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	<title>Economia e Politica &#187; Europa e mondo</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:55:30 +0000</pubDate>
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		<title>Monti e la salvezza italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 15:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “Lettera degli economisti” del 2010 e al più recente documento contro le politiche di austerità, pubblicati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ixzofhog0gvc.jpg" style="width: 373px; height: 254px" height="428" width="639" />Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” del 2010 e al più recente <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-un-cambiamento-della-politica-economica-in-italia-e-in-europa/">documento </a>contro le politiche di austerità, pubblicati da questa rivista), l’origine della crisi italiana non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo, e la politica di austerità non frena ma al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese. D’altra parte, la speculazione e le tensioni sui tassi di interesse non si sono certo affievolite con la presentazione della manovra; al contrario nessuno più mette in dubbio le previsioni sulla recrudescenza della crisi, alimentata proprio dalle politiche di austerità.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La verità è che le medicine alla Monti, tanto invocate dalle tecnocrazie europee e somministrate a piene dosi in tutte le aree periferiche d’Europa, non servono a sospingere l’economia italiana e in generale a mettere al riparo la zona euro dal rischio di deflagrazione. L’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico dei paesi della UME e il sistema bancario europeo è una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Certo, questa politica non risolverebbe né i problemi relativi alla disoccupazione e ai bassi livelli di attività generati dalla crisi del 2008 né i problemi strutturali dell’Unione Monetaria, principalmente connessi agli imponenti processi di divergenza in atto e agli squilibri nei conti con l’estero dei paesi membri, con la Germania che vanta un surplus commerciale più grande di quello cinese. Tuttavia, l’intervento della BCE porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalità per rilanciare l’economia e il progetto di unione europea, al riparo da fanatismi liberisti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Eppure i segnali che giungono dall’Europa vanno in direzione opposta. Sino all’ultimo vertice dell’Unione sembrava che si intendesse procedere sulla linea di un discutibile scambio implicito tra politiche di austerità e interventi della BCE. Per cui gli effetti devastanti delle politiche di austerità potevano essere almeno in parte mitigati da una politica interventista della BCE. Ma ora sembra che la linea della Merkel sia sempre più forte, peraltro sostenuta dallo stesso Monti, e che anche le possibilità di una azione meno conservatrice della BCE stiano tramontando. Pare resti dunque solo l’austerità sulla scena europea, e anche nelle bozze del nuovo accordo intergovernativo tra i 26 paesi torna la clausola che impone un obbligo rigido alla contrazione del rapporto debito pubblico/Pil di un ventesimo all’anno per tutti i paesi che superino la soglia del 60%. E accanto a ciò viene rafforzandosi il principio secondo cui tutte le Costituzioni nazionali dovrebbero introiettare l’obiettivo del pareggio del bilancio pubblico. Una linea, questa, vista favorevolmente dagli economisti ultraliberisti i quali ritengono che in tal modo si possano finalmente imporre “profonde riforme strutturali” nella direzione della flessibilità e delle privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se il quadro dovesse restare immutato, la manovra salva-Italia di Monti condannerebbe il Paese a una profonda recessione e a una crescente instabilità finanziaria – come prevedono oggi numerose analisi macroeconomiche e le stesse agenzie di rating. Gli stessi obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica fissati dal governo, in particolare il perseguimento del pareggio di bilancio, sarebbero destinati ad allontanarsi di continuo, perché la riduzione del PIL (e quindi delle entrate fiscali) che scaturisce dal profilo restrittivo della manovra, sommandosi agli incrementi degli esborsi per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, richiederebbe ulteriori manovre restrittive, le quali a loro volta genererebbero ulteriore recessione e speculazione. Questo è il quadro a tinte fosche che sembra di prepararsi per l’Italia, e per gli altri paesi periferici d’Europa, con il rischio di una repentina fine dell’euro, non prima che venga assestato un durissimo colpo agli elementi di socialdemocrazia ancora presenti in Europa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La strada da seguire sarebbe tutt’altra. Al riparo sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza, in un quadro di politiche fiscali coordinate e finalizzate a contrastare i violenti processi di divergenza territoriale in atto in Europa e a ripristinare meccanismi anticongiunturali, l’Italia avrebbe bisogno davvero di una riforma strutturale. Far pagare le tasse a chi può e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’è invece una emergenza pensioni – l’Inps è in avanzo, e la spesa pensionistica italiana, a differenza di quanto spesso si afferma, non è più elevata, ma comparabile a quella degli altri paesi europei (a riguardo si rinvia a un recente contributo di <a target="_blank" href="http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Pensioni.-Perche-e-giusto-indignarsi-11015">Pizzuti</a>).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si fa un gran parlare di bilanciare rigore, equità e crescita, ma frequentemente manca una corretta consapevolezza del rapporto tra questi aspetti. L’equità va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno. La crescita declinata – alla stregua della manovra Monti – come incentivi e benefici fiscali alle imprese invece non sostiene l’attività produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi perché non c’è mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo. Per questo crescita e rigore – se inteso quest’ultimo come misure restrittive, cioè austerità – sono inconciliabili, e non potremo avere crescita senza un mutamento del quadro istituzionale europeo e se non ci lasciamo alle spalle le politiche macroeconomiche restrittive.</p>
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		<title>Un vincolo di interesse</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 10:40:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato.jpg" style="width: 335px; height: 302px" height="332" width="493" /><em>Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga sui titoli. Nei cinque anni compresi tra il 1987 e il 1992 il debito pubblico italiano è cresciuto di venti punti percentuali. In quegli stessi anni la crescita del Pil è stata in media positiva attorno al livello del  3%,  il rapporto tra deficit e Pil non è aumentato, manifestando invece una tendenza a stabilizzarsi se non a diminuire: sono stati i tassi di interesse elevati che, per rispettare il vincolo di bilancio estero, hanno portato il debito pubblico su un sentiero potenzialmente esplosivo. Se la BCE  si impegnasse a rivedere il proprio Statuto istituendo una norma per cui il livello massimo dei rendimenti sui titoli del debito pubblico  non può eccedere il tasso di crescita dei paesi indebitati, almeno una delle tre condizioni (la principale?) potrebbe essere rispettata.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei “politici” ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene  considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle banche centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tra marzo  1974 e ottobre 1979 i tassi di interesse reali in Italia si sono mantenuti negativi, da un minimo di -1,5% (settembre ’78) a un massimo di -16,5% (dicembre ’74) e la dinamica del debito pubblico, in presenza di tassi di crescita strutturalmente in declino, ma ancora in linea con quelli dei principali <em>partners </em>europei, appare sostenibile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-1.jpg" height="399" width="519" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ nel marzo del 1981 che, per la prima volta, i tassi di interesse reali diventano positivi: appena lo 0,3%, che però dopo un triennio diventa 6,4% per poi raggiungere il 7% nel marzo dell’86, l’8% nel ’92 fino a un massimo del 10,2% nella nera estate di quell’anno. Perché? Che cosa accade di particolare nel 1981?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Succede che la Banca d’Italia, d’intesa con il ministro del Tesoro dell’epoca, abbandona ufficialmente la pratica di porsi come acquirente residuale dei titoli del debito pubblico rimasti eventualmente invenduti alle aste: si tratta del cosiddetto “divorzio”, evento considerato da molti come il possibile inizio di un percorso virtuoso dei conti pubblici e dell’intera economia italiana, costretta a ciò dall’avvio del processo di unificazione monetaria europea che impone un vincolo di cambio per restare dentro il meccanismo del <em>sistema monetario europeo</em>. Da quella decisione, almeno in Italia, la banca centrale accentua la sua caratteristica di istituzione indipendente, dal momento che i governi non potranno più contare sui suoi acquisti di titoli che saranno sottoposti all’unico giudizio del mercato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dal momento che, dopo trent’anni, i governi di alcuni paesi europei sono costretti a ricorrere nuovamente alla Banca centrale, europea stavolta, perché acquisti titoli (ricevendo in cambio un commissariamento in piena regola della sovranità nazionale in materia di politica economica), vale la pena ricordare che il contesto storico in cui si consuma il “divorzio” del 1981 è quello della svolta monetarista della politica monetaria statunitense, e dunque mondiale, che coincide con l’ascesa al vertice della Fed di Paul Volcker (successivamente superconsulente del presidente Obama) il quale guida l’istituzione dall’agosto del 1979 al settembre del 1987 con il preciso obiettivo di combattere l’inflazione, relegando in una posizione subordinata l’altro obiettivo statutario della Banca federale Usa, ossia il sostegno all’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A partire dalla riunione dell’<em>Open Market Committee</em> del 6 ottobre 1979 i tassi di sconto negli Usa cominciano a crescere, fino a raggiungere livelli stellari nei primi anni ‘80.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-2.jpg" height="332" width="545" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La politica monetaria italiana segue fedelmente il nuovo orientamento dominante e tra l’ottobre del 1979 e il marzo del 1981 l’allora Governatore della Banca d’Italia aumenta il tasso di sconto portandolo dal 10,5 al 19% e lo mantiene a livelli elevatissimi fino alla crisi della lira scoppiata nell’estate - autunno 1992; dal momento che nello stesso periodo il tasso di inflazione crolla dal 16,9% al 4,8%, il risultato è che i tassi di interesse reali diventano positivi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Al centro della preoccupazione delle banche, allora come oggi, resta l’inflazione: i banchieri non sono generalmente entusiasti di vedersi restituire denaro che valga meno di quanto valesse al momento del prestito, ed è quello che succede con l’inflazione, ma non è possibile escludere una relazione positiva tra interesse  e inflazione<strong>[1]</strong>. Nel 1980 il tasso medio di inflazione (riferita ai prezzi al consumo) per i paesi del G7 fu del 12,7%, solo di poco inferiore al 13,8 toccato nel 1974; nel 1983, dopo lo shock delle politiche monetariste,  l’inflazione era scesa al 4,7%, ma contemporaneamente, per effetto di una crescita depressa dalle politiche di segno restrittivo, l’economia dei paesi occidentali conobbe (1982) la prima recessione in assoluto del dopoguerra con la diminuzione, seppur lieve, del reddito e della produzione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Proprio nel 1982 si manifestano i primi contraccolpi del “divorzio” con ripetuti sconfinamenti dal limite legale di utilizzo della linea di credito in conto corrente di cui il Tesoro beneficia presso la Banca centrale. Che cosa successe allora, e che cosa potrebbe succedere ancora? Che proprio poco dopo aver deciso di “legarsi le mani” per quanto riguarda l’emissione di titoli del debito pubblico l’economia occidentale era entrata in recessione e il governo non aveva tutti gli strumenti con cui combattere le conseguenze della fase negativa del ciclo. Il governo dell’epoca investì del problema il Parlamento, che autorizzò con una legge Bankitalia a concedere al Tesoro un’anticipazione straordinaria temporanea.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ma il vero contraccolpo del “divorzio” sull’economia italiana dei primi anni ottanta fu – come anticipato sopra - il brusco innalzamento dei tassi di interesse reali. Finì di colpo una condizione economica che durava dal 1972; ancora nel 1980, in Italia, il tasso di interesse depurato dall’inflazione osservata ex post (oltre il 20%), era negativo per qualcosa come cinque punti percentuali; nei tre anni successivi l’interesse divenne positivo per valori compresi tra il 2 e il 3%, fino a superare il 6% nel 1984: in quell’anno la spesa per interessi rappresentava  il 12% del Pil italiano. Successivamente, anche se il rapporto tra deficit e Pil cominciava a calare (nel grafico a salire verso lo zero)  i tassi di interesse italiani continuavano ad essere più alti che altrove in termini reali, e questo per sostenere la parità del cambio all’interno dello <em>SME</em>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-3.jpg" style="width: 564px; height: 444px" height="444" width="640" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La ragione riguarda la competitività: in un contesto in cui l’inflazione domestica è più elevata, il cambio reale si apprezza e i conti con l’estero si deteriorano, e dunque i tassi di interesse elevati servono a finanziare il disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti. E’ dunque il vincolo estero il problema, non il vincolo di spesa, e la dinamica del debito pubblico italiano della seconda metà degli anni ’80 mostra il punto; nonostante comportamenti  “virtuosi” (la stabilizzazione o il miglioramento del rapporto deficit/Pil) la componente rappresentata dal tasso di interesse gioca un ruolo fondamentale nel rendere sostenibile o esplosiva la dinamica complessiva del debito, e l’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo prima e nell’eurozona poi, non sembra avere conseguito risultati risolutivi, visti gli esiti attuali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Durante i “terribili” anni settanta, quelli dei tassi di interesse reale negativi e della politica monetaria accomodante, il tasso di risparmio privato delle famiglie italiane superava il 31% del reddito nazionale (media periodo 1976-79); gli investimenti contavano per il 25% del Pil e la differenza positiva serviva a coprire un disavanzo di bilancio che oscillava annualmente tra il 5 e il 6%. Negli anni ottanta dei tassi di interesse reale positivi la quota di investimenti sul Pil cade dal 25 al 21% per continuare la sua diminuzione (proxy dell’accumulazione) durante gli anni novanta (17,5% nel 1996); nello stesso tempo diminuisce la quota di risparmi privati che perde sei punti in un decennio passando dal 32 al 26% (oggi è all’11%).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La conclusione di questo breve ragionamento è che politiche fiscali recessive che arrivino al punto di scrivere in Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio non solo sono controproducenti sul piano della crescita – qualsiasi punto di vista si abbia a riguardo della sua desiderabilità -  ma non costituiscono nemmeno un impedimento assoluto alla crescita del debito pubblico perché non tengono conto del ruolo del tasso di interesse. Un sacrificio inutile, in altre parole, se non si mette in discussione il dogma del mercato come istituzione capace di garantire in ogni circostanza il “prezzo giusto” a merci o a obbligazioni finanziarie. Dal momento che in una economia di mercato non c’è alcuna garanzia che il sistema raggiunga spontaneamente la piena occupazione del lavoro non solo nelle fasi cicliche negative, ma in generale in media sul ciclo, la spesa pubblica anche in disavanzo è e resta uno strumento fondamentale per il raggiungimento del pieno impiego ed è quindi insensato e pericoloso legarsi le mani. L’unica disciplina di bilancio che veramente serve a un paese riguarda la qualità e l’equità della politica fiscale, sul versante delle spese come su quello delle entrate;  i mitici “mercati” sono in grado di mandare – al più – segnali quantitativi: spendere meno o imporre più tasse, indipendentemente da chi paga e per che cosa si spende.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Rivedere lo statuto della Bce istituendo una norma per cui i rendimenti dei titoli del debito pubblico non possono eccedere un limite massimo che corrisponde al tasso effettivo di crescita dei paesi europei ribalterebbe il piano del discorso spostando sui banchieri centrali l’onere dell’adeguamento costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* <span style="line-height: 20px; font-family: 'Times New Roman', serif" class="Apple-style-span">Università di Teramo</span></em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Se questa proposizione appare ragionevolmente sostenibile sul piano microeconomico, c’è da aggiungere che – su un livello macro - esiste letteratura (sebbene non ampia) ed evidenza empirica secondo cui l&#8217;aumento </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">dei tassi di interesse monetari può generare effetti inflazionistici, a </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">ragione del fatto che - in contesti non concorrenziali - il suo aumento è </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">un aumento delle passività finanziarie, dunque dei costi e dei prezzi.</span></h6>
