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	<title>Economia e Politica &#187; Mercati competizione e monopoli</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:55:30 +0000</pubDate>
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		<title>L’Italia in serie A</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 15:12:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il declassamento del rating dell’Italia da parte di Standard &#38; Poor è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglo-sassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/italia-malata1.jpg" style="width: 283px; height: 255px" height="251" width="257" />Il declassamento del <em>rating</em> dell’Italia da parte di <em>Standard &amp; Poor</em> è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglo-sassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.<br />
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più Stati (semi)sovrani che resta peraltro un esito possibile, quanto l’abbassamento del prezzo di quei pezzi di patrimonio pubblico europeo che stanno per essere svenduti in Grecia, e che potrebbero esserlo in Italia. Se si riesce a convincere “i mercati” che uno Stato (semi)sovrano non è più in grado di ripagare i propri debiti attraverso la crescita del reddito, non resta che sperare di mettere le mani sulla parte più appetibile del patrimonio, ma per far ciò occorre prima svalutarlo il più possibile, in modo da spuntare un prezzo da saldi di fine stagione. Un’eco di tali preoccupazioni sembra aver guidato le parole del segretario generale  con delega alle privatizzazioni del Ministero delle finanze greco il quale, annunciando per i prossimi giorni la firma di tre accordi tra cui la vendita al settore privato dell’aeroporto di Atene, ha aggiunto che non è possibile vendere ai prezzi del 2008 quando l’economia greca si trova nelle condizioni in cui è.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dal canto suo, l’Unione europea sta facendo tutto quello che è umanamente possibile fare per favorire un esito del genere. A partire dalla primavera scorsa, in un susseguirsi convulso di eventi, prima la Commissione e il Consiglio hanno imposto la decisione di rendere molto più stringenti i vincoli ai bilanci degli Stati, poi la Banca centrale europea ha deciso unilateralmente che il peggio della crisi era passato, dunque si potevano aumentare i tassi di interesse; infine hanno deciso di comune accordo di istituire un fondo di salvataggio troppo esiguo per poter sostenere gli attacchi speculativi a paesi del calibro di Spagna e Italia, ma abbastanza cospicuo da attirare i pescecani della finanza che hanno azzannato alla gola la Grecia.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In realtà, se solo volesse, la Banca centrale europea potrebbe resistere da sola e senza problemi a qualunque attacco speculativo anche contro il terzo debito pubblico più alto del mondo come è quello italiano. Basterebbe, come in parte sta facendo, acquistare i titoli eventualmente venduti dagli speculatori e il prezzo di tali titoli si manterrebbe sufficientemente alto da non far diventare insostenibile il sentiero della spesa per interessi. D’altra parte, per quale altra ragione sarebbe valsa la pena per un paese rinunciare alla propria sovranità monetaria se non per godere del vantaggio di una Banca centrale più forte, ricca e indipendente degli istituti monetari nazionali? Annunci dunque pubblicamente la BCE che non tollererà attacchi speculativi alle obbligazioni dei paesi membri dell’Unione e contemporaneamente abbassi i tassi di interesse.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Con uno scenario finanziario meno volatile, i paesi membri dell’Unione potranno non solo rilassare, ma invertire di segno quelle politiche fiscali recessive che, come sta già accadendo in Grecia, sortiscono l’unico effetto di rendere più lunga e pesante la depressione economica in corso.  Secondo la Banca d’Italia<strong>[1]</strong> alla fine del 2009 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni ecc.) e di attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali, ecc.) è stimabile in circa 8.600 miliardi di euro (pag. 7); nello stesso studio si sottolinea come la distribuzione di tale ricchezza sia caratterizzata da un elevato grado di concentrazione<strong>[2]</strong> con la metà più povera delle famiglie italiane che a fine 2008 deteneva il 10% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco deteneva quasi il 45% della ricchezza complessiva (pag. 9). A fronte di un tale livello di diseguaglianza, una imposta – poniamo  - del 10% sui patrimoni della frazione più ricca delle famiglie italiane consentirebbe di ricavare circa 400 miliardi di euro con evidenti effetti redistributivi. Con il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, sarebbe possibile far utilizzare tecnologie di alto livello ad alcune migliaia di lavoratori, particolarmente giovani precari, da impegnare in uno straordinario programma di risanamento ambientale, cominciando col mettere in sicurezza i fiumi e i boschi di questo bel paese disastrato (anche) dal punto di vista ambientale. Così ci meriteremmo la serie A, quella vera.</p>
<p><em>*Università di Teramo.<br />
</em></p>
<h6>[1] La ricchezza delle famiglie italiane 2009, Supplementi al Bollettino Statistico, numero 67, Indicatori monetari e finanziari, Nuova serie, Anno XX, 20 Dicembre 2010</h6>
<h6>[2] I dati, riferiti all’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2008, sono pubblicati nel Supplemento al Bollettino Statistico “I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2008”, n. 8, Banca d’Italia, 2010</h6>
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		<title>Un&#8217;agenzia europea per il rating?</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 16:46:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Come rendere realmente indipendenti e quindi possibilmente più veritiere le agenzie di rating che finora hanno sbagliato buona parte delle loro valutazioni e alimentato la speculazione? Una soluzione è semplice ma decisiva: spezzare il legame economico che li lega ai loro committenti e fare in modo che siano pagate non più da chi devono giudicare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/agenzie-di-rating2.jpg" height="342" width="342" />Come rendere realmente indipendenti e quindi possibilmente più veritiere le agenzie di rating che finora hanno sbagliato buona parte delle loro valutazioni e alimentato la speculazione? Una soluzione è semplice ma decisiva: spezzare il legame economico che li lega ai loro committenti e fare in modo che siano pagate non più da chi devono giudicare, cioè dalle corporations, ma da un&#8217;agenzia pubblica in base a criteri completamente neutrali. In Europa un&#8217;agenzia pubblica indipendente potrebbe estrarre a sorte le società di rating assegnate ai vari clienti, pagarle di tasca propria, e nominarle solo a rotazione presso i clienti e per periodi di tempo limitati (magari tre anni). In questo modo si romperebbe la relazione incestuosa e maleodorante tra controllore e controllato. Inoltre l&#8217;agenzia pubblica dovrebbe controllare e certificare il lavoro svolto dalle società di rating per orientare al meglio il mercato e tutelare così il risparmio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le agenzie di rating – che valutano l&#8217;affidabilità delle aziende, degli enti, degli stati e dei loro titoli, e che valutano se i loro clienti sono in grado di ripagare o meno i loro debiti – sono criticate per moltissimi motivi: perché in generale danno giudizi quasi sempre positivi  alle aziende private (anche quelle che magari sono presto destinate al fallimento) mentre quasi sempre condannano gli stati e i titoli pubblici; perché costituiscono un monopolio mondiale – le prime tre, Standard &amp; Poor&#8217;s, Moody&#8217;s e Fitch, controllano circa il 95% del mercato-. Perché sono in prevalenza americane e sono considerate la “longa manus” della speculazione anglosassone; perché guadagnano profitti enormi (generalmente hanno un margine superiore al 50%); perché hanno clamorosamente sbagliato assegnando valori massimi di affidabilità a titoli spazzatura o addirittura tossici – come nel caso dei derivati dei subprime -. Perché hanno dato il voto massimo (tripla A) a Lehman Brothers pochi giorni prima che la banca d&#8217;affari fallisse trascinando quasi tutto il mondo nella sua crisi; perché invece continuano ad abbassare il rating degli stati che cercano di rimettere i loro conti a posto, mettendoli sempre più a rischio, fino a condurli quasi al fallimento, come nelle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La critica maggiore e più eclatante riguarda però il rapporto incestuoso con i loro clienti: infatti le agenzie sono notoriamente pagate da chi giudicano, cioè dai venditori di titoli e non dai compratori. Il conflitto di interessi è tanto più clamoroso e negativo considerando che 1) spesso le agenzie suggeriscono ai loro clienti come emettere i titoli in modo da ottenere (da loro stesse&#8230;..) il rating più alto 2) le agenzie fanno capo a società finanziarie private. Capital World Investors, una delle più grandi società di gestione del risparmio negli Stati Uniti, ha una quota di poco superiore al 12% sia in Standard &amp; Poor&#8217;s che in Moody&#8217;s. E Moody&#8217;s ha tra i primi soci di riferimento la Berkshire Hathaway, che a sua volta è in mano a Warren Buffet, il notissimo speculatore ottantenne tra i primissimi nella lista degli uomini più ricchi del mondo. Quindi le agenzie fanno capo a società finanziarie e speculative. Il conflitto di interesse è stupefacente!</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema più drammatico consiste nel fatto che le agenzie di rating hanno un ruolo preponderante nel sistema finanziario globale e svolgono un&#8217;attività a cui le maggiori autorità di controllo attribuiscono un valore semi-legale: infatti determinate tipologie di investitori devono per legge o per statuto “obbedire” ai rating delle agenzie e pilotare in questo modo i loro investimenti. Per esempio, un fondo pensione non può investire se non in titoli che abbiano affidabilità e rating elevati, per non mettere a rischio i fondi degli associati. Se allora un&#8217;agenzia “condanna” la Grecia, l&#8217;Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l&#8217;Italia, automaticamente il fondo pensioni deve disinvestire i titoli che ha in portafoglio di quei paesi. La stessa Banca Centrale Europea accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche europee sulla base dei giudizi …. delle società di rating. Così, a causa del fatto che le autorità regolamentari della finanza globale hanno delegato alle agenzie di rating il potere di guidare gli investimenti, le profezie si autoavverano. E gli speculatori possono facilmente scommettere sul fallimento di uno stato contando sul giudizio delle controverse agenzie. Quindi ha ragione chi, come recentemente Vincenzo Comito, suggerisce di togliere ai rating delle società private il valore ufficiale che purtroppo le stesse autorità di regolamentazione hanno concesso loro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Inoltre molti economisti insistono perché anche l&#8217;Unione Europea abbia una sua agenzia pubblica. A mio parere questa agenzia pubblica non dovrebbe semplicemente affiancarsi a quelle americane già esistenti, cercando magari di essere più imparziale e affidabile. Del resto un&#8217;agenzia europea (anche se privata) esiste già: Fitch è infatti controllata dalla holding francese Financie&#8217;re Marc de Lacharrie&#8217;re, che fa capo al finanziere d&#8217;oltralpe Marc Eugene Charles Ladreit de Lacharrie&#8217;re. Ma Fitch non si distingue molto dalle due più grandi sorelle americane.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Occorre perciò sottolineare con forza che l&#8217;attività di rating deve difendere il risparmio del pubblico e che quindi deve diventare una funzione eminentemente pubblica. Quale potrebbe essere allora la soluzione? Nel mio saggio “Il bene di tutti. L&#8217;economia della condivisione per uscire dalla crisi”<strong>[1]</strong> suggerisco che le aziende, e in generale tutti gli enti che desiderano emettere titoli e chiedono la valutazione da un&#8217;agenzia di rating, debbano pagare obbligatoriamente una quota all&#8217;agenzia pubblica europea – una quota rapportata per esempio al loro fatturato e/o al valore dei titoli che intende emettere -. Questa poi assegnerebbe alle agenzie di rating il lavoro di valutazione sui titoli e, alla fine del loro lavoro, giudicherebbe la congruità dei rating in base a criteri predefiniti, trasparenti e quanto più possibile oggettivi. Il rating avrebbe un valore ufficiale solo se confermato dall&#8217;agenzia pubblica indipendente, mentre il giudizio privato e di parte non avrebbe più alcun valore formale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione: innanzitutto le società di rating non sarebbero più pagate dalle aziende ma dall&#8217;agenzia pubblica europea e così l&#8217;incesto cesserebbe. Inoltre l&#8217;agenzia pubblica avrebbe la possibilità (e il dovere) di controllare in maniera trasparente i giudizi emessi dai professionisti delle tre grandi società di rating. Le quali a turno si avvicenderebbero presso il medesimo cliente dopo un periodo di tempo abbastanza limitato – per esempio ogni 3 anni – in maniera tale da recidere davvero per sempre i legami pericolosi tra controllore e controllato. E gli operatori di mercato avrebbero finalmente una bussola ufficiale, quella dell&#8217;agenzia pubblica indipendente, per pilotare i loro investimenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questa proposta rappresenta una riforma di buon senso, semplice da pensare ma difficile da attuare. Costituisce un modo (apparentemente) semplice ma efficace per tagliare le unghie alla speculazione e difendere i risparmi. Il problema è che il potere delle società di rating è straripante. Ma all&#8217;Europa conviene muoversi in questa direzione per difendere l&#8217;euro. Tra l&#8217;altro questa riforma aprirebbe la strada alla riforma di un altro settore analogo, dove cioè le “relazioni pericolose” con i clienti contano moltissimo, quello della certificazione dei bilanci.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Giornalista economico e saggista</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span">[1]“Il bene di tutti. L&#8217;economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011.</span></p>
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		<title>Libero Marchionne in libero mercato</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 12:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La forte resistenza della Fiom-Cgil al cambiamento del quadro delle relazioni industriali voluto da Marchionne, con l’importante risultato ottenuto dal sindacato dei metalmeccanici in occasione del referendum di Mirafiori, finisce per mettere in discussione non solo le scelte di Fiat ma anche il modello di scambi internazionali in cui l’Italia e l’Europa sono immersi. È [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/marchionne.jpg" style="width: 366px; height: 227px" height="233" width="416" />La forte resistenza della Fiom-Cgil al cambiamento del quadro delle relazioni industriali voluto da Marchionne, con l’importante risultato ottenuto dal sindacato dei metalmeccanici in occasione del referendum di Mirafiori, finisce per mettere in discussione non solo le scelte di Fiat ma anche il modello di scambi internazionali in cui l’Italia e l’Europa sono immersi. È necessario esserne consapevoli e non compiere errori nella valutazione sul livello effettivo della contesa, dal momento che perdurando quel modello di scambi internazionali diverrebbe sempre più difficile difendere le posizioni della Fiom.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il punto da cui partire è riconoscere che l’attuale palinsesto macroeconomico europeo colloca l’Italia e l’intera Unione Monetaria in un sistema di scambi internazionali caratterizzato dalla piena apertura dei mercati e dalla perfetta mobilità dei capitali. In un contesto istituzionale di questo tipo un qualsiasi Paese, o una qualsiasi impresa, che volesse fissare un livello dei salari o delle tutele dei lavoratori superiori a quelli registrati negli altri paesi dovrebbe ogni volta essere in grado di compensare quei maggiori livelli – che in fin dei conti determinano, direttamente o indirettamente, un incremento del costo assoluto del lavoro – con una maggiore produttività del lavoro. Il che significa mettere in campo, rispetto agli altri, tecnologie più avanzate, maggiori investimenti in istruzione e formazione, infrastrutture migliori. Solo in tal modo, dato il contesto istituzionale, il livello relativamente più elevato dei salari e delle tutele può coesistere con un costo del lavoro per unità di prodotto competitivo con i partners commerciali. Per questa ragione, è corretto affermare che l’apertura incondizionata dei mercati e la libertà dei movimenti di capitale tendono a livellare verso il basso i salari e i diritti dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò premesso, è opportuno sottolineare che la tensione della concorrenza internazionale è oggi tanto spinta che anche i paesi tecnologicamente più avanzati, che pure potrebbero permettersi salari e diritti maggiori, come la Germania, stanno praticando politiche di moderazione salariale e compressione dei diritti dei lavoratori. Naturalmente, la spinta proveniente dalla Germania accelera ulteriormente i processi di mercato e in qualche modo determina reazioni imprenditoriali nella direzione della ulteriore compressione di salari e tutele. Per queste ragioni, i critici della dirigenza Fiat dovrebbero consapevolmente assumere che il tema di fondo da affrontare è quello di una auspicabile riduzione del grado di apertura dei mercati e dei movimenti di capitale. Tenendo conto che, alle condizioni attuali, le delocalizzazioni sono il meccanismo ovvio attraverso il quale la deflazione salariale e la contrazione delle tutele inesorabilmente procede.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A ben vedere si tratta delle questioni già sollevate nel giugno scorso dalla “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>”  contro le politiche di austerità in Europa, pubblicata da questa rivista, e dal dibattito che da essa è seguito. La “Lettera” ha mostrato tra l’altro, come l’assetto degli scambi internazionali attuale, se non governato, tenda ad alimentare la crisi, dal momento che la maggiore apertura dei mercati internazionali determina una tendenziale compressione della quota dei salari sul Pil e questa a sua volta spiega in buona misura la caduta della domanda aggregata, e dunque la crisi (a riguardo si rinvia all’articolo “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/prendendo-la-fiom-sul-serio/">Prendendo la FIOM sul serio</a>”). Insomma, per quanto discutibili sul piano etico e sociale, le scelte di Marchionne, in assenza di innovazione, hanno una logica imprenditoriale, il cui risultato nell’aggregato si rivela socialmente ed economicamente rovinoso.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E tuttavia, la questione Fiat si pone nei termini più gravi dal momento che Marchionne non sembra affatto avere messo in atto una strategia tale da preservare i livelli salariali e i diritti per via di un incremento della produttività del lavoro (al di sopra dei contendenti che propongono modelli di dumping sociale). Piuttosto, sembra preoccupato di inseguire tutti i finanziamenti pubblici possibili, da quelli statunitensi, a quelli russi, a quelli messicani, a quelli serbi. Inoltre pare essere attirato, molto più che da una competizione alta, giocata sulle nuove tecnologie, dalle possibilità di localizzazione in realtà dove salari particolarmente bassi e tutele ridotte al minimo gli consentano di ampliare per questa via la differenza tra salario e produttività.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Attualmente, il mercato dell’automobile sta mutando. La ragione del cambiamento sta nel fatto che il motore endotermico, in aree ad alta densità abitativa, sta diventando un problema per la mobilità, come i cinesi, adesso con l’auto, e gli indiani, prima con i motorini, hanno verificato e come noi sperimentiamo tutti i giorni nella vecchia Europa. Le case automobilistiche stanno quindi investendo significativamente in nuovi propulsori e in nuovi modelli, abbandonando progressivamente l’idea di un’auto che copra ogni bisogno di mobilità dell’utente, a favore di auto mirate al loro uso prevalente che, in Europa, è la città con percorrenze chilometriche medie inferiori ai 20 chilometri. È un processo lungo ma ormai avviato per tutte le grandi case europee, compresi i prodotti di lusso – in gergo chiamati “premium”. Ma la “FIAT Auto” ha un livello basso d’investimenti in quella direzione e l’unico prodotto che potrebbe giocare un ruolo – la “cinquecento” con propulsore elettrico - è previsto solo sul mercato americano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Inoltre il mercato globale dell’auto, così evocato oggi in Italia, è caratterizzato da andamenti spiccatamente divergenti tra le grandi aree economiche. In Cina, India, Russia e Brasile le importazioni di auto, di componenti e di beni capitale, crescono fortemente, grazie al costituirsi di una classe media, statisticamente piccola rispetto ai quei paesi ma che pesa, in alcuni casi, come tutto il mercato europeo. Si possono avere molti dubbi sulla sostenibilità a medio e lungo termine di quel modello neo mercantile, in special modo quando si parla della mobilità basata sull’auto, ma una cosa è certa chi è fuori da quei mercati non ha possibilità alcuna di essere un protagonista forte del mercato globale. Infatti, nell’altra parte del mondo – l’Europa e l’America settentrionale – il mercato è stagnante per la combinazione di un’eccedenza tra produzione e consumo, pari al 30-40%, e dagli effetti deflattivi della crisi sui consumi di massa. Ora, la “Fiat Auto” è presente nel “mondo nuovo” in modo rilevante solo in Brasile, che non a caso ne riequilibra i conti interni; spera, poi, in un rilancio significativo in Russia, grazie allo stabilimento serbo giocando sul fatto che la Serbia ha un accordo di libero scambio con la Russia per prodotti manifatturati in Serbia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Viene dunque da chiedersi quali siano le potenzialità effettive di espansione della Fiat nel quadro del sistema di scambi internazionali attuale. L’interrogativo è ancora più crudo se si guarda al rapporto tra “FIAT Auto” e Chrysler. Se, infatti, vi deve essere una sinergia tra le due imprese allora, per effetto dell’accordo con il governo americano, è la “FIAT Auto” che deve aiutare la Chrysler, con un trasferimento di tecnologie e competenze ma anche di denaro se si vuole arrivare al 51% di controllo, a conquistare fette di mercato non solo negli USA e in Canada, ma specificatamente in Brasile. Resterebbero quindi l’Europa e la Russia, dove la “FIAT Auto” dovrebbe conquistare nuove fette di mercato a spese delle altre imprese europee. Gli analisti sono piuttosto scettici al riguardo anche perché sin qui le quote di mercato Fiat si sono contratte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Da tutto ciò si ricava una conclusione evidente: la “FIAT Auto”, nella joint venture con Chrysler, sposterà il suo baricentro verso il continente americano dove perderà o vincerà una scommessa per la sua stessa sopravvivenza; lì infatti tutto avverrà e lì ci sono risorse finanziarie pubbliche disponibili. L’Europa diventerà il secondo mercato, mercato nel quale la nuova realtà – “FIAT Auto”- Chrysler – posizionerà, nell’ipotesi migliore, alcuni prodotti Chrysler, – I SUV di cui si parla per Mirafiori – i cui componenti sono fatti negli USA, per segmenti di mercato che non sono certamente di massa e per il resto cercherà, in competizione più con le aziende francesi che con quelle tedesche, di intercettare la domanda di auto a basso costo forte in Europa. Il punto è che anche queste auto dovranno sempre di più rispondere a stringenti requisiti di emissione – è una forma di protezionismo europeo contro i produttori asiatici – e quindi non saranno auto a basso contenuto d’innovazione. Le aziende tedesche e francesi hanno costruito un modello di business per questo settore di mercato: utilizzare i differenziali salariali e normativi con l’Est Europeo, e gli importanti sussidi pubblici esistenti, per realizzare un sistema integrato di progettazione e produzione che affida ai “paesi madre” la ricerca e sviluppo e a quelli “terzisti” parte significativa della produzione; i livelli extra di profitto alimentano le spese di investimento, i governi nazionali della Francia e della Germania contribuiscono in vario modo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nulla di tutto questo è presente nel “Piano Italia” che affida al paese un ruolo “terzista”, questo sì globale. A prova di ciò si pensi ai contenuti del piano per Pomigliano e Mirafiori; nel primo il prodotto a minor valore aggiunto che ha sul mercato, l’opposto di quanto si faccia in Francia con la Logan; nel secondo un’auto che, se si dovesse vendere, ha buoni margini di guadagno ma che venendo solo assemblata a Torino, per poi essere redistribuita globalmente, brucerebbe parte significativa di tali margini.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si capisce anche perché Marchionne si adonti quando gli chiedono i contenuti industriali del piano; il contenuto industriale, infatti, è di “risulta globale”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>[Una parte di questo articolo è tratta da un intervento di Francesco Garibaldo pubblicato sul n. 15 di &#8220;Alternative&#8221;]</em></h6>
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		<title>La spirale perversa delle delocalizzazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 13:21:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[I commenti critici alle recenti dichiarazioni dell&#8217;amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in ordine alla scarsa redditività degli stabilimenti Fiat in Italia e alla conseguente necessità delle delocalizzazioni, si sono - per lo più - concentrati sulle capacità gestionali del management dell’azienda e sulla censurabilità di quelle dichiarazioni alla luce dei cospicui finanziamenti pubblici ricevuti in passato da Fiat.
