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	<title>Economia e Politica &#187; Editoriale</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:55:30 +0000</pubDate>
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	<language>it</language>
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		<title>Monti e la salvezza italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 15:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “Lettera degli economisti” del 2010 e al più recente documento contro le politiche di austerità, pubblicati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ixzofhog0gvc.jpg" style="width: 373px; height: 254px" height="428" width="639" />Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” del 2010 e al più recente <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-un-cambiamento-della-politica-economica-in-italia-e-in-europa/">documento </a>contro le politiche di austerità, pubblicati da questa rivista), l’origine della crisi italiana non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo, e la politica di austerità non frena ma al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese. D’altra parte, la speculazione e le tensioni sui tassi di interesse non si sono certo affievolite con la presentazione della manovra; al contrario nessuno più mette in dubbio le previsioni sulla recrudescenza della crisi, alimentata proprio dalle politiche di austerità.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La verità è che le medicine alla Monti, tanto invocate dalle tecnocrazie europee e somministrate a piene dosi in tutte le aree periferiche d’Europa, non servono a sospingere l’economia italiana e in generale a mettere al riparo la zona euro dal rischio di deflagrazione. L’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico dei paesi della UME e il sistema bancario europeo è una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Certo, questa politica non risolverebbe né i problemi relativi alla disoccupazione e ai bassi livelli di attività generati dalla crisi del 2008 né i problemi strutturali dell’Unione Monetaria, principalmente connessi agli imponenti processi di divergenza in atto e agli squilibri nei conti con l’estero dei paesi membri, con la Germania che vanta un surplus commerciale più grande di quello cinese. Tuttavia, l’intervento della BCE porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalità per rilanciare l’economia e il progetto di unione europea, al riparo da fanatismi liberisti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Eppure i segnali che giungono dall’Europa vanno in direzione opposta. Sino all’ultimo vertice dell’Unione sembrava che si intendesse procedere sulla linea di un discutibile scambio implicito tra politiche di austerità e interventi della BCE. Per cui gli effetti devastanti delle politiche di austerità potevano essere almeno in parte mitigati da una politica interventista della BCE. Ma ora sembra che la linea della Merkel sia sempre più forte, peraltro sostenuta dallo stesso Monti, e che anche le possibilità di una azione meno conservatrice della BCE stiano tramontando. Pare resti dunque solo l’austerità sulla scena europea, e anche nelle bozze del nuovo accordo intergovernativo tra i 26 paesi torna la clausola che impone un obbligo rigido alla contrazione del rapporto debito pubblico/Pil di un ventesimo all’anno per tutti i paesi che superino la soglia del 60%. E accanto a ciò viene rafforzandosi il principio secondo cui tutte le Costituzioni nazionali dovrebbero introiettare l’obiettivo del pareggio del bilancio pubblico. Una linea, questa, vista favorevolmente dagli economisti ultraliberisti i quali ritengono che in tal modo si possano finalmente imporre “profonde riforme strutturali” nella direzione della flessibilità e delle privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se il quadro dovesse restare immutato, la manovra salva-Italia di Monti condannerebbe il Paese a una profonda recessione e a una crescente instabilità finanziaria – come prevedono oggi numerose analisi macroeconomiche e le stesse agenzie di rating. Gli stessi obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica fissati dal governo, in particolare il perseguimento del pareggio di bilancio, sarebbero destinati ad allontanarsi di continuo, perché la riduzione del PIL (e quindi delle entrate fiscali) che scaturisce dal profilo restrittivo della manovra, sommandosi agli incrementi degli esborsi per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, richiederebbe ulteriori manovre restrittive, le quali a loro volta genererebbero ulteriore recessione e speculazione. Questo è il quadro a tinte fosche che sembra di prepararsi per l’Italia, e per gli altri paesi periferici d’Europa, con il rischio di una repentina fine dell’euro, non prima che venga assestato un durissimo colpo agli elementi di socialdemocrazia ancora presenti in Europa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La strada da seguire sarebbe tutt’altra. Al riparo sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza, in un quadro di politiche fiscali coordinate e finalizzate a contrastare i violenti processi di divergenza territoriale in atto in Europa e a ripristinare meccanismi anticongiunturali, l’Italia avrebbe bisogno davvero di una riforma strutturale. Far pagare le tasse a chi può e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’è invece una emergenza pensioni – l’Inps è in avanzo, e la spesa pensionistica italiana, a differenza di quanto spesso si afferma, non è più elevata, ma comparabile a quella degli altri paesi europei (a riguardo si rinvia a un recente contributo di <a target="_blank" href="http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Pensioni.-Perche-e-giusto-indignarsi-11015">Pizzuti</a>).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si fa un gran parlare di bilanciare rigore, equità e crescita, ma frequentemente manca una corretta consapevolezza del rapporto tra questi aspetti. L’equità va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno. La crescita declinata – alla stregua della manovra Monti – come incentivi e benefici fiscali alle imprese invece non sostiene l’attività produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi perché non c’è mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo. Per questo crescita e rigore – se inteso quest’ultimo come misure restrittive, cioè austerità – sono inconciliabili, e non potremo avere crescita senza un mutamento del quadro istituzionale europeo e se non ci lasciamo alle spalle le politiche macroeconomiche restrittive.</p>
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		<title>Per un cambiamento della politica economica in Italia e in Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 19:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche
Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione
In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center" align="left"><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/economia_pil.jpg" align="left" height="185" width="250" /></em></p>
<p style="text-align: center" align="left"><em>Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche</em></p>
<p style="text-align: center" align="left"><em>Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa </em><em>che rilanci domanda, sviluppo e occupazione</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono a buona parte della classe dirigente nazionale per non aver saputo attuare politiche che favorissero lo sviluppo del paese, la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza, nella costruzione dell’Unione Monetaria, di un quadro di politiche fiscali e monetarie coordinate volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri, e a una maggiore equità distributiva nei paesi e fra i paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crisi europea e il suo aggravamento, in particolare con l’attacco ai titoli del debito pubblico italiano, trovano la loro origine in questa assenza e sono solo parzialmente riconducibili alla progressiva caduta di credibilità del governo sinora in carica. La mancata iscrizione tra i compiti della Banca Centrale Europea del tradizionale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei debiti sovrani ha contribuito ad esporre all’attacco i titoli del debito italiano e di altri paesi europei. Le misure intraprese dai paesi dell’Eurozona per sostenere i debiti sovrani, e in primo luogo il cosiddetto Fondo Salva-Stati, risultano del tutto insufficienti anche per i debiti delle economie più piccole, e a maggior ragione per quelli dei paesi più grandi. Per di più le misure di restrizione dei bilanci pubblici che vengono richieste in cambio di quegli aiuti hanno aggravato la recessione e la stessa crisi finanziaria nei paesi beneficiari. Attualmente l’Eurozona è senza una bussola. Per l’opposizione del paese più forte, nell’ultima riunione del G-20 essa ha persino respinto la proposta di una emissione di Diritti Speciali di Prelievo da parte del Fondo Monetario Internazionale a sostegno dei debiti sovrani sotto attacco. Sono in gioco la sopravvivenza dell’Unione Monetaria e del Mercato Unico, e la stabilità economica europea e globale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I firmatari di questo appello ritengono che la grave situazione attuale nelle sue cause contingenti e di lungo periodo non possa essere affrontata se non nel quadro di un progressivo mutamento dell’insieme delle politiche economiche europee, fatte salve le azioni di politica economica che l’Italia deve intraprendere al suo interno. Siamo per un più pieno coordinamento delle politiche fiscali, monetarie e salariali in Europa, che includa a pieno titolo la piena occupazione fra gli obiettivi. Per questo siamo fermamente contrari alla iscrizione nelle Costituzioni nazionali della clausola del pareggio del bilancio pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In queste circostanze riteniamo che il nuovo esecutivo debba rapidamente muoversi nelle sedi europee appropriate, con la necessaria determinazione e le necessarie alleanze politiche, per ottenere una garanzia ferma e illimitata della BCE sul debito sovrano italiano e degli altri paesi dell’Eurozona, volto a ricondurre i tassi di interesse ai livelli pre-crisi -intervento da tempo sostenuto anche dall’Amministrazione americana e da molti autorevoli economisti di diverso orientamento teorico. Riteniamo, anche in questo caso con il conforto di opinioni diffuse tra gli economisti, che politiche di riduzione dei debiti pubblici siano in questa fase controproducenti, e reputiamo quindi che la richiesta nei riguardi della BCE vada accompagnata da un impegno non già all’abbattimento, ma bensì alla stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil in Italia e negli altri paesi in difficoltà. Un nuovo esecutivo, tecnico o politico, che si configurasse invece come mero esecutore delle richieste europee, quali espresse nelle scorse settimane, determinerebbe un aggravamento della crisi economica e finanziaria in Italia e in Europa, con devastanti conseguenze sociali e l’insostenibilità degli attuali accordi, monetari e commerciali, nell’UE. Fermo nella denuncia di tali pericoli, il Governo italiano si dovrebbe pertanto fare promotore in ambito europeo e del G-20 di politiche fiscali, monetarie e salariali concertate volte al rilancio della domanda aggregata, in particolare da parte dei paesi in forte avanzo commerciale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La riduzione dei tassi, accompagnata dall’impegno alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche internazionali espansive libererebbe nel nostro paese risorse per la crescita sia dal lato del sostegno della domanda interna che del rilancio della competitività. Riteniamo in particolare che tali risorse - assieme a quelle che dovranno provenire da una seria lotta all’evasione fiscale, da un&#8217;imposta che colpisca i patrimoni su base regolare e annua e non una tantum, e dalla razionalizzazione della spesa pubblica (inclusi i costi della politica) - vadano prioritariamente destinate alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un aumento dei salari netti, al sostegno di istruzione, ricerca e cultura, all’aumento degli investimenti per l’industria pubblica e il Mezzogiorno, alla difesa dell’ambiente, all’efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione, alla difesa della legalità. Su questi obiettivi un nuovo e più autorevole esecutivo dovrebbe impegnarsi in Europa chiedendo e restituendo fiducia al popolo italiano.</p>
<p>Acocella Nicola, Università di Roma 1<br />
Artoni Roberto, Università Bocconi Milano<br />
Bagnai Alberto, Università Gabriele D’Annunzio Pescara<br />
Barba Aldo, Università di Napoli Federico II<br />
Bellini Enrico, Università Cattolica Milano<br />
Biagioli Marco, Università di Parma<br />
Blankenburg Stephanie, SOAS Università di Londra<br />
Bosco Luigi, Università di Siena<br />
Bosi Paolo, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Canale Rosaria Rita, Università di Napoli Parthenope<br />
Cangiani Michele, Università Ca’ Foscari Venezia<br />
Carrera Antonio Cuerpo, Università Complutense Madrid (Spagna)<br />
Jorge Carreto, Universidad Nacional Autonoma de Mexico (UNAM),<br />
Caselli Gianpaolo, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Castellano Rosaria, Università di Macerata<br />
Cesaratto Sergio,  Università di Siena<br />
Chiodi Guglielmo, Università di Roma 1<br />
Ciccone Roberto,  Università di Roma 3<br />
Contini Bruno, &#8220;S. Cognetti de Martiis&#8221; Università di Torino<br />
Costabile Lilia, Università di Napoli Federico II<br />
D’Ippoliti Carlo, Università di Roma 1<br />
De Cecco Marcello, Scuola Normale Superiore di Pisa<br />
De Muro Pasquale, Università di Roma 3<br />
De Vivo Giancarlo, Università di Napoli<br />
Devillanova Carlo, Università Bocconi Milano<br />
Luca Fantacci, Università Bocconi Milano<br />
Farina Francesco, Università di Siena<br />
Febrero Panos Eladio, Università di Castilla La Mancha (Spagna)<br />
Felice Emanuele, Università autonoma di Barcellona (Spagna)<br />
Fiorito Luca, Università di Palermo<br />
Forges Davanzati Guglielmo, Università del Salento<br />
Franzini Maurizio,  Università di Roma 1<br />
Saverio M. Fratini, Università di Roma 3<br />
Fubini Lia, Università di Torino<br />
Ghignoni Emanuela, Università di Roma 1<br />
Ginzburg Andrea, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Hodgson Geoffrey, Università di HertfordShire (RU)<br />
King John, La Trobe University, Melbourne (Australia)<br />
Krimpas George E., Università di Atene (Grecia)<br />
Lavoie Marc, Università di Ottawa (Canada)<br />
Enrico Sergio Levrero, Università di Roma 3<br />
Lombardi Mauro, Università di Firenze<br />
Loperato Francis Luiz C., Università di Campinas (Brasile)<br />
Lucarelli Stefano, Università di Bergamo<br />
Lugli Loris, già direttore IRES Emilia Romagna<br />
Lunghini Giorgio, Università di Pavia<br />
Maffeo Vincenzo, Università di Roma 1<br />
Marani Ugo, Università di Napoli Federico II<br />
Marcuzzo Maria Cristina, Università di Roma 1<br />
Mongiovi Gary, St.Johns University (USA)<br />
Morroni Mario, Università di Pisa<br />
Napolitano Oreste, Università di Napoli Parthenope<br />
