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	<title>Economia e Politica &#187; Moneta Banca Finanza</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 22:11:40 +0000</pubDate>
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	<language>it</language>
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		<title>Proposte per il Sud dell&#8217;Unione Monetaria</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 22:09:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[originale spagnolo]
Sebbene l’attuale crisi economica si sia scatenata nei mercati finanziari statunitensi nel 2007, essa presenta una componente che va ben oltre gli aspetti finanziari. Alcuni paesi appartenenti alla zona euro – Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e per certi aspetti anche la Francia – presentano problemi simili che la crisi ha contribuito a porre in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/eurostat-large.jpg" border="0" style="width: 366px; height: 300px" /><em><a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/propuestas-para-paises-del-sur-de-la-union-monetaria/">[originale spagnolo]</a></em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sebbene l’attuale crisi economica si sia scatenata nei mercati finanziari statunitensi nel 2007, essa presenta una componente che va ben oltre gli aspetti finanziari. Alcuni paesi appartenenti alla zona euro – Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e per certi aspetti anche la Francia – presentano problemi simili che la crisi ha contribuito a porre in rilievo e richiedono una soluzione globale. <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">La lettera firmata da più di 200 economisti italiani</a>, recentemente pubblicata, ha evidenziato qual è l’origine di questi problemi e ha proposto alcune soluzioni. Noi intendiamo contribuire a questo dibattito, offrendo il nostro punto di vista per una proposta di politica economica alternativa a quella del mainstream.</p>
<p>1. Definizione del problema di politica economica dei paesi del Sud</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Spagna e gli altri paesi del sud dell’Europa appartenenti all’Unione Monetaria hanno registrato, negli anni che hanno preceduto la crisi economica attuale, elevati disavanzi nei conti con l’estero  e ciò ha determinato l’accumulazione di un ampio volume di debito – principalmente privato – rispetto alla Germania e ad altri paesi in attivo. Questo crescente debito ha rappresentato il mezzo per risolvere l’insufficienza cronica di domanda presente nel sistema. Lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria non ha fatto altro che portare alla superficie questo importante volume di debito, accumulato durante gli anni precedenti. Alla riduzione iniziale della domanda ha fatto seguito il crollo della domanda di beni di consumo provocato dal processo di <em>deleveraging</em>, la drastica contrazione del credito bancario, la disoccupazione “cumulativa” e l’aggravarsi delle aspettative.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Cosa deve fare un’economia che si trova in questa situazione e che vuole ottenere una crescita economica sufficiente a ridurre la disoccupazione di massa che si è creata?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per cominciare, è necessario comprendere quali siano i vincoli con cui deve fare i conti la politica economica nel dare impulso alla crescita. In condizioni “normali”, uno di questi limiti sarebbe costituito dal non superare la crescita “potenziale”, inflazionistica, e per incrementare i livelli della crescita potenziale bisognerebbe adottare politiche di offerta che agiscano nel medio periodo. Tuttavia, tale vincolo certo non opera in questi momenti: la crescita reale è molto inferiore a quella potenziale e il rischio è quello di una deflazione, non certo dell’inflazione. Per questo, non ha alcun senso enfatizzare il ruolo delle politiche di offerta e ignorare le politiche di domanda.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per applicare le politiche di domanda “disponiamo” di due strumenti: il tasso di interesse nominale e il saldo fiscale, che a loro volta scontano alcune restrizioni.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il tasso di interesse nominale viene fissato dalla Banca Centrale Europea per tutti i paesi della zona euro e presenta un limite inferiore. Sebbene con ritardo rispetto alle altre banche centrali, il tasso d’interesse è stato ridotto e si trova vicino a questo limite inferiore. Potremmo dire che la politica monetaria basata sulla riduzione del tasso di interesse si trova oggi in una situazione di trappola della liquidità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Resta, pertanto, lo strumento della politica fiscale che, tuttavia, deve garantire la stabilità del rapporto tra debito e PIL.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E&#8217; noto che la crisi ha messo in moto, con intensità, gli stabilizzatori automatici e inoltre i governi hanno dovuto applicare – diciamolo: giustamente – politiche di aumento della spesa per compensare la riduzione della domanda privata. La conseguenza logica è stata l’aumento del deficit e del rapporto debito/PIL. Ora si verifica che, come conseguenza della grave scarsità di domanda privata, e avendo il tasso di interesse nominale raggiunto il suo limite inferiore, il deficit fiscale necessario per avvicinare l’economia al livello di crescita potenziale e ridurre il tasso di disoccupazione è maggiore rispetto a quel valore che manterrebbe costante il debito pubblico come percentuale del PIL.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Abbiamo così definito il primo elemento del nostro problema di politica economica: le autorità competenti devono limitare il deficit al livello che garantisce la stabilità del rapporto debito/PIL, sebbene la disoccupazione stia crescendo? O, al contrario, devono aumentare il deficit per ridurre la disoccupazione senza preoccuparsi della relazione debito/PIL? Esiste un’altra opzione?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma il problema di politica economica presenta un secondo elemento. Nella zona euro – e anche a livello mondiale – la crisi è il riflesso di una situazione di pesante squilibrio strutturale tra i paesi in attivo e quelli in passivo nella bilancia commerciale. Se questa situazione non sarà corretta, quando la ripresa arriverà si ripresenteranno gli stessi problemi che ci hanno condotto a questa crisi. Per questa ragione, oltre ad affrontare il dilemma precedente, la politica economica dovrà puntare a ottenere un deprezzamento reale dei paesi del Sud rispetto alla Germania e agli altri paesi in attivo.</p>
<p>2. Il problema del debito pubblico e la sua soluzione: la monetizzazione</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La soluzione scelta dai governi europei per il dilemma della politica fiscale è quella dell’austerità: la priorità è ridurre i deficit pubblici.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Secondo gli economisti sostenitori dell’opinione ufficiale, per ottenere la ripresa economica è essenziale ristabilire la fiducia. Fiducia in cosa? Nell’austerità, naturalmente. Dal loro punto di vista, né i deficit fiscali sono espansivi né gli attivi sono restrittivi. Pertanto, il dilemma che noi affrontavamo smette di esistere. Il loro messaggio è semplice: ristabiliamo la disciplina fiscale. Facciamo attenzione al fatto che il debito non aumenti e la crescita e la prosperità verranno come conseguenza. Sarà inutile controargomentare che i deficit non devono essere attribuiti all’irresponsabilità, che sono conseguenza degli stabilizzatori automatici, che compensano la riduzione del debito privato, o che gli effetti restrittivi sulla crescita causati dai tagli della spesa renderanno molto difficile ridurre il deficit, e ancor di più lo stesso rapporto tra debito e PIL. Il mantra si ripete: l’austerità ci salverà.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In realtà le politiche di austerità rischiano di condurre le economie europee in un circolo vizioso di disoccupazione e deflazione. E tuttavia opporsi alle politiche restrittive non significa eludere la questione dell’aumento del debito pubblico e la sua possibile insostenibilità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sono preoccupanti gli attuali aumenti del debito? Alcuni argomenti potranno servirci per rispondere, inizialmente, di no:<br />
- anche se ora il debito aumenta, qualora il tasso di crescita si ristabilizzasse e la domanda privata riprendesse la sua dinamica precedente, i deficit fiscali non saranno più necessari e il peso del debito tornerà a ridursi;<br />
- in ogni caso, per un dato valore del deficit e del tasso di crescita, esisterà un rapporto debito/PIL che tenderà a mantenersi stabile: la crescita di questo rapporto non è esplosiva.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tuttavia, il primo di questi argomenti presuppone implicitamente che la crisi che sta colpendo le nostre economie sarà transitoria e di breve durata. Ma non è sicuro che sia così, dato che il processo di <em>deleveraging</em> – eliminazione dei debiti che gli agenti privati avevano accumulato nel periodo di prosperità – può essere abbastanza duraturo, tra i cinque e gli otto anni. Durante questo periodo il debito privato dovrebbe essere sostituito dal debito pubblico per colmare il vuoto della domanda. Riguardo al secondo argomento, ci si può trovare di fronte ad alcune difficoltà: il rapporto debito/Pil potrebbe stabilizzarsi, ma con valori troppo alti; o perfino non stabilizzarsi, se la crescita del rapporto debito/pil si accompagna a un incremento del tasso di interesse richiesto dagli acquirenti del debito.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pertanto, scartata la soluzione della restrizione fiscale e considerato che le difficoltà connesse alla crescita del rapporto debito/pil non possono essere eluse con certezza, l’unica soluzione possibile per evitare il collasso delle nostre economie e conseguenti ulteriori aumenti della disoccupazione è il ricorso alla BCE: essa dovrebbe finanziare (monetizzare) i deficit fiscali necessari che si pongono oltre il limite del livello compatibile con la stabilità del debito.</p>
<p>3. La monetizzazione e l’inflazione</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Perché la BCE dovrebbe rifiutarsi di agire in questo modo? Probabilmente l’argomentazione più forte è che, secondo la sua visione monetarista del funzionamento dell’economia, ciò finirebbe col generare inflazione eccessiva. Tuttavia, l’inflazione non è prodotta solo dalla crescita della quantità di moneta: questa genera inflazione quando l’economia si trova al limite della sua crescita potenziale e la situazione attuale è ben lontana da ciò. Il rischio attuale è la deflazione, non l’inflazione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">D’altro lato, in una situazione di contrazione come quella attuale, l’inflazione generata dai deficit fiscali monetizzati avrebbe alcuni effetti benefici:<br />
- con un tasso di interesse nominale dato, un tasso di inflazione maggiore presuppone un tasso di interesse reale minore e ciò rende necessario un deficit fiscale minore;<br />
- con un tasso di interesse reale inferiore, il rapporto debito/PIL tende a crescere più lentamente e potrebbe mantenersi costante con un deficit fiscale maggiore. Combinando questi due effetti giungiamo ad una conclusione interessante: mantenendo un tasso di inflazione sufficientemente elevato, il deficit al quale il rapporto debito/PIL non cresce può permettere, allo stesso tempo, che l’economia raggiunga il suo reddito potenziale, rendendo, alla fine, non necessaria la monetizzazione;<br />
- l’inflazione riduce il valore reale del debito privato. Facilita e accelera il processo di riduzione del debito e, per questo, anticipa la ripresa;<br />
- l’inflazione erode il valore reale del debito privato e quello del debito pubblico, perciò equivale a un’imposta sui creditori, a un trasferimento dai creditori ai debitori, desiderabile in una situazione recessiva. Ogni creditore deve perdere parte della sua ricchezza fino a che l’aumento della spesa – tanto sua quanto dei debitori – indotta dall’inflazione, porti alla completa utilizzazione dei fattori produttivi. All’inizio questo sembra un gioco a somma zero. Ma a questo gioco se ne aggiunge un altro a somma positiva che deriva dall’aumento dell’utilizzo dei fattori produttivi e del reddito, in modo tale che il risultato congiunto di entrambi i giochi può essere benefico anche per i creditori.</p>
<p>4. Il necessario deprezzamento reale
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il problema della politica economica che sopra abbiamo definito presenta una seconda componente. È necessario compensare l’aumento relativo dei costi unitari di produzione registratosi nei paesi del Sud nell’ultimo decennio, che spiega in gran misura la formazione di disavanzi della bilancia commerciale. Questo richiede che nei prossimi anni si produca il processo inverso: un tasso di inflazione più elevato in Germania rispetto ai paesi del Sud. Non è sufficiente che la Germania stimoli la sua domanda aggregata: per quale ragione, se la ripresa arriva e se il tasso di cambio reale non è variato, il deficit commerciale dei paesi del Sud dovrebbe ridursi in maniera significativa, o comunque scendere rispetto ai valori precedenti alla crisi?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’attivazione di un processo di riequilibrio tra i paesi del Sud e la Germania comporta che quest’ultima accetti una contrazione delle esportazioni ed un incremento della sua domanda interna.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tuttavia, per i paesi del Sud, è indispensabile che questo processo si verifichi dal momento che l’alternativa passa per una politica di contrazione dei livelli di attività dell’economia che è insostenibile. Se i deficit dei conti con l’estero persistono e non si persegue la strada delle politiche restrittive, è inevitabile che il debito pubblico crescerà. Perfino utilizzando la leva della monetizzazione è discutibile che questa crescita del debito rappresenti una situazione sostenibile.</p>
<p>5. Riassumendo: la nostra proposta</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per evitare che persistano squilibri strutturali tra paesi in attivo e paesi in deficit all’interno della zona euro, causa dei problemi attuali, è necessario che si verifichi un apprezzamento reale della Germania. Senza questo apprezzamento, l’appartenenza all’Unione Monetaria Europea diviene una sorta di gioco a somma zero nel quale i perdenti sono i paesi del Sud. Impraticabile e inaccettabile. Dal momento che il riequilibrio sarà un processo lento, per sopportare i problemi della situazione transitoria è essenziale che la Germania stimoli la sua domanda e che nei paesi del Sud si mantengano i deficit fiscali. Diventa essenziale anche la monetizzazione, ma non una una tantum per allontanare la speculazione.  Occorre monetizzare consistentemente in modo che il deficit necessario per una crescita ragionevole non accresca il rapporto debito/pil.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Marcel Auerback sottolinea che la Banca Centrale Europea sta già acquistando titoli del debito pubblico dei paesi europei con problemi nei mercati secondari. Essa neutralizza così qualsiasi tentativo di rifiuto di questo debito da parte degli investitori. Si tratta di un passo positivo nella direzione che noi indichiamo come una delle missioni della BCE. Tuttavia, ciò che Auerback pure rileva è che esiste una minaccia da parte della BCE, la quale è disponibile a sostenere il debito di un paese solo a patto che questo metta in atto politiche restrittive. Ne risulta che, senza alcuna legittimazione democratica, la BCE detiene un potere tale da determinare la politica fiscale di questi paesi. La reale indipendenza politica dei governi è seriamente compromessa. A fissare la politica fiscale, governando il ritmo dell’espansione economica e l’evoluzione della disoccupazione è ora la BCE. La monetizzazione, che dovrebbe permettere l’applicazione di politiche fiscali espansive, con l’unico limite delle tensioni inflazionistiche, viene convertita dai burocrati della BCE in uno strumento di potere utilizzato per realizzare in Europa le sue fantasie di austerità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Così la tesi secondo la quale per placare i mercati è necessario il risanamento dei conti pubblici finisce per essere applicata, dal momento che i paesi che resistono alla sua applicazione non otterranno il supporto della BCE nell’acquisto di titoli del debito.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma i paesi che vogliono applicare politiche fiscali espansive devono saper valutare il loro potere di negoziazione. In realtà, le minacce della BCE sono una sorta di tigre di carta. Dicano quel che dicano, i burocrati della BCE dovranno comprare il debito del paese che pone in essere politiche espansive. In caso contrario, esporrebbero anche le banche che hanno grandi riserve di questo debito, e ciò li richiamerà al buon senso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le forze sociali che lottano contro la disoccupazione devono avere chiaro come agire. Devono chiedere politiche fiscali espansive. Devono esigere che i governi utilizzino il potere di negoziazione di cui dispongono nei confronti della BCE. Devono sapere che i loro avversari non sono gli imprenditori, tanto meno gli investitori. Sono i burocrati della BCE, depositari dell&#8217;ideologia dell’austerità, e i governi che non osano assumere una posizione forte con una BCE che continua a ostacolare l’espansione e l’occupazione.</p>
<p><em>*Professore di Politica Economica, Universidad Complutense de Madrid.<br />
**Professore di Economia, Universidad de Castilla La Mancha.<br />
***Ricercatore, Universidad Complutense de Madrid.</em></p>
<p><em>Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica.</em></p>
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		<title>Propuestas para paìses del sur de la Unión Monetaria</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 22:02:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Aunque la actual crisis económica se desencadenó en los mercados financieros de Estados Unidos en 2007, tiene un componente global que va más allá de sus aspectos financieros. Por otro lado, nos parece que algunos países pertenecientes a la zona euro –Grecia, Portugal, España, Italia, y en alguna medida también Francia- aunque con sus características [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/eurostat-large.jpg" border="0" style="width: 358px; height: 294px" />Aunque la actual crisis económica se desencadenó en los mercados financieros de Estados Unidos en 2007, tiene un componente global que va más allá de sus aspectos financieros. Por otro lado, nos parece que algunos países pertenecientes a la zona euro –Grecia, Portugal, España, Italia, y en alguna medida también Francia- aunque con sus características específicas, tienen problemas similares que la crisis ha contribuido a poner de manifiesto, y que requieren también una solución global. La <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">carta firmada por más de 200 economistas italianos </a>y recientemente publicada ha señalado muy acertadamente cuál es el origen de estos problemas y ha propuesto algunas soluciones. Nuestro propósito es sumarnos a este debate ofreciendo nuestro punto de vista sobre una propuesta de política económica alternativa a la actual.</p>
<p>1. Definición del problema de la política económica de los países del Sur</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">España, y otros países del Sur de Europa pertenecientes a la Unión Monetaria, venían registrando en los años previos a la crisis económica actual elevados déficits en su cuenta corriente, lo que significó la acumulación de un volumen importante de deuda –principalmente privada- frente a Alemania y otros países con superávit. Esta deuda creciente era el medio para resolver la insuficiencia crónica de demanda del sistema. El estallido de las burbujas inmobiliaria y financiera no hizo más que sacar a la superficie este importante stock de deuda acumulado durante los años anteriores, y a la caída inicial de demanda le ha seguido un estancamiento mayor de la demanda de consumo provocado por el proceso de desapalancamiento, el colapso del crédito bancario, el desempleo acumulativo y el empeoramiento de las expectativas.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">¿Qué debe hacer una economía que se encuentra en esta situación y quiera lograr un crecimiento económico suficiente para reducir el desempleo masivo que se está creando?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Para empezar, debe tener claras cuáles son las restricciones a las que se enfrenta su política económica para impulsar el crecimiento. En condiciones normales una de estas limitaciones sería no superar el crecimiento “potencial” o no inflacionista, y para elevar éste habría que aplicar políticas de oferta que actúan en el medio plazo. Sin embargo, esta restricción no opera en estos momentos: el crecimiento real es muy inferior al potencial y el riesgo es más bien la deflación que la inflación. Por tanto, no tiene sentido poner el énfasis en las políticas de oferta, sino en las de demanda.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Para aplicar estas políticas de demanda contamos en principio con dos instrumentos, que son el tipo de interés nominal y el saldo fiscal, que a su vez se enfrentan a algunas restricciones.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">El tipo de interés nominal lo establece el BCE para todos los países de la zona euro y, además, tiene un límite inferior. Aunque con más retraso que otros bancos centrales, el tipo de interés se ha reducido ya y se encuentra cerca de este límite inferior: podríamos decir que la política monetaria basada en reducciones del tipo de interés se encuentra atrapada en la trampa de la liquidez.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nos queda, por tanto, el único recurso de la política fiscal, que sin embargo se enfrenta también a una restricción: garantizar la estabilidad de la relación deuda-PIB. La caída en el crecimiento económico ha puesto en marcha con intensidad los estabilizadores automáticos, y además, los gobiernos han debido aplicar –digámoslo: acertadamente- políticas de aumento del gasto para compensar la reducción de la demanda privada. La consecuencia lógica es un aumento del déficit y de la relación deuda/PIB. Lo que ocurre, sin embargo, es que, como consecuencia de la grave escasez de demanda privada, y una vez que el tipo de interés nominal está ya en su límite inferior, el déficit fiscal necesario para acercar la economía a su crecimiento potencial y reducir la tasa de paro es muy superior al que mantendría constante la deuda pública como porcentaje del PIB.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Hemos definido la primera parte de nuestro problema de política económica: ¿Deben las autoridades limitar el déficit a aquel nivel que garantiza la estabilidad de la deuda, aunque el paro esté creciendo? ¿O, por el contrario, deben establecer el déficit necesario para lograr reducir el desempleo sin preocuparse por la evolución de la relación deuda/PIB? ¿Existe otra alternativa?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero el problema de política económica tiene un segundo elemento. En la zona euro –y también a escala mundial- la crisis es el reflejo de una situación estructural de desequilibrio entre los países con superávit y con déficit por cuenta corriente. Si esta situación no se corrige, cuando la recuperación llegara se reproducirían los mismos problemas que nos condujeron a esta crisis. Por tanto, además de enfrentarse al dilema anterior, la política económica debería lograr una depreciación real de los países del Sur respecto a Alemania y los demás países con superávit.</p>