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		<title>L&#8217;eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 11:25:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/de-leo.jpg" style="width: 384px; height: 298px" height="490" width="636" />1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i 6 miliardi di euro di titoli inizialmente previsti dal governo, ma al contempo si afferma che – di questi – solamente 3,6 sono stati collocati presso investitori privati. Si tratta dunque di capire esattamente cosa è successo a quei 2,4 miliardi di euro di titoli residui, che sono stati dichiarati emessi, ma non sono stati sottoscritti dai partecipanti all’asta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il resoconto ufficiale dell’asta definisce quella particolare quota dell’emissione come “Ammontare messo da parte per operazioni sul mercato secondario”. Dunque il 40% dei titoli emessi è stato trattenuto con lo scopo di essere successivamente venduto sul mercato secondario: una quota consistente dei titoli è stata, in altri termini, emessa ma non collocata presso gli investitori privati. Una simile operazione sembra possibile solamente qualora si ammetta l’intervento della Bundesbank, che avrebbe sottoscritto una parte della nuova emissione – come suggeriscono numerosi commentatori<strong>[1]</strong>. Ciò significherebbe che la Germania opera al di fuori delle regole comuni dell’eurozona<strong>[2]</strong>, ossia in deroga a quegli stessi principi che hanno impedito, ad esempio, alla Banca Centrale Greca di intervenire a sostegno dei titoli pubblici ellenici tra il Dicembre 2009 ed il Maggio 2010, quando la spirale nei tassi di interesse pretesi dai mercati finanziari internazionali in sede d’asta ha di fatto costretto Atene a ricorrere ad un prestito istituzionale, vincolato all’adozione delle cosiddette misure di austerità. L’“eccezione tedesca” alle regole europee sull’emissione di titoli del debito pubblico appare ancora più significativa se si considera che la pratica di trattenere una quota (anche consistente) dell’emissione “per operazioni sul mercato secondario” non costituisce affatto un’anomalia nelle ordinarie operazioni di collocamento dei <em>bund</em>, ma ne rappresenta piuttosto il regolare funzionamento: come illustrato dal seguente grafico, la Germania trattiene regolarmente una quota delle emissioni, esattamente come accaduto in quest’ultima, discussa, asta di <em>bund </em>decennali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/de-leo.jpg" style="width: 552px; height: 455px" height="490" width="636" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Cercheremo di dimostrare che la Bundesbank sostiene attivamente il collocamento dei titoli pubblici tedeschi, esercitando un’influenza dominante sul prezzo dei titoli di nuova emissione, senza però ricorrere alla sottoscrizione degli stessi sul mercato primario, ma articolando il proprio intervento in modo tale da aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e praticare di fatto il finanziamento diretto del debito pubblico tedesco.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2.Iniziamo col dire che il dibattito sull’asta dei titoli tedeschi ha il grande pregio di restituire il meccanismo di emissione dei titoli pubblici – fatto di regolamenti, prassi e rapporti di forza tra governi, banche private nazionali e internazionali – ad un contesto istituzionale più complesso di quella ‘forma di mercato’ che gli viene attribuita dalle istituzioni europee, e che giustifica il divieto di acquisto dei titoli pubblici imposto alle banche centrali, chiamate appunto a non interferire con il regolare funzionamento del mercato del credito.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vogliamo capire come sia possibile che un titolo pubblico venga emesso, ma non collocato. Precisiamo innanzitutto cosa si intende per collocamento: un titolo si definisce collocato quando viene sottoscritto per la prima volta. L’ufficio governativo responsabile dell’emissione dei titoli del debito pubblico tedesco è l’Agenzia per il debito (<em>Finanzagentur</em>), la quale gestisce le procedure d’asta e poi trattiene i titoli non collocati presso quella platea di investitori privati che hanno l’accesso riservato al mercato primario, platea costituita da una quarantina di banche e società finanziarie tedesche ed internazionali. L’idea, suggerita da molti commentatori, che i titoli non collocati vengano di fatto sottoscritti dalla banca centrale tedesca è stata immediatamente contestata, poiché sembra scaturire da una errata interpretazione del particolare ruolo svolto da quest’ultima all’interno del processo di emissione dei titoli. Come vedremo, sebbene sia effettivamente possibile confutare la tesi secondo cui la Bundesbank sottoscrive i titoli pubblici tedeschi direttamente sul mercato primario, la banca centrale tedesca può contare su altri e diversi canali per intervenire sui titoli di nuova emissione, con risultati assolutamente equivalenti all’azione diretta sul mercato primario.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La Bundesbank agisce per conto dell’Agenzia per il debito tedesca in qualità di “banca custode e non di prestatore di ultima istanza”, come sostiene Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore del 26 Novembre 2011: i titoli trattenuti risultano in sostanza congelati presso la banca centrale tedesca, senza che questa corrisponda al governo alcuna somma di denaro in cambio, ossia senza che quei titoli risultino effettivamente sottoscritti. Spiega ancora la Bufacchi: “L`agenzia del debito tedesco riprende poi quei titoli invenduti e li ricolloca in <em>tranche </em>sul secondario, nell`arco di qualche giorno o in casi di mercati ostici di qualche settimana.” Dunque sembra, a prima vista, che la Germania non stia procedendo alla cosiddetta ‘monetizzazione’ del debito pubblico. A confermare questa interpretazione interviene anche la prestigiosa rivista <em>The Economist</em>, pubblicando sul proprio sito l’articolo <em>Fun with bunds</em> in cui, “per evitare che i <em>bloggers</em> passino molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, si affida la soluzione al dilemma alle parole di un rappresentate della PIMCO, una delle più importanti società private di investimento a livello internazionale: “La <em>Finanzagentur </em>ha emesso solamente 3,6 miliardi in cambio di liquidità. Loro hanno collocato 3,6 miliardi sul mercato ed hanno trattenuto 2,4 miliardi sui loro libri contabili. In futuro potranno vendere l’ammontare trattenuto sul mercato secondario, ottenendo la corrispondente liquidità. Potreste aver letto che la Bundesbank ha acquistato la quota dell’emissione che non è stata collocata in asta; ciò non è corretto. La Bundesbank non sta finanziando la Germania; opera semplicemente come un’agenzia per la <em>Finanzagentur</em>.”</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La pratica dell’Agenzia tedesca per il debito, consistente nel trattenere una quota dell’emissione, viene dunque presentata, molto semplicemente, come un metodo per procrastinare il collocamento di quei titoli, in attesa di più favorevoli condizioni sui mercati finanziari: una mera questione di <em>tempo</em>, poiché i titoli emessi ma non anche collocati saranno, prima o poi, effettivamente collocati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Dopo aver “passato molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, è forse possibile mettere in discussione la validità di questa lettura del problema, ed incentrare l’interpretazione del particolare meccanismo di emissione dei titoli pubblici tedeschi non tanto sul ‘quando’ i titoli trattenuti verranno sottoscritti, quanto piuttosto sul ‘dove’ quei titoli verranno poi, effettivamente, collocati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La struttura istituzionale conferita generalmente agli odierni processi di emissione dei titoli del debito pubblico si fonda su una netta distinzione tra il mercato primario, dove i governi collocano i titoli di nuova emissione, ed il mercato secondario, dove i titoli già emessi possono essere liberamente scambiati. Tale distinzione è rilevante, all’interno della cornice istituzionale dell’eurozona, poiché il Trattato di Maastricht (comma 1 art. 101<strong>[2]</strong>) vieta esplicitamente alle banche centrali dell’eurozona l’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi membri solamente sul mercato primario: la BCE e le banche centrali dei paesi membri sono dunque lasciate libere di acquistare titoli del debito pubblico dei paesi membri dell’eurozona sul mercato secondario, e siamo certi che stiano operando in questo senso quantomeno a partire dal Maggio 2010, nel contesto del Securities Markets Programme<strong>[4]</strong>. Si noti come la chiara distinzione tra mercato primario e mercato secondario, ovvero la regola per cui sul mercato secondario possono essere scambiati solamente titoli già emessi sul mercato primario, sia il presupposto della logica seguita dalle istituzioni europee, le quali prevedono contemporaneamente il divieto imposto da Maastricht, che si riferisce al mercato primario, ed il Securities Markets Programme, che limita al mercato secondario la libertà di intervento delle banche centrali. Nelle parole dell’allora Governatore della BCE Trichet: “le nostre azioni sono pienamente conformi al divieto di finanziamento monetario [del debito pubblico] e dunque alla nostra indipendenza finanziaria. Il Trattato vieta l’acquisto <em>diretto</em>, da parte della BCE, dei titoli del debito emessi dai governi. Noi stiamo acquistando quei titoli <em>solamente sul mercato secondario</em>, e dunque restiamo ancorati ai principi del Trattato”.<strong>[5]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alla luce di quanto detto circa la pratica – operata negli anni dalla Germania – di destinare una quota rilevante delle emissione ad operazioni sul mercato secondario, risulta evidente che, quando consideriamo il mercato dei titoli pubblici tedeschi, la distinzione tra mercato primario e mercato secondario si fa quantomeno labile: tramite la quota di titoli di nuova emissione regolarmente trattenuta dall’Agenzia del debito, infatti, la Germania è in grado di collocare i propri titoli del debito pubblico direttamente sul mercato secondario. Ciò è rilevante perché se il mercato primario dei titoli pubblici è esplicitamente riservato, in tutti i paesi dell’eurozona, ad un gruppo di investitori privati, sul mercato secondario operano – accanto agli investitori privati – anche le banche centrali dei paesi membri. Questo significa che il tasso di interesse che si determina sul mercato primario può essere spinto al rialzo da una carenza di domanda di titoli che non ha ragione di esistere sul mercato secondario, laddove l’azione della banca centrale implica una domanda potenzialmente infinita per i titoli pubblici: sul mercato primario, dove non operano le banche centrali, può sussistere una situazione di eccesso di offerta di titoli che conduce ad un rialzo nei tassi di interesse, quale quello osservato in Grecia nei primi mesi del 2010, ed in Italia a partire dall’Agosto 2011, mentre sul mercato secondario l’intervento della banca centrale ha il potere di creare tutta la domanda necessaria a spingere al ribasso il rendimento dei titoli pubblici. Pertanto, il semplice fatto che il collocamento dei <em>bund </em>di nuova emissione avvenga, in parte, direttamente sul mercato secondario ha un impatto significativo sul tasso di interesse dei titoli pubblici tedeschi, garantendo alla Germania un minor costo dell’indebitamento pubblico, a prescindere dalla possibilità (pure presente) che i titoli di nuova emissione collocati sul mercato secondario vengano sottoscritti direttamente dalla Bundesbank. La particolare struttura istituzionale del processo di emissione dei titoli pubblici tedeschi sopprime di fatto la distinzione tra mercato primario e mercato secondario, aprendo lo spazio per il finanziamento del debito pubblico tramite la banca centrale – spazio negato agli altri paesi membri dell’eurozona.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il complesso meccanismo di emissione dei titoli pubblici appena descritto consente alla Germania di proporre, in asta, un tasso dell’interesse molto basso, come avvenuto il 23 Novembre: se gli investitori privati si rifiutano di sottoscrivere i titoli del debito pubblico tedeschi a quei tassi, giudicati poco remunerativi, lo Stato trattiene la quota dell’emissione non collocata e procede, successivamente, al collocamento di quei titoli sul mercato secondario, dove l’azione della banca centrale è in grado di orientare i livelli del tasso dell’interesse vigente, o addirittura di tradursi in un intervento diretto, con la Bundesbank che sottoscrive i titoli del debito non collocati sul mercato primario. In assenza di un simile meccanismo, i governi sono costretti ad accettare il tasso di interesse che gli investitori privati pretendono sul mercato primario, laddove la loro disponibilità a sottoscrivere i titoli pubblici rappresenta l’unica possibilità che lo stato ha di finanziare il proprio debito. L’“eccezione tedesca” può essere concepita come un metodo che permette di aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e viene da chiedersi per quale motivo gli altri paesi dell’eurozona non si siano dotati di un simile dispositivo, capace di arginare le pretese dei mercati finanziari internazionali sui rendimenti dei propri titoli pubblici.</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Alesina e Giavazzi sul Corriere dela Sera del 24 Novembre 2011 affermano che “l’asta dei Bund è stata sottoscritta solo grazie alla Bundesbank che ha acquistato il 40% dei titoli offerti da Berlino.”. Lo stesso giorno, simili affermazioni compaiono sui più importanti quotidiani. Sul Sole 24 Ore Bufacchi sostiene che: “va scartata la maxi-quota, pari al 39% dei 6 miliardi, che è stata sottoscritta dalla Buba [Bundesbank] per essere rivenduta sul secondario per via del peculiare meccanismo usato fin dagli anni 70 nelle aste dei titoli di Stato tedeschi.”; Quadrio Curzio commenta che “senza l’intervento della Bundesbank poteva andare anche peggio” sul Messaggero; Tabellini afferma, sul Sole 24 Ore, che: “la Bundesbank di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza quanto meno in via temporanea nei confronti dello Stato tedesco. I titoli non venduti in asta infatti sono stati assorbiti dalla Bundesbank, che da sempre svolge questo ruolo per garantire la liquidità dei titoli tedeschi.”<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] “La banca centrale tedesca ha subito assorbito tutti i titoli invenduti. È esattamente ciò che la Bundesbank stessa non vuole che la BCE faccia con Italia e Spagna. [&#8230;] ha comprato direttamente dal governo, un comportamento in apparenza illegale ai termini del trattato: finanziamento monetario del deficit.” Fubini, Corriere della Sera del 24 Novembre 2011.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] “È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l&#8217;acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali.” (Cfr. Versione consolidata del Trattato che istituisce la Comunità Europea, Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee, 24/12/2002, corsivo nostro).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] “Nei termini definiti in questa Decisione, le banche centrali dell’Eurosistema possono acquistare […] sul mercato secondario titoli di debito […] emessi dai governi centrali o da enti pubblici dei Paesi Membri e denominati in euro.” (Cfr. Decision of the European Central Bank of 14 May 2010 establishing a securities markets programme, Official Journal of the European Union, 20/05/2010, corsivo nostro).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] Cfr. Speech by Jean-Claude Trichet, President of the ECB, at the 38th Economic Conference of the Oesterreichische Nationalbank, Vienna, 31 May 2010.</span></h6>
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		<title>Per un cambiamento della politica economica in Italia e in Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 19:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche
Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione
In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center" align="left"><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/economia_pil.jpg" align="left" height="185" width="250" /></em></p>
<p style="text-align: center" align="left"><em>Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche</em></p>
