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	<title>Economia e Politica &#187; Nuovi assetti del capitale</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:54:42 +0000</pubDate>
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		<title>I falsi miti del social-liberismo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 08:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Lavoro e sindacato]]></category>

		<category><![CDATA[Mercati competizione e monopoli]]></category>

		<category><![CDATA[Nuovi assetti del capitale]]></category>

		<category><![CDATA[Banca d'Italia]]></category>

		<category><![CDATA[Francesco Macheda]]></category>

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		<category><![CDATA[social-liberismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il recente rapporto della Banca d’Italia sulle tendenze nel sistema produttivo del nostro paese e la manovra finanziaria con la quale la maggioranza di governo si accinge a scaricare i costi della crisi sui lavoratori mettono a dura prova il nocciolo della proposta social-liberale – la ‘terza via’ tra keynesismo e ultra-liberismo – secondo cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="186" width="168" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/logo-bi.jpg" border="0" />Il recente rapporto della Banca d’Italia sulle tendenze nel sistema produttivo del nostro paese e la manovra finanziaria con la quale la maggioranza di governo si accinge a scaricare i costi della crisi sui lavoratori mettono a dura prova il nocciolo della proposta social-liberale – la ‘terza via’ tra keynesismo e ultra-liberismo – secondo cui la crescita economica passerebbe attraverso l’eliminazione delle rigidità dell’offerta di lavoro, inserita tuttavia all’interno di una cornice regolatoria che non pregiudichi la coesione sociale (Bachet et al. 2001: 144). Più nello specifico, la selezione meritocratica, coniugata a comportamenti socialmente responsabili delle imprese volti a stimolare il ‘lavoratore ad una più alta qualità e partecipazione’ (Bellofiore 2004a) – innalzando così la produttività – eleverebbe la profittabilità aziendale. La ricchezza così creata verrebbe infine redistribuita ai lavoratori mediante l’intervento della politica economica<strong>[1]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tralasciando le implicazioni politiche di tale teoria<strong>[2]</strong> – che comunque ‘non contrastano affatto le tendenze del capitalismo contemporaneo’ (Bellofiore e Halevi 2007: 13) – ciò che qui interessa è analizzare come a) la scarsità di pratiche meritocratiche sia un tratto necessario alla riproduzione egemonica della classe capitalista italiana, data l’arretratezza della struttura produttiva del paese, e b) le crisi facciano cadere nel dimenticatoio ogni velleità di responsabilità sociale non appena le imprese si trovano a dover scegliere tra la dura legge dei libri contabili e il benessere dei lavoratori.</p>
<p><strong>1. I particolari criteri meritocratici dell’imprenditoria italiana</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Secondo la dottrina social-liberale, l’adozione di criteri meritocratici nella scelta dei lavoratori avrebbe il vantaggio di coniugare equità sociale a crescita economica poiché, oltre a premiare coloro dotati di abilità di partenza più elevate – potenziate dall’impegno quotidiano – impedirebbe a monte che gli individui meno produttivi possano mischiarsi a quelli più produttivi. Tuttavia, se la ragion d’essere della meritocrazia risiede nell’impiego più efficiente del lavoro, con ricadute positive sulla profittabilità, cosa impedisce la sua diffusione nel nostro paese?</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto concerne le posizioni direttive e manageriali, stando al rapporto della Banca d’Italia ciò è imputabile al ruolo svolto dall’imprenditoria italiana che, non favorendo l’accumulazione del capitale e non adempiendo pertanto al ruolo di classe dirigente, ha nondimeno perpetrato la funzione di classe dominante attraverso il suo impianto familistico che le ha garantito ‘elevati benefici privati, espropriativi e non’(Banca d’Italia 2009: 70), riducendo al contempo la ‘disponibilità dei controllanti a cedere il controllo anche quando divenuti “inadeguati” nella gestione dell’impresa’ (Ibid.). Ciò è avvenuto e avviene tuttora sia nelle piccole che nelle grandi imprese, la cui struttura societaria è volta alla non contendibilità del controllo, blindato attraverso piramidi societarie, partecipazioni incrociate, ecc. <strong>[3]</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La preferenza degli imprenditori italiani della certezza del controllo alla dotazione di una solida base finanziaria<strong>[4]</strong>, non solo ha dato vita ad una struttura industriale orientata verso prodotti tradizionali oramai incapaci di reggere la concorrenza internazionale<strong>[5]</strong>, ma ha fatto sì che il dirigente d’impresa coincida spesso con il proprietario e con i suoi discendenti<strong>[6]</strong>, che sono premiati della ‘“vicinanza” ai proprietari e [del]la “fedeltà”’ (Ibid.: 74). Tuttavia, se l’imperativo è il mantenimento del controllo familiare, allora le cariche direttive non possono essere affidate secondo criteri