risultati simili, con una metodologia diversa, erano arrivati anche E. Hein e T. Schulten nel 2004 (“Unemployment, Wages and Collective Bargaining in the European Union”, <em>WSI-Discussion Paper</em> n. 128). Di rilievo anche i risultati di E. Hein e L. Vogel del 2008 (“Distribution and growth reconsidered: empirical results for six OECD countries”, <em>Cambridge Journal of Economics</em>) per i quali la natura <em>wage-led</em> o <em>profit-led</em> di un Paese viene a dipendere dal grado di apertura ai rapporti con l’estero (misurata dalla somma delle esportazioni più le importazioni in rapporto al Pil). Paesi come la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti avrebbero le caratteristiche di paesi <em>wage-led</em>; mentre solo paesi di piccole dimensioni, e per ciò particolarmente aperti agli scambi con l’estero, potrebbero beneficiare dal calo della quota dei salari sul pil (<em>profit-led</em>).  Solo in questi casi, infatti, l’impatto negativo sui consumi potrebbe essere più che compensato da quello espansivo sulle esportazioni.</h6>
<h6>[8] Le frasi citate sono a pagina 8 del documento congiunto ILO-IMF.</h6>
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		<title>La crisi è da domanda, il Fondo Monetario Internazionale ci ripensa</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2010 08:01:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 13 settembre 2010 si è tenuta ad Oslo una conferenza congiunta del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), dal titolo “The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion”. Merita attenzione il documento preparatorio dei lavori, a firma congiunta IMF ed ILO. Lo scritto è strutturato in due capitoli: il primo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/imf.JPG" height="263" width="390" />Il 13 settembre 2010 si è tenuta ad Oslo una conferenza congiunta del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), dal titolo “<em>The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion</em>”. Merita attenzione <a target="_blank" href="http://www.osloconference2010.org/discussionpaper.pdf">il documento preparatorio dei lavori</a>, a firma congiunta IMF ed ILO. Lo scritto è strutturato in due capitoli: il primo, sui costi umani della recessione, a cura dell’IMF; il secondo, dell’ILO, sulle basi per una crescita bilanciata e sostenibile. Congiuntamente, l’analisi dell’attuale crisi e le concrete prescrizioni di <em>policy</em> contenute nel documento segnano una svolta importante da parte del Fondo. Data la gravità del momento, per molti economisti un cambio di sensibilità interpretativa da parte dei principali attori di politica economica era semplicemente inevitabile. Eppure, come scrive Paul Krugman sul <em>New York Times</em> del 14 settembre 2010, “vista la maniera in cui così tante istituzioni internazionali sono state catturate dalla follia delle opinioni convenzionali, il nuovo documento dell’IMF, ragionevole sebbene troppo cauto, è certamente una gradita sorpresa”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Provo qui a riassumere, schematicamente e senza pretesa di esaustività, alcuni passaggi del documento.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il punto di partenza è la constatazione che la disoccupazione ha oramai raggiunto proporzioni gravissime. Si stima che nel mondo più di 210 milioni di persone siano attualmente disoccupate, con un aumento di oltre 30 milioni dal 2007 (pag. 4). Sebbene la recessione economica abbia interessato tutti i paesi, l’aumento della disoccupazione è stato particolarmente marcato nelle economie più sviluppate (sulle quali il documento si focalizza) ed in particolare negli Stati Uniti ed in Spagna. Ben tre quarti dell’aumento del numero di disoccupati mondiali è, infatti, avvenuto nelle economie avanzate.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nell’individuare le cause di una crescita così spettacolare della disoccupazione in alcuni paesi rispetto ad altri, il documento mette al primo posto il ruolo della domanda aggregata. Questo è un aspetto di estremo rilievo teorico, per chi ha seguito la condotta dell’IMF negli ultimi lustri.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’analisi sviluppata nel secondo capitolo individua nella dinamica della disuguaglianza, all’interno di specifici paesi e fra paesi, uno dei fattori che ha maggiormente inciso sugli squilibri di domanda aggregata. Si sostiene che l’aumento della disuguaglianza in alcuni paesi abbia causato una compressione del consumo aggregato, manifestando le proprie conseguenze in una crescita modesta o in un aumento dell’indebitamento privato. Nell’introduzione al documento (a pag. 8 ) si legge anche che “in alcuni paesi, ed in particolare negli Stati Uniti, la crescente disuguaglianza potrebbe aver aumentato l’indebitamento delle famiglie, costituendo così un fattore importante nello spiegare la crisi dei <em>subprime</em>”. Inoltre, viene esplicitamente riconosciuto il ruolo della globalizzazione dei processi produttivi nell’influenzare la disuguaglianza, soprattutto