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	<title>Economia e Politica &#187; Europa e mondo</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 22:11:40 +0000</pubDate>
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	<language>it</language>
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		<title>Proposte per il Sud dell&#8217;Unione Monetaria</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 22:09:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[originale spagnolo]
Sebbene l’attuale crisi economica si sia scatenata nei mercati finanziari statunitensi nel 2007, essa presenta una componente che va ben oltre gli aspetti finanziari. Alcuni paesi appartenenti alla zona euro – Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e per certi aspetti anche la Francia – presentano problemi simili che la crisi ha contribuito a porre in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/eurostat-large.jpg" border="0" style="width: 366px; height: 300px" /><em><a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/propuestas-para-paises-del-sur-de-la-union-monetaria/">[originale spagnolo]</a></em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sebbene l’attuale crisi economica si sia scatenata nei mercati finanziari statunitensi nel 2007, essa presenta una componente che va ben oltre gli aspetti finanziari. Alcuni paesi appartenenti alla zona euro – Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e per certi aspetti anche la Francia – presentano problemi simili che la crisi ha contribuito a porre in rilievo e richiedono una soluzione globale. <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">La lettera firmata da più di 200 economisti italiani</a>, recentemente pubblicata, ha evidenziato qual è l’origine di questi problemi e ha proposto alcune soluzioni. Noi intendiamo contribuire a questo dibattito, offrendo il nostro punto di vista per una proposta di politica economica alternativa a quella del mainstream.</p>
<p>1. Definizione del problema di politica economica dei paesi del Sud</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Spagna e gli altri paesi del sud dell’Europa appartenenti all’Unione Monetaria hanno registrato, negli anni che hanno preceduto la crisi economica attuale, elevati disavanzi nei conti con l’estero  e ciò ha determinato l’accumulazione di un ampio volume di debito – principalmente privato – rispetto alla Germania e ad altri paesi in attivo. Questo crescente debito ha rappresentato il mezzo per risolvere l’insufficienza cronica di domanda presente nel sistema. Lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria non ha fatto altro che portare alla superficie questo importante volume di debito, accumulato durante gli anni precedenti. Alla riduzione iniziale della domanda ha fatto seguito il crollo della domanda di beni di consumo provocato dal processo di <em>deleveraging</em>, la drastica contrazione del credito bancario, la disoccupazione “cumulativa” e l’aggravarsi delle aspettative.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Cosa deve fare un’economia che si trova in questa situazione e che vuole ottenere una crescita economica sufficiente a ridurre la disoccupazione di massa che si è creata?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per cominciare, è necessario comprendere quali siano i vincoli con cui deve fare i conti la politica economica nel dare impulso alla crescita. In condizioni “normali”, uno di questi limiti sarebbe costituito dal non superare la crescita “potenziale”, inflazionistica, e per incrementare i livelli della crescita potenziale bisognerebbe adottare politiche di offerta che agiscano nel medio periodo. Tuttavia, tale vincolo certo non opera in questi momenti: la crescita reale è molto inferiore a quella potenziale e il rischio è quello di una deflazione, non certo dell’inflazione. Per questo, non ha alcun senso enfatizzare il ruolo delle politiche di offerta e ignorare le politiche di domanda.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per applicare le politiche di domanda “disponiamo” di due strumenti: il tasso di interesse nominale e il saldo fiscale, che a loro volta scontano alcune restrizioni.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il tasso di interesse nominale viene fissato dalla Banca Centrale Europea per tutti i paesi della zona euro e presenta un limite inferiore. Sebbene con ritardo rispetto alle altre banche centrali, il tasso d’interesse è stato ridotto e si trova vicino a questo limite inferiore. Potremmo dire che la politica monetaria basata sulla riduzione del tasso di interesse si trova oggi in una situazione di trappola della liquidità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Resta, pertanto, lo strumento della politica fiscale che, tuttavia, deve garantire la stabilità del rapporto tra debito e PIL.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E&#8217; noto che la crisi ha messo in moto, con intensità, gli stabilizzatori automatici e inoltre i governi hanno dovuto applicare – diciamolo: giustamente – politiche di aumento della spesa per compensare la riduzione della domanda privata. La conseguenza logica è stata l’aumento del deficit e del rapporto debito/PIL. Ora si verifica che, come conseguenza della grave scarsità di domanda privata, e avendo il tasso di interesse nominale raggiunto il suo limite inferiore, il deficit fiscale necessario per avvicinare l’economia al livello di crescita potenziale e ridurre il tasso di disoccupazione è maggiore rispetto a quel valore che manterrebbe costante il debito pubblico come percentuale del PIL.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Abbiamo così definito il primo elemento del nostro problema di politica economica: le autorità competenti devono limitare il deficit al livello che garantisce la stabilità del rapporto debito/PIL, sebbene la disoccupazione stia crescendo? O, al contrario, devono aumentare il deficit per ridurre la disoccupazione senza preoccuparsi della relazione debito/PIL? Esiste un’altra opzione?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma il problema di politica economica presenta un secondo elemento. Nella zona euro – e anche a livello mondiale – la crisi è il riflesso di una situazione di pesante squilibrio strutturale tra i paesi in attivo e quelli in passivo nella bilancia commerciale. Se questa situazione non sarà corretta, quando la ripresa arriverà si ripresenteranno gli stessi problemi che ci hanno condotto a questa crisi. Per questa ragione, oltre ad affrontare il dilemma precedente, la politica economica dovrà puntare a ottenere un deprezzamento reale dei paesi del Sud rispetto alla Germania e agli altri paesi in attivo.</p>
<p>2. Il problema del debito pubblico e la sua soluzione: la monetizzazione</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La soluzione scelta dai governi europei per il dilemma della politica fiscale è quella dell’austerità: la priorità è ridurre i deficit pubblici.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Secondo gli economisti sostenitori dell’opinione ufficiale, per ottenere la ripresa economica è essenziale ristabilire la fiducia. Fiducia in cosa? Nell’austerità, naturalmente. Dal loro punto di vista, né i deficit fiscali sono espansivi né gli attivi sono restrittivi. Pertanto, il dilemma che noi affrontavamo smette di esistere. Il loro messaggio è semplice: ristabiliamo la disciplina fiscale. Facciamo attenzione al fatto che il debito non aumenti e la crescita e la prosperità verranno come conseguenza. Sarà inutile controargomentare che i deficit non devono essere attribuiti all’irresponsabilità, che sono conseguenza degli stabilizzatori automatici, che compensano la riduzione del debito privato, o che gli effetti restrittivi sulla crescita causati dai tagli della spesa renderanno molto difficile ridurre il deficit, e ancor di più lo stesso rapporto tra debito e PIL. Il mantra si ripete: l’austerità ci salverà.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In realtà le politiche di austerità rischiano di condurre le economie europee in un circolo vizioso di disoccupazione e deflazione. E tuttavia opporsi alle politiche restrittive non significa eludere la questione dell’aumento del debito pubblico e la sua possibile insostenibilità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sono preoccupanti gli attuali aumenti del debito? Alcuni argomenti potranno servirci per rispondere, inizialmente, di no:<br />
- anche se ora il debito aumenta, qualora il tasso di crescita si ristabilizzasse e la domanda privata riprendesse la sua dinamica precedente, i deficit fiscali non saranno più necessari e il peso del debito tornerà a ridursi;<br />
- in ogni caso, per un dato valore del deficit e del tasso di crescita, esisterà un rapporto debito/PIL che tenderà a mantenersi stabile: la crescita di questo rapporto non è esplosiva.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tuttavia, il primo di questi argomenti presuppone implicitamente che la crisi che sta colpendo le nostre economie sarà transitoria e di breve durata. Ma non è sicuro che sia così, dato che il processo di <em>deleveraging</em> – eliminazione dei debiti che gli agenti privati avevano accumulato nel periodo di prosperità – può essere abbastanza duraturo, tra i cinque e gli otto anni. Durante questo periodo il debito privato dovrebbe essere sostituito dal debito pubblico per colmare il vuoto della domanda. Riguardo al secondo argomento, ci si può trovare di fronte ad alcune difficoltà: il rapporto debito/Pil potrebbe stabilizzarsi, ma con valori troppo alti; o perfino non stabilizzarsi, se la crescita del rapporto debito/pil si accompagna a un incremento del tasso di interesse richiesto dagli acquirenti del debito.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pertanto, scartata la soluzione della restrizione fiscale e considerato che le difficoltà connesse alla crescita del rapporto debito/pil non possono essere eluse con certezza, l’unica soluzione possibile per evitare il collasso delle nostre economie e conseguenti ulteriori aumenti della disoccupazione è il ricorso alla BCE: essa dovrebbe finanziare (monetizzare) i deficit fiscali necessari che si pongono oltre il limite del livello compatibile con la stabilità del debito.</p>
<p>3. La monetizzazione e l’inflazione</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Perché la BCE dovrebbe rifiutarsi di agire in questo modo? Probabilmente l’argomentazione più forte è che, secondo la sua visione monetarista del funzionamento dell’economia, ciò finirebbe col generare inflazione eccessiva. Tuttavia, l’inflazione non è prodotta solo dalla crescita della quantità di moneta: questa genera inflazione quando l’economia si trova al limite della sua crescita potenziale e la situazione attuale è ben lontana da ciò. Il rischio attuale è la deflazione, non l’inflazione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">D’altro lato, in una situazione di contrazione come quella attuale, l’inflazione generata dai deficit fiscali monetizzati avrebbe alcuni effetti benefici:<br />
- con un tasso di interesse nominale dato, un tasso di inflazione maggiore presuppone un tasso di interesse reale minore e ciò rende necessario un deficit fiscale minore;<br />
- con un tasso di interesse reale inferiore, il rapporto debito/PIL tende a crescere più lentamente e potrebbe mantenersi costante con un deficit fiscale maggiore. Combinando questi due effetti giungiamo ad una conclusione interessante: mantenendo un tasso di inflazione sufficientemente elevato, il deficit al quale il rapporto debito/PIL non cresce può permettere, allo stesso tempo, che l’economia raggiunga il suo reddito potenziale, rendendo, alla fine, non necessaria la monetizzazione;<br />
- l’inflazione riduce il valore reale del debito privato. Facilita e accelera il processo di riduzione del debito e, per questo, anticipa la ripresa;<br />
- l’inflazione erode il valore reale del debito privato e quello del debito pubblico, perciò equivale a un’imposta sui creditori, a un trasferimento dai creditori ai debitori, desiderabile in una situazione recessiva. Ogni creditore deve perdere parte della sua ricchezza fino a che l’aumento della spesa – tanto sua quanto dei debitori – indotta dall’inflazione, porti alla completa utilizzazione dei fattori produttivi. All’inizio questo sembra un gioco a somma zero. Ma a questo gioco se ne aggiunge un altro a somma positiva che deriva dall’aumento dell’utilizzo dei fattori produttivi e del reddito, in modo tale che il risultato congiunto di entrambi i giochi può essere benefico anche per i creditori.</p>
<p>4. Il necessario deprezzamento reale
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il problema della politica economica che sopra abbiamo definito presenta una seconda componente. È necessario compensare l’aumento relativo dei costi unitari di produzione registratosi nei paesi del Sud nell’ultimo decennio, che spiega in gran misura la formazione di disavanzi della bilancia commerciale. Questo richiede che nei prossimi anni si produca il processo inverso: un tasso di inflazione più elevato in Germania rispetto ai paesi del Sud. Non è sufficiente che la Germania stimoli la sua domanda aggregata: per quale ragione, se la ripresa arriva e se il tasso di cambio reale non è variato, il deficit commerciale dei paesi del Sud dovrebbe ridursi in maniera significativa, o comunque scendere rispetto ai valori precedenti alla crisi?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’attivazione di un processo di riequilibrio tra i paesi del Sud e la Germania comporta che quest’ultima accetti una contrazione delle esportazioni ed un incremento della sua domanda interna.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tuttavia, per i paesi del Sud, è indispensabile che questo processo si verifichi dal momento che l’alternativa passa per una politica di contrazione dei livelli di attività dell’economia che è insostenibile. Se i deficit dei conti con l’estero persistono e non si persegue la strada delle politiche restrittive, è inevitabile che il debito pubblico crescerà. Perfino utilizzando la leva della monetizzazione è discutibile che questa crescita del debito rappresenti una situazione sostenibile.</p>
<p>5. Riassumendo: la nostra proposta</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per evitare che persistano squilibri strutturali tra paesi in attivo e paesi in deficit all’interno della zona euro, causa dei problemi attuali, è necessario che si verifichi un apprezzamento reale della Germania. Senza questo apprezzamento, l’appartenenza all’Unione Monetaria Europea diviene una sorta di gioco a somma zero nel quale i perdenti sono i paesi del Sud. Impraticabile e inaccettabile. Dal momento che il riequilibrio sarà un processo lento, per sopportare i problemi della situazione transitoria è essenziale che la Germania stimoli la sua domanda e che nei paesi del Sud si mantengano i deficit fiscali. Diventa essenziale anche la monetizzazione, ma non una una tantum per allontanare la speculazione.  Occorre monetizzare consistentemente in modo che il deficit necessario per una crescita ragionevole non accresca il rapporto debito/pil.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Marcel Auerback sottolinea che la Banca Centrale Europea sta già acquistando titoli del debito pubblico dei paesi europei con problemi nei mercati secondari. Essa neutralizza così qualsiasi tentativo di rifiuto di questo debito da parte degli investitori. Si tratta di un passo positivo nella direzione che noi indichiamo come una delle missioni della BCE. Tuttavia, ciò che Auerback pure rileva è che esiste una minaccia da parte della BCE, la quale è disponibile a sostenere il debito di un paese solo a patto che questo metta in atto politiche restrittive. Ne risulta che, senza alcuna legittimazione democratica, la BCE detiene un potere tale da determinare la politica fiscale di questi paesi. La reale indipendenza politica dei governi è seriamente compromessa. A fissare la politica fiscale, governando il ritmo dell’espansione economica e l’evoluzione della disoccupazione è ora la BCE. La monetizzazione, che dovrebbe permettere l’applicazione di politiche fiscali espansive, con l’unico limite delle tensioni inflazionistiche, viene convertita dai burocrati della BCE in uno strumento di potere utilizzato per realizzare in Europa le sue fantasie di austerità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Così la tesi secondo la quale per placare i mercati è necessario il risanamento dei conti pubblici finisce per essere applicata, dal momento che i paesi che resistono alla sua applicazione non otterranno il supporto della BCE nell’acquisto di titoli del debito.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma i paesi che vogliono applicare politiche fiscali espansive devono saper valutare il loro potere di negoziazione. In realtà, le minacce della BCE sono una sorta di tigre di carta. Dicano quel che dicano, i burocrati della BCE dovranno comprare il debito del paese che pone in essere politiche espansive. In caso contrario, esporrebbero anche le banche che hanno grandi riserve di questo debito, e ciò li richiamerà al buon senso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le forze sociali che lottano contro la disoccupazione devono avere chiaro come agire. Devono chiedere politiche fiscali espansive. Devono esigere che i governi utilizzino il potere di negoziazione di cui dispongono nei confronti della BCE. Devono sapere che i loro avversari non sono gli imprenditori, tanto meno gli investitori. Sono i burocrati della BCE, depositari dell&#8217;ideologia dell’austerità, e i governi che non osano assumere una posizione forte con una BCE che continua a ostacolare l’espansione e l’occupazione.</p>
<p><em>*Professore di Politica Economica, Universidad Complutense de Madrid.<br />
**Professore di Economia, Universidad de Castilla La Mancha.<br />
***Ricercatore, Universidad Complutense de Madrid.</em></p>
<p><em>Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica.</em></p>
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		<title>Propuestas para paìses del sur de la Unión Monetaria</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 22:02:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Aunque la actual crisis económica se desencadenó en los mercados financieros de Estados Unidos en 2007, tiene un componente global que va más allá de sus aspectos financieros. Por otro lado, nos parece que algunos países pertenecientes a la zona euro –Grecia, Portugal, España, Italia, y en alguna medida también Francia- aunque con sus características [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/eurostat-large.jpg" border="0" style="width: 358px; height: 294px" />Aunque la actual crisis económica se desencadenó en los mercados financieros de Estados Unidos en 2007, tiene un componente global que va más allá de sus aspectos financieros. Por otro lado, nos parece que algunos países pertenecientes a la zona euro –Grecia, Portugal, España, Italia, y en alguna medida también Francia- aunque con sus características específicas, tienen problemas similares que la crisis ha contribuido a poner de manifiesto, y que requieren también una solución global. La <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">carta firmada por más de 200 economistas italianos </a>y recientemente publicada ha señalado muy acertadamente cuál es el origen de estos problemas y ha propuesto algunas soluciones. Nuestro propósito es sumarnos a este debate ofreciendo nuestro punto de vista sobre una propuesta de política económica alternativa a la actual.</p>
<p>1. Definición del problema de la política económica de los países del Sur</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">España, y otros países del Sur de Europa pertenecientes a la Unión Monetaria, venían registrando en los años previos a la crisis económica actual elevados déficits en su cuenta corriente, lo que significó la acumulación de un volumen importante de deuda –principalmente privada- frente a Alemania y otros países con superávit. Esta deuda creciente era el medio para resolver la insuficiencia crónica de demanda del sistema. El estallido de las burbujas inmobiliaria y financiera no hizo más que sacar a la superficie este importante stock de deuda acumulado durante los años anteriores, y a la caída inicial de demanda le ha seguido un estancamiento mayor de la demanda de consumo provocado por el proceso de desapalancamiento, el colapso del crédito bancario, el desempleo acumulativo y el empeoramiento de las expectativas.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">¿Qué debe hacer una economía que se encuentra en esta situación y quiera lograr un crecimiento económico suficiente para reducir el desempleo masivo que se está creando?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Para empezar, debe tener claras cuáles son las restricciones a las que se enfrenta su política económica para impulsar el crecimiento. En condiciones normales una de estas limitaciones sería no superar el crecimiento “potencial” o no inflacionista, y para elevar éste habría que aplicar políticas de oferta que actúan en el medio plazo. Sin embargo, esta restricción no opera en estos momentos: el crecimiento real es muy inferior al potencial y el riesgo es más bien la deflación que la inflación. Por tanto, no tiene sentido poner el énfasis en las políticas de oferta, sino en las de demanda.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Para aplicar estas políticas de demanda contamos en principio con dos instrumentos, que son el tipo de interés nominal y el saldo fiscal, que a su vez se enfrentan a algunas restricciones.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">El tipo de interés nominal lo establece el BCE para todos los países de la zona euro y, además, tiene un límite inferior. Aunque con más retraso que otros bancos centrales, el tipo de interés se ha reducido ya y se encuentra cerca de este límite inferior: podríamos decir que la política monetaria basada en reducciones del tipo de interés se encuentra atrapada en la trampa de la liquidez.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nos queda, por tanto, el único recurso de la política fiscal, que sin embargo se enfrenta también a una restricción: garantizar la estabilidad de la relación deuda-PIB. La caída en el crecimiento económico ha puesto en marcha con intensidad los estabilizadores automáticos, y además, los gobiernos han debido aplicar –digámoslo: acertadamente- políticas de aumento del gasto para compensar la reducción de la demanda privada. La consecuencia lógica es un aumento del déficit y de la relación deuda/PIB. Lo que ocurre, sin embargo, es que, como consecuencia de la grave escasez de demanda privada, y una vez que el tipo de interés nominal está ya en su límite inferior, el déficit fiscal necesario para acercar la economía a su crecimiento potencial y reducir la tasa de paro es muy superior al que mantendría constante la deuda pública como porcentaje del PIB.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Hemos definido la primera parte de nuestro problema de política económica: ¿Deben las autoridades limitar el déficit a aquel nivel que garantiza la estabilidad de la deuda, aunque el paro esté creciendo? ¿O, por el contrario, deben establecer el déficit necesario para lograr reducir el desempleo sin preocuparse por la evolución de la relación deuda/PIB? ¿Existe otra alternativa?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero el problema de política económica tiene un segundo elemento. En la zona euro –y también a escala mundial- la crisis es el reflejo de una situación estructural de desequilibrio entre los países con superávit y con déficit por cuenta corriente. Si esta situación no se corrige, cuando la recuperación llegara se reproducirían los mismos problemas que nos condujeron a esta crisis. Por tanto, además de enfrentarse al dilema anterior, la política económica debería lograr una depreciación real de los países del Sur respecto a Alemania y los demás países con superávit.</p>