volti al riconoscimento di doti imprenditoriali che, sebbene abbiano il vantaggio di favorire il processo di accumulazione, potrebbero tuttavia minacciare il ruolo preminente della famiglia nell’impresa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La salvaguardia del controllo famigliare ha finito col condannare il capitalismo italiano al nanismo e a un’elevata frammentazione produttiva, che ha reso ‘difficile sfruttare le economie di scala insite nell’attività di ricerca e sviluppo. […] La specializzazione produttiva sbilanciata verso produzioni tradizionali a basso contenuto tecnologico’ (Ibid.: 9-10, 51) che ne emerge, ha determinato, quindi, anche la tipologia della domanda di lavoro ‘di linea’, orientata per di più verso posti poco qualificati<strong>[7]</strong>. Ecco perché si può affermare che, sebbene l’Italia presenti un numero di laureati inferiore a quello di molti paesi europei, essi sono nondimeno ‘troppi se devono confrontarsi con occasioni di lavoro prevalentemente poco qualificate’(Reyneri 2005: 183).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Intrecciando le preferenze per una specifica tipologia di forza-lavoro alla evoluzione della struttura produttiva, è possibile inquadrare storicamente la scarsa adozione di criteri meritocratici volti a premiare le competenze dei lavoratori. In primo luogo, il ridimensionamento delle imprese seguíto al decentramento produttivo, oltre a contribuire ‘ad elevare il tasso di irregolarità’ (Pugliese 2009: 8), ha ridefinito i criteri che stabilivano chi fosse ‘meritevole’ di possedere un lavoro. Poiché i piccoli imprenditori e i lavoratori provenivano dalla stessa comunità, le assunzioni venivano a dipendere dall’affinità culturale, da vincoli familistici e clientelari – tutti fattori che rafforzavano il ‘senso di appartenenza’ a scapito di una visione che poneva al centro il conflitto. Tutto ciò ben si conciliava alle esigenze della piccola impresa che basava, e basa tutt’ora, il proprio vantaggio competitivo sul massiccio sfruttamento della manodopera<strong>[8]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In secondo luogo, la triade piccola impresa-pace sociale-sfruttamento è stata completata dall’erosione prima e la demolizione poi della conquista della chiamata numerica – rettificata formalmente dallo Statuto dei Lavoratori – che aveva l’obiettivo di evitare discriminazioni in fase di costituzione del rapporto di lavoro. A partire dal 1977<strong>[9]</strong>, in poco più di un decennio il legislatore riporrà la scelta dei lavoratori alla totale discrezione del singolo imprenditore che, oltre a rafforzare pratiche clientelari, favorirà l’assunzione di lavoratori ligi ai suoi voleri, discriminando coloro che si erano resi protagonisti delle lotte del decennio appena trascorso e i giovani refrattari al continuo incremento dei ritmi di lavoro e al contemporaneo abbassamento dei salari e delle tutele.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In altri termini, il rifiuto di pratiche meritocratiche non è un tratto insito agli imprenditori italiani, ma è il frutto di una precisa evoluzione storica tendente all’eliminazione della conflittualità sui posti di lavoro per meglio perpetrare il massiccio sfruttamento della forza-lavoro<strong>[10]</strong>, da cui ricavare profitti in un contesto di stagnazione degli investimenti. La pesante flessibilità nell’utilizzo della forza lavoro e la moderazione salariale – effetto di tale dinamica – ha finito così per indebolire il tessuto produttivo del paese, all’interno del quale i criteri meritocratici volti a premiare le competenze (destinate a rimanere frustrate se applicate a macchinari e metodi organizzativi obsoleti, con tutto quello che ciò comporterebbe in termini di stabilità sociale) passano in secondo piano rispetto alla necessità della completa subordinazione della manodopera<strong>[11]</strong>.</p>
<p><strong>2. Nulla è dovuto: la responsabilità sociale d’impresa</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’altra formula in voga tra i social-liberisti è la responsabilità sociale d’impresa la quale, garantendo salari dignitosi, vincoli alla nocività e comportamenti etici, favorirebbe la flessibilità e quindi la produttività del lavoro – quest’ultima necessaria al conseguimento di un vantaggio competitivo sul lungo periodo dell’impresa – i cui benefici si riverserebbero a cascata sui lavoratori.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Senza addentrarci nei risvolti teorici del problema, è sufficiente un breve excursus storico per comprendere perché i buoni propositi di ‘comportamenti etici’ vengano abbandonati non appena il sistema economico si trovi a fronteggiare le prime avvisaglie di crisi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sarebbe troppo semplice soffermarci esclusivamente sull’ultimo trentennio, in cui l’offensiva liberista ha eroso buona parte delle conquiste del lavoro. Volgiamo lo sguardo, allora, a una particolare fase storica – il periodo che va dalla fine della I guerra mondiale alla crisi del 1929 negli Stati Uniti – conosciuta come ‘welfare capitalism’ e analizzata magistralmente da Michael Perelman in un libro di qualche anno fa. Consapevoli degli effetti nefasti del laissez-faire (era ancora fresco il ricordo della Grande Depressione) e dell’importanza del controllo del movimento sindacale – allora in forte ascesa – gli imprenditori statunitensi sorretti ‘ideologicamente’ dalla presidenza Hoover, adottarono comportamenti socialmente responsabili che, aumentando l’efficienza produttiva, avrebbero dovuto confermare la superiorità del sistema di mercato rispetto a quello socialista nel garantire sia alti standard di vita ai lavoratori, sia una crescita più equa ed equilibrata. Tuttavia, una volta scoppiata la Grande Crisi, anche i grandi industriali illuminati – che inizialmente tentarono di non intaccare gli standard lavorativi – dovettero gettare la spugna: tra la dura legge dei libri contabili e i diritti dei lavoratori, scelsero la prima opzione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crisi del 2007 e il periodo di turbolenze precedente non sembrano riservare un destino diverso alle velleità di ‘responsabilità sociale d’impresa’. Una volta svanite le illusioni di un mondo unipolare all’indomani dello sgretolamento del blocco sovietico, lo scontro economico tra paesi e imprese in competizione per l’accaparramento di mercati di sbocco, materie prime e aree abitate da manodopera a basso costo, ha subíto un brusco inasprimento, concedendo al contempo ‘un enorme vantaggio in termini di potere contrattuale agli imprenditori di molti paesi sviluppati’ (Glyn 2007), dal momento che i lavoratori occidentali – non solo quelli meno qualificati – hanno iniziato a risentire negativamente della competizione dei lavoratori dei paesi dell’Europa dell’est, dotati anch’essi di elevati livelli d’istruzione<strong>[12]</strong>. Di conseguenza, sono andati assottigliandosi i margini per l’adozione di comportamenti etici i quali, ponendo ‘lacci e lacciuoli’ alla libera iniziativa, hanno lo “spiacevole inconveniente” di frenare la profittablità almeno nel breve periodo, col rischio che l’impresa sia travolta da una competizione sempre più agguerrita. D’altra parte, sperare che siano i governi – che da più di un trentennio stanno supportando la gigantesca redistribuzione da L a K[<strong>13]</strong> – a porre vincoli alla libertà d’impresa pare quantomeno illusorio quando non addirittura paradossale, se è vero che dallo scoppio della crisi odierna gli stati e gli organismi transazionali non hanno esitato minimamente a scaricare i costi dei risanamenti bancari sulle spalle dei lavoratori<strong>[14]</strong>.</p>
<p><strong>3. Conclusione</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Condurre la battaglia teorica per la promozione di comportamenti responsabili da parte delle imprese, così come contro le pratiche clientelari, è sacrosanto. Tuttavia, altrettanto importante è la prospettiva entro la quale s’inquadra il problema. Piuttosto che dal disegno regolativo dei policy makers, quando non addirittura dalla sensibilità delle singole aziende, sia la responsabilità sociale che l’eliminazione di perniciose discriminazioni da parte delle imprese sono storicamente scaturite dalle spinte conflittuali provenienti dal mondo del lavoro contro le organizzazioni più apertamente conservatrici, che gli imprenditori e i governi hanno poi dovuto rettificare formalmente.<br />
<em> </em>
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>* Università Politecnica delle Marche, Ancona.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Sulla continuità tra neoliberismo e social-liberismo si veda: Bellofiore (2004b), pp. 93-94.<br />
[2] Su questo punto è illuminante l’esposizione di Brancaccio (2009), pp. 41-42.<br />
[3] Se ‘le società non quotate [sono] in grandissima parte tuttora di natura familiare’, ancora a metà degli anni ’90 ‘tra le imprese quotate il principale azionista possedeva la maggioranza assoluta.’ Tuttavia, ‘negli ultimi anni non vi è stata una significativa evoluzione nella struttura proprietaria e del controllo delle società quotate italiane.’ ‘Le imprese familiari continuano a rappresentare la vasta maggioranza; la concentrazione della proprietà resta alta: nel 2007 la quota di azioni detenuta dall’azionista principale era ancora pari al 67.7 per cento’ (Banca d’Italia 2009: 69-72). La trattazione di Amatori e Brioschi (2001: 148-149) sul congelamento degli assetti di controllo rimane estremamente attuale.<br />
[4] Il capitalismo italiano è caratterizzato da una sottocapitalizzazione e al contempo da una forte concentrazione della stessa. Si veda, Banca d’Italia (2010), pp. 187-199.<br />
[5] Banca d’Italia (2009), pp. 30-32,73.<br />
[6] Nell’ultimo decennio il 3% delle imprese manifatturiere ha cambiato controllo ogni anno. La metà di questi trasferimenti avviene all’interno della famiglia proprietaria, tipicamente tra generazioni (Banca d’Italia 2009: 72).<br />
[7] L’inchiesta dell’ISAE sui comportamenti di assunzione delle imprese nel settore manifatturiero ha rilevato che nel corso del 2008 il 94.8 percento delle imprese che hanno assunto almeno un lavoratore nel corso dell’anno ha selezionato esclusivamente personale in possesso di titoli di studio inferiori alla laurea.<br />
