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	<title>Economia e Politica &#187; Mezzogiorni</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:54:42 +0000</pubDate>
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		<title>No a una nuova dismissione nel Mezzogiorno</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 07:19:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Tornano a fare notizia a livello nazionale le vicende in corso all’Ilva di Taranto, sia per la ritrovata combattività rivendicativa di larga pare dei suoi dipendenti, e sia per il sempre più acceso dibattito avviato da tempo nel capoluogo ionico sull’impatto ambientale del grande sito produttivo e persino sulla prosecuzione del suo esercizio, che una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="339" width="520" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ilva-taranto.jpg" border="0" style="width: 326px; height: 225px" />Tornano a fare notizia a livello nazionale le vicende in corso all’Ilva di Taranto, sia per la ritrovata combattività rivendicativa di larga pare dei suoi dipendenti, e sia per il sempre più acceso dibattito avviato da tempo nel capoluogo ionico sull’impatto ambientale del grande sito produttivo e persino sulla prosecuzione del suo esercizio, che una frangia di ambientalisti locali vorrebbe far dismettere nella sua interezza, o almeno nell’area a caldo, mediante un referendum cittadino (peraltro consultivo) per la cui indizione da parte dell’Amministrazione comunale si stanno raccogliendo le firme necessarie.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il 14 maggio si è svolto uno sciopero indetto dalle segreterie di Fiom Fim e Uilm per il rinnovo del contratto integrativo scaduto nel 2008. Sarebbe stata una giornata di lotta come tante altre del passato - e come tale non particolarmente memorabile - se non fosse accaduto che questa volta, dopo molti anni, la partecipazione dei lavoratori è stata particolarmente alta grazie alla discesa in campo anche di molti giovani operai assunti nell’ultimo decennio, ma poco sindacalizzati e ancor meno politicizzati, che in precedenza si erano mostrati restii a mobilitarsi.  Si consideri, al riguardo, che dopo l’ingresso in fabbrica avvenuto il 1° maggio 1995 del nuovo management del Gruppo Riva all’indomani della privatizzazione - a partire dal luglio del 1997, insieme al pensionamento di molti dipendenti per raggiunti limiti di età, in applicazione delle normative sull’amianto sono stati accompagnati alla pensione altri 7.800 operai e tecnici al cui posto sono entrate - in questo che è il più grande stabilimento siderurgico a ciclo integrale d’Europa per pmp (produzione massima possibile) e la maggior fabbrica <em>manifatturiera</em> italiana per numero di addetti diretti – molte migliaia di giovani<strong>[1]</strong> che hanno consentito di abbassare l’età media di coloro che lavorano nell’impianto, portandola a 33 anni.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Inoltre, nel mentre proseguiva in città il confronto vivace e a tratti molto teso fra i movimenti ambientalisti, le Istituzioni locali, la Regione, l’Arpa, i Sindacati, la Confindustria e gli organi di informazione sulle problematiche prima richiamate riguardanti l’impatto sull’ecosistema del Siderurgico e delle altre grandi industrie insediate in città, (raffineria dell’Eni, cementificio della Cementir, centrali elettriche), nelle settimane precedenti lo sciopero del 14 maggio 650 operai ‘precari’ dell’Ilva - 150 interinali in scadenza e 500 con contratto a tempo determinato, al momento disoccupati - avevano manifestato presso i cancelli della fabbrica, chiedendo di esservi assunti a tempo indeterminato. Già da mesi peraltro questi lavoratori stanno premendo in tal senso, chiedendo anche l’aiuto di Comune e Provincia che hanno loro assicurato il proprio interessamento. Le Organizzazioni Sindacali a loro volta hanno avviato una trattativa con la Direzione aziendale che, da quanto si è letto sulla stampa, sarebbe disponibile - il condizionale è d’obbligo - ad assumere però solo coloro che abbiano svolto almeno 24 mesi di attività nello stabilimento.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Questi due eventi, comunque - lo sciopero per il rinnovo del contratto integrativo e le manifestazioni dei precari finalizzate all’assunzione - a prescindere dal loro esito affidato al confronto anche duro fra le controparti, delineano una dialettica che, pur essendo tornata conflittuale dopo lungo tempo, rientra tuttavia nella fisiologia delle relazioni industriali nella più grande fabbrica in esercizio nel Mezzogiorno e nel Paese, anche se al momento essa non può dispiegare al massimo le sue potenzialità produttive, a causa di una domanda di coils, lamiere e tubi in acciaio che, non solo non è tornata ai livelli massimi del 2007 e della prima metà del 2008, ma sta nuovamente rallentando dopo gli incoraggianti segnali di rilancio registrati nel primo trimestre dell’anno in corso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma, come si diceva in precedenza, in queste settimane a Taranto un’associazione ambientalista sta raccogliendo le firme necessarie per lo svolgimento di un referendum (consultivo) sulla chiusura dell’impianto, o almeno della sua area a caldo; si vorrebbe cioè da parte dei promotori della consultazione far cessare la produzione, o ridurla significativamente, proprio in quello stesso sito industriale in cui, invece, i suoi dipendenti scioperano per salari più elevati ed altri lavoratori vorrebbero esservi assunti a tempo indeterminato. Insomma, non potrebbe esservi contraddizione più stridente fra la legittima domanda di un salario maggiore e il diritto all’occupazione di chi già è in azienda - o vuole ritornarvi a produrre - e chi, invece, chiede che quella stessa fabbrica venga chiusa, o almeno ridimensionata con la dismissione della sua area a caldo, che comporterebbe anch’essa una pesante contrazione produttiva e occupazionale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Confindustria e Sindacati - ma anche la stessa Regione Puglia, con il rieletto Presidente Nichi Vendola e l’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente - si sono dichiarati contrari al referendum, sottolineando come le questioni dell’impatto ambientale della grande acciaieria stiano trovando ormai da tempo efficaci soluzioni grazie ai massicci investimenti sinora realizzati dal Gruppo Riva che - per il solo miglioramento dell’ecosostenibilità - sono ammontati fra il 1995 e il 2008 a 907,5 milioni di euro, cui si aggiungeranno quelli già programmati per i prossimi anni e che, non lo si dimentichi, sono sempre stati totalmente autofinanziati. Nel periodo 1995-2009 poi gli investimenti globali del Gruppo nel sito di Taranto - per manutenzioni ordinarie e straordinarie, <em>revamping </em>di singoli impianti, ammodernamento di tecnologie di processo ed inclusivi di quelli per la riduzione dell’impatto sull’ecosistema e la sicurezza sul lavoro - sono ammontati ad oltre 4 miliardi di euro<strong>[2]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma ci sono anche altri dati riguardanti l’Ilva su cui bisogna riflettere attentamente: Taranto e la sua provincia, qualora si dismettesse il suo sito siderurgico, possono privarsi di 11.876 posti di lavoro diretti<strong>[3]</strong>, cui si aggiungono 2.703 unità fra gli indiretti? E il solo capoluogo può privarsi di 4.021 dipendenti dell’Ilva, cui si uniscono 676 indiretti residenti in città? E quali concrete alternative offre oggi il mercato del lavoro cittadino e dell’hinterland a chi perdesse il lavoro in questa fabbrica?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E la provincia può rinunciare a 219 milioni di stipendi netti<strong>[4]</strong>, quanto corrisposto cioè dall’Ilva nel 2008 ed equivalenti ad un reddito medio annuo pro-capite di un dipendente di 21.222 euro, calcolato come valore medio per inquadramento ed anzianità aziendale? E il territorio può rinunciare ad un impianto che dal 1995 al gennaio 2010 ha corrisposto ben 2 miliardi e 437 milioni di euro di subforniture a favore di 929 aziende iscritte alla locale Camera di Commercio<strong>[5]</strong>?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ed ancora, si può dismettere un opificio che alimenta il 76%, ovvero i ¾ della movimentazione del porto, che assicura gettito anche agli Enti locali per il pagamento delle imposte ad essi dovute, e le cui vendite all’estero rappresentano ormai da anni la prima voce dell’export pugliese<strong>[6]</strong>, nonché il cardine di una sezione strategica dell’industria meccanica italiana?<br />
Non sarebbe allora più giusto - raccogliendo le legittime sollecitazioni della popolazione e dei settori più accorti dell’ambientalismo locale per un ulteriore contenimento dell’impatto sull’ecosistema di questa grande fabbrica - proseguire sulla strada degli interventi impiantistici concordati con l’azienda nelle sedi competenti (Ministero dell’Ambiente, Regione) alla luce delle normative vigenti e delle prescrizioni ad esse connesse, volte a migliorarne l’ecosostenibilità, evitando veri e propri salti nel buio ai suoi dipendenti, alla città, al territorio che vi gravita intorno e all’intera economia pugliese?
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tuttavia, ove malauguratamente un determinato pronunciamento referendario - peraltro non facilmente traducibile poi in un atto esecutivo di chiusura dell’intero impianto o della sua area a caldo - concorresse comunque a determinarlo, il capoluogo ionico vivrebbe una situazione già conosciuta a Napoli con la dismissione dell’impianto siderurgico di Bagnoli, avvenuta a partire dall’ottobre del 1991, per decisione governativa ‘imposta’ dalle Autorità comunitarie, nell’ambito dei piani di ristrutturazione e privatizzazione della siderurgia pubblica italiana. Le conseguenze? Smantellamento di una grande fabbrica in cui alcuni anni prima si erano investiti circa 800 miliardi di vecchie lire per ammodernarne parte dell’acciaieria, distruzione sociale, culturale e identitaria di un forte nucleo ‘storico’ di operai, tecnici e dirigenti avviati al prepensionamento, lunghissimo processo di bonifica dell’area e suo rilancio produttivo con altre destinazioni, peraltro ancora oggi in fase del tutto iniziale, cancellazione di una grande memoria di storie e di lotte collettive che sono state tanta parte del movimento operaio partenopeo e dell’intero quartiere-città che gravitava su una fabbrica promossa, com’è noto, dalla Legge speciale per Napoli del 1904 e avviata in produzione nel 1908.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche altri centri urbani e territori del Mezzogiorno hanno conosciuto nell’ultimo ventennio smantellamenti di antichi comparti industriali che per decenni costituirono non solo punti di forza produttivi delle rispettive aree, ma luoghi di formazione e accumulazione di saperi ed esperienze di fabbrica e di forti nuclei di moderno proletariato manifatturiero, dal Crotonese - con il tracollo del suo polo chimico e di altre aziende che contribuivano a farne uno dei siti industriali più forti del Sud - all’area di Manfredonia, ove con la chiusura dell’Enichem e delle sue produzioni di caprolattame e di fertilizzanti e il crollo di tutte le attività indotte - dismissione in questo caso determinata da errori dell’Eni ed anche da forme di estremismo ambientalista - si è perduto un intero patrimonio di tecnologie, grandi infrastrutture ed esperienze professionali di operai e tecnici di livello medio-alto. Processi di deindustrializzazione, quelli appena ricordati, cui poi si è cercato di sostituire l’avvio di nuovi insediamenti favoriti da costosi strumenti della programmazione negoziata come i ‘contratti d’area’, con cui lo Stato ha tentato in qualche modo di risarcire i territori e le popolazioni delle città che erano state colpite dalle pesanti crisi industriali, in qualche caso ‘pilotate’; ma quei processi di rigenerazione economica non solo ancora oggi, a molti anni di distanza dal loro avvio, non hanno prodotto i risultati attesi in termini di occupazione e rilancio delle economie locali, ma già subiscono gli effetti negativi della globalizzazione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Allora, anche per questa ragione, Taranto e il suo grande impianto siderurgico - con la giovane classe operaia che vi si sta formando, accanto ai tecnici e al management del Gruppo Riva - deve continuare ad essere un saldo presidio industriale della Puglia, del Mezzogiorno e dell’Italia, naturalmente in un quadro di crescente ecosostenibilità del suo esercizio.</p>
<p><em>*Docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e di Politiche economiche territoriali nell’Ateneo di Lecce.</em></p>
<h6>[1] Cfr. ILVA, Rapporto ambiente e sicurezza 2009, stabilimento di Taranto, p.16.<br />
[2] Ivi, p.4.<br />
[3] Fonte: Direzione del personale ILVA, aprile 2010.<br />
[4] Fonte: Direzione del personale ILVA, aprile 2010.<br />
[5] Fonte: Direzione acquisti ILVA, aprile 2010.<br />
[6] Cfr. Banca d’Italia, L’economia della Puglia, varie annate.</h6>
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		<title>Il Mezzogiorno e la (mala) scienza</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 13:22:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In un articolo pubblicato di recente dalla rivista Intelligence, edita dalla Elsevier, il Professor Richard Lynn, emerito alla University of Ulster, ha sostenuto che il divario nei redditi pro-capite tra nord e sud Italia sarebbe da ricondurre a sostanziali differenze nei quozienti di intelligenza (QI).
I dati pubblicati dal Professor Lynn mostrano in effetti l’esistenza di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/intelligenza.jpg" border="0" />In un articolo pubblicato di recente dalla rivista <em>Intelligence</em>, edita dalla Elsevier, il Professor Richard Lynn, emerito alla <em>University of Ulster</em>, ha sostenuto che il divario nei redditi pro-capite tra nord e sud Italia sarebbe da ricondurre a sostanziali differenze nei quozienti di intelligenza (QI).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I dati pubblicati dal Professor Lynn mostrano in effetti l’esistenza di una elevatissima correlazione (0.937) tra una proxy dei QI calcolata a partire dall’indagine PISA dell’OCSE<strong>[1]</strong> - che rileva le competenze acquisite dagli studenti in prossimità della conclusione dei cicli di studio obbligatori  - ed i redditi regionali pro-capite<strong>[2]</strong>. In pratica, nelle regioni italiane in cui il punteggio raggiunto dagli studenti, nei test approntati dall’OCSE, è più basso, si osserva anche un più basso livello di reddito pro-capite. Le differenze nei quozienti di intelligenza (presenti, stando allo studio in esame, già a partire dal 1400) sarebbero in grado di spiegare circa l’88% della variabilità regionale nei redditi pro-capite, e sarebbero da ricondurre a sostanziali differenze genetiche.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’introduzione, nel Mezzogiorno, di materiale genetico proveniente dalle popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa, avrebbe inciso negativamente sul QI delle popolazioni meridionali, mediamente compreso nell’intervallo 89-92 ed intermedio tra quello del Nord-Italia/ Europa centrale (pari a 100), e quello del Medio Oriente / Nord Africa (80-84).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ singolare notare che l’argomento utilizzato dal Professor Lynn per sostenere quest’ultima tesi, ha le tipiche caratteristiche di circolarità dei ragionamenti non solidamente fondati: poiché vi è evidenza di similarità genetiche tra alcune popolazioni mediterranee i cui membri mostrano una capacità simile nei test volti a misurare il QI, deve essere il caso che il QI degli appartenenti a tali popolazioni sia interamente determinato dal proprio patrimonio genetico!</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ curioso riflettere sul fatto che l’interpretazione attualmente prevalente del divario nord-sud si basa su presunte differenze nei codici di condotta. Dalle differenze etiche si è  dunque passati a quelle antropologiche, in attesa che qualcuno riveli che quella discontinuità ontologica, che secondo Jacques Maritain distinguerebbe l’uomo dagli altri primati, in realtà, nel Mezzogiorno, non ha mai avuto luogo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In un bellissimo libro sulle origini del razzismo in Europa, lo storico George Mosse ha ricostruito il ruolo svolto da molti uomini di Scienza nel sostenere le false evidenze che hanno poi contribuito ad alimentare il mito della superiorità razziale<strong>[3]</strong>. Se qualcosa si è dunque imparato, è che bisogna evitare l’accusa gratuita di razzismo verso chi espone tesi controverse come quelle del professor Lynn. Occorre invece contrastare tali tesi con argomenti che possano privarli di qualsiasi credibilità scientifica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Preliminarmente occorre riconoscere che il  QI, non direttamente osservabile, è giocoforza sempre approssimato in modo assai imperfetto. E’ ad esempio noto che la personalità del soggetto sottoposto ad un test di intelligenza può avere rilevanti effetti sull’esito del test stesso<strong>[4]</strong>. Tale esito è inoltre la risultante  di complesse interazioni tra motivazione e abilità, ed anche questo andrebbe riconosciuto<strong>[5]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ poi del tutto evidente la forzatura che viene posta in essere non appena si consideri che i test somministrati nel corso dell’indagine PISA non sono congegnati allo scopo di misurare il quoziente intellettivo, e che è del tutto ignorato, nell’analisi in esame, il legame tra il QI e la qualità dell&#8217;istruzione ricevuta.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Dal punto di vista statistico occorre poi rilevare che l’analisi del Professor Lynn si basa su di un numero di osservazioni del tutto inadeguato (dodici), che rende i risultati semplicemente inaffidabili. Per giunta, dall’esistenza di un legame statistico tra due variabili non si può dedurre alcunché, per la semplice ragione che il loro concorde andamento potrebbe essere determinato dall’andamento di una o più variabili non osservate (a parte il problema, affatto considerato, di determinare la direzione del nesso di causalità tra le variabili).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per verificare quanto i risultati dello studio in esame siano fuorvianti, è sufficiente  condurre una semplice analisi multivariata, volta a spiegare le divergenze regionali nei redditi pro-capite tenendo conto, oltre che del QI, anche della disponibilità di fattori della produzione (capitale fisico, capitale umano e lavoro)<strong>[6]</strong> . Una tale analisi, che può avvalersi dei dati pubblicati dal Professor Lynn in modo da replicarne eventualmente i risultati, rivela: a) l’esistenza di un forte legame tra QI e reddito, quando però il QI è l’unica variabile esplicativa considerata (cioè l’unica variabile tenuta in conto tra quelle in grado, in principio, di spiegare le differenze regionali nei redditi pro-capite); b) il venir meno di un qualsiasi legame statistico tra QI e reddito non appena si introducano ulteriori variabili. In particolare, l’introduzione della variabile che tiene conto delle differenze nei tassi di occupazione regionali, rende il coefficiente che misura l’impatto del QI sul reddito pro-capite non statisticamente diverso da zero (mentre l’impatto del tasso di occupazione sul reddito, sopravvive all’introduzione di una serie di controlli, ovvero di altre variabili).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se si conduce poi un’analisi sulle determinanti del QI a partire dai dati pubblicati dal Professor Lynn, se cioè si pone il QI come variabile dipendente,  si possono facilmente riprodurre risultati noti<strong>[7]</strong>. In particolare si può pervenire ad una spiegazione delle differenze regionali nei punteggi raggiunti dagli studenti coinvolti nell’indagine PISA, imperniata sui seguenti due fattori. Innanzitutto la disponibilità di risorse<strong>[8]</strong>. Non è a tal proposito inutile rilevare che le province del Friuli Venezia Giulia dispongono di un ammontare di risorse (in conto capitale, quelle cioè che più contano), fino a venti volte superiore a quello disponibile nelle province della Sicilia. In secondo luogo le caratteristiche di contesto; in particolare le condizioni del mercato del lavoro. Queste ultime  giocano un ruolo davvero rilevante nel determinare le disparità osservate nelle competenze acquisite dagli studenti, per la semplice ragione che quanto peggiori sono le condizioni del mercato del lavoro, tanto minori sono gli incentivi ad investire in istruzione: gli individui scelgono infatti, razionalmente, di dedicare più tempo ad attività alternative, dati i bassi tassi di rendimento dell’investimento.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le spiegazioni offerte dalla letteratura circa le disparità regionali nelle competenze acquisite dagli studenti, si completano con l’osservazione, effettuata in precedenza, che l’esito di un test volto a misurare il QI, è molto probabilmente la risultante dell’interazione tra abilità e motivazione. I fattori di contesto giocano un ruolo rilevante nel determinare quest’ultima; svolgono pertanto un ruolo rilevante nel determinare l’esito della prova.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nel complesso sembra evidente da quanto precede che l’analisi del Professor Lynn conduce a conclusioni che si rivelano, ad un’indagine appena più accurata, del tutto false.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In ogni caso la sua è solo l’ultima in ordine di tempo, la più estrema, tra le spiegazioni che chiamano in causa una qualche diversità delle popolazioni meridionali per giustificare i divari in termini di reddito pro-capite tra nord e sud del paese. La spiegazione attualmente prevalente, com’è ampiamente noto, s’impernia sull’idea che esistano notevoli differenze nei codici di condotta, e chiama in causa un entità, il capitale sociale, che svolge un po’ la stessa funzione svolta dall’etere fino al XIX secolo nell’ambito della Fisica. In pratica si ricorre al concetto di capitale sociale, in modo spesso acritico, per spiegare qualsiasi tipo di differenza tra nord e sud Italia per cui la causa non appare immediatamente evidente: dalle differenze nei livelli di reddito a quelle nei tassi di criminalità o all’efficacia nella raccolta differenziata dei rifiuti. Tesi come quella del <em>familismo amorale</em><strong>[9]</strong> o della scarsa dotazione di capitale sociale<strong>[10]</strong> sono molto popolari, per più di una ragione. Certamente ben si coniugano con il pregiudizio relativo ad una società, quella meridionale, i cui individui sarebbero incapaci di attuare comportamenti volti ad ottenere i vantaggi connessi con l’azione collettiva.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">C’è naturalmente un pericolo: poiché i codici di condotta non si modificano che molto lentamente, non si può non convenire sul fatto che qualsiasi intervento non potrebbe che dimostrarsi, almeno a breve, di scarsa utilità. Insomma, che si tratti di intelligenza o di codici di condotta, non si può che lasciare il Mezzogiorno al suo destino.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A meno che non si decida di far propri alcuni suggerimenti, avanzati da Alberto Alesina ed Andrea Ichino in alcuni recenti interventi, volti ad “aumentare il capitale sociale” del sud<strong>[11]</strong>.  Tra cui: educare i propri figli a riferire alla maestra l’identità dell’autore di una marachella, oppure educare gli insegnanti a non considerare normale il copiare durante gli esami (nel recente libro citato in nota, vi è anche un’esortazione ad educare i propri figli ad accettare caramelle dagli sconosciuti).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A parte condannare un bambino all’infelicità, conseguenza dell’ostracismo cui un’educazione in linea con la canzone “In fila per tre” di Edoardo Bennato lo esporrebbe,  sarebbe il caso che Alesina ed Ichino ci chiarissero sulla base di quale evidenza essi ritengono: che al sud, più che al nord, l’omertà regna sovrana anche tra i bambini; che al sud uno stuolo di insegnanti gaudenti, si bea nel vedere una classe di somari scopiazzare allegramente dall’unico volenteroso, il cui padre, impiegato delle poste, è stato appena trasferito da Cuneo, sua città natale. </p>
