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	<title>Economia e Politica &#187; Moneta Banca Finanza</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:55:30 +0000</pubDate>
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		<title>Finanza, spread, pensioni… storie di italica follia</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/images-3.jpg" height="147" width="219" />La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di investimento, come scegliere se finanziarsi con debito o mezzi propri, come misurare il costo del capitale, come misurare il  valore creato da un’acquisizione o da un investimento in fondi comuni, come gestire i rischi.  Uno dei recenti decreti del Miur, attuativo della riforma Gelmini, ha appena declassato il settore scientifico-disciplinare <em>SECS-P09 - Finanza aziendale</em>, accorpandolo, a fini di reclutamento del personale docente, in uno più grande (come numero di docenti appartenenti)  e pre-esistente (quello della vecchia <em>Tecnica bancaria</em>, oggi <em>Economia degli Intermediari finanziari</em>), decretandone di fatto la sorte futura, in termini di sviluppo della ricerca, della didattica,  e dei ricercatori/docenti che le praticano, che è poi la sorte, di manzoniana memoria, del  vaso di coccio destinato a viaggiare tra i vasi di ferro, del nuovo e debole che non avanza se destinato a sgomitare (dati  il corporativismo della casta accademica e il trend decrescente dei fondi assegnati all’università per il personale) tra il consolidato e numericamente forte.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La classificazione dei saperi e degli ambiti di ricerca non è neutrale rispetto alle loro prospettive di sviluppo: la delimitazione dei campi, soprattutto al fine di allocare le risorse, consente ai nuovi saperi  di svilupparsi e crescere, senza dover lottare e forse soccombere rispetto a saperi (e relative corporazioni) più consolidati e potenti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Questo è accaduto, nonostante una serie di fattori avrebbero dovuto sconsigliarlo fortemente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Primo fra tutti,  la dichiarata volontà dell’ ex ministro Gelmini di favorire l’internazionalizzazione dell’università italiana, di adeguare didattica e ricerca italiana agli standard internazionali dei paesi più evoluti. Una specie di mantra salvifico questo dell’internazionalizzazione della nostra accademia, che ha già prodotto svariati danni: la riforma del 3+2 del ministro Berlinguer (nel 1999) e la riforma Gelmini (nel 2010) fondano la loro ragion d’essere proprio su questo obiettivo dichiarato. Vale la pena di ricordare che in contesto  anglosassone (USA e UK), la Corporate Finance (termine inglese equivalente) è area scientifico-disciplinare autonoma e ben identificata dagli anni ‘30, oltreché presenza immancabile nella formazione universitaria<em> under </em>e<em> post graduate</em> di ogni <em>business school </em>degna di questo nome.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Secondo “fattore contro” sono i segnali chiari e forti, che emergono dal mondo delle imprese, dell’esigenza di competenze di finanza aziendale dei futuri manager, come ampiamente rivela un’indagine recente riportata da Il Sole 24 ore (Bassi, <em>Gestione dei rischi e finanza aziendale al top delle richieste</em>, 8 aprile 2011).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Terzo fattore, l’evidente carenza di competenze di Finanza aziendale che si coglie leggendo sui giornali di questi ultimi mesi le analisi della crisi  e le proposte di riforma di ministri, economisti e valenti commentatori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Tre esempi sembrano eclatanti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Primo esempio.  Da più parti (a titolo di esempio Penati,  <em>La verità nascosta dietro lo spread</em>,  La Repubblica,  1 ottobre 2011) si spiega lo spread sui titoli di stato italiano, rispetto agli equivalenti tedeschi, uguale (o superiore) sui titoli a 1-2 anni rispetto a quelli a 10 anni come segue: i mercati assumerebbero che i rischi per l’Italia si concentrano in un futuro vicino, mentre “…<em>dopo,  non fa differenza</em>”. Da qui discenderebbe il senso di urgenza che dovrebbe guidare l’azione di governo nel fare presto le riforme, senza aspettare oltre:  urgenza che ha guidato la riforma del  governo tecnico e ha guidato parimenti la sua approvazione rapida, evitando in nome di questa urgenza modifiche da parte del parlamento o sulla spinta delle parti sociali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La finanza aziendale insegna che il tasso di rendimento sui  titoli comprende una parte che remunera il valore temporale del denaro (100 euro oggi non sono equivalenti a 100 euro tra un anno, perché nell’anno potrei guadagnare investendo in un investimento privo di rischio), e una parte che remunera il rischio che l’investimento comporta. Ora, ragionando in termini di spread dei rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli dei titoli tedeschi, la dinamica dello spread (da breve a lungo) dovrebbe essere attribuita alla componente “remunerazione del rischio”, perché la dinamica dei tassi privi di rischio, nell’ambito dell’Europa, dovrebbe essere omogenea e quindi già assunta nella dinamica dei tassi sui Bund<strong>[1]</strong>. Tuttavia,  va sottolineato che se lo spread  è costante (o decrescente) non significa che i titoli a maggiore scadenza sono considerati ugualmente (o meno) rischiosi, perché  il premio  per il rischio (supposto dal tasso) aumenta per effetto della capitalizzazione su un numero di anni maggiore. Quando attualizzo per esempio il flusso connesso al rimborso dei titoli fra dieci anni (ipotizziamo per semplicità titoli zero coupon), elevo a 10 anni sia la componente risk-free del tasso,  che la componente “compenso del rischio”  e quindi la correzione che opero per questa via sul flusso è maggiore, pur se lo spread è costante. A titolo di esempio, semplificando al massimo i calcoli, supponendo un tasso sui Bund a 2 anni del 4% e a 10 anni del 6% (cioè una struttura per scadenza crescente dei tassi privi di rischio),  e un tasso sui BTP italiani di corrispondente scadenza pari rispettivamente a 8%  e 9%, quindi uno spread decrescente da 4 (8% - 4%) a 3 (9% - 6%) punti percentuali, si può dimostrare che la penalizzazione che i titoli a 10 anni subiscono per effetto del rischio paese assegnato ai titoli dal mercato (rischio di insolvenza dell’Italia) è maggiore di quella dei titoli a 2 anni. Infatti, nel primo caso il flusso risk-adjusted è pari al 76% del flusso rischioso, contro il 93% nel secondo caso<strong>[2]</strong>. Analogamente, se anche ipotizzassimo uno spread a 10 anni ancora più basso (per esempio l’1%), il flusso risk-adjusted sarebbe del 91%, cioè una correzione che è ancora maggiore di quella dei titoli a 2 anni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Secondo esempio. Il ministro Fornero ha presentato (sul numero 10/2011 di <em>Italiani-Europei</em> e pubblicato per ampi stralci su La Repubblica del 26 novembre 2011) un suo studio sull’equità e sostenibilità del sistema pensionistico attualmente vigente in Italia, da cui parte il suo disegno di riforma del sistema pensionistico italiano. Ipotizza un sistema integralmente contributivo, che definisce oggettivo, e che porrebbe pari il valore attuale atteso dei benefici pensionistici ai quali l’individuo ha diritto (la somma oggi equivalente al valore complessivo dei trasferimenti previdenziali di cui l’individuo godrebbe data l’attuale aspettativa media di vita) al montante contributivo versato, dalla Fornero definito come saldo disponibile di un ipotetico conto corrente in cui l’individuo abbia depositato, senza mai ritirarli, i contributi previdenziali versati lungo la vita lavorativa. Definisce, il ministro, un indicatore (PVR= present value ratio) che rapporta, alla data della pensione, i due valori sopra definiti, precisamente il primo al secondo. Se l’indicatore è uguale a 1, il sistema è equo (oggettivamente equo, ci rassicura il ministro) e finanziariamente sostenibile dal punto di vista della comunità. Se maggiore di 1 privilegia il pensionato, a scapito delle generazioni future, se minore di 1 lo penalizza. La Fornero, basandosi sulle simulazioni svolte nel centro di ricerca CERP, dimostra che l’attuale sistema retributivo genera valori del PVR che vanno dall’ 1,5 al 3,5 a seconda dell’ente previdenziale considerato e quindi del tipo di mestiere del pensionato considerato: privilegerebbe, dunque,  oltre misura i lavoratori che vi appartengono, a scapito delle future generazioni, facendogli guadagnare tassi di rendimento rispettivamente del 50 e 250%. Lo studio ci pare presenti alcune lacune di metodo gravi, come chiaramente evidenziato già da alcuni (Jaccod, <a target="_blank" href="http://nonsolofinanza.posterous.com/">A proposito dei benefici pensionistici</a>):</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• il valore del PVR risulta molto sensibile al tasso utilizzato per calcolare montante e valore attuale, rispettivamente posti al denominatore e al numeratore del rapporto: quindi, non è un indicatore che possa essere definito oggettivo, come viene dichiarato. Un tasso maggiore riduce il numeratore (valore attuale delle pensioni future) e alza il denominatore (montante dei contributi versati). L’effetto,  inoltre,  non è uguale sulle due grandezze, perché le rendite hanno durata diversa. La sensibilità al tasso è infatti maggiore nel caso di una rendita di 40 anni (i contributi versati) rispetto ad una rendita di 15 anni (le pensioni attese). A titolo di esempio, passando da un tasso nominale (perché applicato a flussi nominali) del 2% ad uno del 4,5% e ipotizzando ammontari dei contributi e della pensione coerenti con gli attuali std retributivi di un lavoratore di medio reddito, il PVR passa da 1,7 a 0,85 , che significa che il nostro ex lavoratore di medio reddito si trasforma da pensionato privilegiato e affamatore delle generazioni future ad un lavoratore frodato dal sistema previdenziale;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• il tasso usato nelle simulazioni  è dell’1,5% reale, posto pari, viene detto, al tasso di crescita dell’economia (tasso definito come l’unico finanziariamente sostenibile). Ma perché, dal punto di vista dell’equità del singolo lavoratore, dovrebbe essere diverso dal costo opportunità del capitale (in finanza aziendale è definito come il tasso di rendimento di impieghi alternativi di pari durata e rischio) che l’individuo, singolarmente, avrebbe potuto lucrare investendo i contributi versati, e a cui rinuncia dopo il pensionamento, quando cioè comincia a prelevare mensilmente per campare?  In altre parole, perché convincerlo a versare i contributi all’INPS o all’INPDAP percependo solo un tasso reale dell’1,5% (non si capisce peraltro dallo studio quale tasso nominale sia stato usato) quando, da solo, avrebbe potuto investirli ad un tasso mediamente maggiore?  La media  dei  tassi medi annui risk-free EURIRS (per prestiti a 30 anni) nell’ultimo decennio è pari al  4,7%  e tassi nominali ben maggiori hanno lucrato i BTP di pari scadenza nei decenni precedenti;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• usa un tasso uguale per capitalizzare i contributi versati e per attualizzare le pensioni future da percepire: i flussi rispettivi non sono però omogenei e confrontabili in termini di rischio. I contributi versati, alla data del pensionamento, sono certi (e lo sarebbero anche gli interessi prodotti),  mentre incerti sono i flussi delle pensioni future. Sono incerti sia come durata (vita residua dopo la pensione del lavoratore e di eventuali familiari candidati alla reversibilità: usare la vita media attesa, determinata sulle tavole attuariali, come fa la Fornero,  non risolve affatto il problema dal punto di vista del singolo lavoratore),  che come ammontare; dopo la morte del lavoratore, infatti, l’entità delle somme percepite dipende dalla presenza e dal legame di parentela dei familiari su cui potrebbe scattare la reversibilità. Inoltre, rischi derivano per ammontare e durata delle pensioni future anche da cambiamenti futuri della legislazione pensionistica, se intaccassero anche i diritti acquisiti (come,  peraltro,  accade con questa riforma).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Cade,  con ogni evidenza,  la presunta oggettiva equità del sistema contributivo descritto, se non tiene conto correttamente ed analiticamente degli aspetti citati, a cui va aggiunta la necessità di considerare flussi al netto delle imposte, essendo le aliquote fiscali degli interessi sui contributi differenti dai prelievi sui pagamenti delle pensioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Terzo esempio.  Una critica recente bipartisan  è quella all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia mondiale. La finanza ne risulta demonizzata, come causa principale della crisi recente. Per misurare l’eccesso di finanziarizzazione si ricorre al confronto (si vedano, come esempi, Fumagalli, <em>Il diritto al default come contropotere finanziario</em>, <em>Il Manifesto</em>,  1 settembre 2011 e Panara, <em>Se la finanza si mangia l’economia,</em> <em>La Repubblica – Affari&amp;Finanza</em>, 23 gennaio 2012) tra PIL mondiale (74 mila miliardi di dollari nel 2010), valore del mercato obbligazionario mondiale (95 mila miliardi di dollari), valore delle borse mondiali (50 mila miliardi di dollari), valore dei derivati (466 mila miliardi di dollari) e si conclude che la finanza muove in aggregato 8 volte la ricchezza prodotta in termini reali. Ora, un primo errore si commette nel confrontare grandezze flusso (il PIL) con grandezze fondo (il valore dei mercati obbligazionario, azionario e dei derivati), distorcendo la prospettiva dell’analisi. Ma questo è solo un errore veniale (che però conferma le già citate carenze di finanza aziendale). Più grave è l’errore che si commette demonizzando la finanza tout court e  oscurando per questa via quello che è il vero problema: cioè non la finanza in quanto tale, ma l’uso vizioso e distorto che se ne fa, cioè gli “eccessi” della finanza. La finanza, quando è al servizio dell’economia reale, come fisiologicamente dovrebbe essere, non è negativa. Se i mercati finanziari servono a convogliare il denaro degli investitori verso gli impieghi produttivi, la finanza supporta lo sviluppo dell’economia reale. Le obbligazioni societarie servono a finanziare gli impieghi delle imprese e la borsa dovrebbe servire a raccogliere denari sul mercato per finanziare con capitale paziente gli investimenti reali delle imprese, soprattutto quelli strategici, di maggiore durata e di maggiore rilevanza per il loro <em>core business</em>. Quindi il problema non è la dimensione di questi mercati, se, come dovrebbe essere, a fronte di questi valori ci sono gli asset reali delle imprese, che da qualche parte devono trovare i capitali per essere finanziati. L’aspetto negativo è un altro. La borsa, negli ultimi anni, per esempio in Italia, non finanzia più l’industria e i servizi non finanziari, cioè l’economia reale. Per tutta una serie di ragioni (per le quali rinviamo alla puntuale analisi condotta da Coltorti  per lo studio  Consob sui 150 anni di borsa in Italia)<strong>[3]</strong>  il listino telematico copre l’80% delle banche (in termini di totale attivo tangibile di bilancio), circa metà delle compagnie di assicurazione (in termini di premi), e solo il 5% dell’industria e dei servizi (in termini di fatturato): dal listino risultano assenti sia il quarto capitalismo (cioè le medie imprese che rappresentano la punta di diamante della manifattura italiana, quella che esporta nel mondo l’<em>Italian style</em>), che importanti gruppi di dimensione elevata (Riva, Ferrero, Marcegaglia, Perfetti, Barilla, ecc.). In secondo luogo, dal 1997 ad oggi, la borsa italiana non indirizza più il risparmio verso gli impieghi produttivi, ma serve a far tornare agli investitori le somme non impiegate negli attivi delle imprese (tendenze analoghe sono rilevabili anche per le borse del Nord America e dell’Europa): i saldi tra finanza in entrata e finanza in uscita delle imprese quotate sono pesantemente negativi, cioè i dividendi distribuiti superano gli aumenti di capitale e su questi l’incidenza dell’industria è scesa dal 91% del periodo 1977-1986 al 51% nel triennio 2007-2010, a vantaggio delle banche. Oggi la borsa italiana sembra operare una sorta di selezione avversa:  premia chi distribuisce dividendi e riacquista azioni proprie, mentre affonda chi annuncia aumenti di capitale per finanziare sviluppi futuri o risanare gestioni compromesse da alti indebitamenti. Quindi,  le imprese virtuose, che vogliono crescere e svilupparsi, ne stanno alla larga.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Raccogliere denaro a titolo di debito dai risparmiatori emettendo obbligazioni per finanziare gli impieghi produttivi delle imprese non è un male in sè. Male è il conflitto di interessi che induce le banche a svolgere non  proprio virtuosamente il piazzamento sul mercato di queste obbligazioni. Quando, come è avvenuto nel caso Parmalat, tanto per ricordare un esempio recente e doloroso della storia italiana, le banche sono sia creditori (molto esposti) della Parmalat, che collocatori – lautamente  remunerati – presso gli investitori  delle sue obbligazioni, l’azzardo morale è assicurato, in assenza di adeguata regolamentazione: l’emissione delle obbligazioni di Parmalat, a gestione operativa già compromessa  e indebitamento bancario oltre il livello di guardia, servì alle banche per rientrare dei capitali prestati oltrechè per intascare alte commissioni; perché aspettarci che il rischio di insolvenza di quelle obbligazioni (ben chiaro alle banche) fosse altrettanto chiaramente da esse illustrato ai risparmiatori, potenziali investitori, al momento della sottoscrizione?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Finanziarizzazione è anche il cambio di mestiere che le imprese, almeno in alcuni settori, hanno fatto, da produttori di beni e servizi reali a banche, come dimostra la patologica composizione dei loro attivi, sbilanciata verso gli impieghi finanziari. Come esempio facciamo riferimento al settore auto (uno tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi 2008-2009 e  maggiormente beneficiato dagli aiuti statali) che, prima della crisi (nel 2006) e  non per effetto della crisi, evidenzia, rispetto a 30 anni prima, una radicale trasformazione della composizione degli attivi di bilancio (dati Ufficio Studi Mediobanca-R&amp;S) per due aspetti:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• una riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e un’incidenza elevata dell’attivo circolante, specchio del trasferimento fuori delle imprese della produzione, terziarizzata</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• un’incidenza patologicamente marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale (nella forma di crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto), specchio della “difficoltà di vendere” delle imprese del settore o comunque di politiche aggressive “di gonfiaggio” dei consumi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Questo esempio mostra come la crisi reale ha generato la finanziarizzazione e non l’opposto: i crediti verso i clienti e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, la finanza non è la strega da mandare al rogo, ma un sapere molto utile, che andrebbe insegnato nelle università, tutelato e sviluppato nella ricerca, imparato bene e utilizzato meglio, nel  governo delle imprese come in quello del paese, nell’investimento del patrimonio del piccolo risparmiatore, come in quello ben più ricco della previdenza statale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>* Professore ordinario di Finanza aziendale – Università degli Studi di Roma Tre (venanzi@uniroma3.it)</em></p>
<h6></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[1] Ipotizziamo qui per semplicità che il tasso sui Bund sia una proxy accettabile del tasso risk-free.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] La penalizzazione si può calcolare partendo dalla seguente identità:<br />
