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	<title>Economia e Politica &#187; Lavoro e sindacato</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:55:30 +0000</pubDate>
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		<title>Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 10:55:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/pensione-1.jpeg" style="width: 354px; height: 235px" height="449" width="600" /></span>Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur minimo vaglio di analisi economica. Tra le più ricorrenti di tali formule c’è quella che evoca dei pretesi oneri che la generazione presente starebbe addossando sulle spalle delle generazioni future. E’ facile imbattersi nel richiamo a tale ‘snaturato’ comportamento con riguardo al debito pubblico esistente—come se questo fosse un debito della collettività nel suo complesso, e non, quale invece è, un debito del settore pubblico nei confronti dei cittadini, e quindi una forma di attività finanziaria che questi ultimi possiedono e tramandano ai loro discendenti.<strong>[1]</strong> Ma, come è capitato di leggere ancora in questi giorni, l’appello al ‘risanamento’ finanziario quale condizione di maggiore equità intergenerazionale viene anche lanciato con più specifico riferimento ai meccanismi dell’attuale sistema pensionistico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Proprio nel contesto del dibattito alimentato dalla ‘manovra’ in atto, da più parti si è sostenuto ancora una volta che un intervento normativo opportuno sarebbe quello del prolungamento dell’età lavorativa, e quindi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Gli argomenti utilizzati a sostegno di questa tesi sono sostanzialmente di due tipi. Uno attiene alla dimensione della spesa pensionistica, che si sarebbe dilatata per effetto della estensione della durata media della vita, e il cui equilibrio rispetto alle entrate (a sua volta richiesto dal generale equilibrio nei conti pubblici, considerato indispensabile) richiederebbe pertanto o un aumento dell’imposizione contributiva, che viene però immediatamente escluso per i suoi effetti negativi sul costo del lavoro, oppure una riduzione delle prestazioni, appunto indicata nella forma dell’innalzamento dell’età di pensionamento e conseguente diminuzione degli anni di pensione. A questo argomento, che possiamo chiamare ‘di bilancio’, viene spesso aggiunto quello secondo cui il sacrifico degli ‘anziani’ occupati correggerebbe il sistema attuale nella direzione di una maggiore equità nei confronti delle generazioni ‘giovani’. Ora, se l’argomento ‘di bilancio’ è chiaro nel suo significato, a prescindere dal fatto che lo si possa condividere o meno, è invece difficile comprendere quale sia il senso in cui l’attuale sistema conterrebbe degli elementi di iniquità intergenerazionale, e quali siano quindi i benefici che i ‘figli’ riceverebbero dal prolungamento dell’età lavorativa dei ‘padri’. Riesco a formulare solo due ipotesi in grado di dare razionalità all’argomento: a) data l’estensione della durata media della vita, in assenza dei risparmi di spesa pensionistica connessi al prolungamento dell’età lavorativa gli occupati giovani sarebbero chiamati a pagare contributi più elevati; b) i risparmi di spesa prodotti dal prolungamento verrebbero utilizzati per finanziare elementi di <em>welfare </em>a favore dei giovani (sussidi di disoccupazione, asili-nido, ecc.). L’ipotesi b), cui talvolta viene effettivamente fatto cenno nel dibattito, nella misura in cui si applicasse implicherebbe però una diversa destinazione della spesa sociale, piuttosto che una sua contrazione, e sarebbero in conflitto con l’obiettivo generale di riduzione del disavanzo pubblico al quale il prolungamento dell’età lavorativa viene invece generalmente connesso. Analoga considerazione vale per l’ipotesi a), secondo la quale il prolungamento della vita lavorativa eviterebbe l’innalzamento delle aliquote contributive sugli occupati, e non un più elevato disavanzo pubblico. Insomma, il preteso carattere di maggiore equità intergenerazionale del prolungamento della vita lavorativa non trova spiegazioni evidenti, e quelle che si possono eventualmente concepire lo rendono contraddittorio, anziché complementare, rispetto alla desiderata riduzione del disavanzo pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In realtà esiste invece una buona ragione per ritenere che, in sé, il prolungamento della vita lavorativa, lungi dal produrre un beneficio per le generazioni giovani, causerebbe loro un danno estremamente grave. <em>Ceteris paribus</em>, è evidente che l’estensione del periodo di lavoro degli attuali occupati produrrebbe un corrispondente ritardo nell’impiego dei giovani chiamati a sostituirli; è forse meno evidente che ciò si risolverebbe in un aumento <em>permanente </em>e di dimensioni potenzialmente rilevanti della disoccupazione. Per mostrare quanto appena detto mi servirò di un semplice esempio numerico, che adotta le seguenti ipotesi:<br />
- il prolungamento consiste nel posticipare l’età del pensionamento dai 65 anni ai 70 anni;<br />
- la vita di un individuo si conclude a 85 anni;<br />
- la popolazione è stazionaria e si distribuisce uniformemente per età;<br />
- l’economia è stazionaria.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Prima del provvedimento si hanno pertanto 20 classi di età di pensionati, e cioè dai 65 agli 84 anni. Supponiamo che in ciascuna classe di età vi siano 2 individui, e quindi 40 pensionati in tutto. Nel gruppo dei pensionati ogni anno muoiono due individui al raggiungimento degli 85 anni, ed entrano due 65enni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vediamo ora quali sarebbero gli effetti permanenti che il prolungamento dell’età lavorativa avrebbe sul livello della disoccupazione. Immaginiamo che prima del provvedimento vi fossero 50 classi di età degli occupati, da 15 a 64 anni, ciascuna costituita da 2 lavoratori, per complessivi 100 occupati. Ogni anno 2 individui 65nni andavano a riposo, sostituiti da 2 giovani, che supponiamo fossero 15nni.</p>
<p>Nel periodo 0, precedente al provvedimento, si aveva dunque questa situazione:</p>
<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf.1" height="1" width="1" /><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig2.JPG" height="75" width="326" /></p>
<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf.1" height="1" width="1" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Assumiamo, a partire dal periodo 1, un processo graduale verso il nuovo regime, di questo tipo: i lavoratori che nel periodo 0 hanno 64 anni andranno a riposo a 66 anni (ritardo di 1 anno); i lavoratori che nel periodo 0 hanno 63 anni, andranno a riposo a 67 anni (ritardo di 2 anni), e così, via, fino ai lavoratori che in data 0 hanno 60 anni, e che andranno a riposo a 70 anni (ritardo di 5 anni). Il processo può quindi essere così rappresentato:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-ciccone.JPG" height="486" width="457" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nei 10 periodi della transizione si verifica un turnover di 2 unità ad anni alterni, e precisamente negli anni 2, 4, 6, 8, 10 (mentre negli anni dispari si verifica solo l’&#8221;invecchiamento&#8221; di 1 anno dei medesimi occupati), e l’ipotesi adottata è che ad entrare tra gli occupati siano, di volta in volta, i giovani di età maggiore (così, nel periodo 2 vengono impiegati i due 16nni, nel periodo 4 vengono impiegati i due 17nni, e così via). Quella rappresentata nel periodo 10 costituisce la situazione a regime, che, ferma restando ogni altra condizione, da allora in poi è quindi permanente. Si può così vedere che il prolungamento dell’età lavorativa implica una riduzione permanente di 10 unità nel numero dei pensionati e un equivalente e altrettanto permanente aumento di 10 unità nel numero dei disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il numero dei pensionati si riduce dunque del 25%, che è il rapporto tra il numero di anni di prolungamento della vita lavorativa (5) e l’iniziale numero medio di anni di pensione (20); ovvero, ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile riduce il numero dei pensionati del 5%. Volendo applicare questi risultati a grandezze rilevate per l’Italia, consideriamo i seguenti dati:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- nel 2009 (ultimo dato che sono riuscito ad individuare) il numero di percettori di pensioni di vecchiaia era pari a 11.475.000;<strong>[2]</strong><br />
- dei suddetti pensionati il 24,6% era relativamente ‘giovane’, in quanto di età compresa tra i 40 e i 64 anni.<strong>[3]</strong> Questa quota di pensionati può ragionevolmente considerarsi ‘ad esaurimento’ (perché presumibilmente frutto, in gran parte, di meccanismi di pensionamento non ripetibili), e pertanto da non considerare nella stima degli effetti di un innalzamento dell’età pensionabile. Sottraendo tale quota, il numero di percettori di pensioni di vecchiaia rilevante per la nostra valutazione risulta pari a 8.652.000.<strong>[4]</strong>
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dunque caliamo nel nostro esempio di economia stazionaria il numero di percettori di pensione di vecchiaia testé individuato, e ad esso applichiamo l’ipotizzato prolungamento dell’età lavorativa, il risultato a regime di questo provvedimento è costituito da una riduzione del numero di pensionati pari al 25% di 8.652.000, e cioè 2.163.000 unità. Corrispondentemente, in questa stessa, rilevante dimensione aumenta, nella nostra economia stazionaria, il numero dei disoccupati. Introducendo nel nostro esempio il numero di persone in cerca di occupazione rilevato alla fine del 2009 in Italia, pari a 2.086.000,  a regime l’effetto del provvedimento sarebbe dunque un incremento del numero dei disoccupati del 104%! Più specificamente, per ogni anno di aumento dell’età pensionabile il numero dei pensionati si ridurrebbe, come abbiamo già osservato, del 5%, pari a 433.000 unità nella nostra economia stazionaria; e di questo stesso numero, pari a ben il 21% della grandezza iniziale, aumenterebbero i disoccupati per ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I risultati ottenuti risentono, ovviamente, delle ipotesi adottate. In particolare, l’assunzione di stazionarietà del sistema (inclusa la forza-lavoro) ha lo scopo di isolare gli effetti sulla disoccupazione di un prolungamento dell’età lavorativa, considerando quindi invarianti tutte le altre condizioni. E’ chiaro perciò che l’aumento della disoccupazione prodotto da un simile provvedimento risulterebbe compensato tanto di più, quanto più l’economia crescesse. Tuttavia il trend recente dell’economia italiana, e le politiche economiche in atto, non lasciano sperare in tassi di crescita rilevanti, per non dire positivi. Né vi sono ragioni per ritenere che proprio il prolungamento dell’età lavorativa possa di per sé produrre effetti espansivi—piuttosto il contrario, considerata la contrazione della domanda per consumi inevitabilmente generata da un aumento della frazione di forza-lavoro che rimane disoccupata, e quindi a reddito individuale pressoché nullo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un’altra implicazione dell’ipotesi di stazionarietà è la costanza della produttività del lavoro, la quale ha tuttavia l’effetto di limitare l’aumento della disoccupazione rispetto a quella che si produrrebbe in presenza di un eventuale andamento crescente della produttività. Vale infatti notare che gli aumenti di produttività <em>riducono </em>la quantità di lavoro richiesta per unità di prodotto, e che perciò, se non associati ad una crescita sufficiente dell’economia, essi hanno un effetto negativo sui livelli di occupazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infine, le ipotesi circa la durata media della vita e di distribuzione uniforme delle età degli individui non sembrano essere decisive per i risultati ottenuti. Una vita media di 85 anni appare semmai leggermente sovrastimata, e quindi tale da ridurre, a parità di numero iniziale di pensionati, l’aumento della disoccupazione ottenuto nel nostro esempio. Una vita media più breve, riducendo il denominatore del rapporto tra prolungamento della vita lavorativa e il numero iniziale di anni di pensione, implicherebbe una maggiore riduzione, a regime, nel numero dei pensionati, e quindi un aumento maggiore nel numero dei disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, questa nota ha lo scopo di mettere in evidenza come l’aumento dell’età pensionabile sia di per sé in grado di produrre effetti negativi molto rilevanti sull’occupazione, e quindi sulla possibilità di impiego dei giovani. Ciò non significa, naturalmente, che l’estensione del limite dell’età di lavoro sia un fatto necessariamente e intrinsecamente negativo: dove vada fissato tale limite è però questione che il governo di una collettività dovrebbe stabilire considerando le molteplici implicazioni di tale determinazione, nelle date condizioni economiche e sociali. E la capacità del sistema economico di dare occupazione è certamente una delle più importanti di tali condizioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Il valore dei titoli pubblici che la generazione successiva in quanto tale eredita da quella precedente equivale ovviamente al valore del debito pubblico in essere, e compensa quindi qualsiasi ammontare di maggiori imposte che essa sia eventualmente chiamata a pagare al fine di ridurre o limitare la dimensione del debito.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] <em>Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31dicembre 2009</em>, INPS e ISTAT, 21 giugno 2011, tav. 9, p. 9.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Ibid., tav. 7, p. 8.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] L’opportunità di sottrarre la quota di pensionati ‘giovani’ mi è stata fatta notare dal collega Attilio Trezzini.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] ISTAT, <a target="_blank" href="http://www.istat.it/it/archivio/37179">Occupati e disoccupati</a>, Serie storiche.</span></h6>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
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		<title>Come calcolare correttamente la riduzione dei salari</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 13:57:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In precedenti contributi a questa rivista (come del resto in numerose e autorevoli altre sedi) si è sostenuto che negli ultimi decenni vi è stata una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente di grande portata. Intorno a questo si è sviluppata una discussione che ha visto un mio commento a un post di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/salario.jpg" style="width: 298px; height: 206px" height="200" width="254" /></span>In precedenti contributi a questa rivista (come del resto in numerose e autorevoli altre sedi) si è sostenuto che negli ultimi decenni vi è stata una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente di grande portata. Intorno a questo si è sviluppata una discussione che ha visto un mio commento a un post di Giulio Zanella ed una sua risposta (noisefromamerica 7/1/2011), che difende alcune scelte metodologiche relative all’uso dei dati che io avevo criticato. La questione è rilevante, in quanto il modo in cui si utilizzano i dati può permette di vedere, o invece offuscare, l’entità di un fenomeno che ha evidentemente una grande rilevanza sociale ed economica. Se infatti la redistribuzione del reddito è avvenuta e ha dimensioni rilevanti, ne discendono problemi di equità e coesione sociale, e anche conseguenze macroeconomiche negative per l’andamento dei consumi, e quindi della domanda aggregata e dell’occupazione (si veda in proposito Stirati, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/le-premesse-teoriche-della-lettera-e-i-vetero-liberisti/">le premesse teoriche della lettera degli economisti</a>, su questa rivista).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La materia del contendere riguarda in particolare due punti:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1 – se sia più opportuno utilizzare la quota dei redditi da lavoro sul PIL “corretta” mediante l’imputazione al lavoro autonomo di un reddito da lavoro pari al reddito medio da lavoro dipendente o, come suggerito da Zanella, la quota sul PIL dei redditi del solo lavoro dipendente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2 – se (come sostenuto da Zanella) l’incremento delle imposte indirette sia determinante nel causare la riduzione della quota del lavoro dipendente in Italia e se quest’ultima diminuisca quindi a favore “del governo” piuttosto che dei redditi da capitale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dato che la discussione nei paragrafi successivi potrebbe risultare un po’ tecnica per non economisti, riassumo qui il senso delle mie argomentazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda il primo punto, l’uso della quota del lavoro “corretta” ci permette di avere un dato che riflette <em>unicamente </em>il rapporto tra salario e prodotto medio per lavoratore, mentre la quota non corretta riflette <em>anche </em>il rapporto tra lavoro dipendente e occupazione totale, che è cresciuto negli ultimi decenni in tutti i paesi industrializzati, spesso in misura rilevante. La crescita di tale rapporto fa aumentare la quota dei redditi da solo lavoro dipendente, offuscando così gli effetti negativi sulla quota stessa della caduta del rapporto tra salario e prodotto per lavoratore e impedendo quindi di identificare e quantificare correttamente gli effetti del cambiamento nella distribuzione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda il secondo punto, un uso appropriato dei dati mostra che la quota dei redditi da lavoro è diminuita in Italia a favore dei redditi da capitale e che la crescita delle imposte indirette non è determinante nella variazione della quota dei redditi da lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vorrei infine precisare che le argomentazioni che seguono riguardano strettamente l’uso appropriato dei dati per rispondere alle domande che ci poniamo, e non derivano quindi da una particolare interpretazione dei dati stessi o dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>Perché utilizzare la quota corretta</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La principale obiezione di Zanella all’uso della quota corretta (cioè stimata attribuendo ai lavoratori autonomi un reddito da lavoro pari a quello dei dipendenti) è che qualsiasi suddivisione dei redditi da lavoro autonomo tra redditi da lavoro e redditi da capitale è arbitraria. Si potrebbe osservare che, arbitrario per arbitrario, sembra comunque più ragionevole attribuire una parte del reddito degli autonomi ad attività lavorativa piuttosto che considerarlo per intero come reddito da capitale. Tuttavia non voglio entrare in questa discussione, perché essa in realtà <em>non è rilevante</em> per il nostro problema, che <em>non </em>è relativo alla natura ed entità dei redditi da lavoro autonomo.Come correttamente osserva Zanella (p.3 della replica su noisefromamerica) la domanda che ci poniamo è qual è la distribuzione che si realizza tra lavoro dipendente e capitale. Idealmente, per rispondere a questa domanda, noi dovremmo considerare il valore aggiunto prodotto in media da una unità di lavoro dipendente e chiederci in che proporzione esso sia destinato alla retribuzione media di una unità di lavoro dipendente. Dovremmo cioè considerare il rapporto tra reddito medio per unità di lavoro dipendente e PIL per unità di lavoro dipendente (indichiamo tale rapporto, in simboli, come <em>r/prd</em>). I dati statistici ci consentono di conoscere il primo (<em>r</em>) ma non il secondo (<em>prd</em>). Non siamo infatti in grado di separare il PIL prodotto dai lavoratori dipendenti da quello prodotto dai lavoratori autonomi. La migliore approssimazione che possiamo avere è quindi il rapporto tra reddito medio per unità di lavoro dipendente e prodotto medio per unità di lavoro complessivamente prestato, sia dipendente che autonomo (cioè la produttività media del lavoro, che indico con<em> pr</em>).