<p>2. El problema de la deuda pública y su solución: la monetización</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La solución escogida por los gobiernos europeos para el dilema de la política fiscal es la de la austeridad por encima de todo: la prioridad es reducir los déficit públicos. Para los economistas defensores de la opinión oficial (la “Austeria”), lo esencial para lograr la recuperación económica es el restablecimiento de la confianza. ¿Confianza en qué? En la austeridad, por supuesto. Se puede también tener confianza en que teniendo confianza todo se resolverá. Para ellos, ni los déficits fiscales son expansivos ni los superávits contractivos. Por tanto, el dilema que nosotros encarábamos deja de existir. Su mensaje es sencillo: restablezcamos la disciplina fiscal. Cuidemos de que la deuda no crezca y todo lo demás, es decir, el auge y la prosperidad se nos darán por añadidura. Inútil será argumentar que los déficits no hay que atribuirlos a la irresponsabilidad, que son la consecuencia de la actuación de los estabilizadores automáticos. Que compensan la reducción de la deuda privada. O que los efectos restrictivos sobre el crecimiento de los recortes de gasto harán muy difícil reducir el déficit, y aún más el porcentaje de deuda sobre el PIB. El  mantra se repite: La austeridad nos salvará.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Este tipo de políticas pueden conducir a las economías europeas hacia un círculo vicioso de desempleo y deflación. Ahora bien, oponerse a las políticas restrictivas no debería suponer eludir la cuestión de los aumentos de la deuda pública que se están produciendo y su posible insostenibilidad.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">¿Son preocupantes los aumentos actuales de deuda? Algunos argumentos podrían servirnos para contestar, inicialmente, que no:<br />
- aunque ahora crezca la deuda, cuando la tasa de crecimiento se restablezca y la demanda privada recobre su dinamismo anterior, los déficit fiscales dejarán de ser necesarios y el peso de la deuda volverá a reducirse;<br />
- En cualquier caso, para un valor dado del déficit y la tasa de crecimiento existirá una ratio deuda/PIB que tenderá a mantenerse estable: el crecimiento de esta ratio no es explosivo.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sin embargo, el primero de estos argumentos supone implícitamente que la perturbación que está afectando a nuestras economías será transitoria y de corta duración. Pero no es seguro que esto sea así, ya que el proceso de desapalancamiento –eliminación de las deudas que los agentes privados habían acumulado en el periodo de auge- puede ser bastante duradero, entre cinco y ocho años. Durante todo este tiempo la deuda privada debería ser sustituida por deuda pública para rellenar el vacío de la demanda. En cuanto al segundo argumento, puede enfrentarse también a algunas dificultades: la relación deuda/PIB podría acabar estabilizándose, pero en valores demasiado elevados; o incluso no se estabilizaría si, a medida que la relación deuda/PIB crece, lo hace también el tipo de interés que piden los compradores de la deuda.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Por tanto, si hemos descartado la solución de la restricción fiscal, pero no es seguro que se pueda eludir la limitación que impone el crecimiento de la deuda/PIB, la única solución posible para evitar el colapso de nuestras economías y aumentos aún mayores del desempleo es el recurso al BCE: éste debería financiar (monetizar) los déficit fiscales necesarios que se sitúen por encima del nivel compatible con la estabilidad de la deuda.</p>
<p>3. La monetización y la inflación</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">¿Por qué debería negarse el BCE a actuar de esta forma? Probablemente, el argumento más fuerte es que, según su visión monetarista del funcionamiento de la economía, esto acabaría generando una inflación demasiado alta. Sin embargo, la inflación no se produce sólo por el incremento de la cantidad de dinero: esto genera inflación cuando la economía se encuentra por encima de su crecimiento potencial y la situación actual es exactamente la contraria. El riesgo actual es la deflación, no la inflación.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero es que, además, en una situación contractiva como la actual la inflación generada por déficit fiscales monetizados tendría algunos efectos beneficiosos:<br />
- con un tipo de interés nominal dado, una tasa de inflación mayor supone un tipo de interés real menor y es necesario un déficit fiscal menor;<br />
- al ser el tipo de interés real menor, la relación deuda/PIB tiende a crecer más lentamente y podría mantenerse constante con un déficit fiscal mayor. Combinando estos dos efectos llegamos a una conclusión interesante: manteniendo una tasa de inflación suficientemente elevada, el déficit que garantiza que la relación deuda/PIB no crece puede permitir al mismo tiempo que la economía alcance su renta potencial, por lo que, al final, acaba siendo innecesario monetizarlo;<br />
- la inflación reduce el valor real de la deuda privada. Facilita y acelera el proceso de desendeudamiento y, por ello, anticipa la recuperación;<br />
- la inflación erosiona el valor real de la deuda privada y el de la deuda pública, por lo que equivale a un impuesto sobre los acreedores o a una transferencia de acreedores a deudores, deseable en una  situación recesiva. Cada uno de los acreedores debe perder parte de su riqueza hasta que el aumento del gasto –tanto suyo como de los deudores – inducido por la inflación lleve a la completa utilización de los factores productivos. En principio, esto parece un juego de suma cero. Pero a este juego se superpone otro de suma positiva derivado del aumento de la utilización de los factores productivos y de la renta, de tal forma que el resultado conjunto de ambos juegos puede ser beneficioso incluso para los acreedores.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">4. La necesaria depreciación real</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">El problema de política económica que hemos definido tiene un segundo componente. Debe corregirse la elevación de los costes unitarios de producción de los países del sur frente a los del norte, que se ha producido en la década pasada y que explica en gran medida los déficits exteriores frente a Alemania. Esto requiere que en los próximos años se produzca el proceso inverso: una tasa de inflación superior de Alemania a la de nuestros países del sur. No basta con que Alemania estimule su demanda agregada: ¿qué razón habría para que, si la recuperación llega y el tipo de cambio real no ha variado, el déficit comercial de los países del sur se reduzca de forma significativa, o sea inferior al existente antes de la crisis?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La aceptación del proceso de reequilibrio entre los países del sur y Alemania es difícil pues exige que Alemania acepte una pérdida del dinamismo de su sector exportador y una reestructuración de su economía, que se enfrente a su insuficiencia de demanda interna.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sin embargo, para los países del sur, la seguridad de que se va a producir el proceso de apreciación real de la economía alemana es indeclinable, porque sin apreciación sólo pueden eliminarse los déficits exteriores de sus economías con una contracción fuerte y duradera que ni podría sostenerse ni debe aceptarse. Si los déficits exteriores persisten y eludimos la recesión, la deuda exterior, privada o pública, seguirá creciendo y, si los agentes privados se resisten al endeudamiento, es inevitable que sea la deuda pública la que crezca. Aun monetizándola es dudoso que este crecimiento imparable de la deuda sea una situación sostenible.</p>
<p>5. Resumiendo: nuestra propuesta</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Para evitar que se mantengan los desequilibrios estructurales entre países con superávit y países con déficit dentro de la zona euro que se encuentran en la raíz de los problemas actuales, es necesario que se produzca una apreciación real de Alemania. Sin esta apreciación la pertenencia a la Unión Monetaria Europea se convierte en un juego de suma cero en el que los perdedores son los países del sur. Inviable e inaceptable. Como su logro será un proceso lento, para soportar los problemas de la situación transitoria se hace imprescindible que Alemania estimule su demanda y que en los países del Sur se mantengan déficit fiscales. Y se hace imprescindible también la monetización, pero no como un zarpazo para ahuyentar a los especuladores carroñeros. El león cobarde que es el Banco Central Europeo debe zamparse entera la pieza. Sin metáforas, monetizar masivamente para que el déficit que un crecimiento razonable exige no dispare la relación deuda/PIB.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Marcel Auerback sostiene que el Banco Central Europeo está realizando ya compras masivas de deuda pública de los países europeos con problemas en los mercados secundarios. Neutraliza así cualquier conato de rechazo de esta deuda por los inversores. Algo positivo que se ajusta a lo que nosotros entendemos y hemos propuesto aquí como una de las misiones del BCE. Pero lo que Auerback sugiere es que existe un pacto-amenaza –implícito o explícito– por parte del BCE de que sólo apoyará la deuda de un país si éste cumple la restricción fiscal que las autoridades o los poderes fácticos de la Unión Monetaria Europea le han impuesto. Resulta así que sin ninguna legitimidad democrática el BCE• detenta un poder para determinar la política fiscal de estos países. La independencia política real de los gobiernos queda seriamente menoscabada.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Al poder determinar la política fiscal, son las decisiones del Banco Central Europeo las que gobiernan el ritmo de expansión económica y la evolución del desempleo en nuestros países. La monetización, que debería servir para permitir la aplicación de políticas fiscales expansivas, con el único límite de la aparición de tensiones inflacionarias, está siendo convertida por los burócratas del BCE en un instrumento de poder que utiliza para ver realizadas en Europa sus fantasías de austeridad masoquista.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Así, la tesis de que, para aplacar a los mercados, es precisa la consolidación fiscal, acaba siendo cierta en cuanto cualquier país que se resista a su aplicación dejará de verse apoyado por las compras de títulos por parte del BCE.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero un país que quiera aplicar políticas fiscales expansivas debe saber evaluar su poder de negociación. Las amenazas del BCE son un tigre de papel. Digan lo que digan, amenacen o no, los burócratas del BCE tendrán que comprar la deuda del país que expansiona. Desprotegiéndolo también quedan al descubierto los bancos que poseen stocks cuantiosos de esa deuda. Y la voz de alarma de su amo les llamará a la sensatez.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Los movimientos sociales de izquierdas cuyo objetivo es luchar contra el desempleo deben tener claro cómo actuar. Deben pedir expansión fiscal. Deben exigir a sus gobiernos que este poder de negociación que tienen frente al BCE lo utilicen. Deben saber que sus enemigos no son los empresarios, ni siquiera los inversores. Lo son los burócratas del BCE, depositarios de la superstición de la austeridad y los gobiernos que no se atreven a plantear una posición de fuerza frente a un BCE cuyas actuaciones asfixian la expansión y el empleo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Universidad Complutense de Madrid.<br />
**Universidad de Castilla La Mancha.<br />
***Universidad Complutense de Madrid.</em></p>
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		<title>Sostenere la domanda, controllare il debito</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 15:37:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Ancora una volta l’economia finanziaria, che non produce vera ricchezza, sta avendo la meglio sull’economia reale. Il salvataggio dell’economia finanziaria, attuato in condizioni di emergenza dopo l’ultima crisi mondiale, è avvenuto immettendo sul mercato non regolamentato una massa enorme di nuovi titoli ‘tossici’ e di titoli del debito sovrano scarsamente affidabili. Si è cioè pensato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="212" width="290" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tremonti-bond.JPG" border="0" />Ancora una volta l’economia finanziaria, che non produce vera ricchezza, sta avendo la meglio sull’economia reale. Il salvataggio dell’economia finanziaria, attuato in condizioni di emergenza dopo l’ultima crisi mondiale, è avvenuto immettendo sul mercato non regolamentato una massa enorme di nuovi titoli ‘tossici’ e di titoli del debito sovrano scarsamente affidabili. Si è cioè pensato di tamponare una crisi nata da eccessivo indebitamento non solo riducendo la spesa pubblica per fini sociali, ma anche scaricando sui bilanci della pubblica amministrazione e sulle generazioni future debiti privati inesigibili.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli stati si sono indebitati per salvare dalla crisi un sistema finanziario finalizzato alla speculazione e che oggi, dopo essere stato mantenuto in vita dai poteri pubblici con il denaro dei contribuenti, cerca di riprendere a fare soldi speculando al ribasso proprio sui titoli pubblici. La situazione sta tornando a essere quella di due anni fa, ma con la differenza che oggi sono direttamente coinvolti nella crisi anche gli stati (l’esperienza della Grecia insegna).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il ribasso dei tassi di interesse, ormai ridotti da tempo a livelli minimi, non ha invertito la tendenza dei gestori di fondi a privilegiare l’impiego finanziario a breve termine rispetto all’investimento reale. L‘attuale sistema di <em>money-managed capitalism</em> continua a produrre liquidità in eccesso e un indebitamento privato il cui rimborso appare sempre più problematico. Si sono così riprodotte, come ha riconosciuto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti,“le stesse condizioni di crisi potenziale che c’erano appena due anni fa”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Queste condizioni ora rischiano di essere aggravate dalla politica finanziaria eccessivamente restrittiva e deflazionista adottata dall’Unione monetaria europea su pressione dei paesi più forti. La disoccupazione è ai suoi livelli massimi. La globalizzazione dei mercati induce le nostre imprese a spostare all’estero i propri impianti. Milioni di posti di lavoro sono oggi a repentaglio. I giovani non riescono più a trovare un lavoro. Nemmeno un’occupazione precaria e male remunerata. L’instabilità finanziaria, da situazione eccezionale quale era un tempo, è diventata uno stato endemico. Il rischio di un eccessivo indebitamento, privato e pubblico, che aprirebbe le porte a un’insolvenza generalizzata, è evidente e non può essere ulteriormente sottovalutato.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In questa situazione, i problemi strutturali della nostra economia oggi non vengono adeguatamente affrontati. Né si vede come potrebbero esserlo, in presenza degli ingenti tagli della spesa pubblica comportati da una manovra finanziaria congiunturale ispirata a una politica economica di austerità, che, così come è stata congegnata, è destinata a colpire i ceti popolari e le classi medie, senza incidere sui grandi patrimoni. Come se ciò non bastasse, si è proceduto a regolarizzare con lo scudo fiscale le posizioni degli evasori che avevano collocato all’estero i loro capitali in frode alla legge. E con la manovra finanziaria si sono imposti gravi sacrifici alle fasce sociali più deboli, a coloro che non hanno modo di difendersi dal fisco. Mentre si è rinunciato a incidere sulla capacità contributiva dei percettori dei redditi più elevati e dei possessori delle maggiori fortune.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Compiendo una precisa scelta politica, si è cioè imboccata una strada sbagliata, che avrà l’effetto di aggravare le sperequazioni sociali e di deprimere ulteriormente una domanda aggregata che già stentava a riprendersi, per l’evidente insufficienza della capacità di consumo della popolazione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I rubinetti del credito bancario sono da tempo difficilmente accessibili alle piccole e medie imprese. La proposta di far condividere i costi della crisi alle banche e alle altre istituzioni finanziarie, che hanno beneficiato di ingenti finanziamenti e sostegni pubblici e non li hanno utilizzati per concedere credito alle attività produttive, ma per compiere operazioni puramente speculative, sembra sia caduta nel vuoto. Occorre imporre alle banche regole più severe e tassare pesantemente le rendite finanziarie e la finanza speculativa. E’ tempo di cominciare a pensare a una seria riforma dell’attuale ordinamento bancario e a una socializzazione dei proventi finanziari realizzati in conto capitale con impieghi di natura speculativa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il nostro ministro dell’Economia, dopo avere inutilmente tentato di rafforzare l’influenza del Tesoro sulle banche con i ‘Tremonti bonds’, sembra si sia finalmente ricordato di essere fautore di un’economia sociale di mercato; e memore forse dei suoi lontani trascorsi socialisti, ha richiamato con toni severi le banche a fare il loro mestiere e assolvere la funzione istituzionale di sostegno delle attività produttive. Ma la sua proposta di addossare una parte dei costi della crisi al sistema bancario, principale responsabile dell’inefficienza e dell’instabilità dei mercati finanziari, non ha avuto alcun seguito. La deregolamentazione della finanza non è stata sostanzialmente modificata. Non si sono scoraggiate con l’introduzione di una ‘Tobin tax’ le operazioni finanziarie di tipo speculativo, volte a far denaro a mezzo di denaro, e non sono stati istituiti più efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale a breve.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Non si è inoltre ancora avviata l’auspicata riforma di un sistema monetario internazionale che sembra essere stato concepito su misura per consentire un facile finanziamento a spese di altri paesi del disavanzo nei conti con l’estero degli USA. Il ricorrente attacco speculativo contro l’euro – la moneta che usiamo in Italia, ma di cui non abbiamo il controllo – ne evidenzia drammaticamente le conseguenze. A contrastarne gli effetti non può certo bastare la discutibile decisione della BCE di acquistare sul mercato libero titoli di stato dei paesi membri, privi di sovranità monetaria, adottata per fornire liquidità addizionale ai mercati finanziari in difficoltà. Occorre ben altro, per attivare un efficace meccanismo di sostegno della domanda globale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La stessa sopravvivenza futura dell’Unione monetaria europea, in assenza di una politica finanziaria comune, oggi appare in forse. E’ logico chiedersi, come fanno i tedeschi, perché mai i paesi che hanno rispettato le regole del gioco dovrebbero pagare per quelli che le hanno violate, incoraggiando l’espansione abnorme di forme di consumo sempre più maniacali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quella che è finora mancata, a livello internazionale, è una strategia comune di uscita dalla crisi sistemica che ha provocato la recessione dell’economia reale. Una strategia capace di incidere efficacemente sulle cause della crisi, che non sono solo congiunturali, ma in primo luogo strutturali. La crisi è diventata anzi per i governi di alcuni paesi un’occasione per ridurre la quota della spesa sociale sul prodotto interno lordo, per rimettere in discussione diritti faticosamente acquisiti dal mondo del lavoro e per accelerare la dismissione degli ultimi residui dello stato sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Cosa dovremmo fare allora? La risposta è semplice. Si deve voltare pagina e cambiare decisamente l’attuale indirizzo della politica economica (come è stato chiaramente indicato nella ‘<a target="_blank" href="http://www.letteradeglieconomisti.it/">Lettera degli economisti’</a>). Bisogna cioè attribuire una priorità agli investimenti in attività creatrici di vera ricchezza – in attività produttive, in ricerca e sviluppo – piuttosto che sostenere l’abnorme sviluppo di un’attività finanziaria che non produce ricchezza reale e che, anziché limitarsi a svolgere le sue importanti funzioni tecniche di intermediazione del risparmio e di chiusura del circuito accumulazione-produzione, cerca di fare soldi speculando. Ossia scommettendo sul futuro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Occorre fare in modo che l’aumento della produzione trovi dal lato della domanda sufficienti occasioni di sbocco sul mercato. Questo è un obiettivo che può essere conseguito solo ridistribuendo la ricchezza sociale in modo più perequato. Un’imposta progressiva straordinaria sul patrimonio delle persone fisiche e di quelle giuridiche, da realizzare in tempi rapidi, con un congruo abbattimento alla base, potrebbe consentire di ridurre l’entità del debito pubblico e la crescente distanza che da tempo si riscontra nel nostro paese tra ricchi e poveri. A mio avviso, un programma economico della sinistra dovrebbe prevedere il ricorso a un’imposta di questo tipo e porsi fin d’ora alcuni problemi tecnici relativi alle sue modalità di accertamento e di riscossione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un altro provvedimento da prendere, se vi fosse la volontà politica di agire in tal senso, è la revisione dell’attuale regime delle imposte di successione e donazione, che oggi colpiscono in modo troppo tenue la trasmissione della ricchezza all’interno del nucleo familiare. Si tratta di misure che i politici possono forse ritenere impopolari, ma che rispondono all’interesse collettivo, sia sotto il profilo della solidarietà sociale che per tendere a realizzare condizioni di effettiva parità nei punti di partenza nella lotta per la vita a tutti i cittadini.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La via da percorrere per stimolare una ripresa della domanda interna in un paese come il nostro, che ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, non può essere quella della creazione di nuova base monetaria, né quella di allentare i cordoni del debito pubblico, per accrescere momentaneamente il reddito disponibile della popolazione. Un preconcetto isterismo del deficit non è certo giustificato, ma nel lungo periodo il debito pubblico va mantenuto sotto controllo, per la difficoltà di finanziarlo. Quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali, il peso del servizio di un debito pubblico ulteriormente cresciuto potrebbe diventare insostenibile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La possibilità di aumentare a discrezione il debito pubblico ci è del resto formalmente preclusa dal patto di stabilità e di crescita sottoscritto dai paesi membri dell’UME nel 1997, in seguito al quale le finanze pubbliche dei singoli paesi membri sono soggette a una procedura comune di monitoraggio centralizzato. La nostra sovranità in materia finanziaria è dunque limitata. Non abbiamo la possibilità di allentare troppo il controllo sulla spesa pubblica e non possiamo finanziare liberamente un disavanzo di bilancio. La banca centrale non potrebbe concedere credito allo stato (in realtà la BCE lo sta facendo, chiedendo in cambio politiche di austerità). Con il patto di stabilità e di crescita ci siamo inoltre impegnati ad attuare una progressiva riduzione del debito pubblico. Non possiamo dimenticarlo, anche se questa regola non è stata finora applicata in modo rigido. Ma quel patto non ci vieta di introdurre un’imposta straordinaria sul patrimonio.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un’alternativa sarebbe ovviamente quella di uscire dall’UME. Con il risultato di riacquistare una piena sovranità monetaria e finanziaria, ma di andare anche incontro a inconvenienti e rischi. Per pensare di uscire dall’eurosistema dovremmo però avere un’economia nazionale strutturalmente più forte. Oggi solo la Germania potrebbe permettersi di compiere questo passo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>* Professore ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Firenze.</em></p>
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		<title>Cronache dalla crisi</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 07:56:22 +0000</pubDate>
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Vale la pena in questo scorcio finale delle vacanze - per gli italiani che se le sono potute permettere - fare brevemente il punto con nostri lettori sull&#8217;andamento della crisi e sul dibattito di politica economica.