</span><em>Flusso atteso alla scadenza/(1+r)<sup>n</sup> = equivalente certo del flusso alla scadenza /(1 + tasso risk-free)<sup>n</sup></em><span style="line-height: normal">  , dove r è il tasso che comprende anche il compenso per il rischio e n il numero degli anni alla scadenza, mentre il tasso risk-free non lo contiene.  Nel caso del secondo termine dell’uguaglianza, infatti,  del rischio si tiene direttamente conto nel numeratore, dove al flusso atteso rischioso si sostituisce il suo corrispondente flusso certo, cioè già decurtato per tenere conto del rischio. Dalla uguaglianza, è possibile derivare che </span><em>equivalente certo del flusso alla scadenza/ flusso atteso alla scadenza = (1 + tasso risk-free)<sup>n</sup>/(1+r)<sup>n</sup></em><sup> </sup>: q<span style="line-height: normal">uesto rapporto misura la penalizzazione subita dal flusso per tenere conto del rischio, supposta dal tasso r. Con riferimento all’esempio riportato, se n=10, r=9% e tasso risk-free=6%, il rapporto misura 0,76 (76%), che significa un compenso totale per il rischio del 24% (100-76).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal"><sup></sup></span></h6>
<h6><span style="font-size: 9px"><span style="line-height: normal"></span></span></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[3] Coltorti F., 2011, <em>Borsa, territorio e sviluppo economico (1861-2011)</em>, in Consob, <em>Dall’unità ai nostri giorni: 150 anni di borsa in Italia</em>, Consob.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Monti e la salvezza italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 15:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “Lettera degli economisti” del 2010 e al più recente documento contro le politiche di austerità, pubblicati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ixzofhog0gvc.jpg" style="width: 373px; height: 254px" height="428" width="639" />Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” del 2010 e al più recente <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-un-cambiamento-della-politica-economica-in-italia-e-in-europa/">documento </a>contro le politiche di austerità, pubblicati da questa rivista), l’origine della crisi italiana non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo, e la politica di austerità non frena ma al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese. D’altra parte, la speculazione e le tensioni sui tassi di interesse non si sono certo affievolite con la presentazione della manovra; al contrario nessuno più mette in dubbio le previsioni sulla recrudescenza della crisi, alimentata proprio dalle politiche di austerità.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La verità è che le medicine alla Monti, tanto invocate dalle tecnocrazie europee e somministrate a piene dosi in tutte le aree periferiche d’Europa, non servono a sospingere l’economia italiana e in generale a mettere al riparo la zona euro dal rischio di deflagrazione. L’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico dei paesi della UME e il sistema bancario europeo è una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Certo, questa politica non risolverebbe né i problemi relativi alla disoccupazione e ai bassi livelli di attività generati dalla crisi del 2008 né i problemi strutturali dell’Unione Monetaria, principalmente connessi agli imponenti processi di divergenza in atto e agli squilibri nei conti con l’estero dei paesi membri, con la Germania che vanta un surplus commerciale più grande di quello cinese. Tuttavia, l’intervento della BCE porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalità per rilanciare l’economia e il progetto di unione europea, al riparo da fanatismi liberisti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Eppure i segnali che giungono dall’Europa vanno in direzione opposta. Sino all’ultimo vertice dell’Unione sembrava che si intendesse procedere sulla linea di un discutibile scambio implicito tra politiche di austerità e interventi della BCE. Per cui gli effetti devastanti delle politiche di austerità potevano essere almeno in parte mitigati da una politica interventista della BCE. Ma ora sembra che la linea della Merkel sia sempre più forte, peraltro sostenuta dallo stesso Monti, e che anche le possibilità di una azione meno conservatrice della BCE stiano tramontando. Pare resti dunque solo l’austerità sulla scena europea, e anche nelle bozze del nuovo accordo intergovernativo tra i 26 paesi torna la clausola che impone un obbligo rigido alla contrazione del rapporto debito pubblico/Pil di un ventesimo all’anno per tutti i paesi che superino la soglia del 60%. E accanto a ciò viene rafforzandosi il principio secondo cui tutte le Costituzioni nazionali dovrebbero introiettare l’obiettivo del pareggio del bilancio pubblico. Una linea, questa, vista favorevolmente dagli economisti ultraliberisti i quali ritengono che in tal modo si possano finalmente imporre “profonde riforme strutturali” nella direzione della flessibilità e delle privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se il quadro dovesse restare immutato, la manovra salva-Italia di Monti condannerebbe il Paese a una profonda recessione e a una crescente instabilità finanziaria – come prevedono oggi numerose analisi macroeconomiche e le stesse agenzie di rating. Gli stessi obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica fissati dal governo, in particolare il perseguimento del pareggio di bilancio, sarebbero destinati ad allontanarsi di continuo, perché la riduzione del PIL (e quindi delle entrate fiscali) che scaturisce dal profilo restrittivo della manovra, sommandosi agli incrementi degli esborsi per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, richiederebbe ulteriori manovre restrittive, le quali a loro volta genererebbero ulteriore recessione e speculazione. Questo è il quadro a tinte fosche che sembra di prepararsi per l’Italia, e per gli altri paesi periferici d’Europa, con il rischio di una repentina fine dell’euro, non prima che venga assestato un durissimo colpo agli elementi di socialdemocrazia ancora presenti in Europa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La strada da seguire sarebbe tutt’altra. Al riparo sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza, in un quadro di politiche fiscali coordinate e finalizzate a contrastare i violenti processi di divergenza territoriale in atto in Europa e a ripristinare meccanismi anticongiunturali, l’Italia avrebbe bisogno davvero di una riforma strutturale. Far pagare le tasse a chi può e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’è invece una emergenza pensioni – l’Inps è in avanzo, e la spesa pensionistica italiana, a differenza di quanto spesso si afferma, non è più elevata, ma comparabile a quella degli altri paesi europei (a riguardo si rinvia a un recente contributo di <a target="_blank" href="http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Pensioni.-Perche-e-giusto-indignarsi-11015">Pizzuti</a>).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si fa un gran parlare di bilanciare rigore, equità e crescita, ma frequentemente manca una corretta consapevolezza del rapporto tra questi aspetti. L’equità va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno. La crescita declinata – alla stregua della manovra Monti – come incentivi e benefici fiscali alle imprese invece non sostiene l’attività produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi perché non c’è mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo. Per questo crescita e rigore – se inteso quest’ultimo come misure restrittive, cioè austerità – sono inconciliabili, e non potremo avere crescita senza un mutamento del quadro istituzionale europeo e se non ci lasciamo alle spalle le politiche macroeconomiche restrittive.</p>
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		<title>Un vincolo di interesse</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 10:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato.jpg" style="width: 335px; height: 302px" height="332" width="493" /><em>Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga sui titoli. Nei cinque anni compresi tra il 1987 e il 1992 il debito pubblico italiano è cresciuto di venti punti percentuali. In quegli stessi anni la crescita del Pil è stata in media positiva attorno al livello del  3%,  il rapporto tra deficit e Pil non è aumentato, manifestando invece una tendenza a stabilizzarsi se non a diminuire: sono stati i tassi di interesse elevati che, per rispettare il vincolo di bilancio estero, hanno portato il debito pubblico su un sentiero potenzialmente esplosivo. Se la BCE  si impegnasse a rivedere il proprio Statuto istituendo una norma per cui il livello massimo dei rendimenti sui titoli del debito pubblico  non può eccedere il tasso di crescita dei paesi indebitati, almeno una delle tre condizioni (la principale?) potrebbe essere rispettata.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei “politici” ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene  considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle banche centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tra marzo  1974 e ottobre 1979 i tassi di interesse reali in Italia si sono mantenuti negativi, da un minimo di -1,5% (settembre ’78) a un massimo di -16,5% (dicembre ’74) e la dinamica del debito pubblico, in presenza di tassi di crescita strutturalmente in declino, ma ancora in linea con quelli dei principali <em>partners </em>europei, appare sostenibile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">  <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-1.jpg" height="399" width="519" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ nel marzo del 1981 che, per la prima volta, i tassi di interesse reali diventano positivi: appena lo 0,3%, che però dopo un triennio diventa 6,4% per poi raggiungere il 7% nel marzo dell’86, l’8% nel ’92 fino a un massimo del 10,2% nella nera estate di quell’anno. Perché? Che cosa accade di particolare nel 1981?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Succede che la Banca d’Italia, d’intesa con il ministro del Tesoro dell’epoca, abbandona ufficialmente la pratica di porsi come acquirente residuale dei titoli del debito pubblico rimasti eventualmente invenduti alle aste: si tratta del cosiddetto “divorzio”, evento considerato da molti come il possibile inizio di un percorso virtuoso dei conti pubblici e dell’intera economia italiana, costretta a ciò dall’avvio del processo di unificazione monetaria europea che impone un vincolo di cambio per restare dentro il meccanismo del <em>sistema monetario europeo</em>. Da quella decisione, almeno in Italia, la banca centrale accentua la sua caratteristica di istituzione indipendente, dal momento che i governi non potranno più contare sui suoi acquisti di titoli che saranno sottoposti all’unico giudizio del mercato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dal momento che, dopo trent’anni, i governi di alcuni paesi europei sono costretti a ricorrere nuovamente alla Banca centrale, europea stavolta, perché acquisti titoli (ricevendo in cambio un commissariamento in piena regola della sovranità nazionale in materia di politica economica), vale la pena ricordare che il contesto storico in cui si consuma il “divorzio” del 1981 è quello della svolta monetarista della politica monetaria statunitense, e dunque mondiale, che coincide con l’ascesa al vertice della Fed di Paul Volcker (successivamente superconsulente del presidente Obama) il quale guida l’istituzione dall’agosto del 1979 al settembre del 1987 con il preciso obiettivo di combattere l’inflazione, relegando in una posizione subordinata l’altro obiettivo statutario della Banca federale Usa, ossia il sostegno all’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A partire dalla riunione dell’<em>Open Market Committee</em> del 6 ottobre 1979 i tassi di sconto negli Usa cominciano a crescere, fino a raggiungere livelli stellari nei primi anni ‘80.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-2.jpg" height="332" width="545" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La politica monetaria italiana segue fedelmente il nuovo orientamento dominante e tra l’ottobre del 1979 e il marzo del 1981 l’allora Governatore della Banca d’Italia aumenta il tasso di sconto portandolo dal 10,5 al 19% e lo mantiene a livelli elevatissimi fino alla crisi della lira scoppiata nell’estate - autunno 1992; dal momento che nello stesso periodo il tasso di inflazione crolla dal 16,9% al 4,8%, il risultato è che i tassi di interesse reali diventano positivi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Al centro della preoccupazione delle banche, allora come oggi, resta l’inflazione: i banchieri non sono generalmente entusiasti di vedersi restituire denaro che valga meno di quanto valesse al momento del prestito, ed è quello che succede con l’inflazione, ma non è possibile escludere una relazione positiva tra interesse  e inflazione<strong>[1]</strong>. Nel 1980 il tasso medio di inflazione (riferita ai prezzi al consumo) per i paesi del G7 fu del 12,7%, solo di poco inferiore al 13,8 toccato nel 1974; nel 1983, dopo lo shock delle politiche monetariste,  l’inflazione era scesa al 4,7%, ma contemporaneamente, per effetto di una crescita depressa dalle politiche di segno restrittivo, l’economia dei paesi occidentali conobbe (1982) la prima recessione in assoluto del dopoguerra con la diminuzione, seppur lieve, del reddito e della produzione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Proprio nel 1982 si manifestano i primi contraccolpi del “divorzio” con ripetuti sconfinamenti dal limite legale di utilizzo della linea di credito in conto corrente di cui il Tesoro beneficia presso la Banca centrale. Che cosa successe allora, e che cosa potrebbe succedere ancora? Che proprio poco dopo aver deciso di “legarsi le mani” per quanto riguarda l’emissione di titoli del debito pubblico l’economia occidentale era entrata in recessione e il governo non aveva tutti gli strumenti con cui combattere le conseguenze della fase negativa del ciclo. Il governo dell’epoca investì del problema il Parlamento, che autorizzò con una legge Bankitalia a concedere al Tesoro un’anticipazione straordinaria temporanea.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ma il vero contraccolpo del “divorzio” sull’economia italiana dei primi anni ottanta fu – come anticipato sopra - il brusco innalzamento dei tassi di interesse reali. Finì di colpo una condizione economica che durava dal 1972; ancora nel 1980, in Italia, il tasso di interesse depurato dall’inflazione osservata ex post (oltre il 20%), era negativo per qualcosa come cinque punti percentuali; nei tre anni successivi l’interesse divenne positivo per valori compresi tra il 2 e il 3%, fino a superare il 6% nel 1984: in quell’anno la spesa per interessi rappresentava  il 12% del Pil italiano. Successivamente, anche se il rapporto tra deficit e Pil cominciava a calare (nel grafico a salire verso lo zero)  i tassi di interesse italiani continuavano ad essere più alti che altrove in termini reali, e questo per sostenere la parità del cambio all’interno dello <em>SME</em>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-3.jpg" style="width: 564px; height: 444px" height="444" width="640" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La ragione riguarda la competitività: in un contesto in cui l’inflazione domestica è più elevata, il cambio reale si apprezza e i conti con l’estero si deteriorano, e dunque i tassi di interesse elevati servono a finanziare il disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti. E’ dunque il vincolo estero il problema, non il vincolo di spesa, e la dinamica del debito pubblico italiano della seconda metà degli anni ’80 mostra il punto; nonostante comportamenti  “virtuosi” (la stabilizzazione o il miglioramento del rapporto deficit/Pil) la componente rappresentata dal tasso di interesse gioca un ruolo fondamentale nel rendere sostenibile o esplosiva la dinamica complessiva del debito, e l’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo prima e nell’eurozona poi, non sembra avere conseguito risultati risolutivi, visti gli esiti attuali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Durante i “terribili” anni settanta, quelli dei tassi di interesse reale negativi e della politica monetaria accomodante, il tasso di risparmio privato delle famiglie italiane superava il 31% del reddito nazionale (media periodo 1976-79); gli investimenti contavano per il 25% del Pil e la differenza positiva serviva a coprire un disavanzo di bilancio che oscillava annualmente tra il 5 e il 6%. Negli anni ottanta dei tassi di interesse reale positivi la quota di investimenti sul Pil cade dal 25 al 21% per continuare la sua diminuzione (proxy dell’accumulazione) durante gli anni novanta (17,5% nel 1996); nello stesso tempo diminuisce la quota di risparmi privati che perde sei punti in un decennio passando dal 32 al 26% (oggi è all’11%).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La conclusione di questo breve ragionamento è che politiche fiscali recessive che arrivino al punto di scrivere in Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio non solo sono controproducenti sul piano della crescita – qualsiasi punto di vista si abbia a riguardo della sua desiderabilità -  ma non costituiscono nemmeno un impedimento assoluto alla crescita del debito pubblico perché non tengono conto del ruolo del tasso di interesse. Un sacrificio inutile, in altre parole, se non si mette in discussione il dogma del mercato come istituzione capace di garantire in ogni circostanza il “prezzo giusto” a merci o a obbligazioni finanziarie. Dal momento che in una economia di mercato non c’è alcuna garanzia che il sistema raggiunga spontaneamente la piena occupazione del lavoro non solo nelle fasi cicliche negative, ma in generale in media sul ciclo, la spesa pubblica anche in disavanzo è e resta uno strumento fondamentale per il raggiungimento del pieno impiego ed è quindi insensato e pericoloso legarsi le mani. L’unica disciplina di bilancio che veramente serve a un paese riguarda la qualità e l’equità della politica fiscale, sul versante delle spese come su quello delle entrate;  i mitici “mercati” sono in grado di mandare – al più – segnali quantitativi: spendere meno o imporre più tasse, indipendentemente da chi paga e per che cosa si spende.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Rivedere lo statuto della Bce istituendo una norma per cui i rendimenti dei titoli del debito pubblico non possono eccedere un limite massimo che corrisponde al tasso effettivo di crescita dei paesi europei ribalterebbe il piano del discorso spostando sui banchieri centrali l’onere dell’adeguamento costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* <span style="line-height: 20px; font-family: 'Times New Roman', serif" class="Apple-style-span">Università di Teramo</span></em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Se questa proposizione appare ragionevolmente sostenibile sul piano microeconomico, c’è da aggiungere che – su un livello macro - esiste letteratura (sebbene non ampia) ed evidenza empirica secondo cui l&#8217;aumento </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">dei tassi di interesse monetari può generare effetti inflazionistici, a </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">ragione del fatto che - in contesti non concorrenziali - il suo aumento è </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">un aumento delle passività finanziarie, dunque dei costi e dei prezzi.</span></h6>
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		<title>Per la reflazione e lo sviluppo</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 07:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il fondamento di questa proposta[1] è che è possibile e necessaria una strategia di crescita e di riduzione della disoccupazione che non comporti licenziamenti, riduzione del tenore di vita e dei diritti degli Italiani; e che non occorrano alienazioni di patrimonio pubblico, cui importanti componenti possono invece costituire fondamentali volani di sviluppo.
