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	<title>Economia e Politica &#187; Mercati competizione e monopoli</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:54:42 +0000</pubDate>
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	<language>it</language>
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		<title>I falsi miti del social-liberismo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 08:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Lavoro e sindacato]]></category>

		<category><![CDATA[Mercati competizione e monopoli]]></category>

		<category><![CDATA[Nuovi assetti del capitale]]></category>

		<category><![CDATA[Banca d'Italia]]></category>

		<category><![CDATA[Francesco Macheda]]></category>

		<category><![CDATA[manovra finanziaria]]></category>

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		<category><![CDATA[responsabilità sociale d'impresa]]></category>

		<category><![CDATA[social-liberismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il recente rapporto della Banca d’Italia sulle tendenze nel sistema produttivo del nostro paese e la manovra finanziaria con la quale la maggioranza di governo si accinge a scaricare i costi della crisi sui lavoratori mettono a dura prova il nocciolo della proposta social-liberale – la ‘terza via’ tra keynesismo e ultra-liberismo – secondo cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="186" width="168" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/logo-bi.jpg" border="0" />Il recente rapporto della Banca d’Italia sulle tendenze nel sistema produttivo del nostro paese e la manovra finanziaria con la quale la maggioranza di governo si accinge a scaricare i costi della crisi sui lavoratori mettono a dura prova il nocciolo della proposta social-liberale – la ‘terza via’ tra keynesismo e ultra-liberismo – secondo cui la crescita economica passerebbe attraverso l’eliminazione delle rigidità dell’offerta di lavoro, inserita tuttavia all’interno di una cornice regolatoria che non pregiudichi la coesione sociale (Bachet et al. 2001: 144). Più nello specifico, la selezione meritocratica, coniugata a comportamenti socialmente responsabili delle imprese volti a stimolare il ‘lavoratore ad una più alta qualità e partecipazione’ (Bellofiore 2004a) – innalzando così la produttività – eleverebbe la profittabilità aziendale. La ricchezza così creata verrebbe infine redistribuita ai lavoratori mediante l’intervento della politica economica<strong>[1]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tralasciando le implicazioni politiche di tale teoria<strong>[2]</strong> – che comunque ‘non contrastano affatto le tendenze del capitalismo contemporaneo’ (Bellofiore e Halevi 2007: 13) – ciò che qui interessa è analizzare come a) la scarsità di pratiche meritocratiche sia un tratto necessario alla riproduzione egemonica della classe capitalista italiana, data l’arretratezza della struttura produttiva del paese, e b) le crisi facciano cadere nel dimenticatoio ogni velleità di responsabilità sociale non appena le imprese si trovano a dover scegliere tra la dura legge dei libri contabili e il benessere dei lavoratori.</p>
<p><strong>1. I particolari criteri meritocratici dell’imprenditoria italiana</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Secondo la dottrina social-liberale, l’adozione di criteri meritocratici nella scelta dei lavoratori avrebbe il vantaggio di coniugare equità sociale a crescita economica poiché, oltre a premiare coloro dotati di abilità di partenza più elevate – potenziate dall’impegno quotidiano – impedirebbe a monte che gli individui meno produttivi possano mischiarsi a quelli più produttivi. Tuttavia, se la ragion d’essere della meritocrazia risiede nell’impiego più efficiente del lavoro, con ricadute positive sulla profittabilità, cosa impedisce la sua diffusione nel nostro paese?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto concerne le posizioni direttive e manageriali, stando al rapporto della Banca d’Italia ciò è imputabile al ruolo svolto dall’imprenditoria italiana che, non favorendo l’accumulazione del capitale e non adempiendo pertanto al ruolo di classe dirigente, ha nondimeno perpetrato la funzione di classe dominante attraverso il suo impianto familistico che le ha garantito ‘elevati benefici privati, espropriativi e non’(Banca d’Italia 2009: 70), riducendo al contempo la ‘disponibilità dei controllanti a cedere il controllo anche quando divenuti “inadeguati” nella gestione dell’impresa’ (Ibid.). Ciò è avvenuto e avviene tuttora sia nelle piccole che nelle grandi imprese, la cui struttura societaria è volta alla non contendibilità del controllo, blindato attraverso piramidi societarie, partecipazioni incrociate, ecc. <strong>[3]</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La preferenza degli imprenditori italiani della certezza del controllo alla dotazione di una solida base finanziaria<strong>[4]</strong>, non solo ha dato vita ad una struttura industriale orientata verso prodotti tradizionali oramai incapaci di reggere la concorrenza internazionale<strong>[5]</strong>, ma ha fatto sì che il dirigente d’impresa coincida spesso con il proprietario e con i suoi discendenti<strong>[6]</strong>, che sono premiati della ‘“vicinanza” ai proprietari e [del]la “fedeltà”’ (Ibid.: 74). Tuttavia, se l’imperativo è il mantenimento del controllo familiare, allora le cariche direttive non possono essere affidate secondo criteri volti al riconoscimento di doti imprenditoriali che, sebbene abbiano il vantaggio di favorire il processo di accumulazione, potrebbero tuttavia minacciare il ruolo preminente della famiglia nell’impresa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La salvaguardia del controllo famigliare ha finito col condannare il capitalismo italiano al nanismo e a un’elevata frammentazione produttiva, che ha reso ‘difficile sfruttare le economie di scala insite nell’attività di ricerca e sviluppo. […] La specializzazione produttiva sbilanciata verso produzioni tradizionali a basso contenuto tecnologico’ (Ibid.: 9-10, 51) che ne emerge, ha determinato, quindi, anche la tipologia della domanda di lavoro ‘di linea’, orientata per di più verso posti poco qualificati<strong>[7]</strong>. Ecco perché si può affermare che, sebbene l’Italia presenti un numero di laureati inferiore a quello di molti paesi europei, essi sono nondimeno ‘troppi se devono confrontarsi con occasioni di lavoro prevalentemente poco qualificate’(Reyneri 2005: 183).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Intrecciando le preferenze per una specifica tipologia di forza-lavoro alla evoluzione della struttura produttiva, è possibile inquadrare storicamente la scarsa adozione di criteri meritocratici volti a premiare le competenze dei lavoratori. In primo luogo, il ridimensionamento delle imprese seguíto al decentramento produttivo, oltre a contribuire ‘ad elevare il tasso di irregolarità’ (Pugliese 2009: 8), ha ridefinito i criteri che stabilivano chi fosse ‘meritevole’ di possedere un lavoro. Poiché i piccoli imprenditori e i lavoratori provenivano dalla stessa comunità, le assunzioni venivano a dipendere dall’affinità culturale, da vincoli familistici e clientelari – tutti fattori che rafforzavano il ‘senso di appartenenza’ a scapito di una visione che poneva al centro il conflitto. Tutto ciò ben si conciliava alle esigenze della piccola impresa che basava, e basa tutt’ora, il proprio vantaggio competitivo sul massiccio sfruttamento della manodopera<strong>[8]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In secondo luogo, la triade piccola impresa-pace sociale-sfruttamento è stata completata dall’erosione prima e la demolizione poi della conquista della chiamata numerica – rettificata formalmente dallo Statuto dei Lavoratori – che aveva l’obiettivo di evitare discriminazioni in fase di costituzione del rapporto di lavoro. A partire dal 1977<strong>[9]</strong>, in poco più di un decennio il legislatore riporrà la scelta dei lavoratori alla totale discrezione del singolo imprenditore che, oltre a rafforzare pratiche clientelari, favorirà l’assunzione di lavoratori ligi ai suoi voleri, discriminando coloro che si erano resi protagonisti delle lotte del decennio appena trascorso e i giovani refrattari al continuo incremento dei ritmi di lavoro e al contemporaneo abbassamento dei salari e delle tutele.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In altri termini, il rifiuto di pratiche meritocratiche non è un tratto insito agli imprenditori italiani, ma è il frutto di una precisa evoluzione storica tendente all’eliminazione della conflittualità sui posti di lavoro per meglio perpetrare il massiccio sfruttamento della forza-lavoro<strong>[10]</strong>, da cui ricavare profitti in un contesto di stagnazione degli investimenti. La pesante flessibilità nell’utilizzo della forza lavoro e la moderazione salariale – effetto di tale dinamica – ha finito così per indebolire il tessuto produttivo del paese, all’interno del quale i criteri meritocratici volti a premiare le competenze (destinate a rimanere frustrate se applicate a macchinari e metodi organizzativi obsoleti, con tutto quello che ciò comporterebbe in termini di stabilità sociale) passano in secondo piano rispetto alla necessità della completa subordinazione della manodopera<strong>[11]</strong>.</p>
<p><strong>2. Nulla è dovuto: la responsabilità sociale d’impresa</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’altra formula in voga tra i social-liberisti è la responsabilità sociale d’impresa la quale, garantendo salari dignitosi, vincoli alla nocività e comportamenti etici, favorirebbe la flessibilità e quindi la produttività del lavoro – quest’ultima necessaria al conseguimento di un vantaggio competitivo sul lungo periodo dell’impresa – i cui benefici si riverserebbero a cascata sui lavoratori.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Senza addentrarci nei risvolti teorici del problema, è sufficiente un breve excursus storico per comprendere perché i buoni propositi di ‘comportamenti etici’ vengano abbandonati non appena il sistema economico si trovi a fronteggiare le prime avvisaglie di crisi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sarebbe troppo semplice soffermarci esclusivamente sull’ultimo trentennio, in cui l’offensiva liberista ha eroso buona parte delle conquiste del lavoro. Volgiamo lo sguardo, allora, a una particolare fase storica – il periodo che va dalla fine della I guerra mondiale alla crisi del 1929 negli Stati Uniti – conosciuta come ‘welfare capitalism’ e analizzata magistralmente da Michael Perelman in un libro di qualche anno fa. Consapevoli degli effetti nefasti del laissez-faire (era ancora fresco il ricordo della Grande Depressione) e dell’importanza del controllo del movimento sindacale – allora in forte ascesa – gli imprenditori statunitensi sorretti ‘ideologicamente’ dalla presidenza Hoover, adottarono comportamenti socialmente responsabili che, aumentando l’efficienza produttiva, avrebbero dovuto confermare la superiorità del sistema di mercato rispetto a quello socialista nel garantire sia alti standard di vita ai lavoratori, sia una crescita più equa ed equilibrata. Tuttavia, una volta scoppiata la Grande Crisi, anche i grandi industriali illuminati – che inizialmente tentarono di non intaccare gli standard lavorativi – dovettero gettare la spugna: tra la dura legge dei libri contabili e i diritti dei lavoratori, scelsero la prima opzione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crisi del 2007 e il periodo di turbolenze precedente non sembrano riservare un destino diverso alle velleità di ‘responsabilità sociale d’impresa’. Una volta svanite le illusioni di un mondo unipolare all’indomani dello sgretolamento del blocco sovietico, lo scontro economico tra paesi e imprese in competizione per l’accaparramento di mercati di sbocco, materie prime e aree abitate da manodopera a basso costo, ha subíto un brusco inasprimento, concedendo al contempo ‘un enorme vantaggio in termini di potere contrattuale agli imprenditori di molti paesi sviluppati’ (Glyn 2007), dal momento che i lavoratori occidentali – non solo quelli meno qualificati – hanno iniziato a risentire negativamente della competizione dei lavoratori dei paesi dell’Europa dell’est, dotati anch’essi di elevati livelli d’istruzione<strong>[12]</strong>. Di conseguenza, sono andati assottigliandosi i margini per l’adozione di comportamenti etici i quali, ponendo ‘lacci e lacciuoli’ alla libera iniziativa, hanno lo “spiacevole inconveniente” di frenare la profittablità almeno nel breve periodo, col rischio che l’impresa sia travolta da una competizione sempre più agguerrita. D’altra parte, sperare che siano i governi – che da più di un trentennio stanno supportando la gigantesca redistribuzione da L a K[<strong>13]</strong> – a porre vincoli alla libertà d’impresa pare quantomeno illusorio quando non addirittura paradossale, se è vero che dallo scoppio della crisi odierna gli stati e gli organismi transazionali non hanno esitato minimamente a scaricare i costi dei risanamenti bancari sulle spalle dei lavoratori<strong>[14]</strong>.</p>
<p><strong>3. Conclusione</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Condurre la battaglia teorica per la promozione di comportamenti responsabili da parte delle imprese, così come contro le pratiche clientelari, è sacrosanto. Tuttavia, altrettanto importante è la prospettiva entro la quale s’inquadra il problema. Piuttosto che dal disegno regolativo dei policy makers, quando non addirittura dalla sensibilità delle singole aziende, sia la responsabilità sociale che l’eliminazione di perniciose discriminazioni da parte delle imprese sono storicamente scaturite dalle spinte conflittuali provenienti dal mondo del lavoro contro le organizzazioni più apertamente conservatrici, che gli imprenditori e i governi hanno poi dovuto rettificare formalmente.<br />
<em> </em>
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>* Università Politecnica delle Marche, Ancona.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Sulla continuità tra neoliberismo e social-liberismo si veda: Bellofiore (2004b), pp. 93-94.<br />
[2] Su questo punto è illuminante l’esposizione di Brancaccio (2009), pp. 41-42.<br />
[3] Se ‘le società non quotate [sono] in grandissima parte tuttora di natura familiare’, ancora a metà degli anni ’90 ‘tra le imprese quotate il principale azionista possedeva la maggioranza assoluta.’ Tuttavia, ‘negli ultimi anni non vi è stata una significativa evoluzione nella struttura proprietaria e del controllo delle società quotate italiane.’ ‘Le imprese familiari continuano a rappresentare la vasta maggioranza; la concentrazione della proprietà resta alta: nel 2007 la quota di azioni detenuta dall’azionista principale era ancora pari al 67.7 per cento’ (Banca d’Italia 2009: 69-72). La trattazione di Amatori e Brioschi (2001: 148-149) sul congelamento degli assetti di controllo rimane estremamente attuale.<br />
[4] Il capitalismo italiano è caratterizzato da una sottocapitalizzazione e al contempo da una forte concentrazione della stessa. Si veda, Banca d’Italia (2010), pp. 187-199.<br />
[5] Banca d’Italia (2009), pp. 30-32,73.<br />
[6] Nell’ultimo decennio il 3% delle imprese manifatturiere ha cambiato controllo ogni anno. La metà di questi trasferimenti avviene all’interno della famiglia proprietaria, tipicamente tra generazioni (Banca d’Italia 2009: 72).<br />
[7] L’inchiesta dell’ISAE sui comportamenti di assunzione delle imprese nel settore manifatturiero ha rilevato che nel corso del 2008 il 94.8 percento delle imprese che hanno assunto almeno un lavoratore nel corso dell’anno ha selezionato esclusivamente personale in possesso di titoli di studio inferiori alla laurea.<br />
[8] Il fatto che il lavoratore della piccola impresa riceva un salario inferiore del 26.2 % di quello del dipendente standard non è imputabile alle limitate capacità di pagare dovute alla scarsa produttività bensì, come rilevato da Vianello (2007) ‘alla elevata capacità di non pagare’ delle piccole imprese.<br />
[9] Per la ricostruzione dell’iter legislativo sfociato nell’eliminazione della chiamata nominativa, si veda: Liso (2002)<br />
[10] Tra il 1993 e il 2008 su una crescita complessiva di 14.3 punti percentuali della produttività reale dell’intera economia da redistribuire, solamente 3.8 punti sono andati al lavoro.<br />
[11] L’indagine ISFOL (2008) ha rilevato che le competenze maggiormente richieste sul posto di lavoro dai manager operanti nel settore manifatturiero sono l’affidabilità nell’esecuzione del proprio lavoro, le abilità manuali e la resistenza psicofisica – qualità che non necessitano di particolari investimenti in formazione.<br />
[12] Nel 2007, la media dei giovani tra i 25 e i 34 anni dei nuovi paesi membri in possesso di un’istruzione universitaria era del 27.1 percento. In Italia, solo 19 giovani su 100 erano laureati.<br />
[13] Tralasciando la caduta dei redditi da lavoro dell’ultimo biennio, dal 1980 al 2008 il monte retribuzioni sul PIL nei maggiori industrializzati ha subíto una discesa verticale. In Italia si è passati dal 73.8 al 65.1%, in Francia dal 75.6 al 65.8%, in Germania dal 72.9 al 63%, in Spagna dal 65.4 al 58.6% e in U.K dal 75.9 al 65.2%.<br />
[14] Nel 2009, il numero di disoccupati nei paesi sviluppati è aumento di 13.7 milioni di unità, mentre il tasso di occupazione è crollato del 2.5 percento. Solo in Europa, la riduzione del numero di occupati ha abbondantemente superato i quattro milioni. Nel primo trimestre 2010 sono stati distrutti 50 mila posti di lavoro in seguito a 160 processi di ristrutturazione aziendale. Nel nostro paese, l’occupazione nel corso del 2009 si è ridotta di 380 unità, colpendo fortemente i giovani e il lavoro temporaneo.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Amatori F., Brioschi F. (2001), &#8220;Le grandi imprese private: famiglie e coalizioni&#8221;, in Barca F. (a cura di), <em>Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi</em>, Roma: Donzelli.<br />
Bachet, D., et al. (2001), <em>Social-Liberalism in France</em>, Capital &amp; Class, Vol. 25, n. 3.<br />
Banca d’Italia (2009), &#8220;Rapporto sulle Tendenze nel Sistema Produttivo Italiano&#8221;, <em>Questioni di Economia e Finanza</em>, n.45, Roma.<br />
Banca d’Italia (2010), <em>Relazione Annuale sul 2009</em>, Roma.<br />
Bellofiore, R. (2004a), &#8220;Il bivio dopo Maastricht&#8221;, <em>La Rivista del Manifesto</em>, n. 51.<br />
Bellofiore, R. (2004b), &#8220;Contemporary Capitalism, European Policies, and Working-Class Conditions&#8221;, <em>International Journal of Political Economy</em>, Vol. 34 n. 2.<br />
Bellofiore, R., Halevi, J. (2007),<em> Deconstructing Labor: What Is ‘New’ in Contemporary Capitalism and Economic Policies: a Marxian-Kaleckian Perspective</em>, Paper presentato al Congrès Marx International V, Paris-Sorbonne et Nanterre.<br />
Brancaccio, E. (2009), <em>Anti-Blanchard. Una critica al modello macroeconomico dominante</em>, dispense per il corso di Macroeconomia della Facoltà SEA - Università del Sannio, quinta versione.<br />
CNEL (2009), <em>Rapporto sul mercato del lavoro 2008 – 2009</em>.<br />
Conference Board Total Economy Database, January 2010.<br />
European Commission (2010), <em>Quarterly EU labour market review</em> – Winter, p. 5.<br />
European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (2010), <em>European restructuring monitor quarterly</em>, Issue 1-Spring.<br />
EUROSTAT (2009), News release 58/2009.<br />
Glyn, A. (2007), &#8220;Explaining Labor’s Declining Share of National Income&#8221;, <em>G-24 Policy Brief</em>, n. 4.<br />
ILO (2010), <em>Global employment trends: January 2010, Geneva: ILO</em>, p. 38.�<br />
ISAE (2009), <em>Le assunzioni nel 2008 nel settore manifatturiero: tipologie contrattuali, contrattazione integrativa,</em> <em>skills</em>, pp. 7-8.<br />
ISTAT (2010), <em>Rapporto annuale La situazione del Paese nel 2009</em>, p. 103.<br />
Liso, F. (2002), <em>Collocamento e agenzie private, Giornale del diritto del lavoro e relazioni industriali</em>,Vol. 96.<br />
Megale A., et al. (2009), <em>Salari in crisi. Salari, produttività e distribuzione del reddito</em>, IV Rapporto Ires CGIL.<br />
Perelman, M. (1996), <em>The End of Economics,</em> London and New York: Routledge, pp. 112-130.<br />
Pugliese, E. (2009), &#8220;Indagine su “il lavoro nero”&#8221;, in CNEL, <em>Il Lavoro che cambia</em>.<br />
Reyneri, E. (2005), <em>Sociologia del Mercato del Lavoro</em>, Vol.I, Bologna: Il Mulino.<br />
Vianello, F. (2007), <em>Salari: la straordinaria capacità tutta italiama di non pagare</em>, Il Manifesto, 7 novembre.</p>
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		<title>Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altri</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 09:32:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="1" width="1" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/industria1.jpg" border="0" /><img height="292" width="400" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/industria1.jpg" border="0" style="width: 306px; height: 250px" />Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “<em>nuova dimensione dell’oligopolio</em>” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una <em>barriera all’entrata</em> per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato<strong>[1]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Prendendo in esame la quota percentuale dei prodotti ad alta tecnologia sulle esportazioni dei beni manifatturieri per destinazione di produzione<strong>[2]</strong> di Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone e Canada<strong>[3]</strong>, possiamo osservare l’evoluzione e la crescita della componente high tech a livello generale da un lato, e il peso della produzione high tech di ogni paese dall’altro (si veda la Tabella 1 in basso).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per i beni strumentali-capitali la quota di produzione legata alla componente high tech sulle esportazioni manifatturiere è passata dal 26,98% del 1961-65 al 44,38% del 2006; per i beni intermedi la percentuale high tech passa dall’8,65% al 26,02%; per i beni di consumo la quota percentuale passa dal 12,96% al 29,30%. Forse non è corretto considerare la crescita della componente h-t sull’esportazione dei beni manifatturieri come soglia “oligopolistica”; essa tuttavia rappresenta bene un fattore di competitività sul mercato internazionale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tra i paesi indagati l’Italia è quello che manifesta una marcata debolezza nei settori ad alta tecnologia. Tra l’altro, la distanza che separa l’Italia dagli altri paesi si accentua nel tempo. Nella produzione di beni strumentali l’Italia passa dal 29,33% del periodo 1961-65, al 18,74 del 2006. Più in particolare si osserva una progressiva incapacità nel mantenere un ruolo importante nei settori avanzati. Se nel 1961-65 la distanza dalla media dei paesi considerati nella componente h-t dei beni strumentali aveva valori positivi pari a 2,35 punti percentuali (cioè l’Italia superava la media dei paesi analizzati) alla fine del 2006 l’Italia accumula un ritardo pari a 25,64 punti; per i beni intermedi si passa dallo 0,38 a meno 10,14 punti percentuali; per i beni di consumo si passa dal meno 7,73 a meno 14,41punti percentuali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I dati mostrano inoltre che dove la spesa in ricerca e sviluppo è maggiore della media, il salario tende ad essere più alto e il numero delle ore lavorate è più basso<strong>[4]</strong>. Nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima al 2% del pil, le ore lavorate per addetto sono sempre più contenute rispetto a quelle che si registrano nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima o di poco superiore all’1% del pil. La Germania spende in ricerca e sviluppo il 2,53% del pil, mentre le ore lavorate annue per addetto sono pari a 1.433; la Gran Bretagna spende l’1,82% del pil e le ore lavorate sono 1.670; in Francia si spende il 2,04% del pil in ricerca e sviluppo, mentre le ore lavorate sono pari a 1.561. Passiamo all’Italia. Da noi la spesa in ricerca e sviluppo è pari all’1,18% del pil, mentre le ore lavorate sono pari a 1.824 ore per addetto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Lo stesso trend lo possiamo osservare dal lato dei salari. Se in quasi tutti i paesi considerati i tassi di crescita dei salari hanno conosciuto forti contrazioni a partire dal 1985, il fenomeno è significativamente diverso da paese a paese (si veda la Tabella 2 in basso).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nei paesi che hanno rafforzato la parte manifatturiera high tech si registrano valori assoluti dei salari e tassi di crescita superiori alla media; in Italia, invece, si registra un forte rallentamento della dinamica salariale rispetto ai partners economici, soprattutto a partire dal 1995<strong>[5]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutto ciò sembra indicare che i paesi che hanno saputo adeguare il target della propria struttura produttiva alle nuove sfide della conoscenza e dell’innovazione, hanno anche potuto sfruttare posizioni di mercato meno concorrenziali, con risultati soddisfacenti per i profitti e, in media, anche per i salari. Stando a queste evidenze, si può affermare che lo sforzo nello spingere il sistema produttivo a credere nella ricerca e sviluppo, più che nel trasferimento di tecnologia, dovrebbe esser considerato la vera frontiera della politica economica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Tabella 1</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="558" width="457" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/romani_3.jpg" border="0" /> </p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
