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	<title>Economia e Politica &#187; Editoriale</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:54:42 +0000</pubDate>
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		<title>La crisi internazionale e la lezione argentina</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 17:27:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[originale spagnolo]
L&#8217;attuale crisi globale e le politiche che si stanno mettendo in campo per affrontarla, ripongono al centro del dibattito un insieme di interrogativi economici e politici, dopo un lungo periodo in cui sembrava prevalere un consenso duraturo.
La globalizzazione produttiva e finanziaria si è intensificata negli anni &#8216;90, ed é stata accompagnata da una prolungata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="504" width="784" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bandiera_argentina1.jpg" border="0" style="width: 300px; height: 206px" /><a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/la-crisis-internacional-y-la-leccion-de-la-argentina/">[originale spagnolo]</a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L&#8217;attuale crisi globale e le politiche che si stanno mettendo in campo per affrontarla, ripongono al centro del dibattito un insieme di interrogativi economici e politici, dopo un lungo periodo in cui sembrava prevalere un consenso duraturo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La globalizzazione produttiva e finanziaria si è intensificata negli anni &#8216;90, ed é stata accompagnata da una prolungata crescita globale, benché segnata da episodi successivi di crisi originatisi sia nei paesi centrali sia in quelli periferici. Questo processo sembra aver raggiunto una svolta, con la crisi scoppiata con i mutui sub-prime; un&#8217;ondata recessiva ha colto soprattutto le economie centrali. Si conclude così un ciclo di crescita, alimentato da bolle speculative, riflesse in valori irrealistici delle capitalizzazioni di borsa e delle attività reali e finanziarie in generale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli interventi massicci da parte dello Stato, diretti principalmente a puntellare il sistema finanziario a rischio, hanno portato a discutere nuovamente sul tema delle dimensioni e della portata dell&#8217;intervento pubblico in economia. La stampa conservatrice ha lanciato rinnovati allarmi circa l’eccessiva ingerenza dello Stato, che starebbe indebitamente invadendo il campo proprio del settore privato. Al punto che lo Stato che viene a salvare le finanze si trova spesso nel ruolo di imputato, accusato per la crisi. Ma la verità è che il ruolo distorsivo che la finanza ha svolto nella crisi dovrebbe essere più attentamente valutato.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A riguardo, riteniamo che possa essere utile fornire un resoconto di quanto accaduto in Argentina. Le esperienze dei singoli paesi non sono in genere trasferibili, soprattutto nel confronto tra centri e periferie, ma guardare a quanto è avvenuto in casa d’altri può essere molto istruttivo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Argentina: le riforme e i risultati</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Dopo il decennio perduto degli anni &#8216;80 e l’iperinflazione, l&#8217;Argentina iniziò negli anni &#8216;90 un processo di profonda ristrutturazione economica e sociale. L’applicazione dei principi neoliberisti fu completa: privatizzazione di quasi tutte le imprese statali, deregolamentazioni, privatizzazione del sistema pensionistico, piena apertura al commercio estero e ai movimenti di capitale, adozione di un regime di convertibilità (currency board) che fissava per legge il rapporto tra moneta locale e dollaro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Queste riforme sono state portate avanti sino in fondo e la risposta dei mercati è stata notevole, a giudicare dal’afflusso di capitali esteri, concentratisi nell&#8217;acquisto di beni dello Stato e nella concessione di crediti al settore pubblico. Le imprese statali privatizzate sono per lo più passate nelle mani di capitali esteri.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il regime di convertibilità limitava pesantemente le politiche statali e ciò era considerato un suo merito. In questo contesto, la scommessa che si giocava concerneva l’ottimismo delle imprese, che avrebbe dovuto portare a un afflusso di investimenti esteri (o a una riduzione del drenaggio dei capitali locali) portando a un circolo virtuoso. In un certo senso, la politica economica lanciava un &#8220;segnale&#8221;, attendendo che il mercato facesse il lavoro che ci si attendeva da lui.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un contesto di questo tipo è adatto ad attrarre capitali, ma solo finalizzati all’acquisto di beni esistenti (attraverso le privatizzazioni) e per alimentare il circuito finanziario. In particolare, per finanziare il disavanzo pubblico, dovuto alla riforma del sistema pensionistico e alle misure fiscali adottate per contrastare l&#8217;incremento del cambio. Ma certo non per attrarre capitali produttivi. Dal punto di vista neoliberista, questo non è un aspetto rilevante, perché il capitale é capitale senza distinzioni. Ma per coloro che - seguendo gli insegnamenti di Keynes – credono che la distinzione tra investimenti reali e finanziari abbia senso, è facile capire perché l&#8217;afflusso di capitale finanziario non abbia generato l’atteso circolo virtuoso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nei fatti, l&#8217;economia crebbe, semplicemente recuperando il terreno perso nella precedente depressione, tra il 1991 e il 1994, e di nuovo tra il 1996 e il 1998; il tutto in presenza di elevati livelli di disoccupazione (oltre il 15%) e di povertà (oltre il 30% della popolazione sotto la soglia di povertà). In contrapposizione, la finanza si appropria di oltre un quinto della crescita del PIL.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il debito pubblico ebbe un’espansione del 115%, nonostante la sua ristrutturazione (attraverso il Piano Brady nel 1992), la messa in vendita delle imprese pubbliche e la disciplina che aveva introdotto la regola della convertibilità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nel 1998, l&#8217;allora presidente dell&#8217;Argentina viene acclamato come statista, alla riunione annuale del FMI e della Banca Mondiale a Washington. Nel 1999, un nuovo governo – di opposto orientamento politico - prosegue lungo la stessa linea, e introduce riduzioni dei salari dei dipendenti pubblici e delle pensioni. Ma questo non fa che ridurre la produzione reale e compromettere la solvibilità pubblica. Crescenti difficoltà nel collocare i titoli del debito pubblico, nonostante i pacchetti finanziari con la partecipazione di governi e organismi multilaterali, peggiorano il clima economico e incoraggiano una fuga crescente di capitali, che nel 2001 mette a rischio il sistema bancario. Viene decretato un congelamento dei depositi, cresce l’agitazione sociale, cade il Presidente, il suo successore riesce solo a dichiarare il default e poi si dimette. L&#8217;Argentina esce dalla convertibilità con il congelamento dei depositi bancari, con uno Stato alla bancarotta, una recessione all’11% e vicina all’abisso dell’anomia sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La traiettoria successiva – sulla quale qui non ci intratteniamo – si costruisce su basi totalmente diverse: alto tasso di cambio e attivismo dello Stato costruito sulla base di una pressione fiscale crescente, con avanzi fiscali e nella bilancia commerciale. Un complesso ed ancora incompiuto processo di ristrutturazione del debito pubblico - la cui seconda fase si é conclusa in questi giorni – che ha riportato la pressione fiscale a un livello ragionevole. La ripresa è notevole, ma solo dal 2006 si può effettivamente parlare di espansione netta, rispetto al precedente massimo del ciclo nel 1998.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Riflessioni</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Certo, coloro che difendono le posizioni neo-liberiste riterranno che il programma argentino degli anni ‘90 mancò della coerenza sufficiente per raggiungere il successo che la teoria predice. Il fatto è che l&#8217;Argentina fu ritenuta un esempio nell&#8217;attuazione di quelle politiche; tale fu l’opinione diffusa a livello internazionale e in tal modo reagirono gli &#8220;investitori&#8221;. Se il decalogo neoliberista non fu propizio per l&#8217;Argentina, fu perché il decalogo è fallace; sotto una parvenza di buon senso e semplicità, enunzia raccomandazioni che nessun paese di successo nel mondo ha seguito. Gli elevati livelli di sviluppo sono sempre stati raggiunti attraverso uno sforzo cosciente, coordinato dal livello statale, per quanto sussistano rilevanti differenze tra le diverse esperienze.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I risultati dell&#8217;esperienza argentina non sono automaticamente trasferibili a qualsiasi paese o contesto. Per quanto il lettore trovi aspetti familiari con la vicenda del suo paese, una molteplicità di aspetti e sfumature differenziano il cado di una economia periferica, collocata ad un livello medio di sviluppo, dalle economie situate nel nucleo del capitalismo, che hanno elevati livelli di sviluppo tecnologico e solidità istituzionale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Difatti, il default argentino è stato possibile proprio perché si trattava di una piccola economia periferica; secondo alcuni fu addirittura l&#8217;occasione per dare una lezione di disciplina. Un episodio del genere appare difficile nel contesto economico dell&#8217;Unione europea; sebbene gli indicatori di solvibilità in alcuni casi possono essere peggiori rispetto a quelli dell’Argentina del pre-default, il progetto dell&#8217;unione monetaria sembra prevalere su altre considerazioni. Un abbandono della zona euro, anche se da parte di Paesi di piccole dimensioni, metterebbe a repentaglio il futuro economico e politico dell&#8217;Unione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma queste differenze non devono oscurare il fatto che il tentativo di lasciare il destino di una economia alle forze non controllate del mercato é condannato a fallire . La storia recente delle economie dei paesi centrali lo dimostra; la tesi secondo cui il mercato finanziario è un mercato come gli altri, e che pertanto deve essere lasciato libero di funzionare al pari degli altri mercati, è evidentemente fallace. Solo la cecità ideologica - o specifici interessi - possono nascondere il fatto che, sotto l&#8217;idea ingannevole di &#8220;innovazione finanziaria&#8221;, si è generato un meccanismo che ha portato il sistema all’anarchia, colle dovute conseguenze.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Non vi è dubbio che la disciplina economica abbia un debito con la società. Il  prevalere del pensiero unico ha progressivamente messo in ombra il pluralismo delle idee; anche alcuni contributi di premi Nobel che hanno preso le distanze dal <em>mainstream</em> trovano poco ascolto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">È per questa ragione che la &#8220;Lettera degli Economisti&#8221; è un contributo salutare, un soffio di aria fresca in un ambiente viziato dalla mancanza di rinnovamento intellettuale. È solo da una riflessione libera da pregiudizi che ogni paese  - in coordinamento con quelli con cui ha maggiori legami – potrà trovare la via d’uscita dalla critica situazione presente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Addendum: Il Plan Fénix</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’Argentina ha sperimentato una chiusura intellettuale per anni, nel periodo della convertibilità, con il blocco di qualsiasi formulazione alternativa di politica economica. Uscire da quella situazione - con tutti i traumi che questo significò - ha consentito di pensare liberamente ad altre opzioni; questa é la vera occasione che l&#8217;Argentina deve ora sfruttare.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il <a target="_blank" href="http://www.econ.uba.ar/planfenix/"><em>Plan Fénix</em> </a>[Piano Fenice] è un progetto strategico varato dall&#8217;Università di Buenos Aires, avviato alla fine del 2000, allo scopo di cercare una via d&#8217;uscita dalla trappola in cui sono cadute l’economia e la società argentina. Il bisogno di trovare questa via di uscita è testimoniato dall&#8217;impatto che ha avuto questa iniziativa, anche prima della caduta del regime di Convertibilità. Da allora, il Plan Fénix ha mantenuto una presenza attiva nei dibattiti in Argentina, oltre a favorire lo scambio di esperienze con altri paesi, principalmente del Sud America.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">*<em>Professore della Facoltá di Scienza Economiche dell’Universitá di Buenos Aires. Coordinatore Accademico</em> <em>del </em>Plan Fénix.</p>
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		<title>La crisis internacional y la lección de la Argentina</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 17:18:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Introducción
La actual crisis mundial, y las políticas que se están perfilando para enfrentarla, ponen nuevamente en el centro del debate un conjunto de cuestiones económicas y políticas, tras un largo período en el que parecieron prevalecer consensos duraderos.