<strong>[1]</strong> Allora il punto è che la quota del lavoro “corretta” equivale proprio al nostro <em>r/pr </em>. Che sia così risulta evidente dai rapporti di equivalenza puramente definitori illustrati qui sotto:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Quota del lavoro “corretta” ≡  r x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi) / pr x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Da cui</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Quota del lavoro “corretta” ≡  r/pr</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il valore della quota corretta quindi dipende <em>unicamente </em>da reddito medio da lavoro dipendente e produttività media del lavoro;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">se consideriamo invece la quota non corretta abbiamo:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Quota del lavoro ≡ r x lavoratori dipendenti / pr x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E quindi</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>Quota del lavoro ≡ ( r/pr) x (lavoratori dipendenti/ lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quindi, come già argomentato nel mio precedente commento, la quota non corretta riflette <em>contemporaneamente due variabili</em>: il rapporto tra reddito da lavoro e produttività ed il rapporto tra lavoro dipendente e occupazione totale, e non consente quindi di distinguere a quale di queste due variabili sia dovuto il livello e/o il cambiamento della quota.<strong>[2]</strong> Se la domanda che ci poniamo riguarda la distribuzione del reddito nell’ambito del rapporto di lavoro dipendente la quota corretta rappresenta il dato più “pulito” che possiamo avere, mentre la quota non corretta rappresenta un dato “sporco” un dato cioè che da’ una risposta non interpretabile senza ulteriori informazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>Perché usare il PIL stimato al costo dei fattori quando si guarda all’andamento delle quote</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come vedremo la questione è dal punto di vista metodologico simile alla precedente, in quanto anche in questo caso si tratta di scegliere tra un dato che riflette esclusivamente l’andamento della distribuzione (il rapporto <em>r/pr</em>) e uno che riflette contemporaneamente l’andamento della distribuzione e di un’altra grandezza.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Zanella suggerisce l’uso della quota stimata sul PIL ai prezzi di mercato (comprensivo cioè delle imposte indirette nette) e non del PIL al costo dei fattori, con la motivazione che quelle imposte fanno parte del reddito, perché qualcuno le paga. Argomenta poi che l’incremento delle imposte indirette grava principalmente sui redditi da lavoro, in quanto trova una stretta relazione tra aumento delle imposte indirette e riduzione della quota del reddito che va al lavoro dipendente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Certamente è vero che le imposte fanno parte del reddito perché qualcuno le paga, ma di nuovo il punto non è questo. Il punto è che <em>per come sono costruiti</em>, da questi dati noi non possiamo vedere quanto tali imposte effettivamente ricadono sui diversi tipi di reddito. In questi dati infatti <em>per costruzione</em> il PIL ai prezzi di mercato viene ottenuto sommando ai redditi primari (che coincidono con il PIL al costo dei fattori) l’ammontare delle imposte indirette nette. Quindi, <em>a parità di redditi primari distribuiti</em>, un aumento di tali imposte determina un aumento del PIL ai prezzi di mercato. Pertanto la relazione negativa trovata da Zanella tra l’andamento della quota dei redditi da lavoro sul PIL ai prezzi di mercato e l’andamento delle imposte indirette nette ha natura <em>puramente contabile</em> e deriva dal cambiamento del denominatore della frazione (il PIL ai prezzi di mercato) che per costruzione diventa più grande all’aumentare delle imposte. Come mostrano i grafici qui sotto una relazione del tutto simile e simmetrica esiste, ovviamente per la stessa ragione, anche tra l’andamento delle imposte indirette e l’andamento della “quota del capitale” (i dati sono tratti dal database Ameco, 2009).  In sostanza quindi, mentre le quote misurate sul PIL ai prezzi di mercato riflettono oltre alla distribuzione del reddito tra lavoro dipendente e capitale anche l’andamento delle imposte indirette (che cambiano il valore del denominatore) le quote stimate sul PIL al costo dei fattori non dipendono da cambiamenti nelle imposte indirette e rappresentano quindi un dato più “pulito” cioè più chiaramente interpretabile per rispondere alla domanda che ci stiamo ponendo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questo naturalmente non significa che, da un punto di vista economico, le imposte indirette non abbiano effetti avversi ai lavoratori – è infatti ben noto che esse tendono a gravare in misura proporzionalmente maggiore sui redditi bassi<strong>[3]</strong> - ma significa che non sono questi i dati che possono darci delle informazioni in merito.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-1.JPG" height="297" width="492" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2.JPG" height="297" width="492" /></span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>Perché guardare alla distribuzione primaria?</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Zanella si chiede perché guardare alla distribuzione primaria piuttosto che al reddito disponibile delle famiglie, che dipende anche dall’attività redistributiva del settore pubblico attraverso le imposte e i trasferimenti (e, bisognerebbe aggiungere, anche attraverso la produzione di beni e servizi pubblici). La principale risposta, molto semplice, è che la distribuzione primaria del reddito è di per sé molto rilevante, ed i suoi cambiamenti per molto tempo non sono stati colti dagli economisti proprio perché è invece stata trascurata come oggetto di studio.<strong>[4]</strong> La redistribuzione del reddito per via fiscale inoltre può in parte correggere, ma non è generalmente in grado di ribaltare le tendenze poste in essere dall’andamento della distribuzione primaria, e ciò meno che mai in Italia, dove il prelievo fiscale diretto di fatto pesa in proporzione molto più elevata sui redditi da lavoro dipendente che su altri tipi di reddito.I</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, i dati appropriati a rispondere alla domanda su come è cambiata la distribuzione tra redditi da lavoro dipendente e redditi da capitale sono quelli utilizzati nel mio precedente commento (e in generale nella letteratura scientifica sull’argomento), e indicano un rilevante cambiamento a sfavore del lavoro dipendente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Questa approssimazione non comporta errori troppo gravi se riteniamo che <em>in media </em>il lavoro autonomo non abbia una produttività molto diversa da quella del lavoro dipendente. E in ogni caso, i dati non ci consentono di fare meglio di così.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] Ai lettori non addetti ai lavori può essere forse utile un esempio numerico: supponiamo che nel paese A nel 1970 il rapporto tra reddito medio di un lavoratore dipendente e il prodotto per lavoratore fosse il 70% e che i lavoratori dipendenti fossero ½ degli occupati totali. Supponiamo che nello stesso paese, nel 2011, il rapporto tra reddito da lavoro dipendente e prodotto per lavoratore sia 50% mentre i lavoratori dipendenti sono diventati  ¾ del totale degli occupati. La quota “corretta” dei redditi da lavoro sul PIL era il 70% nel 1970 ed è nel 2011 il 50%. La quota non corretta era pari a 70 x ½ =35% nel 1970 e 50 x 3/4=37,5% nel 2011. Se si guarda la quota non corretta quindi si ha l’impressione che poco sia cambiato, mentre in realtà non è così: vi sono stati due cambiamenti importanti, nella distribuzione e nella proporzione di lavoratori dipendenti sul totale, che si compensano tra loro.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Le imposte indirette pesano di più sui redditi bassi perché questi vengono per intero o quasi spesi in beni di consumo gravati da IVA, mentre i redditi più elevati in proporzione maggiore vengono risparmiati e quindi non destinati ad acquisti di beni gravati da imposta.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] Ulteriori considerazioni hanno a che fare con la qualità e confrontabilità dei dati usati dagli studi sulla distribuzione personale del reddito, i quali richiedono grande cautela e competenza nell’interpretazione e nel confronto tra periodi o tra paesi. Questo non significa che non bisogna utilizzarli, ma che non possono sostituire le informazioni sulla distribuzione primaria.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Luci e ombre del progetto economico del Pd</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 14:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In maniera non rituale si può affermare che il progetto economico presentato a fine marzo dal PD contenga elementi di pregevole novità accanto ad altri che non appaiono del tutto soddisfacenti. I primi prevalgono sopratutto nella ricostruzione delle cause ultime delle crisi globale ed europea, i secondi nelle proposte. Provo a discuterne, in maniera costruttiva, limitandomi al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bersani.jpeg" style="width: 320px; height: 238px" height="464" width="618" />In maniera non rituale si può affermare che il <a target="_blank" href="http://beta.partitodemocratico.it/Allegati/progetto_alternativo_pd_per_la_crescita.pdf">progetto economico</a> presentato a fine marzo dal PD contenga elementi di pregevole novità accanto ad altri che non appaiono del tutto soddisfacenti. I primi prevalgono sopratutto nella ricostruzione delle cause ultime delle crisi globale ed europea, i secondi nelle proposte. Provo a discuterne, in maniera costruttiva, limitandomi al primo capitolo relativo al contesto europeo, che è la questione chiave.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1. L’analisi della crisi ne attribuisce l’origine ai mutamenti nella distribuzione del reddito occorsi nelle principali economie capitalistiche negli ultimi trent’anni. L’espansione sregolata della finanza indirizzata ad attività speculative finanziarie e immobiliari e al credito al consumo sarebbe stata funzionale a compensare la debolezza della domanda effettiva dovuta alla contrazione della quota dei salari nel reddito nazionale. Tutto questo ha trovato la sua espressione più nota negli Stati Uniti culminando nella vicenda dei famosi mutui “sub-prime”, ma si è manifestato in Europa in una forma più subdola. Nel nostro continente infatti paesi come la Germania hanno supplito alla debolezza della propria domanda interna, conseguenza della loro politica neomercantilista di moderazione salariale e fiscale (sottolineata in molti articoli su questa rivista sin dal <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/the-sick-fraulein-of-europe/">primo numero</a>), sostenendo tramite il sistema finanziario i consumi privati (e, nel caso della Grecia, i consumi pubblici) della “periferia europea” in modo da garantire sbocchi per le proprie esportazioni. In quest’ultima, analogamente a quanto accaduto negli Stati Uniti, lo scoppio delle bolle immobiliari ha reso manifesta l’insostenibilità dei debiti contratti dal settore privato e bancario - nel caso della periferia europea nei confronti delle banche dei paesi centrali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I lettori di <em>Economia e Politica</em> si ritroveranno in pieno in questa analisi, già da tempo presentata in vari <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi">interventi </a>su questa rivista, così come apprezzeranno che nel documento del PD si scriva che l’aumento dei debiti pubblici nei paesi periferici è da attribuirsi al sostegno pubblico al settore bancario in crisi, e non a “sconsiderate” politiche di spesa - a parte il solito caso Greco. Importantissimo è, inoltre, che il documento, nella sua parte interpretativa, condanni le politiche sinora attuate, basate sull’idea che contrazioni fiscali possano avere effetti espansivi, così come importante è che il documento respinga le <a target="_blank" href="http://europa.dol.it/allegatidef/piano%20Tremonti122384.pdf">proposte del governo</a>, ed implicitamente quelle assai simili di Veltroni, che l’Italia accetti la logica neo-mercantilista della deflazione competitiva, nefasta per il nostro come per gli altri paesi europei e per l’economia globale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sul versante delle proposte il documento non sembra, tuttavia, sempre coerente con questa impostazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2. Centrale fra le proposte è la condivisione del suggerimento <a target="_blank" href="http://www.europarl.europa.eu/document/activities/cont/201103/20110316ATT15710/20110316ATT15710EN.pdf">avanzato da più parti</a> di una parziale <em>europeizzazione </em>del debito pubblico, e relative emissioni di nuovi titoli, dei singoli stati – gestita da una Agenzia europea del debito - sicché la garanzia assicurata dai paesi forti consentirebbe una diminuzione dei tassi di interesse pagati dagli stati più indebitati, alleviandone così la situazione. Questa proposta incontra almeno due problemi, ambedue trascurati dal documento del PD.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In primo luogo tassi pagati dagli stati forti potrebbero accrescersi una volta che essi si rendessero partecipi alla solvibilità degli stati deboli, e non si vede perché, dunque, essi dovrebbero aderire a tale proposta. In secondo luogo, anche se quell’aumento non si verificasse,<strong>[1]</strong> i paesi forti pretenderebbero che all’europeizzazione parziale del debito pubblico dei paesi periferici si accompagnassero misure volte a scoraggiare un allentamento del “rigore” in quei paesi. Da un lato i tassi di interesse sulla parte del debito <em>non </em>europeizzata verrebbero lasciati alla mercé dei mercati finanziari, così vanificando gli effetti benefici della riduzione dei tassi sulla parte messa in comune. Dall’altro, a rafforzare la direzione “rigorista” appare l’opinione diffusa, e condivisa da <a target="_blank" href="http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-915109/bce-bini-smaghi-paesi-devono-essere/">autorevoli esponenti</a> della BCE e della Banca d’Italia, secondo cui l’Agenzia del debito dovrebbe nei fatti esautorare i Parlamenti nazionali dalle decisioni di finanza pubblica, completando così lo svuotamento democratico delle istituzioni economiche europee. Il documento del PD non prende le dovute distanze da questa impostazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Secondo una coeva <a target="_blank" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/?printpage=undefined">dichiarazione </a>sottoscritta da un ventaglio di associazioni che vanno dalla sinistra riformista a quella radicale in occasione del vertice europeo del 23 e 24 marzo, e basata su un <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/">documento </a>pubblicato su questa rivista, una misura di europeizzazione dei debiti nazionali avrebbe maggiore probabilità di successo e costituirebbe un passaggio verso un bilancio europeo se accompagnato dal combinato disposto di:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- una complementare <em>politica monetaria attiva</em> da parte della BCE volta a ridurre i tassi di interesse a lungo termine sui titoli del debito pubblico, sia relativamente a quelli “europeizzati” che a quelli eventualmente “residuali”.<strong>[2]</strong> Si tratta di una misura che dovrebbe poi nel medio periodo accompagnarsi con una spinta a modificare i trattati europei sì da avvicinare lo statuto della BCE a quello della FED americana, la quale è tenuta a contemperare la stabilità dei prezzi con la crescita dell’occupazione.<strong>[3]</strong> In effetti una <em>successiva </em>versione del “Progetto” accoglie tale proposta (p.18), sebbene non nel contesto più proprio, dunque a complemento della proposta di europeizzazione dei debiti pubblici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- un obiettivo di <em>stabilizzazione del rapporto debito/PIL</em> nei paesi ad elevato debito (e non dunque una sua riduzione), il quale apparirebbe un traguardo realizzabile anche ai mercati finanziari (soprattutto alla luce del sostegno della BCE nel rendere tale sostenibilità possibile), e che lascerebbe spazio a politiche di crescita, come anche sostenuto nell&#8217;<a target="_blank" href="http://www.appellodeglieconomisti.com/">Appello degli economisti</a> nel 2006.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Purtroppo, invece, il documento del PD, già reticente nei confronti di un ruolo operoso della BCE, non contesta gli “obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso”, limitandosi a sostenere che essi sarebbero” possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita” (p. 6). Appare un limite grave che quegli obiettivi (e relative sanzioni) vengano condivisi senza alcuna discussione contraddicendo, mi sembra, quanto sostenuto nella prima parte del documento.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Ma veniamo infine alle proposte sulla crescita. Non mi soffermo sul presunto rilancio della domanda interna <em>europea </em>che appare assai improbabile nel quadro delle politiche di rientro dal debito accettate nel “Progetto”,<strong>[4]</strong> né sulla crescita che potrà provenire da investimenti in innovazione, istruzione, tecnologie pulite, i cui (incerti) effetti si dispiegano nel lunghissimo periodo e che, comunque, richiedono ingenti risorse indisponibili visti i tagli di bilancio che il PD non respinge.<strong>[5]</strong> Più innovativa appare la proposta di uno “standard retributivo” volto a correggere gli squilibri commerciali europei, lanciata peraltro proprio su questa <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/uno-standard-retributivo-per-tenere-unita-leuropa/">rivista</a>. Si propone in sostanza che in tutti i paesi dell’Eurozona la crescita della produttività rappresenti (a) lo <em>zoccolo minimo</em> di crescita dei salari reali (anche attraverso l’introduzione di minimi retributivi), i quali, tuttavia, (b) dovrebbero crescere <em>più </em>della produttività nei paesi in avanzo commerciale. Secondo i proponenti, tale più robusta crescita dei salari contribuirebbe a far perdere un po’ di competitività a questi ultimi paesi, rilanciandone la domanda interna per consumi e, di conseguenza le importazioni dai paesi più deboli.