<p><em>*Università degli studi di Napoli “Federico II” &amp; ICER</em></p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] PISA:  Program for international student assessment: cfr. OECD, (2007). PISA 2006 competencies for tomorrow’s world. Paris: OECD.<br />
[2] Per capire l’ordine di grandezza nei divari concernenti i QI medi, si noti che, posto pari a 100 il QI del Regno Unito, si avrebbe: Friuli Venezia Giulia, 103; Sicilia, 89.<br />
[3] Mosse, G., (1992). Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto. Milano: Mondadori.<br />
[4] Eysenck, H. J., (1994). Intelligence and Introversion-Extraversion. In Sternberg, R.J., Ruzgis, P., (eds.) Personality and Intelligence. Cambridge University Press, Cambridge,   3–31.<br />
[5] Bowles, S., Gintis, H., (2002). The inheritance of inequality. Journal of Economic Perspectives, 16 (3), 3-30.<br />
[6] La versione working paper del mio commento all’articolo del Professor Lynn è disponibile al seguente indirizzo: <a target="_blank" href="http://www.icer.it/docs/wp2010/ICERwp06-10">http://www.icer.it/docs/wp2010/ICERwp06-10</a>. L’Analisi statistica cui faccio riferimento integra il  working paper, ed è contenuta in un articolo attualmente in corso di referaggio su Intelligence.<br />
[7] Ci si riferisce al seguente ottimo studio:  Bratti, M. Checchi, D., Filippin, A., (2007). Territorial differences in Italian Students’ Mathematical Competencies: Evidence from PISA 2003. IZA DP, No. 2603 (si veda anche  Bratti, M. Checchi, D., Filippin, A., (2008). Da dove vengono le competenze degli studenti? Bologna: Il Mulino).<br />
[8] Si veda anche, su questo punto, l’accurato Rapporto della Fondazione Agnelli: Fondazione Agnelli, (2010). Rapporto sulla scuola in Italia. Roma-Bari: Laterza.<br />
[9] L’espressione familismo amorale fu elaborata  sul finire degli anni ’50 con riferimento ad un paesino della Basilicata (chiaramente più a sud di Eboli, dove, com’è noto, già Cristo si era fermato), per indicare un modello di comportamento solo attento all’immediato vantaggio della propria ristretta cerchia familiare. Cfr. Banfield, E.C., (1958). The moral basis of a backward society. The Free Press: Glencoe (trad. it.: Le Basi Morali di una società arretrata. Bologna: Il Mulino)<br />
[10] Putnam, R., (1993). Making Democracy Work. Princeton:  Princeton University Press (trad. it.: La tradizione civica nelle regioni italiane. Milano: Mondadori).<br />
[11] Alesina, A., Ichino, A., (2009). Sud e isole, far crescere il capitale sociale. Il Sole 24 ore, 22 dicembre. Disponibile on-line all’indirizzo: <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www2.dse.unibo.it/ichino/art_sole_sud_finale.pdf">http://www2.dse.unibo.it/ichino/art_sole_sud_finale.pdf</a>.<br />
La posizione di Alesina ed Ichino è ampiamente sviluppata nel recente libro “L’Italia fatta in casa” edito da Mondadori, 2009. Tale libro non è, a mio giudizio, all’altezza della fama scientifica degli autori, e  colpisce soprattutto per l’ inadeguatezza con cui vengono trattati gli aspetti relazionali che sottendono il buon funzionamento di un’economia di mercato. Cfr. Bruni, L. (2010). La famiglia? Non è inciampo per lo sviluppo. Avvenire, 5/2/2010.</h6>
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		<title>Mezzogiorno in gabbia</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 14:23:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Ultimamente si registra un rinnovato interesse sulla cosiddetta “Questione Meridionale”, basti pensare all&#8217;intervento d&#8217;apertura del Governatore della Banca d&#8217;Italia Mario Draghi al recente convegno su “Il mezzogiorno e la politica economica dell&#8217;Italia”, (Roma, 26 novembre 2009) ed alla sempre recente pubblicazione in volume, ancora  da parte della Banca d&#8217;Italia, degli atti del  convegno su “Mezzogiorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fiscaler375_17set08.jpg" height="165" width="243" />Ultimamente si registra un rinnovato interesse sulla cosiddetta “Questione Meridionale”, basti pensare all&#8217;<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2009/draghi_261109/draghi_261109.pdf">intervento</a> d&#8217;apertura del Governatore della Banca d&#8217;Italia Mario Draghi al recente convegno su “Il mezzogiorno e la politica economica dell&#8217;Italia”, (Roma, 26 novembre 2009) ed alla sempre recente pubblicazione in volume, ancora  da parte della Banca d&#8217;Italia, degli atti del  convegno su “<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/seminari_convegni/mezzogiorno/1_volume_mezzogiorno.pdf">Mezzogiorno e politiche regionali</a>” del febbraio 2009.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Non molto tempo fa, inoltre, la Lega ha nuovamente avanzato la proposta di introdurre delle “gabbie salariali”, cioè retribuzioni salariali nominali differenziate che tengano conto del diverso più basso indice dei prezzi (“costo della vita”) al Sud, un tema questo che del resto ricorre ciclicamente nel dibattito economico e politico del Paese. In ciò che segue mi propongo brevemente di analizzare il fondamento teorico generale  – e  le conseguenze  in termini di <em>policy</em> –  di quest&#8217;ultimo tema che, come apparirà chiaro in seguito, “impregna” buona parte del dibattito sull&#8217;economia meridionale (è ad esempio uno dei fili conduttori, ovviamente con ben altro spessore teorico, degli interventi al succitato convegno di febbraio) e rappresenta quindi un ottimo punto di partenza per sviluppare delle considerazioni più generali, seppur provvisorie, sulle prospettive dell&#8217;economia del Mezzogiorno.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nel seguito con  “gabbie salariali” non ci si riferirà esclusivamente alla forma estrema di una fissazione <em>ex lege</em> di salari nominali più bassi al Sud, quanto soprattutto alla modalità più “elastica” di un (maggiore) “accomodamento contrattuale”, conseguito nei più vari modi, dei salari alle condizioni dei mercati locali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">                                                                                          ***</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Anche se esposte in vario modo, le proposte a favore dell&#8217;introduzione di gabbie salariali si possono suddividere in due principali filoni argomentativi, che seppur si trovino a volte sovrapposti, converrà inizialmente – anche solo per scopi espositivi – tenere separati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una prima giustificazione, che potremmo definire meno analitica ma più “politica”, in quanto fondata su una sorta di “propaganda del buon senso comune”, afferma semplicemente che salari nominali fissati con contrattazione nazionale <em>erga omnes</em> (ci riferiamo ovviamente al CCLN) e quindi  uniformi (assumiamo per il momento che le cose stiano effettivamente così, ma come vedremo in generale non è vero), comporteranno salari reali – intesi come il potere di acquisto dei salari nominali<strong>[1]</strong> –   superiori al Sud rispetto al Nord, dal momento che l&#8217;indice dei prezzi nel Mezzogiorno  risulta sensibilmente inferiore rispetto a quello del Settentrione (vedremo comunque in seguito che anche quest&#8217;ultima affermazione necessita di alcune qualificazioni).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se la causa di questa palese disparità retributiva può essere alternativamente ricondotta al differenziale dei prezzi oppure all&#8217;uniformità del salario, la modalità più efficace per rimuoverla pare senza dubbio essere quella di fissare un salario nominale più basso al Sud, in modo tale da ristabilire l&#8217;omogeneità dei salari reali sul territorio nazionale<strong>[2]</strong>. Bisogna aggiungere che questo tipo di manovra “perequativa” avrebbe inoltre  degli effetti benefici non secondari in quanto – e qui arriviamo al punto rilevante – il suo vero intento sarebbe rivolto a riequilibrare il funzionamento del mercato del lavoro inopinatamente “disturbato” dall&#8217;esistenza del differenziale nei prezzi di cui abbiamo detto. Con una diminuzione dei salari reali al Sud dovrebbe infatti aumentare anche l&#8217;occupazione, come sa qualunque studente che abbia frequentato un primo anno di una Facoltà di Economia, e pertanto si rimuoverebbero gli ostacoli (rappresentati da un elevato salario reale) al raggiungimento (o almeno all&#8217;avvicinamento) del pieno impiego (ed anche su questa questione lo studente summenzionato  sarebbe ben in grado di dimostrare come quest&#8217;ultima configurazione sarebbe “Pareto-superiore”, cioè apporterebbe maggiori benefici all&#8217;intera società, meridionale aggiungiamo, rispetto alla situazione di partenza).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Contro questo tipo di argomentazione Patalano e Realfonzo hanno già avanzato su <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/salari-meridionali-in-gabbia/">queste pagine</a> una serie di critiche che possiamo così riassumere: 1. Differenze nei salari comporterebbero una violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite da varie convenzioni internazionali. 2. Il più alto indice del costo della vita al Nord sarebbe collegato anche a più elevati stock di ricchezza ivi presenti; considerando pertanto anche tali stock, oltre ai flussi di reddito percepiti, non si potrebbe più sostenere che i differenziali salariali comportino nello stesso tempo anche differenze nei livelli di benessere (che sarebbero appunto più che controbilanciate dalla più alta dotazione di ricchezza delle famiglie del Nord). 3. La costruzione di indici di prezzo per territori differenziati come lo sono il Nord ed il Sud comporta numerosi problemi riguardo all&#8217;omogeneità dei beni che determinano il paniere di riferimento: è molto probabile che alcuni beni, ed in particolare numerosi servizi, abbiano una qualità più scadente al Sud rispetto al Nord, compensando così il differenziale nei prezzi (nel senso che prezzi più bassi nel Meridione rifletterebbero anche, semplicemente, standard qualitativi inferiori, e quindi non comporterebbero differenze effettive nei salari reali).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A queste critiche, ampiamente condivisibili<strong>[3]</strong>, ne aggiungeremo un&#8217;altra che semplicemente dimostra la fallacia di tutto <em>questo tipo</em> di argomentazione a sostegno della “gabbie salariali”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Cominciamo dicendo che se si volesse trovare una base teorica a sostegno degli argomenti che abbiamo esposto, il modello di riferimento andrebbe presumibilmente ricondotto a quella visione neoclassica del funzionamento del mercato del lavoro che troviamo  descritta in un qualunque testo base di microeconomia e che così, per semplicità, andiamo a riassumere. L&#8217;equilibrio sul mercato del lavoro (in particolare il livello di occupazione ed il salario reale) è determinato dall&#8217;interazione tra domanda di lavoro (da parte degli imprenditori) ed offerta di lavoro (da parte dei lavoratori), domanda ed offerta entrambe funzioni della<em> stessa </em>variabile, il salario reale. Per essere più chiari, la domanda di lavoro è una funzione decrescente del salario reale (rappresentando quest&#8217;ultimo il costo che gli imprenditori sostengono per lavoratore) mentre l&#8217;offerta di lavoro è una funzione crescente dello stesso (più elevata è la remunerazione che ottengono, più i lavoratori saranno disposti ad offrire lavoro). Con queste premesse si dimostra immediatamente – nel caso che stiamo analizzando di  salari nominali uniformi ma di livello dei prezzi differenziati – che al Sud si stabilirà un equilibrio caratterizzato contemporaneamente da un salario reale e da un tasso di disoccupazione più elevati, in quanto qui gli imprenditori  devono pagare un salario reale (per lavoratore) più alto. L&#8217;unico modo per riassorbire la disoccupazione sarebbe allora quello di abbassare il salario nominale (ristabilendo così l&#8217;uniformità dei salari reali tra le due ripartizioni territoriali).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La fallacia di questa argomentazione emerge chiaramente nel momento in cui si riflette sul fatto che questo modello è generalmente valido soltanto nel caso di una <em>one-commodity economy</em>, cioè di un sistema economico in cui si impiega un unico fattore produttivo, il “lavoro”, per produrre un unico bene (che sarà usato come bene di consumo dai lavoratori e/o come bene di investimento dagli imprenditori). Al di fuori di questo caso astratto il modello di funzionamento del mercato del lavoro che abbiamo descritto, e le conseguenti ricette di <em>policy</em> da esso derivanti (le “gabbie salariali”, per essere chiari), <em>non hanno alcuna validità</em>. La spiegazione è molto più intuitiva di quanto si possa immaginare. Cominciamo con il caso ipotetico in cui si produce un unico bene il cui prezzo però, per quanto dicevamo prima, risulta per qualche ragione inferiore al Sud (rispetto al Nord), mentre il salario nominale è uniforme su tutto il territorio nazionale. Gli imprenditori del Sud, evidentemente, starebbero realizzando dei profitti minori dei loro colleghi del Nord, in quanto vendono lo stesso bene ad un prezzo inferiore, sostenendo però lo stesso costo unitario del lavoro. Se assumiamo che la produttività del lavoro sia la medesima al Sud come al Nord (e non si vede perché dovrebbe essere altrimenti, dato che è tacito che si impieghi la medesima tecnologia nella produzione del medesimo bene), ed inoltre, ripetiamolo, che il salario monetario sia uniforme, al fine di compensare questo divario nei prezzi gli imprenditori che operano nel Meridione dovranno comportarsi che come detto sopra, impiegando cioè un numero minore di lavoratori al fine di realizzare un saggio di profitto esattamente pari a quello degli imprenditori del Nord. Si badi bene che l&#8217;aspetto importante di questo esempio è che il prezzo del bene (sia al Sud che al Nord) sia lo stesso prezzo con il quale i lavoratori deflazionano il loro salario nominale e gli imprenditori calcolano il loro saggio di profitto (<em>dato che c&#8217;è un unico bene</em>)<strong>[4]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Allontaniamoci ora dagli algidi schemi della teoria e facciamo un salto nella realtà. La principale modifica da introdurre nel modello è che il prezzo con il quale i lavoratori deflazionano il loro salario reale  non è più, in generale, lo stesso <em>prezzo</em> in base al quale gli imprenditori calcolano il loro saggio di profitto, dato che <em>ora ci sono più beni</em>: un paniere di beni di consumo di cui si calcolerà un indice dei prezzi che deflaziona il salario reale dei lavoratori, ed i vari beni – alcuni dei quali potrebbero anche non figurare direttamente nel paniere  citato – prodotti dagli imprenditori. In altri termini non sarà più possibile rappresentare il mercato del lavoro come fatto sopra, dal momento che, in generale, il salario reale sarà diverso se calcolato in riferimento ai lavoratori o ai vari imprenditori, e dal momento che – specialmente se si tratta di produzione industriale – c&#8217;è un&#8217;elevata probabilità che il bene prodotto dagli imprenditori venga venduto allo  stesso prezzo al Sud come al Nord.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A questo punto il problema dovrebbe essere chiaro: per valutare il salario reale del lavoratore-consumatore dobbiamo deflazionare il salario nominale per un certo indice dei prezzi al consumo, mentre per valutare il salario reale che l&#8217;imprenditore paga dobbiamo fare riferimento al prezzo del bene che questi produce, ed ovviamente i due prezzi in generale non saranno uguali, perché si tratta di beni diversi. Ma allora ne consegue che non c&#8217;è alcuna ragione per pagare un salario differenziato ai lavoratori del Sud rispetto a quelli del Nord. Un esempio può risultare illuminante. Immaginate un imprenditore che produce un certo bene al Nord e che decide di aprire un&#8217;azienda distaccata al Sud: avrà dei buoni motivi per richiedere salari nominali più bassi al Sud? In base al “buon senso” sembrerebbe di si: dato che l&#8217;indice dei prezzi al consumo è più basso al Sud, potrebbe pagare un salario nominale minore, garantire un più elevato livello di occupazione e contemporaneamente un uguale livello nel potere di acquisto ai lavoratori meridionali. Ma questo ragionamento sarebbe giustificato se il nostro imprenditore vendesse il proprio bene al Sud ad un prezzo minore rispetto a quello praticato al Nord, ma ciò ovviamente non accade, in quanto il listino prezzi, in mercati non competitivi, prevederà sicuramente un uguale prezzo alla produzione per questo bene sia al Nord che al Sud. Alternativamente pensate al caso di una grossa azienda che produce automobili: avrebbe dei buoni motivi per pagare salari più bassi al Sud? Solo nel caso in cui le auto che vende avessero un prezzo minore, ma anche questo è un caso che non si dà. La morale di questa storia dovrebbe essere chiara: per tutti quei beni prodotti con prezzi di listino uniforme sul territorio nazionale, nessun imprenditore potrà mai richiedere e giustificare salari differenziati, in quanto il proprio salario reale su cui farà i conti non coinciderà con il salario reale sul quale il lavoratore salariato fa i suoi, ed inoltre tale salario reale che paga sarà esattamente lo stesso, al Sud come al Nord.</p>
<p style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">***</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una giustificazione, analiticamente più fondata, in favore dell&#8217;introduzione di “gabbie salariali”, fa riferimento alla più bassa produttività del lavoro – misurata dal valore aggiunto al costo dei fattori per unità di lavoro – empiricamente rilevabile al Sud rispetto al Centro-Nord, con un differenziale medio che si attesterebbe per le imprese intorno al 17% (si veda l&#8217;intervento di Accetturo et al. nel già citato volume della Banca d&#8217;Italia e si veda anche il <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_materiali/2009/2009_sintesi_rapporto.pdf">Rapporto Svimez</a>, p.6, che addirittura stima tale differenziale per la produzione industriale in un meno 22%)<strong>[5]</strong>. In tale luce i più bassi salari dovrebbero semplicemente riflettere tale più bassa produttività, ed inoltre sarebbero praticabili proprio grazie anche al più basso costo della vita di cui abbiamo appena detto (insomma, una differenziazione dei salari nominali in questo caso non solo sarebbe giustificata  ma anche possibile).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dal punto di vista teorico – almeno per quanto riguarda la determinazione di equilibrio del salario nominale – il ragionamento suddetto parrebbe non fare un grinza, le implicazioni che esso comporta devono essere invece attentamente vagliate. Cominciamo intanto con il dire che  focalizzare l&#8217;attenzione sull&#8217;omogeneità dei salari nominali in una situazione come questa equivale a vedere il dito e non la luna che esso indica, per rifarci ad una famosa allegoria, in quanto il punto rilevante è ora specificamente rappresentato dall&#8217;origine della diversa minore produttività del lavoro riscontrata nel Mezzogiorno. Si badi bene, qui siamo ovviamente in una visione del mercato del lavoro sicuramente più complessa del  semplice “modello” a cui abbiamo fatto riferimento nella prima parte di questo articolo, in quanto ora abbiamo <em>beni generalmente diversi</em> prodotti con configurazioni tecnologiche diverse. Detto in altri termini la diversa produttività riflette sostanzialmente<strong>[6]</strong> una “peggiore”, nel senso di meno efficiente, dotazione quanti-qualitativa dello stock di capitale – all&#8217;interno del quale va ovviamente considerata anche la dotazione di <em>capitale umano</em><strong>[7]</strong> – che si sostanzia appunto in un valore aggiunto per occupato inferiore. Una tale situazione indica un processo di specializzazione territoriale del tipo <em>hub and spoke</em> già ampiamente in atto nel Paese, che l&#8217;istituzione di gabbie salariali, in un certo senso, “consacrerebbe” definitivamente, delineando un (non troppo) futuro scenario nel quale a fronte di un Nord con una struttura produttiva tecnologicamente avanzata starebbe un Meridione attestato su segmenti di mercato medio bassi (a “basso valore aggiunto”, come si usa dire), con una produzione presumibilmente sempre più incentrata su microimprese operanti nella catena di subfornitura dei cosiddetti comparti tradizionali (si pensi ad esempio al TAC). A prescindere così dalle dichiarate buone intenzioni – che generalmente fanno leva sul carattere transitorio che dovrebbero avere queste ed altre misure simili, si pensi ad esempio ai vari contratti “difensivi” per favorire la (ri)emersione di imprese operanti “in nero” – l&#8217;effetto  più probabile sarebbe proprio quella di “sancire” definitivamente il divario Nord-Sud, attraverso l&#8217;istituzionalizzazione di un mercato del lavoro rigidamente segmentato. Ci possiamo spingere oltre nell&#8217;esaminare le conseguenze più rilevanti di un simile processo di specializzazione territoriale, ricordando che, come recita un noto teorema di economia internazionale, affinché ci possa essere un qualche tipo di vantaggio nel commercio tra due territori così diversificati, il costo del lavoro al Sud dovrebbe subire una diminuzione ancor più consistente del divario di produttività,  in modo tale da assicurare comunque quello che si chiama un “vantaggio comparato” ai beni ivi prodotti. Se a ciò aggiungiamo che i lavoratori meridionali verrebbero messi in concorrenza, nella produzione di beni a “basso valore aggiunto”, con i lavoratori di tutti i “Sud del mondo” (oltre che con quelli che lavorano nel settore informale ed irregolare all&#8217;interno del proprio territorio) si realizza facilmente che sarà sempre possibile trovare qualcuno in grado di produrre tali beni a costi del lavoro ancora più bassi, innescando così ulteriori riduzioni salariali (accompagnate per di più da ingenti processi di delocalizzazione, come ben sanno i numerosi lavoratori, non solo meridionali, occupati nei comparti tradizionali). Il quadro poi si fa ancora più fosco, se possibile, considerando che in un tale processo i flussi migratori di lavoratori più qualificati dal Mezzogiorno verso altre aree del Paese saranno destinati ad aumentare, dato che ormai per questo tipo di lavoratori – vista la composizione della domanda di lavoro – ci sarebbero sempre meno opportunità di impiego<strong>[8]</strong>. Da ultimo aggiungiamo che è altamente improbabile che un simile processo non provochi spinte al ribasso, prima o poi, anche sui salari corrisposti ai lavoratori del Nord (con particolare riferimento a quelli con più bassa qualifica).</p>