[8] Il fatto che il lavoratore della piccola impresa riceva un salario inferiore del 26.2 % di quello del dipendente standard non è imputabile alle limitate capacità di pagare dovute alla scarsa produttività bensì, come rilevato da Vianello (2007) ‘alla elevata capacità di non pagare’ delle piccole imprese.<br />
[9] Per la ricostruzione dell’iter legislativo sfociato nell’eliminazione della chiamata nominativa, si veda: Liso (2002)<br />
[10] Tra il 1993 e il 2008 su una crescita complessiva di 14.3 punti percentuali della produttività reale dell’intera economia da redistribuire, solamente 3.8 punti sono andati al lavoro.<br />
[11] L’indagine ISFOL (2008) ha rilevato che le competenze maggiormente richieste sul posto di lavoro dai manager operanti nel settore manifatturiero sono l’affidabilità nell’esecuzione del proprio lavoro, le abilità manuali e la resistenza psicofisica – qualità che non necessitano di particolari investimenti in formazione.<br />
[12] Nel 2007, la media dei giovani tra i 25 e i 34 anni dei nuovi paesi membri in possesso di un’istruzione universitaria era del 27.1 percento. In Italia, solo 19 giovani su 100 erano laureati.<br />
[13] Tralasciando la caduta dei redditi da lavoro dell’ultimo biennio, dal 1980 al 2008 il monte retribuzioni sul PIL nei maggiori industrializzati ha subíto una discesa verticale. In Italia si è passati dal 73.8 al 65.1%, in Francia dal 75.6 al 65.8%, in Germania dal 72.9 al 63%, in Spagna dal 65.4 al 58.6% e in U.K dal 75.9 al 65.2%.<br />
[14] Nel 2009, il numero di disoccupati nei paesi sviluppati è aumento di 13.7 milioni di unità, mentre il tasso di occupazione è crollato del 2.5 percento. Solo in Europa, la riduzione del numero di occupati ha abbondantemente superato i quattro milioni. Nel primo trimestre 2010 sono stati distrutti 50 mila posti di lavoro in seguito a 160 processi di ristrutturazione aziendale. Nel nostro paese, l’occupazione nel corso del 2009 si è ridotta di 380 unità, colpendo fortemente i giovani e il lavoro temporaneo.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Amatori F., Brioschi F. (2001), &#8220;Le grandi imprese private: famiglie e coalizioni&#8221;, in Barca F. (a cura di), <em>Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi</em>, Roma: Donzelli.<br />
Bachet, D., et al. (2001), <em>Social-Liberalism in France</em>, Capital &amp; Class, Vol. 25, n. 3.<br />
Banca d’Italia (2009), &#8220;Rapporto sulle Tendenze nel Sistema Produttivo Italiano&#8221;, <em>Questioni di Economia e Finanza</em>, n.45, Roma.<br />
Banca d’Italia (2010), <em>Relazione Annuale sul 2009</em>, Roma.<br />
Bellofiore, R. (2004a), &#8220;Il bivio dopo Maastricht&#8221;, <em>La Rivista del Manifesto</em>, n. 51.<br />
Bellofiore, R. (2004b), &#8220;Contemporary Capitalism, European Policies, and Working-Class Conditions&#8221;, <em>International Journal of Political Economy</em>, Vol. 34 n. 2.<br />
Bellofiore, R., Halevi, J. (2007),<em> Deconstructing Labor: What Is ‘New’ in Contemporary Capitalism and Economic Policies: a Marxian-Kaleckian Perspective</em>, Paper presentato al Congrès Marx International V, Paris-Sorbonne et Nanterre.<br />
Brancaccio, E. (2009), <em>Anti-Blanchard. Una critica al modello macroeconomico dominante</em>, dispense per il corso di Macroeconomia della Facoltà SEA - Università del Sannio, quinta versione.<br />
CNEL (2009), <em>Rapporto sul mercato del lavoro 2008 – 2009</em>.<br />
Conference Board Total Economy Database, January 2010.<br />
European Commission (2010), <em>Quarterly EU labour market review</em> – Winter, p. 5.<br />
European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (2010), <em>European restructuring monitor quarterly</em>, Issue 1-Spring.<br />
EUROSTAT (2009), News release 58/2009.<br />
Glyn, A. (2007), &#8220;Explaining Labor’s Declining Share of National Income&#8221;, <em>G-24 Policy Brief</em>, n. 4.<br />
ILO (2010), <em>Global employment trends: January 2010, Geneva: ILO</em>, p. 38.�<br />
ISAE (2009), <em>Le assunzioni nel 2008 nel settore manifatturiero: tipologie contrattuali, contrattazione integrativa,</em> <em>skills</em>, pp. 7-8.<br />
ISTAT (2010), <em>Rapporto annuale La situazione del Paese nel 2009</em>, p. 103.<br />
Liso, F. (2002), <em>Collocamento e agenzie private, Giornale del diritto del lavoro e relazioni industriali</em>,Vol. 96.<br />
Megale A., et al. (2009), <em>Salari in crisi. Salari, produttività e distribuzione del reddito</em>, IV Rapporto Ires CGIL.<br />
Perelman, M. (1996), <em>The End of Economics,</em> London and New York: Routledge, pp. 112-130.<br />
Pugliese, E. (2009), &#8220;Indagine su “il lavoro nero”&#8221;, in CNEL, <em>Il Lavoro che cambia</em>.<br />
Reyneri, E. (2005), <em>Sociologia del Mercato del Lavoro</em>, Vol.I, Bologna: Il Mulino.<br />
Vianello, F. (2007), <em>Salari: la straordinaria capacità tutta italiama di non pagare</em>, Il Manifesto, 7 novembre.</p>