Nuti Domenico Mario, Università di Roma 1<br />
Ofria Ferdinando, Università di Messina<br />
Madsen Ove  Mogens, Aalborg University (Danimarca)<br />
Pagano Ugo, Università di Siena<br />
Palazzi Paolo, Università di Roma 1<br />
Palumbo Antonella, Università di Roma 3<br />
Panico Carlo, Università di Napoli<br />
Park Man-Seop, Università di Seul (Corea del sud)<br />
Pastrello Gabriele, Università di Trieste<br />
Pennacchi Laura, Fondazione Basso<br />
Picchio Antonella, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Pivetti Massimo, Università di Roma 1<br />
Pugno Maurizio, Università di Cassino<br />
Ramazzotti Paolo, Università di Macerata<br />
Rangone Marco, Università di Padova<br />
Ravagnani Fabio, Università di Roma 1<br />
Realfonzo Riccardo, Università del Sannio<br />
Louis-Philippe Rochon, Laurentian University, Ontario (Canada)<br />
Rossi Sergio, Università di Friburgo (Svizzera)<br />
Saccareccia Mario, Università di Ottawa (Canada)<br />
Sacconi Lorenzo, Università di Trento (direttore Econmetica)<br />
Sau Lino, &#8220;S. Cognetti de Martiis&#8221; Università di Torino<br />
Sawyer Malcolm, Università di Leeds<br />
Schiattarella Roberto, Università di Camerino<br />
Solari Stefano, Università di Padova<br />
Stefania Gabriele, dirigente ricerca CNR<br />
Stirati Antonella, Università di Roma 3<br />
Stefano Sylos Labini, ENEA Roma<br />
Tiberi Mario, Università di Roma 1<br />
Travaglini Carlo, M., Università di Roma 3<br />
Tridico Pasquale Università di Roma 3<br />
Alfonso Vadillo, Facultad de Economía, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM)<br />
Vercelli Alessandro, Università di Siena<br />
Watt Andrew, Senior researcher European Trade Union Institute<br />
Zezza Gennaro Università di Cassino e Levy Institute (USA)</p>
<p>E&#8217; possibile aderire all&#8217;indirizzo <a target="_blank" href="http://documentoeconomisti.blogspot.com/">http://documentoeconomisti.blogspot.com/</a> .</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Yes we can!</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 16:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Alla fine del 2007, il governatore della Banca d&#8217;Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/images.jpg" height="225" width="292" />Alla fine del 2007, il governatore della Banca d&#8217;Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche l&#8217;“incertezza suscitata dalle ripetute modifiche delle regole previdenziali” influiva negativamente sulla crescita. Oggi, con salari e pensioni certo non più alti di allora, lo stesso Draghi ha firmato come presidente entrante della BCE una lettera al governo italiano in cui, tra le misure “essenziali” per far fronte alla crisi del debito pubblico e “rilanciare la crescita”, si include la proposta di ridurre i salari dei pubblici dipendenti, di precarizzare ulteriormente i lavoratori del settore privato facilitandone il licenziamento, di introdurre nuove sostanziose modifiche alla disciplina delle pensioni dei lavoratori dipendenti (tralasciando naturalmente di notare che la gestione del sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti è in attivo e il suo avanzo contribuisce un ammontare pari a vari punti di PIL alle casse dello stato).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Un po’ tutto e il contrario di tutto si sente anche nel dibattito che si va animando sul tema della patrimoniale: tutti ne parlano, e si cimentano nel disegno di una qualche ipotesi di imposizione sul patrimonio, straordinaria o ordinaria che sia. Ci sono almeno tre motivi per cui questa attenzione è comunque benvenuta. In primo luogo, la patrimoniale è una tassa che toccherebbe poco la crescita dei consumi, e quindi (seguendo il Draghi del 2007) la crescita dell&#8217;economia. In secondo luogo, guardare al patrimonio consentirebbe un importante recupero di base imponibile sfuggita all&#8217;imposizione sul reddito. In terzo luogo, l&#8217;Italia ha eliminato negli ultimi anni quasi ogni forma impositiva sul patrimonio: non vi sono praticamente più imposte sulle successioni e sulle donazioni, né imposte sulla ricchezza, del tipo dell&#8217;imposta sulle grandi fortune che si paga in Francia. Abbiamo meno di 10 miliardi di euro di gettito ICI (erano 13 prima dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa), a fronte dei 27 miliardi di euro delle imposte francesi sul patrimonio. In compenso ricaviamo 10 miliardi di gettito da lotto e lotterie: un&#8217;imposta sulla miseria invece che sulla ricchezza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Detto questo, bisogna però aggiungere che ogni discorso serio su un’eventuale imposta patrimoniale non possa che concepirla come la più comprensiva possibile, sia per quanto riguarda i detentori, sia per quanto riguarda le attività da assoggettarvi, seguendo l’elementare principio che ad uguali patrimoni corrisponda uguale imposta. La questione dei soggetti non viene oggi quasi toccata, e si ragiona come se i detentori di ricchezza fossero solo le famiglie. Ma ci sono anche le società. E’ sbagliato ritenere che il patrimonio delle società sia già conteggiato nel patrimonio delle famiglie che ne sono proprietarie, perchè non c’è una necessaria corrispondenza tra valore delle quote proprietarie e stato patrimoniale della società. Né bisogna pensare che assoggettare a patrimoniale le società implichi tassare gli “strumenti della produzione”. Si consideri che il 40% della ricchezza immobiliare complessiva della nazione è posseduta da società. E’ ovvio che questi immobili non sono tutti <em>destinati alla attività produttiva delle società che li possiedono</em> (per questi naturalmente si potrebbero individuare forme di esenzione). Ad esempio, il 10% del totale degli immobili <em>residenziali </em>in Italia sono posseduti da società, e certo non vi sarebbe motivo di esentarli; né vi sarebbe motivo di esentare gli immobili non residenziali posseduti da “imprese” che esistono solo per gestire questo patrimonio immobiliare. Insomma, la coraggiosa proposta della Confindustria di introdurre una patrimoniale sulle famiglie è il classico “armiamoci e partite”. Che poi la Confindustria invochi benefici per sé a contropartita di una patrimoniale che vorrebbe pagata da altri non è scandaloso: in fondo fa il suo mestiere.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda la questione delle attività da assoggettare all’imposta, evidentemente non si tratterebbe solo di quelle reali, ma anche di quelle finanziarie. Il problema, che riguarda tanto le persone fisiche che le persone giuridiche, è evidentemente quello di applicare un sistema di accertamento efficace del tributo, non basato quindi solo sull&#8217;autodichiarazione, sia pur rafforzata con pesanti sanzioni per le dichiarazioni mendaci. Per gli immobili la soluzione è relativamente semplice: lo strumento attraverso il quale procedere è il catasto. Per i beni mobili registrati c’è il registro relativo, da cui si potrebbe partire, studiando misure che evitino l’evasione. Per i valori mobiliari emessi all’interno si dovrebbe procedere ad un meccanismo di accertamento in capo al soggetto emittente (lo Stato, le società non finanziarie, le banche), che elimina la questione dello stato nazionale o estero del possessore dell&#8217;attività finanziaria. Ma sorge il problema di titoli emessi da soggetti stranieri e detenuti anonimamente da residenti italiani. Si potrebbe avere il paradosso che un soggetto (anche estero) che avesse acquistato titoli del debito pubblico italiano sarebbe colpito dalla patrimoniale, mentre un italiano che avesse acquistato titoli esteri e li occul¬tasse allo stato non sarebbe incluso. Poco può fare, ci sembra, l&#8217;obbligo di indicare nella dichiarazione dei redditi tutte le attività finanziarie detenute all&#8217;estero. Al crescere delle cifre, l&#8217;evasione fiscale tende a trasformarsi in ‘elusione fiscale’, e per grandi importi evolvere nella rispettabilissima ‘programmazione fiscale’: in fin dei conti, i ricchi pagano solo le tasse che vogliono pagare. E bisogna riconoscere che c’è una certa contraddizione nell’essere a favore sia della patrimoniale sulle attività finanziarie che della libera circolazione dei capitali – una contraddizione che certo non affligge la proposta del PD, che intende assoggettare a patrimoniale<em> solo gli immobili</em> delle famiglie.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Detto che la patrimoniale dovrebbe essere la più ampia possibile sia per quanto riguarda i soggetti che le attività, consideriamo gli ordini di grandezza. La scelta è tra una patrimoniale ordinaria – imposta permanente a bassa aliquota, sul modello della patrimoniale francese – e una patrimoniale straordinaria – misura <em>una tantum</em> ad aliquota assai più alta, che uno stato forte può in certe circostanze imporre al fine di abbattere col suo gettito il debito pubblico. Il realismo politico ci sembra deporre a favore della prima. Ragionando sui dati dell’indagine della Banca d’Italia – che considera la ricchezza delle sole famiglie – se si tassasse ad esempio con patrimoniale straordinaria ad aliquota del 12% il patrimonio del 10% più ricco delle famiglie (pari a 2.5 volte il PIL), si otterrebbe un gettito di 30 punti di PIL (cioè 460 miliardi). Questo gettito addizionale, impiegato per ritirare debito pubblico, darebbe un risparmio di interessi pari a circa 25 miliardi l’anno, supponendo un onere medio del debito al 5%. La stessa cifra annuale potrebbe essere ottenuta con una patrimoniale ordinaria ad aliquota dello 0.7% sullo stesso gruppo di famiglie. La decisione fondamendale riguarda allora l’uso di questa cifra. Seguendo il Draghi del 2007, dovrebbe essere usata per “fare spazio” ad una spesa che sostenendo la crescita permetta di ridurre il peso del debito sul PIL attraverso la crescita del prodotto piuttosto che la riduzione del debito. In fin dei conti, basta guardare all’esperienza dell’Italia – che pure aveva ridotto il debito dal 122% del PIL nel 1994 al 104% nel 2007, per poi vederlo risalire al 120% di oggi – per capire che avanzi di bilancio senza crescita rendono il miglioramento della posizione finanziaria dello stato una fatica di Sisifo. E’ chiaro allora perché tanti oggi invochino la crescita. Quello che però si dimentica è che crescita e creazione di avanzi primari di bilancio non vanno d’accordo, ed è per questo necessario che gli avanzi siano almeno generati da uno spostamento del carico fiscale dal lavoro agli altri redditi: la patrimoniale sarebbe oggi un primo passo in questa direzione, se non viene intesa – come forse molti sperano – come un “sacrificio” chiesto agli evasori, con la più o meno esplicita promessa di lasciar poi le cose continuare ad andare per il <em>loro</em> verso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em> *Università di Napoli “Federico II”</em></p>
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		<title>L’Italia in serie A</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 15:12:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il declassamento del rating dell’Italia da parte di Standard &#38; Poor è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglo-sassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/italia-malata1.jpg" style="width: 283px; height: 255px" height="251" width="257" />Il declassamento del <em>rating</em> dell’Italia da parte di <em>Standard &amp; Poor</em> è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglo-sassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.<br />
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più Stati (semi)sovrani che resta peraltro un esito possibile, quanto l’abbassamento del prezzo di quei pezzi di patrimonio pubblico europeo che stanno per essere svenduti in Grecia, e che potrebbero esserlo in Italia. Se si riesce a convincere “i mercati” che uno Stato (semi)sovrano non è più in grado di ripagare i propri debiti attraverso la crescita del reddito, non resta che sperare di mettere le mani sulla parte più appetibile del patrimonio, ma per far ciò occorre prima svalutarlo il più possibile, in modo da spuntare un prezzo da saldi di fine stagione. Un’eco di tali preoccupazioni sembra aver guidato le parole del segretario generale  con delega alle privatizzazioni del Ministero delle finanze greco il quale, annunciando per i prossimi giorni la firma di tre accordi tra cui la vendita al settore privato dell’aeroporto di Atene, ha aggiunto che non è possibile vendere ai prezzi del 2008 quando l’economia greca si trova nelle condizioni in cui è.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dal canto suo, l’Unione europea sta facendo tutto quello che è umanamente possibile fare per favorire un esito del genere. A partire dalla primavera scorsa, in un susseguirsi convulso di eventi, prima la Commissione e il Consiglio hanno imposto la decisione di rendere molto più stringenti i vincoli ai bilanci degli Stati, poi la Banca centrale europea ha deciso unilateralmente che il peggio della crisi era passato, dunque si potevano aumentare i tassi di interesse; infine hanno deciso di comune accordo di istituire un fondo di salvataggio troppo esiguo per poter sostenere gli attacchi speculativi a paesi del calibro di Spagna e Italia, ma abbastanza cospicuo da attirare i pescecani della finanza che hanno azzannato alla gola la Grecia.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In realtà, se solo volesse, la Banca centrale europea potrebbe resistere da sola e senza problemi a qualunque attacco speculativo anche contro il terzo debito pubblico più alto del mondo come è quello italiano. Basterebbe, come in parte sta facendo, acquistare i titoli eventualmente venduti dagli speculatori e il prezzo di tali titoli si manterrebbe sufficientemente alto da non far diventare insostenibile il sentiero della spesa per interessi. D’altra parte, per quale altra ragione sarebbe valsa la pena per un paese rinunciare alla propria sovranità monetaria se non per godere del vantaggio di una Banca centrale più forte, ricca e indipendente degli istituti monetari nazionali? Annunci dunque pubblicamente la BCE che non tollererà attacchi speculativi alle obbligazioni dei paesi membri dell’Unione e contemporaneamente abbassi i tassi di interesse.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Con uno scenario finanziario meno volatile, i paesi membri dell’Unione potranno non solo rilassare, ma invertire di segno quelle politiche fiscali recessive che, come sta già accadendo in Grecia, sortiscono l’unico effetto di rendere più lunga e pesante la depressione economica in corso.  Secondo la Banca d’Italia<strong>[1]</strong> alla fine del 2009 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni ecc.) e di attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali, ecc.) è stimabile in circa 8.600 miliardi di euro (pag. 7); nello stesso studio si sottolinea come la distribuzione di tale ricchezza sia caratterizzata da un elevato grado di concentrazione<strong>[2]</strong> con la metà più povera delle famiglie italiane che a fine 2008 deteneva il 10% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco deteneva quasi il 45% della ricchezza complessiva (pag. 9). A fronte di un tale livello di diseguaglianza, una imposta – poniamo  - del 10% sui patrimoni della frazione più ricca delle famiglie italiane consentirebbe di ricavare circa 400 miliardi di euro con evidenti effetti redistributivi. Con il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, sarebbe possibile far utilizzare tecnologie di alto livello ad alcune migliaia di lavoratori, particolarmente giovani precari, da impegnare in uno straordinario programma di risanamento ambientale, cominciando col mettere in sicurezza i fiumi e i boschi di questo bel paese disastrato (anche) dal punto di vista ambientale. Così ci meriteremmo la serie A, quella vera.</p>