Si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fiat_auto_poland.jpg" style="width: 364px; height: 303px" height="352" width="470" />I commenti critici alle recenti dichiarazioni dell&#8217;amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in ordine alla scarsa redditività degli stabilimenti Fiat in Italia e alla conseguente necessità delle delocalizzazioni, si sono - per lo più - concentrati sulle capacità gestionali del <em>management</em> dell’azienda e sulla censurabilità di quelle dichiarazioni alla luce dei cospicui finanziamenti pubblici ricevuti in passato da Fiat.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si tratta di rilievi condivisibili che, tuttavia, sembrano non tener conto di una considerazione che prescinde dal singolo caso e che può porsi nei seguenti termini: l’accelerazione dei processi di delocalizzazione industriale conferma che il capitalismo contemporaneo è sempre più caratterizzato dalla piena sovranità della grande impresa. Una piena sovranità che si manifesta anche mediante il potere che essa esercita sulle scelte di politica economica e, in particolare, di politica del lavoro<strong>[1]</strong>. Sono in molti a ritenere che gli assetti istituzionali e decisionali ereditati dal Novecento siano oggi inadeguati e che le norme giuridiche debbano adeguarsi alle ‘nuove’ esigenze di competizione delle imprese nell’economia globale. A ben vedere, si tratta di una opzione ideologica; d&#8217;altronde, non sempre ciò che è nuovo è necessariamente meglio di ciò che lo ha preceduto<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Schematicamente, le scelte di delocalizzazione vengono ricondotte a due ordini di fattori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1) Si ritiene che le delocalizzazioni dipendano dall’eccessiva regolamentazione dei mercati, dall’elevato onere burocratico, dall’elevata imposizione fiscale e, più in generale, dalla peggiore ‘qualità delle istituzioni’ del Paese dal quale le imprese migrano. Si tratta di una tesi che non sembra trovare adeguati riscontri empirici. Può essere sufficiente, in questa sede, richiamare l’ultimo rapporto della Banca Mondiale che certifica che, con riferimento ai governi italiani, in una scala compresa fra lo 0 e il 100%, la qualità delle istituzioni italiane (<em>in primis</em>, la continuità governativa) si è ridotta dall’80% del 1996 al 55% del 2009, essendo di gran lunga superiore la qualità delle istituzioni tedesche. Ma, a fronte della migliore qualità delle istituzioni tedesche, le delocalizzazioni sono state più massicce in Germania che in Italia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2) E’ opinione diffusa che le imprese decidano di delocalizzare se i salari sono più alti nel Paese nel quale operano e più bassi nel Paese nel quale potrebbero migrare<strong>[3]</strong>. Evidentemente occorre che sussistano le condizioni che rendano possibile la delocalizzazione sul piano tecnico, ovvero che sia possibile investire altrove con costi ragionevolmente bassi. Si consideri, a riguardo, che l’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello che ha dato maggiore accelerazione alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro (e nel quale i salari medi sono fra i più bassi in ambito europeo) e, contestualmente, che ha sperimentato un’intensificazione dei processi di delocalizzazione in uscita molto significativa, con ben scarsi flussi in entrata.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quest’ultima interpretazione razionalizza parte del fenomeno. Altri fattori concorrono a determinarlo e, fra questi, è opportuno considerarne almeno due.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">a) La quantità e qualità delle delocalizzazioni è significativamente influenzata dall’erogazione di finanziamenti per l’attrazione di investimenti nel Paese ospitante. Il caso della Serbia, in tal senso, è emblematico<strong>[4]</strong>. Con il <a target="_blank" href="http://www.siepa.gov.rs/files/pdf/Decreto%20sulle%20condizioni%20e%20sui%20modi%20di%20attrarre%20gli%20investimenti%20diretti%202008.pdf">Decreto 70/2008</a> della repubblica serba è stato stanziato un fondo specificamente destinato a questo fine, con la clausola che – per l’erogazione di finanziamenti – occorre tener conto <em>in primis</em> della quotazione in borsa dell’impresa e della sua capacità di trasferire “alte tecnologie” (art.13). Questo dispositivo costituisce una spinta rilevante, per le grandi imprese, a lasciare nei Paesi d’origine le filiere di produzione a bassa intensità tecnologica e, conseguentemente, ad occupare prevalentemente lavoratori con basse competenze o sottoccupati. Ovvero, di norma, lavoratori ai quali viene somministrato un contratto di lavoro a tempo determinato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">b) Le delocalizzazioni possono essere favorite dalla precarietà del rapporto di lavoro non solo nel Paese di destinazione ma anche in quello di partenza. Infatti, la diffusione di rapporti di lavoro precario costituisce una <em>condizione permissiva</em> per la mobilità dei capitali, almeno nel senso che consente all’impresa di non rinnovare i contratti di lavoro nel Paese dal quale intende migrare<strong>[5]</strong>. Ciò accade a ragione del fatto che, somministrando contratti a tempo determinato, l’impresa non è vincolata a produrre <em>in loco</em>, o comunque lo è meno rispetto al caso in cui vi siano vincoli alla libertà di licenziamento. In quest’ultimo caso, infatti, l’impresa dovrebbe sostenere costi di licenziamento che, in regime di precarietà, non sostiene.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Occorre chiarire che la piena mobilità internazionale dei capitali contribuisce ad aggravare la crisi, in quanto rafforza la concorrenza fra Stati al ribasso dei salari e della spesa pubblica e, dunque, alla caduta della domanda aggregata e dell’occupazione, su scala globale, riducendo i mercati di sbocco e rendendo, conseguentemente, più difficile la realizzazione monetaria dei profitti per le imprese nel loro complesso<strong>[6]</strong>. E in fine dei conti, per ogni singolo Paese, le politiche di bassi salari, precarizzazione del lavoro e riduzione dei diritti dei lavoratori – oltre a essere socialmente dannose – possono non risultare efficaci nel contrastare le scelte di delocalizzazione e il conseguente aumento del tasso di disoccupazione. E ciò per il possibile innescarsi di una spirale perversa, che va dalla caduta dei salari al ristagno della domanda aggregata interna (a causa della contrazione della domanda di beni di consumo<strong>[7]</strong>) e può portare al disinvestimento in quell’area e ad ulteriori compressioni salariali<strong>[8]</strong>. A ciò si aggiunge che, a fronte del calo della domanda, le imprese sono disincentivate ad introdurre innovazioni, generando, per questa via, riduzioni della produttività del lavoro<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le scelte di localizzazione possono essere, dunque, significativamente determinate dall’ampiezza dei mercati di sbocco e dalla dinamica della produttività e, per le cause qui individuate, i bassi salari sono, di norma, associati a bassa produttività. E la reiterazione di politiche di deflazione salariale e di precarizzazione del lavoro non può che accentuare il problema.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Si veda, fra gli altri, e con riferimento al c.d. statuto dei lavori, Piergiovanni Alleva, <em>Cosa c’è dietro lo Statuto dei lavori</em>, “Liberazione”, domenica 14 novembre 2010.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[2] Si pensi, a riguardo, al dibattito sulla revisione del dettato costituzione o dello Statuto dei lavoratori: il fine è chiaro, e consiste nel comprimere i diritti dei lavoratori estendendo, nel contempo, gli spazi di discrezionalità  delle imprese, dunque il loro potere economico e politico. In tal senso, affermare che i diritti acquisiti dai lavoratori sono oggi non più accordabili significa con ogni evidenza affermare che la crescita economica oggi è necessariamente trainata dall’accumulazione dei profitti (e da bassi salari). Con ogni evidenza, questa proposizione non può considerarsi ‘neutra’, né sul piano etico e tantomeno sul piano dell’analisi economica. Sul tema, si rinvia a A. Bhaduri, and S. Marglin, <em>Unemployment and the real wage: The economic basis for contesting political ideologies</em>, “The Cambridge Journal of Economics”, 1990, 14, pp.375-393.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[3] Si stima, a riguardo, che il rapporto tra la retribuzione di un lavoratore di un paese industrializzato e quella di un lavoratore bulgaro o filippino è di 10 a 1. Questo differenziale è ancora più evidente se, ad esempio, si confronta il costo di un lavoratore di Zurigo con uno di Bombay o Karachi: in questo caso il rapporto è di 26 a 1.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[4] Lo è soprattutto perché, come evidenziato dalla X Indagine sulle imprese manifatturiere pubblicata da Unicredit, le delocalizzazioni delle imprese italiane riguardano per oltre il 50% i paesi dell’Europa a 15, per quasi il 15% i nuovi paesi membri dell’Europa a 27 e per oltre il 27% i paesi asiatici (Cina innanzitutto).</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[5] Per una verifica empirica di questo effetto si rinvia a A. Aminghini, A.F. Presbitero, M.G. Richiardi, <em>Delocalizzazione produttiva e mix occupazionale</em>, Mofir working paper n.42, May 2010.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[6] Per una trattazione divulgativa del problema, si rinvia al mio articolo <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/sciopero-del-capitale-austerita-e-bassi-salari/">Sciopero del capitale, austerità e bassi salari</a>.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[7] La precarietà del lavoro è associata a bassa domanda aggregata perché comprime la propensione al consumo, in condizioni di incertezza sul rinnovo del contratto di lavoro. Sul tema si rinvia al mio <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/?s=La+precariet%C3%A0+come+freno+alla+crescita">La precarietà come freno alla crescita</a>.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[8] Il che, a sua volta, può spingere le imprese (se internazionalizzate) a vendere all’estero, almeno nei casi in cui i costi di trasporto siano sufficientemente contenuti. Diversamente, non essendovi incentivo ad accrescere la produzione, politiche di bassi salari concorrono a determinare il ‘nanismo’ imprenditoriale che caratterizza la struttura produttiva italiana e meridionale, in particolare. Sulle dinamiche delle localizzazioni di imprese, si rinvia al pionieristico lavoro di Paul Krugman, <em>Increasing returns and economic geography</em>, “Journal of Political Economy”, vol.99, n.3, 1991 .</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[9] Cfr. H.Hein and A. Tarassow, <em>Distribution, aggregate demand and productivity growth: Theory and empirical results for six OECD countries based on a post-Kaleckian model</em>, “Cambridge Journal of Economics”, 2009, 34, pp.727-754. Sui fattori che determinano avanzamento tecnico, si rinvia, fra gli altri, a S. Davidson and H.Spong, <em>Positive externalities and R&amp;D: Two conflicting traditions in Economic Theory</em>, “Review of Political Economy”, vol.22, n.3, July 2010, pp.355-372. Stando al ben noto teorema smithiano, la produttività del lavoro cresce al crescere della divisione del lavoro all’interno dell’impresa, che, a sua volta, dipende dall’estensione del mercato. Politiche di riduzione dei salari, riducendo la domanda, riducono – per questa via – la divisione del lavoro e, conseguentemente, la produttività.</h6>
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		<title>Ripartire da Lisbona</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 08:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.  