La globalización productiva y financiera se profundizó en los años ’90, y se vio acompañada por un ciclo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img height="504" width="784" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bandiera_argentina.jpg" border="0" style="width: 303px; height: 193px" />Introducción</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La actual crisis mundial, y las políticas que se están perfilando para enfrentarla, ponen nuevamente en el centro del debate un conjunto de cuestiones económicas y políticas, tras un largo período en el que parecieron prevalecer consensos duraderos.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La globalización productiva y financiera se profundizó en los años ’90, y se vio acompañada por un ciclo de crecimiento mundial prolongado, aunque jalonado por sucesivos episodios críticos, originados tanto en los países centrales como en los periféricos. Este proceso parece haber llegado a una inflexión, a partir de la crisis originada en las hipotecas sub-prime; se ha producido así una ola recesiva, que impacta principalmente en las economías centrales. Concluye así un ciclo alimentado por el crecimiento de burbujas especulativas, reflejadas en valores irreales de capitalizaciones bursátiles y activos físicos y financieros en general.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Las masivas intervenciones de los Estados, concretadas principalmente a fin de apuntalar un sistema financiero en peligro, han devuelto actualidad al debate acerca de la dimensión y alcance del accionar estatal en la economía. La prensa conservadora ha lanzado renovadas advertencias acerca de un crecimiento desmesurado del Estado, que estaría así invadiendo indebidamente la esfera privada. El Estado que viene a salvar a las finanzas queda situado en el papel del reo, inculpado por la crisis. Pero lo cierto es que el papel distorsivo que han jugado las finanzas en este proceso debe ser objeto de reevaluación.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Desde la Argentina, queremos aquí dar cuenta de nuestra experiencia, para brindar una perspectiva. Las trayectorias de los países son típicamente individuales y no trasladables, especialmente entre centro y periferia; pero la experiencia comparada siempre es provechosa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Argentina: reformas y resultados</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tras la década perdida del 80 y una crisis hiperinflacionaria, la Argentina encaró en la década del ’90 un proceso de amplia reestructuración económica y social. El imperio neoliberal fue pleno: privatización de la virtual totalidad de las empresas del Estado; abolición de diversas regulaciones y reglamentaciones; privatización del sistema previsional; liberalización del comercio exterior y de los flujos financieros externos; instrumentación de un régimen de Convertibilidad (currency board), que vinculaba por ley la relación entre moneda local y dólar.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La convicción con que estas reformas fueron encaradas es destacable; y también lo fue la respuesta de los “mercados”, a juzgar por el flujo de capitales externos, volcados a la compra de activos estatales y al financiamiento público. Las privatizaciones fueron en buena medida extranjerizaciones.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Convertibilidad limitaba fuertemente las políticas estatales; allí residía presumiblemente su mérito. En este contexto, la única apuesta posible era al optimismo empresario, que diera lugar a un flujo de inversiones externas (o que redujera el drenaje de capitales locales), creando por si mismo un ciclo virtuoso. Para esto, la política económica implementada no fue sino una gran “señal”, para que el mercado hiciera el trabajo que se esperaba de él.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un contexto de esta naturaleza es sin duda apto para atraer capitales, pero para comprar activos existentes (vía privatizaciones) y para aplicar al circuito financiero. En particular, para financiar el déficit estatal, incrementado por la reforma previsional y por las medidas tributarias tomadas para mitigar la apreciación cambiaria; pero no para atraer capitales productivos. Seguramente, para el ideario neoliberal esto no es relevante, porque los capitales en esta perspectiva son capitales sin aditamentos. Pero para quienes – recogiendo las enseñanzas de Keynes – entienden que la distinción entre inversión real e inversión financiera tiene sentido, es fácil comprender porqué el influjo de capitales financieros no se tradujo en el ciclo virtuoso esperado.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En los hechos, la economía se expandió, como mera recuperación luego de una depresión, entre 1991 y 1994, y luego entre 1996 y 1998; todo ello, con un nivel alto de desempleo (más del 15%) y de pobreza (más de 30% de la población por debajo de la línea respectiva). En contrapartida, las finanzas logran apropiarse de más de un quinto del crecimiento del PIB.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La deuda pública crece un 115%, pese a su reestructuración (operada por el Plan Brady en 1992), a la liquidación de empresas públicas y a la disciplina que supuestamente impondría la regla de la Convertibilidad.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En 1998, el entonces Presidente argentino es agasajado a la manera de un estadista, en la reunión anual del FMI y Banco Mundial en Washington. En 1999 un nuevo gobierno – de signo político contrario – continúa en la misma línea, introduciendo recortes de salarios públicos y jubilaciones. Pero esto no hace sino reducir la producción real y comprometer la solvencia fiscal. Crecientes dificultades para la renovación de vencimientos de capital, pese a paquetes financieros con participación incluso de gobiernos y organismos multilaterales, van enrareciendo el clima económico, y motivan una creciente salida de recursos, que en 2001 pone en riesgo al sistema bancario. Se decreta el congelamiento de depósitos, crece la conmoción social, cae el Presidente; su sucesor solo alcanza a declarar el default, para luego renunciar. La Argentina sale de la Convertibilidad con congelamiento de depósitos bancarios, un Estado en bancarrota, una recesión del 11% y próxima al abismo de la anomia social.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La trayectoria posterior – que aquí no tratamos – se edifica sobre bases totalmente diferentes: elevado tipo de cambio y activismo estatal asentado sobre una creciente presión tributaria, con superávit en la cuenta corriente externa y en las cuentas fiscales. Un complejo y aún inconcluso proceso de reestructuración de la deuda pública – cuya segunda etapa ha culminado en estos días – coloca las obligaciones fiscales en un perfil razonable. La reactivación operada es destacable, aunque recién a partir de 2006 puede hablarse realmente de un crecimiento neto, con relación al pico anterior de 1998.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Reflexiones</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Seguramente, quienes defienden la postura neoliberal sostendrán que el programa argentino de los ’90 careció de la coherencia suficiente para asegurar el éxito que la teoría predice. El hecho es que la Argentina fue emblemática en la aplicación de estas políticas; así fue reconocida internacionalmente, y así reaccionaron los”inversores”. Si el decálogo neoliberal no le fue propicio a la Argentina, es porque este decálogo es falaz; bajo una apariencia de sentido común y simpleza, formula recomendaciones que ningún país exitoso en el mundo ha seguido. Los elevados niveles de desarrollo se han alcanzado por un esfuerzo consciente, coordinado desde el nivel estatal, más allá de los matices importantes que puedan surgir del contraste de experiencias.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Las conclusiones que arroja la experiencia argentina no son automáticamente trasladables a cualquier país o contexto. Por más que el lector encuentre aspectos familiares con su experiencia particular, una multitud de aspectos y matices diferencian el caso de una economía periférica, de un nivel medio de desarrollo, con economías situadas en el núcleo del capitalismo, con extensas trayectorias cimentadas en el desarrollo tecnológico y la consolidación institucional.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">De hecho, el default argentino fue posible porque se trata precisamente de una economía pequeña y periférica; para algunos, incluso, fue la oportunidad para dar una lección disciplinadora. Esta misma salida parece inviable en economías de la Unión Europea; aunque los indicadores de solvencia en algunos casos puedan ser peores a los de la Argentina pre-default, el proyecto de unión monetaria parece prevalecer por sobre otras consideraciones. Un abandono de la zona euro, aun por parte de las naciones de menor talla, comprometería el futuro económico y político de la Unión.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero estas diferencias no deben hacernos olvidar que cualquier intento de abandonar la suerte de una economía a las fuerzas no controladas del mercado es inconducente. La propia historia reciente de las economías centrales así lo muestra; prevaleció allí la noción de que el mercado financiero es solamente un mercado más, que debe ser librado a sus fuerzas como cualquier otro mercado, lo que constituye una falacia evidente. Solo la ceguera ideológica – o los intereses concretos – pueden ocultar el hecho de que, tras la engañosa idea de la “innovación financiera”, se cebó un mecanismo que condujo a la anaquización del sistema.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En este aspecto, no hay duda de que la disciplina económica tiene una deuda pendiente con la sociedad. La prevalencia del pensamiento único ha obturado progresivamente la diversidad; aún contribuciones de algunos premios Nobel que se han separado en cierto grado de la corriente principal encuentran relativo eco.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Es por esta razón que la “Lettera degli Economisti” constituye un saludable aporte, una bocanada de aire fresco a un ambiente viciado por la falta de renovación intelectual. Es sólo a partir de una reflexión libre de prejuicios que cada país – en coordinación con aquéllos con los que sus vínculos son más estrechos – podrá encontrar la salida al crítico presente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Addendum: El Plan Fénix</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Argentina ha vivido esta cerrazón intelectual durante largos años, por la vigencia del régimen de Convertibilidad, que implicó el bloqueo de cualquier formulación alternativa. Salir de esta situación – con todo el trauma que ello significó – permitió pensar con libertad en otras opciones; ésta es la oportunidad que la Argentina debe explotar ahora.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">El <a target="_blank" href="http://www.econ.uba.ar/planfenix/">Plan Fénix </a>es un proyecto estratégico de la Universidad de Buenos Aires, que a fines del año 2000 comenzó sus actividades, precisamente a la búsqueda de una salida para la trampa en la que estaban encerradas la economía y la sociedad argentina. La necesidad de esta salida fue evidenciada por la repercusión que adquirió esta iniciativa, aun antes de la quiebra del régimen de Convertibilidad. Desde entonces, el Plan Fénix ha mantenido una activa presencia en los debates de la Argentina, además de intercambiar experiencias principalmente con otros países sudamericanos.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Profesor de la Facultad de Ciencias Económicas de la Universidad de Buenos Aires. Coordinador Académico del Plan Fénix.</em></p>
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		<title>No all’austerità fiscale. I pericoli della deflazione e gli argomenti per la finanza funzionale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 15:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[english version]
Che cosa si può fare in poco più di 18 mesi nel mondo alla rovescia della politica internazionale! Nel novembre del 2008, dopo che nel settembre/ottobre del 2008 gran parte dei mercati finanziari internazionali furono salvati dai governi a colpi di miliardi di dollari, i Paesi del G20 si riunirono a Washington non già per discutere della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/no-to-fiscal-austerity-the-perils-of-deflation-and-the-case-for-functional-finance/">[english version]</a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Che cosa si può fare in poco più di 18 mesi nel mondo alla rovescia della politica internazionale! Nel novembre del 2008, dopo che nel settembre/ottobre del 2008 gran parte dei mercati finanziari internazionali furono salvati dai governi a colpi di miliardi di dollari, i Paesi del G20 si riunirono a Washington <em>non </em>già per discutere della necessità di ricorrere alla spesa pubblica in disavanzo, giacché questo era ormai un fatto compiuto a seguito della crisi iniziale dei <em>subprime</em> del 2007-2008 e del vasto salvataggio messo in atto per evitare che il settore bancario potesse cadere in un abisso finanziario. Piuttosto i leader dei Paesi del G20 si riunirono nel novembre 2008 per discutere di come coordinare una strategia di “stimolo fiscale”, al fine di evitare un profondo collasso della spesa privata che alla fine del 2008 sembrava essere un’inevitabile conseguenza della crisi finanziaria.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Una rapida occhiata alla Figura 1 consente di rilevare un drammatico cambio di rotta della politica di bilancio dei Paesi occidentali dopo il 2007. Invece di perseguire politiche di “sana finanza”, con la quale molti governi  provarono a risanare i propri <em>deficit</em> o a perseguire avanzi come si può vedere dopo il 2001, tutti questi paesi si tuffarono in considerevoli <em>deficit</em> di bilancio dopo il 2007 (si veda la parte ombreggiata della Figura 1).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Figura 1: Saldi di bilancio pubblico (effettivi/previsti) in termini percentuali sul PIL, Totali Paesi OCSE, Area Euro, Paesi  G7 dal 1991 al 2010 (FONTE OCSE)</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="430" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/seccareccia_11.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Al recente <em>meeting</em> del G20 di Toronto di fine giugno 2010, si è assistito a una completa modifica dell’agenda politica. I <em>leader</em> si sono congedati vittoriosamente dall’ultimo summit dopo essersi accordati praticamente all’unanimità sui punti promossi dal primo ministro, Stephen Harper, e dagli altri falchi <em>anti-deficit</em>, come David Cameron e Angela Merkel ad esempio. In base al documento del G20, questi <em>leader</em> si sono impegnati a portare avanti manovre di bilancio finalizzate a ridurre i propri deficit di almeno il 50 per cento entro il 2013 e a stabilizzare e ad avviare una <em>riduzione</em> dei rapporti debito/PIL entro il 2016, il tutto in nome della stabilizzazione macroeconomica. Sebbene ci sia stato un dibattito sulla tempistica della “strategia di uscita”, sulla questione dell’austerità di bilancio “c’è uno <em>spietato consenso</em> tra le parti”, come ha sottolineato Barack Obama (<a target="_blank" rel="nofollow" href="http://imarketnews.com/node/15595">http://imarketnews.com/node/15595</a>). E’ difficile pensare come l’elite politica internazionale possa “consentire” a deflazionare “spietatamente” l’economia mondiale alla luce delle proteste pacifiche contro l’austerità nelle strade di Toronto. Comunque, quando gli si chiede in che modo l&#8217;economia possa essere stabilizzata e ricondotta su di un sentiero di crescita sostenuto e desiderabile, questi<em> leader</em> si richiamano agli effetti positivi della riduzione dell’eccessivo peso del debito pubblico sulla crescita, enfatizzando la necessità di un suo controllo e della sua sostenibilità finanziaria e rimarcando la necessità di puntare al settore privato per promuovere la crescita.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Mentre è tautologicamente vero che i livelli di debito pubblico possono essere stabilizzati e ridotti solo se le entrate incominciano a superare le uscite, non è così ovvio che gli alti livelli di debito pubblico frenano la crescita e che il settore privato si espanderà a seguito dei tagli di spesa e/o di aumenti di tasse. A ben vedere, i fatti a partire dalla settimana successiva al summit del G20 mostrano segnali preoccupanti che si pongono in netto contrasto con ciò che i leader del G20 hanno previsto come risultati delle loro proposte politiche. In effetti, già a partire da quella settimana (successiva al meeting del G20), i prezzi nelle principali borse del Nord America sono scesi rapidamente e le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso per diversi paesi, come per la China che punta sulle esportazioni come motore della crescita. Nonostante le recenti raffinate previsioni del FMI, sussistono nei mercati internazionali reali timori per una recessione “<em>double-dip</em>” [una recessione a w], simile a quella del 1937, timori che si rafforzano a seguito delle decisioni prese a Toronto alla fine di giugno. Le aspettative dei mercati circa le prospettive future di crescita non sono state positivamente influenzate dall’accordo del G20. Al contrario, le politiche di austerità concordate in un’economia mondiale che sta lottando per rimanere in piedi potrebbero spingere molti paesi sull’orlo del precipizio, in quanto la contrazione del settore pubblico potrebbe influenzare negativamente la crescita attraverso i noti effetti keynesiani sul moltiplicatore e sull&#8217;acceleratore. Questo perché il deficit di bilancio del settore pubblico non è un buco nero finanziario che assorbe credito e risorse diversamente utilizzabili per progetti di investimento privato; ma, al contrario, la spesa in disavanzo genera risparmio nel settore privato attraverso il processo di generazione del reddito.