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La proposta è interessante, sebbene presenti a mio avviso delle problematicità su cui verrà la pena di tornare in maniera più approfondita. La misura, certamente appropriata come strumento di rilancio della domanda interna, appare infatti più problematica nei confronti del riequilibrio delle competitività fra paesi, che dipende dall’andamento relativo delle grandezze <em>nominali </em>(in sostanza, dai diversi livelli dei prezzi dei beni e servizi oggetto di commercio internazionale)<strong>[6]</strong>. Inoltre, benché auspicabile (determinando una inversione nel trend della distribuzione del reddito), sarebbe politicamente difficile per i paesi forti accettare un diktat esterno quale quello (b) di cui sopra. Fatta invece salva la proposta (a), ai fini del riequilibrio delle competitività sembrerebbe più corretto e anche politicamente più accettabile un vincolo per <em>i paesi coi conti esteri in surplus </em>a non sforare <em>all’ingiù</em> il tasso di inflazione obiettivo che l’Europa si pone, sforamento che sarebbe indicatore di <a target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/quaderni/607">politiche neo-mercantiliste</a>.<strong>[7]</strong> L’obiettivo di inflazione è ora al 2%, ma dovrebbe essere accresciuto almeno al 3% anche per tener conto dei più elevati livelli di inflazione strutturale nei paesi della periferia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’auspicio è che la presentazione di ben due documenti di politica economica, uno del PD e l’altro delle associazioni, possa far compiere un salto di qualità alla proposta economica delle forze progressiste italiane ed europee. Essi presentano, accanto a delle divergenze, anche dei punti di contatto e aprono lo spazio per un confronto più avanzato circa le misure da prendere per garantire uno sviluppo più rapido ed equo del nostro paese e dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1]Si potrebbe infatti argomentare che i paesi forti sarebbero comunque tenuti ad assicurare la solvibilità dei paesi deboli da cui dipende, da ultimo, la tenuta del proprio sistema bancario fortemente creditore verso quei paesi, ragione per cui se un aumento dei tassi sui titoli pubblici dei paesi forti non si è (per) ora verificato, non avverrà neppure se quella assicurazione fosse resa esplicita.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] In una direzione analoga va la proposta di <a target="_blank" href="http://www.nber.org/~wbuiter/DoN.pdf">Buiter et al.</a> (pp.47-9). In direzione opposta andava invece una <em>prima </em>versione del “Progetto”, presentata da Bersani il 21 marzo, dove si sosteneva che l’europeizzazione del debito “avrebbe innanzitutto il vantaggio di liberare la BCE dell’improprio compito di acquistare i titoli del debito pubblico degli Stati più fragili e dal doverli iscrivere nel proprio bilancio”, passo poi fortunatamente rimosso. Ebbi personalmente occasione di obiettare che nel giudicare <em>improprio </em>l’intervento della BCE nel mercato dei titoli il documento si poneva in una posizione persino più arretrata di quella dei governi europei. Questi avevano respinto nel vertice del 10-11 marzo le insistenti richieste di Trichet affinché fossero i fondi di salvataggio europei ad assumersi il compito dell’intervento, sicché la banca centrale potesse ritornare ai suoi compiti “più propri”. Ora, l’architrave di ogni disegno di politica economica alternativo è la messa in discussione di questi compiti “propri” della BCE, messi già <em>nei fatti</em> in discussione dai pur timidi interventi di calmieramento dei tassi sui titoli pubblici “periferici” operati dalla scorsa primavera dalla stessa BCE.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Ritengo infatti che in una democrazia sociale il controllo dell’inflazione dovrebbe essere perseguito attraverso il consenso dei lavoratori e una più equa distribuzione del reddito e non attraverso la “frusta dei tassi” della banca centrale.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] Fiduciosamente il documento ritiene che le misure proposte possano incrementare il tasso di crescita del Pil oltre lo “scenario europeo mercantilista” <a target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/visco_8_marzo_2011.pdf">proposto dalla Banca d’Italia</a>. Non si nota però come le stime presentate da Visco fossero già assai ottimistiche alla luce dei tagli draconiani alla spesa pubblica previsti dalla <a target="_blank" href="http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/it/ec/120304.pdf">nuova “governance” europea</a>.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] Il documento ritiene che l’emissione di <em>Eurobonds </em>possa finanziare parte di queste risorse. La proposta è benvenuta, ma certamente insufficiente per la scala di investimenti richiesta nei paesi periferici. Essa è peraltro indigesta ai paesi forti, ragione per cui ciascun paese dovrà provvedere a sé. Altre proposte del PD sembrano riflettere visioni economiche assai ortodosse. A p. 20 si sostiene, per esempio, che la crescita dovrà provenire, <em>inter alia</em>, dall’aumento del tasso di occupazione femminile, come se il problema si risolvesse nell’incentivare l’<em>offerta</em> di lavoro femminile e non richiedesse, invece, politiche di domanda aggregata che accresca la <em>domanda </em>di lavoro (devo questa osservazione a Sergio Levrero).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[6] Tali grandezze nominali potrebbero variare in modo da compensare in parte o del tutto l’aumento delle importazioni dei paesi in avanzo derivante dagli incrementi di domanda aggregata assicurati dalla redistribuzione di reddito a favore dei salari.</span></h6>
<h6>[7] Tale vincolo per i paesi in surplus di partite correnti, anche suggerito nella <a target="_blank" href="http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/it/ec/120304.pdf"> dichiarazione</a> delle associazioni, sembra comunque sussumere l’adozione de facto dello <em>standard retributivo</em> e di minimi retributivi legati all’andamento della produttività. La <em>seconda versione </em>del “Progetto” sembra anche andare in questa direzione laddove si precisa (p.18), sebbene in maniera un po’ criptica, in riferimento allo standard retributivo che gli obiettivi di inflazione della BCE devono risultare “compatibili con le diverse contingenze”.</h6>
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		<title>La cultura non sfama. Ovvero la disoccupazione giovanile secondo il Governo</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2011 09:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Vengono definiti Neet (Not in employment neither in education nor training). Sono giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni, in età lavorativa, inoccupati, non frequentano scuola o università. Nell’ultimo rapporto ISTAT si legge che la disoccupazione giovanile in Italia ha toccato a novembre il picco più alto dell’ultimo decennio, con un’incidenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/disoccupato.jpg" height="200" width="280" /></span>Vengono definiti Neet (<em>Not in employment neither in education nor training</em>). Sono giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni, in età lavorativa, inoccupati, non frequentano scuola o università. Nell’ultimo rapporto ISTAT si legge che la disoccupazione giovanile in Italia ha toccato a novembre il picco più alto dell’ultimo decennio, con un’incidenza superiore alla media europea. Si rileva un tasso di disoccupazione tra i giovani del 28,9% con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e del 2,4% nel confronto con l’anno precedente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Non vi è dubbio che la crisi ha colpito, e sta colpendo, soprattutto le aree periferiche dello sviluppo capitalistico (Mezzogiorno in primo luogo) e, in queste, le fasce sociali più deboli<strong>[1]</strong>. In tal senso, la crisi viene sempre più assumendo un carattere generazionale, a fronte del quale le risposte del Governo appaiono decisamente discutibili.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema viene imputato al mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro, a sua volta ricondotto a un eccesso di aspettative da parte dei giovani rispetto a una domanda di lavoro, proveniente dalle imprese, orientata essenzialmente al lavoro manuale. Il Ministro Meloni ha efficacemente sintetizzato questa teoria con la considerazione che i giovani italiani soffrono di “inattitudine all’umiltà”, aggiungendo che il Piano per il lavoro che il Governo sta mettendo a punto – basato essenzialmente sul potenziamento del finanziamento dell’apprendistato – costituisce il definitivo “superamento del ‘68”. La linea di politica del lavoro che il Ministro Sacconi si appresta a perseguire viene così chiarita: “Se si dicesse a ogni studente che intende iscriversi a giurisprudenza che per gli avvocati il tasso di disoccupazione è al 30%, e chi lavora guadagna 900 euro al mese, mentre per gli infermieri il tasso di disoccupazione è zero, e lo stipendio di 1600 euro, probabilmente inciderebbe sulle scelte”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La campagna mediatica di delegittimazione dell’Università pubblica ha già posto un tassello importante nella direzione di ciò che si potrebbero definire politiche per la promozione del lavoro manuale<strong>[2]</strong>: ci è stato detto che molte lauree sono inutili, che le sedi universitarie sono troppe, che i docenti universitari sono baroni e fannulloni, esclusivamente impegnati nel trovare un posto di lavoro per i propri parenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La linea Meloni-Sacconi - ridurre la disoccupazione giovanile rendendo meno istruiti i giovani –poggia su una diagnosi sbagliata, per almeno tre considerazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1) Come attestato nell’ultimo rapporto Almalaurea, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei giovani in possesso di titolo di studio inferiore<strong>[3]</strong>. In particolare, si registra che, nell’arco dell’intera vita, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore dei diplomati<strong>[4]</strong>. Dunque, in linea generale, si può affermare che – a maggior ragione in periodi di crisi – gli individui con più alta scolarizzazione sono meno esposti al rischio di licenziamento rispetto ai lavoratori con più bassa istruzione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2) L’assunto che i NEET siano individui altamente scolarizzati è smentito dall’evidenza empirica disponibile. In particolare, l’ultimo rapporto ISTAT convalida, per contro, l’ipotesi opposta. In Italia, solo 60 individui su mille, nell’età compresa fra i 20 e i 29 anni, sono in possesso di laurea, a fronte dei 77 in e degli oltre 80 nel Regno Unito e in Danimarca<strong>[5]</strong>. Stando a questa evidenza, i NEET sono tali non perché ‘eccessivamente’ istruiti, ma perché la domanda di lavoro è bassa, indipendentemente dal fatto che si tratti di domanda di lavoro qualificato o meno.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3) La linea Meloni-Sacconi si basa sulla convinzione che la scolarizzazione abbia l’unica funzione di agevolare l’accesso al mercato del lavoro<strong>[6]</strong>, e che occorra calibrarla sulla base della domanda di lavoro espressa dalle imprese. Merita di essere ricordato che la scolarizzazione diffusa produce effetti sociali ed economici benefici in un orizzonte di medio-lungo termine, anche indipendentemente dal fatto che, nel breve periodo, possano esserci eccessi di istruzione. Fra questi: ad elevati livelli di scolarizzazione è, di norma, associata un’elevata mobilità sociale, un’elevata produttività del lavoro, un’elevata dotazione di ‘capitale sociale’<strong>[7]</strong> (dunque, maggiore propensione al rispetto delle norme, minore incidenza della criminalità, minore offerta di lavoro nell’economia sommersa<strong>[8]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In più, la linea del Governo asseconda un modello di sviluppo che non può che accentuare il problema. Di fatto, essa trova la sua <em>ratio </em>nella constatazione che l’economia italiana è sempre più un’economia periferica, nella quale le imprese, non riuscendo a competere innovando, esprimono una domanda di lavoro poco qualificata. In questo assetto, non è sorprendente il fatto che i salari reali medi sono fra i più bassi nell’ambito dei Paesi industrializzati. Stando all’ultimo rapporto OCSE, si rileva che i salari medi in Italia sono collocati al 23esimo posto su una classifica di 30 paesi. Assecondare questo modello di sviluppo significa contribuire a rendere ancor più periferica l’economia italiana, accentuandone il profilo di un’economia la cui competitività si basa sulla compressione dei costi di produzione: salari e diritti dei lavoratori in primo luogo<strong>[9]</strong>. Ciò dà luogo a una spirale perversa, in larga misura già in atto. La compressione dei salari accentua i differenziali retributivi rispetto alla media dei Paesi industrializzati, incentivando le emigrazioni (in particolare, le emigrazioni intellettuali e degli individui – giovani – con maggiore potenziale produttivo) con conseguente trasferimento di produttività nelle aree centrali dello sviluppo capitalistico<strong>[10]</strong>. Ciò dà luogo a un maggior tasso di crescita in quelle aree rispetto ai Paesi periferici (Italia inclusa) e, dunque, a un aumento della domanda di lavoro (qualificato) in quelle aree, a fronte di una riduzione della domanda di lavoro (qualificato) nelle aree periferiche<strong>[11]</strong>. Ciò porta a un ulteriore aumento dei differenziali salariali e a un ulteriore impoverimento delle aree periferiche. Si osservi che questo meccanismo è generato spontaneamente dalle dinamiche del mercato<strong>[12]</strong>, e che dovrebbe essere contrastato con politiche di segno esattamente contrario rispetto a quelle che il Governo persegue. Ovvero: politiche di promozione del ‘salto tecnologico’ delle imprese italiane, mettendole in condizione di esprimere maggiore domanda di lavoro qualificato e di competere innovando. In tal senso, stabilire che “la cultura non si mangia” (almeno in Italia) significa sancire la progressiva marginalizzazione della nostra economia.</p>
<h6> [1] Ancora su fonte ISTAT, si rileva che il numero di donne disoccupate è aumentato dell’1,5% rispetto a ottobre e del 5% rispetto a novembre 2009. Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta in diminuzione dello 0,4% rispetto a ottobre e in aumento del 5,3% rispetto a novembre 2009. Il tasso di inattività, pari al 37,8%, a novembre è rimasto invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre 2009.</h6>
<h6>[2] Ovviamente, non si dà qui alcun giudizio di valore in merito al lavoro manuale. A nostra conoscenza, per trovare un fondamento teorico alla tesi secondo la quale la riduzione dell’istruzione traina la crescita occorre risalire al mercantilismo. Pollexfen (cit. in <em>A. Loria, Analisi della proprietà capitalistica</em>, Torino, 1889, p. 258 ss.) scriveva: “si voglia ben considerare in qual misura l’educazione dei figli dei poveri al sapere ed alla scienza abbia contribuito a farli deviare dalle occupazioni manuali; poiché pochi hanno imparato a scrivere e leggere senza che i loro genitori o essi non siano inclinati a credere di meritare qualche preferenza, e per questa ragione disprezzano tutte le occupazioni manuali”.</h6>
<h6>[3] Sul punto si rinvia al mio <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/luniversita-e-il-mito-meritocratico/">L’Università e il mito meritocratico,</a> su questa rivista.</h6>
<h6>[4] V. <a target="_blank" href="http://www.almalaurea.it/info/almanews/salastampa/comunicati/2010/comunicatosintesi_xiirapporto.pdf">Almalaurea</a>.</h6>
<h6>[5] Si rileva anche che, in Italia, sono 12,1 ogni mille individui in età compresa fra i 20 e 1 29 anni coloro che hanno conseguito una laurea tecnico-scientifica, contro i 13,8 della media europa.</h6>
<h6>[6] Il che non è per le motivazioni rilevate a seguire, e come, peraltro, ampiamente riconosciuto nei documenti ufficiali della commissione europea, laddove si fa riferimento all’auspicata transizione a un’economia della conoscenza.</h6>
<h6>[7] Cfr. J.S. Coleman, <em>Social capital in the creation of human capital</em>, “The Americal Journal of Sociology”, 1988, vol.94, pp.95-120.</h6>
<h6>[8] Sul tema, sia consentito rinviare a G.Forges Davanzati, <em>Sussidi di disoccupazione ed economia sommersa: un’analisi keynesiano-istituzionalista</em>, “Studi e note di economia”, 2011.</h6>
<h6>[9] E’ noto che uno dei problemi più rilevanti dell’economia italiana riguarda la crescita modesta della produttività del lavoro. Un’elevata disoccupazione giovanile, unita alla precarietà dell’impiego, non aiuta a recuperare il divario di produttività rispetto ai Paesi centrali dello sviluppo capitalistico, semmai contribuisce ad ampliare i divari a nostro danno. Ciò per almeno due ragioni. In primo luogo, per ragioni che attengono a fattori motivazionali (entusiasmo, creatività, capacità fisica), i giovani sono mediamente più produttivi dei lavoratori più anziani. In secondo luogo, i giovani sono mediamente più istruiti dei loro genitori e, dunque, potrebbero contribuire in misura maggiore alla crescita economica, se occupati e se occupati coerentemente con le professionalità acquisite. Sul tema, si rinvia a Giuseppe Fontana, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/perche-conviene-che-europa-investa/">Perché conviene che l’Europa investa in istruzione e sanità</a>, su questa rivista.</h6>
<h6>[10] Stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, dal 1990 al 2009 sono emigrati circa 2 milioni e 390 mila individui da Mezzogiorno (9 su 10 al Centro-Nord). Di questi, circa il 30% è in possesso di laurea. I trasferimenti sulla direttrice opposta – da Nord a Sud – sono di entità del tutto trascurabile.</h6>
<h6>[11] Per una trattazione più ampia del tema, in un contesto di ‘causazione circolare cumulativa’, e anche con riferimento al caso italiano, si rinvia al pionieristico contributo di Gunnar Myrdal. E’ lo stesso Myrdal a rilevare che, nelle aree periferiche, nelle quali – a seguito del loro progressivo impoverimento – si rende sostanzialmente impossibile l’espansione del <em>welfare state</em>, la ‘legittimazione’ del sistema è affidata alla diffusione dell’ignoranza o viene relegata all’attività di repressione del conflitto sociale. Sul piano empirico, e come registrato nell’ultimo rapporto ISTAT, la criminalità è in crescita in Italia, con la massima incidenza nel Mezzogiorno (dove peraltro, in controtendenza rispetto al senso comune, la presenza di extra-comunitari è minima). Per un inquadramento generale del problema, si rinvia a. Myrdal, G. (1957). <em>Economic Theory and Underdeveloped Regions</em>. London: London: General Duckworth &amp; Co..</h6>
<h6>[12] Data la condizione che vi siano “economie di agglomerazione” e conseguenti rendimenti crescenti nelle aree centrali. Sul tema, si rinvia a Krugman, P. (1991). <em>Increasing returns and economic geography</em>, “Journal of Political Economy”, vol. 99, n. 3, pp.483-499.</h6>
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		<title>E noi faremo come Schroeder</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 10:03:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In un impegnativo discorso in un meeting al Lingotto svoltosi gli scorsi giorni Walter Veltroni affronta anche alcune tematiche economiche su cui può valere la pena riflettere.