1. Il fatto più eclatante dell’estate è stata la significativa ripresa dell’economia tedesca guidata dalle esportazioni. Queste hanno compiuto un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img height="267" width="440" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisis_440.jpg" border="0" style="width: 414px; height: 240px" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Vale la pena in questo scorcio finale delle vacanze - per gli italiani che se le sono potute permettere - fare brevemente il punto con nostri lettori sull&#8217;andamento della crisi e sul dibattito di politica economica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">1. Il fatto più eclatante dell’estate è stata la significativa ripresa dell’economia tedesca guidata dalle esportazioni. Queste hanno compiuto un balzo, soprattutto verso la Cina. Ciò ha fatto saltare di gioia gli economisti conservatori, pronti a suggerire che le politiche restrittive e anti-keynesiane della Merkel sono state più efficaci di quelle espansive di Obama. La verità è che la Germania ha tratto vantaggio dall’opportunismo della Merkel, dichiaratamente volto ad attendere che gli altri, Cina e Stati Uniti<em> in primis</em>, adottassero politiche espansive, trainando in tal modo le esportazioni tedesche. Il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro ha fatto il resto. Tale deprezzamento è fondamentalmente scaturito dalla crisi di fiducia verso la moneta unica che ha fatto seguito all’accentuarsi dei rischi di una crisi di solvibilità del debito greco e degli altri paesi della “periferia” europea (Spagna, Portogallo e Irlanda). Fra la furbizia e il grottesco, la Germania ha così tratto beneficio sia dalle politiche espansive di alcuni che dalle difficoltà di altri, non certo dai tagli della Merkel. I paesi periferici, con la loro debole industria esportatrice, non si sono invece avvantaggiati del deprezzamento dell’euro. L’Italia un po’ sì, e la ripresa tedesca comporta pure più subforniture dal nostro nord-est, ma questo appena consente al nostro paese di “galleggiare”, anche perché i tagli fiscali cominceranno presto a mordere.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">2. Già, i tagli fiscali. Qualcuno ha fatto finta di sorprendersi che la Merkel, a fronte di un aumento inatteso delle entrate fiscali, abbia ribadito i propri. Ma questa è una costante della politica economica tedesca nel secondo dopoguerra: onde impedire che una crescita delle esportazioni “ecciti” il mercato del lavoro, con conseguenti maggiori richieste salariali, si taglia la spesa fiscale (negli anni ’50 la politica di accumulare surplus fiscali per compensare l’eccesso di espansione delle esportazioni era denominato <em>Juliusturm</em>, dal nome della torre dove era custodito il tesoro del primo Reich). La Merkel non ha spinto affinché la BCE aumentasse i tassi di interesse – il tradizionale segnale di moderazione che il governo tedesco rivolge ai sindacati. Non si è mossa in questa direzione poiché ciò aggraverebbe il costo dei debiti pubblici e privati in Europa. E allora non le è rimasto che ribadire i tagli fiscali. Ma la ripresina tedesca durerà? La questione è che le cose in America non vanno bene, e anche la crescita cinese dà segni di rallentamento, pur mantenendosi su ritmi elevati. Il comportamento opportunista della Germania non aiuta certo, né in Europa, né a livello globale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">3. L’economia americana non va infatti bene. Non a caso il dibattito sulla politica fiscale prosegue intenso. Da un lato, gli economisti di orientamento più keynesiano che sostengono che troppo poco si è fatto, e che ancora si dovrà spingere per sostenere la domanda. Dall’altro, gli economisti più conservatori che affermano, sostanzialmente sulla base del cosiddetto “effetto Barro-Ricardo”, che la politica fiscale è inefficace [1]. Da ultimo, uno studio predisposto da un vecchio autorevole keynesiano, <a target="_blank" href="http://www.economy.com/mark-zandi/documents/End-of-Great-Recession.pdf">Alan Blinder </a>ha mostrato come, invece, le politiche espansive adottate dall’amministrazione americana siano state assai efficaci.  E a chi ribatte che la politica fiscale non è stata in grado di tirare fuori il Giappone dalle piste della deflazione, finendo solo per determinare il più elevato debito pubblico del mondo (in rapporto al Pil), replica uno studio dell’autorevole <a target="_blank" href="http://www.iie.com/publications/wp/wp10-7.pdf">Peterson Institute for International Economics</a> che mostra come effettive politiche espansive non siano mai state tentate in quel paese.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">4. E da noi? Il governo porta avanti la linea dell’austerità fiscale, ma ciò che colpisce è la persistente assenza di una coerente proposta di politica economica alternativa da parte dell’opposizione di sinistra, moderata o radicale che sia. Il PD in queste settimane sembra non riuscire ad andare oltre una richiesta a Berlusconi di “riferire in Parlamento” - un mantra che era del PCI dei vecchi tempi - come se tale dibattito, pur doveroso, potesse sostituire una capacità di elaborazione e di mobilitazione intorno ad essa. Per ciò che qui ci preme, sarebbe importante che a settembre si  rianimasse il dibattito sulla politica economica europea, a partire dalle riflessioni della ben nota <a target="_blank" href="http://www.letteradeglieconomisti.it/">Lettera degli economisti</a>. Soprattutto, sarebbe necessario che, accanto ai tecnici, anche la politica si esprimesse con chiarezza sulle proposte della Lettera, fino a delineare i contorni di una possibile azione alternativa di governo. D’altra parte, l’ipotesi delle elezioni anticipate non è del tutto tramontata e non vorremmo che la sinistra moderata e radicale si facesse cogliere ancora una volta impreparata, cadendo vittima dell’egemonia culturale altrui. Gli economisti della Lettera sono pronti al confronto.</p>
<h6>[1] In breve, si sostiene che se pure il governo spende di più (o tassa di meno) a scopo espansivo, i soggetti tenderanno a spendere di meno (cioè risparmiare) perché si attenderanno di pagare più tasse nel futuro quando il governo dovrà rientrare dal deficit.</h6>
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		<title>Ripartire da Lisbona</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 08:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.  
(Lettera degli economisti)

&#160;
&#160;
La politica economica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em><img height="260" width="400" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tago.jpg" border="0" style="width: 318px; height: 262px" />La verità è che è <strong>in atto il più violento e decisivo attacco</strong> all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, <strong>l’europeismo per sopravvivere</strong> <strong>e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso</strong>, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.  </em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>(<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>)</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><la></la></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La politica economica europea ha due città di riferimento, due città nelle quali si sono sottoscritti accordi che sono diventati la base delle successive decisioni: Maastricht e Lisbona. Due città legate non solo a diversi aspetti della politica economica, Maastricht per i criteri di stabilità e Lisbona per l’<em>economia della conoscenza</em>, ma che indicano due ipotesi solo in parte convergenti, diverse strategie di sviluppo e, quasi, due anime diverse, due concezioni dell’Europa contrapposte. La prima, tutta orientata su parametri liberisti di controllo rigido dei bilanci, la seconda su obiettivi qualitativi orientati alla sostenibilità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oggi, in fase di crisi, la rotta è sempre più indirizzata verso Maastricht, con le nuove, insostenibili socialmente e economicamente, politiche dei tagli imposte a tutti i paesi europei. E invece verso Lisbona occorrerebbe muoversi, per <em>caricare di senso</em> l’idea di Europa nella direzione di una &#8220;crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale&#8221;.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Che sarebbe il processo di unificazione europea se si fermasse al pareggio dei bilanci ottenuto con il taglio del Welfare? L’Europa, che non è ancora una nazione o uno stato, ma una confederazione tenuta insieme da un’idea, prima che da un progetto vincolante, se perde la sua identità, perde tutto. E’ ovvio che in una fase di crisi come quella che stiamo vivendo si rafforza la necessità di migliorare la capacità competitiva dell’economia continentale. Ma la strada intrapresa, quella della riduzione del Welfare, è sbagliata e pericolosa, sbagliata per i motivi descritti nella <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli Economisti</a>, dalla cui lettura derivano queste riflessioni, e pericolosa perché fa perdere all’Europa la sua anima.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Fuor di metafora, l’anima dell’Europa sta nella sua originale tipologia di sviluppo <em>sostenibile</em>,  una tipologia che però fa fatica  a diventare modello, teoria, pensiero di riferimento originale e autonomo, e non fornisce elementi forti dal punto di vista della battaglia delle idee. Eppure il successo di un’area geo-politica, in tempo di globalizzazione, dipende anche dalla sua capacità di esprimere una cultura su cui costruire egemonia. Dal punto di vista delle esperienze l’Europa è fucina di modelli innovativi, diversi da quelli statunitensi e anglosassoni, modelli che rappresentano casi di successo, e possono fornire, oltre che il senso dell’economia europea,  un punto di riferimento per molti paesi di recente e rapida industrializzazione, che vedono però nel modello anglo-sassone l’unico punto di riferimento. Questo punto di riferimento, presentato nei Master che le Università americane propongono a studenti di tutto il mondo, è basato su una tipologia di azienda multinazionale, sostanzialmente sradicata dal territorio, orientata al marketing e alla finanza, destinata a una crescita trainata dagli asset finanziari e destinata alla quotazione di borsa. Un’azienda che magari nasce piccola, ma che ha sempre la vocazione a diventare grande, in un processo di crescita dimensionale che ne segna l’unica possibilità di sopravvivenza.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Diverso è il modello europeo, che parla di un differente tipo di organizzazione sociale e di organizzazione aziendale, perché innovazione e profitto sono visti in riferimento alle compatibilità sociali, alla coesione entro e fuori del luogo di lavoro, al rispetto della persona, al rapporto con le identità locali e con le tradizioni culturali <strong>[1].</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si tratta di esperienze affermate e che attraversano l’intero Continente, ma che non vengono vissute come modelli comuni né tanto meno come casi da esportare. Non esiste, cioè, un modello europeo di sviluppo che parta da organizzazioni aziendali lontane dalle classiche aziende multinazionali. Proviamo a fare un rapidissimo, e non esaustivo, panorama di quello che negli ultimi decenni è accaduto in questo ambito in Europa, e che potrebbe rappresentare la base di un pensiero forte e trasferibile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Partiamo dal Nord: il caso scandinavo. Qui si è affermata una scuola della gestione dei servizi e del loro marketing che rappresenta un modello per le imprese che operano in questo settore, ma che fa da riferimento inevitabile anche per tutti gli operatori di servizi pubblici. Un modello in cui l’attenzione è centrata sulla qualità della relazione interpersonale, sulla capacità di integrare i servizi verso la soddisfazione del cliente-utente, in cui il rispetto delle esigenze e delle attese di fruizione ha caratteristiche sostanzialmente diverse da quello che accade nel marketing del largo consumo, intrusivo, costruito sulla prevalenza della comunicazione, e in particolare della pubblicità, in cui il rapporto tra bisogni del cliente – letti e analizzati – e suoi desideri – sollecitati e indotti – crea quel rapporto ambiguo che tante resistenze crea nei movimenti dei consumatori<strong> [2].</strong> E, sempre in Scandinavia, abbiamo il caso finlandese, in cui il rapporto tra innovazione d’impresa e intervento intelligente dello Stato costituisce un caso di studio internazionale che dimostra come una politica attiva dello Stato nel promuovere la ricerca e l’innovazione porti a una crescita sistemica basata sulla tecnologia dell’informazione  e della comunicazione <strong>[3]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Abbiamo poi il caso francese e quello tedesco, che vedono un opposto, ma egualmente efficace, intervento dello Stato nel rapporto con le imprese, da un lato attraverso l’alta qualità dell’intervento centrale – formazione dei quadri di alto livello, intervento sui campioni nazionali, coinvolgimento dei sindacati –  e dall’altro attraverso il rapporto impresa-Land, e cioè basandosi su di un tipo di sviluppo che coinvolge con molta più determinazione istituzionale i territori.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">C’è poi l’esperienza dell’EFQM, gestito dalla <em>European Foundation for Quality Management</em> (EFQM) <strong>[4]</strong>, un’organizzazione non profit fondata nel 1988 per iniziativa di alcune tra le principali aziende europee. La fondazione ha lo scopo di promuovere un modello di riferimento  per la qualità attraverso un approccio complessivo più esteso ed articolato rispetto ai modelli classici ISO 9000. Nell’EFQM l&#8217;azienda viene analizzata in base a elementi che presentano un’attenzione più spiccata verso le risorse umane e il loro coinvolgimento, un approccio più sistemico all’organizzazione, meno orientato ad una lettura dei processi  organizzativi troppo meccanica come nei classici modelli ISO. Non a caso la mission dell’EFQM è sintetizzata così: <em>EFQM brings together organisations striving for Sustainable Excellence.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche l’Italia ha in questo settore esperienze e casi di successo: lo sviluppo basato sui distretti e sul rapporto tra imprese e sistema di <em>stakeholders</em> locali <strong>[5]</strong>. Un modello che non solo ha in sé un progetto di sviluppo compatibile, di relazione forte con le identità locali e con un’idea di territorio di grande interesse in epoca di culture globali, ma che presenta anche un caso di riferimento per il mondo della piccola impresa, che nell’accezione italiana non è un’impresa che troverà il successo crescendo dimensionalmente, ma che nella sua attuale dimensione, e nelle relazioni con i sistemi locali  in cui è inserita, trova una sua stabile ragion d’essere <strong>[6].</strong> Un modello che può essere considerato di grande interesse in tutti quei paesi che cercano una via di sviluppo che conservi il rapporto con le radici, e che non consideri la specificità locale e la piccola dimensione dei pesi di cui liberarsi. Legato al tema dello sviluppo locale c’è quello del marketing territoriale, e cioè della capacità di un territorio di migliorare competitività e attrattività con una politica responsabile di sviluppo <strong>[7]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ancora nel marketing si trovano alcune riflessioni, e alcune esperienze di forte interesse. Pensiamo al <em>marketing mediterraneo </em><strong>[8]</strong>, una riflessione sulle modalità di comunicazione e di proposta commerciale che parte dalle riflessioni teoriche di un filosofo italiano <strong>[9]</strong>, che propone la scoperta del pensiero meridiano, come ricerca della felicità attraverso la comunicazione, la lentezza, gli scambi. Ho citato “lentezza” alludendo al caso più importante e riuscito di modello europeo del business secondo i principi qui rapidissimamente citati, quello dello Slow Food, in cui si propone un modello di consumo fortemente valoriale (come vuole la teoria del marketing) ma legato al territorio, alla tutela dei valori della tradizione, al rispetto della “Terra Madre”, alla valorizzazione della piccola impresa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Casi diversi, situazione fortemente radicate in una storia e quindi non esportabili meccanicamente, e modelli che facilmente possono essere invece trasferiti. Ma casi tutti che dimostrano che la riflessione  e la modellizzazione  possono arrivare a delineare quel paradigma europeo di cui abbiamo parlato., un paradigma che si può sintetizzare nel temine “sostenibilità”, che riguarda il sociale, l’ambientale, le risorse umane.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ripartire da Lisbona dunque vuol dire lavorare con forza a costruire una teoria del management, dell’organizzazione, dell’impresa che possa rappresentare l’idea di Europa. Anche di qui passa il rovesciamento di una politica economica che vede la soluzione ai problemi di competitività del nostro continente tutta iscritta nella politica dei tagli e della riduzione per il Welfare.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">* <em>Università di Salerno</em>.</p>
<h6>[1] Si veda un classico sullo sviluppo critico della produzione di massa: Michael J.Piore Charles F. Sabel, <em>Le due vie dello sviluppo industriale</em>, Torino, Isedi, 1987.<br />