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quello che i <em>leader</em> del G20 e i loro consiglieri economici non riescono a comprendere è il semplice fatto contabile in base al quale ciò che appare come spesa in un settore (ad esempio, il settore pubblico) è necessariamente un’entrata o reddito per un altro settore (ad esempio, il settore privato) e ciò che appare come spesa netta (o <em>deficit</em> di bilancio) per un settore deve essere inevitabilmente risparmio netto positivo (o <em>surplus</em> finanziario) per un altro settore. Ne segue che, indipendentemente da come sono finanziate, le spese generano reddito, e il risparmio del settore privato altro non è che una contropartita dei <em>deficit</em> del settore pubblico. Ciò significa che la formazione di un surplus netto di bilancio nel settore pubblico va a distruggere reddito netto o risparmio nel settore privato. Possiamo ora riprendere la Figura 1 tracciando anche il risparmio netto del settore privato per tutti i Paesi. Per facilità di esposizione si riportano nella Figura 2 sia i saldi del settore privato sia i saldi del settore pubblico, considerando gli Stati Uniti e aggregando i Paesi dell’Euro zona. La sola ragione per la quale queste due serie non sono letteralmente una lo specchio dell’altra è perché non abbiamo preso in considerazione il saldo di conto corrente che potrebbe fluttuare considerevolmente nel tempo e offuscare notevolmente la relazione simmetrica tra le due serie.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Figura 2: Saldi di bilancio pubblico e privato per l’Euro zona e per gli USA in termini percentuali del PIL, 1991-2010 (FONTE OCSE)</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="272" width="554" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/seccareccia_31.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Come possono le prospettive di minori redditi e minori risparmi del settore privato incoraggiare la crescita? Ciò che si può immaginare, se sarà realmente implementata la politica di austerità, è il catastrofico effetto della riduzione della spesa sulla produzione del settore privato, con effetti deflazionistici sui redditi (salari e profitti) e un più basso livello di occupazione. Le politiche necessarie non sono quelle che frenano la crescita ma quelle che la sostengono su basi più stabili. Come è stato rilevato da Keynes: “è l’espansione il momento buono per l’austerità [..], non la recessione” (vedi <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php">http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php</a>). Le politiche associate alle idee keynesiane sono state storicamente definite come politiche di finanza funzionale e con successo sono state implementate durante i primi anni del dopoguerra per ottenere il pieno impiego, prima dell’assalto monetarista. Dagli anni settanta del secolo scorso molte generazioni di giovani economisti hanno avuto poche o nessuna occasione di conoscere le teorie keynesiane e sono state portate a ritenere che non ci fossero alternative alla dottrina neoclassica del &#8220;rigore finanziario&#8221;, che era già caduta in discredito negli anni trenta del secolo scorso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ per questo che la recente <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">lettera firmata da oltre 200 economisti italiani</a> rappresenta un segnale di reale speranza. In essa si afferma che <em>yes we can</em>, possiamo pensare ad alternative positive all’austerità e al taglio della spesa. Per salvare l’Euro zona dalle sue stesse contraddizioni, occorre perseguire politiche sin qui messe al bando da quella erronea dottrina neoclassica, che gli autori della lettera definiscono “liberista”, e che trova applicazione nell’attuale struttura istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. La lettera riconosce correttamente che l’Europa può tornare a crescere attraverso una politica di espansione della domanda trainata dalla spesa pubblica, in particolare dai paesi in surplus dell’UME. Essa si sofferma, inoltre, sulla necessità di un piano di sviluppo finalizzato al pieno impiego attraverso l’investimento pubblico, come lo stesso Keynes argomentava negli anni trenta. Questa tesi, però, si trova in netto contrasto con le politiche imposte in Europa, che determinano una deflazione interna.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ironicamente, il solo pseudo “attivismo” fiscale nell’UME viene perseguito dalla BCE - una istituzione tecnocratica e i cui responsabili non sono eletti democraticamente -il cui ruolo si è evoluto al punto che essa ora sta acquistando titoli del debito pubblico; ma tali acquisti non vengono effettuati al fine di finanziare gli investimenti pubblici e consentire il raggiungimento di obiettivi di sviluppo bensì esclusivamente per fornire la liquidità necessaria a prevenire l’insolvenza, come avvenuto per la Grecia. Questo è il peggiore degli scenari possibili. In nome del “rigore di bilancio”, l’attuale struttura istituzionale impedisce alle legittime autorità di politica fiscale (quindi ai governi nazionali) di perseguire politiche espansive, vincolate come sono dai parametri del Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita che finiscono per aggravare i problemi di liquidità dei c.d. Paesi GIIPS<strong>[1]</strong>. Dall’altra parte, la BCE è stata ora obbligata ad assumere il ruolo di un “pompiere” recalcitrante, che estingue i fuochi regionali generati dal corto circuito dovuto allo stesso Trattato istitutivo dell’UME, che ha creato una banca centrale sovranazionale sulla base dei principi neoclassici. L’Europa necessita di ridefinire le sue stesse istituzioni per evitare di affossarsi in uno stato di stagnazione economica permanente, tutto in nome della moneta unica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Professore di Economia, Università di Ottawa, direttore dell’</em>International Journal of Political Economy</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica]</p>
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		<title>No to Fiscal Austerity. The Perils of Deflation and the Case for Functional Finance</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 15:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[What just over 18 months could make in the topsy-turvy world of international politics! In November 2008, when most of the world’s financial markets had been rescued, with many governments in Western countries spending billions of dollars of bailout money during September/October 2008, the G20 countries had met not to discuss the need for deficit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">What just over 18 months could make in the topsy-turvy world of international politics! In November 2008, when most of the world’s financial markets had been rescued, with many governments in Western countries spending billions of dollars of bailout money during September/October 2008, the G20 countries had met <em>not</em> to discuss the need for deficit spending, since that was already a <em>fait accompli</em> that had resulted from the effects of the initial subprime crisis in 2007-2008 and the huge bailout money to prevent the banking sector from falling into a financial abyss. Rather, these G20 world leaders had met in Washington in November 2008 to discuss a coordinated “fiscal stimulus” strategy in order to avert a severe collapse of real private sector aggregate spending, which, at the end of 2008, seemed to be an unavoidable consequence of the financial crisis.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A quick look at Figure 1 shows how dramatic the change in the fiscal stance of Western countries was after 2007. Instead of pursuing policies of “sound finance” with most governments trying to climb out of fiscal deficits or target fiscal surpluses as can be seen after 2001, all these countries plunged into significant budgetary deficits after 2007 (see shaded area in Figure 1).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Figure 1: General Government Financial Balances (Actual/Forecasted) as a Percentage of GDP,<br />
Total OECD, Euro Area, and G7 Countries, 1991-2010</strong>
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="451" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/seccareccia_1.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">At the recent G20 meeting in Toronto at the end of June 2010, we have witnessed a complete reversal of the policy discourse. The leaders left victoriously the latest summit by achieving practical unanimity on the goals that had been proposed by the host prime minister, Stephen Harper, and other anti-deficit hawks, such as David Cameron and Angela Merkel. According to the G20 declaration, these government leaders had committed themselves to fiscal plans that would cut their deficits by at least 50 percent by 2013, and to stabilize and begin to <em>reduce </em>government debt-to-GDP ratios by 2016, all in the name of stabilizing the macroeconomy. Although there was some debate over the precise timetable of their “exit strategy”, as Barack Obama emphasized, on the issue of fiscal austerity “there is <em>violent agreement</em> between the parties” (<a target="_blank" rel="nofollow" href="http://imarketnews.com/node/15595">http://imarketnews.com/node/15595</a>). It is hard to imagine how “violently” the world political elite can “agree” to deflate the world economy in light of the mostly peaceful protests against austerity in the streets of Toronto. However, when asked about how the economy is supposed to be stabilized and brought back to a desirable high growth path, these world leaders referred to the positive effects on growth of a reduced burden of overhanging public debt, pointed to the necessity for public debt stabilization and fiscal sustainability, and highlighted the need to make way for the private sector in the growth strategy.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">While it is tautologically true that public sector debt ratios can stabilize and fall only if revenues start to exceed spending, it is not at all obvious that high public debt ratios are inimical to growth and that the private sector will grow as a result of cuts in spending and/or increases in taxes. In fact, evidence from the week following the G20 summit offers some ominous signs that stand in sharp contrast to what the G20 leaders envisaged in terms of economic outcome of their proposed policies. Indeed, already over that week (after the G20 meeting), prices at the principal North American stock exchanges declined sharply and forecasts of growth were revised downward in countries, such as China, that rely on exports as their engine of growth. Despite some recently embellished forecasts from the IMF, there are real fears in world markets of a 1937-style “double-dip” recession, with these fears being reinforced by the decisions taken in Toronto at the end of June. Market expectations of future prospects for growth have not been positively influenced by the formal statement of the G20 leaders. On the contrary, concerted policies of austerity in a world economy that is struggling just to stand still could merely push many economies over the edge of the precipice, since public sector retrenchment could only feed negatively on growth through standard Keynesian multiplier/accelerator effects. This is because a public sector budgetary deficit is not some financial black hole that removes much needed loanable funds that would otherwise be available for investment purposes for the private sector; but quite the opposite, deficit spending creates private sector savings through the income-generating process.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Indeed, what the G20 leaders and their economic advisors fail to understand is an elementary accounting fact that what is a spending for one sector (say, the government sector) is necessarily a receipt or income for another sector (say, the private sector) and that what is a net spending (or a budgetary deficit) of one sector must inevitably be a positive net saving (or a financial surplus) of another sector.  Hence it follows that, regardless of how they are financed, expenditures generate income, and private sector saving is merely the pecuniary accountancy of public sector deficits. This also means that any net budgetary surplus of the public sector merely destroys private sector net income or saving. In terms of Figure 1 above, one ought to just imagine this same chart but stood on its head delineating in this case the net saving position of the private sector for all those countries. For illustrative purposes, both the private and public sector balances are displayed in Figure 2, but only for the US and the countries of the Euro zone combined. Indeed, the only reason why these series are not literally a mirror of one another is because we have not taken into consideration the current account balance which could fluctuate somewhat over time and blur somewhat the symmetrical relation between the two series.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Figure 2: Net Private and Consolidated Public Sector Balances for the Euro Area and the US as a Percentage of GDP, 1991-2010</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="554" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/seccareccia_3.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">How can the prospect of lower private sector incomes and private sector savings encourage private sector growth over time? If such policies of budgetary austerity are seriously implemented, one can only imagine the catastrophic consequences of the withdrawal of the much needed spending on private sector output, resulting in a deflation of incomes (wages and profits) and a lower level of employment. What are needed are not policies that abort growth but policies that sustain it on a more permanent basis. As Keynes has been quoted to have said: “the boom, not the slump, is the right time for austerity at the Treasury.” (See <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php">http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php</a>) Such a policy framework, associated with Keynesian ideas, has been termed historically a policy of functional finance which was quite successfully implemented during the early postwar years to achieve full employment before these policies succumbed to the monetarist onslaught. Since the 1970s, several generations of young economists have had little or no exposure to these Keynesian ideas and have been trained to think that there is no alternative to the neoclassical doctrine of “sound finance” which had been discredited during the 1930s.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">This is why the recent <a target="_blank" href="http://www.letteradeglieconomisti.it/english.htm">letter signed by over 200 Italian economists </a>represents a truly hopeful sign. It affirms that yes we can imagine positive alternatives to austerity and economic retrenchment. If the Euro zone is to be saved from its own contradictions, it must pursue policies that are currently prevented as a result of the misguided neoclassical doctrines of what the authors of the letter have dubbed the “liberalist” ideology that finds its counterpart in the current institutional structure of the European Economic and Monetary Union (EMU). The letter rightly recognizes that growth in Europe can return via a policy of expansion of demand through public spending and particularly in the surplus countries of the EMU. Moreover, it points to the need for a development plan to achieve full employment through public investment much as Keynes himself had argued in the 1930s. This view stands in stark contrast to the current policies being imposed in Europe that necessitate deflation domestically.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ironically, the only pseudo fiscal “activism” in the EMU is being pursued de facto by an unelected and technocratic ECB whose role has evolved and is now purchasing national government securities not to help finance public investments for developmental purposes in the various regions of Europe but merely to provide much needed liquidity to prevent insolvency, as in Greece. We have here perhaps the worst possible scenario. In the name of “sound finance”, the current institutional structure prevents the rightful fiscal authorities (i.e., the respective national governments) to pursue policies of expansion because of the constraints imposed by the Maastricht Treaty and the Stability and Growth Pact, which exacerbate the liquidity problems of the so-called GIIPS countries. On the other hand, the ECB has now been forced to assume the role of a recalcitrant “firefighter” that extinguishes regional fires caused by faulty circuitry imposed by the very EMU constitution, which established such a supranational central bank based on neoclassical precepts of the macro economy. Europe needs to redefine itself institutionally so as to avoid being stuck collectively in a permanent state of economic stagnation all in the name of retaining a single currency.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">*<em> Professor of Economics, University of Ottawa, and Editor of the</em> International Journal of Political Economy</p>
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		<title>Oltre il “momento Kindleberger”, contro l’austerity globale</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 13:49:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[cliccare per l&#8217;originale inglese]