attraverso un indebolimento delle istituzioni del mercato del lavoro a protezione del potere contrattuale dei lavoratori e la spinta al ricorso a contratti di lavoro flessibile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Anche gli squilibri commerciali fra paesi vengono attentamente discussi. Incidentalmente, per le economie aperte agli scambi con l’estero le esportazioni possono sostituire la domanda interna. Tuttavia, si nota come una tale soluzione ponga ben noti problemi nel lungo periodo; inoltre, a livello internazionale le esportazioni nette sommano necessariamente a zero. A questo proposito, è interessante notare che il documento si apre con una lunga citazione di Strauss-Kahn, <em>Managing Director</em> dell’IMF, il quale paventa chiaramente i pericoli di politiche non coordinate di uscita dalla crisi: “noi (l’IMF) fummo creati dalle ceneri di un mondo distrutto, colmi della determinazione dei nostri fondatori di non compiere mai più gli errori del passato – errori che portarono al nazionalismo economico e alla guerra. (…) Il nostro ruolo inizia con la stabilità economica, ma termina con il fine di tutte le istituzioni multilaterali – un mondo stabile e pacifico”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il documento evidenzia anche gli effetti, in termini di occupazione, di specifiche politiche ed istituzioni del mercato del lavoro. In particolare, quei paesi che hanno adottato riforme strutturali del lavoro tese ad introdurre maggiore flessibilità per alcune tipologie contrattuali (specificatamente i lavori a tempo determinato), pagano adesso un prezzo maggiore in termini di aumento della disoccupazione. Al tempo stesso, viene espresso un cauto scetticismo sulla presunta capacità di tali riforme strutturali di generare occupazione a crisi conclusa: “in principio, il mercato del lavoro duale dovrebbe portare benefici durante la ripresa, poiché le imprese dovrebbero essere più prone a reimpiegare i lavoratori con contratti temporanei, piuttosto che permanenti. Se ciò si verificherà è ancora da vedere” (pag. 36).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infine, la trattazione, a cura dell’IMF, dei costi umani della recessione evidenzia gli effetti di lungo periodo della disoccupazione, specialmente giovanile, e la concreta possibilità che il tasso di disoccupazione naturale si porti a livelli permanentemente più elevati, a seguito dell’attuale crisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il documento IMF-ILO non si limita all’analisi delle cause e delle conseguenze della recessione, ma cerca anche di delineare alcuni concreti suggerimenti di <em>policy</em>. Le principali indicazioni di politica economica hanno il dichiarato obiettivo di stimolare la domanda interna e far sì che questa generi la creazione di posti di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In primo luogo, si suggerisce estrema cautela nel procedere con politiche di consolidamento fiscale. Data la precarietà dell’attuale fase ciclica, l’adozione generalizzata di politiche fiscali restrittive rischierebbe di compromettere la ripresa. Ad esempio, si legge (a pag. 38) che “una ripresa della domanda aggregata è la singola migliore cura contro la disoccupazione. Quindi, come strategia generale, le economie più avanzate non dovrebbero rendere restrittive le politiche fiscali prima del 2011, perché una stretta prima di tale data potrebbe minare la ripresa”. Sia chiaro, il documento opera importanti distinguo fra paesi, dovuti alle diverse situazioni di finanza pubblica all’inizio della recessione. Tuttavia, risulta evidente la differenza di toni rispetto alle indicazioni provenienti da altre prestigiose istituzioni internazionali (si veda, ad esempio, l’ultimo bollettino mensile della Banca Centrale Europea, settembre 2010, in particolare il Box 7).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In secondo luogo, l’introduzione ed il secondo capitolo si soffermano diffusamente sull’importanza di un&#8217;equilibrata distribuzione del reddito al fine di stimolare la domanda interna. In tal senso, la salvaguardia del potere d’acquisto dei salariati diventa un obiettivo per alimentare la ripresa. Un passaggio degno di nota riguarda il riferimento al fatto che un’equilibrata distribuzione del reddito non sia un puro fatto salariale, ma richiami anche l’importanza di istituzioni e politiche di protezione sociale. Così si legge che “una crescita sostenibile (…) potrà essere generata solo con valide politiche macroeconomiche integrate a valide politiche occupazionali e sociali” e che una delle priorità per la crescita è “il rafforzamento delle istituzioni del mercato del lavoro (…) per migliorare le condizioni di vita ed il potere d’acquisto delle famiglie dei lavoratori” (pag. 9).