<p>2. El problema de la deuda pública y su solución: la monetización</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La solución escogida por los gobiernos europeos para el dilema de la política fiscal es la de la austeridad por encima de todo: la prioridad es reducir los déficit públicos. Para los economistas defensores de la opinión oficial (la “Austeria”), lo esencial para lograr la recuperación económica es el restablecimiento de la confianza. ¿Confianza en qué? En la austeridad, por supuesto. Se puede también tener confianza en que teniendo confianza todo se resolverá. Para ellos, ni los déficits fiscales son expansivos ni los superávits contractivos. Por tanto, el dilema que nosotros encarábamos deja de existir. Su mensaje es sencillo: restablezcamos la disciplina fiscal. Cuidemos de que la deuda no crezca y todo lo demás, es decir, el auge y la prosperidad se nos darán por añadidura. Inútil será argumentar que los déficits no hay que atribuirlos a la irresponsabilidad, que son la consecuencia de la actuación de los estabilizadores automáticos. Que compensan la reducción de la deuda privada. O que los efectos restrictivos sobre el crecimiento de los recortes de gasto harán muy difícil reducir el déficit, y aún más el porcentaje de deuda sobre el PIB. El  mantra se repite: La austeridad nos salvará.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Este tipo de políticas pueden conducir a las economías europeas hacia un círculo vicioso de desempleo y deflación. Ahora bien, oponerse a las políticas restrictivas no debería suponer eludir la cuestión de los aumentos de la deuda pública que se están produciendo y su posible insostenibilidad.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">¿Son preocupantes los aumentos actuales de deuda? Algunos argumentos podrían servirnos para contestar, inicialmente, que no:<br />
- aunque ahora crezca la deuda, cuando la tasa de crecimiento se restablezca y la demanda privada recobre su dinamismo anterior, los déficit fiscales dejarán de ser necesarios y el peso de la deuda volverá a reducirse;<br />
- En cualquier caso, para un valor dado del déficit y la tasa de crecimiento existirá una ratio deuda/PIB que tenderá a mantenerse estable: el crecimiento de esta ratio no es explosivo.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sin embargo, el primero de estos argumentos supone implícitamente que la perturbación que está afectando a nuestras economías será transitoria y de corta duración. Pero no es seguro que esto sea así, ya que el proceso de desapalancamiento –eliminación de las deudas que los agentes privados habían acumulado en el periodo de auge- puede ser bastante duradero, entre cinco y ocho años. Durante todo este tiempo la deuda privada debería ser sustituida por deuda pública para rellenar el vacío de la demanda. En cuanto al segundo argumento, puede enfrentarse también a algunas dificultades: la relación deuda/PIB podría acabar estabilizándose, pero en valores demasiado elevados; o incluso no se estabilizaría si, a medida que la relación deuda/PIB crece, lo hace también el tipo de interés que piden los compradores de la deuda.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Por tanto, si hemos descartado la solución de la restricción fiscal, pero no es seguro que se pueda eludir la limitación que impone el crecimiento de la deuda/PIB, la única solución posible para evitar el colapso de nuestras economías y aumentos aún mayores del desempleo es el recurso al BCE: éste debería financiar (monetizar) los déficit fiscales necesarios que se sitúen por encima del nivel compatible con la estabilidad de la deuda.</p>
<p>3. La monetización y la inflación</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">¿Por qué debería negarse el BCE a actuar de esta forma? Probablemente, el argumento más fuerte es que, según su visión monetarista del funcionamiento de la economía, esto acabaría generando una inflación demasiado alta. Sin embargo, la inflación no se produce sólo por el incremento de la cantidad de dinero: esto genera inflación cuando la economía se encuentra por encima de su crecimiento potencial y la situación actual es exactamente la contraria. El riesgo actual es la deflación, no la inflación.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero es que, además, en una situación contractiva como la actual la inflación generada por déficit fiscales monetizados tendría algunos efectos beneficiosos:<br />
- con un tipo de interés nominal dado, una tasa de inflación mayor supone un tipo de interés real menor y es necesario un déficit fiscal menor;<br />
- al ser el tipo de interés real menor, la relación deuda/PIB tiende a crecer más lentamente y podría mantenerse constante con un déficit fiscal mayor. Combinando estos dos efectos llegamos a una conclusión interesante: manteniendo una tasa de inflación suficientemente elevada, el déficit que garantiza que la relación deuda/PIB no crece puede permitir al mismo tiempo que la economía alcance su renta potencial, por lo que, al final, acaba siendo innecesario monetizarlo;<br />
- la inflación reduce el valor real de la deuda privada. Facilita y acelera el proceso de desendeudamiento y, por ello, anticipa la recuperación;<br />
- la inflación erosiona el valor real de la deuda privada y el de la deuda pública, por lo que equivale a un impuesto sobre los acreedores o a una transferencia de acreedores a deudores, deseable en una  situación recesiva. Cada uno de los acreedores debe perder parte de su riqueza hasta que el aumento del gasto –tanto suyo como de los deudores – inducido por la inflación lleve a la completa utilización de los factores productivos. En principio, esto parece un juego de suma cero. Pero a este juego se superpone otro de suma positiva derivado del aumento de la utilización de los factores productivos y de la renta, de tal forma que el resultado conjunto de ambos juegos puede ser beneficioso incluso para los acreedores.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">4. La necesaria depreciación real</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">El problema de política económica que hemos definido tiene un segundo componente. Debe corregirse la elevación de los costes unitarios de producción de los países del sur frente a los del norte, que se ha producido en la década pasada y que explica en gran medida los déficits exteriores frente a Alemania. Esto requiere que en los próximos años se produzca el proceso inverso: una tasa de inflación superior de Alemania a la de nuestros países del sur. No basta con que Alemania estimule su demanda agregada: ¿qué razón habría para que, si la recuperación llega y el tipo de cambio real no ha variado, el déficit comercial de los países del sur se reduzca de forma significativa, o sea inferior al existente antes de la crisis?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La aceptación del proceso de reequilibrio entre los países del sur y Alemania es difícil pues exige que Alemania acepte una pérdida del dinamismo de su sector exportador y una reestructuración de su economía, que se enfrente a su insuficiencia de demanda interna.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sin embargo, para los países del sur, la seguridad de que se va a producir el proceso de apreciación real de la economía alemana es indeclinable, porque sin apreciación sólo pueden eliminarse los déficits exteriores de sus economías con una contracción fuerte y duradera que ni podría sostenerse ni debe aceptarse. Si los déficits exteriores persisten y eludimos la recesión, la deuda exterior, privada o pública, seguirá creciendo y, si los agentes privados se resisten al endeudamiento, es inevitable que sea la deuda pública la que crezca. Aun monetizándola es dudoso que este crecimiento imparable de la deuda sea una situación sostenible.</p>
<p>5. Resumiendo: nuestra propuesta</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Para evitar que se mantengan los desequilibrios estructurales entre países con superávit y países con déficit dentro de la zona euro que se encuentran en la raíz de los problemas actuales, es necesario que se produzca una apreciación real de Alemania. Sin esta apreciación la pertenencia a la Unión Monetaria Europea se convierte en un juego de suma cero en el que los perdedores son los países del sur. Inviable e inaceptable. Como su logro será un proceso lento, para soportar los problemas de la situación transitoria se hace imprescindible que Alemania estimule su demanda y que en los países del Sur se mantengan déficit fiscales. Y se hace imprescindible también la monetización, pero no como un zarpazo para ahuyentar a los especuladores carroñeros. El león cobarde que es el Banco Central Europeo debe zamparse entera la pieza. Sin metáforas, monetizar masivamente para que el déficit que un crecimiento razonable exige no dispare la relación deuda/PIB.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Marcel Auerback sostiene que el Banco Central Europeo está realizando ya compras masivas de deuda pública de los países europeos con problemas en los mercados secundarios. Neutraliza así cualquier conato de rechazo de esta deuda por los inversores. Algo positivo que se ajusta a lo que nosotros entendemos y hemos propuesto aquí como una de las misiones del BCE. Pero lo que Auerback sugiere es que existe un pacto-amenaza –implícito o explícito– por parte del BCE de que sólo apoyará la deuda de un país si éste cumple la restricción fiscal que las autoridades o los poderes fácticos de la Unión Monetaria Europea le han impuesto. Resulta así que sin ninguna legitimidad democrática el BCE• detenta un poder para determinar la política fiscal de estos países. La independencia política real de los gobiernos queda seriamente menoscabada.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Al poder determinar la política fiscal, son las decisiones del Banco Central Europeo las que gobiernan el ritmo de expansión económica y la evolución del desempleo en nuestros países. La monetización, que debería servir para permitir la aplicación de políticas fiscales expansivas, con el único límite de la aparición de tensiones inflacionarias, está siendo convertida por los burócratas del BCE en un instrumento de poder que utiliza para ver realizadas en Europa sus fantasías de austeridad masoquista.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Así, la tesis de que, para aplacar a los mercados, es precisa la consolidación fiscal, acaba siendo cierta en cuanto cualquier país que se resista a su aplicación dejará de verse apoyado por las compras de títulos por parte del BCE.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero un país que quiera aplicar políticas fiscales expansivas debe saber evaluar su poder de negociación. Las amenazas del BCE son un tigre de papel. Digan lo que digan, amenacen o no, los burócratas del BCE tendrán que comprar la deuda del país que expansiona. Desprotegiéndolo también quedan al descubierto los bancos que poseen stocks cuantiosos de esa deuda. Y la voz de alarma de su amo les llamará a la sensatez.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Los movimientos sociales de izquierdas cuyo objetivo es luchar contra el desempleo deben tener claro cómo actuar. Deben pedir expansión fiscal. Deben exigir a sus gobiernos que este poder de negociación que tienen frente al BCE lo utilicen. Deben saber que sus enemigos no son los empresarios, ni siquiera los inversores. Lo son los burócratas del BCE, depositarios de la superstición de la austeridad y los gobiernos que no se atreven a plantear una posición de fuerza frente a un BCE cuyas actuaciones asfixian la expansión y el empleo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Universidad Complutense de Madrid.<br />
**Universidad de Castilla La Mancha.<br />
***Universidad Complutense de Madrid.</em></p>
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		<title>La crisi internazionale e la lezione argentina</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 17:27:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[[originale spagnolo]
L&#8217;attuale crisi globale e le politiche che si stanno mettendo in campo per affrontarla, ripongono al centro del dibattito un insieme di interrogativi economici e politici, dopo un lungo periodo in cui sembrava prevalere un consenso duraturo.
La globalizzazione produttiva e finanziaria si è intensificata negli anni &#8216;90, ed é stata accompagnata da una prolungata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="504" width="784" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bandiera_argentina1.jpg" border="0" style="width: 300px; height: 206px" /><a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/la-crisis-internacional-y-la-leccion-de-la-argentina/">[originale spagnolo]</a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L&#8217;attuale crisi globale e le politiche che si stanno mettendo in campo per affrontarla, ripongono al centro del dibattito un insieme di interrogativi economici e politici, dopo un lungo periodo in cui sembrava prevalere un consenso duraturo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La globalizzazione produttiva e finanziaria si è intensificata negli anni &#8216;90, ed é stata accompagnata da una prolungata crescita globale, benché segnata da episodi successivi di crisi originatisi sia nei paesi centrali sia in quelli periferici. Questo processo sembra aver raggiunto una svolta, con la crisi scoppiata con i mutui sub-prime; un&#8217;ondata recessiva ha colto soprattutto le economie centrali. Si conclude così un ciclo di crescita, alimentato da bolle speculative, riflesse in valori irrealistici delle capitalizzazioni di borsa e delle attività reali e finanziarie in generale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli interventi massicci da parte dello Stato, diretti principalmente a puntellare il sistema finanziario a rischio, hanno portato a discutere nuovamente sul tema delle dimensioni e della portata dell&#8217;intervento pubblico in economia. La stampa conservatrice ha lanciato rinnovati allarmi circa l’eccessiva ingerenza dello Stato, che starebbe indebitamente invadendo il campo proprio del settore privato. Al punto che lo Stato che viene a salvare le finanze si trova spesso nel ruolo di imputato, accusato per la crisi. Ma la verità è che il ruolo distorsivo che la finanza ha svolto nella crisi dovrebbe essere più attentamente valutato.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A riguardo, riteniamo che possa essere utile fornire un resoconto di quanto accaduto in Argentina. Le esperienze dei singoli paesi non sono in genere trasferibili, soprattutto nel confronto tra centri e periferie, ma guardare a quanto è avvenuto in casa d’altri può essere molto istruttivo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Argentina: le riforme e i risultati</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Dopo il decennio perduto degli anni &#8216;80 e l’iperinflazione, l&#8217;Argentina iniziò negli anni &#8216;90 un processo di profonda ristrutturazione economica e sociale. L’applicazione dei principi neoliberisti fu completa: privatizzazione di quasi tutte le imprese statali, deregolamentazioni, privatizzazione del sistema pensionistico, piena apertura al commercio estero e ai movimenti di capitale, adozione di un regime di convertibilità (currency board) che fissava per legge il rapporto tra moneta locale e dollaro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Queste riforme sono state portate avanti sino in fondo e la risposta dei mercati è stata notevole, a giudicare dal’afflusso di capitali esteri, concentratisi nell&#8217;acquisto di beni dello Stato e nella concessione di crediti al settore pubblico. Le imprese statali privatizzate sono per lo più passate nelle mani di capitali esteri.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il regime di convertibilità limitava pesantemente le politiche statali e ciò era considerato un suo merito. In questo contesto, la scommessa che si giocava concerneva l’ottimismo delle imprese, che avrebbe dovuto portare a un afflusso di investimenti esteri (o a una riduzione del drenaggio dei capitali locali) portando a un circolo virtuoso. In un certo senso, la politica economica lanciava un &#8220;segnale&#8221;, attendendo che il mercato facesse il lavoro che ci si attendeva da lui.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un contesto di questo tipo è adatto ad attrarre capitali, ma solo finalizzati all’acquisto di beni esistenti (attraverso le privatizzazioni) e per alimentare il circuito finanziario. In particolare, per finanziare il disavanzo pubblico, dovuto alla riforma del sistema pensionistico e alle misure fiscali adottate per contrastare l&#8217;incremento del cambio. Ma certo non per attrarre capitali produttivi. Dal punto di vista neoliberista, questo non è un aspetto rilevante, perché il capitale é capitale senza distinzioni. Ma per coloro che - seguendo gli insegnamenti di Keynes – credono che la distinzione tra investimenti reali e finanziari abbia senso, è facile capire perché l&#8217;afflusso di capitale finanziario non abbia generato l’atteso circolo virtuoso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nei fatti, l&#8217;economia crebbe, semplicemente recuperando il terreno perso nella precedente depressione, tra il 1991 e il 1994, e di nuovo tra il 1996 e il 1998; il tutto in presenza di elevati livelli di disoccupazione (oltre il 15%) e di povertà (oltre il 30% della popolazione sotto la soglia di povertà). In contrapposizione, la finanza si appropria di oltre un quinto della crescita del PIL.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il debito pubblico ebbe un’espansione del 115%, nonostante la sua ristrutturazione (attraverso il Piano Brady nel 1992), la messa in vendita delle imprese pubbliche e la disciplina che aveva introdotto la regola della convertibilità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nel 1998, l&#8217;allora presidente dell&#8217;Argentina viene acclamato come statista, alla riunione annuale del FMI e della Banca Mondiale a Washington. Nel 1999, un nuovo governo – di opposto orientamento politico - prosegue lungo la stessa linea, e introduce riduzioni dei salari dei dipendenti pubblici e delle pensioni. Ma questo non fa che ridurre la produzione reale e compromettere la solvibilità pubblica. Crescenti difficoltà nel collocare i titoli del debito pubblico, nonostante i pacchetti finanziari con la partecipazione di governi e organismi multilaterali, peggiorano il clima economico e incoraggiano una fuga crescente di capitali, che nel 2001 mette a rischio il sistema bancario. Viene decretato un congelamento dei depositi, cresce l’agitazione sociale, cade il Presidente, il suo successore riesce solo a dichiarare il default e poi si dimette. L&#8217;Argentina esce dalla convertibilità con il congelamento dei depositi bancari, con uno Stato alla bancarotta, una recessione all’11% e vicina all’abisso dell’anomia sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La traiettoria successiva – sulla quale qui non ci intratteniamo – si costruisce su basi totalmente diverse: alto tasso di cambio e attivismo dello Stato costruito sulla base di una pressione fiscale crescente, con avanzi fiscali e nella bilancia commerciale. Un complesso ed ancora incompiuto processo di ristrutturazione del debito pubblico - la cui seconda fase si é conclusa in questi giorni – che ha riportato la pressione fiscale a un livello ragionevole. La ripresa è notevole, ma solo dal 2006 si può effettivamente parlare di espansione netta, rispetto al precedente massimo del ciclo nel 1998.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Riflessioni</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Certo, coloro che difendono le posizioni neo-liberiste riterranno che il programma argentino degli anni ‘90 mancò della coerenza sufficiente per raggiungere il successo che la teoria predice. Il fatto è che l&#8217;Argentina fu ritenuta un esempio nell&#8217;attuazione di quelle politiche; tale fu l’opinione diffusa a livello internazionale e in tal modo reagirono gli &#8220;investitori&#8221;. Se il decalogo neoliberista non fu propizio per l&#8217;Argentina, fu perché il decalogo è fallace; sotto una parvenza di buon senso e semplicità, enunzia raccomandazioni che nessun paese di successo nel mondo ha seguito. Gli elevati livelli di sviluppo sono sempre stati raggiunti attraverso uno sforzo cosciente, coordinato dal livello statale, per quanto sussistano rilevanti differenze tra le diverse esperienze.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I risultati dell&#8217;esperienza argentina non sono automaticamente trasferibili a qualsiasi paese o contesto. Per quanto il lettore trovi aspetti familiari con la vicenda del suo paese, una molteplicità di aspetti e sfumature differenziano il cado di una economia periferica, collocata ad un livello medio di sviluppo, dalle economie situate nel nucleo del capitalismo, che hanno elevati livelli di sviluppo tecnologico e solidità istituzionale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Difatti, il default argentino è stato possibile proprio perché si trattava di una piccola economia periferica; secondo alcuni fu addirittura l&#8217;occasione per dare una lezione di disciplina. Un episodio del genere appare difficile nel contesto economico dell&#8217;Unione europea; sebbene gli indicatori di solvibilità in alcuni casi possono essere peggiori rispetto a quelli dell’Argentina del pre-default, il progetto dell&#8217;unione monetaria sembra prevalere su altre considerazioni. Un abbandono della zona euro, anche se da parte di Paesi di piccole dimensioni, metterebbe a repentaglio il futuro economico e politico dell&#8217;Unione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma queste differenze non devono oscurare il fatto che il tentativo di lasciare il destino di una economia alle forze non controllate del mercato é condannato a fallire . La storia recente delle economie dei paesi centrali lo dimostra; la tesi secondo cui il mercato finanziario è un mercato come gli altri, e che pertanto deve essere lasciato libero di funzionare al pari degli altri mercati, è evidentemente fallace. Solo la cecità ideologica - o specifici interessi - possono nascondere il fatto che, sotto l&#8217;idea ingannevole di &#8220;innovazione finanziaria&#8221;, si è generato un meccanismo che ha portato il sistema all’anarchia, colle dovute conseguenze.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Non vi è dubbio che la disciplina economica abbia un debito con la società. Il  prevalere del pensiero unico ha progressivamente messo in ombra il pluralismo delle idee; anche alcuni contributi di premi Nobel che hanno preso le distanze dal <em>mainstream</em> trovano poco ascolto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">È per questa ragione che la &#8220;Lettera degli Economisti&#8221; è un contributo salutare, un soffio di aria fresca in un ambiente viziato dalla mancanza di rinnovamento intellettuale. È solo da una riflessione libera da pregiudizi che ogni paese  - in coordinamento con quelli con cui ha maggiori legami – potrà trovare la via d’uscita dalla critica situazione presente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Addendum: Il Plan Fénix</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’Argentina ha sperimentato una chiusura intellettuale per anni, nel periodo della convertibilità, con il blocco di qualsiasi formulazione alternativa di politica economica. Uscire da quella situazione - con tutti i traumi che questo significò - ha consentito di pensare liberamente ad altre opzioni; questa é la vera occasione che l&#8217;Argentina deve ora sfruttare.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il <a target="_blank" href="http://www.econ.uba.ar/planfenix/"><em>Plan Fénix</em> </a>[Piano Fenice] è un progetto strategico varato dall&#8217;Università di Buenos Aires, avviato alla fine del 2000, allo scopo di cercare una via d&#8217;uscita dalla trappola in cui sono cadute l’economia e la società argentina. Il bisogno di trovare questa via di uscita è testimoniato dall&#8217;impatto che ha avuto questa iniziativa, anche prima della caduta del regime di Convertibilità. Da allora, il Plan Fénix ha mantenuto una presenza attiva nei dibattiti in Argentina, oltre a favorire lo scambio di esperienze con altri paesi, principalmente del Sud America.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">*<em>Professore della Facoltá di Scienza Economiche dell’Universitá di Buenos Aires. Coordinatore Accademico</em> <em>del </em>Plan Fénix.</p>
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		<title>La crisis internacional y la lección de la Argentina</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 17:18:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Introducción
La actual crisis mundial, y las políticas que se están perfilando para enfrentarla, ponen nuevamente en el centro del debate un conjunto de cuestiones económicas y políticas, tras un largo período en el que parecieron prevalecer consensos duraderos.