<p style="text-align: center" align="left"><em>Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa </em><em>che rilanci domanda, sviluppo e occupazione</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono a buona parte della classe dirigente nazionale per non aver saputo attuare politiche che favorissero lo sviluppo del paese, la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza, nella costruzione dell’Unione Monetaria, di un quadro di politiche fiscali e monetarie coordinate volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri, e a una maggiore equità distributiva nei paesi e fra i paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crisi europea e il suo aggravamento, in particolare con l’attacco ai titoli del debito pubblico italiano, trovano la loro origine in questa assenza e sono solo parzialmente riconducibili alla progressiva caduta di credibilità del governo sinora in carica. La mancata iscrizione tra i compiti della Banca Centrale Europea del tradizionale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei debiti sovrani ha contribuito ad esporre all’attacco i titoli del debito italiano e di altri paesi europei. Le misure intraprese dai paesi dell’Eurozona per sostenere i debiti sovrani, e in primo luogo il cosiddetto Fondo Salva-Stati, risultano del tutto insufficienti anche per i debiti delle economie più piccole, e a maggior ragione per quelli dei paesi più grandi. Per di più le misure di restrizione dei bilanci pubblici che vengono richieste in cambio di quegli aiuti hanno aggravato la recessione e la stessa crisi finanziaria nei paesi beneficiari. Attualmente l’Eurozona è senza una bussola. Per l’opposizione del paese più forte, nell’ultima riunione del G-20 essa ha persino respinto la proposta di una emissione di Diritti Speciali di Prelievo da parte del Fondo Monetario Internazionale a sostegno dei debiti sovrani sotto attacco. Sono in gioco la sopravvivenza dell’Unione Monetaria e del Mercato Unico, e la stabilità economica europea e globale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I firmatari di questo appello ritengono che la grave situazione attuale nelle sue cause contingenti e di lungo periodo non possa essere affrontata se non nel quadro di un progressivo mutamento dell’insieme delle politiche economiche europee, fatte salve le azioni di politica economica che l’Italia deve intraprendere al suo interno. Siamo per un più pieno coordinamento delle politiche fiscali, monetarie e salariali in Europa, che includa a pieno titolo la piena occupazione fra gli obiettivi. Per questo siamo fermamente contrari alla iscrizione nelle Costituzioni nazionali della clausola del pareggio del bilancio pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In queste circostanze riteniamo che il nuovo esecutivo debba rapidamente muoversi nelle sedi europee appropriate, con la necessaria determinazione e le necessarie alleanze politiche, per ottenere una garanzia ferma e illimitata della BCE sul debito sovrano italiano e degli altri paesi dell’Eurozona, volto a ricondurre i tassi di interesse ai livelli pre-crisi -intervento da tempo sostenuto anche dall’Amministrazione americana e da molti autorevoli economisti di diverso orientamento teorico. Riteniamo, anche in questo caso con il conforto di opinioni diffuse tra gli economisti, che politiche di riduzione dei debiti pubblici siano in questa fase controproducenti, e reputiamo quindi che la richiesta nei riguardi della BCE vada accompagnata da un impegno non già all’abbattimento, ma bensì alla stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil in Italia e negli altri paesi in difficoltà. Un nuovo esecutivo, tecnico o politico, che si configurasse invece come mero esecutore delle richieste europee, quali espresse nelle scorse settimane, determinerebbe un aggravamento della crisi economica e finanziaria in Italia e in Europa, con devastanti conseguenze sociali e l’insostenibilità degli attuali accordi, monetari e commerciali, nell’UE. Fermo nella denuncia di tali pericoli, il Governo italiano si dovrebbe pertanto fare promotore in ambito europeo e del G-20 di politiche fiscali, monetarie e salariali concertate volte al rilancio della domanda aggregata, in particolare da parte dei paesi in forte avanzo commerciale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La riduzione dei tassi, accompagnata dall’impegno alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche internazionali espansive libererebbe nel nostro paese risorse per la crescita sia dal lato del sostegno della domanda interna che del rilancio della competitività. Riteniamo in particolare che tali risorse - assieme a quelle che dovranno provenire da una seria lotta all’evasione fiscale, da un&#8217;imposta che colpisca i patrimoni su base regolare e annua e non una tantum, e dalla razionalizzazione della spesa pubblica (inclusi i costi della politica) - vadano prioritariamente destinate alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un aumento dei salari netti, al sostegno di istruzione, ricerca e cultura, all’aumento degli investimenti per l’industria pubblica e il Mezzogiorno, alla difesa dell’ambiente, all’efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione, alla difesa della legalità. Su questi obiettivi un nuovo e più autorevole esecutivo dovrebbe impegnarsi in Europa chiedendo e restituendo fiducia al popolo italiano.</p>
<p>Acocella Nicola, Università di Roma 1<br />
Artoni Roberto, Università Bocconi Milano<br />
Bagnai Alberto, Università Gabriele D’Annunzio Pescara<br />
Barba Aldo, Università di Napoli Federico II<br />
Bellini Enrico, Università Cattolica Milano<br />
Biagioli Marco, Università di Parma<br />
Blankenburg Stephanie, SOAS Università di Londra<br />
Bosco Luigi, Università di Siena<br />
Bosi Paolo, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Canale Rosaria Rita, Università di Napoli Parthenope<br />
Cangiani Michele, Università Ca’ Foscari Venezia<br />
Carrera Antonio Cuerpo, Università Complutense Madrid (Spagna)<br />
Jorge Carreto, Universidad Nacional Autonoma de Mexico (UNAM),<br />
Caselli Gianpaolo, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Castellano Rosaria, Università di Macerata<br />
Cesaratto Sergio,  Università di Siena<br />
Chiodi Guglielmo, Università di Roma 1<br />
Ciccone Roberto,  Università di Roma 3<br />
Contini Bruno, &#8220;S. Cognetti de Martiis&#8221; Università di Torino<br />
Costabile Lilia, Università di Napoli Federico II<br />
D’Ippoliti Carlo, Università di Roma 1<br />
De Cecco Marcello, Scuola Normale Superiore di Pisa<br />
De Muro Pasquale, Università di Roma 3<br />
De Vivo Giancarlo, Università di Napoli<br />
Devillanova Carlo, Università Bocconi Milano<br />
Luca Fantacci, Università Bocconi Milano<br />
Farina Francesco, Università di Siena<br />
Febrero Panos Eladio, Università di Castilla La Mancha (Spagna)<br />
Felice Emanuele, Università autonoma di Barcellona (Spagna)<br />
Fiorito Luca, Università di Palermo<br />
Forges Davanzati Guglielmo, Università del Salento<br />
Franzini Maurizio,  Università di Roma 1<br />
Saverio M. Fratini, Università di Roma 3<br />
Fubini Lia, Università di Torino<br />
Ghignoni Emanuela, Università di Roma 1<br />
Ginzburg Andrea, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Hodgson Geoffrey, Università di HertfordShire (RU)<br />
King John, La Trobe University, Melbourne (Australia)<br />
Krimpas George E., Università di Atene (Grecia)<br />
Lavoie Marc, Università di Ottawa (Canada)<br />
Enrico Sergio Levrero, Università di Roma 3<br />
Lombardi Mauro, Università di Firenze<br />
Loperato Francis Luiz C., Università di Campinas (Brasile)<br />
Lucarelli Stefano, Università di Bergamo<br />
Lugli Loris, già direttore IRES Emilia Romagna<br />
Lunghini Giorgio, Università di Pavia<br />
Maffeo Vincenzo, Università di Roma 1<br />
Marani Ugo, Università di Napoli Federico II<br />
Marcuzzo Maria Cristina, Università di Roma 1<br />
Mongiovi Gary, St.Johns University (USA)<br />
Morroni Mario, Università di Pisa<br />
Napolitano Oreste, Università di Napoli Parthenope<br />
Nuti Domenico Mario, Università di Roma 1<br />
Ofria Ferdinando, Università di Messina<br />
Madsen Ove  Mogens, Aalborg University (Danimarca)<br />
Pagano Ugo, Università di Siena<br />
Palazzi Paolo, Università di Roma 1<br />
Palumbo Antonella, Università di Roma 3<br />
Panico Carlo, Università di Napoli<br />
Park Man-Seop, Università di Seul (Corea del sud)<br />
Pastrello Gabriele, Università di Trieste<br />
Pennacchi Laura, Fondazione Basso<br />
Picchio Antonella, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Pivetti Massimo, Università di Roma 1<br />
Pugno Maurizio, Università di Cassino<br />
Ramazzotti Paolo, Università di Macerata<br />
Rangone Marco, Università di Padova<br />
Ravagnani Fabio, Università di Roma 1<br />
Realfonzo Riccardo, Università del Sannio<br />
Louis-Philippe Rochon, Laurentian University, Ontario (Canada)<br />
Rossi Sergio, Università di Friburgo (Svizzera)<br />
Saccareccia Mario, Università di Ottawa (Canada)<br />
Sacconi Lorenzo, Università di Trento (direttore Econmetica)<br />
Sau Lino, &#8220;S. Cognetti de Martiis&#8221; Università di Torino<br />
Sawyer Malcolm, Università di Leeds<br />
Schiattarella Roberto, Università di Camerino<br />
Solari Stefano, Università di Padova<br />
Stefania Gabriele, dirigente ricerca CNR<br />
Stirati Antonella, Università di Roma 3<br />
Stefano Sylos Labini, ENEA Roma<br />
Tiberi Mario, Università di Roma 1<br />
Travaglini Carlo, M., Università di Roma 3<br />
Tridico Pasquale Università di Roma 3<br />
Alfonso Vadillo, Facultad de Economía, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM)<br />
Vercelli Alessandro, Università di Siena<br />
Watt Andrew, Senior researcher European Trade Union Institute<br />
Zezza Gennaro Università di Cassino e Levy Institute (USA)</p>
<p>E&#8217; possibile aderire all&#8217;indirizzo <a target="_blank" href="http://documentoeconomisti.blogspot.com/">http://documentoeconomisti.blogspot.com/</a> .</p>
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		<title>L’Italia in serie A</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 15:12:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il declassamento del rating dell’Italia da parte di Standard &#38; Poor è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglo-sassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/italia-malata1.jpg" style="width: 283px; height: 255px" height="251" width="257" />Il declassamento del <em>rating</em> dell’Italia da parte di <em>Standard &amp; Poor</em> è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglo-sassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.<br />
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più Stati (semi)sovrani che resta peraltro un esito possibile, quanto l’abbassamento del prezzo di quei pezzi di patrimonio pubblico europeo che stanno per essere svenduti in Grecia, e che potrebbero esserlo in Italia. Se si riesce a convincere “i mercati” che uno Stato (semi)sovrano non è più in grado di ripagare i propri debiti attraverso la crescita del reddito, non resta che sperare di mettere le mani sulla parte più appetibile del patrimonio, ma per far ciò occorre prima svalutarlo il più possibile, in modo da spuntare un prezzo da saldi di fine stagione. Un’eco di tali preoccupazioni sembra aver guidato le parole del segretario generale  con delega alle privatizzazioni del Ministero delle finanze greco il quale, annunciando per i prossimi giorni la firma di tre accordi tra cui la vendita al settore privato dell’aeroporto di Atene, ha aggiunto che non è possibile vendere ai prezzi del 2008 quando l’economia greca si trova nelle condizioni in cui è.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dal canto suo, l’Unione europea sta facendo tutto quello che è umanamente possibile fare per favorire un esito del genere. A partire dalla primavera scorsa, in un susseguirsi convulso di eventi, prima la Commissione e il Consiglio hanno imposto la decisione di rendere molto più stringenti i vincoli ai bilanci degli Stati, poi la Banca centrale europea ha deciso unilateralmente che il peggio della crisi era passato, dunque si potevano aumentare i tassi di interesse; infine hanno deciso di comune accordo di istituire un fondo di salvataggio troppo esiguo per poter sostenere gli attacchi speculativi a paesi del calibro di Spagna e Italia, ma abbastanza cospicuo da attirare i pescecani della finanza che hanno azzannato alla gola la Grecia.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In realtà, se solo volesse, la Banca centrale europea potrebbe resistere da sola e senza problemi a qualunque attacco speculativo anche contro il terzo debito pubblico più alto del mondo come è quello italiano. Basterebbe, come in parte sta facendo, acquistare i titoli eventualmente venduti dagli speculatori e il prezzo di tali titoli si manterrebbe sufficientemente alto da non far diventare insostenibile il sentiero della spesa per interessi. D’altra parte, per quale altra ragione sarebbe valsa la pena per un paese rinunciare alla propria sovranità monetaria se non per godere del vantaggio di una Banca centrale più forte, ricca e indipendente degli istituti monetari nazionali? Annunci dunque pubblicamente la BCE che non tollererà attacchi speculativi alle obbligazioni dei paesi membri dell’Unione e contemporaneamente abbassi i tassi di interesse.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Con uno scenario finanziario meno volatile, i paesi membri dell’Unione potranno non solo rilassare, ma invertire di segno quelle politiche fiscali recessive che, come sta già accadendo in Grecia, sortiscono l’unico effetto di rendere più lunga e pesante la depressione economica in corso.  Secondo la Banca d’Italia<strong>[1]</strong> alla fine del 2009 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni ecc.) e di attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali, ecc.) è stimabile in circa 8.600 miliardi di euro (pag. 7); nello stesso studio si sottolinea come la distribuzione di tale ricchezza sia caratterizzata da un elevato grado di concentrazione<strong>[2]</strong> con la metà più povera delle famiglie italiane che a fine 2008 deteneva il 10% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco deteneva quasi il 45% della ricchezza complessiva (pag. 9). A fronte di un tale livello di diseguaglianza, una imposta – poniamo  - del 10% sui patrimoni della frazione più ricca delle famiglie italiane consentirebbe di ricavare circa 400 miliardi di euro con evidenti effetti redistributivi. Con il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, sarebbe possibile far utilizzare tecnologie di alto livello ad alcune migliaia di lavoratori, particolarmente giovani precari, da impegnare in uno straordinario programma di risanamento ambientale, cominciando col mettere in sicurezza i fiumi e i boschi di questo bel paese disastrato (anche) dal punto di vista ambientale. Così ci meriteremmo la serie A, quella vera.</p>
<p><em>*Università di Teramo.<br />
</em></p>
<h6>[1] La ricchezza delle famiglie italiane 2009, Supplementi al Bollettino Statistico, numero 67, Indicatori monetari e finanziari, Nuova serie, Anno XX, 20 Dicembre 2010</h6>
<h6>[2] I dati, riferiti all’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2008, sono pubblicati nel Supplemento al Bollettino Statistico “I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2008”, n. 8, Banca d’Italia, 2010</h6>
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		<title>Un&#8217;agenzia europea per il rating?</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 16:46:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come rendere realmente indipendenti e quindi possibilmente più veritiere le agenzie di rating che finora hanno sbagliato buona parte delle loro valutazioni e alimentato la speculazione? Una soluzione è semplice ma decisiva: spezzare il legame economico che li lega ai loro committenti e fare in modo che siano pagate non più da chi devono giudicare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/agenzie-di-rating2.jpg" height="342" width="342" />Come rendere realmente indipendenti e quindi possibilmente più veritiere le agenzie di rating che finora hanno sbagliato buona parte delle loro valutazioni e alimentato la speculazione? Una soluzione è semplice ma decisiva: spezzare il legame economico che li lega ai loro committenti e fare in modo che siano pagate non più da chi devono giudicare, cioè dalle corporations, ma da un&#8217;agenzia pubblica in base a criteri completamente neutrali. In Europa un&#8217;agenzia pubblica indipendente potrebbe estrarre a sorte le società di rating assegnate ai vari clienti, pagarle di tasca propria, e nominarle solo a rotazione presso i clienti e per periodi di tempo limitati (magari tre anni). In questo modo si romperebbe la relazione incestuosa e maleodorante tra controllore e controllato. Inoltre l&#8217;agenzia pubblica dovrebbe controllare e certificare il lavoro svolto dalle società di rating per orientare al meglio il mercato e tutelare così il risparmio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le agenzie di rating – che valutano l&#8217;affidabilità delle aziende, degli enti, degli stati e dei loro titoli, e che valutano se i loro clienti sono in grado di ripagare o meno i loro debiti – sono criticate per moltissimi motivi: perché in generale danno giudizi quasi sempre positivi  alle aziende private (anche quelle che magari sono presto destinate al fallimento) mentre quasi sempre condannano gli stati e i titoli pubblici; perché costituiscono un monopolio mondiale – le prime tre, Standard &amp; Poor&#8217;s, Moody&#8217;s e Fitch, controllano circa il 95% del mercato-. Perché sono in prevalenza americane e sono considerate la “longa manus” della speculazione anglosassone; perché guadagnano profitti enormi (generalmente hanno un margine superiore al 50%); perché hanno clamorosamente sbagliato assegnando valori massimi di affidabilità a titoli spazzatura o addirittura tossici – come nel caso dei derivati dei subprime -. Perché hanno dato il voto massimo (tripla A) a Lehman Brothers pochi giorni prima che la banca d&#8217;affari fallisse trascinando quasi tutto il mondo nella sua crisi; perché invece continuano ad abbassare il rating degli stati che cercano di rimettere i loro conti a posto, mettendoli sempre più a rischio, fino a condurli quasi al fallimento, come nelle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La critica maggiore e più eclatante riguarda però il rapporto incestuoso con i loro clienti: infatti le agenzie sono notoriamente pagate da chi giudicano, cioè dai venditori di titoli e non dai compratori. Il conflitto di interessi è tanto più clamoroso e negativo considerando che 1) spesso le agenzie suggeriscono ai loro clienti come emettere i titoli in modo da ottenere (da loro stesse&#8230;..) il rating più alto 2) le agenzie fanno capo a società finanziarie private. Capital World Investors, una delle più grandi società di gestione del risparmio negli Stati Uniti, ha una quota di poco superiore al 12% sia in Standard &amp; Poor&#8217;s che in Moody&#8217;s. E Moody&#8217;s ha tra i primi soci di riferimento la Berkshire Hathaway, che a sua volta è in mano a Warren Buffet, il notissimo speculatore ottantenne tra i primissimi nella lista degli uomini più ricchi del mondo. Quindi le agenzie fanno capo a società finanziarie e speculative. Il conflitto di interesse è stupefacente!