L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/lettera_21.jpg" style="width: 368px; height: 232px" height="103" width="398" /><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/beyond-the-kindleberger-moment-fighting-global-austerity/"><em>[cliccare per l&#8217;originale inglese]</em></a></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. Da allora entrammo nel “momento Keynes”: i politici e gli economisti, negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e anche nei “templi ” del neoliberismo - come il Fondo Monetario Internazionale - riscoprirono l’assoluta necessità di politiche fiscali espansive per contenere le forze deflazionistiche che stavano conducendo l’economia mondiale in una “stretta mortale”. Per un breve periodo, i governi adottarono politiche fiscali keynesiane senza precedenti, per cercare di interrompere la spirale economica deflazionistica e, per certi versi, ebbero un temporaneamente successo. Ma ora le forze ortodosse, in Europa e negli Stati Uniti, stanno cercando di seppellire Keynes ancora una volta e resuscitare politiche liberiste reazionarie – rispolverando le teorie e il lessico del passato – invocando brutali misure di austerità per ristabilire la “fiducia” nei mercati finanziari. E ciò, essi dicono, condurrà alla ripresa dell’economia globale attraverso tassi d’interesse più bassi, maggiori investimenti e più elevata occupazione. Questi politici e gli economisti che li sostengono fanno queste affermazioni impassibili, a dispetto del fatto che furono questi mercati finanziari e queste politiche economiche a condurci alla più grande calamità economica globale dopo la Grande Depressione. Ed essi ripetono queste tesi a dispetto del fatto che non esiste una teoria economica empiricamente difendibile che possa dimostrare che, nelle condizioni economiche deflazionistiche in cui ci troviamo, gli imponenti tagli delle politiche fiscali a livello globale condurranno ad una maggiore crescita economica e a una maggiore occupazione. Hanno già dimenticato che la fiducia nei mercati finanziari ha condotto essenzialmente alle bolle speculative e a consistenti profitti dei banchieri, piuttosto che a investimenti e impieghi sostenibili e produttivi? Ed ora che una seria regolamentazione finanziaria è praticamente morta negli Stati Uniti e si sta spegnendo lentamente in Europa sono proprio convinti che ripristinare la fiducia nei mercati finanziari europei possa produrre un qualche effetto differente?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In quale “momento” ci troviamo ora? Io credo che abbiamo raggiunto il pericoloso e infido “momento Kindleberger”. Nel suo importante libro, <em>The World in Depression (1929-1939)</em>, lo storico economico Charles Kindleberger affermò che la mancata adozione di un’adeguata politica fiscale espansiva capace di contrastare le spinte deflazionistiche dell’economia globale aveva condotto fatalmente alla disgregazione delle coalizioni politiche e delle istituzioni in grado di trovare soluzioni reali alla crisi economica<strong>[1]</strong>. Kindleberger sosteneva che questo fallimento era dovuto non solo alla mancata comprensione dell’importanza di una politica fiscale espansiva, ma anche alle forze della speculazione finanziaria e dei mercati finanziari in generale, che avevano reso quelle politiche estremamente difficili da attuare<strong>[2]</strong>. Il venir meno della spinta verso le necessarie politiche economiche e la mancata volontà nel tenere sotto controllo le forze della reazione (inclusa la finanza), in fin dei conti bloccarono la possibilità di porre fine alla Grande Depressione attraverso mezzi di pace.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ci troviamo nel “momento Kindleberger” anche in un altro senso. Nel suo importante libro <em>Manias, Panics and Crashes</em>, Kindleberger sviluppa i temi finanziari minskyani e mostra, tra le altre cose, che in tempi di crisi i governi e le banche centrali si allontanano dalla cosiddetta regola di Bagehot del “prestatore di ultima istanza” (“prestare solo a istituzioni solventi, sulla base di buone garanzie e ad un tasso di interesse più alto”) e soccorrono i padroni della finanza, facendo tutto ciò che serve a questo scopo. Come Kindelberger correttamente afferma, in queste situazioni, in pratica, “l’unica regola è che non ci sono regole”. Così, i governi e le banche negli USA e in Europa hanno salvato i capitalisti della finanza, sostenendo, naturalmente, di avere con ciò protetto i cittadini. Con una cinica operazione di marketing, essi definiscono “salvataggio della Grecia” ciò che in realtà è il salvataggio delle banche europee.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Queste banche, salvate e ripotenziate, con i loro alleati in affari, i politici e l’accademia hanno ora impedito con successo un’importante riforma finanziaria negli USA e stanno ritardando e probabilmente, alla fine, impedendo una seria riforma anche in Europa. Con il venir meno degli sforzi per una riforma finanziaria, e ora con il tentativo di reintrodurre i tagli e l’austerità fiscale, gli stessi poteri che provocarono la crisi stanno cercando di premere il bottone di “riavvio” nella speranza di poter tornare indietro per battere moneta per sé stessi e a spese di tutti gli altri, come avevano fatto negli ultimi decenni.<br />
Ma, data la gravità della crisi, come compreso da Kindleberger, premere il bottone di “riavvio” non funzionerà. La crisi si sta accentuando e l’adozione di una maggiore austerità, da un lato, e salvataggi per riportare la fiducia nei mercati finanziari, dall’altro, non sono una vera soluzione. Tutto ciò accelererà la disgregazione delle forze politiche ed economiche, come si sta verificando negli Stati Uniti e in molti paesi europei.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E allora cosa si dovrebbe fare? L’antidoto a questo “momento Kindleberger” è unificare le forze politiche e intellettuali che stanno premendo per soluzioni reali: politiche keynesiane espansive e una regolamentazione incisiva della finanza; un maggior controllo democratico sulla politica della banca centrale, inclusa la sempre più potente BCE; un rovesciamento delle screditate dottrine economiche del mainstream che legittimano le erronee politiche che si stanno imponendo ancora una volta in Europa e, sempre più, negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In questo contesto la <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera firmata da più di 200 economisti italiani </a>è importante. Essa alza una forte voce contro le disastrose politiche e contro il sostegno intellettuale nei confronti dell’austerity e del neoliberismo che si stanno imponendo nuovamente. Come un numero crescente di studiosi impegnati politicamente in altre parti d’Europa, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in ogni dove, questi economisti italiani, con la loro Lettera, stanno dimostrando che capaci, rispettati e appassionati studiosi non rimarranno inerti a guardare gli economisti neoliberisti scambiare l’economia reale con una “messa in scena”, dopo che le loro tesi sono state così ampiamente screditate dagli eventi degli ultimi anni. Seguendo l’esempio di questi economisti italiani, altri economisti e intellettuali devono accantonare le irrisorie differenze teoriche tra di loro e i futili diverbi, e unirsi per contrastare le disastrose politiche economiche sostenute dai neoliberisti e da politici opportunisti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dopo tutto, questo è quello che gli stessi capitalisti della finanza hanno fatto. Nella battaglia sulla riforma finanziaria negli USA, ad esempio, banche piccole e grandi, istituzioni finanziarie e non finanziarie, hanno risolto le loro differenze per essere uniti contro una rigorosa regolamentazione  dei mercati finanziari. Ed hanno vinto dimostrando che la classe capitalistica è sempre più unita sotto la finanza. La Lettera degli economisti italiani mostra in modo chiaro che abbiamo bisogno  di essere almeno altrettanto  efficaci e uniti nel combattere l’austerity, nel difendere le tutele sociali e nel promuovere politiche macroeconomiche che creino occupazione sostenibile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Solo allora usciremo dalla disastrosa trappola di questo “momento Kindleberger”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* Professore di Economia Politica e condirettore del Political Economy Research Institute, University of Massachussets (USA)</em></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] The World in Depression, 1929 – 1939. Berekley: University of California Press, 1973<br />
[2] Il volume di Kindleberger è soprattutto famoso per la sua affermazione che la depressione fu esacerbata dal fallimento della leadership globale. Egli sostenne che il Regno Unito non fu più in grado di esercitare la leadership e gli Stati Uniti non furono disposti a farlo. Ma ugualmente importante fu il processo mediante il quale questo fallimento si manifestò: l’incapacità di attuare un’adeguata espansione fiscale e combattere le forze della finanza e della speculazione che alla fine condussero alla disgregazione politica al punto che queste politiche non furono più realizzabili.</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>(Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica)</em></p>
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		<title>Beyond the “Kindleberger Moment”, Fighting Global Austerity</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 13:38:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Minsky Moment” entered the popular lexicon when, at the height of “phase I” of the financial crisis in mid-2008, some financial journalists and even mainstream economists  discovered that there actually existed some sensible economic theory that could help us comprehend the financial disaster that was threatening to bring down the world economy. Since that time, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="103" width="298" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/lettera_2.jpg" border="0" style="width: 364px; height: 239px" />Minsky Moment” entered the popular lexicon when, at the height of “phase I” of the financial crisis in mid-2008, some financial journalists and even mainstream economists  discovered that there actually existed some sensible economic theory that could help us comprehend the financial disaster that was threatening to bring down the world economy. Since that time, we briefly entered the “Keynes Moment” when politicians and economists in the U.S., Europe, Asia and even in the “temples” of neo-liberalism such as the IMF, re-discovered the absolute necessity of expansionary fiscal policy to stem the massive deflationary forces that had the world economy in a death grip. For a brief period, these governments pursued unprecedented “Keynesian” fiscal policies to try to break the downward economic spiral and, to some extent, they temporarily succeeded. But now, the orthodox forces in Europe and the U.S. are trying to bury Keynes once again, and resurrect the liberal –now completely reactionary – policies, theory and lexicon of a bygone age – calling for brutal austerity measures to restore the “confidence” of financial markets, who, they say, will lead the global economic recovery by bringing about lower interest rates, higher investment  and greater employment. These politicians and the economists who give them credence  now make these pronouncements with a straight face, despite the fact that it was these financial markets and these economic policies which have brought us the greatest global economic calamity since the Great Depression. And, they repeat these mantras despite the fact that there is no empirically defensible economic theory which would predict that in the deflationary economic conditions we now find ourselves, massive global fiscal retrenchment will bring about more economic growth or employment generation. Have they already forgotten that “financial confidence” led primarily to speculative bubbles and fat bonuses for bankers rather than productive and sustainable investment and jobs? And now that serious financial reform regulation is virtually dead in the US and dying a slow death in Europe, do they think that restoring financial confidence in Europe will produce any different effect?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">So what “moment” are we now in? I think we have reached the dangerous and treacherous “Kindleberger  Moment”. In his important book, <em>The World In Depression, 1929 -1939</em> the late economic historian Charles Kindleberger  argued that the failure to quickly and forcefully pursue adequate expansionary fiscal policy and reverse the deflationary forces of the global economy led to fatal political centrifugal forces, tearing apart political coalitions and institutions capable of bringing about real solutions to the economic crisis<strong>[1]</strong>. Kindleberger argued that this failure was due not only to lack of understanding of the importance of expansionary fiscal policy, but also to forces of financial speculation and the financial markets more generally, that made expansionary fiscal policies extremely difficult to carry out<strong>[2]</strong>. This failure of understanding and failure of will to press forward with the needed economic policies and to bring under control the forces of reaction (including finance) that were attempting to undermine them, ultimately blocked the ability to end the Great Depression through peaceful means.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">We are at a “Kindleberger Moment” in another important and related sense. In his important book, <em>Manias, Panics and Crashes</em>, Kindleberger develops Minskian financial  themes to show, among other things, that at a time of crisis, governments  and central banks throw out the so-called Bagehot rules of “lender of last resort” (‘lend only to solvent institutions, on good collateral and at a penalty rate of interest’) and typically bail-out the masters of finance, doing whatever it takes to get the job done. As Kindelberger aptly puts it, in these situations, in practice, ‘the only rule is that there are no rules’. So, governments and central banks in the U.S. and in Europe have saved the financiers, claiming, of course, that they are saving the citizens. In a cynical marketing ploy, they call a bail-out of European Banks a bail-out of Greece.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">These saved and re-empowered banks and their allies in business, politics and the academy have now successfully prevented serious financial reform in the US and are well along their way to delaying and probably ultimately killing serious reform in Europe as well. With the virtual gutting of financial reform efforts, and now the attempted restoration of fiscal retrenchment and austerity, the same powers that brought on the crisis are simply trying to hit the re-start button in the hope that they can back to minting money for themselves at the expense of virtually everyone else as they have been doing in recent decades.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">But, given the severity of the crisis, as Kindleberger argued, hitting the re-start button will not work. The crisis is deepening, and instituting more austerity on the one hand and financial bailouts on the other to restore the confidence of finance is not a real solution. It will just hasten the forces of political and economic disintegration as we are witnessing in the U.S. and many European countries.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">So what should be done? The antidote to this “Kindleberger Moment” is to unify  political and intellectual forces that are pushing for real solutions: for Keynesian fiscal reflation and serious financial regulation , for more democratic control over central bank policy, including over the increasingly powerful ECB, and for an over-throw of the now discredited mainstream economic doctrines that legitimize and act as cheerleaders for the misguided policies that are now once again becoming dominant in Europe and, increasingly, in the U.S.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">It is in this context that the <a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/english.htm">Letter signed by more than 200 Italian Economists </a>is so important. It creates a strong voice against the calamitous policies and intellectual underpinnings for austerity and neo-liberalism that are once again becoming so strong. Like increasingly politically engaged economists in other parts of Europe, the U.K., the U.S. and elsewhere, these Italian Economists, by writing and promoting this letter, are insisting that skilled, respected and dedicated economists will no longer sit back as a group and allow neo-liberal economics, to masquerade as reality- based economics, after it has been so thoroughly discredited by the events of the last several years. As these Italian Economists have done, more economists and other intellectuals must put aside minor intellectual differences and petty squabbles, come together to face the disastrous economic policies endorsed by neo-liberal economsts and opportunistic policitians, and join forces to oppose these failed ideas and policies.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">After all, that is what the financiers have done. In the battle for financial reform in the US, for example small and large banks, financial institutions and non-financial institutions worked out their differences to stand united against serious financial regulation. And they have mostly won suggesting that the capitalist class is increasingly united under finance. As the publication of the Italian Economists’ letter makes clear, we need to be at least as forceful and united in fighting against austerity, defending social protections, and promoting sustainable, employment creating macroeconomic policy.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Only then will we get out of the disastrous trap of this Kindleberger Moment.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>* Professor of Economics and Co-Director of the Political Economy Research Institute (PERI), University of Massachusetts, Amherst, MA, USA</em></p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] The World in Depression, 1929 – 1939. Berekley: University of California Press, 1973.<br />
[2] Kindleberger’s book is most famous for his claim that the depression was exacerbated by the failure of the global leadership. He argued that the UK was no longer capable of exerting leadership and the US was unwilling to do so. But equally important is the process by which this failure manifested itself: in the failure to conduct sufficient fiscal expansion and fight the forces of finance and speculation that ultimately led to political disintegration to the point that these policies were no longer feasible.</h6>