<p style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">***</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Prima di passare a delle considerazioni conclusive, è importante esaminare brevemente altri due problemi di natura più empirica: l&#8217;effettivo divario dei prezzi e la presunta uniformità salariale tra Nord e Sud.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda il primo punto, le stime dipendono da come sono costruiti i panieri  di riferimento, ed il dibattito metodologico è ovviamente aperto: se il  paniere che l&#8217;Istat costruisce per valutare la soglia di povertà assoluta costa approssimativamente il 20% in meno al Sud rispetto al Centro Nord (si veda: <a ref="http://www.istat.it/dati/catalogo/20090422_00/misura_della_poverta_assoluta.pdf" rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.istat.it/dati/catalogo/20090422_00/misura_della_poverta_assoluta.pdf">La Misura della Povertà assoluta</a>, in particolare pp. 68 e segg.), nell&#8217;ottimo lavoro di Cannari e Iuzzolino, presente nel più volte citato volume della Banca d&#8217;Italia, si mostra come in relazione alla metodologia adottata il divario del costo della vita oscilli approssimativamente tra un -3% – nel caso “meno favorevole” al Sud, in cui si considerano soltanto i prodotti alimentari, dell&#8217;abbigliamento e dell&#8217;arredamento – ed un -21 % – nel caso “più favorevole” in cui si includano altre voci, in particolare gli affitti effettivi e figurativi. L&#8217;indice a cui gli autori danno preferenza condurrebbe ad una stima complessiva del costo della vita al Sud inferiore del 17% rispetto al Nord, che comunque <em>scende approssimativamente intorno al 10%</em> se si escludono  gli affitti figurativi. Questi ultimi sono gli affitti imputati a chi vive in case di proprietà, e rappresentano cioè il mancato guadagno, ovvero il costo-opportunità, derivante dalla decisione di non affittare la propria casa: conviene sottolineare che l&#8217;inclusione di tale elemento da un lato gonfia l&#8217;indice complessivo del costo della vita, dall&#8217;altro fa comunque lievitare anche il reddito familiare disponibile di queste famiglie del medesimo importo. È evidente che in un Paese dove circa il 70% delle famiglie vive in abitazioni di proprietà, come in Italia, il considerare o meno questa voce porta a variazioni di rilievo nell&#8217;indice che misura il costo della vita complessivo<strong>[9]</strong>. Ad ogni modo, qualunque indice si voglia adottare, il divario nei prezzi comunque rilevato non dovrebbe destare eccessiva meraviglia, configurandosi come un tipico caso di fallimento della cd “legge del prezzo unico”<strong>[10]</strong>. Come è noto questa legge non funziona, in generale, per le cd <em>non-tradeable commodities</em>, quei beni e servizi cioè che non si possono commerciare o perché deperibili e/o perché i costi di trasporto eccederebbero i benefici (si pensi ad esempio a vari prodotti alimentari ed a numerosi servizi), o perché assolutamente non trasportabili (si pensi nello specifico al mercato immobiliare): ed è esattamente questo che fa la differenza tra il livello dei prezzi del Mezzogiorno – ovviamente inferiore dato il più basso livello di attività economica -  e quello del Nord. Conviene inoltre ricordare che i differenziali di prezzo spesso riflettono anche l&#8217;operare di meccanismi di mercato non concorrenziali, ove alcuni soggetti guadagnano posizioni di rendita originate anche dalla possibilità di discriminare i prezzi e di razionare i beni (si pensi nello specifico al mercato immobiliare).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sul secondo punto è ben noto che in realtà i salari non sono omogenei sul territorio nazionale e risultano mediamente inferiori al Sud (su questo argomento è già intervenuto <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/lunita-nazionale-e-le-gabbie-salariali/">Forges Davanzati</a>) risultando quindi già sufficientemente “coerenti” con le dinamiche della produttività di cui abbiamo detto sopra. Specificamente, come ci ricorda Casadio nel citato volume della Banca d&#8217;Italia (pp. 93-136), “nell&#8217;industria i differenziali nei livelli retributivi totali tra il Nord e il Mezzogiorno sono di circa 15 punti percentuali tra gli operai e circa 22 tra gli impiegati. Quei valori scendono rispettivamente a circa 11 punti percentuali per gli operai e a circa 15 per gli impiegati, controllando tutte le variabili considerate” (p. 122), tra le quali variabili di particolare rilevanza sono i diversi minimi salariali fissati, per qualifiche equivalenti, in settori produttivi diversi e/o in imprese di diversa classe dimensionale. I differenziali totali risultano così imputabili per un terzo ai “variegati livelli delle retribuzioni contrattuali” e per i restanti due terzi alle varie voci retributive fissate in azienda (la cd contrattazione di secondo livello che prevede premi di risultato ed altri premi aziendali aggiuntivi). Anche qui non c&#8217;è da meravigliarsi se, data la struttura produttiva del Mezzogiorno, la maggior parte dei lavoratori che riceve soltanto i minimi salariali (il cui potere d&#8217;acquisto è stato letteralmente falcidiato negli ultimi anni) si ritrovi tra le piccole imprese del Sud, così come i maggiori differenziali siano presenti proprio tra la forza lavoro maggiormente qualificata.</p>
<p style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">***</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sul destino del Mezzogiorno si sta giocando una partita rilevante per tutto il territorio nazionale, sia in termini di politica di sviluppo industriale che più in generale per l&#8217;assetto socio-economico dell&#8217;intero Paese. Come abbiamo cercato di mostrare, tutte le iniziative volte a differenziare i livelli salariali non potranno che tradursi, malgrado le buone intenzioni dichiarate, in una definitiva segmentazione del mercato del lavoro – dinamica del resto già ampiamente in atto, come abbiamo più volte sottolineato – configurando un tipico modello di specializzazione ove ad un un Centro-Nord “sviluppato” si contrapporrebbe un Sud caratterizzato da bassa produttività, bassi salari, elevata disoccupazione, bassi tassi di partecipazione (che nel caso delle donne in alcune aree diventano a dir poco allarmanti), servizi pubblici scadenti, e definitivo deterioramento del capitale umano e sociale. Ed in questa direzione non può che tendere qualunque proposta volta ad incrementare il peso della contrattazione di secondo livello sulle remunerazioni totali, configurandosi come una sorta di rimedio “omeopatico” che può soltanto aggravare lo stato di salute del “paziente”, dato che è difficilmente immaginabile che tali tipi di riforme contrattuali possano <em>in seguito</em> favorire incrementi di produttività nel Mezzogiorno.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dal momento che, come ricordava il vecchio Marx, sono i salari reali ad essere funzione dell&#8217;offerta di lavoro e non il contrario (come predice invece la teoria economica <em>mainstream</em>), questo esercito industriale di riserva di lavoratori che si è formato nel Sud, se da un lato può rappresentare  un ottimo serbatoio per le necessità di “espansione subitanea del capitale”, dall&#8217;altro lato sarà sempre più un pungolo contro le rivendicazioni salariali anche dei lavoratori del Nord. Per quanto specificamente  riguarda i lavoratori <em>high skilled</em>, gli ancora più elevati differenziali salariali riscontrati  stanno a confermare ulteriormente questo legame tra offerta e domanda  di lavoro, la cui conseguenza principale è esemplificata nel già citato aumento dei flussi migratori di questi lavoratori. Se poi si riuscirà in qualche modo a contrastare o regolamentare anche <em>ex lege</em> i flussi  migratori (si pensi ad esempio all&#8217;altra “provocazione leghista” sulle quote di insegnanti meridionali da ammettere nelle scuole settentrionali), e considerando i crescenti costi di trasferimento (si pensi soltanto ai costi delle abitazioni nel settentrione, che disincentivano i flussi migratori), allora si passerà direttamente da un modello segmentato a quello che viene tecnicamente definito un mercato del lavoro “segregato” per il Sud.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L&#8217;uniformità salariale resta pertanto un necessario collante tra il Mezzogiorno ed il Nord, e può inoltre rappresentare l&#8217;unico modo per spingere le imprese del Sud ad attivare incrementi di produttività attraverso innovazioni di prodotto e di processo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Numerosi altri autori, sulle pagine di questa rivista, hanno già spiegato perché si dovrebbero aumentare, in generale, i salari nominali sia al Nord che al Sud<strong>[11]</strong>, e non è il caso di tornare su questo argomento. Ad ogni modo, per rifarci  alle considerazioni iniziali del nostro intervento, a chi specificamente chiedesse di ridurre i salari nominali al Sud dato il differenziale nel costo della vita con il Nord, basterebbe semplicemente rispondere con l&#8217;opposta indicazione “minimale” che si dovrebbero  elevare i <em>salari reali </em> al Nord, anche attraverso incrementi  del  “salario indiretto”, ovvero attuando una redistribuzione dei  redditi attraverso adeguate politiche che riducano i prezzi di quei beni “scarsi” (ma spesso razionati) che garantiscono elevate posizioni di rendita (ad esempio, attuando una seria “politica per la casa”, per intenderci). Insomma, chiedere di abbassare il salario del lavoratore meridionale, che con grande probabilità è già al minimo contrattuale, perché le case al Nord “costano troppo”, è veramente privo di senso.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ci sono ovviamente altri temi che abbiamo volutamente tralasciato, anche per motivi di spazio, parimenti fondamentali nell&#8217;analisi del divario Nord-Sud: la distorsione nell&#8217;allocazione delle risorse provocata dalla presenza della criminalità organizzata; l&#8217;inadeguatezza quanti-qualitativa del capitale umano nel Mezzogiorno; il rapporto in un certo senso “patologico”, ancora riscontrabile in alcune aree del Sud, tra beni pubblici e beni privati (penso in particolare alla difficoltà di considerare il proprio <em>environment</em> come un <em>asset</em> strategico); lo scarso impatto delle “Politiche per il  Mezzogiorno”, con particolare riferimento a tutto il sistema di agevolazioni ed incentivi messo in campo anche in ambito comunitario  (si pensi inoltre all&#8217;elevato tasso di frodi, irregolarità, ecc., che hanno contraddistinto l&#8217;utilizzo dei fondi strutturali), tutti temi, questi, importanti, che  lasciamo però ad un prossimo intervento.</p>
<p><em>* Università degli Studi del Salento.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Per essere più espliciti, il salario reale va inteso come il salario nominale deflazionato, cioè diviso, per qualche indice dei prezzi, ad esempio l&#8217;indice dei prezzi al consumo</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[2] Come pura curiosità facciamo notare  (in particolare ai sostenitori delle proprietà taumaturgiche del libero mercato) che l&#8217;operare della concorrenza prevede comunque dei meccanismi di aggiustamento automatici che consentono di superare tale disparità, senza necessità alcuna di dover introdurre le “gabbie salariali”. Una situazione come quella descritta sopra dovrebbe infatti dare vita ad un consistente flusso migratorio di lavoratori dal Nord (ove si “vive peggio”) al Sud (dove come è noto “si sta  meglio”). In conseguenza di ciò l&#8217;aumento della domanda aggregata al Sud spingerà progressivamente verso l&#8217;alto i prezzi, ed il contrario accadrà al Nord: questo processo – che si badi bene, è pienamente coerente con la teoria economica mainstream –  deve alla fine ristabilire l&#8217;omogeneità nelle remunerazioni reali, anche in presenza di salari nominali uniformemente fissati. Il fatto che poi tali dinamiche non si mettano in moto è una delle tante prove che generalmente le economie reali  funzionano in maniera diversa da quanto previsto dai semplici modelli microeconomici del mercato del lavoro.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[3] Ad esempio, la più bassa qualità di servizi essenziali, quali trasporti pubblici, sanità, ecc. ecc., è supportata da un&#8217;ampia evidenza empirica ed è richiamata anche nell&#8217;intervento citato del Governatore Draghi (p.4). Per quanto riguarda invece lo stock di ricchezza, avvertiamo il lettore che l&#8217;argomento è notevolmente più complicato e si corre il rischio di sfociare in ragionamenti circolari: i sostenitori delle “gabbie” potrebbero infatti a buon diritto sostenere che le differenze nelle dotazioni iniziali di ricchezza riflettono anch&#8217;esse il diverso livello dei prezzi e quindi confermerebbero in un certo senso la bontà della richiesta di differenziali salariali. Insomma una volta che tali stock vengano espressi in termini “reali” (e certamente non è cosa semplice) nulla assicura che le differenze non si annullino. Ritornerò comunque brevemente in seguito su questo punto, che è di fondamentale importanza in particolare in relazione alla proprietà immobiliare.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[4] Per essere ancora più espliciti, si ipotizzi che si produca e si consumi un solo un bene omogeneo, il “pane”,  e che tale bene venga venduto ad un prezzo minore al Sud: con salari nominali uguali, gli imprenditori pagherebbero (ed i lavoratori riceverebbero) al Sud un salario reale più alto, o detto in altri termini gli imprenditori pagherebbero (ed i lavoratori riceverebbero) una quantità di “pane” per ora lavorata maggiore al Sud che al Nord.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[5] La ricerca di Accetturo et al. è basata sul dataset della Centrale dei Bilanci per il 2006 (cfr. <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.centraledeibilanci.it/cb_dati.htm">http://www.centraledeibilanci.it/cb_dati.htm</a>). Può essere utile sottolineare che secondo la Banca d&#8217;Italia il divario complessivo di produttività (includendo quindi anche i servizi, ove tale divario è minore) sarebbe stato pari, per il 2008, a 13 punti percentuali (si veda <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/sintesi/eco_reg_2008/economia_regioni_italiane_2008.pdf">L&#8217;Economia  delle Regioni Italiane nel 2008</a>, p. 10).</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[6] Ma non solo, ovviamente: qui stiamo per semplicità tralasciando, anche perché non avrebbe senso imputarli ai lavoratori, altri elementi che incidono sui costi complessivi e  causano distorsioni nell&#8217;efficiente allocazione delle risorse al Sud, quali differenziali nei tassi di interesse, insufficiente  infrastrutturazione, spese addizionali derivanti dai noti problemi connessi alla sicurezza del territorio, ecc.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[7] Dotazione che va correttamente riferita sia ai lavoratori che agli imprenditori.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[8] Come ci ricorda lo Svimez questo è un fenomeno in continua crescita, in quanto “è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all&#8217;emigrazione [&#8230;] nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tra anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%” (pp. 39-40).</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[9] Più specificamente, se si considerano anche quelli figurativi sale il peso complessivo della voce “affitti” nel paniere di riferimento, e ciò si traduce in un incremento relativo del costo della vita rilevato nel Centro-Nord, essendo qui gli affitti mediamente più alti che al Sud.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[10] In base a questa legge un bene dovrebbe approssimativamente avere lo stesso prezzo – una volta convertito nella stessa valuta –  in qualunque angolo del mondo. Se ad esempio un determinato bene  costasse la metà nel territorio A  rispetto al territorio B, gli operatori economici (i cd. “arbitraggisti”) acquisterebbero tale bene in A per rivenderlo al più alto prezzo in B, in modo tale da lucrare su tale differenza di prezzo: in questo modo però il prezzo in  A tenderebbe a crescere, quello in B a diminuire, fino a ristabilire – al netto dei costi di trasporto  – l&#8217;uguaglianza nei prezzi tra le due “piazze”.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[11] Ed è ciò che dovrebbe essere emerso anche da quanto abbiamo fin qui detto, con particolare riferimento a quei lavoratori, relativamente più numerosi al Sud, che hanno sperimentato negli ultimi anni una costante perdita di potere di acquisto essendo “inchiodati” ai minimi salariali stabiliti dal contratto nazionale.</h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Grandi imprese e tecnologie energetiche alternative</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 15:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Industria ed energia]]></category>

		<category><![CDATA[Mercati competizione e monopoli]]></category>

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		<category><![CDATA[Sylos Labini]]></category>