L’asse principale della proposta di Veltroni è di “fare come la Germania”, ovvero “un’Agenda 2020 per l’Italia” a imitazione di quella del governo Schroeder-Fischer (1998-2002) che ha gettato le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/schroeder.jpg" height="315" width="409" />In un impegnativo discorso in un meeting al Lingotto svoltosi gli scorsi giorni<a target="_blank" href="http://beta.partitodemocratico.it/doc/202350/veltroni-al-lingotto-fuori-dal-900.htm"> Walter Veltroni </a>affronta anche alcune tematiche economiche su cui può valere la pena riflettere.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’asse principale della proposta di Veltroni è di “fare come la Germania”, ovvero “un’Agenda 2020 per l’Italia” a imitazione di quella del governo Schroeder-Fischer (1998-2002) che ha gettato le basi del successo tedesco sino alla crisi, ma a quanto pare anche dopo. Tale modello, com’è noto, aveva come base la moderazione salariale e la flessibilità, concertata con le organizzazioni sindacali, nell’utilizzo della forza lavoro. Ad esso si è accompagnato il sostegno delle attività di innovazione tecnologica. Tale politica ha consentito il rilancio del modello tedesco basato su disciplina interna, qualità tecnologica e sviluppo delle esportazioni – via obbligata quest’ultima data la compressione dei consumi interni. Tale modello, che abbiamo altrove definito “<a target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1267">ordo-mercantilista</a>”, è stato in realtà favorito dalla contemporanea creazione dell’Unione Monetaria Europea (UME). Si deve anzi ritenere che la Germania abbia reagito con perfetto tempismo all’occasione che le veniva servita su un piatto d’argento dai suoi concorrenti di rilanciare il modello basato sulle esportazioni che si era appannato in seguito alla riunificazione tedesca.<strong>[1]</strong> Non v’è neppure dubbio che tale disposto combinato di un rafforzamento e indebolimento strutturale, rispettivamente, del centro e della periferia europei, sia alla base della crisi corrente di questa regione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Con apparente realismo Veltroni argomenta come “entrando nell’Euro, l’Italia si è impegnata a ridurre il debito pubblico ed ha rinunciato per sempre a usare la svalutazione della moneta”, per cui una via di rigore e disciplina volta al rilancio della nostra competitività sembra “the only game in town” disponibile al nostro paese, fare come la Germania, appunto. Nulla di nuovo nel PD (Ulivo, DS), in realtà, dal famigerato “meno ai padri più ai figli” di Nicola Rossi. Era ben chiaro alla dirigenza di questo partito che l’euro era precisamente volto a importare la disciplina tedesca. La sfida va tuttavia raccolta, non basta criticare.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crisi italiana è grave, e naturalmente esasperata da una gestione della politica economica di pura resistenza, per così dire. Il paese stagna da almeno due decenni, è crollato con la crisi, e il cospicuo e persistente disavanzo delle partite correnti ci porterà inesorabilmente a entrare fra non molto nel novero dei paesi a forte debito estero. Tale crisi si colloca nel quadro della crisi europea. Esistono tre vie per uscirne: (a) rompere l’euro; (b) fare come la Germania; (c) costruire un’Europa keynesiana. Supponiamo di voler evitare il salto nel buio della prima scelta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La <em>seconda strategia</em>, quella di Veltroni, non è scevra di velleitarismo. In primo luogo la Germania sarà sempre più brava a fare il proprio gioco, e mentre non v’è dubbio che moltissimo abbiamo da imparare e imitare da quel paese – una società con un minimo di disciplina e senso del dovere è un messaggio molto di sinistra in Italia -, si deve stare attenti a che questo non diventi “macelleria sociale”, cioè un mero gioco al ribasso di diritti e conquiste, soprattutto per gli operai e i più giovani. Tale strada ha inoltre la natura di ciò che gli economisti chiamano”deflazione competitiva”, una concorrenza fra paesi basata sulla moderazione salariale, un surrogato delle svalutazioni competitive, un gioco a somma zero.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Componente di questa fosca prospettiva appare l’inquietante obiettivo di Veltroni di ridurre il rapporto il debito pubblico all’80% del Pil (ora è circa 120%) entro il 2020 attraverso, soprattutto, un taglio alla crescita della spesa pubblica (e, ma subordine, attraverso una imposizione straordinaria sui grandi patrimoni). Ma è alla crescita del Pil a cui dovremmo affidare la riduzione di quel rapporto, e a meno di un improbabile massiccio rilancio delle esportazioni tramite una pesante deflazione salariale, i tagli alla spesa inciderebbero negativamente sul Pil e sulle entrate fiscali aggravando il debito, la fatica di Sisifo che la Grecia sta sperimentando.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Serie dosi della <em>terza strategia</em> apparirebbero dunque necessarie. Questa appare, tuttavia, anch’essa velleitaria poiché ad essa si oppone proprio la Germania che, in quanto economia dominante, dovrebbe fare da locomotiva, un ruolo che essa ha sempre rifiutato come lesivo del proprio modello (che consiste nell’andare a rimorchio del keynesismo altrui). Fatto è che senza un contesto di crescita europeo – che sia l’opposto della “deflazione competitiva” - è difficile importare in Italia non tanto il modello Schroeder (lasciamo perdere), ma quanto un insieme vincente di disciplina, diritti e prosperità. Va riconosciuto che la crisi europea ha fatto ingoiare alla Germania misure impensabili sino a un anno fa (la BCE che acquista titoli pubblici per sostenere i titoli pubblici dei paesi in default virtuale; la progressiva europeizzazione del loro debito), sebbene i tempi della politica tedesca continuino ad aggravare la situazione debitoria di quei paesi. Che questi passi in avanti ne anticipino di più risolutivi, con una Germania la cui Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità di forme di governo fiscale europee, appare assai dubbio. La battaglia politica in Europa non si fa comunque con la persuasione o peggio la retorica europeista. Bene ha fatto <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-20/tremonti-alza-voce-eurosalvataggi-135347.shtml?uuid=AaMWMM1C">Tremonti </a> ad alzare la voce contro i tedeschi affermando che ciò che l’Europa sta cercando di salvare non sono in paesi indebitati bensì le banche tedesche creditrici. Allora non ritiene Veltroni necessaria una mozione unitaria del Parlamento perché la BCE non si azzardi ad alzare i tassi a fronte della ripresa dell’inflazione? O si pensa di violare l’indipendenza della BCE (ovvero il suo ruolo di cane da guardia dei salari tedeschi che anzi devono crescere per riequilibrare la competitività in Europa?). Le proposte di Veltroni sul debito pubblico sembrano invece dar man forte alla linea dura che i tedeschi vogliono imporre alla periferia Europea (si rinvia a riguardo alla <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>). Vogliamo invece dir loro <em>ya basta</em> e dirlo forte?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1]Lo stesso perfetto tempismo la dirigenza tedesca mostrò al principio degli anni ’50 quando il sistema di cambi fissi di Bretton Woods e la disponibilità dei sindacati consentì lo sviluppo neo-mercantile di quell’economia.</h6>
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		<title>Libero Marchionne in libero mercato</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 12:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La forte resistenza della Fiom-Cgil al cambiamento del quadro delle relazioni industriali voluto da Marchionne, con l’importante risultato ottenuto dal sindacato dei metalmeccanici in occasione del referendum di Mirafiori, finisce per mettere in discussione non solo le scelte di Fiat ma anche il modello di scambi internazionali in cui l’Italia e l’Europa sono immersi. È [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/marchionne.jpg" style="width: 366px; height: 227px" height="233" width="416" />La forte resistenza della Fiom-Cgil al cambiamento del quadro delle relazioni industriali voluto da Marchionne, con l’importante risultato ottenuto dal sindacato dei metalmeccanici in occasione del referendum di Mirafiori, finisce per mettere in discussione non solo le scelte di Fiat ma anche il modello di scambi internazionali in cui l’Italia e l’Europa sono immersi. È necessario esserne consapevoli e non compiere errori nella valutazione sul livello effettivo della contesa, dal momento che perdurando quel modello di scambi internazionali diverrebbe sempre più difficile difendere le posizioni della Fiom.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il punto da cui partire è riconoscere che l’attuale palinsesto macroeconomico europeo colloca l’Italia e l’intera Unione Monetaria in un sistema di scambi internazionali caratterizzato dalla piena apertura dei mercati e dalla perfetta mobilità dei capitali. In un contesto istituzionale di questo tipo un qualsiasi Paese, o una qualsiasi impresa, che volesse fissare un livello dei salari o delle tutele dei lavoratori superiori a quelli registrati negli altri paesi dovrebbe ogni volta essere in grado di compensare quei maggiori livelli – che in fin dei conti determinano, direttamente o indirettamente, un incremento del costo assoluto del lavoro – con una maggiore produttività del lavoro. Il che significa mettere in campo, rispetto agli altri, tecnologie più avanzate, maggiori investimenti in istruzione e formazione, infrastrutture migliori. Solo in tal modo, dato il contesto istituzionale, il livello relativamente più elevato dei salari e delle tutele può coesistere con un costo del lavoro per unità di prodotto competitivo con i partners commerciali. Per questa ragione, è corretto affermare che l’apertura incondizionata dei mercati e la libertà dei movimenti di capitale tendono a livellare verso il basso i salari e i diritti dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò premesso, è opportuno sottolineare che la tensione della concorrenza internazionale è oggi tanto spinta che anche i paesi tecnologicamente più avanzati, che pure potrebbero permettersi salari e diritti maggiori, come la Germania, stanno praticando politiche di moderazione salariale e compressione dei diritti dei lavoratori. Naturalmente, la spinta proveniente dalla Germania accelera ulteriormente i processi di mercato e in qualche modo determina reazioni imprenditoriali nella direzione della ulteriore compressione di salari e tutele. Per queste ragioni, i critici della dirigenza Fiat dovrebbero consapevolmente assumere che il tema di fondo da affrontare è quello di una auspicabile riduzione del grado di apertura dei mercati e dei movimenti di capitale. Tenendo conto che, alle condizioni attuali, le delocalizzazioni sono il meccanismo ovvio attraverso il quale la deflazione salariale e la contrazione delle tutele inesorabilmente procede.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A ben vedere si tratta delle questioni già sollevate nel giugno scorso dalla “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>”  contro le politiche di austerità in Europa, pubblicata da questa rivista, e dal dibattito che da essa è seguito. La “Lettera” ha mostrato tra l’altro, come l’assetto degli scambi internazionali attuale, se non governato, tenda ad alimentare la crisi, dal momento che la maggiore apertura dei mercati internazionali determina una tendenziale compressione della quota dei salari sul Pil e questa a sua volta spiega in buona misura la caduta della domanda aggregata, e dunque la crisi (a riguardo si rinvia all’articolo “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/prendendo-la-fiom-sul-serio/">Prendendo la FIOM sul serio</a>”). Insomma, per quanto discutibili sul piano etico e sociale, le scelte di Marchionne, in assenza di innovazione, hanno una logica imprenditoriale, il cui risultato nell’aggregato si rivela socialmente ed economicamente rovinoso.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E tuttavia, la questione Fiat si pone nei termini più gravi dal momento che Marchionne non sembra affatto avere messo in atto una strategia tale da preservare i livelli salariali e i diritti per via di un incremento della produttività del lavoro (al di sopra dei contendenti che propongono modelli di dumping sociale). Piuttosto, sembra preoccupato di inseguire tutti i finanziamenti pubblici possibili, da quelli statunitensi, a quelli russi, a quelli messicani, a quelli serbi. Inoltre pare essere attirato, molto più che da una competizione alta, giocata sulle nuove tecnologie, dalle possibilità di localizzazione in realtà dove salari particolarmente bassi e tutele ridotte al minimo gli consentano di ampliare per questa via la differenza tra salario e produttività.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Attualmente, il mercato dell’automobile sta mutando. La ragione del cambiamento sta nel fatto che il motore endotermico, in aree ad alta densità abitativa, sta diventando un problema per la mobilità, come i cinesi, adesso con l’auto, e gli indiani, prima con i motorini, hanno verificato e come noi sperimentiamo tutti i giorni nella vecchia Europa. Le case automobilistiche stanno quindi investendo significativamente in nuovi propulsori e in nuovi modelli, abbandonando progressivamente l’idea di un’auto che copra ogni bisogno di mobilità dell’utente, a favore di auto mirate al loro uso prevalente che, in Europa, è la città con percorrenze chilometriche medie inferiori ai 20 chilometri. È un processo lungo ma ormai avviato per tutte le grandi case europee, compresi i prodotti di lusso – in gergo chiamati “premium”. Ma la “FIAT Auto” ha un livello basso d’investimenti in quella direzione e l’unico prodotto che potrebbe giocare un ruolo – la “cinquecento” con propulsore elettrico - è previsto solo sul mercato americano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Inoltre il mercato globale dell’auto, così evocato oggi in Italia, è caratterizzato da andamenti spiccatamente divergenti tra le grandi aree economiche. In Cina, India, Russia e Brasile le importazioni di auto, di componenti e di beni capitale, crescono fortemente, grazie al costituirsi di una classe media, statisticamente piccola rispetto ai quei paesi ma che pesa, in alcuni casi, come tutto il mercato europeo. Si possono avere molti dubbi sulla sostenibilità a medio e lungo termine di quel modello neo mercantile, in special modo quando si parla della mobilità basata sull’auto, ma una cosa è certa chi è fuori da quei mercati non ha possibilità alcuna di essere un protagonista forte del mercato globale. Infatti, nell’altra parte del mondo – l’Europa e l’America settentrionale – il mercato è stagnante per la combinazione di un’eccedenza tra produzione e consumo, pari al 30-40%, e dagli effetti deflattivi della crisi sui consumi di massa. Ora, la “Fiat Auto” è presente nel “mondo nuovo” in modo rilevante solo in Brasile, che non a caso ne riequilibra i conti interni; spera, poi, in un rilancio significativo in Russia, grazie allo stabilimento serbo giocando sul fatto che la Serbia ha un accordo di libero scambio con la Russia per prodotti manifatturati in Serbia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Viene dunque da chiedersi quali siano le potenzialità effettive di espansione della Fiat nel quadro del sistema di scambi internazionali attuale. L’interrogativo è ancora più crudo se si guarda al rapporto tra “FIAT Auto” e Chrysler. Se, infatti, vi deve essere una sinergia tra le due imprese allora, per effetto dell’accordo con il governo americano, è la “FIAT Auto” che deve aiutare la Chrysler, con un trasferimento di tecnologie e competenze ma anche di denaro se si vuole arrivare al 51% di controllo, a conquistare fette di mercato non solo negli USA e in Canada, ma specificatamente in Brasile. Resterebbero quindi l’Europa e la Russia, dove la “FIAT Auto” dovrebbe conquistare nuove fette di mercato a spese delle altre imprese europee. Gli analisti sono piuttosto scettici al riguardo anche perché sin qui le quote di mercato Fiat si sono contratte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Da tutto ciò si ricava una conclusione evidente: la “FIAT Auto”, nella joint venture con Chrysler, sposterà il suo baricentro verso il continente americano dove perderà o vincerà una scommessa per la sua stessa sopravvivenza; lì infatti tutto avverrà e lì ci sono risorse finanziarie pubbliche disponibili. L’Europa diventerà il secondo mercato, mercato nel quale la nuova realtà – “FIAT Auto”- Chrysler – posizionerà, nell’ipotesi migliore, alcuni prodotti Chrysler, – I SUV di cui si parla per Mirafiori – i cui componenti sono fatti negli USA, per segmenti di mercato che non sono certamente di massa e per il resto cercherà, in competizione più con le aziende francesi che con quelle tedesche, di intercettare la domanda di auto a basso costo forte in Europa. Il punto è che anche queste auto dovranno sempre di più rispondere a stringenti requisiti di emissione – è una forma di protezionismo europeo contro i produttori asiatici – e quindi non saranno auto a basso contenuto d’innovazione. Le aziende tedesche e francesi hanno costruito un modello di business per questo settore di mercato: utilizzare i differenziali salariali e normativi con l’Est Europeo, e gli importanti sussidi pubblici esistenti, per realizzare un sistema integrato di progettazione e produzione che affida ai “paesi madre” la ricerca e sviluppo e a quelli “terzisti” parte significativa della produzione; i livelli extra di profitto alimentano le spese di investimento, i governi nazionali della Francia e della Germania contribuiscono in vario modo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nulla di tutto questo è presente nel “Piano Italia” che affida al paese un ruolo “terzista”, questo sì globale. A prova di ciò si pensi ai contenuti del piano per Pomigliano e Mirafiori; nel primo il prodotto a minor valore aggiunto che ha sul mercato, l’opposto di quanto si faccia in Francia con la Logan; nel secondo un’auto che, se si dovesse vendere, ha buoni margini di guadagno ma che venendo solo assemblata a Torino, per poi essere redistribuita globalmente, brucerebbe parte significativa di tali margini.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si capisce anche perché Marchionne si adonti quando gli chiedono i contenuti industriali del piano; il contenuto industriale, infatti, è di “risulta globale”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>[Una parte di questo articolo è tratta da un intervento di Francesco Garibaldo pubblicato sul n. 15 di &#8220;Alternative&#8221;]</em></h6>
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		<title>L’americanismo di Marchionne</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2011 13:04:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La storia - scrive Karl Marx - si presenta prima come tragedia e poi si ripete come farsa. In questo senso il ricorso ad un nuovo modello di relazioni industriali che costituisce il nucleo dell’accordo Mirafiori del 23 dicembre 2010 (approvato di stretta dal referendum del 14 gennaio 2011) si presenta come una versione caricaturale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/marchionne_loves_america-4cb597c16a5c7.jpg" height="292" width="398" />La storia - scrive Karl Marx - si presenta prima come tragedia e poi si ripete come farsa. In questo senso il ricorso ad un nuovo modello di relazioni industriali che costituisce il nucleo dell’accordo Mirafiori del 23 dicembre 2010 (approvato di stretta dal referendum del 14 gennaio 2011) si presenta come una versione caricaturale dell’<em>americanismo</em> d’inizio Novecento, quando la Fiat poteva essere considerata nei metodi di organizzazione del lavoro e di relazioni industriali un enclave di modernità nell’ambito della arretratezza complessiva della società italiana.