L’esigenza di tornare a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisi-economica1.JPG" height="308" width="364" />Il fondamento di questa proposta<strong>[1]</strong> è che è possibile e necessaria una strategia di crescita e di riduzione della disoccupazione che non comporti licenziamenti, riduzione del tenore di vita e dei diritti degli Italiani; e che non occorrano alienazioni di patrimonio pubblico, cui importanti componenti possono invece costituire fondamentali volani di sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’esigenza di tornare a crescere dopo una crisi, o dopo anni di stagnazione e recessione, non è nuova. In passato ci si è riusciti con successo. Il caso esemplare e più vicino alla situazione odierna è l’uscita dalla Grande Depressione interbellica e il piano delineato da Keynes in <em>The Means to Prosperity</em>, che poi trovò – con strade non sempre lineari – concretizzazione nel successo del <em>New deal </em>roosveltiano e in analoghe misure di reflazione messe in atto in vari paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nel 1934, in Italia nel mezzo della Grande Depressione, si decise di porre fine alla caduta dei prezzi e del prodotto e alle politiche di contenimento dei costi che avevano portato a risultati disastrosi. Prestando fede a dati da interpretare con cautela ma che trovano conferme in altri paesi, con una politica di espansiva di reflazione dal 1935 il Pil italiano riprese una crescita duratura e sostenuta: l’inversione del trend del reddito fu <em>immediata</em>, e i tassi di crescita furono in media oltre il 4 percento tra il 1935 e il 1939. Con una pausa durante la guerra essa durò, con tassi di crescita di tutto rispetto, fino all’inizio degli anni ’90.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un percorso analogo fu seguito dagli Stati Uniti con leggero anticipo rispetto all’Italia. A dispetto della <em>vulgata </em>che vuole lento il recupero dalla grande crisi del 1929, con l’avvio del New deal il quadro reale depressivo cambiò <em>repentinamente </em>e radicalmente. La caduta del reddito si interruppe. “Tra 1933 e 1937 il prodotto nazionale lordo reale negli Stati Uniti crebbe a un tasso medio al di sopra dell’8 percento per anno; tra 1938 e 1941 crebbe oltre il 10 percento annuo” (Christina Romer). Crebbe sensibilmente la quota delle società in utile (un dato non soggetto ai problemi di misurazione del reddito); la produttività, in discesa durante la deflazione, riprese a crescere, mostrando un andamento prociclico sul quale poco si riflette. Le politiche di Roosvelt non furono un corpo organico, molti ancora sembrano i punti da chiarire, ma esse avevano come obiettivo di innalzare la domanda, richiamare in attività l’enorme disoccupazione, porre fine alla caduta dei prezzi, alleviare le situazioni più critiche (Lester V. Chandler).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il processo di reflazione negli Stati Uniti è stato oggetto di molte analisi. I risultati non sempre sono del tutto chiari, e sono ancora aperti interrogativi fondamentali. Tuttavia alcuni dati, come il ritorno delle società agli utili, sgombrano ogni dubbio sul segno e l’intensità del processo in atto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una studiosa autorevole come la Romer ha messo in luce alcuni punti della politica di reflazione utili per una riflessione. In primo luogo, <em>non vi erano forze spontanee in grado di rilanciare la crescita dopo la crisi</em>: la ripresa doveva essere il frutto di un’azione politica deliberata di adeguata dimensione, di segno opposto alle precedenti politiche di deflazione. In secondo luogo, <em>il rilancio avvenne attraverso uno stimolo della domanda aggregata</em>; tale stimolo si sostanziò anche in larga misura in una espansione degli investimenti, dunque agì anche sull’offerta. Contarono dunque soggetti pubblici e privati in grado di organizzare una espansione della spesa per investimenti. I dati oggi disponibili ci dicono in effetti che il contributo delle esportazioni alla ripresa della crescita del prodotto fu trascurabile, nonostante la svalutazione del dollaro che Roosvelt intraprese, e che il grosso del contributo alla crescita fu dato dai consumi e dagli investimenti privati, dunque componenti domestiche. In terzo luogo, <em>lo stimolo della domanda fu accompagnato – per vari canali – da una espansione monetaria, e da una parallela espansione fiscale in valori assoluti</em> (Historical Statistics of the United States); quest’ultima, quasi tutti gli stati avanzati non si trovano oggi in condizione di realizzarla; non così è per l’espansione monetaria e creditizia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vi sono importanti affinità tra la situazione interbellica e il quadro odierno. Vi era una grave crisi da cui uscire; la crisi e l’inversione dei processi di crescita si erano accompagnati a politiche di austerità severe; vi era una situazione strutturale di ridondanza dell’offerta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nell’estate del 2010, superata la fase più cruciale della crisi, ma quando era chiaro che l’Italia non sarebbe tornata ai tassi di crescita desiderati e che emergeva un problema di bilancia dei pagamenti, un primario esponente di <em>Intesa Sanpaolo</em> lanciava sul <em>Corriere della Sera</em> il monito riguardo l’esigenza di un programma nazionale di investimenti focalizzati, di 40-50 miliardi per alcuni anni, per rilanciare la crescita e ridare competitività al paese. Cifre di rilievo, ma alla portata di un grande paese come l’Italia, aggiungeva.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’idea può essere ripresa e sviluppata. La realizzazione di un siffatto programma nelle condizioni di finanza pubblica italiane non potrebbe far conto sul Tesoro per il finanziamento e l’organizzazione della spesa (anche se un grave errore nel dibattito sul pareggio di bilancio consiste nella mancanza di distinzione tra spese per investimento in grado di ripagarsi e spese per il finanziamento dei consumi); <em>sarebbe da caratterizzare come programma di reflazione monetaria e bancaria</em>, senza concorso del Tesoro, al più – non necessariamente – con il concorso della Cassa Depositi e Prestiti. <em>Il finanziamento delle iniziative di investimento spetterebbe alle banche, rifinanziate dalla Banca d’Itala</em>. Utilizzare credito e base monetaria al posto del debito pubblico, con il solo vincolo della stabilità dei prezzi e della redditività degli investimenti, e concretizzare gli investimenti per quanto possibile nella forma di partecipazioni azionarie e credito a lungo termine più che di prestiti da remunerare a condizioni gravose e a breve. Questi sono i primi nuclei centrali della proposta. A rafforzare il piano finanziario, la banca centrale potrebbe – <em>non necessariamente dovrebbe</em> – intervenire con alcuni investimenti diretti, con partecipazioni che abbiano come contropartita le proprie riserve patrimoniali, così come da un secolo nel suo statuto e come correntemente praticato, in forme diverse, in passato e oggi; rifinanziando crediti e partecipazioni bancarie. In passato, nel corso del XIX e del XX secolo, enormi partecipazioni dirette alle attività produttive hanno avuto come contropartita biglietti, senza determinare inflazione. Si potrebbe configurare anche l’utilizzo di nuovi strumenti di controllo dell’inflazione quali la promozione di investimenti strategici per il rafforzamento strutturale dell’economia e della sua efficienza (tenendo conto anche del carattere prociclico della produttività), dunque con effetti di riduzione dei prezzi e di aumento dei redditi. Strumenti “ulteriori” di politica monetaria oltre quelli oggi utilizzati sono di fatto già ipotizzati dallo statuto odierno della BCE, da discutere e approvare nelle sessioni ordinarie degli organi direttivi nell’ottica della difesa dei prezzi e della partecipazione del sistema di banche centrali agli altri fondamentali obiettivi dell’Unione. Ma investimenti diretti della banca centrale <em>non sono</em> <em>indispensabili</em>, e avrebbero solo benefici aggiuntivi, come la diminuzione dei livelli di debito a breve delle strutture cui è demandato portare a compimento il piano di investimenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò per dire che <em>finché vi saranno, come vi sono, ingenti risorse inutilizzate, vincoli finanziari per un piano di investimenti non esistono</em>, essendo possibile un canale monetario e creditizio di loro finanziamento, alternativo al finanziamento fiscale. Si può pianamente intuire – anche se la pratica da decenni è per colpevole inerzia intellettuale erroneamente diversa – che, i<em>n presenza di risorse inutilizzate, il finanziamento monetario degli investimenti è superiore rispetto a un finanziamento fiscale</em>, che può essere invece preferibile in contesti nei quali occorra trasferire risorse finanziarie all’interno di un quadro di pieno utilizzo delle risorse.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una reflazione moderata dell’economia dopo la crisi del 2007-2009 è stata già tentata; ma è consistita solo in espansione monetaria e riduzione de tassi, non è valsa ad attivare un adeguato flusso di investimenti. Si è trattato di una mera erogazione di base monetaria senza organizzazione delle contropartite di investimento, il che, in contesti di ridondanza dell’offerta, non altera il grado di utilizzo delle risorse. Come era già chiaro a Paul Einzig a metà anni ’30, una mera politica di tassi bassi e di abbondanza di moneta è la forma meno efficace di reflazione. In un contesto di bassa domanda, occorrerebbe oggi organizzare e attivare direttamente la spesa per investimenti, che stimoli i consumi richiamando in attività lavoro disoccupato, che allarghi la base produttiva e incrementi la competitività.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tale programma  di investimenti, <em>aggiuntivi </em>rispetto a quelli ordinari, sarebbe da paragonare a quegli altri piani di investimento che si dovrebbero riattivare a fronte della disponibilità dei fondi per il Mezzogiorno e in sinergia con essi. Si disporrebbe in tal modo di una massa d’urto finanziaria in grado di riportare sui livelli auspicabili la spesa – diciamo inizialmente due punti annui di Pil -, di compensare gli effetti della politica di austerità fiscale, di chiamare in attività forze di lavoro inutilizzate, accrescendo parallelamente il gettito, di determinare subito “meccanicamente” – anche al netto di un moltiplicatore basso ipotizzabile in un contesto di bassa utilizzazione della capacità produttiva esistente – alcuni punti di crescita del prodotto, di migliorare significativamente i profili di competitività del paese e dell’industria nazionale, di espandere la base contributiva delle finanze pubbliche.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’intervento pubblico per il Mezzogiorno – diversamente da quanto consegnato alla opinione pubblica – fu capace di ottenere innalzamenti consistenti dei ricavi degli investimenti e dei redditi nelle aree di insediamento, rispetto a un Mezzogiorno precedentemente arretrato e rurale, di mobilitare e utilizzare per decenni risorse annue pari anche a un punto percentuale di Pil (altri programmi in altri stati hanno utilizzato risorse molto più ampie in termini assoluti e relativi), di conseguire sostituzione di importazioni e di esportare verso i mercati internazionali; si accompagnò all’arresto del trend di lungo periodo all’approfondirsi del divario territoriale (Cafiero, Cerrito).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il programma che qui si espone potrebbe – e sotto il profilo dell’equità e del pieno successo, dovrebbe – essere corroborato da una seria e articolata azione politica a livello europeo e nei maggiori organismi finanziari internazionali – talora non pienamente consci delle ragioni storiche della cooperazione per lo sviluppo – che solleciti una politica internazionale coordinata di espansione dei consumi e degli investimenti, nell’interesse dei tanti grandi paesi che oggi come l’Italia crescono poco e sono in difficoltà finanziarie. Occorrerebbe essere consapevoli che il problema assillante della “competitività” e dello spiazzamento dei paesi avanzati da parte dei paesi emergenti può determinarsi solo in un contesto di domanda internazionale insufficiente, in cui solo le merci a più basso costo trovano spazio, sottraendolo a quelle che prima trovavano pianamente  i loro sbocchi (e dunque rispettavano tutti i parametri di redditività). Occorrerebbe essere consapevoli che già alla fine del XIX secolo l’emergere di nuovi grandi produttori – in particolare gli Stati Uniti – aveva determinato depressione e ridondanza dell’offerta; e che incrementi coordinati della domanda internazionale avrebbero effetti positivi per tutti, per i paesi emergenti, per i paesi del vecchio mondo, per i produttori in avanzo, trovando un limite esclusivamente in alcune strozzature oggi esistenti sul fronte delle materie prime. La necessità di una iniziativa politica per un’azione di politica economica espansiva, coordinata, che sia attenta ai consumi e che non si concretizzi meramente in riduzioni del tasso di interesse e in disponibilità di liquidità inutilizzata è un altro pilastro di questa proposta. E’ una grave mancanza che azioni politiche rilevanti in tale direzione non siano ancora state intraprese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il coordinamento, la pianificazione di un programma di investimenti in ambito italiano non potrebbe che spettare al nucleo più colto e capace dell’élite economica nazionale, privata e pubblica, con procedure concordate per rilanciare e modernizzare il paese e avviare una riconversione del suo sistema economico verso i settori a maggiori prospettive di crescita nei prossimi decenni. Le soluzioni pratiche sarebbero infinite, per esempio <em>la costituzione di un Consorzio</em> <em>investimenti strategici </em> con attività nei confronti di terzi (o di una società o una fondazione, secondo i consigli che potranno fornire esperti di diritto di impresa e di ingegneria finanziaria, con formazione di capitale e/o conferimento di attivi, come nella proposta di Prodi e Quadro Curzio pubblicata su <em>Il Sole 24ore</em> del 23 agosto), cui partecipino organismi finanziari, il Tesoro, le imprese, che mobiliti i migliori istituti italiani industriali, finanziari, di servizi, i centri di ricerca, e fornisca un nuovo quadro di sostegno e di opportunità al tessuto di piccole e medie imprese che vogliono espandersi. La costituzione di un tale organismo, <em>capace di una visione di sistema, di alta progettazione, di mobilitazione di tecnologie di avanguardia, di coordinamento di conoscenze di altissimo livello</em>, è un ulteriore pilastro della proposta. Uno dei segreti del successo del boom postbellico italiano – come ebbe a dirmi un altissimo dirigente di imprese pubbliche – risiedeva nel fatto che  le grandi scelte strategiche di investimento di sistema per il lungo termine venivano liberamente pianificate a Roma a via Veneto tra le punte di diamante dell’industria privata e dell’IRI. Al Consorzio – o altro che sia – spetterebbe la individuazione degli obiettivi strategici, il potenziamento – anche attraverso la cooperazione delle risorse intellettuali – delle capacità di progettazione, il coagulo di una convenzione espansiva e di incremento di efficienza, l’assistenza tecnica e finanziaria alle imprese che investono e si sviluppano, la promozione – in forme diverse – di nuove società e iniziative, la riduzione di incertezza e rischi con il <em>pooling </em>delle conoscenze di mercato e tecnologiche, degli orientamenti degli agenti più rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un programma concorde, nazionale, di investimenti focalizzati farebbe leva su quelle stesse idealità e capacità che portarono nell’Italia post bellica alla costruzione di grandi iniziative nuove e capaci di confrontarsi sui mercati internazionali come il siderurgico di Taranto o la Saras di Sarroch, iniziative nate<em> ex novo</em>, sostitutrici di importazioni, capaci di esportare e che hanno – a dispetto della opinione comune – innalzato il reddito nelle aree di insediamento. Esso potrebbe arricchire e vivificare il tessuto vitale e innovativo delle medie imprese e potrebbe pianificare poche ma essenziali opere infrastrutturali, dal sistema viario a quello portuale. Potrebbe poi promuovere con l’aiuto di nuove iniziative sinergie e accorpamenti tra imprese già esistenti. Potrebbe mettere a punto un programma di creazione di strutture centralizzate per l’innovazione analoghe a quella tedesca e nel solco dei vecchi Istituti di Incoraggiamento