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		<description><![CDATA[Le grandi imprese potrebbero svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle nuove tecnologie energetiche. Queste imprese vengono comunemente definite “public utilities”, ossia imprese di pubblica utilità che erogano servizi fondamentali ai cittadini. In realtà si tratta di imprese che in alcuni casi estraggono e in generale comprano, trasformano e rivendono energia - elettricità, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="236" width="291" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/sylos2.png" />Le grandi imprese potrebbero svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle nuove tecnologie energetiche. Queste imprese vengono comunemente definite “public utilities”, ossia imprese di pubblica utilità che erogano servizi fondamentali ai cittadini. In realtà si tratta di imprese che in alcuni casi estraggono e in generale comprano, trasformano e rivendono energia - elettricità, olio combustibile, benzina, gas per usi industriali e civili - e che quindi possono essere considerate analogamente alle imprese della trasformazione industriale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oggi nel settore energetico vi è una tendenza verso la concentrazione delle imprese, come dimostrano i processi di fusione e di aggregazione, le scalate e le acquisizioni in atto<strong>[1]</strong>. In tal modo si viene a ridurre il numero delle aziende mentre ne aumenta la dimensione. Così, le imprese energetiche accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali dell’energia secondo i criteri tipici dei mercati oligopolistici  (Sylos Labini, P., 1956<strong>[2]</strong>)</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’oligopolio è caratterizzato dall’esistenza di barriere all’entrata ed è connesso alla <em>leadership</em> sul prezzo. Ciò significa che i prezzi non sono determinati dalle forze impersonali del mercato ma sono fissati dai produttori/venditori mentre le quantità comprate a quei prezzi sono determinate dai consumatori. Una variazione della domanda da parte degli acquirenti industriali e dei consumatori finali condurrà direttamente a variazioni dell’offerta e non a variazioni dei prezzi, il che non esclude che variazioni persistenti della domanda generino variazioni dei prezzi dopo un certo intervallo. Questa è la situazione più frequente nei mercati oligopolistici in cui ogni venditore fissa il prezzo mediante un calcolo sui costi diretti (lavoro, energia, materie prime) per unità di prodotto, ai quali viene aggiunto un margine percentuale per i costi fissi e i profitti. I profitti sono così il residuo che rimane dopo il pagamento dei costi fissi che possono essere molto diversi tra un’impresa e l’altra.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le grandi imprese oligopolistiche sanno di poter variare i prezzi quando variano i costi diretti  nella piena consapevolezza che i loro concorrenti faranno altrettanto. Così, quando varia il costo dell’energia nei mercati di origine<strong>[3]</strong>, le imprese energetiche tendono a variare i prezzi di vendita in modo proporzionale per ampliare, o almeno conservare, i propri margini di profitto (il principio del <em>mark up</em>). Di conseguenza, nelle fasi di crescita del costo dell&#8217;energia, queste imprese si vengono a trovare in un parziale conflitto di interessi con lo Stato, perché l’incremento dei prezzi finali di benzina, elettricità<strong>[4]</strong>, gas per usi civili, da un lato favorisce l’aumento del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie delle imprese energetiche; dall’altro lato però alimenta l&#8217;inflazione e penalizza i consumi interni, la competitività e la crescita economica del Paese importatore di energia. L&#8217;effetto positivo sta nel pagamento di maggiori tasse e, se lo Stato è azionista, anche nei più alti dividendi che saranno versati dalle imprese.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I fenomeni appena descritti si sono manifestati nel periodo che va dal 2003 al 2007. In questi anni si è verificato un aumento considerevole della domanda e dei prezzi del petrolio e del gas, che ha consentito alle imprese energetiche di realizzare eccezionali incrementi del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie, mentre i paesi importatori subivano un peggioramento della bilancia commerciale ed una crescita dei prezzi finali dell’energia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le grandi imprese energetiche non sono state molto propense ad investire in ricerca e sviluppo (R&amp;S), a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti  in esplorazione, innovazione tecnologica e realizzazione di nuovi impianti nel momento in cui vi erano una domanda e dei prezzi in continua crescita che assicuravano profitti elevatissimi. Le compagnie petrolifere e le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&amp;S che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre esistono grandi imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&amp;S il 15% del fatturato. Oggi tra gli obiettivi principali delle imprese energetiche vi sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le <em>stock options</em> per il <em>management</em> (si tratta di un tipico caso di finanziarizzazione dei profitti; cfr. Colitti<strong>[5]</strong>, 2006).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se guardiamo i dati sulla ricerca e sviluppo dell’<em>European scoreboard</em><strong>[6]</strong> la situazione appena descritta appare molto chiara (si tratta di dati relativi al 2006, anno in cui il ciclo di crescita 2003-2007 ha raggiunto il suo apice). In particolare, nella tabella dove sono messi a confronto i diversi settori industriali appare chiaramente come il comparto energetico investa in ricerca delle quote risibili del fatturato, diversamente dai comparti ad alta intensità di conoscenza come i <em>computers</em>, l’elettronica, l’aerospazio, le biotecnologie, la farmaceutica, i semiconduttori e le telecomunicazioni (in questi settori la quota di spese in R&amp;S sul fatturato è compresa tra il 7 e il 25%). Questi dati indicano che lo scarso impegno delle grandi imprese energetiche è di carattere strutturale e non dipende dall’andamento del ciclo economico.</p>
<p><img height="467" width="502" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/sylos.png" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
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<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un esempio significativo della scarsa propensione delle grandi imprese elettriche ad investire nella diversificazione energetica si può osservare anche in Germania, il paese <em>leader</em> mondiale delle energie rinnovabili. Dal 2000, infatti, il 95% circa degli investimenti è stato effettuato da gestori privati o da imprenditori dell’energia attivi a livello comunale, mentre i grandi gruppi industriali dell’elettricità, nonostante ci fosse una legge di incentivazione per le energie rinnovabili che riduceva i rischi e garantiva alti profitti, non si sono lanciati nel settore in modo convinto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutto questo dimostra che la possibilità di conseguire enormi profitti grazie al potere di mercato in un sistema altamente concentrato tende a disincentivare gli investimenti verso l’innovazione e la diversificazione energetica. Ciò comporta rischi molto seri in un periodo come quello attuale in cui si sta aggravando l’allarme sull’effetto serra e la pressione sui combustibili fossili è in aumento sia per la crescente domanda di Cina e India, sia per l’instabilità delle aree di estrazione (Medio Oriente, Nigeria, Mar Caspio) sia per la nuova politica energetica della Russia. Si tratta di un insieme di fattori che potrebbero alimentare le spinte verso il “ristagno” economico nei paesi occidentali importatori di gas e petrolio.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crescita dell’impegno in ricerca e sviluppo delle grandi imprese energetiche non solo è importante per i loro processi di innovazione e di diversificazione energetica ma è fondamentale anche per il ruolo trainante che tali imprese potrebbero svolgere nei confronti dei centri di ricerca pubblici e del tessuto industriale composto da piccole e medie imprese. In particolare, il coinvolgimento delle grandi imprese potrebbe costituire un potente motore di innovazione in grado di sfruttare da un punto di vista industriale i risultati della ricerca che sono realizzati dalle Università e dai Centri di Ricerca Pubblici come l’Enea e il Cnr. Inoltre, i maggiori investimenti nella ricerca e sviluppo e nella diversificazione energetica delle grandi imprese sono cruciali anche per trainare lo sviluppo locale poiché le grandi imprese  possono costituire una fonte di commesse e di diffusione del know-how sul territorio, stimolando l’aggregazione e la crescita di nuove imprese innovative. Al riguardo, lo stabilimento di Taranto della Vestas Italia (filiale della Vestas danese), che ha una capacità produttiva di 400 MW all’anno, ha alimentato la crescita di un indotto in cui sono occupati più di 1.000 addetti. Ma uno dei casi più importanti di sviluppo territoriale nel Mezzogiorno ricade nel settore dei semiconduttori ed è quello della StMicroelectronics e del distretto dell’Etna Valley che sta avendo interessanti sviluppi anche nelle nuove tecnologie energetiche.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le origini del distretto di Catania sono strettamente legate alla storia della StMicroelectronics, azienda nata dalla fusione tra l’italiana S.G.S. con la francese Thomson Semiconducteurs avvenuta nel 1987. La svolta che segnò la nascita di un’area tecnologico-industriale tra le più avanzate nel mondo avvenne nel 1997 quando StM decise di insediare nell’area un grande stabilimento di produzione, sebbene già negli anni sessanta la StMicroelectronics, che allora si chiamava S.G.S. Microelettronica, collaborasse con i Dipartimenti di Fisica e di Chimica dell’Università di Catania; nel 1987 avesse creato con l’Università di Catania il più grande laboratorio di Ricerca e Sviluppo nell’alta tecnologia nel Meridione, nonché uno dei principali d’Europa e nel 1990 avesse dato origine con l’Università di Catania e il Consorzio Catania Ricerche a SuperLab, il Laboratorio Superfici e Interfasi. In questo contesto e approfittando della collaborazione con l&#8217;Università degli studi di Catania e con il CNR, altre grandi aziende hanno deciso di realizzare nella stessa zona dei centri di ricerca utilizzando i giovani laureati presso l&#8217;Ateneo catanese. Fra le più importanti si vi sono Nokia, Vodafone, IBM, Alcatel, Telespazio, Nortel, Berna e Wyeth.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oltre alla presenza delle grandi aziende, lo sviluppo di Etna Valley  ha beneficiato dell’alto numero di strutture di ricerca (309 istituzioni scientifiche - pari al 31% del totale della rete meridionale) presenti nel sistema scientifico siciliano. All’interno dei tre Atenei di Catania, Palermo e Messina si concentra una gran parte delle attività di ricerca e sviluppo. Essi rappresentano la struttura portante della ricerca e  dell’accademia siciliane con circa 160.000 iscritti e 15.000 laureati.  Le altre strutture siciliane di ricerca scientifica annoverano: gli istituti e i centri della rete del CNR (Area Palermo, Catania, Messina); l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l&#8217;Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (IMM); il Consorzio Catania Ricerche cui aderiscono enti pubblici e industrie locali. Sul territorio catanese vi sono poi altre strutture di servizio e di trasferimento tecnologico come un Centro per l’Innovazione, che svolge attività di gestione, studi e servizi; un Laboratorio per lo studio delle Superfici dei Materiali (Superlab); un Media Innovation Relay Centre della Comunità Europea MEDIA, il Parco Scientifico e Tecnologico della Sicilia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Accanto a questo insieme di strutture pubbliche e private, la sospensione dei contributi sociali per i primi sei anni ha fatto si che oggi i giovani laureati e i ricercatori catanesi dotati di alta qualificazione e professionalità abbiano dei costi nettamente inferiori rispetto agli standard internazionali rendendo l’intera area catanese ancora più competitiva.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutti questi fattori hanno contribuito a diffondere una cultura dell’innovazione permettendo così la nascita, nel corso degli anni ’90, del cosiddetto distretto tecnologico dell’Etna Valley.  Attorno alle grandi aziende è sorto un indotto di oltre 1.500 micro aziende che producono i semilavorati per le varie produzioni e si è sviluppata una vasta area industriale densa di imprese operanti prevalentemente nel comparto high-tech, significativamente internazionalizzate, attive in numerosi progetti di ricerca e produttrici di numerosi brevetti che ha dato lavoro a circa 5.000 giovani laureati e diplomati catanesi. Questa realtà è significativa non solo nella provincia di Catania, ma grappoli tecnologici consistenti sono oggi sviluppati e presenti nell’area del ragusano, in quella messinese, nella provincia ennese e, con riferimento ad alcune grandi realtà aziendali, anche nel territorio del palermitano.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Come detto, nel distretto Etna Valley stanno nascendo anche interessanti tecnologie innovative per il settore fotovoltaico. Si tratta della tecnica Ppd (<em>Pulsed plasma deposition</em>), utilizzata dal reattore appositamente progettato e costruito da un team di imprese hi-tech di Catania, che consente di ottenere semiconduttori a film sottile (“thin film”: pellicole avvolte come carta da parati) utilizzabili in sostituzione dei tradizionali, costosi e pesanti wafer di silicio. È il progetto battezzato &#8220;Plasia&#8221; (progettazione e realizzazione di un sistema di deposizione al plasma di silicio amorfo su substrati plastici) realizzato, con un investimento di 1,9 milioni di euro di cui 610 mila provenienti dal POR 2000-2006, grazie alla collaborazione tra Università di Catania e le imprese dell&#8217;Etna Valley. Il thin film permetterà di generare energia dalle pareti, dalla vela di una barca o dalla custodia del notebook. Ovviamente, per ora si tratta di un&#8217;applicazione da laboratorio, per quanto collaudata e verificata, che richiede tra uno e due anni di lavoro per arrivare alla produzione industriale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un altro caso di sviluppo di nuove tecnologie energetiche nel distretto di Etna Valley è quello che nasce dall’accordo tra Enel Green Power, Sharp e Stmicroelectronics per  realizzare la più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici in Italia. L´impianto, che verrà realizzato a Catania nell’impianto industriale conferito da STMicroelectronics,  produrrà pannelli a film sottile a tripla giunzione ad alto rendimento e avrà una capacità produttiva iniziale di 160 MW all’anno destinata ad essere incrementata nel corso dei prossimi anni a 480 MW. I tre gruppi opereranno in una <em>partnership</em> paritetica apportando le loro specifiche competenze: Enel Green Power, nello sviluppo del mercato delle fonti rinnovabili a livello internazionale e nel project management; Sharp, nella tecnologia esclusiva del film sottile a tripla giunzione in produzione da primavera 2010 nella fabbrica di Sakai, in Giappone; STMicroelectronics con personale altamente specializzato nella microelettronica. E´ previsto che la produzione dei pannelli nell’impianto di Catania parta all’inizio del 2011. Il progetto per la capacità produttiva iniziale di 160 MW richiederà un investimento totale di 320 milioni di euro e sarà finanziato mediante una combinazione di capitale proprio, incentivi statali e <em>project financing</em>. Ogni partner sottoscriverà un terzo del capitale - un contributo previsto fino a 70 milioni di euro ciascuno, in cash o in asset materiali e immateriali - e deterrà un terzo delle azioni della nuova<em> joint venture</em>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In conclusione, questo articolo ha cercato di porre nella massima evidenza i problemi che contraddistinguono i settori oligopolistici come quello energetico e il ruolo che le grandi imprese energetiche potrebbero, invece, assumere nello sviluppo economico delle aree più svantaggiate come il Mezzogiorno d’Italia, dove, nel periodo della programmazione 2007-2013, saranno disponibili cospicui fondi europei per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica<strong>[7]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6>[1] In Italia vanno ricordate le aggregazioni delle aziende municipalizzate e l’acquisizione di Endesa da parte di Enel.<br />
[2] <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/609/1/OLIGOPOLIO-1967.pdf">http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/609/1/OLIGOPOLIO-1967.pdf</a><br />
[3] Per esempio il prezzo del petrolio greggio come il WTI, il Brent, l’Iranian Heavy, l’indice del paniere Opec.<br />
[4] I prezzi finali dell’elettricità si suddividono in prezzi alla produzione (costo reale di produzione) e in prezzi alla distribuzione (prezzi al consumo). Questi ultimi oltre che dal costo reale di produzione sono influenzati, in una certa misura, anche dal rapporto tra la domanda e l’offerta che si determina nella borsa elettrica.<br />
[5] “Petrolio, un mercato impazzito”, <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.eguaglianzaeliberta.it/">http://www.eguaglianzaeliberta.it/</a>, 06/05/2006.<br />
[6] Vedi <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://iri.jrc.ec.europa.eu/research/scoreboard_2007.htm">http://iri.jrc.ec.europa.eu/research/scoreboard_2007.htm</a><br />
[7] Rapporto DPS – Ministero per lo Sviluppo Economico (novembre 2007)<br />
<a rel="nofollow" href="http://www.dps.mef.gov.it/documentazione/QSN/docs/PO/In%20adozione/POIN_Energia_FESR_SFC2007.pdf">http://www.dps.mef.gov.it/documentazione/QSN/docs/PO/In%20adozione/POIN_Energia_FESR_SFC2007.pdf</a></h6>
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		<title>Le emigrazioni e la crisi del Mezzogiorno</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 08:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Allo scoppio della crisi economica, erano in molti a ritenere che i suoi effetti si sarebbero fatti sentire con maggiore intensità nelle aree più ricche del Paese, e che avrebbe colpito in misura modesta il Mezzogiorno. Si badi che questa convinzione non è del tutto scomparsa e che essa continua a sostenere la politica anti-meridionalista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="365" width="336" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/valigiapronta.jpg" border="0" style="width: 272px; height: 255px" />Allo scoppio della crisi economica, erano in molti a ritenere che i suoi effetti si sarebbero fatti sentire con maggiore intensità nelle aree più ricche del Paese, e che avrebbe colpito in misura modesta il Mezzogiorno. Si badi che questa convinzione non è del tutto scomparsa e che essa continua a sostenere la politica anti-meridionalista di questo Governo. E tuttavia, mentre ancora un anno fa vi era motivo di credere che – essendo meno esposte alla concorrenza internazionale – le imprese meridionali avrebbero sopportato meglio la caduta della domanda mondiale, oggi i dati disponibili segnalano un allarme che sarebbe opportuno non far passare in secondo piano. Secondo le ultime rilevazioni di Confcommercio, soltanto il 23,1% delle piccole e medie imprese del Mezzogiorno ha investito nel periodo 2008-2009. Il 54,9% delle imprese dichiara che non effettuerà investimenti nel periodo 2009-2010. Solo l’8,5% investirà “certamente”, mentre il 18,2% dichiara che è “probabile” che verranno effettuati nuovi investimenti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ interessante rilevare che la tendenza ad effettuare investimenti nel periodo 2009-2010 prevale nelle imprese di piccole e medie dimensioni, mentre è meno accentuata nelle microimprese. Il fenomeno può essere spiegato con almeno due considerazioni:<br />
1) per quanto attiene ai mercati di sbocco, va innanzitutto rilevato che le piccole imprese meridionali vendono prevalentemente nelle aree nelle quali sono localizzate, e che la domanda che fronteggiano è bassa e in calo<strong>[1]</strong>. Ciò dipende fondamentalmente da due fattori. In primo luogo, i consumi complessivi dei cittadini meridionali tendono a ridursi soprattutto a ragione del fatto che i flussi migratori riducono la popolazione residente e, di conseguenza, riducono le spese delle famiglie meridionali rivolte alle produzioni locali. Il rapporto SVIMEZ 2009 segnala, a riguardo, che tra il 1997 e il 2008 sono emigrati dal Mezzogiorno circa 700 mila individui, prevalentemente giovani e con alta scolarizzazione, prefigurando la tendenza allo spopolamento negli anni 2030. In secondo luogo, i consumi tendono a essere sempre meno alimentati dalla spesa pubblica, dal momento che, come rilevato dalla SVIMEZ, la spesa pubblica pro-capite è decrescente nel Mezzogiorno ed è maggiormente rivolta al Nord (10.400 euro circa al Sud contro i 12.300 euro al Nord)<strong>[2]</strong>. A ciò si possono aggiungere due ulteriori considerazioni. Innanzitutto, appare rilevante la composizione merceologica della produzione nel Mezzogiorno, concentrata in settori maggiormente esposti alla crisi. In più, vi è ampia evidenza teorica ed empirica in merito al fatto che la produttività del lavoro cresce al crescere delle dimensioni aziendali. Ciò accade soprattutto a ragione del fatto che le imprese di più grandi dimensioni riescono più facilmente ad accrescere la divisione del lavoro al loro interno, generando maggiore specializzazione dei propri dipendenti. Non a caso, come registrato nell’ultimo rapporto SVIMEZ, il divario di produttività fra le imprese meridionali e quelle settentrionali supera i 22 punti percentuali. In tali condizioni, risulta pressoché impossibile reagire al calo della domanda mediante strategie finalizzate a riconversioni produttive che agevolino le innovazioni di processo e di prodotto. Da ciò segue che, riducendosi la domanda interna, le imprese – soprattutto quelle che vendono in loco - sono indotte a posticipare gli investimenti;<br />
2) sul versante dei costi, le imprese meridionali scontano più alte passività finanziarie e/o minore accesso al credito bancario, a ragione del razionamento del credito a sua volta imputabile alle piccole dimensioni aziendali. Minori disponibilità finanziarie, oppure più alti tassi di interesse passivi, comportano un più bassa produzione (e una minore occupazione) e più bassi margini di profitto. In tali condizioni, non è sorprendente rilevare l’elevatissimo numero di fallimenti e di crisi aziendali nel Sud, con conseguente spirale viziosa che fa riferimento all’incremento della disoccupazione alla conseguente riduzione dei salari e della domanda.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A fronte di queste evidenze, il Governo sta agendo nella direzione esattamente opposta a ciò che occorrerebbe fare, varando – anche con la Legge Finanziaria 2010 – provvedimenti di contenimento della spesa pubblica che, alla luce di quanto precedentemente rilevato, molto verosimilmente  penalizzeranno ulteriormente le regioni meridionali, e le fasce più povere dei lavoratori di quelle aree<strong>[3]</strong>. E’ opportuno chiedersi quali sono le motivazioni che sorreggono questa impostazione. In linea generale, vale quanto rilevato da Graziani<strong>[4]</strong>: “E’ una regola storica che la politica meridionalistica attraversi fasi alterne a seconda della situazione che domina nel resto del Paese. Quando l’industria del Nord attraversa fasi di espansione, si fanno piani di sviluppo produttivo anche al Sud; quando il Centro-Nord vive le sue fasi di ristrutturazione e di assestamento, per il Mezzogiorno non rimane che una politica di sostegno assistenziale”. E la storia dei rapporti Nord-Sud è stata in larga misura una storia di dipendenze. Con alterne vicende, il Mezzogiorno è stato concepito come mercato di sbocco, come serbatoio di consensi, come fonte di approvvigionamento di prodotti intermedi e di fattori produttivi. Nella fase attuale, sembra che le imprese settentrionali siano soprattutto interessate ad accrescere l’offerta di lavoro <em>in loco</em>, attingendo alle emigrazioni dal resto d’Italia. Dovrebbe risultare chiaro che le emigrazioni impoveriscono il Mezzogiorno, sia a ragione del fatto che lo privano di potenzialità produttive, sia perché riducono la domanda interna, sia perché – nella gran parte dei casi – gli emigrati (per lo più giovani e altamente istruiti) non sono in grado, come accadeva in passato, di ottenere redditi tali da generare rimesse di segno positivo per le famiglie di origine. Accade semmai il contrario, sia per effetto dei bassi redditi reali (e della precarietà dell’impiego), sia per effetto dell’alta propensione al consumo dei giovani meridionali emigrati<strong>[5]</strong>. Ed è altrettanto ovvio che le emigrazioni, accrescendo l’offerta di lavoro al Nord, contribuiscono alla riduzione dei salari in quelle aree, in un contesto nel quale – anche grazie alle politiche fiscali restrittive del Governo – il Sud non può costituire un mercato di sbocco significativo per le produzioni settentrionali. Né vale la tesi liberista secondo la quale una elevata mobilità del fattore lavoro, rendendolo relativamente scarso nelle regioni più povere, determinerebbe in queste aree un aumento dei salari. Questa tesi potrebbe valere solo a condizione di assumere che la forza-lavoro sia omogenea. Nei fatti, le nuove emigrazioni riguardano individui scolarizzati che competono con lavoratori meno istruiti solo se non emigrano e si collocano, nel Mezzogiorno, in condizioni di sottoccupazione intellettuale<strong>[6]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La spirale perversa impoverimento-emigrazioni-impoverimento dovrebbe essere contrastata con ben altri indirizzi di politica economica rispetto a quelli in atto. In primo luogo, se uno (se non <em>il</em>) problema del Mezzogiorno è il ‘nanismo’ imprenditoriale, e la conseguente incapacità delle nostre imprese di attuare innovazioni, occorrerebbe promuoverne il ‘salto tecnologico’, mediante dispositivi normativi che incentivino le aggregazioni fra imprese. In secondo luogo, e con effetti di breve periodo, sarebbe auspicabile una politica di fiscalità di vantaggio, non a favore delle imprese ma delle famiglie meridionali. La ratio di questa proposta risiede in una duplice constatazione. In primo luogo, le politiche di detassazione delle imprese che investono nel Mezzogiorno – attuate negli ultimi anni – non hanno prodotto risultati significativi per quanto attiene all’attrazione di investimenti. Sia sufficiente richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il tasso di crescita degli investimenti ‘esterni’ all’area si è ridotto, rispetto al precedente biennio, e comunque prima del propagarsi della crisi, dal 2.4% allo 0.5%. In secondo luogo, occorrerebbe prendere atto del fatto che la propensione al consumo cresce al ridursi del reddito disponibile, ovvero che le famiglie con più basso reddito sono quelle che, in termini percentuali, destinano una quota più alta a consumi. Una politica di ridistribuzione del reddito a vantaggio del Mezzogiorno, e delle famiglie più povere lì residenti, garantirebbe una aumento dei salari nell’area, con il conseguente aumento dei consumi, del livello di produzione e  di occupazione<strong>[7]</strong>. Se la domanda aumenta, e la domanda di lavoro viene rivolta a lavoratori altamente qualificati, vi è ragionevolmente da attendersi un ribaltamento del meccanismo perverso che, mediante le emigrazioni, rende il tasso di crescita dell’economia meridionale minore di quello del Nord da circa sette anni, e con ulteriore accelerazione in regime di crisi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Ciò accade anche per le imprese meridionali che lavorano su subfornitura delle imprese settentrionali, dal momento che – riducendosi gli investimenti in quell’area – si riducono gli ordinativi e, dunque, i profitti al Sud.<br />