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In questi termini appariva ad Antonio Gramsci che appunto coniò il termine di <em>americanismo</em><strong>[1]</strong> per indicare il processo di razionalizzazione del lavoro, rappresentato dal fordismo-taylorismo, che si accompagnava ad una generale modernizzazione della società, con l’obiettivo di subordinarla integralmente alle esigenze dell’apparato produttivo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’americanismo con la sua visione integralista della società industriale costituiva per una società arretrata come quella italiana un elemento progressivo perché contribuiva ad aumentare l’educazione produttiva della classe operaia, ad eliminare i residui di parassitismo legati all’esistenza di classi dirigenti non direttamente produttive, introduceva una nuova morale industriale e una nuova struttura ideologica. L’americanismo nel creare un nuovo tipo umano di produttore consapevole poneva le premesse, secondo Gramsci, per il passaggio alla superiore organizzazione socialista della produzione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In sintesi, Giovanni Agnelli, importando da una società più avanzata un modello di relazioni industriali, assumeva nella società italiana d’inizio novecento un ruolo “oggettivamente” rivoluzionario, anche se ovviamente le sue motivazioni soggettive erano strettamente legate alla realizzazione di più alti profitti raggiungibili con strumenti più efficienti di organizzazione del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il ruolo di Marchionne è da un punto di vista “oggettivo” diametralmente opposto. Il modello che si è proposto prima a Pomigliano e poi a Mirafiori è un nuovo tipo di <em>americanismo globale</em> in cui gli elementi progressivi sono scomparsi. L’obiettivo resta sempre quello di subordinare tutto alle esigenze della produzione, ma livellando verso il basso e annullando gli elementi di democrazia industriale che sono stati costruiti in un secolo di lotte operaie, che hanno avuto il loro nucleo più attivo proprio nella classe operaia torinese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ma oltre questo dato che investe le relazioni industriali, vi è un’altra implicazione egualmente importante: con l’accordo di Mirafiori la Fiat non ha più una dimensione nazionale e ha rinunciato di fatto al ruolo che ha svolto nella storia del capitalismo italiano. La sua dimensione ormai è quella di una multinazionale che come unico modello ha il vantaggio competitivo offerto dall’economia globale. La Fiat non ha più un rapporto privilegiato con il nostro paese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come indica la vicenda di questi sei mesi da Pomigliano a Mirafiori,  la Fiat manterrà la produzione di automobili in Italia solo perché l’organizzazione del lavoro sarà uguale a quella che si potrebbe ottenere in una fabbrica serba, brasiliana o di Detroit. E’ come se gli operai si fossero trasferiti materialmente in Serbia, in Brasile o nell’Illinois. Delle enclave di economia globalizzata sono stati innestati nel tessuto giuridico e sociale. E’ un’operazione opposta a quella compiuta da Giovanni Agnelli, cento anni fa: non si trapiantano più elementi di progresso in realtà arretrate, ma all’opposto si livella la condizione di lavoro sugli standard più bassi che appartengono a società che non hanno una tradizione di relazioni industriali democratiche. La caricatura di americanismo rappresentata da Marchionne sta proprio in questo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Basta dare una rapida lettura del documento (<a target="_blank" href="http://www.fiom.cgil.it/eventi/2011/uniti/materiali/fiom_opuscolo_completo.pdf">pubblicato sul sito della Fiom</a>) per rendersi conto che definire l’accordo come regressivo non è il frutto di una cecità ideologica, ma corrisponde alla realtà dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La strategia di Marchionne è stata resa possibile grazie ad un governo che non ha alcuna visione strategica del futuro industriale del nostro paese. L’industria automobilistica italiana doveva essere aiutata non con mezzi come la rottamazione, ma con finanziamenti diretti che avrebbero potuto dare alla politica il ruolo di indirizzo e di garanzia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In questo quadro si poteva concepire un accordo nazionale tra produttori che avrebbe potuto anche garantire l’incremento della produttività senza sospendere i diritti acquisiti. La classe operaia italiana non ha mai rinunciato alla sua funzione nazionale. Senza alcuna retorica si deve ricordare che furono gli operai del Nord a salvare le fabbriche del Nord dalle rappresaglie dell’esercito nazista in ritirata, nella primavera del 1945 (mentre proprietari e capitani d’industria erano in fuga), e che furono gli stessi sindacati operai ad accettare la moderazione salariale per permettere la ricostruzione e lo sviluppo del dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Anche di fronte a questa crisi si sarebbe trovata una soluzione nazionale, bastava aver un management Fiat più illuminato e consapevole di una funzione nazionale, e, dall’altra parte, un governo altrettanto consapevole degli obiettivi di sviluppo del paese, non solo interessato ad indebolire la sua controparte sociale. La dirigenza Fiat sa bene che il problema della produttività italiana riguarda la scarsa innovazione di processo e di prodotto, ma la miope ricerca del profitto immediato allontana il problema delle scelte strategiche di lungo periodo. La Fiat ha scelto così un profilo basso: galleggerà nel mercato ancora per un po’ occupando nicchie di mercato non ancora integralmente sfruttate. Almeno questo ci è dato di capire in assenza di ulteriori chiarimenti sulla strategia del piano industriale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ci ritroviamo ora di fronte ad un accordo che ci riporta alle relazioni industriali d’inizio anni Sessanta e abbiamo perso una grande occasione per la modernizzazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questo  accordo ha inoltre il carattere di una scommessa: si rinuncia, infatti, al certo dei diritti di oggi per poi ottenere lavoro domani (con la promessa di un salario più alto). Ma chi ci assicura che l’investimento andrà a buon fine? Chi ci assicura che i nuovi modelli saranno venduti? Chi ci assicura che nel 2013 la Fiat, in questa feroce concorrenza globale, non sarà di nuovo di fronte ad un suo ennesimo fallimento di mercato dei suoi prodotti? L’accordo si regge sulla promessa di vendere di più in futuro (promessa a cui sono legati anche gli aumenti salariali), ma se non fosse così? Chi salverà la produzione automobilistica italiana  e insieme la classe operaia di questa nazione, e forse la stessa nostra democrazia che sul lavoro è costruita?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> [1] Concetto, come è noto, elaborato nel Quaderno 22.</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
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		<title>Il falso paradosso del costo del lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 10:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. È opinione comune, espressa in molti dibattiti nei media, che in Italia si verifichi un curioso paradosso per quanto riguarda il costo del lavoro. Infatti il livello dei salari e degli stipendi dei lavoratori italiani è basso rispetto agli altri paesi avanzati, ma si lamenta tuttavia che le imprese debbano sostenere un alto costo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/lavoro.JPG" style="width: 382px; height: 243px" height="298" width="430" />1. È opinione comune, espressa in molti dibattiti nei media, che in Italia si verifichi un curioso paradosso per quanto riguarda il costo del lavoro. Infatti il livello dei salari e degli stipendi dei lavoratori italiani è basso rispetto agli altri paesi avanzati, ma si lamenta tuttavia che le imprese debbano sostenere un alto costo per ciascun lavoratore impiegato in rapporto al valore aggiunto per addetto. Lo stesso “successo delle imprese nel sistema competitivo” ne risulterebbe danneggiato<strong>[1]</strong>. In realtà si tratta di un falso paradosso e l’affermazione appena richiamata andrebbe fortemente qualificata e rettificata. Infatti molto spesso non si considera attentamente che cosa effettivamente indicano i dati statistici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2. Recentemente è stato negato che nella maggioranza dei paesi sviluppati si sia verificata una diminuzione della quota dei salari sul reddito a partire dagli anni’80, come invece è ritenuto da molti economisti<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Posta uguale a 100 la quota del compenso del solo lavoro dipendente sul PIL nel 1980, si vede però che nel 2010 per tutti i paesi considerati la quota è diminuita, da un minimo di 4,24 punti in Giappone  ad un massimo di 11,83 punti in Italia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig.JPG" style="width: 419px; height: 141px" height="117" width="275" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In un recente articolo su questa rivista Antonella Stirati ha mostrato che per giudicare dell’andamento della quota distributiva del salario sul prodotto interno lordo occorre guardare alla quota “corretta per tenere conto del lavoro autonomo ed evitare che la sua maggiore o minore incidenza crei una distorsione quando si confrontano diversi paesi o diversi periodi in uno stesso paese”<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questa precisazione è opportuna per quanto riguarda l’andamento della distribuzione del reddito nel tempo. In realtà un’altra qualificazione dovrebbe essere chiara: quando si parla di distribuzione del reddito e di effetto della diminuzione della quota dei salari sulla domanda aggregata ci si riferisce al salario dei “lavoratori medi”. Un aumento della diseguaglianza nella distribuzione dei salari e degli stipendi a favore dei <em>top manager</em>, nonostante possa essere compatibile con una quota più o meno costante delle retribuzioni del lavoro sul PIL, ha come effetto una diminuzione della parte di reddito dei  “lavoratori medi”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Occorre poi considerare che i salari, nelle nostre economie, hanno due differenti dimensioni: dal punto di vista della società sono un reddito, mentre dal punto di vista delle imprese che impiegano i lavoratori sono un costo. Si pongono allora problemi per quanto riguarda la stima del costo del lavoro: infatti, a livello dell’intera economia, il costo <em>reale</em> unitario del lavoro è definito come la quota dei redditi da lavoro corretta per il lavoro autonomo<strong>[4]</strong>. Nel caso del costo del lavoro, tuttavia, questa correzione può a sua volta avere effetti distorsivi, relativamente al confronto tra i livelli assunti da questa variabile nei vari paesi. Infatti la stima statistica presuppone che in media il compenso del lavoro autonomo sia uguale a quello dei lavoratori dipendenti. Tuttavia, in generale il lavoro autonomo si distribuisce in misura quasi esclusiva nelle micro e nelle piccole imprese, dove sia le retribuzioni che la produttività possono differire molto dai valori medi. Di conseguenza il confronto tra i diversi paesi può risultare distorto da questa circostanza quando la quota del lavoro autonomo sull’occupazione sia sensibilmente differente nei vari paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Si ritiene generalmente che il costo per unità di lavoro in Italia sia alto a causa dell’alto peso degli oneri sociali e delle tasse sul compenso dei lavoratori. In effetti risulta che il saggio percentuale delle tasse ed oneri sociali sul reddito del lavoro è in generale relativamente alto in Italia. Ad esempio, secondo dati Eurostat, nel 2008 questo saggio è stato molto più alto non solo del Regno Unito, della Germania della Spagna e della Francia, ma anche, sia pure di poco, della stessa Svezia, paese scandinavo in cui tradizionalmente il peso delle tasse sul reddito è molto alto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><a href="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2.JPG"></a></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2.JPG" style="width: 364px; height: 170px" height="124" width="193" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="right">Tuttavia anche considerando il peso delle tasse e degli oneri sociali il costo del lavoro medio per occupato resta in Italia basso rispetto ai paesi concorrenti, solo poco più alto della media dell’Unione Europea (27 paesi) e decisamente più basso che in Gran Bretagna, Francia, Germania e Svezia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-3.JPG" style="width: 384px; height: 157px" height="126" width="232" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’alta incidenza della tassazione e degli oneri sociali non significa quindi che il costo per lavoratore è più alto in Italia rispetto agli altri paesi europei, ma che il reddito medio disponibile dei lavoratori italiani è ancora più basso, inferiore anche alla media EU e alla Spagna come si può vedere calcolando il salario medio al netto delle tasse dalle due tabelle precedenti:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-4.JPG" style="width: 400px; height: 173px" height="138" width="228" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">4. La questione cambia radicalmente aspetto se passiamo ad esaminare la “quota del reddito del lavoro”, chiamata anche costo reale unitario del lavoro (<em>real ULC</em>), che stima i presunti redditi da lavoro degli autonomi. In questo caso utilizzeremo il database dell’OCSE. La quota del reddito del lavoro, che esclude dal PIL il valore dei servizi delle abitazioni, tende ad essere più alta in Italia che negli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-5.JPG" style="width: 463px; height: 169px" height="144" width="349" /></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nella tabella 5 si sono confrontati i valori della quota dei redditi del lavoro dipendente sul PIL e del <em>real ULC</em> nel 2008. Come si vede l’Italia ha di gran lunga la più bassa quota del compenso del lavoro dipendente tra i paesi confrontati, ma il <em>real ULC</em> è inferiore solo a quello della Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nella figura 1 vediamo l’andamento del <em>real ULC</em> per l’Italia e per la maggiore economia mondiale, gli USA e la maggiore economia europea, la Germania, dal 1970. In tutti i paesi la quota è decrescente. L’Italia all’inizio degli anni 70 mostra un <em>real ULC</em> superiore agli altri paesi. Fino al 2000, però, il trend è fortemente decrescente nel nostro Paese (con una caduta accentuata nella prima metà degli anni novanta) fino ad assumere un valore minore, nei primi anni del nuovo secolo, rispetto al dato registrato negli USA e in Germania. Successivamente il <em>real ULC</em> si riporta, sia pure di poco, al di sopra dei livelli delle altre due economie considerate.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-1jpg.JPG" style="width: 504px; height: 311px" height="297" width="495" /></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">    </h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  </h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">5. Ma come è possibile che pur avendo salari particolarmente bassi – sia in valore assoluto sia come quota del Pil – quando passiamo ad esaminare il costo reale unitario del lavoro il valore salga al di sopra di quello degli altri paesi?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A ben vedere, la ragione dell’apparente paradosso è nel ruolo giocato dall’assenza in un caso e dalla presenza nell’altro della stima relativa al lavoro autonomo. Mentre tener conto del lavoro autonomo serve a dare una stima più attendibile delle tendenze, ha però effetti distorsivi quando si confrontano i livelli assoluti del costo del lavoro di differenti paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infatti, in Italia la percentuale di lavoratori autonomi sul totale della forza lavoro occupata è particolarmente elevata, ben più della media dei paesi industrializzati, come si evince dalla Figura 2. Poiché l’occupazione dei lavoratori autonomi tende a concentrarsi prevalentemente nelle micro e nelle piccole imprese, con produttività del lavoro e salari più bassi della media, la quota del reddito da lavoro aggregato risulta sopravvalutata rispetto agli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-2.JPG" height="248" width="577" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">6. Attenzione dunque. Quando si dice che il costo del lavoro in Italia è relativamente alto non si intende che le imprese debbano sostenere un costo per impiegare un lavoratore più alto che negli altri paesi che si trovano in condizioni economiche comparabili alle nostre. La dinamica dell’alto costo del lavoro certo non dipende dai lavoratori e dunque da presunti fattori quali la propensione alla conflittualità o la scarsa disponibilità al lavoro, come qualcuno si è spinto a sostenere. Ad un esame serio, le ragioni della bassa produttività del lavoro in Italia dipendono piuttosto dal modello di specializzazione della nostra economia e, dunque, da fattori quali la bassa dotazione di capitale per addetto e la ridotta dimensione media delle imprese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La realtà è che  produttività del lavoro non cresce più in Italia dall’inizio del nuovo secolo, in dipendenza della struttura dell’occupazione e di conseguenza, pur in presenza di bassi salari, il costo reale unitario del lavoro resta stabile o ha una leggera tendenza a crescere. Si badi che questo declino del modello di sviluppo italiano è precedente alla crisi attuale. Non si può quindi semplicemente aspettare che “passi la nottata”, anche se questo sarebbe del tutto irragionevole in ogni caso, ma, compresa la natura del paradosso della quota dei salari e del reddito da lavoro a livello aggregato nei suoi termini reali, la questione diviene quella di prospettare una politica industriale all’altezza dei problemi posti dalle esigenze di rilanciare la competitività del paese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore ordinario nell&#8217;Università di Macerata.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Cfr Istat, <em>Noi Italia, 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo</em>,  p. 132. L’indice del successo delle imprese nel sistema competitivo è secondo l’Istat rappresentato dall’inverso di quello che di seguito è indicato come costo <em>reale</em> unitario del lavoro. In quanto segue non terremo conto, per evidenti ragioni di spazio, di un altro indice statistico, il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto), che mette in relazione l’andamento del salario unitario monetario e della produttività del lavoro. Quando questo indice è più alto in un paese rispetto ad un altro si creano problemi di competitività legati alla dinamica dei prezzi.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[2] Si veda G. Zanella, <a target="_blank" href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Gli_economisti_e_i_fatti"><em>Gli economisti e i fatti</em></a>, 28 giugno 2010.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[3] A. Stirati, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/la-riduzione-del-prodotto-che-va-al-lavoro/"><em>La riduzione del prodotto che va al lavoro</em></a>, in questa rivista, 16 novembre 2010.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[4] La formula è [compenso dei lavoratori dipendenti/lavoratori dipendenti]/[PIL/totale occupazione], ovvero [compenso dei lavoratori dipendenti/PIL][totale occupazione/lavoratori dipendenti]</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>La spirale perversa delle delocalizzazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 13:21:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[I commenti critici alle recenti dichiarazioni dell&#8217;amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in ordine alla scarsa redditività degli stabilimenti Fiat in Italia e alla conseguente necessità delle delocalizzazioni, si sono - per lo più - concentrati sulle capacità gestionali del management dell’azienda e sulla censurabilità di quelle dichiarazioni alla luce dei cospicui finanziamenti pubblici ricevuti in passato da Fiat.
Si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fiat_auto_poland.jpg" style="width: 364px; height: 303px" height="352" width="470" />I commenti critici alle recenti dichiarazioni dell&#8217;amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in ordine alla scarsa redditività degli stabilimenti Fiat in Italia e alla conseguente necessità delle delocalizzazioni, si sono - per lo più - concentrati sulle capacità gestionali del <em>management</em> dell’azienda e sulla censurabilità di quelle dichiarazioni alla luce dei cospicui finanziamenti pubblici ricevuti in passato da Fiat.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si tratta di rilievi condivisibili che, tuttavia, sembrano non tener conto di una considerazione che prescinde dal singolo caso e che può porsi nei seguenti termini: l’accelerazione dei processi di delocalizzazione industriale conferma che il capitalismo contemporaneo è sempre più caratterizzato dalla piena sovranità della grande impresa. Una piena sovranità che si manifesta anche mediante il potere che essa esercita sulle scelte di politica economica e, in particolare, di politica del lavoro<strong>[1]</strong>. Sono in molti a ritenere che gli assetti istituzionali e decisionali ereditati dal Novecento siano oggi inadeguati e che le norme giuridiche debbano adeguarsi alle ‘nuove’ esigenze di competizione delle imprese nell’economia globale. A ben vedere, si tratta di una opzione ideologica; d&#8217;altronde, non sempre ciò che è nuovo è necessariamente meglio di ciò che lo ha preceduto<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Schematicamente, le scelte di delocalizzazione vengono ricondotte a due ordini di fattori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1) Si ritiene che le delocalizzazioni dipendano dall’eccessiva regolamentazione dei mercati, dall’elevato onere burocratico, dall’elevata imposizione fiscale e, più in generale, dalla peggiore ‘qualità delle istituzioni’ del Paese dal quale le imprese migrano. Si tratta di una tesi che non sembra trovare adeguati riscontri empirici. Può essere sufficiente, in questa sede, richiamare l’ultimo rapporto della Banca Mondiale che certifica che, con riferimento ai governi italiani, in una scala compresa fra lo 0 e il 100%, la qualità delle istituzioni italiane (<em>in primis</em>, la continuità governativa) si è ridotta dall’80% del 1996 al 55% del 2009, essendo di gran lunga superiore la qualità delle istituzioni tedesche. Ma, a fronte della migliore qualità delle istituzioni tedesche, le delocalizzazioni sono state più massicce in Germania che in Italia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2) E’ opinione diffusa che le imprese decidano di delocalizzare se i salari sono più alti nel Paese nel quale operano e più bassi nel Paese nel quale potrebbero migrare<strong>[3]</strong>. Evidentemente occorre che sussistano le condizioni che rendano possibile la delocalizzazione sul piano tecnico, ovvero che sia possibile investire altrove con costi ragionevolmente bassi. Si consideri, a riguardo, che l’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello che ha dato maggiore accelerazione alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro (e nel quale i salari medi sono fra i più bassi in ambito europeo) e, contestualmente, che ha sperimentato un’intensificazione dei processi di delocalizzazione in uscita molto significativa, con ben scarsi flussi in entrata.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quest’ultima interpretazione razionalizza parte del fenomeno. Altri fattori concorrono a determinarlo e, fra questi, è opportuno considerarne almeno due.