La globalización productiva y financiera se profundizó en los años ’90, y se vio acompañada por un ciclo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img height="504" width="784" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bandiera_argentina.jpg" border="0" style="width: 303px; height: 193px" />Introducción</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La actual crisis mundial, y las políticas que se están perfilando para enfrentarla, ponen nuevamente en el centro del debate un conjunto de cuestiones económicas y políticas, tras un largo período en el que parecieron prevalecer consensos duraderos.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La globalización productiva y financiera se profundizó en los años ’90, y se vio acompañada por un ciclo de crecimiento mundial prolongado, aunque jalonado por sucesivos episodios críticos, originados tanto en los países centrales como en los periféricos. Este proceso parece haber llegado a una inflexión, a partir de la crisis originada en las hipotecas sub-prime; se ha producido así una ola recesiva, que impacta principalmente en las economías centrales. Concluye así un ciclo alimentado por el crecimiento de burbujas especulativas, reflejadas en valores irreales de capitalizaciones bursátiles y activos físicos y financieros en general.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Las masivas intervenciones de los Estados, concretadas principalmente a fin de apuntalar un sistema financiero en peligro, han devuelto actualidad al debate acerca de la dimensión y alcance del accionar estatal en la economía. La prensa conservadora ha lanzado renovadas advertencias acerca de un crecimiento desmesurado del Estado, que estaría así invadiendo indebidamente la esfera privada. El Estado que viene a salvar a las finanzas queda situado en el papel del reo, inculpado por la crisis. Pero lo cierto es que el papel distorsivo que han jugado las finanzas en este proceso debe ser objeto de reevaluación.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Desde la Argentina, queremos aquí dar cuenta de nuestra experiencia, para brindar una perspectiva. Las trayectorias de los países son típicamente individuales y no trasladables, especialmente entre centro y periferia; pero la experiencia comparada siempre es provechosa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Argentina: reformas y resultados</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tras la década perdida del 80 y una crisis hiperinflacionaria, la Argentina encaró en la década del ’90 un proceso de amplia reestructuración económica y social. El imperio neoliberal fue pleno: privatización de la virtual totalidad de las empresas del Estado; abolición de diversas regulaciones y reglamentaciones; privatización del sistema previsional; liberalización del comercio exterior y de los flujos financieros externos; instrumentación de un régimen de Convertibilidad (currency board), que vinculaba por ley la relación entre moneda local y dólar.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La convicción con que estas reformas fueron encaradas es destacable; y también lo fue la respuesta de los “mercados”, a juzgar por el flujo de capitales externos, volcados a la compra de activos estatales y al financiamiento público. Las privatizaciones fueron en buena medida extranjerizaciones.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Convertibilidad limitaba fuertemente las políticas estatales; allí residía presumiblemente su mérito. En este contexto, la única apuesta posible era al optimismo empresario, que diera lugar a un flujo de inversiones externas (o que redujera el drenaje de capitales locales), creando por si mismo un ciclo virtuoso. Para esto, la política económica implementada no fue sino una gran “señal”, para que el mercado hiciera el trabajo que se esperaba de él.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un contexto de esta naturaleza es sin duda apto para atraer capitales, pero para comprar activos existentes (vía privatizaciones) y para aplicar al circuito financiero. En particular, para financiar el déficit estatal, incrementado por la reforma previsional y por las medidas tributarias tomadas para mitigar la apreciación cambiaria; pero no para atraer capitales productivos. Seguramente, para el ideario neoliberal esto no es relevante, porque los capitales en esta perspectiva son capitales sin aditamentos. Pero para quienes – recogiendo las enseñanzas de Keynes – entienden que la distinción entre inversión real e inversión financiera tiene sentido, es fácil comprender porqué el influjo de capitales financieros no se tradujo en el ciclo virtuoso esperado.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En los hechos, la economía se expandió, como mera recuperación luego de una depresión, entre 1991 y 1994, y luego entre 1996 y 1998; todo ello, con un nivel alto de desempleo (más del 15%) y de pobreza (más de 30% de la población por debajo de la línea respectiva). En contrapartida, las finanzas logran apropiarse de más de un quinto del crecimiento del PIB.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La deuda pública crece un 115%, pese a su reestructuración (operada por el Plan Brady en 1992), a la liquidación de empresas públicas y a la disciplina que supuestamente impondría la regla de la Convertibilidad.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En 1998, el entonces Presidente argentino es agasajado a la manera de un estadista, en la reunión anual del FMI y Banco Mundial en Washington. En 1999 un nuevo gobierno – de signo político contrario – continúa en la misma línea, introduciendo recortes de salarios públicos y jubilaciones. Pero esto no hace sino reducir la producción real y comprometer la solvencia fiscal. Crecientes dificultades para la renovación de vencimientos de capital, pese a paquetes financieros con participación incluso de gobiernos y organismos multilaterales, van enrareciendo el clima económico, y motivan una creciente salida de recursos, que en 2001 pone en riesgo al sistema bancario. Se decreta el congelamiento de depósitos, crece la conmoción social, cae el Presidente; su sucesor solo alcanza a declarar el default, para luego renunciar. La Argentina sale de la Convertibilidad con congelamiento de depósitos bancarios, un Estado en bancarrota, una recesión del 11% y próxima al abismo de la anomia social.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La trayectoria posterior – que aquí no tratamos – se edifica sobre bases totalmente diferentes: elevado tipo de cambio y activismo estatal asentado sobre una creciente presión tributaria, con superávit en la cuenta corriente externa y en las cuentas fiscales. Un complejo y aún inconcluso proceso de reestructuración de la deuda pública – cuya segunda etapa ha culminado en estos días – coloca las obligaciones fiscales en un perfil razonable. La reactivación operada es destacable, aunque recién a partir de 2006 puede hablarse realmente de un crecimiento neto, con relación al pico anterior de 1998.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Reflexiones</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Seguramente, quienes defienden la postura neoliberal sostendrán que el programa argentino de los ’90 careció de la coherencia suficiente para asegurar el éxito que la teoría predice. El hecho es que la Argentina fue emblemática en la aplicación de estas políticas; así fue reconocida internacionalmente, y así reaccionaron los”inversores”. Si el decálogo neoliberal no le fue propicio a la Argentina, es porque este decálogo es falaz; bajo una apariencia de sentido común y simpleza, formula recomendaciones que ningún país exitoso en el mundo ha seguido. Los elevados niveles de desarrollo se han alcanzado por un esfuerzo consciente, coordinado desde el nivel estatal, más allá de los matices importantes que puedan surgir del contraste de experiencias.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Las conclusiones que arroja la experiencia argentina no son automáticamente trasladables a cualquier país o contexto. Por más que el lector encuentre aspectos familiares con su experiencia particular, una multitud de aspectos y matices diferencian el caso de una economía periférica, de un nivel medio de desarrollo, con economías situadas en el núcleo del capitalismo, con extensas trayectorias cimentadas en el desarrollo tecnológico y la consolidación institucional.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">De hecho, el default argentino fue posible porque se trata precisamente de una economía pequeña y periférica; para algunos, incluso, fue la oportunidad para dar una lección disciplinadora. Esta misma salida parece inviable en economías de la Unión Europea; aunque los indicadores de solvencia en algunos casos puedan ser peores a los de la Argentina pre-default, el proyecto de unión monetaria parece prevalecer por sobre otras consideraciones. Un abandono de la zona euro, aun por parte de las naciones de menor talla, comprometería el futuro económico y político de la Unión.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Pero estas diferencias no deben hacernos olvidar que cualquier intento de abandonar la suerte de una economía a las fuerzas no controladas del mercado es inconducente. La propia historia reciente de las economías centrales así lo muestra; prevaleció allí la noción de que el mercado financiero es solamente un mercado más, que debe ser librado a sus fuerzas como cualquier otro mercado, lo que constituye una falacia evidente. Solo la ceguera ideológica – o los intereses concretos – pueden ocultar el hecho de que, tras la engañosa idea de la “innovación financiera”, se cebó un mecanismo que condujo a la anaquización del sistema.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">En este aspecto, no hay duda de que la disciplina económica tiene una deuda pendiente con la sociedad. La prevalencia del pensamiento único ha obturado progresivamente la diversidad; aún contribuciones de algunos premios Nobel que se han separado en cierto grado de la corriente principal encuentran relativo eco.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Es por esta razón que la “Lettera degli Economisti” constituye un saludable aporte, una bocanada de aire fresco a un ambiente viciado por la falta de renovación intelectual. Es sólo a partir de una reflexión libre de prejuicios que cada país – en coordinación con aquéllos con los que sus vínculos son más estrechos – podrá encontrar la salida al crítico presente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Addendum: El Plan Fénix</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Argentina ha vivido esta cerrazón intelectual durante largos años, por la vigencia del régimen de Convertibilidad, que implicó el bloqueo de cualquier formulación alternativa. Salir de esta situación – con todo el trauma que ello significó – permitió pensar con libertad en otras opciones; ésta es la oportunidad que la Argentina debe explotar ahora.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">El <a target="_blank" href="http://www.econ.uba.ar/planfenix/">Plan Fénix </a>es un proyecto estratégico de la Universidad de Buenos Aires, que a fines del año 2000 comenzó sus actividades, precisamente a la búsqueda de una salida para la trampa en la que estaban encerradas la economía y la sociedad argentina. La necesidad de esta salida fue evidenciada por la repercusión que adquirió esta iniciativa, aun antes de la quiebra del régimen de Convertibilidad. Desde entonces, el Plan Fénix ha mantenido una activa presencia en los debates de la Argentina, además de intercambiar experiencias principalmente con otros países sudamericanos.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Profesor de la Facultad de Ciencias Económicas de la Universidad de Buenos Aires. Coordinador Académico del Plan Fénix.</em></p>
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		<title>Il potere della finanza: lezioni dalla Grecia e dall’Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 16:42:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La capacità dei mercati finanziari di generare “valore” è legata allo sviluppo di “convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie (vedi A,Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte, 2010). Negli anni ’90 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="450" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/finance1.jpg" border="0" style="width: 300px; height: 200px" />La capacità dei mercati finanziari di generare “valore” è legata allo sviluppo di “convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie (vedi A,Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte, 2010). Negli anni ’90 è stata la Internet Economy, negli anni 2000 l&#8217;attrazione è venuta dallo sviluppo dei mercati asiatici (con la Cina che entra nel Wto nel dicembre 2001) e dalla proprietà immobiliare. Gli effetti devastanti del crollo della bolla immobiliare nel 2008 hanno reso necessario un forte intervento degli Stati per tappare le falle di bilancio apertesi nelle grandi istituzioni bancarie, assicurative e finanziarie. Lo Stato ha svolto così il ruolo di prestatore d’ultima istanza, quindi a fondo perduto e senza effetti di stimolo sulla domanda. E’ la recessione attuale e la forte immissione di liquidità pubblica, più che l’eccesso di spesa pubblica, la causa principale dell’incremento del rapporto deficit/Pil. In un simile contesto, sono i paesi più dipendenti dalla dinamica economica internazionale a essere i più penalizzati, ovvero i paesi che svolgono il ruolo di subfornitori, senza poter influenzare le traiettorie tecnologiche dominanti. L’area del Mediterraneo è tra queste. La speculazione finanziaria cerca così di sviluppare una nuova convenzione, che potremmo definire “convenzione welfare”, dove oggetto della stessa speculazione è direttamente il benessere (il bios) degli individui. Da convenzioni di tipo settoriale ad alta intensità cognitiva (Internet economy), passando a convenzioni legate allo sviluppo di aree territoriali globali, si giunge così a convenzioni che hanno come oggetto le condizioni di vita e lavoro degli esseri umani. Il biopotere della finanza si conferma pervasivo e sempre più diretto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Lo sviluppo della “convenzione welfare” ha messo a nudo a fragilità dell’Europa. Gli interessi nazionalisti e corporativi, in particolare della Germania, hanno giocato un ruolo importante. La tentazione di approfittare della crisi greca per verificare la possibilità di un’Europa (e di un Euro) a due velocità è stata fortissima. La costruzione di un’Europa ristretta, di serie A, fondata sull’asse franco-tedesco, rispetto all’Europa mediterranea di Serie B , non è mai definitivamente scomparsa dalla scena politica, soprattutto in un contesto dove l’Europa rischia di trovarsi schiacciata nella competizione tra Usa e Cina.  E’ tale tentazione che giustifica la costruzione dell’Europa solo sul pilastro monetario e il mantenimento di politiche fiscali nazionali. La non esistenza di una politica comune di budget europeo, tuttavia, oggi si sta rilevando un boomerang. Il ritardo con cui l’Europa è intervenuta e solo dopo che il Fmi aveva imposto alla Grecia il controllo del suo bilancio pubblico e l’obbligo di adottare politiche lacrime e sangue, ha consentito alla speculazione internazionale di allargarsi anche al mercato delle valute, prendendo di mira l’Euro. La crisi greca, il tentativo di estenderla ad altri paesi di peso politico sicuramente maggiore, l’inesistenza di una strategia fiscale comune europea: sono tutti elementi che hanno depotenziato l’immagine dell’Euro e creato aspettative di svalutazione. A un mese di distanza dal varo del pacchetto di misure straordinarie (il cd. Piano europeo) del valore di 500 miliardi di euro, nonostante tutte le assicurazioni, l’euro ha continuato a svalutarsi. Alla speculazione sul welfare europeo, si è così aggiunta la speculazione sull’euro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I grandi operatori finanziari dettano ancora legge. È necessario un cambio di rotta e nuove proposte di intervento di politica economica. Esse possono essere discusse a due livelli: il primo riguarda interventi tecnico-politici in un ottica di breve, brevissimo periodo, il secondo presuppone un intervallo e un’azione politica e sociale di più lunga durata.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nell’immediato si possono intraprendere tre percorsi, diversi, ma unificati dall’obiettivo di migliorare la governance dell’Europa nello scacchiere mondiale e rafforzare la sua credibilità nei mercati finanziari:</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- costituire una società di rating europea, indipendente e autorevole, effettivamente autonoma dagli interessi che agitano i mercati finanziari. A tal fine, essa non può essere privata, ma deve essere sottoposta all’egida della Banca Centrale Europea, con la nomina di esperti, nominati dalle Banche Centrali dei vari paesi europei (una sorta di Authority). In tal modo, potrebbe essere rotto il monopolio attualmente gestito dalle società americane, in collusione con gli investitori istituzionali che lì operano;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- introdurre una sorta di tassazione sulle speculazioni in valuta dello 0,01% sul modello “Tobin Tax” (richiesta peraltro avanzata già in sede europea e nel G20 sia dalla Svezia che dalla Gran Bretagna, nei tempi più drammatici della crisi dl 2008-09). Il gettito che ne deriva venga gestito direttamente dalla Comunità Europea e non dai singoli stati, per la creazione di un fondo che vada a costituire l’embrione di un budget europeo come condizione preliminare per definire una politica fiscale comune;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">-presentare un piano di coordinamento delle politiche fiscali nazionali  con effetto immediato, che non sia esclusivamente rivolto alla riduzione della spesa pubblica (come deciso nel Piano d’intervento Europeo) ma che sia invece finalizzato alla creazione di budget fiscale europeo, emissione di bond europei di debito e acquisto di titoli di stato (come già in minima parte prevede il piano europeo). E’ necessario definire le tappe e i tempi per creare un bilancio pubblico europeo ed un unico parametro deficit /Pil.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli interventi summenzionati richiedono una volontà politica in grado di sancire a livello istituzionale europeo una sorta di nuovo “new deal” così da portare a compimento in modo effettivo l’unità economica e sociale dell’Europa. Non crediamo che al momento vi siano le condizioni perché si arrivi a ciò. Quasi tutti i governo europei hanno matrice liberista e social-liberista (Germania, Spagna, Portogallo, Grecia) o ancor peggio nazional-corporativa (Francia, Italia).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ciò che manca all’Europa, è una visione in primo luogo culturale e poi sociale in grado di intervenire, analizzare, inchiestare le nuove forme di accumulazione e di valorizzazione e la nuova composizione del lavoro vivo, sempre più condizionata dalla precarietà. Il campo di azione e di battaglia politica è la ridefinizione di un welfare in grado di favorire la costruzione di un variegato fronte sociale anti-liberista e nello stesso tempo di superare la fase della sola opposizione e resistenza alle misure recessiva e regressive che oggi si vogliono porre in atto in nome della stabilità dei bilanci. Il futuro del welfare è necessariamente oltre il workfare e il welfare pubblico-keynesiano del dopoguerra: è il common-fare, ovvero il welfare europeo del comune. Ipotizzare un welfare del comune significa oggi imbastire una politica:</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- che garantisca un reddito incondizionato, individuale, ai residenti (e non solo ai cittadini), il cui ammontare è oggetto di vertenza sociale, finanziato dalla fiscalità generale (e non dai contributi sociali), grazie alla tassazione progressiva della proprietà intellettuale, dello spazio come fattore produttivo e di speculazione, della rendita finanziaria, nonché delle forme patrimoniali della ricchezza (<strong>accesso alla continuità di reddito incondizionato</strong>);</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- che tolga dalle gerarchie imposte dal libero scambio i beni primari e di pubblica utilità che negli ultimi 15 anni hanno subito estesi processi di privatizzazione in seguito all’adozione degli accordi europei di Cardiff sulla de-regolamentazione del mercato dei beni e dei servizi (<strong>accesso ai beni comuni materiali);</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- che imponga forme di controllo e di monitoraggio sul mercato del credito, sui suoi costi e sulle possibilità di elargire forme di finanziamento anche a chi non ha contratti a tempo indeterminato con la garanzia e l’assicurazione degli apparati pubblici, sia a livello locale che sopranazionale (<strong>accesso alla moneta come bene comune</strong>);</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">- che proceda ad una regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale e della legislazione sempre più restrittiva dei brevetti a favore di una maggiore libertà di circolazione dei saperi e alla possibilità gratuita di dotarsi di infrastrutture informatiche, tramite adeguate politiche innovative e industriali (<strong>accesso ai beni comuni immateriali</strong>).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Una tale proposta di welfare rappresenta ad oggi un possibile strumento perché non solo si attui una distribuzione del reddito più equa ma anche perché si sviluppino quelle condizioni reali di scelta del lavoro, di vita e di sostenibilità sociale in grado di avere ricadute positive sulla struttura economica attuale, unico antidoto per combattere la speculazione e fuoriuscire dal guado della crisi.  Una proposta che punta ad un uso qualitativo della spesa pubblica, al fine di favorire una crescita economica in grado, per questa via, di ridurre anche in parte il rapporto deficit/pil: esattamente l’opposto di quella politica fiscale restrittiva adottata da molti paesi europei con l’obiettivo di assecondare gli appetiti della speculazione finanziaria e di creare una situazione deflattiva con esiti che rischiano di peggiorare ulteriormente l’attuale situazione economica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Professore di economia politica nell’Università di Pavia</em></p>