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<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Tabella 2</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="154" width="438" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/romani_2.jpg" border="0" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
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<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Alfred Kleinknecht, 1998, Is labour market flexibility harmful to innovation?, ed. Cambridge journal of economics. 1998, 22, 387-396.<br />
[2] Beni strumentali, beni intermedi, beni di consumo.<br />
[3] Tratta da D. Palma, S. Prezioso, Progresso tecnico e dinamica del prodotto in una economia &#8220;in ritardo&#8221;, prossima pubblicazione su Economia e Politica Industriale, 2010.<br />
[4] OECD EMPLOYMENT OUTLOOK 2008.<br />
[5] Labour compensation per employee in ppps in US dollars.</h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Grandi imprese e tecnologie energetiche alternative</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 15:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Industria ed energia]]></category>

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		<description><![CDATA[Le grandi imprese potrebbero svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle nuove tecnologie energetiche. Queste imprese vengono comunemente definite “public utilities”, ossia imprese di pubblica utilità che erogano servizi fondamentali ai cittadini. In realtà si tratta di imprese che in alcuni casi estraggono e in generale comprano, trasformano e rivendono energia - elettricità, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="236" width="291" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/sylos2.png" />Le grandi imprese potrebbero svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle nuove tecnologie energetiche. Queste imprese vengono comunemente definite “public utilities”, ossia imprese di pubblica utilità che erogano servizi fondamentali ai cittadini. In realtà si tratta di imprese che in alcuni casi estraggono e in generale comprano, trasformano e rivendono energia - elettricità, olio combustibile, benzina, gas per usi industriali e civili - e che quindi possono essere considerate analogamente alle imprese della trasformazione industriale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oggi nel settore energetico vi è una tendenza verso la concentrazione delle imprese, come dimostrano i processi di fusione e di aggregazione, le scalate e le acquisizioni in atto<strong>[1]</strong>. In tal modo si viene a ridurre il numero delle aziende mentre ne aumenta la dimensione. Così, le imprese energetiche accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali dell’energia secondo i criteri tipici dei mercati oligopolistici  (Sylos Labini, P., 1956<strong>[2]</strong>)</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’oligopolio è caratterizzato dall’esistenza di barriere all’entrata ed è connesso alla <em>leadership</em> sul prezzo. Ciò significa che i prezzi non sono determinati dalle forze impersonali del mercato ma sono fissati dai produttori/venditori mentre le quantità comprate a quei prezzi sono determinate dai consumatori. Una variazione della domanda da parte degli acquirenti industriali e dei consumatori finali condurrà direttamente a variazioni dell’offerta e non a variazioni dei prezzi, il che non esclude che variazioni persistenti della domanda generino variazioni dei prezzi dopo un certo intervallo. Questa è la situazione più frequente nei mercati oligopolistici in cui ogni venditore fissa il prezzo mediante un calcolo sui costi diretti (lavoro, energia, materie prime) per unità di prodotto, ai quali viene aggiunto un margine percentuale per i costi fissi e i profitti. I profitti sono così il residuo che rimane dopo il pagamento dei costi fissi che possono essere molto diversi tra un’impresa e l’altra.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le grandi imprese oligopolistiche sanno di poter variare i prezzi quando variano i costi diretti  nella piena consapevolezza che i loro concorrenti faranno altrettanto. Così, quando varia il costo dell’energia nei mercati di origine<strong>[3]</strong>, le imprese energetiche tendono a variare i prezzi di vendita in modo proporzionale per ampliare, o almeno conservare, i propri margini di profitto (il principio del <em>mark up</em>). Di conseguenza, nelle fasi di crescita del costo dell&#8217;energia, queste imprese si vengono a trovare in un parziale conflitto di interessi con lo Stato, perché l’incremento dei prezzi finali di benzina, elettricità<strong>[4]</strong>, gas per usi civili, da un lato favorisce l’aumento del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie delle imprese energetiche; dall’altro lato però alimenta l&#8217;inflazione e penalizza i consumi interni, la competitività e la crescita economica del Paese importatore di energia. L&#8217;effetto positivo sta nel pagamento di maggiori tasse e, se lo Stato è azionista, anche nei più alti dividendi che saranno versati dalle imprese.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I fenomeni appena descritti si sono manifestati nel periodo che va dal 2003 al 2007. In questi anni si è verificato un aumento considerevole della domanda e dei prezzi del petrolio e del gas, che ha consentito alle imprese energetiche di realizzare eccezionali incrementi del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie, mentre i paesi importatori subivano un peggioramento della bilancia commerciale ed una crescita dei prezzi finali dell’energia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le grandi imprese energetiche non sono state molto propense ad investire in ricerca e sviluppo (R&amp;S), a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti  in esplorazione, innovazione tecnologica e realizzazione di nuovi impianti nel momento in cui vi erano una domanda e dei prezzi in continua crescita che assicuravano profitti elevatissimi. Le compagnie petrolifere e le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&amp;S che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre esistono grandi imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&amp;S il 15% del fatturato. Oggi tra gli obiettivi principali delle imprese energetiche vi sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le <em>stock options</em> per il <em>management</em> (si tratta di un tipico caso di finanziarizzazione dei profitti; cfr. Colitti<strong>[5]</strong>, 2006).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se guardiamo i dati sulla ricerca e sviluppo dell’<em>European scoreboard</em><strong>[6]</strong> la situazione appena descritta appare molto chiara (si tratta di dati relativi al 2006, anno in cui il ciclo di crescita 2003-2007 ha raggiunto il suo apice). In particolare, nella tabella dove sono messi a confronto i diversi settori industriali appare chiaramente come il comparto energetico investa in ricerca delle quote risibili del fatturato, diversamente dai comparti ad alta intensità di conoscenza come i <em>computers</em>, l’elettronica, l’aerospazio, le biotecnologie, la farmaceutica, i semiconduttori e le telecomunicazioni (in questi settori la quota di spese in R&amp;S sul fatturato è compresa tra il 7 e il 25%). Questi dati indicano che lo scarso impegno delle grandi imprese energetiche è di carattere strutturale e non dipende dall’andamento del ciclo economico.</p>
<p><img height="467" width="502" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/sylos.png" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
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<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un esempio significativo della scarsa propensione delle grandi imprese elettriche ad investire nella diversificazione energetica si può osservare anche in Germania, il paese <em>leader</em> mondiale delle energie rinnovabili. Dal 2000, infatti, il 95% circa degli investimenti è stato effettuato da gestori privati o da imprenditori dell’energia attivi a livello comunale, mentre i grandi gruppi industriali dell’elettricità, nonostante ci fosse una legge di incentivazione per le energie rinnovabili che riduceva i rischi e garantiva alti profitti, non si sono lanciati nel settore in modo convinto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutto questo dimostra che la possibilità di conseguire enormi profitti grazie al potere di mercato in un sistema altamente concentrato tende a disincentivare gli investimenti verso l’innovazione e la diversificazione energetica. Ciò comporta rischi molto seri in un periodo come quello attuale in cui si sta aggravando l’allarme sull’effetto serra e la pressione sui combustibili fossili è in aumento sia per la crescente domanda di Cina e India, sia per l’instabilità delle aree di estrazione (Medio Oriente, Nigeria, Mar Caspio) sia per la nuova politica energetica della Russia. Si tratta di un insieme di fattori che potrebbero alimentare le spinte verso il “ristagno” economico nei paesi occidentali importatori di gas e petrolio.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crescita dell’impegno in ricerca e sviluppo delle grandi imprese energetiche non solo è importante per i loro processi di innovazione e di diversificazione energetica ma è fondamentale anche per il ruolo trainante che tali imprese potrebbero svolgere nei confronti dei centri di ricerca pubblici e del tessuto industriale composto da piccole e medie imprese. In particolare, il coinvolgimento delle grandi imprese potrebbe costituire un potente motore di innovazione in grado di sfruttare da un punto di vista industriale i risultati della ricerca che sono realizzati dalle Università e dai Centri di Ricerca Pubblici come l’Enea e il Cnr. Inoltre, i maggiori investimenti nella ricerca e sviluppo e nella diversificazione energetica delle grandi imprese sono cruciali anche per trainare lo sviluppo locale poiché le grandi imprese  possono costituire una fonte di commesse e di diffusione del know-how sul territorio, stimolando l’aggregazione e la crescita di nuove imprese innovative. Al riguardo, lo stabilimento di Taranto della Vestas Italia (filiale della Vestas danese), che ha una capacità produttiva di 400 MW all’anno, ha alimentato la crescita di un indotto in cui sono occupati più di 1.000 addetti. Ma uno dei casi più importanti di sviluppo territoriale nel Mezzogiorno ricade nel settore dei semiconduttori ed è quello della StMicroelectronics e del distretto dell’Etna Valley che sta avendo interessanti sviluppi anche nelle nuove tecnologie energetiche.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le origini del distretto di Catania sono strettamente legate alla storia della StMicroelectronics, azienda nata dalla fusione tra l’italiana S.G.S. con la francese Thomson Semiconducteurs avvenuta nel 1987. La svolta che segnò la nascita di un’area tecnologico-industriale tra le più avanzate nel mondo avvenne nel 1997 quando StM decise di insediare nell’area un grande stabilimento di produzione, sebbene già negli anni sessanta la StMicroelectronics, che allora si chiamava S.G.S. Microelettronica, collaborasse con i Dipartimenti di Fisica e di Chimica dell’Università di Catania; nel 1987 avesse creato con l’Università di Catania il più grande laboratorio di Ricerca e Sviluppo nell’alta tecnologia nel Meridione, nonché uno dei principali d’Europa e nel 1990 avesse dato origine con l’Università di Catania e il Consorzio Catania Ricerche a SuperLab, il Laboratorio Superfici e Interfasi. In questo contesto e approfittando della collaborazione con l&#8217;Università degli studi di Catania e con il CNR, altre grandi aziende hanno deciso di realizzare nella stessa zona dei centri di ricerca utilizzando i giovani laureati presso l&#8217;Ateneo catanese. Fra le più importanti si vi sono Nokia, Vodafone, IBM, Alcatel, Telespazio, Nortel, Berna e Wyeth.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oltre alla presenza delle grandi aziende, lo sviluppo di Etna Valley  ha beneficiato dell’alto numero di strutture di ricerca (309 istituzioni scientifiche - pari al 31% del totale della rete meridionale) presenti nel sistema scientifico siciliano. All’interno dei tre Atenei di Catania, Palermo e Messina si concentra una gran parte delle attività di ricerca e sviluppo. Essi rappresentano la struttura portante della ricerca e  dell’accademia siciliane con circa 160.000 iscritti e 15.000 laureati.  Le altre strutture siciliane di ricerca scientifica annoverano: gli istituti e i centri della rete del CNR (Area Palermo, Catania, Messina); l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l&#8217;Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (IMM); il Consorzio Catania Ricerche cui aderiscono enti pubblici e industrie locali. Sul territorio catanese vi sono poi altre strutture di servizio e di trasferimento tecnologico come un Centro per l’Innovazione, che svolge attività di gestione, studi e servizi; un Laboratorio per lo studio delle Superfici dei Materiali (Superlab); un Media Innovation Relay Centre della Comunità Europea MEDIA, il Parco Scientifico e Tecnologico della Sicilia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Accanto a questo insieme di strutture pubbliche e private, la sospensione dei contributi sociali per i primi sei anni ha fatto si che oggi i giovani laureati e i ricercatori catanesi dotati di alta qualificazione e professionalità abbiano dei costi nettamente inferiori rispetto agli standard internazionali rendendo l’intera area catanese ancora più competitiva.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutti questi fattori hanno contribuito a diffondere una cultura dell’innovazione permettendo così la nascita, nel corso degli anni ’90, del cosiddetto distretto tecnologico dell’Etna Valley.  Attorno alle grandi aziende è sorto un indotto di oltre 1.500 micro aziende che producono i semilavorati per le varie produzioni e si è sviluppata una vasta area industriale densa di imprese operanti prevalentemente nel comparto high-tech, significativamente internazionalizzate, attive in numerosi progetti di ricerca e produttrici di numerosi brevetti che ha dato lavoro a circa 5.000 giovani laureati e diplomati catanesi. Questa realtà è significativa non solo nella provincia di Catania, ma grappoli tecnologici consistenti sono oggi sviluppati e presenti nell’area del ragusano, in quella messinese, nella provincia ennese e, con riferimento ad alcune grandi realtà aziendali, anche nel territorio del palermitano.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Come detto, nel distretto Etna Valley stanno nascendo anche interessanti tecnologie innovative per il settore fotovoltaico. Si tratta della tecnica Ppd (<em>Pulsed plasma deposition</em>), utilizzata dal reattore appositamente progettato e costruito da un team di imprese hi-tech di Catania, che consente di ottenere semiconduttori a film sottile (“thin film”: pellicole avvolte come carta da parati) utilizzabili in sostituzione dei tradizionali, costosi e pesanti wafer di silicio. È il progetto battezzato &#8220;Plasia&#8221; (progettazione e realizzazione di un sistema di deposizione al plasma di silicio amorfo su substrati plastici) realizzato, con un investimento di 1,9 milioni di euro di cui 610 mila provenienti dal POR 2000-2006, grazie alla collaborazione tra Università di Catania e le imprese dell&#8217;Etna Valley. Il thin film permetterà di generare energia dalle pareti, dalla vela di una barca o dalla custodia del notebook. Ovviamente, per ora si tratta di un&#8217;applicazione da laboratorio, per quanto collaudata e verificata, che richiede tra uno e due anni di lavoro per arrivare alla produzione industriale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un altro caso di sviluppo di nuove tecnologie energetiche nel distretto di Etna Valley è quello che nasce dall’accordo tra Enel Green Power, Sharp e Stmicroelectronics per  realizzare la più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici in Italia. L´impianto, che verrà realizzato a Catania nell’impianto industriale conferito da STMicroelectronics,  produrrà pannelli a film sottile a tripla giunzione ad alto rendimento e avrà una capacità produttiva iniziale di 160 MW all’anno destinata ad essere incrementata nel corso dei prossimi anni a 480 MW. I tre gruppi opereranno in una <em>partnership</em> paritetica apportando le loro specifiche competenze: Enel Green Power, nello sviluppo del mercato delle fonti rinnovabili a livello internazionale e nel project management; Sharp, nella tecnologia esclusiva del film sottile a tripla giunzione in produzione da primavera 2010 nella fabbrica di Sakai, in Giappone; STMicroelectronics con personale altamente specializzato nella microelettronica. E´ previsto che la produzione dei pannelli nell’impianto di Catania parta all’inizio del 2011. Il progetto per la capacità produttiva iniziale di 160 MW richiederà un investimento totale di 320 milioni di euro e sarà finanziato mediante una combinazione di capitale proprio, incentivi statali e <em>project financing</em>. Ogni partner sottoscriverà un terzo del capitale - un contributo previsto fino a 70 milioni di euro ciascuno, in cash o in asset materiali e immateriali - e deterrà un terzo delle azioni della nuova<em> joint venture</em>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In conclusione, questo articolo ha cercato di porre nella massima evidenza i problemi che contraddistinguono i settori oligopolistici come quello energetico e il ruolo che le grandi imprese energetiche potrebbero, invece, assumere nello sviluppo economico delle aree più svantaggiate come il Mezzogiorno d’Italia, dove, nel periodo della programmazione 2007-2013, saranno disponibili cospicui fondi europei per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica<strong>[7]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6>[1] In Italia vanno ricordate le aggregazioni delle aziende municipalizzate e l’acquisizione di Endesa da parte di Enel.<br />
[2] <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/609/1/OLIGOPOLIO-1967.pdf">http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/609/1/OLIGOPOLIO-1967.pdf</a><br />
[3] Per esempio il prezzo del petrolio greggio come il WTI, il Brent, l’Iranian Heavy, l’indice del paniere Opec.<br />
[4] I prezzi finali dell’elettricità si suddividono in prezzi alla produzione (costo reale di produzione) e in prezzi alla distribuzione (prezzi al consumo). Questi ultimi oltre che dal costo reale di produzione sono influenzati, in una certa misura, anche dal rapporto tra la domanda e l’offerta che si determina nella borsa elettrica.<br />
[5] “Petrolio, un mercato impazzito”, <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.eguaglianzaeliberta.it/">http://www.eguaglianzaeliberta.it/</a>, 06/05/2006.<br />
[6] Vedi <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://iri.jrc.ec.europa.eu/research/scoreboard_2007.htm">http://iri.jrc.ec.europa.eu/research/scoreboard_2007.htm</a><br />
[7] Rapporto DPS – Ministero per lo Sviluppo Economico (novembre 2007)<br />
<a rel="nofollow" href="http://www.dps.mef.gov.it/documentazione/QSN/docs/PO/In%20adozione/POIN_Energia_FESR_SFC2007.pdf">http://www.dps.mef.gov.it/documentazione/QSN/docs/PO/In%20adozione/POIN_Energia_FESR_SFC2007.pdf</a></h6>
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		<title>I falsi miti sull&#8217;indebitamento delle imprese italiane</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 08:31:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L’indebitamento delle imprese, ovvero come le imprese miscelano capitale di rischio a capitale di credito  per  finanziare i propri investimenti, è da sempre un tema di grande attualità e rilevanza, sia sul piano teorico che dei concreti processi decisionali delle imprese.  La teoria finanziaria ha elaborato sofisticati modelli che spiegano come le imprese dovrebbero scegliere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="333" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/08-10-12-debiti_jpg_871977061.jpg" border="0" style="width: 362px; height: 222px" />L’indebitamento delle imprese, ovvero come le imprese miscelano capitale di rischio a capitale di credito  per  finanziare i propri investimenti, è da sempre un tema di grande attualità e rilevanza, sia sul piano teorico che dei concreti processi decisionali delle imprese.  La teoria finanziaria ha elaborato sofisticati modelli che spiegano come le imprese dovrebbero scegliere il <em>mix</em> ottimale, ovvero indicano quali fattori sono rilevanti nella scelta. Volendo semplificare, due sono le principali macro-categorie di determinanti. Da una parte le imperfezioni dei mercati finanziari (imposte, costi di dissesto/fallimento, costi/benefici di agenzia del debito, asimmetrie informative, ecc.), che creano opportunità di valore per le imprese, a favore dell’una o dell’altra fonte di capitale: a titolo di esempio, in tutti i regimi fiscali del mondo,  il debito presenta un vantaggio fiscale (che può essere di maggiore o minore entità) rispetto al capitale di rischio.  Dall’altra parte, gli assetti proprietari e di <em>governance</em> delle imprese e gli aspetti soggettivi/<em>behavioural</em> sottostanti, che possono orientare la scelta verso un <em>mix</em> di fonti piuttosto che un altro, in funzione delle preferenze soggettive dei decisori: si pensi, ad esempio,  agli effetti (peraltro non univoci) che la natura familiare della proprietà-<em>governance</em> dell’impresa può avere sulla scelta della struttura finanziaria.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La letteratura internazionale ha anche prodotto una mole di studi empirici che testano le teorie su campioni di imprese i più variegati (per settore, paese, dimensione, assetto proprietario, ecc.) con risultati  che talora supportano e talora contraddicono le teorie via via testate.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si tratta anche di un tema che, come pochi altri, soffre di molti luoghi comuni, almeno per quanto riguarda le imprese italiane, potremmo dire di “miti negativi” addotti spesso per spiegare la  vulnerabilità dell’Italia nel confronto internazionale ovvero per sostenere misure straordinarie di politica economica del governo di turno.  Questi i luoghi comuni più frequentemente citati:<br />
a) le imprese italiane sono più indebitate delle imprese europee<br />
b) tra le imprese italiane, le PMI sono le più indebitate: cioè l’indebitamento si ridurrebbe con la dimensione<br />
c) le PMI italiane sono troppo squilibrate verso il debito finanziario a breve termine<br />