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">a) La quantità e qualità delle delocalizzazioni è significativamente influenzata dall’erogazione di finanziamenti per l’attrazione di investimenti nel Paese ospitante. Il caso della Serbia, in tal senso, è emblematico<strong>[4]</strong>. Con il <a target="_blank" href="http://www.siepa.gov.rs/files/pdf/Decreto%20sulle%20condizioni%20e%20sui%20modi%20di%20attrarre%20gli%20investimenti%20diretti%202008.pdf">Decreto 70/2008</a> della repubblica serba è stato stanziato un fondo specificamente destinato a questo fine, con la clausola che – per l’erogazione di finanziamenti – occorre tener conto <em>in primis</em> della quotazione in borsa dell’impresa e della sua capacità di trasferire “alte tecnologie” (art.13). Questo dispositivo costituisce una spinta rilevante, per le grandi imprese, a lasciare nei Paesi d’origine le filiere di produzione a bassa intensità tecnologica e, conseguentemente, ad occupare prevalentemente lavoratori con basse competenze o sottoccupati. Ovvero, di norma, lavoratori ai quali viene somministrato un contratto di lavoro a tempo determinato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">b) Le delocalizzazioni possono essere favorite dalla precarietà del rapporto di lavoro non solo nel Paese di destinazione ma anche in quello di partenza. Infatti, la diffusione di rapporti di lavoro precario costituisce una <em>condizione permissiva</em> per la mobilità dei capitali, almeno nel senso che consente all’impresa di non rinnovare i contratti di lavoro nel Paese dal quale intende migrare<strong>[5]</strong>. Ciò accade a ragione del fatto che, somministrando contratti a tempo determinato, l’impresa non è vincolata a produrre <em>in loco</em>, o comunque lo è meno rispetto al caso in cui vi siano vincoli alla libertà di licenziamento. In quest’ultimo caso, infatti, l’impresa dovrebbe sostenere costi di licenziamento che, in regime di precarietà, non sostiene.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Occorre chiarire che la piena mobilità internazionale dei capitali contribuisce ad aggravare la crisi, in quanto rafforza la concorrenza fra Stati al ribasso dei salari e della spesa pubblica e, dunque, alla caduta della domanda aggregata e dell’occupazione, su scala globale, riducendo i mercati di sbocco e rendendo, conseguentemente, più difficile la realizzazione monetaria dei profitti per le imprese nel loro complesso<strong>[6]</strong>. E in fine dei conti, per ogni singolo Paese, le politiche di bassi salari, precarizzazione del lavoro e riduzione dei diritti dei lavoratori – oltre a essere socialmente dannose – possono non risultare efficaci nel contrastare le scelte di delocalizzazione e il conseguente aumento del tasso di disoccupazione. E ciò per il possibile innescarsi di una spirale perversa, che va dalla caduta dei salari al ristagno della domanda aggregata interna (a causa della contrazione della domanda di beni di consumo<strong>[7]</strong>) e può portare al disinvestimento in quell’area e ad ulteriori compressioni salariali<strong>[8]</strong>. A ciò si aggiunge che, a fronte del calo della domanda, le imprese sono disincentivate ad introdurre innovazioni, generando, per questa via, riduzioni della produttività del lavoro<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le scelte di localizzazione possono essere, dunque, significativamente determinate dall’ampiezza dei mercati di sbocco e dalla dinamica della produttività e, per le cause qui individuate, i bassi salari sono, di norma, associati a bassa produttività. E la reiterazione di politiche di deflazione salariale e di precarizzazione del lavoro non può che accentuare il problema.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Si veda, fra gli altri, e con riferimento al c.d. statuto dei lavori, Piergiovanni Alleva, <em>Cosa c’è dietro lo Statuto dei lavori</em>, “Liberazione”, domenica 14 novembre 2010.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[2] Si pensi, a riguardo, al dibattito sulla revisione del dettato costituzione o dello Statuto dei lavoratori: il fine è chiaro, e consiste nel comprimere i diritti dei lavoratori estendendo, nel contempo, gli spazi di discrezionalità  delle imprese, dunque il loro potere economico e politico. In tal senso, affermare che i diritti acquisiti dai lavoratori sono oggi non più accordabili significa con ogni evidenza affermare che la crescita economica oggi è necessariamente trainata dall’accumulazione dei profitti (e da bassi salari). Con ogni evidenza, questa proposizione non può considerarsi ‘neutra’, né sul piano etico e tantomeno sul piano dell’analisi economica. Sul tema, si rinvia a A. Bhaduri, and S. Marglin, <em>Unemployment and the real wage: The economic basis for contesting political ideologies</em>, “The Cambridge Journal of Economics”, 1990, 14, pp.375-393.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[3] Si stima, a riguardo, che il rapporto tra la retribuzione di un lavoratore di un paese industrializzato e quella di un lavoratore bulgaro o filippino è di 10 a 1. Questo differenziale è ancora più evidente se, ad esempio, si confronta il costo di un lavoratore di Zurigo con uno di Bombay o Karachi: in questo caso il rapporto è di 26 a 1.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[4] Lo è soprattutto perché, come evidenziato dalla X Indagine sulle imprese manifatturiere pubblicata da Unicredit, le delocalizzazioni delle imprese italiane riguardano per oltre il 50% i paesi dell’Europa a 15, per quasi il 15% i nuovi paesi membri dell’Europa a 27 e per oltre il 27% i paesi asiatici (Cina innanzitutto).</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[5] Per una verifica empirica di questo effetto si rinvia a A. Aminghini, A.F. Presbitero, M.G. Richiardi, <em>Delocalizzazione produttiva e mix occupazionale</em>, Mofir working paper n.42, May 2010.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[6] Per una trattazione divulgativa del problema, si rinvia al mio articolo <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/sciopero-del-capitale-austerita-e-bassi-salari/">Sciopero del capitale, austerità e bassi salari</a>.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[7] La precarietà del lavoro è associata a bassa domanda aggregata perché comprime la propensione al consumo, in condizioni di incertezza sul rinnovo del contratto di lavoro. Sul tema si rinvia al mio <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/?s=La+precariet%C3%A0+come+freno+alla+crescita">La precarietà come freno alla crescita</a>.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[8] Il che, a sua volta, può spingere le imprese (se internazionalizzate) a vendere all’estero, almeno nei casi in cui i costi di trasporto siano sufficientemente contenuti. Diversamente, non essendovi incentivo ad accrescere la produzione, politiche di bassi salari concorrono a determinare il ‘nanismo’ imprenditoriale che caratterizza la struttura produttiva italiana e meridionale, in particolare. Sulle dinamiche delle localizzazioni di imprese, si rinvia al pionieristico lavoro di Paul Krugman, <em>Increasing returns and economic geography</em>, “Journal of Political Economy”, vol.99, n.3, 1991 .</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[9] Cfr. H.Hein and A. Tarassow, <em>Distribution, aggregate demand and productivity growth: Theory and empirical results for six OECD countries based on a post-Kaleckian model</em>, “Cambridge Journal of Economics”, 2009, 34, pp.727-754. Sui fattori che determinano avanzamento tecnico, si rinvia, fra gli altri, a S. Davidson and H.Spong, <em>Positive externalities and R&amp;D: Two conflicting traditions in Economic Theory</em>, “Review of Political Economy”, vol.22, n.3, July 2010, pp.355-372. Stando al ben noto teorema smithiano, la produttività del lavoro cresce al crescere della divisione del lavoro all’interno dell’impresa, che, a sua volta, dipende dall’estensione del mercato. Politiche di riduzione dei salari, riducendo la domanda, riducono – per questa via – la divisione del lavoro e, conseguentemente, la produttività.</h6>
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		<title>La riduzione del prodotto che va al lavoro</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 12:22:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “Lettera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/one-year-after.jpg" height="301" width="370" />Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” sottoscritta da oltre 250 studiosi e pubblicata nel giugno scorso. L’economista Giulio Zanella ha tuttavia contestato l’effettivo verificarsi di questo fenomeno. In un recente articolo egli è infatti giunto alle seguenti conclusioni: 1) che le quote distributive non sono variate molto nella maggior parte dei grandi paesi industrializzati; 2) che dove la quota dei redditi da lavoro è diminuita, in particolare in Italia, ciò è avvenuto non a beneficio della quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro ma a beneficio esclusivo di quella che viene chiamata “quota del governo”. <strong>[1]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un motivo per cui vale la pena soffermarsi sull’articolo in questione è che l’autore del medesimo non apre la consueta controversia circa l’interpretazione dei fatti, ma solleva un problema preliminare che in un certo senso riguarda i fatti stessi, o più precisamente i dati di partenza delle analisi. La questione è rilevante e merita quindi un approfondimento. A questo scopo occorre prima di tutto chiarire quale sia il tipo di dati a cui ci si riferisce in questa discussione. Vi sono due modi principali in cui gli economisti analizzano la distribuzione del reddito. Uno è quello di guardare alle disuguaglianze tra i redditi delle persone o delle famiglie quali essi risultano da indagini statistiche appositamente condotte su campioni rappresentativi (come quella condotta, ad esempio, dalla Banca d’Italia), oppure, in altri casi, traendo informazioni dalle dichiarazioni dei redditi. C’è poi un altro modo, che discutiamo qui, il quale consiste nel guardare come l’intero prodotto interno di un paese si divide tra redditi da lavoro (considerati al lordo delle imposte dirette e di tutti gli oneri contributivi sia a carico del lavoratore che del datore di lavoro), e tutti gli altri redditi (profitti, rendite e altre forme di reddito non da lavoro). Questi ultimi dati sono tratti dalle statistiche relative ai conti economici nazionali prodotte, sulla base di definizioni e criteri uniformi, dagli istituti centrali di statistica dei vari paesi. Veniamo ora a discutere le due conclusioni dell’articolo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>Andamento delle quote distributive e incidenza del lavoro autonomo</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La conclusione (1) viene raggiunta guardando la quota sul Pil dei soli redditi da lavoro <em>dipendente</em>.  Ora, a parità di Pil e di rapporto tra salario e prodotto per lavoratore, la quota del solo lavoro dipendente riflette anche la proporzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo nell’economia: ad esempio, se il lavoro autonomo ha un peso importante nella produzione, la quota dei redditi da lavoro dipendente risulterà più bassa che nel caso in cui la produzione sia realizzata, poniamo, da solo lavoro dipendente. L’autore dell’articolo segnala questo problema ma non ne tiene poi conto quando analizza l’<em>andamento delle quote</em> nei vari paesi. Ma tra gli anni 70 e oggi, come mostrato da un grafico pubblicato nell’articolo che stiamo discutendo, <em>il rapporto tra lavoro dipendente e lavoro autonomo</em> è aumentato, talvolta molto significativamente, in vari paesi (principalmente in Giappone e Francia ma anche in Italia e Usa), e questo come abbiamo visto tende a far aumentare, <em>a parità di altre circostanze</em>, la quota dei redditi da solo lavoro dipendente sul Pil.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tuttavia, a differenza che nell’articolo che stiamo esaminando, nella letteratura economica e nelle statistiche nazionali ed internazionali la stima che viene fornita delle quote distributive sul Pil è “corretta” per tenere conto del lavoro autonomo ed evitare che la sua minore o maggiore incidenza crei una <em>distorsione</em> quando si confrontano diversi paesi o diversi periodi in uno stesso paese. Questo aggiustamento per tenere conto del lavoro autonomo viene fatto nel seguente modo: si attribuisce ad ogni lavoratore autonomo il reddito medio da lavoro dipendente comprensivo di imposte e contributi e si aggiungono i redditi da lavoro autonomo così calcolati a quelli complessivi da lavoro dipendente. Si ottiene così una quota dei redditi da lavoro che comprende anche i redditi attribuiti al lavoro autonomo, mentre rientrano tra i profitti e altri redditi non da lavoro solo quella parte dei redditi individuali dei lavoratori autonomi (professionisti, commercianti, imprenditori ecc) che superano il reddito medio da lavoro dipendente.<strong>[2]</strong>  Il vantaggio è che la quota dei redditi da lavoro così corretta dipende <em>solo</em> dalla distribuzione del reddito, cioè dal rapporto tra salario e prodotto per lavoratore e <em>non</em> dipende più dall’incidenza del lavoro autonomo sull’occupazione totale. Vedremo tra breve quale sia l’andamento delle quote distributive “corrette” nel modo appena descritto. Prima però occorre un chiarimento sulla “quota del governo”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>La “quota del governo” piglia tutto?</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Esaminiamo ora la conclusione (2) dell’autore dell’articolo, secondo cui quella che viene chiamata “quota del governo” avrebbe assorbito l’intera diminuzione della quota dei redditi da lavoro in Italia, mentre i redditi da capitale sarebbero rimasti invariati. Tale “quota del governo” consiste nelle imposte sulla produzione e sulle importazioni (in Italia l’IVA) al netto dei sussidi alla produzione (cioè dei sussidi alle imprese). Queste imposte contribuiscono a determinare il prezzo di vendita dei prodotti e nella contabilità nazionale rappresentano la differenza tra il Pil stimato al costo dei fattori e il Pil ai prezzi di mercato; cioè per definizione si ha:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Pil al costo dei fattori + (imposte indirette  - sussidi alla produzione) ≡ Pil ai prezzi di mercato</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ora, quale che sia l’andamento di tali imposte,<strong>[3]</strong> noi possiamo direttamente analizzare la distribuzione del Pil misurato al <em>costo dei fattori, cioè considerato già al netto di quelle imposte</em>, anche in questo caso seguendo la prassi normalmente adottata nella letteratura economica e nelle indagini statistiche su questi temi. La Figura 1 qui sotto riporta l’andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e <em>presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo”</em>. Si vede immediatamente che in Italia la quota dei redditi da lavoro è diminuita di circa 10 punti percentuali di Pil, e che specularmente <em>è aumentata la quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro presi al netto delle imposte indirette</em>, contrariamente a quanto sostenuto nell’articolo che stiamo discutendo.</p>
<p> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig1.JPG" height="354" width="496" /></p>
<p><strong>L’andamento delle quote distributive nei principali paesi industrializzati</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La figura 1 mostra che la quota dei redditi da lavoro corretta per il lavoro autonomo e presa sul reddito al costo dei fattori nei principali paesi industrializzati (gli stessi considerati nell’articolo che stiamo discutendo) è diminuita tra i  cinque e i dieci punti di Pil  rispetto agli anni 70. La figura mostra inoltre che in Italia, Francia, Giappone, Germania e USA i redditi da lavoro in percentuale del Pil sono anche al di sotto del livello al quale si trovavano negli anni ‘60. In Italia negli ultimi dieci anni si è verificato un moderato aumento della quota dei redditi da lavoro (dovuto al declino del prodotto pro capite, con salari medi stabili), che tuttavia lascia tale quota a valori molto inferiori rispetto al passato. Questo naturalmente significa anche che la quota dei redditi da capitale presi <em>al netto delle imposte indirette</em>, che è il complemento a 100 della quota del lavoro, è aumentata significativamente.<strong>[4]</strong> Il diverso risultato rispetto all’articolo che stiamo discutendo dipende dal diverso metodo di calcolo, che applica la correzione per il lavoro autonomo e fa riferimento al PIL al costo dei fattori.<strong>[5]</strong><br />
In definitiva, le conclusioni (1) e (2) dell’articolo in questione non trovano adeguati riscontri e debbono quindi essere respinte.</p>
<h6>[1] Giulio Zanella, Gli economisti e i fatti, 28 giugno 2010, <a href="http://www.noisefromamerika.org/">www.noisefromamerika.org</a>.<br />
[2] Ad esempio, se un commerciante guadagna 60 mila euro l’anno lordi e un lavoratore dipendente in media 25 mila, solo 35 mila euro guadagnati dal commerciante saranno considerati come redditi da capitale, mentre gli altri 25 sono inclusi tra i redditi da lavoro<br />
[3] Nell’articolo che stiamo discutendo si indica un aumento di 10 punti della quota delle imposte indirette nette sul Pil stimato ai prezzi di mercato tra la metà degli anni 70 e oggi. E’ interessante tuttavia notare che questo aumento dipende dalla data di inizio presa per effettuare il confronto. A metà degli anni settanta tali imposte erano infatti ad un minimo storico durato solo qualche anno – se si fa il confronto con i valori medi prevalenti nel periodo precedente la variazione è stata di circa tre punti percentuali. Questo comunque è irrilevante per la stima delle quote distributive effettuata <em>al netto</em> delle imposte indirette.<br />
[4] D’altra parte anche la letteratura economica che guarda alla distribuzione del reddito dal punto di vista delle disuguaglianze nei redditi personali e familiari perviene alla conclusione che a partire dagli anni ‘80 nei paesi industrializzati si sia verificato un aumento delle disuguaglianze e un forte aumento della quota del reddito complessivo che va all’1% più ricco della popolazione: si vedano, tra gli altri, A. Atkinson e A. Leigh, The distribution of top incomes in five anglo- saxon countries over the 20th century, IZA paper no 4937, 2010; T. Piketty &amp; E. Saez, Income Inequality in the United States, Quarterly Journal of Economics, 2003; A.Atkinson, Income inequality in Oecd countries, Oecd, 2003; Brandolini, Cipollone, Sestito, Earning dispersion, low pay and household poverty in Italy 1977-1998, Temi di discussione della Banca d’Italia, Giugno 2000.<br />
[5] I dati di Zanella per Usa, Francia, Germania (dal 1990), Italia e Giappone corrispondono alla quota dei redditi da lavoro (al lordo dei contributi e delle imposte dirette) sul Pil ai prezzi di mercato calcolata sui dati dei database citati nell’articolo. Essi differiscono da quelli qui riportati principalmente per l’assenza della correzione per il lavoro autonomo (tale differenza è molto marcata per la Francia e il Giappone e più contenuta per gli altri paesi, coerentemente con l’evoluzione dell’incidenza del lavoro autonomo sul totale). La medesima quota non corrisponde invece ai dati citati nell’articolo relativi al Regno Unito. In questo paese si osserva una caduta di sei punti della quota calcolata secondo il metodo di Zanella, e non la costanza là affermata.</h6></p>
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		<title>Un profilo di Massimo Roccella</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 14:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L&#8217;improvvisa scomparsa di Massimo Roccella, autorevole giuslavorista e appassionato sostenitore delle ragioni del mondo del lavoro, nonché membro della redazione di Economia e Politica, ci ha profondamente colpito. Abbiamo pensato che il miglior modo di fargli omaggio fosse chiedere ai suoi allievi di prepararne un profilo. Maria Paola Aimo e Daniela Izzi, entrambe dell&#8217;Università di Torino, hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/c_10_11.jpg" style="width: 362px; height: 298px" height="300" width="400" /><em>L&#8217;improvvisa scomparsa di Massimo Roccella, autorevole giuslavorista e appassionato sostenitore delle ragioni del mondo del lavoro, nonché membro della redazione di </em>Economia e Politica,<em> ci ha profondamente colpito. Abbiamo pensato che il miglior modo di fargli omaggio fosse chiedere ai suoi allievi di prepararne un profilo. Maria Paola Aimo e Daniela Izzi, entrambe dell&#8217;Università di Torino, hanno raccolto il nostro invito.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nato a Palermo il 20 aprile 1953, si è laureato in Giurisprudenza nel 1975 presso l’Università degli Studi di Palermo e si è poi trasferito per approfondire lo studio del diritto del lavoro e delle relazioni industriali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ove ha mosso i primi passi sotto la guida del Prof. Tiziano Treu.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ricercatore di diritto del lavoro dal 1984 al 1986 presso l’Università degli Studi di Trento, dal 1987 è stato professore straordinario di diritto dal lavoro presso l’Università degli Studi di Cagliari. Dal 1990 è stato professore ordinario di Diritto del lavoro presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino, ove sin dal 1992, cogliendo con anticipo la rilevanza per gli ordinamenti nazionali del lavoro delle fonti e della giurisprudenza comunitarie, ha affiancato al corso istituzionale di Diritto del lavoro l’insegnamento del Diritto del lavoro della Comunità europea. Attento osservatore dei sistemi giuridici stranieri, ha svolto attività di ricerca presso università americane ed europee (MIT di Boston e Universidad Autonoma di Madrid) e partecipato a conferenze accademiche in diversi Paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Costante e appassionato è stato il suo impegno nel tradurre il raffinato sapere scientifico in proposte giuridiche volte alla soluzione di diverse e importanti questioni del lavoro, contribuendo ad arricchire in modo significativo i dibattiti aperti nella comunità scientifica e nel mondo sindacale e politico. Componente attivo della Consulta giuridica del lavoro della CGIL fin dalla nascita di tale organo, ha operato con ferma convinzione per la difesa e la promozione dei diritti sociali. Dal luglio 1999 al settembre 2000 ha svolto la funzione di consigliere giuridico del Ministro del lavoro (Cesare Salvi).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ stato membro del comitato scientifico del Centro internazionale di studi sociali, della direzione di <em>Lavoro e diritto</em>, del comitato direttivo della <em>Rivista giuridica del lavoro</em>, nonché del comitato scientifico delle riviste <em>Diritto delle relazioni industriali</em>. Ha fatto altresì parte della redazione della rivista on line <em>economiaepolitica.it</em>. È stato editorialista di diversi quotidiani nazionali, tra cui il <em>manifesto</em>, l’<em>Unità </em>e il <em>Fatto</em> <em>quotidiano</em>, offrendo ad una platea assai più ampia di quella accademica le sue acute riflessioni sui problemi del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ stato autore di numerosi e perspicaci saggi in materia di diritto del lavoro, diritto sindacale, diritto del lavoro comunitario e relazioni industriali: si ricordano in particolare le monografie <em>I salari</em>, Bologna: il Mulino, 1986; <em>I rapporti di lavoro a termine</em>, Milano: Giuffrè, 1990; e gli scritti raccolti nei volumi <em>La composizione dei conflitti di lavoro</em>, Roma: Ed. Lavoro, 1984; <em>La Corte di giustizia e il diritto del lavoro</em>, Torino: Giappichelli, 1997. Largamente diffusi ed apprezzati sono i suoi manuali: quello di <em>Diritto del lavoro della Comunità europea</em>, Padova: Cedam, 2009, di cui è stato coautore insieme a Tiziano Treu, e il <em>Manuale di diritto del lavoro,</em> Torino: Giappichelli, pubblicato per la prima volta nel 2004 e alla cui quarta edizione ha terminato di lavorare pochi giorni prima della sua morte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore associato nell&#8217;Università di Torino.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>** Ricercatrice nell&#8217;Università di Torino.</em></p>