(Lettera degli economisti)

&#160;
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La politica economica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em><img height="260" width="400" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tago.jpg" border="0" style="width: 318px; height: 262px" />La verità è che è <strong>in atto il più violento e decisivo attacco</strong> all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, <strong>l’europeismo per sopravvivere</strong> <strong>e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso</strong>, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.  </em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>(<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>)</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><la></la></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La politica economica europea ha due città di riferimento, due città nelle quali si sono sottoscritti accordi che sono diventati la base delle successive decisioni: Maastricht e Lisbona. Due città legate non solo a diversi aspetti della politica economica, Maastricht per i criteri di stabilità e Lisbona per l’<em>economia della conoscenza</em>, ma che indicano due ipotesi solo in parte convergenti, diverse strategie di sviluppo e, quasi, due anime diverse, due concezioni dell’Europa contrapposte. La prima, tutta orientata su parametri liberisti di controllo rigido dei bilanci, la seconda su obiettivi qualitativi orientati alla sostenibilità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oggi, in fase di crisi, la rotta è sempre più indirizzata verso Maastricht, con le nuove, insostenibili socialmente e economicamente, politiche dei tagli imposte a tutti i paesi europei. E invece verso Lisbona occorrerebbe muoversi, per <em>caricare di senso</em> l’idea di Europa nella direzione di una &#8220;crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale&#8221;.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Che sarebbe il processo di unificazione europea se si fermasse al pareggio dei bilanci ottenuto con il taglio del Welfare? L’Europa, che non è ancora una nazione o uno stato, ma una confederazione tenuta insieme da un’idea, prima che da un progetto vincolante, se perde la sua identità, perde tutto. E’ ovvio che in una fase di crisi come quella che stiamo vivendo si rafforza la necessità di migliorare la capacità competitiva dell’economia continentale. Ma la strada intrapresa, quella della riduzione del Welfare, è sbagliata e pericolosa, sbagliata per i motivi descritti nella <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli Economisti</a>, dalla cui lettura derivano queste riflessioni, e pericolosa perché fa perdere all’Europa la sua anima.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Fuor di metafora, l’anima dell’Europa sta nella sua originale tipologia di sviluppo <em>sostenibile</em>,  una tipologia che però fa fatica  a diventare modello, teoria, pensiero di riferimento originale e autonomo, e non fornisce elementi forti dal punto di vista della battaglia delle idee. Eppure il successo di un’area geo-politica, in tempo di globalizzazione, dipende anche dalla sua capacità di esprimere una cultura su cui costruire egemonia. Dal punto di vista delle esperienze l’Europa è fucina di modelli innovativi, diversi da quelli statunitensi e anglosassoni, modelli che rappresentano casi di successo, e possono fornire, oltre che il senso dell’economia europea,  un punto di riferimento per molti paesi di recente e rapida industrializzazione, che vedono però nel modello anglo-sassone l’unico punto di riferimento. Questo punto di riferimento, presentato nei Master che le Università americane propongono a studenti di tutto il mondo, è basato su una tipologia di azienda multinazionale, sostanzialmente sradicata dal territorio, orientata al marketing e alla finanza, destinata a una crescita trainata dagli asset finanziari e destinata alla quotazione di borsa. Un’azienda che magari nasce piccola, ma che ha sempre la vocazione a diventare grande, in un processo di crescita dimensionale che ne segna l’unica possibilità di sopravvivenza.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Diverso è il modello europeo, che parla di un differente tipo di organizzazione sociale e di organizzazione aziendale, perché innovazione e profitto sono visti in riferimento alle compatibilità sociali, alla coesione entro e fuori del luogo di lavoro, al rispetto della persona, al rapporto con le identità locali e con le tradizioni culturali <strong>[1].</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si tratta di esperienze affermate e che attraversano l’intero Continente, ma che non vengono vissute come modelli comuni né tanto meno come casi da esportare. Non esiste, cioè, un modello europeo di sviluppo che parta da organizzazioni aziendali lontane dalle classiche aziende multinazionali. Proviamo a fare un rapidissimo, e non esaustivo, panorama di quello che negli ultimi decenni è accaduto in questo ambito in Europa, e che potrebbe rappresentare la base di un pensiero forte e trasferibile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Partiamo dal Nord: il caso scandinavo. Qui si è affermata una scuola della gestione dei servizi e del loro marketing che rappresenta un modello per le imprese che operano in questo settore, ma che fa da riferimento inevitabile anche per tutti gli operatori di servizi pubblici. Un modello in cui l’attenzione è centrata sulla qualità della relazione interpersonale, sulla capacità di integrare i servizi verso la soddisfazione del cliente-utente, in cui il rispetto delle esigenze e delle attese di fruizione ha caratteristiche sostanzialmente diverse da quello che accade nel marketing del largo consumo, intrusivo, costruito sulla prevalenza della comunicazione, e in particolare della pubblicità, in cui il rapporto tra bisogni del cliente – letti e analizzati – e suoi desideri – sollecitati e indotti – crea quel rapporto ambiguo che tante resistenze crea nei movimenti dei consumatori<strong> [2].</strong> E, sempre in Scandinavia, abbiamo il caso finlandese, in cui il rapporto tra innovazione d’impresa e intervento intelligente dello Stato costituisce un caso di studio internazionale che dimostra come una politica attiva dello Stato nel promuovere la ricerca e l’innovazione porti a una crescita sistemica basata sulla tecnologia dell’informazione  e della comunicazione <strong>[3]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Abbiamo poi il caso francese e quello tedesco, che vedono un opposto, ma egualmente efficace, intervento dello Stato nel rapporto con le imprese, da un lato attraverso l’alta qualità dell’intervento centrale – formazione dei quadri di alto livello, intervento sui campioni nazionali, coinvolgimento dei sindacati –  e dall’altro attraverso il rapporto impresa-Land, e cioè basandosi su di un tipo di sviluppo che coinvolge con molta più determinazione istituzionale i territori.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">C’è poi l’esperienza dell’EFQM, gestito dalla <em>European Foundation for Quality Management</em> (EFQM) <strong>[4]</strong>, un’organizzazione non profit fondata nel 1988 per iniziativa di alcune tra le principali aziende europee. La fondazione ha lo scopo di promuovere un modello di riferimento  per la qualità attraverso un approccio complessivo più esteso ed articolato rispetto ai modelli classici ISO 9000. Nell’EFQM l&#8217;azienda viene analizzata in base a elementi che presentano un’attenzione più spiccata verso le risorse umane e il loro coinvolgimento, un approccio più sistemico all’organizzazione, meno orientato ad una lettura dei processi  organizzativi troppo meccanica come nei classici modelli ISO. Non a caso la mission dell’EFQM è sintetizzata così: <em>EFQM brings together organisations striving for Sustainable Excellence.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche l’Italia ha in questo settore esperienze e casi di successo: lo sviluppo basato sui distretti e sul rapporto tra imprese e sistema di <em>stakeholders</em> locali <strong>[5]</strong>. Un modello che non solo ha in sé un progetto di sviluppo compatibile, di relazione forte con le identità locali e con un’idea di territorio di grande interesse in epoca di culture globali, ma che presenta anche un caso di riferimento per il mondo della piccola impresa, che nell’accezione italiana non è un’impresa che troverà il successo crescendo dimensionalmente, ma che nella sua attuale dimensione, e nelle relazioni con i sistemi locali  in cui è inserita, trova una sua stabile ragion d’essere <strong>[6].</strong> Un modello che può essere considerato di grande interesse in tutti quei paesi che cercano una via di sviluppo che conservi il rapporto con le radici, e che non consideri la specificità locale e la piccola dimensione dei pesi di cui liberarsi. Legato al tema dello sviluppo locale c’è quello del marketing territoriale, e cioè della capacità di un territorio di migliorare competitività e attrattività con una politica responsabile di sviluppo <strong>[7]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ancora nel marketing si trovano alcune riflessioni, e alcune esperienze di forte interesse. Pensiamo al <em>marketing mediterraneo </em><strong>[8]</strong>, una riflessione sulle modalità di comunicazione e di proposta commerciale che parte dalle riflessioni teoriche di un filosofo italiano <strong>[9]</strong>, che propone la scoperta del pensiero meridiano, come ricerca della felicità attraverso la comunicazione, la lentezza, gli scambi. Ho citato “lentezza” alludendo al caso più importante e riuscito di modello europeo del business secondo i principi qui rapidissimamente citati, quello dello Slow Food, in cui si propone un modello di consumo fortemente valoriale (come vuole la teoria del marketing) ma legato al territorio, alla tutela dei valori della tradizione, al rispetto della “Terra Madre”, alla valorizzazione della piccola impresa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Casi diversi, situazione fortemente radicate in una storia e quindi non esportabili meccanicamente, e modelli che facilmente possono essere invece trasferiti. Ma casi tutti che dimostrano che la riflessione  e la modellizzazione  possono arrivare a delineare quel paradigma europeo di cui abbiamo parlato., un paradigma che si può sintetizzare nel temine “sostenibilità”, che riguarda il sociale, l’ambientale, le risorse umane.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ripartire da Lisbona dunque vuol dire lavorare con forza a costruire una teoria del management, dell’organizzazione, dell’impresa che possa rappresentare l’idea di Europa. Anche di qui passa il rovesciamento di una politica economica che vede la soluzione ai problemi di competitività del nostro continente tutta iscritta nella politica dei tagli e della riduzione per il Welfare.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">* <em>Università di Salerno</em>.</p>
<h6>[1] Si veda un classico sullo sviluppo critico della produzione di massa: Michael J.Piore Charles F. Sabel, <em>Le due vie dello sviluppo industriale</em>, Torino, Isedi, 1987.<br />
[2]  Mi fermo a citare due classici: Richard Normann, <em>La Gestione Strategica dei servizi</em>, Milano, Etas, 1992. Christian Grönroos <em>Management e marketing dei servizi</em>, Torino,  ISEDI, 1994.<br />
[3]  Manuel Castells, Pekka Himanen, <em>Società dell&#8217;informazione e welfare state. La lezione della competitività finlandese</em>, Milano, Guerini e Associati, 2006.<br />
[4]  <a href="http://www.efqm.org/">http://www.efqm.org</a><br />
[5]  Enrico Cicciotti Paolo Rizzi, <em>Politiche per lo sviluppo territoriale</em>, Roma, Carocci, 2005<br />
[6]  Nella sterminata bibliografia sui distretti si vedano i lavori, pur diversi per profondità d’indagine e approccio scientifico, dell’economista Giacomo Becattini <em>Il distretto industriale</em>, Torino Rosenberg &amp; Sellier , 2000  e del sociologo Aldo Bonomi. <em>Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel nord Italia</em>, 1997, Torino, Einaudi.<br />
[7]  Matteo G. Caroli, <em>Il marketing territoriale</em>, Milano, Franco Angeli, 2006.<br />
[8]  Il progetto teorico viene affrontato in Francois Silva Antonella Carù Beranrd Cova (a cura di) <em>Marketing méditerranée et postmodernité</em>, Marseille, Editions Euromed, 2005. Vedi ANCHE Antonella Carù, Bernard Cova, <em>Marketing Mediterraneo</em>, Milano, Egea, 2006, che presenta una serie di casi di studio.<br />
[9]  Franco Cassano, <em>Il pensiero meridiano</em>, Bari, Laterza, 1996.</h6>
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		<title>I falsi miti del social-liberismo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 08:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Lavoro e sindacato]]></category>

		<category><![CDATA[Mercati competizione e monopoli]]></category>

		<category><![CDATA[Nuovi assetti del capitale]]></category>

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		<category><![CDATA[responsabilità sociale d'impresa]]></category>

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		<description><![CDATA[Il recente rapporto della Banca d’Italia sulle tendenze nel sistema produttivo del nostro paese e la manovra finanziaria con la quale la maggioranza di governo si accinge a scaricare i costi della crisi sui lavoratori mettono a dura prova il nocciolo della proposta social-liberale – la ‘terza via’ tra keynesismo e ultra-liberismo – secondo cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="186" width="168" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/logo-bi.jpg" border="0" />Il recente rapporto della Banca d’Italia sulle tendenze nel sistema produttivo del nostro paese e la manovra finanziaria con la quale la maggioranza di governo si accinge a scaricare i costi della crisi sui lavoratori mettono a dura prova il nocciolo della proposta social-liberale – la ‘terza via’ tra keynesismo e ultra-liberismo – secondo cui la crescita economica passerebbe attraverso l’eliminazione delle rigidità dell’offerta di lavoro, inserita tuttavia all’interno di una cornice regolatoria che non pregiudichi la coesione sociale (Bachet et al. 2001: 144). Più nello specifico, la selezione meritocratica, coniugata a comportamenti socialmente responsabili delle imprese volti a stimolare il ‘lavoratore ad una più alta qualità e partecipazione’ (Bellofiore 2004a) – innalzando così la produttività – eleverebbe la profittabilità aziendale. La ricchezza così creata verrebbe infine redistribuita ai lavoratori mediante l’intervento della politica economica<strong>[1]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tralasciando le implicazioni politiche di tale teoria<strong>[2]</strong> – che comunque ‘non contrastano affatto le tendenze del capitalismo contemporaneo’ (Bellofiore e Halevi 2007: 13) – ciò che qui interessa è analizzare come a) la scarsità di pratiche meritocratiche sia un tratto necessario alla riproduzione egemonica della classe capitalista italiana, data l’arretratezza della struttura produttiva del paese, e b) le crisi facciano cadere nel dimenticatoio ogni velleità di responsabilità sociale non appena le imprese si trovano a dover scegliere tra la dura legge dei libri contabili e il benessere dei lavoratori.</p>
<p><strong>1. I particolari criteri meritocratici dell’imprenditoria italiana</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Secondo la dottrina social-liberale, l’adozione di criteri meritocratici nella scelta dei lavoratori avrebbe il vantaggio di coniugare equità sociale a crescita economica poiché, oltre a premiare coloro dotati di abilità di partenza più elevate – potenziate dall’impegno quotidiano – impedirebbe a monte che gli individui meno produttivi possano mischiarsi a quelli più produttivi. Tuttavia, se la ragion d’essere della meritocrazia risiede nell’impiego più efficiente del lavoro, con ricadute positive sulla profittabilità, cosa impedisce la sua diffusione nel nostro paese?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto concerne le posizioni direttive e manageriali, stando al rapporto della Banca d’Italia ciò è imputabile al ruolo svolto dall’imprenditoria italiana che, non favorendo l’accumulazione del capitale e non adempiendo pertanto al ruolo di classe dirigente, ha nondimeno perpetrato la funzione di classe dominante attraverso il suo impianto familistico che le ha garantito ‘elevati benefici privati, espropriativi e non’(Banca d’Italia 2009: 70), riducendo al contempo la ‘disponibilità dei controllanti a cedere il controllo anche quando divenuti “inadeguati” nella gestione dell’impresa’ (Ibid.). Ciò è avvenuto e avviene tuttora sia nelle piccole che nelle grandi imprese, la cui struttura societaria è volta alla non contendibilità del controllo, blindato attraverso piramidi societarie, partecipazioni incrociate, ecc. <strong>[3]</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La preferenza degli imprenditori italiani della certezza del controllo alla dotazione di una solida base finanziaria<strong>[4]</strong>, non solo ha dato vita ad una struttura industriale orientata verso prodotti tradizionali oramai incapaci di reggere la concorrenza internazionale<strong>[5]</strong>, ma ha fatto sì che il dirigente d’impresa coincida spesso con il proprietario e con i suoi discendenti<strong>[6]</strong>, che sono premiati della ‘“vicinanza” ai proprietari e [del]la “fedeltà”’ (Ibid.: 74). Tuttavia, se l’imperativo è il mantenimento del controllo familiare, allora le cariche direttive non possono essere affidate secondo criteri volti al riconoscimento di doti imprenditoriali che, sebbene abbiano il vantaggio di favorire il processo di accumulazione, potrebbero tuttavia minacciare il ruolo preminente della famiglia nell’impresa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La salvaguardia del controllo famigliare ha finito col condannare il capitalismo italiano al nanismo e a un’elevata frammentazione produttiva, che ha reso ‘difficile sfruttare le economie di scala insite nell’attività di ricerca e sviluppo. […] La specializzazione produttiva sbilanciata verso produzioni tradizionali a basso contenuto tecnologico’ (Ibid.: 9-10, 51) che ne emerge, ha determinato, quindi, anche la tipologia della domanda di lavoro ‘di linea’, orientata per di più verso posti poco qualificati<strong>[7]</strong>. Ecco perché si può affermare che, sebbene l’Italia presenti un numero di laureati inferiore a quello di molti paesi europei, essi sono nondimeno ‘troppi se devono confrontarsi con occasioni di lavoro prevalentemente poco qualificate’(Reyneri 2005: 183).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Intrecciando le preferenze per una specifica tipologia di forza-lavoro alla evoluzione della struttura produttiva, è possibile inquadrare storicamente la scarsa adozione di criteri meritocratici volti a premiare le competenze dei lavoratori. In primo luogo, il ridimensionamento delle imprese seguíto al decentramento produttivo, oltre a contribuire ‘ad elevare il tasso di irregolarità’ (Pugliese 2009: 8), ha ridefinito i criteri che stabilivano chi fosse ‘meritevole’ di possedere un lavoro. Poiché i piccoli imprenditori e i lavoratori provenivano dalla stessa comunità, le assunzioni venivano a dipendere dall’affinità culturale, da vincoli familistici e clientelari – tutti fattori che rafforzavano il ‘senso di appartenenza’ a scapito di una visione che poneva al centro il conflitto. Tutto ciò ben si conciliava alle esigenze della piccola impresa che basava, e basa tutt’ora, il proprio vantaggio competitivo sul massiccio sfruttamento della manodopera<strong>[8]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In secondo luogo, la triade piccola impresa-pace sociale-sfruttamento è stata completata dall’erosione prima e la demolizione poi della conquista della chiamata numerica – rettificata formalmente dallo Statuto dei Lavoratori – che aveva l’obiettivo di evitare discriminazioni in fase di costituzione del rapporto di lavoro. A partire dal 1977<strong>[9]</strong>, in poco più di un decennio il legislatore riporrà la scelta dei lavoratori alla totale discrezione del singolo imprenditore che, oltre a rafforzare pratiche clientelari, favorirà l’assunzione di lavoratori ligi ai suoi voleri, discriminando coloro che si erano resi protagonisti delle lotte del decennio appena trascorso e i giovani refrattari al continuo incremento dei ritmi di lavoro e al contemporaneo abbassamento dei salari e delle tutele.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In altri termini, il rifiuto di pratiche meritocratiche non è un tratto insito agli imprenditori italiani, ma è il frutto di una precisa evoluzione storica tendente all’eliminazione della conflittualità sui posti di lavoro per meglio perpetrare il massiccio sfruttamento della forza-lavoro<strong>[10]</strong>, da cui ricavare profitti in un contesto di stagnazione degli investimenti. La pesante flessibilità nell’utilizzo della forza lavoro e la moderazione salariale – effetto di tale dinamica – ha finito così per indebolire il tessuto produttivo del paese, all’interno del quale i criteri meritocratici volti a premiare le competenze (destinate a rimanere frustrate se applicate a macchinari e metodi organizzativi obsoleti, con tutto quello che ciò comporterebbe in termini di stabilità sociale) passano in secondo piano rispetto alla necessità della completa subordinazione della manodopera<strong>[11]</strong>.</p>