[2] Si osservi che la minore spesa pubblica nel Mezzogiorno non può essere neppure motivata con un minor gettito tributario in quelle aree, dal momento il rapporto fra gettito e PIL è significativamente più elevato per le grandi Regioni del Sud (Campania, Puglia, Sicilia) rispetto a grandi Regioni del Centro-Nord (Veneto e Toscana). A ciò va aggiunta la peggiore qualità dei servizi pubblici nel Sud. Sul tema si rinvia a G. Mazzola, Il federalismo fiscale e lo squilibrio Nord-Sud, in “StrumentiRes”, I, n.4, novembre 2009.<br />
[3] Sebbene non esistano o non siano stati divulgati dati ufficiali e attendibili sull’argomento, vi è motivo di credere che la linea prudenziale scelta dal Governo sia (anche) finalizzata ad accumulare risparmi per finanziare il federalismo fiscale. Per una spiegazione della linea restrittiva in regime di crisi, si rinvia al mio Il Governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario su questa rivista, e alla bibliografia lì citata.<br />
[4] A. Graziani, I conti senza l’oste, Boringhieri, Torino 1997, pp.155 ss..<br />
[5] A riguardo occorre osservare che la visione mainstream fa ancora propria, in larga misura, l’ipotesi del ciclo vitale, stando alla quale gli individui massimizzano la somma delle utilità derivanti dal consumo nel corso della loro vita, dato il vincolo delle risorse disponibili durante la vita. Da ciò discende che il consumatore tenderà a risparmiare da giovane per poter poi aumentare i propri consumi da anziano. E tuttavia, da diversi anni – e soprattutto in ambito sociologico e nel campo dell’economia cognitiva – è stato messo in evidenza che la propensione al consumo è largamente influenzata da ulteriori e molteplici fattori, fra i quali i dispositivi di autocontrollo, generalmente meno rilevanti per le fasce di età più giovani, giungendo alla conclusione opposta (è verosimile che i giovani abbiano una propensione al consumo maggiore degli anziani). Sul tema, si rinvia, fra gli altri, a D.Kanheman and R.Thaler, Economic analysis and the pshyicology of utility: Applications to compensation polic, “American Economic Review”, May, 1991, pp.341-346.. �<br />
[6] Per sottoccupazione intellettuale si intende una condizione stando alla quale lavoratori altamente istruiti svolgono mansioni per le quali non è richiesto il titolo di studio in loro possesso. Sul tema, sia consentito rinviare a G.Forges Davanzati, Moneta, istituzioni, distribuzione del reddito, Pensa, Lecce 2005, cap.II e alla bibliografia lì citata.<br />
[7] Un’azione di questo genere andrebbe accompagnata – ed è questo un punto ormai ineludibile – a una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici da parte dello Stato. Non si tratta di una questione di sola giustizia distributiva (argomento pure rilevantissimo, dal momento che anche su questo fronte l’Italia è già divisa in due), ma soprattutto di una questione di efficienza del sistema. Una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici, accrescendo i salari indiretti delle famiglie meridionali, consentirebbe loro di disporre di maggior potere d’acquisto, con conseguenti effetti moltiplicativi sulla domanda interna e, dunque, sull’occupazione. Sul tema si rinvia al contributo di R.Patalano e R.Realfonzo, Salari meridionali in gabbia, su questa rivista.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
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		<title>La Banca del Mezzogiorno non risarcisce il Sud</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 15:24:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Quella della Banca del Mezzogiorno è una vecchia idea del ministro Tremonti. Poco dopo la sua burrascosa uscita dal secondo governo Berlusconi nell’estate del 2004, in seguito ad un duro scontro politico che lo vide opposto a Gianfranco Fini, ne espose i contenuti in un articolo apparso sul «Corriere della Sera». Il ragionamento di Tremonti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/banconote.jpg" height="167" style="width: 309px; height: 236px" /><img border="0" width="1" height="1" />Quella della Banca del Mezzogiorno è una vecchia idea del ministro Tremonti. Poco dopo la sua burrascosa uscita dal secondo governo Berlusconi nell’estate del 2004, in seguito ad un duro scontro politico che lo vide opposto a Gianfranco Fini, ne espose i contenuti in un articolo apparso sul «Corriere della Sera». Il ragionamento di Tremonti era il seguente: da quando ha perso i suoi più importanti istituti di credito a seguito del processo di concentrazione bancaria che ha portato il Banco di Napoli nell’orbita di Intesa Sanpaolo e il Banco di Sicilia in quella di Unicredit, il Mezzogiorno è l’unico territorio «debancarizzato» d’Europa; e, poiché nessun territorio può svilupparsi senza una banca che abbia i suoi centri decisionali all’interno del territorio stesso, occorre costituirne una nuova con le caratteristiche descritte.  Con il che Tremonti, un po’ tardivamente, riprendeva una tesi già avanzata da illustri economisti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Tremonti fu il primo firmatario di una proposta di legge per la costituzione della Banca del Mezzogiorno presentata alla Camera il 10 marzo 2005 e, rientrato nell’esecutivo come vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Economia del terzo governo Berlusconi, trasfuse la sua proposta in alcuni commi della finanziaria per il 2006 prevedendo un irrisorio stanziamento iniziale di cinque milioni di Euro. All’inizio di marzo del 2006, nell’imminenza delle elezioni politiche, il Comitato promotore della Banca del Mezzogiorno S.p.A. fu presentato a Napoli nella sede del Circolo dell’Unione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Una ‘stranezza’ nel progetto di Tremonti che fece subito dubitare circa la serietà delle intenzioni del ministro fu quella di affidare la presidenza onoraria del comitato promotore al principe Carlo di Borbone, erede dell’ultimo re delle Due Sicilie, e la vicepresidenza al principe romano Lillio Sforza Ruspoli.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Con la vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006 il progetto fu accantonato per essere, poi, ripreso dallo stesso Tremonti con la legge 133 dell’agosto 2008 dove la «Banca del Mezzogiorno» veniva fondata nuovamente dall’art. 6 ter. L’estate scorsa, infine, il progetto è stato rilanciato con forza dal presidente del Consiglio in persona che ne ha fatto niente di meno uno dei punti centrali del suo programma di rilancio dello sviluppo economico del Mezzogiorno.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il progetto di Tremonti poggiava su due considerazioni di tutta evidenza: sugli imprenditori del Sud grava un costo del credito superiore di circa un punto e sei rispetto a quello del Centro Nord; una banca estranea al tessuto economico locale non può interpretare il territorio e valutare correttamente la solidità del singolo imprenditore. Tali considerazioni erano state criticate, sin dall’inizio, dall’ABI e dal suo presidente di allora, Maurizio Sella, che, pur ammettendo l’esistenza di una differenza nei tassi a breve tra il Sud e il Centro Nord ne attribuiva la causa esclusivamente al maggior grado di rischiosità ambientale, settoriale e dimensionale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Per certi aspetti, l’idea di Tremonti qualche effetto l’ha prodotto: non solo ha sicuramente accelerato il processo di costituzione di un’altra banca, la «Banca del Sud», fondata qualche anno fa con il contributo determinante della Fondazione Istituto Banco di Napoli, ma ha anche dato un impulso al processo di riorganizzazione territoriale dei due principali gruppi bancari italiani. Intesa Sanpaolo, infatti, ha fortemente rilanciato il Banco di Napoli moltiplicandone gli sportelli in tutto il Mezzogiorno dove il nome Banco di Napoli è comparso accanto al nuovo simbolo dell’acquedotto romano – voluto da Giovanni Bazoli – che contraddistingue le banche del gruppo; mentre, dopo qualche iniziale incertezza e un duro scontro sui dirigenti locali, anche Unicredit sta rilanciando il Banco di Sicilia il cui nome appare nelle filiali dell’isola accanto al logo e ai colori del gruppo milanese.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La Banca del Mezzogiorno di cui si è discusso in Consiglio dei Ministri opererà per almeno cinque anni come istituzione finanziaria di secondo livello. Il che significa che, almeno all’inizio, non si vedranno sportelli bancari con il simbolo della nuova banca. Esso apparirà soltanto accanto ai simboli delle banche di credito cooperativo che vorranno partecipare all’operazione e a quello delle Poste Italiane – che all’operazione parteciperà per volontà del Governo – sui prodotti finanziari offerti al pubblico dei risparmiatori. La Banca del Mezzogiorno, infatti, emetterà obbligazioni e titoli indirizzati a finanziare piccole e medie imprese che investono nel Mezzogiorno ovvero specifiche opere infrastrutturali da realizzare nel Sud, fornirà consulenza e supporto alle piccole e medie imprese per ottenere fondi statali ed europei e stimolerà la nascita di nuove banche autoctone nella forma del credito cooperativo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il vero punto di forza della nuova banca, secondo il Ministro dell’Economia, sarà l’applicazione di una fiscalità di vantaggio ai prodotti finanziari elaborati dalla Banca del Mezzogiorno. Nonostante il fatto che la fiscalità di vantaggio non si sia rivelata un’opzione di <em>policy</em> efficace per il Sud, secondo Tremonti, tale misura sarà in futuro determinante per indirizzare nuovi flussi finanziari verso il Mezzogiorno. I risparmiatori che acquisteranno i titoli della nuova banca presso la rete delle Poste e delle banche di credito cooperativo che avranno aderito all’iniziativa per una somma pari o inferiore a centomila euro potranno usufruire di una tassazione ridotta al 5 per cento sugli interessi maturati anziché del 12,5 per cento dei normali titoli del Tesoro o del 27 per cento dei conti correnti bancari. Avranno quindi un rendimento maggiore perché dovranno pagare meno tasse mentre i loro soldi non saranno a rischio perché i titoli emessi Banca del Mezzogiorno godranno della garanzia dello Stato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un progetto indubbiamente “creativo” quello messo in piedi dal ministro Tremonti, certo più potente sul piano politico-propagandistico che su quello tecnico-economico. Un piano che comunque ha dovuto districarsi tra mille resistenze del mondo finanziario e mille difficoltà dell’attuale legislazione bancaria interna e comunitaria. Tuttavia perché procedere le incognite sono numerose: il disegno di legge dovrà essere approvato dal Parlamento; l’Unione europea dovrà dire la sua sull’operazione che potrebbe presentare profili di criticità alla luce dei Trattati sia sotto il profilo della distorsione della libera concorrenza sia sotto quello degli aiuti di Stato vietati dai Trattati; e, non ultimo, il Comitato promotore composto da quindici membri dovrà impegnarsi in tempi brevi a raccogliere le adesioni dei soggetti privati interessati all’operazione che dovranno essere in maggioranza rispetto allo Stato destinato ad uscire, dopo cinque anni, dal capitale della nuova banca.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma ciò che più colpisce non è tanto l’inutile complessità del progetto messo in piedi da Tremonti, quanto piuttosto il fatto che esso sia del tutto diverso da quello immaginato dallo stesso ministro dell’Economia e sostenuto fino all’estate del 2008. Il progetto iniziale, infatti, prevedeva per la Banca del Mezzogiorno un azionariato popolare diffuso, privilegi patrimoniali per i vecchi soci dei banchi meridionali, la partecipazione degli enti locali meridionali e, soprattutto, la possibilità di acquisire marchi e rami d’azienda, cioè di riprendere e sviluppare fin da subito un’attività di una vera e propria banca e non di un’istituzione bancaria di secondo livello. Insomma, il ministro del Tesoro aveva in mente un istituto bancario che potesse, almeno in prospettiva, restituire al Sud ciò che al Sud era stato tolto: un sistema bancario autoctono ed antico che, nell’opinione di molti meridionali, non era meno solido di quello del resto del Paese.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il progetto approvato dal Consiglio dei ministri, invece, appare il risultato di un compromesso: la Banca del Mezzogiorno non potrà fare concorrenza ai grandi gruppi bancari italiani perché non potrà utilizzare i marchi storici dei banchi meridionali finiti nell’orbita delle prime due banche del Paese, mentre dovrà limitarsi ad essere un istituto di secondo livello con qualche ambizione nell’ambito dei circuiti del credito cooperativo che storicamente nel Sud non è mai stato solido e capillarmente diffuso come nel Centro e nel Nord del Paese.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Così come proposta da Tremonti e approvata dal Consiglio dei ministri, la Banca del Mezzogiorno non servirà certo a restituire al nostro meridione quel sistema bancario proprio ed autonomo che le liberalizzazioni e privatizzazioni degli ultimi anni gli hanno sottratto e che appare indispensabile per intraprendere la strada di uno sviluppo endogeno ed autopropulsivo.</p>
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		<title>La privatizzazione dei servizi pubblici locali</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 07:15:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 9 settembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ennesima riforma dei servizi pubblici locali. L’intervento precedente risaliva a poco più di un anno fa quando, all’inizio di agosto del 2008, all’ultimo minuto, era stato inserito nella manovra anticrisi del ministro Tremonti l’art. 23 bis con il quale si intendeva riprendere il percorso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="244" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/16219_servizi_pubblici.jpg" height="208" />Il 9 settembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ennesima riforma dei servizi pubblici locali. L’intervento precedente risaliva a poco più di un anno fa quando, all’inizio di agosto del 2008, all’ultimo minuto, era stato inserito nella manovra anticrisi del ministro Tremonti l’art. 23 bis con il quale si intendeva riprendere il percorso di privatizzazione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il nuovo intervento viene ora a modificare alcuni commi dell’art. 23 bis della legge 133 del 2008 che si sono rivelati di incerta applicazione al punto che, nonostante la forte volontà politica espressa dal Governo, il ministro per gli Affari regionali non era riuscito ad emanare il regolamento attuativo nel termine di centottanta giorni fissato dalla norma.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’art. 15 del decreto legge varato il 9 settembre, da un lato, torna a ribadire che i servizi pubblici locali dovranno essere affidati al mercato – salvo casi del tutto eccezionali nei quali si potrà ancora procedere ad affidamenti diretti a società a capitale pubblico –, dall’altro, stabilisce dettagliatamente le modalità di cessazione delle vecchie gestioni di servizi pubblici locali affidate senza gara. E ciò con l’intento di disciplinare, in modo puntuale, la fine di tutte le gestioni pubbliche le cui radici storiche risalgono alla prima legge sui servizi municipalizzati voluta da Giolitti all’inizio del Novecento.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In più il decreto torna a proporre, come ordinaria modalità di affidamento dei servizi, anche quello a società mista pubblico/privata che in Italia ha dato pessima prova di sé e che, anche per questo, era stato almeno temporaneamente accantonato dal provvedimento del 2008<strong>[1]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La nuova riforma dovrebbe costituire, nelle intenzioni del Governo, il completamento del processo di liberalizzazione e privatizzazione iniziato negli anni Novanta attraverso l’introduzione dei principi del libero mercato nel settore dei servizi pubblici locali dove ancora sopravvivono residuali gestioni giuspubblicistiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È del tutto evidente che ad essere penalizzate dalla riforma saranno soprattutto le regioni del Sud dove il processo di esternalizzazione ‘forzata’ dei servizi pubblici di interesse generale – imposto agli enti locali dalle leggi Bassanini e completato dal secondo governo Berlusconi con l’art. 35 della finanziaria per il 2002 – era stato realizzato con maggiore lentezza nel corso degli anni Novanta mentre si era del tutto bloccato negli ultimi tempi. Ciò è avvenuto a causa della debolezza finanziaria delle imprese pubbliche venute fuori dalla trasformazione delle ex aziende speciali che nel Sud non sono certo un modello di efficienza e di economicità. Ma la differenza tra Nord e Sud è stata determinata soprattutto dal fatto che sulle amministrazioni pubbliche del Mezzogiorno grava l’ulteriore difficoltà di dover assicurare servizi essenziali in un territorio ancora afflitto da complessi problemi sociali e in grave ritardo nello sviluppo economico.