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		<title>Sartori e la “Lettera degli economisti”</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 18:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Nell’articolo di fondo del Corriere della Sera del 25 giugno Giovanni Sartori se la prende con gli economisti e con il sostegno che essi hanno dato a quel processo che con brutta parola definiamo di “finanziarizzazione” dell’economia. Come economista dovrei armarmi per difendere la categoria che annovera tra i suoi fiori all’occhiello proprio quegli economisti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="218" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/speculazione-300x218.jpg" border="0" />Nell’articolo di fondo del <em>Corriere della Sera</em> del 25 giugno Giovanni Sartori se la prende con gli economisti e con il sostegno che essi hanno dato a quel processo che con brutta parola definiamo di “finanziarizzazione” dell’economia. Come economista dovrei armarmi per difendere la categoria che annovera tra i suoi fiori all’occhiello proprio quegli economisti che Sartori critica così duramente; ma, come firmatario della <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">“Lettera degli economisti”</a> non solo non me la sento di contestare gli argomenti esposti dal noto politologo, ma francamente li condivido in pieno. Mi piacerebbe che Sartori sapesse che proprio in questi giorni qualcosa si è mosso nella direzione da lui auspicata anche tra gli economisti italiani.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sartori scrive a proposito della situazione attuale: “semplificando al massimo, da un lato abbiamo una economia produttiva che produce beni, che crea «cose», e i servizi richiesti da questo produrre, e dall’altro lato abbiamo una economia finanziaria essenzialmente cartacea fondata su vorticose compravendite di pezzi di carta. Questa economia cartacea non è da condannare perché tale, e nessuno nega che debba esistere. Il problema è la sproporzione; una sproporzione che trasforma l’economia finanziaria in un gigantesco parassita speculativo la cui mira è soltanto di «fare soldi », di arricchirsi presto e molto, a volte nello spazio di un secondo.”</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Mi domando, in linea con la “Lettera”, ma non è forse l’Europa stessa che, nel percorso che ha intrapreso da un po’ di anni a questa parte e con la previsione di una determinata struttura istituzionale e di regole di governance delle istituzioni dell’Ume, ha favorito il passaggio a questa economia nella quale la finanza non è l’ancella delle attività produttive, ma è il fulcro intorno al quale ruota tutta l’economia e la stessa organizzazione sociale? Quanto sarebbe necessario riaprire il dibattito democratico, nel senso di Sen, su queste tematiche e far emergere quei profili culturali che sottolineano l’urgenza di riempire di metodi e contenuti diversi dal passato l’Europa del dopo Trattato di Lisbona perché anche le politiche economiche si orientino verso altri obiettivi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Certo gli economisti, non tutti per fortuna, hanno una enorme responsabilità: hanno acriticamente abbracciato il credo neoliberista ed hanno allevato una generazione di studenti, dottorandi, ricercatori e futuri professionisti sulla capacità di risolvere modellini (modelli e modelloni) matematici, su esercizi econometrici demenziali trascurando il ruolo che storia, filosofia e capacità di analisi hanno perché l’economista possa dare il proprio contributo alla società.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ancora Sartori: “Gli economisti «classici » facevano capo all&#8217;economia produttiva; oggi i giovani sono passati in massa all’economia finanziaria. È lì, hanno capito, che si fanno i soldi, ed è in quel contesto che l’economia come disciplina che dovrebbe prevedere, e perciò stesso prevenire e bloccare gli errori, si trasforma in una miriade dispersa di economisti «complici» che partecipano anch’essi alla pacchia.”</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E, allora, noi e Sartori concordiamo senz’altro sulla necessità di contrastare la speculazione: “è chiaro che in futuro tutta la materia dell’economia finanziaria dovrà essere rigorosamente regolata e controllata” scrive Sartori.” E la “Lettera”, nella sua parte finale: “Ecco perché in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione tramite divieti di operazioni allo scoperto, adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed interventi amministrativi sui movimenti di capitale.”</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ci possono essere tanti punti, come l’avvicinamento di Sartori alle controverse tesi di Serge Latouche sulla decrescita, sui quali aprire una discussione, ma ciò non toglie che l’articolo del politologo del 25 giugno apre un confronto con il mondo della cultura esterno alla professione che può essere interessante esplorare più a fondo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Ordinario di economia politica nell&#8217;Università di Napoli &#8220;Federico II&#8221;.</em></p>
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		<title>Lettera degli economisti</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 10:24:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#160;
LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE

&#160;
Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

&#160;
&#160;
La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,<br />
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA<br />
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA<br />
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE<br />
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E<br />
DELL’OCCUPAZIONE
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Ai membri del Governo e del Parlamento<br />
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea<br />
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali<br />
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica</strong>
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, <strong>non si risolveranno attraverso tagli</strong> ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Piuttosto, <strong>si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi</strong>, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a <strong>uscire dalla Unione monetaria europea</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile <strong>profilo liberista del Trattato dell’Unione</strong> e dall’orientamento di <strong>politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un <strong>allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori</strong>. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e <strong>dell’indebitamento privato</strong> che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che <strong>su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile</strong>, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un <strong>sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda</strong>, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche <strong>i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli</strong>. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La <strong>piena mobilità dei capitali</strong> nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che <strong>la presunta efficienza dei mercati finanziari</strong> non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sono queste le ragioni di fondo per cui <strong>gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro</strong>. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser <strong>progressivamente sospinti</strong> al di fuori della zona euro, o potrebbero <strong>decidere di sganciarsi</strong> da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l&#8217;azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di <strong>contraddizioni reali</strong>. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori <strong>alimentano ulteriormente la sfiducia</strong> e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che <strong>spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato</strong>, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In un simile scenario riteniamo sia <strong>vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive</strong> da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle <strong>ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati</strong>, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di <strong>interessi sociali consolidati</strong>. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore <strong>indebolimento del lavoro</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una <strong>desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee</strong>, per <strong>processi migratori sempre più difficili da gestire</strong>, e in ultima istanza per una <strong>gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico</strong>. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare <strong>altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009</strong>. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, <strong>per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso <strong>un chiaro programma di politica economica alternativa</strong>. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, <strong>frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti</strong> laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che <strong>nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile</strong> a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. <strong>Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo</strong> e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.<br />
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un <strong>massiccio programma di privatizzazioni</strong>. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica <strong>altamente discutibili</strong>.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, <strong>prima che sia troppo tardi</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Occorre prendere in considerazione l’eventualità che <strong>per lungo tempo non sussisterà una locomotiva</strong> in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che <strong>l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo</strong> delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo <strong>dare respiro al processo democratico</strong>, è necessario cioè <strong>disporre di tempo</strong>. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre <strong>immediatamente un argine alla speculazione</strong>. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto <strong>meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale</strong>, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre <strong>un pavimento al tracollo del monte salari</strong>, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di <strong>espansione della domanda</strong> al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. <strong>I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità</strong>, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Bisogna istituire <strong>un sistema di fiscalità progressiva</strong> coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre <strong>un piano di sviluppo</strong> finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla <strong>produzione pubblica di beni collettivi</strong>, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il <strong>principio di separazione</strong> tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare <strong>un sistema di apertura condizionata dei mercati</strong>, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, <strong>tremenda involuzione</strong> del quadro di politica economica europea.<br />
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto <strong>insostenibili</strong>.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. <strong>A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione</strong>. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è <strong>in atto il più violento e decisivo attacco </strong>all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, <strong>l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso</strong>, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per questo, occorre immediatamente <strong>aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori</strong> di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa <strong>non sortissero effetti</strong>, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre).</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Adesioni: Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González (Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz (Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani (Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera (Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Marcello Degni (Università di Pisa), Carlo Del Gaudio (Università di Napoli ‘Federico II’), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino (Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España), Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez (Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc Mangenot (Fondazione COPERNIC - Francia), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano (Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche), Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga (Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma &#8216;La Sapienza&#8217;), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi (Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo), Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’), Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università degli Studi di Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano). </em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Per ulteriori informazioni consulare il sito </em><a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/"><em>www.letteradeglieconomisti.it</em></a><em> o scrivere a </em><a href="mailto:info@letteradeglieconomisti.it"><em>info@letteradeglieconomisti.it.</em></a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
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		<title>Il ruolo delle banche è mutato</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 10:23:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Durante i “trenta gloriosi” anni seguenti la Seconda guerra mondiale, le banche hanno svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo economico del sistema capitalista, incentrato a quell’epoca sulla relazione virtuosa tra il settore bancario e le imprese che producono beni e servizi non-finanziari: le linee di credito concesse dalle banche a tali imprese – i cui obiettivi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="200" width="350" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/soldi-denaro.jpg" border="0" style="width: 252px; height: 200px" />Durante i “trenta gloriosi” anni seguenti la Seconda guerra mondiale, le banche hanno svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo economico del sistema capitalista, incentrato a quell’epoca sulla relazione virtuosa tra il settore bancario e le imprese che producono beni e servizi non-finanziari: le linee di credito concesse dalle banche a tali imprese – i cui obiettivi erano definiti con riferimento al medio-lungo periodo – permisero la produzione di valore aggiunto attraverso la remunerazione dei lavoratori delle imprese, i quali potevano disporre della loro capacità di acquisto sui mercati dei prodotti al fine di avere un tenore di vita dignitoso senza dover ricorrere all’indebitamento personale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La finanziarizzazione<strong>[1]</strong> delle economie capitaliste, iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso, ha trasformato i nostri sistemi economici radicalmente, marginalizzando poco alla volta il ruolo delle banche commerciali, inducendo queste ultime a diventare delle società finanziarie attive su scala globale e operanti a 360 gradi sui mercati finanziari (una sorta di “supermercati finanziari” alla ricerca del massimo profitto nel minor tempo possibile). La crescente quota dei profitti nella distribuzione del reddito che avviene sul mercato dei prodotti ha ridotto la necessità per le imprese di far capo al credito bancario per il finanziamento della loro produzione. La riduzione della quota dei salari reali nella distribuzione del reddito nazionale ha da parte sua diminuito la capacità di acquisto delle famiglie di lavoratori, a tal punto da aver introdotto nelle statistiche a livello nazionale la categoria dei cosiddetti “<em>working poor</em>”, vale a dire i lavoratori il cui salario o stipendio non basta per assicurare loro un livello di vita minimo esistenziale, costringendoli dunque a ricorrere all’indebitamento personale e magari pure all’assistenza sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In questo regime economico, le imprese non hanno alcun interesse a investire per aumentare la loro capacità di produzione in quanto i consumatori hanno una minore capacità di acquisto, data la maggiore quota dei profitti nella ripartizione del reddito nazionale. Queste imprese sono quindi indotte a spendere i loro profitti a oltranza sui mercati finanziari, i quali permettono alle banche, fra molti altri attori finanziari, di riciclare tale enorme liquidità concedendo lucrativi prestiti al consumo alle famiglie di lavoratori il cui salario o stipendio non basta per mantenere un certo tenore di vita.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Alla relazione che associava il credito dei lavoratori al debito delle aziende nell’epoca precedente la “finanziarizzazione” dei sistemi economici capitalistici è andata sostituendosi la relazione opposta, caratterizzata dall’aumento dell’indebitamento personale, da un lato, e dall’altro lato dalla crescita dei profitti aziendali non reinvestiti nella produzione ma spesi per aumentare le rendite sui mercati finanziari. Le politiche di riduzione del debito pubblico e di pareggio del bilancio statale hanno poi aggravato questa situazione, già destabilizzante per natura, in quanto hanno ridotto da un lato la capacità di contrarre debiti da parte del settore pubblico e, dall’altro lato, hanno diminuito l’offerta di titoli finanziari dello Stato, contraddistinti da un rapporto rischio–rendimento interessante per gran parte dei risparmiatori individuali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Come fece notare William Vickrey, “premio Nobel” per l’economia nel 1996, “il deficit pubblico non è un peccato ma una necessità economica”<strong>[2]</strong> al fine di ridurre l’instabilità intrinseca nel funzionamento dei sistemi economici capitalistici dominati dalla finanza speculativa.</p>
<p><em>*L’autore è professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria nell’Università di Friburgo (Svizzera).</em></p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] La finanziarizzazione di un sistema economico consiste nel dare la precedenza ai mercati finanziari, ai motivi di carattere finanziario, agli agenti finanziari e alle istituzioni finanziarie – sul piano sia nazionale sia transnazionale – rispetto alla cosiddetta economia “reale”, il cui funzionamento è pertanto subordinato (a prescindere dalla congiuntura) alla finanza speculativa.</h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[2] William Spencer Vickrey, “We need a bigger deficit”, in M. Forstater e P.R. Tcherneva (a cura di), Full Employment and Price Stability: the Macroeconomic Vision of William S. Vickrey, Cheltenham e Northampton, Edward Elgar, 2004, p. 134.</h6>