<p><em>*Università di Teramo.<br />
</em></p>
<h6>[1] La ricchezza delle famiglie italiane 2009, Supplementi al Bollettino Statistico, numero 67, Indicatori monetari e finanziari, Nuova serie, Anno XX, 20 Dicembre 2010</h6>
<h6>[2] I dati, riferiti all’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2008, sono pubblicati nel Supplemento al Bollettino Statistico “I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2008”, n. 8, Banca d’Italia, 2010</h6>
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		<title>Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 10:55:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/pensione-1.jpeg" style="width: 354px; height: 235px" height="449" width="600" /></span>Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur minimo vaglio di analisi economica. Tra le più ricorrenti di tali formule c’è quella che evoca dei pretesi oneri che la generazione presente starebbe addossando sulle spalle delle generazioni future. E’ facile imbattersi nel richiamo a tale ‘snaturato’ comportamento con riguardo al debito pubblico esistente—come se questo fosse un debito della collettività nel suo complesso, e non, quale invece è, un debito del settore pubblico nei confronti dei cittadini, e quindi una forma di attività finanziaria che questi ultimi possiedono e tramandano ai loro discendenti.<strong>[1]</strong> Ma, come è capitato di leggere ancora in questi giorni, l’appello al ‘risanamento’ finanziario quale condizione di maggiore equità intergenerazionale viene anche lanciato con più specifico riferimento ai meccanismi dell’attuale sistema pensionistico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Proprio nel contesto del dibattito alimentato dalla ‘manovra’ in atto, da più parti si è sostenuto ancora una volta che un intervento normativo opportuno sarebbe quello del prolungamento dell’età lavorativa, e quindi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Gli argomenti utilizzati a sostegno di questa tesi sono sostanzialmente di due tipi. Uno attiene alla dimensione della spesa pensionistica, che si sarebbe dilatata per effetto della estensione della durata media della vita, e il cui equilibrio rispetto alle entrate (a sua volta richiesto dal generale equilibrio nei conti pubblici, considerato indispensabile) richiederebbe pertanto o un aumento dell’imposizione contributiva, che viene però immediatamente escluso per i suoi effetti negativi sul costo del lavoro, oppure una riduzione delle prestazioni, appunto indicata nella forma dell’innalzamento dell’età di pensionamento e conseguente diminuzione degli anni di pensione. A questo argomento, che possiamo chiamare ‘di bilancio’, viene spesso aggiunto quello secondo cui il sacrifico degli ‘anziani’ occupati correggerebbe il sistema attuale nella direzione di una maggiore equità nei confronti delle generazioni ‘giovani’. Ora, se l’argomento ‘di bilancio’ è chiaro nel suo significato, a prescindere dal fatto che lo si possa condividere o meno, è invece difficile comprendere quale sia il senso in cui l’attuale sistema conterrebbe degli elementi di iniquità intergenerazionale, e quali siano quindi i benefici che i ‘figli’ riceverebbero dal prolungamento dell’età lavorativa dei ‘padri’. Riesco a formulare solo due ipotesi in grado di dare razionalità all’argomento: a) data l’estensione della durata media della vita, in assenza dei risparmi di spesa pensionistica connessi al prolungamento dell’età lavorativa gli occupati giovani sarebbero chiamati a pagare contributi più elevati; b) i risparmi di spesa prodotti dal prolungamento verrebbero utilizzati per finanziare elementi di <em>welfare </em>a favore dei giovani (sussidi di disoccupazione, asili-nido, ecc.). L’ipotesi b), cui talvolta viene effettivamente fatto cenno nel dibattito, nella misura in cui si applicasse implicherebbe però una diversa destinazione della spesa sociale, piuttosto che una sua contrazione, e sarebbero in conflitto con l’obiettivo generale di riduzione del disavanzo pubblico al quale il prolungamento dell’età lavorativa viene invece generalmente connesso. Analoga considerazione vale per l’ipotesi a), secondo la quale il prolungamento della vita lavorativa eviterebbe l’innalzamento delle aliquote contributive sugli occupati, e non un più elevato disavanzo pubblico. Insomma, il preteso carattere di maggiore equità intergenerazionale del prolungamento della vita lavorativa non trova spiegazioni evidenti, e quelle che si possono eventualmente concepire lo rendono contraddittorio, anziché complementare, rispetto alla desiderata riduzione del disavanzo pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In realtà esiste invece una buona ragione per ritenere che, in sé, il prolungamento della vita lavorativa, lungi dal produrre un beneficio per le generazioni giovani, causerebbe loro un danno estremamente grave. <em>Ceteris paribus</em>, è evidente che l’estensione del periodo di lavoro degli attuali occupati produrrebbe un corrispondente ritardo nell’impiego dei giovani chiamati a sostituirli; è forse meno evidente che ciò si risolverebbe in un aumento <em>permanente </em>e di dimensioni potenzialmente rilevanti della disoccupazione. Per mostrare quanto appena detto mi servirò di un semplice esempio numerico, che adotta le seguenti ipotesi:<br />
- il prolungamento consiste nel posticipare l’età del pensionamento dai 65 anni ai 70 anni;<br />
- la vita di un individuo si conclude a 85 anni;<br />
- la popolazione è stazionaria e si distribuisce uniformemente per età;<br />
- l’economia è stazionaria.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Prima del provvedimento si hanno pertanto 20 classi di età di pensionati, e cioè dai 65 agli 84 anni. Supponiamo che in ciascuna classe di età vi siano 2 individui, e quindi 40 pensionati in tutto. Nel gruppo dei pensionati ogni anno muoiono due individui al raggiungimento degli 85 anni, ed entrano due 65enni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vediamo ora quali sarebbero gli effetti permanenti che il prolungamento dell’età lavorativa avrebbe sul livello della disoccupazione. Immaginiamo che prima del provvedimento vi fossero 50 classi di età degli occupati, da 15 a 64 anni, ciascuna costituita da 2 lavoratori, per complessivi 100 occupati. Ogni anno 2 individui 65nni andavano a riposo, sostituiti da 2 giovani, che supponiamo fossero 15nni.</p>
<p>Nel periodo 0, precedente al provvedimento, si aveva dunque questa situazione:</p>
<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf.1" height="1" width="1" /><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig2.JPG" height="75" width="326" /></p>
<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf.1" height="1" width="1" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Assumiamo, a partire dal periodo 1, un processo graduale verso il nuovo regime, di questo tipo: i lavoratori che nel periodo 0 hanno 64 anni andranno a riposo a 66 anni (ritardo di 1 anno); i lavoratori che nel periodo 0 hanno 63 anni, andranno a riposo a 67 anni (ritardo di 2 anni), e così, via, fino ai lavoratori che in data 0 hanno 60 anni, e che andranno a riposo a 70 anni (ritardo di 5 anni). Il processo può quindi essere così rappresentato:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-ciccone.JPG" height="486" width="457" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nei 10 periodi della transizione si verifica un turnover di 2 unità ad anni alterni, e precisamente negli anni 2, 4, 6, 8, 10 (mentre negli anni dispari si verifica solo l’&#8221;invecchiamento&#8221; di 1 anno dei medesimi occupati), e l’ipotesi adottata è che ad entrare tra gli occupati siano, di volta in volta, i giovani di età maggiore (così, nel periodo 2 vengono impiegati i due 16nni, nel periodo 4 vengono impiegati i due 17nni, e così via). Quella rappresentata nel periodo 10 costituisce la situazione a regime, che, ferma restando ogni altra condizione, da allora in poi è quindi permanente. Si può così vedere che il prolungamento dell’età lavorativa implica una riduzione permanente di 10 unità nel numero dei pensionati e un equivalente e altrettanto permanente aumento di 10 unità nel numero dei disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il numero dei pensionati si riduce dunque del 25%, che è il rapporto tra il numero di anni di prolungamento della vita lavorativa (5) e l’iniziale numero medio di anni di pensione (20); ovvero, ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile riduce il numero dei pensionati del 5%. Volendo applicare questi risultati a grandezze rilevate per l’Italia, consideriamo i seguenti dati:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- nel 2009 (ultimo dato che sono riuscito ad individuare) il numero di percettori di pensioni di vecchiaia era pari a 11.475.000;<strong>[2]</strong><br />
- dei suddetti pensionati il 24,6% era relativamente ‘giovane’, in quanto di età compresa tra i 40 e i 64 anni.<strong>[3]</strong> Questa quota di pensionati può ragionevolmente considerarsi ‘ad esaurimento’ (perché presumibilmente frutto, in gran parte, di meccanismi di pensionamento non ripetibili), e pertanto da non considerare nella stima degli effetti di un innalzamento dell’età pensionabile. Sottraendo tale quota, il numero di percettori di pensioni di vecchiaia rilevante per la nostra valutazione risulta pari a 8.652.000.<strong>[4]</strong>
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dunque caliamo nel nostro esempio di economia stazionaria il numero di percettori di pensione di vecchiaia testé individuato, e ad esso applichiamo l’ipotizzato prolungamento dell’età lavorativa, il risultato a regime di questo provvedimento è costituito da una riduzione del numero di pensionati pari al 25% di 8.652.000, e cioè 2.163.000 unità. Corrispondentemente, in questa stessa, rilevante dimensione aumenta, nella nostra economia stazionaria, il numero dei disoccupati. Introducendo nel nostro esempio il numero di persone in cerca di occupazione rilevato alla fine del 2009 in Italia, pari a 2.086.000,  a regime l’effetto del provvedimento sarebbe dunque un incremento del numero dei disoccupati del 104%! Più specificamente, per ogni anno di aumento dell’età pensionabile il numero dei pensionati si ridurrebbe, come abbiamo già osservato, del 5%, pari a 433.000 unità nella nostra economia stazionaria; e di questo stesso numero, pari a ben il 21% della grandezza iniziale, aumenterebbero i disoccupati per ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I risultati ottenuti risentono, ovviamente, delle ipotesi adottate. In particolare, l’assunzione di stazionarietà del sistema (inclusa la forza-lavoro) ha lo scopo di isolare gli effetti sulla disoccupazione di un prolungamento dell’età lavorativa, considerando quindi invarianti tutte le altre condizioni. E’ chiaro perciò che l’aumento della disoccupazione prodotto da un simile provvedimento risulterebbe compensato tanto di più, quanto più l’economia crescesse. Tuttavia il trend recente dell’economia italiana, e le politiche economiche in atto, non lasciano sperare in tassi di crescita rilevanti, per non dire positivi. Né vi sono ragioni per ritenere che proprio il prolungamento dell’età lavorativa possa di per sé produrre effetti espansivi—piuttosto il contrario, considerata la contrazione della domanda per consumi inevitabilmente generata da un aumento della frazione di forza-lavoro che rimane disoccupata, e quindi a reddito individuale pressoché nullo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un’altra implicazione dell’ipotesi di stazionarietà è la costanza della produttività del lavoro, la quale ha tuttavia l’effetto di limitare l’aumento della disoccupazione rispetto a quella che si produrrebbe in presenza di un eventuale andamento crescente della produttività. Vale infatti notare che gli aumenti di produttività <em>riducono </em>la quantità di lavoro richiesta per unità di prodotto, e che perciò, se non associati ad una crescita sufficiente dell’economia, essi hanno un effetto negativo sui livelli di occupazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infine, le ipotesi circa la durata media della vita e di distribuzione uniforme delle età degli individui non sembrano essere decisive per i risultati ottenuti. Una vita media di 85 anni appare semmai leggermente sovrastimata, e quindi tale da ridurre, a parità di numero iniziale di pensionati, l’aumento della disoccupazione ottenuto nel nostro esempio. Una vita media più breve, riducendo il denominatore del rapporto tra prolungamento della vita lavorativa e il numero iniziale di anni di pensione, implicherebbe una maggiore riduzione, a regime, nel numero dei pensionati, e quindi un aumento maggiore nel numero dei disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, questa nota ha lo scopo di mettere in evidenza come l’aumento dell’età pensionabile sia di per sé in grado di produrre effetti negativi molto rilevanti sull’occupazione, e quindi sulla possibilità di impiego dei giovani. Ciò non significa, naturalmente, che l’estensione del limite dell’età di lavoro sia un fatto necessariamente e intrinsecamente negativo: dove vada fissato tale limite è però questione che il governo di una collettività dovrebbe stabilire considerando le molteplici implicazioni di tale determinazione, nelle date condizioni economiche e sociali. E la capacità del sistema economico di dare occupazione è certamente una delle più importanti di tali condizioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Il valore dei titoli pubblici che la generazione successiva in quanto tale eredita da quella precedente equivale ovviamente al valore del debito pubblico in essere, e compensa quindi qualsiasi ammontare di maggiori imposte che essa sia eventualmente chiamata a pagare al fine di ridurre o limitare la dimensione del debito.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] <em>Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31dicembre 2009</em>, INPS e ISTAT, 21 giugno 2011, tav. 9, p. 9.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Ibid., tav. 7, p. 8.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] L’opportunità di sottrarre la quota di pensionati ‘giovani’ mi è stata fatta notare dal collega Attilio Trezzini.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] ISTAT, <a target="_blank" href="http://www.istat.it/it/archivio/37179">Occupati e disoccupati</a>, Serie storiche.</span></h6>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Chi salverà l&#8217;America dal debito?</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 15:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. Chi salverà l’America?