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Così se nel resto del Paese le ex municipalizzate, trasformate dapprima in aziende speciali e poi in società per azioni, sono diventate moderne multiutility che producono utili per i Comuni proprietari; nel Sud, al contrario, le s.p.a. pubbliche continuano a dover affrontare notevoli problemi di efficienza e di economicità e, invece di produrre utili, finiscono per assorbire costantemente nuove risorse finanziarie pubbliche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Da un punto di vista più generale si può senz’altro affermare che la crisi economica più grave dopo quella del ’29, mentre ha sconvolto le politiche liberiste imperanti costringendo gli Stati ad intervenire in modo massiccio per il salvataggio delle banche e delle grandi industrie, non ha cambiato di una virgola le strategie del Governo italiano sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali. D’altra parte l’esecutivo di centrodestra non fa che continuare sulla strada già intrapresa dal centrosinistra imponendo in modo del tutto artificioso la liberalizzazione del mercato dei servizi pubblici locali che è costituito, nella maggior parte dei casi, da monopoli naturali<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il Governo, inoltre, sembra deciso a proseguire la battaglia tutta ideologica contro il cosiddetto «socialismo municipale». Tale locuzione, mentre nella sua originaria accezione indicava la necessità che i Comuni e in generale gli enti pubblici locali facessero gravare sui propri bilanci le spese per assicurare servizi essenziali che il mercato non era in grado di fornire, viene oggi utilizzata per indicare la tendenza degli enti pubblici locali a mantenere la proprietà delle società per azioni venute fuori dalla trasformazione delle ex municipalizzate. Così se i Comuni ricavano utili, in forma di dividendi azionari, dall’attività delle loro aziende che forniscono servizi pubblici in regime di monopolio naturale e li utilizzano per le spese delle comunità locali, ciò assume una accezione del tutto negativa alla luce dei principi del liberismo economico. Tanto che i vertici di Confindustria hanno più volte sollecitato la fine di questo moderno «socialismo municipale» con un ragionamento che si può così riassumere: se la gestione dei servizi pubblici locali produce profitti, questi non possono essere appannaggio esclusivo delle casse dei Comuni proprietari ma devono essere lasciati al mercato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’accordo raggiunto in Consiglio dei ministri tra Calderoli e Fitto sulla riforma dei servizi pubblici locali, tuttavia, non sembra rimuovere del tutto le ultime sacche di «socialismo municipale» dal momento che tende a stabilire un compromesso in base al quale le grandi multiutility del Nord e del Centro quotate in borsa potranno conservare le gestioni loro affidate senza gara e mantenere la possibilità di acquisire la gestione di servizi pubblici locali al di fuori dei loro ambiti territoriali, a patto che i Comuni  proprietari compiano il “sacrificio” di ridurre al 30 per cento la propria quota di controllo. Gli enti pubblici locali che vorranno conservare il controllo sulle loro società dovranno cedere le quote eccedenti «attraverso procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso investitori qualificati e operatori industriali» entro il 31 dicembre 2012. Se scontro politico ci sarà al momento della conversione del decreto dipenderà, soprattutto, dalle forze che i Comuni del Centro-Nord riusciranno a mettere in campo per difendere le proprie prerogative. D’altro canto è chiaro che le ex municipalizzate del Centro-Nord pur essendo ormai divenute colossi industriali operanti sui mercati internazionali, fondano pur sempre la loro solidità finanziaria sui flussi di cassa derivanti proprio dalla gestione di servizi pubblici locali nei loro ambiti territoriali originari ottenuta quasi sempre senza gara in forza di un affidamento diretto da parte degli enti pubblici proprietari. Pertanto, paradossalmente, mentre nel Centro-Nord più ricco le s.p.a. a controllo pubblico, nella maggior parte dei casi, potranno mantenere ancora le gestioni cosiddette in house fino alla loro scadenza naturale – con buona pace del libero mercato e con la prospettiva di partecipare successivamente alle prime gare per la gestione del servizio originariamente gestito –, nel Sud non resterà altro che la gara pubblica, il ricorso a società miste ovvero il tardivo ricorso alla gestione in house. Tra l’altro l’accesso a quest’ultima modalità di gestione è stato reso ancor più arduo dalla necessità del parere preventivo dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Quel che è certo è che quest’ulteriore spinta verso la privatizzazione non porterà alcun vantaggio per le bollette delle famiglie italiane, come è peraltro ampiamente dimostrato dal fallimento delle privatizzazioni dei grandi servizi pubblici di livello nazionale, e finirà per penalizzare ulteriormente le regioni del Mezzogiorno destinate a diventare mercati di conquista per le imprese pubbliche e private del resto del Paese e per le multinazionali del settore.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] L’occasione per riproporre la formula della società mista è stata presumibilmente fornita dalla Comunicazione interpretativa della Commissione sull’applicazione del diritto comunitario degli appalti pubblici e delle concessioni ai partenariati pubblico-privati istituzionalizzati (PPPI) [2008/C 91/02  – Gazzetta ufficiale C 91 del 12.4.2008]. Il Legislatore italiano sancendo la necessità di una gara che abbia come «oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio» e una partecipazione minima del privato non inferiore al 40 per cento sembra, infatti, volersi orientare verso forme di partenariato pubblico privato istituzionalizzato in cui il socio privato deve essere necessariamente un partner industriale dal momento che il semplice conferimento di capitali non sarebbe sufficiente a costituire un PPPI.<br />
[2] L’ex ministro per gli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta, in diverse interviste e dichiarazioni pubbliche ha sempre ribadito che l’obiettivo del suo governo non era quello di privatizzare ma di introdurre nel mercato dei servizi «elementi di concorrenza che determinino efficienza e qualità. Tante società pubbliche hanno partecipato a gare, a volte le hanno anche vinte. Il punto è applicare il meccanismo della concorrenza anche nei monopoli naturali: energia, trasporto, rifiuti. Far emergere il gestore più efficiente, in modo che i comuni responsabili di garantire i servizi ai cittadini si occupino anzitutto di definire e monitorare lo standard più adeguato al servizio» (intervista a «La Stampa», 7 novembre 2006).<br />
[3] A giudizio di chi scrive anche nella nuova versione il parere dell’Antitrust continua ad avere la natura di parere non vincolante.</h6>
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		<title>Salari meridionali in gabbia</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 08:49:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La politica per il Mezzogiorno del governo Berlusconi cade in una evidente contraddizione logica. Il progetto di una nuova politica nazionale d’intervento per rilanciare lo sviluppo del Sud è infatti del tutto in contrasto con l’intento ventilato, continuamente annunciato e ritirato, di reintrodurre con legge un meccanismo di retribuzione salariale ancorato al costo della vita, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><img height="500" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/gabbie-salariali.jpg" border="0" style="width: 200px; height: 201px" />La politica per il Mezzogiorno del governo Berlusconi cade in una evidente contraddizione logica. Il progetto di una nuova politica nazionale d’intervento per rilanciare lo sviluppo del Sud è infatti del tutto in contrasto con l’intento ventilato, continuamente annunciato e ritirato, di reintrodurre con legge un meccanismo di retribuzione salariale ancorato al costo della vita, che tenga conto della circostanza che nelle regioni meridionali il livello dei prezzi risulta inferiore al Centro-Nord (del 17% secondo Banca d&#8217;Italia).<br />
Se, infatti, il progetto di reintrodurre una agenzia nazionale per il Sud sul modello della <em>Tennessee Valley Authority</em> (come un inedito roosveltiano Berlusconi si è spinto a dichiarare) sembrerebbe strizzare l&#8217;occhio ad uno schema di intervento keynesiano, fondato su un programma di lavori pubblici a sostegno della domanda, l’idea di adeguare i salari monetari dei lavoratori meridionali al minor costo della vita agirebbe in senso opposto: contenere i redditi nel Mezzogiorno non può che comprimere la domanda di beni di consumo, aggravando ulteriormente il dato dell&#8217;economia locale. Naturalmente, una logica di fondo c&#8217;è, non ha nulla a che fare con gli interessi del Mezzogiorno ed è piuttosto legata agli equilibri tra i blocchi di interesse che sostengono il governo. L’introduzione di gabbie salariali, che come è noto costituisce un elemento rilevante del programma leghista, sembra infatti essere il prezzo che Berlusconi potrebbe pagare per far passare l’Agenzia per il Sud, con la quale mettere le mani sulle risorse per il Mezzogiorno, contrastare rischi di nascenti “partiti del Sud” e controllare consensi. Siamo evidentemente molto lontani da quanto occorrerebbe mettere in campo per affrontare il tema del Mezzogiorno come questione nazionale.<br />
Con la proposta leghista, formulata in termini di riduzione dei carichi fiscali sulla contrattazione decentrata nelle aree a maggior tasso d&#8217;inflazione, il Paese sarebbe sostanzialmente diviso in macroaree caratterizzate da rilevanti differenze retributive. Ma ad una attenta verifica non c’è alcun elemento sul piano analitico che possa giustificare tale proposta.<br />
In primo luogo, è opportuno precisare che alcuni richiami all&#8217;esperienza italiana del passato sono del tutto impropri. In Italia il sistema dei differenziali salariali su base territoriale ha operato tra il 1945 (a seguito dei famosi accordi del 6 dicembre) e il 1969, ed era inizialmente fondato su quattordici aree e poi, dal 1961, su sette. Le gabbie dell&#8217;epoca riguardavano essenzialmente la regolamentazione dei minimi salariali in un quadro diretto alla progressiva perequazione retributiva in un Paese che usciva dalla guerra mondiale, dall’esperienza autoritaria corporativa e che presentava straordinarie diseguaglianze nel mercato del lavoro accanto ad un fortissimo grado di concentrazione della contrattazione salariale. Un sistema che all&#8217;inizio degli anni Sessanta si presentava ormai fortemente discriminatorio al punto che la sua abolizione - al grido “stessa paga per uguale lavoro” - fu uno dei successi dell’autunno caldo. Oggi se il governo riprendesse sul serio il progetto delle gabbie salariali, pensando di portare indietro l&#8217;orologio della storia, si muoverebbe in palese violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite dalle convenzioni dell’<em>International Labour Organisation</em> (ILO).<br />
Un secondo ordine di problemi concerne il fatto che almeno dal XVIII secolo gli economisti sanno che un più alto indice territoriale del costo della vita è generalmente effetto di un maggior livello di ricchezza. Non a caso, come rivela la stessa Banca d&#8217;Italia, &#8220;l&#8217;ordine di grandezza dei divari di prezzo Est/Ovest in Germania appare relativamente simile a quello tra Mezzogiorno e Centro-Nord in Italia&#8221;. Si tratta insomma di fenomeni tipici di quei paesi che hanno un forte squilibrio territoriale. D&#8217;altronde risulta facile comprendere che le dinamiche dei prezzi non possono non riflettere la circostanza che oltre i due terzi (il 68,6%) delle famiglie povere d&#8217;Italia risiede nel meridione, che l’incidenza delle famiglie monoreddito è più alta al Sud (47% contro il 41% del Centro-Nord) e che sempre al Sud una famiglia su tre guadagna tra 500 e 1500 euro al mese mentre al Centro-Nord solo una famiglia su cinque è ferma a questi livelli reddituali. Insomma: la diversità nel livello dei prezzi riflette i profondi e notissimi divari di ricchezza tra il Mezzogiorno e il resto del Paese.<br />
A quanto appena osservato si potrebbe replicare che una fetta consistente del mondo del lavoro (a cominciare dall&#8217;impiego pubblico) viene trattato alla stessa stregua al Nord e al Sud, con effetto penalizzante per i lavoratori del Nord. Ma anche questa osservazione ad un esame attento risulta non fondata. Per comprendere il punto occorre chiarire che costruire un indice del costo della vita capace di catturare <em>realmente </em>il diverso livello di potere d’acquisto dei salari non è affatto impresa agevole. Recentemente l’Istat ha compiuto un tentativo in tal senso (&#8221;Le differenze nel livello dei prezzi fra i capoluoghi delle regioni italiane&#8221;) che tuttavia ha una efficacia molto limitata, dal momento che si ferma solo a tre capitoli di spesa che coprono solo un terzo dei consumi delle famiglie. Problematica è anche la scelta della scala temporale, se cioè si fa riferimento ad un determinato istante (il livello dei prezzi in un anno), o se invece si fa riferimento ad andamento dinamico del costo della vita (variazione dei prezzi da un periodo all’altro), e i risultati ottenuti potrebbero essere radicalmente diversi nei due casi, in quanto il Mezzogiorno di fronte a più bassi indici medi del costo della vita, registra un tasso d’incremento dei prezzi più sostenuto rispetto al Centro Nord. Ma il punto centrale che qui è bene richiamare consiste nella circostanza che normalmente per costruire gli indici vengono considerati panieri di beni considerati omogenei per le diverse partizioni del Paese. Ma la verità è che i panieri non sono affatto omogenei, proprio perché nelle aree più povere del Paese molti beni e servizi offerti sono di qualità inferiore. Per chiarire il punto pensiamo ai servizi pubblici, ad esempio al trasporto o alla sanità. È ben noto che nel Mezzogiorno – per un insieme di fattori, inclusa la cronica povertà di infrastrutture – tali servizi sono più scadenti rispetto a quelli offerti nel Centro-Nord con la conseguenza che il meridionale deve spesso andare sul mercato per sopperire alla deficienza dei servizi pubblici. Per questa ragione le indicazioni provenienti da un semplice esame dei livelli dei prezzi possono essere drammaticamente fuorvianti (<a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/la-poverta-vista-da-destra/">a riguardo si veda anche l&#8217;articolo di Forges Davanzati e Pacella</a>).<br />
Come se tutto ciò non bastasse vi sono molti altri argomenti contro l&#8217;introduzione di gabbie salariali. L&#8217;esperienza ormai ci ha infatti insegnato che il l&#8217;introduzione di differenziali salariali non costituisce un volano per lo sviluppo del Mezzogiorno. Basti pensare agli esiti dei differenziali del costo del lavoro che di fatto hanno operato nel Mezzogiorno con l&#8217;introduzione degli sgravi contributivi introdotti con la legge 1089 del 1968 e che non hanno generato alcun beneficio al Sud. E d&#8217;altra parte chi può negare che di fatto i lavoratori settentrionali già godono di una retribuzione mensile significativamente più alta dei colleghi del Sud (il 30%, secondo un recente rapporto della Cgia di Mestre)? La verità è che in tanti anche recentemente, con l&#8217;approvazione del Trattato di Maastricht, si erano anche illusi che i bassi salari potessero rilanciare l&#8217;economia meridionale. L&#8217;idea era che il Mezzogiorno avrebbe finalmente potuto sfruttare, con l&#8217;introduzione della moneta unica, il vantaggio rispetto alle aree ricche d&#8217;Europa che derivava appunto dal differenziale salariale. Purtroppo è stato vero il contrario. Nel Mezzogiorno i bassi salari da un lato hanno progressivamente portato alla contrazione della domanda e dall&#8217;altro hanno spinto le imprese ad adagiarsi su una competitività fondata sulla compressione dei costi con rinuncia a qualsiasi forma di investimento. La stagnazione e le ulteriori perdite di quote di mercato sono stati gli esiti delle politiche di bassi salari nel Sud.<br />
Insomma, provvedimenti governativi nella direzione dei bassi salari e delle gabbie salariali non farebbero che appesantire ancora il passo all&#8217;economia meridionale. Ma, si sa, la tentazione delle destre è sempre quella: fare dei salari la variabile dipendente dell&#8217;economia, la spugna che dovrebbe assorbire tutti i capricci del mercato.</p>
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		<title>Una nuova Gepi per risanare l&#8217;industria?</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 13:03:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nonostante alcuni segnali di ripresa soprattutto nel comparto dell’auto, nella vendita di veicoli ecologici e in certe aziende dell’automotive - causati dalla politica governativa degli incentivi che avrebbe potuto essere avviata dall’inizio del 2009 e non dal successivo 7 febbraio - la situazione complessiva dell’economia italiana rimane segnata da pesanti difficoltà di molti comparti industriali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/produzione_mezzogiorno.jpg" height="333" style="width: 330px; height: 204px" /><img border="0" width="1" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/produzione_mezzogiorno.jpg" height="1" />Nonostante alcuni segnali di ripresa soprattutto nel comparto dell’auto, nella vendita di veicoli ecologici e in certe aziende dell’automotive - causati dalla politica governativa degli incentivi che avrebbe potuto essere avviata dall’inizio del 2009 e non dal successivo 7 febbraio - la situazione complessiva dell’economia italiana rimane segnata da pesanti difficoltà di molti comparti industriali, in particolare nel Mezzogiorno. Rallentamento della domanda interna, rarefazione del credito, crollo delle esportazioni e del pil nel primo trimestre dell’anno nella misura del 5,9%, rispetto allo stesso periodo del 2008: sono queste, lo sappiamo, alcune delle cause che stanno prostrando numerose piccole, medie e grandi imprese in varie parti d’Italia, con esiti purtroppo molto pesanti sui loro livelli occupazionali.<br />
Le sollecitazioni della Confindustria al Governo sono state pressanti per l’attivazione di sostegni a partire alle piccole aziende, così come forti sono state le pressioni dei Sindacati per garantire il reddito ai lavoratori colpiti da crisi industriali; esse hanno strappato qualche risultato in termini di ammortizzatori sociali, anche se, almeno sinora, non si è stati in grado, neanche fra le forze di opposizione, di delineare un convincente piano alternativo di politica economica sul quale incalzare il Governo in Parlamento e nel Paese.<br />
Intanto a Porto Marghera - polo chimico di rilievo nazionale con interconnessioni produttive con quelli di Ravenna e Mantova - il fallimento del tentativo dell’imprenditore veneto Sartor di rilevare gli impianti della multinazionale Ineos, rischia di causare il tracollo del comparto in quell’area, con pesanti riflessi occupazionali. In Sardegna, invece, a Porto Torres, è stata l’Eni ad annunciare - a causa di rilevanti giacenze di magazzino e di perdite gestionali nell’ultimo trimestre - il fermo per due mesi dell’impianto di cracking, infliggendo così un colpo durissimo alle attività indotte e ponendo a repentaglio, nonostante le rassicurazioni dell’amministratore delegato della holding Paolo Scaroni, l’occupazione diretta e indotta della chimica nella zona. Proprio negli ultimi giorni, peraltro, si è giunti ad un accordo a livello governativo per una rotazione nelle fermate degli impianti su cui operare le relative manutenzioni, scongiurando almeno per il momento i pesanti riflessi sull’occupazione.<br />
Le vicende in Puglia e Basilicata della Natuzzi  -  che pure lotta per conservare almeno su certi mercati esteri la leadership nel settore del mobile imbottito - evidenziano la necessità che nel ‘triangolo interregionale del salotto’ si metta a punto e si persegua concretamente con il concorso attivo di Governo, Istituzioni locali e partenariato sociale un percorso di rigenerazione del tessuto economico territoriale. Bisogna difenderne infatti, sia pure sul medio e lungo periodo, l’occupazione e la stessa tenuta sociale, dal momento che una durissima ristrutturazione selettiva ha decimato nell’ultimo quinquennio le piccole e medie società del comparto legno-mobilio, con la perdita sino ad oggi di oltre 4.000 addetti.<br />
Ma anche in altre aree del Meridione - come ad esempio nel Molise ove è stata collocata in amministrazione straordinaria la grande azienda del tessile abbigliamento IT ERRE con il crollo di un’intera galassia interregionale di piccoli e medi  subfornitori - si registrano sempre più spesso aziende in difficoltà. I loro elementi di debolezza sono prevalentemente di natura finanziaria, gestionale e di management, e in molti casi riguardano imprese che pure sono in possesso di buoni prodotti e tuttavia bisognose di essere supportate da un soggetto pubblico, o a prevalente controllo pubblico. Esso dovrebbe concorrere a rilanciarle, ove necessario, con accorti interventi sul capitale, negli assetti organizzativi, nei rapporti con il mercato e nella conduzione societaria.<br />
Allora, è lecito chiedersi: è giusto assistere impotenti alla scomparsa di aziende che, invece, potrebbero essere salvate e rilanciate dopo, beninteso, accurate due diligence ad esse riferite?  E se si ipotizzasse la costituzione di una nuova Gepi, come struttura di salvataggio, di riorganizzazione e di ricollocazione sul mercato di aziende risanabili, bisognerebbe per ciò stesso gridare al ritorno ad un passato di sperpero di denaro pubblico e di assistenzialismo?<br />
Ragioniamo: in un momento in cui lo Stato vara con il danaro dei contribuenti i ‘Tremonti bond’ per non meno di dodici miliardi di euro come strumento per consolidare gli assetti degli Istituti di credito che li stanno acquistando - anche se al momento non per l’intero importo reso disponibile - sarebbe poi così deprecabile la creazione di un fondo sovrano finanziato con capitale pubblico? Esso potrebbe essere dotato di strumenti e regole di intervento, sia industriale che finanziario, non per interventi a pioggia stile vecchia Gepi, ma per selezionare con rigore progetti industriali di rilancio di intere aree interessate da crisi strutturali di settori in difficoltà e per reimpiegarvi in aziende competitive coloro che, altrimenti, rischierebbero di uscire dai luoghi di lavoro. E se gli interventi di tale fondo - che potrebbe far capo ad una Finanziaria pubblica, o avere esso stesso personalità giuridica - servissero anche a rigenerare con partecipazioni azionarie temporanee e con obbligo di un loro riscatto aziende in temporanea difficoltà?<br />
Si profilerebbe così il rischio che si costituisca una finanziaria destinata a diventare nel tempo una sorta di ‘cronicario’ di imprese decotte? Sì, il rischio potrebbe paventarsi, ma l’evitarlo, o almeno l’attenuarlo al massimo, dipenderebbe dal dettato della legge istitutiva del suddetto fondo, dallo statuto della società chiamata a gestirlo, e dalla concreta operatività dei vertici e del management della struttura.<br />
Si potrebbe, ad esempio, stabilire che non si possa entrare nel capitale di aziende che presentino passività strutturali prolungate nel tempo e costanti perdite gestionali, o nelle quali non vi sia, per la ricapitalizazione necessaria al rilancio, un significativo apporto di mezzi propri da parte dell’azionista privato, o di nuovi soci.  L’obbligo del riscatto della quota pubblica inoltre - una volta risanata la società - dovrebbe essere tassativo e potrebbe essere garantito, all’inizio dell’operazione di ingresso nel suo capitale, anche da una fideiussione dell’azionista privato, escutibile a prima richiesta.<br />
Insomma, molti potrebbero essere gli accorgimenti per evitare una seconda Gepi.  E poi bisogna domandarsi se sia più utile ed economico per lo Stato corrispondere ammortizzatori sociali a persone - che potrebbero essere indotte  in tal modo anche al lavoro sommerso - o se invece non sia preferibile impiegare produttivamente in nuove iniziative industriali, o per il rilancio di industrie risanabili, risorse pubbliche altrimenti destinate solo all’assistenza.<br />
Se ne discuta comunque approfonditamente a livello governativo, in Parlamento, fra i Sindacati, in Confindustria, senza pregiudizi ideologici, ed anche a livello comunitario per non incorrere in possibili violazioni della disciplina degli aiuti di Stato, soprattutto in una fase storica in cui - senza l’intervento risolutivo delle Istituzioni pubbliche e delle risorse dei contribuenti in tanti Paesi anche dell’Unione Europea - si sarebbe profilato il rischio concreto di un vero e proprio collasso planetario del sistema fondato sull’economia di mercato.