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		<title>The lessons of History, forgotten yet again</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 16:43:46 +0000</pubDate>
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[cliccare per la traduzione italiana]
An economics professor is addressing a radio audience on the grave situation facing his country. It is necessary to encourage consumer spending, he argues, in order to stimulate output and employment. If instead society tries to save more, the result will be a fall in income and a reduction in saving. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/5441.jpg" style="width: 272px; height: 187px" height="280" width="360" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/le-lezioni-della-storia-dimenticate-ancora-una-volta/">[cliccare per la traduzione italiana]</a></em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">An economics professor is addressing a radio audience on the grave situation facing his country. It is necessary to encourage consumer spending, he argues, in order to stimulate output and employment. If instead society tries to save more, the result will be a fall in income and a reduction in saving. This is the ‘paradox of thrift’.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">The broadcast took place in Norway in 1932, and the speaker was Ragnar Frisch, who would in 1969 share the very first Nobel Prize in economics (with the Dutch econometrician Jan Tinbergen). Frisch’s argument was recently recalled, approvingly, by another Nobel laureate, the American Lawrence Klein (2006, p. 171).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In 2008 it seemed that this Keynesian lesson had been learned by EU governments, which increased their spending and went into debt in order to deal with the Great Recession that threatened to cause serious damage to their economies. Now, in 2010, it seems to have been forgotten, as finance ministers from Latvia to Greece, from Hungary to Ireland, are slashing expenditure and raising taxes in a futile attempt to reduce budget deficits and decrease government debt.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">That these efforts will be self-defeating is suggested by Victoria Chick and Ann Pettifor in their excellent historical account of British government debt in the 20th century, which reveals that ‘fiscal consolidation increases rather than reduces the level of public debt as a share of GDP and is in general associated with adverse macroeconomic conditions’ (Chick and Pettifor 2010, p. 1). This was especially true of the ‘Geddes axe’ that was wielded in the early 1920s. In 1946, they reveal, UK government debt had risen to 252% of GDP (<em>ibid.</em>, p. 9). And yet the next quarter of a century was a ‘golden age’ for the British economy. Its problems derived from poor management, low investment, weak productivity growth in manufacturing, an overvalued currency and the resulting balance of payments difficulties; public sector debt was an irrelevancy.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">The justification for deflationary fiscal policy is supposedly provided by the principle of ‘Ricardian equivalence’. This is a sort of fiscal policy equivalent of the discredited doctrine of ‘rational expectations’: economic agents are supposed to calculate the precise future implications of debt-financed government expenditures for their own personal tax liabilities and to increase their current and future levels of savings accordingly. It was decisively refuted by the experience of the fiscal stimulus packages introduced in 2008.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In fact David Ricardo himself rejected it (Roberts 1942). Instead he proposed a capital levy to reduce the ratio of government debt to GDP, which in 1815 (at the end of the Napoleonic Wars) was indeed abnormally high. His proposal was taken up a century later by another great liberal economist, A.C. Pigou. This was ‘not red revolution’, he maintained (Pigou 1918, p. 156). It would, however, ensure that the burden of reducing the debt would fall on those best able to bear it, the rich, and not on those least able, the poor. In 2010, ‘socialist’ and conservative governments alike seem determined to do it the other way round. History suggests that they will not succeed, but they will cause a great deal of unnecessary suffering and injustice along the way.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">References</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Chick, V. and Pettifor, A. 2010. ‘The economic consequences of Mr. Osborne’, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.debtonation.org/2010/06/the-economic-consequences-of-mr-osborne/">www.debtonation.org/2010/06/the-economic-consequences-of-mr-osborne/</a> (consulted 10 June 2010).</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Klein, L.R. 2006.’Paul Samuelson as a “Keynesian” economist’, in M. Szenberg, L. Ramrattan and A.A. Gottesman (eds), Samuelsonian Economics and the Twenty-First Century. Oxford: Oxford University Press, pp. 165-77.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Pigou, A.C. 1918. ‘A special levy to discharge war debt’, Economic Journal 28(110), June, pp. 135-56.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Roberts, R.O. 1942. ‘Ricardo’s theory of public debts’, Economica n.s. 9(35), August, pp. 257-66.</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*La Trobe University, Australia. The author added his signature to the &#8220;Letter from the economists&#8221; published by Economia e Politica (for the English version of the Letter:  </em><a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/"><em>www.letteradeglieconomisti.it</em></a><em>).</em></p>
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		<title>Le lezioni della storia, dimenticate ancora una volta</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 16:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Un professore di economia politica sta concedendo una intervista radiofonica sulla grave situazione che il suo paese si trova a fronteggiare. È necessario incoraggiare la spesa dei consumatori, egli afferma, al fine di sostenere la produzione e l’occupazione. Se la società, al contrario, cerca di risparmiare maggiormente, il risultato sarà una caduta del reddito e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="280" width="360" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/544.jpg" border="0" style="width: 244px; height: 177px" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un professore di economia politica sta concedendo una intervista radiofonica sulla grave situazione che il suo paese si trova a fronteggiare. È necessario incoraggiare la spesa dei consumatori, egli afferma, al fine di sostenere la produzione e l’occupazione. Se la società, al contrario, cerca di risparmiare maggiormente, il risultato sarà una caduta del reddito e una riduzione del risparmio. Questo è il “paradosso della parsimonia”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La trasmissione ebbe luogo in Norvegia nel 1932, e l’intervistato era Ragnar Frisch, il quale nel 1969 avrebbe diviso il primo premio Nobel per l’economia con l’econometrista olandese Jan Tinbergen. L’argomentazione di Frisch è stata recentemente rievocata, con apprezzamento, da un altro premio Nobel, l’americano Lawrence Klein (2006, p. 171).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nel 2008 sembrava che questa lezione keynesiana fosse stata appresa dai governi dell’Unione Europea, i quali incrementarono la loro spesa e si indebitarono per affrontare la Grande Recessione che minacciava di causare seri problemi alle loro economie. Ora, nel 2010, quei governi sembrano avere dimenticato quella lezione, considerato che i ministri delle finanze, dalla Lettonia alla Grecia, dall’Ungheria all’Irlanda, stanno tagliando la spesa e incrementando le tasse in un vano tentativo di diminuire i deficit di bilancio e ridurre il debito pubblico.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Che questi sforzi saranno controproducenti è stato mostrato da Victoria Chick e Ann Pettibor nella loro eccellente  analisi storica del debito pubblico inglese del Ventesimo secolo, la quale rivela che “la manovra fiscale restrittiva fa incrementare piuttosto che diminuire il livello del debito pubblico come quota del prodotto interno lordo ed è in generale associata a condizioni macroeconomiche avverse” (Chick e Pettifor 2010, p. 1). Ciò è stato particolarmente vero per la “scure di Geddes” che fu utilizzata nei primi anni Venti. Le due autrici rivelano che nel 1946 il debito pubblico britannico era salito al 252% del prodotto interno lordo (<em>ibid.</em>, p. 9) e che il successivo quarto di secolo costituì un’“età dell’oro” per l’economia britannica. I suoi problemi derivavano da una cattiva amministrazione, ridotti investimenti, debole crescita della produttività nell’industria, una moneta sopravvalutata con le conseguenti difficoltà nella bilancia dei pagamenti; ma certo non dal debito del settore pubblico, che si mostrò irrilevante.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La giustificazione per la politica fiscale deflazionistica è presumibilmente fornita dal principio dell’“equivalenza ricardiana”, che in qualche modo corrisponde alla screditata dottrina delle “aspettative razionali”: si suppone che gli agenti economici calcolino le precise ricadute della spesa pubblica finanziata dal debito sui loro futuri obblighi fiscali, e conseguentemente incrementino i livelli di risparmio attuali e futuri. Quel principio è stato decisamente confutato dall’esperienza dei pacchetti di “stimoli” fiscali introdotti nel 2008.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In effetti, lo stesso David Ricardo lo rigettò (Roberts 1942). Piuttosto, per ridurre il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, che nel 1815 (alla fine delle guerre napoleoniche) era effettivamente anormalmente alto, egli propose una imposta sul capitale. La sua proposta fu ripresa un secolo più tardi da un altro grande economista liberale, A.C. Pigou. Egli affermò che non si trattava di “una rivoluzione rossa” (Pigou 1918, p. 156), ma che essa avrebbe assicurato che il peso dell’abbattimento del debito sarebbe ricaduto su coloro che erano in grado di sostenerlo, i ricchi, e non sui poveri. Nel 2010, i governi “socialisti” e conservatori sembrano ugualmente decisi a fare il contrario. La storia suggerisce che non avranno successo, e che causeranno una gran quantità di inutili sofferenze e ingiustizie lungo la strada.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Bibliografia</h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Chick, V. and Pettifor, A. 2010. ‘The economic consequences of Mr. Osborne’, <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.debtonation.org/2010/06/the-economic-consequences-of-mr-osborne/">www.debtonation.org/2010/06/the-economic-consequences-of-mr-osborne/</a> (consulted 10 June 2010).</h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Klein, L.R. 2006.’Paul Samuelson as a “Keynesian” economist’, in M. Szenberg, L. Ramrattan and A.A. Gottesman (eds), Samuelsonian Economics and the Twenty-First Century. Oxford: Oxford University Press, pp. 165-77.</h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pigou, A.C. 1918. ‘A special levy to discharge war debt’, Economic Journal 28(110), June, pp. 135-56.</h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Roberts, R.O. 1942. ‘Ricardo’s theory of public debts’, Economica n.s. 9(35), August, pp. 257-66.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*La Trobe University, Australia. L’autore ha sottoscritto la Lettera degli economisti pubblicata da Economia e Politica. Per ogni informazione e per la versione inglese della lettera si rinvia al sito </em><a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/"><em>www.letteradeglieconomisti.it</em></a><em>.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>(Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica)</em></p>
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		<title>Lettera degli economisti</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 10:24:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#160;
LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE

&#160;
Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

&#160;
&#160;
La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,<br />
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA<br />
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA<br />
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE<br />
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E<br />
DELL’OCCUPAZIONE
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Ai membri del Governo e del Parlamento<br />
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea<br />
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali<br />
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica</strong>
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, <strong>non si risolveranno attraverso tagli</strong> ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Piuttosto, <strong>si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi</strong>, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a <strong>uscire dalla Unione monetaria europea</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile <strong>profilo liberista del Trattato dell’Unione</strong> e dall’orientamento di <strong>politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un <strong>allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori</strong>. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e <strong>dell’indebitamento privato</strong> che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che <strong>su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile</strong>, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un <strong>sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda</strong>, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche <strong>i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli</strong>. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La <strong>piena mobilità dei capitali</strong> nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che <strong>la presunta efficienza dei mercati finanziari</strong> non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sono queste le ragioni di fondo per cui <strong>gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro</strong>. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser <strong>progressivamente sospinti</strong> al di fuori della zona euro, o potrebbero <strong>decidere di sganciarsi</strong> da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l&#8217;azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di <strong>contraddizioni reali</strong>. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori <strong>alimentano ulteriormente la sfiducia</strong> e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che <strong>spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato</strong>, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In un simile scenario riteniamo sia <strong>vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive</strong> da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle <strong>ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati</strong>, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di <strong>interessi sociali consolidati</strong>. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore <strong>indebolimento del lavoro</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una <strong>desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee</strong>, per <strong>processi migratori sempre più difficili da gestire</strong>, e in ultima istanza per una <strong>gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico</strong>. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare <strong>altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009</strong>. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, <strong>per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso <strong>un chiaro programma di politica economica alternativa</strong>. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, <strong>frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti</strong> laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che <strong>nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile</strong> a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. <strong>Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo</strong> e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.<br />
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un <strong>massiccio programma di privatizzazioni</strong>. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica <strong>altamente discutibili</strong>.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, <strong>prima che sia troppo tardi</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Occorre prendere in considerazione l’eventualità che <strong>per lungo tempo non sussisterà una locomotiva</strong> in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che <strong>l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo</strong> delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo <strong>dare respiro al processo democratico</strong>, è necessario cioè <strong>disporre di tempo</strong>. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre <strong>immediatamente un argine alla speculazione</strong>. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto <strong>meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale</strong>, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre <strong>un pavimento al tracollo del monte salari</strong>, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di <strong>espansione della domanda</strong> al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. <strong>I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità</strong>, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Bisogna istituire <strong>un sistema di fiscalità progressiva</strong> coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre <strong>un piano di sviluppo</strong> finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla <strong>produzione pubblica di beni collettivi</strong>, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il <strong>principio di separazione</strong> tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare <strong>un sistema di apertura condizionata dei mercati</strong>, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, <strong>tremenda involuzione</strong> del quadro di politica economica europea.<br />