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		<title>Petro Standard</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 16:56:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;ultima riunione del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc), il 17 dicembre scorso, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar (che controllano circa il 45% delle riserve mondiali di petrolio e il 25% di quelle di gas), a cui si è aggiunto l’arcipelago del Bahrein, hanno deciso di avviare la prima fase[1] per  la costituzione di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="275" width="264" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/moneta-internazionale.jpg" />Nell&#8217;ultima riunione del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc), il 17 dicembre scorso, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar (che controllano circa il 45% delle riserve mondiali di petrolio e il 25% di quelle di gas), a cui si è aggiunto l’arcipelago del Bahrein, hanno deciso di avviare la prima fase<strong>[1]</strong> per  la costituzione di una unione monetaria che dovrebbe portare in breve tempo all’emissione di una nuova moneta, il <em>Gulf</em>, con l’obiettivo annunciato di sganciarsi definitivamente dall’uso del dollaro<strong>[2]</strong> per gli scambi petroliferi e costituire una nuova moneta di riserva sotto il loro diretto controllo. Tra il 2007 e il 2008, infatti, la tendenza del dollaro a svalutarsi ha colpito  innanzitutto i paesi esportatori di petrolio riducendo le loro entrate in termini reali, determinando forti pressioni inflazionistiche favorite anche dal continuo incremento della domanda interna nella regione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se il progetto di moneta comune dei paesi del Golfo si realizzasse, il dollaro potrebbe questa volta seriamente temere di perdere il suo ruolo centrale<strong>[3]</strong>. Il <em>Gulf</em> si presenterebbe sul mercato con la caratteristica di una moneta di riserva molto più <em>credibile</em> del dollaro (e del suo concorrente euro), in quanto  il suo valore sarebbe garantito, anche se indirettamente, dal petrolio, perché di fatto il fondamento fiduciario della nuova moneta andrebbe a cadere sull’<em>unica ricchezza</em> posseduta dai paesi della penisola arabica che è costituita dalle ingenti riserve petrolifere. Il <em>Gulf</em> sarebbe poi facilmente immesso nel circuito monetario internazionale attraverso le transazioni tra i paesi petroliferi e il resto del mondo. La nuova moneta diventerebbe un bene rifugio per molti paesi emergenti, che da anni si vogliono svincolare dalla divisa americana considerata da tempo non più completamente affidabile. Insomma, a differenza dell’euro e dello yen che non sono stati in grado di ridurre sensibilmente il dominio del dollaro<strong>[4]</strong>, il <em>Gulf</em>  potrebbe avere maggiori potenzialità proprio per il suo legame con le immense ricchezze petrolifere gestite dai paesi emittenti, che fornirebbero una garanzia ben più solida di quella che le politiche monetarie degli Usa e dell’area euro possono offrire<strong>[5]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Appena varato il <em>Gulf</em>, tutti gli ingenti surplus commerciali dei paesi del Golfo detenuti in dollari potrebbero essere rapidamente convertiti e questo determinerebbe il crollo della valuta americana sul mercato con effetti che tutti possono immaginare. Il sistema monetario troverebbe a questo punto un nuovo centro di gravità nei paesi esportatori di petrolio, a cui sarebbe affidato un potere enorme non solo come detentori delle riserve energetiche essenziali, ma anche come emittenti di una nuova moneta riserva di valore internazionale. La moneta comune del Golfo potrebbe essere addirittura utilizzata fin dall’inizio come <em>àncora</em> (<em>peg</em>) per stabilizzare il livello dei prezzi di dei paesi importatori di petrolio che hanno una dimensione trascurabile nel commercio mondiale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’iniziativa dei paesi del Golfo si inserisce in un progetto più ampio diretto, nonostante le diplomatiche smentite ufficiali, alla definitiva sostituzione del dollaro come moneta internazionale di riserva. In questo contesto la crisi, cronica ormai, del dollaro potrebbe consolidare il progetto, largamente condiviso soprattutto dai pesi emergenti<strong>[6]</strong>, di un ritorno ad un regime monetario internazionale fondato sull’uso di monete merci.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Un disegno questo che incontra innanzitutto il favore dei paesi islamici che da tempo sostengono addirittura la necessità di un ritorno al gold standard non solo per ragioni legate alla difesa del potere d’acquisto, ma anche per questioni religiose, in quanto per la legge islamica (sharia) è immorale ogni forma di guadagno non legata direttamente alle attività produttive, come sono le entrate provenienti dall’uso speculativo delle ingenti riserve in dollari dei paesi arabi produttori di petrolio. Da più parti nel mondo islamico si preme per la reintroduzione del <em>dinaro aureo</em>, antica moneta araba coniata per ben 13 secoli, fino al crollo dell’Impero Ottomano. Passi concreti in questa direzione li ha già compiuti il premier della Malesia, Mahathir, con l’obiettivo di sganciarsi dalla dipendenza del dollaro e dalle restrizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale dopo la crisi del 1998, coniando nel 2001 una moneta aurea (Kijang Emas) e proponendola, senza successo,  ai paesi della lega araba come nuovo standard.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In questa direzione si muovono da tempo anche autorevoli economisti, come il premio Nobel Robert Mundell,  che ha proposto l’istituzione di una nuova moneta internazionale, l’Intor, che dovrebbe essere ancorata per il 50% del suo valore all’oro  e per l’altro 50% alle monete più forti, dollaro, yen, euro in primo luogo (in prospettiva un ruolo determinante dovrebbe ricoprire la nuova moneta dei paesi del Golfo)<strong>[7]</strong>. La proposta di Mundell non è isolata: dal 1971 influenti economisti sostengono la necessità di un ritorno a regimi monetari fondati sul ruolo centrale dell’oro come <em>ancora</em> garante della stabilità (ricordiamo tra questi le posizioni esplicitamente favorevoli al regime aureo di Barro e di Greenspan, e la <em>propaganda</em> a favore dell’oro di molti esponenti della scuola austriaca del von Mises Institute). Insomma vi sono precisi segnali che indicano il disegno, più o meno consapevole,  di ritornare a sistemi basati su <em>commodity standard</em>, considerati come lo strumento più idoneo per garantire la stabilità monetaria internazionale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma non ci si ferma all’oro: il progetto di istituire una moneta internazionale garantita direttamente dalle riserve petrolifere, nella sostanza un <em>petroleum standard</em> (o in altri termini un <em>energy-based currency</em>) è stata esplicitamente avanzata al secondo <em>South American-Arab League Summit</em> del marzo 2009, dal presidente venezuelano Hugo Chavez. La nuova moneta, denominata <em>Petro</em>, dovrebbe, nelle intenzioni del presidente venezuelano, proporsi esplicitamente come una nuova <em>commodity money</em> internazionale garantita dalle riserve petrolifere, con l’obiettivo annunciato di superare l’instabilità sistemica che ha caratterizzato l’ultimo quarantennio di regime di moneta fiduciaria<strong>[8]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Particolare risalto ha avuto in questi anni il progetto di una nuova moneta internazionale proposto nel 2001 dall’economista belga Bernard A. Lietaer, in <em>The Future of Money: Beyond Greed and Scarcity</em>. La nuova moneta, che Liataer chiama <em>Terra</em>, dovrebbe essere basata su un paniere composto dalle dodici più importanti merci commerciate a livello mondiale e caratterizzate da una relativa stabilità di valore. La nuova moneta dovrebbe essere emessa dalla <em>Terra Alliance</em>, una associazione di iniziativa privata e non governativa, un ente finanziato dai paesi produttori di petrolio con l’investimento dei loro surplus e sarebbe poi immessa nel circuito monetario internazionale attraverso le transazioni tra i paesi petroliferi e il resto del mondo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ma chi ha un po’ di familiarità con la storia monetaria non può lasciarsi sedurre dal mito della moneta merce come meccanismo infallibile in grado di assicurare automaticamente la stabilità dei prezzi interni ed internazionali. Questa stabilità si ha solo a condizione  che l’offerta di moneta merce sia sempre in proporzione con le variazioni di produttività di tutte le altre merci, sia insomma dotata di una elasticità di offerta tale da evitare sia spinte deflazionistiche (aumento del prezzo relativo della moneta merce rispetto alle altre merci e ristagno dei mezzi di pagamento), sia fiammate inflazionistiche (diminuzione del prezzo relativo della moneta merce rispetto alle altre merci). Le fluttuazioni dei prezzi sarebbero quindi sempre esogenamente determinate in base alle variazioni del prezzo mondiale della moneta merce e quindi politicamente non controllabili. Del resto il sistema del <em>commodity standard</em>, così come la vicenda storica ha dimostrato, tende a creare forti asimmetrie tra i paesi. Sono avvantaggiati innanzitutto i paesi che hanno un maggior peso nel commercio internazionale e che accumulano crescenti surplus, mentre sono del tutto svantaggiati i paesi in deficit o che rivestono un ruolo marginale nel commercio mondiale. La probabile tesaurizzazione delle riserve<strong>[9]</strong> porterebbe poi ad un ristagno dei mezzi di pagamento internazionale e a pressioni deflazionistiche che sopporterebbero prevalentemente i paesi in deficit, costretti ad adottare politiche di riduzione dei redditi interni per poter ristabilire il loro equilibrio esterno. La maggiore stabilità assicurata da forme di <em>commodity money</em> è quindi solo un’illusione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La strada per evitare il ritorno al <em>barbarico relitto</em> della moneta merce passa attraverso una riforma politica del sistema monetario mondiale che sia diretta al potenziamento di strumenti di liquidità internazionale, come i <em>diritti speciali di prelievo</em>, sotto il controllo di una autorità sovranazionale come il Fondo Monetario Internazionale, che dovrebbe essere opportunamente riformato per dare maggior peso ai paesi emergenti. L’uso di tali strumenti insieme a meccanismi istituzionali che tendano a controllare i movimenti di capitali darebbero al sistema monetario internazionale una maggiore possibilità di governo politico degli squilibri (così come aveva intuito Keynes negli anni Quaranta e Triffin negli anni Sessanta), assicurando, attraverso forme di intervento condivise, una maggiore stabilità. E’ questa la direzione che le autorità monetarie cinesi hanno già realisticamente indicato<strong>[10]</strong> e che è stata raccolta molto limitatamente nel vertice di Pittsburg del settembre scorso. Sul tema della riforma del sistema monetario internazionale gli interessi delle forze democratiche<strong>[11]</strong>, in primo luogo quelle dell’Occidente, dovrebbero convergere sulla proposta cinese di internazionalizzazione delle riserve per evitare che emergano drastiche soluzioni della crisi del dollaro che finiscano “per gettare via il bambino insieme all’acqua sporca”. Il dollaro potrebbe essere la vittima più illustre di questa crisi, ma il definitivo tramonto della divisa americana per una crisi di fiducia potrebbe facilitare il ritorno a tecnologie di pagamento basate su merci, inasprendo le asimmetrie e le rigidità del sistema dei pagamenti internazionali. Gli stessi Usa potrebbero essere spinti per difendere la loro moneta a ripristinare il dollaro convertibile<strong>[12]</strong>, tentazione che nei circoli politici e finanziari di Washington e Wall Street è stata sempre molto viva.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] La prima fase prevede la costituzione del Gulf Monetary Council, nucleo della futura Banca centrale dell’Unione. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno aderito al protocollo di intesa per contrasti riguardo alla decisone di scegliere Ryad come sede del nuovo organismo e non Abu Dhabi, ma il loro l&#8217;ingresso nella nuova unione monetaria avverrà in una seconda fase, quando è prevista anche l&#8217;adesione dell&#8217;Oman.<br />
[2] Dal punto di vista dei regimi di cambio, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Qatar restano ancorati al dollaro, ed il Kuwait ad un paniere composito, con un meccanismo di conventional fixed peg, il paese cioè, fissa il cambio con un’altra valuta o ad un paniere mantenendo con essi un piccolo margine di oscillazione (es. 1%). Negli ultimi tre anni, soprattutto per evitare pressioni inflazionistiche interne, l’aggiustamento automatico con il dollaro è stato più volte evitato.<br />
[3] Del resto già si annuncia che nel prossimo decennio, Dubai è destinata, insieme a  Shanghai, a superare la piazza finanziaria di Londra.<br />
[4] Se consideriamo il dato delle riserve monetarie mondiale (dati IMF del I quadrimestre del 2009), il 65 %, è costituito da dollari, mentre l’euro si attesta al 26%, seguito dalla sterlina britannica (al 4%) e dallo yen (al 3%). Se si considera poi l’evoluzione della composizione delle riserve mondiali negli ultimi anni,  la percentuale in euro sul totale è passata (fonte IMF, 2005). dal 17,9% del 1999 al 24,9% del 2004, toccando il 25,3% nel 2003 (alla fine del 1998, l’ammontare di riserve mondiali in marchi tedeschi, franchi francesi, fiorini olandesi e in ECU era pari al 14,5%). A fronte di questa ascesa dell’euro, le riserve in dollari Usa sono passate, nello stesso periodo, dal 71,0% al 65,9% , mentre le riserve mondiali in yen giapponesi sono diminuite nello stesso periodo dal 6,4% al 3,9%.  Leggendo questi dati si può dire che il dollaro dopo la nascita dell’euro ha ceduto solo qualche palmo di terreno, restando ben piazzato a rappresentare quasi due terzi delle riserve mondiali, mentre la moneta unica europea si è avvantaggiata soprattutto a spese delle monete minori, yen e sterlina britannica.<br />
[5] Il passaggio dalla egemonia della sterlina a quella del dollaro avvenne nel tempo relativamente breve di due decenni, tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, ma in un contesto molto diverso da quello attuale. La sterlina e il dollaro erano in quel tempo monete formalmente convertibili in oro,  e il passaggio dall’una all’altra egemonia fu determinata in primo luogo dall’accumulo di riserve auree negli Stati Uniti e rafforzato dalla posizione assunta da quest’ultimo paese come creditore netto internazionale. Tuttavia, il fatto che la convertibilità in oro del dollaro era assicurata, il passaggio dalla sterlina alla divisa americana non fu percepito come una trasformazione radicale, dato che sempre il metallo giallo permaneva, almeno formalmente,  nelle sue funzioni di standard.<br />
[6] Le autorità monetarie della Repubblica popolare cinese, che detengono in dollari circa il 65% delle loro riserve valutarie (secondo stime non ufficiali, fonte IBS-Reuters),  hanno più volte manifestato in modo esplicito timori sulla stabilità del biglietto verde, e dal 2005 hanno ancorato lo yuan a un paniere composito di monete svincolandosi dal rapporto stretto ed esclusivo con la divisa Usa. Da tempo la Russia, seguita da altri paesi emergenti, è impegnata a modificare al composizione delle sue riserve a vantaggio dell’euro.<br />
[7] L’iniziativa della moneta comune della penisola arabica è stata sempre sostenuta dal FMI, cfr. E. Jadresic, On a common currency for the GGC Countries, IMF Discussion Paper, december 2002, come un passo decisivo verso la semplificazione del sistema monetario mondiale.<br />
[8] E il Gulf potrebbe rappresentare una prima tappa nell’attuazione di questo disegno.<br />
[9] Per questo molte proposte contemporanee di ritorno a forme di commodity money prevedono per evitare la tesaurizzazione la definizione di regole internazionali che impongano il pagamento di costi di deposito per le riserve accumulate oltre un certo limite.<br />
[10] Si veda il recente intervento (<a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.pbc.gov.cn/english//detail.asp?col=6500&amp;ID=178">http://www.pbc.gov.cn/english//detail.asp?col=6500&amp;ID=178</a>),  Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People&#8217;s Bank of China); cfr. anche R. Patalano, <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/keynes-a-pechino/" title="Keynes a Pechino">Keynes a Pechino</a>.<br />
[11] Nel recente congresso dell’Internazionale Socialista del luglio scorso neppure una tesi è stata dedicata al problema della riforma del sistema monetario internazionale, ma solo generici riferimenti alla cooperazione, alla lotta contro la speculazione e alla riforma delle quote di partecipazione del FMI a maggior vantaggio dei paesi in via di sviluppo.<br />
[12] Del resto gli Usa sono ancora al primo posto come detentori di riserve auree (con 8133,5 tonnellate), seguiti dalla Germania (3407,6 tonnellate), dall’Italia (2451,8 tonnellate) , dalla Francia (2435,4 tonnellate) e dalla Cina (1054 tonnellate). Dati dicembre 2009.</h6>
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		<title>I limiti del microcredito</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 18:40:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il microcredito è ritenuto nella letteratura  strumento di riduzione della disoccupazione, di sostegno al self-employment  e di stimolo alla nascita di microimprese (Murdoch 1999, Murdoch e Shreiner 2001, Armendáriz de Aghion e Morduch 2004). Questa posizione è condivisa dall’Unione Europea che ritiene che la micro finanza possa giocare un ruolo centrale nella realizzazione della strategia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="266" width="273" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/microcredito-thumb.jpg" />Il microcredito è ritenuto nella letteratura  strumento di riduzione della disoccupazione, di sostegno al <em>self-employment</em>  e di stimolo alla nascita di microimprese (Murdoch 1999, Murdoch e Shreiner 2001, Armendáriz de Aghion e Morduch 2004). Questa posizione è condivisa dall’Unione Europea che ritiene che la micro finanza possa giocare un ruolo centrale nella realizzazione della strategia di Lisbona, che coniuga l’obiettivo dell’occupazione con l’inclusione sociale nel contesto generale della &#8220;flexicurity&#8221; (European Coomission 2007 p.3).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il tema del microcredito affonda le sue radici nella letteratura sulle asimmetrie informative (Akerlof 1970) e sui “fallimenti del mercato” estesa al mercato del credito (Stiglitz e Weiss 1981) a partire dalla quale si è sviluppato un ricco filone di ricerca sull’esclusione dalla possibilità di ottenere finanziamenti come ostacolo alla rimozione della povertà<strong>[1]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Questo processo di ricerca ha subito una notevole accelerazione con la creazione della Grameen Bank da parte di colui che avrebbe successivamente ricevuto il Premio Nobel per la pace – Muhammed Yunus. Egli ha il grande merito di aver reso noto ad un pubblico molto ampio le sue iniziative di microfinanza proponendole come strumenti per la promozione dello sviluppo nei paesi poveri. L’attività di questa banca - che si fonda su tradizionali meccanismi di mercato, sul controllo diretto del percorso di restituzione del prestito da parte del debitore e su incentivi di tipo altruistico -  è tesa alla concessione di piccoli prestiti a persone tradizionalmente ritenute al di fuori del circuito economico. Questa iniziativa è stata ritenuta convincente ed ha avuto una tale risonanza sul piano internazionale da diffondersi in breve tempo in tutto il mondo. In particolare i risultati maggiori si sono ottenuti nel Sud-est asiatico, in America latina ed in Africa.</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="261" width="517" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/canale.png" /></p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La tabella riporta la dimensione del fenomeno per area geografica. l’Asia rappresenta l’area geografica dove il fenomeno ha avuto maggiore diffusione. Sin dalla fine degli anni ’90, è’ noto che in Bangladesh e in Indonesia il microcredito non solo è stato strumento di sostegno alla povertà, ma ha ricoperto anche un ruolo di ammortizzatore sociale nel periodo della crisi finanziaria (Marconi e Mosley, 2006).</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A grande distanza, per quantità di progetti e ammontare di risorse, seguono l’Africa sub-sahariana, l’America Latina e l’area relativa ai paesi arabi (Medio Oriente e Nord Africa – <em>MENA countries</em>) con una posizione del tutto marginale. Di particolare rilievo però sono alcune esperienze dell’America Latina come quella della Bolivia dove prima il Bancosol e poi anche altre istituzioni finanziarie si sono dedicate con grande successo al microcredito (Navajas, Conning e Gonzales-Vega 2003).</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I progetti di microcredito nelle economie avanzate rappresentano una quota del tutto irrisoria - mai oltre il 6% e spesso al di sotto dell’1% (vedi ultima riga della tabella 1). Anche nei paesi dell’Europa dell’Est il fenomeno della microfinanza è assai poco diffuso nonostante la riconversione dalle economie socialiste all’economia di mercato abbia creato un consistente numero di individui che vivono al di sotto della soglia di povertà.</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La diversa diffusione nel mondo di esperienze di micro finanza porta ad interrogarsi  sulle ragioni di una distribuzione così diseguale. Perché la finanza per i poveri possa essere una esperienza di successo devono verificarsi alcune condizioni:<br />
1. la possibilità di destinare il prestito ad attività redditizie (reddito atteso)<br />
2. l’impossibilità di ottenere retribuzioni alternative dignitose (salario di riserva).