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		<title>Il ruolo delle banche è mutato</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 10:23:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Durante i “trenta gloriosi” anni seguenti la Seconda guerra mondiale, le banche hanno svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo economico del sistema capitalista, incentrato a quell’epoca sulla relazione virtuosa tra il settore bancario e le imprese che producono beni e servizi non-finanziari: le linee di credito concesse dalle banche a tali imprese – i cui obiettivi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="200" width="350" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/soldi-denaro.jpg" border="0" style="width: 252px; height: 200px" />Durante i “trenta gloriosi” anni seguenti la Seconda guerra mondiale, le banche hanno svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo economico del sistema capitalista, incentrato a quell’epoca sulla relazione virtuosa tra il settore bancario e le imprese che producono beni e servizi non-finanziari: le linee di credito concesse dalle banche a tali imprese – i cui obiettivi erano definiti con riferimento al medio-lungo periodo – permisero la produzione di valore aggiunto attraverso la remunerazione dei lavoratori delle imprese, i quali potevano disporre della loro capacità di acquisto sui mercati dei prodotti al fine di avere un tenore di vita dignitoso senza dover ricorrere all’indebitamento personale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La finanziarizzazione<strong>[1]</strong> delle economie capitaliste, iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso, ha trasformato i nostri sistemi economici radicalmente, marginalizzando poco alla volta il ruolo delle banche commerciali, inducendo queste ultime a diventare delle società finanziarie attive su scala globale e operanti a 360 gradi sui mercati finanziari (una sorta di “supermercati finanziari” alla ricerca del massimo profitto nel minor tempo possibile). La crescente quota dei profitti nella distribuzione del reddito che avviene sul mercato dei prodotti ha ridotto la necessità per le imprese di far capo al credito bancario per il finanziamento della loro produzione. La riduzione della quota dei salari reali nella distribuzione del reddito nazionale ha da parte sua diminuito la capacità di acquisto delle famiglie di lavoratori, a tal punto da aver introdotto nelle statistiche a livello nazionale la categoria dei cosiddetti “<em>working poor</em>”, vale a dire i lavoratori il cui salario o stipendio non basta per assicurare loro un livello di vita minimo esistenziale, costringendoli dunque a ricorrere all’indebitamento personale e magari pure all’assistenza sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In questo regime economico, le imprese non hanno alcun interesse a investire per aumentare la loro capacità di produzione in quanto i consumatori hanno una minore capacità di acquisto, data la maggiore quota dei profitti nella ripartizione del reddito nazionale. Queste imprese sono quindi indotte a spendere i loro profitti a oltranza sui mercati finanziari, i quali permettono alle banche, fra molti altri attori finanziari, di riciclare tale enorme liquidità concedendo lucrativi prestiti al consumo alle famiglie di lavoratori il cui salario o stipendio non basta per mantenere un certo tenore di vita.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Alla relazione che associava il credito dei lavoratori al debito delle aziende nell’epoca precedente la “finanziarizzazione” dei sistemi economici capitalistici è andata sostituendosi la relazione opposta, caratterizzata dall’aumento dell’indebitamento personale, da un lato, e dall’altro lato dalla crescita dei profitti aziendali non reinvestiti nella produzione ma spesi per aumentare le rendite sui mercati finanziari. Le politiche di riduzione del debito pubblico e di pareggio del bilancio statale hanno poi aggravato questa situazione, già destabilizzante per natura, in quanto hanno ridotto da un lato la capacità di contrarre debiti da parte del settore pubblico e, dall’altro lato, hanno diminuito l’offerta di titoli finanziari dello Stato, contraddistinti da un rapporto rischio–rendimento interessante per gran parte dei risparmiatori individuali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Come fece notare William Vickrey, “premio Nobel” per l’economia nel 1996, “il deficit pubblico non è un peccato ma una necessità economica”<strong>[2]</strong> al fine di ridurre l’instabilità intrinseca nel funzionamento dei sistemi economici capitalistici dominati dalla finanza speculativa.</p>
<p><em>*L’autore è professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria nell’Università di Friburgo (Svizzera).</em></p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] La finanziarizzazione di un sistema economico consiste nel dare la precedenza ai mercati finanziari, ai motivi di carattere finanziario, agli agenti finanziari e alle istituzioni finanziarie – sul piano sia nazionale sia transnazionale – rispetto alla cosiddetta economia “reale”, il cui funzionamento è pertanto subordinato (a prescindere dalla congiuntura) alla finanza speculativa.</h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[2] William Spencer Vickrey, “We need a bigger deficit”, in M. Forstater e P.R. Tcherneva (a cura di), Full Employment and Price Stability: the Macroeconomic Vision of William S. Vickrey, Cheltenham e Northampton, Edward Elgar, 2004, p. 134.</h6>
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		<title>Un convegno per capire la crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 19:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica.