<p><strong>2. Nulla è dovuto: la responsabilità sociale d’impresa</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’altra formula in voga tra i social-liberisti è la responsabilità sociale d’impresa la quale, garantendo salari dignitosi, vincoli alla nocività e comportamenti etici, favorirebbe la flessibilità e quindi la produttività del lavoro – quest’ultima necessaria al conseguimento di un vantaggio competitivo sul lungo periodo dell’impresa – i cui benefici si riverserebbero a cascata sui lavoratori.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Senza addentrarci nei risvolti teorici del problema, è sufficiente un breve excursus storico per comprendere perché i buoni propositi di ‘comportamenti etici’ vengano abbandonati non appena il sistema economico si trovi a fronteggiare le prime avvisaglie di crisi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sarebbe troppo semplice soffermarci esclusivamente sull’ultimo trentennio, in cui l’offensiva liberista ha eroso buona parte delle conquiste del lavoro. Volgiamo lo sguardo, allora, a una particolare fase storica – il periodo che va dalla fine della I guerra mondiale alla crisi del 1929 negli Stati Uniti – conosciuta come ‘welfare capitalism’ e analizzata magistralmente da Michael Perelman in un libro di qualche anno fa. Consapevoli degli effetti nefasti del laissez-faire (era ancora fresco il ricordo della Grande Depressione) e dell’importanza del controllo del movimento sindacale – allora in forte ascesa – gli imprenditori statunitensi sorretti ‘ideologicamente’ dalla presidenza Hoover, adottarono comportamenti socialmente responsabili che, aumentando l’efficienza produttiva, avrebbero dovuto confermare la superiorità del sistema di mercato rispetto a quello socialista nel garantire sia alti standard di vita ai lavoratori, sia una crescita più equa ed equilibrata. Tuttavia, una volta scoppiata la Grande Crisi, anche i grandi industriali illuminati – che inizialmente tentarono di non intaccare gli standard lavorativi – dovettero gettare la spugna: tra la dura legge dei libri contabili e i diritti dei lavoratori, scelsero la prima opzione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crisi del 2007 e il periodo di turbolenze precedente non sembrano riservare un destino diverso alle velleità di ‘responsabilità sociale d’impresa’. Una volta svanite le illusioni di un mondo unipolare all’indomani dello sgretolamento del blocco sovietico, lo scontro economico tra paesi e imprese in competizione per l’accaparramento di mercati di sbocco, materie prime e aree abitate da manodopera a basso costo, ha subíto un brusco inasprimento, concedendo al contempo ‘un enorme vantaggio in termini di potere contrattuale agli imprenditori di molti paesi sviluppati’ (Glyn 2007), dal momento che i lavoratori occidentali – non solo quelli meno qualificati – hanno iniziato a risentire negativamente della competizione dei lavoratori dei paesi dell’Europa dell’est, dotati anch’essi di elevati livelli d’istruzione<strong>[12]</strong>. Di conseguenza, sono andati assottigliandosi i margini per l’adozione di comportamenti etici i quali, ponendo ‘lacci e lacciuoli’ alla libera iniziativa, hanno lo “spiacevole inconveniente” di frenare la profittablità almeno nel breve periodo, col rischio che l’impresa sia travolta da una competizione sempre più agguerrita. D’altra parte, sperare che siano i governi – che da più di un trentennio stanno supportando la gigantesca redistribuzione da L a K[<strong>13]</strong> – a porre vincoli alla libertà d’impresa pare quantomeno illusorio quando non addirittura paradossale, se è vero che dallo scoppio della crisi odierna gli stati e gli organismi transazionali non hanno esitato minimamente a scaricare i costi dei risanamenti bancari sulle spalle dei lavoratori<strong>[14]</strong>.</p>
<p><strong>3. Conclusione</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Condurre la battaglia teorica per la promozione di comportamenti responsabili da parte delle imprese, così come contro le pratiche clientelari, è sacrosanto. Tuttavia, altrettanto importante è la prospettiva entro la quale s’inquadra il problema. Piuttosto che dal disegno regolativo dei policy makers, quando non addirittura dalla sensibilità delle singole aziende, sia la responsabilità sociale che l’eliminazione di perniciose discriminazioni da parte delle imprese sono storicamente scaturite dalle spinte conflittuali provenienti dal mondo del lavoro contro le organizzazioni più apertamente conservatrici, che gli imprenditori e i governi hanno poi dovuto rettificare formalmente.<em> </em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>* Università Politecnica delle Marche, Ancona.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Sulla continuità tra neoliberismo e social-liberismo si veda: Bellofiore (2004b), pp. 93-94.[2] Su questo punto è illuminante l’esposizione di Brancaccio (2009), pp. 41-42.[3] Se ‘le società non quotate [sono] in grandissima parte tuttora di natura familiare’, ancora a metà degli anni ’90 ‘tra le imprese quotate il principale azionista possedeva la maggioranza assoluta.’ Tuttavia, ‘negli ultimi anni non vi è stata una significativa evoluzione nella struttura proprietaria e del controllo delle società quotate italiane.’ ‘Le imprese familiari continuano a rappresentare la vasta maggioranza; la concentrazione della proprietà resta alta: nel 2007 la quota di azioni detenuta dall’azionista principale era ancora pari al 67.7 per cento’ (Banca d’Italia 2009: 69-72). La trattazione di Amatori e Brioschi (2001: 148-149) sul congelamento degli assetti di controllo rimane estremamente attuale.[4] Il capitalismo italiano è caratterizzato da una sottocapitalizzazione e al contempo da una forte concentrazione della stessa. Si veda, Banca d’Italia (2010), pp. 187-199.[5] Banca d’Italia (2009), pp. 30-32,73.[6] Nell’ultimo decennio il 3% delle imprese manifatturiere ha cambiato controllo ogni anno. La metà di questi trasferimenti avviene all’interno della famiglia proprietaria, tipicamente tra generazioni (Banca d’Italia 2009: 72).[7] L’inchiesta dell’ISAE sui comportamenti di assunzione delle imprese nel settore manifatturiero ha rilevato che nel corso del 2008 il 94.8 percento delle imprese che hanno assunto almeno un lavoratore nel corso dell’anno ha selezionato esclusivamente personale in possesso di titoli di studio inferiori alla laurea.[8] Il fatto che il lavoratore della piccola impresa riceva un salario inferiore del 26.2 % di quello del dipendente standard non è imputabile alle limitate capacità di pagare dovute alla scarsa produttività bensì, come rilevato da Vianello (2007) ‘alla elevata capacità di non pagare’ delle piccole imprese.[9] Per la ricostruzione dell’iter legislativo sfociato nell’eliminazione della chiamata nominativa, si veda: Liso (2002)[10] Tra il 1993 e il 2008 su una crescita complessiva di 14.3 punti percentuali della produttività reale dell’intera economia da redistribuire, solamente 3.8 punti sono andati al lavoro.[11] L’indagine ISFOL (2008) ha rilevato che le competenze maggiormente richieste sul posto di lavoro dai manager operanti nel settore manifatturiero sono l’affidabilità nell’esecuzione del proprio lavoro, le abilità manuali e la resistenza psicofisica – qualità che non necessitano di particolari investimenti in formazione.[12] Nel 2007, la media dei giovani tra i 25 e i 34 anni dei nuovi paesi membri in possesso di un’istruzione universitaria era del 27.1 percento. In Italia, solo 19 giovani su 100 erano laureati.[13] Tralasciando la caduta dei redditi da lavoro dell’ultimo biennio, dal 1980 al 2008 il monte retribuzioni sul PIL nei maggiori industrializzati ha subíto una discesa verticale. In Italia si è passati dal 73.8 al 65.1%, in Francia dal 75.6 al 65.8%, in Germania dal 72.9 al 63%, in Spagna dal 65.4 al 58.6% e in U.K dal 75.9 al 65.2%.[14] Nel 2009, il numero di disoccupati nei paesi sviluppati è aumento di 13.7 milioni di unità, mentre il tasso di occupazione è crollato del 2.5 percento. Solo in Europa, la riduzione del numero di occupati ha abbondantemente superato i quattro milioni. Nel primo trimestre 2010 sono stati distrutti 50 mila posti di lavoro in seguito a 160 processi di ristrutturazione aziendale. Nel nostro paese, l’occupazione nel corso del 2009 si è ridotta di 380 unità, colpendo fortemente i giovani e il lavoro temporaneo.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Amatori F., Brioschi F. (2001), &#8220;Le grandi imprese private: famiglie e coalizioni&#8221;, in Barca F. (a cura di), <em>Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi</em>, Roma: Donzelli.Bachet, D., et al. (2001), <em>Social-Liberalism in France</em>, Capital &amp; Class, Vol. 25, n. 3.Banca d’Italia (2009), &#8220;Rapporto sulle Tendenze nel Sistema Produttivo Italiano&#8221;, <em>Questioni di Economia e Finanza</em>, n.45, Roma.Banca d’Italia (2010), <em>Relazione Annuale sul 2009</em>, Roma.Bellofiore, R. (2004a), &#8220;Il bivio dopo Maastricht&#8221;, <em>La Rivista del Manifesto</em>, n. 51.Bellofiore, R. (2004b), &#8220;Contemporary Capitalism, European Policies, and Working-Class Conditions&#8221;, <em>International Journal of Political Economy</em>, Vol. 34 n. 2.Bellofiore, R., Halevi, J. (2007),<em> Deconstructing Labor: What Is ‘New’ in Contemporary Capitalism and Economic Policies: a Marxian-Kaleckian Perspective</em>, Paper presentato al Congrès Marx International V, Paris-Sorbonne et Nanterre.Brancaccio, E. (2009), <em>Anti-Blanchard. Una critica al modello macroeconomico dominante</em>, dispense per il corso di Macroeconomia della Facoltà SEA - Università del Sannio, quinta versione.CNEL (2009), <em>Rapporto sul mercato del lavoro 2008 – 2009</em>.Conference Board Total Economy Database, January 2010.European Commission (2010), <em>Quarterly EU labour market review</em> – Winter, p. 5.European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (2010), <em>European restructuring monitor quarterly</em>, Issue 1-Spring.EUROSTAT (2009), News release 58/2009.Glyn, A. (2007), &#8220;Explaining Labor’s Declining Share of National Income&#8221;, <em>G-24 Policy Brief</em>, n. 4.ILO (2010), <em>Global employment trends: January 2010, Geneva: ILO</em>, p. 38.�ISAE (2009), <em>Le assunzioni nel 2008 nel settore manifatturiero: tipologie contrattuali, contrattazione integrativa,</em> <em>skills</em>, pp. 7-8.ISTAT (2010), <em>Rapporto annuale La situazione del Paese nel 2009</em>, p. 103.Liso, F. (2002), <em>Collocamento e agenzie private, Giornale del diritto del lavoro e relazioni industriali</em>,Vol. 96.Megale A., et al. (2009), <em>Salari in crisi. Salari, produttività e distribuzione del reddito</em>, IV Rapporto Ires CGIL.Perelman, M. (1996), <em>The End of Economics,</em> London and New York: Routledge, pp. 112-130.Pugliese, E. (2009), &#8220;Indagine su “il lavoro nero”&#8221;, in CNEL, <em>Il Lavoro che cambia</em>.Reyneri, E. (2005), <em>Sociologia del Mercato del Lavoro</em>, Vol.I, Bologna: Il Mulino.Vianello, F. (2007), <em>Salari: la straordinaria capacità tutta italiama di non pagare</em>, Il Manifesto, 7 novembre.</p>
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		<title>Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altri</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 09:32:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="1" width="1" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/industria1.jpg" border="0" /><img height="292" width="400" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/industria1.jpg" border="0" style="width: 306px; height: 250px" />Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “<em>nuova dimensione dell’oligopolio</em>” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una <em>barriera all’entrata</em> per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato<strong>[1]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Prendendo in esame la quota percentuale dei prodotti ad alta tecnologia sulle esportazioni dei beni manifatturieri per destinazione di produzione<strong>[2]</strong> di Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone e Canada<strong>[3]</strong>, possiamo osservare l’evoluzione e la crescita della componente high tech a livello generale da un lato, e il peso della produzione high tech di ogni paese dall’altro (si veda la Tabella 1 in basso).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per i beni strumentali-capitali la quota di produzione legata alla componente high tech sulle esportazioni manifatturiere è passata dal 26,98% del 1961-65 al 44,38% del 2006; per i beni intermedi la percentuale high tech passa dall’8,65% al 26,02%; per i beni di consumo la quota percentuale passa dal 12,96% al 29,30%. Forse non è corretto considerare la crescita della componente h-t sull’esportazione dei beni manifatturieri come soglia “oligopolistica”; essa tuttavia rappresenta bene un fattore di competitività sul mercato internazionale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tra i paesi indagati l’Italia è quello che manifesta una marcata debolezza nei settori ad alta tecnologia. Tra l’altro, la distanza che separa l’Italia dagli altri paesi si accentua nel tempo. Nella produzione di beni strumentali l’Italia passa dal 29,33% del periodo 1961-65, al 18,74 del 2006. Più in particolare si osserva una progressiva incapacità nel mantenere un ruolo importante nei settori avanzati. Se nel 1961-65 la distanza dalla media dei paesi considerati nella componente h-t dei beni strumentali aveva valori positivi pari a 2,35 punti percentuali (cioè l’Italia superava la media dei paesi analizzati) alla fine del 2006 l’Italia accumula un ritardo pari a 25,64 punti; per i beni intermedi si passa dallo 0,38 a meno 10,14 punti percentuali; per i beni di consumo si passa dal meno 7,73 a meno 14,41punti percentuali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I dati mostrano inoltre che dove la spesa in ricerca e sviluppo è maggiore della media, il salario tende ad essere più alto e il numero delle ore lavorate è più basso<strong>[4]</strong>. Nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima al 2% del pil, le ore lavorate per addetto sono sempre più contenute rispetto a quelle che si registrano nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima o di poco superiore all’1% del pil. La Germania spende in ricerca e sviluppo il 2,53% del pil, mentre le ore lavorate annue per addetto sono pari a 1.433; la Gran Bretagna spende l’1,82% del pil e le ore lavorate sono 1.670; in Francia si spende il 2,04% del pil in ricerca e sviluppo, mentre le ore lavorate sono pari a 1.561. Passiamo all’Italia. Da noi la spesa in ricerca e sviluppo è pari all’1,18% del pil, mentre le ore lavorate sono pari a 1.824 ore per addetto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Lo stesso trend lo possiamo osservare dal lato dei salari. Se in quasi tutti i paesi considerati i tassi di crescita dei salari hanno conosciuto forti contrazioni a partire dal 1985, il fenomeno è significativamente diverso da paese a paese (si veda la Tabella 2 in basso).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nei paesi che hanno rafforzato la parte manifatturiera high tech si registrano valori assoluti dei salari e tassi di crescita superiori alla media; in Italia, invece, si registra un forte rallentamento della dinamica salariale rispetto ai partners economici, soprattutto a partire dal 1995<strong>[5]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutto ciò sembra indicare che i paesi che hanno saputo adeguare il target della propria struttura produttiva alle nuove sfide della conoscenza e dell’innovazione, hanno anche potuto sfruttare posizioni di mercato meno concorrenziali, con risultati soddisfacenti per i profitti e, in media, anche per i salari. Stando a queste evidenze, si può affermare che lo sforzo nello spingere il sistema produttivo a credere nella ricerca e sviluppo, più che nel trasferimento di tecnologia, dovrebbe esser considerato la vera frontiera della politica economica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Tabella 1</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="558" width="457" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/romani_3.jpg" border="0" /> </p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Tabella 2</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="154" width="438" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/romani_2.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Alfred Kleinknecht, 1998, Is labour market flexibility harmful to innovation?, ed. Cambridge journal of economics. 1998, 22, 387-396.<br />
[2] Beni strumentali, beni intermedi, beni di consumo.<br />
[3] Tratta da D. Palma, S. Prezioso, Progresso tecnico e dinamica del prodotto in una economia &#8220;in ritardo&#8221;, prossima pubblicazione su Economia e Politica Industriale, 2010.<br />
[4] OECD EMPLOYMENT OUTLOOK 2008.<br />
[5] Labour compensation per employee in ppps in US dollars.</h6>
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		<title>Grandi imprese e tecnologie energetiche alternative</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 15:12:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le grandi imprese potrebbero svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle nuove tecnologie energetiche. Queste imprese vengono comunemente definite “public utilities”, ossia imprese di pubblica utilità che erogano servizi fondamentali ai cittadini. In realtà si tratta di imprese che in alcuni casi estraggono e in generale comprano, trasformano e rivendono energia - elettricità, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="236" width="291" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/sylos2.png" />Le grandi imprese potrebbero svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle nuove tecnologie energetiche. Queste imprese vengono comunemente definite “public utilities”, ossia imprese di pubblica utilità che erogano servizi fondamentali ai cittadini. In realtà si tratta di imprese che in alcuni casi estraggono e in generale comprano, trasformano e rivendono energia - elettricità, olio combustibile, benzina, gas per usi industriali e civili - e che quindi possono essere considerate analogamente alle imprese della trasformazione industriale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oggi nel settore energetico vi è una tendenza verso la concentrazione delle imprese, come dimostrano i processi di fusione e di aggregazione, le scalate e le acquisizioni in atto<strong>[1]</strong>. In tal modo si viene a ridurre il numero delle aziende mentre ne aumenta la dimensione. Così, le imprese energetiche accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali dell’energia secondo i criteri tipici dei mercati oligopolistici  (Sylos Labini, P., 1956<strong>[2]</strong>)</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’oligopolio è caratterizzato dall’esistenza di barriere all’entrata ed è connesso alla <em>leadership</em> sul prezzo. Ciò significa che i prezzi non sono determinati dalle forze impersonali del mercato ma sono fissati dai produttori/venditori mentre le quantità comprate a quei prezzi sono determinate dai consumatori. Una variazione della domanda da parte degli acquirenti industriali e dei consumatori finali condurrà direttamente a variazioni dell’offerta e non a variazioni dei prezzi, il che non esclude che variazioni persistenti della domanda generino variazioni dei prezzi dopo un certo intervallo. Questa è la situazione più frequente nei mercati oligopolistici in cui ogni venditore fissa il prezzo mediante un calcolo sui costi diretti (lavoro, energia, materie prime) per unità di prodotto, ai quali viene aggiunto un margine percentuale per i costi fissi e i profitti. I profitti sono così il residuo che rimane dopo il pagamento dei costi fissi che possono essere molto diversi tra un’impresa e l’altra.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le grandi imprese oligopolistiche sanno di poter variare i prezzi quando variano i costi diretti  nella piena consapevolezza che i loro concorrenti faranno altrettanto. Così, quando varia il costo dell’energia nei mercati di origine<strong>[3]</strong>, le imprese energetiche tendono a variare i prezzi di vendita in modo proporzionale per ampliare, o almeno conservare, i propri margini di profitto (il principio del <em>mark up</em>). Di conseguenza, nelle fasi di crescita del costo dell&#8217;energia, queste imprese si vengono a trovare in un parziale conflitto di interessi con lo Stato, perché l’incremento dei prezzi finali di benzina, elettricità<strong>[4]</strong>, gas per usi civili, da un lato favorisce l’aumento del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie delle imprese energetiche; dall’altro lato però alimenta l&#8217;inflazione e penalizza i consumi interni, la competitività e la crescita economica del Paese importatore di energia. L&#8217;effetto positivo sta nel pagamento di maggiori tasse e, se lo Stato è azionista, anche nei più alti dividendi che saranno versati dalle imprese.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I fenomeni appena descritti si sono manifestati nel periodo che va dal 2003 al 2007. In questi anni si è verificato un aumento considerevole della domanda e dei prezzi del petrolio e del gas, che ha consentito alle imprese energetiche di realizzare eccezionali incrementi del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie, mentre i paesi importatori subivano un peggioramento della bilancia commerciale ed una crescita dei prezzi finali dell’energia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le grandi imprese energetiche non sono state molto propense ad investire in ricerca e sviluppo (R&amp;S), a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti  in esplorazione, innovazione tecnologica e realizzazione di nuovi impianti nel momento in cui vi erano una domanda e dei prezzi in continua crescita che assicuravano profitti elevatissimi. Le compagnie petrolifere e le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&amp;S che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre esistono grandi imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&amp;S il 15% del fatturato. Oggi tra gli obiettivi principali delle imprese energetiche vi sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le <em>stock options</em> per il <em>management</em> (si tratta di un tipico caso di finanziarizzazione dei profitti; cfr. Colitti<strong>[5]</strong>, 2006).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se guardiamo i dati sulla ricerca e sviluppo dell’<em>European scoreboard</em><strong>[6]</strong> la situazione appena descritta appare molto chiara (si tratta di dati relativi al 2006, anno in cui il ciclo di crescita 2003-2007 ha raggiunto il suo apice). In particolare, nella tabella dove sono messi a confronto i diversi settori industriali appare chiaramente come il comparto energetico investa in ricerca delle quote risibili del fatturato, diversamente dai comparti ad alta intensità di conoscenza come i <em>computers</em>, l’elettronica, l’aerospazio, le biotecnologie, la farmaceutica, i semiconduttori e le telecomunicazioni (in questi settori la quota di spese in R&amp;S sul fatturato è compresa tra il 7 e il 25%). Questi dati indicano che lo scarso impegno delle grandi imprese energetiche è di carattere strutturale e non dipende dall’andamento del ciclo economico.</p>