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto <strong>insostenibili</strong>.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. <strong>A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione</strong>. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è <strong>in atto il più violento e decisivo attacco </strong>all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, <strong>l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso</strong>, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per questo, occorre immediatamente <strong>aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori</strong> di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa <strong>non sortissero effetti</strong>, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre).</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Adesioni: Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Roberto Artoni (Università Bocconi), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Baruffi (Democenter Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Marcello Degni (Università di Pisa), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Luca Michelini (Università LUM), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Carmine Pappalardo (ISAE), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma &#8216;La Sapienza&#8217;), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Per ulteriori informazioni consulare il sito </em><a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/"><em>www.letteradeglieconomisti.it</em></a><em> o scrivere a </em><a href="mailto:info@letteradeglieconomisti.it"><em>info@letteradeglieconomisti.it.</em></a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Tempo di “falchi” a Palazzo Koch</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 07:32:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale». Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale delle considerazioni del governatore della Banca d’Italia presentate ieri all’assemblea annuale dell’istituto. Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi per un attimo dall’abituale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/draghi.jpg" style="width: 306px; height: 221px" height="200" width="500" />«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale». Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale delle considerazioni del governatore della Banca d’Italia presentate ieri all’assemblea annuale dell’istituto. Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi per un attimo dall’abituale, morigerato linguaggio di Palazzo Koch. C’è da scommettere che i commentatori dedicheranno grande attenzione a questo colpo di teatro del governatore. A ben guardare tuttavia la dichiarazione si rivela politicamente vaga, dal momento che Draghi evita di citare gli interventi che anziché ridurre gli evasori ne hanno favorito in questi anni la proliferazione. Basti pensare che egli conferisce al governo Berlusconi il merito di aver adottato «misure di contrasto all’evasione fiscale» e non accenna invece agli effetti d’incentivo all’evasione che sono scaturiti da numerosi provvedimenti dell’esecutivo, tra i quali spicca il condono di fatto sui capitali rimpatriati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il principale punto critico delle considerazioni del governatore non risiede però nella paludata valutazione dell’operato del governo italiano. Il vero problema verte sulla scelta di assolvere completamente la Germania riguardo alle cause della gravissima crisi della zona euro. A questo riguardo il governatore riconosce che l’attuale instabilità della Unione monetaria europea è alimentata dai marcati squilibri nei rapporti di credito e debito tra i suoi paesi membri. Draghi tuttavia si guarda bene dal chiarire che questi squilibri sono in larga misura dovuti alla politica iper-competitiva e ultra-restrittiva della Germania, da tempo orientata a schiacciare i salari e la spesa interna in modo da reprimere le importazioni di merci dall’estero, e a favorire invece la penetrazione delle merci tedesche nei mercati dell’eurozona. Attraverso questo sistematico eccesso di vendite sugli acquisti la Germania accumula crediti verso l’estero. Essa quindi non contribuisce allo sviluppo economico europeo, ma anzi paradossalmente si fa trainare dai paesi più deboli dell’unione monetaria, tra i quali spiccano la Grecia, la Spagna, il Portogallo, la stessa Francia. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dai tedeschi più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti verso la Germania.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ significativo che Draghi non accenni a questo enorme problema, che da tempo mina alle fondamenta l’intero progetto di unificazione europea. Quando si tratta di analizzare la crisi a livello globale, egli dichiara senza mezzi termini che per uscirne sarebbe necessaria «una forte espansione della domanda interna da parte dei paesi che hanno accumulato ampi avanzi esterni», e cioè soprattutto da parte della Cina<strong>[1]</strong>. Tuttavia, quando passa ad esaminare il quadro europeo, il governatore preferisce ripetere diligentemente il verbo delle autorità tedesche, affermando che tocca solo ai paesi debitori farsi carico del riequilibrio, attraverso strette alla spesa pubblica, contenimenti dei salari, aumenti della età pensionabile e ulteriori riduzioni delle tutele dei lavoratori. Il governatore arriva persino a sostenere che «l’impegno a raggiungere un saldo di bilancio strutturale in pareggio o in avanzo va reso cogente, introducendo sanzioni, anche politiche, in caso di inadempienze». In altre parole, chi non si adegua alla linea indicata dai tedeschi dovrà perdere il diritto di voto in Europa. Al pari di Padoa Schioppa e di Bini Smaghi, anche Draghi sembra dunque improvvisamente desideroso di concorrere al titolo di banchiere più “falco” dell’Unione. A voler esser tendenziosi, potremmo avanzare il sospetto che tutto questo sgomitare a favore della politica restrittiva si spieghi con la scadenza del mandato di Trichet, e con la volontà di ingraziarsi i tedeschi in vista della prossima nomina del nuovo governatore della Banca centrale europea. Ma se anche non si volesse cedere alla tentazione di pensar male, resterebbe da capire in che modo un simile orientamento possa ritenersi compatibile con i fondamentali interessi economici dell’Italia, degli altri paesi periferici e in fin dei conti della intera Unione europea. A questo riguardo lo stesso Draghi riconosce che nel 2009 si è verificato un boom dei fallimenti tra le imprese italiane, pari a un quarto in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di un dato allarmante, che accomuna l’Italia agli altri paesi deboli dell’Unione. Esso sta ad indicare che la crisi non solo colpisce i lavoratori ma mette anche fuori mercato moltissime imprese situate nelle aree periferiche del continente. Di certo la notizia verrà accolta con favore dagli imprenditori tedeschi che contano di uscire vincenti dalla crisi, con meno sindacato e meno concorrenza estera a intralciarli. Le rappresentanze politiche del capitale tedesco sembrano in sostanza disposte a concepire l’Europa solo nei termini di una Germania allargata, che basi la sua strategia di sviluppo esclusivamente sulla competitività e sulle esportazioni nel resto del mondo. In base a questa visione, i paesi periferici dell’Unione dovrebbero progressivamente ridursi al rango di fornitori di manodopera a basso costo, o al limite di azionisti di minoranza in uno scacchiere capitalistico a stretto controllo tedesco. In effetti, fino a quando c’erano i boom speculativi della finanza statunitense a trainare l’economia mondiale l’idea di una “grande Germania” votata all’export poteva avere una sua pur feroce logica. Adesso però che la locomotiva americana si è inceppata tale progetto risulta estremamente azzardato. Esso infatti crea le condizioni per un avvitamento generale della crisi, che potrebbe scatenare una deflazione da debiti paragonabile a quella degli anni Trenta. Se ciò avvenisse l’intero progetto dell’unità europea crollerebbe. E la principale responsabilità di un simile fallimento sarebbe da imputare non tanto alle spese eccessive di Grecia e Spagna, quanto piuttosto alla politica economica tedesca e ai suoi sostenitori, tra cui purtroppo diversi italiani.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quasi a volersi difendere da una simile accusa, Draghi prova a chiudere le sue considerazioni con una nota di ottimismo sui presunti benefici dell’austerità:  «Nel 1992 affrontammo una crisi di bilancio ben più seria di quella che hanno oggi davanti alcuni paesi europei. Il Governo dell’epoca presentò un piano di rientro che, condiviso dal Paese, fu creduto dai mercati. Fu una lotta lunga […] ma fu vinta, perché i governi che seguirono mantennero la disciplina di bilancio: la stabilità era entrata nella cultura del Paese». Un piano creduto dai mercati? Il governatore non la racconta giusta. In realtà le tremende strette ai salari, alle pensioni e al bilancio pubblico di quell’anno accentuarono la depressione del reddito nazionale e quindi sollevarono dubbi crescenti sulla capacità di rimborso dei debiti. Esse dunque non frenarono la speculazione ma anzi la alimentarono, favorendo in tal modo l’uscita dell’Italia dal Sistema monetario europeo e la conseguente svalutazione della lira. I lavoratori pagarono così due volte: prima a causa della politica di austerità e poi a causa della perdita di potere d’acquisto della lira. A quanto pare si sta facendo di tutto affinché la storia si ripeta, in termini forse ancor più violenti che in passato. Una resistenza consapevole a questo andazzo si pratica in primo luogo acquisendo coscienza del fatto che l’austerità non costituisce un antidoto sicuro contro la deflazione da debiti e la speculazione, ma anzi potrebbe a date condizioni favorirle.</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] In effetti Draghi non è l’unico a sostenere questa tesi. Tuttavia, per quanto diffusa, l’idea secondo cui la Cina dovrebbe farsi promotrice della ripresa mondiale attraverso una espansione della domanda interna non sembra molto convincente. In assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale è difficile che un paese che non emetta dollari accetti di espandere la domanda e di collocarsi in posizione di disavanzo commerciale. Più probabile è l’eventualità di un parziale “sganciamento” dal regime di accumulazione mondiale, tramite combinazioni di politica espansiva interna e protezionismo verso l’esterno. Per un approfondimento, rinviamo a “Finché dollaro non vi separi” (in Emiliano Brancaccio, La crisi del pensiero unico, 2° ed., Franco Angeli, Milano 2010). Sul rapporto tra la crisi globale e la crisi del sistema monetario internazionale, si veda Lilia Costabile,  “The international circuit of key currencies and the global crisis. Is there scope for reform?”, in Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana, The global economic crisis: new perspectives on the critique of economic theory and policy, Routledge, London (di prossima pubblicazione). </h6>
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		<title>Il suicidio dell’Europa</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 14:19:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La situazione europea è gravissima. Nel bel mezzo della maggiore crisi economica degli ultimi 80 anni i governi europei si apprestano a tagliare i bilanci pubblici nella vana speranza di riequilibrarne i saldi. E’ di questi giorni la notizia che il Fondo Monetario Internazionale chiede ulteriori misure “greche” alla Spagna, mentre la stessa Germania è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="396" width="496" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/unione-europea-in-crisi-496x396.jpg" border="0" style="width: 288px; height: 226px" />La situazione europea è gravissima. Nel bel mezzo della maggiore crisi economica degli ultimi 80 anni i governi europei si apprestano a tagliare i bilanci pubblici nella vana speranza di riequilibrarne i saldi. E’ di questi giorni la notizia che il Fondo Monetario Internazionale chiede ulteriori misure “greche” alla Spagna, mentre la stessa Germania è pronta a dare il buon esempio. In Italia il PD si limita a dire “noi l’avevamo detto” (cosa? che si doveva tagliare prima?) e a invocare un po’ di giustizia distributiva senza cogliere il cuore del problema. Questo consiste nel fatto che i tagli avviteranno le economie europee in una spirale verso il basso che metterà ancor più in crisi i conti pubblici e privati. Vigliaccamente, inoltre, la presunta necessità dei tagli viene utilizzata per infliggere un ulteriore colpo ai sistemi di welfare con la giustificazione che gli europei avrebbero vissuto “al di sopra dei propri mezzi”. Ma l’argomento è falso. L’Europa nel suo insieme ha vissuto sempre coi propri mezzi, non ha infatti un debito estero (anzi l’opposto). La Spagna, il principale paese, fra quelli più esposti, aveva i conti pubblici “in ordine” sino a un anno fa. Lo stato sociale non c’entra nulla.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Certo, all’interno dell’Europa vi sono paurose relazioni debitorie-creditorie fra paesi. Ma di chi è la colpa di questi squilibri? Solo oggi comprendiamo pienamente quanto avevamo solo intuito: che la creazione dell’Euro era un esperimento da apprendisti stregoni. Sta ora diventando senso comune – sebbene non di tutti - che l’euro abbia dato l’illusione alle banche tedesche e francesi che si potessero allegramente alimentare bolle edilizie (in Spagna e Irlanda) e favorire governi clientelari (in particolare quello greco di centro-destra). Questi meccanismi stimolavano le esportazioni, soprattutto tedesche, per giunta avvantaggiate anche dalla più moderata dinamica di prezzi e salari rispetto ai paesi periferici oggetto di  una crescita “dopata”. Ma i nodi sono poi venuti al pettine. Ora le banche tedesche – già gonfie di mutui <em>subprime</em> americani - sono inguaiate quanto il governo greco e le famiglie spagnole trascinate nel boom edilizio. Sicché anche il pacchetto di aiuti europeo di 750 miliardi di euro varato lo scorso 9 maggio ha una dubbia affidabilità. Chi davvero aiuterà chi, visto che il paese che dovrebbe aiutare gli altri, la Germania, è pieno di crediti inesigibili? La questione è di tale portata che Wolfgang Munchau (sul <em>Financial Times</em> del 23 maggio) suggerisce provocatoriamente che potrebbe essere la Grecia a dover aiutare la Germania. Come noi avevamo fatto notare pochi giorni fa sul <a target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2213">Goodwin-box</a>, anche Munchau ora ci dice che l’unica valida misura adottata è l’intervento della BCE a sostegno diretto dei titoli pubblici europei. Meno giustificata è la fiducia nella ripresa delle esportazioni extra-europee in seguito alla caduta dell’euro. Al limite queste avvantaggerebbero soprattutto la Germania. Ma soprattutto è da escludere che Cina e USA resterebbero con le mani in mano se tale calo perdurasse.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Esperimento da apprendisti stregoni, si è detto. Ma attenzione, si tratta di un esperimento consapevolmente perseguito dai governi dell’Europa periferica, in particolare dall’Italia, che pensava così di importare la “disciplina tedesca” su salari e mercato del lavoro. Lo stesso tentativo fu effettuato nel 1979 col Sistema Monetario Europeo, e si sa come andò a finire. Qui però rischia di finire peggio visto non c’è più la <em>liretta</em> da svalutare.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il problema è che siamo in assenza di una analisi politica seria a livello europeo di ciò che sta accadendo. Il PD e la CGIL farebbero bene, se ne sono capaci, a uscire da una strategia economico-politica in cui giocano di rimessa su temi in fondo secondari. La questione non verte su una finestra pensionistica in più o in meno. Il punto è che bisognerebbe mettere in discussione lo scenario da “suicidio collettivo europeo” entro cui le misure restrittive dei governi si collocano. E’ l’esistenza stessa di queste manovre congiunte a livello europeo che va respinta con fermezza. Si passi dunque a discutere di come questo paese possa porre il problema in sede comunitaria, o alternativamente si possa tirar fuori da un simile disastro.</p>