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Legato al punto precedente è l’invito a non abbandonare, nel breve periodo, le politiche attive nel mercato del lavoro, alla quali è riconosciuto un ruolo positivo nella creazione di occupazione, anche durante la recessione. Da un punto di vista teorico, gli effetti distorsivi delle politiche e delle istituzioni del mercato del lavoro non vengono assolutamente taciuti. Tuttavia, in questo specifico periodo storico, i costi in termini di efficienza connaturati a questi effetti vengono ritenuti trascurabili rispetto ai loro potenziali benefici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, il documento congiunto IMF-ILO contiene un’analisi interessante dell’attuale crisi economica ed alcune indicazioni di <em>policy</em> a mio parere condivisibili. Credo che la sua diffusione possa arricchire il dibattito, internazionale ed italiano, ed aiutare ad individuare risposte adeguate di politica economica.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vorrei però terminare evidenziando un aspetto probabilmente secondario, di natura genericamente teorica. L’estate appena conclusasi è stata animata da una disputa fra economisti italiani, interpretata da qualcuno con toni inutilmente aspri, sulle cause dell’attuale recessione economica e sulle politiche più adeguate a fronteggiarla. A livello internazionale il dibattito è stato altrettanto vivo, ma più garbato e maggiormente aperto al confronto. Il documento dell’ILO e del IMF dimostra che, di fronte alla gravità della crisi, il senso di responsabilità deve rendere possibile e necessario un dialogo costruttivo anche fra soggetti assai diversi per “approcci ed analisi” (pag. 2), previo ripensamento, evidentemente, di quelle posizioni teoriche fatalmente contraddette dai fatti. Inoltre, a mio parere esso indica chiaramente che, nella chimera di una teoria economica esatta, un uso pragmatico, sapiente e storicamente determinato delle indicazioni provenienti dalle diverse posizioni teoriche sia una strada proficua da percorrere.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore di economia politica nell&#8217;Università &#8220;Bocconi&#8221; di Milano.</em> </p>
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		<title>Sciopero del capitale, austerità e bassi salari</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 07:35:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/denaro4.JPG" height="252" width="380" />Stando alle ultime stime OCSE, esistono, nei Paesi industrializzati, quasi cinquanta milioni di disoccupati, un livello mai raggiunto dagli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra. Sarebbe davvero arduo sostenere che ciò sia imputabile a eccessive ‘rigidità’ del mercato del lavoro, essendo ben noto – e certificato dagli ultimi rapporti OCSE – che un ventennio di politiche di ‘flessibilità del lavoro’ non ha generato altro se non una consistente riduzione della quota dei salari sul PIL in tutti i Paesi industrializzati e comunque non ha accresciuto l’occupazione. Dopo la brevissima stagione, lo scorso anno, nella quale alcuni Governi (USA <em>in primis</em>) hanno messo in atto politiche di rilancio della domanda aggregata mediante aumenti della spesa pubblica, prevale oggi una linea di ‘austerità’, stando alla quale si ritiene che – ferma restando la ‘flessibilità’ del lavoro – la disoccupazione sia imputabile al modesto tasso di crescita delle economie dei Paesi industrializzati, e che, per far fronte al problema, siano necessarie politiche di riduzione della spesa pubblica<strong>[1]</strong>. La crescita economica, a sua volta, sarebbe trainata da politiche volte a favorire la ‘libertà d’impresa’, riducendo i vincoli che le imprese fronteggiano per quanto attiene ai diritti dei lavoratori, alla tutela dell’ambiente, agli oneri burocratici, alla tassazione. Si tratta, in sostanza, della riproposizione, sotto altro nome, della <em>supply-side</em> <em>economics</em> dei primi anni ottanta<strong>[2]</strong>, declinata in un (apparente) <em>puzzle</em> logico che vede i principali Paesi industrializzati mettere in atto manovre fiscali restrittive in regime di crisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si può rilevare che le politiche di austerità sono, al tempo stesso, dannose e inevitabili. Sono dannose per almeno due ragioni. In primo luogo, la contrazione della spesa pubblica, riducendo la domanda aggregata, riduce l’occupazione; e, a sua volta, la riduzione dell’occupazione, in quanto riduce il potere contrattuale dei lavoratori, riduce i salari e, dunque, i consumi. In secondo luogo, in assenza di iniezioni esterne di liquidità, politiche di bassi salari e alta disoccupazione su scala globale restringono i mercati di sbocco per la produzione, riducendo – per le imprese nel loro complesso - i margini di profitto e gli investimenti. Le politiche di ‘austerità’ accentuano in tal modo la crisi perché contribuiscono ad accelerare la caduta della domanda aggregata<strong>[3]</strong>. Vi è di più. Se, come la visione dominante sostiene, la riduzione della spesa pubblica è funzionale alla riduzione del rapporto debito pubblico/PIL, e dunque a scongiurare attacchi speculativi, va rilevato che, per contro, il nesso causale è precisamente l’opposto: il calo dell’occupazione riduce la produzione e, dunque, il PIL; la riduzione dei redditi riduce la base imponibile<strong>[4]</strong>  e può accrescere il debito pubblico. In altri termini, le politiche di austerità rischiano di generare esattamente gli effetti che si propongono di <em>non</em> produrre, aumentando l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, per effetto della contrazione del tasso di crescita.