Perdite pesanti e pronunciata volatilità nelle borse di tutto il mondo, ma soprattutto più di 22 milioni di disoccupati nell’Unione Europea, quasi 14 milioni negli Stati Uniti, e più di 200 milioni nel mondo (stime ILO), per limitarci alle cifre che non includono lavoratori sotto-occupati e scoraggiati (soprattutto giovani). Questa è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><u><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/obama_bandiera_usa_jpg_415368877.jpg" style="width: 256px; height: 139px" height="230" width="436" /></u><em>1. Chi salverà l’America?</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Perdite pesanti e pronunciata volatilità nelle borse di tutto il mondo, ma soprattutto più di 22 milioni di disoccupati nell’Unione Europea, quasi 14 milioni negli Stati Uniti, e più di 200 milioni nel mondo (stime ILO), per limitarci alle cifre che non includono lavoratori sotto-occupati e scoraggiati (soprattutto giovani). Questa è la fotografia dell’economia mondiale nell’estate del 2011, un’economia ferita da un’implosione che è partita dalle sue due aree più economicamente avanzate e anche quelle, dovremmo presumere, più culturalmente attrezzate per trovare soluzioni efficaci che riportino crescita e prosperità, coniugando le preziose lezioni del passato con le nuove sfide della tecnologia e dell’ambiente. E si tratta ormai anche di qualcosa di più: dar prova che l’economia di mercato è governabile prima che qualcuno cominci seriamente a dubitarlo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma quel che i leader dell’economia e della politica hanno prodotto fin qui è una ricetta confusa, contradittoria, che non riesce a guadagnarsi la fiducia di chi è più colpito dalla crisi, e cioè lavoratori e imprese che invece si aspettano risposte risolute ed efficaci, almeno nel campo del governo dell’economia, dove la politica non può permettersi di fallire.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Partiamo dal cuore dell’economia mondiale, che è ancora l’economia americana. Il congresso degli Stati Uniti ha dato uno spettacolo poco edificante con la lunga e inconcludente trattativa sul debito pubblico, in cui l’opposizione ha ricattato il Presidente, e il Presidente nulla ha fatto per sottrarsi al ricatto e rilanciare la propria leadership, che sta rapidamente evaporando. L’opposizione repubblicana ha pensato bene di giocare duro in vista delle elezioni presidenziali e ha ottenuto un impegno al taglio della spesa in cambio del voto di un provvedimento di routine, quello che periodicamente aggiorna il valore nominale dei titoli che il Tesoro americano è autorizzato ad emettere. Qualcuno ha sperato in un colpo d’ala di Obama che avrebbe potuto invocare la Costituzione e  mettere all’angolo i repubblicani del tea party. Non è accaduto.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E siccome nel 2006 l’allora Senatore Obama aveva attaccato l’eccessivo debito pubblico (quando era di 5mila miliardi inferiore ad ora) in occasione di una molto meno drammatica scadenza del rinnovo del limite del debito, non ce ne possiamo sorprendere. Chi aveva pensato che il pacchetto Obama del 2009 fosse una convinta politica di rilancio del paese ha dovuto ricredersi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È vero: la differenza tra spesa pubblica e introiti fiscali (in percentuale di pil) è raddoppiata negli ultimi tre anni, ma non tanto a causa dei limitati provvedimenti fiscali, quanto degli inevitabili effetti ciclici. Sarà bene ricordarne il meccanismo: il disavanzo contabile di qualunque stato è destinato inseorabilmente ad aumentare quando si perdono posti di lavoro. E quanti più posti di lavoro spariscono, tanto più cresce il disavanzo. Si perde il lavoro, spariscono i redditi, la base imponibile si riduce, gli introiti fiscali inevitabilmente si contraggono, e il disavanzo fiscale aumenta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È questa la maniera, ruvida e aspra, in cui l’economia monetaria si difende dal collasso totale. Quando i redditi calano, il disavanzo che viene automaticamente prodotto contribuisce a rallentare la caduta. Esso corrisponde, dollaro per dollaro, a un maggior risparmio di famiglie e imprese: denaro speso dallo stato presso i privati e non tassato. Se si è pazienti abbastanza, la domanda e il reddito riprendono un po’ di vigore. È ciò che accadrà negli Stati Uniti se il disavanzo continuerà sugli attuali livelli.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il problema è che su questa situazione già difficile la politica non sembra trovare di meglio che tagliare la spesa e aumentare le tasse, inceppando il meccanismo automatico: è come far violentemente cadere qualcuno mentre sta andando a farsi curare una gamba rotta!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>2. Il downgrading alla prova del mercato<br />
</em>
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Molti americani hanno scoperto quest’anno l’esistenza del ‘tetto del debito’. La drammaticità della trattativa li ha convinti che il governo sia a corto di soldi, che i politici buttino a mare la ricchezza del paese, e che presto dovranno elemosinare aiuti finanziari dai cinesi. Il guaio è che Standard&amp;Poor, con un linguaggio appena più sofisticato, dice la stessa cosa.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È piuttosto bizzarro: nei corsi di primo anno di economia si studia che uno stato che ha potere di emettere moneta è sempre in grado di pagare i propri debiti espressi in valuta nazionale, e il suo debito è per definizione ‘risk-free’. Lo stato potrà commettere altri danni, compresa una politica inflazionistica, ma nulla può impedire allo stato di ripagare i propri debiti. Abbiamo visto governi sospendere i rimborsi o gli interessi perchè il debito era denominato in valuta estera, o perchè vincolati da politiche di cambio fisso con valute straniere. Ma il debito degli Stati Uniti è in dollari e non è vincolato da cambi fissi. L’unico motivo che può impedire agli Stati Uniti di onorare puntualmente i propri obblighi è una legge e un voto che impongano un default politico!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">S&amp;P avrebbe potuto dirlo chiaramente: Finchè esiste il tetto al debito, gli Stati Uniti possono fallire: non perchè ‘hanno finito i soldi’, ma perchè la politica lo può insensatamente volere; eliminando quella legge che risale al sistema auero, il debito USA riacquisterà la tripla A. Ma nella relazione che spiega la decisione, S&amp;P nota invece che il problema è proprio quello di finire i soldi (il tutto più sofisticatamente argomentato con riferimento al rapporto debito/pil giudicato ‘insostenibile’).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E arriviamo a lunedì 8 agosto mattina a Wall Street: Standard &amp; Poor ha appena degradato il merito di credito degli Stati Uniti da AAA ad AA+. Cosa mai succederà al prezzo dei titoli del Tesoro americano? Il tesoro troverà più costoso finanziarsi? Dovrà offrire tassi più alti?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ed ecco che arrivano le quotazioni dei mercati: il prezzo sale, i rendimenti scendono! Il mercato boccia S&amp;P. Ha già troppo creduto ai rating quando i titoli spazzatura avevano la tripla A. Il mercato non crede al rischio di default ma valuta piuttosto una cosa: l’accordo del Congresso ha ulteriormente ridotto le possibilità che la Casa Bianca con uno scatto d’orgoglio annunci riduzioni di tasse o altri provvedimenti che creino posti di lavoro. E dunque, siccome una nuova recessione è ora piu probabile della ripresa, le attese di tassi futuri più bassi spiegano il calo dei rendimenti sui titoli del Tesoro americano. Attese regolarmente confermate dall’annuncio della Fed nei giorni successivi: niente rialzi dei tassi fino al 2013.</p>
<p><em>3. Perchè mai partire dalla riduzione del debito?<br />
</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La capacità produttiva degli Stati Uniti non è in crisi. La scomparsa di 8 milioni di posti di lavoro in tre anni non è la conseguenza di un improvviso crollo delle risorse reali americane. È piuttosto l’esito di un drammatico calo della domanda. I redditi non sono alti abbastanza da consentire alle famiglie di acquistare i beni che la produttività non sfruttata e la forza lavoro non occupata consentirebbero di produrre. L’economia monetaria e finanziaria sta strozzando l’economia reale grazie a una politica confusa: da un parte si auspicano aiuti all’economia, e dall’altra si teme il disastro dei conti pubblici.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma cosa è davvero un debito non sostenibile? L’unica malcerta definizione in economia è quando il debito cresce rispetto al pil. Siccome la storia del rappoto debito/pil americano è una storia di cicli in su e in giù, ciò equivale a dire che il debito non è sostenibile quando sale e diventa di nuovo sostenibile quando scende. Totò non potrebbe fare di meglio!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma si dice: Non potrebbe fallire lo stato americano?  No, a meno che il Congresso non prenda la decisione politica di farlo!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E non potrebbe lo stato federale creare intenzionalmente inflazione? Sì che potrebbe, ma solo se il disavanzo crescesse a fronte di un’economia ormai robusta e prospera dove la domanda supera l’offerta. E siamo ben lontani!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma si dice ancora: anteporre l’obiettivo dell’occupazione alla riduzione del debito non ci si ritorcerà contro? Al contrario. La crescita dell’occupazione ha l’effetto di ridurre i disavanzi e il debito.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma non potremmo allora scegliere una via di mezzo che risani i conti pubblici fornendo qualche sollievo fiscale alle banche e alle imprese così da aiutarle a far prestiti e a produrre? No: per questa strada non si alimenta la domanda. Occorre invece fare concessioni fiscali importanti alle famiglie, quelle con la maggior propensione al consumo, ovvero quelle a basso reddito: se queste stanno meglio, le imprese venderanno di più e le banche si rivedranno rimborsati i mutui.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Nei primi anni ’80 (molti degli economisti che in quegli anni si stavano formando lo ricorderanno), Ronald Reagan conquistò la Casa Bianca con la promessa del pareggio di bilancio. Un giorno, alla domanda “come assorbire la disoccupazione di 12 milioni di persone?’ Reagan rispose che la disoccupazione sarebbe scomparsa in una notte se solo ciascuna delle 12 milioni di imprese americane avesse assunto un addetto. Le imprese non seguirono il consiglio del presidente, privilegiando il proprio legittimo interesse: dopotutto, al bene nazionale deve pensare la politica, non il singolo. E alla fine, Reagan ridusse le tasse e fece crescere rapidamente la spesa militare. La recessione, com’era prevedibile, finì.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Possibile che solo le spese militari riescano a relegare in seconda fila l&#8217;obiettivo della sostenibilità del debito? E che l’obiettivo della piena occupazione, che è poi una condizione per accrescere la stabilità finanziaria e la sicurezza interna (vedi l’Inghilterra di questi giorni), non meriti mai un posto di prima fila?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">* <em>Franklin College e Università Cattolica</em></p>
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		<title>Il redde rationem dell’Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 16:16:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. Le giornate nere del debito
L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/e.jpg" height="183" width="275" />1. Le giornate nere del debito</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina la loro situazione a quella in cui caddero i piccoli birilli da biliardo lo scorso anno. Spagna e Italia sono però birilli da bowling. L’accelerazione nell’approvazione della manovra ma, soprattutto, le voci di un intervento della BCE a sostegno dei titoli italiani ha evitato <a target="_blank" href="http://politicaeconomiablog.blogspot.com/2011/07/le-giornate-nere-del-debito-italiano.html">martedì 12</a> l’irreparabile. Pur tuttavia il differenziale di interesse con i titoli tedeschi ha raggiunto un livello incompatibile con la sostenibilità nel lungo periodo del debito italiano. Ovvero se lo stock del debito italiano dovesse essere progressivamente rifinanziato a tassi così elevati, esso comincerebbe a crescere in maniera insostenibile per il mero pagamento degli interessi, a meno di imponenti avanzi primari del bilancio pubblico che a loro volta genererebbero recessione in una spirale senza fine. Siamo vicini alla situazione in cui si trovarono i piccoli periferici un anno fa, e da cui non sono in grado di uscire. Come insegnano le esperienze di questi ultimi, infatti, feroci manovre di aggiustamento dei conti accelerano la crisi debitoria. <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/le-agenzie-di-rating-e-la-politica-europea/">I mercati lo sanno</a>. Martedì sera l’agenzia di rating Moody&#8217;s ha, infatti, ridotto anche i titoli del debito pubblico irlandese a spazzatura. Che fare allora?</p>
<p>2. Gli Eurobonds</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come abbiamo avuto già <a target="_blank" href="http://politicaeconomiablog.blogspot.com/2011/07/cosa-ho-scritto-nelle-ultime-settimane.html">modo di dire</a>, la crisi europea ha un aspetto contingente e uno di fondo. Non sorprendentemente le questioni di fondo, che sono poi quelle che hanno portato alla crisi attuale, sono quelle più complicate poiché hanno a che fare con l’architettura dell’Unione Monetaria Europea. Fronteggiare la crisi di solvibilità<strong>[1]</strong> del debito dei piccoli paesi periferici e impedire la caduta nel’insolvenza ai grandi periferici richiederebbe solo un po’ di coraggio e lungimiranza. Com’è noto la <a target="_blank" href="http://yanisvaroufakis.eu/2011/04/06/the-modest-proposal-for-overcoming-the-euro-crisis-version-2-2/">proposta</a> da molti condivisa, da Tremonti-Junker ad Giuliano Amato, Soros e tanti altri) è quella degli <em>Eurobonds</em>. L’idea è che una quota del debito pubblico degli stati nazionali venga trasferito a un ente europeo, per esempio la Banca Europei degli Investimenti (BEI). Tale quota la si individua in un ammontare di debito pari al 60% del PIL. Il debito italiano, per esempio, è il 120% del PIL. Metà andrebbe alla BEI, metà rimarrebbe nazionale. La parte trasferita potrebbe essere da subito rinominata in <em>Eurobonds</em>, ovvero man mano che i titoli nazionali trasferiti scadono, essere sostituiti con emissione di titoli europei.  Attenzione, ciascun paese continuerebbe a farsi carico del servizio del debito, cioè degli interessi. Il vantaggio è che la garanzia europea sulla parte trasferita farebbe abbassare i relativi tassi al livello dei <em>Bund</em> tedeschi. Ma anche sulla parte restata nazionale i tassi diminuirebbero in seguito alla riguadagnata situazione di solvibilità dei paesi. Poiché una quota cospicua del <em>debito pubblico</em> dei periferici è detenuto da stranieri - tipicamente banche inglesi, francesi, ma anche fondi di investimento americani -, dunque è parte del <em>debito estero</em> del paese, diminuendo il debito a carico del paese, diminuirebbe corrispondentemente anche il suo debito netto con estero (che a ben vedere è l’indicatore primario di solvibilità).</p>
<p>3. Una banca sovrana</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La proposta come viene di solito presentata è però monca di una componente importante: la necessità che l’Europa si doti, come tutti i grandi paesi, di una <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/sovranita-monetaria-e-democrazia/">banca centrale sovrana</a>, un “government banker”, come si esprime l’economista eterodosso <a target="_blank" href="http://www.networkideas.org/alt/jul2011/Monetary_Union.pdf">Tom Palley</a>. Ma non c’è la BCE? Un “banchiere del governo” è una banca centrale che ha la possibilità, il dovere direi, di intervenire a sostegno del debito sovrano di un paese. La BCE non ha questo status. Paesi sovrani, dotati di banche sovrane, e che non si siano legati ad assurdi accordi di cambio, non possono fallire, come ci ricorda un altro eterodosso, <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/pubs/wp_603.pdf">Randall Wray</a>. Ora, nel momento in cui si crea un debito pubblico europeo è necessario che lo status della BCE muti, divenendo più simile alla FED, sì da essere garanzia di ultima istanza di tale debito.<strong>[2] </strong>In un apprezzabile articolo su Il Sole-24 Ore sui cui dovremo tornare, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-14/pezze-riportano-fiducia-063616.shtml?uuid=Aabt0wnD">Guido Tabellini </a>ha inaspettatamente sottoscritto questo punto di vista.</p>
<p>4. Una nuova Europa?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò fatto, si tratta di capire come l’Europa potrebbe evitare di ritornare nel giro di pochi anni alla situazione attuale. Questa è frutto del fatto che negli anni dell’Euro i paesi periferici hanno perso competitività, e livelli talvolta sostenuti della spesa interna sono stati sempre più finanziati dall’estero e non da redditi nazionali. Il crescente indebitamento dei settori privato e/o pubblico è stato dunque in buona misura nei confronti dell’estero.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’obiettivo è dunque il recupero di competitività dei paesi periferici in assenza dello strumento classico, la svalutazione. Che tale recupero possa avvenire attraverso la deflazione interna di prezzi e salari (la cosiddetta svalutazione interna), come sostenuto dagli economisti più conformisti come Monti, Alesina, Reichlin e così via è non solo sbagliato, ma irresponsabile vista l’accelerazione della crisi europea dovuta proprio a tali politiche. Le proposte sopra esposte, evitando drastiche misure deflative, darebbero anzi respiro ai paesi periferici lasciando loro risorse per modernizzare infrastrutture, istruzione, efficienza del settore pubblico, lotta all’evasione ecc. Ma anche in questo caso il contesto europeo è dirimente. Senza l’abbandono dell’impostazione neo-mercantilista di moderazione salariale e fiscale da parte della Germania, non v’è molta speranza. Ed è difficile che la <a target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/quaderni/607.pdf">Germania </a>lo faccia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il catalogo è però questo. L’alternativa è la rottura dell’UME con una scia di rancori che lascia presagire un futuro ancora più funesto. Una sinistra consapevole e veramente europeista mobiliterebbe le proprie forze, in particolare i giovani, proprio su questo.</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Come nella vita pratica, un soggetto (un’impresa, una famiglia, uno stato sovrano) è insolvente quando i redditi che si attende nel futuro sono insufficienti a ripagare il debito; è invece illiquido quando, sebbene possa momentaneamente essere a corto di liquidità per poter pagare le rate di debito in scadenza, le entrate attese glielo consentiranno di fare nel prossimo futuro.</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"></span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"></span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] Palley va oltre, sostenendo che la BCE dovrebbe, entro limiti concordati in sede Europea, agire da banca sovrana anche nei riguardi dei disavanzi pubblici nazionali. Si dovrà ragionare su tale proposta che consentirebbe agli stati membri di riacquistare, entro certi limiti, un po’ di sovranità monetaria. </span></h6>
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		<title>Le agenzie di rating e la politica europea</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 15:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.
Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/rating.jpg" height="168" width="283" />La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l&#8217;attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia?  La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del <em>Financial Times </em>Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul <em>Sole 24 Ore</em> del 9/7 l&#8217;intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: <em>CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l&#8217;unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei</em>, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quella che finora è mancata è la volontà politica – tanto che la BCE sta facendo una irresponsabile politica di aumento dei tassi di interesse, che aggrava le posizioni debitorie di famiglie, imprese e governi. Ma allora l&#8217;Europa dovrebbe prendersela con se stessa prima ancora che con le agenzie di rating<strong>[1]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si dirà: ma certo se la speculazione attacca questi paesi e non altri debbono esservi delle ragioni. Certamente è vero che i paesi della periferia europea hanno delle debolezze strutturali, in primis la difficoltà a mantenere in pareggio i propri conti con l&#8217;estero (cioè a esportare quanto importano) legate, tra l&#8217;altro, all&#8217;impossibilità di governare il tasso di cambio in modo appropriato per le proprie economie. Ma dopo la crisi del 2008 sono molte le economie e i sistemi bancari nazionali ad avere delle fragilità strutturali, e altri paesi come il Giappone e la Gran Bretagna ad esempio, hanno debiti pubblici più elevati in rapporto al PIL di quello di paesi europei oggi in difficoltà. La ragione ultima dell&#8217;attacco verso la &#8216;periferia&#8217; dell&#8217;Europa (e di nuovo, su questo consentono gli osservatori internazionali), sta nel fatto che a differenza di altri paesi, quelli europei hanno abdicato alla propria <strong>sovranità monetaria</strong> e non hanno dunque una banca centrale <em>nazionale </em>che possa operare in modo da difendere il paese dalla speculazione, oppure in modo da rilanciarne le esportazioni e la crescita attraverso una (pur costosa per molti versi) scelta di svalutare il cambio. D&#8217;altra parte la BCE non sta agendo (e non ha attualmente il mandato politico per farlo) in modo da difendere le economie di questi paesi nell&#8217;unico modo che sarebbe efficace, e cioè, come si è detto, intervenendo in modo da ridurre i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sul <em>Sole 24 Ore</em> del 9 luglio Perotti e Zingales sostengono che la situazione è drammatica, ma c&#8217;è una via d&#8217;uscita per l&#8217;Italia che consiste nel varare rapidamente misure di austerità più severe e più rapide di quelle sinora previste, pari al 4% del PIL tra aumento delle entrate e riduzione della spesa, in modo da raggiungere rapidamente il pareggio nel bilancio pubblico complessivo, cioè comprensivo degli interessi pagati ai possessori dei titoli del debito pubblico. Essi ammettono che si tratterebbe di misure durissime, perché una manovra di queste dimensioni dovrebbe necessariamente richiedere, oltre ad aumenti delle imposte, tagli severi a pensioni e stato sociale (quindi scuola, sanità ecc.) e inoltre la privatizzazione e vendita di tutte le società pubbliche o a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai sono gli esempi citati). A questo già severo quadro tracciato da Perotti e Zingales bisognerebbe poi aggiungere gli effetti complessivi sull&#8217;economia di una tale manovra, che comporterebbe non solo i tagli sopra descritti ma anche di conseguenza una caduta della domanda e del PIL, e dunque della produzione industriale, degli investimenti e dell&#8217;occupazione di dimensioni paragonabili a quanto accaduto sulla scia della crisi finanziaria del 2008, e che a quelli si andrebbero ad aggiungere, dato che l&#8217;economia Italiana non si è ancora ripresa e ha oggi livelli di produzione e occupazione significativamente al di sotto di quelli pre-crisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il prezzo dunque è estremamente alto. E tuttavia, vista la drammaticità della situazione, dobbiamo chiederci se ciò potrebbe davvero mettere l&#8217;Italia al riparo. La risposta è un secco NO. Basti qui una riflessione: i conti su quanto si debba tagliare per portare il bilancio in pareggio sono fatti per volumi di pagamenti degli interessi sul debito che riflettono i tassi di interesse correnti. Ma se la speculazione finanziaria rimane libera di determinare i tassi di interesse sul debito pubblico, questi possono, come per la Grecia e poi per il Portogallo, schizzare a valori tali da rendere impossibile, non importa con quali sacrifici, raggiungere il pareggio di bilancio, e ciò a causa dell&#8217;aumento vertiginoso della spesa per il pagamento degli interessi. Poiché tale attività speculativa è possibile e lucrosa, perché mai non dovrebbe essere intrapresa? In che modo i sacrifici descritti potrebbero porvi termine?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Al contrario, proprio la loro inutilità nell’aggiustare i conti dà ulteriore benzina alla speculazione.<strong>[2]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sin qui sta accadendo esattamente quanto era stato previsto e descritto nella <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">lettera</a> sottoscritta nel giugno del 2010 da oltre duecentocinquanta economisti, e come già lì si avvertiva, senza un cambiamento radicale delle sue politiche il prossimo futuro dell’Europa è assai fosco.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6>[1] Va anche ricordato che è proprio l’Europa che ha dato alle agenzie di rating uno status semi-ufficiale, in quanto la BCE accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche sulla base dei loro giudizi.</h6>
<h6>[2] Come sostenuto tra gli altri da Cesaratto e Turci su <em>Il Riformista</em> del 10/7 l’aggiustamento fiscale imposto all’Italia e agli altri paesi periferici impone costi economici e sociali tali da minare la stabilità, non solo sociale ma anche economica, di questi paesi - i mercati lo sanno e adeguano (al rialzo) i già elevati tassi.</h6>
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		<title>Quali politiche macroeconomiche per l’Italia?</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 12:35:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del documento programmatico recentemente proposto dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/pd2.jpg" height="203" width="314" />L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del <a target="_blank" href="http://beta.partitodemocratico.it/doc/205079/europa---italia-un-progetto-alternativo-per-la-crescita.htm">documento programmatico</a> recentemente proposto dal Pd.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Come già segnalato in un <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/luci-e-ombre-del-progetto-economico-del-pd/">precedente contributo alla rivista</a>, la prima parte del documento, relativa alla situazione ed alle politiche economiche in Europa, segna una importante ed innovativa presa di posizione. Essa infatti pone al centro dell’analisi la necessità di una crescita della domanda interna in Europa come condizione ineludibile per una ripresa della crescita e dell’occupazione. Da questo scaturisce la critica delle politiche di austerità attualmente perseguite in quanto, vi si afferma giustamente, esse rendono più incerto lo scenario macroeconomico e invece di attenuare le tensioni  sui mercati finanziari contribuiscono ad alimentarle. Ne conseguono proposte alternative a livello europeo centrate sulla creazione di istituzioni e strumenti volti a ridurre drasticamente i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi potenzialmente o effettivamente sotto attacco da parte della speculazione finanziaria internazionale, sulla realizzazione di un programma di investimenti finanziati da emissione di titoli europei e su politiche di redistribuzione del reddito. Tra queste ultime in particolare la proposta di applicare uno “standard retributivo” ai paesi europei (discussa anche su <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/uno-standard-retributivo-per-tenere-unita-leuropa/">questa rivista</a>) che vincoli tutti i paesi ad una crescita dei salari almeno pari a quella della produttività, mentre le economie, come la Germania, che hanno un avanzo nella bilancia commerciale, dovrebbero realizzare una crescita dei salari maggiore della crescita della produttività. Questa misura contribuirebbe al perseguimento di diversi obiettivi: porre un freno alla deflazione salariale come strumento per la competizione internazionale; sostenere i redditi da lavoro e la domanda interna, favorendo per questa via l’occupazione e il riequilibrio dei conti pubblici; determinare una crescita maggiore della domanda e del costo del lavoro nei paesi in avanzo commerciale, contribuendo così anche alla riduzione dei disavanzi esteri delle economie “deboli”, permettendo loro di esportare di più verso i paesi ora in surplus commerciale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">L’impostazione generale appena descritta (sebbene debba essere ulteriormente articolata e precisata) è del tutto condivisibile, e ha una evidente assonanza con le posizioni espresse dagli oltre 250 firmatari della <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a> resa pubblica nel giugno scorso. Tuttavia si nota nel documento un forte scarto quando dall’analisi della situazione europea si passa a quella dell’Italia e si delineano le proposte di politica economica per il paese. Qui gli obiettivi proposti sono certamente condivisibili: aumento dei tassi di occupazione e di attività femminile<strong>[1]</strong> e aumento della produttività. Su entrambi i fronti infatti l’economia italiana è indietro e ha perso terreno rispetto ai partner europei.  Il problema, però, è che sparisce da questa parte del documento ogni riferimento a politiche volte a far crescere la domanda aggregata interna, sebbene questa sia la condizione necessaria perché possano davvero realizzarsi entrambi quegli obiettivi, e in particolare il primo. La crescita dell’occupazione femminile è bloccata in Italia non tanto dalla carenza di servizi ma, soprattutto, dalla mancanza di opportunità di lavoro. I tassi di attività e di occupazione femminile sono infatti terribilmente bassi al Sud, dove le opportunità di lavoro sono così scarse che anche i tassi di attività maschili sono molto al disotto di quelli delle altre regioni italiane (il tasso di attività maschile al Nord è 78%, 12 punti in più che al Sud dove si attesta al 66%; per le donne la differenza sale a quasi 25 punti tra il 60,5% del Nord e un infimo 36% al Sud). Secondo l’Istat, quasi il 40% delle donne inattive nelle regioni meridionali dichiara di non essere alla ricerca di una occupazione perché convinta di non poterla trovare. In questa situazione, la creazione di condizioni più favorevoli alla conciliazione tra vita familiare e lavoro è certamente auspicabile, e contribuirebbe di per sé a creare opportunità di occupazione per le donne come lavoratrici proprio in quei servizi (come asili, assistenza agli anziani) necessari a favorire quella conciliazione. Tuttavia questo non può essere sufficiente a determinare un aumento dell’occupazione complessiva se avviene non in un quadro macroeconomico di espansione della domanda, ma al contrario in un contesto di taglio complessivo della spesa e del welfare.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il punto è che quando si parla dell’Italia, l’unico riferimento ad una espansione della domanda è nel rinvio ad un mutamento delle politiche economiche in Europa, mentre d’altro lato si manifesta piena adesione alle politiche di austerità chieste al nostro paese, come mostrano le reazioni del PD alla relazione del Governatore Draghi. Ciò elude scelte ed assunzioni di responsabilità certamente molto difficili ma a cui non ci si può sottrarre. Se non si riesce a far procedere una diversa politica macroeconomica a livello europeo, quali sono le proposte della sinistra per il nostro paese? Seguire le orme di Grecia e Spagna, e accettare le politiche di forti tagli alla spesa pubblica, che generano recessione e disoccupazione, si dimostra sempre più un suicidio per l’economia e per il mondo del lavoro, oltre che la via ad una probabile sconfitta politica.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span">[1] I tassi di attività femminili sono dati dal rapporto tra la somma di occupate e disoccupate e la popolazione di riferimento (in questo caso donne in età 15-64 anni), i tassi di occupazione dal rapporto tra occupate e popolazione di riferimento.</span></p>
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		<title>Sovranità monetaria e democrazia</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jun 2011 22:10:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bce1.jpg" style="width: 369px; height: 261px" height="277" width="443" /></span>Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,<strong>[1]</strong> ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla  moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un <em>fait accompli</em> – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.<strong>[2]</strong> Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti,  dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Lo sconforto sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti, alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche (una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli sbattendo le porte.<strong>[3]</strong> Draghi, per coloro che coltivassero illusioni, ha ribadito nelle ultime <a target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/cf_10/cf10/cf10_considerazioni_finali.pdf">Considerazioni finali</a> che “né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano di fare quello che  i trattati europei vietano loro di fare e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le democrazie  europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni. Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di contro-altari istituzionali in un sistema di <em>checks and balances</em>. Ma a parte di una banda di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica economica!</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La BCE ha dovuto durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario europeo e globale. A parte l’implausibile ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico, ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso l’ultra-falco <a target="_blank" href="http://www.ft.com/home/europe">Bini Smaghi</a>, qualunque sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione del debito (per esempio <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/publications/?docid=1380">qui</a>)  - la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale, e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni dell’amministrazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione, e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">qui</a>, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/">qui </a>e <a target="_blank" href="http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=317:i-nodi-della-crisi-le-proposte-della-sinistra-a-confronto&amp;catid=46:documenti">qui</a>), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza di proposte che fa poco ben sperare.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La dichiarazione di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara in favore dell’immediata istituzione  di una banca nazionale debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta. Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania. La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci sembra, comunque, un primo, essenziale passo.</p>
<h6></h6>
<h6>[1] William Lyon Mackenzie King (<a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1874">1874</a>-<a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1950">1950</a>), leader del partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.</h6>
<h6>[2] Come ricordato da Aldo Barba in un interessante intervento al <a target="_blank" href="http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=289&amp;catid=45">convegno </a>per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale nei giorni scorsi.</h6>
<h6>[3] <a target="_blank" href="http://www.ft.com/home/europe">Bini Smaghi</a> è arrivato a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa detiene. Contro i timori della BCE vedi <a target="_blank" href="http://www.roubini.com/analysis/156349.php">Roubini</a>.</h6>