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		<title>Quarant&#8217;anni fa. E oggi</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 10:17:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[C’è un problema politico che conviene enunciare a chiare lettere, se vogliamo evitare che il quarantennale dell’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, caduto il 20 maggio scorso, diventi l’occasione per celebrarne il funerale. Si può porlo in forma di domanda: lo Statuto, complessivamente considerato, è compatibile o no con la «costituzione economica» fissata nel Trattato istitutivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/quarto_stato.jpg" style="width: 318px; height: 192px" height="400" width="764" />C’è un problema politico che conviene enunciare a chiare lettere, se vogliamo evitare che il quarantennale dell’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, caduto il 20 maggio scorso, diventi l’occasione per celebrarne il funerale. Si può porlo in forma di domanda: lo Statuto, complessivamente considerato, è compatibile o no con la «costituzione economica» fissata nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’opinione prevalente risponde di sì. Specialmente tra i giuristi, l’Unione Europea è vista come uno spazio non solo compatibile con le garanzie giuridiche che il lavoro salariato ha saputo conquistarsi nel corso del XX secolo nell’ambito degli Stati-nazione, ma addirittura come il presupposto per la loro conservazione ed estensione anche a coloro che attualmente ne godono in misura ridotta o ne sono del tutto privi: in fondo, bisogna pur sempre ricordare che le disposizioni più penetranti dello Statuto – come quelle che concernono la presenza del sindacato in azienda o apprestano la tutela reintegratoria per il licenziamento illegittimo – si applicano soltanto ai lavoratori occupati all’interno di aziende che abbiano alle proprie dipendenze più di quindici dipendenti (ovvero oltre sessanta sul territorio nazionale).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">È però indiscutibile che, nel nostro Paese, l’approfondirsi del processo d’integrazione economica europea, specie a partire dal 1992, si è accompagnato all’adozione di misure legislative che, pur senza formalmente intaccare i dispositivi dello Statuto, hanno in sostanza ridotto l’area della sua operatività anche all’interno delle imprese che prima erano tenute alla sua integrale applicazione: l’introduzione del lavoro interinale, la liberalizzazione delle causali per la stipulazione di contratti a termine e ancora l’esplosione delle collaborazioni coordinate e continuative, per non fare che qualche esempio, hanno di fatto consentito al padronato di avvalersi delle prestazioni di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori senza che costoro potessero godere dei benefici della stabilità del rapporto d’impiego.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per di più, si tratta di artifici normativi che non sono imputabili esclusivamente a quelle forze che nel panorama politico identifichiamo abitualmente come di destra o centro-destra: il lavoro interinale (e la consequenziale abrogazione della legge sul divieto di appalto della manodopera, che risaliva addirittura al 1960) fu introdotto dal primo governo dell’Ulivo nel 1997, che allora era sostenuto da tutta Rifondazione; e ancora ad un governo «progressista» (e a un ministro del lavoro proveniente dalla Cgil) è da ascrivere la famosa – o meglio, famigerata – circolare del 2006, che per gli addetti ai <em>call-center</em> collocava il discrimine tra autonomia e subordinazione nel fatto che essi ricevessero le telefonate dagli utenti o le facessero <em>motu proprio</em> per promuovere la vendita di servizi alla clientela.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dunque non vogliamo cadere nell’abituale fallacia idealistica di ritenere che tutto andrebbe per il meglio se solo al governo ci fossero persone di buona volontà, dobbiamo pur chiederci se non ci sia una qualche <em>spinta oggettiva</em> che condizioni l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – del nostro diritto del lavoro. E a questo riguardo, un principio di risposta può essere messo come segue.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si dice spesso che lo Statuto dei Lavoratori non piovve dal cielo, ma scaturì dalle lotte sociali che attraversarono tutti gli anni ’60, fino a sfociare nell’autunno caldo del 1969. Indubbiamente è vero. Ma non bisognerebbe mai dimenticare che quella stagione di lotte dipendeva a sua volta dal fatto che il nostro sistema economico veleggiava in quegli anni verso la piena occupazione. La <em>lotta di classe</em> è certo consustanziale al modo di produzione capitalistico, ma affinché la lotta dia luogo ad un <em>conflitto</em>, in cui i lavoratori riescano produttivamente a rivoltarsi contro le condizioni che il padronato impone per assoldarli (e ad esigerne delle altre), il mercato del lavoro dev’essere «sparecchiato»: non dev’esserci disoccupazione. La prima funzione della disoccupazione è infatti quella di mantenere l’autorità del padrone sul lavoratore. Come osservò una volta Joan Robinson, fintanto che il padrone è in condizione di dire: «Se non vuoi il lavoro, ci sono molti altri che lo vogliono», quest’autorità è indiscutibile e normalmente indiscussa; solo quando il lavoratore può dire: «Se non mi vuoi, ci sono molti altri che mi vogliono», la situazione può dirsi mutata, e dunque può sorgere il conflitto<strong>[1]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ma se le lotte operaie costituivano un <em>prodotto</em> (e non dunque un <em>presupposto</em>) della piena occupazione, a cosa era imputabile quest’ultima? Non si dica che era stata l’espansione fordista del <em>boom</em> economico: si scambierebbe di nuovo l’effetto con la causa. Perché all’origine del miracolo economico non c’era affatto un’impresa capitalistica libera di <em>laisser faire</em>, ma – al contrario – la «costituzione economica» disegnata nel Titolo III della Costituzione repubblicana del ’48, che vincolava il riconoscimento della libertà economica dell’impresa al rispetto delle garanzie dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e ne subordinava l’azione al governo pubblico dell’economia, quale condizione essenziale (come aveva intuito Palmiro Togliatti) per assicurare l’effettività di quel «diritto al lavoro» sancito solennemente dall’art. 4 della Costituzione stessa<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Lo Statuto dei Lavoratori fu insomma il figlio legittimo di <em>quella</em> Costituzione: in senso formale e in senso materiale. Le limitazioni che esso poneva all’autonomia delle imprese (i «lacci e lacciuoli» di cui si sarebbe a lungo doluto Guido Carli) non erano altro che una manifestazione del <em>potere di disposizione dello Stato sul funzionamento dell’apparato produttivo</em>, ossia sull’impiego dei mezzi di produzione. Più esattamente, ciò che dal lato delle imprese appariva come un vincolo, cioè come un <em>negativo</em>, non era altro che l’<em>effetto positivo dei rapporti di produzione statuali</em> e della loro capacità di surdeterminare il funzionamento complessivo dell’economia pubblica e privata<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In tutt’altra direzione si muove invece l’Unione Europea. «L’azione degli Stati membri e della Comunità – dice infatti l’art. 4 del Trattato istitutivo, nel testo modificato dal Titolo II, art. G, del Trattato di Maastricht – dev’essere improntata ad una politica economica «condotta conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza».</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Non si potrebbe enunciare meglio il contrasto (o meglio l’<em>antinomia</em>)<strong>[4]</strong> esistente tra l’art. 41 Cost. e l’art. 4 del Trattato: l’uno vorrebbe lo Stato a coordinare e indirizzare, l’altro ordina di «lasciar fare»; l’uno vorrebbe che si perseguissero «fini sociali», l’altro è convinto – come già Adam Smith – che quali siano i fini da perseguire e i mezzi da scegliere ognuno può giudicare molto meglio di qualsiasi uomo di stato o legislatore.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si dovrebbe peraltro ricordare che una scelta così radicalmente antitetica a quella compiuta dai nostri padri costituenti non si basava soltanto su preferenze politico-istituzionali <em>market-oriented</em>, ma serviva a difendere concreti e corposi interessi commerciali della Germania, come poi i fatti si sarebbero presi carico di dimostrare<strong>[5]</strong>. Ma non è questo che qui interessa. La domanda piuttosto è: perché mai una costituzione economica del genere dovrebbe risultare esiziale per le sorti del lavoro dipendente? Per un semplice ma incontrovertibile motivo: e cioè che, sulla sua base, il lavoro <em>cessa di essere un «diritto» e viene degradato al rango di semplice «libertà»</em><strong>[6]</strong>. Libertà di cercarsi un posto <em>se lo si trova</em>, libertà di contrattare un salario elevato <em>se ci si riesce</em>, libertà di andarsene <em>se non si viene cacciati prima</em>: non ci può essere altro che questo sul mercato capitalistico del lavoro, quello appunto della «libera concorrenza». Marx l’aveva scritto a chiare lettere: su questa base, «il lavoro non è che una merce come le altre» e deve subire le stesse alterne sorti che il mercato impone a tutti i fattori produttivi; «sarebbe sciocco considerarlo da una parte come una merce, e d’altra parte volerlo porre al di fuori delle leggi che determinano i prezzi delle merci»<strong>[7]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Non si tratta di essere banalmente antieuropeisti: quello lo lasciamo fare ad altri. Ma è appunto da sciocchi continuare a credere che l’adesione alla costruzione europea così tenacemente voluta da Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi , con il concerto di altre eminenti personalità inopinatamente ascese al rango di padri nobili del «riformismo» italico (che in verità era tutt’altra cosa), non sia stata la prima responsabile dei rovesci subiti dalla classe lavoratrice negli ultimi vent’anni. Diciamolo chiaramente: lo Statuto è ancora giovane, sono loro ad essere vecchissimi. Vengono dall’Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Cfr. Joan Robinson, Un programma per la piena occupazione (1943), ora in Ead., Occupazione, distribuzione e crescita, a cura di M. C. Marcuzzo, Bologna, il Mulino, 1991, p. 101.<br />
[2] Per una disamina in chiave marxista della «costituzione economica» contenuta nella Carta costituzionale del ’48 rinviamo a Luigi Cavallaro, Lenin in Italia (ma non se ne sono accorti), «Critica marxista», n. 6, 2009, pp. 35-41, dove anche il riferimento all’emendamento suggerito da Togliatti durante i lavori dell’Assemblea costituente e di fatto confluito nell’attuale formulazione dell’art. 41 comma terzo Cost.<br />
[3] Abbiamo argomentato più distesamente questo punto in L. Cavallaro, Come nacque e morì il conflitto di classe in Italia, «Alternative per il socialismo», n. 7 (2008), pp. 140-154.<br />
[4] Così già Natalino Irti, L’ordine giuridico del mercato, Roma-Bari, Laterza, 1998, spec. pp. 22 ss.<br />
[5] Si vedano su questa rivista i numerosi interventi di Sergio Cesaratto, a cominciare dall’ultimo: <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/luno-due-tedesco-the-sick-fraulein-of-europe-ii/">http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/luno-due-tedesco-the-sick-fraulein-of-europe-ii/</a>.<br />
[6] V. più ampiamente L. Cavallaro, Costituzioni e diritto al lavoro. Un’interpretazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, «Rivista italiana di diritto del lavoro», 2003, I, pp. 227-258.<br />
[7] Karl Marx, Salario, prezzo e profitto (1867), trad. it. di P. Togliatti, a cura di A. A. Santucci, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 69.<br />
[8] Si veda l’appassionata rivendicazione dello stesso Prodi apparsa giusto il 20 maggio scorso sul Corriere della Sera: <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/maggio/20/Prodi_per_euro_scrissi_Kohl_co_9_100520002.shtml">http://archiviostorico.corriere.it/2010/maggio/20/Prodi_per_euro_scrissi_Kohl_co_9_100520002.shtml</a>.</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano</em> Liberazione <em>del 20 maggio 2010</em></p>
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		<title>Non una authority ma l&#8217;acqua pubblica</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 09:24:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Parte la raccolta di firme per il referendum a favore dell’acqua pubblica, indetto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e i fautori della privatizzazione moltiplicano le loro rassicurazioni. Costoro infatti precisano che in Italia non c’è un intento di privatizzare le reti, ma la “semplice” gestione dell’acqua, e rispolverano le solite vecchie tesi in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="241" width="382" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/acqua_1.jpg" border="0" style="width: 284px; height: 191px" />Parte la raccolta di firme per il referendum a favore dell’acqua pubblica, indetto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e i fautori della privatizzazione moltiplicano le loro rassicurazioni. Costoro infatti precisano che in Italia non c’è un intento di privatizzare le reti, ma la “semplice” gestione dell’acqua, e rispolverano le solite vecchie tesi in materia dei poteri di controllo sui gestori privati di una nuova authority.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma procediamo con ordine. Con il decreto Ronchi approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso risultano ulteriormente accentuate le privatizzazioni già promosse dal governo Berlusconi con il ben noto articolo 23 bis della legge 133 del 2008 (che spingeva verso la privatizzazione in materia di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica). Il decreto Ronchi impone la gara per l’affidamento dei servizi e stabilisce che le società a partecipazione pubblica quotate in borsa debbano portare la percentuale di proprietà pubblica al di sotto del 30%. Inoltre il decreto rende ancora più difficile il ricorso a quelle ambigue scappatoie - uno dei pasticci giuridici all’italiana - che sono le società per azioni di proprietà interamente pubblica. Infatti, gli affidamenti diretti (“in house”) a queste società vengono ora ammessi solo in casi di “situazioni eccezionali”, per il cui riconoscimento serve il parere preventivo dell’Antitrust.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il decreto Ronchi interviene dunque in un ambito delicatissimo e cruciale per l’interesse pubblico nazionale. Per questa ragione sarebbe stato opportuno che per valutare la congruità del provvedimento si fosse aperta una discussione libera da pregiudiziali e fondata su elementi oggettivi. La letteratura scientifica sugli effetti delle privatizzazioni dei servizi pubblici, del resto, è ormai ampia. Autorevoli studi internazionali mostrano che storicamente le privatizzazioni non hanno assicurato una crescita della quantità e della qualità dei servizi offerti ai cittadini. I medesimi studi inoltre evidenziano che a seguito delle privatizzazioni i meccanismi perequativi si riducono e che le tariffe il più delle volte aumentano, dal momento che i ricavi aziendali devono assicurare non solo la copertura dei costi ma anche un margine di profitto. Ed ancora, diverse analisi rivelano che i meccanismi di liberalizzazione e apertura dei mercati risultano facilmente aggirabili, e che il servizio pubblico locale spesso finisce per assumere i tipici caratteri delle attività protette, che consentono ai capitali privati di godere di profitti elevati nella sostanziale assenza di pressioni competitive esterne. Insomma, il vecchio convincimento secondo cui la privatizzazione dei servizi determinerebbe aumenti dell’efficienza e del benessere collettivo, in realtà non trova riscontro nei dati<strong>[1]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In molti paesi di queste evidenze si tiene conto. Fin da prima della crisi - e dopo di essa in misura ancor più accentuata - assistiamo a veri e propri cambi di paradigma, che soprattutto in materia di servizi locali determinano un ampliamento della sfera pubblica. Basterebbe ricordare ciò che è accaduto a Parigi, dove le società private Suez e Veolia, che hanno gestito l’acqua nell’ultimo quarto di secolo, hanno lucrato ampi profitti reinvestendoli nei settori più disparati. I parigini, stanchi di assistere a un continuo peggioramento del servizio e ad una progressiva crescita delle tariffe, hanno chiesto a gran voce la rimunicipalizzazione dell’acqua e il sindaco Bertrand Delanoë ha vinto la campagna elettorale proponendo di tornare alla gestione pubblica dell’acqua.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il governo italiano si muove dunque in controtendenza rispetto a quanto accade nei paesi più progrediti. Tra l’altro, appare significativa anche la scelta di tempo. Obbligare i comuni a cedere quote di proprietà delle società che erogano servizi pubblici in una fase di generale ribasso dei listini azionari può dar luogo a una vera e propria svendita a vantaggio del profitto di pochi. È preoccupante in questo senso che le reazioni al decreto Ronchi di molti esponenti imprenditoriali siano state improntate al grande apprezzamento per il rinnovato impegno liberista del governo. Soprattutto in una fase difficile e profondamente iniqua come questa, sarebbe stato bene che la parte più viva e lungimirante del mondo imprenditoriale avesse valutato il provvedimento dell’esecutivo con maggior consapevolezza e spirito critico.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A tutto ciò si aggiunge che l&#8217;operazione del governo ha anche un carattere fortemente sperequato sul piano territoriale, e ciò evidentemente riflette la “partita” politica - tutta settentrionale - che si è svolta intorno ad essa. Attraverso alcune “soglie”, di competenza dell’Antitrust, il decreto è infatti strutturato in modo tale da far sì che “le briciole” vengono lasciate alle aziende di proprietà pubblica del Nord, per i cui interessi territoriali si è evidentemente battuta la Lega, mentre “la polpa” dei servizi pubblici locali dei principali centri urbani va in appannaggio alle grandi società per azioni e alle multinazionali. In particolare, il Mezzogiorno sembra destinato a cedere pressoché interamente la gestione dei servizi pubblici locali, a cominciare proprio dall’acqua, a grandi imprese esterne al territorio.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Di fronte a questa azione privatizzatrice per troppo tempo le forze del centrosinistra sono apparse inerti, con il Partito Democratico che è risultato manifestamente portatore di interessi al suo interno divergenti, diviso come è tra fautori e critici delle privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Ora il Partito Democratico annuncia una proposta di legge di riordino del settore che, riprendendo in buona misura le tesi avanzate dal sito lavoce.info<strong>[2]</strong>, sembra ruotare intorno alla creazione di una nuova authority, che dovrebbe controllare una gestione sostanzialmente affidata ai privati. Vengono quindi rispolverate tesi già avanzate in occasione di passate operazioni di privatizzazione. E va da sé che, anche in questo caso, assisteremmo alla creazione di un altro organismo inutile, del tutto impotente rispetto alle multinazionali dell’acqua, al punto che gli esiti rischierebbero di non essere diversi da quelli del decreto Ronchi. Al tempo stesso, altrettanto discutibili appaiono le altre proposte presenti nel centrosinistra italiano che continuano ad avanzare soluzione ibride, che spingono nella direzione del ricorso a società miste pubblico-private o a formule giuridiche di diritto privato. È vero infatti che negli ultimi anni il ricorso alle spa di proprietà interamente pubblica è stato considerato spesso una soluzione utile per limitare i danni della privatizzatrice legislazione vigente (e su questo punto si è sviluppato un dibattito all’interno stesso dei movimenti per l’acqua pubblica<strong>[3]</strong>), ma questa soluzione non rappresenta certo l’ideale a cui tendere nel momento in cui si tratta di ridisegnare la normativa sui servizi pubblici locali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per tutte queste ragioni, i referendum proposti dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, con l’ampissimo tessuto sociale che lo sostiene, vanno nella direzione giusta. L’approvazione dei tre quesiti referendari, infatti, segnerebbe una straordinaria vittoria politica delle forze critiche verso le privatizzazioni e ci riconsegnerebbe una gestione dell’acqua finalmente affidata a un soggetto interamente pubblico.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Si rinvia ad esempio agli studi sulle privatizzazioni britanniche, le più studiate. Tra gli altri i contributi di Massimo Florio hanno dimostrato che gli effetti positivi delle privatizzazioni sono stati sempre modesti o nulli per i consumatori e comunque largamente superati dagli effetti individuali e sociali negativi. A riguardo si rinvia al volume di Florio, <em>The Great divestiture. Evaluating the welfare impact of British privatizations</em> (MIT Press) 2004 e al contributo dello stesso autore nel volume a cura mia e di P. Leon dal titolo <em>L’economia della precarietà</em> (manifestolibri, 2008). Si veda inoltre il contributo di Bruno Bosco, “Privatization, reproduction and crisis: the case of utilities”, in corso di pubblicazione in E. Brancaccio e G. Fontana, <em>The Global Economic Crisis. New Perspectives on the Critique of Economic Theory and Policy</em> (Routledge).<br />