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un dato appare, a riguardo, particolarmente significativo: la crescita economica è stata sensibilmente più elevata nel periodo del cosiddetto consenso keynesiano e con elevata conflittualità sociale rispetto al ventennio successivo. Su Fonte AMECO<strong>[5],</strong> si rileva che il PIL reale italiano è cresciuto del 3.6% nel periodo 1971-1980 (con un tasso di crescita superiore a quello statunitense, pari in quel periodo al 2.3%), a fronte del 2.3% del decennio successivo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A un esame più attento, la linea dell’austerità trova la sua legittimazione nella sostanziale <em>impossibilità di praticare politiche fiscali espansive in regime di piena mobilità internazionale dei capitali</em>. L’architettura istituzionale nella quale si muove il ‘nuovo’ capitalismo è, infatti, basata sulla costante ‘minaccia’ di disinvestimento da parte delle imprese che hanno maggiore possibilità di dislocare la propria produzione all’estero. Va chiarito che, mentre sul piano macroeconomico, l’aumento della spesa pubblica accresce la domanda a beneficio della collettività delle imprese, questo effetto non è visto dalla singola impresa che percepisce soltanto il costo associato a queste politiche, ovvero l’aumento dei salari derivante dall’aumento dell’occupazione, e dunque dalla crescita del potere contrattuale dei lavoratori<strong>[6].</strong> E poiché a nessun Governo conviene veder ridotti gli investimenti interni, e dunque il reddito pro-capite che questi generano (o che ci si aspetta generino), la ‘trappola’ dello ‘sciopero del capitale’ diventa pienamente operante<strong>[7]</strong>. Le recenti vicende di Pomigliano testimoniano come questa trappola condizioni pesantemente le relazioni industriali, fino al punto da rendere la grande impresa sovrana rispetto al dettato costituzionale<strong>[8]</strong>. Ed è sulla base di questa logica che il Governo intende promuovere la massima ‘libertà d’impresa’: cercare di trattenere investimenti in Italia, o, nella migliore delle ipotesi, cercare di attrarli, riducendo nella massima misura possibile i vincoli che le imprese fronteggiano, indipendentemente dal fatto che tali vincoli – come da dettato costituzionale – siano stati posti per conferire ”utilità sociale” all’iniziativa privata. </p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In tal senso, si stabilisce una correlazione inversa fra mobilità internazionale dei capitali e quota dei salari sul PIL. In questa sede, può essere sufficiente far riferimento a stime del Fondo Monetario Internazionale, dalle quali si deduce che la quota dei salari sul PIL, nei Paesi OCSE, si è significativamente ridotta a partire dagli inizi degli anni ottanta (v. fig.1)<strong>[9]</strong>, proprio a partire dalla stagione che, convenzionalmente, si definisce di ‘globalizzazione’.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/grafico1.JPG" height="447" width="560" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si osservi che, in questo schema, non è necessariamente l’effettiva delocalizzazione a produrre questo esito: può essere sufficiente la sola minaccia di farlo. Si può aggiungere che la necessità delle imprese di condizionare a loro vantaggio le politiche nazionali è tanto più rilevante in una fase di crisi, nella quale i conflitti intercapitalistici si accentuano. E ciò avviene mediante la concorrenza <em>fra Stati</em>, soprattutto sulla riduzione delle imposte sui profitti e sulla riduzione dei salari diretti e indiretti e dei diritti dei lavoratori<strong>[10]</strong>. Evidentemente, ed è questo un processo già in atto, l’esito non può che essere crescente concentrazione industriale, dando luogo a una spirale perversa in base alla quale aumenta la produttività del lavoro - il che è reso possibile dalle economie di scala in imprese di grandi dimensioni - e si riducono (o non aumentano) i salari, per effetto dell’elevato potere contrattuale nel mercato del lavoro di imprese di grandi dimensioni e mobili su scala internazionale. Ciò, da un lato, rende sempre più difficile – per le imprese nel loro complesso – la realizzazione monetaria dei profitti; dall’altro, genera inevitabilmente la progressiva desertificazione produttiva delle aree periferiche dello sviluppo capitalistico<strong>[11]</strong>. Da qui riemerge una contraddizione tipica della riproduzione capitalistica: le politiche di austerità assecondano gli interessi delle grandi imprese, ma, al tempo stesso, incidono negativamente sulla coesione sociale e, dunque, sulla legittimazione del sistema e di chi assume responsabilità politiche. Si è in presenza di un <em>conflitto di obiettivi fra accumulazione e legittimazione</em>, che delinea una caratteristica essenziale di un modello di sviluppo capitalistico il cui ingrediente essenziale è la piena mobilità internazionale dei capitali<strong>[12]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6>[1] Si tratta di una tesi che è stata ripetutamente smentita, sul piano teorico e fattuale, da numerosi economisti, non da ultimo dal Premio Nobel Paul Krugman. Si veda, fra gli altri suoi interventi, Il dilagare dell’austerità. Un errore dimostrabile, “Il Sole 24 ore”, sabato 3 luglio 2010 e la <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera </a>firmata da oltre duecento economisti contro le politiche di austerità in Europa.</h6>