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<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*Docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e di Politiche economiche territoriali nell’Ateneo di Lecce.<br />
</em></p>
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		<title>Perché non possiamo liberarci dalla mafia</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 21:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="400" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/it-palermo-ballaro-cpl1.jpg" height="300" style="width: 323px; height: 251px" />È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.<br />
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.<br />
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo <em>status quo</em> e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.<br />
Essendo Palermo retta da una giunta di centro-destra, si potrebbe essere tentati di non stupirsene: fenomeni del genere non sono forse espressione di quel <em>laissez faire, laissez passer</em> che la destra reca inscritto nel proprio dna? E cosa è in fondo il “mercato” se non codesto brulichio di iniziative autonome, ciascuna espressione della “soggettività” di chi la realizza e sempre insofferente nei confronti dei “lacci e lacciuoli” della regolamentazione pubblica?<br />
Sennonché, ogni medaglia ha il suo rovescio e il “lasciar fare” dell’amministrazione palermitana non fa eccezione. Il motivo sta nel fatto che nessuna attività economica può prender piede se non vi è una qualche forma di garanzia dei diritti di proprietà. Nessuno, per dirla altrimenti, può guadagnare qualche soldo pulendo i vetri ad un semaforo o vendendo chincaglierie sul marciapiede o facendo il posteggiatore abusivo se non è sicuro che <em>nessun altro</em> (indigeno o migrante che sia) <em>gli toglierà quel posto</em>. Un ordine, una “legalità”, deve dunque pur sempre emergere; la differenza semplicissima è che, in mancanza di quella assicurata dalle istituzioni pubbliche, che certo non possono ergersi a protettrici di situazioni contrarie alla legge, ne emerge una privata, basata – non meno semplicemente – sulla legge del più forte.<br />
La mafia siciliana, la camorra napoletana, la ’ndrangheta calabrese, le triadi cinesi, la <em>yakuza</em> giapponese, le loro non meno temibili “consorelle” balcaniche e, più in generale, tutte le “istituzioni” di questo genere, alla cui genesi assistiamo là dove i pubblici poteri chiudono un occhio (o tutti e due) sull’osservanza della legalità costituita, assolvono primariamente a questo compito: proteggere le transazioni che si svolgono nel circuito economico extralegale, si tratti di un posto da lavavetri, di una partita di eroina o di un appalto truccato. È per questo che il variegato e multicolore <em>suq</em> che si inscena quotidianamente nei quartieri popolari di Palermo non degenera mai in caos: nonostante le apparenze, c’è sempre chi controlla, assegna posti, garantisce pagamenti, dirime controversie (e riscuote tributi). Ed è per questo che è sbagliato credere che la mafia sia puramente e semplicemente un’organizzazione criminale: se così fosse, ce ne saremmo sbarazzati già da un pezzo.<br />
Ora, c’è un fatto che non è quasi mai posto in correlazione con il quadro macroeconomico sparagnino già impostoci da Maastricht e ora dai tempi di crisi e che però, a ben guardare, ne è un figlio naturale, ed è lo sviluppo delle attività economiche illegali. È un fenomeno che ha interessato anche quelle economie periferiche su cui, anni addietro, si sono abbattute le famigerate misure di “aggiustamento strutturale” dell’Fmi, e ha alla base una semplicissima motivazione: se si prosciuga l’acqua per l’economia legale, i pesci debbono trovarne altra, più sporca, in cui nuotare. Insomma, debbono “arrangiarsi”.<br />
È questa la ragione principale per cui l’illegalità endemica in cui vivono Palermo e il Mezzogiorno non può essere efficacemente contrastata da alcuna azione repressiva. Il problema, infatti, è che oggi le classi dirigenti possono continuare a godere del consenso dei “governati” soltanto se, in cambio dei diritti che prima erano tenute ad assicurare, sono disposte a “lasciar fare”. Detto altrimenti, esse possono evitare che i governati si ribellino alla mortificazione della loro cittadinanza sociale imposta da bilanci pubblici in costante contrazione solo garantendogli l’impunità sul versante del “sommerso” o dell’“abusivismo di necessità”.<br />
Sta qui la vera <em>ratio</em> della “tolleranza” delle istituzioni nei confronti delle piccole (e spesso nemmeno piccole) illegalità di cui al Sud siamo quotidianamente testimoni; si spiega così la crescita esponenziale delle zone – quartieri, sobborghi, talora interi paesi – letteralmente sottratte all’imperio della legge. E sta qui, specularmente, la ragione del persistente (e verosimilmente duraturo) successo della mafia, della camorra e della ’ndrangheta: organizzazioni come queste, per quanto paradossale possa sembrare, svolgono un’importante funzione di mediazione sociale e di composizione delle controversie nel territorio eslege in cui operano e proprio su tale ruolo fondano quel consenso sociale diffuso che è indispensabile per la buona riuscita delle loro attività criminali. Non a caso Giovanni Falcone disse che, essendo in Sicilia la struttura statuale del tutto deficitaria, la mafia aveva saputo riempire questo vuoto a suo vantaggio, ma tutto sommato aveva contribuito a evitare per lungo tempo che la società siciliana sprofondasse nel caos. Perché mai, altrimenti, l’80% degli imprenditori siciliani pagherebbe il pizzo?<br />
Un ruolo del genere, discreto, lontano dai clamori delle stragi, “invisibile” ma non per ciò meno significativo e lucroso, candida peraltro le organizzazioni mafiose a interlocutori privilegiati delle classi dirigenti nei loro rapporti con le classi medie e, soprattutto, con i ceti popolari. Non è certo nuova la capacità delle classi dirigenti meridionali di utilizzare la forza paramilitare delle organizzazioni mafiose come strumento di controllo capillare del territorio, da impiegare ora in funzione anticentralista ora antipopolare, ora innalzando il vessillo del “meridionalismo” ora quello dell’ordine costituito, ma è certo che, nel quadro attuale, non c’è patto elettorale coi ceti popolari che possa reggere senza una “garanzia” mafiosa: la “fine delle ideologie”, che poi è la fine di appartenenze politiche segnate da idealità e valori, rende l’elettorato erratico e ancor più diffidente che in passato verso i “politici”, e non si dà per questi ultimi alcuna possibilità di controllarlo se “qualcuno” non si fa garante che le loro promesse – per quanto miserabili – saranno mantenute.<br />
Si obietterà che in quanto detto non c’è nulla di nuovo, ché storicamente è stato questo il rapporto fra governanti, governati e mafia nel Mezzogiorno. In certa misura è vero, purché non si dimentichi la differenza fondamentale: oggi l’illegalità diffusa è in certa misura <em>necessitata</em>, perché, se volessero realmente procedere lungo la strada della repressione, le classi dirigenti dovrebbero fare qualcosa che il quadro macroeconomico non consente più, cioè accordare in forma di diritti quei beni e servizi di cui i governati non dispongono e che attualmente conseguono ricorrendo ai circuiti illegali; altrimenti, scoppierebbe una rivolta. (Che poi le classi dirigenti abbiano solo da guadagnare, in termini di potere e denaro, dalla criminalità dei diseredati, e anzi storicamente abbiano usato quest’ultima come paravento per i <em>propri</em> crimini, è fatto ben noto e sul quale non vale certo immorare.)<br />
Un “<em>continuum</em>” fra organizzazione mafiosa, concorrenti “esterni” e semplici conniventi assai simile a quello qui descritto è alla base del concetto di “borghesia mafiosa”, elaborato una quarantina d’anni fa da un marxista siciliano ormai dimenticato, Mario Mineo. In quel tempo, Leonardo Sciascia ammoniva che la “linea della palma” era salita già oltre Roma. Oggi che, complice l’incipiente desertificazione, la palma è giunta fino a Modena (e a Duisburg), quel concetto spiega l’ostilità diffusa verso il tentativo della magistratura di impiegare il “concorso esterno” per attrarre nell’ambito della rilevanza penale pratiche <em>bipartisan</em> che il senso comune giudica quasi “necessitate” (per fare un solo esempio: se il mafioso o il camorrista controlla voti ci debbo pur parlare, no?). Giustifica lo iato persistente fra i proclami bellicosi dei governi che si alternano a Palazzo Chigi e la realtà di un territorio che sempre più si auto-organizza secondo le uniche logiche disponibili (quelle mafiose, appunto). Conferma che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti ancora invano.</p>
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		<title>Piramidi al tempo della crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 06:34:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[I faraoni fecero erigere le piramidi non perché servissero al popolo, ma perché la propria fama e gloria s’imponessero ai vivi e si tramandassero ai posteri. Per molti millenni esse non ebbero alcuna utilità pubblica, né certo l’ebbero per quelle migliaia di persone che morirono nel costruirle; oggi che anche il turismo è un’industria invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="395" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/stretto.JPG" height="281" style="width: 269px; height: 221px" />I faraoni fecero erigere le piramidi non perché servissero al popolo, ma perché la propria fama e gloria s’imponessero ai vivi e si tramandassero ai posteri. Per molti millenni esse non ebbero alcuna utilità pubblica, né certo l’ebbero per quelle migliaia di persone che morirono nel costruirle; oggi che anche il turismo è un’industria invece ce l’hanno e gli egiziani le curano e accudiscono come preziose fonti di valuta pregiata.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Adam Smith, padre fondatore della moderna economia politica, non amava particolarmente la spesa pubblica: la tollerava perché si costruissero acquedotti, strade, fortificazioni e in genere quei beni che i capitalisti non erano capaci di offrire non essendo profittevole produrli, ma avrebbe disapprovato come spreco l’uso di risorse pubbliche per la costruzione di piramidi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Venne poi Keynes e spiegò che, siccome l’accumulazione di capitale poteva essere insufficiente ad assicurare il pieno impiego in una collettività ricca, quest’ultima si sarebbe progressivamente impoverita, salvo che i milionari non si fossero dati a dilapidare ricchezze nella costruzione di regge fastose o piramidi che ne accogliessero le spoglie dopo morti. «Scavare buche nel terreno aumenterà non solo l’occupazione ma il reddito nazionale», scrisse nella <em>Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta</em> (1936), benché contemporaneamente ammonisse che non era ragionevole che una “comunità avvertita” si accontentasse di dipendere da simili sprechi quando avesse capito le forze che governano la domanda effettiva.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma dar vita ad una “comunità avvertita” non è affatto semplice. Per gli individui è sommamente razionale essere ignoranti delle cose pubbliche: lo sforzo che si dovrebbe compiere per impadronirsi dei meccanismi che governano l’agire collettivo è troppo elevato in rapporto al beneficio che se ne può trarre, perché al momento di votare l’opinione di chi è informato vale uno, esattamente quanto quella di chi informato non è. Un economista americano di nome Mancur Olson spiegò circa quarant’anni fa che solo in presenza di incentivi individuali – ricchezza, potere, gloria – ciascuno di noi può essere indotto a investire tempo nell’organizzare e nel dirigere un’azione collettiva, si tratti di un partito, di un sindacato o dello Stato stesso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È per questo che oggi siamo tornati a progettare piramidi come il ponte sullo Stretto di Messina, per il quale il Cipe ha da poco stanziato ben 1,3 miliardi di euro sui 6,1 del costo complessivo. Non serve obiettare che dopo il ponte c’è un binario unico o che Giuseppe Tomasi di Lampedusa avrebbe suggerito di spendere quei soldi per rifare le strade, ancora polverose e piene di buche come quelle percorse dal Principe di Salina nel suo viaggio da Palermo a Donnafugata: il ponte serve principalmente a magnificare ai contemporanei e ai posteri le gesta dei nuovi faraoni che l’hanno progettato (anzi “cantierato”, come dice un orribile neologismo); non serve alla collettività se non come spreco utile a creare un po’ di domanda effettiva e di occupazione precaria nei ruinanti tempi di crisi che ci tocca vivere.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È possibile che costruendo un simile scempio si possa ancora posporre, come diceva ironicamente Keynes, il momento in cui l’abbondanza di capitale interferirà negativamente con l’abbondanza di ricchezza. Certo è che il (relativo) consenso popolare di cui godono questo e consimili progetti parla di un’atavica fame di salario, non di una preferenza per le piramidi. A sinistra qualcuno avrebbe dovuto capirlo prima che fosse troppo tardi.</p>
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		<title>Il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 23:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Da alcune settimane è in corso un vivace dibattito in alcune regioni del Mezzogiorno sulla necessità - affermata da personalità che vanno dal Governatore della Sicilia Lombardo a quello pugliese Vendola, appena uscito da Rifondazione Comunista, e da dirigenti dell’Udc all’On. Adriana Poli Bortone di An, ma non aderente al nuovo Pdl - di promuovere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="271" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/traliccio.jpg" height="250" />Da alcune settimane è in corso un vivace dibattito in alcune regioni del Mezzogiorno sulla necessità - affermata da personalità che vanno dal Governatore della Sicilia Lombardo a quello pugliese Vendola, appena uscito da Rifondazione Comunista, e da dirigenti dell’Udc all’On. Adriana Poli Bortone di An, ma non aderente al nuovo Pdl - di promuovere un ‘movimento in difesa del Sud’ che costoro ritengono penalizzato dal Governo, come emergerebbe fra l’altro dall’utilizzo di quote rilevanti dei fondi Fas per fini e territori diversi da quelli per i quali erano stati stanziati.<br />
Tale dibattito inoltre è stato accompagnato da manifestazioni in cui si sono incontrati leader di diversi schieramenti, col proposito di rilanciare le regioni meridionali - nelle quali la crisi si avverte ancor più pesantemente che al Nord - e di difendere le risorse stanziate per il Sud, anche ricorrendo in Parlamento ad accordi bipartisan fra i deputati meridionali.<br />
Ora, premesso che sino ad ora tali accordi sono risultati solo un auspicio non essendo stati seguiti da atti politici concreti, v’è da rilevare poi che in questa <em>querelle</em> di stampo antileghista non è stata elaborata, o almeno non risulta in documenti che abbiano una qualche ufficialità, alcuna visione programmatica capace di saldare sinergicamente il rilancio dell’economia meridionale con quello del sistema produttivo nazionale, mentre è rimasto inesplorato un terreno di riflessione e di proposta che, invece, se praticato con rigore analitico e ricchezza di indicazioni operative, rappresenterebbe il primo corposo tassello di un programma di ripresa della crescita del Meridione, elaborato però all’interno di un disegno di politica industriale attento alle esigenze dell’intero Paese.<br />
Ci si riferisce a quello che potrebbe tornare ad essere il ruolo propulsivo delle imprese a controllo pubblico - che venne propugnato fra gli altri da Pasquale Saraceno e avviato dal Ministro Pastore nei ‘poli di sviluppo’ del Meridione, a partire dagli anni Sessanta del ’900 - soprattutto in territori ove il declino di interi sistemi manifatturieri di varia dimensione, costituiti in prevalenza da pmi di imprenditori locali, sta comportando un pesante incremento della disoccupazione, cui si riesce a rispondere solo con l’estensione e il prolungamento temporale di ammortizzatori sociali.<br />
Naturalmente un programma che punti alla riproposizione del ruolo strategico in alcune grandi regioni del Sud di imprese a controllo pubblico non deve ispirarsi a logiche assistenziali, ma individuare quei comparti in cui le aziende a vario titolo controllate dallo Stato andrebbero a potenziare in logiche di mercato la loro funzione già ora trainante, o gli altri settori in cui potrebbero iniziare a svolgerla, rispondendo però ad esigenze di competitività dell’intero sistema produttivo nazionale.<br />
Buona parte degli economisti italiani, in realtà, continua ad ignorare tale ipotesi, anche se sono ormai lontani gli anni delle privatizzazioni ‘epocali’ avviate nel 1992-1994, presentate come occasioni storiche per la nascita di nuovi ‘campioni industriali nazionali’ e culminate con la messa in liquidazione dell’Iri avvenuta nel 2000<strong>[1]</strong>. Ora, nel mentre la drammatica crisi in cui versa l’economia internazionale ha già riproposto in vari Paesi il ruolo interventista dello Stato almeno in funzione anticiclica - e la stessa Commissione Europea non esclude la nazionalizzazione di alcune grandi banche in difficoltà a causa dei titoli ‘tossici’ posseduti - a conforto di questa nostra ipotesi valga la constatazione che ancora massiccia è in Italia, soprattutto nelle sue regioni meridionali, la presenza di imponenti stabilimenti, facenti capo in varia misura ad holding pubbliche, con elevati tassi di occupazione in settori strategici per l’industria nazionale che vanno dalla petrolchimica all’aerospazio, dall’energia alla cantieristica, dalla costruzione di materiale e di segnalamento ferroviario alla sua manutenzione, dall’Ict alla produzione di materiali stampati.<br />
L’Eni con le sue controllate Polimeri, Syndial, Enipower e Snam, la Finmeccanica con Alenia Aeronautica, AgustaWestland, Officine Aeronavali, Alcatel Alenia Space Italia, Telespazio, Galileo Avionica, Selex Sistemi integrati e Selex Communications, AnsaldoBreda, Ansaldo Trasporti Sistemi ferroviari e Ansaldo Segnalamento Ferroviario, l’Enel con numerose sue controllate, la Fincantieri, la STMicroelectronics, le Ferrovie dello Stato e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato sono presenti in Abruzzo, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, dando vita ormai da anni in molte aree a sistemi produttivi guidati da alcuni loro macroimpianti, intorno ai quali gravitano articolati reticoli di attività indotte con migliaia di addetti. L’Eni impiega nel Sud circa 4.300 dipendenti diretti, la Finmeccanica nell’aerospazio oltre 9.000 e nel materiale rotabile 1.530, la Fincantieri quasi 1.450, l’Enel oltre 2.000, la STMicroelectronics più di 4.600<strong>[2]</strong>.<br />
Estese, come si è accennato, sono le subforniture di beni e servizi di piccole e medie imprese di manutenzione nei grandi impianti petrolchimici in Puglia, Sicilia e Sardegna, e nei siti ove sono in esercizio le centrali elettriche dell’Enel e dell’Enipower, mentre nel comparto aerospaziale in Campania e a Brindisi, diffuse sono in decine di aziende le produzioni di componentistica e lavorazioni di varia tipologia, spesso ad elevato valore aggiunto. Anche la costruzione di materiale rotabile e la navalmeccanica generano attività collegate che impiegano centinaia di occupati e lo stesso dicasi a Catania nel grande polo dell’Etna Valley, guidato dalla STMicroelectronics.<br />
Allora - in un disegno di politica industriale di respiro pluriennale  definibile a livello governativo con il concorso del Parlamento - si potrebbero: 1) potenziare, anche tramite co-finanziamenti attingibili dai Fondi europei per il 2007-2013 gestiti dalle Regioni che prevedono pure i contratti di programma, le industrie dell’aerospazio, sul modello ad esempio di quanto accaduto negli ultimi anni a Grottaglie nel Tarantino, ove l’Alenia Composite, dell’omonimo gruppo della Finmeccanica, ha costruito - co-finanziata dalla Regione Puglia sulle risorse comunitarie 2000-2006<strong>[3]</strong> - l’imponente stabilimento in cui si producono, con 700 nuovi occupati altamente qualificati, sezioni in fibra di carbonio della carlinga del nuovo aereo passeggeri 787 Dreamliner della Boeing; 2) rafforzare il polo dell’ala rotante di Brindisi ove opera un grande impianto della AgustaWestland; 3) incrementare e ammodernare le capacità produttive delle raffinerie di Taranto, Gela e Messina; 4)arricchire ulteriormente con trasformazioni manifatturiere ‘a valle’ le produzioni di base degli impianti di cracking di Brindisi, Priolo e Porto Torres; 4) rafforzare i poli energetici dell’Enel con nuovi interventi sulla megacentrale di Brindisi per ridurne ancor più l’impatto ambientale, riconvertendo a carbone pulito quella di Rossano Calabro, potenziando le centrali del Sulcis, costruendo il rigassificatore di Porto Empedocle e localizzando nuovi impianti di energia eolica, dopo gli ultimi costruiti nel Molise; 5) rafforzare i cantieri navali di Castellammare di Stabia e Palermo, qualificandone ulteriormente l’indotto; 6) consolidare i poli di costruzioni ferroviarie dell’AnsaldoBreda di Napoli, Reggio Calabria e Palermo; 7) rafforzare la <em>mission</em> della STMicroelectronics, dopo la joint-venture con la Intel e la nascita della società Numonyx; 8)irrobustire il polo manutentivo di Foggia delle Ferrovie per i treni regionali e il sito del Poligrafico dello Stato, sempre nel capoluogo dauno, per targhe automobilistiche e altro materiale a stampa per il sistema sanitario nazionale.<br />
Molte di queste fabbriche, peraltro, già collaborano con Università del Mezzogiorno, loro Dipartimenti ed altri centri di ricerca, come ad esempio il Cetma di Mesagne controllato dall’Enea, e nell’ultimo quinquennio hanno assunto centinaia di laureati e diplomati in discipline scientifiche, formati in Atenei e Istituti tecnici industriali di alcune grandi città del Sud.<br />
Non si dimentichi poi che, grazie al controllo pubblico delle holding strategiche prima richiamate, lo Stato italiano ha potuto acquisire grandi aziende estere come quelle acquistate negli Usa dalla Finmeccanica e l’Endesa in Spagna venduta da Acciona all’Enel, o partecipare a consorzi internazionali guidati dall’Eni per lo sfruttamento dei giganteschi giacimenti petroliferi nel Kazakistan occidentale. E, <em>last but not least</em>, è il caso di ricordare che la prima impresa italiana per fatturato è tuttora un grande gruppo a controllo pubblico come l’Eni, mentre l’Enel è la seconda società elettrica d’Europa alle spalle della transalpina Edf. Le grandi imprese pubbliche, peraltro, operano in Italia in settori liberalizzati e pertanto competono con agguerriti concorrenti privati, dall’energia agli approvvigionamenti petroliferi, dalla produzione di materiale rotabile all’Ict.<br />
Insomma, al di là di ogni acritica apologia di privatizzazioni<strong>[4]</strong> ormai datate ed esaltazioni del privato <em>in quanto tale</em> - dimenticando cioè i tracolli di imprese private nel recente passato come Cirio e Parmalat - lo Stato con il suo tuttora vasto sistema di grandi aziende può tornare, o continuare ad assolvere, una funzione trainante per l’intera economia nazionale, proprio rafforzando nel Mezzogiorno le capacità produttive già possedute, o creandone di nuove con elevata occupazione aggiuntiva, come è accaduto negli ultimi anni in alcuni casi significativi.</p>
<p><em>*Professore di Storia dell&#8217;industria nell&#8217;Università di Bari</em></p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Per una ricostruzione delle privatizzazioni delle aziende controllate dall’Iri, cfr. S.Bemporad-E.Reviglio (a cura di ) Le Privatizzazioni in Italia 1992-2000, volume delle relazioni esterne dell’Iri S.p.A. in liquidazione, Edindustria, Roma, 2001. �<br />
[2] Per il dettaglio degli occupati diretti e nelle attività indotte delle singole aziende si rinvia a F.Pirro-A.Guarini, Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007, con prefazione di Luca Cordero di Montezemolo, Cacucci Editore, Bari, 2008.<br />
[3] Alla stessa Regione Puglia l’Alenia Composite ha presentato agli inizi del 2009 un progetto di ampliamento dell’impianto di Grottaglie che potrebbe essere ammesso a co-finanziamento, sempre con un contratto di programma, a valere questa volta sui Fondi comunitari per il 2007-2013.<br />
[4] Un primo bilancio sulle privatizzazioni in Italia in M.Affinito-M.De Cecco-A.Dringoli, Le privatizzazioni nell’industria manifatturiera italiana, Donzelli Editore, Roma, 2000.</h6></p>