d) le PMI sono meno solide patrimonialmente e meno solvibili finanziariamente: cioè ci sarebbe una presunta maggiore vulnerabilità finanziaria delle PMI italiane come conseguenza  dei punti b) e c) precedenti.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A ciò si aggiunge, in questi mesi di crisi, il paradosso di considerare “salvifico” il credito bancario alle imprese, dimenticando in questo caso i rischi di un eccessivo indebitamento. Si bacchettano da più parti (confindustria, governo, ecc.) le banche perché avrebbero ristretto l’accesso al credito delle imprese, penalizzando soprattutto le imprese più piccole (sempre quelle, già considerate vulnerabili perché troppo indebitate)  e le imprese meridionali (ed ecco spuntare, in risposta,  la  Banca del Mezzogiorno).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ci sembra quindi quanto mai necessario fare chiarezza sul tema.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ci proponiamo quindi di dimostrare, con il supporto di dati rigorosi e correttamente interpretati, la falsità di alcuni “miti negativi” sull’indebitamento delle imprese italiane e di chiarire i legami tra indebitamento e crisi in atto.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Tavola 1 (Banca d’Italia 2009a) riporta la struttura dei passivi a valori percentuali dell’aggregato delle imprese non finanziarie e mostra che il primo mito (punto a)) è falso.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Prescindendo per ora dagli effetti della crisi attuale e fermandoci quindi all’ultimo anno ante-crisi (il 2006), la tavola mostra che le imprese italiane non finanziarie non presentano livelli di indebitamento finanziario sostanzialmente differenti da quelli delle imprese dell’area euro. La situazione del 2006 è frutto di un processo virtuoso, partito nella seconda metà degli anni ’90, che ha riportato l’indebitamento finanziario delle imprese italiane sostanzialmente in linea con gli standard europei. Qualche differenza si riscontra ancora a livello di indebitamento totale, che include tra i debiti anche le fonti spontanee, che però non dipendono da scelte esplicite di finanziamento delle imprese,  ma dalle caratteristiche del business (il fondo TFR dal peso che ha il capitale umano), dal contesto normativo (sempre il TFR), dall’organizzazione della filiera produttiva e da prassi di settore circa i pagamenti delle forniture (i debiti commerciali). E hanno natura di passività  ben diversa dai debiti finanziari.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="211" width="462" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_11.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Circa il presunto maggiore indebitamento finanziario delle PMI italiane rispetto alle imprese di maggiore dimensione (punto b)), ci chiarisce le idee la Tavola 2 (Coltorti 2009a) che, sempre con riferimento al 2006, confronta la composizione dell’attivo e del passivo di aggregati di imprese di diversa dimensione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="353" width="574" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_2.jpg" border="0" style="width: 540px; height: 312px" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Dalla tavola emerge che le imprese meno indebitate (e quindi più patrimonializzate)  sono le imprese del c.d. <em>quarto</em> <em>capitalismo</em>, come lo ha definito l’Ufficio Studi di Mediobanca (Coltorti 2008), cioè le imprese medie con assetto proprietario autonomo, addetti compresi tra 50 e 499 e fatturato compreso tra 13 e 290 milioni di euro (4300 circa)  e le imprese medio-grandi (con fatturato superiore ai 290 milioni ma entro i 3 miliardi).  Si tratta di un aggregato di imprese manifatturiere caratterizzate da un modello aziendale omogeneo (controllo familiare, attività produttiva specializzata su prodotti di nicchia ad elevata qualità) che, considerando l’indotto, incide per oltre la metà dell’attuale produzione manifatturiera italiana.  Va notato che le medie imprese industriali italiane (MI) si concentrano per metà circa nella fascia dimensionale 50-99 addetti e per un altro 44% tra 100 e 249 addetti, quindi sono più piccole di quanto il <em>range</em> definitorio possa far pensare (la mediana è di 109 addetti).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Più indebitate risultano invece le classi dimensionali estreme, e cioè sia le PMI<strong>[1]</strong> sia, all’estremo opposto,  i maggiori gruppi italiani (pubblici e privati) e le multinazionali europee. I maggiori gruppi italiani, oltre ad essere molto indebitati (in aggregato oltre il 60% del capitale finanziario investito), presentano livelli di leva azionaria molto elevati (tra 12 e 15 in Pirelli, Italmobiliare, Enel, Telecom, addirittura 29 in Ifi/Fiat), cioè il complessivo capitale finanziario investito,  a titolo di rischio (fornito dal controllante e dalle minoranze) o di credito, è 12, 15 o 29 volte il capitale che rischia in proprio l’azionista di controllo. Cioè a dire che l’azionista di controllo fa impresa prevalentemente con i soldi degli altri (banche o investitori che siano).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La tavola mostra anche la composizione dell’attivo e si nota che la maggiore incidenza del debito finanziario a breve nelle prime tre categorie di imprese (PMI, MI e medio-grandi) non implica affatto una minore solidità patrimoniale (e qui cadono i luoghi comuni sub c) e d)). Tutt’altro, se correttamente si riferisce la composizione dei passivi alla composizione degli attivi. Queste imprese hanno infatti attivi più leggeri, in cui una parte rilevante (due terzi circa nelle PMI e nelle MI) è rappresentata dal capitale circolante, che genera un fabbisogno in parte stabile, ma che ruota annualmente in termini di flussi generati e assorbiti. Sono imprese che operano nei settori del <em>made</em> <em>in</em> <em>Italy</em>  (alimentare, abbligliamento  e moda, tessile, pelli e cuoio, e in genere i beni per la cura della persona e della casa; inoltre, meccanica leggera, elettromeccanica, ecc.), che richiedono minori investimenti fissi, e che quando operano all’interno di distretti riescono a distribuire i fabbisogni per immobilizzi lungo la filiera. Si può vedere che il capitale di rischio copre interamente gli investimenti fissi solo nelle MI propriamente dette (il rapporto tra mezzi propri e attivo fisso è del 120%) mentre il grado di copertura scende al 70% e al 63% rispettivamente nel caso dei maggiori gruppi italiani e nelle multinazionali europee, cioè nelle imprese più grandi (peggio che nell’aggregato delle PMI per le quali la copertura è dell’85%).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi in breve le MI italiane sono le meno indebitate finanziariamente e le più solide patrimonialmente. Il dato viene confermato dal tasso medio di fallimento che per le medie imprese è dello 0,2% (sale all’1% per le medio-grandi). E leggendo l’ottima indagine Mediobanca-Unioncamere sulle medie imprese industriali italiane, redatta con cadenza annuale a partire dal 2000 (e scaricabile gratuitamente dal sito <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mbres.it/">http://www.mbres.it/</a>), scopriamo che sono imprese virtuose anche per altri motivi: nel 2005 hanno contribuito al 15% del valore aggiunto dell’industria manifatturiera italiana e a oltre il 20% delle esportazioni nazionali.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Penati in un recente articolo (Affari&amp;Finanza del 19 ottobre us) ha definito <em>“diffusa e grave la debolezza finanziaria delle medie imprese italiane”</em>, basandosi su dati non rappresentativi della realtà delle medie imprese industriali italiane e maldestramente interpretati.  L’autore fa riferimento a 24 medie imprese industriali quotate in crisi, di cui la Consob chiede il monitoraggio continuo: di vere MI, secondo la definizione di Mediobanca-Unioncamere,  ce ne sarebbero solo 3 (Aicon, Cobra e Olidata), e cioè il 12% delle quotate (che ad oggi sono in tutto 25) e meno dell’0,1% dell’universo. Tuttavia, pur accettando  che siano tutte MI come dice Penati (che adotta un criterio dimensionale basato sull’attivo investito),  sono meno dello 0,6% dell’universo delle MI. Un po’ poco per definirlo, come fa Penati,  <em>“uno spaccato rappresentativo della tipica impresa italiana, manifatturiera e di medie dimensioni”</em>.  A riprova di come dai “falsi miti” di cui sopra non siano immuni neppure gli  addetti ai lavori. L’unico dato certo che emerge, confrontando l’1% delle MI quotate con il 99% delle non quotate, è semmai che la quotazione non giova, almeno alle MI industriali italiane.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Veniamo alla crisi. Nel 2008 l’indebitamento finanziario delle imprese non finanziarie aumenta (Tavola 3) e si tratta di fenomeno che non riguarda solo l’Italia. Insieme all’indebitamento aumenta l’incidenza degli oneri finanziari sul margine operativo lordo (MOL) (è un quinto nel 2008), sia perché aumenta l’indebitamento sia perché diminuisce il MOL,  e si riduce il tasso di autofinanziamento dei nuovi investimenti  (dal 60% circa del 2006 al 40% del 2008), a fronte di una riduzione dell’autofinanziamento e di una riduzione meno marcata (o stagnazione) degli investimenti. Il costo del credito si riduce, ma aumenta il differenziale tra tasso medio e tasso minimo sui prestiti bancari a breve termine, a riprova di un maggiore premio per il rischio chiesto dalle banche e della sensibilità del tasso al merito di credito.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="227" width="341" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_3.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Merita però un approfondimento il legame indebitamento-crisi. Senza pretendere di generalizzare, facciamo riferimento ad un settore emblematico, quello dell’auto, che è stato non solo in Italia ma anche all’estero il settore che maggiormente sembra aver sofferto della crisi in atto: si pensi al dissesto-fallimento di emblemi dell’industria americana. Oltre ad essere stato anche il settore che maggiormente ha usufruito degli aiuti di stato: oltre 26 miliardi di $ dal Governo USA alla General Motors e oltre 12 miliardi di dollari alla Chrysler (prima e dopo accordo con la Fiat).  La Tavola 4 (Coltorti 2009a)  mostra l’indebitamento di alcuni dei principali attori dell’industria dell’auto nel 2006 (Fiat, Volkswagen e Ford), e cioè prima della crisi (confrontato con il dato di 36 anni prima). Come si vede si tratta di imprese in grave squilibrio finanziario già prima della crisi,  con i debiti finanziari che pesano dal 75% al 100% del capitale finanziario. Anche l’attivo nel 2006, rispetto al 1970, mostra una radicale trasformazione, con riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e incidenza elevata dell’attivo circolante. Si tratta di un evidente spostamento al di fuori delle imprese del processo produttivo. La Tavola 5 (Coltorti 2009a) completa il quadro distinguendo per natura – finanziaria o industriale – l’attivo: si nota l’incidenza marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale e rappresentano crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto. Come dire che le imprese del settore si sono fatte un po’ banche per stimolare le vendite. Questo spiega con evidenza, almeno nel caso delle imprese del settore auto, che il rapporto crisi-indebitamento è rovesciato: la difficoltà di riscossione dei crediti verso i clienti (per i consumi gonfiati) e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ragioniamo ora sul versante della restrizione del credito bancario. Guardando più in dettaglio all’ultimo anno e mezzo (dicembre 2007-giugno 2009)  di prestiti del sistema bancario al settore produttivo (Banca d’Italia, 2009c), emergono le seguenti evidenze:<br />
− i prestiti vivi al settore produttivo aumentano,  almeno nominalmente,  anche se la crescita rallenta in maniera sensibile (ma in l’Italia in maniera non dissimile dagli altri paesi dell’area euro)<br />
− diminuiscono i prestiti bancari alla manifattura  a partire dal secondo trimestre del 2009 (nel sud-isole il calo si manifesta già dall’ultimo trimestre del 2008). L’incidenza del credito bancario alla manifattura si riduce sul totale Italia di  circa un punto e mezzo percentuale, che significa una diminuzione di circa 1 md di euro (a luglio 2009 si registra un’ulteriore diminuzione di un altro miliardo)
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="282" width="387" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_4.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="285" width="357" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">− nel periodo considerato non si modifica la ripartizione tra nord, centro e sud-isole del  totale dei prestiti vivi al settore produttivo. Nei prestiti alla manifattura, invece, si verifica un travaso dal sud-isole al  nord di circa mezzo punto % del totale (che semplificando significherebbe che la riduzione dei prestiti alla manifattura è avvenuto tutto a carico delle imprese  del mezzogiorno)<br />
− si riduce di un punto percentuale l’incidenza sul totale dei prestiti bancari alle imprese con meno di 20 addetti, rispetto a quelle con più di 20 addetti.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Che diminuiscano i tassi di crescita dei prestiti bancari con la recessione è del tutto fisiologico. Peraltro in Italia per tutto il 2007 i prestiti hanno continuato  a crescere a tassi crescenti per le imprese con più di 20 addetti, toccando punte inusuali. Ma come interpretare la contrazione (dei tassi di crescita) del credito bancario con l’aumento dell’indebitamento finanziario delle imprese? E il sistema bancario come ha stretto (se li ha stretti) i rubinetti del credito?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Alcune indicazioni ci vengono sia dall’Indagine Invind della Banca d’Italia<strong>[2]</strong> che dall’Indagine Unioncamere sulle medie e piccole imprese industriali italiane.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Secondo l’Indagine Invind (Banca d’Italia, 2009b) risulta che:<br />
− la crisi economico-finanziaria ha interessato circa due terzi delle imprese (più l’industria che i servizi), con un maggiore impatto sulle imprese del  nord, con meno di 200 addetti e con una maggiore quota di <em>export</em> (e rispetto alla recessione del 1992-1993 non è di aiuto l’euro forte)<br />
− la crisi è stata soprattutto una crisi di domanda  (per l’80% nell’industria) e di difficoltà di riscossione dei crediti alla clientela (per due terzi)<br />
− le difficoltà sul lato reperimento fonti di finanziamento sono molto meno rilevanti: le segnala solo il  15% del campione.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, in sintesi, le imprese hanno ridotto gli investimenti (nell’industria si rileva una sostanziale stagnazione) ed è naturale che di conseguenza abbiano ridotto (o non variato) la domanda di prestiti alle banche: infatti più di tre quarti delle imprese non hanno fatto domanda di ulteriore credito alle banche. Ciononostante, l’indagine sottolinea come si sia manifestato un più difficile accesso al credito bancario: il 38% circa delle imprese industriali segnala un inasprimento delle condizioni di accesso e il 13% la richiesta di rientro da posizioni debitorie in essere. Inoltre, si evidenzia come sia passata dal 3% (2007) all’8% (2008) la percentuale di imprese che si è vista rifiutare il credito dalle banche (incremento superiore, sottolinea la Banca d’Italia,  a quello registrato nell’ultima crisi recessiva del 1992-1993).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Guardando all’Indagine  Unioncamere (universo delle MI industriali italiane + piccole imprese tra 20 e 49 addetti - Gagliardi 2009), si rileva che il 30% circa sia delle MI che delle PI  ha incontrato difficoltà di accesso al credito bancario negli ultimi 6 mesi (quindi meno del campione Invind, che è spostato sulle imprese maggiori). Del restante 70%, il 17% non lo ha richiesto e il 53% lo ha richiesto, ma non ha incontrato difficoltà (un po’ più alta la prima percentuale per le PI).  Delle MI che hanno incontrato difficoltà di accesso, per poco meno della metà la difficoltà si è tradotta in una riduzione in ammontare del finanziamento erogato. Ma sempre da questa indagine emerge che si tratta per la maggior parte di imprese che avevano un merito di credito basso (Tavola 6)  e che avevano registrato difficoltà economiche già nel 2008 (fatturato o ordinativi in calo).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La maggiore restrizione per le imprese del sud-isole nel settore della manifattura trova una duplice spiegazione, sia nei tassi di sofferenza dei prestiti bancari che nella dinamica pre-crisi degli impieghi. La Tavola 7 mostra il flusso delle sofferenze in percentuale dei prestiti non in sofferenza a giugno 2009 e a dicembre 2007. E’ ragionevole ritenere che la contrazione abbia riguardato prima le imprese del sud-isole che presentavano tassi di sofferenza più elevati. Questi tassi sono aumentati tutti nel giugno 2009, ma meno per le imprese del sud-isole rispetto a quelle del nord e del centro e questo sembrerebbe proprio in virtù di una politica di concessione del prestito più selettiva da parte delle banche. E,  tuttavia, i tassi di sofferenza nel mezzogiorno restano superiori. In aggiunta si consideri che i prestiti bancari alle società non finanziarie nel 2006 erano aumentati dell’11,6% rispetto al 2005. E la crescita nel mezzogiorno d’Italia era stata quasi doppia.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="296" width="521" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_6.jpg" border="0" />  </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="134" width="417" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_7.jpg" border="0" /></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, per dirla in breve, il problema principale delle imprese in crisi non è il razionamento del credito bancario. I prestiti bancari sono calati o cresciuti meno perché le imprese investono meno e perché le banche hanno adottato politiche più selettive di accesso al credito, dato il peggioramento delle condizioni economiche delle imprese. E se nonostante ciò l’indebitamento finanziario delle imprese italiane è aumentato di 6 punti percentuali nel 2008 rispetto al 2006, c’è da chiedersi che cosa sarebbe successo se non lo avessero fatto. In altre parole, non può essere il credito bancario a risolvere difficoltà che sono di natura reale. Come il settore auto insegna, un eccessivo indebitamento non risolve, ma genera o amplifica la crisi.<br />
Viziato dallo stesso paradosso sembra il recente varo della Banca del Mezzogiorno. Sempre con riferimento all’ultimo anno pre-crisi (2006), la Tavola 8 mostra la ripartizione per macro-aree territoriali di alcune variabili di offerta (banche, sportelli, impieghi, tassi, sofferenze) e di domanda (indicatori di attività economica) del credito bancario per le imprese. Con tutte le cautele del caso, trattandosi di dati aggregati, la presenza di banche e sportelli bancari nel mezzogiorno d’Italia non sembra così inadeguata rispetto al potenziale di domanda, nel confronto con il resto d’Italia.  Sembrerebbe esserci uno sbilanciamento a favore del Centro-Nord nella ripartizione degli impieghi, ma se si guardano gli impieghi e il valore aggiunto all’industria e se si considerano i tassi di sofferenza degli impieghi non è più così certo. Possiamo inoltre trarre qualche utile indicazione dall’aggregato delle MI industriali italiane,  che per quanto detto sopra possiamo utilizzare come <em>benchmark</em>  di solidità finanziaria.  La Tavola 9 (Coltorti 2009b) mostra che le MI del mezzogiorno già nel 2006 risultavano più indebitate della media italiana (anche se di poco), ma comunque erano meno solide patrimonialmente, perché caratterizzate da una maggiore incidenza degli attivi immobilizzati, e meno solvibili finanziariamente, perché caratterizzate da una maggiore incidenza del debito a breve termine sugli attivi circolanti (soprattutto con la crisi attuale che si manifesta anche in termini di difficoltà di riscossione dei crediti alla clientela). E se c’è questo divario per le MI che sono la punta di diamante dell’industria manifatturiera italiana, è ragionevole ritenere che possa esserci  anche per le altre categorie di imprese. Ed è anche ragionevole ritenere che nel 2008 la maggiore vulnerabilità finanziaria possa essersi accentuata, dato l’aumento generalizzato dell’indebitamento delle imprese non finanziarie.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, non è di una maggiore offerta di credito bancario (una banca del sud) che hanno bisogno le imprese italiane del mezzogiorno. Ritenere il contrario significherebbe commettere due errori: il primo è quello di continuare a guardare al lato finanza delle imprese (sono imprese già più vulnerabili finanziariamente); il secondo consiste nel guardare al lato dell&#8217;offerta (banca) del finanziamento e non al lato della domanda (impresa), cioè al merito del credito e quindi agli attivi e ai conti economici e, a monte, alle scelte produttive e di mercato che li determinano.</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="265" width="547" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_8.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="227" width="390" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_9.jpg" border="0" /></p>
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<p><em>*Ordinario di Finanza aziendale presso l’Università degli Studi di Roma Tre (</em><a href="mailto:venanzi@uniroma3.it"><em>venanzi@uniroma3.it</em></a><em>)</em></p>
<h6>[1] Si tratta di un aggregato di 113 mila imprese, molto disomogeneo al suo interno perché include tutte le società fino a 249 dipendenti, sia singole che appartenenti a gruppi controllati da grandi imprese (e ricomprende al suo interno anche le MI).  Da considerare che i dati dell’aggregato PMI scontano una certa approssimazione, soprattutto per quanto attiene alle piccole imprese (con meno di 50 addetti), per almeno due motivi. Le piccole imprese possono presentare bilanci in forma abbreviata, quindi con minore dettaglio delle poste sia dell’attivo che del passivo;  inoltre,  nelle imprese di minore dimensione la separazione tra proprietà e impresa non è mai netta e di conseguenza non è netta la distinzione, almeno sul piano sostanziale, tra capitale di rischio e capitale di debito: spesso, per varie ragioni, la proprietà finanzia,  a titolo di credito, l’impresa.<br />
[2] Il campione è costituito di circa 4500 imprese con almeno 20 addetti di cui 2900 appartenenti all’industria in senso stretto. Il campione sovra-rappresenta le imprese di maggiori dimensioni (per il 61% è composto di imprese con almeno 50 addetti contro il 31% delle stesse imprese nella popolazione). Il campione rappresenta l’8% circa della popolazione delle imprese dell’industria in senso stretto (in numero) e il 28% dei rispettivi occupati. Per il comparto dei servizi le percentuali sono rispettivamente 3,6% e 21%.</h6>
<h6>  </h6>
<h6>Riferimenti bibliografici<br />
Banca d’Italia, 2009a, Relazione annuale<br />
Banca d’Italia, 2009b, Indagine sulle imprese industriali e dei servizi −anno 2008, Supplementi al Bollettino Statistico<br />
Banca d’Italia,  2009c,  Statistiche creditizie provinciali – aggiornamento a luglio 2009<br />
Banca d’Italia, 2007, L’economia delle regioni italiane nell’anno 2007<br />
Coltorti F., 2009a, Imprese, finanza, vecchi e nuovi capitalismi, Seminari 2009 Ufficio Studi Mediobanca – Economia e finanza delle imprese italiane, Università degli Studi di Roma Tre, Roma 26 maggio 2009<br />
Coltorti F.,  2009b, Le medie imprese nel Mezzogiorno, Centro Studi Confindustria, Scenari economici n.5<br />
Coltorti F.,  2008, Il Quarto Capitalismo tra passato e futuro, Prolusione al master CUOA per imprenditori di pmi, Quaderni CUOA n.4<br />
Gagliardi C., 2009, Le medie imprese: percorsi di crescita e prospettive nella crisi, Presentazione Rapporto  annuale Mediobanca-Unioncamere sulle Medie Imprese Industriali Italiane, Roma 25 marzo 2009<br />
Istat,  2008, Conti economici regionali, 2000-2007</h6>