[2]  Mi fermo a citare due classici: Richard Normann, <em>La Gestione Strategica dei servizi</em>, Milano, Etas, 1992. Christian Grönroos <em>Management e marketing dei servizi</em>, Torino,  ISEDI, 1994.<br />
[3]  Manuel Castells, Pekka Himanen, <em>Società dell&#8217;informazione e welfare state. La lezione della competitività finlandese</em>, Milano, Guerini e Associati, 2006.<br />
[4]  <a href="http://www.efqm.org/">http://www.efqm.org</a><br />
[5]  Enrico Cicciotti Paolo Rizzi, <em>Politiche per lo sviluppo territoriale</em>, Roma, Carocci, 2005<br />
[6]  Nella sterminata bibliografia sui distretti si vedano i lavori, pur diversi per profondità d’indagine e approccio scientifico, dell’economista Giacomo Becattini <em>Il distretto industriale</em>, Torino Rosenberg &amp; Sellier , 2000  e del sociologo Aldo Bonomi. <em>Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel nord Italia</em>, 1997, Torino, Einaudi.<br />
[7]  Matteo G. Caroli, <em>Il marketing territoriale</em>, Milano, Franco Angeli, 2006.<br />
[8]  Il progetto teorico viene affrontato in Francois Silva Antonella Carù Beranrd Cova (a cura di) <em>Marketing méditerranée et postmodernité</em>, Marseille, Editions Euromed, 2005. Vedi ANCHE Antonella Carù, Bernard Cova, <em>Marketing Mediterraneo</em>, Milano, Egea, 2006, che presenta una serie di casi di studio.<br />
[9]  Franco Cassano, <em>Il pensiero meridiano</em>, Bari, Laterza, 1996.</h6>
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		<title>Vizi metodologici e ideologie neoliberiste</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 08:11:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="279" width="249" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/image0021.jpg" border="0" />Il recente <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-18/cari-keynesiani-sporcatevi-mani-080553_PRN.shtml">articolo di Roberto Perotti</a> (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 18 luglio) a commento dell’<a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-15/cari-colleghi-rileggete-keynes-080418_PRN.shtml">intervento di Canale e Realfonzo</a> (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione<strong> [1]</strong>. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, <a target="_blank" href="http://www.nber.org/papers/w14259">in un articolo del 2008</a> sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (<a target="_blank" href="http://www.nytimes.com/2009/09/06/magazine/06Economic-t.html?_r=4&amp;partner=rss&amp;emc=rss&amp;pagewanted=all">New York Times Magazine, 2.9.2009</a>) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/09-settembre-2009/chi-ha-visto-la-crisi_PRN.shtml">“Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009</a>). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/">Levy Institute</a>, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Professore di economia politica nell&#8217;Università di Cassino.</em></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt">[1]</span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt"> L&#8217;articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-18/lideologia-soltanto-vecchio-arnese-080614.shtml?uuid=AYrFmw8B&amp;fromSearch">Antonio Guarino </a>(18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul <em>Sole 24 Ore</em> <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-20/lirresistibile-tentazione-superbia-antikeynesiani-175330.shtml?uuid=AYKMHf9B&amp;fromSearch">Paolo Leon </a>(20 luglio), <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-20/quando-modelli-teorici-falliscono-175448.shtml?uuid=AYYNHf9B&amp;fromSearch">Antonella Stirati </a>(20 luglio) e poi, insieme, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-26/pesci-rossi-lune-giove-161232.shtml?uuid=AY9YTEBC&amp;fromSearch">Aldo Barba e Giancarlo de Vivo </a>(26 luglio).</span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt">[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.</span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span></p>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><img height="237" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine.JPG" border="0" /><img height="1" width="1" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-admin/" border="0" /></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"> </span></span></span></span></h6>
<p></span></h6>
<p></span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La crisi internazionale e la lezione argentina</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 17:27:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[originale spagnolo]
L&#8217;attuale crisi globale e le politiche che si stanno mettendo in campo per affrontarla, ripongono al centro del dibattito un insieme di interrogativi economici e politici, dopo un lungo periodo in cui sembrava prevalere un consenso duraturo.
La globalizzazione produttiva e finanziaria si è intensificata negli anni &#8216;90, ed é stata accompagnata da una prolungata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="504" width="784" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bandiera_argentina1.jpg" border="0" style="width: 300px; height: 206px" /><a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/la-crisis-internacional-y-la-leccion-de-la-argentina/">[originale spagnolo]</a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L&#8217;attuale crisi globale e le politiche che si stanno mettendo in campo per affrontarla, ripongono al centro del dibattito un insieme di interrogativi economici e politici, dopo un lungo periodo in cui sembrava prevalere un consenso duraturo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La globalizzazione produttiva e finanziaria si è intensificata negli anni &#8216;90, ed é stata accompagnata da una prolungata crescita globale, benché segnata da episodi successivi di crisi originatisi sia nei paesi centrali sia in quelli periferici. Questo processo sembra aver raggiunto una svolta, con la crisi scoppiata con i mutui sub-prime; un&#8217;ondata recessiva ha colto soprattutto le economie centrali. Si conclude così un ciclo di crescita, alimentato da bolle speculative, riflesse in valori irrealistici delle capitalizzazioni di borsa e delle attività reali e finanziarie in generale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli interventi massicci da parte dello Stato, diretti principalmente a puntellare il sistema finanziario a rischio, hanno portato a discutere nuovamente sul tema delle dimensioni e della portata dell&#8217;intervento pubblico in economia. La stampa conservatrice ha lanciato rinnovati allarmi circa l’eccessiva ingerenza dello Stato, che starebbe indebitamente invadendo il campo proprio del settore privato. Al punto che lo Stato che viene a salvare le finanze si trova spesso nel ruolo di imputato, accusato per la crisi. Ma la verità è che il ruolo distorsivo che la finanza ha svolto nella crisi dovrebbe essere più attentamente valutato.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A riguardo, riteniamo che possa essere utile fornire un resoconto di quanto accaduto in Argentina. Le esperienze dei singoli paesi non sono in genere trasferibili, soprattutto nel confronto tra centri e periferie, ma guardare a quanto è avvenuto in casa d’altri può essere molto istruttivo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Argentina: le riforme e i risultati</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Dopo il decennio perduto degli anni &#8216;80 e l’iperinflazione, l&#8217;Argentina iniziò negli anni &#8216;90 un processo di profonda ristrutturazione economica e sociale. L’applicazione dei principi neoliberisti fu completa: privatizzazione di quasi tutte le imprese statali, deregolamentazioni, privatizzazione del sistema pensionistico, piena apertura al commercio estero e ai movimenti di capitale, adozione di un regime di convertibilità (currency board) che fissava per legge il rapporto tra moneta locale e dollaro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Queste riforme sono state portate avanti sino in fondo e la risposta dei mercati è stata notevole, a giudicare dal’afflusso di capitali esteri, concentratisi nell&#8217;acquisto di beni dello Stato e nella concessione di crediti al settore pubblico. Le imprese statali privatizzate sono per lo più passate nelle mani di capitali esteri.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il regime di convertibilità limitava pesantemente le politiche statali e ciò era considerato un suo merito. In questo contesto, la scommessa che si giocava concerneva l’ottimismo delle imprese, che avrebbe dovuto portare a un afflusso di investimenti esteri (o a una riduzione del drenaggio dei capitali locali) portando a un circolo virtuoso. In un certo senso, la politica economica lanciava un &#8220;segnale&#8221;, attendendo che il mercato facesse il lavoro che ci si attendeva da lui.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un contesto di questo tipo è adatto ad attrarre capitali, ma solo finalizzati all’acquisto di beni esistenti (attraverso le privatizzazioni) e per alimentare il circuito finanziario. In particolare, per finanziare il disavanzo pubblico, dovuto alla riforma del sistema pensionistico e alle misure fiscali adottate per contrastare l&#8217;incremento del cambio. Ma certo non per attrarre capitali produttivi. Dal punto di vista neoliberista, questo non è un aspetto rilevante, perché il capitale é capitale senza distinzioni. Ma per coloro che - seguendo gli insegnamenti di Keynes – credono che la distinzione tra investimenti reali e finanziari abbia senso, è facile capire perché l&#8217;afflusso di capitale finanziario non abbia generato l’atteso circolo virtuoso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nei fatti, l&#8217;economia crebbe, semplicemente recuperando il terreno perso nella precedente depressione, tra il 1991 e il 1994, e di nuovo tra il 1996 e il 1998; il tutto in presenza di elevati livelli di disoccupazione (oltre il 15%) e di povertà (oltre il 30% della popolazione sotto la soglia di povertà). In contrapposizione, la finanza si appropria di oltre un quinto della crescita del PIL.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il debito pubblico ebbe un’espansione del 115%, nonostante la sua ristrutturazione (attraverso il Piano Brady nel 1992), la messa in vendita delle imprese pubbliche e la disciplina che aveva introdotto la regola della convertibilità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nel 1998, l&#8217;allora presidente dell&#8217;Argentina viene acclamato come statista, alla riunione annuale del FMI e della Banca Mondiale a Washington. Nel 1999, un nuovo governo – di opposto orientamento politico - prosegue lungo la stessa linea, e introduce riduzioni dei salari dei dipendenti pubblici e delle pensioni. Ma questo non fa che ridurre la produzione reale e compromettere la solvibilità pubblica. Crescenti difficoltà nel collocare i titoli del debito pubblico, nonostante i pacchetti finanziari con la partecipazione di governi e organismi multilaterali, peggiorano il clima economico e incoraggiano una fuga crescente di capitali, che nel 2001 mette a rischio il sistema bancario. Viene decretato un congelamento dei depositi, cresce l’agitazione sociale, cade il Presidente, il suo successore riesce solo a dichiarare il default e poi si dimette. L&#8217;Argentina esce dalla convertibilità con il congelamento dei depositi bancari, con uno Stato alla bancarotta, una recessione all’11% e vicina all’abisso dell’anomia sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La traiettoria successiva – sulla quale qui non ci intratteniamo – si costruisce su basi totalmente diverse: alto tasso di cambio e attivismo dello Stato costruito sulla base di una pressione fiscale crescente, con avanzi fiscali e nella bilancia commerciale. Un complesso ed ancora incompiuto processo di ristrutturazione del debito pubblico - la cui seconda fase si é conclusa in questi giorni – che ha riportato la pressione fiscale a un livello ragionevole. La ripresa è notevole, ma solo dal 2006 si può effettivamente parlare di espansione netta, rispetto al precedente massimo del ciclo nel 1998.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Riflessioni</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Certo, coloro che difendono le posizioni neo-liberiste riterranno che il programma argentino degli anni ‘90 mancò della coerenza sufficiente per raggiungere il successo che la teoria predice. Il fatto è che l&#8217;Argentina fu ritenuta un esempio nell&#8217;attuazione di quelle politiche; tale fu l’opinione diffusa a livello internazionale e in tal modo reagirono gli &#8220;investitori&#8221;. Se il decalogo neoliberista non fu propizio per l&#8217;Argentina, fu perché il decalogo è fallace; sotto una parvenza di buon senso e semplicità, enunzia raccomandazioni che nessun paese di successo nel mondo ha seguito. Gli elevati livelli di sviluppo sono sempre stati raggiunti attraverso uno sforzo cosciente, coordinato dal livello statale, per quanto sussistano rilevanti differenze tra le diverse esperienze.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I risultati dell&#8217;esperienza argentina non sono automaticamente trasferibili a qualsiasi paese o contesto. Per quanto il lettore trovi aspetti familiari con la vicenda del suo paese, una molteplicità di aspetti e sfumature differenziano il cado di una economia periferica, collocata ad un livello medio di sviluppo, dalle economie situate nel nucleo del capitalismo, che hanno elevati livelli di sviluppo tecnologico e solidità istituzionale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Difatti, il default argentino è stato possibile proprio perché si trattava di una piccola economia periferica; secondo alcuni fu addirittura l&#8217;occasione per dare una lezione di disciplina. Un episodio del genere appare difficile nel contesto economico dell&#8217;Unione europea; sebbene gli indicatori di solvibilità in alcuni casi possono essere peggiori rispetto a quelli dell’Argentina del pre-default, il progetto dell&#8217;unione monetaria sembra prevalere su altre considerazioni. Un abbandono della zona euro, anche se da parte di Paesi di piccole dimensioni, metterebbe a repentaglio il futuro economico e politico dell&#8217;Unione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma queste differenze non devono oscurare il fatto che il tentativo di lasciare il destino di una economia alle forze non controllate del mercato é condannato a fallire . La storia recente delle economie dei paesi centrali lo dimostra; la tesi secondo cui il mercato finanziario è un mercato come gli altri, e che pertanto deve essere lasciato libero di funzionare al pari degli altri mercati, è evidentemente fallace. Solo la cecità ideologica - o specifici interessi - possono nascondere il fatto che, sotto l&#8217;idea ingannevole di &#8220;innovazione finanziaria&#8221;, si è generato un meccanismo che ha portato il sistema all’anarchia, colle dovute conseguenze.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Non vi è dubbio che la disciplina economica abbia un debito con la società. Il  prevalere del pensiero unico ha progressivamente messo in ombra il pluralismo delle idee; anche alcuni contributi di premi Nobel che hanno preso le distanze dal <em>mainstream</em> trovano poco ascolto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">È per questa ragione che la &#8220;Lettera degli Economisti&#8221; è un contributo salutare, un soffio di aria fresca in un ambiente viziato dalla mancanza di rinnovamento intellettuale. È solo da una riflessione libera da pregiudizi che ogni paese  - in coordinamento con quelli con cui ha maggiori legami – potrà trovare la via d’uscita dalla critica situazione presente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Addendum: Il Plan Fénix</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’Argentina ha sperimentato una chiusura intellettuale per anni, nel periodo della convertibilità, con il blocco di qualsiasi formulazione alternativa di politica economica. Uscire da quella situazione - con tutti i traumi che questo significò - ha consentito di pensare liberamente ad altre opzioni; questa é la vera occasione che l&#8217;Argentina deve ora sfruttare.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il <a target="_blank" href="http://www.econ.uba.ar/planfenix/"><em>Plan Fénix</em> </a>[Piano Fenice] è un progetto strategico varato dall&#8217;Università di Buenos Aires, avviato alla fine del 2000, allo scopo di cercare una via d&#8217;uscita dalla trappola in cui sono cadute l’economia e la società argentina. Il bisogno di trovare questa via di uscita è testimoniato dall&#8217;impatto che ha avuto questa iniziativa, anche prima della caduta del regime di Convertibilità. Da allora, il Plan Fénix ha mantenuto una presenza attiva nei dibattiti in Argentina, oltre a favorire lo scambio di esperienze con altri paesi, principalmente del Sud America.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">*<em>Professore della Facoltá di Scienza Economiche dell’Universitá di Buenos Aires. Coordinatore Accademico</em> <em>del </em>Plan Fénix.</p>
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		<title>La crisis internacional y la lección de la Argentina</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 17:18:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Introducción
La actual crisis mundial, y las políticas que se están perfilando para enfrentarla, ponen nuevamente en el centro del debate un conjunto de cuestiones económicas y políticas, tras un largo período en el que parecieron prevalecer consensos duraderos.