</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema più drammatico consiste nel fatto che le agenzie di rating hanno un ruolo preponderante nel sistema finanziario globale e svolgono un&#8217;attività a cui le maggiori autorità di controllo attribuiscono un valore semi-legale: infatti determinate tipologie di investitori devono per legge o per statuto “obbedire” ai rating delle agenzie e pilotare in questo modo i loro investimenti. Per esempio, un fondo pensione non può investire se non in titoli che abbiano affidabilità e rating elevati, per non mettere a rischio i fondi degli associati. Se allora un&#8217;agenzia “condanna” la Grecia, l&#8217;Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l&#8217;Italia, automaticamente il fondo pensioni deve disinvestire i titoli che ha in portafoglio di quei paesi. La stessa Banca Centrale Europea accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche europee sulla base dei giudizi …. delle società di rating. Così, a causa del fatto che le autorità regolamentari della finanza globale hanno delegato alle agenzie di rating il potere di guidare gli investimenti, le profezie si autoavverano. E gli speculatori possono facilmente scommettere sul fallimento di uno stato contando sul giudizio delle controverse agenzie. Quindi ha ragione chi, come recentemente Vincenzo Comito, suggerisce di togliere ai rating delle società private il valore ufficiale che purtroppo le stesse autorità di regolamentazione hanno concesso loro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Inoltre molti economisti insistono perché anche l&#8217;Unione Europea abbia una sua agenzia pubblica. A mio parere questa agenzia pubblica non dovrebbe semplicemente affiancarsi a quelle americane già esistenti, cercando magari di essere più imparziale e affidabile. Del resto un&#8217;agenzia europea (anche se privata) esiste già: Fitch è infatti controllata dalla holding francese Financie&#8217;re Marc de Lacharrie&#8217;re, che fa capo al finanziere d&#8217;oltralpe Marc Eugene Charles Ladreit de Lacharrie&#8217;re. Ma Fitch non si distingue molto dalle due più grandi sorelle americane.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Occorre perciò sottolineare con forza che l&#8217;attività di rating deve difendere il risparmio del pubblico e che quindi deve diventare una funzione eminentemente pubblica. Quale potrebbe essere allora la soluzione? Nel mio saggio “Il bene di tutti. L&#8217;economia della condivisione per uscire dalla crisi”<strong>[1]</strong> suggerisco che le aziende, e in generale tutti gli enti che desiderano emettere titoli e chiedono la valutazione da un&#8217;agenzia di rating, debbano pagare obbligatoriamente una quota all&#8217;agenzia pubblica europea – una quota rapportata per esempio al loro fatturato e/o al valore dei titoli che intende emettere -. Questa poi assegnerebbe alle agenzie di rating il lavoro di valutazione sui titoli e, alla fine del loro lavoro, giudicherebbe la congruità dei rating in base a criteri predefiniti, trasparenti e quanto più possibile oggettivi. Il rating avrebbe un valore ufficiale solo se confermato dall&#8217;agenzia pubblica indipendente, mentre il giudizio privato e di parte non avrebbe più alcun valore formale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione: innanzitutto le società di rating non sarebbero più pagate dalle aziende ma dall&#8217;agenzia pubblica europea e così l&#8217;incesto cesserebbe. Inoltre l&#8217;agenzia pubblica avrebbe la possibilità (e il dovere) di controllare in maniera trasparente i giudizi emessi dai professionisti delle tre grandi società di rating. Le quali a turno si avvicenderebbero presso il medesimo cliente dopo un periodo di tempo abbastanza limitato – per esempio ogni 3 anni – in maniera tale da recidere davvero per sempre i legami pericolosi tra controllore e controllato. E gli operatori di mercato avrebbero finalmente una bussola ufficiale, quella dell&#8217;agenzia pubblica indipendente, per pilotare i loro investimenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questa proposta rappresenta una riforma di buon senso, semplice da pensare ma difficile da attuare. Costituisce un modo (apparentemente) semplice ma efficace per tagliare le unghie alla speculazione e difendere i risparmi. Il problema è che il potere delle società di rating è straripante. Ma all&#8217;Europa conviene muoversi in questa direzione per difendere l&#8217;euro. Tra l&#8217;altro questa riforma aprirebbe la strada alla riforma di un altro settore analogo, dove cioè le “relazioni pericolose” con i clienti contano moltissimo, quello della certificazione dei bilanci.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Giornalista economico e saggista</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span">[1]“Il bene di tutti. L&#8217;economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011.</span></p>
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		<title>Il dibattito economico su globalizzazione e distribuzione</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Aug 2011 18:14:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Diverse voci autorevoli[1] hanno documentato la progressiva caduta nella quota di reddito destinata a remunerare il lavoro (labor share) che si registra a partire dagli anni Ottanta nei Paesi industrializzati e in modo accentuato nell’Europa continentale. Tra le spiegazioni generalmente avanzate in letteratura per comprendere tale fenomeno si fa spesso riferimento alla globalizzazione dei mercati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/carbon_market.jpg" style="width: 269px; height: 203px" height="401" width="562" />Diverse voci autorevoli<strong>[1]</strong> hanno documentato la progressiva caduta nella quota di reddito destinata a remunerare il lavoro (<em>labor share</em>) che si registra a partire dagli anni Ottanta nei Paesi industrializzati e in modo accentuato nell’Europa continentale. Tra le spiegazioni generalmente avanzate in letteratura per comprendere tale fenomeno si fa spesso riferimento alla globalizzazione dei mercati, la quale avrebbe avuto ripercussioni negative sulle retribuzioni e/o sui tassi occupazionali, soprattutto dei lavoratori poco qualificati. In particolare, il legame tra andamento del <em>labour share</em> e globalizzazione nasce dall’osservazione che la progressiva caduta nella quota di reddito destinata al lavoro è coincisa con l’ integrazione delle economie dei Paesi industrializzati con i Paesi di nuova industrializzazione (NIC).</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">L’approccio standard nell’analizzare gli effetti del commercio internazionale si propone di studiare in che modo l’apertura agli scambi internazionali incida sulle quote distributive e sulle remunerazioni di lavoro e capitale con riferimento a modelli teorici secondo cui ciascun Paese si specializza in quelle produzioni in cui ha un vantaggio comparativo<strong>[2]</strong>. Ad esempio, i Paesi industrializzati si specializzerebbero nella produzione di beni ad alta intensità capitalistica per cui la remunerazione e l’utilizzo del lavoro tenderebbe a ridursi.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><strong>Il teorema di Heckscher-Ohlin<br />
</strong>Tale teorema individua alcuni criteri in base ai quali un Paese deciderebbe di esportare un bene piuttosto che un altro. Tra le numerose ipotesi avanzate vi è quella che tutti i paesi dispongano delle stesse tecnologie, che in tutti i paesi vi sia pieno impiego del lavoro (cioè non c’è disoccupazione) e pieno utilizzo della capacità produttiva e in ciascun Paese il valore totale delle importazioni pareggi il valore totale delle esportazioni.
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Sulla base delle assunzioni appena esposte si argomenta che un Paese diviene esportatore del bene nella produzione del quale viene impiegato più intensamente il fattore produttivo (lavoro o capitale) di cui si dispone in modo relativamente più abbondante e meno costoso e diviene importatore del bene nella produzione del quale viene impiegato in modo relativamente più intenso il fattore di cui si dispone in modo relativamente minore o più costoso.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><strong>Il teorema del pareggiamento dei prezzi dei fattori</strong><br />
Il teorema del pareggiamento dei fattori<strong>[3]</strong> implica che la conseguenza inevitabile del tipo di scambio internazionale descritto attraverso il teorema di Heckscher-Ohlin è l’uguaglianza delle remunerazioni di capitale e lavoro tra i due Paesi. Tale risultato è derivato dal seguente ragionamento: in seguito al commercio internazionale nel paese dove il capitale è relativamente più abbondante la specializzazione internazionale verso i beni nella cui produzione si usa più intensamente il capitale porta ad una caduta dei salari mentre nel paese dove il lavoro è relativamente più abbondante tende a diminuire, per ragioni simmetriche, la remunerazione del capitale.
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Se la maggior parte della letteratura economica riconosce un ruolo fondamentale a tali modelli per comprendere l’andamento delle quote distributive del reddito, la loro effettiva portata viene ridimensionata dall’individuazione di alcuni limiti teorici ed empirici. Sul piano teorico, si deve tener conto della scarsa plausibilità delle premesse, quali pieno impiego e accesso alle stesse tecnologie. Inoltre, la presenza del capitale tra le dotazioni iniziali dei paesi solleva diversi problemi. In primo luogo va menzionata l’ impossibilità di misurare il valore del capitale prima di conoscere la distribuzione del reddito. In secondo luogo bisogna osservare che la relazione tra l’intensità fattoriale e l’andamento del saggio di profitto non è necessariamente monotona: vale a dire, al crescere del saggio di profitto un settore a relativa maggior intensità di capitale puo’ divenire a minor intensità di capitale e viceversa<strong>[4]</strong>. Sul piano empirico, si deve osservare che nei teoremi suddetti vengono trascurati alcuni elementi importanti, <em>in primis</em> il volume effettivo dei commerci<strong>[5]</strong>. Infatti, una gran parte degli scambi commerciali internazionali avviene tra le economie più industrializzate, cioè tra economie che hanno una dotazione di capitale simile e non tra queste e i Paesi di nuova industrializzazione, cosicché una quota consistente delle importazioni dei paesi industrializzati è costituita da beni ad alta intensità di capitale<strong>[6]</strong>. La teoria di Heckscher-Ohlin potrebbe essere rilevante solo per gli effetti degli scambi tra Paesi che presentano ampie differenze nelle dotazioni dei fattori e che quindi tendono a specializzarsi nella produzione di beni distinti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Alcuni autori rilevano che il commercio internazionale influirebbe sul prezzo del lavoro in quanto modificherebbe l’ elasticità della domanda di lavoro rispetto a variazioni del salario, rendendo il fattore lavoro domestico più sostituibile con il fattore lavoro estero<strong>[7]</strong>. Variazioni nella elasticità della domanda di lavoro sarebbero indotti non solo dallo scambio con i NIC ma anche dalla stessa integrazione dei mercati dei Paesi economicamente più avanzati. Considerare le variazioni della elasticità della domanda piuttosto che solamente dei prezzi permetterebbe quindi di incorporare gli effetti del commercio tra i Paesi OECD, che verrebbero invece trascurati applicando i modelli suesposti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Interpretazioni alternative, invece, osservano che un ruolo determinante nell’evoluzione della distribuzione funzionale del reddito negli ultimi decenni sarebbe stato giocato da fattori diversi rispetto a quelli fin qui menzionati e riconducibili in ultima istanza ad elementi istituzionali. Certe impostazioni teoriche<strong>[8]</strong> si concentrano su un elemento che, tra tutti, si ritiene caratterizzi il moderno processo di globalizzazione, distinguendolo, ad esempio, dall’integrazione dei mercati dei primi anni del Novecento: il diverso grado di mobilità internazionale del fattore capitale rispetto al fattore lavoro. La diversa mobilità dei fattori produttivi viene ritenuta un elemento cruciale che potrebbe spiegare la contrazione della quota di reddito destinata al lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Al riguardo, un argomento avanzato è il così detto <em>race to the bottom</em> dei salari, ossia la tendenza dei salari, soprattutto dei lavoratori poco qualificati, ad essere schiacciati in seguito alla pressione esercitata dai bassi salari presenti nelle economie di recente industrializzazione. La mobilità del capitale a livello internazionale può contribuire alla stagnazione dei salari se le imprese trasferiscono le produzioni ad alta intensità di lavoro poco qualificato in Paesi dove possono trovare forza lavoro a basso prezzo<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Tale aspetto sarebbe strettamente legato alla questione relativa agli effetti della globalizzazione sulla forza contrattuale delle parti sociali. Se la forza contrattuale dei lavoratori dipende da una serie di fattori, tra cui il costo che il capitale deve sopportare per poter trasferirsi altrove, la mobilità del capitale ridurrebbe sensibilmente la capacità del lavoro di ottenere parte del reddito aggregato prodotto<strong>[10]</strong>. La relativa facilità di investimenti e delocalizzazioni verso Paesi caratterizzati da una forza lavoro relativamente meno pagata e con una scarsa rappresentanza sindacale si tradurrebbe<strong>[11]</strong> in un maggior potere contrattuale delle imprese, le quali possono decidere di trasferire altrove la produzione in caso di rivendicazioni da parte dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">In conclusione, la teoria standard del commercio internazionale predice che la globalizzazione possa aver determinato nei paesi industrializzati una contrazione della remunerazione del lavoro, in particolare di quello poco qualificato, poiché questo sarebbe relativamente più costoso nelle economie industrializzate piuttosto che nelle economie di nuova industrializzazione. Una serie di limiti di tipo teorico e empirico sembrano, però, arginare l’effettiva portata di tali argomenti. Impostazioni diverse abbandonano l’approccio tradizionale e si richiamano maggiormente all’esistenza di un conflitto distributivo, osservando che la globalizzazione potrebbe aver inciso sulla natura del conflitto distributivo tra capitale e lavoro, a discapito di quest’ultimo.</p>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">[1] World Economic Outlook, Spillovers and Cycles in the Global Economy, April 2007, 167<br />
[2] Si veda Gandolfo, Giancarlo. Elementi di economia internazionale. Torino: UTET, 2002; Salvatore, Dominick. Economia internazionale. Roma: Carocci, 1999.<br />
[3] Samuelson, “International Trade and the Equalization of Factor Prices.” Economic Journal , 58 n. 230 (1948): 163-184.<br />
[4] Si veda Steedman I. (1979) Trade amongst Growing Economies, Cambridge: CUP; Steedman I. (ed.) (1979) Fundamental Issues in Trade Theory, Macmillan, London; S. Cesaratto (2011), Harmonic and Conflict Views in International Economic Relations: a Sraffian view.<br />
[5] Krugman, Paul. “Growing Trade: Causes and Consequences.” Brooking Paper of Economic Activitiy, n.1 (1995): 327-377.<br />
[6] Nel World Economic Outlook, Spillovers and Cycles in the Global Economy, April 2007, p.166 si legge: “the bulk of advanced economies’ import still comes from other advanced economies and likely includes more skilled rather than unskilled products”.<br />
[7] Slaughter, Matthew J. “International Trade and Labor-Demand Elasticity.” NBER Working Paper Series n. 6262 (1997).<br />
[8] Tra gli altri si veda Rodrik, Dani. “Capital Mobility and Labor.” Harvard University. (1998).<br />
[9] Rama, Martìn. “Globalization, Inequality and Labor Market Policies.” The World Bank, June 2001.<br />
[10] Harrison, Ann E. “Has Globalization eroded Labor Share? Some Cross-Country Evidence.” UC Berkeley and NBER, October 2002.<br />
[11] Pollin, Robert. Contours of Descent: U.S. Economic Fractures and the Landscape of Global Austerity. London: Verso Press, 2003.</h6>
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		<title>Chi salverà l&#8217;America dal debito?</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 15:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. Chi salverà l’America?