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		<title>La privatizzazione dei servizi pubblici locali</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 07:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il 9 settembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ennesima riforma dei servizi pubblici locali. L’intervento precedente risaliva a poco più di un anno fa quando, all’inizio di agosto del 2008, all’ultimo minuto, era stato inserito nella manovra anticrisi del ministro Tremonti l’art. 23 bis con il quale si intendeva riprendere il percorso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="244" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/16219_servizi_pubblici.jpg" height="208" />Il 9 settembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ennesima riforma dei servizi pubblici locali. L’intervento precedente risaliva a poco più di un anno fa quando, all’inizio di agosto del 2008, all’ultimo minuto, era stato inserito nella manovra anticrisi del ministro Tremonti l’art. 23 bis con il quale si intendeva riprendere il percorso di privatizzazione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il nuovo intervento viene ora a modificare alcuni commi dell’art. 23 bis della legge 133 del 2008 che si sono rivelati di incerta applicazione al punto che, nonostante la forte volontà politica espressa dal Governo, il ministro per gli Affari regionali non era riuscito ad emanare il regolamento attuativo nel termine di centottanta giorni fissato dalla norma.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’art. 15 del decreto legge varato il 9 settembre, da un lato, torna a ribadire che i servizi pubblici locali dovranno essere affidati al mercato – salvo casi del tutto eccezionali nei quali si potrà ancora procedere ad affidamenti diretti a società a capitale pubblico –, dall’altro, stabilisce dettagliatamente le modalità di cessazione delle vecchie gestioni di servizi pubblici locali affidate senza gara. E ciò con l’intento di disciplinare, in modo puntuale, la fine di tutte le gestioni pubbliche le cui radici storiche risalgono alla prima legge sui servizi municipalizzati voluta da Giolitti all’inizio del Novecento.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In più il decreto torna a proporre, come ordinaria modalità di affidamento dei servizi, anche quello a società mista pubblico/privata che in Italia ha dato pessima prova di sé e che, anche per questo, era stato almeno temporaneamente accantonato dal provvedimento del 2008<strong>[1]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La nuova riforma dovrebbe costituire, nelle intenzioni del Governo, il completamento del processo di liberalizzazione e privatizzazione iniziato negli anni Novanta attraverso l’introduzione dei principi del libero mercato nel settore dei servizi pubblici locali dove ancora sopravvivono residuali gestioni giuspubblicistiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È del tutto evidente che ad essere penalizzate dalla riforma saranno soprattutto le regioni del Sud dove il processo di esternalizzazione ‘forzata’ dei servizi pubblici di interesse generale – imposto agli enti locali dalle leggi Bassanini e completato dal secondo governo Berlusconi con l’art. 35 della finanziaria per il 2002 – era stato realizzato con maggiore lentezza nel corso degli anni Novanta mentre si era del tutto bloccato negli ultimi tempi. Ciò è avvenuto a causa della debolezza finanziaria delle imprese pubbliche venute fuori dalla trasformazione delle ex aziende speciali che nel Sud non sono certo un modello di efficienza e di economicità. Ma la differenza tra Nord e Sud è stata determinata soprattutto dal fatto che sulle amministrazioni pubbliche del Mezzogiorno grava l’ulteriore difficoltà di dover assicurare servizi essenziali in un territorio ancora afflitto da complessi problemi sociali e in grave ritardo nello sviluppo economico.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Così se nel resto del Paese le ex municipalizzate, trasformate dapprima in aziende speciali e poi in società per azioni, sono diventate moderne multiutility che producono utili per i Comuni proprietari; nel Sud, al contrario, le s.p.a. pubbliche continuano a dover affrontare notevoli problemi di efficienza e di economicità e, invece di produrre utili, finiscono per assorbire costantemente nuove risorse finanziarie pubbliche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Da un punto di vista più generale si può senz’altro affermare che la crisi economica più grave dopo quella del ’29, mentre ha sconvolto le politiche liberiste imperanti costringendo gli Stati ad intervenire in modo massiccio per il salvataggio delle banche e delle grandi industrie, non ha cambiato di una virgola le strategie del Governo italiano sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali. D’altra parte l’esecutivo di centrodestra non fa che continuare sulla strada già intrapresa dal centrosinistra imponendo in modo del tutto artificioso la liberalizzazione del mercato dei servizi pubblici locali che è costituito, nella maggior parte dei casi, da monopoli naturali<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il Governo, inoltre, sembra deciso a proseguire la battaglia tutta ideologica contro il cosiddetto «socialismo municipale». Tale locuzione, mentre nella sua originaria accezione indicava la necessità che i Comuni e in generale gli enti pubblici locali facessero gravare sui propri bilanci le spese per assicurare servizi essenziali che il mercato non era in grado di fornire, viene oggi utilizzata per indicare la tendenza degli enti pubblici locali a mantenere la proprietà delle società per azioni venute fuori dalla trasformazione delle ex municipalizzate. Così se i Comuni ricavano utili, in forma di dividendi azionari, dall’attività delle loro aziende che forniscono servizi pubblici in regime di monopolio naturale e li utilizzano per le spese delle comunità locali, ciò assume una accezione del tutto negativa alla luce dei principi del liberismo economico. Tanto che i vertici di Confindustria hanno più volte sollecitato la fine di questo moderno «socialismo municipale» con un ragionamento che si può così riassumere: se la gestione dei servizi pubblici locali produce profitti, questi non possono essere appannaggio esclusivo delle casse dei Comuni proprietari ma devono essere lasciati al mercato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’accordo raggiunto in Consiglio dei ministri tra Calderoli e Fitto sulla riforma dei servizi pubblici locali, tuttavia, non sembra rimuovere del tutto le ultime sacche di «socialismo municipale» dal momento che tende a stabilire un compromesso in base al quale le grandi multiutility del Nord e del Centro quotate in borsa potranno conservare le gestioni loro affidate senza gara e mantenere la possibilità di acquisire la gestione di servizi pubblici locali al di fuori dei loro ambiti territoriali, a patto che i Comuni  proprietari compiano il “sacrificio” di ridurre al 30 per cento la propria quota di controllo. Gli enti pubblici locali che vorranno conservare il controllo sulle loro società dovranno cedere le quote eccedenti «attraverso procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso investitori qualificati e operatori industriali» entro il 31 dicembre 2012. Se scontro politico ci sarà al momento della conversione del decreto dipenderà, soprattutto, dalle forze che i Comuni del Centro-Nord riusciranno a mettere in campo per difendere le proprie prerogative. D’altro canto è chiaro che le ex municipalizzate del Centro-Nord pur essendo ormai divenute colossi industriali operanti sui mercati internazionali, fondano pur sempre la loro solidità finanziaria sui flussi di cassa derivanti proprio dalla gestione di servizi pubblici locali nei loro ambiti territoriali originari ottenuta quasi sempre senza gara in forza di un affidamento diretto da parte degli enti pubblici proprietari. Pertanto, paradossalmente, mentre nel Centro-Nord più ricco le s.p.a. a controllo pubblico, nella maggior parte dei casi, potranno mantenere ancora le gestioni cosiddette in house fino alla loro scadenza naturale – con buona pace del libero mercato e con la prospettiva di partecipare successivamente alle prime gare per la gestione del servizio originariamente gestito –, nel Sud non resterà altro che la gara pubblica, il ricorso a società miste ovvero il tardivo ricorso alla gestione in house. Tra l’altro l’accesso a quest’ultima modalità di gestione è stato reso ancor più arduo dalla necessità del parere preventivo dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Quel che è certo è che quest’ulteriore spinta verso la privatizzazione non porterà alcun vantaggio per le bollette delle famiglie italiane, come è peraltro ampiamente dimostrato dal fallimento delle privatizzazioni dei grandi servizi pubblici di livello nazionale, e finirà per penalizzare ulteriormente le regioni del Mezzogiorno destinate a diventare mercati di conquista per le imprese pubbliche e private del resto del Paese e per le multinazionali del settore.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] L’occasione per riproporre la formula della società mista è stata presumibilmente fornita dalla Comunicazione interpretativa della Commissione sull’applicazione del diritto comunitario degli appalti pubblici e delle concessioni ai partenariati pubblico-privati istituzionalizzati (PPPI) [2008/C 91/02  – Gazzetta ufficiale C 91 del 12.4.2008]. Il Legislatore italiano sancendo la necessità di una gara che abbia come «oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio» e una partecipazione minima del privato non inferiore al 40 per cento sembra, infatti, volersi orientare verso forme di partenariato pubblico privato istituzionalizzato in cui il socio privato deve essere necessariamente un partner industriale dal momento che il semplice conferimento di capitali non sarebbe sufficiente a costituire un PPPI.<br />
[2] L’ex ministro per gli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta, in diverse interviste e dichiarazioni pubbliche ha sempre ribadito che l’obiettivo del suo governo non era quello di privatizzare ma di introdurre nel mercato dei servizi «elementi di concorrenza che determinino efficienza e qualità. Tante società pubbliche hanno partecipato a gare, a volte le hanno anche vinte. Il punto è applicare il meccanismo della concorrenza anche nei monopoli naturali: energia, trasporto, rifiuti. Far emergere il gestore più efficiente, in modo che i comuni responsabili di garantire i servizi ai cittadini si occupino anzitutto di definire e monitorare lo standard più adeguato al servizio» (intervista a «La Stampa», 7 novembre 2006).<br />
[3] A giudizio di chi scrive anche nella nuova versione il parere dell’Antitrust continua ad avere la natura di parere non vincolante.</h6>
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		<title>&#8220;Di mercato&#8221;: che cosa significava?</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 14:35:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Mercati competizione e monopoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Molti svolgevano professionalmente “indagini di mercato”, “studi di mercato” o “ricerche di mercato”. Esistevano anche gli “esperti di mercato”, ma non era chiaro se coincidessero con coloro che avevano condotto studi, indagini o ricerche “di mercato” o si identificassero con coloro che avevano “studiato il mercato” o, ancora, se l’espressione alludesse a una categoria più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="297" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/dubbio-thumb_1.JPG" height="240" />Molti svolgevano professionalmente “indagini di mercato”, “studi di mercato” o “ricerche di mercato”. Esistevano anche gli “esperti di mercato”, ma non era chiaro se coincidessero con coloro che avevano condotto studi, indagini o ricerche “di mercato” o si identificassero con coloro che avevano “studiato il mercato” o, ancora, se l’espressione alludesse a una categoria più ristretta – coloro che avevano condotto “ricerche di mercato” e al contempo avevano “studiato il mercato”. Né era chiaro per cosa si differenziassero gli “esperti di mercato” dagli esperti di materie o discipline più specifiche, per esempio gli “esperti di internazionalizzazione per le piccole e medie imprese”. Probabilmente, il riferimento al “mercato” designava uno speciale mercato, il “mercato finanziario”: di guisa che gli “esperti di mercato”, essendo esperti di quel mercato speciale nel quale circolava solo denaro, erano automaticamente esperti di tutto ciò che col denaro si poteva comprare – e dunque, più esperti di tutti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In effetti, essi sapevano valutare gli “indici di mercato” e suggerire le “strategie di mercato”. Sapevano informare anche sui “trend di mercato” e conoscevano i “prezzi di mercato”. Non era detto che fossero altrettanto capaci di individuare nuove “idee di mercato” o anche semplicemente “nicchie di mercato”, mentre dovevano certamente essere in grado di distinguere fra il “trend di mercato” e lo “scenario di mercato”. Soprattutto, erano bravi a scomporre e ricomporre il mercato sotto molteplici punti di vista. Distinguevano le “zone di mercato”, le “quote di mercato”, i “dati di mercato”, i “settori di mercato”, i “segmenti di mercato” e i “processi di mercato”. “Andamenti di mercato”, invece, era un’espressione all’incirca equivalente a “trend di mercato”. Così come “fette di mercato” era un modo rozzo per dire alternativamente quote o settori di mercato. Non è invece certo che si considerasse assolutamente sostituibile l’espressione “dati di mercato” con “numeri di mercato”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Le imprese, dal canto loro, volevano molto spesso aumentare la “quota di mercato”, anche se erano già “leader di mercato”. Va da sé che l’impresa che voleva “stare sul mercato” era tenuta a seguire una corretta “politica di mercato” ed ad avere sempre presente “l’obiettivo di mercato”: altrimenti sarebbe stata esposta al “calo di mercato” e perfino alla “crisi di mercato”. Ma erano soprattutto i giornalisti ad essere affetti da una sorta di “bulimia di mercato”. Non tanto quelli che si avvalevano di “fonti di mercato” o di “conoscenze di mercato”, né quelli che di tanto in tanto elargivano “pillole di mercato”, ma soprattutto quelli sportivi. Sì, perché nel campo del giornalismo sportivo l’espressione “di mercato” aveva trovato ulteriori e singolari usi: qui si davano “vertici di mercato” o “summit di mercato”, “colpi di mercato”, “bombe di mercato”, “voci di mercato”, “manovre di mercato”, “dispetti di mercato”, “operazioni di mercato”, “intrecci di mercato” e addirittura “derby di mercato” (quando due squadre della stessa città intendevano acquistare il medesimo calciatore). Molto spesso emergeva una “clamorosa indiscrezione di mercato”: anzi, se si considera la frequenza con cui si utilizzava quest’ultima espressione, si deve forse ipotizzare che l’aggettivo “clamorosa” avesse allora un significato diverso da quello che noi oggi gli attribuiamo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Dal campo calcistico, poi, espressioni del genere tracimavano dappertutto. Non era infrequente, ad esempio, che si rinvenissero annunci di lavoro che promettevano “provvigioni al vertice di mercato”. Ma era soprattutto la sfera politica ad esprimere una rilevantissima “domanda di mercato”. In occasione delle elezioni, per esempio, si alludeva all’accettazione di candidature da parte di personalità eminenti dicendo che il raggruppamento tale o talaltro aveva realizzato uno straordinario “colpo di mercato”. Moltissimi, poi, peroravano le “riforme di mercato” e lodavano quelle introdotte dai legislatori di altre nazioni, dichiarando di avere anche loro “fame di mercato”: erano all’evidenza preoccupati che, ascoltando certe sirene che evocavano una “economia sociale di mercato”, i “valori di mercato” e gli “strumenti di mercato” potessero affermarsi in un “contesto non di mercato”. (Ai loro occhi, in effetti, un conto era il “capitalismo di mercato”, un altro e tutt’affatto diverso il “capitalismo di Stato”.) Perfino il legislatore aveva accolto il “lessico del mercato” e si era dato – con scarsi successi, in verità – a sanzionare gli “abusi di mercato”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Gli storici stanno ancora indagando su come sia potuto accadere che la lingua italiana degenerasse al punto da rendere di uso generale un’espressione persino grammaticalmente dubbia come “di mercato”. Per fortuna, però, repentinamente com’era ascesa, essa tramontò in seguito all’avvento di un movimento politico radicale, che impose agli studiosi perfino di espungerla dalle nuove edizioni dei loro testi. Qualche studioso che si rifiutò fu addirittura aggredito da gruppi che si crede fossero di studenti. Altri gruppi, certamente di studenti, organizzarono dei veri e propri roghi con i libri che la contenevano. Ma sembra ormai acclarato che non furono questi episodi (che ebbero tutto sommato carattere abbastanza marginale) a comportarne la scomparsa: ci fu in realtà una nausea collettiva, un fastidio irrefrenabile che si scatenava nei più al solo leggere o sentir dire “di mercato”. Tanto che persino il ministro dell’Università e della Ricerca diramò una circolare con la quale imponeva a tutte le commissioni di concorso di chiedere a quei candidati che ancora ne facessero uso che cosa realmente significasse e raccomandava la bocciatura per quanti non avessero saputo rispondere con precisione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Così, grazie al concorso di tutti questi fattori, nel giro di pochi anni l’espressione “di mercato” scomparve dalla lingua italiana scritta e parlata, senza nemmeno particolari scontri ideologici e politici. Ci si era resi conto che non significava assolutamente nulla.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>* Professore associato di Diritto privato presso l’Università degli Studi della Tuscia.</em></p>
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		<title>L’uno due tedesco (The sick fraulein of Europe II)</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 00:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In precedenti interventi (qui e qui) avevamo segnalato come la Germania costituisse un elemento di destabilizzazione dell’economia mondiale date le sue scelte neo-mercantiliste volte a basare una moderata crescita interna sulle esportazioni. Non eravamo, naturalmente, particolarmente originali in questo, Marcello de Cecco e Paul Krugman ad esempio fanno del ruolo della Germania un leitmotiv dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="288" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/germania1.JPG" height="379" />In precedenti interventi (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/the-sick-fraulein-of-europe/">qui</a> e <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi/">qui</a>) avevamo segnalato come la Germania costituisse un elemento di destabilizzazione dell’economia mondiale date le sue scelte neo-mercantiliste volte a basare una moderata crescita interna sulle esportazioni. Non eravamo, naturalmente, particolarmente originali in questo, Marcello de Cecco e Paul Krugman ad esempio fanno del ruolo della Germania un leitmotiv dei loro interventi. La macchina esportatrice tedesca si è rivelata formidabile facendone il primo paese esportatore mondiale, con una quota di esportazioni sul Pil pari al 48% a fine 2008; un surplus commerciale che nel recente passato ha superato quello della Cina. Tale indubbio successo si basa su una forza lavoro coscienziosa e ben addestrata, su una rete di ricerca efficiente, su una forte moderazione salariale. Questi fattori sono alla base dei formidabili guadagni di competitività che la Germania ha realizzato a sfavore, soprattutto, dei suoi concorrenti europei, l’Italia in particolare, verso i quali realizza la più parte dei suoi surplus. L’UME ha costituito cornice perfetta a tale scelte impedendo il tradizionale recupero di competitività attraverso la svalutazione delle monete dei paesi in disavanzo (impedire ciò fu la vera ragione per cui, da ultimo, fummo ammessi nell’UME); escludendo ogni forma di politica fiscale coordinata, che possa imporre agli austeri teutonici altre e ben diverse politiche; attribuendo alla competizione microeconomica il perseguimento di crescita e occupazione, come dire: non vi rimane che imitare il modello tedesco, se ne siete capaci, in una lotta all’ultimo sangue che è stata definita deflazione competitiva. Che si tratti di un modello miope è chiaro a molti, tranne naturalmente che ai più tenaci seguaci dei teoremi neoclassici i quali, purtroppo, non sono scomparsi neppure di questi tempi e anzi alzano sovente la voce, il che non sorprende dopo che i cosiddetti “New Keynesians” (gli Stiglitz ed i Krugman in testa) hanno concesso loro pressoché tutto sul piano della teoria.<br />
Ora che le cose vanno peggio, la Germania sta cambiando pelle? L’esperienza maturata dall’autunno ha mostrato come la Germania sia stata il principale ostacolo alla realizzazione di forme concrete di coordinamento globale delle politiche economiche (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=759">su questo si veda un mio precedente intervento</a>), in forme che rasentano certamente l’opportunismo e l’irresponsabilità, e sono degne di un Granducato, non della quarta economia mondiale. «We can only hope that the measures taken by other countries (…) will help our export economy» ebbe a dichiarare il ministro tedesco dell’economia lo scorso autunno (Financial Times, 30/11/2008). Così come, sistematicamente, Angela Merkel ha rintuzzato le velleità francesi di istituzionalizzare il coordinamento delle politiche economiche in Europa, coordinamento che potrebbe diminuire la sacra indipendenza della BCE, o a meglio vedere, la tutela tedesca sulla BCE. La Merkel non ha infatti perso l’occasione, lo scorso giugno, di ricordare alla Banca chi è che comanda quando le ha rimproverato di sostenere l’espansione dei disavanzi pubblici a bassi tassi di interesse  attraverso la fornitura di grandi quantità di liquidità al sistema bancario, da questo successivamente collocati in sicurezza in titoli pubblici<strong>[<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=1749#footnote_0_1749">1</a>]</strong>. L’ossessione di una futura inflazione appare dominare a Berlino. Il messaggio è chiaro: mai e poi mai la Germania abbandonerà il proprio modello mercantilista. La Germania, traendo vantaggio dal proprio lugubre passato, rifiuta un ruolo di leader politico globale e regionale, e in tal senso anche le conseguenti responsabilità nei riguardi della politica economica internazionale: la famosa situazione del nano politico e del gigante economico. Nei fatti, tuttavia, la Germania la propria potenza la esplica eccome; anche se, come è nella logica antica del mercantilismo, ciò che importa non è se il modello accresce la mia ricchezza in termini assoluti, l’importante è che la mia ricchezza rimanga superiore alla tua.<br />
Questa scelta è stata rafforzata da due decisioni la cui rilevanza appare essere sfuggita ai nostri commentatori nostrani, con l’eccezione dell’ottimo Bastasin su <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=MS0NU"><em>Il Sole</em> del 2/7 scorso</a>. Con un formidabile uno-due, da un lato una legge ha inserito nella Costituzione tedesca una clausola che obbliga dal 2016 il governo federale al pareggio di bilancio e, dall’altro, una sentenza della Corte Costituzionale ha sancito che la politica fiscale è materia degli stati nazionali e non può essere assolutamente soggetta a un coordinamento fiscale europeo. Nella Costituzione il pareggio di bilancio sostituisce una regola più soft, la famosa “golden rule”, per cui disavanzi erano permessi limitatamente al finanziamento di investimenti pubblici. La sentenza dell’alta Corte tedesca appare come una misura preventiva nei riguardi di ogni azione futura dell’Europa, magari presa a maggioranza, nella direzione di un coordinamento delle politiche fiscali (la sentenza della Corte, infatti, è di più ampia portata e volta a fissare dei paletti alle eventuali decisioni a maggioranza che l’UE potrebbe assumere una volta in vigore il trattato di Lisbona).<br />
Un attento osservatore, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.ft.com/comment/columnists/wolfgangmunchau">Wolfgang Münchau </a>fa notare l’unilateralismo nei confronti dei Trattati europei, che comunque considerano la politica economica come elemento di interesse comune, del passo tedesco. Le <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.ft.com/cms/s/0/48bbec78-6f10-11de-9109-00144feabdc0.html?nclick_check=1">riflessioni di Munchau </a>sono pienamente condivisibili:<br />
Ms Merkel, who has persistently underestimated the extent of the crisis, has reached the inevitable point where complacency gives way to panic. She is presiding over one of the world’s sickest banking sectors<strong>[<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=1749#footnote_1_1749">2</a>]</strong>. German economic growth will shrink by some 5-6 % of GDP this year. And even now Germany’s policy establishment is frightened about rising budget deficits and inflation (…) Average Germans do not primarily regard debt in terms of its economic meaning, but as a moral issue. (…) The balanced budget constitutional law is therefore not about economics. It is a moral crusade, and it is the last thing, Germany, the eurozone and the world need right now (…) If my predictions prove correct, Germany will be down and out for a long time with a huge and still unresolved banking crisis, an overshooting exchange rate and lower net exports, presided over by politicians who panic about domestic inflation. This will not end well.<br />
La Francia nel frattempo dichiara di voler adottare una strategia “alla Obama” di uscita dalla crisi a tutti i costi: ripeterà l’amara esperienza dei primi mesi del governo Mitterand nel 1981, quando l’adozione di politiche espansive in Francia a fronte di politiche deflative in Germania portò a un veloce deterioramento della bilancia commerciale francese e a un rapido allineamento alla linea tedesca?