e della tradizione delle cattedre  ambulanti. Fornirebbe assistenza manageriale e finanziaria alle piccole e medie imprese che abbiano seri progetti di espansione. Innesterebbe, con l’aiuto anche di alti funzionari pubblici, nell’azione delle grandi imprese italiane una logica di sistema, che superi quella ristretta di azienda, ridurrebbe i vincoli di incertezza degli investimenti, svolgerebbe funzioni di indirizzo e di cooperazione, avrebbe ruolo di garanzia nei confronti delle iniziative di investimento ritenute valide, creerebbe sinergie tra le migliori intelligenze imprenditoriali del paese. Il Consorzio potrebbe dare vita a nuove imprese; contrattare con i paesi esportatori quote di pagamento delle importazioni con prodotti e servizi nazionali di alta qualità; potrebbe acquistare e perfezionare tecnologie. Favorirebbe la riduzione delle incertezze e del rischio, la eliminazione dei vincoli alle dimensioni del capitale, l’abbassamento dei tassi di interesse e la redditività degli investimenti, ottenendo quegli stessi risultati di innalzamento della redditività del capitale che i poli di sviluppo – che furono anche ben altro da quello che la <em>vulgata </em>ha consegnato all’opinione pubblica (Pirro e Guarini, Cerrito) – furono capaci di realizzare in un Mezzogiorno ben altrimenti arretrato e rurale, schiacciato da bassissimi livelli di produttività. Avrebbe pregi infiniti. Ma il cuore della sua attività sarebbe la elaborazione e l’impulso alla redazione di progetti di investimento redditivi e strategici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alcune visoni sostengono il ruolo dell’offerta nella crescita, altre privilegiano il ruolo degli investimenti come componente della domanda. Il programma delineato agirebbe simultaneamente su entrambi i lati. Vi è un problema di dimensioni. Piani di sviluppo regionale in Italia e all’estero sono stati realizzati per decenni coinvolgendo e utilizzando risorse ingenti anche con importi compresi tra l’1% e il 5% annui del Pil nazionale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un elenco dettagliato e ben fondato delle iniziative di investimento da promuovere non può che competere al <em>Consorzio </em>– o altro che sia – e alle risorse di intelligenza che esso saprà attivare e coordinare. A titolo esemplificativo, si può indicare un programma di imponente sviluppo (produzione e ricerca) delle energie alternative, sostitutrici di importazioni – petrolio e pannelli, per emblematizzare – e che possono diventare occasione di fornitura di impianti ed esportazioni in altri paesi. Il Consorzio potrebbe individuare linee di parziale riconversione del sistema produttivo nazionale, secondo alcuni troppo impegnato in segmenti arretrati, anche creando teste di ponte dinamiche in settori in cui l’industria italiana è poco presente, ad esempio il software o la farmaceutica. Potrebbe infine facilitare iniziative di definizione di marchi di prestigio del Made in Italy, verso cui far convergere le imprese, con caratteri di qualità e garanzia del prodotto, di design, di attenzione alla qualità della vita e dell’ambiente, facendo tesoro delle migliori caratteristiche dell’alimentare, del tessile, della meccanica italiane. I piani di investimento sarebbero finanziati dal Consorzio, dalle banche che vi partecipano, e rifinanziati presso la banca centrale. Si eviterebbe in tal modo ogni intervento della spesa pubblica. E’ interessante notare che in <em>The Means to Prosperity</em> Keynes indicava nei <em>loans </em>– e non nella spesa pubblica – lo strumento di finanziamento del piano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un programma siffatto ridurrebbe la disoccupazione e non avrebbe bisogno di grandi riforme istituzionali o fiscali; innalzerebbe il grado di utilizzo della capacità produttiva esistente ripristinando condizioni favorevoli agli investimenti privati, e avvierebbe iniziative di elevata competitività internazionale, creando le premesse per la soluzione di un problema di bilancia dei pagamenti che si avvia a tornare un punto dolente strutturale dell’economia nazionale – un problema ben più reale e serio di quello del bilancio pubblico -, con un debito estero netto che è tornato ben sopra i 20 punti percentuali di Pil.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il programma delineato unirebbe finalità di ripresa reale e di stabilità monetaria e finanziaria. Un piano come quello qui abbozzato, infine, non produrrebbe alcun danno; potrà essere attivato per quel tanto che si riuscirà a produrre progetti di investimento redditivi. Rispetto alla proposta di Prodi e Quadro Curzio, con la quale potrebbe avere elementi sinergici e di integrazione (ad esempio per quanto riguarda le caratteristiche dell’organismo nuovo da costituire e cui eventualmente conferire attivi, o per le forme di finanziamento) avrebbe il pregio di immaginare un processo misto privato – prevalentemente – e pubblico; di potersi articolare a livello nazionale secondo le caratteristiche della situazione di bilancia dei pagamenti; di non richiedere il consenso di altri paesi e la loro condivisione di oneri; di non comportare un aumento ulteriore del debito pubblico; di costruire una base per una riduzione dei disavanzi e dei debiti pubblici attraverso la crescita graduale del reddito e delle entrate fiscali; di non comportare una sottrazione delle riserve sull’estero delle banche centrali alle loro finalità di politica del cambio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si è espressa qui l’idea centrale di questo piano; contiene ancora ingenuità, molti punti andrebbero perfezionati; la costituzione di una piccola <em>task force </em>di esperti potrebbe facilmente permettere a tale proposta di articolarsi in un piano compiuto e ben temperato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I popoli costruiscono in  parte non piccola i propri destini. Se non vogliono rivedere convinzioni destituite di solide basi (come quella che per svilupparsi occorra prima divenire tutti più poveri, o che l’ascesa dei paesi emergenti comporti ridurre i nostri redditi e diritti), coltivare i particolarismi invece che le virtù della cooperazione nei momenti difficili, trarre insegnamenti dalla storia, perseguire veramente il loro interesse, sperimentare il nuovo attraverso la produzione di nuove sinergie, non c’è nulla che potrà salvarli.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6>[1] Nel corso di un’attività di ricerca che ha ormai alcuni decenni, ho avuto occasione di trattare alcuni dei punti che sorreggono questa proposta o che ne costituiscono il quadro concettuale di riferimento; in altri casi, la letteratura e la testimonianza di figure importanti dell’età aurea dello sviluppo italiano che ho avuto la fortuna di raccogliere ha fornito spunti essenziali. Ringrazio Pierangelo Garegnani e Roberto Ciccone per l’interesse e il sostegno che hanno manifestato verso questa proposta, e per i commenti che hanno permesso di migliorarla. Più che aderire a una visione teorica precisa, ho cercato in questo documento di raccogliere in un percorso per quanto possibile sensato elementi che potessero – nel quadro istituzionale e culturale odierno dato – trovare ampio consenso, tanto nella sinistra che nella destra, o quanto meno non incontrare ostilità preconcette. Ho omesso – o reso “flessibili” –  segmenti che pure scaturiscono dall’attività di studio, e che potrebbero corroborare il piano, ma che dividerebbero o più difficilmente troverebbero ascolto. Da quando ho parlato per la prima volta delle linee fondamentali di questo progetto nel giugno 2011, il quadro è per molti aspetti migliorato, coagulandosi un certo consenso intorno alla necessità di massicci piani di investimento; per altri versi si è deteriorato. Di estremamente positivo vi sono l’attenzione al tema della crescita come pilastro importante quanto o più della virtù fiscale, i cui risvolti deflazionistici stanno emergendo, e la rapida evoluzione del dibattito.</h6>
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		<title>Un&#8217;agenzia europea per il rating?</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 16:46:12 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/agenzie-di-rating2.jpg" height="342" width="342" />Come rendere realmente indipendenti e quindi possibilmente più veritiere le agenzie di rating che finora hanno sbagliato buona parte delle loro valutazioni e alimentato la speculazione? Una soluzione è semplice ma decisiva: spezzare il legame economico che li lega ai loro committenti e fare in modo che siano pagate non più da chi devono giudicare, cioè dalle corporations, ma da un&#8217;agenzia pubblica in base a criteri completamente neutrali. In Europa un&#8217;agenzia pubblica indipendente potrebbe estrarre a sorte le società di rating assegnate ai vari clienti, pagarle di tasca propria, e nominarle solo a rotazione presso i clienti e per periodi di tempo limitati (magari tre anni). In questo modo si romperebbe la relazione incestuosa e maleodorante tra controllore e controllato. Inoltre l&#8217;agenzia pubblica dovrebbe controllare e certificare il lavoro svolto dalle società di rating per orientare al meglio il mercato e tutelare così il risparmio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le agenzie di rating – che valutano l&#8217;affidabilità delle aziende, degli enti, degli stati e dei loro titoli, e che valutano se i loro clienti sono in grado di ripagare o meno i loro debiti – sono criticate per moltissimi motivi: perché in generale danno giudizi quasi sempre positivi  alle aziende private (anche quelle che magari sono presto destinate al fallimento) mentre quasi sempre condannano gli stati e i titoli pubblici; perché costituiscono un monopolio mondiale – le prime tre, Standard &amp; Poor&#8217;s, Moody&#8217;s e Fitch, controllano circa il 95% del mercato-. Perché sono in prevalenza americane e sono considerate la “longa manus” della speculazione anglosassone; perché guadagnano profitti enormi (generalmente hanno un margine superiore al 50%); perché hanno clamorosamente sbagliato assegnando valori massimi di affidabilità a titoli spazzatura o addirittura tossici – come nel caso dei derivati dei subprime -. Perché hanno dato il voto massimo (tripla A) a Lehman Brothers pochi giorni prima che la banca d&#8217;affari fallisse trascinando quasi tutto il mondo nella sua crisi; perché invece continuano ad abbassare il rating degli stati che cercano di rimettere i loro conti a posto, mettendoli sempre più a rischio, fino a condurli quasi al fallimento, come nelle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La critica maggiore e più eclatante riguarda però il rapporto incestuoso con i loro clienti: infatti le agenzie sono notoriamente pagate da chi giudicano, cioè dai venditori di titoli e non dai compratori. Il conflitto di interessi è tanto più clamoroso e negativo considerando che 1) spesso le agenzie suggeriscono ai loro clienti come emettere i titoli in modo da ottenere (da loro stesse&#8230;..) il rating più alto 2) le agenzie fanno capo a società finanziarie private. Capital World Investors, una delle più grandi società di gestione del risparmio negli Stati Uniti, ha una quota di poco superiore al 12% sia in Standard &amp; Poor&#8217;s che in Moody&#8217;s. E Moody&#8217;s ha tra i primi soci di riferimento la Berkshire Hathaway, che a sua volta è in mano a Warren Buffet, il notissimo speculatore ottantenne tra i primissimi nella lista degli uomini più ricchi del mondo. Quindi le agenzie fanno capo a società finanziarie e speculative. Il conflitto di interesse è stupefacente!</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema più drammatico consiste nel fatto che le agenzie di rating hanno un ruolo preponderante nel sistema finanziario globale e svolgono un&#8217;attività a cui le maggiori autorità di controllo attribuiscono un valore semi-legale: infatti determinate tipologie di investitori devono per legge o per statuto “obbedire” ai rating delle agenzie e pilotare in questo modo i loro investimenti. Per esempio, un fondo pensione non può investire se non in titoli che abbiano affidabilità e rating elevati, per non mettere a rischio i fondi degli associati. Se allora un&#8217;agenzia “condanna” la Grecia, l&#8217;Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l&#8217;Italia, automaticamente il fondo pensioni deve disinvestire i titoli che ha in portafoglio di quei paesi. La stessa Banca Centrale Europea accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche europee sulla base dei giudizi …. delle società di rating. Così, a causa del fatto che le autorità regolamentari della finanza globale hanno delegato alle agenzie di rating il potere di guidare gli investimenti, le profezie si autoavverano. E gli speculatori possono facilmente scommettere sul fallimento di uno stato contando sul giudizio delle controverse agenzie. Quindi ha ragione chi, come recentemente Vincenzo Comito, suggerisce di togliere ai rating delle società private il valore ufficiale che purtroppo le stesse autorità di regolamentazione hanno concesso loro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Inoltre molti economisti insistono perché anche l&#8217;Unione Europea abbia una sua agenzia pubblica. A mio parere questa agenzia pubblica non dovrebbe semplicemente affiancarsi a quelle americane già esistenti, cercando magari di essere più imparziale e affidabile. Del resto un&#8217;agenzia europea (anche se privata) esiste già: Fitch è infatti controllata dalla holding francese Financie&#8217;re Marc de Lacharrie&#8217;re, che fa capo al finanziere d&#8217;oltralpe Marc Eugene Charles Ladreit de Lacharrie&#8217;re. Ma Fitch non si distingue molto dalle due più grandi sorelle americane.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Occorre perciò sottolineare con forza che l&#8217;attività di rating deve difendere il risparmio del pubblico e che quindi deve diventare una funzione eminentemente pubblica. Quale potrebbe essere allora la soluzione? Nel mio saggio “Il bene di tutti. L&#8217;economia della condivisione per uscire dalla crisi”<strong>[1]</strong> suggerisco che le aziende, e in generale tutti gli enti che desiderano emettere titoli e chiedono la valutazione da un&#8217;agenzia di rating, debbano pagare obbligatoriamente una quota all&#8217;agenzia pubblica europea – una quota rapportata per esempio al loro fatturato e/o al valore dei titoli che intende emettere -. Questa poi assegnerebbe alle agenzie di rating il lavoro di valutazione sui titoli e, alla fine del loro lavoro, giudicherebbe la congruità dei rating in base a criteri predefiniti, trasparenti e quanto più possibile oggettivi. Il rating avrebbe un valore ufficiale solo se confermato dall&#8217;agenzia pubblica indipendente, mentre il giudizio privato e di parte non avrebbe più alcun valore formale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione: innanzitutto le società di rating non sarebbero più pagate dalle aziende ma dall&#8217;agenzia pubblica europea e così l&#8217;incesto cesserebbe. Inoltre l&#8217;agenzia pubblica avrebbe la possibilità (e il dovere) di controllare in maniera trasparente i giudizi emessi dai professionisti delle tre grandi società di rating. Le quali a turno si avvicenderebbero presso il medesimo cliente dopo un periodo di tempo abbastanza limitato – per esempio ogni 3 anni – in maniera tale da recidere davvero per sempre i legami pericolosi tra controllore e controllato. E gli operatori di mercato avrebbero finalmente una bussola ufficiale, quella dell&#8217;agenzia pubblica indipendente, per pilotare i loro investimenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questa proposta rappresenta una riforma di buon senso, semplice da pensare ma difficile da attuare. Costituisce un modo (apparentemente) semplice ma efficace per tagliare le unghie alla speculazione e difendere i risparmi. Il problema è che il potere delle società di rating è straripante. Ma all&#8217;Europa conviene muoversi in questa direzione per difendere l&#8217;euro. Tra l&#8217;altro questa riforma aprirebbe la strada alla riforma di un altro settore analogo, dove cioè le “relazioni pericolose” con i clienti contano moltissimo, quello della certificazione dei bilanci.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Giornalista economico e saggista</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span">[1]“Il bene di tutti. L&#8217;economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011.</span></p>
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		<title>Chi salverà l&#8217;America dal debito?</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 15:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. Chi salverà l’America?