<h6>[2] Una impostazione teorica che è stata peraltro recentemente ripudiata da uno dei suoi più autorevoli esponenti. Si veda: <a target="_blank" href="http://www.tnr.com/article/how-i-became-keynesian?page=0">http://www.tnr.com/article/how-i-became-keynesian?page=0</a>.</h6>
<h6>[3] Si osservi che, in questo schema, la domanda aggregata cade per la riduzione dei consumi, degli investimenti e della spesa pubblica. Su scala globale, non è ipotizzabile che essa aumenti per l’aumento delle esportazioni, non essendo logicamente possibile che tutti i Paesi abbiano i propri conti con l’estero persistentemente in avanzo.</h6>
<h6>[4] Si può rilevare che la riduzione del reddito disponibile, nella congiuntura attuale, interessa principalmente i lavoratori dipendenti. Si tratta di individui che, di norma, non possono ricorrere all’evasione fiscale, così che il calo della base imponibile deriva direttamente dalla riduzione dei salari, per date aliquote d’imposta.</h6>
<h6>[5] <a target="_blank" href="http://ec.europa.eu/economy_finance/db_indicators/ameco/zipped_en.htm">http://ec.europa.eu/economy_finance/db_indicators/ameco/zipped_en.htm</a></h6>
<h6>[6] Sarebbe difficile spiegare diversamente l’appoggio incondizionato di Confindustria alle politiche restrittive dell’ultima manovra finanziaria.</h6>
<h6>[7] Per un inquadramento generale del fenomeno si rinvia a S. Bowles, S. and H. Gintis,, Democracy and capitalism. Property, community and the contradictions of modern social thought, New York, Routledge, 1986; J.Crotty, G.Epstein, and P.Kelly (1998), Multinational corporations in the neo-liberal regime, in D. Becker, G. Epstein and R. Pollin (eds.), Globalization and progressive economic policy. Cambridge: Cambridge University Press. Il tema è stato ripreso recentemente da James K.Galbraith, The predator State, New York, Free Press, 2008.</h6>
<h6>[8] Sugli aspetti etici e sociali della vicenda si veda L.Gallino, L’alienazione: un grande ritorno, “Repubblica – inserto del venerdì”, 2 luglio 2010.</h6>
<h6>[9] V. A.Guscina, Effects of globalization on labor’s share in national income, “International Monetary Fund”, wp 06/294, 2006.</h6>
<h6>[10] Per un approfondimento si rinvia a G.Vertova (a cura di), Lo spazio del capitale, Roma, Editori riuniti, 2009.</h6>
<h6>[11] Alle quali, e ci si riferisce soprattutto al Mezzogiorno, viene affidata una specializzazione produttiva basata sulle presunte ‘vocazioni naturali’ del territorio (agricoltura e turismo in primo luogo). E’ bene chiarire che si tratta di settori nei quali è maggiormente presente il lavoro irregolare, l’evasione fiscale, la disoccupazione nascosta e, soprattutto, si tratta di settori tecnologicamente di retroguardia che non contribuiscono da soli in misura significativa allo sviluppo economico dell’area.</h6>
<h6>[12] Sul tema si rinvia al pionieristico contributo di J. O’ Connor, The fiscal crisis of the State, New Jersey, St. Martin’s Press, 2007 [1973]. Stando allo schema qui delineato, occorrerebbe riflettere sulla possibilità di introdurre sistemi incentivi e controlli alle dinamiche della delocalizzazione. Simbolicamente, va ricordata l’esperienza francese, che mira a incoraggiare la rilocalizzazione nel paese di siti di produzione e di unità di ricerca – con meno di 5000 addetti - collocate precedentemente all’estero.</h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Vizi metodologici e ideologie neoliberiste</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 08:11:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/image0021.jpg" height="279" width="249" />Il recente <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-18/cari-keynesiani-sporcatevi-mani-080553_PRN.shtml">articolo di Roberto Perotti</a> (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 18 luglio) a commento dell’<a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-15/cari-colleghi-rileggete-keynes-080418_PRN.shtml">intervento di Canale e Realfonzo</a> (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione<strong> [1]</strong>. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, <a target="_blank" href="http://www.nber.org/papers/w14259">in un articolo del 2008</a> sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (<a target="_blank" href="http://www.nytimes.com/2009/09/06/magazine/06Economic-t.html?