La globalización productiva y financiera se profundizó en los años ’90, y se vio acompañada por un ciclo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img height="504" width="784" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bandiera_argentina.jpg" border="0" style="width: 303px; height: 193px" />Introducción</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La actual crisis mundial, y las políticas que se están perfilando para enfrentarla, ponen nuevamente en el centro del debate un conjunto de cuestiones económicas y políticas, tras un largo período en el que parecieron prevalecer consensos duraderos.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La globalización productiva y financiera se profundizó en los años ’90, y se vio acompañada por un ciclo de crecimiento mundial prolongado, aunque jalonado por sucesivos episodios críticos, originados tanto en los países centrales como en los periféricos. Este proceso parece haber llegado a una inflexión, a partir de la crisis originada en las hipotecas sub-prime; se ha producido así una ola recesiva, que impacta principalmente en las economías centrales. Concluye así un ciclo alimentado por el crecimiento de burbujas especulativas, reflejadas en valores irreales de capitalizaciones bursátiles y activos físicos y financieros en general.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Las masivas intervenciones de los Estados, concretadas principalmente a fin de apuntalar un sistema financiero en peligro, han devuelto actualidad al debate acerca de la dimensión y alcance del accionar estatal en la economía. La prensa conservadora ha lanzado renovadas advertencias acerca de un crecimiento desmesurado del Estado, que estaría así invadiendo indebidamente la esfera privada. El Estado que viene a salvar a las finanzas queda situado en el papel del reo, inculpado por la crisis. Pero lo cierto es que el papel distorsivo que han jugado las finanzas en este proceso debe ser objeto de reevaluación.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Desde la Argentina, queremos aquí dar cuenta de nuestra experiencia, para brindar una perspectiva. Las trayectorias de los países son típicamente individuales y no trasladables, especialmente entre centro y periferia; pero la experiencia comparada siempre es provechosa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Argentina: reformas y resultados</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tras la década perdida del 80 y una crisis hiperinflacionaria, la Argentina encaró en la década del ’90 un proceso de amplia reestructuración económica y social. El imperio neoliberal fue pleno: privatización de la virtual totalidad de las empresas del Estado; abolición de diversas regulaciones y reglamentaciones; privatización del sistema previsional; liberalización del comercio exterior y de los flujos financieros externos; instrumentación de un régimen de Convertibilidad (currency board), que vinculaba por ley la relación entre moneda local y dólar.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La convicción con que estas reformas fueron encaradas es destacable; y también lo fue la respuesta de los “mercados”, a juzgar por el flujo de capitales externos, volcados a la compra de activos estatales y al financiamiento público. Las privatizaciones fueron en buena medida extranjerizaciones.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Convertibilidad limitaba fuertemente las políticas estatales; allí residía presumiblemente su mérito. En este contexto, la única apuesta posible era al optimismo empresario, que diera lugar a un flujo de inversiones externas (o que redujera el drenaje de capitales locales), creando por si mismo un ciclo virtuoso. Para esto, la política económica implementada no fue sino una gran “señal”, para que el mercado hiciera el trabajo que se esperaba de él.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un contexto de esta naturaleza es sin duda apto para atraer capitales, pero para comprar activos existentes (vía privatizaciones) y para aplicar al circuito financiero. En particular, para financiar el déficit estatal, incrementado por la reforma previsional y por las medidas tributarias tomadas para mitigar la apreciación cambiaria; pero no para atraer capitales productivos. Seguramente, para el ideario neoliberal esto no es relevante, porque los capitales en esta perspectiva son capitales sin aditamentos. Pero para quienes – recogiendo las enseñanzas de Keynes – entienden que la distinción entre inversión real e inversión financiera tiene sentido, es fácil comprender porqué el influjo de capitales financieros no se tradujo en el ciclo virtuoso esperado.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En los hechos, la economía se expandió, como mera recuperación luego de una depresión, entre 1991 y 1994, y luego entre 1996 y 1998; todo ello, con un nivel alto de desempleo (más del 15%) y de pobreza (más de 30% de la población por debajo de la línea respectiva). En contrapartida, las finanzas logran apropiarse de más de un quinto del crecimiento del PIB.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La deuda pública crece un 115%, pese a su reestructuración (operada por el Plan Brady en 1992), a la liquidación de empresas públicas y a la disciplina que supuestamente impondría la regla de la Convertibilidad.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En 1998, el entonces Presidente argentino es agasajado a la manera de un estadista, en la reunión anual del FMI y Banco Mundial en Washington. En 1999 un nuevo gobierno – de signo político contrario – continúa en la misma línea, introduciendo recortes de salarios públicos y jubilaciones. Pero esto no hace sino reducir la producción real y comprometer la solvencia fiscal. Crecientes dificultades para la renovación de vencimientos de capital, pese a paquetes financieros con participación incluso de gobiernos y organismos multilaterales, van enrareciendo el clima económico, y motivan una creciente salida de recursos, que en 2001 pone en riesgo al sistema bancario. Se decreta el congelamiento de depósitos, crece la conmoción social, cae el Presidente; su sucesor solo alcanza a declarar el default, para luego renunciar. La Argentina sale de la Convertibilidad con congelamiento de depósitos bancarios, un Estado en bancarrota, una recesión del 11% y próxima al abismo de la anomia social.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La trayectoria posterior – que aquí no tratamos – se edifica sobre bases totalmente diferentes: elevado tipo de cambio y activismo estatal asentado sobre una creciente presión tributaria, con superávit en la cuenta corriente externa y en las cuentas fiscales. Un complejo y aún inconcluso proceso de reestructuración de la deuda pública – cuya segunda etapa ha culminado en estos días – coloca las obligaciones fiscales en un perfil razonable. La reactivación operada es destacable, aunque recién a partir de 2006 puede hablarse realmente de un crecimiento neto, con relación al pico anterior de 1998.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Reflexiones</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Seguramente, quienes defienden la postura neoliberal sostendrán que el programa argentino de los ’90 careció de la coherencia suficiente para asegurar el éxito que la teoría predice. El hecho es que la Argentina fue emblemática en la aplicación de estas políticas; así fue reconocida internacionalmente, y así reaccionaron los”inversores”. Si el decálogo neoliberal no le fue propicio a la Argentina, es porque este decálogo es falaz; bajo una apariencia de sentido común y simpleza, formula recomendaciones que ningún país exitoso en el mundo ha seguido. Los elevados niveles de desarrollo se han alcanzado por un esfuerzo consciente, coordinado desde el nivel estatal, más allá de los matices importantes que puedan surgir del contraste de experiencias.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Las conclusiones que arroja la experiencia argentina no son automáticamente trasladables a cualquier país o contexto. Por más que el lector encuentre aspectos familiares con su experiencia particular, una multitud de aspectos y matices diferencian el caso de una economía periférica, de un nivel medio de desarrollo, con economías situadas en el núcleo del capitalismo, con extensas trayectorias cimentadas en el desarrollo tecnológico y la consolidación institucional.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">De hecho, el default argentino fue posible porque se trata precisamente de una economía pequeña y periférica; para algunos, incluso, fue la oportunidad para dar una lección disciplinadora. Esta misma salida parece inviable en economías de la Unión Europea; aunque los indicadores de solvencia en algunos casos puedan ser peores a los de la Argentina pre-default, el proyecto de unión monetaria parece prevalecer por sobre otras consideraciones. Un abandono de la zona euro, aun por parte de las naciones de menor talla, comprometería el futuro económico y político de la Unión.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero estas diferencias no deben hacernos olvidar que cualquier intento de abandonar la suerte de una economía a las fuerzas no controladas del mercado es inconducente. La propia historia reciente de las economías centrales así lo muestra; prevaleció allí la noción de que el mercado financiero es solamente un mercado más, que debe ser librado a sus fuerzas como cualquier otro mercado, lo que constituye una falacia evidente. Solo la ceguera ideológica – o los intereses concretos – pueden ocultar el hecho de que, tras la engañosa idea de la “innovación financiera”, se cebó un mecanismo que condujo a la anaquización del sistema.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En este aspecto, no hay duda de que la disciplina económica tiene una deuda pendiente con la sociedad. La prevalencia del pensamiento único ha obturado progresivamente la diversidad; aún contribuciones de algunos premios Nobel que se han separado en cierto grado de la corriente principal encuentran relativo eco.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Es por esta razón que la “Lettera degli Economisti” constituye un saludable aporte, una bocanada de aire fresco a un ambiente viciado por la falta de renovación intelectual. Es sólo a partir de una reflexión libre de prejuicios que cada país – en coordinación con aquéllos con los que sus vínculos son más estrechos – podrá encontrar la salida al crítico presente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Addendum: El Plan Fénix</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Argentina ha vivido esta cerrazón intelectual durante largos años, por la vigencia del régimen de Convertibilidad, que implicó el bloqueo de cualquier formulación alternativa. Salir de esta situación – con todo el trauma que ello significó – permitió pensar con libertad en otras opciones; ésta es la oportunidad que la Argentina debe explotar ahora.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">El <a target="_blank" href="http://www.econ.uba.ar/planfenix/">Plan Fénix </a>es un proyecto estratégico de la Universidad de Buenos Aires, que a fines del año 2000 comenzó sus actividades, precisamente a la búsqueda de una salida para la trampa en la que estaban encerradas la economía y la sociedad argentina. La necesidad de esta salida fue evidenciada por la repercusión que adquirió esta iniciativa, aun antes de la quiebra del régimen de Convertibilidad. Desde entonces, el Plan Fénix ha mantenido una activa presencia en los debates de la Argentina, además de intercambiar experiencias principalmente con otros países sudamericanos.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Profesor de la Facultad de Ciencias Económicas de la Universidad de Buenos Aires. Coordinador Académico del Plan Fénix.</em></p>
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		<title>Il potere della finanza: lezioni dalla Grecia e dall’Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 16:42:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La capacità dei mercati finanziari di generare “valore” è legata allo sviluppo di “convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie (vedi A,Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte, 2010). Negli anni ’90 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="450" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/finance1.jpg" border="0" style="width: 300px; height: 200px" />La capacità dei mercati finanziari di generare “valore” è legata allo sviluppo di “convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie (vedi A,Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte, 2010). Negli anni ’90 è stata la Internet Economy, negli anni 2000 l&#8217;attrazione è venuta dallo sviluppo dei mercati asiatici (con la Cina che entra nel Wto nel dicembre 2001) e dalla proprietà immobiliare. Gli effetti devastanti del crollo della bolla immobiliare nel 2008 hanno reso necessario un forte intervento degli Stati per tappare le falle di bilancio apertesi nelle grandi istituzioni bancarie, assicurative e finanziarie. Lo Stato ha svolto così il ruolo di prestatore d’ultima istanza, quindi a fondo perduto e senza effetti di stimolo sulla domanda. E’ la recessione attuale e la forte immissione di liquidità pubblica, più che l’eccesso di spesa pubblica, la causa principale dell’incremento del rapporto deficit/Pil. In un simile contesto, sono i paesi più dipendenti dalla dinamica economica internazionale a essere i più penalizzati, ovvero i paesi che svolgono il ruolo di subfornitori, senza poter influenzare le traiettorie tecnologiche dominanti. L’area del Mediterraneo è tra queste. La speculazione finanziaria cerca così di sviluppare una nuova convenzione, che potremmo definire “convenzione welfare”, dove oggetto della stessa speculazione è direttamente il benessere (il bios) degli individui. Da convenzioni di tipo settoriale ad alta intensità cognitiva (Internet economy), passando a convenzioni legate allo sviluppo di aree territoriali globali, si giunge così a convenzioni che hanno come oggetto le condizioni di vita e lavoro degli esseri umani. Il biopotere della finanza si conferma pervasivo e sempre più diretto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Lo sviluppo della “convenzione welfare” ha messo a nudo a fragilità dell’Europa. Gli interessi nazionalisti e corporativi, in particolare della Germania, hanno giocato un ruolo importante. La tentazione di approfittare della crisi greca per verificare la possibilità di un’Europa (e di un Euro) a due velocità è stata fortissima. La costruzione di un’Europa ristretta, di serie A, fondata sull’asse franco-tedesco, rispetto all’Europa mediterranea di Serie B , non è mai definitivamente scomparsa dalla scena politica, soprattutto in un contesto dove l’Europa rischia di trovarsi schiacciata nella competizione tra Usa e Cina.  E’ tale tentazione che giustifica la costruzione dell’Europa solo sul pilastro monetario e il mantenimento di politiche fiscali nazionali. La non esistenza di una politica comune di budget europeo, tuttavia, oggi si sta rilevando un boomerang. Il ritardo con cui l’Europa è intervenuta e solo dopo che il Fmi aveva imposto alla Grecia il controllo del suo bilancio pubblico e l’obbligo di adottare politiche lacrime e sangue, ha consentito alla speculazione internazionale di allargarsi anche al mercato delle valute, prendendo di mira l’Euro. La crisi greca, il tentativo di estenderla ad altri paesi di peso politico sicuramente maggiore, l’inesistenza di una strategia fiscale comune europea: sono tutti elementi che hanno depotenziato l’immagine dell’Euro e creato aspettative di svalutazione. A un mese di distanza dal varo del pacchetto di misure straordinarie (il cd. Piano europeo) del valore di 500 miliardi di euro, nonostante tutte le assicurazioni, l’euro ha continuato a svalutarsi. Alla speculazione sul welfare europeo, si è così aggiunta la speculazione sull’euro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I grandi operatori finanziari dettano ancora legge. È necessario un cambio di rotta e nuove proposte di intervento di politica economica. Esse possono essere discusse a due livelli: il primo riguarda interventi tecnico-politici in un ottica di breve, brevissimo periodo, il secondo presuppone un intervallo e un’azione politica e sociale di più lunga durata.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nell’immediato si possono intraprendere tre percorsi, diversi, ma unificati dall’obiettivo di migliorare la governance dell’Europa nello scacchiere mondiale e rafforzare la sua credibilità nei mercati finanziari:</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- costituire una società di rating europea, indipendente e autorevole, effettivamente autonoma dagli interessi che agitano i mercati finanziari. A tal fine, essa non può essere privata, ma deve essere sottoposta all’egida della Banca Centrale Europea, con la nomina di esperti, nominati dalle Banche Centrali dei vari paesi europei (una sorta di Authority). In tal modo, potrebbe essere rotto il monopolio attualmente gestito dalle società americane, in collusione con gli investitori istituzionali che lì operano;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- introdurre una sorta di tassazione sulle speculazioni in valuta dello 0,01% sul modello “Tobin Tax” (richiesta peraltro avanzata già in sede europea e nel G20 sia dalla Svezia che dalla Gran Bretagna, nei tempi più drammatici della crisi dl 2008-09). Il gettito che ne deriva venga gestito direttamente dalla Comunità Europea e non dai singoli stati, per la creazione di un fondo che vada a costituire l’embrione di un budget europeo come condizione preliminare per definire una politica fiscale comune;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">-presentare un piano di coordinamento delle politiche fiscali nazionali  con effetto immediato, che non sia esclusivamente rivolto alla riduzione della spesa pubblica (come deciso nel Piano d’intervento Europeo) ma che sia invece finalizzato alla creazione di budget fiscale europeo, emissione di bond europei di debito e acquisto di titoli di stato (come già in minima parte prevede il piano europeo). E’ necessario definire le tappe e i tempi per creare un bilancio pubblico europeo ed un unico parametro deficit /Pil.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli interventi summenzionati richiedono una volontà politica in grado di sancire a livello istituzionale europeo una sorta di nuovo “new deal” così da portare a compimento in modo effettivo l’unità economica e sociale dell’Europa. Non crediamo che al momento vi siano le condizioni perché si arrivi a ciò. Quasi tutti i governo europei hanno matrice liberista e social-liberista (Germania, Spagna, Portogallo, Grecia) o ancor peggio nazional-corporativa (Francia, Italia).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ciò che manca all’Europa, è una visione in primo luogo culturale e poi sociale in grado di intervenire, analizzare, inchiestare le nuove forme di accumulazione e di valorizzazione e la nuova composizione del lavoro vivo, sempre più condizionata dalla precarietà. Il campo di azione e di battaglia politica è la ridefinizione di un welfare in grado di favorire la costruzione di un variegato fronte sociale anti-liberista e nello stesso tempo di superare la fase della sola opposizione e resistenza alle misure recessiva e regressive che oggi si vogliono porre in atto in nome della stabilità dei bilanci. Il futuro del welfare è necessariamente oltre il workfare e il welfare pubblico-keynesiano del dopoguerra: è il common-fare, ovvero il welfare europeo del comune. Ipotizzare un welfare del comune significa oggi imbastire una politica:</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- che garantisca un reddito incondizionato, individuale, ai residenti (e non solo ai cittadini), il cui ammontare è oggetto di vertenza sociale, finanziato dalla fiscalità generale (e non dai contributi sociali), grazie alla tassazione progressiva della proprietà intellettuale, dello spazio come fattore produttivo e di speculazione, della rendita finanziaria, nonché delle forme patrimoniali della ricchezza (<strong>accesso alla continuità di reddito incondizionato</strong>);</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- che tolga dalle gerarchie imposte dal libero scambio i beni primari e di pubblica utilità che negli ultimi 15 anni hanno subito estesi processi di privatizzazione in seguito all’adozione degli accordi europei di Cardiff sulla de-regolamentazione del mercato dei beni e dei servizi (<strong>accesso ai beni comuni materiali);</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- che imponga forme di controllo e di monitoraggio sul mercato del credito, sui suoi costi e sulle possibilità di elargire forme di finanziamento anche a chi non ha contratti a tempo indeterminato con la garanzia e l’assicurazione degli apparati pubblici, sia a livello locale che sopranazionale (<strong>accesso alla moneta come bene comune</strong>);</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- che proceda ad una regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale e della legislazione sempre più restrittiva dei brevetti a favore di una maggiore libertà di circolazione dei saperi e alla possibilità gratuita di dotarsi di infrastrutture informatiche, tramite adeguate politiche innovative e industriali (<strong>accesso ai beni comuni immateriali</strong>).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Una tale proposta di welfare rappresenta ad oggi un possibile strumento perché non solo si attui una distribuzione del reddito più equa ma anche perché si sviluppino quelle condizioni reali di scelta del lavoro, di vita e di sostenibilità sociale in grado di avere ricadute positive sulla struttura economica attuale, unico antidoto per combattere la speculazione e fuoriuscire dal guado della crisi.  Una proposta che punta ad un uso qualitativo della spesa pubblica, al fine di favorire una crescita economica in grado, per questa via, di ridurre anche in parte il rapporto deficit/pil: esattamente l’opposto di quella politica fiscale restrittiva adottata da molti paesi europei con l’obiettivo di assecondare gli appetiti della speculazione finanziaria e di creare una situazione deflattiva con esiti che rischiano di peggiorare ulteriormente l’attuale situazione economica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Professore di economia politica nell’Università di Pavia</em></p>