Il convegno è organizzato con la collaborazione di Economia e politica. Tutte le informazioni sono sul sito www.theglobalcrisis.info.
Nel 2006, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em><img height="120" width="279" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisi-finanziaria14_fondo-magazine.jpg" border="0" style="width: 279px; height: 185px" /></em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Il convegno è organizzato con la collaborazione di <a href="http://www.economiaepolitica.it/">Economia e politica</a>. Tutte le informazioni sono sul sito <a href="http://www.theglobalcrisis.info">www.theglobalcrisis.info</a>.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nel 2006, chiamato ad esprimersi sui criteri di valutazione della ricerca universitaria, l’attuale rettore della Bocconi Guido Tabellini dichiarò che bisognava respingere le procedure tese a salvaguardare i filoni di ricerca alternativi al <em>mainstream</em>, poiché queste avrebbero finito per «proteggere sette di ricercatori in via di estinzione»<strong>[1]</strong>. Quando fu pronunciata, questa frase apparve a molti indicativa di specifici interessi accademici da difendere e da consolidare, molto più che di un giudizio spassionato sull’effettivo valore scientifico delle diverse correnti della ricerca economica. Tuttavia la sostanza della dichiarazione rifletteva l’enorme successo del paradigma dominante di teoria e politica economica, e il comprensibile desiderio dei suoi più convinti sostenitori di avvalersi di tale diffuso consenso per conquistare nuovi spazi e ulteriori riconoscimenti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ben pochi anni sono passati dalla controversia sulla valutazione della ricerca, eppure le cose sembrano esser cambiate sotto più di un aspetto. In particolare, dal momento in cui la crisi globale è esplosa, il clima culturale pare aver subìto un mutamento alquanto repentino. Uno dei motivi è che gli esponenti della teoria economica prevalente sono apparsi in estrema difficoltà di fronte alla grande recessione in corso. Col passare dei mesi è andato diffondendosi il convincimento che la crisi li abbia presi alla sprovvista, e che le loro proposte di politica economica abbiano addirittura contribuito ad alimentarla. In Gran Bretagna si è scomodata persino la Regina per chiedere ai massimi esponenti della London School of Economics come mai non fossero stati capaci di prevedere il tracollo. In Italia il ministro dell’Economia ha più volte ironizzato sulle difficoltà di previsione degli economisti, e li ha per questo invitati a star zitti per almeno un anno o due. Dove naturalmente per “economisti” si sono intesi sempre gli esponenti della ortodossia, coloro i quali cioè hanno lungamente dettato il verbo, sia sul versante della teoria che della politica economica<strong>[2]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si è respirata in effetti un po’ l’aria della caccia all’untore, in questa sorta di caccia all’economista. D’altro canto va riconosciuto che le accuse che sono state lanciate in questi mesi non possono dirsi del tutto infondate. Basterà ricordare che gli economisti della blasonata <em>voce.info</em> hanno commentato la crisi ammettendo onestamente che «nessuno di noi redattori, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata»<strong>[3]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In questo mutato e forse imbarazzante scenario, Tabellini deve aver considerato opportuno porre il seguente interrogativo: «vi sarà un’altra rivoluzione nelle idee degli economisti circa i compiti della politica economica e il funzionamento della economia di mercato?»<strong>[4]</strong>. Una domanda tempestiva, bisogna ammetterlo. Ma prima che qualcuno potesse sospettare una sua conversione rispetto ai giudizi barricadieri del passato, Tabellini ha immediatamente fornito la sua risposta, la solita di sempre: «Io penso di no. Le lezioni da trarre dalla crisi, per quanto importanti, sono più circoscritte». L’idea del rettore della Bocconi, al riguardo, è che la teoria economica prevalente si occupa da tempo di tutte quelle imperfezioni e asimmetrie che contribuiscono a determinare i cosiddetti “fallimenti del mercato” e che favoriscono quindi l’insorgere dell’instabilità e della crisi. Stando a questa visione, gli economisti del <em>mainstream</em> dovrebbero già disporre degli strumenti concettuali necessari per spiegare la recessione e per suggerire misure in grado di fronteggiarla. Se vi sono stati errori di previsione e di valutazione della crisi, si potrà rimediare ad essi attraverso correttivi marginali, senza mettere in discussione il nucleo della dottrina economica prevalente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A una prima lettura si potrebbe pensare che le conclusioni di Tabellini siano suffragate dai