_r=4&amp;partner=rss&amp;emc=rss&amp;pagewanted=all">New York Times Magazine, 2.9.2009</a>) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/09-settembre-2009/chi-ha-visto-la-crisi_PRN.shtml">“Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009</a>). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/">Levy Institute</a>, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore di economia politica nell&#8217;Università di Cassino.</em></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt">[1]</span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt"> L&#8217;articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-18/lideologia-soltanto-vecchio-arnese-080614.shtml?uuid=AYrFmw8B&amp;fromSearch">Antonio Guarino </a>(18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul <em>Sole 24 Ore</em> <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-20/lirresistibile-tentazione-superbia-antikeynesiani-175330.shtml?uuid=AYKMHf9B&amp;fromSearch">Paolo Leon </a>(20 luglio), <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-20/quando-modelli-teorici-falliscono-175448.shtml?uuid=AYYNHf9B&amp;fromSearch">Antonella Stirati </a>(20 luglio) e poi, insieme, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-26/pesci-rossi-lune-giove-161232.shtml?uuid=AY9YTEBC&amp;fromSearch">Aldo Barba e Giancarlo de Vivo </a>(26 luglio).</span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt">[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.</span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span></p>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine.JPG" height="237" width="300" /><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-admin/" height="1" width="1" /></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"> </span></span></span></span></h6>
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		<title>I giovani, gli altri poveri e la crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 18:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Distribuzione e povertà]]></category>

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		<description><![CDATA[A metà luglio l’Istat ha pubblicato il consueto bollettino annuale[1] sulla povertà relativa ed assoluta nel nostro paese con riferimento al 2009. Il bollettino di quest’anno è di particolare interesse perché ci consente di capire come ha inciso la crisi economica sulle famiglie italiane e, in particolare, su quelle prossime alla condizione di povertà. Tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="312" width="430" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/povert.jpg" border="0" style="width: 270px; height: 205px" />A metà luglio l’Istat ha pubblicato il consueto bollettino annuale<strong>[1]</strong> sulla povertà relativa ed assoluta nel nostro paese con riferimento al 2009. Il bollettino di quest’anno è di particolare interesse perché ci consente di capire come ha inciso la crisi economica sulle famiglie italiane e, in particolare, su quelle prossime alla condizione di povertà. Tra i dati che emergono dal rapporto ve ne sono alcuni che confermano tendenze consolidate, su cui si è già discusso in passato<strong>[2]</strong>, e altri che invece ne segnalano di nuove sulle quali intendo soffermarmi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tra le prime si possono inscrivere: la geografia della povertà che vede nel Mezzogiorno<strong>[3]</strong> il territorio a maggior concentrazione di famiglie povere sia in termini relativi, sia in termini assoluti (le famiglie povere meridionali sono quattro volte di più della media nazionale); la relazione positiva tra numerosità del nucleo familiare e rischio povertà (a famiglie più numerose si associa maggiore rischio di povertà); e quella tra titolo di studio e povertà (il rischio di povertà è associato in maniera inversa al titolo di studio della persona di riferimento: maggiore rischio per minore istruzione).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tra le tendenze che segnano delle novità ve ne sono alcune su cui vale la pena soffermarsi. Si tratta dell’aumento dell’incidenza<strong>[4]</strong> della povertà tra le persone giovani; dell’aumento dell’incidenza della povertà tra le famiglie di operai; della riduzione dell’incidenza della povertà tra i lavoratori autonomi; dell’aumento dell’intensità<strong>[5]</strong> della povertà assoluta.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Da un punto di vista metodologico l’Istat definisce “relativamente povere” quelle famiglie che si collocano al di sotto di una “linea di povertà” definita in termini di consumi medi pro capite.Nel 2009, la linea di povertà relativa è risultata pari a 983,01 euro<strong>[6]</strong>, circa 17 euro inferiore a quella del 2008, in ragione del fatto che la spesa per consumi ha mostrato, tra il 2008 ed il 2009, una flessione in termini reali, particolarmente evidente tra le famiglie con livelli di spesa medio-alti, contribuendo ad abbassare la spesa media complessiva e quindi la linea di soglia.Un’ulteriore soglia viene definita per distinguere la povertà relativa dalla povertà assoluta.La stima dell’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Stando a questi parametri, nel 2009 le famiglie in condizioni di povertà relativa risultano essere 2 milioni 657 mila, rappresentando il 10,8% delle famiglie residenti: si tratta di 7 milioni 810 mila individui poveri, il 13,1% dell’intera popolazione. Se a queste famiglie si aggiungono quelle definite dall’Istat “quasi povere”, ovvero molto prossime alla soglia, si raggiunge un’incidenza superiore al 20% delle famiglie residenti.Allo stesso modo, applicando il parametro di povertà assoluta, si possono contare 1 milione e 162 mila famiglie (il 4,7% delle famiglie residenti) in condizione di povertà assoluta per un totale di 3 milioni e 74 mila individui (il 5,2% dell’intera popolazione).