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		<title>No all’austerità fiscale. I pericoli della deflazione e gli argomenti per la finanza funzionale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 15:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[english version]
Che cosa si può fare in poco più di 18 mesi nel mondo alla rovescia della politica internazionale! Nel novembre del 2008, dopo che nel settembre/ottobre del 2008 gran parte dei mercati finanziari internazionali furono salvati dai governi a colpi di miliardi di dollari, i Paesi del G20 si riunirono a Washington non già per discutere della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/no-to-fiscal-austerity-the-perils-of-deflation-and-the-case-for-functional-finance/">[english version]</a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Che cosa si può fare in poco più di 18 mesi nel mondo alla rovescia della politica internazionale! Nel novembre del 2008, dopo che nel settembre/ottobre del 2008 gran parte dei mercati finanziari internazionali furono salvati dai governi a colpi di miliardi di dollari, i Paesi del G20 si riunirono a Washington <em>non </em>già per discutere della necessità di ricorrere alla spesa pubblica in disavanzo, giacché questo era ormai un fatto compiuto a seguito della crisi iniziale dei <em>subprime</em> del 2007-2008 e del vasto salvataggio messo in atto per evitare che il settore bancario potesse cadere in un abisso finanziario. Piuttosto i leader dei Paesi del G20 si riunirono nel novembre 2008 per discutere di come coordinare una strategia di “stimolo fiscale”, al fine di evitare un profondo collasso della spesa privata che alla fine del 2008 sembrava essere un’inevitabile conseguenza della crisi finanziaria.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Una rapida occhiata alla Figura 1 consente di rilevare un drammatico cambio di rotta della politica di bilancio dei Paesi occidentali dopo il 2007. Invece di perseguire politiche di “sana finanza”, con la quale molti governi  provarono a risanare i propri <em>deficit</em> o a perseguire avanzi come si può vedere dopo il 2001, tutti questi paesi si tuffarono in considerevoli <em>deficit</em> di bilancio dopo il 2007 (si veda la parte ombreggiata della Figura 1).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Figura 1: Saldi di bilancio pubblico (effettivi/previsti) in termini percentuali sul PIL, Totali Paesi OCSE, Area Euro, Paesi  G7 dal 1991 al 2010 (FONTE OCSE)</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="430" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/seccareccia_11.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Al recente <em>meeting</em> del G20 di Toronto di fine giugno 2010, si è assistito a una completa modifica dell’agenda politica. I <em>leader</em> si sono congedati vittoriosamente dall’ultimo summit dopo essersi accordati praticamente all’unanimità sui punti promossi dal primo ministro, Stephen Harper, e dagli altri falchi <em>anti-deficit</em>, come David Cameron e Angela Merkel ad esempio. In base al documento del G20, questi <em>leader</em> si sono impegnati a portare avanti manovre di bilancio finalizzate a ridurre i propri deficit di almeno il 50 per cento entro il 2013 e a stabilizzare e ad avviare una <em>riduzione</em> dei rapporti debito/PIL entro il 2016, il tutto in nome della stabilizzazione macroeconomica. Sebbene ci sia stato un dibattito sulla tempistica della “strategia di uscita”, sulla questione dell’austerità di bilancio “c’è uno <em>spietato consenso</em> tra le parti”, come ha sottolineato Barack Obama (<a target="_blank" rel="nofollow" href="http://imarketnews.com/node/15595">http://imarketnews.com/node/15595</a>). E’ difficile pensare come l’elite politica internazionale possa “consentire” a deflazionare “spietatamente” l’economia mondiale alla luce delle proteste pacifiche contro l’austerità nelle strade di Toronto. Comunque, quando gli si chiede in che modo l&#8217;economia possa essere stabilizzata e ricondotta su di un sentiero di crescita sostenuto e desiderabile, questi<em> leader</em> si richiamano agli effetti positivi della riduzione dell’eccessivo peso del debito pubblico sulla crescita, enfatizzando la necessità di un suo controllo e della sua sostenibilità finanziaria e rimarcando la necessità di puntare al settore privato per promuovere la crescita.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Mentre è tautologicamente vero che i livelli di debito pubblico possono essere stabilizzati e ridotti solo se le entrate incominciano a superare le uscite, non è così ovvio che gli alti livelli di debito pubblico frenano la crescita e che il settore privato si espanderà a seguito dei tagli di spesa e/o di aumenti di tasse. A ben vedere, i fatti a partire dalla settimana successiva al summit del G20 mostrano segnali preoccupanti che si pongono in netto contrasto con ciò che i leader del G20 hanno previsto come risultati delle loro proposte politiche. In effetti, già a partire da quella settimana (successiva al meeting del G20), i prezzi nelle principali borse del Nord America sono scesi rapidamente e le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso per diversi paesi, come per la China che punta sulle esportazioni come motore della crescita. Nonostante le recenti raffinate previsioni del FMI, sussistono nei mercati internazionali reali timori per una recessione “<em>double-dip</em>” [una recessione a w], simile a quella del 1937, timori che si rafforzano a seguito delle decisioni prese a Toronto alla fine di giugno. Le aspettative dei mercati circa le prospettive future di crescita non sono state positivamente influenzate dall’accordo del G20. Al contrario, le politiche di austerità concordate in un’economia mondiale che sta lottando per rimanere in piedi potrebbero spingere molti paesi sull’orlo del precipizio, in quanto la contrazione del settore pubblico potrebbe influenzare negativamente la crescita attraverso i noti effetti keynesiani sul moltiplicatore e sull&#8217;acceleratore. Questo perché il deficit di bilancio del settore pubblico non è un buco nero finanziario che assorbe credito e risorse diversamente utilizzabili per progetti di investimento privato; ma, al contrario, la spesa in disavanzo genera risparmio nel settore privato attraverso il processo di generazione del reddito.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quello che i <em>leader</em> del G20 e i loro consiglieri economici non riescono a comprendere è il semplice fatto contabile in base al quale ciò che appare come spesa in un settore (ad esempio, il settore pubblico) è necessariamente un’entrata o reddito per un altro settore (ad esempio, il settore privato) e ciò che appare come spesa netta (o <em>deficit</em> di bilancio) per un settore deve essere inevitabilmente risparmio netto positivo (o <em>surplus</em> finanziario) per un altro settore. Ne segue che, indipendentemente da come sono finanziate, le spese generano reddito, e il risparmio del settore privato altro non è che una contropartita dei <em>deficit</em> del settore pubblico. Ciò significa che la formazione di un surplus netto di bilancio nel settore pubblico va a distruggere reddito netto o risparmio nel settore privato. Possiamo ora riprendere la Figura 1 tracciando anche il risparmio netto del settore privato per tutti i Paesi. Per facilità di esposizione si riportano nella Figura 2 sia i saldi del settore privato sia i saldi del settore pubblico, considerando gli Stati Uniti e aggregando i Paesi dell’Euro zona. La sola ragione per la quale queste due serie non sono letteralmente una lo specchio dell’altra è perché non abbiamo preso in considerazione il saldo di conto corrente che potrebbe fluttuare considerevolmente nel tempo e offuscare notevolmente la relazione simmetrica tra le due serie.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Figura 2: Saldi di bilancio pubblico e privato per l’Euro zona e per gli USA in termini percentuali del PIL, 1991-2010 (FONTE OCSE)</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="272" width="554" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/seccareccia_31.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Come possono le prospettive di minori redditi e minori risparmi del settore privato incoraggiare la crescita? Ciò che si può immaginare, se sarà realmente implementata la politica di austerità, è il catastrofico effetto della riduzione della spesa sulla produzione del settore privato, con effetti deflazionistici sui redditi (salari e profitti) e un più basso livello di occupazione. Le politiche necessarie non sono quelle che frenano la crescita ma quelle che la sostengono su basi più stabili. Come è stato rilevato da Keynes: “è l’espansione il momento buono per l’austerità [..], non la recessione” (vedi <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php">http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php</a>). Le politiche associate alle idee keynesiane sono state storicamente definite come politiche di finanza funzionale e con successo sono state implementate durante i primi anni del dopoguerra per ottenere il pieno impiego, prima dell’assalto monetarista. Dagli anni settanta del secolo scorso molte generazioni di giovani economisti hanno avuto poche o nessuna occasione di conoscere le teorie keynesiane e sono state portate a ritenere che non ci fossero alternative alla dottrina neoclassica del &#8220;rigore finanziario&#8221;, che era già caduta in discredito negli anni trenta del secolo scorso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ per questo che la recente <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">lettera firmata da oltre 200 economisti italiani</a> rappresenta un segnale di reale speranza. In essa si afferma che <em>yes we can</em>, possiamo pensare ad alternative positive all’austerità e al taglio della spesa. Per salvare l’Euro zona dalle sue stesse contraddizioni, occorre perseguire politiche sin qui messe al bando da quella erronea dottrina neoclassica, che gli autori della lettera definiscono “liberista”, e che trova applicazione nell’attuale struttura istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. La lettera riconosce correttamente che l’Europa può tornare a crescere attraverso una politica di espansione della domanda trainata dalla spesa pubblica, in particolare dai paesi in surplus dell’UME. Essa si sofferma, inoltre, sulla necessità di un piano di sviluppo finalizzato al pieno impiego attraverso l’investimento pubblico, come lo stesso Keynes argomentava negli anni trenta. Questa tesi, però, si trova in netto contrasto con le politiche imposte in Europa, che determinano una deflazione interna.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ironicamente, il solo pseudo “attivismo” fiscale nell’UME viene perseguito dalla BCE - una istituzione tecnocratica e i cui responsabili non sono eletti democraticamente -il cui ruolo si è evoluto al punto che essa ora sta acquistando titoli del debito pubblico; ma tali acquisti non vengono effettuati al fine di finanziare gli investimenti pubblici e consentire il raggiungimento di obiettivi di sviluppo bensì esclusivamente per fornire la liquidità necessaria a prevenire l’insolvenza, come avvenuto per la Grecia. Questo è il peggiore degli scenari possibili. In nome del “rigore di bilancio”, l’attuale struttura istituzionale impedisce alle legittime autorità di politica fiscale (quindi ai governi nazionali) di perseguire politiche espansive, vincolate come sono dai parametri del Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita che finiscono per aggravare i problemi di liquidità dei c.d. Paesi GIIPS<strong>[1]</strong>. Dall’altra parte, la BCE è stata ora obbligata ad assumere il ruolo di un “pompiere” recalcitrante, che estingue i fuochi regionali generati dal corto circuito dovuto allo stesso Trattato istitutivo dell’UME, che ha creato una banca centrale sovranazionale sulla base dei principi neoclassici. L’Europa necessita di ridefinire le sue stesse istituzioni per evitare di affossarsi in uno stato di stagnazione economica permanente, tutto in nome della moneta unica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Professore di Economia, Università di Ottawa, direttore dell’</em>International Journal of Political Economy</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica]</p>
]]></content:encoded>
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		<title>No to Fiscal Austerity. The Perils of Deflation and the Case for Functional Finance</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 15:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[What just over 18 months could make in the topsy-turvy world of international politics! In November 2008, when most of the world’s financial markets had been rescued, with many governments in Western countries spending billions of dollars of bailout money during September/October 2008, the G20 countries had met not to discuss the need for deficit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">What just over 18 months could make in the topsy-turvy world of international politics! In November 2008, when most of the world’s financial markets had been rescued, with many governments in Western countries spending billions of dollars of bailout money during September/October 2008, the G20 countries had met <em>not</em> to discuss the need for deficit spending, since that was already a <em>fait accompli</em> that had resulted from the effects of the initial subprime crisis in 2007-2008 and the huge bailout money to prevent the banking sector from falling into a financial abyss. Rather, these G20 world leaders had met in Washington in November 2008 to discuss a coordinated “fiscal stimulus” strategy in order to avert a severe collapse of real private sector aggregate spending, which, at the end of 2008, seemed to be an unavoidable consequence of the financial crisis.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A quick look at Figure 1 shows how dramatic the change in the fiscal stance of Western countries was after 2007. Instead of pursuing policies of “sound finance” with most governments trying to climb out of fiscal deficits or target fiscal surpluses as can be seen after 2001, all these countries plunged into significant budgetary deficits after 2007 (see shaded area in Figure 1).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Figure 1: General Government Financial Balances (Actual/Forecasted) as a Percentage of GDP,<br />
Total OECD, Euro Area, and G7 Countries, 1991-2010</strong>
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="451" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/seccareccia_1.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">At the recent G20 meeting in Toronto at the end of June 2010, we have witnessed a complete reversal of the policy discourse. The leaders left victoriously the latest summit by achieving practical unanimity on the goals that had been proposed by the host prime minister, Stephen Harper, and other anti-deficit hawks, such as David Cameron and Angela Merkel. According to the G20 declaration, these government leaders had committed themselves to fiscal plans that would cut their deficits by at least 50 percent by 2013, and to stabilize and begin to <em>reduce </em>government debt-to-GDP ratios by 2016, all in the name of stabilizing the macroeconomy. Although there was some debate over the precise timetable of their “exit strategy”, as Barack Obama emphasized, on the issue of fiscal austerity “there is <em>violent agreement</em> between the parties” (<a target="_blank" rel="nofollow" href="http://imarketnews.com/node/15595">http://imarketnews.com/node/15595</a>). It is hard to imagine how “violently” the world political elite can “agree” to deflate the world economy in light of the mostly peaceful protests against austerity in the streets of Toronto. However, when asked about how the economy is supposed to be stabilized and brought back to a desirable high growth path, these world leaders referred to the positive effects on growth of a reduced burden of overhanging public debt, pointed to the necessity for public debt stabilization and fiscal sustainability, and highlighted the need to make way for the private sector in the growth strategy.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">While it is tautologically true that public sector debt ratios can stabilize and fall only if revenues start to exceed spending, it is not at all obvious that high public debt ratios are inimical to growth and that the private sector will grow as a result of cuts in spending and/or increases in taxes. In fact, evidence from the week following the G20 summit offers some ominous signs that stand in sharp contrast to what the G20 leaders envisaged in terms of economic outcome of their proposed policies. Indeed, already over that week (after the G20 meeting), prices at the principal North American stock exchanges declined sharply and forecasts of growth were revised downward in countries, such as China, that rely on exports as their engine of growth. Despite some recently embellished forecasts from the IMF, there are real fears in world markets of a 1937-style “double-dip” recession, with these fears being reinforced by the decisions taken in Toronto at the end of June. Market expectations of future prospects for growth have not been positively influenced by the formal statement of the G20 leaders. On the contrary, concerted policies of austerity in a world economy that is struggling just to stand still could merely push many economies over the edge of the precipice, since public sector retrenchment could only feed negatively on growth through standard Keynesian multiplier/accelerator effects. This is because a public sector budgetary deficit is not some financial black hole that removes much needed loanable funds that would otherwise be available for investment purposes for the private sector; but quite the opposite, deficit spending creates private sector savings through the income-generating process.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Indeed, what the G20 leaders and their economic advisors fail to understand is an elementary accounting fact that what is a spending for one sector (say, the government sector) is necessarily a receipt or income for another sector (say, the private sector) and that what is a net spending (or a budgetary deficit) of one sector must inevitably be a positive net saving (or a financial surplus) of another sector.  Hence it follows that, regardless of how they are financed, expenditures generate income, and private sector saving is merely the pecuniary accountancy of public sector deficits. This also means that any net budgetary surplus of the public sector merely destroys private sector net income or saving. In terms of Figure 1 above, one ought to just imagine this same chart but stood on its head delineating in this case the net saving position of the private sector for all those countries. For illustrative purposes, both the private and public sector balances are displayed in Figure 2, but only for the US and the countries of the Euro zone combined. Indeed, the only reason why these series are not literally a mirror of one another is because we have not taken into consideration the current account balance which could fluctuate somewhat over time and blur somewhat the symmetrical relation between the two series.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Figure 2: Net Private and Consolidated Public Sector Balances for the Euro Area and the US as a Percentage of GDP, 1991-2010</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="554" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/seccareccia_3.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">How can the prospect of lower private sector incomes and private sector savings encourage private sector growth over time? If such policies of budgetary austerity are seriously implemented, one can only imagine the catastrophic consequences of the withdrawal of the much needed spending on private sector output, resulting in a deflation of incomes (wages and profits) and a lower level of employment. What are needed are not policies that abort growth but policies that sustain it on a more permanent basis. As Keynes has been quoted to have said: “the boom, not the slump, is the right time for austerity at the Treasury.” (See <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php">http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php</a>) Such a policy framework, associated with Keynesian ideas, has been termed historically a policy of functional finance which was quite successfully implemented during the early postwar years to achieve full employment before these policies succumbed to the monetarist onslaught. Since the 1970s, several generations of young economists have had little or no exposure to these Keynesian ideas and have been trained to think that there is no alternative to the neoclassical doctrine of “sound finance” which had been discredited during the 1930s.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">This is why the recent <a target="_blank" href="http://www.letteradeglieconomisti.it/english.htm">letter signed by over 200 Italian economists </a>represents a truly hopeful sign. It affirms that yes we can imagine positive alternatives to austerity and economic retrenchment. If the Euro zone is to be saved from its own contradictions, it must pursue policies that are currently prevented as a result of the misguided neoclassical doctrines of what the authors of the letter have dubbed the “liberalist” ideology that finds its counterpart in the current institutional structure of the European Economic and Monetary Union (EMU). The letter rightly recognizes that growth in Europe can return via a policy of expansion of demand through public spending and particularly in the surplus countries of the EMU. Moreover, it points to the need for a development plan to achieve full employment through public investment much as Keynes himself had argued in the 1930s. This view stands in stark contrast to the current policies being imposed in Europe that necessitate deflation domestically.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ironically, the only pseudo fiscal “activism” in the EMU is being pursued de facto by an unelected and technocratic ECB whose role has evolved and is now purchasing national government securities not to help finance public investments for developmental purposes in the various regions of Europe but merely to provide much needed liquidity to prevent insolvency, as in Greece. We have here perhaps the worst possible scenario. In the name of “sound finance”, the current institutional structure prevents the rightful fiscal authorities (i.e., the respective national governments) to pursue policies of expansion because of the constraints imposed by the Maastricht Treaty and the Stability and Growth Pact, which exacerbate the liquidity problems of the so-called GIIPS countries. On the other hand, the ECB has now been forced to assume the role of a recalcitrant “firefighter” that extinguishes regional fires caused by faulty circuitry imposed by the very EMU constitution, which established such a supranational central bank based on neoclassical precepts of the macro economy. Europe needs to redefine itself institutionally so as to avoid being stuck collectively in a permanent state of economic stagnation all in the name of retaining a single currency.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">*<em> Professor of Economics, University of Ottawa, and Editor of the</em> International Journal of Political Economy</p>