<p><img height="467" width="502" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/sylos.png" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
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<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un esempio significativo della scarsa propensione delle grandi imprese elettriche ad investire nella diversificazione energetica si può osservare anche in Germania, il paese <em>leader</em> mondiale delle energie rinnovabili. Dal 2000, infatti, il 95% circa degli investimenti è stato effettuato da gestori privati o da imprenditori dell’energia attivi a livello comunale, mentre i grandi gruppi industriali dell’elettricità, nonostante ci fosse una legge di incentivazione per le energie rinnovabili che riduceva i rischi e garantiva alti profitti, non si sono lanciati nel settore in modo convinto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutto questo dimostra che la possibilità di conseguire enormi profitti grazie al potere di mercato in un sistema altamente concentrato tende a disincentivare gli investimenti verso l’innovazione e la diversificazione energetica. Ciò comporta rischi molto seri in un periodo come quello attuale in cui si sta aggravando l’allarme sull’effetto serra e la pressione sui combustibili fossili è in aumento sia per la crescente domanda di Cina e India, sia per l’instabilità delle aree di estrazione (Medio Oriente, Nigeria, Mar Caspio) sia per la nuova politica energetica della Russia. Si tratta di un insieme di fattori che potrebbero alimentare le spinte verso il “ristagno” economico nei paesi occidentali importatori di gas e petrolio.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crescita dell’impegno in ricerca e sviluppo delle grandi imprese energetiche non solo è importante per i loro processi di innovazione e di diversificazione energetica ma è fondamentale anche per il ruolo trainante che tali imprese potrebbero svolgere nei confronti dei centri di ricerca pubblici e del tessuto industriale composto da piccole e medie imprese. In particolare, il coinvolgimento delle grandi imprese potrebbe costituire un potente motore di innovazione in grado di sfruttare da un punto di vista industriale i risultati della ricerca che sono realizzati dalle Università e dai Centri di Ricerca Pubblici come l’Enea e il Cnr. Inoltre, i maggiori investimenti nella ricerca e sviluppo e nella diversificazione energetica delle grandi imprese sono cruciali anche per trainare lo sviluppo locale poiché le grandi imprese  possono costituire una fonte di commesse e di diffusione del know-how sul territorio, stimolando l’aggregazione e la crescita di nuove imprese innovative. Al riguardo, lo stabilimento di Taranto della Vestas Italia (filiale della Vestas danese), che ha una capacità produttiva di 400 MW all’anno, ha alimentato la crescita di un indotto in cui sono occupati più di 1.000 addetti. Ma uno dei casi più importanti di sviluppo territoriale nel Mezzogiorno ricade nel settore dei semiconduttori ed è quello della StMicroelectronics e del distretto dell’Etna Valley che sta avendo interessanti sviluppi anche nelle nuove tecnologie energetiche.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le origini del distretto di Catania sono strettamente legate alla storia della StMicroelectronics, azienda nata dalla fusione tra l’italiana S.G.S. con la francese Thomson Semiconducteurs avvenuta nel 1987. La svolta che segnò la nascita di un’area tecnologico-industriale tra le più avanzate nel mondo avvenne nel 1997 quando StM decise di insediare nell’area un grande stabilimento di produzione, sebbene già negli anni sessanta la StMicroelectronics, che allora si chiamava S.G.S. Microelettronica, collaborasse con i Dipartimenti di Fisica e di Chimica dell’Università di Catania; nel 1987 avesse creato con l’Università di Catania il più grande laboratorio di Ricerca e Sviluppo nell’alta tecnologia nel Meridione, nonché uno dei principali d’Europa e nel 1990 avesse dato origine con l’Università di Catania e il Consorzio Catania Ricerche a SuperLab, il Laboratorio Superfici e Interfasi. In questo contesto e approfittando della collaborazione con l&#8217;Università degli studi di Catania e con il CNR, altre grandi aziende hanno deciso di realizzare nella stessa zona dei centri di ricerca utilizzando i giovani laureati presso l&#8217;Ateneo catanese. Fra le più importanti si vi sono Nokia, Vodafone, IBM, Alcatel, Telespazio, Nortel, Berna e Wyeth.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oltre alla presenza delle grandi aziende, lo sviluppo di Etna Valley  ha beneficiato dell’alto numero di strutture di ricerca (309 istituzioni scientifiche - pari al 31% del totale della rete meridionale) presenti nel sistema scientifico siciliano. All’interno dei tre Atenei di Catania, Palermo e Messina si concentra una gran parte delle attività di ricerca e sviluppo. Essi rappresentano la struttura portante della ricerca e  dell’accademia siciliane con circa 160.000 iscritti e 15.000 laureati.  Le altre strutture siciliane di ricerca scientifica annoverano: gli istituti e i centri della rete del CNR (Area Palermo, Catania, Messina); l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l&#8217;Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (IMM); il Consorzio Catania Ricerche cui aderiscono enti pubblici e industrie locali. Sul territorio catanese vi sono poi altre strutture di servizio e di trasferimento tecnologico come un Centro per l’Innovazione, che svolge attività di gestione, studi e servizi; un Laboratorio per lo studio delle Superfici dei Materiali (Superlab); un Media Innovation Relay Centre della Comunità Europea MEDIA, il Parco Scientifico e Tecnologico della Sicilia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Accanto a questo insieme di strutture pubbliche e private, la sospensione dei contributi sociali per i primi sei anni ha fatto si che oggi i giovani laureati e i ricercatori catanesi dotati di alta qualificazione e professionalità abbiano dei costi nettamente inferiori rispetto agli standard internazionali rendendo l’intera area catanese ancora più competitiva.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutti questi fattori hanno contribuito a diffondere una cultura dell’innovazione permettendo così la nascita, nel corso degli anni ’90, del cosiddetto distretto tecnologico dell’Etna Valley.  Attorno alle grandi aziende è sorto un indotto di oltre 1.500 micro aziende che producono i semilavorati per le varie produzioni e si è sviluppata una vasta area industriale densa di imprese operanti prevalentemente nel comparto high-tech, significativamente internazionalizzate, attive in numerosi progetti di ricerca e produttrici di numerosi brevetti che ha dato lavoro a circa 5.000 giovani laureati e diplomati catanesi. Questa realtà è significativa non solo nella provincia di Catania, ma grappoli tecnologici consistenti sono oggi sviluppati e presenti nell’area del ragusano, in quella messinese, nella provincia ennese e, con riferimento ad alcune grandi realtà aziendali, anche nel territorio del palermitano.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Come detto, nel distretto Etna Valley stanno nascendo anche interessanti tecnologie innovative per il settore fotovoltaico. Si tratta della tecnica Ppd (<em>Pulsed plasma deposition</em>), utilizzata dal reattore appositamente progettato e costruito da un team di imprese hi-tech di Catania, che consente di ottenere semiconduttori a film sottile (“thin film”: pellicole avvolte come carta da parati) utilizzabili in sostituzione dei tradizionali, costosi e pesanti wafer di silicio. È il progetto battezzato &#8220;Plasia&#8221; (progettazione e realizzazione di un sistema di deposizione al plasma di silicio amorfo su substrati plastici) realizzato, con un investimento di 1,9 milioni di euro di cui 610 mila provenienti dal POR 2000-2006, grazie alla collaborazione tra Università di Catania e le imprese dell&#8217;Etna Valley. Il thin film permetterà di generare energia dalle pareti, dalla vela di una barca o dalla custodia del notebook. Ovviamente, per ora si tratta di un&#8217;applicazione da laboratorio, per quanto collaudata e verificata, che richiede tra uno e due anni di lavoro per arrivare alla produzione industriale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un altro caso di sviluppo di nuove tecnologie energetiche nel distretto di Etna Valley è quello che nasce dall’accordo tra Enel Green Power, Sharp e Stmicroelectronics per  realizzare la più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici in Italia. L´impianto, che verrà realizzato a Catania nell’impianto industriale conferito da STMicroelectronics,  produrrà pannelli a film sottile a tripla giunzione ad alto rendimento e avrà una capacità produttiva iniziale di 160 MW all’anno destinata ad essere incrementata nel corso dei prossimi anni a 480 MW. I tre gruppi opereranno in una <em>partnership</em> paritetica apportando le loro specifiche competenze: Enel Green Power, nello sviluppo del mercato delle fonti rinnovabili a livello internazionale e nel project management; Sharp, nella tecnologia esclusiva del film sottile a tripla giunzione in produzione da primavera 2010 nella fabbrica di Sakai, in Giappone; STMicroelectronics con personale altamente specializzato nella microelettronica. E´ previsto che la produzione dei pannelli nell’impianto di Catania parta all’inizio del 2011. Il progetto per la capacità produttiva iniziale di 160 MW richiederà un investimento totale di 320 milioni di euro e sarà finanziato mediante una combinazione di capitale proprio, incentivi statali e <em>project financing</em>. Ogni partner sottoscriverà un terzo del capitale - un contributo previsto fino a 70 milioni di euro ciascuno, in cash o in asset materiali e immateriali - e deterrà un terzo delle azioni della nuova<em> joint venture</em>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In conclusione, questo articolo ha cercato di porre nella massima evidenza i problemi che contraddistinguono i settori oligopolistici come quello energetico e il ruolo che le grandi imprese energetiche potrebbero, invece, assumere nello sviluppo economico delle aree più svantaggiate come il Mezzogiorno d’Italia, dove, nel periodo della programmazione 2007-2013, saranno disponibili cospicui fondi europei per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica<strong>[7]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6>[1] In Italia vanno ricordate le aggregazioni delle aziende municipalizzate e l’acquisizione di Endesa da parte di Enel.<br />
[2] <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/609/1/OLIGOPOLIO-1967.pdf">http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/609/1/OLIGOPOLIO-1967.pdf</a><br />
[3] Per esempio il prezzo del petrolio greggio come il WTI, il Brent, l’Iranian Heavy, l’indice del paniere Opec.<br />
[4] I prezzi finali dell’elettricità si suddividono in prezzi alla produzione (costo reale di produzione) e in prezzi alla distribuzione (prezzi al consumo). Questi ultimi oltre che dal costo reale di produzione sono influenzati, in una certa misura, anche dal rapporto tra la domanda e l’offerta che si determina nella borsa elettrica.<br />
[5] “Petrolio, un mercato impazzito”, <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.eguaglianzaeliberta.it/">http://www.eguaglianzaeliberta.it/</a>, 06/05/2006.<br />
[6] Vedi <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://iri.jrc.ec.europa.eu/research/scoreboard_2007.htm">http://iri.jrc.ec.europa.eu/research/scoreboard_2007.htm</a><br />
[7] Rapporto DPS – Ministero per lo Sviluppo Economico (novembre 2007)<br />
<a rel="nofollow" href="http://www.dps.mef.gov.it/documentazione/QSN/docs/PO/In%20adozione/POIN_Energia_FESR_SFC2007.pdf">http://www.dps.mef.gov.it/documentazione/QSN/docs/PO/In%20adozione/POIN_Energia_FESR_SFC2007.pdf</a></h6>
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		<title>I falsi miti sull&#8217;indebitamento delle imprese italiane</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 08:31:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’indebitamento delle imprese, ovvero come le imprese miscelano capitale di rischio a capitale di credito  per  finanziare i propri investimenti, è da sempre un tema di grande attualità e rilevanza, sia sul piano teorico che dei concreti processi decisionali delle imprese.  La teoria finanziaria ha elaborato sofisticati modelli che spiegano come le imprese dovrebbero scegliere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="333" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/08-10-12-debiti_jpg_871977061.jpg" border="0" style="width: 362px; height: 222px" />L’indebitamento delle imprese, ovvero come le imprese miscelano capitale di rischio a capitale di credito  per  finanziare i propri investimenti, è da sempre un tema di grande attualità e rilevanza, sia sul piano teorico che dei concreti processi decisionali delle imprese.  La teoria finanziaria ha elaborato sofisticati modelli che spiegano come le imprese dovrebbero scegliere il <em>mix</em> ottimale, ovvero indicano quali fattori sono rilevanti nella scelta. Volendo semplificare, due sono le principali macro-categorie di determinanti. Da una parte le imperfezioni dei mercati finanziari (imposte, costi di dissesto/fallimento, costi/benefici di agenzia del debito, asimmetrie informative, ecc.), che creano opportunità di valore per le imprese, a favore dell’una o dell’altra fonte di capitale: a titolo di esempio, in tutti i regimi fiscali del mondo,  il debito presenta un vantaggio fiscale (che può essere di maggiore o minore entità) rispetto al capitale di rischio.  Dall’altra parte, gli assetti proprietari e di <em>governance</em> delle imprese e gli aspetti soggettivi/<em>behavioural</em> sottostanti, che possono orientare la scelta verso un <em>mix</em> di fonti piuttosto che un altro, in funzione delle preferenze soggettive dei decisori: si pensi, ad esempio,  agli effetti (peraltro non univoci) che la natura familiare della proprietà-<em>governance</em> dell’impresa può avere sulla scelta della struttura finanziaria.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La letteratura internazionale ha anche prodotto una mole di studi empirici che testano le teorie su campioni di imprese i più variegati (per settore, paese, dimensione, assetto proprietario, ecc.) con risultati  che talora supportano e talora contraddicono le teorie via via testate.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si tratta anche di un tema che, come pochi altri, soffre di molti luoghi comuni, almeno per quanto riguarda le imprese italiane, potremmo dire di “miti negativi” addotti spesso per spiegare la  vulnerabilità dell’Italia nel confronto internazionale ovvero per sostenere misure straordinarie di politica economica del governo di turno.  Questi i luoghi comuni più frequentemente citati:<br />
a) le imprese italiane sono più indebitate delle imprese europee<br />
b) tra le imprese italiane, le PMI sono le più indebitate: cioè l’indebitamento si ridurrebbe con la dimensione<br />
c) le PMI italiane sono troppo squilibrate verso il debito finanziario a breve termine<br />
d) le PMI sono meno solide patrimonialmente e meno solvibili finanziariamente: cioè ci sarebbe una presunta maggiore vulnerabilità finanziaria delle PMI italiane come conseguenza  dei punti b) e c) precedenti.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A ciò si aggiunge, in questi mesi di crisi, il paradosso di considerare “salvifico” il credito bancario alle imprese, dimenticando in questo caso i rischi di un eccessivo indebitamento. Si bacchettano da più parti (confindustria, governo, ecc.) le banche perché avrebbero ristretto l’accesso al credito delle imprese, penalizzando soprattutto le imprese più piccole (sempre quelle, già considerate vulnerabili perché troppo indebitate)  e le imprese meridionali (ed ecco spuntare, in risposta,  la  Banca del Mezzogiorno).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ci sembra quindi quanto mai necessario fare chiarezza sul tema.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ci proponiamo quindi di dimostrare, con il supporto di dati rigorosi e correttamente interpretati, la falsità di alcuni “miti negativi” sull’indebitamento delle imprese italiane e di chiarire i legami tra indebitamento e crisi in atto.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Tavola 1 (Banca d’Italia 2009a) riporta la struttura dei passivi a valori percentuali dell’aggregato delle imprese non finanziarie e mostra che il primo mito (punto a)) è falso.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Prescindendo per ora dagli effetti della crisi attuale e fermandoci quindi all’ultimo anno ante-crisi (il 2006), la tavola mostra che le imprese italiane non finanziarie non presentano livelli di indebitamento finanziario sostanzialmente differenti da quelli delle imprese dell’area euro. La situazione del 2006 è frutto di un processo virtuoso, partito nella seconda metà degli anni ’90, che ha riportato l’indebitamento finanziario delle imprese italiane sostanzialmente in linea con gli standard europei. Qualche differenza si riscontra ancora a livello di indebitamento totale, che include tra i debiti anche le fonti spontanee, che però non dipendono da scelte esplicite di finanziamento delle imprese,  ma dalle caratteristiche del business (il fondo TFR dal peso che ha il capitale umano), dal contesto normativo (sempre il TFR), dall’organizzazione della filiera produttiva e da prassi di settore circa i pagamenti delle forniture (i debiti commerciali). E hanno natura di passività  ben diversa dai debiti finanziari.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="211" width="462" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_11.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Circa il presunto maggiore indebitamento finanziario delle PMI italiane rispetto alle imprese di maggiore dimensione (punto b)), ci chiarisce le idee la Tavola 2 (Coltorti 2009a) che, sempre con riferimento al 2006, confronta la composizione dell’attivo e del passivo di aggregati di imprese di diversa dimensione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="353" width="574" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_2.jpg" border="0" style="width: 540px; height: 312px" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Dalla tavola emerge che le imprese meno indebitate (e quindi più patrimonializzate)  sono le imprese del c.d. <em>quarto</em> <em>capitalismo</em>, come lo ha definito l’Ufficio Studi di Mediobanca (Coltorti 2008), cioè le imprese medie con assetto proprietario autonomo, addetti compresi tra 50 e 499 e fatturato compreso tra 13 e 290 milioni di euro (4300 circa)  e le imprese medio-grandi (con fatturato superiore ai 290 milioni ma entro i 3 miliardi).  Si tratta di un aggregato di imprese manifatturiere caratterizzate da un modello aziendale omogeneo (controllo familiare, attività produttiva specializzata su prodotti di nicchia ad elevata qualità) che, considerando l’indotto, incide per oltre la metà dell’attuale produzione manifatturiera italiana.  Va notato che le medie imprese industriali italiane (MI) si concentrano per metà circa nella fascia dimensionale 50-99 addetti e per un altro 44% tra 100 e 249 addetti, quindi sono più piccole di quanto il <em>range</em> definitorio possa far pensare (la mediana è di 109 addetti).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Più indebitate risultano invece le classi dimensionali estreme, e cioè sia le PMI<strong>[1]</strong> sia, all’estremo opposto,  i maggiori gruppi italiani (pubblici e privati) e le multinazionali europee. I maggiori gruppi italiani, oltre ad essere molto indebitati (in aggregato oltre il 60% del capitale finanziario investito), presentano livelli di leva azionaria molto elevati (tra 12 e 15 in Pirelli, Italmobiliare, Enel, Telecom, addirittura 29 in Ifi/Fiat), cioè il complessivo capitale finanziario investito,  a titolo di rischio (fornito dal controllante e dalle minoranze) o di credito, è 12, 15 o 29 volte il capitale che rischia in proprio l’azionista di controllo. Cioè a dire che l’azionista di controllo fa impresa prevalentemente con i soldi degli altri (banche o investitori che siano).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La tavola mostra anche la composizione dell’attivo e si nota che la maggiore incidenza del debito finanziario a breve nelle prime tre categorie di imprese (PMI, MI e medio-grandi) non implica affatto una minore solidità patrimoniale (e qui cadono i luoghi comuni sub c) e d)). Tutt’altro, se correttamente si riferisce la composizione dei passivi alla composizione degli attivi. Queste imprese hanno infatti attivi più leggeri, in cui una parte rilevante (due terzi circa nelle PMI e nelle MI) è rappresentata dal capitale circolante, che genera un fabbisogno in parte stabile, ma che ruota annualmente in termini di flussi generati e assorbiti. Sono imprese che operano nei settori del <em>made</em> <em>in</em> <em>Italy</em>  (alimentare, abbligliamento  e moda, tessile, pelli e cuoio, e in genere i beni per la cura della persona e della casa; inoltre, meccanica leggera, elettromeccanica, ecc.), che richiedono minori investimenti fissi, e che quando operano all’interno di distretti riescono a distribuire i fabbisogni per immobilizzi lungo la filiera. Si può vedere che il capitale di rischio copre interamente gli investimenti fissi solo nelle MI propriamente dette (il rapporto tra mezzi propri e attivo fisso è del 120%) mentre il grado di copertura scende al 70% e al 63% rispettivamente nel caso dei maggiori gruppi italiani e nelle multinazionali europee, cioè nelle imprese più grandi (peggio che nell’aggregato delle PMI per le quali la copertura è dell’85%).