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] V. A.Baglioni, Se Trichet finanzia il debito pubblico, Lavoce.info, 22/7/09, e anche il mio commento in calce.<br />
[2] Su questo punto, si veda quanto ha sostenuto Marcello De Cecco sul blog Goodwin box.</h6>
<p><em>Questo articolo è stato pubblicato anche sul blog Goodwin box.</em></p>
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		<title>Il bruco, la farfalla e le morti bianche</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2009 06:37:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli[1] offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.
Il lavoro di Antonelli è avvincente. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisalide.JPG" height="207" />Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli<strong>[1]</strong> offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.<br />
Il lavoro di Antonelli è avvincente. Con una chiarezza e una capacità di sintesi notevole prospetta una possibilità di legare insieme politica <em>progressista</em> (di sinistra) e politica <em>progressiva</em> (di sviluppo). A ben vedere, però, né l’un concetto né l’altro sono chiari. Del secondo - pur intendendo sviluppo nei termini restrittivi di mutamento della struttura produttiva più crescita - non è chiara l’immagine proposta di un processo deterministico, ancorché non lineare, riconducibile al solo mutamento tecnologico. La perplessità non può che aumentare quando si riconosca l’importanza di studiare questo tipo di fenomeno seguendo l’approccio della complessità. Il primo concetto, invece – quello di una politica progressista - sembra ridursi al secondo: sarebbe di sinistra chi favorisce l’evoluzione del sistema economico anziché bloccarlo nel tentativo di conservare gli interessi costituiti propri o della propria base sociale. Si potrebbe integrare questa definizione di progressista aggiungendo che chi è di sinistra tenta di contenere i costi sociali che la politica progressiva produce sulle fascie più deboli della società. Non viene spiegato, tuttavia, come l’intervento sociale andrebbe collegato alla politica strettamente progressiva.<br />
Antonelli argomenta che stiamo vivendo il passaggio da un’economia fondata sulla produzione di beni mediante grandi impianti ad una incentrata sulla fornitura di (beni e) servizi mediante tecnologie che richiedono minori quantità di capitali. Questo processo conduce, secondo l’autore, ad una lettura distorta delle statistiche – per esempio sopravvaluta l’effetto del calo degli investimenti sulla capacità produttiva – e fornisce un’immagine di declino economico laddove solo di metamorfosi si tratta. In sostanza verrebbe da dire, ricorrendo ad una metafora, che il bruco non sta morendo; sta diventando una farfalla.<br />
In queste condizioni, viene argomentato, la sinistra oscilla fra difesa dei settori deboli e difesa dell’accumulazione ma rimane comunque legata a una visione del sistema economico – il bruco - che è in via di superamento. Quale che sia il terreno di intervento che sceglie, il suo finisce per essere un ruolo conservatore e, oltretutto, incapace di aggregare intorno a sé un ampio consenso.<br />
La prospettiva neo-schumpeteriana di Antonelli è senza dubbio meritevole di attenzione, se non altro perché evidenzia che qualsiasi politica agisce su un processo storico e rispetto a questo va definita. Proprio per questo essa evidenzia le difficoltà interpretative di studiosi che, legati agli schemi teorici del dopoguerra, continuano a confidare nelle economie di scala come strumento per accrescere la produttività e la competitività. Ma una volta riconosciuto questo suo merito, il lavoro di Antonelli ci aiuta davvero a capire il processo in atto e – con del tutto indebita citazione – il “che fare?”?<br />
Sergio Cesaratto ha segnalato come il sistema industriale italiano – in particolare la centralità che in esso vi hanno i distretti industriali - difficilmente corrisponde al quadro da rivoluzione tecnologica che ne fornisce Antonelli. È vero che il tessuto distrettuale sta modificandosi in modo significativo ma in una direzione che difficilmente è quella di una qualche efficienza dinamica. La gerarchizzazione dei rapporti fra imprese e l’irrigidimento delle forme di mercato verso configurazioni oligopolistiche caratterizza anche questi sistemi locali<strong>[2]</strong>. Se questi processi si associano alla precarizzazione marcata delle condizioni di impiego, non possono non sorgere dubbi sulla correlazione fra processi di trasformazione del tessuto produttivo e istanze progressiste.<br />
Viene da chiedersi se non sia questo il punto di fondo: pur se è ragionevole la tesi di un processo di trasformazione del sistema industriale mondiale nel quale le nuove tecnologie giocano un ruolo importante, è lecito interrogarsi su quale sia la divisione internazionale del lavoro che le imprese italiane perseguono con le loro strategie. Si può, per esempio, ritenere che, prese nel loro insieme, esse preferiscano non misurarsi con i primi arrivati? Che optino per un posizionamento di mercato tale da evitare l’urto con quei concorrenti che godono di un vantaggio tecnologico? Che preferiscano perseguire la competitività scaricando i loro costi privati sui lavoratori e sulla collettività anziché (tentare di) accrescere il valore aggiunto collocandosi sulla frontiera tecnologica? Poco importa che simili strategie di basso profilo possano essere vincenti solo nel breve periodo: le imprese sanno ispirarsi a Keynes più di tanti studiosi e risponderebbero molto serenamente che nel lungo periodo saremo tutti morti. Che poi alcune morti siano anche di breve periodo – come, fuor di metafora, ci informano i dati quotidiani sulle morti bianche – è noto ma lo si può sempre attribuire a cattiva informazione dei lavoratori.<br />
La domanda politica a questo punto è se siano questi gli interessi economico-sociali da aggregare in un progetto progressivo-progressista? La prospettiva di politica che Antonelli prefigura è <u>definita</u> rispetto a certe tendenze o vi si <u>adegua</u> passivamente, trascurando che i processi all’interno della tendenza delineata possono essere molteplici e non tutti auspicabili?<br />
Mi chiedo se il requisito minimo per qualificare in un qualche modo una politica non sia di ricordare che l’efficienza non esiste a priori ma è definibile solo a partire da una data distribuzione. Partendo da questa premessa, rimane vero che la sinistra non è tenuta a difendere gli interessi costituiti o una struttura economica legata al passato. Non vale, tuttavia, l’equazione “progressista = progressivo + equo”, come se i due termini dell’addizione fossero determinabili indipendentemente l’uno dall’altro. La natura del processo “progressivo” dipende dalle scelte che si compiono riguardo all’equità. Una politica si qualifica, allora, se fissa alcuni punti chiari sul piano dei diritti e delle attribuzioni; se dichiara quali preferenze siano lessicografiche e irriducibili alla contrattazione sul mercato. Più prosaicamente, si qualifica se dichiara quali siano le soglie minime per pensioni, istruzione, livello, salubrità e grado di precarietà dell’occupazione, sanità; se definisce quale dispersione del reddito e della ricchezza ritiene accettabile.<br />
Tutto ciò è pregiudizievole della crescita e, ancor più, di quel mutamento strutturale auspicato da Antonelli? Se ci si sofferma sul breve termine ci si può chiedere se per le imprese l’incentivo a rischiare sul terreno dell’innovazione non sia tanto più elevato quanto meno possono ricorrere a strategie di “fuga”, quali la traslazione dei loro costi privati sui lavoratori e la società. In altri termini, è ragionevole ritenere che una politica nella quale l’equità informasse ciò che è “progressivo” forse sarebbe più efficace di una che lasciasse indeterminate – quindi date dallo status quo - le condizioni di partenza.<br />
Più in generale, ci si deve chiedere quale sia il fine ultimo della politica da realizzare. Proprio perché, come suggerisce Antonelli, qualsiasi politica si colloca in un contesto processuale, gli obiettivi che di volta in volta si perseguono non sono altro che gli strumenti per altri obiettivi. Gli uni e gli altri sono le due faccie di un’unica medaglia: il modello di società che si intende realizzare. Da questo punto di vista non ci si può non chiedere se la sicurezza sul posto del lavoro – o qualsiasi altro elemento fra quelli elencati sopra – debba rientrare nella contabilità del progresso oppure no e, nel caso, se vi debba entrare come onere, vincolo, costo oppure come strumento finalizzato a una diversa qualità della vita.<br />
Far discendere in modo lineare le alleanze politiche da un’analisi economica fa tornare alla memoria i vecchi tempi quando si riteneva possibile separare nettamente struttura e sovrastruttura. Allo stesso tempo fa sorgere il dubbio che l’importante categoria concettuale della complessità, che si è fatta entrara dalla porta, venga fatta uscire dalla finestra. Forse può essere più proficuo prendere sul serio la provocazione di Amartya Sen<strong>[3]</strong> quando, nel riflettere sulla crisi attuale, invita a soffermarsi di meno su Keynes e di più su autori, come Adam Smith e di Arthur C. Pigou, che hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni che trascendono la logica di mercato.</p>
<p>*<em>Professore associato di politica economica, Università di Macerata.</em></p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Si veda C. Antonelli, “<a target="_blank" href="http://www.de.unito.it/web/member/segreteria/wp/Momigliano/2009/4_wp_Momigliano.pdf">La politica economica delle coalizioni per progettare il futuro e guidare la crescita</a>”; N. Bellanca, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-politica-delle-coalizioni-per-la-sinistra-italiana">La politica delle coalizioni per la sinistra italiana</a>; S. Cesaratto, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/litalia-see-destra-la-base-sociale-del-consenso-politico-in-italia">L’Italia s’è destra: la base sociale del consenso politico in Italia</a>; N. Bellanca, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/nuovi-assetti-del-capitale/come-ottenere-consenso-politico-in-italia">Come ottenere consenso politico in Italia?</a>.<br />
[2] Si vedano i contributi in F. Guelpa, S. Micelli, I distretti industriali del terzo millennio. Dalle economie di agglomerazione alle strategie di impresa, Bologna, il Mulino, 2007.<br />
[3] A. Sen “<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.nybooks.com/articles/22490">Capitalism Beyond the Crisis</a>”, New York Review of Books, 31-03-09.</h6></p>
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		<title>L&#8217;impresa pubblica competitiva. Una proposta</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 07:25:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’entrata o la mera minaccia di entrata di una impresa pubblica nei diversi settori industriali e finanziari potrebbe servire ad indurre le imprese private già operanti ad evitare pratiche monopolistiche.