Perdite pesanti e pronunciata volatilità nelle borse di tutto il mondo, ma soprattutto più di 22 milioni di disoccupati nell’Unione Europea, quasi 14 milioni negli Stati Uniti, e più di 200 milioni nel mondo (stime ILO), per limitarci alle cifre che non includono lavoratori sotto-occupati e scoraggiati (soprattutto giovani). Questa è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><u><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/obama_bandiera_usa_jpg_415368877.jpg" style="width: 256px; height: 139px" height="230" width="436" /></u><em>1. Chi salverà l’America?</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Perdite pesanti e pronunciata volatilità nelle borse di tutto il mondo, ma soprattutto più di 22 milioni di disoccupati nell’Unione Europea, quasi 14 milioni negli Stati Uniti, e più di 200 milioni nel mondo (stime ILO), per limitarci alle cifre che non includono lavoratori sotto-occupati e scoraggiati (soprattutto giovani). Questa è la fotografia dell’economia mondiale nell’estate del 2011, un’economia ferita da un’implosione che è partita dalle sue due aree più economicamente avanzate e anche quelle, dovremmo presumere, più culturalmente attrezzate per trovare soluzioni efficaci che riportino crescita e prosperità, coniugando le preziose lezioni del passato con le nuove sfide della tecnologia e dell’ambiente. E si tratta ormai anche di qualcosa di più: dar prova che l’economia di mercato è governabile prima che qualcuno cominci seriamente a dubitarlo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma quel che i leader dell’economia e della politica hanno prodotto fin qui è una ricetta confusa, contradittoria, che non riesce a guadagnarsi la fiducia di chi è più colpito dalla crisi, e cioè lavoratori e imprese che invece si aspettano risposte risolute ed efficaci, almeno nel campo del governo dell’economia, dove la politica non può permettersi di fallire.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Partiamo dal cuore dell’economia mondiale, che è ancora l’economia americana. Il congresso degli Stati Uniti ha dato uno spettacolo poco edificante con la lunga e inconcludente trattativa sul debito pubblico, in cui l’opposizione ha ricattato il Presidente, e il Presidente nulla ha fatto per sottrarsi al ricatto e rilanciare la propria leadership, che sta rapidamente evaporando. L’opposizione repubblicana ha pensato bene di giocare duro in vista delle elezioni presidenziali e ha ottenuto un impegno al taglio della spesa in cambio del voto di un provvedimento di routine, quello che periodicamente aggiorna il valore nominale dei titoli che il Tesoro americano è autorizzato ad emettere. Qualcuno ha sperato in un colpo d’ala di Obama che avrebbe potuto invocare la Costituzione e  mettere all’angolo i repubblicani del tea party. Non è accaduto.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E siccome nel 2006 l’allora Senatore Obama aveva attaccato l’eccessivo debito pubblico (quando era di 5mila miliardi inferiore ad ora) in occasione di una molto meno drammatica scadenza del rinnovo del limite del debito, non ce ne possiamo sorprendere. Chi aveva pensato che il pacchetto Obama del 2009 fosse una convinta politica di rilancio del paese ha dovuto ricredersi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È vero: la differenza tra spesa pubblica e introiti fiscali (in percentuale di pil) è raddoppiata negli ultimi tre anni, ma non tanto a causa dei limitati provvedimenti fiscali, quanto degli inevitabili effetti ciclici. Sarà bene ricordarne il meccanismo: il disavanzo contabile di qualunque stato è destinato inseorabilmente ad aumentare quando si perdono posti di lavoro. E quanti più posti di lavoro spariscono, tanto più cresce il disavanzo. Si perde il lavoro, spariscono i redditi, la base imponibile si riduce, gli introiti fiscali inevitabilmente si contraggono, e il disavanzo fiscale aumenta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È questa la maniera, ruvida e aspra, in cui l’economia monetaria si difende dal collasso totale. Quando i redditi calano, il disavanzo che viene automaticamente prodotto contribuisce a rallentare la caduta. Esso corrisponde, dollaro per dollaro, a un maggior risparmio di famiglie e imprese: denaro speso dallo stato presso i privati e non tassato. Se si è pazienti abbastanza, la domanda e il reddito riprendono un po’ di vigore. È ciò che accadrà negli Stati Uniti se il disavanzo continuerà sugli attuali livelli.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il problema è che su questa situazione già difficile la politica non sembra trovare di meglio che tagliare la spesa e aumentare le tasse, inceppando il meccanismo automatico: è come far violentemente cadere qualcuno mentre sta andando a farsi curare una gamba rotta!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>2. Il downgrading alla prova del mercato<br />
</em>
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Molti americani hanno scoperto quest’anno l’esistenza del ‘tetto del debito’. La drammaticità della trattativa li ha convinti che il governo sia a corto di soldi, che i politici buttino a mare la ricchezza del paese, e che presto dovranno elemosinare aiuti finanziari dai cinesi. Il guaio è che Standard&amp;Poor, con un linguaggio appena più sofisticato, dice la stessa cosa.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È piuttosto bizzarro: nei corsi di primo anno di economia si studia che uno stato che ha potere di emettere moneta è sempre in grado di pagare i propri debiti espressi in valuta nazionale, e il suo debito è per definizione ‘risk-free’. Lo stato potrà commettere altri danni, compresa una politica inflazionistica, ma nulla può impedire allo stato di ripagare i propri debiti. Abbiamo visto governi sospendere i rimborsi o gli interessi perchè il debito era denominato in valuta estera, o perchè vincolati da politiche di cambio fisso con valute straniere. Ma il debito degli Stati Uniti è in dollari e non è vincolato da cambi fissi. L’unico motivo che può impedire agli Stati Uniti di onorare puntualmente i propri obblighi è una legge e un voto che impongano un default politico!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">S&amp;P avrebbe potuto dirlo chiaramente: Finchè esiste il tetto al debito, gli Stati Uniti possono fallire: non perchè ‘hanno finito i soldi’, ma perchè la politica lo può insensatamente volere; eliminando quella legge che risale al sistema auero, il debito USA riacquisterà la tripla A. Ma nella relazione che spiega la decisione, S&amp;P nota invece che il problema è proprio quello di finire i soldi (il tutto più sofisticatamente argomentato con riferimento al rapporto debito/pil giudicato ‘insostenibile’).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E arriviamo a lunedì 8 agosto mattina a Wall Street: Standard &amp; Poor ha appena degradato il merito di credito degli Stati Uniti da AAA ad AA+. Cosa mai succederà al prezzo dei titoli del Tesoro americano? Il tesoro troverà più costoso finanziarsi? Dovrà offrire tassi più alti?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ed ecco che arrivano le quotazioni dei mercati: il prezzo sale, i rendimenti scendono! Il mercato boccia S&amp;P. Ha già troppo creduto ai rating quando i titoli spazzatura avevano la tripla A. Il mercato non crede al rischio di default ma valuta piuttosto una cosa: l’accordo del Congresso ha ulteriormente ridotto le possibilità che la Casa Bianca con uno scatto d’orgoglio annunci riduzioni di tasse o altri provvedimenti che creino posti di lavoro. E dunque, siccome una nuova recessione è ora piu probabile della ripresa, le attese di tassi futuri più bassi spiegano il calo dei rendimenti sui titoli del Tesoro americano. Attese regolarmente confermate dall’annuncio della Fed nei giorni successivi: niente rialzi dei tassi fino al 2013.</p>
<p><em>3. Perchè mai partire dalla riduzione del debito?<br />
</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La capacità produttiva degli Stati Uniti non è in crisi. La scomparsa di 8 milioni di posti di lavoro in tre anni non è la conseguenza di un improvviso crollo delle risorse reali americane. È piuttosto l’esito di un drammatico calo della domanda. I redditi non sono alti abbastanza da consentire alle famiglie di acquistare i beni che la produttività non sfruttata e la forza lavoro non occupata consentirebbero di produrre. L’economia monetaria e finanziaria sta strozzando l’economia reale grazie a una politica confusa: da un parte si auspicano aiuti all’economia, e dall’altra si teme il disastro dei conti pubblici.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma cosa è davvero un debito non sostenibile? L’unica malcerta definizione in economia è quando il debito cresce rispetto al pil. Siccome la storia del rappoto debito/pil americano è una storia di cicli in su e in giù, ciò equivale a dire che il debito non è sostenibile quando sale e diventa di nuovo sostenibile quando scende. Totò non potrebbe fare di meglio!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma si dice: Non potrebbe fallire lo stato americano?  No, a meno che il Congresso non prenda la decisione politica di farlo!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E non potrebbe lo stato federale creare intenzionalmente inflazione? Sì che potrebbe, ma solo se il disavanzo crescesse a fronte di un’economia ormai robusta e prospera dove la domanda supera l’offerta. E siamo ben lontani!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma si dice ancora: anteporre l’obiettivo dell’occupazione alla riduzione del debito non ci si ritorcerà contro? Al contrario. La crescita dell’occupazione ha l’effetto di ridurre i disavanzi e il debito.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma non potremmo allora scegliere una via di mezzo che risani i conti pubblici fornendo qualche sollievo fiscale alle banche e alle imprese così da aiutarle a far prestiti e a produrre? No: per questa strada non si alimenta la domanda. Occorre invece fare concessioni fiscali importanti alle famiglie, quelle con la maggior propensione al consumo, ovvero quelle a basso reddito: se queste stanno meglio, le imprese venderanno di più e le banche si rivedranno rimborsati i mutui.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Nei primi anni ’80 (molti degli economisti che in quegli anni si stavano formando lo ricorderanno), Ronald Reagan conquistò la Casa Bianca con la promessa del pareggio di bilancio. Un giorno, alla domanda “come assorbire la disoccupazione di 12 milioni di persone?’ Reagan rispose che la disoccupazione sarebbe scomparsa in una notte se solo ciascuna delle 12 milioni di imprese americane avesse assunto un addetto. Le imprese non seguirono il consiglio del presidente, privilegiando il proprio legittimo interesse: dopotutto, al bene nazionale deve pensare la politica, non il singolo. E alla fine, Reagan ridusse le tasse e fece crescere rapidamente la spesa militare. La recessione, com’era prevedibile, finì.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Possibile che solo le spese militari riescano a relegare in seconda fila l&#8217;obiettivo della sostenibilità del debito? E che l’obiettivo della piena occupazione, che è poi una condizione per accrescere la stabilità finanziaria e la sicurezza interna (vedi l’Inghilterra di questi giorni), non meriti mai un posto di prima fila?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">* <em>Franklin College e Università Cattolica</em></p>
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		<title>I mercati finanziari, braccio armato della politica fiscale europea</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 13:38:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I paesi dell’Unione Monetaria Europea dopo  la crisi finanziaria  del 2007 possono ritenersi divisi in due blocchi principali sulla base alla loro capacità di rispettare le prescrizioni di politica fiscale derivanti dal Trattato di Maastricht e di ricollocare i titoli pubblici sul mercato. Da un lato i paesi “virtuosi” e, dall’altro, i paesi cosiddetti PIIGS [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img hspace="-1" vspace="0" border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-canale.jpg" style="width: 385px; height: 346px" height="404" width="611" />I paesi dell’Unione Monetaria Europea dopo  la crisi finanziaria  del 2007 possono ritenersi divisi in due blocchi principali sulla base alla loro capacità di rispettare le prescrizioni di politica fiscale derivanti dal Trattato di Maastricht e di ricollocare i titoli pubblici sul mercato. Da un lato i paesi “virtuosi” e, dall’altro, i paesi cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) a cui viene chiesto di ridurre deficit e debito in modo considerevole al fine di prevenire attacchi speculativi e preservare la stabilità finanziaria dell&#8217;Unione valutaria.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La Politica fiscale in Europa ha seguito – nonostante dal punto di vista formale sia rimasta immutata – tre fasi diverse: al principio all’atto della nascita dell’Unione Valutaria nel 1999 appariva estremamente rigida; di seguito si è scelto di essere tolleranti verso i paesi che oltrepassavano i limiti previsti dal Patto di Stabilità a Crescita in caso di particolari difficoltà di crescita (Ecofin 2005) e attualmente è stata annunciata nel Consiglio europeo del 23 e 24 marzo del 2011 una nuova fase di maggiore rigidità.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il consiglio ha dichiarato che per l&#8217;anno 2012 il rapporto deficit/PIL deve rimanere dentro i limiti del 3% e nei casi di elevato debito pubblico, la strategia deve essere molto rigida al fine di consolidare la tendenza riduzione del debito pubblico.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Durante il periodo successivo alla crisi finanziaria molti paesi UME sono stati costretti ad utilizzare la politica fiscale e gli stabilizzatori automatici per ridurre gli shock sul reddito e per contrastare la carenza di domanda aggregata. L’incremento del deficit è stato, perciò, per un certo periodo di tempo, un’esperienza condivisa. Ora che la crescita è ripresa a macchia di leopardo, alcuni paesi hanno di nuovo una finanza pubblica giudicata insostenibile dalle agenzie di rating ed hanno elevate difficoltà a rispettare il Patto di Stabilità e Crescita.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">I PIIGS attualmente vivono sotto la minaccia di attacchi speculativi verso il loro debito pubblico. La convinzione comune è che gli attacchi speculativi dipendano dalla probabilità di fallimento. Per questo motivo ovvero a causa del maggior rischio, i mercati finanziari, per sottoscrivere nuovo debito o rinnovare quello arrivato a scadenza, richiedono rendimenti più elevati in rapporto a quelli tedeschi, considerati il riferimento della sicurezza.</p>
<p> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-1-canale.jpg" style="width: 531px; height: 313px" height="316" width="643" /></p>