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		<title>Prendendo la Fiom sul serio</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 22:17:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In pochi dubitano che il modello delle relazioni industriali del nostro Paese sia in crisi. Il punto è come uscirne, se spingendo ancora sulle leve della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità, come chiedono la Fiat e l’intera Confindustria, ovvero se conservando il peso del contratto nazionale e irrobustendo le tutele del mondo del lavoro, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/operai_industria_auto.jpg" style="width: 380px; height: 300px" height="300" width="400" />In pochi dubitano che il modello delle relazioni industriali del nostro Paese sia in crisi. Il punto è come uscirne, se spingendo ancora sulle leve della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità, come chiedono la Fiat e l’intera Confindustria, ovvero se conservando il peso del contratto nazionale e irrobustendo le tutele del mondo del lavoro, come vorrebbero la Cgil e in particolare la Fiom che, a questo proposito, ha indetto la manifestazione nazionale del 16 ottobre.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le ragioni dei sostenitori della decentralizzazione e della flessibilità vertono sulle esigenze di competitività del sistema produttivo nazionale. La tesi di fondo è che se le istituzioni del mercato del lavoro non si metteranno al passo con le trasformazioni dell’economia globalizzata, la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto delle imprese italiane si appesantirà ulteriormente rispetto ai <em>competitor</em> stranieri. Con effetti deleteri, tanto sugli equilibri della bilancia commerciale quanto sui livelli di occupazione. Si tratta di argomentazioni note, che godono di sostegno nella letteratura internazionale, e che hanno ispirato in Italia e in genere nei paesi industrializzati le politiche del lavoro, negli ultimi due decenni almeno.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tuttavia, sarebbe auspicabile che i responsabili della politica economica e la stessa Confindustria provassero a guardare al di là delle tensioni sviluppatesi in questi mesi, e a prendere sul serio le tesi della Fiom e degli altri sostenitori del contratto nazionale e delle tutele.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una prima serie di argomentazioni di questi ultimi concerne il nesso tra flessibilità e produttività del lavoro. A riguardo, l’unica certezza di cui disponiamo è che la crescita della produttività del lavoro in Italia è andata molto al rilento rispetto ai nostri principali concorrenti<strong>[1]</strong>. Sulle motivazioni di ciò possono essere avanzate tesi diverse. Incluse quelle che tendono a spiegare la piatta dinamica della produttività italiana con fattori quali la bassa dimensione media delle imprese, il volume contenuto degli investimenti in nuove tecnologie, il ridotto grado di infrastrutturazione del territorio<strong>[2]</strong>. E se la bassa produttività delle nostre imprese dipendesse effettivamente da questi fattori, agire sulla contrattazione non costituirebbe certo la via maestra per risolvere il problema. Piuttosto, occorrerebbe evocare nuove e incisive politiche industriali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A queste argomentazioni i sostenitori della decentralizzazione contrattuale e della flessibilità replicano osservando che una revisione dei meccanismi della contrattazione salariale potrebbe contribuire a legare maggiormente la dinamica dei salari alla produttività, e quindi per questa via a salvaguardare la competitività. Tuttavia, sugli effetti benefici della flessibilità sono state avanzate a più riprese numerose perplessità. E a riguardo è opportuno sviluppare alcune considerazioni di ampio respiro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per cominciare, occorre osservare che l’aumento della flessibilità, e in generale la deregolamentazione del mercato del lavoro, abbattono gli indici di protezione del lavoro<strong>[3]</strong>. Ed è bene chiarire che le ricerche a disposizione tendono a negare l’esistenza di una relazione significativa tra la contrazione degli indici di protezione del lavoro e l’occupazione<strong>[4]</strong>. In breve, non abbiamo prova che la sempre maggiore flessibilità del mercato del lavoro registrata negli ultimi lustri in Italia e in Europa abbia avuto successo nell’incrementare i livelli di attività dell’economia e dunque anche l’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Viceversa, sembra emergere una correlazione tra la contrazione degli indici di protezione del lavoro e l’andamento dei salari reali. Più precisamente, stando ad alcuni studi, le politiche di flessibilità e deregolamentazione del mercato del lavoro spiegherebbero in buona misura la drastica caduta della quota dei salari sul prodotto interno lordo registrata negli ultimi decenni in Italia e in Europa (in media poco meno di dieci punti percentuali negli ultimi trenta anni)<strong>[5]</strong>. Una tesi questa che è stata recentemente confermata persino dal Fondo Monetario Internazionale (IMF) nel documento <em><a target="_blank" href="http://www.osloconference2010.org/discussionpaper.pdf">The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion</a></em>, presentato a metà settembre ad Oslo, insieme all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Infatti, nel documento la caduta della quota dei salari reali viene spiegata con le “pressioni della globalizzazione”, che avrebbero “incrementato la vulnerabilità dei lavoratori attraverso aumenti dell’intensità del lavoro, la diffusione di contratti più flessibili, la diminuzione delle protezioni sociali e un declino del potere contrattuale dei lavoratori”<strong>[6]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Molto più che sulla occupazione, la caduta degli indici di protezione del lavoro avrebbe dunque influito sulla quota dei salari nel Pil. E ciò, secondo una parte della letteratura scientifica contemporanea, costituisce un fattore recessivo non trascurabile. Ad esempio, la recente “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” contro le politiche restrittive in Europa, sottoscritta da oltre 250 studiosi, ha avanzato l’ipotesi che uno dei fattori di fondo della crisi – al di là delle variabili strettamente congiunturali – potrebbe essere la tendenza di lungo periodo alla contrazione della quota dei salari sul Pil. Da questo fattore, infatti, viene fatta dipendere la scarsa dinamica della domanda complessiva di merci e servizi che, nell’insieme delle economie industrializzate, non avrebbe retto il ritmo di crescita dell’offerta potenziale delle imprese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">È ben noto che la letteratura tradizionale ha sempre sostenuto la tesi opposta, e cioè che il contenimento dei salari favorisca la crescita della produzione e dell’occupazione. Ancora una volta, la questione è molto controversa. La letteratura scientifica ha tentato di dipanare la matassa e una serie di ricerche si sono cimentate nello stimare l’impatto della riduzione della quota dei salari nel reddito nazionale su tutte le componenti della domanda aggregata, per i diversi paesi. Viene fuori che quando la quota dei salari si riduce, la domanda di beni di consumo si comprime, mentre in senso opposto tendono a muoversi soprattutto le esportazioni, a seguito degli effetti favorevoli che la “moderazione” salariale può avere sulla competitività. In generale, tuttavia, non senza risultati contrastanti, questi studi lasciano ben pochi spazi di ragione alla tesi tradizionale, e piuttosto tendono ad confermare l’idea che la riduzione della quota salariale effettivamente abbatta la domanda aggregata, con ripercussioni negative sui livelli di produzione e occupazione<strong>[7]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il numero di coloro che pensano che la flessibilità e la deregolamentazione abbiano generato un ruolo recessivo si allarga sempre più, anche al livello internazionale. Nello studio del FMI e dell’ILO già citato, ad esempio, si legge che la crisi in atto è conseguenza dell’“ampiezza della caduta della domanda aggregata”. E questa, a sua volta, viene fatta dipendere “dalla diminuzione della quota dei salari nel reddito nazionale”, considerata una delle “cause delle crisi passate e presenti”<strong>[8]</strong>. Certo, le ricerche non mettono a disposizione risultati definitivi, e ulteriori verifiche sono in corso con riferimento all’Italia e all’UE. Ma c’è evidentemente tanta materia per guardare con scetticismo a ulteriori iniezioni di flessibilità nel mercato del lavoro e decidersi a prendere sul serio le ragioni dei critici.</p>
<h6>  </h6>
<h6>[1] Fatta pari a 100 la produttività del lavoro di ciascun paese nel 2000, il valore dell’Italia nel 2009 si è addirittura ridotto a 98,3. Per contro, la produttività degli altri paesi cresce: l’UE a 12 paesi è a 107,7; la Francia a 107,8; la Germania a 108; gli Stati Uniti addirittura a 120,3 (dati OCSE).</h6>
<h6>[2] Alcuni di questi aspetti vengono ad esempio sostenuti nel contributo di E. Saltari e G. Travaglini,  &#8220;Il rallentamento della produttività del lavoro e la crescita dell’occupazione. Il ruolo del progresso tecnologico e della flessibilità del lavoro&#8221;, in <em>Rivista italiana degli economisti</em> (2008, n.1).</h6>
<h6>[3] L’indice del grado di protezione dei lavoratori, l’EPL (Employment Protection Legislation), viene calcolato dall’OCSE. L’indicatore misura la rigidità della regolamentazione sui licenziamenti e l’utilizzo di contratti di lavoro non a tempo indeterminato. L’EPL registra una caduta molto forte per l’Italia. Infatti, il valore dell’indice è passato dal 3,57 registrato nel 1990, all’1,89 del 2008. Ciò significa che la legislazione ha reso ben più flessibile il mercato del lavoro. Mentre più orientate alla rigidità sono le legislazioni di paesi come la Germania e la Francia, dove si registrano valori dell&#8217;indicatore EPL più alti: 2,12 in Germania e 3,05 in Francia.</h6>
<h6>[4] Per una critica di carattere generale agli effetti positivi della flessibilità del mercato del lavoro rinvio al libro <em>L’economia della precarietà</em>, a cura di Paolo Leon e mia (manifestolibri 2008). Tra gli altri, il contributo di E. Brancaccio mostra l’assenza di una significativa correlazione tra la riduzione dell’indice EPL e l’occupazione.</h6>
<h6>[5] La quota dei salari sul Pil si è ridotta drasticamente in Italia. Dopo il picco, registrato nei primi anni ’70, allorché il salari si “appropriavano” di quasi il 74% del Pil, nel 2009 il valore è sceso al 63,9%. Un valore più basso della media dei paesi dell’UE a 12 ( 64,9%), ed anche inferiore a quelli registrati in Germania(64,3%), Francia (66,4%) e Gran Bretagna (71,7%). I dati sono tratti dal database AMECO della Commissione Europea.</h6>
<h6>[6] La frase è alla pagina 7 dell&#8217;ampio documento dell’ILO e dell&#8217;IMF.</h6>
<h6>[7] Tra i lavori più significativi vi è quello di E. Stockhammer, O. Onaran e S. Ederer del 2009 (“Functional income distribution and aggregate demand in the Euro area”, <em>Cambridge Journal of Economics</em>). Nel saggio gli autori arrivano alla conclusione che, tenuto anche conto dei possibili effetti positivi sulle esportazioni, la caduta della <em>wage share</em> (la quota dei salari sul Pil) determina una forte caduta della domanda di beni di consumo e dunque una contrazione della domanda aggregata e del Pil. Per queste ragioni, essi aggiungono, la “moderazione salariale” non è “amica dell’occupazione” (p. 155) e l’area euro avrebbe le caratteristiche di un’area <em>wage-led</em> (e non <em>profit-led</em>), nella quale cioè la crescita sarebbe assicurata dall’incremento della quota dei salari sul Pil. A risultati simili, con una metodologia diversa, erano arrivati anche E. Hein e T. Schulten nel 2004 (“Unemployment, Wages and Collective Bargaining in the European Union”, <em>WSI-Discussion Paper</em> n. 128). Di rilievo anche i risultati di E. Hein e L. Vogel del 2008 (“Distribution and growth reconsidered: empirical results for six OECD countries”, <em>Cambridge Journal of Economics</em>) per i quali la natura <em>wage-led</em> o <em>profit-led</em> di un Paese viene a dipendere dal grado di apertura ai rapporti con l’estero (misurata dalla somma delle esportazioni più le importazioni in rapporto al Pil). Paesi come la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti avrebbero le caratteristiche di paesi <em>wage-led</em>; mentre solo paesi di piccole dimensioni, e per ciò particolarmente aperti agli scambi con l’estero, potrebbero beneficiare dal calo della quota dei salari sul pil (<em>profit-led</em>).  Solo in questi casi, infatti, l’impatto negativo sui consumi potrebbe essere più che compensato da quello espansivo sulle esportazioni.</h6>
<h6>[8] Le frasi citate sono a pagina 8 del documento congiunto ILO-IMF.</h6>
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		<title>Visioni &#8220;minimaliste&#8221; della disoccupazione</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 11:18:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il Nobel 2010 per l’Economia a Diamond, Mortensen e Pissarides per i loro studi sui mercati caratterizzati da “frizioni” e in particolare sul problema del mancato “incontro” tra domanda e offerta di lavoro [1]
Peter Diamond (nato nel 1940 a New York e docente al MIT di Boston), Dale Mortensen (nato nel 1939 in Oregon e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/the_fed_outlook_no_good_choices_20100915_2.jpg" style="width: 384px; height: 253px" height="461" width="650" />Il Nobel 2010 per l’Economia a Diamond, Mortensen e Pissarides per i loro studi sui mercati caratterizzati da “frizioni” e in particolare sul problema del mancato “incontro” tra domanda e offerta di lavoro </em>[1]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Peter Diamond (nato nel 1940 a New York e docente al MIT di Boston), Dale Mortensen (nato nel 1939 in Oregon e docente alla Northwestern University) e Christopher Pissarides (nato a Cipro nel 1938 e professore alla London School), sono i vincitori del premio Nobel 2010 per l’Economia. L’onorificenza viene ad essi assegnata “per le analisi dei mercati caratterizzati da ‘frizioni’ nel processo di incontro tra domanda e offerta”, con particolare riguardo alla domanda e all’offerta di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Mai come quest’anno le scelte dell’Accademia svedese delle Scienze sembrano intersecarsi con le spinose vicende dell’attualità politica. Negli Stati Uniti la notizia della vittoria di Diamond deve infatti aver suscitato non pochi imbarazzi tra le file del Partito Repubblicano. Appena poche settimane fa i senatori repubblicani avevano respinto la proposta della Casa Bianca di nominare l’economista del MIT nel board della Federal Reserve. L’opposizione a Diamond derivava dal tentativo di impedire una ulteriore designazione di marca democratica ai vertici della banca centrale statunitense. Il portavoce repubblicano aveva però tentato di fornire un più nobile pretesto per il voto contrario del suo partito sostenendo che Diamond non avesse “l’esperienza necessaria per l’incarico”. In effetti, al di là dei reali propositi, l’argomentazione non sarebbe del tutto peregrina. Schumpeter riteneva che l’economista scientifico, per considerarsi davvero tale, dovrebbe esser capace di padroneggiare una complessa varietà di discipline: dalla storia, alla statistica, alla teoria pura. Al giorno d’oggi però le cose sono molto diverse e la specializzazione del lavoro condiziona pesantemente anche la formazione degli economisti. Per molti di essi passare da un ambito di ricerca all’altro può risultare difficile quanto per un cardiochirurgo può esserlo una diagnosi in campo neuropsichiatrico. Non sembra però esser questo il caso di Diamond, che nel corso degli anni ha continuamente mostrato di poter spaziare tra argomenti diversissimi, dalla cosiddetta “high theory” ai problemi della previdenza, dalle analisi del mercato del lavoro ai contributi in tema di tassazione. A coronamento di una così lunga e articolata carriera giunge adesso anche il conferimento del Nobel, che renderà piuttosto deboli gli argomenti dei repubblicani e che sembra quindi preannunciare una vittoria di Obama, già da tempo fermamente intenzionato a riproporre al Senato la candidatura dell’economista bostoniano al board della FED.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ma c’è un motivo forse ancor più interessante per il quale le decisioni di Stoccolma potrebbero avere qualche immediata ricaduta sul dibattito politico. Tra gli studi di Diamond, Mortensen e Pissarides vi sono infatti anche quelli dedicati alle carenze di informazione e ai vari altri ostacoli che possono rendere difficile la ricerca reciproca e l’incontro tra lavoratori disoccupati e imprese intenzionate ad assumere. Uno degli oggetti di questi studi è la rivisitazione della cosiddetta “curva di Beveridge”, una relazione che prende il nome da Lord Beveridge, noto economista e riformatore sociale che nell’immediato dopoguerra contribuì alla edificazione del moderno welfare state britannico. Nella sua interpretazione tradizionale, la curva esprime un legame statistico tra il numero di posti di lavoro disponibili e il numero dei disoccupati. In genere questo legame dovrebbe risultare inverso. La ragione è che in una situazione di recessione causata da carenza di domanda i disoccupati saranno numerosi mentre i posti disponibili saranno ben pochi. Di contro, in una fase di espansione della domanda e della produzione, il numero dei disoccupati si riduce mentre i posti di lavoro vacanti crescono a causa della crescente difficoltà delle imprese di reperire lavoratori. Si viene così a delineare una sorta di “curva” che in corrispondenza di un’alta disoccupazione segnalerà una bassa disponibilità di posti liberi, e viceversa. Conoscendo dunque il numero dei disoccupati e il numero di posti disponibili, le autorità di governo dovrebbero essere in grado di verificare, per esempio, se l’economia soffre o meno di una carenza di domanda e se necessita quindi di politiche espansive.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema che si pone è che il rapporto tra posti vacanti e lavoratori disoccupati può cambiare, e quindi la “curva” di Beveridge può subire degli improvvisi spostamenti. Di recente negli Stati Uniti si è proprio discusso di questa eventualità. Le statistiche infatti segnalano un forte incremento dei disoccupati che, contrariamente a quanto lascerebbe intendere la “curva”, risulta accompagnato non da una riduzione ma da un moderato aumento dei posti disponibili. Tra gli economisti mainstream la spiegazione convenzionale per questo fenomeno è che la “curva” potrebbe essersi spostata. C’è tuttavia un profondo disaccordo sui possibili motivi di questo riposizionamento. Alcuni sostengono che l’esistenza di tanta gente a spasso nonostante la disponibilità di posti vacanti sia dovuta ai generosi sussidi ai disoccupati erogati dall’Amministrazione Obama. Dalle frange oltranziste del partito repubblicano il Presidente viene per questo additato come una sorta di moderno Lafargue, colpevole di indurre all’ozio gli altrimenti onesti e laboriosi operai americani. Contro questa tesi vi è invece quella di chi ritiene che l’incremento contemporaneo dei disoccupati e dei posti disponibili si spieghi con la grave crisi economica in corso e con le profonde ristrutturazioni cui essa ha dato luogo. La grande recessione potrebbe cioè aver determinato non solo un crollo della produzione totale ma anche uno stravolgimento delle proporzioni tra i vari settori produttivi, e quindi un mutamento delle qualifiche richieste dalle imprese rispetto alle competenze effettive dei disoccupati. Il fatto che l’aumento dei disoccupati sia stato finora molto più marcato rispetto all’aumento dei posti vacanti farebbe logicamente propendere verso questa seconda possibilità. Se però si osservano i dati dal punto di vista delle teorie premiate il ragionamento tende a complicarsi. Dalle ricerche di Diamond, Mortensen e Pissarides si possono infatti trarre conclusioni favorevoli sia all’una che all’altra interpretazione<strong>[2]</strong>. Anzi, se si guarda alle versioni elementari dei modelli di Pissarides si scopre che in esse la possibilità stessa di un crollo della domanda non viene nemmeno contemplata. Nelle versioni più sofisticate di questi modelli la crisi da domanda viene ammessa, ma solo nei termini di una deviazione temporanea dall’equilibrio del sistema. Nel lungo termine, la disoccupazione dovrà quindi sempre essere interpretata in una chiave che potremmo definire “minimalista”, ossia quale mero problema di mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro e non come il riflesso di una crisi generalizzata che possa lungamente deprimere prima l’una e poi l’altra. Insomma, non sembra esservi modo in queste analisi di concepire la carenza di domanda effettiva come una “malattia” che può protrarsi nel lungo periodo<strong>[3]</strong>. Tale difficoltà in effetti è abbastanza comune a tutto il variegato arcipelago della teoria economica mainstream. Dati i tempi, c’è chi ritiene che essa stia diventando anche un po’ frustrante<strong>[4]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul <em>manifesto</em> del 12 ottobre 2010.<br />