Perdite pesanti e pronunciata volatilità nelle borse di tutto il mondo, ma soprattutto più di 22 milioni di disoccupati nell’Unione Europea, quasi 14 milioni negli Stati Uniti, e più di 200 milioni nel mondo (stime ILO), per limitarci alle cifre che non includono lavoratori sotto-occupati e scoraggiati (soprattutto giovani). Questa è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><u><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/obama_bandiera_usa_jpg_415368877.jpg" style="width: 256px; height: 139px" height="230" width="436" /></u><em>1. Chi salverà l’America?</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Perdite pesanti e pronunciata volatilità nelle borse di tutto il mondo, ma soprattutto più di 22 milioni di disoccupati nell’Unione Europea, quasi 14 milioni negli Stati Uniti, e più di 200 milioni nel mondo (stime ILO), per limitarci alle cifre che non includono lavoratori sotto-occupati e scoraggiati (soprattutto giovani). Questa è la fotografia dell’economia mondiale nell’estate del 2011, un’economia ferita da un’implosione che è partita dalle sue due aree più economicamente avanzate e anche quelle, dovremmo presumere, più culturalmente attrezzate per trovare soluzioni efficaci che riportino crescita e prosperità, coniugando le preziose lezioni del passato con le nuove sfide della tecnologia e dell’ambiente. E si tratta ormai anche di qualcosa di più: dar prova che l’economia di mercato è governabile prima che qualcuno cominci seriamente a dubitarlo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma quel che i leader dell’economia e della politica hanno prodotto fin qui è una ricetta confusa, contradittoria, che non riesce a guadagnarsi la fiducia di chi è più colpito dalla crisi, e cioè lavoratori e imprese che invece si aspettano risposte risolute ed efficaci, almeno nel campo del governo dell’economia, dove la politica non può permettersi di fallire.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Partiamo dal cuore dell’economia mondiale, che è ancora l’economia americana. Il congresso degli Stati Uniti ha dato uno spettacolo poco edificante con la lunga e inconcludente trattativa sul debito pubblico, in cui l’opposizione ha ricattato il Presidente, e il Presidente nulla ha fatto per sottrarsi al ricatto e rilanciare la propria leadership, che sta rapidamente evaporando. L’opposizione repubblicana ha pensato bene di giocare duro in vista delle elezioni presidenziali e ha ottenuto un impegno al taglio della spesa in cambio del voto di un provvedimento di routine, quello che periodicamente aggiorna il valore nominale dei titoli che il Tesoro americano è autorizzato ad emettere. Qualcuno ha sperato in un colpo d’ala di Obama che avrebbe potuto invocare la Costituzione e  mettere all’angolo i repubblicani del tea party. Non è accaduto.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E siccome nel 2006 l’allora Senatore Obama aveva attaccato l’eccessivo debito pubblico (quando era di 5mila miliardi inferiore ad ora) in occasione di una molto meno drammatica scadenza del rinnovo del limite del debito, non ce ne possiamo sorprendere. Chi aveva pensato che il pacchetto Obama del 2009 fosse una convinta politica di rilancio del paese ha dovuto ricredersi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È vero: la differenza tra spesa pubblica e introiti fiscali (in percentuale di pil) è raddoppiata negli ultimi tre anni, ma non tanto a causa dei limitati provvedimenti fiscali, quanto degli inevitabili effetti ciclici. Sarà bene ricordarne il meccanismo: il disavanzo contabile di qualunque stato è destinato inseorabilmente ad aumentare quando si perdono posti di lavoro. E quanti più posti di lavoro spariscono, tanto più cresce il disavanzo. Si perde il lavoro, spariscono i redditi, la base imponibile si riduce, gli introiti fiscali inevitabilmente si contraggono, e il disavanzo fiscale aumenta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È questa la maniera, ruvida e aspra, in cui l’economia monetaria si difende dal collasso totale. Quando i redditi calano, il disavanzo che viene automaticamente prodotto contribuisce a rallentare la caduta. Esso corrisponde, dollaro per dollaro, a un maggior risparmio di famiglie e imprese: denaro speso dallo stato presso i privati e non tassato. Se si è pazienti abbastanza, la domanda e il reddito riprendono un po’ di vigore. È ciò che accadrà negli Stati Uniti se il disavanzo continuerà sugli attuali livelli.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il problema è che su questa situazione già difficile la politica non sembra trovare di meglio che tagliare la spesa e aumentare le tasse, inceppando il meccanismo automatico: è come far violentemente cadere qualcuno mentre sta andando a farsi curare una gamba rotta!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>2. Il downgrading alla prova del mercato<br />
</em>
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Molti americani hanno scoperto quest’anno l’esistenza del ‘tetto del debito’. La drammaticità della trattativa li ha convinti che il governo sia a corto di soldi, che i politici buttino a mare la ricchezza del paese, e che presto dovranno elemosinare aiuti finanziari dai cinesi. Il guaio è che Standard&amp;Poor, con un linguaggio appena più sofisticato, dice la stessa cosa.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">È piuttosto bizzarro: nei corsi di primo anno di economia si studia che uno stato che ha potere di emettere moneta è sempre in grado di pagare i propri debiti espressi in valuta nazionale, e il suo debito è per definizione ‘risk-free’. Lo stato potrà commettere altri danni, compresa una politica inflazionistica, ma nulla può impedire allo stato di ripagare i propri debiti. Abbiamo visto governi sospendere i rimborsi o gli interessi perchè il debito era denominato in valuta estera, o perchè vincolati da politiche di cambio fisso con valute straniere. Ma il debito degli Stati Uniti è in dollari e non è vincolato da cambi fissi. L’unico motivo che può impedire agli Stati Uniti di onorare puntualmente i propri obblighi è una legge e un voto che impongano un default politico!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">S&amp;P avrebbe potuto dirlo chiaramente: Finchè esiste il tetto al debito, gli Stati Uniti possono fallire: non perchè ‘hanno finito i soldi’, ma perchè la politica lo può insensatamente volere; eliminando quella legge che risale al sistema auero, il debito USA riacquisterà la tripla A. Ma nella relazione che spiega la decisione, S&amp;P nota invece che il problema è proprio quello di finire i soldi (il tutto più sofisticatamente argomentato con riferimento al rapporto debito/pil giudicato ‘insostenibile’).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E arriviamo a lunedì 8 agosto mattina a Wall Street: Standard &amp; Poor ha appena degradato il merito di credito degli Stati Uniti da AAA ad AA+. Cosa mai succederà al prezzo dei titoli del Tesoro americano? Il tesoro troverà più costoso finanziarsi? Dovrà offrire tassi più alti?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ed ecco che arrivano le quotazioni dei mercati: il prezzo sale, i rendimenti scendono! Il mercato boccia S&amp;P. Ha già troppo creduto ai rating quando i titoli spazzatura avevano la tripla A. Il mercato non crede al rischio di default ma valuta piuttosto una cosa: l’accordo del Congresso ha ulteriormente ridotto le possibilità che la Casa Bianca con uno scatto d’orgoglio annunci riduzioni di tasse o altri provvedimenti che creino posti di lavoro. E dunque, siccome una nuova recessione è ora piu probabile della ripresa, le attese di tassi futuri più bassi spiegano il calo dei rendimenti sui titoli del Tesoro americano. Attese regolarmente confermate dall’annuncio della Fed nei giorni successivi: niente rialzi dei tassi fino al 2013.</p>
<p><em>3. Perchè mai partire dalla riduzione del debito?<br />
</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La capacità produttiva degli Stati Uniti non è in crisi. La scomparsa di 8 milioni di posti di lavoro in tre anni non è la conseguenza di un improvviso crollo delle risorse reali americane. È piuttosto l’esito di un drammatico calo della domanda. I redditi non sono alti abbastanza da consentire alle famiglie di acquistare i beni che la produttività non sfruttata e la forza lavoro non occupata consentirebbero di produrre. L’economia monetaria e finanziaria sta strozzando l’economia reale grazie a una politica confusa: da un parte si auspicano aiuti all’economia, e dall’altra si teme il disastro dei conti pubblici.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma cosa è davvero un debito non sostenibile? L’unica malcerta definizione in economia è quando il debito cresce rispetto al pil. Siccome la storia del rappoto debito/pil americano è una storia di cicli in su e in giù, ciò equivale a dire che il debito non è sostenibile quando sale e diventa di nuovo sostenibile quando scende. Totò non potrebbe fare di meglio!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma si dice: Non potrebbe fallire lo stato americano?  No, a meno che il Congresso non prenda la decisione politica di farlo!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E non potrebbe lo stato federale creare intenzionalmente inflazione? Sì che potrebbe, ma solo se il disavanzo crescesse a fronte di un’economia ormai robusta e prospera dove la domanda supera l’offerta. E siamo ben lontani!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma si dice ancora: anteporre l’obiettivo dell’occupazione alla riduzione del debito non ci si ritorcerà contro? Al contrario. La crescita dell’occupazione ha l’effetto di ridurre i disavanzi e il debito.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma non potremmo allora scegliere una via di mezzo che risani i conti pubblici fornendo qualche sollievo fiscale alle banche e alle imprese così da aiutarle a far prestiti e a produrre? No: per questa strada non si alimenta la domanda. Occorre invece fare concessioni fiscali importanti alle famiglie, quelle con la maggior propensione al consumo, ovvero quelle a basso reddito: se queste stanno meglio, le imprese venderanno di più e le banche si rivedranno rimborsati i mutui.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Nei primi anni ’80 (molti degli economisti che in quegli anni si stavano formando lo ricorderanno), Ronald Reagan conquistò la Casa Bianca con la promessa del pareggio di bilancio. Un giorno, alla domanda “come assorbire la disoccupazione di 12 milioni di persone?’ Reagan rispose che la disoccupazione sarebbe scomparsa in una notte se solo ciascuna delle 12 milioni di imprese americane avesse assunto un addetto. Le imprese non seguirono il consiglio del presidente, privilegiando il proprio legittimo interesse: dopotutto, al bene nazionale deve pensare la politica, non il singolo. E alla fine, Reagan ridusse le tasse e fece crescere rapidamente la spesa militare. La recessione, com’era prevedibile, finì.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Possibile che solo le spese militari riescano a relegare in seconda fila l&#8217;obiettivo della sostenibilità del debito? E che l’obiettivo della piena occupazione, che è poi una condizione per accrescere la stabilità finanziaria e la sicurezza interna (vedi l’Inghilterra di questi giorni), non meriti mai un posto di prima fila?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">* <em>Franklin College e Università Cattolica</em></p>
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		<title>I mercati finanziari, braccio armato della politica fiscale europea</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 13:38:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[I paesi dell’Unione Monetaria Europea dopo  la crisi finanziaria  del 2007 possono ritenersi divisi in due blocchi principali sulla base alla loro capacità di rispettare le prescrizioni di politica fiscale derivanti dal Trattato di Maastricht e di ricollocare i titoli pubblici sul mercato. Da un lato i paesi “virtuosi” e, dall’altro, i paesi cosiddetti PIIGS [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img hspace="-1" vspace="0" border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-canale.jpg" style="width: 385px; height: 346px" height="404" width="611" />I paesi dell’Unione Monetaria Europea dopo  la crisi finanziaria  del 2007 possono ritenersi divisi in due blocchi principali sulla base alla loro capacità di rispettare le prescrizioni di politica fiscale derivanti dal Trattato di Maastricht e di ricollocare i titoli pubblici sul mercato. Da un lato i paesi “virtuosi” e, dall’altro, i paesi cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) a cui viene chiesto di ridurre deficit e debito in modo considerevole al fine di prevenire attacchi speculativi e preservare la stabilità finanziaria dell&#8217;Unione valutaria.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La Politica fiscale in Europa ha seguito – nonostante dal punto di vista formale sia rimasta immutata – tre fasi diverse: al principio all’atto della nascita dell’Unione Valutaria nel 1999 appariva estremamente rigida; di seguito si è scelto di essere tolleranti verso i paesi che oltrepassavano i limiti previsti dal Patto di Stabilità a Crescita in caso di particolari difficoltà di crescita (Ecofin 2005) e attualmente è stata annunciata nel Consiglio europeo del 23 e 24 marzo del 2011 una nuova fase di maggiore rigidità.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il consiglio ha dichiarato che per l&#8217;anno 2012 il rapporto deficit/PIL deve rimanere dentro i limiti del 3% e nei casi di elevato debito pubblico, la strategia deve essere molto rigida al fine di consolidare la tendenza riduzione del debito pubblico.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Durante il periodo successivo alla crisi finanziaria molti paesi UME sono stati costretti ad utilizzare la politica fiscale e gli stabilizzatori automatici per ridurre gli shock sul reddito e per contrastare la carenza di domanda aggregata. L’incremento del deficit è stato, perciò, per un certo periodo di tempo, un’esperienza condivisa. Ora che la crescita è ripresa a macchia di leopardo, alcuni paesi hanno di nuovo una finanza pubblica giudicata insostenibile dalle agenzie di rating ed hanno elevate difficoltà a rispettare il Patto di Stabilità e Crescita.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">I PIIGS attualmente vivono sotto la minaccia di attacchi speculativi verso il loro debito pubblico. La convinzione comune è che gli attacchi speculativi dipendano dalla probabilità di fallimento. Per questo motivo ovvero a causa del maggior rischio, i mercati finanziari, per sottoscrivere nuovo debito o rinnovare quello arrivato a scadenza, richiedono rendimenti più elevati in rapporto a quelli tedeschi, considerati il riferimento della sicurezza.</p>
<p> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-1-canale.jpg" style="width: 531px; height: 313px" height="316" width="643" /></p>
<h6>Figura 1a. Rendimenti dei titoli pubblici a 10 anni gennaio 2006-Aprile 2011. Fonte: BCE</h6>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Tuttavia, quando si considera il caso di un paese – e non di una impresa - le considerazioni da effettuare per valutare la possibilità che il paese non paghi il suo debito sono assai più complesse. Fare default, come si dice in gergo, significa, qualunque forma esso assuma: 1) non potersi più presentare sui mercati finanziari per molto tempo; 2) vedere crescere i tassi d’interesse e ridurre la domanda aggregata; 3) vedere aumentata l’inflazione interna e ridotto il potere di acquisto dei lavoratori; 4) uscire probabilmente dall’euro, vedendo crescere il costo dei beni importati</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Fare default significa perciò sopportare - almeno fintanto che l’eventuale uscita dall’euro non incrementi significativamente le esportazioni – una contrazione della domanda aggregata più elevata di quella che paesi come la Grecia sono costretti a sopportare per rispettare le condizioni imposte dal FMI e dal Consiglio Europeo. Un governo, con un mandato di breve periodo, eletto dai residenti interni, piuttosto che decidere di fallire, con ogni probabilità sceglierà di massacrare i propri elettori con restrizioni fiscali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Sorge perciò l’interrogativo: se assumiamo che i PIIGS proveranno ad opporsi al default in tutti i modi per quale motivo i differenziali di rendimento rispetto ai titoli tedeschi richiesti dai mercati finanziari sono aumentati imponendo percorsi di rientro così costosi?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La figura 2 mostra la quota del debito pubblico totale detenuto all’estero per i 5 paesi PIIGS alla fine del 2009, quando gli attacchi speculativi sono cominciati.</p>
<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2-canale.jpg" style="width: 547px; height: 404px" height="408" width="618" /></p>
<h6>Figura 2. Quota del debito pubblico detenuto all’estero per i paesi PIIGS. Elaborazioni su dati BCE e World Bank.</h6>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">I tre paesi già sottoposti ad attacchi speculativi - Grecia, Irlanda e Portogallo - appaiono avere la quota di debito detenuta all’estero più elevata.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Quando il debito è detenuto all’estero i costi della restrizione fiscale non ricadono sugli stessi soggetti che beneficiano della sua restituzione e dei maggiori rendimenti pagati.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Accade perciò che gli operatori finanziari stranieri speculino, principalmente ricorrendo ai <em>credit default swap</em>, finendo per spinngere nella stessa direzione delle procedure di deficit eccessivo (EDP) previste dal Patto di Stabilità e Crescita e imponendo percorsi di rientro che comportano costi sociali elevatissimi in attesa – come sostiene il mainstream – di una maggiore crescita nel lungo periodo (quando, come ha detto qualcuno, “saremo tutti morti”).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Quello che accade alla Grecia e che minaccia di riguardare anche l’Italia - concessione di aiuti in cambio di pesantissimi tagli alla presenza del settore pubblico nell’economia - più che una forma di aiuto, sembra essere un modo, di certo miope, di garantire il rispetto delle regole scelte dai paesi forti, che lasciano fare in modo strumentale ai mercati finanziari in assenza di un accordo politico sulle regole di politica fiscale. Lasciano fare, però, fino ad un certo punto perché temono l’effetto contagio e le ripercussioni sulle proprie banche che ne detengono i titoli.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Assisteremo perciò – a meno di una complessiva rimessa in discussione delle regole di politica economica in Europa – ad un continuo tiro alla fune: da un capo la Grecia o Irlanda, Portogallo, Italia, Spagna, che proveranno  ad ottenere migliori condizioni e dall’altro capo i paesi forti che proprio sul punto in cui i telegiornali annunceranno un prossimo fallimento si mostreranno improvvisamente disponibili a concedere nuovi “aiuti”, attraverso il meccanismo <em>discrezionale </em>del “Fondo salva-Stati”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Succede quindi che mentre la struttura della politica fiscale europea espone i paesi periferici all’attacco della speculazione, i mercati finanziari svolgono il loro ruolo nel guadagnare dalle difficoltà.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">I mercati finanziari, pertanto, mentre l&#8217;Europa sta ancora discutendo sulla nascita di un meccanismo <em>automatico </em>europeo di stabilizzazione finanziaria - previsto dal Consiglio Europeo del 23 e 24 marzo 2011, ma non operativo - rappresentano il “braccio armato” del Patto di Stabilità e Crescita, costringendo i PIIGS alle politiche fiscali restrittive.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Impongono perciò prescrizioni senza avere alcuna sovranità fiscale (de Grauwe 2011) con il probabile risultato di comprare a prezzi stracciati attività pubbliche remunerative che il paese è costretto a mettere in vendita: in fondo anche questa può ritenersi un modo per realizzare la tanto agognata “integrazione” economica.</p>
<h6>Bibliografia<br />
Arestis, P. and M. Sawyer (2003)<em> Macroeconomic policies of the Economic Monetary Union: Theoretical underpinnings and challenge</em>, Working Paper no. 385, The Levy Economics Institute of Bard College, NY.<br />
Arestis, P., K. McCauley and M. Sawyer (2001),  “Commentary. An alternative stability pact for the European Union”,<em> Cambridge Journal of Economics</em>, 13: 13-130.<br />
Arezki, R, B Candelon, and A Sy (2011), “Sovereign Rating News and Financial Markets Spillovers: Evidence from the European Debt Crisis”, IMF Working Paper, 11/69, March<br />
Davidson P. 2008. “Is the Current Financial Distress Caused by the Subprime Mortgage Crisis a Minsky Moment? Or Is It the Result of Attempting to Securitize Illiquid Non commercial Mortgage Loans?” <em>Journal of Post Keynesian Economics </em>30, no. 4 (Summer): 669-676.<br />
De Grauwe P. (2010) <em>How to embed the Eurozone in a political union</em>, in VoxEU.org,<br />
De Grauwe, P (2011),<em> “The Governance of a Fragile Eurozone”</em>, voxEU.org,<br />
De.Cecco M., 2009, “Il ricatto della grande finanza [The Blackmail of Big Finance]”, <em>La Repubblica Financial Supplement</em> 14-9-2009<br />
Giavazzi, F. and M. Pagano (1996) “Non Keynesian effects of fiscal policy changes: International evidence and the Swedish experience”,<em> Swedish Economic Policy Review</em>, vol. 3, no. 1, Spring 1996, pp. 67-103.<br />
Gros, D, and T Mayer (2010), “Towards a European Monetary Fund”, CEPS Policy Brief..<br />
Krugman, P. (2009), “A continent adrift”, <em>Herald Tribune</em>, 16 March 2009.<br />
Natixis (2010), <em>Could an OECD country default on its sovereign debt? In our opinion the answer is no</em>.<br />
Obstfeld  1986b. Speculative attack and external constraint in a maximizing model of the balance of payments. <em>Canadian Journal of Economics</em> 19, no. 1: 1–22.<br />
Spadafora, F. (1999). Recenti modelli di crisi valutarie.<em> Politica Economica</em> 15, no. 1: 93–132.</h6>
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		<title>Il redde rationem dell’Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 16:16:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. Le giornate nere del debito
L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/e.jpg" height="183" width="275" />1. Le giornate nere del debito</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina la loro situazione a quella in cui caddero i piccoli birilli da biliardo lo scorso anno. Spagna e Italia sono però birilli da bowling. L’accelerazione nell’approvazione della manovra ma, soprattutto, le voci di un intervento della BCE a sostegno dei titoli italiani ha evitato <a target="_blank" href="http://politicaeconomiablog.blogspot.com/2011/07/le-giornate-nere-del-debito-italiano.html">martedì 12</a> l’irreparabile. Pur tuttavia il differenziale di interesse con i titoli tedeschi ha raggiunto un livello incompatibile con la sostenibilità nel lungo periodo del debito italiano. Ovvero se lo stock del debito italiano dovesse essere progressivamente rifinanziato a tassi così elevati, esso comincerebbe a crescere in maniera insostenibile per il mero pagamento degli interessi, a meno di imponenti avanzi primari del bilancio pubblico che a loro volta genererebbero recessione in una spirale senza fine. Siamo vicini alla situazione in cui si trovarono i piccoli periferici un anno fa, e da cui non sono in grado di uscire. Come insegnano le esperienze di questi ultimi, infatti, feroci manovre di aggiustamento dei conti accelerano la crisi debitoria. <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/le-agenzie-di-rating-e-la-politica-europea/">I mercati lo sanno</a>. Martedì sera l’agenzia di rating Moody&#8217;s ha, infatti, ridotto anche i titoli del debito pubblico irlandese a spazzatura. Che fare allora?</p>
<p>2. Gli Eurobonds</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come abbiamo avuto già <a target="_blank" href="http://politicaeconomiablog.blogspot.com/2011/07/cosa-ho-scritto-nelle-ultime-settimane.html">modo di dire</a>, la crisi europea ha un aspetto contingente e uno di fondo. Non sorprendentemente le questioni di fondo, che sono poi quelle che hanno portato alla crisi attuale, sono quelle più complicate poiché hanno a che fare con l’architettura dell’Unione Monetaria Europea. Fronteggiare la crisi di solvibilità<strong>[1]</strong> del debito dei piccoli paesi periferici e impedire la caduta nel’insolvenza ai grandi periferici richiederebbe solo un po’ di coraggio e lungimiranza. Com’è noto la <a target="_blank" href="http://yanisvaroufakis.eu/2011/04/06/the-modest-proposal-for-overcoming-the-euro-crisis-version-2-2/">proposta</a> da molti condivisa, da Tremonti-Junker ad Giuliano Amato, Soros e tanti altri) è quella degli <em>Eurobonds</em>. L’idea è che una quota del debito pubblico degli stati nazionali venga trasferito a un ente europeo, per esempio la Banca Europei degli Investimenti (BEI). Tale quota la si individua in un ammontare di debito pari al 60% del PIL. Il debito italiano, per esempio, è il 120% del PIL. Metà andrebbe alla BEI, metà rimarrebbe nazionale. La parte trasferita potrebbe essere da subito rinominata in <em>Eurobonds</em>, ovvero man mano che i titoli nazionali trasferiti scadono, essere sostituiti con emissione di titoli europei.  Attenzione, ciascun paese continuerebbe a farsi carico del servizio del debito, cioè degli interessi. Il vantaggio è che la garanzia europea sulla parte trasferita farebbe abbassare i relativi tassi al livello dei <em>Bund</em> tedeschi. Ma anche sulla parte restata nazionale i tassi diminuirebbero in seguito alla riguadagnata situazione di solvibilità dei paesi. Poiché una quota cospicua del <em>debito pubblico</em> dei periferici è detenuto da stranieri - tipicamente banche inglesi, francesi, ma anche fondi di investimento americani -, dunque è parte del <em>debito estero</em> del paese, diminuendo il debito a carico del paese, diminuirebbe corrispondentemente anche il suo debito netto con estero (che a ben vedere è l’indicatore primario di solvibilità).</p>
<p>3. Una banca sovrana</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La proposta come viene di solito presentata è però monca di una componente importante: la necessità che l’Europa si doti, come tutti i grandi paesi, di una <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/sovranita-monetaria-e-democrazia/">banca centrale sovrana</a>, un “government banker”, come si esprime l’economista eterodosso <a target="_blank" href="http://www.networkideas.org/alt/jul2011/Monetary_Union.pdf">Tom Palley</a>. Ma non c’è la BCE? Un “banchiere del governo” è una banca centrale che ha la possibilità, il dovere direi, di intervenire a sostegno del debito sovrano di un paese. La BCE non ha questo status. Paesi sovrani, dotati di banche sovrane, e che non si siano legati ad assurdi accordi di cambio, non possono fallire, come ci ricorda un altro eterodosso, <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/pubs/wp_603.pdf">Randall Wray</a>. Ora, nel momento in cui si crea un debito pubblico europeo è necessario che lo status della BCE muti, divenendo più simile alla FED, sì da essere garanzia di ultima istanza di tale debito.<strong>[2] </strong>In un apprezzabile articolo su Il Sole-24 Ore sui cui dovremo tornare, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-14/pezze-riportano-fiducia-063616.shtml?uuid=Aabt0wnD">Guido Tabellini </a>ha inaspettatamente sottoscritto questo punto di vista.</p>
<p>4. Una nuova Europa?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò fatto, si tratta di capire come l’Europa potrebbe evitare di ritornare nel giro di pochi anni alla situazione attuale. Questa è frutto del fatto che negli anni dell’Euro i paesi periferici hanno perso competitività, e livelli talvolta sostenuti della spesa interna sono stati sempre più finanziati dall’estero e non da redditi nazionali. Il crescente indebitamento dei settori privato e/o pubblico è stato dunque in buona misura nei confronti dell’estero.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’obiettivo è dunque il recupero di competitività dei paesi periferici in assenza dello strumento classico, la svalutazione. Che tale recupero possa avvenire attraverso la deflazione interna di prezzi e salari (la cosiddetta svalutazione interna), come sostenuto dagli economisti più conformisti come Monti, Alesina, Reichlin e così via è non solo sbagliato, ma irresponsabile vista l’accelerazione della crisi europea dovuta proprio a tali politiche. Le proposte sopra esposte, evitando drastiche misure deflative, darebbero anzi respiro ai paesi periferici lasciando loro risorse per modernizzare infrastrutture, istruzione, efficienza del settore pubblico, lotta all’evasione ecc. Ma anche in questo caso il contesto europeo è dirimente. Senza l’abbandono dell’impostazione neo-mercantilista di moderazione salariale e fiscale da parte della Germania, non v’è molta speranza. Ed è difficile che la <a target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/quaderni/607.pdf">Germania </a>lo faccia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il catalogo è però questo. L’alternativa è la rottura dell’UME con una scia di rancori che lascia presagire un futuro ancora più funesto. Una sinistra consapevole e veramente europeista mobiliterebbe le proprie forze, in particolare i giovani, proprio su questo.</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Come nella vita pratica, un soggetto (un’impresa, una famiglia, uno stato sovrano) è insolvente quando i redditi che si attende nel futuro sono insufficienti a ripagare il debito; è invece illiquido quando, sebbene possa momentaneamente essere a corto di liquidità per poter pagare le rate di debito in scadenza, le entrate attese glielo consentiranno di fare nel prossimo futuro.</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"></span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"></span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] Palley va oltre, sostenendo che la BCE dovrebbe, entro limiti concordati in sede Europea, agire da banca sovrana anche nei riguardi dei disavanzi pubblici nazionali. Si dovrà ragionare su tale proposta che consentirebbe agli stati membri di riacquistare, entro certi limiti, un po’ di sovranità monetaria. </span></h6>
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		<title>Le agenzie di rating e la politica europea</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 15:30:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.
Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/rating.jpg" height="168" width="283" />La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l&#8217;attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia?  La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del <em>Financial Times </em>Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul <em>Sole 24 Ore</em> del 9/7 l&#8217;intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: <em>CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l&#8217;unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei</em>, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quella che finora è mancata è la volontà politica – tanto che la BCE sta facendo una irresponsabile politica di aumento dei tassi di interesse, che aggrava le posizioni debitorie di famiglie, imprese e governi. Ma allora l&#8217;Europa dovrebbe prendersela con se stessa prima ancora che con le agenzie di rating<strong>[1]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si dirà: ma certo se la speculazione attacca questi paesi e non altri debbono esservi delle ragioni. Certamente è vero che i paesi della periferia europea hanno delle debolezze strutturali, in primis la difficoltà a mantenere in pareggio i propri conti con l&#8217;estero (cioè a esportare quanto importano) legate, tra l&#8217;altro, all&#8217;impossibilità di governare il tasso di cambio in modo appropriato per le proprie economie. Ma dopo la crisi del 2008 sono molte le economie e i sistemi bancari nazionali ad avere delle fragilità strutturali, e altri paesi come il Giappone e la Gran Bretagna ad esempio, hanno debiti pubblici più elevati in rapporto al PIL di quello di paesi europei oggi in difficoltà. La ragione ultima dell&#8217;attacco verso la &#8216;periferia&#8217; dell&#8217;Europa (e di nuovo, su questo consentono gli osservatori internazionali), sta nel fatto che a differenza di altri paesi, quelli europei hanno abdicato alla propria <strong>sovranità monetaria</strong> e non hanno dunque una banca centrale <em>nazionale </em>che possa operare in modo da difendere il paese dalla speculazione, oppure in modo da rilanciarne le esportazioni e la crescita attraverso una (pur costosa per molti versi) scelta di svalutare il cambio. D&#8217;altra parte la BCE non sta agendo (e non ha attualmente il mandato politico per farlo) in modo da difendere le economie di questi paesi nell&#8217;unico modo che sarebbe efficace, e cioè, come si è detto, intervenendo in modo da ridurre i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sul <em>Sole 24 Ore</em> del 9 luglio Perotti e Zingales sostengono che la situazione è drammatica, ma c&#8217;è una via d&#8217;uscita per l&#8217;Italia che consiste nel varare rapidamente misure di austerità più severe e più rapide di quelle sinora previste, pari al 4% del PIL tra aumento delle entrate e riduzione della spesa, in modo da raggiungere rapidamente il pareggio nel bilancio pubblico complessivo, cioè comprensivo degli interessi pagati ai possessori dei titoli del debito pubblico. Essi ammettono che si tratterebbe di misure durissime, perché una manovra di queste dimensioni dovrebbe necessariamente richiedere, oltre ad aumenti delle imposte, tagli severi a pensioni e stato sociale (quindi scuola, sanità ecc.) e inoltre la privatizzazione e vendita di tutte le società pubbliche o a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai sono gli esempi citati). A questo già severo quadro tracciato da Perotti e Zingales bisognerebbe poi aggiungere gli effetti complessivi sull&#8217;economia di una tale manovra, che comporterebbe non solo i tagli sopra descritti ma anche di conseguenza una caduta della domanda e del PIL, e dunque della produzione industriale, degli investimenti e dell&#8217;occupazione di dimensioni paragonabili a quanto accaduto sulla scia della crisi finanziaria del 2008, e che a quelli si andrebbero ad aggiungere, dato che l&#8217;economia Italiana non si è ancora ripresa e ha oggi livelli di produzione e occupazione significativamente al di sotto di quelli pre-crisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il prezzo dunque è estremamente alto. E tuttavia, vista la drammaticità della situazione, dobbiamo chiederci se ciò potrebbe davvero mettere l&#8217;Italia al riparo. La risposta è un secco NO. Basti qui una riflessione: i conti su quanto si debba tagliare per portare il bilancio in pareggio sono fatti per volumi di pagamenti degli interessi sul debito che riflettono i tassi di interesse correnti. Ma se la speculazione finanziaria rimane libera di determinare i tassi di interesse sul debito pubblico, questi possono, come per la Grecia e poi per il Portogallo, schizzare a valori tali da rendere impossibile, non importa con quali sacrifici, raggiungere il pareggio di bilancio, e ciò a causa dell&#8217;aumento vertiginoso della spesa per il pagamento degli interessi. Poiché tale attività speculativa è possibile e lucrosa, perché mai non dovrebbe essere intrapresa? In che modo i sacrifici descritti potrebbero porvi termine?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Al contrario, proprio la loro inutilità nell’aggiustare i conti dà ulteriore benzina alla speculazione.<strong>[2]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sin qui sta accadendo esattamente quanto era stato previsto e descritto nella <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">lettera</a> sottoscritta nel giugno del 2010 da oltre duecentocinquanta economisti, e come già lì si avvertiva, senza un cambiamento radicale delle sue politiche il prossimo futuro dell’Europa è assai fosco.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span"></span></p>
<h6>[1] Va anche ricordato che è proprio l’Europa che ha dato alle agenzie di rating uno status semi-ufficiale, in quanto la BCE accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche sulla base dei loro giudizi.</h6>
<h6>[2] Come sostenuto tra gli altri da Cesaratto e Turci su <em>Il Riformista</em> del 10/7 l’aggiustamento fiscale imposto all’Italia e agli altri paesi periferici impone costi economici e sociali tali da minare la stabilità, non solo sociale ma anche economica, di questi paesi - i mercati lo sanno e adeguano (al rialzo) i già elevati tassi.</h6>
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		<title>Sovranità monetaria e democrazia</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jun 2011 22:10:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bce1.jpg" style="width: 369px; height: 261px" height="277" width="443" /></span>Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,<strong>[1]</strong> ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla  moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un <em>fait accompli</em> – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.<strong>[2]</strong> Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti,  dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Lo sconforto sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti, alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche (una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli sbattendo le porte.<strong>[3]</strong> Draghi, per coloro che coltivassero illusioni, ha ribadito nelle ultime <a target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/cf_10/cf10/cf10_considerazioni_finali.pdf">Considerazioni finali</a> che “né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano di fare quello che  i trattati europei vietano loro di fare e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le democrazie  europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni. Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di contro-altari istituzionali in un sistema di <em>checks and balances</em>. Ma a parte di una banda di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica economica!</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La BCE ha dovuto durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario europeo e globale. A parte l’implausibile ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico, ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso l’ultra-falco <a target="_blank" href="http://www.ft.com/home/europe">Bini Smaghi</a>, qualunque sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione del debito (per esempio <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/publications/?docid=1380">qui</a>)  - la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale, e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni dell’amministrazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione, e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">qui</a>, <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/">qui </a>e <a target="_blank" href="http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=317:i-nodi-della-crisi-le-proposte-della-sinistra-a-confronto&amp;catid=46:documenti">qui</a>), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza di proposte che fa poco ben sperare.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La dichiarazione di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara in favore dell’immediata istituzione  di una banca nazionale debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta. Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania. La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci sembra, comunque, un primo, essenziale passo.</p>
<h6></h6>
<h6>[1] William Lyon Mackenzie King (<a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1874">1874</a>-<a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1950">1950</a>), leader del partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.</h6>
<h6>[2] Come ricordato da Aldo Barba in un interessante intervento al <a target="_blank" href="http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=289&amp;catid=45">convegno </a>per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale nei giorni scorsi.</h6>
<h6>[3] <a target="_blank" href="http://www.ft.com/home/europe">Bini Smaghi</a> è arrivato a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa detiene. Contro i timori della BCE vedi <a target="_blank" href="http://www.roubini.com/analysis/156349.php">Roubini</a>.</h6>
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		<title>L’ottusa austerità della BCE</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 11:38:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine esterna, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bce.jpg" height="250" width="340" />La BCE ha aumentato il tasso di interesse – è probabilmente il primo di una serie di aumenti previsti nei prossimi mesi – al fine di contrastare l’inflazione salita a marzo al 2.6% rispetto al 2.4 di febbraio. Trattandosi di inflazione di origine <em>esterna</em>, provocata dagli aumenti dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche ed alimentari, la <em>ratio</em> antinflazionistica dell’avvio nelle presenti condizioni di una politica di moneta più cara non è immediatamente evidente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Innanzi tutto, secondo le versioni oggi dominanti del punto di vista ortodosso in materia di politica monetaria, un aumento del tasso di interesse da parte della banca centrale sarebbe giustificato solo se dietro la maggiore inflazione vi fossero anche aumenti dei salari monetari e dei prezzi attribuibili a squilibri nelle condizioni <em>interne</em> di domanda e offerta aggregate. Ma certamente neppure Trichet può pensare che oggi, all’interno dell’eurosistema, la domanda aggregata stia premendo sui limiti posti dal prodotto potenziale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Se si prescinde poi dalla visione teorica dominante, resta il fatto che ogni aumento del costo del denaro è di per sé direttamente inflazionistico, sicché combattere l’inflazione aumentando i tassi di interesse è un po’ come spegnere un incendio gettando sulle fiamme delle secchiate di benzina. I tassi di interesse non sono altro infatti che una componente dei costi totali di produzione e le imprese normalmente reagiscono ad aumenti dei costi aumentando i prezzi. A fronte di aumenti dei tassi di interesse il rapporto prezzi/salari monetari tende pertanto ad aumentare e i salari reali a diminuire. Ciò a sua volta stimolerà delle rivendicazioni salariali – genererà delle pressioni all’aumento dei salari monetari – a meno che l’accresciuto costo del denaro non riesca ad avere un impatto negativo sulla crescita economica e l’occupazione, attraverso contrazioni della domanda interna e delle esportazioni nette, e dunque non determini un indebolimento della forza contrattuale dei salariati.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Resta naturalmente l&#8217;effetto antinflazionistico dell’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e alle altre principali valute che l’aumento del tasso di interesse da parte della BCE è suscettibile di determinare, ma al costo, appunto, di una minore competitività delle merci prodotte all’interno dell’eurozona, e quindi di una contrazione delle sue esportazioni nette.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dunque, in definitiva, tassi di interesse più alti potrebbero oggi riuscire a contrastare l’inflazione in Europa solo se il più alto rapporto prezzi/salari monetari che essi tendono a determinare fosse più che compensato da: a) un abbassamento via il tasso di cambio dei prezzi in euro degli inputs importati; b) una riduzione o minore aumento dei salari monetari via il probabile effetto negativo sull’occupazione causato tanto dalla riduzione dei salari reali che dall’apprezzamento del cambio – ossia dagli effetti negativi sui consumi e le esportazioni nette provocati da più alti tassi di interesse. Nell’attuale contesto, poi, non va trascurato l’impatto del rincaro del denaro sulla spesa pubblica per interessi, e quindi i tagli compensativi delle spese pubbliche primarie (leggi spese sociali) cui i governi europei immancabilmente ricorreranno per impedire l’aumento dei disavanzi complessivi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La banca centrale più indipendente del mondo non ha di fatto resistito all’impulso di contribuire per prima all’ottusa “austerità” imperante.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>*Ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Roma &#8220;La Sapienza&#8221;.</em></p>
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		<title>Luci e ombre del progetto economico del Pd</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 14:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In maniera non rituale si può affermare che il progetto economico presentato a fine marzo dal PD contenga elementi di pregevole novità accanto ad altri che non appaiono del tutto soddisfacenti. I primi prevalgono sopratutto nella ricostruzione delle cause ultime delle crisi globale ed europea, i secondi nelle proposte. Provo a discuterne, in maniera costruttiva, limitandomi al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bersani.jpeg" style="width: 320px; height: 238px" height="464" width="618" />In maniera non rituale si può affermare che il <a target="_blank" href="http://beta.partitodemocratico.it/Allegati/progetto_alternativo_pd_per_la_crescita.pdf">progetto economico</a> presentato a fine marzo dal PD contenga elementi di pregevole novità accanto ad altri che non appaiono del tutto soddisfacenti. I primi prevalgono sopratutto nella ricostruzione delle cause ultime delle crisi globale ed europea, i secondi nelle proposte. Provo a discuterne, in maniera costruttiva, limitandomi al primo capitolo relativo al contesto europeo, che è la questione chiave.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1. L’analisi della crisi ne attribuisce l’origine ai mutamenti nella distribuzione del reddito occorsi nelle principali economie capitalistiche negli ultimi trent’anni. L’espansione sregolata della finanza indirizzata ad attività speculative finanziarie e immobiliari e al credito al consumo sarebbe stata funzionale a compensare la debolezza della domanda effettiva dovuta alla contrazione della quota dei salari nel reddito nazionale. Tutto questo ha trovato la sua espressione più nota negli Stati Uniti culminando nella vicenda dei famosi mutui “sub-prime”, ma si è manifestato in Europa in una forma più subdola. Nel nostro continente infatti paesi come la Germania hanno supplito alla debolezza della propria domanda interna, conseguenza della loro politica neomercantilista di moderazione salariale e fiscale (sottolineata in molti articoli su questa rivista sin dal <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/the-sick-fraulein-of-europe/">primo numero</a>), sostenendo tramite il sistema finanziario i consumi privati (e, nel caso della Grecia, i consumi pubblici) della “periferia europea” in modo da garantire sbocchi per le proprie esportazioni. In quest’ultima, analogamente a quanto accaduto negli Stati Uniti, lo scoppio delle bolle immobiliari ha reso manifesta l’insostenibilità dei debiti contratti dal settore privato e bancario - nel caso della periferia europea nei confronti delle banche dei paesi centrali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I lettori di <em>Economia e Politica</em> si ritroveranno in pieno in questa analisi, già da tempo presentata in vari <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi">interventi </a>su questa rivista, così come apprezzeranno che nel documento del PD si scriva che l’aumento dei debiti pubblici nei paesi periferici è da attribuirsi al sostegno pubblico al settore bancario in crisi, e non a “sconsiderate” politiche di spesa - a parte il solito caso Greco. Importantissimo è, inoltre, che il documento, nella sua parte interpretativa, condanni le politiche sinora attuate, basate sull’idea che contrazioni fiscali possano avere effetti espansivi, così come importante è che il documento respinga le <a target="_blank" href="http://europa.dol.it/allegatidef/piano%20Tremonti122384.pdf">proposte del governo</a>, ed implicitamente quelle assai simili di Veltroni, che l’Italia accetti la logica neo-mercantilista della deflazione competitiva, nefasta per il nostro come per gli altri paesi europei e per l’economia globale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sul versante delle proposte il documento non sembra, tuttavia, sempre coerente con questa impostazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2. Centrale fra le proposte è la condivisione del suggerimento <a target="_blank" href="http://www.europarl.europa.eu/document/activities/cont/201103/20110316ATT15710/20110316ATT15710EN.pdf">avanzato da più parti</a> di una parziale <em>europeizzazione </em>del debito pubblico, e relative emissioni di nuovi titoli, dei singoli stati – gestita da una Agenzia europea del debito - sicché la garanzia assicurata dai paesi forti consentirebbe una diminuzione dei tassi di interesse pagati dagli stati più indebitati, alleviandone così la situazione. Questa proposta incontra almeno due problemi, ambedue trascurati dal documento del PD.