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi in breve le MI italiane sono le meno indebitate finanziariamente e le più solide patrimonialmente. Il dato viene confermato dal tasso medio di fallimento che per le medie imprese è dello 0,2% (sale all’1% per le medio-grandi). E leggendo l’ottima indagine Mediobanca-Unioncamere sulle medie imprese industriali italiane, redatta con cadenza annuale a partire dal 2000 (e scaricabile gratuitamente dal sito <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mbres.it/">http://www.mbres.it/</a>), scopriamo che sono imprese virtuose anche per altri motivi: nel 2005 hanno contribuito al 15% del valore aggiunto dell’industria manifatturiera italiana e a oltre il 20% delle esportazioni nazionali.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Penati in un recente articolo (Affari&amp;Finanza del 19 ottobre us) ha definito <em>“diffusa e grave la debolezza finanziaria delle medie imprese italiane”</em>, basandosi su dati non rappresentativi della realtà delle medie imprese industriali italiane e maldestramente interpretati.  L’autore fa riferimento a 24 medie imprese industriali quotate in crisi, di cui la Consob chiede il monitoraggio continuo: di vere MI, secondo la definizione di Mediobanca-Unioncamere,  ce ne sarebbero solo 3 (Aicon, Cobra e Olidata), e cioè il 12% delle quotate (che ad oggi sono in tutto 25) e meno dell’0,1% dell’universo. Tuttavia, pur accettando  che siano tutte MI come dice Penati (che adotta un criterio dimensionale basato sull’attivo investito),  sono meno dello 0,6% dell’universo delle MI. Un po’ poco per definirlo, come fa Penati,  <em>“uno spaccato rappresentativo della tipica impresa italiana, manifatturiera e di medie dimensioni”</em>.  A riprova di come dai “falsi miti” di cui sopra non siano immuni neppure gli  addetti ai lavori. L’unico dato certo che emerge, confrontando l’1% delle MI quotate con il 99% delle non quotate, è semmai che la quotazione non giova, almeno alle MI industriali italiane.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Veniamo alla crisi. Nel 2008 l’indebitamento finanziario delle imprese non finanziarie aumenta (Tavola 3) e si tratta di fenomeno che non riguarda solo l’Italia. Insieme all’indebitamento aumenta l’incidenza degli oneri finanziari sul margine operativo lordo (MOL) (è un quinto nel 2008), sia perché aumenta l’indebitamento sia perché diminuisce il MOL,  e si riduce il tasso di autofinanziamento dei nuovi investimenti  (dal 60% circa del 2006 al 40% del 2008), a fronte di una riduzione dell’autofinanziamento e di una riduzione meno marcata (o stagnazione) degli investimenti. Il costo del credito si riduce, ma aumenta il differenziale tra tasso medio e tasso minimo sui prestiti bancari a breve termine, a riprova di un maggiore premio per il rischio chiesto dalle banche e della sensibilità del tasso al merito di credito.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="227" width="341" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_3.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Merita però un approfondimento il legame indebitamento-crisi. Senza pretendere di generalizzare, facciamo riferimento ad un settore emblematico, quello dell’auto, che è stato non solo in Italia ma anche all’estero il settore che maggiormente sembra aver sofferto della crisi in atto: si pensi al dissesto-fallimento di emblemi dell’industria americana. Oltre ad essere stato anche il settore che maggiormente ha usufruito degli aiuti di stato: oltre 26 miliardi di $ dal Governo USA alla General Motors e oltre 12 miliardi di dollari alla Chrysler (prima e dopo accordo con la Fiat).  La Tavola 4 (Coltorti 2009a)  mostra l’indebitamento di alcuni dei principali attori dell’industria dell’auto nel 2006 (Fiat, Volkswagen e Ford), e cioè prima della crisi (confrontato con il dato di 36 anni prima). Come si vede si tratta di imprese in grave squilibrio finanziario già prima della crisi,  con i debiti finanziari che pesano dal 75% al 100% del capitale finanziario. Anche l’attivo nel 2006, rispetto al 1970, mostra una radicale trasformazione, con riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e incidenza elevata dell’attivo circolante. Si tratta di un evidente spostamento al di fuori delle imprese del processo produttivo. La Tavola 5 (Coltorti 2009a) completa il quadro distinguendo per natura – finanziaria o industriale – l’attivo: si nota l’incidenza marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale e rappresentano crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto. Come dire che le imprese del settore si sono fatte un po’ banche per stimolare le vendite. Questo spiega con evidenza, almeno nel caso delle imprese del settore auto, che il rapporto crisi-indebitamento è rovesciato: la difficoltà di riscossione dei crediti verso i clienti (per i consumi gonfiati) e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ragioniamo ora sul versante della restrizione del credito bancario. Guardando più in dettaglio all’ultimo anno e mezzo (dicembre 2007-giugno 2009)  di prestiti del sistema bancario al settore produttivo (Banca d’Italia, 2009c), emergono le seguenti evidenze:<br />
− i prestiti vivi al settore produttivo aumentano,  almeno nominalmente,  anche se la crescita rallenta in maniera sensibile (ma in l’Italia in maniera non dissimile dagli altri paesi dell’area euro)<br />
− diminuiscono i prestiti bancari alla manifattura  a partire dal secondo trimestre del 2009 (nel sud-isole il calo si manifesta già dall’ultimo trimestre del 2008). L’incidenza del credito bancario alla manifattura si riduce sul totale Italia di  circa un punto e mezzo percentuale, che significa una diminuzione di circa 1 md di euro (a luglio 2009 si registra un’ulteriore diminuzione di un altro miliardo)
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="282" width="387" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_4.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="285" width="357" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_.jpg" border="0" /></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">− nel periodo considerato non si modifica la ripartizione tra nord, centro e sud-isole del  totale dei prestiti vivi al settore produttivo. Nei prestiti alla manifattura, invece, si verifica un travaso dal sud-isole al  nord di circa mezzo punto % del totale (che semplificando significherebbe che la riduzione dei prestiti alla manifattura è avvenuto tutto a carico delle imprese  del mezzogiorno)<br />
− si riduce di un punto percentuale l’incidenza sul totale dei prestiti bancari alle imprese con meno di 20 addetti, rispetto a quelle con più di 20 addetti.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Che diminuiscano i tassi di crescita dei prestiti bancari con la recessione è del tutto fisiologico. Peraltro in Italia per tutto il 2007 i prestiti hanno continuato  a crescere a tassi crescenti per le imprese con più di 20 addetti, toccando punte inusuali. Ma come interpretare la contrazione (dei tassi di crescita) del credito bancario con l’aumento dell’indebitamento finanziario delle imprese? E il sistema bancario come ha stretto (se li ha stretti) i rubinetti del credito?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Alcune indicazioni ci vengono sia dall’Indagine Invind della Banca d’Italia<strong>[2]</strong> che dall’Indagine Unioncamere sulle medie e piccole imprese industriali italiane.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Secondo l’Indagine Invind (Banca d’Italia, 2009b) risulta che:<br />
− la crisi economico-finanziaria ha interessato circa due terzi delle imprese (più l’industria che i servizi), con un maggiore impatto sulle imprese del  nord, con meno di 200 addetti e con una maggiore quota di <em>export</em> (e rispetto alla recessione del 1992-1993 non è di aiuto l’euro forte)<br />
− la crisi è stata soprattutto una crisi di domanda  (per l’80% nell’industria) e di difficoltà di riscossione dei crediti alla clientela (per due terzi)<br />
− le difficoltà sul lato reperimento fonti di finanziamento sono molto meno rilevanti: le segnala solo il  15% del campione.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, in sintesi, le imprese hanno ridotto gli investimenti (nell’industria si rileva una sostanziale stagnazione) ed è naturale che di conseguenza abbiano ridotto (o non variato) la domanda di prestiti alle banche: infatti più di tre quarti delle imprese non hanno fatto domanda di ulteriore credito alle banche. Ciononostante, l’indagine sottolinea come si sia manifestato un più difficile accesso al credito bancario: il 38% circa delle imprese industriali segnala un inasprimento delle condizioni di accesso e il 13% la richiesta di rientro da posizioni debitorie in essere. Inoltre, si evidenzia come sia passata dal 3% (2007) all’8% (2008) la percentuale di imprese che si è vista rifiutare il credito dalle banche (incremento superiore, sottolinea la Banca d’Italia,  a quello registrato nell’ultima crisi recessiva del 1992-1993).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Guardando all’Indagine  Unioncamere (universo delle MI industriali italiane + piccole imprese tra 20 e 49 addetti - Gagliardi 2009), si rileva che il 30% circa sia delle MI che delle PI  ha incontrato difficoltà di accesso al credito bancario negli ultimi 6 mesi (quindi meno del campione Invind, che è spostato sulle imprese maggiori). Del restante 70%, il 17% non lo ha richiesto e il 53% lo ha richiesto, ma non ha incontrato difficoltà (un po’ più alta la prima percentuale per le PI).  Delle MI che hanno incontrato difficoltà di accesso, per poco meno della metà la difficoltà si è tradotta in una riduzione in ammontare del finanziamento erogato. Ma sempre da questa indagine emerge che si tratta per la maggior parte di imprese che avevano un merito di credito basso (Tavola 6)  e che avevano registrato difficoltà economiche già nel 2008 (fatturato o ordinativi in calo).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La maggiore restrizione per le imprese del sud-isole nel settore della manifattura trova una duplice spiegazione, sia nei tassi di sofferenza dei prestiti bancari che nella dinamica pre-crisi degli impieghi. La Tavola 7 mostra il flusso delle sofferenze in percentuale dei prestiti non in sofferenza a giugno 2009 e a dicembre 2007. E’ ragionevole ritenere che la contrazione abbia riguardato prima le imprese del sud-isole che presentavano tassi di sofferenza più elevati. Questi tassi sono aumentati tutti nel giugno 2009, ma meno per le imprese del sud-isole rispetto a quelle del nord e del centro e questo sembrerebbe proprio in virtù di una politica di concessione del prestito più selettiva da parte delle banche. E,  tuttavia, i tassi di sofferenza nel mezzogiorno restano superiori. In aggiunta si consideri che i prestiti bancari alle società non finanziarie nel 2006 erano aumentati dell’11,6% rispetto al 2005. E la crescita nel mezzogiorno d’Italia era stata quasi doppia.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="296" width="521" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_6.jpg" border="0" />  </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="134" width="417" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_7.jpg" border="0" /></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, per dirla in breve, il problema principale delle imprese in crisi non è il razionamento del credito bancario. I prestiti bancari sono calati o cresciuti meno perché le imprese investono meno e perché le banche hanno adottato politiche più selettive di accesso al credito, dato il peggioramento delle condizioni economiche delle imprese. E se nonostante ciò l’indebitamento finanziario delle imprese italiane è aumentato di 6 punti percentuali nel 2008 rispetto al 2006, c’è da chiedersi che cosa sarebbe successo se non lo avessero fatto. In altre parole, non può essere il credito bancario a risolvere difficoltà che sono di natura reale. Come il settore auto insegna, un eccessivo indebitamento non risolve, ma genera o amplifica la crisi.<br />
Viziato dallo stesso paradosso sembra il recente varo della Banca del Mezzogiorno. Sempre con riferimento all’ultimo anno pre-crisi (2006), la Tavola 8 mostra la ripartizione per macro-aree territoriali di alcune variabili di offerta (banche, sportelli, impieghi, tassi, sofferenze) e di domanda (indicatori di attività economica) del credito bancario per le imprese. Con tutte le cautele del caso, trattandosi di dati aggregati, la presenza di banche e sportelli bancari nel mezzogiorno d’Italia non sembra così inadeguata rispetto al potenziale di domanda, nel confronto con il resto d’Italia.  Sembrerebbe esserci uno sbilanciamento a favore del Centro-Nord nella ripartizione degli impieghi, ma se si guardano gli impieghi e il valore aggiunto all’industria e se si considerano i tassi di sofferenza degli impieghi non è più così certo. Possiamo inoltre trarre qualche utile indicazione dall’aggregato delle MI industriali italiane,  che per quanto detto sopra possiamo utilizzare come <em>benchmark</em>  di solidità finanziaria.  La Tavola 9 (Coltorti 2009b) mostra che le MI del mezzogiorno già nel 2006 risultavano più indebitate della media italiana (anche se di poco), ma comunque erano meno solide patrimonialmente, perché caratterizzate da una maggiore incidenza degli attivi immobilizzati, e meno solvibili finanziariamente, perché caratterizzate da una maggiore incidenza del debito a breve termine sugli attivi circolanti (soprattutto con la crisi attuale che si manifesta anche in termini di difficoltà di riscossione dei crediti alla clientela). E se c’è questo divario per le MI che sono la punta di diamante dell’industria manifatturiera italiana, è ragionevole ritenere che possa esserci  anche per le altre categorie di imprese. Ed è anche ragionevole ritenere che nel 2008 la maggiore vulnerabilità finanziaria possa essersi accentuata, dato l’aumento generalizzato dell’indebitamento delle imprese non finanziarie.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, non è di una maggiore offerta di credito bancario (una banca del sud) che hanno bisogno le imprese italiane del mezzogiorno. Ritenere il contrario significherebbe commettere due errori: il primo è quello di continuare a guardare al lato finanza delle imprese (sono imprese già più vulnerabili finanziariamente); il secondo consiste nel guardare al lato dell&#8217;offerta (banca) del finanziamento e non al lato della domanda (impresa), cioè al merito del credito e quindi agli attivi e ai conti economici e, a monte, alle scelte produttive e di mercato che li determinano.</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="265" width="547" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_8.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="227" width="390" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_9.jpg" border="0" /></p>
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<p><em>*Ordinario di Finanza aziendale presso l’Università degli Studi di Roma Tre (</em><a href="mailto:venanzi@uniroma3.it"><em>venanzi@uniroma3.it</em></a><em>)</em></p>
<h6>[1] Si tratta di un aggregato di 113 mila imprese, molto disomogeneo al suo interno perché include tutte le società fino a 249 dipendenti, sia singole che appartenenti a gruppi controllati da grandi imprese (e ricomprende al suo interno anche le MI).  Da considerare che i dati dell’aggregato PMI scontano una certa approssimazione, soprattutto per quanto attiene alle piccole imprese (con meno di 50 addetti), per almeno due motivi. Le piccole imprese possono presentare bilanci in forma abbreviata, quindi con minore dettaglio delle poste sia dell’attivo che del passivo;  inoltre,  nelle imprese di minore dimensione la separazione tra proprietà e impresa non è mai netta e di conseguenza non è netta la distinzione, almeno sul piano sostanziale, tra capitale di rischio e capitale di debito: spesso, per varie ragioni, la proprietà finanzia,  a titolo di credito, l’impresa.<br />
[2] Il campione è costituito di circa 4500 imprese con almeno 20 addetti di cui 2900 appartenenti all’industria in senso stretto. Il campione sovra-rappresenta le imprese di maggiori dimensioni (per il 61% è composto di imprese con almeno 50 addetti contro il 31% delle stesse imprese nella popolazione). Il campione rappresenta l’8% circa della popolazione delle imprese dell’industria in senso stretto (in numero) e il 28% dei rispettivi occupati. Per il comparto dei servizi le percentuali sono rispettivamente 3,6% e 21%.</h6>
<h6>  </h6>
<h6>Riferimenti bibliografici<br />
Banca d’Italia, 2009a, Relazione annuale<br />
Banca d’Italia, 2009b, Indagine sulle imprese industriali e dei servizi −anno 2008, Supplementi al Bollettino Statistico<br />
Banca d’Italia,  2009c,  Statistiche creditizie provinciali – aggiornamento a luglio 2009<br />
Banca d’Italia, 2007, L’economia delle regioni italiane nell’anno 2007<br />
Coltorti F., 2009a, Imprese, finanza, vecchi e nuovi capitalismi, Seminari 2009 Ufficio Studi Mediobanca – Economia e finanza delle imprese italiane, Università degli Studi di Roma Tre, Roma 26 maggio 2009<br />
Coltorti F.,  2009b, Le medie imprese nel Mezzogiorno, Centro Studi Confindustria, Scenari economici n.5<br />
Coltorti F.,  2008, Il Quarto Capitalismo tra passato e futuro, Prolusione al master CUOA per imprenditori di pmi, Quaderni CUOA n.4<br />
Gagliardi C., 2009, Le medie imprese: percorsi di crescita e prospettive nella crisi, Presentazione Rapporto  annuale Mediobanca-Unioncamere sulle Medie Imprese Industriali Italiane, Roma 25 marzo 2009<br />
Istat,  2008, Conti economici regionali, 2000-2007</h6>
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		<title>La privatizzazione dei servizi pubblici locali</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 07:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il 9 settembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ennesima riforma dei servizi pubblici locali. L’intervento precedente risaliva a poco più di un anno fa quando, all’inizio di agosto del 2008, all’ultimo minuto, era stato inserito nella manovra anticrisi del ministro Tremonti l’art. 23 bis con il quale si intendeva riprendere il percorso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="244" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/16219_servizi_pubblici.jpg" height="208" />Il 9 settembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ennesima riforma dei servizi pubblici locali. L’intervento precedente risaliva a poco più di un anno fa quando, all’inizio di agosto del 2008, all’ultimo minuto, era stato inserito nella manovra anticrisi del ministro Tremonti l’art. 23 bis con il quale si intendeva riprendere il percorso di privatizzazione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il nuovo intervento viene ora a modificare alcuni commi dell’art. 23 bis della legge 133 del 2008 che si sono rivelati di incerta applicazione al punto che, nonostante la forte volontà politica espressa dal Governo, il ministro per gli Affari regionali non era riuscito ad emanare il regolamento attuativo nel termine di centottanta giorni fissato dalla norma.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’art. 15 del decreto legge varato il 9 settembre, da un lato, torna a ribadire che i servizi pubblici locali dovranno essere affidati al mercato – salvo casi del tutto eccezionali nei quali si potrà ancora procedere ad affidamenti diretti a società a capitale pubblico –, dall’altro, stabilisce dettagliatamente le modalità di cessazione delle vecchie gestioni di servizi pubblici locali affidate senza gara. E ciò con l’intento di disciplinare, in modo puntuale, la fine di tutte le gestioni pubbliche le cui radici storiche risalgono alla prima legge sui servizi municipalizzati voluta da Giolitti all’inizio del Novecento.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In più il decreto torna a proporre, come ordinaria modalità di affidamento dei servizi, anche quello a società mista pubblico/privata che in Italia ha dato pessima prova di sé e che, anche per questo, era stato almeno temporaneamente accantonato dal provvedimento del 2008<strong>[1]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La nuova riforma dovrebbe costituire, nelle intenzioni del Governo, il completamento del processo di liberalizzazione e privatizzazione iniziato negli anni Novanta attraverso l’introduzione dei principi del libero mercato nel settore dei servizi pubblici locali dove ancora sopravvivono residuali gestioni giuspubblicistiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È del tutto evidente che ad essere penalizzate dalla riforma saranno soprattutto le regioni del Sud dove il processo di esternalizzazione ‘forzata’ dei servizi pubblici di interesse generale – imposto agli enti locali dalle leggi Bassanini e completato dal secondo governo Berlusconi con l’art. 35 della finanziaria per il 2002 – era stato realizzato con maggiore lentezza nel corso degli anni Novanta mentre si era del tutto bloccato negli ultimi tempi. Ciò è avvenuto a causa della debolezza finanziaria delle imprese pubbliche venute fuori dalla trasformazione delle ex aziende speciali che nel Sud non sono certo un modello di efficienza e di economicità. Ma la differenza tra Nord e Sud è stata determinata soprattutto dal fatto che sulle amministrazioni pubbliche del Mezzogiorno grava l’ulteriore difficoltà di dover assicurare servizi essenziali in un territorio ancora afflitto da complessi problemi sociali e in grave ritardo nello sviluppo economico.