[2] Il riferimento è ad esempio agli articoli di Carlo Scarpa del 18 novembre 2009 e di Antonio Massarutto del 10 dicembre 2009.<br />
[3] In questi anni alcuni comitati hanno sostenuto la possibilità, a legislazione vigente, di sottrarre il servizio idrico all’applicazione dell’articolo 23-bis e della normativa successiva (mediante una delibera del Comune che dichiara il servizio “privo di rilevanza economica”), e quindi l’attribuzione del servizio idrico a un’azienda speciale. Altri hanno ritenuto che a legislazione vigente non sia  praticabile la soluzione dell&#8217;azienda speciale, e hanno quindi in tal senso auspicato un mutamento del quadro legislativo nazionale. A riguardo rinvio all’articolo di Carlo Iannello in questa rivista (<a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lacqua-pubblica-sotto-il-vincolo-della-legge/">http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lacqua-pubblica-sotto-il-vincolo-della-legge/</a>).</h6>
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		<title>La Grecia, campanello d&#8217;allarme per l’Europa</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 17:38:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In Grecia il governo trucca i bilanci, si dà alla finanza allegra, manda in pensione i lavoratori troppo presto e poi chiede aiuto all’Europa quando i mercati finanziari lo sfiduciano. In estrema sintesi è questa l’interpretazione della crisi finanziaria greca che in questi giorni va per la maggiore. Gli economisti Alesina e Perotti, tra gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/eu-flag1.jpg" style="width: 384px; height: 231px" height="293" width="500" />In Grecia il governo trucca i bilanci, si dà alla finanza allegra, manda in pensione i lavoratori troppo presto e poi chiede aiuto all’Europa quando i mercati finanziari lo sfiduciano. In estrema sintesi è questa l’interpretazione della crisi finanziaria greca che in questi giorni va per la maggiore. Gli economisti Alesina e Perotti, tra gli altri, la sostengono apertamente (<em>Sole 24 Ore</em>, 27 marzo). Questa lettura fa indubbiamente parte del senso comune. Essa tuttavia non coglie alcuni problemi di fondo che riguardano non solo il caso della Grecia ma l’intero assetto della Unione monetaria europea.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le principali difficoltà in seno alla zona euro riguardano più gli squilibri commerciali tra i paesi membri che l’andamento dei conti pubblici di ogni singolo paese. La superiore capacità dei capitali tedeschi di aggredire i mercati esteri è la causa principale di tali squilibri. In Germania l’elevato grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali determina una rapida crescita del valore della produttività oraria del lavoro. A ciò si è aggiunta, soprattutto negli ultimi anni, una politica di forte contenimento dei salari e della spesa interna. Conseguenza di questi andamenti è una dinamica dei costi unitari e delle importazioni molto più contenuta rispetto a quella che si registra in altri paesi europei. L’economia tedesca risulta quindi sempre più competitiva e riesce ad accumulare avanzi commerciali sistematici a fronte della strutturale tendenza al disavanzo estero in cui versano soprattutto Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Questi paesi vengono talvolta bollati con il poco diplomatico acronimo di “pigs”. Ciò che tuttavia sfugge a molte analisi è che i cosiddetti “pigs” sono accomunati dalla summenzionata tendenza ai disavanzi con l’estero, mentre per quanto riguarda i rispettivi debiti pubblici si somigliano molto poco. Del resto le indagini empiriche mostrano che i differenziali tra i tassi d’interesse sui titoli pubblici dei paesi europei sono correlati alla dinamica dei conti esteri in rapporto al Pil più che all’andamento dei conti pubblici<strong>[1]</strong>. A quanto pare, dunque, gli speculatori contemplano il rischio di un default dei bilanci statali solo in via secondaria, mentre tendono soprattutto a sbarazzarsi dei titoli sia pubblici che privati dei paesi afflitti da una tendenza alla stagnazione o al disavanzo estero, o addirittura da una miscela di entrambe. Il sospetto che sembra dunque muovere gli speculatori è che tali paesi possano prima o poi decidere di affrontare i loro problemi di competitività attraverso l’abbandono dell’euro e la svalutazione. In tal caso i titoli denominati nelle valute deprezzate perderebbero valore, ed è bene quindi venderli prima che ciò accada.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Gli squilibri commerciali rappresentano dunque il maggior pericolo per il futuro della moneta unica. L’attuale assetto istituzionale dell’Unione scarica tutto il peso del riequilibrio sui paesi in disavanzo con l’estero, i quali vengono continuamente forzati a comprimere i salari e la spesa sociale. Gli stessi “aiuti” alla Grecia saranno vincolati all’attuazione di tali politiche deflattive. Ma come abbiamo detto anche la Germania si caratterizza per una politica di schiacciamento delle retribuzioni e del welfare. I paesi in difficoltà commerciale sono quindi chiamati ad abbattere i salari e la spesa pubblica per compensare non solo la maggiore produttività delle imprese tedesche ma anche la stessa politica restrittiva della Germania. I dati ci dicono però che in questo modo il problema cruciale dei divari competitivi tra i paesi membri non viene risolto ma viene solo rinviato. Tali divari inoltre sono ormai così accentuati che la tentazione per qualcuno di mandare tutto all’aria e di sganciarsi dalla moneta unica potrebbe un giorno o l’altro farsi irresistibile. E se anche non vi fosse una espressa decisione politica in tal senso, gli attacchi speculativi potrebbero a un certo punto moltiplicarsi fino a rendere inesorabili le svalutazioni. Il caso greco rappresenta in questo senso solo un primo campanello di allarme.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La zona euro è dunque attraversata da tendenze centrifughe poderose, che vengono oltretutto rafforzate dalla crisi. Per contrastarle bisognerebbe indurre le autorità tedesche ad accettare l’introduzione di un diverso criterio di riequilibrio commerciale, che si basi su una loro maggior disponibilità a spendere e più in generale su meccanismi di governo politico dell’Unione che compensino la superiore capacità dei capitali tedeschi di penetrare i mercati esteri. Tuttavia a Berlino non sembrano particolarmente scossi dalla eventualità che alcuni paesi arrivino a sganciarsi dalla moneta unica. Ciò non deve meravigliare. Il governo tedesco sa bene che le svalutazioni altrui potrebbero ridurre in via solo temporanea i divari di competitività rispetto alla Germania. Inoltre, una volta esaurita la spinta competitiva delle svalutazioni, le imprese tedesche avrebbero l’opportunità di rastrellare ingenti capitali dal resto d’Europa a prezzi di saldo. Una eventuale crisi dell’unità monetaria potrebbe quindi esser vista dai tedeschi come una normale fase di assestamento lungo l’inesorabile percorso di egemonizzazione economico-politica dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sparire o farsi assorbire: è questo dunque il destino di tante imprese situate in Grecia, in Italia e nelle altre periferie del continente? Bisogna cioè rassegnarsi al fatto che la testa pensante del capitale europeo si concentrerà sempre di più in Germania e che i “pigs” rimarranno popolati solo da masse inermi di azionisti di minoranza e di lavoratori a basso costo? Nella sostanza è esattamente questo il futuro che ci riserva l’attuale assetto dell’Unione monetaria europea. La crisi economica rende però la situazione più dolorosa sul piano economico e quindi forse più accidentata sul terreno politico. Se una tangibile ripresa mondiale si facesse ancora attendere, i paesi deboli dell’Unione potrebbero arrivare ad accarezzare l’idea non soltanto di svalutare, ma anche di ridurre in modi più o meno surrettizi il grado di apertura internazionale dei loro mercati. Impensabile appena pochi anni fa, una reazione del genere trova oggi più di un riscontro tra gli stessi imprenditori “periferici” ed è forse l’unica mossa che potrebbe suscitare qualche dubbio a Berlino sulla aggressiva politica mercantilista fino ad oggi perpetuata dalla Germania<strong>[2]</strong>. Sembra paradossale, ma il rilancio dell’unità europea potrebbe scaturire proprio da una minaccia neo-protezionista avanzata da qualcuno dei “pigs”.</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Per un test sulla relazione tra i differenziali fra i tassi d’interesse su titoli italiani e tedeschi e gli andamenti dei conti esteri e dei conti pubblici di Italia e Germania, rinvio a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, Studi economici n. 96, 2008/3.<br />
[2] Sulle implicazioni della politica mercantilista della Germania si veda anche Sergio Cesaratto, “Notes on Europe, German Mercantilism and the Current Crisis”, contributo agli atti del convegno “La crisi globale” (Siena 2010; gli atti saranno pubblicati nei prossimi mesi da Routledge in un volume a cura di Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana dal titolo The Global economic crisis. New perspectives on the critique of economic theory and policy; gli atti provvisori e i materiali audio in italiano sono già disponibili nella sezione “atti” del sito <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.theglobalcrisis.info/">www.theglobalcrisis.info/</a>). </h6>
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		<title>Keynesiani tradizionali e keynesiani avventizi</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:51:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Paul Samuelson alla morte di Keynes scrisse: “la Teoria Generale  … è  un libro scritto male, e male organizzato; qualunque non addetto ai lavori che l’abbia comperato ha sprecato i cinque scellini che ha speso …  è arrogante, … abbonda in confusioni”, ma “quando alla fine uno lo capisce a fondo, la sua analisi risulta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="166" width="250" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/maynard_keynes-thumb-495x329.jpg" />Paul Samuelson alla morte di Keynes scrisse: “la <em>Teoria Generale</em>  … è  un libro scritto male, e male organizzato; qualunque non addetto ai lavori che l’abbia comperato ha sprecato i cinque scellini che ha speso …  è arrogante, … abbonda in confusioni”, ma “quando alla fine uno lo capisce a fondo, la sua analisi risulta ovvia ed allo stesso tempo nuova. In breve, è un’opera di genio”. Come tale, possiamo aggiungere, rimane larga­mente misteriosa a molti economisti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La pesante crisi in cui siamo immersi ha riportato alla ribalta il pensiero di Keynes, che fino all’altro ieri era trattato come un cane morto dagli economisti ben­pensanti. Perfino un membro del <em>board</em> della Banca Centrale Europea, organismo anti-keynesiano per costituzione, ha scritto che in certi casi non aver ascoltato Keynes ha dato “risultati disastrosi” (L. Bini-Smaghi, <em>Il Sole-24 Ore</em>, 25 feb­braio). Qualche giorno dopo R. Perotti ha sostenuto (<em>Il Sole-24</em> Ore, 28 febbraio) che Keynes era “uno dei grandi geni del XX secolo”. Secondo lui il grande contributo di Keynes sarebbe stato quello di “evidenziare il ruolo della spesa pubblica come strumento anticiclico”. Ma se questo fosse vero il con­tributo non sarebbe molto sostanzioso, e comunque nient’affatto originale: quasi 25 anni prima di Keynes, Pigou (oggetto degli strali di Keynes nella <em>Teoria Generale</em>) in un libro sulla disoccupazione aveva sostenuto che la spesa pubblica poteva essere effica­cemente usata in funzione anti-ciclica. Perotti potrà liquidare questa osservazione come mera mani­­fe­stazione di quelle preoc­cupazioni filologiche dei “keynesiani tradizionali” cui irride nel suo articolo, ma resta il fatto che c’è qualcosa che non quadra nelle sue idee su Keynes. Sarà poi per la mia difettosa conoscenza degli “sviluppi della ricerca eco­no­mica”, ma mi sembrava che Perotti avesse costruito una parte della sua carriera ac­cademica sostenendo la tesi che riduzioni della spesa pubblica fanno <em>aumentare</em> la domanda e quindi l’oc­cupazione – il contrario del “geniale” contributo di Keynes.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Comunque, anche se Keynes era un genio, ci si dice, i suoi “nipotini” sarebbero degli sprovveduti (se non anche disonesti), che appunto ignorano “gli sviluppi della ricerca economica”, “hanno un’interpretazione selettiva della storia” (immagino voglia dire che fanno un uso selettivo della storia), e “non si confrontano con i dati”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto riguarda gli “sviluppi” della ricerca economica, il problema è serio, ma forse non nel senso che sostiene Perotti. Ad esempio una parte non piccola degli “sviluppi” in macroeconomia negli ultimi decenni è consistita nel­la elaborazione e ri­ela­bo­razione e sofisticazione di “modelli” basati sull’ipotesi di “agente rap­pre­sentativo”, esclu­dendo quindi che mutamenti della distribuzione del reddito potessero essere rilevanti nel­l’equilibrio macro­economico. Lo studio e l’uso di modelli di questo genere è stato per molto tempo considerato parte importante del mestiere di un economista “serio”, e con essi si sono vinte fior di cattedre di economia. Ci sono però economisti che non si sono mai dedicati a queste robinsonate, e le hanno ignorate. Finora essi erano a loro volta tran­­quil­lamente ignorati da una larga fetta della professione, che invece oggi sembra tradire qualche turbamento.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sull’uso selettivo della storia da parte dei “keynesiani tradizionali”, Perotti sostiene che essi, nel loro “livore” anti-liberista, colpevolmente dimen­ticherebbero ad esempio il caso del Cile del ventennio dopo Pinochet, in cui “politiche neoliberiste” avrebbero fatto passare il paese “dal sottosviluppo a un’eco­nomia moderna, facendo allo stesso tempo enormi progressi contro la povertà”. E’ curioso però che egli non menzioni che il sotto­sviluppo, l’enorme povertà, l’enorme aumento delle diseguaglianze, e<em> l’altissimo tasso di disoc­cupazione</em> del Cile nel periodo precedente dovevano molto alle “politiche neoliberiste” di cui il Cile di Pinochet è stato un laboratorio. Forse l’uso selettivo della storia è più diffuso di quanto Perotti non si sia accorto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I “keynesiani tradizionali” quasi mai, ci si dice, si “confrontano con i dati”, quello che saprebbero opporre ad analisi dei dati sarebbero solo “complicate digressioni filosofico-moraleggianti sulle supposte motivazioni ideologiche e mancanze etiche dei presunti oppositori”. Non è chiaro cosa esattamente Perotti intenda. Se per esempio si è appena richiamata l’esperienza del Cile di Pinochet non è per moraleggiare (anche se certo fa orrore il commercio avuto da Friedman e i <em>Chicago Boys</em> con Pinochet), ma appunto per ricordare i dati di quell’esperienza (che in fondo non sono che la rappresentazione economica di quell’orrore). Quanto all’uso (o mancato uso) dei dati: gli economisti keynesiani non hanno aspettato la crisi del 2008 per richiamare l’attenzione sui problemi posti dall’inde­bitamento<em> privato</em>, e sulla sua insoste­nibilità, una questione di cui i giovani leoni del­l’eco­nomia erano spensieratamente inconsapevoli fino a ieri, nella loro ossessiva insistenza sui pericoli dell’indebitamento <em>pubblico</em>. La differenza tra gli economisti non passa tra quelli che si sporcano le mani sui dati e quelli che li ignorano, ma tra quelli che vedono i dati rilevanti e quelli che guardano allo svolazzare delle farfalle.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><em>*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.</em></p>
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