fatti. Dopotutto egli difende un corpus teorico abbastanza flessibile, dal quale si possono certo ricavare delle vere e proprie apologie del capitalismo, ma che può anche fungere da strumento in grado di cogliere i limiti dei meccanismi di mercato. Non è un caso che da questo impianto concettuale siano già emerse svariate interpretazioni della crisi, nonché indirizzi di politica economica alquanto diversi tra loro. Consideriamo ad esempio i casi di John Taylor e di Paul Krugman. Come è noto, Taylor ha attribuito le cause e il perdurare della crisi in corso al lassismo monetario e fiscale delle autorità americane, e ha per questo suggerito una strategia di uscita dalla recessione fondata sulla rinuncia agli eccessi dell’interventismo politico e sul ritorno alle severe leggi del <em>laissez-faire</em>. Krugman, al contrario, ha sostenuto che una politica economica troppo timida da parte del governo e della banca centrale potrebbe rivelarsi insufficiente per superare la crisi, e ha quindi invocato ulteriori espansioni monetarie e fiscali<strong>[5]</strong>. I due si situano insomma agli antipodi delle posizioni di politica economica che riescono a trovare uno spazio nelle istituzioni e sui media americani. Eppure, entrambi gli economisti possono esser fatti rientrare nel mainstream cosiddetto “imperfezionista”, talvolta definito New Keynesian o del New Consensus, che rappresenta oggi la punta più avanzata del paradigma sostenuto da Tabellini<strong>[6]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Possiamo dunque parlare di un <em>mainstream</em> autosufficiente, in grado di trovare grazie alla sua sola dialettica interna una valida spiegazione del tracollo economico e occupazionale al quale stiamo assistendo, ed efficaci misure per contrastarlo? In realtà da un’analisi più approfondita del dibattito di questi mesi sembra emergere una diffusa insoddisfazione verso le interpretazioni della crisi scaturite dal paradigma dominante. A questo riguardo è interessante notare che alcuni autorevoli esponenti del <em>mainstream</em> hanno avanzato spiegazioni della crisi sotto molti aspetti incompatibili con gli strumenti analitici da essi generalmente adoperati. E’ questo ad esempio il caso di Jean-Paul Fitoussi e di Joseph Stiglitz. In un recente intervento essi hanno sostenuto che «…la carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda…»<strong>[7]</strong>. E’ evidente che siamo al cospetto di una interpretazione ispirata ai tipici schemi macroeconomici di teoria critica. Ed è altrettanto palese che si tratta di una chiave di lettura di lungo periodo e strutturale, per cui sembra alquanto difficile poterla ritenere conforme alla logica dei modelli <em>mainstream</em> sui quali vertono le principali pubblicazioni scientifiche degli stessi Fitoussi e Stiglitz<strong>[8]</strong>. Il che, beninteso, mira solo a fare chiarezza, e non toglie merito alla scelta dei due economisti di far propria tale visione<strong>[9]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Questa e molte altre evidenze sembrano insomma segnalare una difficoltà di fondo da parte dell’approccio teorico dominante, alla cui logica paiono sfuggire i tratti salienti della crisi, e più in generale i meccanismi di riproduzione del capitalismo contemporaneo. Per questo motivo sono in molti oggi a ritenere che la grande recessione in corso dovrebbe rappresentare uno spartiacque storico anche per l’evoluzione del pensiero economico, e che dunque anziché suggerire correzioni all’approccio <em>mainstream </em>bisognerebbe favorire un più generale cambio di paradigma. In effetti negli ultimi mesi abbiamo assistito a una straordinaria fioritura di contributi provenienti da filoni di ricerca alternativi, e in particolare dagli approcci ispirati alla critica della teoria economica dominante. Da tali ricerche sono emerse promettenti riletture dei principali filoni del pensiero economico eterodosso, critiche serrate alle interpretazioni <em>mainstream</em> della recessione, nuovi schemi di analisi teorica ed empirica della crisi, brillanti approfondimenti sui processi in corso di riorganizzazione dei capitali, accurate disamine del rapporto tra riproduzione del capitale e conflitto sui luoghi di lavoro, e interpretazioni della politica economica alternative a quelle finora prevalenti. E’ sorta dunque l’esigenza di raccogliere una selezione di tali contributi, con particolare riguardo ai lavori elaborati da alcuni tra i principali esponenti del pensiero critico italiano.