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Così se nel resto del Paese le ex municipalizzate, trasformate dapprima in aziende speciali e poi in società per azioni, sono diventate moderne multiutility che producono utili per i Comuni proprietari; nel Sud, al contrario, le s.p.a. pubbliche continuano a dover affrontare notevoli problemi di efficienza e di economicità e, invece di produrre utili, finiscono per assorbire costantemente nuove risorse finanziarie pubbliche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Da un punto di vista più generale si può senz’altro affermare che la crisi economica più grave dopo quella del ’29, mentre ha sconvolto le politiche liberiste imperanti costringendo gli Stati ad intervenire in modo massiccio per il salvataggio delle banche e delle grandi industrie, non ha cambiato di una virgola le strategie del Governo italiano sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali. D’altra parte l’esecutivo di centrodestra non fa che continuare sulla strada già intrapresa dal centrosinistra imponendo in modo del tutto artificioso la liberalizzazione del mercato dei servizi pubblici locali che è costituito, nella maggior parte dei casi, da monopoli naturali<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il Governo, inoltre, sembra deciso a proseguire la battaglia tutta ideologica contro il cosiddetto «socialismo municipale». Tale locuzione, mentre nella sua originaria accezione indicava la necessità che i Comuni e in generale gli enti pubblici locali facessero gravare sui propri bilanci le spese per assicurare servizi essenziali che il mercato non era in grado di fornire, viene oggi utilizzata per indicare la tendenza degli enti pubblici locali a mantenere la proprietà delle società per azioni venute fuori dalla trasformazione delle ex municipalizzate. Così se i Comuni ricavano utili, in forma di dividendi azionari, dall’attività delle loro aziende che forniscono servizi pubblici in regime di monopolio naturale e li utilizzano per le spese delle comunità locali, ciò assume una accezione del tutto negativa alla luce dei principi del liberismo economico. Tanto che i vertici di Confindustria hanno più volte sollecitato la fine di questo moderno «socialismo municipale» con un ragionamento che si può così riassumere: se la gestione dei servizi pubblici locali produce profitti, questi non possono essere appannaggio esclusivo delle casse dei Comuni proprietari ma devono essere lasciati al mercato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’accordo raggiunto in Consiglio dei ministri tra Calderoli e Fitto sulla riforma dei servizi pubblici locali, tuttavia, non sembra rimuovere del tutto le ultime sacche di «socialismo municipale» dal momento che tende a stabilire un compromesso in base al quale le grandi multiutility del Nord e del Centro quotate in borsa potranno conservare le gestioni loro affidate senza gara e mantenere la possibilità di acquisire la gestione di servizi pubblici locali al di fuori dei loro ambiti territoriali, a patto che i Comuni  proprietari compiano il “sacrificio” di ridurre al 30 per cento la propria quota di controllo. Gli enti pubblici locali che vorranno conservare il controllo sulle loro società dovranno cedere le quote eccedenti «attraverso procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso investitori qualificati e operatori industriali» entro il 31 dicembre 2012. Se scontro politico ci sarà al momento della conversione del decreto dipenderà, soprattutto, dalle forze che i Comuni del Centro-Nord riusciranno a mettere in campo per difendere le proprie prerogative. D’altro canto è chiaro che le ex municipalizzate del Centro-Nord pur essendo ormai divenute colossi industriali operanti sui mercati internazionali, fondano pur sempre la loro solidità finanziaria sui flussi di cassa derivanti proprio dalla gestione di servizi pubblici locali nei loro ambiti territoriali originari ottenuta quasi sempre senza gara in forza di un affidamento diretto da parte degli enti pubblici proprietari. Pertanto, paradossalmente, mentre nel Centro-Nord più ricco le s.p.a. a controllo pubblico, nella maggior parte dei casi, potranno mantenere ancora le gestioni cosiddette in house fino alla loro scadenza naturale – con buona pace del libero mercato e con la prospettiva di partecipare successivamente alle prime gare per la gestione del servizio originariamente gestito –, nel Sud non resterà altro che la gara pubblica, il ricorso a società miste ovvero il tardivo ricorso alla gestione in house. Tra l’altro l’accesso a quest’ultima modalità di gestione è stato reso ancor più arduo dalla necessità del parere preventivo dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Quel che è certo è che quest’ulteriore spinta verso la privatizzazione non porterà alcun vantaggio per le bollette delle famiglie italiane, come è peraltro ampiamente dimostrato dal fallimento delle privatizzazioni dei grandi servizi pubblici di livello nazionale, e finirà per penalizzare ulteriormente le regioni del Mezzogiorno destinate a diventare mercati di conquista per le imprese pubbliche e private del resto del Paese e per le multinazionali del settore.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] L’occasione per riproporre la formula della società mista è stata presumibilmente fornita dalla Comunicazione interpretativa della Commissione sull’applicazione del diritto comunitario degli appalti pubblici e delle concessioni ai partenariati pubblico-privati istituzionalizzati (PPPI) [2008/C 91/02  – Gazzetta ufficiale C 91 del 12.4.2008]. Il Legislatore italiano sancendo la necessità di una gara che abbia come «oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio» e una partecipazione minima del privato non inferiore al 40 per cento sembra, infatti, volersi orientare verso forme di partenariato pubblico privato istituzionalizzato in cui il socio privato deve essere necessariamente un partner industriale dal momento che il semplice conferimento di capitali non sarebbe sufficiente a costituire un PPPI.<br />
[2] L’ex ministro per gli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta, in diverse interviste e dichiarazioni pubbliche ha sempre ribadito che l’obiettivo del suo governo non era quello di privatizzare ma di introdurre nel mercato dei servizi «elementi di concorrenza che determinino efficienza e qualità. Tante società pubbliche hanno partecipato a gare, a volte le hanno anche vinte. Il punto è applicare il meccanismo della concorrenza anche nei monopoli naturali: energia, trasporto, rifiuti. Far emergere il gestore più efficiente, in modo che i comuni responsabili di garantire i servizi ai cittadini si occupino anzitutto di definire e monitorare lo standard più adeguato al servizio» (intervista a «La Stampa», 7 novembre 2006).<br />
[3] A giudizio di chi scrive anche nella nuova versione il parere dell’Antitrust continua ad avere la natura di parere non vincolante.</h6>
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		<title>&#8220;Di mercato&#8221;: che cosa significava?</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 14:35:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Molti svolgevano professionalmente “indagini di mercato”, “studi di mercato” o “ricerche di mercato”. Esistevano anche gli “esperti di mercato”, ma non era chiaro se coincidessero con coloro che avevano condotto studi, indagini o ricerche “di mercato” o si identificassero con coloro che avevano “studiato il mercato” o, ancora, se l’espressione alludesse a una categoria più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="297" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/dubbio-thumb_1.JPG" height="240" />Molti svolgevano professionalmente “indagini di mercato”, “studi di mercato” o “ricerche di mercato”. Esistevano anche gli “esperti di mercato”, ma non era chiaro se coincidessero con coloro che avevano condotto studi, indagini o ricerche “di mercato” o si identificassero con coloro che avevano “studiato il mercato” o, ancora, se l’espressione alludesse a una categoria più ristretta – coloro che avevano condotto “ricerche di mercato” e al contempo avevano “studiato il mercato”. Né era chiaro per cosa si differenziassero gli “esperti di mercato” dagli esperti di materie o discipline più specifiche, per esempio gli “esperti di internazionalizzazione per le piccole e medie imprese”. Probabilmente, il riferimento al “mercato” designava uno speciale mercato, il “mercato finanziario”: di guisa che gli “esperti di mercato”, essendo esperti di quel mercato speciale nel quale circolava solo denaro, erano automaticamente esperti di tutto ciò che col denaro si poteva comprare – e dunque, più esperti di tutti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In effetti, essi sapevano valutare gli “indici di mercato” e suggerire le “strategie di mercato”. Sapevano informare anche sui “trend di mercato” e conoscevano i “prezzi di mercato”. Non era detto che fossero altrettanto capaci di individuare nuove “idee di mercato” o anche semplicemente “nicchie di mercato”, mentre dovevano certamente essere in grado di distinguere fra il “trend di mercato” e lo “scenario di mercato”. Soprattutto, erano bravi a scomporre e ricomporre il mercato sotto molteplici punti di vista. Distinguevano le “zone di mercato”, le “quote di mercato”, i “dati di mercato”, i “settori di mercato”, i “segmenti di mercato” e i “processi di mercato”. “Andamenti di mercato”, invece, era un’espressione all’incirca equivalente a “trend di mercato”. Così come “fette di mercato” era un modo rozzo per dire alternativamente quote o settori di mercato. Non è invece certo che si considerasse assolutamente sostituibile l’espressione “dati di mercato” con “numeri di mercato”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Le imprese, dal canto loro, volevano molto spesso aumentare la “quota di mercato”, anche se erano già “leader di mercato”. Va da sé che l’impresa che voleva “stare sul mercato” era tenuta a seguire una corretta “politica di mercato” ed ad avere sempre presente “l’obiettivo di mercato”: altrimenti sarebbe stata esposta al “calo di mercato” e perfino alla “crisi di mercato”. Ma erano soprattutto i giornalisti ad essere affetti da una sorta di “bulimia di mercato”. Non tanto quelli che si avvalevano di “fonti di mercato” o di “conoscenze di mercato”, né quelli che di tanto in tanto elargivano “pillole di mercato”, ma soprattutto quelli sportivi. Sì, perché nel campo del giornalismo sportivo l’espressione “di mercato” aveva trovato ulteriori e singolari usi: qui si davano “vertici di mercato” o “summit di mercato”, “colpi di mercato”, “bombe di mercato”, “voci di mercato”, “manovre di mercato”, “dispetti di mercato”, “operazioni di mercato”, “intrecci di mercato” e addirittura “derby di mercato” (quando due squadre della stessa città intendevano acquistare il medesimo calciatore). Molto spesso emergeva una “clamorosa indiscrezione di mercato”: anzi, se si considera la frequenza con cui si utilizzava quest’ultima espressione, si deve forse ipotizzare che l’aggettivo “clamorosa” avesse allora un significato diverso da quello che noi oggi gli attribuiamo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Dal campo calcistico, poi, espressioni del genere tracimavano dappertutto. Non era infrequente, ad esempio, che si rinvenissero annunci di lavoro che promettevano “provvigioni al vertice di mercato”. Ma era soprattutto la sfera politica ad esprimere una rilevantissima “domanda di mercato”. In occasione delle elezioni, per esempio, si alludeva all’accettazione di candidature da parte di personalità eminenti dicendo che il raggruppamento tale o talaltro aveva realizzato uno straordinario “colpo di mercato”. Moltissimi, poi, peroravano le “riforme di mercato” e lodavano quelle introdotte dai legislatori di altre nazioni, dichiarando di avere anche loro “fame di mercato”: erano all’evidenza preoccupati che, ascoltando certe sirene che evocavano una “economia sociale di mercato”, i “valori di mercato” e gli “strumenti di mercato” potessero affermarsi in un “contesto non di mercato”. (Ai loro occhi, in effetti, un conto era il “capitalismo di mercato”, un altro e tutt’affatto diverso il “capitalismo di Stato”.) Perfino il legislatore aveva accolto il “lessico del mercato” e si era dato – con scarsi successi, in verità – a sanzionare gli “abusi di mercato”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Gli storici stanno ancora indagando su come sia potuto accadere che la lingua italiana degenerasse al punto da rendere di uso generale un’espressione persino grammaticalmente dubbia come “di mercato”. Per fortuna, però, repentinamente com’era ascesa, essa tramontò in seguito all’avvento di un movimento politico radicale, che impose agli studiosi perfino di espungerla dalle nuove edizioni dei loro testi. Qualche studioso che si rifiutò fu addirittura aggredito da gruppi che si crede fossero di studenti. Altri gruppi, certamente di studenti, organizzarono dei veri e propri roghi con i libri che la contenevano. Ma sembra ormai acclarato che non furono questi episodi (che ebbero tutto sommato carattere abbastanza marginale) a comportarne la scomparsa: ci fu in realtà una nausea collettiva, un fastidio irrefrenabile che si scatenava nei più al solo leggere o sentir dire “di mercato”. Tanto che persino il ministro dell’Università e della Ricerca diramò una circolare con la quale imponeva a tutte le commissioni di concorso di chiedere a quei candidati che ancora ne facessero uso che cosa realmente significasse e raccomandava la bocciatura per quanti non avessero saputo rispondere con precisione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Così, grazie al concorso di tutti questi fattori, nel giro di pochi anni l’espressione “di mercato” scomparve dalla lingua italiana scritta e parlata, senza nemmeno particolari scontri ideologici e politici. Ci si era resi conto che non significava assolutamente nulla.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>* Professore associato di Diritto privato presso l’Università degli Studi della Tuscia.</em></p>
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		<title>L’uno due tedesco (The sick fraulein of Europe II)</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 00:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In precedenti interventi (qui e qui) avevamo segnalato come la Germania costituisse un elemento di destabilizzazione dell’economia mondiale date le sue scelte neo-mercantiliste volte a basare una moderata crescita interna sulle esportazioni. Non eravamo, naturalmente, particolarmente originali in questo, Marcello de Cecco e Paul Krugman ad esempio fanno del ruolo della Germania un leitmotiv dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="288" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/germania1.JPG" height="379" />In precedenti interventi (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/the-sick-fraulein-of-europe/">qui</a> e <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi/">qui</a>) avevamo segnalato come la Germania costituisse un elemento di destabilizzazione dell’economia mondiale date le sue scelte neo-mercantiliste volte a basare una moderata crescita interna sulle esportazioni. Non eravamo, naturalmente, particolarmente originali in questo, Marcello de Cecco e Paul Krugman ad esempio fanno del ruolo della Germania un leitmotiv dei loro interventi. La macchina esportatrice tedesca si è rivelata formidabile facendone il primo paese esportatore mondiale, con una quota di esportazioni sul Pil pari al 48% a fine 2008; un surplus commerciale che nel recente passato ha superato quello della Cina. Tale indubbio successo si basa su una forza lavoro coscienziosa e ben addestrata, su una rete di ricerca efficiente, su una forte moderazione salariale. Questi fattori sono alla base dei formidabili guadagni di competitività che la Germania ha realizzato a sfavore, soprattutto, dei suoi concorrenti europei, l’Italia in particolare, verso i quali realizza la più parte dei suoi surplus. L’UME ha costituito cornice perfetta a tale scelte impedendo il tradizionale recupero di competitività attraverso la svalutazione delle monete dei paesi in disavanzo (impedire ciò fu la vera ragione per cui, da ultimo, fummo ammessi nell’UME); escludendo ogni forma di politica fiscale coordinata, che possa imporre agli austeri teutonici altre e ben diverse politiche; attribuendo alla competizione microeconomica il perseguimento di crescita e occupazione, come dire: non vi rimane che imitare il modello tedesco, se ne siete capaci, in una lotta all’ultimo sangue che è stata definita deflazione competitiva. Che si tratti di un modello miope è chiaro a molti, tranne naturalmente che ai più tenaci seguaci dei teoremi neoclassici i quali, purtroppo, non sono scomparsi neppure di questi tempi e anzi alzano sovente la voce, il che non sorprende dopo che i cosiddetti “New Keynesians” (gli Stiglitz ed i Krugman in testa) hanno concesso loro pressoché tutto sul piano della teoria.<br />
Ora che le cose vanno peggio, la Germania sta cambiando pelle? L’esperienza maturata dall’autunno ha mostrato come la Germania sia stata il principale ostacolo alla realizzazione di forme concrete di coordinamento globale delle politiche economiche (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=759">su questo si veda un mio precedente intervento</a>), in forme che rasentano certamente l’opportunismo e l’irresponsabilità, e sono degne di un Granducato, non della quarta economia mondiale. «We can only hope that the measures taken by other countries (…) will help our export economy» ebbe a dichiarare il ministro tedesco dell’economia lo scorso autunno (Financial Times, 30/11/2008). Così come, sistematicamente, Angela Merkel ha rintuzzato le velleità francesi di istituzionalizzare il coordinamento delle politiche economiche in Europa, coordinamento che potrebbe diminuire la sacra indipendenza della BCE, o a meglio vedere, la tutela tedesca sulla BCE. La Merkel non ha infatti perso l’occasione, lo scorso giugno, di ricordare alla Banca chi è che comanda quando le ha rimproverato di sostenere l’espansione dei disavanzi pubblici a bassi tassi di interesse  attraverso la fornitura di grandi quantità di liquidità al sistema bancario, da questo successivamente collocati in sicurezza in titoli pubblici<strong>[<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=1749#footnote_0_1749">1</a>]</strong>. L’ossessione di una futura inflazione appare dominare a Berlino. Il messaggio è chiaro: mai e poi mai la Germania abbandonerà il proprio modello mercantilista. La Germania, traendo vantaggio dal proprio lugubre passato, rifiuta un ruolo di leader politico globale e regionale, e in tal senso anche le conseguenti responsabilità nei riguardi della politica economica internazionale: la famosa situazione del nano politico e del gigante economico. Nei fatti, tuttavia, la Germania la propria potenza la esplica eccome; anche se, come è nella logica antica del mercantilismo, ciò che importa non è se il modello accresce la mia ricchezza in termini assoluti, l’importante è che la mia ricchezza rimanga superiore alla tua.<br />
Questa scelta è stata rafforzata da due decisioni la cui rilevanza appare essere sfuggita ai nostri commentatori nostrani, con l’eccezione dell’ottimo Bastasin su <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=MS0NU"><em>Il Sole</em> del 2/7 scorso</a>. Con un formidabile uno-due, da un lato una legge ha inserito nella Costituzione tedesca una clausola che obbliga dal 2016 il governo federale al pareggio di bilancio e, dall’altro, una sentenza della Corte Costituzionale ha sancito che la politica fiscale è materia degli stati nazionali e non può essere assolutamente soggetta a un coordinamento fiscale europeo. Nella Costituzione il pareggio di bilancio sostituisce una regola più soft, la famosa “golden rule”, per cui disavanzi erano permessi limitatamente al finanziamento di investimenti pubblici. La sentenza dell’alta Corte tedesca appare come una misura preventiva nei riguardi di ogni azione futura dell’Europa, magari presa a maggioranza, nella direzione di un coordinamento delle politiche fiscali (la sentenza della Corte, infatti, è di più ampia portata e volta a fissare dei paletti alle eventuali decisioni a maggioranza che l’UE potrebbe assumere una volta in vigore il trattato di Lisbona).<br />
Un attento osservatore, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.ft.com/comment/columnists/wolfgangmunchau">Wolfgang Münchau </a>fa notare l’unilateralismo nei confronti dei Trattati europei, che comunque considerano la politica economica come elemento di interesse comune, del passo tedesco. Le <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.ft.com/cms/s/0/48bbec78-6f10-11de-9109-00144feabdc0.html?nclick_check=1">riflessioni di Munchau </a>sono pienamente condivisibili:<br />
Ms Merkel, who has persistently underestimated the extent of the crisis, has reached the inevitable point where complacency gives way to panic. She is presiding over one of the world’s sickest banking sectors<strong>[<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=1749#footnote_1_1749">2</a>]</strong>. German economic growth will shrink by some 5-6 % of GDP this year. And even now Germany’s policy establishment is frightened about rising budget deficits and inflation (…) Average Germans do not primarily regard debt in terms of its economic meaning, but as a moral issue. (…) The balanced budget constitutional law is therefore not about economics. It is a moral crusade, and it is the last thing, Germany, the eurozone and the world need right now (…) If my predictions prove correct, Germany will be down and out for a long time with a huge and still unresolved banking crisis, an overshooting exchange rate and lower net exports, presided over by politicians who panic about domestic inflation. This will not end well.<br />
La Francia nel frattempo dichiara di voler adottare una strategia “alla Obama” di uscita dalla crisi a tutti i costi: ripeterà l’amara esperienza dei primi mesi del governo Mitterand nel 1981, quando l’adozione di politiche espansive in Francia a fronte di politiche deflative in Germania portò a un veloce deterioramento della bilancia commerciale francese e a un rapido allineamento alla linea tedesca?
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] V. A.Baglioni, Se Trichet finanzia il debito pubblico, Lavoce.info, 22/7/09, e anche il mio commento in calce.<br />
[2] Su questo punto, si veda quanto ha sostenuto Marcello De Cecco sul blog Goodwin box.</h6>
<p><em>Questo articolo è stato pubblicato anche sul blog Goodwin box.</em></p>
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		<title>Il bruco, la farfalla e le morti bianche</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2009 06:37:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli[1] offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.