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		<title>Le premesse teoriche della Lettera e i vetero-liberisti</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 08:10:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore  del 27 giugno  (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="482" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/disoccupati_ansa2.jpg" border="0" style="width: 314px; height: 204px" />Nel loro articolo apparso sul <em>Sole 24 ore</em>  del 27 giugno  (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla <em><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a></em><strong>[1]</strong> e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria  ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio<strong>[2]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nella Lettera si afferma che una redistribuzione del reddito a favore dei redditi più elevati, (quale si è manifestata nei paesi industrializzati nell&#8217;arco degli ultimi trent&#8217;anni)<strong>[3]</strong> tende a deprimere la domanda aggregata e la crescita. Per vedere perché, è sufficiente considerare un modello reddito-spesa keynesiano molto semplice, senza settore pubblico e rapporti con l&#8217;estero e con investimenti dati. Questo modello ci consente di determinare l&#8217;unico livello di reddito di equilibrio macroeconomico al quale la domanda complessiva, costituita da consumi e investimenti, e la produzione risultano uguali<strong>[4]</strong>. Il comportamento delle imprese, naturalmente volto ad adeguare la produzione alla domanda di prodotti farà sì che il sistema economico tenda effettivamente a realizzare questo livello di produzione, che risulta unicamente determinato da tre grandezze: ammontare degli investimenti, ammontare dei consumi autonomi (cioè finanziati non dal reddito corrente ma dalla ricchezza o dal credito), e propensione al consumo (cioè quanto aumentano i consumi per ogni unità aggiuntiva di reddito). Ora supponiamo che in questa economia intervenga una redistribuzione del reddito dai lavoratori (dai gruppi sociali a reddito medio-basso) verso gruppi sociali a reddito elevato (percettori di rendite e profitti, manager ecc). Se, come normalmente accade, la propensione al consumo dei soggetti a reddito elevato è minore di quelli a basso reddito<strong>[5]</strong>, questo cambiamento nella distribuzione del reddito, riducendo la propensione al consumo della collettività nel suo insieme, riduce anche la domanda aggregata ed il reddito di equilibrio<strong>[6]</strong>. <em>Solo inizialmente questo si manifesterà con una sovrapproduzione di merci rispetto alla domanda</em> e una accumulazione indesiderata di scorte<strong>[7]</strong>, ma questo fenomeno sarà <em>transitorio</em>, perché le imprese aggiusteranno rapidamente i livelli di produzione. Ciò a sua volta ridurrà reddito, occupazione e consumi e quindi produzione (effetto del moltiplicatore keynesiano) ma il processo alla fine converge ad un nuovo più basso livello di equilibrio del reddito, che sarà però diminuito di più dell’iniziale riduzione dei consumi. Quindi, non ci sarà una persistente sovrapproduzione (come Bisin e Boldrin ci accusano di sostenere) ma, come si insegna nei corsi di base di economia, una produzione che si adegua alla (diminuita) domanda aggregata attraverso una riduzione del grado di utilizzo degli impianti e del lavoro da parte delle imprese. Se la nuova situazione persiste, anche il sottoutilizzo degli impianti tenderà a scomparire, in quanto essi tenderanno a non essere interamente rinnovati dalle imprese e si avrà nel sistema una riduzione della capacità produttiva esistente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Viene però contestato ai sostenitori del documento di trascurare meccanismi economici che tenderebbero comunque a controbilanciare gli effetti negativi della diminuzione dei consumi. Questi sarebbero il legame tra risparmi e investimenti, e  la flessibilità dei prezzi (non richiamata nell’articolo ma nel blog). Il punto è che questi meccanismi non vengono “trascurati” ma che sul loro ruolo sia la riflessione teorica che l&#8217;evidenza empirica mostrano che bisogna trarre conclusioni molto diverse.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto riguarda il nesso risparmi investimenti, si può osservare innanzi tutto che nella nuova situazione di equilibrio l&#8217;ammontare complessivo di risparmi è esattamente lo stesso di prima (anche se ora una quota maggiore del reddito va a soggetti con più elevata propensione a risparmiare, il reddito complessivo è diminuito e i risparmi aggregati sono invariati). Un “eccesso di risparmi” rispetto agli investimenti si manifesta solo inizialmente nell’economia proprio come sovrapproduzione di merci che rimangono invendute – come questo possa tradursi in aumento degli investimenti non viene spiegato.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Scrivono Bisin e Boldrin: &#8220;chi risparmia non tiene i soldi sotto il materasso, li investe&#8221;. Si tratta, in questi termini, di una versione del rapporto risparmi-investimenti che si ritrova in alcuni economisti di inizio ‘800, come Say, così come del resto la formulazione della teoria sottoconsumista che ci viene attribuita potrebbe essere ricondotta ad un altro economista di quel periodo, Sismondi. Da allora sono però passati duecento anni, durante i quali sia i termini della discussione, sia la realtà economica, sono mutati, anche se i nostri commentatori non sembrano essersene accorti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche<em> concesso</em>, in contrasto con l’analisi svolta sopra, che un incremento dei risparmi aggregati effettivamente si manifesti, coloro che risparmiano <em>non</em> decidono affatto per ciò stesso di effettuare investimenti<em> produttivi</em>, ma sceglieranno di detenere i propri risparmi in forma di una varietà di attività finanziarie, inclusa la moneta. Perché si possa argomentare che ciò si tradurrà in maggiori investimenti sono necessari due passaggi, ciascuno dei quali <em>molto controverso</em> nella letteratura economica; bisogna cioè: i) che un aumento dei risparmi sia in grado di determinare una riduzione del tasso di interesse e ii) che quest’ultima determini un aumento degli investimenti aggregati<strong>[8]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In particolare, per quanto riguarda la relazione tra investimenti e tasso di interesse, questa non solo è controversa sul piano teorico, ma non è stata rinvenuta dalle ricerche applicate né a livello aggregato né di impresa (ad esempio Chirinko, 1993), tanto che Blinder (1997, p. 240) ha potuto affermare che “l’evidenza empirica circa la sensibilità degli investimenti al saggio di interesse è, a dir poco, dubbia”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Consideriamo ora la flessibilità dei prezzi. In che modo questa potrebbe favorire una maggiore domanda di merci? Certamente non attraverso un effetto sul “potere d’acquisto” di consumatori e imprese rispetto alle merci stesse, come i nostri critici sembrano suggerire! Come si insegna subito agli studenti di economia infatti a livello aggregato il valore monetario della produzione è esattamente la stessa cosa del valore monetario dei redditi distribuiti, e quindi al diminuire del livello dei prezzi corrisponde un minor reddito monetario della collettività. Un effetto positivo sulla domanda potrebbe aversi solo se i salari fossero fissi in termini monetari: in questo caso al diminuire dei prezzi i salari reali aumenterebbero mentre altri tipi di reddito diminuirebbero, determinando una redistribuzione del reddito di segno opposto a quella indicata all’inizio. Ma sarebbe davvero sorprendente scoprire che Bisin e Boldrin ritengono, come i promotori della Lettera, che un aumento dei salari reali aiuterebbe a uscire dalla recessione!</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In ogni caso, perché una riduzione dei prezzi possa far aumentare la domanda di merci occorre che essa sia in grado di aumentare, in termini reali, o la spesa per investimenti o quella per consumi (come discusso nel cap XIX della <em>Teoria Generale</em> di Keynes, che invito a leggere) e gli argomenti proposti nella letteratura economica a sostegno degli effetti positivi della caduta del livello dei prezzi sulla domanda presentano debolezze riconosciute anche dagli stessi economisti <em>mainstream</em><strong>[9]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In realtà, molti economisti (tra cui Keynes, Fisher, Minsky) hanno sostenuto con forza che una riduzione del livello dei prezzi può invece avere effetti <em>negativi</em> sull’economia molto gravi: i) perché aspettative di ulteriori riduzioni dei prezzi possono indurre il rinvio degli acquisti di beni di consumo durevoli e di beni di investimento; e ii) perché la caduta dei prezzi aumenta l’onere dei debiti, mettendo a rischio la capacità di far fronte agli impegni di restituzione dei prestiti ottenuti, e mettendo di conseguenza in difficoltà anche le banche che quei prestiti avevano erogato. Di fatto, le banche centrali e gli organismi internazionali guardano in genere con <em>molto timore</em> alla possibilità di una deflazione dei prezzi, e laddove questa si è manifestata (in Giappone ad esempio) non sembra proprio che abbia favorito la ripresa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutto ciò implica che recessioni e disoccupazione – e anche la crisi in corso – possono essere e sono generalmente causate da carenza di domanda aggregata, e che contrarre la spesa in una fase recessiva –  come sta accadendo in Europa con le politiche di tagli alla spesa pubblica – è estremamente pericoloso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche la crescita di lungo periodo di un sistema economico dipende dalla crescita della domanda. In una economia nazionale aperta agli scambi con l’estero una delle componenti della domanda sono le esportazioni, e queste possono essere spinte dalla capacità innovativa del sistema economico nazionale, auspicata da Bisin e Boldrin. Tuttavia è evidente che, se si guarda il sistema economico internazionale nel suo insieme, non è possibile che<em> tutti</em> i paesi siano esportatori netti, e la questione della necessità della crescita di altre componenti della domanda, oltre alle esportazioni, rimane fondamentale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se poi ci sono economisti che come Bisin e Boldrin vogliono continuare ad <em>assumere</em>, in contrasto con l’osservazione dei fatti e con una vasta e seria letteratura economica, che l’economia è sempre costantemente in equilibrio di piena occupazione, che non possono aversi carenze di domanda aggregata, e che i lavoratori disoccupati sono solo persone che hanno scelto di godersi un po’ di tempo libero<strong>[10]</strong>, è bene che quantomeno non abbiano la pretesa di dare lezioni sull&#8217;interpretazione della realtà, con toni la cui aggressività è pari alla pochezza delle argomentazioni.</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] A queste hanno risposto, su diversi punti, l’intervento di Cesaratto (29 giugno) sullo stesso quotidiano, un’intervista di Brancaccio (<a href="http://www.emilianobrancaccio.it/">www.emilianobrancaccio.it</a>) e Ugo Pagano, che ha partecipato ad una discussione tenutasi a Firenze il primo luglio scorso. Sempre sul<em> Sole 24 Ore</em> sono intervenuti Canale e Realfonzo (<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-15/cari-colleghi-rileggete-keynes-080418.shtml?uuid=AYCfvw7B">&#8220;Cari colleghi, rileggete Keynes&#8221;, 15 luglio</a>) per sostenere le tesi di politica economica degli economisti keynesiani rispetto al mainstream.<br />
[2] Naturalmente la Lettera è stata sottoscritta da economisti di orientamento diverso, ed evidentemente ciò che scrivo non è necessariamente del tutto rappresentativo delle opinioni di ciascuno.<br />
[3] Questo dato è contestato dai due critici, che sono in questo davvero soli. Non potendo per ragioni di spazio entrare nel merito rinvio, tra i tanti lavori sul tema, a IMF 2007a e b e OECD 2008, non  sospettabili di nutrire simpatie filo-marxiste.<br />
[4] La domanda aggregata AD è la somma di consumi e investimenti AD ≡ C + I; i consumi dipendono in parte dal reddito C = C°+cY, dove c è la propensione al consumo, C° sono i consumi autonomi; il reddito (produzione) di equilibrio è quello che eguaglia la domanda aggregata Y = C°+cY+I ed è quindi pari a: Y = (I+C°)/(1-c).<br />
[5] In altri termini, un salariato generalmente spende, per vivere, tutto o quasi il suo reddito corrente, e può risparmiarne una parte piccola, viceversa chi ha redditi elevati ne spende una proporzione minore e può risparmiare in misura maggiore<br />
[6] Nei decenni passati, nonostante i cambiamenti nella distribuzione del reddito, questa riduzione dei consumi della collettività in proporzione al reddito, non si è manifestata, in particolare negli Stati Uniti, grazie alla forte espansione del credito al consumo, che è però venuta meno con la crisi in corso, e che ha comunque contribuito al determinarsi della fragilità finanziaria del sistema esplosa con la crisi.<br />
[7] Le imprese potrebbero anche vendere i prodotti sottocosto, come suggerito dai nostri ma, se non si tratta di beni deperibili, alle imprese non conviene farlo – ed  in ogni caso ciò non modifica le conclusioni del ragionamento.<br />
[8] Per quanto riguarda la possibilità che una variazione dei risparmi induca, nel mercato del credito, una variazione di segno opposto del tasso di interesse, ricordo che già Wicksell (che pure condivideva i fondamenti teorici marginalisti di coloro che criticano la Lettera) riteneva che in presenza di un sistema bancario, il tasso di interesse non fosse immediatamente regolato da offerta e domanda di risparmi, e che in ciò risiedesse la principale causa del ciclo economico. Dopo Keynes è stato riconosciuto da tutti che il tasso di interesse è determinato nel mercato monetario e finanziario, e che  una sua riduzione può realizzarsi o per una scelta di politica monetaria da parte della banca centrale, o attraverso la caduta del livello dei prezzi rispetto alla quantità di moneta, di cui dirò più avanti.<br />
Per quanto concerne l’aumento degli investimenti al ridursi del tasso di interesse, si tratta di una relazione estremamente controversa sul piano teorico: tradizionalmente essa era fondata sul principio di sostituibilità tra fattori produttivi, e cioè sull&#8217;idea che la diminuzione del tasso di interesse portasse il sistema, attraverso la minimizzazione dei costi unitari, ad adottare tecniche a maggiore intensità di capitale, con conseguente aumento degli investimenti. Ma come è stato in vari modi dimostrato (si veda ad esempio Garegnani 1970) il cambiamento delle tecniche ad una diminuzione del tasso di interesse può avere qualsiasi esito, anche di segno opposto. Altre spiegazioni della decrescenza degli investimenti rispetto al tasso di interesse o sono errate (Ackley, 1978) o sono in ultima analisi riconducibili al principio di sostituibilità di cui sopra (Petri, 2004, cap. 7).<br />
[9] Nella letteratura macroeconomica mainstream si argomenta che la caduta del livello dei prezzi possa ridurre il saggio di interesse a causa dell’aumento della offerta di moneta in termini reali. Ma ciò è contestato dai tanti economisti che affermano la natura endogena della offerta di moneta; e d&#8217;altro lato rimangono le obiezioni teoriche ed empiriche già descritte circa la capacità di un riduzione del tasso di interesse di stimolare gli investimenti aggregati. Un altro meccanismo presente nella letteratura macroeconomica è quello dei cosiddetti saldi monetari reali: la ricchezza detenuta dalle famiglie e dalle imprese in forma di moneta aumenta di valore in termini reali quando i prezzi cadono, e ciò stimola i consumi. Ma la rilevanza di tale meccanismo è stata fortemente circoscritta proprio da chi ha contribuito a metterlo in luce (cfr. Patinkin, 1987), mentre come argomentato nel testo, gli effetti negativi della caduta di prezzi sui consumi e sugli investimenti possono essere molto rilevanti.<br />
[10] Ebbene sì, perché nei modelli di ciclo economico reale, a partire dai quali ci si vuole insegnare come interpretare l’economia, si afferma che le variazioni cicliche dei livelli di occupazione sono dovute alle scelte dei lavoratori di lavorare di più quando i salari sono un pò più alti del solito e lavorare di meno quando sono un pò più bassi del normale (nell&#8217;attesa che risalgano), in modo da massimizzare il proprio reddito minimizzando lo sforzo nell&#8217;arco della vita lavorativa…!</h6>
<p><strong>Riferimenti</strong></p>
<p>Ackley G., 1978, Macroeconomics: Theory and Policy, Londra, Collier e Macmillan.</p>
<p>Blinder A., 1997, Is There a Core of Practical Macroeconomics That We Should all Believe?, American Economic Review, 1997, n. 2.</p>
<p>Chirinko, R.S. (1993) Business Fixed Investment Spending: Modeling Srategies, Empirical Results and Policy Implications, Journal of Economic Literature, vol 31.</p>
<p>Garegnani P., 1970, Heterogeneous Capital, the Production Function and the Theory of Distribution, Review of Economic Studies, vol 37.</p>
<p>IMF, 2007a, World Economic Outlook, April, Washington.</p>
<p>IMF, 2007a, World Economic Outlook, October, Washington.</p>
<p>OECD, 2008, Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries, Paris.</p>
<p>Patinkin, 1987, Real Balances, in J;Eatwell, M.Milgate, P.Newman (eds) New Palgrave, a Dictionary of Economics, London, Macmillan.</p>
<p>Petri F. 2004, General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Cheltenham, Elgar.</p>