L’impresa pubblica competitiva (IPC) è definibile come un’impresa di proprietà pubblica che opera in competizione con imprese private. I suoi manager sono esposti a un vincolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img width="332" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/impresa-pubblica.jpg" height="179" />L’entrata o la mera minaccia di entrata di una impresa pubblica nei diversi settori industriali e finanziari potrebbe servire ad indurre le imprese private già operanti ad evitare pratiche monopolistiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’impresa pubblica competitiva (IPC) è definibile come un’impresa di proprietà pubblica che opera in competizione con imprese private. I suoi manager sono esposti a un vincolo di bilancio duro, nel senso che il governo non sarà pronto a ripianare qualsiasi perdita, e hanno l’obbligo di pareggiare il bilancio entro un arco temporale di medio periodo, pena il licenziamento. Nei costi può essere incluso un profitto normale da utilizzare per l’autofinanziamento della crescita e delle innovazioni. Non è tenuta a distribuire profitti, ma può finanziarsi sul mercato del credito, prendendo a prestito tutto quello che vuole, se riesce  a persuadere i prestatori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Produce beni privati in settori caratterizzati da relativa omogeneità dei prodotti e delle tecnologie. La relativa omogeneità dei prodotti assicura la sensibilità dei ricavi alla competizione di prezzo. La relativa omogeneità delle tecnologie, intesa come una situazione in cui tutte le imprese del settore hanno facile accesso alla stessa tecnologia, assicura l’uniformità del saggio di profitto se c’è uniformità dei prezzi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Lo scopo principale dell’IPC è di costringere le imprese private a praticare prezzi concorrenziali, impedendo comportamenti collusivi e sfruttamento oligopolistico dei consumatori. L&#8217;IPC sarebbe particolarmente utile in quei settori in cui la dismissione delle vecchie imprese pubbliche (comprese quelle a partecipazione statale) ha contribuito a creare condizioni oligopolistiche e in cui la concorrenza internazionale non è efficace, ad esempio perché gli stessi mercati internazionali sono dominati da imprese oligopolistiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’IPC praticherebbe prezzi concorrenziali che assicurano solo il profitto normale e, se detiene una consistente quota di mercato, svolgerebbe una efficace azione competitiva. L’efficacia della competizione di prezzo sarebbe assicurata dalla omogeneità dei prodotti e delle tecnologie. Naturalmente è favorita anche la competizione non di prezzo, soprattutto quella che passa per la qualità dei prodotti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un secondo scopo dell’IPC è quello dell’investimento nella ricerca e nell’innovazione. Ogni innovazione che crea un vantaggio competitivo porterebbe alla riduzione dei prezzi e all’aumento della quota di mercato. Ciò implica anche aumento del tasso di crescita e dei profitti reinvestiti. Le imprese private esposte a questo tipo di concorrenza sarebbero a loro volta costrette a investire in innovazioni se non vogliono perdere quote di mercato. In questo ambito l’IPC svolgerebbe anche una funzione di indirizzo della ricerca, orientando l’innovazione verso direzioni socialmente benefiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’IPC, per fare un esempio, già potrebbe esistere nel settore della televisione. Sarebbe  la RAI, se fosse gestita nell&#8217;ottica di cui sopra. In questo settore però non esiste una vera competitività di prezzo, gran parte degli introiti delle imprese provenendo dalla pubblicità e dal canone. In tal caso la competitività deve agire soprattutto sull’innovazione e la qualità del prodotto. Laddove invece, come nei canali a pagamento, la competitività di prezzo è possibile, l’impresa pubblica deve svolgere un’azione aggressiva.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un altro settore in cui può esistere l’IPC è quello dei tabacchi. Qui la concorrenza internazionale è inefficace perché lo stesso mercato mondiale è dominato da poche multinazionali oligopolistiche. Per di più la competitività di prezzo sarebbe dannosa, in quanto stimolerebbe l’aumento della domanda. In questo caso si dovrebbe partire dal principio che il “bene” prodotto dall&#8217;impresa pubblica non è il fumo, ma la riduzione del danno associato al fumo. Un’impresa di stato, se esistesse,  dovrebbe praticare politiche competitive soprattutto nella “qualità” del prodotto, nella ricerca di prodotti meno dannosi e nella tutela della salute dei consumatori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Nei settori in cui, a causa delle recenti dismissioni, non esistono IPC, sarebbe necessario avviare una politica di riacquisto da parte dello stato. Penso in particolare ai settori delle assicurazioni, dell’energia elettrica, delle banche e della telefonia.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Si potrebbe essere tentati di sollevare la solita critica contro i fallimenti dello stato: i manager delle IPC sarebbero tentati di concedere molto slack gestionale per massimizzare la propria utilità in contrasto con la funzione obiettivo postagli dalle autorità pubbliche, sicuri di non dovere rendere conto agli azionisti per l&#8217;inefficienza produttiva e le perdite d&#8217;esercizio. Ma una tale critica sarebbe scarsamente efficace, perché le IPC opererebbero sui mercati dei requisiti produttivi e dei beni in competizione con quelle private, mentre uno stringente vincolo di bilancio metterebbe a rischio il posto di lavoro dei manager inefficienti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Più plausibile sembra un altro tipo di critica. I manager delle IPC potrebbero essere tentati di accedere tacitamente a pratiche collusive con gli oligopoli privati. Accettando prezzi oligopolistici si metterebbero al sicuro dai rischi di perdita e potrebbero massimizzare i propri redditi. Ci rimetterebbero i consumatori, che non potrebbero usufruire dell&#8217;abbassamento dei prezzi a cui le IPC sono istituzionalmente impegnate.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Si può suggerire che, per far fronte a questa evenienza, si imponga la presenza di rappresentanti degli utenti nei consigli d&#8217;amministrazione. La cosa sarebbe fattibile utilizzando esponenti eletti da associazioni dei consumatori legalmente riconosciute. Sarebbe  ancora più facilmente praticabile in quelle situazioni in cui gli utenti sono legati all&#8217;impresa da contratti espliciti: telecomunicazioni, energia elettrica, assicurazioni, banche, servizi di pubblica utilità etc. In questi casi i rappresentanti degli utenti di ogni singola IPC potrebbero essere formalmente eletti dagli utenti stessi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Alcuni giornalisti tendono a ridicolizzare l’idea che lo stato debba produrre panettoni. Alcuni professori sostengono che non è comunque necessario, in quanto la contendibilità dei mercati indurrebbe le imprese a comportarsi in modo competitivo anche in mercati non atomistici. Il problema è che la teoria dei mercati contendibili<strong>[1]</strong> non funziona nei settori in cui, tra l’altro, esistono elevati costi irrecuperabili.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ebbene l’IPC contribuirebbe a risolvere tale problema. La collettività dovrebbe annunciare di essere pronta ad assumersi questi costi nei casi in cui le imprese private non sarebbero disposte a farlo. Sarebbe pronta sia per i vantaggi generati dalla concorrenza sia per l’implicita capacità pubblica di assicurare i rischi. La semplice disponibilità ad assumersi costi non recuperabili sarebbe un fattore di aumento della contendibilità dei mercati per il solo fatto che c’è. Così potrebbe non essere necessario che lo stato produca panettoni, anche se questo fosse un mercato oligopolistico. Sarebbe necessario emanare una normativa che rende possibile l’IPC. Poi, l’entrata dello stato in alcuni settori, ad esempio quello della telefonia, potrebbe contribuire a creare comportamenti non collusivi anche nel mercato dei panettoni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*L&#8217;autore è professore ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Siena.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>[1]</strong> Un mercato si dice contendibile quando vi possono entrare nuove imprese senza sostenere costi irrecuperabili, cioè costi il cui valore non può essere recuperato con l’uscita dell’impresa. Le grandi imprese che operano in mercati non contendibili tendono naturalmente a sviluppare posizioni monopolistiche. Ad esempio, una nuova impresa che volesse entrare nel mercato dei trasporti ferroviari dovrebbe sostenere costi enormi per costruire nuove ferrovie. Se l’impresa volesse uscire dal mercato in un secondo momento (perché si accorge di non fare profitti) non potrebbe recuperare il valore dell’investimento iniziale in quanto non  esiste un mercato remunerativo per le ferrovie di seconda mano. In queste condizioni un nuova impresa difficilmente deciderà di entrare nel mercato. Perciò le imprese che già vi operano godono di un privilegio monopolistico in quanto non sono esposte alla contendibilità della propria quota di mercato da parte di potenziali concorrenti.</p>
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		<title>Le virtù della rigidità</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 07:26:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il Financial Times del 22 Febbraio ha ospitato un articolo del professor Paul de Grauwe dell&#8217;Università di Lovanio che sin dal titolo - la flessibilità cede il passo alle virtù della rigidità - indica un cambio di paradigma. La argomentazione piena di buon senso e chiarezza dovrebbe aprire una riflessione critica anche in Italia dove dobbiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="480" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/cap_lav.jpg" height="421" style="width: 231px; height: 215px" />Il Financial Times del 22 Febbraio ha ospitato un articolo del professor Paul de Grauwe dell&#8217;Università di Lovanio che sin dal titolo - <em>la</em> <em>flessibilità cede il passo alle virtù della rigidità </em>- indica un cambio di paradigma. La argomentazione piena di buon senso e chiarezza dovrebbe aprire una riflessione critica anche in Italia dove dobbiamo ancora sorbirci l&#8217;ennesima predica del professor Pietro Ichino sul Corriere della Sera del 23 Febbraio -  <em>è finito il tempo del “ma anche”</em>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">De Grauwe in sintesi spiega che in una deflazione da debiti, come quella in corso, se le istituzioni sociali sono troppo flessibili – ad esempio le imprese possono licenziare facilmente e tagliare i salari senza indugi – gli effetti negativi saranno ampliati a dismisura perché le insolvenze si aggiungono una sull&#8217;altra senza freni, dato che la spinta alla pauperizzazione di vaste masse di lavoratori non trova freni. In tali circostanze sono necessari degli “interruttori” che siano in grado di fermare la spirale perversa, frenando il meccanismo cumulativo. Ebbene – udite, udite -i paesi con salari rigidi, buona sicurezza occupazionale sociale sono più favoriti perché la deflazione da debiti trova un pavimento su cui fermarsi, insomma la società non può impoverirsi oltre un certo livello e, aggiungo io, le aziende sono costrette più rapidamente ad aggiustamenti strutturali, piuttosto che scaricare il costo per intero sul lavoro.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Questa riflessione, di solare evidenza, cosa suggerisce sul tipo di rapporto tra Capitale e Lavoro  che le presenti circostanze richiederebbero? La risposta quasi naturale è: un miglior bilanciamento dei rapporti di forza che sbarri la strada al Capitale verso la sua naturale tendenza a scaricare sul Lavoro il costo dell&#8217;aggiustamento, tendenza facilitata dall&#8217;oggettivo ricatto sui lavoratori che la crisi comporta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Se giudichiamo, su questa base logica, il recente accordo separato tra la Confindustria la CISL, la UIL e l&#8217;UGL colpisce il fatto che esso si muove nella logica opposta. Uno dei principi ispiratori dell&#8217;accordo, di cui non si conoscono ancora le regole attuative, è quello della derogabilità, a livello aziendale, di ogni accordo collettivo di livello superiore il che implica che quanto pattuito nei contratti nazionali ha il valore di una indicazione e non di un vincolo. Se poi si aggiunge che vi è una centralizzazione della disciplina negoziale che sbarra la strada alle iniziative dal basso è chiaro che il sistema di relazioni industriali funziona in una sola direzione: disciplinare i comportamenti del mondo del lavoro. Infine si opera anche un ridimensionamento formale del ruolo e del peso del contratto nazionale come momento redistributivo e difensivo dei salari con una riduzione della dinamica salariale grazie al nuovo indice di riferimento ed ad una diversa scansione temporale dei contratti. Tutto questo nel mentre nulla viene fatto per coprire quei milioni di lavoratori che sono fuori da ogni tutela negoziale e previdenziale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ne consegue che nel mentre la crisi raggiungerà il suo acme, il sistema di Relazioni Industriali amplificherà gli effetti perversi per chi ne è coperto e lascerà al freddo tutti coloro che non ne sono coperti. Nel paese delle piccole e piccolissime imprese l&#8217;effetto devastante sarà quello di un uragano. Sembrerà che le imprese ne trarranno un beneficio; in realtà é solo a breve termine e con effetti perversi nel medio e lungo termine. Si favoriranno infatti strategie di sopravvivenza asfittiche e senza futuro dato che sono basate su un taglio dei costi e sulla svalorizzazione del capitale umano che rappresenta il valore principale per il futuro. Le organizzazioni sindacali sembrano voler seguire l&#8217;antico principio di salvare l&#8217;organizzazione in attesa di tempi migliori; purtroppo l&#8217;accordo non mette le organizzazioni al riparo dalla crisi ma ne trasforma il ruolo in modo così radicale da mettere in causa la loro legittimazione. I sindacati infatti non possono essere, se non che cambiando natura, trasformati un una istituzione legittimata fondamentalmente dalle altre istituzioni. La difesa dell&#8217;organizzazione, di fronte a ben altri pericoli ed in altri tempi aveva un patos tragico – sempre con esiti negativi o dubbi - ; riproporla oggi vuol dire avvicinarsi pericolosamente all&#8217;esito predetto dalla vecchia massima che la storia si ripete sempre due volte, la seconda come farsa.</p>
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		<title>Scorpacciate di risparmio o digiuno di investimenti?</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 07:23:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Le cause immediate della crisi sono fatte spesso risalire all’assenza di regolamentazione e alla politica espansiva della Fed che, mantenendo i tassi d’interesse artificialmente bassi, avrebbe provocato un’eccessiva offerta di risparmio. Come è ampiamente spiegato nei noti modelli di selezione avversa, quest’ultima avrebbe, a sua volta, provocato la formazione di un pool di debitori sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em><img border="0" width="350" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/copyright.jpg" height="350" style="width: 193px; height: 190px" /></em>Le cause immediate della crisi sono fatte spesso risalire all’assenza di regolamentazione e alla politica espansiva della Fed che, mantenendo i tassi d’interesse artificialmente bassi, avrebbe provocato un’eccessiva offerta di risparmio. Come è ampiamente spiegato nei noti modelli di selezione avversa, quest’ultima avrebbe, a sua volta, provocato la formazione di un pool di debitori sempre più scadente con le conseguenze che sono ormai sotto gli occhi di tutti.<br />
Secondo <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economist.com/displaystory.cfm?story_id=12972083">un articolo dell’Economist</a> dello scorso gennaio un benefico “flow” di risparmio sarebbe diventato una disastrosa “flood” ma l’inondazione sarebbe dovuta più alle “global imbalances” generate all’estero che un frutto endogeno della economia e della politica americana.<br />
In effetti, il governatore Bernanke <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/bernanke20070911a.htm">sostiene da molto tempo</a> che il ruolo della Fed nell’espansione del credito è stato marginale e che la causa ultima della crisi è stata una scorpacciata di risparmi (saving glut) cui gli Stati Uniti sono stati costretti a causa del massiccio afflusso di risparmi proveniente da altri paesi (v. su questo anche Sergio Cesaratto, <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi/">www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi/</a>).<br />
C’è qualche cosa di simpaticamente infantile nella formulazione della tesi del Governatore della FED. A molti di noi (per quanto mi riguarda, a casa della mamma) capita di attribuire le scorpacciate, e le crisi digestive che esse provocano, all’ottimo e sovra-abbondante cibo che viene cucinato. Il vero limite della tesi di Bernanke non sta tuttavia tanto nell’infantilismo della sua formulazione ma nell’inesattezza dei suoi contenuti. Come mostrano i dati contenuti nel <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.banque-france.fr/gb/publications/telechar/debats/op1.pdf">paper della Banca di Francia di Moec e Frey</a>, negli altri paesi non c’è stata una sovrabbondanza di risparmi ma piuttosto un digiuno d’investimenti. Negli ultimi anni, nel mondo, i risparmi non sono cresciuti. Invece, specialmente al di fuori degli Stati Uniti, sono diminuiti gli investimenti. In altre parole, l’abbondanza di cibo in America sarebbe stata il frutto di un blocco dei sistemi di digestione dei vicini.<br />
Si potrebbe sostenere che, in questa situazione, gli americani dovevano generosamente digerire anche per conto degli altri paesi e fornire loro trasfusioni di cibo pre-digerito. Parte del risparmio assorbito dall’America era infatti iniettato sotto forma d’investimenti diretti nella circolazione dei paesi colpiti dal blocco del loro sistema digerente.<br />
Non è dunque colpa dei vicini se essi non sono riusciti a creare adeguate opportunità d’investimento, per di più intossicando gli americani con la loro inondazione di risparmi?<br />
Il problema è che le lobby legate alle multinazionali americane, facendo pressione per la nuova architettura del commercio internazionale partorita a Marrakesh nel 1994 hanno avuto un ruolo niente affatto marginale nel causare il blocco dei sistemi digestivi dei loro concorrenti.<br />
Partiamo dal 1992 quando George Bush Senior conclude una presidenza piena di successi in politica estera in un quadriennio che vede, fra l’altro, il crollo delle economie socialiste e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Eppure lo slogan “it’s the economy stupid!” basta a fargli perdere le elezioni contro Clinton. La causa non è tanto la crisi congiunturale iniziata nel 90 ma la consolidata percezione che il “modello americano” sia perdente rispetto a quelli alternativi giapponesi e tedeschi. Nel decennio precedente si sono consumati fiumi d’inchiostro per descrivere i miracoli del management giapponese e suggerire i vari modi in cui gli americani avrebbero potuto imitarlo.<br />
Alla fine degli anni 90 il quadro si è capovolto. Gli Stati Uniti (e l’Inghilterra) sono diventati il modello da imitare e gli eroi di ieri (non solo Germania e Giappone ma, dopo la crisi del 97, anche tutte le tigri asiatiche) si affannano a ristrutturare le loro economie sulle orme del cosiddetto modello anglo-americano. Frattanto l’economia cinese ha un rapidissimo sviluppo. Cosa ci porta a questo improvviso rovesciamento della situazione?<br />
La spiegazione potrebbe essere fatta risalire al solito ritornello liberista: solo gli americani (e gli inglesi) avrebbero riscoperto improvvisamente le virtù del mercato, offrendo così numerose opportunità d’investimento precluse ai loro rigidi concorrenti.<br />
E, tuttavia a ben guardare, non sono state le virtù della concorrenza ma i vantaggi del monopolio intellettuale a far riguadagnare rapidamente terreno agli Stati Uniti rispetto alle altre economie occidentali. Infatti, nella prima metà degli anni 90, gli Stati Uniti non hanno più rivali militari e politici globali e possono riorganizzare l’economia mondiale in un modo diverso che valorizzi al massimo la loro leadership scientifica e tecnologica e soprattutto le loro posizioni di monopolio.<br />
Le caratteristiche salienti del nuovo mondo sono contenute nei <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://en.wikipedia.org/wiki/TRIPS">TRIPS</a> firmati a Marrakesh il 15 Aprile del 1994. Significativamente, i TRIPS costituiscono <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.wto.org/english/tratop_e/trips_e/t_agm0_e.htm">l’annesso 1C dell’accordo</a> con cui viene fondato il <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://en.wikipedia.org/wiki/WTO">WTO</a>.<br />
Il preambolo dei TRIPS recita come cosa ovvia che “intellectual property rights are private rights” come tutti gli altri diritti di proprietà privata. Eppure questa ovvietà era sconosciuta a un economista dell’innovazione del calibro di Schumpeter ed è stata recentemente messa in discussione nel bel libro di Boldrin e Levine <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://levine.sscnet.ucla.edu/general/intellectual/againstfinal.htm">Against Intellectual Monopoly</a>. Se il riconoscimento dei diritti di proprietà (inclusi quelli intellettuali) costituiva la base naturale del libero scambio, la ratificazione dei TRIPS non poteva non costituire un annesso degli accordi del WTO e un requisito obbligatorio per accedere al commercio internazionale. Diversamente da tutti i precedenti accordi internazionali relativi alla proprietà intellettuale, l’inclusione dei TRIPS nella costituzione del WTO comportava un efficace meccanismo per far rispettare la proprietà intellettuale. Gli Stati potevano ora essere disciplinati mediante le istituzioni dello stesso WTO e, in casi estremi, si sarebbe potuto limitare l’accesso al commercio internazionale ai “ladri” di proprietà intellettuale.<br />
A dispetto dell’accattivante retorica declamante libero scambio e proprietà privata, gli accordi di Marrakesh introducono surrettiziamente super-tariffe tali da far impallidire il protezionismo più spinto. Con i TRIPS i diritti di proprietà intellettuale diventano dei monopoli globali e cioè, in un certo senso, dei dazi doganali dal valore quasi infinito. Non solo i concorrenti degli altri paesi non possono esportare il bene nel paese del monopolista intellettuale ma hanno anche il divieto di produrlo nel loro stesso paese. Quando alcune multinazionali di qualche paese si organizzano in “patent pools”, la desertificazione economica di quel settore negli altri paesi diventa inevitabile e sembra non lontano dalle passate imposizioni dell’Inghilterra alle sue colonie e in particolare, all’India (Marcello De Cecco, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://books.google.com/books?id=sZWiAAAAIAAJ&amp;q=Marcello+De+Cecco+money+empire&amp;dq=Marcello+De+Cecco+money+empire&amp;lr=&amp;hl=it&amp;pgis=1">Money and Empire</a>, Rowman and Littlefield, 1975).<br />
Salvo qualche notevole eccezione come <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2009/02/01/protectionism-and-stimulus-wonkish/">Krugman</a> abbiamo assistito in questi mesi a un coro di allarmi per i danni di un incombente protezionismo. Si fa notare come uno degli effetti peggiori delle crisi finanziarie sia che esse possono disintegrare il libero scambio. E tuttavia, il rapporto fra i due fenomeni presenta una complessità del tipo problema uovo-gallina che non ammette facili soluzioni.<br />
E’ certamente vero che la crisi sta portando ad atteggiamenti protezionistici e a <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2009/02/01/protectionism-and-stimulus-wonkish/">ritorni di nazionalismo economico</a>.<br />
E’ però anche vero che il protezionismo, celandosi sotto le sacre vesti dei diritti di proprietà privata, ha contribuito a generare la crisi finanziaria. Esso ha fatto inizialmente solo scemare le opportunità d’investimento fuori dagli Stati Uniti mentre questi ultimi, grazie agli investimenti diretti delle loro multinazionali, hanno per un certo tempo digerito anche per gli altri. Infatti, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.banque-france.fr/gb/publications/telechar/debats/op1.pdf">come mostrano Moec e Frey</a> la crisi è stata preceduta, prima di tutto, da una caduta degli investimenti fuori dall’America. In parte, questa caduta è stata inizialmente attenuata dagli investimenti diretti delle multinazionali dotate di un’imbattibile ricetta a base di monopolio intellettuale americano e lavoro cinese a basso costo.<br />
Alla caduta degli investimenti degli altri paesi si è poi aggiunto un graduale blocco digestivo delle stesse imprese multinazionali americane. Già nel luglio 2005 l’Economist parlava di un <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economist.com/finance/displaystory.cfm?story_id=E1_QTVQQJT">“corporate savings glut”</a> e nel sottotitolo notava come ormai le grandi corporation, ancora di più delle economie emergenti, fossero diventate i leader mondiali della corsa globale verso la frugalità. Lo stesso articolo faceva poi riferimento al famoso <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Paradox_of_thrift">paradosso della frugalità di Keynes</a> secondo cui se tutti vogliono risparmiare dovrà (in assenza d’investimenti) calare il risparmio… anche se passando naturalmente prima per bolle speculative e varie “innovazioni finanziarie” (vedi Marcello De Cecco, <a href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=449">www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=449</a>).<br />
In conclusione, se le crisi finanziarie hanno provocato il protezionismo, il superprotezionismo della proprietà intellettuale ha fatto calare gli investimenti. Ciò è avvenuto in due fasi (largamente sovrapposte nel tempo) e secondo due meccanismi.<br />
Nella prima fase, dopo i TRIPS, si è avuto il lancio del modello cino-americano e una corsa a investimenti tesi a consolidare i monopoli intellettuali americani. Mentre si aprivano nuovi spazi per le compagnie americane superdotate di queste “risorse”, si chiudevano molte opportunità d’investimento autonomo per il Giappone e per le ex-tigri asiatiche che non avevano né le dotazioni monopolistiche americane né i bassi costi cinesi. La crisi asiatica del 1997 rappresenta il culmine di questa fase.<br />
Nella seconda fase, secondo i meccanismi descritti nelle note <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/full/280/5364/698">tragedie degli anti-commons</a>, i monopoli intellettuali mondiali sono diventati troppo pervasivi e hanno cominciato a bloccarsi a vicenda. A questo punto comincia a incepparsi anche il meccanismo d’accumulazione dei grandi “proprietari di conoscenza”.<br />
La caduta degli investimenti ha quindi creato alcune delle condizioni che hanno portano alla crisi finanziaria, e quest’ultima ha a sua volta portato il livello degli investimenti verso nuovi precipizi da cui sarà difficile risalire senza un notevole numero di misure di politica economica. Tra di esse non dovrebbe mancarne una che, coniugando le politiche keynesiane con la capacità della conoscenza di essere usata infinite volte senza deteriorarsi, generi un <a target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=144">supermoltiplicatore degli investimenti</a>. Sostegno alla domanda aggregata e riappropriazione della conoscenza possono costituire due facce di una stessa politica tesa a liberare l’innovazione dalla gabbia del monopolio intellettuale e a fornire più opportunità d’investimento per tutti.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*L’autore è professore ordinario di politica economica nell’Università di Siena. Questo articolo esce anche sul sito  <a href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog">www.econ-pol.unisi.it/blog</a></em></p>
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		<title>A sinistra della crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 06:59:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fra gli economisti di orientamento critico vi è ormai un certo consenso sulle dinamiche che hanno caratterizzato il capitalismo mondiale in anni recenti e che hanno condotto alla crisi in corso[1]. In questa nota si riassume per sommi capi tale interpretazione e si indicano alcune prospettive future.