</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Queste due condizioni  risultano tanto più vere quanto più l’economia è arretrata e ha bassi livelli di reddito e di capitale pro-capite Solo una volta che esse si siano verificate e siano state poste le premesse per una domanda adeguata, gli economisti possono interrogarsi su come rendere il credito accessibile a tutti e la finanza per i poveri profittevole per il sistema bancario.</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Morduch e Schreiner - economisti accesi sostenitori del microcredito e dell’estensione delle esperienze nei paesi in via di sviluppo - sottolineano che perché possa essere realizzabile in una economia avanzata come gli Stati Uniti deve essere accompagnato da efficaci programmi di sostegno e di controllo del percorso di investimento, e da strategie volte al contenimento dei costi delle aziende di credito (Morduch e Schreiner 2001). Potremo dire da un percorso che renda l’attività redditizia all’interno dei tradizionali canoni di mercato. Ma subordinare l’efficienza di mercato ai programmi di intervento sembra rappresentare una contraddizione.</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A ben osservare cosa accade nei paesi avanzati, è possibile notare che la pratica di concedere prestiti di importo ridotto esiste da tempo e svolge le funzioni di strumento per colmare le carenze di liquidità e di distribuzione dei consumi nel tempo. Il sistema bancario e finanziario, infatti, concede credito ai privati  - individui e imprese - per le necessità personali o per finanziare progetti; sostiene poi i consumi correnti, attraverso la rateizzazione, a chi dimostri di essere capace di produrre reddito e di non avere una storia passata di insolvenza. Diversa è la questione relativa all’altezza dei tassi d’interesse e all’incapacità del costo del finanziamento di incorporare tutte le informazioni del debitore e del creditore (adverse selection e moral hazard), questione che potrebbe essere stemperata attraverso una maggiore regolamentazione e all’utilizzo di strategie alternative di politica monetaria, ma che è necessario porsi in seconda battuta<strong>[2]</strong>.</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La domanda di strumenti finanziari da parte delle persone indigenti, potrebbe infatti non esistere in una economia sviluppata: essa infatti è funzione diretta del reddito futuro atteso dell’attività alla quale è destinata e funzione inversa del salario ottenibile in alternativa: in una parola funzione inversa della povertà di un sistema economico nel suo complesso. La finanza per i poveri trova perciò tanto più spazio e sarà tanto più redditizia quanto più un paese è in una condizione di sottosviluppo. In questo caso il microcredito potrebbe rappresentare una “terza via” perché aggiunge un nuovo elemento di propulsione per la crescita, senza esasperare i conflitti tipici dell’economia di mercato né ricorrere a pratiche vicine all’assistenzialismo.</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nel caso delle economie sviluppate, invece, per quanto possano trovarsi in fase di recessione, l’impossibilità di ottenere redditi adeguati rende il microcredito in prevalenza strumento di solidarietà, perché va a colmare il vuoto lasciato dall’assenza di ammortizzatori sociali, dalla riduzione del welfare state e più in generale dalla progressiva riduzione dello Stato nell’attività economica<strong>[3]</strong>.</p>
<p align="left" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il microcredito nelle economie avanzate deve essere perciò ricondotto, se pur con le sue peculiarità, all’ambito della letteratura sul non-profit alla quale bisogna far riferimento per l’approfondimento della conoscenza dei limiti e delle opportunità (Zamagni 1998).</p>
<p align="right" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Per una rassegna della letteratura Armendáriz de Aghion  e Morduch  (2004).<br />
[2] La regolamentazione dei mercati finanziari e le strategie alternative di politica monetaria, sono questioni su cui la letteratura economica ha prodotto cos’ tanti contributi che sarebbe impossibile renderne conto in questa sede.<br />
[3] Diverso è il discorso del microcredito concesso per finanziare l’investimento in capitale umano perché in questo caso si finanzia la crescita della produttività futura di un paese e creando maggiori possibilità di reddito e di nuova occupazione.</h6>
<h6 class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"></h6>
<h6>Bibliografia</h6>
<h6>Adams J. E Raymond F. (2008) Did Yunus Deserve the Nobel Peace Prize: Microfinance or Macrofarce? Journal of economic issues, n.2 vol. XLII</h6>
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<h6>Microcredit summit campaign (2009) , Annual Report 2009 disponibile on line all’indirizo <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.microcreditsummit.org/uploads/socrs/SOCR2009_English.pdf">http://www.microcreditsummit.org/uploads/socrs/SOCR2009_English.pdf</a></h6>
<h6>Morduch J. e Schreiner M. (2001) Replicating microfinance in the united states: opportunities and challenges, chapter 1 of Replicating Microfinance in the United States, edited by Jim Carr and Zhong Yi Tong, Washington, D.C.: Fannie Mae Foundation, 2001</h6>
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<h6>Zamagni S (ed.) (1998), Non profit come economia civile, Il Mulino: Bologna.</h6>
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		<title>I falsi miti sull&#8217;indebitamento delle imprese italiane</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 08:31:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’indebitamento delle imprese, ovvero come le imprese miscelano capitale di rischio a capitale di credito  per  finanziare i propri investimenti, è da sempre un tema di grande attualità e rilevanza, sia sul piano teorico che dei concreti processi decisionali delle imprese.  La teoria finanziaria ha elaborato sofisticati modelli che spiegano come le imprese dovrebbero scegliere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="333" width="500" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/08-10-12-debiti_jpg_871977061.jpg" border="0" style="width: 362px; height: 222px" />L’indebitamento delle imprese, ovvero come le imprese miscelano capitale di rischio a capitale di credito  per  finanziare i propri investimenti, è da sempre un tema di grande attualità e rilevanza, sia sul piano teorico che dei concreti processi decisionali delle imprese.  La teoria finanziaria ha elaborato sofisticati modelli che spiegano come le imprese dovrebbero scegliere il <em>mix</em> ottimale, ovvero indicano quali fattori sono rilevanti nella scelta. Volendo semplificare, due sono le principali macro-categorie di determinanti. Da una parte le imperfezioni dei mercati finanziari (imposte, costi di dissesto/fallimento, costi/benefici di agenzia del debito, asimmetrie informative, ecc.), che creano opportunità di valore per le imprese, a favore dell’una o dell’altra fonte di capitale: a titolo di esempio, in tutti i regimi fiscali del mondo,  il debito presenta un vantaggio fiscale (che può essere di maggiore o minore entità) rispetto al capitale di rischio.  Dall’altra parte, gli assetti proprietari e di <em>governance</em> delle imprese e gli aspetti soggettivi/<em>behavioural</em> sottostanti, che possono orientare la scelta verso un <em>mix</em> di fonti piuttosto che un altro, in funzione delle preferenze soggettive dei decisori: si pensi, ad esempio,  agli effetti (peraltro non univoci) che la natura familiare della proprietà-<em>governance</em> dell’impresa può avere sulla scelta della struttura finanziaria.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La letteratura internazionale ha anche prodotto una mole di studi empirici che testano le teorie su campioni di imprese i più variegati (per settore, paese, dimensione, assetto proprietario, ecc.) con risultati  che talora supportano e talora contraddicono le teorie via via testate.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si tratta anche di un tema che, come pochi altri, soffre di molti luoghi comuni, almeno per quanto riguarda le imprese italiane, potremmo dire di “miti negativi” addotti spesso per spiegare la  vulnerabilità dell’Italia nel confronto internazionale ovvero per sostenere misure straordinarie di politica economica del governo di turno.  Questi i luoghi comuni più frequentemente citati:<br />
a) le imprese italiane sono più indebitate delle imprese europee<br />
b) tra le imprese italiane, le PMI sono le più indebitate: cioè l’indebitamento si ridurrebbe con la dimensione<br />
c) le PMI italiane sono troppo squilibrate verso il debito finanziario a breve termine<br />
d) le PMI sono meno solide patrimonialmente e meno solvibili finanziariamente: cioè ci sarebbe una presunta maggiore vulnerabilità finanziaria delle PMI italiane come conseguenza  dei punti b) e c) precedenti.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A ciò si aggiunge, in questi mesi di crisi, il paradosso di considerare “salvifico” il credito bancario alle imprese, dimenticando in questo caso i rischi di un eccessivo indebitamento. Si bacchettano da più parti (confindustria, governo, ecc.) le banche perché avrebbero ristretto l’accesso al credito delle imprese, penalizzando soprattutto le imprese più piccole (sempre quelle, già considerate vulnerabili perché troppo indebitate)  e le imprese meridionali (ed ecco spuntare, in risposta,  la  Banca del Mezzogiorno).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ci sembra quindi quanto mai necessario fare chiarezza sul tema.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ci proponiamo quindi di dimostrare, con il supporto di dati rigorosi e correttamente interpretati, la falsità di alcuni “miti negativi” sull’indebitamento delle imprese italiane e di chiarire i legami tra indebitamento e crisi in atto.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La Tavola 1 (Banca d’Italia 2009a) riporta la struttura dei passivi a valori percentuali dell’aggregato delle imprese non finanziarie e mostra che il primo mito (punto a)) è falso.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Prescindendo per ora dagli effetti della crisi attuale e fermandoci quindi all’ultimo anno ante-crisi (il 2006), la tavola mostra che le imprese italiane non finanziarie non presentano livelli di indebitamento finanziario sostanzialmente differenti da quelli delle imprese dell’area euro. La situazione del 2006 è frutto di un processo virtuoso, partito nella seconda metà degli anni ’90, che ha riportato l’indebitamento finanziario delle imprese italiane sostanzialmente in linea con gli standard europei. Qualche differenza si riscontra ancora a livello di indebitamento totale, che include tra i debiti anche le fonti spontanee, che però non dipendono da scelte esplicite di finanziamento delle imprese,  ma dalle caratteristiche del business (il fondo TFR dal peso che ha il capitale umano), dal contesto normativo (sempre il TFR), dall’organizzazione della filiera produttiva e da prassi di settore circa i pagamenti delle forniture (i debiti commerciali). E hanno natura di passività  ben diversa dai debiti finanziari.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="211" width="462" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_11.jpg" border="0" /></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Circa il presunto maggiore indebitamento finanziario delle PMI italiane rispetto alle imprese di maggiore dimensione (punto b)), ci chiarisce le idee la Tavola 2 (Coltorti 2009a) che, sempre con riferimento al 2006, confronta la composizione dell’attivo e del passivo di aggregati di imprese di diversa dimensione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="353" width="574" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_2.jpg" border="0" style="width: 540px; height: 312px" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Dalla tavola emerge che le imprese meno indebitate (e quindi più patrimonializzate)  sono le imprese del c.d. <em>quarto</em> <em>capitalismo</em>, come lo ha definito l’Ufficio Studi di Mediobanca (Coltorti 2008), cioè le imprese medie con assetto proprietario autonomo, addetti compresi tra 50 e 499 e fatturato compreso tra 13 e 290 milioni di euro (4300 circa)  e le imprese medio-grandi (con fatturato superiore ai 290 milioni ma entro i 3 miliardi).  Si tratta di un aggregato di imprese manifatturiere caratterizzate da un modello aziendale omogeneo (controllo familiare, attività produttiva specializzata su prodotti di nicchia ad elevata qualità) che, considerando l’indotto, incide per oltre la metà dell’attuale produzione manifatturiera italiana.  Va notato che le medie imprese industriali italiane (MI) si concentrano per metà circa nella fascia dimensionale 50-99 addetti e per un altro 44% tra 100 e 249 addetti, quindi sono più piccole di quanto il <em>range</em> definitorio possa far pensare (la mediana è di 109 addetti).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Più indebitate risultano invece le classi dimensionali estreme, e cioè sia le PMI<strong>[1]</strong> sia, all’estremo opposto,  i maggiori gruppi italiani (pubblici e privati) e le multinazionali europee. I maggiori gruppi italiani, oltre ad essere molto indebitati (in aggregato oltre il 60% del capitale finanziario investito), presentano livelli di leva azionaria molto elevati (tra 12 e 15 in Pirelli, Italmobiliare, Enel, Telecom, addirittura 29 in Ifi/Fiat), cioè il complessivo capitale finanziario investito,  a titolo di rischio (fornito dal controllante e dalle minoranze) o di credito, è 12, 15 o 29 volte il capitale che rischia in proprio l’azionista di controllo. Cioè a dire che l’azionista di controllo fa impresa prevalentemente con i soldi degli altri (banche o investitori che siano).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La tavola mostra anche la composizione dell’attivo e si nota che la maggiore incidenza del debito finanziario a breve nelle prime tre categorie di imprese (PMI, MI e medio-grandi) non implica affatto una minore solidità patrimoniale (e qui cadono i luoghi comuni sub c) e d)). Tutt’altro, se correttamente si riferisce la composizione dei passivi alla composizione degli attivi. Queste imprese hanno infatti attivi più leggeri, in cui una parte rilevante (due terzi circa nelle PMI e nelle MI) è rappresentata dal capitale circolante, che genera un fabbisogno in parte stabile, ma che ruota annualmente in termini di flussi generati e assorbiti. Sono imprese che operano nei settori del <em>made</em> <em>in</em> <em>Italy</em>  (alimentare, abbligliamento  e moda, tessile, pelli e cuoio, e in genere i beni per la cura della persona e della casa; inoltre, meccanica leggera, elettromeccanica, ecc.), che richiedono minori investimenti fissi, e che quando operano all’interno di distretti riescono a distribuire i fabbisogni per immobilizzi lungo la filiera. Si può vedere che il capitale di rischio copre interamente gli investimenti fissi solo nelle MI propriamente dette (il rapporto tra mezzi propri e attivo fisso è del 120%) mentre il grado di copertura scende al 70% e al 63% rispettivamente nel caso dei maggiori gruppi italiani e nelle multinazionali europee, cioè nelle imprese più grandi (peggio che nell’aggregato delle PMI per le quali la copertura è dell’85%).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi in breve le MI italiane sono le meno indebitate finanziariamente e le più solide patrimonialmente. Il dato viene confermato dal tasso medio di fallimento che per le medie imprese è dello 0,2% (sale all’1% per le medio-grandi). E leggendo l’ottima indagine Mediobanca-Unioncamere sulle medie imprese industriali italiane, redatta con cadenza annuale a partire dal 2000 (e scaricabile gratuitamente dal sito <a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mbres.it/">http://www.mbres.it/</a>), scopriamo che sono imprese virtuose anche per altri motivi: nel 2005 hanno contribuito al 15% del valore aggiunto dell’industria manifatturiera italiana e a oltre il 20% delle esportazioni nazionali.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Penati in un recente articolo (Affari&amp;Finanza del 19 ottobre us) ha definito <em>“diffusa e grave la debolezza finanziaria delle medie imprese italiane”</em>, basandosi su dati non rappresentativi della realtà delle medie imprese industriali italiane e maldestramente interpretati.  L’autore fa riferimento a 24 medie imprese industriali quotate in crisi, di cui la Consob chiede il monitoraggio continuo: di vere MI, secondo la definizione di Mediobanca-Unioncamere,  ce ne sarebbero solo 3 (Aicon, Cobra e Olidata), e cioè il 12% delle quotate (che ad oggi sono in tutto 25) e meno dell’0,1% dell’universo. Tuttavia, pur accettando  che siano tutte MI come dice Penati (che adotta un criterio dimensionale basato sull’attivo investito),  sono meno dello 0,6% dell’universo delle MI. Un po’ poco per definirlo, come fa Penati,  <em>“uno spaccato rappresentativo della tipica impresa italiana, manifatturiera e di medie dimensioni”</em>.  A riprova di come dai “falsi miti” di cui sopra non siano immuni neppure gli  addetti ai lavori. L’unico dato certo che emerge, confrontando l’1% delle MI quotate con il 99% delle non quotate, è semmai che la quotazione non giova, almeno alle MI industriali italiane.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Veniamo alla crisi. Nel 2008 l’indebitamento finanziario delle imprese non finanziarie aumenta (Tavola 3) e si tratta di fenomeno che non riguarda solo l’Italia. Insieme all’indebitamento aumenta l’incidenza degli oneri finanziari sul margine operativo lordo (MOL) (è un quinto nel 2008), sia perché aumenta l’indebitamento sia perché diminuisce il MOL,  e si riduce il tasso di autofinanziamento dei nuovi investimenti  (dal 60% circa del 2006 al 40% del 2008), a fronte di una riduzione dell’autofinanziamento e di una riduzione meno marcata (o stagnazione) degli investimenti. Il costo del credito si riduce, ma aumenta il differenziale tra tasso medio e tasso minimo sui prestiti bancari a breve termine, a riprova di un maggiore premio per il rischio chiesto dalle banche e della sensibilità del tasso al merito di credito.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="227" width="341" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_3.jpg" border="0" /></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Merita però un approfondimento il legame indebitamento-crisi. Senza pretendere di generalizzare, facciamo riferimento ad un settore emblematico, quello dell’auto, che è stato non solo in Italia ma anche all’estero il settore che maggiormente sembra aver sofferto della crisi in atto: si pensi al dissesto-fallimento di emblemi dell’industria americana. Oltre ad essere stato anche il settore che maggiormente ha usufruito degli aiuti di stato: oltre 26 miliardi di $ dal Governo USA alla General Motors e oltre 12 miliardi di dollari alla Chrysler (prima e dopo accordo con la Fiat).  La Tavola 4 (Coltorti 2009a)  mostra l’indebitamento di alcuni dei principali attori dell’industria dell’auto nel 2006 (Fiat, Volkswagen e Ford), e cioè prima della crisi (confrontato con il dato di 36 anni prima). Come si vede si tratta di imprese in grave squilibrio finanziario già prima della crisi,  con i debiti finanziari che pesano dal 75% al 100% del capitale finanziario. Anche l’attivo nel 2006, rispetto al 1970, mostra una radicale trasformazione, con riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e incidenza elevata dell’attivo circolante. Si tratta di un evidente spostamento al di fuori delle imprese del processo produttivo. La Tavola 5 (Coltorti 2009a) completa il quadro distinguendo per natura – finanziaria o industriale – l’attivo: si nota l’incidenza marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale e rappresentano crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto. Come dire che le imprese del settore si sono fatte un po’ banche per stimolare le vendite. Questo spiega con evidenza, almeno nel caso delle imprese del settore auto, che il rapporto crisi-indebitamento è rovesciato: la difficoltà di riscossione dei crediti verso i clienti (per i consumi gonfiati) e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ragioniamo ora sul versante della restrizione del credito bancario. Guardando più in dettaglio all’ultimo anno e mezzo (dicembre 2007-giugno 2009)  di prestiti del sistema bancario al settore produttivo (Banca d’Italia, 2009c), emergono le seguenti evidenze:<br />
− i prestiti vivi al settore produttivo aumentano,  almeno nominalmente,  anche se la crescita rallenta in maniera sensibile (ma in l’Italia in maniera non dissimile dagli altri paesi dell’area euro)<br />
− diminuiscono i prestiti bancari alla manifattura  a partire dal secondo trimestre del 2009 (nel sud-isole il calo si manifesta già dall’ultimo trimestre del 2008). L’incidenza del credito bancario alla manifattura si riduce sul totale Italia di  circa un punto e mezzo percentuale, che significa una diminuzione di circa 1 md di euro (a luglio 2009 si registra un’ulteriore diminuzione di un altro miliardo)
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="282" width="387" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_4.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="285" width="357" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_.jpg" border="0" /></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">− nel periodo considerato non si modifica la ripartizione tra nord, centro e sud-isole del  totale dei prestiti vivi al settore produttivo. Nei prestiti alla manifattura, invece, si verifica un travaso dal sud-isole al  nord di circa mezzo punto % del totale (che semplificando significherebbe che la riduzione dei prestiti alla manifattura è avvenuto tutto a carico delle imprese  del mezzogiorno)<br />
− si riduce di un punto percentuale l’incidenza sul totale dei prestiti bancari alle imprese con meno di 20 addetti, rispetto a quelle con più di 20 addetti.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Che diminuiscano i tassi di crescita dei prestiti bancari con la recessione è del tutto fisiologico. Peraltro in Italia per tutto il 2007 i prestiti hanno continuato  a crescere a tassi crescenti per le imprese con più di 20 addetti, toccando punte inusuali. Ma come interpretare la contrazione (dei tassi di crescita) del credito bancario con l’aumento dell’indebitamento finanziario delle imprese? E il sistema bancario come ha stretto (se li ha stretti) i rubinetti del credito?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Alcune indicazioni ci vengono sia dall’Indagine Invind della Banca d’Italia<strong>[2]</strong> che dall’Indagine Unioncamere sulle medie e piccole imprese industriali italiane.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Secondo l’Indagine Invind (Banca d’Italia, 2009b) risulta che:<br />
− la crisi economico-finanziaria ha interessato circa due terzi delle imprese (più l’industria che i servizi), con un maggiore impatto sulle imprese del  nord, con meno di 200 addetti e con una maggiore quota di <em>export</em> (e rispetto alla recessione del 1992-1993 non è di aiuto l’euro forte)<br />
− la crisi è stata soprattutto una crisi di domanda  (per l’80% nell’industria) e di difficoltà di riscossione dei crediti alla clientela (per due terzi)<br />
− le difficoltà sul lato reperimento fonti di finanziamento sono molto meno rilevanti: le segnala solo il  15% del campione.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, in sintesi, le imprese hanno ridotto gli investimenti (nell’industria si rileva una sostanziale stagnazione) ed è naturale che di conseguenza abbiano ridotto (o non variato) la domanda di prestiti alle banche: infatti più di tre quarti delle imprese non hanno fatto domanda di ulteriore credito alle banche. Ciononostante, l’indagine sottolinea come si sia manifestato un più difficile accesso al credito bancario: il 38% circa delle imprese industriali segnala un inasprimento delle condizioni di accesso e il 13% la richiesta di rientro da posizioni debitorie in essere. Inoltre, si evidenzia come sia passata dal 3% (2007) all’8% (2008) la percentuale di imprese che si è vista rifiutare il credito dalle banche (incremento superiore, sottolinea la Banca d’Italia,  a quello registrato nell’ultima crisi recessiva del 1992-1993).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Guardando all’Indagine  Unioncamere (universo delle MI industriali italiane + piccole imprese tra 20 e 49 addetti - Gagliardi 2009), si rileva che il 30% circa sia delle MI che delle PI  ha incontrato difficoltà di accesso al credito bancario negli ultimi 6 mesi (quindi meno del campione Invind, che è spostato sulle imprese maggiori). Del restante 70%, il 17% non lo ha richiesto e il 53% lo ha richiesto, ma non ha incontrato difficoltà (un po’ più alta la prima percentuale per le PI).  Delle MI che hanno incontrato difficoltà di accesso, per poco meno della metà la difficoltà si è tradotta in una riduzione in ammontare del finanziamento erogato. Ma sempre da questa indagine emerge che si tratta per la maggior parte di imprese che avevano un merito di credito basso (Tavola 6)  e che avevano registrato difficoltà economiche già nel 2008 (fatturato o ordinativi in calo).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La maggiore restrizione per le imprese del sud-isole nel settore della manifattura trova una duplice spiegazione, sia nei tassi di sofferenza dei prestiti bancari che nella dinamica pre-crisi degli impieghi. La Tavola 7 mostra il flusso delle sofferenze in percentuale dei prestiti non in sofferenza a giugno 2009 e a dicembre 2007. E’ ragionevole ritenere che la contrazione abbia riguardato prima le imprese del sud-isole che presentavano tassi di sofferenza più elevati. Questi tassi sono aumentati tutti nel giugno 2009, ma meno per le imprese del sud-isole rispetto a quelle del nord e del centro e questo sembrerebbe proprio in virtù di una politica di concessione del prestito più selettiva da parte delle banche. E,  tuttavia, i tassi di sofferenza nel mezzogiorno restano superiori. In aggiunta si consideri che i prestiti bancari alle società non finanziarie nel 2006 erano aumentati dell’11,6% rispetto al 2005. E la crescita nel mezzogiorno d’Italia era stata quasi doppia.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="296" width="521" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_6.jpg" border="0" />  </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="134" width="417" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_7.jpg" border="0" /></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, per dirla in breve, il problema principale delle imprese in crisi non è il razionamento del credito bancario. I prestiti bancari sono calati o cresciuti meno perché le imprese investono meno e perché le banche hanno adottato politiche più selettive di accesso al credito, dato il peggioramento delle condizioni economiche delle imprese. E se nonostante ciò l’indebitamento finanziario delle imprese italiane è aumentato di 6 punti percentuali nel 2008 rispetto al 2006, c’è da chiedersi che cosa sarebbe successo se non lo avessero fatto. In altre parole, non può essere il credito bancario a risolvere difficoltà che sono di natura reale. Come il settore auto insegna, un eccessivo indebitamento non risolve, ma genera o amplifica la crisi.<br />
Viziato dallo stesso paradosso sembra il recente varo della Banca del Mezzogiorno. Sempre con riferimento all’ultimo anno pre-crisi (2006), la Tavola 8 mostra la ripartizione per macro-aree territoriali di alcune variabili di offerta (banche, sportelli, impieghi, tassi, sofferenze) e di domanda (indicatori di attività economica) del credito bancario per le imprese. Con tutte le cautele del caso, trattandosi di dati aggregati, la presenza di banche e sportelli bancari nel mezzogiorno d’Italia non sembra così inadeguata rispetto al potenziale di domanda, nel confronto con il resto d’Italia.  Sembrerebbe esserci uno sbilanciamento a favore del Centro-Nord nella ripartizione degli impieghi, ma se si guardano gli impieghi e il valore aggiunto all’industria e se si considerano i tassi di sofferenza degli impieghi non è più così certo. Possiamo inoltre trarre qualche utile indicazione dall’aggregato delle MI industriali italiane,  che per quanto detto sopra possiamo utilizzare come <em>benchmark</em>  di solidità finanziaria.  La Tavola 9 (Coltorti 2009b) mostra che le MI del mezzogiorno già nel 2006 risultavano più indebitate della media italiana (anche se di poco), ma comunque erano meno solide patrimonialmente, perché caratterizzate da una maggiore incidenza degli attivi immobilizzati, e meno solvibili finanziariamente, perché caratterizzate da una maggiore incidenza del debito a breve termine sugli attivi circolanti (soprattutto con la crisi attuale che si manifesta anche in termini di difficoltà di riscossione dei crediti alla clientela). E se c’è questo divario per le MI che sono la punta di diamante dell’industria manifatturiera italiana, è ragionevole ritenere che possa esserci  anche per le altre categorie di imprese. Ed è anche ragionevole ritenere che nel 2008 la maggiore vulnerabilità finanziaria possa essersi accentuata, dato l’aumento generalizzato dell’indebitamento delle imprese non finanziarie.