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		<title>Sartori e la “Lettera degli economisti”</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 18:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Nell’articolo di fondo del Corriere della Sera del 25 giugno Giovanni Sartori se la prende con gli economisti e con il sostegno che essi hanno dato a quel processo che con brutta parola definiamo di “finanziarizzazione” dell’economia. Come economista dovrei armarmi per difendere la categoria che annovera tra i suoi fiori all’occhiello proprio quegli economisti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="218" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/speculazione-300x218.jpg" border="0" />Nell’articolo di fondo del <em>Corriere della Sera</em> del 25 giugno Giovanni Sartori se la prende con gli economisti e con il sostegno che essi hanno dato a quel processo che con brutta parola definiamo di “finanziarizzazione” dell’economia. Come economista dovrei armarmi per difendere la categoria che annovera tra i suoi fiori all’occhiello proprio quegli economisti che Sartori critica così duramente; ma, come firmatario della <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">“Lettera degli economisti”</a> non solo non me la sento di contestare gli argomenti esposti dal noto politologo, ma francamente li condivido in pieno. Mi piacerebbe che Sartori sapesse che proprio in questi giorni qualcosa si è mosso nella direzione da lui auspicata anche tra gli economisti italiani.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sartori scrive a proposito della situazione attuale: “semplificando al massimo, da un lato abbiamo una economia produttiva che produce beni, che crea «cose», e i servizi richiesti da questo produrre, e dall’altro lato abbiamo una economia finanziaria essenzialmente cartacea fondata su vorticose compravendite di pezzi di carta. Questa economia cartacea non è da condannare perché tale, e nessuno nega che debba esistere. Il problema è la sproporzione; una sproporzione che trasforma l’economia finanziaria in un gigantesco parassita speculativo la cui mira è soltanto di «fare soldi », di arricchirsi presto e molto, a volte nello spazio di un secondo.”</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Mi domando, in linea con la “Lettera”, ma non è forse l’Europa stessa che, nel percorso che ha intrapreso da un po’ di anni a questa parte e con la previsione di una determinata struttura istituzionale e di regole di governance delle istituzioni dell’Ume, ha favorito il passaggio a questa economia nella quale la finanza non è l’ancella delle attività produttive, ma è il fulcro intorno al quale ruota tutta l’economia e la stessa organizzazione sociale? Quanto sarebbe necessario riaprire il dibattito democratico, nel senso di Sen, su queste tematiche e far emergere quei profili culturali che sottolineano l’urgenza di riempire di metodi e contenuti diversi dal passato l’Europa del dopo Trattato di Lisbona perché anche le politiche economiche si orientino verso altri obiettivi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Certo gli economisti, non tutti per fortuna, hanno una enorme responsabilità: hanno acriticamente abbracciato il credo neoliberista ed hanno allevato una generazione di studenti, dottorandi, ricercatori e futuri professionisti sulla capacità di risolvere modellini (modelli e modelloni) matematici, su esercizi econometrici demenziali trascurando il ruolo che storia, filosofia e capacità di analisi hanno perché l’economista possa dare il proprio contributo alla società.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ancora Sartori: “Gli economisti «classici » facevano capo all&#8217;economia produttiva; oggi i giovani sono passati in massa all’economia finanziaria. È lì, hanno capito, che si fanno i soldi, ed è in quel contesto che l’economia come disciplina che dovrebbe prevedere, e perciò stesso prevenire e bloccare gli errori, si trasforma in una miriade dispersa di economisti «complici» che partecipano anch’essi alla pacchia.”</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E, allora, noi e Sartori concordiamo senz’altro sulla necessità di contrastare la speculazione: “è chiaro che in futuro tutta la materia dell’economia finanziaria dovrà essere rigorosamente regolata e controllata” scrive Sartori.” E la “Lettera”, nella sua parte finale: “Ecco perché in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione tramite divieti di operazioni allo scoperto, adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed interventi amministrativi sui movimenti di capitale.”</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ci possono essere tanti punti, come l’avvicinamento di Sartori alle controverse tesi di Serge Latouche sulla decrescita, sui quali aprire una discussione, ma ciò non toglie che l’articolo del politologo del 25 giugno apre un confronto con il mondo della cultura esterno alla professione che può essere interessante esplorare più a fondo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Napoli &#8220;Federico II&#8221;.</em></p>
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		<title>Oltre il “momento Kindleberger”, contro l’austerity globale</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 13:49:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[cliccare per l&#8217;originale inglese]
L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/lettera_21.jpg" width="398" height="103" style="width: 368px; height: 232px" border="0" /><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/beyond-the-kindleberger-moment-fighting-global-austerity/"><em>[cliccare per l&#8217;originale inglese]</em></a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. Da allora entrammo nel “momento Keynes”: i politici e gli economisti, negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e anche nei “templi ” del neoliberismo - come il Fondo Monetario Internazionale - riscoprirono l’assoluta necessità di politiche fiscali espansive per contenere le forze deflazionistiche che stavano conducendo l’economia mondiale in una “stretta mortale”. Per un breve periodo, i governi adottarono politiche fiscali keynesiane senza precedenti, per cercare di interrompere la spirale economica deflazionistica e, per certi versi, ebbero un temporaneamente successo. Ma ora le forze ortodosse, in Europa e negli Stati Uniti, stanno cercando di seppellire Keynes ancora una volta e resuscitare politiche liberiste reazionarie – rispolverando le teorie e il lessico del passato – invocando brutali misure di austerità per ristabilire la “fiducia” nei mercati finanziari. E ciò, essi dicono, condurrà alla ripresa dell’economia globale attraverso tassi d’interesse più bassi, maggiori investimenti e più elevata occupazione. Questi politici e gli economisti che li sostengono fanno queste affermazioni impassibili, a dispetto del fatto che furono questi mercati finanziari e queste politiche economiche a condurci alla più grande calamità economica globale dopo la Grande Depressione. Ed essi ripetono queste tesi a dispetto del fatto che non esiste una teoria economica empiricamente difendibile che possa dimostrare che, nelle condizioni economiche deflazionistiche in cui ci troviamo, gli imponenti tagli delle politiche fiscali a livello globale condurranno ad una maggiore crescita economica e a una maggiore occupazione. Hanno già dimenticato che la fiducia nei mercati finanziari ha condotto essenzialmente alle bolle speculative e a consistenti profitti dei banchieri, piuttosto che a investimenti e impieghi sostenibili e produttivi? Ed ora che una seria regolamentazione finanziaria è praticamente morta negli Stati Uniti e si sta spegnendo lentamente in Europa sono proprio convinti che ripristinare la fiducia nei mercati finanziari europei possa produrre un qualche effetto differente?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">In quale “momento” ci troviamo ora? Io credo che abbiamo raggiunto il pericoloso e infido “momento Kindleberger”. Nel suo importante libro, <em>The World in Depression (1929-1939)</em>, lo storico economico Charles Kindleberger affermò che la mancata adozione di un’adeguata politica fiscale espansiva capace di contrastare le spinte deflazionistiche dell’economia globale aveva condotto fatalmente alla disgregazione delle coalizioni politiche e delle istituzioni in grado di trovare soluzioni reali alla crisi economica<strong>[1]</strong>. Kindleberger sosteneva che questo fallimento era dovuto non solo alla mancata comprensione dell’importanza di una politica fiscale espansiva, ma anche alle forze della speculazione finanziaria e dei mercati finanziari in generale, che avevano reso quelle politiche estremamente difficili da attuare<strong>[2]</strong>. Il venir meno della spinta verso le necessarie politiche economiche e la mancata volontà nel tenere sotto controllo le forze della reazione (inclusa la finanza), in fin dei conti bloccarono la possibilità di porre fine alla Grande Depressione attraverso mezzi di pace.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">Ci troviamo nel “momento Kindleberger” anche in un altro senso. Nel suo importante libro <em>Manias, Panics and Crashes</em>, Kindleberger sviluppa i temi finanziari minskyani e mostra, tra le altre cose, che in tempi di crisi i governi e le banche centrali si allontanano dalla cosiddetta regola di Bagehot del “prestatore di ultima istanza” (“prestare solo a istituzioni solventi, sulla base di buone garanzie e ad un tasso di interesse più alto”) e soccorrono i padroni della finanza, facendo tutto ciò che serve a questo scopo. Come Kindelberger correttamente afferma, in queste situazioni, in pratica, “l’unica regola è che non ci sono regole”. Così, i governi e le banche negli USA e in Europa hanno salvato i capitalisti della finanza, sostenendo, naturalmente, di avere con ciò protetto i cittadini. Con una cinica operazione di marketing, essi definiscono “salvataggio della Grecia” ciò che in realtà è il salvataggio delle banche europee.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">Queste banche, salvate e ripotenziate, con i loro alleati in affari, i politici e l’accademia hanno ora impedito con successo un’importante riforma finanziaria negli USA e stanno ritardando e probabilmente, alla fine, impedendo una seria riforma anche in Europa. Con il venir meno degli sforzi per una riforma finanziaria, e ora con il tentativo di reintrodurre i tagli e l’austerità fiscale, gli stessi poteri che provocarono la crisi stanno cercando di premere il bottone di “riavvio” nella speranza di poter tornare indietro per battere moneta per sé stessi e a spese di tutti gli altri, come avevano fatto negli ultimi decenni.Ma, data la gravità della crisi, come compreso da Kindleberger, premere il bottone di “riavvio” non funzionerà. La crisi si sta accentuando e l’adozione di una maggiore austerità, da un lato, e salvataggi per riportare la fiducia nei mercati finanziari, dall’altro, non sono una vera soluzione. Tutto ciò accelererà la disgregazione delle forze politiche ed economiche, come si sta verificando negli Stati Uniti e in molti paesi europei.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">E allora cosa si dovrebbe fare? L’antidoto a questo “momento Kindleberger” è unificare le forze politiche e intellettuali che stanno premendo per soluzioni reali: politiche keynesiane espansive e una regolamentazione incisiva della finanza; un maggior controllo democratico sulla politica della banca centrale, inclusa la sempre più potente BCE; un rovesciamento delle screditate dottrine economiche del mainstream che legittimano le erronee politiche che si stanno imponendo ancora una volta in Europa e, sempre più, negli Stati Uniti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">In questo contesto la <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera firmata da più di 200 economisti italiani </a>è importante. Essa alza una forte voce contro le disastrose politiche e contro il sostegno intellettuale nei confronti dell’austerity e del neoliberismo che si stanno imponendo nuovamente. Come un numero crescente di studiosi impegnati politicamente in altre parti d’Europa, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in ogni dove, questi economisti italiani, con la loro Lettera, stanno dimostrando che capaci, rispettati e appassionati studiosi non rimarranno inerti a guardare gli economisti neoliberisti scambiare l’economia reale con una “messa in scena”, dopo che le loro tesi sono state così ampiamente screditate dagli eventi degli ultimi anni. Seguendo l’esempio di questi economisti italiani, altri economisti e intellettuali devono accantonare le irrisorie differenze teoriche tra di loro e i futili diverbi, e unirsi per contrastare le disastrose politiche economiche sostenute dai neoliberisti e da politici opportunisti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">Dopo tutto, questo è quello che gli stessi capitalisti della finanza hanno fatto. Nella battaglia sulla riforma finanziaria negli USA, ad esempio, banche piccole e grandi, istituzioni finanziarie e non finanziarie, hanno risolto le loro differenze per essere uniti contro una rigorosa regolamentazione  dei mercati finanziari. Ed hanno vinto dimostrando che la classe capitalistica è sempre più unita sotto la finanza. La Lettera degli economisti italiani mostra in modo chiaro che abbiamo bisogno  di essere almeno altrettanto  efficaci e uniti nel combattere l’austerity, nel difendere le tutele sociali e nel promuovere politiche macroeconomiche che creino occupazione sostenibile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">Solo allora usciremo dalla disastrosa trappola di questo “momento Kindleberger”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm"><em>* Professore di Economia Politica e condirettore del Political Economy Research Institute, University of Massachussets (USA)</em></p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm"></h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">[1] The World in Depression, 1929 – 1939. Berekley: University of California Press, 1973[2] Il volume di Kindleberger è soprattutto famoso per la sua affermazione che la depressione fu esacerbata dal fallimento della leadership globale. Egli sostenne che il Regno Unito non fu più in grado di esercitare la leadership e gli Stati Uniti non furono disposti a farlo. Ma ugualmente importante fu il processo mediante il quale questo fallimento si manifestò: l’incapacità di attuare un’adeguata espansione fiscale e combattere le forze della finanza e della speculazione che alla fine condussero alla disgregazione politica al punto che queste politiche non furono più realizzabili.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm"><em>(Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica)</em></p>
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		<title>Beyond the “Kindleberger Moment”, Fighting Global Austerity</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 13:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Minsky Moment” entered the popular lexicon when, at the height of “phase I” of the financial crisis in mid-2008, some financial journalists and even mainstream economists  discovered that there actually existed some sensible economic theory that could help us comprehend the financial disaster that was threatening to bring down the world economy. Since that time, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="103" width="298" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/lettera_2.jpg" border="0" style="width: 364px; height: 239px" />Minsky Moment” entered the popular lexicon when, at the height of “phase I” of the financial crisis in mid-2008, some financial journalists and even mainstream economists  discovered that there actually existed some sensible economic theory that could help us comprehend the financial disaster that was threatening to bring down the world economy. Since that time, we briefly entered the “Keynes Moment” when politicians and economists in the U.S., Europe, Asia and even in the “temples” of neo-liberalism such as the IMF, re-discovered the absolute necessity of expansionary fiscal policy to stem the massive deflationary forces that had the world economy in a death grip. For a brief period, these governments pursued unprecedented “Keynesian” fiscal policies to try to break the downward economic spiral and, to some extent, they temporarily succeeded. But now, the orthodox forces in Europe and the U.S. are trying to bury Keynes once again, and resurrect the liberal –now completely reactionary – policies, theory and lexicon of a bygone age – calling for brutal austerity measures to restore the “confidence” of financial markets, who, they say, will lead the global economic recovery by bringing about lower interest rates, higher investment  and greater employment. These politicians and the economists who give them credence  now make these pronouncements with a straight face, despite the fact that it was these financial markets and these economic policies which have brought us the greatest global economic calamity since the Great Depression. And, they repeat these mantras despite the fact that there is no empirically defensible economic theory which would predict that in the deflationary economic conditions we now find ourselves, massive global fiscal retrenchment will bring about more economic growth or employment generation. Have they already forgotten that “financial confidence” led primarily to speculative bubbles and fat bonuses for bankers rather than productive and sustainable investment and jobs? And now that serious financial reform regulation is virtually dead in the US and dying a slow death in Europe, do they think that restoring financial confidence in Europe will produce any different effect?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">So what “moment” are we now in? I think we have reached the dangerous and treacherous “Kindleberger  Moment”. In his important book, <em>The World In Depression, 1929 -1939</em> the late economic historian Charles Kindleberger  argued that the failure to quickly and forcefully pursue adequate expansionary fiscal policy and reverse the deflationary forces of the global economy led to fatal political centrifugal forces, tearing apart political coalitions and institutions capable of bringing about real solutions to the economic crisis<strong>[1]</strong>. Kindleberger argued that this failure was due not only to lack of understanding of the importance of expansionary fiscal policy, but also to forces of financial speculation and the financial markets more generally, that made expansionary fiscal policies extremely difficult to carry out<strong>[2]</strong>. This failure of understanding and failure of will to press forward with the needed economic policies and to bring under control the forces of reaction (including finance) that were attempting to undermine them, ultimately blocked the ability to end the Great Depression through peaceful means.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">We are at a “Kindleberger Moment” in another important and related sense. In his important book, <em>Manias, Panics and Crashes</em>, Kindleberger develops Minskian financial  themes to show, among other things, that at a time of crisis, governments  and central banks throw out the so-called Bagehot rules of “lender of last resort” (‘lend only to solvent institutions, on good collateral and at a penalty rate of interest’) and typically bail-out the masters of finance, doing whatever it takes to get the job done. As Kindelberger aptly puts it, in these situations, in practice, ‘the only rule is that there are no rules’. So, governments and central banks in the U.S. and in Europe have saved the financiers, claiming, of course, that they are saving the citizens. In a cynical marketing ploy, they call a bail-out of European Banks a bail-out of Greece.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">These saved and re-empowered banks and their allies in business, politics and the academy have now successfully prevented serious financial reform in the US and are well along their way to delaying and probably ultimately killing serious reform in Europe as well. With the virtual gutting of financial reform efforts, and now the attempted restoration of fiscal retrenchment and austerity, the same powers that brought on the crisis are simply trying to hit the re-start button in the hope that they can back to minting money for themselves at the expense of virtually everyone else as they have been doing in recent decades.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">But, given the severity of the crisis, as Kindleberger argued, hitting the re-start button will not work. The crisis is deepening, and instituting more austerity on the one hand and financial bailouts on the other to restore the confidence of finance is not a real solution. It will just hasten the forces of political and economic disintegration as we are witnessing in the U.S. and many European countries.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">So what should be done? The antidote to this “Kindleberger Moment” is to unify  political and intellectual forces that are pushing for real solutions: for Keynesian fiscal reflation and serious financial regulation , for more democratic control over central bank policy, including over the increasingly powerful ECB, and for an over-throw of the now discredited mainstream economic doctrines that legitimize and act as cheerleaders for the misguided policies that are now once again becoming dominant in Europe and, increasingly, in the U.S.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">It is in this context that the <a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/english.htm">Letter signed by more than 200 Italian Economists </a>is so important. It creates a strong voice against the calamitous policies and intellectual underpinnings for austerity and neo-liberalism that are once again becoming so strong. Like increasingly politically engaged economists in other parts of Europe, the U.K., the U.S. and elsewhere, these Italian Economists, by writing and promoting this letter, are insisting that skilled, respected and dedicated economists will no longer sit back as a group and allow neo-liberal economics, to masquerade as reality- based economics, after it has been so thoroughly discredited by the events of the last several years. As these Italian Economists have done, more economists and other intellectuals must put aside minor intellectual differences and petty squabbles, come together to face the disastrous economic policies endorsed by neo-liberal economsts and opportunistic policitians, and join forces to oppose these failed ideas and policies.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">After all, that is what the financiers have done. In the battle for financial reform in the US, for example small and large banks, financial institutions and non-financial institutions worked out their differences to stand united against serious financial regulation. And they have mostly won suggesting that the capitalist class is increasingly united under finance. As the publication of the Italian Economists’ letter makes clear, we need to be at least as forceful and united in fighting against austerity, defending social protections, and promoting sustainable, employment creating macroeconomic policy.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Only then will we get out of the disastrous trap of this Kindleberger Moment.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>* Professor of Economics and Co-Director of the Political Economy Research Institute (PERI), University of Massachusetts, Amherst, MA, USA</em></p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] The World in Depression, 1929 – 1939. Berekley: University of California Press, 1973.<br />
[2] Kindleberger’s book is most famous for his claim that the depression was exacerbated by the failure of the global leadership. He argued that the UK was no longer capable of exerting leadership and the US was unwilling to do so. But equally important is the process by which this failure manifested itself: in the failure to conduct sufficient fiscal expansion and fight the forces of finance and speculation that ultimately led to political disintegration to the point that these policies were no longer feasible.</h6>
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