1. Siamo tutti keynesiani, ma qualcuno di più
Oggi tutti invocano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="364" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisi_finanziaria_big.jpg" height="335" style="width: 213px; height: 172px" />Fra gli economisti di orientamento critico vi è ormai un certo consenso sulle dinamiche che hanno caratterizzato il capitalismo mondiale in anni recenti e che hanno condotto alla crisi in corso<strong>[1]</strong>. In questa nota si riassume per sommi capi tale interpretazione e si indicano alcune prospettive future.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>1. Siamo tutti keynesiani, ma qualcuno di più</strong><br />
Oggi tutti invocano Keynes (o Minsky), ma da sempre gli economisti meno conformisti utilizzano Keynes (e Kalecki) per spiegare le dinamiche del capitalismo. Al centro di questa interpretazione vi è l’idea che l’economia di mercato cresca, nel breve come nel lungo periodo, guidata dalla crescita della domanda aggregata per beni e servizi. Questa consiste di domanda per beni di consumo, investimenti e spesa pubblica. Per un singolo paese essa consiste anche di esportazioni (mentre le importazioni sono una sottrazione alla domanda per i propri beni). Finché non esporteremo su Marte, l’economia-mondo è come se fosse un singolo paese per cui domanda e crescita sono guidate dalle sole prime tre voci. Siccome gli investimenti dipendono a loro volta dalla domanda attesa (gli imprenditori investono sulla base di quanto si attendono di vendere), le fonti ultime della domanda sono consumi e spesa pubblica. Il capitalismo gira se li foraggia dotando di liquidità consumatori e stati<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Negli anni più recenti gli Stati Uniti hanno costituito il motore ultimo che ha generato domanda e crescita globale. I consumi degli americani sono stati, in particolare, il motore di questo processo. I consumi dei lavoratori americani (incluso il ceto medio) hanno però sofferto, come altrove, dei mutamenti a loro sfavorevoli nella distribuzione del reddito. Ciò è stato tuttavia più che compensato dall’azzeramento della propensione al risparmio (cioè dalla quota di reddito che viene risparmiata invece che spesa per consumi) e dall’ampio foraggiamento ai consumi che è provenuto dal credito al consumo, inclusi i mutui immobiliari, oltre che dall’”effetto ricchezza”<strong>[3]</strong> dovuto all’aumento dei valori mobiliari, prima, e immobiliari, poi. In ambedue i modi i lavoratori americani hanno cercato di mantenere o migliorare gli standard di vita acquisiti<strong>[4]</strong>. Il capitalismo americano ha dal suo punto di vista potuto compensare in tal modo la caduta dei consumi conseguenza della peggiorata distribuzione del reddito e assicurare la piena occupazione in una società priva di ammortizzatori sociali. La memoria degli elevati tassi di disoccupazione sperimentati negli anni ’80, oltre che i cospicui flussi migratori dal Messico, hanno tenuto a bada il conflitto distributivo. Bellofiore e Halevi hanno efficacemente sintetizzato il modello come quello del lavoratore terrorizzato e indebitato<strong>[5]</strong>.<br />
La stabile crescita dell’economia americana, in anni noti ora come quelli della “grande moderazione”, ha determinato un crescente disavanzo commerciale soprattutto con i paesi del sud-est asiatico. Le importazioni di prodotti di largo consumo a basso prezzo dall’Asia (modello <em>Wall Mart</em>) hanno contribuito a loro volta, assieme al credito al consumo, a mantenere tollerabile il peggioramento della distribuzione del reddito negli Usa.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>2. Le “global imbalances”<br />
</strong>Molti paesi asiatici, Cina in testa, hanno dunque visto crescere i loro avanzi commerciali con gli Usa. Per impedire un rivalutazione del proprio cambio che avrebbe nuociuto alle loro esportazioni, base della loro crescita, essi hanno volentieri reinvestito i crediti accumulati in buoni del Tesoro americani finanziando in tal modo il disavanzo estero americano. Europa e Giappone non hanno partecipato se non marginalmente al festino in seguito alla depressa domanda interna, per scelta e disgrazia, rispettivamente<strong>[6]</strong>. Se ne è avvantaggiata però la Germania (ma pure il Giappone) che esporta beni capitali in Asia conseguendo forti attivi commerciali. Questo modello è stato suggestivamente, se non del tutto appropriatamente, denominato Bretton Woods II<strong>[7]</strong>. Esso si basa sul patto scellerato fra paesi dell’est asiatico e Usa: i primi pronti a sostenere il debito estero americano purché questi continuino ad acquistare le loro merci e consentano loro un cambio competitivo.<br />
Si vede dunque come il modello di crescita Usa basato sull’indebitamento delle famiglie di lavoratori americani sia diventato la base del funzionamento dell’intera economia mondiale. E’ la creazione di potere d’acquisto da parte del sistema finanziario Usa la fonte ultima della domanda mondiale, mentre l’”esorbitante privilegio” di emettere la principale moneta di riserva internazionale fa in modo che la liquidità creata sia tranquillamente accettata in pagamento anche all’estero. E’ questo modello che è ora entrato in crisi. Dei suoi due aspetti, l’indebitamento interno delle famiglie Usa e quello esterno, l’indebitamento verso i paesi asiatici, è saltato il primo, e piuttosto inaspettatamente in quanto le più rinomate cassandre internazionali, come il famoso Roubini, pronosticavano che sarebbe stato il secondo a saltare col crollo verticale del dollaro<strong>[8]</strong>.<br />
Siccome fa tuttavia comodo dare la colpa agli altri, con una acrobatica inversione di cause ed effetti l’interpretazione dominate dovuta al presidente della Fed Bernanke, e prontamente sottoscritta da Alesina e Giavazzi, addebita la responsabilità degli squilibri all’eccesso di risparmio dei paesi asiatici (il “saving glut”)<strong>[9]</strong>: tale risparmio avrebbe trovato utilizzazione nei prestiti alle famiglie americane, certo andati un po’ oltre la normale prudenza. Questa interpretazione di chiaro stampo neoclassico trascura che i risparmi asiatici si sono formati come <em>conseguenza</em> dell’aumento di reddito in quei paesi dovuta al trascinamento della domanda Usa. La capacità di credito alle famiglie del sistema finanziario americano è infatti del tutto indipendente dai risparmi asiatici, come insegna la teoria della moneta endogena condivisa nei suoi tratti più generali dagli economisti meno conformisti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>3. Cosa è andato storto</strong><br />
I fatti recenti sono ormai a tutti noti nei loro tratti salienti: è saltato l’anello più debole del debito delle famiglie americane, i mutui immobiliari concessi nella totale assenza di garanzie di restituzione e di consapevolezza dei mutuatari di ciò che sottoscrivevano. Questi mutui venivano rimpacchettati e venduti ad altri istituti finanziari con l’idea che, in tal modo, il rischio si spargesse su una pluralità di soggetti diventando così inoffensivo. Finché il prezzo delle case cresceva tutti erano soddisfatti. Se per esempio i mutuatari non erano in grado di pagare il sistema gli riaccendeva un altro mutuo di più alto valore, sì da restituire il vecchio con tanto di interessi. Con l’aumento progressivo dei tassi di interesse da parete della Fed a cominciare dal 2004 e l’inizio del calo del prezzo delle case il sistema ha cominciato a scricchiolare con un effetto domino che, attraverso lunghi mesi, si è prima trasmesso all’insieme dell’economia finanziaria e successivamente all’economia reale.<br />
E’ così entrato in difficoltà anche l’altro pezzo del modello, il modello <em>export-led</em> della Cina che vede le proprie aspettative di crescita scemare, il che non è proprio salutare per un paese in cui si affacciano ogni anno nel mercato del lavoro decine di milioni di giovani, di cui molti laureati, per non pensare alle centinaia di milioni di contadini non ancora beneficiati dalla crescita. Non è tuttavia ancora crollata la fiducia cinese nel dollaro, che in questa tempesta ha visto addirittura accresciuto il proprio valore mentre le autorità cinesi non hanno certo intenzione alcuna, ora, di proseguire nella lenta rivalutazione dello Yuan. Questo potrebbe tuttavia non continuare a essere ben visto dagli Usa come dimostrano le prime prese di posizione dello staff di Obama. Dove abbia condotto la logica delle svalutazioni competitive ben sappiamo dalla crisi degli anni trenta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>4. Cosa si può raddrizzare</strong><br />
L’esperienza recente nei paesi avanzati, in particolare negli Usa, mostra come il sostegno alla domanda aggregata che deriva dall’indebitamento privato sia assai più fragile di quella basata sull’indebitamento pubblico<strong>[10]</strong>. Diffuso appare ora il ricorso a misure keynesiane di spesa pubblica, in genere ritenute più efficaci dei tagli fiscali. A destra si paventa da parte di molti il pericolo che finita la crisi il debito pubblico accumulato faccia aumentare i tassi di interesse diventando esso stesso un fattore di recessione. A sinistra ci si domanda se la crisi corrente dimostri che il capitalismo è profondamente irriformabile tagliando l’erba sotto ogni ipotesi riformista. Al primo problema si può rispondere che il livello dei tassi di interesse è in buona misura condizionato dalle banche centrali che lo utilizzano per tenere sotto controllo le dinamiche salariali, mentre il rapporto debito/Pil dipende non solo dall’ammontare del debito, che aumenta lentamente se i tassi di interesse si mantengono bassi, ma anche dalla crescita del Pil. Allora la prima questione ci rimanda alla seconda: è possibile disegnare un capitalismo che coniughi crescita e controllato conflitto sociale? In via di principio ci si potrebbe avvicinare a ciò attraverso un contratto sociale che assicuri una distribuzione diretta e indiretta (attraverso la spesa sociale) del reddito a favore delle classi lavoratrici e sostenga per questa via la domanda aggregata<strong>[11]</strong>. Diversa la questione della realizzabilità politica di tale assetto, difficilissima. Ciò non vuol dire però che la realizzabilità teorica non possa essere brandita come arma di lotta politica in particolare a fronte delle difficoltà che il capitalismo potrebbe avere a trovare altre vie d’uscita agli elevati tassi di disoccupazione prodotti dalla crisi.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6>[1] V. D.Cavalieri, Neoliberismo, interventismo, keynesismo, economiaepolitica, 19/1/09.<br />
[2] Invero, anche le esportazioni finanziate dalla concessione di liquidità ai paesi importatori sono motore di crescita, come indicato da Rosa Luxemburg e Kalecki.<br />
[3] Con questo termine si intende l’effetto positive sui consumi dovuto all’aumento delle attività finanziarie o immobiliari che si possiedono. Tale aumento può indurre la menzionata riduzione dei risparmi (si smette di risparmiare perché ci si sente più ricchi) e accrescere il “collaterale” a garanzia dei debiti accesi.<br />
[4] V. A.Barba, M.Pivetti, Rising household debt: its causes and macroeconomic implications – along period analysis, Cambridge Journal of Economics, 33 (1), 2009; B.Z.Cynamon, S.M.Fazzari Household debt in the consumer age: source of growth – risk of collapse, Capitalism and Society, 3 (2), 2008.<br />
[5] R.Bellofiore, J.Halevi, Tendenze del capitalismo contemporaneo, destrutturazione del lavoro e limiti del ‘keynesismo’. Per una critica della politica economica,  in S.Cesaratto, R.Realfonzo (a cura di). Rive Gauche, Critica della Politica Economica, manifesto libri, Roma, 2006.<br />
[6] V. S.Cesaratto, The sick fraulen of Europe, economiaepolitica, 9/12/08.<br />
[7] Michael P. Dooley, David Folkerts-Landau, Peter Garber (September 2003). An Essay on the Revived Bretton Woods System. National Bureau of Economic Research (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.nber.org/">http://www.nber.org/</a>), 2003.<br />
[8] V. Nouriel Roubini, Brad Setser. Will the Bretton Woods 2 Regime Unravel Soon? The Risk of a Hard Landing in 2005-2006, 2-2005 (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://pages.stern.nyu.edu/~nroubini/papers/BW2-Unraveling-Roubini-Setser.pdf">http://pages.stern.nyu.edu/~nroubini/papers/BW2-Unraveling-Roubini-Setser.pdf</a>).<br />
[9] V. B.S. Bernanke, The Global Saving Glut and the US Current Account Deficit, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.federalreserve.gov/">http://www.federalreserve.gov/</a>; A.Alesina, F.Giavazzi, La crisi? Può la politica salvare il mondo, Il Saggiatore, 2008, pp.27-30; per una critica: C.P.Chandrasekhar, J.Gosh, The Myth of a Global Saving Glut, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.networkideas.org/">http://www.networkideas.org/</a><br />
[10] Barba e Pivetti (cit.).<br />
[11] L’esperienza di questa crisi mostra pure come i modelli di sviluppo export-led abbiano dei limiti nell’esistenza di importatori di ultima istanza. Come nota acutamente Nardozzi (Sole, 29/1/09), dal punto di vista degli squilibri globali, il sostegno ai salari diretti e indiretti in Cina consentirebbe a quel paese di crescere meno basandosi sulle esportazioni. Lo sviluppo dello stato sociale indurrebbe anche le famiglie cinesi a risparmiare di meno a scopo precauzionale.</h6>
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		<title>Un supermoltiplicatore degli investimenti pubblici</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 06:48:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Un lungo periodo di dominio ideologico neo-liberista sta volgendo al termine. Si è trattato di un’ambigua egemonia culturale: in essa sono state incluse cose, come la difesa dei diritti di proprietà (ovvero i monopoli) intellettuali o il lasciar fare all’autoregolamentazione dei gruppi d’interesse, che poco hanno a che fare con il liberismo classico senza “nei”. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="368" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/proprieta-intellettuale.jpg" height="182" style="width: 262px; height: 128px" />Un lungo periodo di dominio ideologico neo-liberista sta volgendo al termine. Si è trattato di un’ambigua egemonia culturale: in essa sono state incluse cose, come la difesa dei diritti di proprietà (ovvero i monopoli) intellettuali o il lasciar fare all’autoregolamentazione dei gruppi d’interesse, che poco hanno a che fare con il liberismo classico senza “nei”. Sfortunatamente, non è tanto la fine di un’inerzia intellettuale accademica ma una difficile crisi economica che spazza via questa confusa costruzione ideologica che spesso aveva identificato negli USA la sua terra promessa mentre questi portavano avanti politiche (incoscientemente e inconsciamente) keynesiane motivate, fra l’altro, dalla guerra e da un traballante consenso politico.<br />
“Vecchie teorie” (considerate fino a un paio di mesi fa dei paria accademici, o al più dei gingilli interessanti solo per gli storici del pensiero) sembrano offrire il principale quadro intellettuale di riferimento per le politiche di comprensione e di contrasto della crisi. Indubbiamente, esse offrono un’utile base per ridare un ruolo interpretativo e propositivo alla nostra disciplina che in anni recenti ha concentrato la sua attenzione quasi esclusivamente sulle situazioni di equilibrio di mercato come se esse fossero lo stato naturale dell’economia, non un possibile momento di quiete di un complesso processo dinamico. Nella presente situazione di crisi, in cui le politiche di sostegno alla domanda non possono più essere inconsce o incoscienti, le vecchie teorie keynesiane offrono un quadro che permette di comprendere in modo più adeguato sia quanto è successo nell’ultimo decennio, sia i problemi che occorre urgentemente affrontare.<br />
Anche se parte del quadro teorico di riferimento viene dai lontani anni trenta, nel suggerire delle politiche anti-crisi non si dovrebbe ignorare quanto sia cambiata frattanto l’economia reale. A quel tempo, l’attenzione delle politiche orientate a stimolare la domanda aggregata era rivolta principalmente alle infrastrutture tradizionali: ponti, strade, ecc.. Difficilmente le politiche di sostegno alla domanda aggregata possono avere successo se non si tiene conto del fatto che, nelle moderne economie ad alta intensità di conoscenza, la composizione dei settori produttivi e dell’occupazione è ormai molto diversa.<br />
Le politiche anti-crisi dovrebbero sfruttare le nuove opportunità che le economie contemporanee offrono a misure di tipo keynesiano. Esse dovrebbero accettare che non tutte le buche che si scavano sono egualmente utili per stimolare l’economia e che qualcuna di esse può, talvolta, diventare una voragine che forma un buco nero da cui può diventare difficile riemergere. La “policy” proposta nei paragrafi seguenti non pretende di essere l’unica e nemmeno la più importante per affrontare la crisi. Essa vorrebbe, invece, costituire un esempio utile per mostrare che una politica di sostegno alla domanda aggregata può essere più efficace, e in senso keynesiano supermoltiplicativa, se tiene anche conto delle dinamiche microeconomiche di una società contemporanea.<br />
Le moderne economie ad alta intensità di conoscenza sono ormai anche caratterizzate da una quota senza precedenti di conoscenza posseduta privatamente (o, in altre parole, di diritti di monopolio in forma di brevetti, copyright ecc.). Mentre le istituzioni globali (il WTO e i relativi accordi TRIPs) hanno reso più redditizia la proprietà intellettuale privata, nessuna istituzione globale ha contribuito ad aumentare la convenienza della proprietà intellettuale pubblica. Le istituzioni correnti (e ancor più quelle assenti) dell’economia globale hanno reso conveniente un eccesso di privatizzazione e di monopolizzazione dell’economia attraverso una rete intensiva di diritti di proprietà intellettuale (<em>Intellectual Property Rights</em>, IPR). Le lobby nazionali e internazionali non hanno poi mancato di sommare a questi perversi incentivi le loro motivazioni intrinseche, da sempre orientate ad acquisire posizioni di monopolio.<br />
I diritti di proprietà intellettuale possono essere causa di stagnazione economica. I prezzi di monopolio restringono la produzione. La corsa ad acquisire monopoli può inizialmente stimolare gli investimenti ma, dopo un po’, lo stimolo è progressivamente compensato dalla paura che l’uso di nuova conoscenza possa essere bloccato da monopoli esistenti su conoscenze complementari pregresse (la cosiddetta tragedia degli anticommons). Inoltre, gli IPR hanno effetti asimmetrici su paesi ricchi e paesi poveri. Mentre i paesi in via di sviluppo esportano i loro beni in condizioni concorrenziali, molte imprese dei paesi del primo mondo possono vendere beni ad alto contenuto di conoscenza sotto lo scudo protettivo degli IPR. Nonostante siano presentati come un ingrediente necessario per il libero commercio, gli IPR offrono una protezione più forte della più elevata tariffa protezionistica. Garantiscono una protezione totale non solo nel mercato domestico ma anche in ogni altro mercato nel mondo. Analogamente a tariffe doganali e altre forme di protezionismo, possono solo contribuire a peggiorare la crisi economica.<br />
Anche se la crisi è partita nel settore finanziario, è probabile che le istituzioni in essere nella produzione della conoscenza possano contribuire a generare una stagnazione prolungata. Allo stesso tempo, le economie ad alta intensità di conoscenza offrono grandi opportunità per politiche keynesiane efficaci. Invece di essere utilizzate per nazionalizzare in modo inefficiente le imprese che producono beni privati o foraggiare senza limiti quelli che sono stati i principali responsabili dell’accaduto (che non stanno peraltro restituendo in termini di aumentata liquidità il foraggio ricevuto), le politiche keynesiane potrebbero essere usate per diminuire il grado di monopolizzazione della conoscenza e trasferire in modo efficiente la proprietà intellettuale dalla sfera privata a quella pubblica. Il WTO, che ha contribuito a rendere più conveniente la proprietà intellettuale privata, dovrebbe essere bilanciato dall’istituzione di un ricco e autorevole WRO (World Research Organization) che renda possibile una proprietà intellettuale pubblica laddove essa può meglio contribuire allo sviluppo globale. E’ giunto il momento di accettare anche a livello politico che la conoscenza è un bene “non-rivale” o, meglio “anti-rivale”, che dovrebbe essere trattato come la più preziosa e specifica risorsa collettiva dell’umanità. Per usare la sempre vivida immagine di Jefferson, la conoscenza è come la fiamma di una candela: accendere un’altra candela non diminuisce la fiamma delle candele già accese. Al contrario, consentire ad altri di contribuire al fuoco della conoscenza ha l’effetto di accrescere la luminosità di ogni singola candela!<br />
Le misure anti-crisi dovrebbero includere il finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca. Questo finanziamento dovrebbe essere coordinato a livello sovranazionale per evitare problemi di free-riding tra paesi, che al momento stanno restringendo lo sviluppo degli investimenti in ricerca pubblica. Inoltre, cosa ancora più importante nella crisi presente, il finanziamento può prendere immediatamente la forma di un’acquisizione pubblica di diritti di proprietà intellettuale posseduti dalle imprese private e fungere sia da sostegno alla domanda sia da stimolo a un aumento di efficienza dei mercati. L’effetto di queste politiche andrebbe ben oltre quanto ci si può attendere da molte delle altre misure proposte per fare fronte alla crisi.<br />
In primo luogo, l’acquisizione proposta non comporta la nazionalizzazione dell’impresa o l’uso di denaro dei contribuenti senza contropartita. Al contrario, l’IPR è pagato a un prezzo corrispondente al suo valore privato ma viene trasferito all’arena pubblica dove ha un valore molto maggiore e può ridurre i costi di produzione di molti produttori. Solo un monopolista in grado di discriminare perfettamente fra i consumatori (che è ovviamente solo un’utile astrazione teorica) potrebbe ottenere dalla sua proprietà intellettuale un beneficio privato pari a quello sociale che si otterrebbe quando essa fosse messa gratuitamente a disposizione di tutti i concorrenti. Inoltre, i diritti di proprietà intellettuale sono al momento sottovalutati (insieme ai valori azionari delle imprese che li detengono) e questo rende possibile pattuire dei prezzi molto vantaggiosi sia per il venditore monopolista sia per la comunità che acquista il diritto di proprietà intellettuale.<br />
In secondo luogo, si garantisce sostegno finanziario a quelle imprese che si sono mostrate più innovative. Un forte stimolo per nuovi investimenti viene, così, dato su due fronti alle imprese che vendono alla comunità i loro diritti monopolistici. Da una parte tali imprese ricevono nuovi fondi, dall’altra, avendo venduto loro diritti di proprietà intellettuale, affrontano una competizione nettamente più dura. Pertanto, esse avranno sia i mezzi finanziari sia un forte incentivo, dovuto alla pressione della concorrenza, a investire in innovazione stimolando così la domanda aggregata. Tutta la catena del processo innovativo sarebbe così accelerata con conseguenze benefiche per la crescita dell’economia e l’efficienza delle singole imprese. Per esempio, nel settore farmaceutico, le ditte alla frontiera del processo innovativo metterebbero subito in produzione dei nuovi prodotti, mentre altri produttori potrebbero iniziare a produrre dei farmaci divenuti generici dopo l’acquisto pubblico dei diritti di proprietà intellettuale.<br />
In terzo luogo, un prezzo di monopolio viene sostituito da un più basso prezzo concorrenziale. Anche questo ha un effetto positivo sulla domanda aggregata, non inferiore a quello che si avrebbe con altri provvedimenti tesi ad abbassare i costi di produzione come, per esempio, degli sgravi fiscali.<br />
Infine, viene alleviato il problema degli “anti-commons” di cui si diceva; ciascuna impresa può ora investire in nuova conoscenza con la consapevolezza che è meno probabile che la conoscenza pregressa (complementare e necessaria per beneficiare dell’innovazione) sia posseduta e monopolizzata da altre imprese. La politica suggerita diminuisce il costo del rischio delle transazioni future necessarie a utilizzare i frutti dell’attività innovativa. Dunque, se da una parte dei fondi vengono immediatamente acquisiti dalle imprese che sono state più innovative in passato (che spesso appartengono ai paesi più ricchi), dall’altra l’aumento della conoscenza liberamente disponibile per tutti ha effetti diffusi e contribuisce allo sviluppo complessivo dell’economia mondiale. Per di più, in tutti i paesi indipendentemente dal loro grado di sviluppo, gli imprenditori dovrebbero superare un numero minore di barriere monopolistico-proprietarie per fare investimenti innovativi preziosi per la stagnante economia mondiale.<br />
Gli effetti moltiplicativi che abbiamo indicato vanno ben oltre quelli tradizionalmente associati alle canoniche politiche keynesiane; gli effetti totali sono più forti sia sul lato domanda che in termini di aumento di efficienza dell’economia. In un’economia ad alta intensità di conoscenza é possibile far funzionare un “super-moltiplicatore” degli investimenti pubblici. Ai tradizionali effetti moltiplicativi che hanno questi investimenti in tempi di depressione economica si potrebbero sommare quelli che ha la conoscenza umana quando il suo uso non é artificialmente limitato dal monopolio intellettuale.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*L&#8217;autore è professore ordinario di politica economica nell&#8217;Università di Siena</em>.</p>
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		<title>Neoliberismo, interventismo, keynesismo</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2009 23:58:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La crisi economica globale del sistema capitalistico, oggi in atto, deve indurre gli economisti teorici ad interrogarsi su quanto sta accadendo e a cercare di prevederne i prossimi sviluppi e gli esiti. Uno dei compiti storici della scienza economica è infatti la spiegazione e la previsione di quanto avviene nella realtà.