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		<title>La Fiat e l’industria dell’auto in Campania: quali prospettive di sviluppo?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 23:35:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’irruzione mediatica della crisi dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco ha evidenziato soprattutto la rilevanza dell’industria dell’auto nelle economie regionali meridionali, sia in termini strettamente economici, sia in termini occupazionali. Il dibattito di questi giorni – com’è giusto che sia – si è soffermato soprattutto sulle misure urgenti di sostegno al reddito dei lavoratori in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="493" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/17154_fiat_pomigliano.jpg" height="370" style="width: 239px; height: 170px" />L’irruzione mediatica della crisi dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco ha evidenziato soprattutto la rilevanza dell’industria dell’auto nelle economie regionali meridionali, sia in termini strettamente economici, sia in termini occupazionali. Il dibattito di questi giorni – com’è giusto che sia – si è soffermato soprattutto sulle misure urgenti di sostegno al reddito dei lavoratori in cassa integrazione e per quelli, meno fortunati, che hanno perso l’occupazione e non beneficiano di nessun ammortizzatore sociale. Manca, tuttavia, un discorso più ampio sulle politiche industriali per lo sviluppo del settore dell’auto, andando al di là delle misure – anche queste d’urgenza – di sostegno alla domanda di mercato. Adesso che si registra un nuovo consenso sull’intervento pubblico e che l’economia reale e la “vecchia” industria sono state rivalutate nelle diverse strategie per invertire il ciclo economico, è opportuno riflettere sulle politiche per il radicamento territoriale dell’industria della componentistica automobilistica, della sua crescita dimensionale e della sua qualificazione produttiva, con un’attenzione specifica per le economie meridionali.<br />
Da tempo la ricerca ha evidenziato un processo di decentramento delle attività di assemblaggio della Fiat verso le regioni del Mezzogiorno al quale, a differenza di quanto era stato teorizzato, ha fatto seguito un limitato processo d’induzione di nuove attività imprenditoriali nell’ambito della componentistica automobilistica<strong>[1]</strong>, come dimostrano anche gli investimenti dei primi anni ’90 della SATA a Melfi (PZ) e della FMA a Pratola Serra (AV)<strong>[2]</strong>. La Campania, pur avendo una struttura industriale più estesa e articolata, non fa eccezione, come emerge da un’indagine empirica sugli stabilimenti Fiat e le imprese dell’indotto in Campania<strong>[3]</strong>, condotta da chi scrive con la collaborazione delle strutture territoriali della Fiom e della Filcem. L’indagine, a carattere diacronico, ha analizzato un gruppo d’imprese a gennaio 2003 e dopo cinque anni a gennaio 2008, rilevando a questa data 105 unità locali nel settore automotive, per un totale di 18.347 lavoratori diretti, occupati a tempo indeterminato.<br />
Dallo studio emergono alcune criticità, a cominciare da una bassa incidenza delle forniture da parte di unità locali campane sul totale delle forniture che ricevevano gli stabilimenti Fiat in Campania: nel caso di Pomigliano d’Arco (assemblaggio auto), le forniture locali coprivano l’11% del totale; per la FMA Fiat Powertrain Technologies di Pratola Serra (produzione motori), si attestava al 10% e si trattava, nei due terzi dei casi, delle stesse imprese che fornivano anche lo stabilimento di Pomigliano d’Arco; e percentuali analoghe si registravano anche per IRISBUS di Valle Ufita (assemblaggio bus). A ciò va aggiunto un ridotto radicamento territoriale della filiera produttiva, in quanto, rispetto ai 65 stabilimenti che si collocavano al primo livello di fornitura (di cui il 73% era rappresentato da unità locali decentrate di imprese extraregionali), più in basso si contavano solo 38 stabilimenti che operavano nella subfornitura, segmenti della filiera automotive dove tradizionalmente si collocano iniziative imprenditoriali locali (il 56% nel caso osservato). Tra le unità locali di imprese extraregionali si registrava la prevalenza di stabilimenti a carattere solo manifatturiero. Si trattava nella maggior parte dei casi di terminali produttivi di imprese che conservavano nelle aree d’origine (prevalentemente in provincia di Torino e di Milano) tutte le funzioni strategiche, non direttamente connesse alla gestione del ciclo produttivo. Si registrava, inoltre, un livello medio basso di diversificazione di prodotto e di mercato, che si esprimeva in un’elevata incidenza sul fatturato di prodotti/lavorazioni per il settore auto, destinati quasi esclusivamente ad un solo cliente: la Fiat. Ciò implica una rischiosa dipendenza da tutte le vicende che riguardano la Fiat, il suo mercato e le sue scelte strategiche. In termini di sviluppo regionale, emergeva dallo studio un’inerzia da parte di Fiat e dei fornitori di primo livello a modificare il proprio parco di subfornitori e ad orientarsi verso le imprese locali, incentivandone lo sviluppo. D’altra parte, però, si registrava anche una limitata capacità dell’imprenditoria locale d’inserirsi nelle attività di subfornitura, soprattutto di collocarsi in segmenti a più elevato valore aggiunto.<br />
A fronte di questi limiti, dall’indagine si rilevavano alcuni elementi che potrebbero servire da fulcri per una strategia di sviluppo del comparto automotive regionale, puntando soprattutto ad un maggior radicamento territoriale della subfornitura, attraverso la qualificazione delle unità produttive esistenti ed una sistematica interrelazione tra le attività manifatturiere e le istituzioni territoriali, in primo luogo i centri di ricerca e le agenzie locali di sviluppo. Tematiche alle quali soprattutto le strutture territoriali sindacali sono state molto attente nel corso degli ultimi anni e che solo di recente sono state, in parte, recepite a livello istituzionale e imprenditoriale. Si prenda ad esempio emblematico il progetto Fiat “<em><a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.nuovapomigliano.it/">Nuova Pomigliano</a></em>” – di non più di un anno fa – per lo stabilimento ribattezzato “Gianbattista Vico”. Forse il Piano non ha avuto tempo e modo per esprime gli effetti del programma di disciplinamento della forza lavoro alle logiche del WCM, ma nell’ottica dello sviluppo della filiera, in particolare di quella localizzata a livello regionale, quel Piano lasciava intravedere un rapporto gerarchico con i fornitori e una bassa sensibilità per lo sviluppo del comparto e per le relazioni con il territorio, se non in un’ottica di mero marketing aziendale.<br />
Le potenzialità di sviluppo della Campania sono legate in primo luogo al fatto che si trova al centro di un’area vasta interregionale in cui si concentra la quota più rilevante dell’attività di assemblaggio Fiat e in cui rientrano, oltre ai siti campani, quello di Melfi e quello di Cassino, a cui si potrebbero aggiungere gli agglomerati industriali specializzati nella meccanica con un forte orientamento verso l’<em>automotive</em> del Nord-barese, di Termoli e - guardando un po’ più su – la Val di Sangro. Al suo interno, inoltre, la Campania fa registrare due aree a specializzazione produttiva nell’ambito della filiera <em>automotive</em>: nella provincia di Salerno si rileva una concentrazione di imprese operanti nel settore gomma-plastica intorno ad un’impresa di medie dimensioni fornitrice di primo livello dello stabilimento Fiat di Pomigliano che ha indotto negli anni la crescita di un parco di subfornitori locali; tra la provincia di Napoli e Avellino, invece, si concentrano la maggior parte degli stabilimenti che operano nel settore delle lavorazioni meccaniche con un’articolata rete di rapporti produttivi interaziendali e in cui, soprattutto nella provincia di Napoli, si contano alcune importanti realtà imprenditoriali locali. Su questo capitale sociale nel corso del 2008 sono state avviate interessanti esperienze aggregative nel comparto <em>automotive</em> che vanno proprio nella direzione del potenziamento e della qualificazione delle aziende locali che operano nell’ambito della componentistica per auto. Si tratta del consorzio Irpinia Automotive e consorzio Consiv. Il primo, nato su iniziativa di Confindustria Avellino, coinvolge 21 imprese provinciali che operano nella filiera <em>automotive</em> e che attraverso questo strumento possono attingere a finanziamenti per progetti di sviluppo. Il Cosvin, invece, nasce su iniziativa di un’agenzia locale di sviluppo – la TESS Costa del Vesuvio – utilizzando incentivi regionali, e coinvolge 5 imprese locali operanti nel napoletano, con funzioni di allargamento dei mercati di riferimento e razionalizzazione dei costi. Si tratta d’iniziative giovani per le quali non è ancora possibile fare una valutazione, se non in termini di segnali di maggiore strutturazione del comparto e di interrelazione tra la struttura produttiva e il contesto istituzionale locale. D’altra parte, in tutte le regioni in cui è presente uno stabilimento <em>automotive</em> Fiat sono in corso iniziative locali di potenziamento delle imprese locali di subfornitura: tralasciando il Piemonte dove da tempo l’attenzione delle politiche regionali si è concentrata sulle imprese di componentistica auto<strong>[4]</strong>, in Abruzzo si registra l’iniziativa del <em>Campus dell’innovazione automotive e metalmeccanica</em>, in Molise quella di <em>AutoMolise</em>, nel Lazio il progetto <em>Sub4Lazio</em>, in Basilicata il progetto <em>I.CAR.O.</em> e il <em>Campus per l’innovazione del Manufacturing</em>, in Puglia quello del <em>Distretto della meccatronica MEDIS</em>. Si tratta di una rapida rassegna, non esaustiva, che evidenza la progressiva regionalizzazione delle politiche di sviluppo del settore dell’auto e una crescente centralità di attori istituzionali locali nel promuovere la qualificazione dell’attività manifatturiera, soprattutto incentivando la prossimità e l’interrelazione con il sistema della ricerca. Su tale aspetto emerge un’altra potenzialità – oggi sottoutilizzata – del sistema <em>automotive</em> campano. Proprio a Pomigliano, infatti, è collocato il centro di ricerca Elasis (Fiat Group) che per dimensione e potenzialità di ricerca rappresenta un punto di eccellenza nazionale che potrebbe avere un ruolo molto più rilevante per lo sviluppo della struttura produttiva locale, soprattutto se si considera che opera in un contesto denso di centri di ricerca universitari con i quali solo in alcuni virtuosi casi opera in partnership in ambito formativo e di ricerca industriale.<br />
È opportuno evidenziare che, al di là dell’attuale fase emergenziale, il settore dell’auto è segnato da un problema globale di eccesso strutturale di capacità produttiva, rispetto al quale inevitabilmente si gioca anche il futuro dell’industria <em>automotive</em> italiana<strong>[5]</strong>. In questa partita risulterà decisiva la capacità della Fiat di presidiare un adeguato spazio di mercato con le opportune alleanze strategiche globali, ma soprattutto rimanendo al passo sui diversi piani dell’innovazione di prodotto che preannunciano un rapido e radicale ripensamento dell’automobile. Per affrontare questa sfida risulta cruciale sviluppare, su scala locale, la filiera <em>automotive</em> con politiche di crescita e qualificazione della struttura produttiva e occupazionale nell’ambito della componentistica auto. In questo senso, sarebbe opportuno partire dalle esperienze locali in atto, che spesso vedono già coinvolta la stessa Fiat, indirizzandole in un progetto di sviluppo sovraregionale coordinato che, pur mantenendo la forte territorializzazione delle diverse esperienze, sia capace di guardare alle sfide che il settore dell’auto dovrà comunque affrontare oltre l’emergenza della crisi.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">*Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica dell’Università degli Studi di Salerno</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Cfr. Bubbico D., “<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.mulino.it/rivisteweb/scheda_articolo.php?id_articolo=26358">Quale filiera dell’automotive nel Mezzogiorno?</a>”, in Rivista economica del Mezzogiorno, n. 3-4, 2007, pp. 815-856.<br />
[2] Cfr. Bubbico D., Pirone F., <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.fiom.cgil.it/meta/ricerche.htm">Fiat e industria metalmeccanica in Basilicata: occupazione, imprese e sviluppo territoriale</a>, Meta, Roma, 2006; Bubbico D., Cillis G., Cristiani M., Pirone F., Sacchetto D., <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.fiom.cgil.it/meta/ricerche.htm">Fiat e indotto auto nel Mezzogiorno</a>, Meta, Roma, 2003.<br />
[3] Cfr. Pirone F., <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.dimec.unisa.it/isiam/ABS_Pirone.asp">I limiti e le potenzialità di crescita e qualificazione dell’industria dell’auto in Campania</a>, relazione a convengo ISIAM “Innovazione e Sviluppo dell’Industria dell’Auto nel Mezzogiorno”, Università degli Studi di Salerno, 3 marzo 2008.<br />
[4] Cfr. in particolare le iniziative dell’<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.to.camcom.it/osservatoriocomponentisticautoveicolare">Osservatorio sulla componentistica autoveicolare</a> della CCIAA di Torino.<br />
[5] Per un’analisi più ampia si rimanda a quanto scritto in questa rivista da Garibaldo F., <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/ambiente/un-new-deal-dell-auto/">Un new deal dell’auto</a>, 18 dicembre 2008.</h6>
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		<title>La grande industria abita ancora il Mezzogiorno</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2009 23:40:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ilva2.jpg" style="width: 348px; height: 215px" height="280" width="420" />Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/ambiente/ravaioli-pirro/">Carla Ravaioli</a>. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad appellarsi, diano prova di coerenza scientifica e di non contraddittorietà politica rispetto alle istanze del lavoro subordinato. Ma soprattutto siamo convinti che in generale si debba cercare di  uscire dalla contrapposizione tra un industrialismo lesivo dell’ambiente e un anacronistico ambientalismo antindustrialista. Sebbene ancora molto sia il lavoro da fare in tal senso, negli articoli qui presentati si individuano alcuni passi nella giusta direzione. Il nostro auspicio è che la loro pubblicazione possa dare avvio a un dibattito teso concretamente, e finalmente, alla individuazione di una “sintesi” tra le diverse visioni. (La redazione).</em></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Un’associazione ambientalista di Taranto ha chiesto di recente al Comune di indire un referendum cittadino per giungere alla chiusura dell’intero stabilimento siderurgico, o almeno della sua area a caldo, a causa del forte impatto ambientale dell’impianto ove, peraltro, il Gruppo Riva sta realizzando da anni massicci investimenti per contenerlo. Si vorrebbe così puntare nel capoluogo ionico ad uno sviluppo fondato in larga misura su mitilicoltura, turismo, artigianato, servizi e commercio, avviandovi una pesante deindustrializzazione che colpirebbe una delle maggiori concentrazioni industriali del Paese e del Mediterraneo e svaluterebbe nei fatti l’impegno profuso da lungo tempo da Istituzioni, sindacati, imprese e centri di ricerca per contenere, con l’impiego di tecnologie avanzate, le ricadute nocive dei vari insediamenti sull’ecosistema cittadino.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Ora, la recessione che colpisce il Paese non risparmia certo il Meridione, ma mentre vi sono ormai in declino i ‘protodistretti’ di pmi - che qualche economista aveva immaginato che potessero trainare la crescita del Sud <strong>[1]</strong> e che invece sono stati interessati nell’ultimo settennio da ristrutturazioni selettive - restano tuttora punti di forza i grandi stabilimenti di gruppi industriali settentrionali ed esteri, pubblici e privati, che vi si sono localizzati dai primi anni Sessanta del ’900, e che fra il 1996 e il 2007 hanno realizzato massicci investimenti per ampliamenti e ammodernamenti di impianti, incrementandovi spesso anche l’occupazione <strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Si passeranno rapidamente in rassegna alcuni comparti manifatturieri pesanti e mediopesanti, l’ICT, il transhipment e la portualità dei terminal container, escludendo per ragioni di spazio l’industria leggera – agroalimentare, tac e legno-mobilio  –  che pure vanta diffuse presenze di aziende italiane ed estere.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Oggi la <em>più grande fabbrica d’Italia</em> per dipendenti diretti (13.346 + 3.100 nell’indotto) è proprio il gigantesco impianto siderurgico a ciclo integrale dell’Ilva di Taranto che, superando per i suoi occupati la stessa Fiat Auto a Mirafiori, è anche il maggior stabilimento del settore in Europa. Inoltre <em>ben oltre la metà</em> della capacità di raffinazione petrolifera del Paese è nel Mezzogiorno con 5 raffinerie in Sicilia, 1 a Taranto, mentre la <em>più grande d’Italia</em> è in esercizio a Sarroch nel Cagliaritano (1.000 addetti diretti + 3.000 nell’indotto), della Saras (famiglia Moratti), impianto che è anche il maggiore del Mediterraneo ed uno dei <em>sei supersites </em>d’Europa. Dei <em>cinque impianti di cracking</em> in Italia per la produzione di etilene. ben 4 sono nel Sud e quello di <em>Priolo</em> (SR) <em>è il più grande</em> e fra i maggiori del continente.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">I pozzi petroliferi in Basilicata, i maggiori <em>on-shore</em> d’Europa, creano nella regione un indotto di 1.500 unità. Nella chimica fine operano fra gli altri nel Mezzogiorno i gruppi farmaceutici mondiali della: 1) <em>Sanofi Aventis</em> con 2 impianti a L’Aquila e Brindisi; 2) <em>Serono Merck</em> a Bari; 3) <em>Novartis</em> nel Napoletano con 412 addetti diretti; 4) <em>Wyet Wederle</em> a Catania con 1.000 occupati diretti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Nei settori <em>dell’auto e dell’automotive</em>, oltre il 50% della capacità produttiva di automobili e di veicoli commerciali leggeri del Gruppo Fiat è insediata nei grandi stabilimenti della <em>Sevel </em>ad Atessa (CH) (6.300 addetti diretti, 700 interinali e oltre 3.000 nell’indotto); dell’<em>Alfa Romeo</em> a Pomigliano d’Arco (NA) (5.000 diretti, più 5.000 nell’indotto); della <em>Fiat Sata</em> a Melfi (PZ) (5.200 diretti e 3.000 nell’indotto di primo livello); della <em>Fiat auto</em> a Termini Imerese (PA) (1.500 addetti diretti più 400 nell’indotto). Il Gruppo Fiat ha anche altri grandi stabilimenti a Sulmona, Termoli, Napoli (2), Pratola Serra e Flumeri (AV), Foggia, Bari, Lecce dove produce componentistica, motori, autobus e macchine movimento terra: ad essi si aggiungono quelli della Ergom, di recente acquisita dal Gruppo torinese. A Bari è in esercizio un polo di componentistica per auto con gli imponenti impianti dei <em>Gruppi Bosch</em> (2.350 addetti), <em>Firestone</em> (1.000) <em>Getrag</em> (750), <em>Magneti Marelli</em> (731), <em>Graziano Trasmissioni</em>, <em>Skf</em>  e il loro indotto.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Nell’aerospaziale uno dei <em>più grandi poli d’Italia</em> è nell’area di Napoli, seguita da quelli di Brindisi, Foggia e Grottaglie (TA). Nel settore energetico a Brindisi esiste <em>la più potente centrale termoelettrica</em> d’Italia – insieme a quella di Porto Tolle nel Veneto – di proprietà dell’<em>Enel</em>, da 2.640 MW, con 470 addetti diretti e 800 nell’indotto. La Puglia è <em>la seconda regione</em> alle spalle della Lombardia per energia da combustibili fossili e <em>la prima</em> per quella da <em>fonte eolica</em>. Oltre all’Enel, operano nel Sud i maggiori gruppi energetici italiani come <em>Edison</em>, <em>Sorgenia</em>, <em>Enipower</em> ed esteri come <em>British gas</em>, <em>Endesa-Eon</em>, <em>Atel</em>, <em>Gas Natural</em>, con centrali a turbogas, a olio combustibile, eoliche e distribuzione di gas in reti urbane.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Nell’ICT esistono i poli mondiali della <em>STMicroeletrocnics</em> a Catania con 4.600 addetti diretti, in quella che è nota come l’Etna Valley; della <em>Micron</em> ad Avezzano (AQ) con 2.000 addetti diretti; della <em>Ericsson</em> a Marcianise; della <em>bioinformatica</em> nel Cagliaritano, mentre in Sardegna è nata anche la Tiscali di Renato Soru.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">La Campania è la<em> terza regione d’Italia</em> per produzione di elettrodomestici con 2 siti della Indesit nel Casertano, della Whirpool a Napoli - con 18 aziende dell’indotto - e della Siltal sempre nel Casertano. La <em>più grande fabbrica d’Italia</em> <em>di aerogeneratori</em> per energia eolica è a Taranto ed è della <em>multinazionale danese Vestas</em>, leader a livello mondiale nel settore, con 600 addetti diretti nella città ionica e 1.000 nell’indotto. Nel Meridione inoltre esistono grandi stabilimenti pubblici e privati produttori e manutentori di materiale rotabile ferroviario della <em>AnsaldoBreda </em>a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, del <em>Gruppo Firema</em> a Caserta e delle <em>Ferrovie dello Stato</em> a Foggia.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Massiccia è anche la presenza di <em>cementerie dei 4 grandi gruppi nazionali Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem, Cementir</em>, con le loro aziende di calcestruzzi, e di impianti di produttori minori. Da segnalare inoltre le numerose fabbriche della pugliese <em>Fantini-Scianatico</em>, fra i maggiori fornitori italiani di laterizi con stabilimenti anche all’estero. Nella prefabbricazione pesante spiccano gli impianti in Puglia della piacentina <em>RDB, il primo produttore italiano del comparto</em>. Esistono inoltre <em>tre</em> <em>grandi poli navalmeccanici</em> a Castellammare di Stabia (Na), a Palermo – questi due controllati dalla <em>Fincantieri </em>- e nel Messinese dove opera, fra le altre la <em>Roqriquez</em> del <em>Gruppo Immsi</em> di Roberto Colaninno. A Taranto è in esercizio il più <em>grande</em> <em>Arsenale della Marina Militare Italiana</em> con 1.700 addetti, insieme a quello di La Spezia. Nell’area di Napoli inoltre si concentrano <em>80 produttori di nautica da diporto</em>, mentre un altro polo del settore è a Messina ed un altro in via di sviluppo a Manfredonia (FG).</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Sempre nell’area del capoluogo campano esiste una <em>delle maggiori concentrazioni di armatori d’Europa</em>, con società leader a livello mondiale in alcuni segmenti di transhipment come il <em>Gruppo Grimaldi</em> per i rotabili e la <em>MSC</em> dell’imprenditore sorrentino-ginevrino <em>Aponte</em> che, oltre ad essere fra i maggiori nel settore crocieristico, <em>è</em> <em>il secondo al mondo</em> nella movimentazione via mare di container. Il<em> più grande porto container del Mediterraneo</em> per TEUs movimentati nel 2007 è a Gioia Tauro; <em>altri quattro di </em><em>rilevante capacità</em> sono a Taranto, Cagliari,  Salerno e Napoli. Il <em>secondo scalo d’Italia</em> dopo Genova, per traffico di materie prime e beni finiti, è quello industriale di Taranto che ha superato Trieste.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">La maggior parte delle grandi industrie citate è tuttora concentrata nei poli di Chieti-San Salvo, Termoli, Napoli Pomigliano d’Arco, Foggia-Incoronata, Bari-Modugno, Brindisi, Taranto-Massafra-Grottaglie, Catania, Palermo-Termini Imerese, Priolo-Augusta-Melilli, Gela, Sarroch-Cagliari, Sulcis Iglesiente Portovesme, Porto Torres <strong>[3]</strong>. Ad essi si affiancano siti manifatturieri più recenti come Atessa, Melfi, Lecce-Surbo, Gioia Tauro, ma anche aree di più antica industrializzazione, diffuse in varie regioni meridionali, che non hanno tuttavia acquisito la forza propulsiva delle grandi zone industriali.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Nel Sud dunque si localizzano settori strategici dell’industria italiana - con attività nell’indotto - con i quali il Paese compete e difenderli sul mercato significa difendere segmenti portanti dell’industria nazionale. Emerge poi il ruolo strategico in taluni comparti e in certe aree di grandi impianti di Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Poligrafico dello Stato, restituiti a piena efficienza: pertanto in essi tali presenze pubbliche andrebbero salvaguardate. Da tali poli può ripartire una rinnovata strategia di industrializzazione nell’interesse del Paese.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><em>*Professore di Storia dell&#8217;industria nell&#8217;Università di Bari.</em></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><br />
<strong>[1]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><span> </span>Cfr. G.Viesti, <em>Mezzogiorno dei distretti</em>, Donzelli, Roma, 2001. <o></o></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><br />
<strong>[2]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><strong> </strong>Cfr. F.Pirro-A.Guarini, <em>Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007</em> con prefazione di Luca di Montezemolo, Cacucci, Bari, 2008. Vi si riportano molti dati inediti.<o></o></span> <span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"><br />
<strong>[3]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: 8pt"> Dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento essi furono individuati dalle politiche governative di programmazione come aree trainanti della crescita del Mezzogiorno in virtù di fattori attrattivi sotto il profilo geografico e spesso per le loro preesistenti tradizioni industriali.</span></p>
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