<h6>Figura 1a. Rendimenti dei titoli pubblici a 10 anni gennaio 2006-Aprile 2011. Fonte: BCE</h6>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Tuttavia, quando si considera il caso di un paese – e non di una impresa - le considerazioni da effettuare per valutare la possibilità che il paese non paghi il suo debito sono assai più complesse. Fare default, come si dice in gergo, significa, qualunque forma esso assuma: 1) non potersi più presentare sui mercati finanziari per molto tempo; 2) vedere crescere i tassi d’interesse e ridurre la domanda aggregata; 3) vedere aumentata l’inflazione interna e ridotto il potere di acquisto dei lavoratori; 4) uscire probabilmente dall’euro, vedendo crescere il costo dei beni importati</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Fare default significa perciò sopportare - almeno fintanto che l’eventuale uscita dall’euro non incrementi significativamente le esportazioni – una contrazione della domanda aggregata più elevata di quella che paesi come la Grecia sono costretti a sopportare per rispettare le condizioni imposte dal FMI e dal Consiglio Europeo. Un governo, con un mandato di breve periodo, eletto dai residenti interni, piuttosto che decidere di fallire, con ogni probabilità sceglierà di massacrare i propri elettori con restrizioni fiscali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Sorge perciò l’interrogativo: se assumiamo che i PIIGS proveranno ad opporsi al default in tutti i modi per quale motivo i differenziali di rendimento rispetto ai titoli tedeschi richiesti dai mercati finanziari sono aumentati imponendo percorsi di rientro così costosi?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La figura 2 mostra la quota del debito pubblico totale detenuto all’estero per i 5 paesi PIIGS alla fine del 2009, quando gli attacchi speculativi sono cominciati.</p>
<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2-canale.jpg" style="width: 547px; height: 404px" height="408" width="618" /></p>
<h6>Figura 2. Quota del debito pubblico detenuto all’estero per i paesi PIIGS. Elaborazioni su dati BCE e World Bank.</h6>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">I tre paesi già sottoposti ad attacchi speculativi - Grecia, Irlanda e Portogallo - appaiono avere la quota di debito detenuta all’estero più elevata.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Quando il debito è detenuto all’estero i costi della restrizione fiscale non ricadono sugli stessi soggetti che beneficiano della sua restituzione e dei maggiori rendimenti pagati.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Accade perciò che gli operatori finanziari stranieri speculino, principalmente ricorrendo ai <em>credit default swap</em>, finendo per spinngere nella stessa direzione delle procedure di deficit eccessivo (EDP) previste dal Patto di Stabilità e Crescita e imponendo percorsi di rientro che comportano costi sociali elevatissimi in attesa – come sostiene il mainstream – di una maggiore crescita nel lungo periodo (quando, come ha detto qualcuno, “saremo tutti morti”).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Quello che accade alla Grecia e che minaccia di riguardare anche l’Italia - concessione di aiuti in cambio di pesantissimi tagli alla presenza del settore pubblico nell’economia - più che una forma di aiuto, sembra essere un modo, di certo miope, di garantire il rispetto delle regole scelte dai paesi forti, che lasciano fare in modo strumentale ai mercati finanziari in assenza di un accordo politico sulle regole di politica fiscale. Lasciano fare, però, fino ad un certo punto perché temono l’effetto contagio e le ripercussioni sulle proprie banche che ne detengono i titoli.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Assisteremo perciò – a meno di una complessiva rimessa in discussione delle regole di politica economica in Europa – ad un continuo tiro alla fune: da un capo la Grecia o Irlanda, Portogallo, Italia, Spagna, che proveranno  ad ottenere migliori condizioni e dall’altro capo i paesi forti che proprio sul punto in cui i telegiornali annunceranno un prossimo fallimento si mostreranno improvvisamente disponibili a concedere nuovi “aiuti”, attraverso il meccanismo <em>discrezionale </em>del “Fondo salva-Stati”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Succede quindi che mentre la struttura della politica fiscale europea espone i paesi periferici all’attacco della speculazione, i mercati finanziari svolgono il loro ruolo nel guadagnare dalle difficoltà.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">I mercati finanziari, pertanto, mentre l&#8217;Europa sta ancora discutendo sulla nascita di un meccanismo <em>automatico </em>europeo di stabilizzazione finanziaria - previsto dal Consiglio Europeo del 23 e 24 marzo 2011, ma non operativo - rappresentano il “braccio armato” del Patto di Stabilità e Crescita, costringendo i PIIGS alle politiche fiscali restrittive.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Impongono perciò prescrizioni senza avere alcuna sovranità fiscale (de Grauwe 2011) con il probabile risultato di comprare a prezzi stracciati attività pubbliche remunerative che il paese è costretto a mettere in vendita: in fondo anche questa può ritenersi un modo per realizzare la tanto agognata “integrazione” economica.</p>
<h6>Bibliografia<br />
Arestis, P. and M. Sawyer (2003)<em> Macroeconomic policies of the Economic Monetary Union: Theoretical underpinnings and challenge</em>, Working Paper no. 385, The Levy Economics Institute of Bard College, NY.<br />
Arestis, P., K. McCauley and M. Sawyer (2001),  “Commentary. An alternative stability pact for the European Union”,<em> Cambridge Journal of Economics</em>, 13: 13-130.<br />
Arezki, R, B Candelon, and A Sy (2011), “Sovereign Rating News and Financial Markets Spillovers: Evidence from the European Debt Crisis”, IMF Working Paper, 11/69, March<br />
Davidson P. 2008. “Is the Current Financial Distress Caused by the Subprime Mortgage Crisis a Minsky Moment? Or Is It the Result of Attempting to Securitize Illiquid Non commercial Mortgage Loans?” <em>Journal of Post Keynesian Economics </em>30, no. 4 (Summer): 669-676.<br />
De Grauwe P. (2010) <em>How to embed the Eurozone in a political union</em>, in VoxEU.org,<br />
De Grauwe, P (2011),<em> “The Governance of a Fragile Eurozone”</em>, voxEU.org,<br />
De.Cecco M., 2009, “Il ricatto della grande finanza [The Blackmail of Big Finance]”, <em>La Repubblica Financial Supplement</em> 14-9-2009<br />
Giavazzi, F. and M. Pagano (1996) “Non Keynesian effects of fiscal policy changes: International evidence and the Swedish experience”,<em> Swedish Economic Policy Review</em>, vol. 3, no. 1, Spring 1996, pp. 67-103.<br />
Gros, D, and T Mayer (2010), “Towards a European Monetary Fund”, CEPS Policy Brief..<br />
Krugman, P. (2009), “A continent adrift”, <em>Herald Tribune</em>, 16 March 2009.<br />
Natixis (2010), <em>Could an OECD country default on its sovereign debt? In our opinion the answer is no</em>.<br />
Obstfeld  1986b. Speculative attack and external constraint in a maximizing model of the balance of payments. <em>Canadian Journal of Economics</em> 19, no. 1: 1–22.<br />
Spadafora, F. (1999). Recenti modelli di crisi valutarie.<em> Politica Economica</em> 15, no. 1: 93–132.</h6>
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		<title>Il redde rationem dell’Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 16:16:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. Le giornate nere del debito
L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/e.jpg" height="183" width="275" />1. Le giornate nere del debito</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina la loro situazione a quella in cui caddero i piccoli birilli da biliardo lo scorso anno. Spagna e Italia sono però birilli da bowling. L’accelerazione nell’approvazione della manovra ma, soprattutto, le voci di un intervento della BCE a sostegno dei titoli italiani ha evitato <a target="_blank" href="http://politicaeconomiablog.blogspot.com/2011/07/le-giornate-nere-del-debito-italiano.html">martedì 12</a> l’irreparabile. Pur tuttavia il differenziale di interesse con i titoli tedeschi ha raggiunto un livello incompatibile con la sostenibilità nel lungo periodo del debito italiano. Ovvero se lo stock del debito italiano dovesse essere progressivamente rifinanziato a tassi così elevati, esso comincerebbe a crescere in maniera insostenibile per il mero pagamento degli interessi, a meno di imponenti avanzi primari del bilancio pubblico che a loro volta genererebbero recessione in una spirale senza fine. Siamo vicini alla situazione in cui si trovarono i piccoli periferici un anno fa, e da cui non sono in grado di uscire. Come insegnano le esperienze di questi ultimi, infatti, feroci manovre di aggiustamento dei conti accelerano la crisi debitoria. <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/le-agenzie-di-rating-e-la-politica-europea/">I mercati lo sanno</a>. Martedì sera l’agenzia di rating Moody&#8217;s ha, infatti, ridotto anche i titoli del debito pubblico irlandese a spazzatura. Che fare allora?</p>
<p>2. Gli Eurobonds</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come abbiamo avuto già <a target="_blank" href="http://politicaeconomiablog.blogspot.com/2011/07/cosa-ho-scritto-nelle-ultime-settimane.html">modo di dire</a>, la crisi europea ha un aspetto contingente e uno di fondo. Non sorprendentemente le questioni di fondo, che sono poi quelle che hanno portato alla crisi attuale, sono quelle più complicate poiché hanno a che fare con l’architettura dell’Unione Monetaria Europea. Fronteggiare la crisi di solvibilità<strong>[1]</strong> del debito dei piccoli paesi periferici e impedire la caduta nel’insolvenza ai grandi periferici richiederebbe solo un po’ di coraggio e lungimiranza. Com’è noto la <a target="_blank" href="http://yanisvaroufakis.eu/2011/04/06/the-modest-proposal-for-overcoming-the-euro-crisis-version-2-2/">proposta</a> da molti condivisa, da Tremonti-Junker ad Giuliano Amato, Soros e tanti altri) è quella degli <em>Eurobonds</em>. L’idea è che una quota del debito pubblico degli stati nazionali venga trasferito a un ente europeo, per esempio la Banca Europei degli Investimenti (BEI). Tale quota la si individua in un ammontare di debito pari al 60% del PIL. Il debito italiano, per esempio, è il 120% del PIL. Metà andrebbe alla BEI, metà rimarrebbe nazionale. La parte trasferita potrebbe essere da subito rinominata in <em>Eurobonds</em>, ovvero man mano che i titoli nazionali trasferiti scadono, essere sostituiti con emissione di titoli europei.  Attenzione, ciascun paese continuerebbe a farsi carico del servizio del debito, cioè degli interessi. Il vantaggio è che la garanzia europea sulla parte trasferita farebbe abbassare i relativi tassi al livello dei <em>Bund</em> tedeschi. Ma anche sulla parte restata nazionale i tassi diminuirebbero in seguito alla riguadagnata situazione di solvibilità dei paesi. Poiché una quota cospicua del <em>debito pubblico</em> dei periferici è detenuto da stranieri - tipicamente banche inglesi, francesi, ma anche fondi di investimento americani -, dunque è parte del <em>debito estero</em> del paese, diminuendo il debito a carico del paese, diminuirebbe corrispondentemente anche il suo debito netto con estero (che a ben vedere è l’indicatore primario di solvibilità).</p>
<p>3. Una banca sovrana</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La proposta come viene di solito presentata è però monca di una componente importante: la necessità che l’Europa si doti, come tutti i grandi paesi, di una <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/sovranita-monetaria-e-democrazia/">banca centrale sovrana</a>, un “government banker”, come si esprime l’economista eterodosso <a target="_blank" href="http://www.networkideas.org/alt/jul2011/Monetary_Union.pdf">Tom Palley</a>. Ma non c’è la BCE? Un “banchiere del governo” è una banca centrale che ha la possibilità, il dovere direi, di intervenire a sostegno del debito sovrano di un paese. La BCE non ha questo status. Paesi sovrani, dotati di banche sovrane, e che non si siano legati ad assurdi accordi di cambio, non possono fallire, come ci ricorda un altro eterodosso, <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/pubs/wp_603.pdf">Randall Wray</a>. Ora, nel momento in cui si crea un debito pubblico europeo è necessario che lo status della BCE muti, divenendo più simile alla FED, sì da essere garanzia di ultima istanza di tale debito.<strong>[2] </strong>In un apprezzabile articolo su Il Sole-24 Ore sui cui dovremo tornare, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-14/pezze-riportano-fiducia-063616.shtml?uuid=Aabt0wnD">Guido Tabellini </a>ha inaspettatamente sottoscritto questo punto di vista.</p>
<p>4. Una nuova Europa?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò fatto, si tratta di capire come l’Europa potrebbe evitare di ritornare nel giro di pochi anni alla situazione attuale. Questa è frutto del fatto che negli anni dell’Euro i paesi periferici hanno perso competitività, e livelli talvolta sostenuti della spesa interna sono stati sempre più finanziati dall’estero e non da redditi nazionali. Il crescente indebitamento dei settori privato e/o pubblico è stato dunque in buona misura nei confronti dell’estero.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’obiettivo è dunque il recupero di competitività dei paesi periferici in assenza dello strumento classico, la svalutazione. Che tale recupero possa avvenire attraverso la deflazione interna di prezzi e salari (la cosiddetta svalutazione interna), come sostenuto dagli economisti più conformisti come Monti, Alesina, Reichlin e così via è non solo sbagliato, ma irresponsabile vista l’accelerazione della crisi europea dovuta proprio a tali politiche. Le proposte sopra esposte, evitando drastiche misure deflative, darebbero anzi respiro ai paesi periferici lasciando loro risorse per modernizzare infrastrutture, istruzione, efficienza del settore pubblico, lotta all’evasione ecc. Ma anche in questo caso il contesto europeo è dirimente. Senza l’abbandono dell’impostazione neo-mercantilista di moderazione salariale e fiscale da parte della Germania, non v’è molta speranza. Ed è difficile che la <a target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/quaderni/607.pdf">Germania </a>lo faccia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il catalogo è però questo. L’alternativa è la rottura dell’UME con una scia di rancori che lascia presagire un futuro ancora più funesto. Una sinistra consapevole e veramente europeista mobiliterebbe le proprie forze, in particolare i giovani, proprio su questo.</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Come nella vita pratica, un soggetto (un’impresa, una famiglia, uno stato sovrano) è insolvente quando i redditi che si attende nel futuro sono insufficienti a ripagare il debito; è invece illiquido quando, sebbene possa momentaneamente essere a corto di liquidità per poter pagare le rate di debito in scadenza, le entrate attese glielo consentiranno di fare nel prossimo futuro.</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"></span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"></span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] Palley va oltre, sostenendo che la BCE dovrebbe, entro limiti concordati in sede Europea, agire da banca sovrana anche nei riguardi dei disavanzi pubblici nazionali. Si dovrà ragionare su tale proposta che consentirebbe agli stati membri di riacquistare, entro certi limiti, un po’ di sovranità monetaria. </span></h6>
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		<title>Le agenzie di rating e la politica europea</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 15:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.
Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/rating.jpg" height="168" width="283" />La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l&#8217;attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia?  La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del <em>Financial Times </em>Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul <em>Sole 24 Ore</em> del 9/7 l&#8217;intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: <em>CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l&#8217;unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei</em>, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quella che finora è mancata è la volontà politica – tanto che la BCE sta facendo una irresponsabile politica di aumento dei tassi di interesse, che aggrava le posizioni debitorie di famiglie, imprese e governi. Ma allora l&#8217;Europa dovrebbe prendersela con se stessa prima ancora che con le agenzie di rating<strong>[1]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si dirà: ma certo se la speculazione attacca questi paesi e non altri debbono esservi delle ragioni. Certamente è vero che i paesi della periferia europea hanno delle debolezze strutturali, in primis la difficoltà a mantenere in pareggio i propri conti con l&#8217;estero (cioè a esportare quanto importano) legate, tra l&#8217;altro, all&#8217;impossibilità di governare il tasso di cambio in modo appropriato per le proprie economie. Ma dopo la crisi del 2008 sono molte le economie e i sistemi bancari nazionali ad avere delle fragilità strutturali, e altri paesi come il Giappone e la Gran Bretagna ad esempio, hanno debiti pubblici più elevati in rapporto al PIL di quello di paesi europei oggi in difficoltà. La ragione ultima dell&#8217;attacco verso la &#8216;periferia&#8217; dell&#8217;Europa (e di nuovo, su questo consentono gli osservatori internazionali), sta nel fatto che a differenza di altri paesi, quelli europei hanno abdicato alla propria <strong>sovranità monetaria</strong> e non hanno dunque una banca centrale <em>nazionale </em>che possa operare in modo da difendere il paese dalla speculazione, oppure in modo da rilanciarne le esportazioni e la crescita attraverso una (pur costosa per molti versi) scelta di svalutare il cambio. D&#8217;altra parte la BCE non sta agendo (e non ha attualmente il mandato politico per farlo) in modo da difendere le economie di questi paesi nell&#8217;unico modo che sarebbe efficace, e cioè, come si è detto, intervenendo in modo da ridurre i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sul <em>Sole 24 Ore</em> del 9 luglio Perotti e Zingales sostengono che la situazione è drammatica, ma c&#8217;è una via d&#8217;uscita per l&#8217;Italia che consiste nel varare rapidamente misure di austerità più severe e più rapide di quelle sinora previste, pari al 4% del PIL tra aumento delle entrate e riduzione della spesa, in modo da raggiungere rapidamente il pareggio nel bilancio pubblico complessivo, cioè comprensivo degli interessi pagati ai possessori dei titoli del debito pubblico. Essi ammettono che si tratterebbe di misure durissime, perché una manovra di queste dimensioni dovrebbe necessariamente richiedere, oltre ad aumenti delle imposte, tagli severi a pensioni e stato sociale (quindi scuola, sanità ecc.) e inoltre la privatizzazione e vendita di tutte le società pubbliche o a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai sono gli esempi citati). A questo già severo quadro tracciato da Perotti e Zingales bisognerebbe poi aggiungere gli effetti complessivi sull&#8217;economia di una tale manovra, che comporterebbe non solo i tagli sopra descritti ma anche di conseguenza una caduta della domanda e del PIL, e dunque della produzione industriale, degli investimenti e dell&#8217;occupazione di dimensioni paragonabili a quanto accaduto sulla scia della crisi finanziaria del 2008, e che a quelli si andrebbero ad aggiungere, dato che l&#8217;economia Italiana non si è ancora ripresa e ha oggi livelli di produzione e occupazione significativamente al di sotto di quelli pre-crisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il prezzo dunque è estremamente alto. E tuttavia, vista la drammaticità della situazione, dobbiamo chiederci se ciò potrebbe davvero mettere l&#8217;Italia al riparo. La risposta è un secco NO. Basti qui una riflessione: i conti su quanto si debba tagliare per portare il bilancio in pareggio sono fatti per volumi di pagamenti degli interessi sul debito che riflettono i tassi di interesse correnti. Ma se la speculazione finanziaria rimane libera di determinare i tassi di interesse sul debito pubblico, questi possono, come per la Grecia e poi per il Portogallo, schizzare a valori tali da rendere impossibile, non importa con quali sacrifici, raggiungere il pareggio di bilancio, e ciò a causa dell&#8217;aumento vertiginoso della spesa per il pagamento degli interessi. Poiché tale attività speculativa è possibile e lucrosa, perché mai non dovrebbe essere intrapresa? In che modo i sacrifici descritti potrebbero porvi termine?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Al contrario, proprio la loro inutilità nell’aggiustare i conti dà ulteriore benzina alla speculazione.<strong>[2]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sin qui sta accadendo esattamente quanto era stato previsto e descritto nella <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">lettera</a> sottoscritta nel giugno del 2010 da oltre duecentocinquanta economisti, e come già lì si avvertiva, senza un cambiamento radicale delle sue politiche il prossimo futuro dell’Europa è assai fosco.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6>[1] Va anche ricordato che è proprio l’Europa che ha dato alle agenzie di rating uno status semi-ufficiale, in quanto la BCE accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche sulla base dei loro giudizi.</h6>
<h6>[2] Come sostenuto tra gli altri da Cesaratto e Turci su <em>Il Riformista</em> del 10/7 l’aggiustamento fiscale imposto all’Italia e agli altri paesi periferici impone costi economici e sociali tali da minare la stabilità, non solo sociale ma anche economica, di questi paesi - i mercati lo sanno e adeguano (al rialzo) i già elevati tassi.</h6>
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		<title>L’OCSE e la diseguaglianza: a che punto è la notte?</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 08:56:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. Dopo la ricerca del 2008 Growing Unequal[1], veramente utile nell’evidenziare come lo sviluppo economico nei paesi sviluppati sia stato negli ultimi decenni caratterizzato da un crescere delle diseguaglianze, l’OCSE è ritornata recentemente su questo problema con il Forum tenuto a Parigi il 2 Maggio del 2011[2].
Purtroppo i dati aggiornati sullo stato delle diseguaglianze non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri21.jpg" style="width: 387px; height: 303px" height="365" width="485" /></span>1. Dopo la ricerca del 2008 <em>Growing Unequal</em><strong>[1]</strong>, veramente utile nell’evidenziare come lo sviluppo economico nei paesi sviluppati sia stato negli ultimi decenni caratterizzato da un crescere delle diseguaglianze, l’OCSE è ritornata recentemente su questo problema con il Forum tenuto a Parigi il 2 Maggio del 2011<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Purtroppo i dati aggiornati sullo stato delle diseguaglianze non sono ancora disponibili nel sito dell’OCSE. Tuttavia alcune interessanti considerazioni possono essere già svolte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’OCSE conferma che i dati fino al 2008, cioè prima che gli effetti della crisi fossero evidenti, mostrano un trend di crescita delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito nella maggior parte dei paesi sviluppati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ad esempio 19 paesi dell’OCSE hanno visto dalla metà degli anni ottanta fino al 2008 il reddito reale disponibile del decile più povero della popolazione crescere ad un tasso molto inferiore rispetto al decile più ricco (in due paesi, Israele e Giappone, il reddito del decile più povero addirittura diminuisce in termini reali). Solo in 8 paesi, tra cui la Francia, il reddito del decile più povero è cresciuto ad un tasso più alto di quello più ricco. Impressionante in questa classifica è la performance di paesi in cui la distribuzione del reddito è tradizionalmente meno sperequata: in Svezia il tasso di crescita del reddito del decile più ricco è stato in questo arco di tempo 6 volte più alto del tasso di crescita del decile più povero (2,4 % contro lo 0,4%) in Germania addirittura 16 volte più alto (1,6% contro lo 0,1%). Anche l’Italia non brilla in questo confronto: i più ricchi hanno infatti visto i loro redditi crescere ad un tasso 5,5 volte più alto di quello relativo ai redditi dei più poveri (1,1% contro lo 0,2%).  In questa triste classifica l’Italia giunge quindi terza dopo la Germania e la Svezia, se si escludono i due paesi in cui il reddito reale del decile più povero diminuisce. Occorre però ricordare che, in contrasto con la Germania e la Svezia, la diseguaglianza nella distribuzione del reddito di partenza era molto più alta in Italia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2. La diseguaglianza nella distribuzione del reddito, come noto, è calcolata attraverso l’indice di concentrazione di Gini, che assume un valore tra 0 e 1. Il valore pari a 0 indica che il reddito è distribuito in modo del tutto egualitario (caso estremo di equidistribuzione), mentre l’indice uguale a 1 indica il massimo della diseguaglianza (una famiglia riceve tutto il reddito, mentre le altre non ricevono nulla, caso estremo di massima concentrazione).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ovviamente l’indice considera solo un aspetto della diseguaglianza, quello della distribuzione del reddito. L’effetto dei servizi sociali erogati direttamente, ad esempio il sistema della sanità e dell’istruzione, pur essendo importantissimo ai fini di una sostanziale uguaglianza di diritti e opportunità, non può essere considerato, se ci limitiamo, come qui è indispensabile per ragioni di spazio, a questo tipo di rilevazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il grado di diseguaglianza nella distribuzione del reddito è ovviamente diverso se calcolato sui redditi del mercato (prima delle tasse e dei trasferimenti, si veda la figura 1) o sui redditi disponibili<strong>[3]</strong>, dopo che le tasse che i cittadini pagano allo stato e i trasferimenti dello stato ai cittadini sono stati effettuati. Il primo indice offre infatti utili elementi per comprendere la struttura del mercato e della distribuzione ad essa legata nei diversi paesi. La differenza tra i due è quindi una buona <em>proxy </em>dell’efficacia dell’azione redistributiva operata dallo stato nell’attenuare la diseguaglianza.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Proprio il confronto dell’andamento dell’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato e sui redditi disponibili permette di svolgere alcune importanti considerazioni sul tipo di sviluppo economico degli ultimi decenni, prima che la crisi mettesse in luce le sue fragilità, sulla differenza tra i paesi anglosassoni e quelli europei e sull’Italia in particolare. Infatti il confronto tra i due indici permette di vedere se le differenze nel livello di diseguaglianza effettivo tra i diversi paesi sono il risultato delle caratteristiche del mercato o del sistema di redistribuzione del reddito, per gli aspetti legati alla progressività dell’imposizione e ai trasferimenti (in questo contesto monetari) da parte dello stato. In particolare questo confronto, come vedremo, è significativo per l’Italia, che mostra indici Gini molto alti per i redditi di mercato. Quando si progettano riforme sulla struttura delle tasse, tagli alle spese sociali e ai servizi del welfare state, occorrerebbe tenere presente questa illuminante analisi dell’OCSE, perché altrimenti in Italia si rischia di cadere verso una situazione insostenibile e paragonabile a quella dei paesi sottosviluppati o di qualche “banana republic” in termini di coesione,  inclusione e stabilità sociale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Andiamo però con ordine: negli ultimi decenni l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato è cresciuto notevolmente nei paesi sviluppati, con l’importante eccezione della Francia ed in misura minore della Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri11.jpg" height="334" width="499" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6></h6>
<h6>Figura 1: Elaborazione da dati OCSE<strong>[4]</strong></h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se guardiamo all’indice di Gini della distribuzione dei redditi di mercato nella metà degli anni 2000 ci accorgiamo che Giappone, Stati Uniti e Gran Bretagna registrano valori più bassi dei paesi europei continentali. Il dato è sorprendente perché il grado di diseguaglianza effettivo (l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili), come è noto e come vedremo tra breve, è minore nei paesi dell’Europa continentale. In realtà un’ulteriore analisi disaggregata mostra che l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato per gli adulti in età lavorativa non è molto dissimile nei paesi europei, in quelli anglosassoni e in Giappone (Giappone 0,38, Francia e Regno Unito 0,41, Germania e Stati Uniti 0,43). La grande differenza a questo riguardo è l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato della popolazione in età della pensione: negli Stati Uniti l’indice si attesta a 0,59, in Giappone a 0,61 e nel Regno Unito a 0,63, mentre in Germania a 0,78 e in Francia a 0,84. Qui è evidente il ruolo giocato dal sistema pensionistico, prevalentemente pubblico nei paesi Europei, che non influenza questo tipo di indice che per definizione non tiene conto delle pensioni pubbliche, mentre la maggiore diffusione dei sistemi pensionistici privati abbassa l’indice nei paesi anglosassoni e in Giappone. In altre parole, la diseguaglianza dei redditi di mercato in Europa  rappresenta quasi interamente la diseguaglianza di redditi che derivano dalla proprietà di ricchezza (finanziaria o reale). Come è noto la diseguaglianza nel possesso della ricchezza è molto più alta della diseguaglianza nei redditi. Per i paesi in cui il sistema pensionistico privato è più diffuso, invece, buona parte del reddito da pensioni viene calcolato in questo indice e di conseguenza la diseguaglianza è minore. Ovviamente, quando si calcola l’indice di Gini dei redditi disponibili la situazione si rovescia (il sistema delle pensioni pubbliche si dimostra più “egualitario” di quello privato), ed anche per questa fascia di età i paesi europei continentali hanno in genere indici più bassi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’Italia, in particolare, è il paese in cui l’indice di Gini dei redditi di mercato è cresciuto di più, fino a divenire il paese con la maggiore diseguaglianza tra quelli considerati nel grafico (per la verità, tra i 29 paesi considerati dall’OCSE<strong>[5]</strong>, solo la Polonia ha un indice di Gini dei redditi di mercato leggermente più alto dell’Italia). Verso la metà degli anni ottanta questo indice era in Italia paragonabile a quello degli altri paesi europei, ma nei decenni successivi è aumentato velocemente. In particolare l’indice di Gini dei redditi di mercato per gli adulti in età lavorativa in Italia risulta il terzo più alto tra i 25 paesi su cui sono disponibili le rilevazioni (dopo il Portogallo e la Polonia). L’indice passa dallo 0,39 della metà degli anni 80 allo 0,49 della metà degli anni 2000. La media dei paesi OCSE in quest’ultima data è 0.4. La maggiore crescita è concentrata tra l’inizio e la metà degli anni ‘90 (dallo 0.4 allo 0.47)<strong>[6]</strong>. Occorrerà riflettere sulle cause di questa diseguaglianza, rintracciabili nella divisione tra Nord e Sud del paese, nel minore tasso di attività e nella minore quota dei salari rispetto al reddito sperimentata nel nostro paese. A questo proposito è significativo confrontare tra loro l’andamento dell’indice Gini ai prezzi di mercato per gli adulti in età lavorativa e l’andamento della quota dei salari sul reddito (calcolata come media per quinquennio).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri21.jpg" height="365" width="485" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6>Figura 2: elaborazione da dati OCSE</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come si può notare al segno tendenzialmente positivo dell’andamento dell’indice di Gini corrisponde il segno decisamente negativo dell’andamento della quota dei salari.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Anche per quanto riguarda i redditi di mercato degli adulti in età di pensione l’indice è molto alto (0,86), con una tendenza alla crescita che persiste in modo consistente anche dopo la metà degli anni 90. Anche in questo caso l’Italia raggiunge  il terzo valore più alto tra i 25 paesi, dopo quello della Repubblica Slovacca e quello della Repubblica Ceca.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Conviene ora riassumere i punti principali di quanto fino ad ora visto:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">a) l’ indice di Gini calcolato sui redditi di mercato mostra un trend alla crescita per la maggior parte dei paesi sviluppati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">b) l’indici di Gini calcolato sui redditi di mercato risulta in generale più alto per i paesi europei continentali che per i paesi anglosassoni e il Giappone.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">c) la differenza tra questi gruppi di paesi sembrerebbe legata in modo particolare al più alto valore dell’indice per la popolazione in età da pensione che i paesi europei continentali sperimentano in relazione al diverso peso del settore pubblico nei loro sistemi pensionistici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">d) l’Italia mostra una crescita dell’indice di Gini dei redditi di mercato maggiore rispetto agli altri paesi dell’OCSE. Verso la metà degli anni ottanta l’indice era paragonabile a quello degli altri paesi europei continentali, mentre verso la metà degli anni 2000 l’indice del nostro paese risulta molto più alto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">4. Guardando all’indice di Gini dei redditi disponibili, dopo che l’azione dello stato ha fatto sentire i suoi effetti, la situazione cambia sostanzialmente. L’azione dello stato è essenziale per eliminare gli aspetti più pesanti e destabilizzanti per la coesione sociale della diseguaglianza nella distribuzione del reddito ed è particolarmente efficace, in questo senso, nei paesi Europei continentali. Se questi paesi sperimentano valori dell’indice più alti quando sono calcolati sui redditi di mercato, mostrano invece valori sostanzialmente più bassi quando sono calcolati sui redditi dopo le tasse e i trasferimenti rispetto ai paesi anglosassoni e al Giappone.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri31.jpg" height="334" width="485" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6>Figura 3: elaborazione da dati OCSE</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Anche dopo l’intervento dello stato, per molti paesi i valori dell’indice sono crescenti negli ultimi decenni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come sempre l’Italia mostra caratteristiche particolari, ed il suo è l’indice più alto dopo quello degli Stati Uniti tra i paesi considerati nel precedente grafico, nonostante l’intervento pubblico di redistribuzione del reddito sia nel nostro paese consistente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri41.jpg" height="170" width="491" /></span></p>