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		<title>I sogni di Tremonti</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 13:39:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Lo scorso 13 aprile il Consiglio dei Ministri ha licenziato il Documento di economia e finanza  (DEF) 2011, cioè il nuovo atto di programmazione finanziaria e di bilancio, previsto dalla L. 39/2011, approvata appena qualche giorno prima dal Parlamento (volta ad armonizzare la contabilità e finanza pubblica con le nuove regole dell&#8217;Unione europea sul coordinamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tremonti.jpg" style="width: 357px; height: 243px" height="193" width="261" />Lo scorso 13 aprile il Consiglio dei Ministri ha licenziato il Documento di economia e finanza  (DEF) 2011, cioè il nuovo atto di programmazione finanziaria e di bilancio, previsto dalla L. 39/2011, approvata appena qualche giorno prima dal Parlamento (volta ad armonizzare la contabilità e finanza pubblica con le nuove regole dell&#8217;Unione europea sul coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri).  Il DEF 2011, che comprende il Programma di stabilità, si inserisce nell’ambito del semestre europeo e del “Patto per l’Euro” , approvato il 24/25 marzo dal Consiglio Europeo dei capi di Stato e di Governo, rivendicato come un primo passo verso l’ “integrazione politica federale” dell’Europa (DEF, sezione I, Programma di stabilità dell’Italia, p. III).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il DEF si esprime decisamente contro il fare crescita “con i deficit pubblici” (p.IV)  e sostiene l’impegno a introdurre il vincolo della disciplina di bilancio nella Costituzione italiana.  Gli obiettivi di finanza pubblica (Tab.1) sono coerenti con la richiesta di riportare l’indebitamento netto della PA sotto il 3% entro il 2012, contenuta nelle raccomandazioni  impartite all’avvio della procedura per disavanzo eccessivo, e portano al sostanziale annullamento del deficit entro il 2014; tali obiettivi saranno ottenuti grazie ad ulteriori manovre, per un effetto netto cumulato di 1,2 punti di PIL nel 2013 e 2,3 punti nel 2014 (dopo la correzione per 12 miliardi di euro nel 2011 e 25 miliardi nel 2012 e 2013 realizzata col decreto 78/2010). Ma non basta: si continuerà ad accrescere l’avanzo primario per proseguire nella riduzione del  debito (che dal 120% del PIL nell’anno in corso dovrebbe calare al 112,8% nel 2014).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tab-1.jpg" height="190" width="490" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Che ne sarà allora dello sviluppo? Per questo c’è il Programma nazionale di riforma (PNR). Quest’ultimo ribadisce che il tempo in cui si faceva la politica economica attraverso la spesa pubblica è finito, per cui le misure adottate non dovranno accrescere il deficit pubblico, pur stimolando l’economia.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ma cosa contiene il PNR per ottenere cotanto miracolo? Misure già realizzate o avviate e provvedimenti da adottare nei prossimi mesi. Per sintetizzare l’eterogeneità delle azioni considerate basti ricordare la riforma del modello contrattuale e il decentramento della contrattazione, gli ammortizzatori sociali in deroga, i tagli alla spesa pensionistica, i provvedimenti per l’efficienza della pubblica amministrazione, la riforma della scuola e dell’università, con i relativi tagli, e addirittura il federalismo e la promessa riforma fiscale (anche se di questi ultimi interventi, si ammette che non è ancora possibile valutare le conseguenze).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Come quantificare gli effetti di misure così eterogenee, e in alcuni casi ancora indefinite, sulla crescita economica? Al MEF sono riusciti a simulare l’impatto di molti interventi, utilizzando congiuntamente alcuni “modelli”, apparentemente assai sofisticati (il modello europeo QUEST III calibrato per l’Italia e il modello econometrico  ITEM del Ministero). La logica di questi modelli sembra essere la seguente: si suppone, in base a considerazioni teoriche proprie all’economia più convenzionale<strong>[1]</strong>, che un certo provvedimento abbia effetti positivi sull’economia; si costruisce un modello attorno a tale ipotesi mettendovi dei numeri che pretendono di rappresentare ciò che dovrebbe accadere nella realtà e … ecco che si scopre e quantifica l’effetto positivo di quella misura. In realtà non si dimostra un bel nulla perché in realtà il modello racconta quello che gli si era insegnato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In passato ci si chiedeva, tra economisti applicati,<em> di quanto</em> una riduzione del deficit pubblico facesse calare il PIL (e si cercava di misurarlo), non <em>se</em> lo facesse calare. Ora sembra raggiunta la quadratura del cerchio: coerentemente con l’impostazione sopra ricordata, le simulazioni mostrano che, malgrado l’insieme delle riforme considerate faccia migliorare il saldo di bilancio, anche l’impatto sullo sviluppo risulta favorevole, con un aumento medio rispetto allo scenario base di 0,4 punti percentuali all’anno del tasso di crescita del PIL nel periodo 2011-2014 (e ancora 0,2 nel triennio 2018-20) e un effetto su consumi, investimenti ed occupazione di circa 0,3 punti percentuali in media annua (Tab.2).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tab-2.png" height="175" width="490" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Eppure le valutazioni di questi effetti non devono essere apparse completamente affidabili, visto che l’impatto delle riforme sulla crescita assunto ai fini della costruzione dello scenario macroeconomico 2011-2014 del Programma di stabilità è stato posto pari alla metà di quello sopra indicato, per motivi prudenziali (con l’eccezione delle misure sulle pensioni, già a regime); la cautela è dettata anche dal fatto che i modelli utilizzati non riescono a tenere conto della fase ciclica in cui le riforme vengono introdotte, il che non sorprende in quanto escludono qualunque ruolo alla domanda aggregata.  In definitiva, il governo prevede un tasso di crescita dell’1,5% in media nel periodo 2012-15.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le misure adottate/programmate sarebbero comunque così ben congegnate da stimolare l’espansione economica senza pesare sul bilancio, anzi alleggerendolo. Vediamo perché. Il diavolo, come al solito, è nei dettagli, e per un economista i dettagli si chiamano “modello” e “ipotesi”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Gli interventi vengono simulati impartendo specifici <em>shock</em> ad alcune variabili esogene. Vediamo qualche esempio. Per quanto riguarda contrattazione salariale e promozione della produttività, sono stati contemporaneamente imposti uno shock negativo al mark-up salariale (in soldoni, più moderazione salariale) e uno positivo alla produttività del lavoro.  A quanto sembra, si è praticamente <em>ipotizzato</em> un aumento della produttività (in presenza di un contenimento degli incrementi salariali), e dunque non poteva mancare l’effetto positivo sul PIL, anche perché, nell’impostazione adottata, evidentemente non c’è spazio per effetti depressivi da domanda legati al contenimento dei salari. Le politiche per l’occupazione sono state tradotte nell’emersione di lavoro irregolare e in un maggiore sostegno alle imprese: quest’ultimo, con il modello utilizzato, assicura maggiori investimenti del settore privato, con conseguenti effetti positivi sul PIL. Peccato che gli <em>animal spirits</em> degli imprenditori italiani non siano sempre così vivaci e non potranno che prediligere l’aumento dei profitti incamerati e/o l’investimento finanziario a quello produttivo, in assenza di politiche di sostegno della domanda aggregata in Italia ed Europa. Ancora più interessanti gli effetti delle misure di posticipo del pensionamento che, oltre a ridurre la spesa pensionistica,  provocano: un aumento dell’occupazione (e come, via offerta di lavoro? Ma il lavoratore anziano non sarebbe stato rimpiazzato se fosse andato in pensione più presto?), una riduzione del salario pro-capite (ma un giovane che avesse rimpiazzato il lavoratore anziano non sarebbe costato meno?) e, grazie a questa riduzione, un rilevante aumento degli investimenti fissi lordi (evidentemente sospinti dal calo dei costi, ininfluente senza prospettive di adeguata crescita della domanda). Dopo il miracolo delle pensioni, veniamo alle misure a favore della concorrenza e alle riforme della PA, che sono valutate semplicemente ipotizzando una riduzione dei costi all’entrata di nuove imprese, che abbatte i prezzi, e una diminuzione dei costi medi. Per stare più tranquilli, è stata aggiunta un’ipotesi riduzione dei margini, ed è stato imposto un aumento della produttività della PA.  Come già detto, il modello ci restituisce ciò che gli abbiamo suggerito di raccontarci.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Insomma, le simulazioni svolte con i sia pur “raffinati” modelli a disposizione del MEF non tranquillizzano sull’efficacia delle “nuove” politiche di stimolo dell’economia, che consistono peraltro in un disordinato elenco di provvedimenti; i cosiddetti “motori di sviluppo” (DEF, p.v ) alternativi al sostegno della domanda aggregata non appaiono molto affidabili, come da <a target="_blank" href="http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=206:i-conti-surreali-dellitalia-e-la-trappola-europea&amp;catid=46:documenti">altri </a>già osservato, e rischiano di “lasciarci per strada” nel vano percorso di riequilibrio finanziario.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ma niente paura, il nostro Ministro dell’Economia ha tirato fuori il coniglio dal cappello, e di fronte alle titubanze della stessa Confindustria rispetto alla mancata concretezza del PNR ha promesso, con dichiarazioni stampa, una sorta di alleggerimento dei controlli fiscali alle imprese, giudicati troppo opprimenti e continui. Se la riduzione degli accertamenti  facesse crescere il PIL - nel momento in cui si rivelano scandali come il “Parioli-gate”, dovuti proprio alla carenza di accertamenti fiscali e bancari - l’Italia potrebbe avere il tasso di crescita più alto del mondo!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Calibri','sans-serif'; font-size: 11pt"><em>*L’autrice è una senior economist che lavora nel settore della ricerca.</em></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Calibri','sans-serif'; font-size: 11pt"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Calibri','sans-serif'; font-size: 11pt"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Calibri','sans-serif'; font-size: 11pt"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Calibri','sans-serif'; font-size: 11pt"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Calibri','sans-serif'; font-size: 11pt"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Calibri','sans-serif'; font-size: 11pt"></span></p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Calibri','sans-serif'; font-size: 11pt">[1] Sembra farsi soprattutto riferimento alle teorie della “crescita endogena” in cui la domanda aggregata non gioca nessun ruolo nella crescita. </span></h6>
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		<title>L’ottusa austerità della BCE</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 11:38:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine esterna, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bce.jpg" height="250" width="340" />La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine <em>esterna</em>, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed alimentari, la <em>ratio</em> antinflazionistica dell’avvio nelle presenti condizioni di una politica di moneta più cara non è immediatamente evidente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Innanzi tutto, secondo le versioni oggi dominanti del punto di vista ortodosso in materia di politica monetaria, un aumento del tasso di interesse da parte della banca centrale sarebbe giustificato solo se dietro la maggiore inflazione vi fossero anche aumenti dei salari monetari e dei prezzi attribuibili a squilibri nelle condizioni <em>interne</em> di domanda e offerta aggregate. Ma certamente neppure Trichet può pensare che oggi, all’interno dell’eurosistema, la domanda aggregata stia premendo sui limiti posti dal prodotto potenziale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Se si prescinde poi dalla visione teorica dominante, resta il fatto che ogni aumento del costo del denaro è di per sé direttamente inflazionistico, sicché combattere l’inflazione aumentando i tassi di interesse è un po’ come spegnere un incendio gettando sulle fiamme delle secchiate di benzina. I tassi di interesse non sono altro infatti che una componente dei costi totali di produzione e le imprese normalmente reagiscono ad aumenti dei costi aumentando i prezzi. A fronte di aumenti dei tassi di interesse il rapporto prezzi/salari monetari tende pertanto ad aumentare e i salari reali a diminuire. Ciò a sua volta stimolerà delle rivendicazioni salariali – genererà delle pressioni all’aumento dei salari monetari – a meno che l’accresciuto costo del denaro non riesca ad avere un impatto negativo sulla crescita economica e l’occupazione, attraverso contrazioni della domanda interna e delle esportazioni nette, e dunque non determini un indebolimento della forza contrattuale dei salariati.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Resta naturalmente l&#8217;effetto antinflazionistico dell’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e alle altre principali valute che l’aumento del tasso di interesse da parte della BCE è suscettibile di determinare, ma al costo, appunto, di una minore competitività delle merci prodotte all’interno dell’eurozona, e quindi di una contrazione delle sue esportazioni nette.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dunque, in definitiva, tassi di interesse più alti potrebbero oggi riuscire a contrastare l’inflazione in Europa solo se il più alto rapporto prezzi/salari monetari che essi tendono a determinare fosse più che compensato da: a) un abbassamento via il tasso di cambio dei prezzi in euro degli inputs importati; b) una riduzione o minore aumento dei salari monetari via il probabile effetto negativo sull’occupazione causato tanto dalla riduzione dei salari reali che dall’apprezzamento del cambio – ossia dagli effetti negativi sui consumi e le esportazioni nette provocati da più alti tassi di interesse. Nell’attuale contesto, poi, non va trascurato l’impatto del rincaro del denaro sulla spesa pubblica per interessi, e quindi i tagli compensativi delle spese pubbliche primarie (leggi spese sociali) cui i governi europei immancabilmente ricorreranno per impedire l’aumento dei disavanzi complessivi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La banca centrale più indipendente del mondo non ha di fatto resistito all’impulso di contribuire per prima all’ottusa “austerità” imperante.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>*Ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Roma &#8220;La Sapienza&#8221;.</em></p>
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		<title>Per una nuova politica economica in Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 13:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/europa1.jpg" style="width: 358px; height: 266px" height="320" width="428" />Da questo documento è stata estratta una <a target="_blank" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/">dichiarazione </a>favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto  implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- <em>pari passu</em>, riforma delle istituzioni economiche europee, <em>in</em> <em>primis </em>della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- sostegno allo stato sociale privilegiando la produzione di beni pubblici, sociali e culturali a basso impatto ambientale; ridefinizione delle politiche del lavoro al fine di ridurre il grado di precarietà nei rapporti di lavoro e tendenzialmente portare ad una crescita della quota dei salari nel reddito nazionale;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- ripresa della competitività a lungo termine, non attraverso le politiche della concorrenza ma consentendo ai paesi di riappropriarsi di strumenti attivi di politica industriale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">I modelli di sviluppo neo-mercantilisti nei paesi centrali dell’Unione confliggono con queste proposte. Ma la forza degli eventi ha già portato l’Unione ad adottare misure precedentemente impensabili, e i rischi di deflagrazione dell’area euro che le politiche attuali comportano possono aprire spazi alle proposte che qui avanziamo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><strong>La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta nell’ultimo trentennio della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole. A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha avuto origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e <em>non </em>dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi. In questa vicenda <em>non </em>ci sono paesi buoni e cattivi, né è corretto definire il debito pubblico di alcuni paesi come un “male” o tanto meno come una responsabilità esclusiva di quei paesi; piuttosto, siamo in presenza di scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali (che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive), sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro. In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi che sono stati oggetto di attacchi speculativi sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi, che costituisce una interessante e positiva novità, è stato però del tutto insufficiente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Purtroppo, le misure in corso di approvazione in questo summit non modificano tale impostazione. Esse si limitano infatti a un marginale rafforzamento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono. Queste misure confermano il <em>perdurante orientamento</em> <em>conservatore </em>delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi in difficoltà, mentre al contempo si avvia verso un <em>improvvido aumento</em> <em>dei tassi di interesse</em> che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, dei beni alimentari e delle materie prime. La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta. Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera</a>” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><strong>Per una nuova politica economica europea</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Cosa proponiamo in alternativa? Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati - i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole <em>insufficienti</em>, e diventano null’altro che <em>fumo negli occhi</em>, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio <em>restrittive </em>e da una politica monetaria del tutto <em>indifferente </em>allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che metta fine al rischio di deflagrazione dell’area euro e permetta una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale nei paesi periferici:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi che hanno maggiori livelli del rapporto debito/Pil di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali dei rispettivi rapporti, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito in quei paesi. Ciò, congiuntamente a un maggior finanziamento del bilancio europeo dovrebbe contribuire a rilanciare immediatamente la domanda aggregata in Europa;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da stabilizzare il debito senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione <em>non inferiore</em> a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%.  Al tempo stesso, i salari reali dovrebbero aumentare in ciascun paese non meno della produttività del lavoro. Anche per favorire ciò  dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e riforme del mercato del lavoro che riducano la precarietà. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partner, dovrebbero essere soggetti a <em>misure di pressione</em> volte a determinare un mutamento di quelle politiche;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">4. occorrerebbe <em>contrastare la speculazione internazionale</em> <em>e i fenomeni di dumping sociale in particolare</em> da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative e sul commercio sleale, e di armonizzazione fiscale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le proposte ora delineate non possono non richiedere <em>un mutamento profondo delle istituzioni economiche </em>europee, e in particolare:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della piena occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile. Quindi va valorizzato il ruolo di indirizzo delle politiche economiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le vicende che hanno accompagnato la crisi mostrano che dietro la pressione degli eventi sono possibili rapidi passi in avanti, precedentemente quasi impensabili. La  mobilitazione della sinistra europea dovrebbe spingere tale processo più in là, anche accrescendo la coscienza di massa su questi temi. In questo quadro sarebbe possibile <em>rilanciare il modello sociale e cooperativo </em>europeo su pilastri quali:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- politiche del lavoro e distributive volte ad assicurare una  più <em>equa distribuzione del reddito</em> che, in un quadro non inflazionistico da realizzarsi col consenso dei lavoratori e delle loro organizzazioni, sostenga attraverso una crescita della parte del prodotto sociale che va ai lavoratori la domanda interna nei vari paesi;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- più armonico equilibrio territoriale ed implementazione di un meccanismo di riaggiustamento rispetto agli squilibri territoriali garantito da un consistente finanziamento del<em> bilancio dell’Unione</em>, che possa assecondare l’ulteriore espansione della domanda;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- sostegno ai sistemi di welfare state come strumento di coesione sociale;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- sostenibilità ambientale con lo sviluppo di consumi sociali ed investimenti in conoscenza e tecnologie sostenibili.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il <em>rilancio delle competitività nazionali</em>, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta dell’occupazione, delle spese sociali, dei livelli di istruzione  e delle innovazioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella <em>politica industriale</em> che includa un intervento attivo del settore pubblico, di programmazione e partecipazione diretta, nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne uno strumento di supporto ad uno sviluppo reale e sostenibile, non drogato da bolle speculative.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><strong>L’Europa a un bivio</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le proposte liberiste e rigoriste in discussione nel summit europeo aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste di vendere molto agli altri e comprare poco, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Esse sono infatti profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale  e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata dell’occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza e la mobilitazione popolare.</p>
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		<title>Uno “standard retributivo” per tenere unita l’Europa</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 12:50:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La crisi europea non è finita: la divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta sta alimentando squilibri potenzialmente letali per l’Unione monetaria. Occorre uno “standard retributivo” per ridurre lo sbilanciamento tra paesi in surplus e paesi in deficit commerciale. L’interesse generale all’unità europea coincide con gli interessi dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-brancaccio-1.jpg" style="width: 344px; height: 296px" height="296" width="394" /><em>La crisi europea non è finita: la divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta sta alimentando squilibri potenzialmente letali per l’Unione monetaria. Occorre uno “standard retributivo” per ridurre lo sbilanciamento tra paesi in surplus e paesi in deficit commerciale. L’interesse generale all’unità europea coincide con gli interessi dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sembrano lontani i tempi in cui Olivier Blanchard e Francesco Giavazzi (2002) consideravano l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Da qualche anno la loro tesi appare superata, e va invece diffondendosi tra gli studiosi una chiave di lettura molto meno rassicurante degli sbilanciamenti nel commercio intra-europeo. Stando a questa interpretazione alternativa la crisi dell’unità europea non può banalmente derivare da finanze pubbliche fuori controllo ma sembra piuttosto essere associata a un problema di indebitamento complessivo, sia pubblico che privato, e in particolare a uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi membri dell&#8217;Unione. Più precisamente si ritiene che la crisi sia alimentata da una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area, che determina surplus crescenti soprattutto per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi “periferici” dell’Unione. Numerosi analisti iniziano in questo senso a temere che lo squilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero possa rivelarsi un grave fattore di instabilità e una potenziale minaccia per la tenuta futura dell’Unione monetaria.<strong>[1] </strong>Persino il Consiglio e la Commissione europea, solitamente riluttanti sul tema, hanno iniziato a riconoscere che uno squilibrio eccessivo nei commerci intra-europei accresce l’instabilità e il rischio di nuove crisi.<span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"> </span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"></span>Ma quali sono le cause degli squilibri commerciali interni alla zona euro? Per quale motivo la Germania continua ad accumulare surplus mentre Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna tendono sistematicamente al deficit nei conti con l’estero? Limitarsi ad affermare che i paesi &#8220;periferici&#8221; spendono troppo mentre la Germania spende troppo poco è tautologico. Più interessante ci sembra la tesi secondo cui gli attuali scompensi commerciali sarebbero almeno in parte da imputare ad una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta dei vari paesi dell&#8217;Unione. E&#8217; questa una interpretazione di cui si discute da tempo e che raccoglie il parere favorevole di svariati esperti. Di recente tuttavia Charles Wyplosz (2011) ha respinto con risolutezza questa spiegazione. L’economista del Graduate Institute di Ginevra riconosce che dal 1999 ad oggi in Germania i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività, per cui il costo unitario del lavoro si è ridotto e la competitività è aumentata rispetto agli altri paesi. Egli però aggiunge che il cambiamento relativo dei costi unitari non ha quasi mai superato i dieci punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi unitari, Wyplosz arriva a concludere che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.<span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"> </span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Wyplosz è uno dei massimi esperti in tema di unione monetaria. Le sue conclusioni dovrebbero quindi almeno in parte rassicurarci sulla tenuta futura della zona euro. In realtà esse non appaiono convincenti, per almeno due motivi. In primo luogo, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte alla eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. In quest’ottica si dovrebbe quindi tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro. Il grafico seguente offre in tal senso alcune indicazioni:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-brancaccio.JPG" style="width: 585px; height: 462px" height="462" width="615" /></p>
<h6> Fonte: Brancaccio (2008) su dati OECD</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La figura mostra l’andamento effettivo dei costi monetari del lavoro per unità di prodotto dal 1999 al 2007, mentre per gli anni successivi descrive la loro proiezione lineare. Dal grafico si evince che se le linee di tendenza che hanno caratterizzato il primo decennio di vita della zona euro venissero confermate anche in futuro, la divaricazione tra i costi assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe in termini assoluti a fronte di incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. In pochi anni la forbice tra i costi sarebbe dunque tale da generare divari di competitività senza precedenti. Essa potrebbe quindi condurre a quella che Krugman (1995) ha definito una “mezzogiornificazione” delle periferie europee, vale a dire desertificazioni produttive e migrazioni di massa dalle aree più deboli dell’Unione. Vi è chi reputa questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei in atto da tempo, e della connessa tendenza alla “egemonizzazione tedesca” dell’Europa. Se così fosse si tratterebbe di un processo altamente rischioso, che potrebbe a un certo punto pregiudicare la sopravvivenza stessa dell’attuale Unione monetaria.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Per esempio, se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini. Ora, eventuali aumenti del margine di profitto modificano la distribuzione del reddito: la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Di conseguenza, poiché la propensione al consumo sui salari è in genere molto più alta della propensione al consumo sui profitti,<strong>[2]</strong> lo spostamento distributivo a favore di questi ultimi provocherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco. Oltre al consueto effetto che passa per i prezzi e per la competitività esiste dunque un secondo effetto squilibrante che passa per la distribuzione e la domanda. Wyplosz e in generale gli economisti mainstream tendono a trascurare questo fenomeno aggiuntivo, eppure esso può risultare più potente di quello tradizionale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dunque la causa degli squilibri intra-europei può essere almeno in parte rintracciata nella divaricazione tra i costi del lavoro per unità prodotta, si pone il problema di individuare un criterio per contrastare questa tendenza. Ma quale meccanismo potrebbe concretamente arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi? Nelle trattative in corso sulla riforma del Patto di stabilità, alcune forze in seno al Consiglio europeo insistono affinché si affermi ancora una volta l’idea che il mercato, lasciato a sé stesso, sarebbe in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Nei documenti preparatori della riforma si trovano infatti varie esortazioni, rivolte ai paesi in deficit con l’estero, ad accrescere ulteriormente la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire gli ultimi scampoli di indicizzazione dei salari. In sostanza, si vorrebbe che il Consiglio sollecitasse i paesi tendenti al deficit commerciale ad abolire i residui lacci normativi e contrattuali che disciplinano i rapporti di lavoro e li esortasse per questa via a lanciarsi all’inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi. In effetti questa ennesima istigazione al dumping e alla deflazione salariale non costituisce una novità. Si tratta di una politica già ampiamente sperimentata in passato. A conti fatti, essa non sembra aver minimamente contribuito ad attenuare gli squilibri e questa volta potrebbe anche far piombare l’Europa in una nuova recessione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un’alternativa alla linea di indirizzo descritta tuttavia esiste. Potremmo definirla “standard salariale” o “standard retributivo europeo”. Lo “standard” opererebbe su due pilastri: 1) Tutti i paesi membri dell’Unione dovrebbero esser tenuti a garantire una crescita delle retribuzioni reali almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro (la definizione di “retribuzioni reali” può essere estesa fino a includere beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale); l’obiettivo è di interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa<strong>[3]</strong> e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue, vista la maggior propensione al consumo dei salari rispetto ai profitti;<strong>[4]</strong> 2) Al di sopra della crescita minima, lo “standard” legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali, allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero; in particolare, i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In sostanza, il primo pilastro dello “standard” opera in chiave di redistribuzione sociale, il secondo pilastro agisce sul riequilibrio commerciale, ma entrambi sono orientati al rilancio complessivo della domanda e del reddito europei.<strong>[5]</strong> Infine, la cogenza: i paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo “standard” dovrebbero essere sottoposti a sanzioni analoghe a quelle previste dai Trattati europei nel caso di deficit pubblici “eccessivi”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Da un punto di vista concettuale la proposta di “standard retributivo” segue la fondamentale lezione di Keynes secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso una espansione della domanda da parte di questi ultimi anziché una contrazione da parte dei primi. La proposta dovrebbe inoltre esser concepita come tassello di un piano più generale, che miri finalmente all’attivazione di un motore “interno” dello sviluppo economico e sociale europeo. Infine, un aspetto politicamente interessante dello “standard” è che esso rivela che l’interesse generale alla unità europea coincide con gli interessi dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci.<strong>[6]</strong> Lo “standard” riesce in tal senso a generare una potenziale convergenza di interessi tra lavoratori appartenenti a paesi diversi, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro. Per questo motivo potremmo definirlo un esempio concreto e non retorico di internazionalismo del lavoro.<strong>[7]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Naturalmente resta tutta da verificare la possibilità che a breve si riescano a smuovere le istituzioni dell’Unione nella direzione suggerita dallo “standard”. Un buon avvio potrebbe consistere in una ipotesi alternativa di riforma del Patto di Stabilità da parte dei partiti socialisti e delle sinistre europee. Si potrebbero inoltre rimodulare le iniziative sul salario minimo già avviate in seno al Parlamento europeo, al fine di renderle conformi alla logica generale dello “standard retributivo”. Ad ogni modo, quel che più conta, per il momento, è diffondere la consapevolezza che l’unità europea è minacciata anche da forze centrifughe che stanno ampliando a livelli potenzialmente insostenibili la forbice tra i costi unitari del lavoro. La pretesa di contrastare queste forze affidandosi alle consuete ricette liberiste potrebbe generare effetti contrari alle attese e danni irreparabili.<strong>[8]</strong></p>
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<h6><strong>Riferimenti bibliografici</strong></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Alesina, A., Perotti, R. (2010), <a target="_blank" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001782-351.html//">Ricette sbagliate: più spesa in Germania</a>,18 giugno.</span><span style="line-height: normal; font-size: 16px; font-weight: normal" class="Apple-style-span"> </span></h6>