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In primo luogo tassi pagati dagli stati forti potrebbero accrescersi una volta che essi si rendessero partecipi alla solvibilità degli stati deboli, e non si vede perché, dunque, essi dovrebbero aderire a tale proposta. In secondo luogo, anche se quell’aumento non si verificasse,<strong>[1]</strong> i paesi forti pretenderebbero che all’europeizzazione parziale del debito pubblico dei paesi periferici si accompagnassero misure volte a scoraggiare un allentamento del “rigore” in quei paesi. Da un lato i tassi di interesse sulla parte del debito <em>non </em>europeizzata verrebbero lasciati alla mercé dei mercati finanziari, così vanificando gli effetti benefici della riduzione dei tassi sulla parte messa in comune. Dall’altro, a rafforzare la direzione “rigorista” appare l’opinione diffusa, e condivisa da <a target="_blank" href="http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-915109/bce-bini-smaghi-paesi-devono-essere/">autorevoli esponenti</a> della BCE e della Banca d’Italia, secondo cui l’Agenzia del debito dovrebbe nei fatti esautorare i Parlamenti nazionali dalle decisioni di finanza pubblica, completando così lo svuotamento democratico delle istituzioni economiche europee. Il documento del PD non prende le dovute distanze da questa impostazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Secondo una coeva <a target="_blank" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/?printpage=undefined">dichiarazione </a>sottoscritta da un ventaglio di associazioni che vanno dalla sinistra riformista a quella radicale in occasione del vertice europeo del 23 e 24 marzo, e basata su un <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/">documento </a>pubblicato su questa rivista, una misura di europeizzazione dei debiti nazionali avrebbe maggiore probabilità di successo e costituirebbe un passaggio verso un bilancio europeo se accompagnato dal combinato disposto di:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- una complementare <em>politica monetaria attiva</em> da parte della BCE volta a ridurre i tassi di interesse a lungo termine sui titoli del debito pubblico, sia relativamente a quelli “europeizzati” che a quelli eventualmente “residuali”.<strong>[2]</strong> Si tratta di una misura che dovrebbe poi nel medio periodo accompagnarsi con una spinta a modificare i trattati europei sì da avvicinare lo statuto della BCE a quello della FED americana, la quale è tenuta a contemperare la stabilità dei prezzi con la crescita dell’occupazione.<strong>[3]</strong> In effetti una <em>successiva </em>versione del “Progetto” accoglie tale proposta (p.18), sebbene non nel contesto più proprio, dunque a complemento della proposta di europeizzazione dei debiti pubblici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- un obiettivo di <em>stabilizzazione del rapporto debito/PIL</em> nei paesi ad elevato debito (e non dunque una sua riduzione), il quale apparirebbe un traguardo realizzabile anche ai mercati finanziari (soprattutto alla luce del sostegno della BCE nel rendere tale sostenibilità possibile), e che lascerebbe spazio a politiche di crescita, come anche sostenuto nell&#8217;<a target="_blank" href="http://www.appellodeglieconomisti.com/">Appello degli economisti</a> nel 2006.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Purtroppo, invece, il documento del PD, già reticente nei confronti di un ruolo operoso della BCE, non contesta gli “obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso”, limitandosi a sostenere che essi sarebbero” possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita” (p. 6). Appare un limite grave che quegli obiettivi (e relative sanzioni) vengano condivisi senza alcuna discussione contraddicendo, mi sembra, quanto sostenuto nella prima parte del documento.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Ma veniamo infine alle proposte sulla crescita. Non mi soffermo sul presunto rilancio della domanda interna <em>europea </em>che appare assai improbabile nel quadro delle politiche di rientro dal debito accettate nel “Progetto”,<strong>[4]</strong> né sulla crescita che potrà provenire da investimenti in innovazione, istruzione, tecnologie pulite, i cui (incerti) effetti si dispiegano nel lunghissimo periodo e che, comunque, richiedono ingenti risorse indisponibili visti i tagli di bilancio che il PD non respinge.<strong>[5]</strong> Più innovativa appare la proposta di uno “standard retributivo” volto a correggere gli squilibri commerciali europei, lanciata peraltro proprio su questa <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/uno-standard-retributivo-per-tenere-unita-leuropa/">rivista</a>. Si propone in sostanza che in tutti i paesi dell’Eurozona la crescita della produttività rappresenti (a) lo <em>zoccolo minimo</em> di crescita dei salari reali (anche attraverso l’introduzione di minimi retributivi), i quali, tuttavia, (b) dovrebbero crescere <em>più </em>della produttività nei paesi in avanzo commerciale. Secondo i proponenti, tale più robusta crescita dei salari contribuirebbe a far perdere un po’ di competitività a questi ultimi paesi, rilanciandone la domanda interna per consumi e, di conseguenza le importazioni dai paesi più deboli.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La proposta è interessante, sebbene presenti a mio avviso delle problematicità su cui verrà la pena di tornare in maniera più approfondita. La misura, certamente appropriata come strumento di rilancio della domanda interna, appare infatti più problematica nei confronti del riequilibrio delle competitività fra paesi, che dipende dall’andamento relativo delle grandezze <em>nominali </em>(in sostanza, dai diversi livelli dei prezzi dei beni e servizi oggetto di commercio internazionale)<strong>[6]</strong>. Inoltre, benché auspicabile (determinando una inversione nel trend della distribuzione del reddito), sarebbe politicamente difficile per i paesi forti accettare un diktat esterno quale quello (b) di cui sopra. Fatta invece salva la proposta (a), ai fini del riequilibrio delle competitività sembrerebbe più corretto e anche politicamente più accettabile un vincolo per <em>i paesi coi conti esteri in surplus </em>a non sforare <em>all’ingiù</em> il tasso di inflazione obiettivo che l’Europa si pone, sforamento che sarebbe indicatore di <a target="_blank" href="http://www.econ-pol.unisi.it/quaderni/607">politiche neo-mercantiliste</a>.<strong>[7]</strong> L’obiettivo di inflazione è ora al 2%, ma dovrebbe essere accresciuto almeno al 3% anche per tener conto dei più elevati livelli di inflazione strutturale nei paesi della periferia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’auspicio è che la presentazione di ben due documenti di politica economica, uno del PD e l’altro delle associazioni, possa far compiere un salto di qualità alla proposta economica delle forze progressiste italiane ed europee. Essi presentano, accanto a delle divergenze, anche dei punti di contatto e aprono lo spazio per un confronto più avanzato circa le misure da prendere per garantire uno sviluppo più rapido ed equo del nostro paese e dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1]Si potrebbe infatti argomentare che i paesi forti sarebbero comunque tenuti ad assicurare la solvibilità dei paesi deboli da cui dipende, da ultimo, la tenuta del proprio sistema bancario fortemente creditore verso quei paesi, ragione per cui se un aumento dei tassi sui titoli pubblici dei paesi forti non si è (per) ora verificato, non avverrà neppure se quella assicurazione fosse resa esplicita.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] In una direzione analoga va la proposta di <a target="_blank" href="http://www.nber.org/~wbuiter/DoN.pdf">Buiter et al.</a> (pp.47-9). In direzione opposta andava invece una <em>prima </em>versione del “Progetto”, presentata da Bersani il 21 marzo, dove si sosteneva che l’europeizzazione del debito “avrebbe innanzitutto il vantaggio di liberare la BCE dell’improprio compito di acquistare i titoli del debito pubblico degli Stati più fragili e dal doverli iscrivere nel proprio bilancio”, passo poi fortunatamente rimosso. Ebbi personalmente occasione di obiettare che nel giudicare <em>improprio </em>l’intervento della BCE nel mercato dei titoli il documento si poneva in una posizione persino più arretrata di quella dei governi europei. Questi avevano respinto nel vertice del 10-11 marzo le insistenti richieste di Trichet affinché fossero i fondi di salvataggio europei ad assumersi il compito dell’intervento, sicché la banca centrale potesse ritornare ai suoi compiti “più propri”. Ora, l’architrave di ogni disegno di politica economica alternativo è la messa in discussione di questi compiti “propri” della BCE, messi già <em>nei fatti</em> in discussione dai pur timidi interventi di calmieramento dei tassi sui titoli pubblici “periferici” operati dalla scorsa primavera dalla stessa BCE.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Ritengo infatti che in una democrazia sociale il controllo dell’inflazione dovrebbe essere perseguito attraverso il consenso dei lavoratori e una più equa distribuzione del reddito e non attraverso la “frusta dei tassi” della banca centrale.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] Fiduciosamente il documento ritiene che le misure proposte possano incrementare il tasso di crescita del Pil oltre lo “scenario europeo mercantilista” <a target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/visco_8_marzo_2011.pdf">proposto dalla Banca d’Italia</a>. Non si nota però come le stime presentate da Visco fossero già assai ottimistiche alla luce dei tagli draconiani alla spesa pubblica previsti dalla <a target="_blank" href="http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/it/ec/120304.pdf">nuova “governance” europea</a>.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] Il documento ritiene che l’emissione di <em>Eurobonds </em>possa finanziare parte di queste risorse. La proposta è benvenuta, ma certamente insufficiente per la scala di investimenti richiesta nei paesi periferici. Essa è peraltro indigesta ai paesi forti, ragione per cui ciascun paese dovrà provvedere a sé. Altre proposte del PD sembrano riflettere visioni economiche assai ortodosse. A p. 20 si sostiene, per esempio, che la crescita dovrà provenire, <em>inter alia</em>, dall’aumento del tasso di occupazione femminile, come se il problema si risolvesse nell’incentivare l’<em>offerta</em> di lavoro femminile e non richiedesse, invece, politiche di domanda aggregata che accresca la <em>domanda </em>di lavoro (devo questa osservazione a Sergio Levrero).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[6] Tali grandezze nominali potrebbero variare in modo da compensare in parte o del tutto l’aumento delle importazioni dei paesi in avanzo derivante dagli incrementi di domanda aggregata assicurati dalla redistribuzione di reddito a favore dei salari.</span></h6>
<h6>[7] Tale vincolo per i paesi in surplus di partite correnti, anche suggerito nella <a target="_blank" href="http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/it/ec/120304.pdf"> dichiarazione</a> delle associazioni, sembra comunque sussumere l’adozione de facto dello <em>standard retributivo</em> e di minimi retributivi legati all’andamento della produttività. La <em>seconda versione </em>del “Progetto” sembra anche andare in questa direzione laddove si precisa (p.18), sebbene in maniera un po’ criptica, in riferimento allo standard retributivo che gli obiettivi di inflazione della BCE devono risultare “compatibili con le diverse contingenze”.</h6>
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		<title>Per una nuova politica economica in Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 13:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/europa1.jpg" style="width: 358px; height: 266px" height="320" width="428" />Da questo documento è stata estratta una <a target="_blank" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/per-una-nuova-politica-economica-in-europa/">dichiarazione </a>favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto  implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- <em>pari passu</em>, riforma delle istituzioni economiche europee, <em>in</em> <em>primis </em>della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- sostegno allo stato sociale privilegiando la produzione di beni pubblici, sociali e culturali a basso impatto ambientale; ridefinizione delle politiche del lavoro al fine di ridurre il grado di precarietà nei rapporti di lavoro e tendenzialmente portare ad una crescita della quota dei salari nel reddito nazionale;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- ripresa della competitività a lungo termine, non attraverso le politiche della concorrenza ma consentendo ai paesi di riappropriarsi di strumenti attivi di politica industriale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">I modelli di sviluppo neo-mercantilisti nei paesi centrali dell’Unione confliggono con queste proposte. Ma la forza degli eventi ha già portato l’Unione ad adottare misure precedentemente impensabili, e i rischi di deflagrazione dell’area euro che le politiche attuali comportano possono aprire spazi alle proposte che qui avanziamo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><strong>La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta nell’ultimo trentennio della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole. A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha avuto origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e <em>non </em>dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi. In questa vicenda <em>non </em>ci sono paesi buoni e cattivi, né è corretto definire il debito pubblico di alcuni paesi come un “male” o tanto meno come una responsabilità esclusiva di quei paesi; piuttosto, siamo in presenza di scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali (che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive), sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro. In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi che sono stati oggetto di attacchi speculativi sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi, che costituisce una interessante e positiva novità, è stato però del tutto insufficiente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Purtroppo, le misure in corso di approvazione in questo summit non modificano tale impostazione. Esse si limitano infatti a un marginale rafforzamento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono. Queste misure confermano il <em>perdurante orientamento</em> <em>conservatore </em>delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi in difficoltà, mentre al contempo si avvia verso un <em>improvvido aumento</em> <em>dei tassi di interesse</em> che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, dei beni alimentari e delle materie prime. La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta. Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera</a>” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><strong>Per una nuova politica economica europea</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Cosa proponiamo in alternativa? Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati - i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole <em>insufficienti</em>, e diventano null’altro che <em>fumo negli occhi</em>, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio <em>restrittive </em>e da una politica monetaria del tutto <em>indifferente </em>allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che metta fine al rischio di deflagrazione dell’area euro e permetta una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale nei paesi periferici:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi che hanno maggiori livelli del rapporto debito/Pil di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali dei rispettivi rapporti, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito in quei paesi. Ciò, congiuntamente a un maggior finanziamento del bilancio europeo dovrebbe contribuire a rilanciare immediatamente la domanda aggregata in Europa;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da stabilizzare il debito senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione <em>non inferiore</em> a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%.  Al tempo stesso, i salari reali dovrebbero aumentare in ciascun paese non meno della produttività del lavoro. Anche per favorire ciò  dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e riforme del mercato del lavoro che riducano la precarietà. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partner, dovrebbero essere soggetti a <em>misure di pressione</em> volte a determinare un mutamento di quelle politiche;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">4. occorrerebbe <em>contrastare la speculazione internazionale</em> <em>e i fenomeni di dumping sociale in particolare</em> da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative e sul commercio sleale, e di armonizzazione fiscale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le proposte ora delineate non possono non richiedere <em>un mutamento profondo delle istituzioni economiche </em>europee, e in particolare:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della piena occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile. Quindi va valorizzato il ruolo di indirizzo delle politiche economiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le vicende che hanno accompagnato la crisi mostrano che dietro la pressione degli eventi sono possibili rapidi passi in avanti, precedentemente quasi impensabili. La  mobilitazione della sinistra europea dovrebbe spingere tale processo più in là, anche accrescendo la coscienza di massa su questi temi. In questo quadro sarebbe possibile <em>rilanciare il modello sociale e cooperativo </em>europeo su pilastri quali:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- politiche del lavoro e distributive volte ad assicurare una  più <em>equa distribuzione del reddito</em> che, in un quadro non inflazionistico da realizzarsi col consenso dei lavoratori e delle loro organizzazioni, sostenga attraverso una crescita della parte del prodotto sociale che va ai lavoratori la domanda interna nei vari paesi;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- più armonico equilibrio territoriale ed implementazione di un meccanismo di riaggiustamento rispetto agli squilibri territoriali garantito da un consistente finanziamento del<em> bilancio dell’Unione</em>, che possa assecondare l’ulteriore espansione della domanda;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- sostegno ai sistemi di welfare state come strumento di coesione sociale;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">- sostenibilità ambientale con lo sviluppo di consumi sociali ed investimenti in conoscenza e tecnologie sostenibili.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il <em>rilancio delle competitività nazionali</em>, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta dell’occupazione, delle spese sociali, dei livelli di istruzione  e delle innovazioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella <em>politica industriale</em> che includa un intervento attivo del settore pubblico, di programmazione e partecipazione diretta, nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne uno strumento di supporto ad uno sviluppo reale e sostenibile, non drogato da bolle speculative.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><strong>L’Europa a un bivio</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le proposte liberiste e rigoriste in discussione nel summit europeo aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste di vendere molto agli altri e comprare poco, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Esse sono infatti profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale  e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata dell’occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza e la mobilitazione popolare.</p>