Un primo punto sembra sufficientemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="280" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/american_recession.jpg" height="180" />La crisi economica globale del sistema capitalistico, oggi in atto, deve indurre gli economisti teorici ad interrogarsi su quanto sta accadendo e a cercare di prevederne i prossimi sviluppi e gli esiti. Uno dei compiti storici della scienza economica è infatti la spiegazione e la previsione di quanto avviene nella realtà.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un primo punto sembra sufficientemente chiaro. Si tratta di una crisi che ha avuto inizio nel mondo della finanza e che ha poi contagiato l’economia reale. E’ emersa la forte instabilità di un sistema di intermediazione finanziaria che anziché incoraggiare il risparmio delle famiglie e assicurare che esso affluisse senza ostacoli agli investimenti delle imprese e agli impieghi delle amministrazioni pubbliche, è stato utilizzato per finanziare pericolose operazioni speculative compiute sul mercato dei capitali e su quello dei cambi. Questo è avvenuto in un contesto di bassi livelli dei salari reali e in presenza di una politica dell’amministrazione repubblicana degli Stati Uniti che ha alimentato nei lavoratori una forma inedita e sottile di illusione monetaria, consentendo alle banche e ad altre istituzioni finanziarie di concedere loro ampio credito e mutui ipotecari a condizioni molto facili (i <em>subprime mortgages</em> a tassi variabili) per indurli ad acquistare di più e consumare di più, nonostante i bassi salari.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Una situazione di questo tipo non può durare indefinitamente. Quando le banche cominciano a incontrare delle difficoltà nel rientro dei capitali prestati e vengono a trovarsi a corto di liquidità per l’insolvenza dei debitori, il flusso del finanziamento bancario alle imprese di produzione tende necessariamente ad interrompersi. Per allontanare nel tempo questa evenienza, le banche hanno fatto ricorso a strumenti innovativi di ingegneria finanziaria allo scopo di attuare una strategia finanziaria tutt’altro che nuova: quella della <em>Ponzi finance</em>, efficacemente descritta da Hyman Minsky. Hanno infatti cercato di trasformare i crediti in sofferenza in fonti di nuove rendite finanziarie, facendo ricorso a operazioni di cartolarizzazione (<em>securitization</em>) e successiva inclusione dei crediti frazionati in prodotti finanziari derivati, con l’intento di arrivare a disperdere il rischio individuale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In tali condizioni, chi comprende come stanno andando le cose e dispone di liquidità non la investirà più, ma la tratterrà, ripromettendosi di farne uso in seguito, quando la crisi avrà prodotto i suoi effetti più devastanti, per acquistare le attività patrimoniali superstiti a prezzi stracciati. Viene in essere cioè una situazione abbastanza simile a una trappola della liquidità, ma in presenza di tassi di interesse non ancora ridotti al minimo. Tale situazione non può tuttavia durare a lungo. Essa è destinata a cambiare non appena sul mercato dei capitali i tassi scendono ulteriormente e diventa possibile compiere operazioni vantaggiose di acquisto di capitale azionario, anche finanziandole a credito. Ossia creando degli appositi consorzi finanziari che si indebitano per acquistare imprese (è il cosiddetto <em>leverage buyout</em>) e che possono conteggiare il debito come un costo detraibile dalle tasse, scaricandone l’onere sulle società acquistate (che non di rado vengono poi abbandonate al loro destino di <em>bad companies</em>).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Questo contribuisce ad aumentare la scarsità di liquido e tende a determinare una crisi del mercato interbancario. Per l’eccessivo livello dell’indebitamento, le banche non si fidano più l’una dell’altra e non si prestano denaro tra loro. La crisi è aggravata dal fatto che nel frattempo si diffondono voci allarmanti sull’esito di investimenti troppo rischiosi effettuati dalle banche e i risparmiatori tendono di conseguenza a ritirare i loro depositi e a compiere spostamenti di capitali dai titoli privati a quelli pubblici, ritenuti più solidi, anche se non del tutto sicuri in una situazione di rischio sistemico.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ne risulta appunto una sorta di trappola anomala della liquidità, che penalizza chi ha bisogno di prestiti per motivi non speculativi. E quindi danneggia in primo luogo le imprese, che possono essere costrette dapprima a ridurre e poi addirittura a cessare la loro attività. A questo punto la crisi diventa generale e coinvolge l’economia reale, a ulteriore dimostrazione della non neutralità della moneta. E attraverso nuovi meccanismi di trasmissione degli impulsi monetari e finanziari sulle variabili reali, che meriterebbero di essere ulteriormente indagati, la crisi si scarica per intero sui lavoratori e sulle loro famiglie.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Le principali cause della fragilità strutturale del sistema finanziario possono a questo punto facilmente individuarsi. Sono la tendenza a un eccessivo ricorso al finanziamento esterno da parte delle imprese; la diffusa pratica bancaria consistente nell’utilizzare credito a breve termine, continuamente rinnovato, per finanziare impieghi di capitale a medio e lungo termine;  la facilità con cui vengono realizzate operazioni finanziarie e creditizie ad alto rischio; la scarsa trasparenza di molte operazioni finanziarie, che alimenta la possibilità di compiere vere e proprie frodi nel trasferimento dei rischi. Frodi che sono messe in atto dagli intermediari finanziari ai danni dei risparmiatori e vengono non di rado avallate da compiacenti agenzie di valutazione (<em>rating companies</em>), che, male interpretando le proprie funzioni, mettono in grado alcune società di indebitarsi per somme molto superiori al loro effettivo valore di mercato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In breve, la crisi ha evidenziato la mancanza nel sistema capitalistico attuale di validi meccanismi di autoregolazione del mercato. In questo senso, si può certamente parlare di fallimento del neoliberismo e di riconosciuta necessità di ricorrere ad interventi pubblici per salvare banche e aziende in difficoltà, anziché lasciare che il mercato penalizzi l’insuccesso delle iniziative economiche meno efficienti. Al vecchio paradigma dell’efficienza allocativa del mercato oggi credono ancora solo pochi epigoni della Mont-Pélerin Society, della scuola di economia di Chicago e della London School of Economics. Quelli che hanno sempre insistito nel presentare il neoliberismo come antitesi al keynesismo e al dirigismo economico degli anni ’30; e che hanno ispirato il programma economico conservatore di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e quello di Ronald Reagan negli USA, l’uno e l’altro favorevoli alla deregolamentazione, alle privatizzazioni e a un contenimento della dinamica salariale e della spesa pubblica per finalità sociali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E’ un duro colpo per il neoliberismo, un indirizzo di pensiero che ha cercato di affossare le conquiste dello Stato sociale e ha inquinato il quadro teorico con la<em> supply side economics</em> e la ‘critica di Lucas’ all’efficacia della politica economica. Dopo la dissoluzione dei regimi economici dei paesi del cosiddetto ‘socialismo reale’ il neoliberismo ha creduto di avere ormai partita vinta e si è apprestato a seppellire definitivamente l’interventismo statale di tipo keynesiano. Ma oggi il neoliberismo subisce una dura lezione dalla storia. Perfino i più tenaci assertori di questo indirizzo di pensiero, posti di fronte alla drammatica alternativa tra aiutare Wall Street a uscire dalla crisi, sovvenzionando un sistema capitalistico dimostratosi largamente corrotto, o lasciare che esso precipitasse nel caos finanziario più assoluto, sono stati indotti a invocare un intervento straordinario dello Stato nella sfera economica per salvare dal fallimento grandi banche ed imprese. Con l’intenzione di addossare al Tesoro, ossia ai contribuenti, l’onere dell’acquisto dei crediti inesigibili. Senza quindi arrivare a delle vere e proprie nazionalizzazioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma non è stata, a ben guardare, una vittoria del keynesismo. L’odierna crisi globale ha semplicemente mostrato la necessità della politica economica, riaprendo in un certo senso il confronto teorico tra liberismo e keynesismo. Ma l’aumento della spesa pubblica, che oggi da tante parti si invoca, non riguarda la spesa sociale in istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione. Riguarda il sostegno di banche e società finanziarie in difficoltà e il salvataggio di grandi imprese industriali. Un salvataggio che ci si propone di realizzare continuando a comprimere i salari reali e le pensioni. E’ quindi un sostegno non alla domanda, ma all’offerta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Tutto questo ha ben poco di keynesiano. E può accrescere il divario tra l’offerta e la domanda, anziché aiutare a superare le difficoltà di realizzo della produzione sul mercato. Difficoltà dovute alla maldistribuzione del reddito e tipiche di un sistema in cui il capitale non riesce a porsi fini diversi da quello del proprio continuo accrescimento. Tali difficoltà oggi non presentano più carattere esclusivamente ciclico, ma tendono ad assumere carattere strutturale. Segno che il capitalismo resta un problema (il problema di fondo) e che il problema tende ad aggravarsi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*Professore ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Firenze.</em></p>
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		<title>Oligopolio e programmazione. Il ruolo dello Stato nei settori strategici</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 16:48:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Mercati competizione e monopoli]]></category>

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		<category><![CDATA[Sylos Labini]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel settore energetico, in quello bancario, nella telefonia mobile e fissa e nelle assicurazioni  oggi esiste una tendenza verso la concentrazione delle imprese, le quali accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali applicando un margine sui costi variabili (lavoro,  energia, materie prime, denaro). Ad esempio nel settore bancario in Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="325" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/energy_industry_img.jpg" height="200" />Nel settore energetico, in quello bancario, nella telefonia mobile e fissa e nelle assicurazioni  oggi esiste una tendenza verso la concentrazione delle imprese, le quali accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali applicando un margine sui costi variabili (lavoro,  energia, materie prime, denaro). Ad esempio nel settore bancario in Italia le prime 5 banche controllano circa il 50% del mercato e vi sono intrecci azionari che legano tra loro i vari istituti di credito col risultato di portare gli stessi personaggi a sedere contemporaneamente nei consigli di amministrazione di imprese concorrenti. Da ciò ne consegue che lo scambio di informazioni tra le imprese “concorrenti” è &#8220;istantaneo&#8221;. Inoltre, i settori dell’energia, del credito e delle assicurazioni sono settori dove la domanda è rigida e i prodotti in molti casi sono omogenei – fornitura di gas, elettricità, benzina, erogazioni di prestiti ed offerta di coperture assicurative – il che accresce ancora di più il potere dei produttori sui consumatori. In questo quadro diventa velleitario appellarsi a processi di liberalizzazione che dovrebbero far aumentare il grado di concorrenza e quindi sostenere l’innovazione e l’efficienza a vantaggio dei consumatori oppure riporre grandi aspettative negli interventi delle Autorità Antitrust. E poi in un libero mercato le imprese sono libere di fissare i prezzi a loro piacimento, come si fa a dire quali sono i prezzi appropriati?</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Il credito e l’energia possono essere considerati dei settori strategici perché il loro funzionamento condiziona l’andamento dell’intera economia. Credito ed energia da un lato sono dei “fattori di produzione” i cui costi e disponibilità hanno effetti sullo sviluppo del sistema produttivo e dall’altro lato esercitano un’influenza diretta sul reddito e sui consumi.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">E’ necessario allora elaborare nuove forme di intervento dello Stato nei riguardi del settore energetico e del settore bancario per contrastare comportamenti che possono danneggiare il funzionamento dell’intera economia e per canalizzare le risorse finanziarie verso gli investimenti in ricerca e in nuove tecnologie e verso il settore sociale.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Sul piano energetico è opportuno ricordare che l’Italia ha la più alta dipendenza dai combustibili fossili di importazione e i più elevati prezzi finali dell’energia tra i grandi Paesi europei. Questa situazione, oltre a penalizzarci pesantemente sul piano dei conti con l’estero e sulla competitività dell’economia, aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alle turbolenze internazionali e non permette di ridurre le emissioni di anidride carbonica per rispettare il Protocollo di Kyoto e i recenti obiettivi stabiliti in sede europea. La riduzione della dipendenza dai combustibili fossili costituisce anche un’opportunità per rilanciare gli investimenti e per promuovere la crescita dell’occupazione in nuovi settori produttivi.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">In una strategia di riconversione energetico-ambientale che punti allo sviluppo dell’energia rinnovabile ed al risparmio ed efficienza energetica, lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo trainante sia utilizzando la domanda pubblica e le imprese ancora sotto il controllo pubblico, cui si affiancano il sistema delle università e dei centri di ricerca; sia attraverso la leva fiscale. In questo quadro, le due aziende energetiche a partecipazione statale, ENI ed ENEL, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo nella ricerca e negli investimenti sulle fonti rinnovabili sul territorio nazionale. Questo è un punto critico poiché se guardiamo al settore energetico mondiale vediamo che, nel periodo 2004-2007 di continua espansione della domanda di energia e di forte incremento dei prezzi e dei profitti, le grandi imprese energetiche oligopolistiche non sono state molto propense ad investire in R&amp;S, a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti in esplorazione, innovazione tecnologica e realizzazione di nuovi impianti. Le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&amp;S che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre vi sono imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&amp;S il 15% del fatturato. Oggi gli obiettivi principali delle imprese energetiche sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le <em>stock options</em> per il <em>management</em>.  Al riguardo, è significativo segnalare il caso dell’ENEL che ha accumulato un debito di 50 miliardi di Euro che deriva dalle varie acquisizioni effettuate all’estero proprio durante i due anni in cui il centrosinistra è stato al governo <strong>[1]</strong>, mentre l’ENI ha perseguito una politica di continuo aumento dei dividendi.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Dunque, in una politica di riconversione energetica, l’ENI e l’ENEL dovrebbero aumentare le spese in R&amp;S dai valori attuali che sono inferiori allo 0,3% del fatturato per arrivare ad una quota del 3% e dovrebbero potenziare gli investimenti nell’energia rinnovabile sul territorio nazionale. Una gestione più &#8220;politica&#8221; dell&#8217;ENI e dell&#8217;ENEL potrebbe permettere anche di guidare le variazioni dei prezzi finali dei carburanti e dell&#8217;elettricità dal momento che queste due aziende hanno un notevole potere di mercato e le loro decisioni condizionerebbero le politiche dei prezzi delle altre imprese.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Anche nel settore del credito è necessario un intervento politico poiché oggi le banche sono diventate dei soggetti autoreferenziali in cerca di profitti di brevissimo termine ed hanno accumulato un enorme potere economico che condiziona lo sviluppo dell’intera società.  Una strada potrebbe essere quella di coinvolgere le banche in un patto con sindacati e imprese sotto la regia del governo affinché  le banche si assumano le loro responsabilità e i loro impegni in modo chiaro e trasparente di fronte al paese. Il Patto Sociale tra sindacati, imprese e banche è finalizzato a rilanciare gli investimenti, l&#8217;occupazione e la produttività del settore privato ed implica la crescita della dimensione e della capitalizzazione delle imprese.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Per raggiungere tali obiettivi si potrebbe pensare: 1) a tassi sui prestiti collegati con il rendimento degli investimenti e con i risultati aziendali. In questo modo si possono attenuare gli effetti negativi del ciclo sulla redditività aziendale e quindi sull’autofinanziamento che concorre in larga misura a coprire i fabbisogni relativi alle spese per gli investimenti innovativi; 2) all’erogazione di credito a medio termine per gli investimenti con più lunghi tempi di ritorno; 3) al rilancio di quella che è considerata la migliore legge di incentivazione industriale: la legge Sabatini del 1965. Questa legge, che andrebbe estesa anche alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dell’energia e dell’ambiente, consente alle imprese che acquistano i macchinari di pagare in 5 anni con un tasso di interesse di favore e alle imprese che vendono i macchinari di ottenere dalle banche autorizzate il pagamento immediato; 4) a prestiti agevolati e incentivi fiscali per quelle imprese che volessero effettuare investimenti per assumere lavoratori a tempo indeterminato e per acquistare beni capitali avanzati e tecnologie innovative.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">In sintesi, energia e credito sono due settori che potrebbero rientrare in una politica di programmazione in cui si cerca di definire degli obiettivi e di trovare i modi per raggiungerli.  Si tratta di rilanciare gli investimenti per ridurre il divario Nord-Sud, per accelerare il processo di riconversione energetico-ambientale e per accrescere l’occupazione stabile e ben retribuita.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Bisogna dire che per alcuni versi il centrodestra ha presentato dei piani di intervento ben più diretti, anche se non condivisibili, rispetto a quelli del Partito Democratico. Il PD (all’epoca DS e Margherita), dopo aver effettuato delle privatizzazioni assolutamente non condivisibili come Telecom  e  Autostrade, si è inchinato all&#8217;ideologia della concorrenza e delle liberalizzazioni senza capire che in diversi settori come quello energetico, bancario, assicurativo, vi è il dominio di pochi produttori che controllano e si spartiscono il mercato. Il centrodestra sta invece proponendo degli interventi estremamente centralizzati come il rilancio dell&#8217;energia nucleare e la costruzione del Ponte di Messina che, se da un lato sono più in linea con una politica di programmazione dello sviluppo quale deve essere una politica di sinistra, non sono però condivisibili poiché si tratta di scelte molto costose, impraticabili, con tempi lunghi e dai ritorni incerti. Anche gli aumenti della tassazione sulle banche e sulle imprese energetiche comportano dei rischi perché si potrebbero scaricare sui prezzi finali ai consumatori (tassi sui prestiti, carburanti, elettricità), ma hanno avuto il pregio di mettere sotto i riflettori i soggetti che negli ultimi tempi hanno conseguito i profitti più elevati.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">In questa situazione desolante le forze di sinistra si presentano deboli e frammentate. Ciò è ancora più paradossale se si pensa alla crisi dell’ideologia liberista e al ritorno dell’intervento dello Stato nell’economia. Per questo è ancora più urgente che tali forze si uniscano per elaborare un progetto politico che sia credibile sul piano economico e che sia in grado di governare lo sviluppo.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><strong>[1]</strong> L’ENEL ha comprato la società spagnola Endesa, alcune centrali elettriche in Russia, la rete di distribuzione dell’elettricità a Bucarest.</span></span></span></span></span></p>
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