Il lavoro di Antonelli è avvincente. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisalide.JPG" height="207" />Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli<strong>[1]</strong> offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.<br />
Il lavoro di Antonelli è avvincente. Con una chiarezza e una capacità di sintesi notevole prospetta una possibilità di legare insieme politica <em>progressista</em> (di sinistra) e politica <em>progressiva</em> (di sviluppo). A ben vedere, però, né l’un concetto né l’altro sono chiari. Del secondo - pur intendendo sviluppo nei termini restrittivi di mutamento della struttura produttiva più crescita - non è chiara l’immagine proposta di un processo deterministico, ancorché non lineare, riconducibile al solo mutamento tecnologico. La perplessità non può che aumentare quando si riconosca l’importanza di studiare questo tipo di fenomeno seguendo l’approccio della complessità. Il primo concetto, invece – quello di una politica progressista - sembra ridursi al secondo: sarebbe di sinistra chi favorisce l’evoluzione del sistema economico anziché bloccarlo nel tentativo di conservare gli interessi costituiti propri o della propria base sociale. Si potrebbe integrare questa definizione di progressista aggiungendo che chi è di sinistra tenta di contenere i costi sociali che la politica progressiva produce sulle fascie più deboli della società. Non viene spiegato, tuttavia, come l’intervento sociale andrebbe collegato alla politica strettamente progressiva.<br />
Antonelli argomenta che stiamo vivendo il passaggio da un’economia fondata sulla produzione di beni mediante grandi impianti ad una incentrata sulla fornitura di (beni e) servizi mediante tecnologie che richiedono minori quantità di capitali. Questo processo conduce, secondo l’autore, ad una lettura distorta delle statistiche – per esempio sopravvaluta l’effetto del calo degli investimenti sulla capacità produttiva – e fornisce un’immagine di declino economico laddove solo di metamorfosi si tratta. In sostanza verrebbe da dire, ricorrendo ad una metafora, che il bruco non sta morendo; sta diventando una farfalla.<br />
In queste condizioni, viene argomentato, la sinistra oscilla fra difesa dei settori deboli e difesa dell’accumulazione ma rimane comunque legata a una visione del sistema economico – il bruco - che è in via di superamento. Quale che sia il terreno di intervento che sceglie, il suo finisce per essere un ruolo conservatore e, oltretutto, incapace di aggregare intorno a sé un ampio consenso.<br />
La prospettiva neo-schumpeteriana di Antonelli è senza dubbio meritevole di attenzione, se non altro perché evidenzia che qualsiasi politica agisce su un processo storico e rispetto a questo va definita. Proprio per questo essa evidenzia le difficoltà interpretative di studiosi che, legati agli schemi teorici del dopoguerra, continuano a confidare nelle economie di scala come strumento per accrescere la produttività e la competitività. Ma una volta riconosciuto questo suo merito, il lavoro di Antonelli ci aiuta davvero a capire il processo in atto e – con del tutto indebita citazione – il “che fare?”?<br />
Sergio Cesaratto ha segnalato come il sistema industriale italiano – in particolare la centralità che in esso vi hanno i distretti industriali - difficilmente corrisponde al quadro da rivoluzione tecnologica che ne fornisce Antonelli. È vero che il tessuto distrettuale sta modificandosi in modo significativo ma in una direzione che difficilmente è quella di una qualche efficienza dinamica. La gerarchizzazione dei rapporti fra imprese e l’irrigidimento delle forme di mercato verso configurazioni oligopolistiche caratterizza anche questi sistemi locali<strong>[2]</strong>. Se questi processi si associano alla precarizzazione marcata delle condizioni di impiego, non possono non sorgere dubbi sulla correlazione fra processi di trasformazione del tessuto produttivo e istanze progressiste.<br />
Viene da chiedersi se non sia questo il punto di fondo: pur se è ragionevole la tesi di un processo di trasformazione del sistema industriale mondiale nel quale le nuove tecnologie giocano un ruolo importante, è lecito interrogarsi su quale sia la divisione internazionale del lavoro che le imprese italiane perseguono con le loro strategie. Si può, per esempio, ritenere che, prese nel loro insieme, esse preferiscano non misurarsi con i primi arrivati? Che optino per un posizionamento di mercato tale da evitare l’urto con quei concorrenti che godono di un vantaggio tecnologico? Che preferiscano perseguire la competitività scaricando i loro costi privati sui lavoratori e sulla collettività anziché (tentare di) accrescere il valore aggiunto collocandosi sulla frontiera tecnologica? Poco importa che simili strategie di basso profilo possano essere vincenti solo nel breve periodo: le imprese sanno ispirarsi a Keynes più di tanti studiosi e risponderebbero molto serenamente che nel lungo periodo saremo tutti morti. Che poi alcune morti siano anche di breve periodo – come, fuor di metafora, ci informano i dati quotidiani sulle morti bianche – è noto ma lo si può sempre attribuire a cattiva informazione dei lavoratori.<br />
La domanda politica a questo punto è se siano questi gli interessi economico-sociali da aggregare in un progetto progressivo-progressista? La prospettiva di politica che Antonelli prefigura è <u>definita</u> rispetto a certe tendenze o vi si <u>adegua</u> passivamente, trascurando che i processi all’interno della tendenza delineata possono essere molteplici e non tutti auspicabili?<br />
Mi chiedo se il requisito minimo per qualificare in un qualche modo una politica non sia di ricordare che l’efficienza non esiste a priori ma è definibile solo a partire da una data distribuzione. Partendo da questa premessa, rimane vero che la sinistra non è tenuta a difendere gli interessi costituiti o una struttura economica legata al passato. Non vale, tuttavia, l’equazione “progressista = progressivo + equo”, come se i due termini dell’addizione fossero determinabili indipendentemente l’uno dall’altro. La natura del processo “progressivo” dipende dalle scelte che si compiono riguardo all’equità. Una politica si qualifica, allora, se fissa alcuni punti chiari sul piano dei diritti e delle attribuzioni; se dichiara quali preferenze siano lessicografiche e irriducibili alla contrattazione sul mercato. Più prosaicamente, si qualifica se dichiara quali siano le soglie minime per pensioni, istruzione, livello, salubrità e grado di precarietà dell’occupazione, sanità; se definisce quale dispersione del reddito e della ricchezza ritiene accettabile.<br />
Tutto ciò è pregiudizievole della crescita e, ancor più, di quel mutamento strutturale auspicato da Antonelli? Se ci si sofferma sul breve termine ci si può chiedere se per le imprese l’incentivo a rischiare sul terreno dell’innovazione non sia tanto più elevato quanto meno possono ricorrere a strategie di “fuga”, quali la traslazione dei loro costi privati sui lavoratori e la società. In altri termini, è ragionevole ritenere che una politica nella quale l’equità informasse ciò che è “progressivo” forse sarebbe più efficace di una che lasciasse indeterminate – quindi date dallo status quo - le condizioni di partenza.<br />
Più in generale, ci si deve chiedere quale sia il fine ultimo della politica da realizzare. Proprio perché, come suggerisce Antonelli, qualsiasi politica si colloca in un contesto processuale, gli obiettivi che di volta in volta si perseguono non sono altro che gli strumenti per altri obiettivi. Gli uni e gli altri sono le due faccie di un’unica medaglia: il modello di società che si intende realizzare. Da questo punto di vista non ci si può non chiedere se la sicurezza sul posto del lavoro – o qualsiasi altro elemento fra quelli elencati sopra – debba rientrare nella contabilità del progresso oppure no e, nel caso, se vi debba entrare come onere, vincolo, costo oppure come strumento finalizzato a una diversa qualità della vita.<br />
Far discendere in modo lineare le alleanze politiche da un’analisi economica fa tornare alla memoria i vecchi tempi quando si riteneva possibile separare nettamente struttura e sovrastruttura. Allo stesso tempo fa sorgere il dubbio che l’importante categoria concettuale della complessità, che si è fatta entrara dalla porta, venga fatta uscire dalla finestra. Forse può essere più proficuo prendere sul serio la provocazione di Amartya Sen<strong>[3]</strong> quando, nel riflettere sulla crisi attuale, invita a soffermarsi di meno su Keynes e di più su autori, come Adam Smith e di Arthur C. Pigou, che hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni che trascendono la logica di mercato.</p>
<p>*<em>Professore associato di politica economica, Università di Macerata.</em></p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Si veda C. Antonelli, “<a target="_blank" href="http://www.de.unito.it/web/member/segreteria/wp/Momigliano/2009/4_wp_Momigliano.pdf">La politica economica delle coalizioni per progettare il futuro e guidare la crescita</a>”; N. Bellanca, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-politica-delle-coalizioni-per-la-sinistra-italiana">La politica delle coalizioni per la sinistra italiana</a>; S. Cesaratto, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/litalia-see-destra-la-base-sociale-del-consenso-politico-in-italia">L’Italia s’è destra: la base sociale del consenso politico in Italia</a>; N. Bellanca, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/nuovi-assetti-del-capitale/come-ottenere-consenso-politico-in-italia">Come ottenere consenso politico in Italia?</a>.<br />
[2] Si vedano i contributi in F. Guelpa, S. Micelli, I distretti industriali del terzo millennio. Dalle economie di agglomerazione alle strategie di impresa, Bologna, il Mulino, 2007.<br />
[3] A. Sen “<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.nybooks.com/articles/22490">Capitalism Beyond the Crisis</a>”, New York Review of Books, 31-03-09.</h6></p>
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		<title>L&#8217;impresa pubblica competitiva. Una proposta</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 07:25:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Mercati competizione e monopoli]]></category>

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		<description><![CDATA[L’entrata o la mera minaccia di entrata di una impresa pubblica nei diversi settori industriali e finanziari potrebbe servire ad indurre le imprese private già operanti ad evitare pratiche monopolistiche.
L’impresa pubblica competitiva (IPC) è definibile come un’impresa di proprietà pubblica che opera in competizione con imprese private. I suoi manager sono esposti a un vincolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img width="332" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/impresa-pubblica.jpg" height="179" />L’entrata o la mera minaccia di entrata di una impresa pubblica nei diversi settori industriali e finanziari potrebbe servire ad indurre le imprese private già operanti ad evitare pratiche monopolistiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’impresa pubblica competitiva (IPC) è definibile come un’impresa di proprietà pubblica che opera in competizione con imprese private. I suoi manager sono esposti a un vincolo di bilancio duro, nel senso che il governo non sarà pronto a ripianare qualsiasi perdita, e hanno l’obbligo di pareggiare il bilancio entro un arco temporale di medio periodo, pena il licenziamento. Nei costi può essere incluso un profitto normale da utilizzare per l’autofinanziamento della crescita e delle innovazioni. Non è tenuta a distribuire profitti, ma può finanziarsi sul mercato del credito, prendendo a prestito tutto quello che vuole, se riesce  a persuadere i prestatori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Produce beni privati in settori caratterizzati da relativa omogeneità dei prodotti e delle tecnologie. La relativa omogeneità dei prodotti assicura la sensibilità dei ricavi alla competizione di prezzo. La relativa omogeneità delle tecnologie, intesa come una situazione in cui tutte le imprese del settore hanno facile accesso alla stessa tecnologia, assicura l’uniformità del saggio di profitto se c’è uniformità dei prezzi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Lo scopo principale dell’IPC è di costringere le imprese private a praticare prezzi concorrenziali, impedendo comportamenti collusivi e sfruttamento oligopolistico dei consumatori. L&#8217;IPC sarebbe particolarmente utile in quei settori in cui la dismissione delle vecchie imprese pubbliche (comprese quelle a partecipazione statale) ha contribuito a creare condizioni oligopolistiche e in cui la concorrenza internazionale non è efficace, ad esempio perché gli stessi mercati internazionali sono dominati da imprese oligopolistiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’IPC praticherebbe prezzi concorrenziali che assicurano solo il profitto normale e, se detiene una consistente quota di mercato, svolgerebbe una efficace azione competitiva. L’efficacia della competizione di prezzo sarebbe assicurata dalla omogeneità dei prodotti e delle tecnologie. Naturalmente è favorita anche la competizione non di prezzo, soprattutto quella che passa per la qualità dei prodotti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un secondo scopo dell’IPC è quello dell’investimento nella ricerca e nell’innovazione. Ogni innovazione che crea un vantaggio competitivo porterebbe alla riduzione dei prezzi e all’aumento della quota di mercato. Ciò implica anche aumento del tasso di crescita e dei profitti reinvestiti. Le imprese private esposte a questo tipo di concorrenza sarebbero a loro volta costrette a investire in innovazioni se non vogliono perdere quote di mercato. In questo ambito l’IPC svolgerebbe anche una funzione di indirizzo della ricerca, orientando l’innovazione verso direzioni socialmente benefiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’IPC, per fare un esempio, già potrebbe esistere nel settore della televisione. Sarebbe  la RAI, se fosse gestita nell&#8217;ottica di cui sopra. In questo settore però non esiste una vera competitività di prezzo, gran parte degli introiti delle imprese provenendo dalla pubblicità e dal canone. In tal caso la competitività deve agire soprattutto sull’innovazione e la qualità del prodotto. Laddove invece, come nei canali a pagamento, la competitività di prezzo è possibile, l’impresa pubblica deve svolgere un’azione aggressiva.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un altro settore in cui può esistere l’IPC è quello dei tabacchi. Qui la concorrenza internazionale è inefficace perché lo stesso mercato mondiale è dominato da poche multinazionali oligopolistiche. Per di più la competitività di prezzo sarebbe dannosa, in quanto stimolerebbe l’aumento della domanda. In questo caso si dovrebbe partire dal principio che il “bene” prodotto dall&#8217;impresa pubblica non è il fumo, ma la riduzione del danno associato al fumo. Un’impresa di stato, se esistesse,  dovrebbe praticare politiche competitive soprattutto nella “qualità” del prodotto, nella ricerca di prodotti meno dannosi e nella tutela della salute dei consumatori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Nei settori in cui, a causa delle recenti dismissioni, non esistono IPC, sarebbe necessario avviare una politica di riacquisto da parte dello stato. Penso in particolare ai settori delle assicurazioni, dell’energia elettrica, delle banche e della telefonia.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Si potrebbe essere tentati di sollevare la solita critica contro i fallimenti dello stato: i manager delle IPC sarebbero tentati di concedere molto slack gestionale per massimizzare la propria utilità in contrasto con la funzione obiettivo postagli dalle autorità pubbliche, sicuri di non dovere rendere conto agli azionisti per l&#8217;inefficienza produttiva e le perdite d&#8217;esercizio. Ma una tale critica sarebbe scarsamente efficace, perché le IPC opererebbero sui mercati dei requisiti produttivi e dei beni in competizione con quelle private, mentre uno stringente vincolo di bilancio metterebbe a rischio il posto di lavoro dei manager inefficienti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Più plausibile sembra un altro tipo di critica. I manager delle IPC potrebbero essere tentati di accedere tacitamente a pratiche collusive con gli oligopoli privati. Accettando prezzi oligopolistici si metterebbero al sicuro dai rischi di perdita e potrebbero massimizzare i propri redditi. Ci rimetterebbero i consumatori, che non potrebbero usufruire dell&#8217;abbassamento dei prezzi a cui le IPC sono istituzionalmente impegnate.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Si può suggerire che, per far fronte a questa evenienza, si imponga la presenza di rappresentanti degli utenti nei consigli d&#8217;amministrazione. La cosa sarebbe fattibile utilizzando esponenti eletti da associazioni dei consumatori legalmente riconosciute. Sarebbe  ancora più facilmente praticabile in quelle situazioni in cui gli utenti sono legati all&#8217;impresa da contratti espliciti: telecomunicazioni, energia elettrica, assicurazioni, banche, servizi di pubblica utilità etc. In questi casi i rappresentanti degli utenti di ogni singola IPC potrebbero essere formalmente eletti dagli utenti stessi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Alcuni giornalisti tendono a ridicolizzare l’idea che lo stato debba produrre panettoni. Alcuni professori sostengono che non è comunque necessario, in quanto la contendibilità dei mercati indurrebbe le imprese a comportarsi in modo competitivo anche in mercati non atomistici. Il problema è che la teoria dei mercati contendibili<strong>[1]</strong> non funziona nei settori in cui, tra l’altro, esistono elevati costi irrecuperabili.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ebbene l’IPC contribuirebbe a risolvere tale problema. La collettività dovrebbe annunciare di essere pronta ad assumersi questi costi nei casi in cui le imprese private non sarebbero disposte a farlo. Sarebbe pronta sia per i vantaggi generati dalla concorrenza sia per l’implicita capacità pubblica di assicurare i rischi. La semplice disponibilità ad assumersi costi non recuperabili sarebbe un fattore di aumento della contendibilità dei mercati per il solo fatto che c’è. Così potrebbe non essere necessario che lo stato produca panettoni, anche se questo fosse un mercato oligopolistico. Sarebbe necessario emanare una normativa che rende possibile l’IPC. Poi, l’entrata dello stato in alcuni settori, ad esempio quello della telefonia, potrebbe contribuire a creare comportamenti non collusivi anche nel mercato dei panettoni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*L&#8217;autore è professore ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Siena.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>[1]</strong> Un mercato si dice contendibile quando vi possono entrare nuove imprese senza sostenere costi irrecuperabili, cioè costi il cui valore non può essere recuperato con l’uscita dell’impresa. Le grandi imprese che operano in mercati non contendibili tendono naturalmente a sviluppare posizioni monopolistiche. Ad esempio, una nuova impresa che volesse entrare nel mercato dei trasporti ferroviari dovrebbe sostenere costi enormi per costruire nuove ferrovie. Se l’impresa volesse uscire dal mercato in un secondo momento (perché si accorge di non fare profitti) non potrebbe recuperare il valore dell’investimento iniziale in quanto non  esiste un mercato remunerativo per le ferrovie di seconda mano. In queste condizioni un nuova impresa difficilmente deciderà di entrare nel mercato. Perciò le imprese che già vi operano godono di un privilegio monopolistico in quanto non sono esposte alla contendibilità della propria quota di mercato da parte di potenziali concorrenti.</p>
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		<title>Le virtù della rigidità</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 07:26:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il Financial Times del 22 Febbraio ha ospitato un articolo del professor Paul de Grauwe dell&#8217;Università di Lovanio che sin dal titolo - la flessibilità cede il passo alle virtù della rigidità - indica un cambio di paradigma. La argomentazione piena di buon senso e chiarezza dovrebbe aprire una riflessione critica anche in Italia dove dobbiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="480" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/cap_lav.jpg" height="421" style="width: 231px; height: 215px" />Il Financial Times del 22 Febbraio ha ospitato un articolo del professor Paul de Grauwe dell&#8217;Università di Lovanio che sin dal titolo - <em>la</em> <em>flessibilità cede il passo alle virtù della rigidità </em>- indica un cambio di paradigma. La argomentazione piena di buon senso e chiarezza dovrebbe aprire una riflessione critica anche in Italia dove dobbiamo ancora sorbirci l&#8217;ennesima predica del professor Pietro Ichino sul Corriere della Sera del 23 Febbraio -  <em>è finito il tempo del “ma anche”</em>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">De Grauwe in sintesi spiega che in una deflazione da debiti, come quella in corso, se le istituzioni sociali sono troppo flessibili – ad esempio le imprese possono licenziare facilmente e tagliare i salari senza indugi – gli effetti negativi saranno ampliati a dismisura perché le insolvenze si aggiungono una sull&#8217;altra senza freni, dato che la spinta alla pauperizzazione di vaste masse di lavoratori non trova freni. In tali circostanze sono necessari degli “interruttori” che siano in grado di fermare la spirale perversa, frenando il meccanismo cumulativo. Ebbene – udite, udite -i paesi con salari rigidi, buona sicurezza occupazionale sociale sono più favoriti perché la deflazione da debiti trova un pavimento su cui fermarsi, insomma la società non può impoverirsi oltre un certo livello e, aggiungo io, le aziende sono costrette più rapidamente ad aggiustamenti strutturali, piuttosto che scaricare il costo per intero sul lavoro.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Questa riflessione, di solare evidenza, cosa suggerisce sul tipo di rapporto tra Capitale e Lavoro  che le presenti circostanze richiederebbero? La risposta quasi naturale è: un miglior bilanciamento dei rapporti di forza che sbarri la strada al Capitale verso la sua naturale tendenza a scaricare sul Lavoro il costo dell&#8217;aggiustamento, tendenza facilitata dall&#8217;oggettivo ricatto sui lavoratori che la crisi comporta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Se giudichiamo, su questa base logica, il recente accordo separato tra la Confindustria la CISL, la UIL e l&#8217;UGL colpisce il fatto che esso si muove nella logica opposta. Uno dei principi ispiratori dell&#8217;accordo, di cui non si conoscono ancora le regole attuative, è quello della derogabilità, a livello aziendale, di ogni accordo collettivo di livello superiore il che implica che quanto pattuito nei contratti nazionali ha il valore di una indicazione e non di un vincolo. Se poi si aggiunge che vi è una centralizzazione della disciplina negoziale che sbarra la strada alle iniziative dal basso è chiaro che il sistema di relazioni industriali funziona in una sola direzione: disciplinare i comportamenti del mondo del lavoro. Infine si opera anche un ridimensionamento formale del ruolo e del peso del contratto nazionale come momento redistributivo e difensivo dei salari con una riduzione della dinamica salariale grazie al nuovo indice di riferimento ed ad una diversa scansione temporale dei contratti. Tutto questo nel mentre nulla viene fatto per coprire quei milioni di lavoratori che sono fuori da ogni tutela negoziale e previdenziale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ne consegue che nel mentre la crisi raggiungerà il suo acme, il sistema di Relazioni Industriali amplificherà gli effetti perversi per chi ne è coperto e lascerà al freddo tutti coloro che non ne sono coperti. Nel paese delle piccole e piccolissime imprese l&#8217;effetto devastante sarà quello di un uragano. Sembrerà che le imprese ne trarranno un beneficio; in realtà é solo a breve termine e con effetti perversi nel medio e lungo termine. Si favoriranno infatti strategie di sopravvivenza asfittiche e senza futuro dato che sono basate su un taglio dei costi e sulla svalorizzazione del capitale umano che rappresenta il valore principale per il futuro. Le organizzazioni sindacali sembrano voler seguire l&#8217;antico principio di salvare l&#8217;organizzazione in attesa di tempi migliori; purtroppo l&#8217;accordo non mette le organizzazioni al riparo dalla crisi ma ne trasforma il ruolo in modo così radicale da mettere in causa la loro legittimazione. I sindacati infatti non possono essere, se non che cambiando natura, trasformati un una istituzione legittimata fondamentalmente dalle altre istituzioni. La difesa dell&#8217;organizzazione, di fronte a ben altri pericoli ed in altri tempi aveva un patos tragico – sempre con esiti negativi o dubbi - ; riproporla oggi vuol dire avvicinarsi pericolosamente all&#8217;esito predetto dalla vecchia massima che la storia si ripete sempre due volte, la seconda come farsa.</p>
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