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se i dati sull’incidenza della povertà non mostrano variazioni di rilievo rispetto al 2008, ciò che è interessante notare sono i cambiamenti nella composizione dei poveri. Anzi, sono proprio tali cambiamenti che spiegano l’invarianza complessiva dell’incidenza della povertà. È lo stesso Istat a spiegare il motivo per il quale la povertà non è cresciuta nell’anno della crisi: “in tale periodo, infatti, l’80% del calo dell’occupazione ha colpito i giovani, in particolare quelli che vivono nella famiglia di origine, mentre due ammortizzatori sociali fondamentali hanno mitigato gli effetti della crisi sulle famiglie: la famiglia, che ha protetto i giovani che avevano perso l’occupazione e la cassa integrazione guadagni, che ha protetto i genitori dalla perdita del lavoro (essendo i genitori maggioritari tra i cassaintegrati)”<strong>[7]</strong>.Ciò equivale a denunciare la totale fragilità delle giovani generazioni, che non sono protette dai rischi né sul lavoro (poiché prevalentemente impiegati con contratti variamente a termine, diversamente dai propri genitori) né sul mercato (a causa della mancanza di ammortizzatori sociali di tipo universalistico e di sussidi di disoccupazione). Si tratta di un dato particolarmente preoccupante che conferma una tendenza in atto, sebbene in maniera meno accentuata, in altri paesi sviluppati. Nell’ultimo rapporto Ocse<strong>[8]</strong> sulle disuguaglianze tra paesi e all’interno dei paesi, si leggeva che nella media dei paesi analizzati, negli anni recenti, è diminuita la povertà degli anziani mentre è aumentata la povertà dei bambini e dei giovani adulti soli (spesso a seguito di un divorzio o della perdita del lavoro). Nei paesi Ocse i bambini ed i giovani adulti hanno il 25% di probabilità in più di essere poveri rispetto al resto della popolazione. Dati confermati, per l&#8217;Italia, dal rapporto sulla povertà e da altre statistiche Istat<strong>[9]</strong> che segnalano la crescita della povertà tra i minori. Il dato della povertà giovanile, oltre ad essere grave in sé, produce una trasmissione intergenerazionale della povertà (le persone giovani povere genereranno figli poveri i quali, a causa della scarsa mobilità sociale, faranno fatica ad affrancarsi da questa condizione) comportando elevati costi sociali nel futuro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tra le altre tendenze degne di nota segnalate in apertura, vi è poi quella relativa all’aumento dell’incidenza della povertà tra le famiglie in cui la persona di riferimento è un operaio/a. Per esse, agli effetti della crisi, si associa una perdita pluriennale del potere d’acquisto dei salari<strong>[10]</strong>. L’incidenza della povertà relativa per questi nuclei è passata dal 5,9% del 2008 al 6,9% del 2009: si tratta di nuclei costituiti per i due terzi da coppie con figli. Tra questi diminuisce la percentuale di famiglie con più di un occupato, a conferma del fatto che, nel 2009, i giovani che hanno perso il lavoro appartenevano in maniera superiore alla media a famiglie con persona di riferimento operaia<strong>[11]</strong>.Anche la diminuzione dell’incidenza della povertà tra i lavoratori autonomi (dall’11,2% all’8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3,0% per l’assoluta) è in parte effetto della crisi. Molte imprese individuali, infatti, hanno chiuso durante il 2009 contribuendo a far diminuire la platea di questi lavoratori e lasciando sopravvivere quelli con minori difficoltà economiche.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Assai preoccupante, infine, è l’aumento dell’intensità della povertà assoluta. L’intensità della povertà è una misura di quanto, in percentuale, la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà. Per le famiglie in povertà assoluta che sono già, quindi, in una situazione di sofferenza ancora maggiore dei poveri relativi, l’intensità della povertà è passata dal 17,3% al 18,8%. In altre parole, se il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressoché identico, le loro condizioni medie sono peggiorate.Anche questo dato trova conferma nel già citato rapporto Ocse sulle disuguaglianze che rileva come il nostro paese sia passato da livelli di disuguaglianza vicini alla media Ocse vent&#8217;anni fa, a livelli ben superiori oggi (i poveri sono sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi). Siamo infatti il 6° paese sui 30 censiti per livello delle disuguaglianze tra ricchi e poveri. La disuguaglianza tra ricchi e poveri, in Italia, è cresciuta infatti del 33% rispetto alla metà degli anni &#8216;80 mostrando l&#8217;inefficacia delle misure di contrasto alla povertà che pure l&#8217;Ocse rileva siano state implementate nell&#8217;ultimo ventennio.