[2] Gli studi empirici prevalenti basati sulle teorie dei Nobel 2010 non escludono l’esistenza di un (modesto) legame tra maggiori sussidi e maggior durata della disoccupazione. Con una durata media della disoccupazione di 6 mesi, un aumento dei sussidi del 10% risulterebbe correlato a un incremento della disoccupazione tra i 6 e gli 11 giorni, cioè tra il 3,3% e il 6,1%. Devine T., Kiefer N. (1991), Empirical Labour Economics: The Search Approach, Oxford University Press.<br />
[3] E’ esattamente l’impossibilità di ammettere carenze di domanda nel lungo periodo che induce Diamond ad affermare, con riferimento alla previdenza, che “….gli economisti sono preoccupati di generare maggiori risparmi per aiutare le generazioni future…” (Lezione Angelo Costa, 1999). In realtà vi sono economisti i quali temono che una continua sollecitazione dei risparmi possa deprimere la domanda e la capacità produttiva sia nel breve che nel lungo termine, e possa quindi arrivare a danneggiare le generazioni future anziché favorirle.<br />
[4] Il fatto la carenza di domanda possa manifestarsi anche nel lungo periodo viene talvolta frettolosamente rigettato in base all’idea che una simile eventualità sarebbe ammissibile solo nei vecchi modelli keynesiani, in cui si presume che la domanda possa non eguagliare l’offerta a causa della mancanza di un meccanismo di prezzi che garantisca l’equilibrio. In realtà questa interpretazione della teoria keynesiana è errata. Almeno per quanto riguarda i modelli macroeconomici keynesiani che poggiano su schemi dei prezzi di produzione di matrice sraffiana, le cose non stanno in questi termini. Tali schemi infatti incorporano senz’altro un meccanismo dei prezzi che garantisce un “equilibrio” o, per meglio dire, una posizione di lungo periodo con saggi di profitto uniformi tra i settori. Tuttavia non si tratta di una posizione che preveda necessariamente l’uguaglianza tra le dotazioni di risorse esistenti e le rispettive domande. Tale proprietà rende questo tipo di teorie dei prezzi particolarmente adatto all’analisi della realtà capitalistica, caratterizzata da ampie fluttuazioni e da prolungati periodi di sottoutilizzazione della capacità produttiva e del lavoro disponibile.    </h6>
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		<title>Sciopero del capitale, austerità e bassi salari</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 07:35:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Stando alle ultime stime OCSE, esistono, nei Paesi industrializzati, quasi cinquanta milioni di disoccupati, un livello mai raggiunto dagli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra. Sarebbe davvero arduo sostenere che ciò sia imputabile a eccessive ‘rigidità’ del mercato del lavoro, essendo ben noto – e certificato dagli ultimi rapporti OCSE – che un ventennio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/denaro4.JPG" height="252" width="380" />Stando alle ultime stime OCSE, esistono, nei Paesi industrializzati, quasi cinquanta milioni di disoccupati, un livello mai raggiunto dagli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra. Sarebbe davvero arduo sostenere che ciò sia imputabile a eccessive ‘rigidità’ del mercato del lavoro, essendo ben noto – e certificato dagli ultimi rapporti OCSE – che un ventennio di politiche di ‘flessibilità del lavoro’ non ha generato altro se non una consistente riduzione della quota dei salari sul PIL in tutti i Paesi industrializzati e comunque non ha accresciuto l’occupazione. Dopo la brevissima stagione, lo scorso anno, nella quale alcuni Governi (USA <em>in primis</em>) hanno messo in atto politiche di rilancio della domanda aggregata mediante aumenti della spesa pubblica, prevale oggi una linea di ‘austerità’, stando alla quale si ritiene che – ferma restando la ‘flessibilità’ del lavoro – la disoccupazione sia imputabile al modesto tasso di crescita delle economie dei Paesi industrializzati, e che, per far fronte al problema, siano necessarie politiche di riduzione della spesa pubblica<strong>[1]</strong>. La crescita economica, a sua volta, sarebbe trainata da politiche volte a favorire la ‘libertà d’impresa’, riducendo i vincoli che le imprese fronteggiano per quanto attiene ai diritti dei lavoratori, alla tutela dell’ambiente, agli oneri burocratici, alla tassazione. Si tratta, in sostanza, della riproposizione, sotto altro nome, della <em>supply-side</em> <em>economics</em> dei primi anni ottanta<strong>[2]</strong>, declinata in un (apparente) <em>puzzle</em> logico che vede i principali Paesi industrializzati mettere in atto manovre fiscali restrittive in regime di crisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si può rilevare che le politiche di austerità sono, al tempo stesso, dannose e inevitabili. Sono dannose per almeno due ragioni. In primo luogo, la contrazione della spesa pubblica, riducendo la domanda aggregata, riduce l’occupazione; e, a sua volta, la riduzione dell’occupazione, in quanto riduce il potere contrattuale dei lavoratori, riduce i salari e, dunque, i consumi. In secondo luogo, in assenza di iniezioni esterne di liquidità, politiche di bassi salari e alta disoccupazione su scala globale restringono i mercati di sbocco per la produzione, riducendo – per le imprese nel loro complesso - i margini di profitto e gli investimenti. Le politiche di ‘austerità’ accentuano in tal modo la crisi perché contribuiscono ad accelerare la caduta della domanda aggregata<strong>[3]</strong>. Vi è di più. Se, come la visione dominante sostiene, la riduzione della spesa pubblica è funzionale alla riduzione del rapporto debito pubblico/PIL, e dunque a scongiurare attacchi speculativi, va rilevato che, per contro, il nesso causale è precisamente l’opposto: il calo dell’occupazione riduce la produzione e, dunque, il PIL; la riduzione dei redditi riduce la base imponibile<strong>[4]</strong>  e può accrescere il debito pubblico. In altri termini, le politiche di austerità rischiano di generare esattamente gli effetti che si propongono di <em>non</em> produrre, aumentando l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, per effetto della contrazione del tasso di crescita.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un dato appare, a riguardo, particolarmente significativo: la crescita economica è stata sensibilmente più elevata nel periodo del cosiddetto consenso keynesiano e con elevata conflittualità sociale rispetto al ventennio successivo. Su Fonte AMECO<strong>[5],</strong> si rileva che il PIL reale italiano è cresciuto del 3.6% nel periodo 1971-1980 (con un tasso di crescita superiore a quello statunitense, pari in quel periodo al 2.3%), a fronte del 2.3% del decennio successivo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A un esame più attento, la linea dell’austerità trova la sua legittimazione nella sostanziale <em>impossibilità di praticare politiche fiscali espansive in regime di piena mobilità internazionale dei capitali</em>. L’architettura istituzionale nella quale si muove il ‘nuovo’ capitalismo è, infatti, basata sulla costante ‘minaccia’ di disinvestimento da parte delle imprese che hanno maggiore possibilità di dislocare la propria produzione all’estero. Va chiarito che, mentre sul piano macroeconomico, l’aumento della spesa pubblica accresce la domanda a beneficio della collettività delle imprese, questo effetto non è visto dalla singola impresa che percepisce soltanto il costo associato a queste politiche, ovvero l’aumento dei salari derivante dall’aumento dell’occupazione, e dunque dalla crescita del potere contrattuale dei lavoratori<strong>[6].</strong> E poiché a nessun Governo conviene veder ridotti gli investimenti interni, e dunque il reddito pro-capite che questi generano (o che ci si aspetta generino), la ‘trappola’ dello ‘sciopero del capitale’ diventa pienamente operante<strong>[7]</strong>. Le recenti vicende di Pomigliano testimoniano come questa trappola condizioni pesantemente le relazioni industriali, fino al punto da rendere la grande impresa sovrana rispetto al dettato costituzionale<strong>[8]</strong>. Ed è sulla base di questa logica che il Governo intende promuovere la massima ‘libertà d’impresa’: cercare di trattenere investimenti in Italia, o, nella migliore delle ipotesi, cercare di attrarli, riducendo nella massima misura possibile i vincoli che le imprese fronteggiano, indipendentemente dal fatto che tali vincoli – come da dettato costituzionale – siano stati posti per conferire ”utilità sociale” all’iniziativa privata. </p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In tal senso, si stabilisce una correlazione inversa fra mobilità internazionale dei capitali e quota dei salari sul PIL. In questa sede, può essere sufficiente far riferimento a stime del Fondo Monetario Internazionale, dalle quali si deduce che la quota dei salari sul PIL, nei Paesi OCSE, si è significativamente ridotta a partire dagli inizi degli anni ottanta (v. fig.1)<strong>[9]</strong>, proprio a partire dalla stagione che, convenzionalmente, si definisce di ‘globalizzazione’.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/grafico1.JPG" height="447" width="560" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si osservi che, in questo schema, non è necessariamente l’effettiva delocalizzazione a produrre questo esito: può essere sufficiente la sola minaccia di farlo. Si può aggiungere che la necessità delle imprese di condizionare a loro vantaggio le politiche nazionali è tanto più rilevante in una fase di crisi, nella quale i conflitti intercapitalistici si accentuano. E ciò avviene mediante la concorrenza <em>fra Stati</em>, soprattutto sulla riduzione delle imposte sui profitti e sulla riduzione dei salari diretti e indiretti e dei diritti dei lavoratori<strong>[10]</strong>. Evidentemente, ed è questo un processo già in atto, l’esito non può che essere crescente concentrazione industriale, dando luogo a una spirale perversa in base alla quale aumenta la produttività del lavoro - il che è reso possibile dalle economie di scala in imprese di grandi dimensioni - e si riducono (o non aumentano) i salari, per effetto dell’elevato potere contrattuale nel mercato del lavoro di imprese di grandi dimensioni e mobili su scala internazionale. Ciò, da un lato, rende sempre più difficile – per le imprese nel loro complesso – la realizzazione monetaria dei profitti; dall’altro, genera inevitabilmente la progressiva desertificazione produttiva delle aree periferiche dello sviluppo capitalistico<strong>[11]</strong>. Da qui riemerge una contraddizione tipica della riproduzione capitalistica: le politiche di austerità assecondano gli interessi delle grandi imprese, ma, al tempo stesso, incidono negativamente sulla coesione sociale e, dunque, sulla legittimazione del sistema e di chi assume responsabilità politiche. Si è in presenza di un <em>conflitto di obiettivi fra accumulazione e legittimazione</em>, che delinea una caratteristica essenziale di un modello di sviluppo capitalistico il cui ingrediente essenziale è la piena mobilità internazionale dei capitali<strong>[12]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6>[1] Si tratta di una tesi che è stata ripetutamente smentita, sul piano teorico e fattuale, da numerosi economisti, non da ultimo dal Premio Nobel Paul Krugman. Si veda, fra gli altri suoi interventi, Il dilagare dell’austerità. Un errore dimostrabile, “Il Sole 24 ore”, sabato 3 luglio 2010 e la <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera </a>firmata da oltre duecento economisti contro le politiche di austerità in Europa.</h6>
<h6>[2] Una impostazione teorica che è stata peraltro recentemente ripudiata da uno dei suoi più autorevoli esponenti. Si veda: <a target="_blank" href="http://www.tnr.com/article/how-i-became-keynesian?page=0">http://www.tnr.com/article/how-i-became-keynesian?page=0</a>.</h6>
<h6>[3] Si osservi che, in questo schema, la domanda aggregata cade per la riduzione dei consumi, degli investimenti e della spesa pubblica. Su scala globale, non è ipotizzabile che essa aumenti per l’aumento delle esportazioni, non essendo logicamente possibile che tutti i Paesi abbiano i propri conti con l’estero persistentemente in avanzo.</h6>
<h6>[4] Si può rilevare che la riduzione del reddito disponibile, nella congiuntura attuale, interessa principalmente i lavoratori dipendenti. Si tratta di individui che, di norma, non possono ricorrere all’evasione fiscale, così che il calo della base imponibile deriva direttamente dalla riduzione dei salari, per date aliquote d’imposta.</h6>
<h6>[5] <a target="_blank" href="http://ec.europa.eu/economy_finance/db_indicators/ameco/zipped_en.htm">http://ec.europa.eu/economy_finance/db_indicators/ameco/zipped_en.htm</a></h6>
<h6>[6] Sarebbe difficile spiegare diversamente l’appoggio incondizionato di Confindustria alle politiche restrittive dell’ultima manovra finanziaria.</h6>
<h6>[7] Per un inquadramento generale del fenomeno si rinvia a S. Bowles, S. and H. Gintis,, Democracy and capitalism. Property, community and the contradictions of modern social thought, New York, Routledge, 1986; J.Crotty, G.Epstein, and P.Kelly (1998), Multinational corporations in the neo-liberal regime, in D. Becker, G. Epstein and R. Pollin (eds.), Globalization and progressive economic policy. Cambridge: Cambridge University Press. Il tema è stato ripreso recentemente da James K.Galbraith, The predator State, New York, Free Press, 2008.</h6>
<h6>[8] Sugli aspetti etici e sociali della vicenda si veda L.Gallino, L’alienazione: un grande ritorno, “Repubblica – inserto del venerdì”, 2 luglio 2010.</h6>
<h6>[9] V. A.Guscina, Effects of globalization on labor’s share in national income, “International Monetary Fund”, wp 06/294, 2006.</h6>
<h6>[10] Per un approfondimento si rinvia a G.Vertova (a cura di), Lo spazio del capitale, Roma, Editori riuniti, 2009.</h6>
<h6>[11] Alle quali, e ci si riferisce soprattutto al Mezzogiorno, viene affidata una specializzazione produttiva basata sulle presunte ‘vocazioni naturali’ del territorio (agricoltura e turismo in primo luogo). E’ bene chiarire che si tratta di settori nei quali è maggiormente presente il lavoro irregolare, l’evasione fiscale, la disoccupazione nascosta e, soprattutto, si tratta di settori tecnologicamente di retroguardia che non contribuiscono da soli in misura significativa allo sviluppo economico dell’area.</h6>
<h6>[12] Sul tema si rinvia al pionieristico contributo di J. O’ Connor, The fiscal crisis of the State, New Jersey, St. Martin’s Press, 2007 [1973]. Stando allo schema qui delineato, occorrerebbe riflettere sulla possibilità di introdurre sistemi incentivi e controlli alle dinamiche della delocalizzazione. Simbolicamente, va ricordata l’esperienza francese, che mira a incoraggiare la rilocalizzazione nel paese di siti di produzione e di unità di ricerca – con meno di 5000 addetti - collocate precedentemente all’estero.</h6>
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		<title>Si ritorna ai fondamentali</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 16:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Si ritorna ai fondamentali. Sin dalla rivoluzione francese si aprì una differenza tra una sinistra che guarda ai diritti politici e civili, dei singoli, e una sinistra che guarda ai diritti sociali che, per loro natura, sono godibili solo collettivamente. I diritti sociali nascono ed esistono solo in quanto consentono di non fare integralmente dipendere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fiat.jpg" style="width: 240px; height: 235px" height="380" width="378" />Si ritorna ai fondamentali. Sin dalla rivoluzione francese si aprì una differenza tra una sinistra che guarda ai diritti politici e civili, dei singoli, e una sinistra che guarda ai diritti sociali che, per loro natura, sono godibili solo collettivamente. I diritti sociali nascono ed esistono solo in quanto consentono di non fare integralmente dipendere le condizioni di vita e di lavoro, di chi vive del proprio lavoro, dalle “esigenze del mercato”. La nostra civiltà del ‘900 si è progressivamente costruita sul consenso a questa opzione; il conflitto riguardava principalmente i limiti materiali ai diritti sociali. D’altronde bisognerebbe ricordare il Keynes delle “Possibilità economiche per i nostri nipoti”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il discorso di Marchionne e le sue azioni conseguenti e coerenti, cioè la strategia operativa tesa a frantumare formalmente il sistema di relazioni industriali italiano in contratti aziendali e/o di settore, vogliono liquidare tutto ciò. Se, infatti, il suo programma si realizzasse avremmo un sistema industriale in cui, per definizione, non può esistere alcun bene tutelabile se non che la difesa della posizione competitiva di ogni singola azienda; la condizione di lavoro è sempre e solo una funzione dell’impresa, senza più alcun limite verso il basso. La flessibilità operativa e la produttività sono solo una scusa; la FIOM e la CGIL non hanno mai negato la possibilità di negoziare un compromesso su questi temi. I compromessi sono negoziati e quindi sottoposti a limiti e condizioni; ciò non basta più. Si consideri inoltre che la NEWCO non riassumerà i lavoratori in blocco, sarebbe un trasferimento sottoposto ai vincoli del codice civile, ma assumerà man mano quei lavoratori, in numero e qualità, di cui riterrà di avere bisogno, se firmano individualmente il nuovo contratto; lasciando presumibilmente nella vecchia società gli altri, sino allo spirare degli ammortizzatori sociali, qualora non firmassero o non ve ne fosse bisogno. Vi sarebbe quindi anche una aperta discriminazione sindacale e ideologica.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E, come dimostra l’incredibile intervista di Marini, la sinistra,<em> soi disant</em>, politica prende le distanze dalla sinistra sociale. Il “mondo del lavoro” si trasforma sì nel “mondo dei lavori”, nel senso che vi saranno lavori di diversa caratura, a seconda della loro esposizione alla concorrenza internazionale; e ciò rappresenterebbe “un salutare scossone”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In realtà il discorso di Marchionne è materialmente e teoricamente inconsistente, è una favola ideologica. Non esiste una concorrenza internazionale, intesa come un sistema idraulico integrato, come pensa ingenuamente Scalfari, ma una combinazione di diverse forme di divisione internazionale del lavoro e di diverse modalità competitive. L’industria dell’auto tedesca, ad esempio, ha un posizionamento competitivo che le consente di non pretendere la liquidazione <em>tout court</em> del sistema precedente ma di riposizionarlo verso il basso. La linea Marchionne in realtà non è l’adeguamento alle regole del mercato ma, come ha ben argomentato Halevi sul Manifesto, una strada che “rovina il mercato”. Essa è anche figlia dell’incapacità della FIAT e dei governi italiani a posizionarsi nei mercati asiatici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infine la favola di Marchionne nasconde il fatto che se non ci fossero determinate condizioni istituzionali, la FIAT non avrebbe potuto fare nulla di ciò che ha fatto e sta facendo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infatti, l’acquisizione gratuita della Chrysler, che ha salvato la FIAT, non sarebbe stata possibile senza una politica interventista dell’amministrazione Obama;  la possibilità, inoltre, di avere una presenza nei nuovi mercati dei veicoli elettrici dipende dal “piano industriale della stessa amministrazione; cosa c’entra il mercato? Il rilancio su Pomigliano e poi su Torino, sono stati possibili dalle politiche di dumping sociale e fiscale dei governi Polacco e Serbo, a loro volta possibili grazie alla linea liberista dell’Unione Europea; cosa c’entra il mercato? Senza l’acquiescenza del governo italiano, impegnato nel sostegno ai settori del capitalismo italiano incapaci di competere se non che sui costi, e di CISL e UIL la scommessa sarebbe stata ben più complicata.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infine la sinistra politica seguirà Marini? Se non è così, è ora di dirlo senza se e senza ma per aprire in Italia una vera opposizione, cioè una messa in discussione del “complesso economico-politico finanziario” che la governa, con qualche indifferenza a chi formalmente guida il governo.</p>
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