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		<title>Irlanda ed Eurolandia, a saltare è il mercato</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 15:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La difficile situazione dell’euro, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di varie contraddizioni, che si approfondiscono, intrecciandosi tra loro. In primo luogo, il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, con il sostegno artificiale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/europa.jpg" style="width: 366px; height: 244px" height="304" width="450" />La difficile situazione dell’euro, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di varie contraddizioni, che si approfondiscono, intrecciandosi tra loro. In primo luogo, il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, con il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari<strong>[1]</strong> e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande disinvoltura. I prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito e sostenere la crescita dell’economia in primo luogo degli Usa e poi di Regno Unito, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori<strong>[2]</strong>. Quando la bolla immobiliare è scoppiata e i prezzi delle case sono crollati al di sotto dei mutui, le famiglie sono diventate insolventi e le banche hanno accumulato perdite enormi. Per scongiurare una catena di fallimenti bancari sono intervenuti gli Stati, i cui debiti sono cresciuti repentinamente. In Irlanda, il debito pubblico netto, che nel 2007 era il 12% del Pil, è schizzato in alto quando lo Stato è intervenuto a garantire obbligazioni bancarie pari al 30% del Pil<strong>[3]</strong>. Dunque, a saltare in Irlanda, come altrove, non è stato il pubblico, ma il privato, cioè il tanto decantato mercato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tuttavia, il debito pubblico di Irlanda (65,5% del Pil), e Spagna (53,2%) non appare altissimo se confrontato con il 200% del debito giapponese e con il quasi 100% di quello Usa<strong>[3]</strong>. Perché allora l’effetto dell’aumento del debito sovrano è così devastante in Eurolandia? Perché Giappone e Usa hanno una banca centrale che può acquistare titoli direttamente dallo Stato, stampando dollari o yen, nel caso in cui i mercati rifiutino di farlo. La Bce può intervenire solo sui mercati secondari. L’euro è in sé una anomalia, essendo una moneta senza Stato, ovvero una unione monetaria senza unione politica. Il debito diventa insostenibile perché non esistono né una vera banca centrale, né politiche fiscali e di bilancio comuni. In aggiunta, a differenza di quanto accade in Giappone, in Irlanda il 75% del debito sovrano e il 50% del debito delle banche sono controllati dall’estero. In una situazione simile sono anche Grecia e Portogallo. Di conseguenza, è più facile che gli investitori disinvestano e che gli anelli deboli della catena dell’euro siano presi di mira da fondi esteri. Del resto, il debito sovrano è assicurato tramite <em>credit default swap</em>, un massa enorme di denaro che, a livello mondiale, è per il 72% in mano delle prime cinque banche Usa<strong>[4]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il sistema finanziario mondiale è ancora oggi dominato dagli Usa, che però scontano i debiti sovrano e commerciale più grandi del mondo. La possibilità di rifinanziarli è legata alla attrazione di liquidità dall’estero grazie al dollaro, che svolge il ruolo di valuta di scambio e di riserva mondiale. Ma un dollaro troppo debole e un debito federale troppo alto mettono in difficoltà tale meccanismo<strong>[5]</strong>. Infatti, a partire dallo scoppio della crisi la Cina, il maggiore acquirente di titoli di stato Usa, ha cominciato a diversificare le sue riserve valutarie, e negli ultimi mesi ha garantito liquidità proprio a Grecia, Portogallo e Spagna. Dunque, un euro troppo forte, considerato che l’Europa è l’unica area con un sistema finanziario che si avvicina agli Usa, è un pericolo per gli statunitensi.  Con l’Irlanda a novembre si è ripetuto quanto accaduto circa un anno fa, allorché, con il cambio dell’euro a 1,50 contro il dollaro, ci fu l’attacco speculativo alla Grecia e la moneta unica crollò a 1,19.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ma  le difficoltà dell’euro hanno una radice anche nel rapporto tra la Germania e gli altri paesi dell’eurozona. Se la Bce ha un ruolo limitato e i singoli paesi europei non possono ricorrere alla politica monetaria ciò è dovuto alla Germania, che ha posto queste condizioni per mettere in comune moneta e banca centrale. Inoltre, l’aumento della liquidità nei Paesi periferici dell’eurozona è stato una manna per la bilancia commerciale tedesca, che presenta il maggiore saldo positivo a livello mondiale<strong>[6]</strong>. Infatti, l’aumento della liquidità in un paese, in assenza di adeguati aumenti della produzione industriale, va a vantaggio dell’industria dei paesi da cui importa. Negli ultimi dieci anni la produttività della Germania, che già partiva su un piano di vantaggio rispetto agli altri paesi, è aumentata ancora mentre i salari tedeschi diminuivano dell’1% annuo. Normalmente, in un caso del genere, l’industria degli altri paesi avrebbe potuto difendersi dall’accresciuta competitività tedesca svalutando. Con l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. In questo modo, mentre le famiglie dei Paesi deboli dell’eurozona si indebitavano, la bilancia commerciale dei loro paesi - soprattutto nei confronti della Germania - peggiorava. Nel frattempo, il forte surplus commerciale e la relativa scarsezza dei consumi interni, dovuta alla moderazione salariale, hanno accresciuto il risparmio tedesco che non è stato investito in Germania – dove evidentemente c’è una sovraccumulazione di capitali sotto forma di eccesso di mezzi di produzione - ma si è diretto all’estero<strong>[7]</strong>. In questo modo, la Germania e le sue banche sono diventate i maggiori creditori di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna e, quindi, le maggiori interessate ai loro “salvataggi”<strong>[8]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quando è nato l’euro, ci si è affidati ai privati e alla autoregolazione dei mercati, smantellando il ruolo pubblico nell’economia, liberalizzando e privatizzando in tutti i settori. Al contempo, non ci si è posti la necessità di una forma di vera unità politica da affiancare all’unità monetaria. Infine, la deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro hanno portato alla riduzione del salario reale a fronte di aumenti di produttività in molti casi fortissimi. Di conseguenza, si è accentuata la divaricazione crescente tra aumento della produzione di merci e riduzione della capacità di assorbimento delle merci stesse da parte del mercato, che è tipica del capitalismo. Una contraddizione che illusoriamente si è pensato di risolvere con l’economia a credito e scaricando all’estero la sovrapproduzione di merci e di capitali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il mercato autoregolato non regge e al suo posto va recuperato l’intervento della mano pubblica e dello Stato, come è stato giustamente evidenziato nella <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>. Il ritorno dello Stato non deve consistere nella socializzazione delle perdite e nel sostegno finanziario subalterno al privato, come sta avvenendo negli USA e come è previsto nel modello Marchionne-Fiat. È di un altro tipo di intervento statale che c’è bisogno. Un intervento che si concretizzi in una politica fiscale progressiva, nella ripubblicizzazione dei settori privatizzati, e soprattutto che, in antitesi all’anarchia del mercato, rilanci una vera programmazione democratica dell’economica.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* Economista, consultente Filmcams-CGIL</em></p>
<h6>[1] La Fed Usa ha immesso nel mercato del credito solo tra il 2001 e il 2006 2 trilioni di dollari e tra il 2008 e i primi mesi del 2009 un altro trilione e mezzo per salvare le banche. Vedi Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino 2009, p.90.</h6>
<h6>[2] Cfr. Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro, Mondadori, Milano, 2010, cap. V.</h6>
<h6>[3] Guido Tabellini, “Senza politica fiscale addio Ue”, Il Sole 24 ore, 28 novembre 2010.</h6>
<h6>[4] Con il debito dei singoli stati Usa in bancarotta (California, Alabama, ecc.) il debito complessivo supera il 100%. Considerando la nazionalizzazione degli istituti assicurativi Freddie Mac e Freddie Mae arriva al 140%. Inoltre il deficit statale Usa è il 9% del Pil, mentre quello greco è l’8,5%. Vedi The Economist, November 27th 2010.</h6>
<h6>[5] Vedi Morya Longo, “Il debito di Mr O’Sullivan in poche mani straniere”, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.</h6>
<h6>[6] Chi sostiene che il dollaro debole aiuta le esportazioni Usa e quindi il riequilibrio della bilancia commerciale non considera il fatto che gli Usa non sono più da tempo una potenza industriale.</h6>
<h6>[7] Il saldo positivo della bilancia commerciale tedesca degli ultimi 12 mesi è di 210 miliardi di dollari, quello cinese è di 186 miliardi. Vedi The Economist, November 27th 2010.</h6>
<h6>[8] Un caso da manuale. Vedi in K. Marx, Il capitale, libro III, capitolo XIV “Cause antagonistiche”.</h6>
<h6>[9] I salvataggi della Ue consistono in prestiti cui si applicano tassi di interesse superiori al 5%. Carlo Bastasin, Berlino-Ue matrimonio d’interesse, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.</h6>
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		<title>Gli scenari del teatrino europeo</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 08:14:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 16-17 dicembre si riunisce in Belgio il Consiglio dei leader europei. Quali sono gli scenari che l’Europa ha di fronte?
Alla irrisolta crisi di solvibilità della Grecia si è in questo autunno aggiunta quella dell’Irlanda e a ruota il contagio, che si manifesta con un aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici, è arrivato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/europa_fortezza_550.jpg" style="width: 376px; height: 363px" width="550" border="0" height="392" />Il 16-17 dicembre si riunisce in Belgio il Consiglio dei leader europei. Quali sono gli scenari che l’Europa ha di fronte?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alla irrisolta crisi di solvibilità della Grecia si è in questo autunno aggiunta quella dell’Irlanda e a ruota il contagio, che si manifesta con un aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici, è arrivato anche all’Italia via Portogallo e Spagna e ora persino alla Germania. Quali sono le prospettive? Abbiamo di fronte tre scenari: 1) tamponare con un po’ di liquidità la situazione dei paesi periferici chiedendo loro di “aggiustare i propri conti” con “sacrifici” interni;. 2) anticipare la rottura e gestirla evitandone gli aspetti più dolorosi, per quello che si può; 3) attaccare i problemi alla radice nella direzione di costruire una unione politica ed economica funzionante.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crisi europea assomiglia alle molte delle crisi debitorie nei i paesi in via di sviluppo il cui ultimo clamoroso caso è stato il default dell’Argentina nel 2002. In pillole, la costituzione dell’Unione monetaria europea (UME) nel 1999 ha favorito flussi di capitale a buon mercato dai paesi centrali dell’Europa (Germania e Francia in primis) a quelli periferici, i famosi PIGS. La politica monetaria della BCE è stata al contempo improntata a bassi tassi nominali di interesse essendo ritagliata sulla Germania, per compensare le sue politiche di moderazione fiscale e salariale che poco sostenevano domanda e produzione. I flussi di capitale hanno determinato un boom edilizio e l’indebitamento delle famiglie in Spagna e Irlanda, e del settore pubblico in Grecia. L’edilizia è un volano dell’economia è questi paesi sono infatti cresciuti assai, e così i loro salari nominali e prezzi. Questo ha implicato che i tassi di interesse <em>reali</em><strong>[1]</strong> diventassero, in quei paesi, assai bassi, stimolando ancor di più la domanda. La produttività i questi paesi è cresciuta più che in Germania, ma qui i salari nominali crescevano meno della produttività, nella periferia essi aumentavano più della produttività, sicché essa perdeva competitività. La Germania e il suo entourage (Austria, Paesi Bassi ecc) guadagnava così in termini di esportazioni nette verso la periferia sia perché la domanda in quei paesi cresceva molto, che per la loro perdita di competitività. Nei fatti le esportazioni di capitali dai paesi centrali finivano per finanziare l’acquisto di prodotti dai medesimi paesi. Ma se questo accade per una serie di anni, i paesi periferici finiscono per cumulare un forte debito estero. Inizialmente questo era, in Spagna e Irlanda, solo privato, ma ad esso si è aggiunto, una volta scoppiata la crisi, quello del settore pubblico che si è indebitato a sua volta per soccorrere le banche nazionali indebitate con quelle dell’Europa centrale. Se i paesi creditori a un certo punto ritengono che i debitori non possano restituire il debito, possono smettere di rifinanziarglielo, e i debitori dichiarano la bancarotta (default).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una soluzione a questa situazione implica: a) nel breve periodo assicurare a questi paesi liquidità sufficiente e a buon mercato per non fallire; e b) nel medio periodo risolvere il loro problema di solvibilità stimolando il loro output ed esportazioni. Esaminiamo dunque i tre scenari.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">1. Nel primo scenario, già in opera, gli “aiuti” europei e una timidissima BCE tamponano la crisi di liquidità sostenendo i titoli dei paesi debitori qualora i mercati non vogliano più farlo o lo farebbero solo a tassi esorbitanti, ma lo fanno in misura insufficiente senza davvero incidere sui tassi usurai che tali paesi si trovano a pagare (i quali aggravano il debito). Al contempo la deflazione fiscale e salariale loro richiesta determina una caduta del loro PIL, con conseguente caduta delle entrate fiscali, sicché il riaggiustamento dei conti è una fatica di Sisifo (per non parlare dei sacrifici sociali che ciò comporta). Tradizionalmente aggiustamenti dei conti interni sono stati accompagnati da una svalutazione della moneta, che rilanciando le esportazione ne ha compensato i danni sul PIL. Ma ora le monete nazionali non ci sono più! Per giunta la stessa Germania si fa campione della deflazione, e ciò aggrava la crisi della domanda aggregata a livello europeo e globale.  I mercati tutto questo lo sanno, e per questo il fallimento dei paesi periferici e della moneta unica è all’ordine del giorno. Se fanno fallimento i paesi debitori, faranno anche fallimento i paesi creditori (USA inclusi) e questa sarebbe la madre di tutte le crisi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2. Una rottura ordinata dell’UME, con la fuoriuscita dei paesi periferici, è affare complicatissimo (<a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/5326" target="_blank">Blejer and Levy-Yeyati 2010</a>; <a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/729" target="_blank">Eichengreen 2010</a>). Il fatto centrale di cui tener conto è che il debito esterno di tali paesi continuerebbe a esser denominato in euro. Misurato nelle nuove valute locali, che cadrebbero di valore, e di molto, rispetto all’euro, il valore di quel debito aumenterebbe, per cui esso dovrebbe certamente subire quello che si chiama un “haircut” (un taglio dei capelli), cioè essere rinegoziato (ci si accorda che una parte non viene restituita, e il resto restituito in tempi più lunghi). Ma se i mercati subdorano questa eventualità, la speculazione si scatenerebbe determinando un immediato “disordinato”  default. Allora la decisione di una rottura dovrebbe essere segretamente presa prima che i mercati sospettino qualcosa – dunque un po’ prima che il sistema crolli di suo -, in un consesso che non può escludere, tuttavia, USA, Cina e Giappone, almeno, oltre ai principali paesi europei. Nei tempi di Wikileaks tenere il segreto non è facile! Il vantaggio di riacquisire la propria moneta sarebbe nel rilancio delle esportazioni, ma misure per impedire che si scateni una forte inflazione interna sarebbero necessarie. Non sarebbe invece necessario stampare preventivamente nuove banconote, le attuali già sono contraddistinte per paese (una S dopo il numero di serie individua per esempio quelle “italiane”). Misure drastiche di controllo dei capitali sarebbero ovviamente necessarie. Se fosse la Germania (e forse una recalcitrante Francia) a lasciare, ciò costituirebbe di per sé un taglio ai debiti esteri denominati in una moneta, l’euro, che svaluterebbe rispetto al nuovo Deutsche Mark. Se poi ciò che rimane dell’UME si sfasciasse, tutti si tornerebbe alle monete nazionali e il debito estero sarebbe denominato in quelle, il che sancirebbe un <em>haircut</em> di fatto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. L’inefficacia del primo scenario, e la drammaticità del secondo, potrebbero col tempo far addivenire a soluzioni più ragionevoli. Con riguardo ai problemi di sostenibilità a breve, una più incisiva azione della BCE nel sostenere i titoli di stato e la europeizzazione di parte dei debiti (come proposto, fra gli altri, da Tremonti) assicurerebbe i mercati consentendo un loro rifinanziamento a costi contenuti. I problemi strutturali dovrebbero essere poi affrontati invertendo la moderazione fiscale e salariale tedesca di modo che tale economia perda un po’ di competitività e al contempo rilanci la domanda interna<strong>[2].</strong> D’altronde solo operando con misure opposte a quelle che hanno caratterizzato sinora l’UME se ne possono invertire le tendenze. Questo appare al momento inaccettabile alla Germania che fonda il proprio modello di crescita su disciplina interna ed esportazioni con in mente l’espansione nei paesi extra-europei.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dio veramente acceca chi vuole perdere, nel meeting del 16-7 dicembre i paesi europei decideranno piani draconiani di rientro dal debito pubblico a cui nostro paese arriverà senza un governo che possa autorevolmente opporsi a tale follia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Il tasso di interesse reale è la differenza fra il tasso di interesse nominale e il tasso di inflazione. Se prendiamo 100€ in prestito al tasso nominale del 5%, e il tasso di inflazione è del 4% (per cui ciò che restituiremo fra un anno vale il 4% di meno in termini di potere d’acquisto), il tasso reale che effettivamente paghiamo è 1%.<br />
[2] Un obiettivo accettabilissimo per i tedeschi sarebbe di accettare che i salari nominali crescessero in quel paese al tassi di crescita della produttività più il 2% che è il tasso di inflazione obiettivo della BCE.</h6>
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