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le brevi considerazioni svolte portano ad individuare due emergenze nel sistema di protezione sociale che hanno priorità rispetto alle altre: si tratta della totale esposizione delle giovani generazioni ai rischi del ciclo economico e ad altri rischi, dovuta alla parzialità del nostro sistema di ammortizzatori (si pensi ai criteri restrittivi per l’accesso alla cassa integrazione e alla mancanza di una indennità di disoccupazione universalistica) e della mancanza di una misura specifica di contrasto alla povertà (sul modello del reddito di ultima istanza).Sono emergenze assolute perché colpiscono segmenti della popolazione che, invece, per ragioni diverse, meriterebbero un’attenzione prioritaria da parte del sistema di protezione sociale. Le giovani generazioni vanno protette per evitare la trasmissione intergenerazionale della povertà e perché la società nel suo complesso non può privarsi del contributo di lavoratori e cittadini nella fascia centrale della propria esistenza, più produttiva, più fertile e più adattabile al cambiamento.Le persone in condizione di indigenza vanno protette non solo perché una democrazia non può tollerare l’esistenza di cittadini che non sono in grado di provvedere nemmeno alle proprie esigenze vitali, quindi cittadini non liberi, ma anche per prevenire i costi futuri associati alla povertà attuale.Non può valere come alibi - per procrastinare ulteriormente una riforma del nostro sistema di protezione sociale che vada nella direzione di prestazioni tendenzialmente universalistiche (non legate alla collocazione della persona nel contesto lavorativo) - la considerazione che tale riforma comporterebbe, nell’immediato, dei costi. I costi futuri, legati all’estendersi della povertà sui giovani e all’intensificarsi della povertà tra gli indigenti, sarebbero infatti ancora più onerosi. A questo va aggiunto che, in un momento di crisi come quello attuale, misure di sostegno ai redditi ed alla domanda interna avrebbero un effetto anticiclico, come ben argomentato nella “Lettera degli economisti” pubblicata su questa rivista il 15 Giugno 2010.La manovra economica correttiva che sarà approvata definitivamente entro l’estate, al contrario, è destinata a inasprire la condizione di difficoltà dei già indigenti (attraverso ulteriori tagli alle prestazioni sociali, per chi ne può godere) e dei giovani precari (va in questa direzione il taglio del 50% dei precari nelle pubbliche amministrazioni, nelle università e negli enti di ricerca) che non potranno godere di alcuna forma di ammortizzatore sociale. È veramente difficile, infatti,  pensare in termini di “risparmi” alla mancata protezione dei giovani dal rischio disoccupazione e dal rischio povertà, quando questo mancato investimento sulle giovani generazioni peserà come un “costo” sulla crescita futura.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">*Università di Milano e segreteria Flc-Cgil Milano</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] La povertà in Italia nel 2009, 15 luglio 2010, <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.istat.it/">www.istat.it</a>[2] Si veda anche su questa rivista: Cristina Tajani, “Se 2,5 milioni vi sembran pochi” dell’11 maggio 2009, Guglielmo Forges Davanzati, “La povertà vista da destra”, del 2 marzo 2009.[3] Per un approfondimento sugli effetti della crisi nel Mezzogiorno si veda, su questa stessa rivista, la riflessione di Guglielmo Forges Davanzati, “Le emigrazioni e la crisi del mezzogiorno”, del 7 Gennaio 2010.[4] L’incidenza è un indicatore che si ottiene dal rapporto tra il numero di famiglie con spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti.[5] È la misura di quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà.[6] La linea si riferisce ad una famiglia di due componenti ed è pari alla spesa media pro capite del paese. Le famiglie che hanno consumi inferiori alla media sono, quindi, considerate relativamente povere.[7] La povertà in Italia nel 2009, 15 luglio 2010, <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.istat.it/">www.istat.it</a>[8] Ocse (2008), Growing Unequal?: Income distribution and povertry in Oecd Countries. Per un commento del rapporto si veda, su questa rivista, Cristina Tajani, “Crescita diseguale, diseguale recessione” del 29 dicembre 2008.[9] Si veda anche il rapporto Istat del 4 novembre 2008.[10] Si veda su questa rivista Stefano Perri, “Distribuzione del reddito e disuguaglianza: l’Italia e gli altri” del 23 gennaio 2009.[11] Si veda anche il Rapporto Annuale 2010 dell’Istat, par. 3.5.</h6>
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