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quindi, non è di una maggiore offerta di credito bancario (una banca del sud) che hanno bisogno le imprese italiane del mezzogiorno. Ritenere il contrario significherebbe commettere due errori: il primo è quello di continuare a guardare al lato finanza delle imprese (sono imprese già più vulnerabili finanziariamente); il secondo consiste nel guardare al lato dell&#8217;offerta (banca) del finanziamento e non al lato della domanda (impresa), cioè al merito del credito e quindi agli attivi e ai conti economici e, a monte, alle scelte produttive e di mercato che li determinano.</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="265" width="547" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_8.jpg" border="0" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="227" width="390" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/venanzi_9.jpg" border="0" /></p>
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<p><em>*Ordinario di Finanza aziendale presso l’Università degli Studi di Roma Tre (</em><a href="mailto:venanzi@uniroma3.it"><em>venanzi@uniroma3.it</em></a><em>)</em></p>
<h6>[1] Si tratta di un aggregato di 113 mila imprese, molto disomogeneo al suo interno perché include tutte le società fino a 249 dipendenti, sia singole che appartenenti a gruppi controllati da grandi imprese (e ricomprende al suo interno anche le MI).  Da considerare che i dati dell’aggregato PMI scontano una certa approssimazione, soprattutto per quanto attiene alle piccole imprese (con meno di 50 addetti), per almeno due motivi. Le piccole imprese possono presentare bilanci in forma abbreviata, quindi con minore dettaglio delle poste sia dell’attivo che del passivo;  inoltre,  nelle imprese di minore dimensione la separazione tra proprietà e impresa non è mai netta e di conseguenza non è netta la distinzione, almeno sul piano sostanziale, tra capitale di rischio e capitale di debito: spesso, per varie ragioni, la proprietà finanzia,  a titolo di credito, l’impresa.<br />
[2] Il campione è costituito di circa 4500 imprese con almeno 20 addetti di cui 2900 appartenenti all’industria in senso stretto. Il campione sovra-rappresenta le imprese di maggiori dimensioni (per il 61% è composto di imprese con almeno 50 addetti contro il 31% delle stesse imprese nella popolazione). Il campione rappresenta l’8% circa della popolazione delle imprese dell’industria in senso stretto (in numero) e il 28% dei rispettivi occupati. Per il comparto dei servizi le percentuali sono rispettivamente 3,6% e 21%.</h6>
<h6>  </h6>
<h6>Riferimenti bibliografici<br />
Banca d’Italia, 2009a, Relazione annuale<br />
Banca d’Italia, 2009b, Indagine sulle imprese industriali e dei servizi −anno 2008, Supplementi al Bollettino Statistico<br />
Banca d’Italia,  2009c,  Statistiche creditizie provinciali – aggiornamento a luglio 2009<br />
Banca d’Italia, 2007, L’economia delle regioni italiane nell’anno 2007<br />
Coltorti F., 2009a, Imprese, finanza, vecchi e nuovi capitalismi, Seminari 2009 Ufficio Studi Mediobanca – Economia e finanza delle imprese italiane, Università degli Studi di Roma Tre, Roma 26 maggio 2009<br />
Coltorti F.,  2009b, Le medie imprese nel Mezzogiorno, Centro Studi Confindustria, Scenari economici n.5<br />
Coltorti F.,  2008, Il Quarto Capitalismo tra passato e futuro, Prolusione al master CUOA per imprenditori di pmi, Quaderni CUOA n.4<br />
Gagliardi C., 2009, Le medie imprese: percorsi di crescita e prospettive nella crisi, Presentazione Rapporto  annuale Mediobanca-Unioncamere sulle Medie Imprese Industriali Italiane, Roma 25 marzo 2009<br />
Istat,  2008, Conti economici regionali, 2000-2007</h6>
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		<title>La Banca del Mezzogiorno non risarcisce il Sud</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 15:24:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quella della Banca del Mezzogiorno è una vecchia idea del ministro Tremonti. Poco dopo la sua burrascosa uscita dal secondo governo Berlusconi nell’estate del 2004, in seguito ad un duro scontro politico che lo vide opposto a Gianfranco Fini, ne espose i contenuti in un articolo apparso sul «Corriere della Sera». Il ragionamento di Tremonti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/banconote.jpg" height="167" style="width: 309px; height: 236px" /><img border="0" width="1" height="1" />Quella della Banca del Mezzogiorno è una vecchia idea del ministro Tremonti. Poco dopo la sua burrascosa uscita dal secondo governo Berlusconi nell’estate del 2004, in seguito ad un duro scontro politico che lo vide opposto a Gianfranco Fini, ne espose i contenuti in un articolo apparso sul «Corriere della Sera». Il ragionamento di Tremonti era il seguente: da quando ha perso i suoi più importanti istituti di credito a seguito del processo di concentrazione bancaria che ha portato il Banco di Napoli nell’orbita di Intesa Sanpaolo e il Banco di Sicilia in quella di Unicredit, il Mezzogiorno è l’unico territorio «debancarizzato» d’Europa; e, poiché nessun territorio può svilupparsi senza una banca che abbia i suoi centri decisionali all’interno del territorio stesso, occorre costituirne una nuova con le caratteristiche descritte.  Con il che Tremonti, un po’ tardivamente, riprendeva una tesi già avanzata da illustri economisti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Tremonti fu il primo firmatario di una proposta di legge per la costituzione della Banca del Mezzogiorno presentata alla Camera il 10 marzo 2005 e, rientrato nell’esecutivo come vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Economia del terzo governo Berlusconi, trasfuse la sua proposta in alcuni commi della finanziaria per il 2006 prevedendo un irrisorio stanziamento iniziale di cinque milioni di Euro. All’inizio di marzo del 2006, nell’imminenza delle elezioni politiche, il Comitato promotore della Banca del Mezzogiorno S.p.A. fu presentato a Napoli nella sede del Circolo dell’Unione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Una ‘stranezza’ nel progetto di Tremonti che fece subito dubitare circa la serietà delle intenzioni del ministro fu quella di affidare la presidenza onoraria del comitato promotore al principe Carlo di Borbone, erede dell’ultimo re delle Due Sicilie, e la vicepresidenza al principe romano Lillio Sforza Ruspoli.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Con la vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006 il progetto fu accantonato per essere, poi, ripreso dallo stesso Tremonti con la legge 133 dell’agosto 2008 dove la «Banca del Mezzogiorno» veniva fondata nuovamente dall’art. 6 ter. L’estate scorsa, infine, il progetto è stato rilanciato con forza dal presidente del Consiglio in persona che ne ha fatto niente di meno uno dei punti centrali del suo programma di rilancio dello sviluppo economico del Mezzogiorno.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il progetto di Tremonti poggiava su due considerazioni di tutta evidenza: sugli imprenditori del Sud grava un costo del credito superiore di circa un punto e sei rispetto a quello del Centro Nord; una banca estranea al tessuto economico locale non può interpretare il territorio e valutare correttamente la solidità del singolo imprenditore. Tali considerazioni erano state criticate, sin dall’inizio, dall’ABI e dal suo presidente di allora, Maurizio Sella, che, pur ammettendo l’esistenza di una differenza nei tassi a breve tra il Sud e il Centro Nord ne attribuiva la causa esclusivamente al maggior grado di rischiosità ambientale, settoriale e dimensionale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Per certi aspetti, l’idea di Tremonti qualche effetto l’ha prodotto: non solo ha sicuramente accelerato il processo di costituzione di un’altra banca, la «Banca del Sud», fondata qualche anno fa con il contributo determinante della Fondazione Istituto Banco di Napoli, ma ha anche dato un impulso al processo di riorganizzazione territoriale dei due principali gruppi bancari italiani. Intesa Sanpaolo, infatti, ha fortemente rilanciato il Banco di Napoli moltiplicandone gli sportelli in tutto il Mezzogiorno dove il nome Banco di Napoli è comparso accanto al nuovo simbolo dell’acquedotto romano – voluto da Giovanni Bazoli – che contraddistingue le banche del gruppo; mentre, dopo qualche iniziale incertezza e un duro scontro sui dirigenti locali, anche Unicredit sta rilanciando il Banco di Sicilia il cui nome appare nelle filiali dell’isola accanto al logo e ai colori del gruppo milanese.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La Banca del Mezzogiorno di cui si è discusso in Consiglio dei Ministri opererà per almeno cinque anni come istituzione finanziaria di secondo livello. Il che significa che, almeno all’inizio, non si vedranno sportelli bancari con il simbolo della nuova banca. Esso apparirà soltanto accanto ai simboli delle banche di credito cooperativo che vorranno partecipare all’operazione e a quello delle Poste Italiane – che all’operazione parteciperà per volontà del Governo – sui prodotti finanziari offerti al pubblico dei risparmiatori. La Banca del Mezzogiorno, infatti, emetterà obbligazioni e titoli indirizzati a finanziare piccole e medie imprese che investono nel Mezzogiorno ovvero specifiche opere infrastrutturali da realizzare nel Sud, fornirà consulenza e supporto alle piccole e medie imprese per ottenere fondi statali ed europei e stimolerà la nascita di nuove banche autoctone nella forma del credito cooperativo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il vero punto di forza della nuova banca, secondo il Ministro dell’Economia, sarà l’applicazione di una fiscalità di vantaggio ai prodotti finanziari elaborati dalla Banca del Mezzogiorno. Nonostante il fatto che la fiscalità di vantaggio non si sia rivelata un’opzione di <em>policy</em> efficace per il Sud, secondo Tremonti, tale misura sarà in futuro determinante per indirizzare nuovi flussi finanziari verso il Mezzogiorno. I risparmiatori che acquisteranno i titoli della nuova banca presso la rete delle Poste e delle banche di credito cooperativo che avranno aderito all’iniziativa per una somma pari o inferiore a centomila euro potranno usufruire di una tassazione ridotta al 5 per cento sugli interessi maturati anziché del 12,5 per cento dei normali titoli del Tesoro o del 27 per cento dei conti correnti bancari. Avranno quindi un rendimento maggiore perché dovranno pagare meno tasse mentre i loro soldi non saranno a rischio perché i titoli emessi Banca del Mezzogiorno godranno della garanzia dello Stato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un progetto indubbiamente “creativo” quello messo in piedi dal ministro Tremonti, certo più potente sul piano politico-propagandistico che su quello tecnico-economico. Un piano che comunque ha dovuto districarsi tra mille resistenze del mondo finanziario e mille difficoltà dell’attuale legislazione bancaria interna e comunitaria. Tuttavia perché procedere le incognite sono numerose: il disegno di legge dovrà essere approvato dal Parlamento; l’Unione europea dovrà dire la sua sull’operazione che potrebbe presentare profili di criticità alla luce dei Trattati sia sotto il profilo della distorsione della libera concorrenza sia sotto quello degli aiuti di Stato vietati dai Trattati; e, non ultimo, il Comitato promotore composto da quindici membri dovrà impegnarsi in tempi brevi a raccogliere le adesioni dei soggetti privati interessati all’operazione che dovranno essere in maggioranza rispetto allo Stato destinato ad uscire, dopo cinque anni, dal capitale della nuova banca.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma ciò che più colpisce non è tanto l’inutile complessità del progetto messo in piedi da Tremonti, quanto piuttosto il fatto che esso sia del tutto diverso da quello immaginato dallo stesso ministro dell’Economia e sostenuto fino all’estate del 2008. Il progetto iniziale, infatti, prevedeva per la Banca del Mezzogiorno un azionariato popolare diffuso, privilegi patrimoniali per i vecchi soci dei banchi meridionali, la partecipazione degli enti locali meridionali e, soprattutto, la possibilità di acquisire marchi e rami d’azienda, cioè di riprendere e sviluppare fin da subito un’attività di una vera e propria banca e non di un’istituzione bancaria di secondo livello. Insomma, il ministro del Tesoro aveva in mente un istituto bancario che potesse, almeno in prospettiva, restituire al Sud ciò che al Sud era stato tolto: un sistema bancario autoctono ed antico che, nell’opinione di molti meridionali, non era meno solido di quello del resto del Paese.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il progetto approvato dal Consiglio dei ministri, invece, appare il risultato di un compromesso: la Banca del Mezzogiorno non potrà fare concorrenza ai grandi gruppi bancari italiani perché non potrà utilizzare i marchi storici dei banchi meridionali finiti nell’orbita delle prime due banche del Paese, mentre dovrà limitarsi ad essere un istituto di secondo livello con qualche ambizione nell’ambito dei circuiti del credito cooperativo che storicamente nel Sud non è mai stato solido e capillarmente diffuso come nel Centro e nel Nord del Paese.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Così come proposta da Tremonti e approvata dal Consiglio dei ministri, la Banca del Mezzogiorno non servirà certo a restituire al nostro meridione quel sistema bancario proprio ed autonomo che le liberalizzazioni e privatizzazioni degli ultimi anni gli hanno sottratto e che appare indispensabile per intraprendere la strada di uno sviluppo endogeno ed autopropulsivo.</p>
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		<title>Torniamo a discutere di economisti e economisti</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 09:29:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alla riunione annuale degli economisti italiani il governatore della Banca d’Italia è andato a difendere gli economisti (per i quali secondo lui qualcuno addirittura “sogna pogrom”) e gli studi economici, dei quali, come egli dice, “si è negata sia la valenza scientifica sia l&#8217;utilità sociale”.