<h6><span style="line-height: normal; font-size: 11px; font-weight: normal" class="Apple-style-span">Banca d’Italia (2010), I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2008, Supplemento al bollettino statistico, n. 8, 10 febbraio.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Blanchard, O., Giavazzi F. (2002), Current Account Deficits in the Euro Area: the End of the Feldstein-Horioka Puzzle?, Brookings Papers on Economic Activity, n. 2.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Brancaccio, E. (2008), Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, Studi Economici, n. 96.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Giavazzi, F., Spaventa L. (2010), <a target="_blank" href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/5680">The European Commission’s proposals: Empty and useless</a>,  14 October.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Brancaccio, E. (2010), L’afflato europeista alla prova dei dati, in Brancaccio E., La crisi del pensiero unico, 2° ed., Franco Angeli, Milano.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Graziani, A. (2002), The Euro: an Italian Perspective, International Review of Applied Economics, 16, 1.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Hein E., Vogel L. (2008), Distribution and growth reconsidered: empirical results for six OECD countries, Cambridge Journal of Economics, 32.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Krugman, P. (1995), Geografia e commercio internazionale, Garzanti (ed. orig. Geography and Trade 1991).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Stockhammer E., Onaran O., Ederer S. (2009), Functional income distribution and aggregate demand in the Euro area, Cambridge Journal of Economics, 33.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">Wyplosz, C. (2011), <a target="_blank" href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/5986">Happy 2011?</a>, 5 January.</span></h6>
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<h6>[1] Tra i precursori di questa tesi, cfr. Graziani (2002).</h6>
<h6>[2] Per una stima delle elasticità dei consumi rispetto ai salari e ai profitti in sei paesi OECD cfr. Hein e Vogel (2008); per una stima delle elasticità in Europa cfr. Stockhammer (2009). Per l’Italia, si veda l’indagine campionaria della Banca d’Italia (2010) sui consumi delle famiglie nell’anno 2008.</h6>
<h6>[3] Dalla metà degli anni Settanta al 2007 i primi 12 paesi che fanno attualmente parte della Unione monetaria europea hanno visto diminuire complessivamente la quota salari di oltre 11 punti percentuali; nello stesso periodo la quota salari è diminuita in Germania di 16 punti percentuali, in Francia di 12 punti, in Italia di 7 punti (database AMECO).[4] Stockhammer (2009) stima che una riduzione annuale dell1% della quota salari è correlata in Europa con una riduzione dello 0,35% del Pil. Considerato che in un trentennio la quota salari europea è diminuita di oltre 11 punti percentuali, si può ritenere che l’effetto depressivo cumulato sul livello del Pil europea possa essersi avvicinato ai 10 punti percentuali.</h6>
<h6>[5] Riguardo al primo pilastro, in linea di principio si potrebbe anche fissare una crescita retributiva minima più modesta, consistente ad esempio nell’obiettivo di assicurare la costanza delle retribuzioni reali. In tal modo tuttavia si depotenzierebbe la funzione anti-recessiva dello “standard”, e ciò probabilmente avrebbe anche ripercussioni negative sull’obiettivo di riequilibrare le bilance commerciali.[6] I lavoratori tedeschi potrebbero esser particolarmente interessati allo “standard retributivo”. Questo è un punto di estremo rilievo, che evidenzia l’estrema opinabilità delle riflessioni politiche di Alesina e Perotti (2010), secondo i quali in Germania non vi sarebbe alcun interesse ad assecondare processi di convergenza basati sull’adozione di politiche espansive da parte dei paesi in surplus.</h6>
<h6>[7] Sulla necessità di individuare criteri per superare la contraddizione tra retorica europeista e fenomeni di divergenza tra le condizioni materiali di lavoratori appartenenti a paesi diversi, cfr. Brancaccio (2010).</h6>
<h6>[8] Così come rischia di generare effetti contrari alle attese il suggerimento di introdurre vincoli alla espansione del credito interno, recentemente avanzato da Giavazzi e Spaventa (2010). Nel loro intervento i due economisti esaminano due proposte di regolamento avanzate dalla Commissione UE nel settembre scorso. Essi giudicano il tentativo della Commissione di introdurre procedure di sanzionamento degli squilibri commerciali “un esercizio vuoto e inutile”, perché a loro avviso eccessivamente generico e quindi pressoché inapplicabile. Una valutazione così tranchant appare tuttavia infondata. Il problema della definizione di una procedura di correzione degli squilibri commerciali non è di ordine tecnico ma politico. Piuttosto, il vero limite del documento della Commissione verte sul fatto che esso rimane ancorato alla prassi di caricare il peso dell’aggiustamento sui paesi debitori. Ad ogni modo, sulla base della loro valutazione i due economisti propongono come alternativa l’introduzione di limiti alla espansione del credito interno. Ora, non vi è dubbio che il boom creditizio abbia fortemente accentuato gli squilibri e l’instabilità del quadro europeo. Giavazzi e Spaventa tuttavia non sembrano considerare il fatto che l’imposizione di limiti ai prestiti, presa isolatamente, avrebbe effetti recessivi tutt’altro che stabilizzanti. La loro proposta andrebbe allora quantomeno affiancata a misure espansive in grado di bilanciarla. Ma di questa necessità nel loro articolo non si fa cenno.</h6>
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		<title>La crisi e le rivolte in Nord Africa</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 10:15:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I sommovimenti sociali che hanno scosso il Nord Africa sono stati attribuiti dai media occidentali a cause interne. Le masse arabe si rivolterebbero contro il dispotismo, aspirando ovviamente al modello occidentale di democrazia. In realtà, se spingiamo la nostra analisi al di là della semplice realtà fenomenica ci rendiamo conto che quanto accaduto è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/libia_proteste_rivolta.jpg" style="width: 380px; height: 283px" height="279" width="414" />I sommovimenti sociali che hanno scosso il Nord Africa sono stati attribuiti dai media occidentali a cause interne. Le masse arabe si rivolterebbero contro il dispotismo, aspirando ovviamente al modello occidentale di democrazia. In realtà, se spingiamo la nostra analisi al di là della semplice realtà fenomenica ci rendiamo conto che quanto accaduto è il riflesso della crisi e della globalizzazione, entrambe fenomeni con epicentro o guidati proprio dall’Occidente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Gli Usa hanno scelto di risolvere la crisi, di cui sono stati origine nel 2007 con lo scoppio della bolla dei subprime, portando i tassi d’interesse del denaro vicini allo zero e immettendo una massa enorme di denaro nell’economia mediante il cosiddetto “quantitative easing”. Questo consiste nell’acquisto di titoli del Tesoro per 600 miliardi di dollari da parte della Banca centrale Usa, cui è stata aggiunta la proroga, per 800 miliardi di dollari, degli sgravi fiscali dell’epoca Bush. In questo modo, lo Stato Usa ha rilanciato il Pil (nel 4° trimestre 2010 al 3,2%) e i profitti delle imprese (+35%) e delle borse, specie di Wall street, che non chiudeva in rialzo per nove settimane di fila dal ’95.<strong>[1]</strong> Si tratta però, come già avvenuto con Bush a seguito della crisi del 2001, di una crescita drogata che non risolve e aggrava la crisi, lasciando inalterata la forte disoccupazione (10%).<strong>[2]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ma gli effetti del “quantitative easing” vanno al di là degli Usa. L’effetto più importante della manovra del governo Obama è la diffusione a livello mondiale dell’inflazione. Bisogna, però, osservare che la politica espansiva non produce necessariamente inflazione, come pretende la teoria monetarista. Infatti, negli Usa e nella Ue i focolai inflazionistici sono o assenti o limitati, anche perché la domanda è fiacca visto che la ripresa è modesta o assente e comunque non ha riassorbito la disoccupazione. L’inflazione che affligge alcune aree mondiali è il prodotto della relazione tra aumento della liquidità e mercati finanziari internazionali.<strong>[3]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Infatti, l’enorme liquidità così creata trova un impiego nelle attività speculative di borsa, che garantiscono profitti maggiori, anziché nell’attività produttiva. Questo anche perché l’industria manifatturiera Usa rappresenta una quota del Pil sempre meno importante e perché non ha neanche lontanamente risolto la forte sovrapproduzione che è alla base dello scoppio della crisi. In particolare, la liquidità in eccesso si è diretta verso il mercato speculativo dei contratti futures sulle materie prime, di cui si è evitata accuratamente la regolamentazione promessa all’epoca dello scoppio della crisi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La speculazione sui contratti futures, come avvenuto già nel 2008, ha innescato un aumento esponenziale di tutte le materie prime, delle quali molte, specie quelle cerealicole, hanno il loro centro di scambio mondiale proprio al Chicago Mercantile Exchange, che è la roccaforte della finanza Usa e la borsa dove si scambiano più opzioni e futures. Tra gennaio 2010 e gennaio 2011, le materie prime energetiche sono aumentate del 20,4%, i metalli del 28,3%, e le materie prime alimentari del 32%. I maggiori aumenti sono stati registrati dal grano (62%) e dal frumento (58,7%).  In particolare, i prezzi di mercato del grano sono passati da 177,5 dollari a tonnellata del 2° trimestre 2010 ai 326 dollari del gennaio 2011.<strong>[4]</strong> Il mercato del grano, inoltre, è stato influenzato dalle pessime condizioni atmosferiche e dai cattivi raccolti di alcuni paesi esportatori, come Russia e Australia, nonché dall’aumento della domanda della Cina, nella quale i cambiamenti climatici hanno ridotto la disponibilità d’acqua, e dell’India, che sconta una cronica scarsa produttività agricola.<strong>[5]</strong> Ad ogni modo, la volatilità dei mercati, determinata dall’andamento altalenante della produzione, è la condizione migliore per chi specula con i futures. Del resto, l’effetto della speculazione riguarda tutte le <em>commodity</em>. Persino il caffè, che non c’entra nulla con l’Australia e la Russia, è cresciuto ai massimi da tredici anni, con un incremento annuo del 103,5%.<strong>[6]</strong> L’aumento delle materie prime alimentari ha avuto un impatto maggiore nei paesi più poveri, dove una quota molto maggiore del reddito viene spesa in alimenti. Mentre in Italia la spesa alimentare ammonta al 17,5% dei consumi, in Egitto raggiunge il 48,1%.<strong>[7]</strong> La ragione per la quale gli effetti della speculazione si sono sentiti di più proprio nel Nord Africa e in Medio Oriente risiede nel fatto che tali aree sono quelle maggiormente dipendenti dai mercati internazionali per l’approvvigionamento alimentare.<strong>[8]</strong> Infatti, il Nord Africa è il principale importatore mondiale di grano (21,4 milioni di tonnellate), seguito dal Medio Oriente (18,72 tonnellate)<strong>[9]</strong>. In particolare, L’Egitto, ormai privo dell’acqua necessaria alla coltivazione del grano e verso il quale la Russia ha recentemente interrotto i rifornimenti, è il primo importatore mondiale, e l’Algeria, che prima di essere convertita alla monoproduzione energetica era un esportatore netto di cerali, il secondo. Di conseguenza, in queste aree i prezzi dei generi alimentari sono incrementati vertiginosamente (del 30% in un mese in Algeria).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Bisogna considerare, inoltre, che in Nord Africa l’aumento dei prezzi alimentari è stato il detonatore che ha innescato l’esplosione in una situazione già gravida di contraddizioni. A questo proposito dobbiamo farci una domanda: perché le rivolte avvengono nel Nord Africa, che, secondo l’Ocse, ha fatto registrare negli ultimi anni uno dei tassi di crescita maggiori del mondo? Proprio l’Egitto, ad esempio, è cresciuto nel 2010 del 5,4%. Il vero problema di questi paesi<strong>[10]</strong> non è il mancato sviluppo, bensì il modello di sviluppo che vi si è affermato. Quello del Nord Africa, a differenza di altre aree emergenti, è un boom economico senza diffusione del benessere. E se la crescita in Nord Africa non crea ricchezza è perché è una crescita dipendente dagli interessi europei e statunitensi, in presenza di compagini statali deboli e subalterne. I benefici della crescita sono andati solo alle imprese e alle banche straniere e a ristrettissime élite locali, la cui funzione è stata quella di “mediatori” dei capitali occidentali, in prima fila francesi e italiani. Alla base c’è, dunque, il modo in cui si sono attuati i processi di internazionalizzazione dell’economia, fondati sulle delocalizzazioni alla ricerca del massimo profitto grazie a bassi salari e mancanza di diritti. Alla fine, però, la contraddizione tra la crescita e la realtà di povertà ha creato il terreno favorevole alla rivolta, che ha avuto prevalenti contenuti sociali ed economici, come prova l’esplosione di scioperi e rivendicazioni salariali in Egitto.<strong>[11]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dunque, il vero problema non sta tanto nel “dispotismo”, ma nell’esistenza di uno specifico sistema di rapporti economici ineguali a livello internazionale, all’interno del quale hanno collocazione funzionale i “despoti”. Per quanto riguarda il Nord Africa, la subalternità è accresciuta dalla dipendenza dai principali esportatori di cereali, Usa, Canada, e Francia.<strong>[12]</strong> Nel 2010 l’Egitto è stata la quinta destinazione dell’export Usa di grano e la quarta di frumento, rispettivamente con incrementi del 129% e del 59% rispetto al 2009.<strong>[13]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ad ogni modo, l’aspetto più rilevante, che emerge ancora una volta anche nei fatti del Nord Africa, è la centralità del ruolo dei mercati finanziari. Grazie al controllo del mercato finanziario mondiale e al possesso del dollaro, la valuta di riserva e di scambio internazionale, quello che è tutt’ora, nonostante il suo declino e la crisi, il centro del sistema economico mondiale, ovvero gli Usa, è capace di generare effetti negativi a livello mondiale. Stampando semplicemente banconote, come avvenuto con il “quantitative easing”, gli Usa portano instabilità nell’economia mondiale, esportando inflazione e trasferendo in tal modo la crisi su altre aree economiche. Non si tratta di una novità, visto che, come ha avuto modo di far notare l’economista Stiglitz, gli Usa avevano fatto lo stesso già nel ’97-98, quando, con il contributo del Fondo monetario internazionale, innescarono le crisi finanziarie dei Paesi del Sud Est asiatico e della Russia. <strong>[14]</strong> I sommovimenti del Nord Africa sono, in questo senso, l’ultimo episodio della crisi mondiale che, ben lontana dall’essere risolta, dal centro si estende a cerchi concentrici verso le aree periferiche del sistema mondiale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>* Economista, consultente Filmcams-CGIL.</em></p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">[1] Marco Valsania, “Wall street festeggia e sfora quota 12mila”, <em>Il sole24ore</em>, 27 gennaio 2011.<br />
[2] Morya Longo, “Alta liquidità e profitti doping di Wall Street il Dow a quota 12mila”,<em> Il sole24ore</em>, 30 gennaio 2011.<br />
[3] International Monetary fund,<a target="_blank" href="http://www.imf.org/external/np/res/commod/Table2-020911.pdf"> Indices of Market Prices for Non Fuel and Fuel Commodities</a>, 2007-2010.</h6>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">[4] International Monetary Fund, <a target="_blank" href="http://www.imf.org/external/np/res/commod/Table3-020911.pdf">Actual market prices for Non Fuel e Fuel Commodities</a>, 2007-2010.<br />
[5] Marcello De Cecco, “Inflazione, flebile risveglio in Occidente Salari e materie prime la infiammano in Cina”, in <em>Affari &amp; Finanza de la Repubblica</em>, 28 febbraio 2011.<br />
[6] <em>Ibidem</em>.<br />
[7] Usda, <a target="_blank" href="http://www.ers.usda.gov/">Economic research service</a>.<br />
[8] La Cina, ad esempio, ha subito meno il colpo della speculazione, in parte perché è meno dipendente dalle importazioni dall’estero, essendo il secondo produttore mondiale di grano (114,5 milioni di tonnellate) , e in parte perché già nei mesi scorsi lo Stato è intervenuto per attutire la fiammata inflazionistica. I tassi d’interesse e la riserva obbligatoria delle banche sono stati innalzati, e provvedimenti amministrativi sono stati adottati per calmierare i prezzi e sostenere la spesa delle famiglie più povere. Infine, in Cina, a differenza che nel Nord Africa, si è avuta una redistribuzione dei benefici della crescita, con forti aumenti salariali nel 2010.<br />
[9] Roberto Bongiorni, “La minaccia del grano incombe su Cairo e Algeri”,  <em>Il sole24ore</em>, 27 gennaio 2011.<br />
[10] Ci riferiamo all’Egitto, alla Tunisia e all’Algeria. La Libia è un caso che presenta peculiarità proprie, soprattutto per la diversa struttura sociale prevalentemente tribale e clanica e non fondata sulle classi, per il conseguente minore sviluppo della struttura dello Stato e per il diverso rapporto con i Paesi occidentali.<br />
[11] Alberto Negri, “Al Cairo ora esplodono gli scioperi”, <em>Il Sole24ore</em>, 10 febbraio 2011 e “Egitto paralizzato ondata di scioperi per salari e lavoro”, <em>Il Sole24ore</em>, 15 febbraio 2011.<br />
[12]<a target="_blank" href="http://faostat.fao.org/site/342/default.aspx"> Food and agriculture organization of the United Nations</a>.<br />
[13] United states Department of Agricolture. <a target="_blank" href="http://www.ers.usda.gov./Data/Fatus/">Top 10 U.S. export market for wheat, corn, soybeans and cotton by volume</a>.<br />
[14] Joseph Stiglitz,<em> La globalizzazione e i suoi oppositori</em>, Einaudi, Torino 2002.</h6>
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