<h6> Tabella 1: elaborazione da dati OCSE</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come si può notare dalla precedente tabella, la differenza tra i valori dell’due indice calcolati sulle due differenti basi in termini assoluti è infatti più alta in Italia e in Germania, seguite subito dopo dalla Francia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dal punto di vista della variazione percentuale dell’indice, che può in qualche modo indicare l’efficacia dell’intervento pubblico, l’Italia si colloca invece un po’ al di sotto delle variazioni della Francia e della Germania, ma comunque molto al di sopra del Giappone, del Regno Unito e degli Stati Uniti. Per questi ultimi i valori sia assoluti che percentuali delle variazioni dell’indice sono molto bassi in rapporto a tutti gli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili del totale della popolazione, l’Italia si colloca, tra i 31 paesi<strong>[7]</strong> di cui l’Ocse stima l’indice, al 6 posto, dopo Messico, Turchia, Stati Uniti, Portogallo e Polonia, e sempre al sesto posto anche per l’indice di Gini per gli adulti in età lavorativa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’efficacia dell’intervento statale nel far diminuire l’indice di diseguaglianza per gli adulti in età lavorativa è in percentuale del 28,57% (in questa classifica l’Italia si colloca al 13 posto tra i 25 paesi per i quali è possibile effettuare il confronto).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda i redditi della popolazione in età da pensione, l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili dell’Italia si colloca al 9° posto nella classifica dei 31 paesi dell’OCSE, con un valore di 0,31, pari a quello della Francia e della Spagna (l’indice medio è 0,29). Ovviamente questo dato aggregato di per sé non comporta un giudizio necessariamente favorevole verso il sistema pensionistico italiano. Segnala però fortemente che i cambiamenti del sistema (sia le riforme passate che quelle a venire) che attenuino l’effetto redistributivo senza considerare l’alta diseguaglianza di mercato sono molto pericolosi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Due considerazioni sorgono spontanee, dopo questa analisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La prima, già nota, è che il modello di sviluppo che si è affermato nei paesi a capitalismo avanzato dagli anni 80 in poi sembra essere generalmente caratterizzato da un aumento delle diseguaglianze. Questo aumento è stato consistente anche nella popolazione in età lavorativa. Una proposta di politica economica di sinistra non può non porre con forza al centro della sua riflessione questo processo e la ricerca dei modi di invertire decisamente la tendenza. Un riformismo rinunciatario ed esangue che accetti il quadro di questo sviluppo come naturale, apportando modesti correttivi di dubbia efficacia, può solo far perdere rilevanza alle forze che lo propongono e snaturare l’identità delle forze progressiste, come in parte è purtroppo già avvenuto. Che la crescita della diseguaglianza non sia un prezzo necessario da dover pagare per svilupparsi né un fenomeno imposto da presunte leggi universali dell’economia cui non è possibile sottrarsi è poi dimostrato dal fatto che la performance della Francia, che pure non sperimenta bassi tassi di crescita, è stata del tutto diversa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La seconda considerazione riguarda l’Italia, in cui il problema si pone in modo ancora più drammatico. Possibili “riforme” che attenuino la funzione redistributiva dello stato, legate all’obiettivo di ridurre il deficit del bilancio pubblico perseguito indipendentemente da ogni altra considerazione e ispirate ad una ingannevole “modernizzazione”, rischiano di farci precipitare verso una condizione economica e sociale letteralmente da paese arretrato. Questa modernizzazione spinge infatti ad allargare la sfera d’azione di mercato rispetto a quella della redistribuzione pubblica, ma bisogna tener conto che in questo senso l’Italia è svantaggiata rispetto agli altri paesi sviluppati. Anche coloro che con cinismo pensano di perseguire i propri interessi personali senza considerare l’interesse generale si troveranno per la maggior parte in condizioni peggiori se un aumento delle diseguaglianze effettive ci porterà ad una situazione sociale esplosiva e insostenibile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Copiare i paesi anglosassoni solo nel diminuire l’efficacia dell’azione pubblica, senza porre in moto politiche di correzione della formazione delle ampie diseguaglianze di “mercato” non solo non è una politica auspicabile, ma è probabilmente destinata a causare effetti disastrosi.</p>
<h6></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] OECD, </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"><em>Growing unequal. Income Distribution and Poverty in Oecd Countrie</em></span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">s, Parigi, 2008.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] OECD, <a target="_blank" href="http://www.oecd.org/dataoecd/32/20/47723414.pdf">Growing Income Inequality in Oecd Countries: What Drives It and How Policy Can Tackle It?</a>.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Per redditi di mercato l’OCSE intende la somma dei redditi da salari e stipendi, lavoro autonomo e proprietà (reddito dei fattori) più le pensioni private. I redditi di mercato più i trasferimenti pubblici meno le tasse e i contributi sociali dei lavoratori sono i redditi disponibili. (Oecd, <em>Growing unequal</em>, p.98).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] I dati da cui sono tratte la presente elaborazione e le successive possono essere consultati nel sito<a target="_blank" href="http://www.oecd.org/document/14/0,3746,en_2649_33933_38910286_1_1_1_1,00.html"> www.oecd.org/els/social/inequality</a>.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] Si noti che il numero dei paesi per i quali sono disponibili i dati ed è possibile fare confronti variano da caso a caso.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[6] Questo dato va comunque preso con cautela, perché, come avverte l’OCSE, dal 1995 il reddito su cui è calcolato l’indice in Italia è stato infatti definito e calcolato diversamente, tenendo conto dei redditi derivanti dai patrimoni finanziari e dei valori imputati dei benefici di cassa. I dati relativi agli anni precedenti sono interpolati per tener conto della nuova definizione. E’altamente probabile che l’inclusione dei redditi finanziari dal 1995 abbia essa stessa causato uno spostamento verso l’alto dell’indice. Il dato fondamentale, comunque, è che gli indici siano sempre crescenti, sia prima che dopo il 1995.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[7] Il numero dei paesi per cui è calcolato dall’OCSE l’indice sui redditi disponibili è maggiore di quello per cui è calcolato l’indice sui redditi di mercato.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Quali politiche macroeconomiche per l’Italia?</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 12:35:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del documento programmatico recentemente proposto dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/pd2.jpg" height="203" width="314" />L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del <a target="_blank" href="http://beta.partitodemocratico.it/doc/205079/europa---italia-un-progetto-alternativo-per-la-crescita.htm">documento programmatico</a> recentemente proposto dal Pd.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Come già segnalato in un <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/luci-e-ombre-del-progetto-economico-del-pd/">precedente contributo alla rivista</a>, la prima parte del documento, relativa alla situazione ed alle politiche economiche in Europa, segna una importante ed innovativa presa di posizione. Essa infatti pone al centro dell’analisi la necessità di una crescita della domanda interna in Europa come condizione ineludibile per una ripresa della crescita e dell’occupazione. Da questo scaturisce la critica delle politiche di austerità attualmente perseguite in quanto, vi si afferma giustamente, esse rendono più incerto lo scenario macroeconomico e invece di attenuare le tensioni  sui mercati finanziari contribuiscono ad alimentarle. Ne conseguono proposte alternative a livello europeo centrate sulla creazione di istituzioni e strumenti volti a ridurre drasticamente i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi potenzialmente o effettivamente sotto attacco da parte della speculazione finanziaria internazionale, sulla realizzazione di un programma di investimenti finanziati da emissione di titoli europei e su politiche di redistribuzione del reddito. Tra queste ultime in particolare la proposta di applicare uno “standard retributivo” ai paesi europei (discussa anche su <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/uno-standard-retributivo-per-tenere-unita-leuropa/">questa rivista</a>) che vincoli tutti i paesi ad una crescita dei salari almeno pari a quella della produttività, mentre le economie, come la Germania, che hanno un avanzo nella bilancia commerciale, dovrebbero realizzare una crescita dei salari maggiore della crescita della produttività. Questa misura contribuirebbe al perseguimento di diversi obiettivi: porre un freno alla deflazione salariale come strumento per la competizione internazionale; sostenere i redditi da lavoro e la domanda interna, favorendo per questa via l’occupazione e il riequilibrio dei conti pubblici; determinare una crescita maggiore della domanda e del costo del lavoro nei paesi in avanzo commerciale, contribuendo così anche alla riduzione dei disavanzi esteri delle economie “deboli”, permettendo loro di esportare di più verso i paesi ora in surplus commerciale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">L’impostazione generale appena descritta (sebbene debba essere ulteriormente articolata e precisata) è del tutto condivisibile, e ha una evidente assonanza con le posizioni espresse dagli oltre 250 firmatari della <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a> resa pubblica nel giugno scorso. Tuttavia si nota nel documento un forte scarto quando dall’analisi della situazione europea si passa a quella dell’Italia e si delineano le proposte di politica economica per il paese. Qui gli obiettivi proposti sono certamente condivisibili: aumento dei tassi di occupazione e di attività femminile<strong>[1]</strong> e aumento della produttività. Su entrambi i fronti infatti l’economia italiana è indietro e ha perso terreno rispetto ai partner europei.  Il problema, però, è che sparisce da questa parte del documento ogni riferimento a politiche volte a far crescere la domanda aggregata interna, sebbene questa sia la condizione necessaria perché possano davvero realizzarsi entrambi quegli obiettivi, e in particolare il primo. La crescita dell’occupazione femminile è bloccata in Italia non tanto dalla carenza di servizi ma, soprattutto, dalla mancanza di opportunità di lavoro. I tassi di attività e di occupazione femminile sono infatti terribilmente bassi al Sud, dove le opportunità di lavoro sono così scarse che anche i tassi di attività maschili sono molto al disotto di quelli delle altre regioni italiane (il tasso di attività maschile al Nord è 78%, 12 punti in più che al Sud dove si attesta al 66%; per le donne la differenza sale a quasi 25 punti tra il 60,5% del Nord e un infimo 36% al Sud). Secondo l’Istat, quasi il 40% delle donne inattive nelle regioni meridionali dichiara di non essere alla ricerca di una occupazione perché convinta di non poterla trovare. In questa situazione, la creazione di condizioni più favorevoli alla conciliazione tra vita familiare e lavoro è certamente auspicabile, e contribuirebbe di per sé a creare opportunità di occupazione per le donne come lavoratrici proprio in quei servizi (come asili, assistenza agli anziani) necessari a favorire quella conciliazione. Tuttavia questo non può essere sufficiente a determinare un aumento dell’occupazione complessiva se avviene non in un quadro macroeconomico di espansione della domanda, ma al contrario in un contesto di taglio complessivo della spesa e del welfare.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il punto è che quando si parla dell’Italia, l’unico riferimento ad una espansione della domanda è nel rinvio ad un mutamento delle politiche economiche in Europa, mentre d’altro lato si manifesta piena adesione alle politiche di austerità chieste al nostro paese, come mostrano le reazioni del PD alla relazione del Governatore Draghi. Ciò elude scelte ed assunzioni di responsabilità certamente molto difficili ma a cui non ci si può sottrarre. Se non si riesce a far procedere una diversa politica macroeconomica a livello europeo, quali sono le proposte della sinistra per il nostro paese? Seguire le orme di Grecia e Spagna, e accettare le politiche di forti tagli alla spesa pubblica, che generano recessione e disoccupazione, si dimostra sempre più un suicidio per l’economia e per il mondo del lavoro, oltre che la via ad una probabile sconfitta politica.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span">[1] I tassi di attività femminili sono dati dal rapporto tra la somma di occupate e disoccupate e la popolazione di riferimento (in questo caso donne in età 15-64 anni), i tassi di occupazione dal rapporto tra occupate e popolazione di riferimento.</span></p>
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		<title>Sovranità monetaria e democrazia</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jun 2011 22:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bce1.jpg" style="width: 369px; height: 261px" height="277" width="443" /></span>Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,<strong>[1]</strong> ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla  moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un <em>fait accompli</em> – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.<strong>[2]</strong> Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti,  dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Lo sconforto sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti, alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche (una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli sbattendo le porte.<strong>[3]</strong> Draghi, per coloro che coltivassero illusioni, ha ribadito nelle ultime <a target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/cf_10/cf10/cf10_considerazioni_finali.pdf">Considerazioni finali</a> che “né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano di fare quello che  i trattati europei vietano loro di fare e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le democrazie  europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni. Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di contro-altari istituzionali in un sistema di <em>checks and balances</em>. Ma a parte di una banda di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica economica!</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La BCE ha dovuto durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario europeo e globale. A parte l’implausibile ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico, ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso l’ultra-falco <a target="_blank" href="http://www.ft.com/home/europe">Bini Smaghi</a>, qualunque sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione del debito (per esempio <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/publications/?docid=1380">qui</a>)  - la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale, e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni dell’amministrazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione, e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">qui</a>, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/">qui </a>e <a target="_blank" href="http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=317:i-nodi-della-crisi-le-proposte-della-sinistra-a-confronto&amp;catid=46:documenti">qui</a>), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza di proposte che fa poco ben sperare.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La dichiarazione di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara in favore dell’immediata istituzione  di una banca nazionale debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta. Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania. La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci sembra, comunque, un primo, essenziale passo.</p>
<h6></h6>
<h6>[1] William Lyon Mackenzie King (<a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1874">1874</a>-<a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1950">1950</a>), leader del partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.</h6>
<h6>[2] Come ricordato da Aldo Barba in un interessante intervento al <a target="_blank" href="http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=289&amp;catid=45">convegno </a>per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale nei giorni scorsi.</h6>
<h6>[3] <a target="_blank" href="http://www.ft.com/home/europe">Bini Smaghi</a> è arrivato a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa detiene. Contro i timori della BCE vedi <a target="_blank" href="http://www.roubini.com/analysis/156349.php">Roubini</a>.</h6>
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		<title>L’ottusa austerità della BCE</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 11:38:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine esterna, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bce.jpg" height="250" width="340" />La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine <em>esterna</em>, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed alimentari, la <em>ratio</em> antinflazionistica dell’avvio nelle presenti condizioni di una politica di moneta più cara non è immediatamente evidente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Innanzi tutto, secondo le versioni oggi dominanti del punto di vista ortodosso in materia di politica monetaria, un aumento del tasso di interesse da parte della banca centrale sarebbe giustificato solo se dietro la maggiore inflazione vi fossero anche aumenti dei salari monetari e dei prezzi attribuibili a squilibri nelle condizioni <em>interne</em> di domanda e offerta aggregate. Ma certamente neppure Trichet può pensare che oggi, all’interno dell’eurosistema, la domanda aggregata stia premendo sui limiti posti dal prodotto potenziale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Se si prescinde poi dalla visione teorica dominante, resta il fatto che ogni aumento del costo del denaro è di per sé direttamente inflazionistico, sicché combattere l’inflazione aumentando i tassi di interesse è un po’ come spegnere un incendio gettando sulle fiamme delle secchiate di benzina. I tassi di interesse non sono altro infatti che una componente dei costi totali di produzione e le imprese normalmente reagiscono ad aumenti dei costi aumentando i prezzi. A fronte di aumenti dei tassi di interesse il rapporto prezzi/salari monetari tende pertanto ad aumentare e i salari reali a diminuire. Ciò a sua volta stimolerà delle rivendicazioni salariali – genererà delle pressioni all’aumento dei salari monetari – a meno che l’accresciuto costo del denaro non riesca ad avere un impatto negativo sulla crescita economica e l’occupazione, attraverso contrazioni della domanda interna e delle esportazioni nette, e dunque non determini un indebolimento della forza contrattuale dei salariati.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Resta naturalmente l&#8217;effetto antinflazionistico dell’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e alle altre principali valute che l’aumento del tasso di interesse da parte della BCE è suscettibile di determinare, ma al costo, appunto, di una minore competitività delle merci prodotte all’interno dell’eurozona, e quindi di una contrazione delle sue esportazioni nette.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dunque, in definitiva, tassi di interesse più alti potrebbero oggi riuscire a contrastare l’inflazione in Europa solo se il più alto rapporto prezzi/salari monetari che essi tendono a determinare fosse più che compensato da: a) un abbassamento via il tasso di cambio dei prezzi in euro degli inputs importati; b) una riduzione o minore aumento dei salari monetari via il probabile effetto negativo sull’occupazione causato tanto dalla riduzione dei salari reali che dall’apprezzamento del cambio – ossia dagli effetti negativi sui consumi e le esportazioni nette provocati da più alti tassi di interesse. Nell’attuale contesto, poi, non va trascurato l’impatto del rincaro del denaro sulla spesa pubblica per interessi, e quindi i tagli compensativi delle spese pubbliche primarie (leggi spese sociali) cui i governi europei immancabilmente ricorreranno per impedire l’aumento dei disavanzi complessivi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La banca centrale più indipendente del mondo non ha di fatto resistito all’impulso di contribuire per prima all’ottusa “austerità” imperante.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>*Ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Roma &#8220;La Sapienza&#8221;.</em></p>
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