Draghi è partito dall’ormai logora discussione sull’accusa che gli economisti non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img width="309" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bankitalia.jpg" height="265" />Alla riunione annuale degli economisti italiani il governatore della Banca d’Italia è andato a difendere gli economisti (per i quali secondo lui qualcuno addirittura “sogna pogrom”) e gli studi economici, dei quali, come egli dice, “si è negata sia la valenza scientifica sia l&#8217;utilità sociale”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Draghi è partito dall’ormai logora discussione sull’accusa che gli economisti non hanno saputo prevedere la crisi. Gli economisti amano richiamarla, forse perché distoglie l’attenzione da altre più imbarazzanti, e perché non è troppo difficile ribattere, come è stato fatto, che anche i meteorologi non sempre indovinano le loro previsioni, ma non per questo si nega validità alla meteorologia e si propone di chiudere gli uffici meteorologici. Comunque, nessuno mi sembra abbia fatto notare che se i meteorologi il giorno prima dell’uragano Katrina avessero detto che sulla Louisiana si prevedeva tempo bello stabile, doveva esserci parecchio che non andava nella loro meteorologia. Tra gli economisti previsioni del genere non mancano: <em>alla fine del luglio 2008</em>, quando la crisi dei mutui <em>subprime</em> era in pieno svolgimento, c’era chi sosteneva che quel che stava succedendo non era “catastrofico”, e auspicava che le Banche centrali alzassero i tassi “per evitare che l’inflazione sfugga di mano”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Passando da una metafora all’altra, Draghi ha detto che l’economista è come un medico, che va valutato “sulla capacità di curare una malattia, anche quando non sia stato in grado di anticiparne il manifestarsi”; secondo lui gli economisti sarebbero stati bravissimi a “dar risposte alla crisi”, avendo essi “subito compreso le conseguenze drammatiche degli shock che si osservavano”. Il punto però è che gli economisti  rassomigliano non tanto a bravi medici che sanno affrontare le conseguenze di malattie che non è loro compito prevedere, ma a medici che di queste malattie sembrano non conoscere le cause, visto che – prima dello scoppiare del bubbone – le hanno spesso lodate come un toccasana: tanti hanno cantato la spinta <em>deregulation</em> finanziaria degli ultimi venti anni (dei cui guasti oggi si tratta) come “sempre maggior fonte di crescita”. Insomma, più untori che medici. Che poi essi possano essersi improvvisamente svegliati, ed aver inventato cure efficacissime per quella stessa malattia, avrebbe del miracoloso (naturalmente i miracoli sono inspiegabili; per chi non ha la fede, incredibili). Ma come dimenticare che, ancora dopo il fallimento di una delle più grandi banche d’affari del mondo, vi sono stati economisti tra quelli che si prendono sul serio che non solo non hanno affatto visto le “conseguenze drammatiche” di quel che stava succedendo, ma addirittura hanno scritto che stavamo assistendo ad una svolta positiva importante, ad una “vittoria del mercato”, la prova che il capitalismo aveva lunga vita?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E quali sarebbero poi le miracolose cure inventate oggi dagli economisti? Fare sborsare allo stato enormi somme per acquistare una massa di strumenti finanziari che avevano valore di mercato zero (<em>cash for trash</em>), stampando moneta e creando debito pubblico. Non una grande novità. E non era poi proprio questo che fino all’altro ieri gli economisti (e specialmente quelli di loro che fanno i banchieri) additavano come il peggiore dei mali?  Naturalmente adesso, e fin quando non sorga di nuovo la necessità di far finta di dimenticare le regole della “sana finanza”, iniziano di nuovo a dire che bisogna ridurre la spesa pubblica perché il debito pubblico (grazie alle loro miracolose cure, ma questo non lo dicono) è andato alle stelle. Lo stesso Draghi una quindicina di giorni fa ha rispolverato il cavallo di battaglia delle pensioni: incurante del fatto che l’INPS nel 2009 avrà un <em>attivo</em> di quasi 6 miliardi di euro, sfidando il buon senso è tornato a perorare la causa della riduzione della spesa pensionistica.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma nemmeno Draghi se l’è sentita di risparmiare un attacco alla finanza, seppure nei toni che si addicono al governatore della Banca d’Italia (ed ha anche accennato una critica agli economisti, parlando di “rappresentazioni apologetiche” del funzionamento del mercato). Draghi ha accusato la <em>deregulation</em> di aver permesso l’enorme indebitamento delle banche che è alla base della crisi che si è scatenata, e addirittura è arrivato a dire che, date le loro dimensioni, il rapporto tra le banche d’investimento e le agenzie di <em>rating</em> è tale che le prime hanno sulle seconde un potere “molto più grande che in passato”. Questo implicitamente significa che c’è del marcio al cuore del sistema finanziario: le agenzie di <em>rating</em> hanno svolto un ruolo chiave nel sistema di <em>securitization</em> alla base dell’esplosione dei profitti lucrati delle banche d’investimento sull’enorme castello di carta che ha portato alla crisi (i profitti delle imprese del settore finanziario sono oggi quasi la metà del totale dei profitti delle imprese USA). Le agenzie di <em>rating</em> – che contemporaneamente si ergevano a paladine della disciplina finanziaria contro gli stati spreconi – in effetti erano dei pigmei in confronto alla potenza di fuoco dei vari Goldman Sachs, Lehman Brothers e compagni, ed è difficile pensare che l’incapacità da esse mostrata nella valutazione degli strumenti finanziari della <em>securitization</em> fosse casuale. E non si può non concordare con Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (oggi professore al <em>MIT</em>), quando afferma che “il settore finanziario può ingaggiare la gente migliore, di maggior talento, pagando loro una straordinaria quantità di soldi. Avranno sempre la meglio sui regolatori”.  Ne appare inficiato tutto il dibattito che si è avviato sulla regolamentazione del settore finanziario, in cui moltissimi economisti si tuffano oggi volentieri (variando l’intensità della regolamentazione consigliata si può restare sempre <em>à la page</em>): il problema è non solo che molte banche sono “troppo grandi per fallire” – esse sono anche “troppo grandi per essere regolate”. Una ragione in più per dire (come dicono il governatore della Banca d’Inghilterra, l’ex presidente della Federal Reserve Volcker, e adesso perfino Greenspan) che esse sono semplicemente <em>troppo</em> <em>grandi</em>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">*<em>L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.</em></p>
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		<title>La scienza triste e la farfalla di Lorenz</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jul 2009 12:37:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come mai economisti accademici, consiglieri economici ed analisti finanziari hanno sottovalutato e, in alcuni casi, completamente ignorato, i segnali della crisi esplosa nell’estate del 2007? È questa, da molti mesi, la domanda posta insistentemente da quotidiani, blog finanziari e talk show televisivi; al centro di dibattiti e convegni di mezzo mondo. Una riposta semplice, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="238" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine-pass.JPG" height="194" />Come mai economisti accademici, consiglieri economici ed analisti finanziari hanno sottovalutato e, in alcuni casi, completamente ignorato, i segnali della crisi esplosa nell’estate del 2007? È questa, da molti mesi, la domanda posta insistentemente da quotidiani, <em>blog</em> finanziari e <em>talk show</em> televisivi; al centro di dibattiti e convegni di mezzo mondo. Una riposta semplice, ma non banale, è che da tempo gli economisti hanno abbandonato lo studio dei classici del pensiero economico. È un fatto che nelle università occidentali l’<em>economics</em>, un tempo “economia politica”, sia stata ridotta, nel corso degli ultimi vent’anni, a mero tecnicismo. Un tecnicismo autoreferenziale, autistico<strong>[1]</strong> – fatto di improbabili microfondazioni e di sofisticati, ma asettici, modelli econometrici – e nient’affatto disinteressato. Da decenni, infatti, gli economisti accademici <em>mainstream</em> sono assurti al ruolo, in verità assai ambito, di moderni consiglieri del principe. Occupano scranni parlamentari, poltrone ministeriali e posti nei consigli di amministrazione di prestigiose banche d’affari e società multinazionali. Un ruolo che garantisce loro notorietà mediatica, denaro e potere; e alla loro disciplina uno <em>status </em>privilegiato nell’ambito delle scienze sociali (si parla, non a caso, di “imperialismo” della scienza economica). Nel 1979 Edward Lorenz, il padre della moderna teoria del caos, si chiese se il battito d’ali d’una farfalla in Brasile potesse provocare un tornado in Texas. Verrebbe oggi da chiedersi se davvero fosse impossibile cogliere l’elemento di insostenibilità dell’attuale assetto economico mondiale, costruito sul binomio deflazione salariale-inflazione degli <em>assets</em>. Un binomio esplosivo che ha reso le economie capitalistiche occidentali, già intrinsecamente instabili (lo sapevano bene Marx, Keynes e Minsky), più simili ai sistemi caotici studiati da Lorenz che al cosmo newtoniano agognato dai cultori della “mano invisibile” del mercato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>I tacchini</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un aspetto paradossale è che proprio mentre gli economisti accademici vengono messi sotto accusa da media ed opinione pubblica per non aver previsto la crisi in atto, l’economia <em>mainstream</em> non è mai stata così pervasiva. Parole d’ordine e categorie di pensiero elaborate nelle università d’oltreoceano, veicolate dall’insegnamento universitario e dal circuito mediale, escono sempre più di frequente dalle mura anguste dei dipartimenti di <em>economics</em> per entrare a far parte del senso comune. Non è difficile scorgerne l’influenza nemmeno in quelle culture che pure si vorrebbero fortemente critiche nei confronti del pensiero dominante. Alcuni esempi? “Scarsità” e “sovranità del consumatore”, categorie-cardine della scienza economica <em>mainstream</em>, costituiscono da tempo la base ideologica di parte delle rivendicazioni provenienti dal mondo ambientalista<strong>[2]</strong>. Esistono poi luoghi comuni anche più pericolosi e difficili da sradicare, come quelli sulla presunta insostenibilità del debito pubblico italiano o sulla necessità di affiancare alla previdenza sociale pubblica forme di previdenza integrativa privata. Benché non sia stata avanzata, sino ad ora, alcuna seria argomentazione teorica, né sia stata portata alcuna evidenza empirica a sostegno di tali tesi, esse sembrano essere ormai penetrate nel senso comune. D’altra parte, la situazione nelle università italiane non è migliore. Nel corso degli ultimi trent’anni è venuta progressivamente meno non soltanto la <em>critica dell’economia politica</em>, ma la stessa idea di <em>economia politica critica</em> (di Keyens, Schumpeter e Sraffa), ossia di una scienza sociale, politicamente significante. L’avvento dell’econometria sta, del resto, progressivamente azzerando ogni spazio residuo per la teoria economica. Come il tacchino di Russel che, sicuro della robustezza delle proprie osservazioni, si stupì allorché la mattina della vigilia di Natale la padrona, anziché riempirgli come di consueto la ciotola, gli tirò il collo, i moderni economisti si illudono di ridurre la teoria a mera induzione dal dato empirico. Riescono in tal modo a prevedere tutto, tranne… gli imprevisti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>La farfalla</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Da dove viene allora la crisi dei mutui? Alla fine degli anni settanta, la rivoluzione conservatrice di Thatcher e Reagan mette fine alla lunga stagione di lotte operaie che aveva visto crescere la quota salari sul PIL in tutti i paesi occidentali, minacciando i profitti delle imprese. Con l’affermazione dei governi conservatori, viene inaugurata una nuova stagione, caratterizzata da bassi salari, alti tas-si di interesse e una politica valutaria di cambi (sostanzialmente) fissi, in grado di assicurare un clima di austerità monetaria. La resistenza delle organizzazioni sindacali è infine fiaccata, ma si mani-festa il rischio di un’insufficienza globale di domanda. Eppure, a partire dagli anni ottanta la varia-bile chiave per la crescita mondiale diventano i consumi privati delle famiglie americane. Gli Stati Uniti, e gli altri paesi anglofoni, divengono la “spugna assorbente” delle eccedenze mondiali<strong>[3]</strong>. L’Europa può, in tal modo, riscoprire la propria antica vocazione mercantilista, puntando sul traino delle esportazioni nette: macchinari e tecnologia dalla Germania e dai paesi scandinavi; manufatti a basso costo dall’Italia (minacciata, sempre più, dai temibili competitori asiatici). Ma se i salari dei lavoratori americani non crescono, come possono crescere i consumi? La risposta è che, soprattutto nel corso degli anni novanta, crescono vertiginosamente i mercati finanziari e, con essi, la ricchezza finanziaria che alimenta i consumi “autonomi” delle famiglie. Queste ultime sono state inglobate nel meccanismo della finanza globale, anche attraverso la rete della previdenza integrativa. Il salariato americano diviene, così, al contempo, un “lavoratore traumatizzato” (per via dello stallo dei salari e della condizione di crescente precarietà lavorativa), ma anche un “risparmiatore bipolare”, la cui propensione a spendere si lega sempre più all’andamento degli indici azionari<strong>[4]</strong>. Ma da cosa dipende la crescita esponenziale di <em>Wall Street</em> registrata nel corso degli anni novanta? Essenzialmente da tre fattori: anzitutto, dal massiccio afflusso di capitali dall’estero, in fuga dalle crisi di Messico, Asia e Russia; in secondo luogo, dalla ricerca spasmodica della massimizzazione dello <em>shareholder value</em> delle imprese quotate, attraverso la distribuzione di <em>stock option</em> ai <em>manager</em>; infine, dalla politica monetaria espansiva della <em>Fed</em> che, sotto la direzione di Greenspan, culla il sogno proibito di pilotare l’economia americana, “di bolla in bolla”, via “effetti ricchezza”, lungo un sentiero di crescita indefinita. È il passaggio dal vecchio “Monetarismo” al “Nuovo Consenso”, che configura una sorta di “keynesismo finanziario” caratterizzato da un ritrovato interventismo dello stato in economia, ma con il primato della politica monetaria. D’altra parte, l’inflazione si trasferisce dal mercato dei beni e servizi a quello degli <em>assets</em> (salvo tornare poi periodicamente alle <em>commodities</em> e agli idrocarburi, allorché si manifestano lì migliori occasioni di guadagno in conto capitale)<strong>[5]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>Il tornado</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">“La stabilità è destabilizzante”, non si stancava di ripetere Hyman Phelp Minsky<strong>[6]</strong>. Sicché, a dispetto della retorica sulle proprietà prodigiose della <em>Nuova Economia</em>, la crescita euforica dei mercati finanziari non solo non poteva procedere all’infinito (con piccole <em>start-up</em> tecnologiche quotate più della, pur malconcia, <em>General Motors</em>), vista la leva che era stata fatta sui titoli, ma aveva posto le premesse per una repentina, quanto drastica, inversione del ciclo. Del resto, se è vero che la crisi è sempre la risultante di cause reali, osservava Marx, il punto di inversione viene in genere posticipato, e accentuato, dalla speculazione al rialzo sul prezzo delle merci e dei titoli<strong>[7]</strong>. In effetti, la crisi scoppiata negli Stati uniti nel 2001 aveva le proprie radici nel lungo periodo di crescita economica culminato negli anni della presidenza Clinton. Ma è solo con l’insediamento di Bush jr. alla Casa Bianca che si assiste allo scoppio della bolla delle <em>dot-com</em> (e qui come non ricordare le considerazioni di Keynes sugli effetti prodotti dal timore di un governo ostile<strong>[8]</strong>). Nel volgere di poche settimane, gli investimenti cadono a picco, i capitali fuggono, mentre il panico paralizza i consumi delle famiglie. L’amministrazione Bush ricorre alla leva fiscale: taglio della pressione fiscale (sui redditi elevati) e spesa militare. Ma ancora una volta è la leva monetaria, con la repentina riduzione dei tassi di interesse decisa dalla <em>Federal Reserve</em>, a giocare un ruolo decisivo. Lo spavento è grande, ma l’operazione riesce. A partire dal 2003 l’economia americana, e con essa l’economia mondiale, riprende a crescere. E ancora una volta la crescita è trainata dai consumi delle famiglie americane. Stavolta sono il credito al consumo, le carte <em>revolving</em>, i mutui facili e una nuova ingegneria finanziaria a garantire il prodigio. Ma ciò non sarebbe stato possibile senza la politica accomodante della <em>Fed</em>, né senza la modificazione del sistema bancario americano e il conseguente afflusso di capitali verso il settore degli immobili, la cui continua rivalutazione trasforma le case in “bancomat”. Dopo il lavoratore spaventato e il risparmiatore maniacale, si materializza una terza figura: quella del “consumatore indebitato”<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>L’ombrello</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Dal canto loro le banche americane si illudono di aver trovato il modo di scaricare e diluire il ri-schio sull’intera platea di risparmiatori. Per di più, se prima concedevano credito mantenendo un rapporto prestabilito con i depositi della clientela, a partire dagli anni ottanta cominciano a prestare sulla base del loro patrimonio, ossia dei titoli ed delle altre attività iscritte in bilancio . Il debito delle famiglie viene ora stipulato da un <em>broker</em> che lo cede alla banca (mediante una società veicolo), e da questa, una volta opportunamente “impacchettato”, viene ceduto agli investitori istituzionali (fondi speculativi, i ben noti <em>hedge funds</em>, ma anche fondi pensione). A garantire la qualità dei titoli, sovente negoziati in mercati non regolamentati né vigilati (come i <em>credit default swap</em>, CDS), dovrebbero provvedere le cosiddette agenzie di <em>rating</em> (<em>Standard&amp;Poor’s</em>, <em>Moody’s</em> e <em>Fitch</em>), le quali sostituiscono al tradizionale rapporto fiduciario con il cliente, una stima del rischio di insolvenza ottenuta mediante sofisticati modelli econometrici. A garantire il contenimento e la diluizione del rischio dovrebbero, del resto, provvedere le <em>collarized debt obligations</em> (o CDO), le famigerate obbligazioni “salsiccia”, e gli altri prodotti derivati, i quali trasformano il sistema in una <em>casinò economy</em>. L’illusione è che, in virtù di un mirato processo di <em>packaging</em>, l’ingegneria finanziaria sia in grado di rendere i titoli finanziari più sicuri dei beni su cui quegli stessi titoli si fondano<strong>[11]</strong>. Ma i titoli non rimangono nelle casse degli investitori. Vengono, invece, utilizzati come garanzia per ottenere nuovi prestiti, magari finendo negli attivi delle stesse banche che li avevano emessi e che su tale base erogano nuovi prestiti. Accade così che la bolla dei consumi venga finanziata con la bolla dei debiti (di famiglie e società finanziarie), alimentata dalla bolla degli immobili, alimentata, a sua volta, dalla bolla del credito<strong>[12]</strong>. Allorché si verificano le prime insolvenze e la vendita di immobili produce una repentina inversione nell’andamento del loro valore di mercato, ne consegue una deflagrazione colossale. L’incertezza e il sospetto si diffondono come un <em>virus</em> lungo i circuiti telematici della finanza e del credito: nessuno si fida più di nessuno. Siamo all’inizio dell’estate del 2007, ma dovranno passare ancora molti mesi prima che governi, economisti <em>mainstream</em> ed industriali si accorgano di quello che sta succedendo. Aveva proprio ragione il canuto Galbraith, un economista che, all’occasione, non disdegnava di recarsi in soffitta<strong>[13]</strong>: sarebbe buona norma, di tanto in tanto, separare i soldi (e la scienza economica) dagli imbecilli.</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">* Questo articolo è la versione riveduta e corretta della “lezione in piazza” tenuta a Ferrara mercoledì 1 luglio. Ringrazio gli studenti dell’“Onda” di Ferrara per la splendida serata e per il loro impegno a favore di un’università pubblica e di qualità. Al solito, la responsabilità per le tesi sostenute deve essere considerata interamente mia.<br />
[1] Autismo che ha suscitato la dura presa di posizione di una parte degli studenti universitari in Francia e Regno Unito. Si veda, al riguardo, il sito autisme-economie.org.<br />
[2] Quanto alla categoria di “scarsità”, il riferimento è non tanto al paventato rischio dell’esaurimento dei giacimenti di idrocarburi, il famigerato picco di Hubbert, quanto allo slogan decrescista secondo cui sarebbe da pazzi pensare ad una “crescita infinita in un mondo finito”. Il fatto è che la crescita economica è crescita di “valori d’uso” solo nella misura in cui questi veicolino un maggior “valore” (in termini monetari). D’altra parte, la stessa crescita in termini di valori d’uso non è necessariamente crescita nella quantità di merci tangibili. Né comporta, di per sé, un maggior impatto in termini di dissipazione energetica (entropia). Il problema non è, dunque, la scelta tra crescita e decrescita, ma, piuttosto, “quale” crescita si voglia. Un problema che attiene alla struttura della produzione, e al comando su tale struttura. Non è, invece, banalmente, una questione di scarsità (si veda, al riguardo, L. Cavallaro, “La nouvelle vague della decrescita”, il manifesto, 16 settembre 2007). Venendo al “consumo critico”, l’idea di una rivoluzione con il carrello della spesa cozza contro l’evidenza che il consumatore, critico o acritico che sia, può scegliere quanto e cosa comprare soltanto a valle del processo produttivo, nei limiti di ciò che è già stato prodotto. Le decisioni circa la struttura della produzione spettano alle imprese. Sono queste ultime ad orientare i comportamenti di consumo (mediante pubblicità, campagne di marke-ting, ecc.) della clientela, e non viceversa. Nulla di male, dunque, nello scegliere un pomodoro biologico o una lattina di Ubuntu Cola. Ma sarebbe bene non farsi troppe illusioni.<br />
[3] Si veda, al riguardo, E. Brancaccio, “La crisi di un mondo di bassi salari”, Liberazione, 19 febbraio 2009.<br />
[4] Si vedano R. Bellofiore e J. Halevi, “Lo stato è intervenuto anche nel ‘neoliberismo’”, il manifesto, 24 ottobre 2008.<br />
[5] I prezzi di beni di consumo e servizi si mantengono, invece, relativamente stabili grazie ai bassi salari e all’afflusso di merci a basso costo dai paesi asiatici (si pensi al fenomeno Wal Mart).<br />
[6] Si veda H. P. Minsky, Potrebbe ripetersi? Instabilità e finanza dopo la crisi del ‘29, Torino: Einaudi, 1984.<br />
[7] Si veda K. Marx, Il capitale. Libro terzo, Roma: Editori Riuniti, 1965[1894].<br />
[8] Si veda J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Milano: Milano Finanza Edito-ri, 2006[1936], p. 292.<br />
[9] Si vedano R. Bellofiore e J. Halevi, “Lo stato è intervenuto anche nel ‘neoliberismo’”, il manifesto, 24 ottobre 2008.<br />
[10] Si veda M. Ricci, “Da subprime a Cdo: la crisi in sette clic”, la Repubblica, venerdì 22 maggio 2009.<br />
[11] È questa, in estrema sintesi, la motivazione sulla base della quale nel dicembre del 1997 l’Accademia di Svezia con-ferisce il premio Nobel per l’economia agli americani R. C. Merton e M. Scholes. Sta di fatto che l’anno successivo, LTCM, l’hedge fund nel cui consiglio di amministrazione siedono i due economisti, dichiarerà fallimento.<br />
[12] Si veda M. Ricci, “Da subprime a Cdo: la crisi in sette clic”, la Repubblica, venerdì 22 maggio 2009.<br />
[13] Giusta l’espressione di Schumpeter per il quale “Senza dubbio, è meglio gettar via i modi di pensiero sorpassati che rimanere attaccati indefinitamente ad essi. Nondimeno, le visite in soffitta possono riuscir profittevoli, purché non duri-no troppo a lungo” (J. A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, Torino: Bollati Boringhieri, 2003[1954], p. 4).</h6>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 20:37:29 +0000</pubDate>
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