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Proprio a questo scopo, il 26 e il 27 gennaio prossimi, presso la Facoltà di Economia della Università di Siena, si terrà il convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica” (tutte le informazioni sono reperibili sul sito <a rel="nofollow" href="http://www.theglobalcrisis.info/">www.theglobalcrisis.info</a>). Organizzata dal Dipartimento DASES dell’Università del Sannio in collaborazione con i Dipartimenti di Economia politica e di Politica economica dell’Università di Siena, e realizzata in partnership con <em>economiaepolitica.it</em> e con il blog <em>Goodwinbox</em>, l’iniziativa ha beneficiato del contributo finanziario della Fondazione Montepaschi. L’auspicio è che questo convegno, aperto a tutti, possa offrire indicazioni per una accurata retrospettiva sull’effettivo apporto dell’analisi economica <em>mainstream</em> alla comprensione della realtà sociale che ci circonda, e soprattutto possa favorire la riapertura di un libero confronto delle idee sui fondamenti scientifici della teoria e della politica economica contemporanea. Contro i modi abituali di pensiero e di espressione, le visioni illuminanti sommerse e dimenticate a volte ritornano.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Guido Tabellini (2006), Osservazioni sulla nota di dissenso di Luigi Pasinetti, CIVR, Panel 13, Consensus Group di Economia, Appendice 5. Si veda anche Franco Locatelli (2006), Economisti in guerra sulla ricerca, Il Sole 24 Ore, 9 febbraio.<br />
[2] A testimonianza del repentino cambiamento del clima culturale attorno agli economisti del mainstream, si veda Roberto Petrini (2009), Processo agli economisti, Milano: Chiarelettere.<br />
[3] Lavoce.info (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Roma, Castelvecchi, p. 7.<br />
[4] Guido Tabellini (2009), Il mondo torna a correre. L’Italia non si fermi, in AA.VV. Lezioni per il futuro, Edizioni Il Sole 24 Ore.<br />
[5] Sul confronto tra Taylor e Krugman rinviamo a Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana (2010),  A Critique of Interpretations of the Crisis based on the Taylor Rule, di prossima pubblicazione.<br />
[6] Ecco una definizione più precisa del manistream “imperfezionista”: « […] Sul piano del metodo e della teoria generale di riferimento, gli esponenti di questa linea di ricerca possono senza dubbio esser considerati neoclassici. Essi infatti assumono come dati di partenza delle analisi i tipici fondamentali neoclassici delle dotazioni, delle preferenze e della tecnologia (Hahn 1982). Non è quindi un caso che il loro riferimento ideale sia rappresentato dall’equilibrio generale neo-walrasiano. Bisogna però aggiungere che i nuovi keynesiani ritengono che nel mondo reale vi siano imperfezioni e asimmetrie tali da allontanare il sistema economico dall’ipotetico equilibrio ottimale del modello neo-walrasiano. Questa visione cosiddetta “imperfezionista” è piuttosto articolata al suo interno, ed è stata sviluppata in varie direzioni. Tuttavia, la sistemazione teorica che negli ultimi anni sembra avere riscosso i maggiori consensi è quella che Taylor (2000) ha sintetizzato nelle seguenti cinque proposizioni: nel lungo periodo l’economia tende a un equilibrio che può essere correttamente descritto dalla condizione di crescita stazionaria del modello neoclassico di Solow (1956) o di una delle sue varianti; nel lungo periodo non sussiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione e quindi la politica monetaria è neutrale; nel breve periodo, a causa di asimmetrie e imperfezioni che rendono i prezzi temporaneamente rigidi, emerge un trade-off che può dar luogo a fluttuazioni del sistema attorno all’equilibrio di crescita stazionaria; l’entità delle fluttuazioni dipende in buona misura dalle aspettative sull’inflazione e sulle future decisioni di politica monetaria; le decisioni di politica monetaria possono esser concepite come “regole” in cui lo strumento di policy è il tasso nominale d’interesse a breve termine, che viene di volta in volta aggiustato in risposta alle fluttuazioni economiche […]». Tratto da Brancaccio e Fontana (2010), cit.<br />
[7] Jean-Paul Fitoussi, J.P e Joseph Stiglitz (2009), The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world, The Shadow GN, Chair’s Summary, LUISS Guido Carli, Roma, 6-7 maggio.<br />
[8] Basti pensare che i modelli di informazione asimmetrica che sono valsi a Stiglitz il premio Nobel sono costitutivamente caratterizzati da una relazione inversa tra salari reali e occupazione. L’introduzione di ipotesi ad hoc potrebbe in effetti consentire il superamento della univocità di quella relazione, ma a prezzo di stravolgere la logica profonda di quei modelli, e di sganciarli almeno parzialmente dai pilastri neoclassici della scarsità e della utilità sui quali essi comunque in ultima istanza poggiano. Inoltre, è interessante ricordare che molti anni fa il giovane Stiglitz rivolse pesanti accuse agli schemi di analisi di teoria critica che legano sperequazione dei redditi e deficit di domanda (Joseph Stiglitz (1974), The Cambridge-Cambridge Controversy in the Theory of Capital, Journal of Political Economy, 82, 4). Può darsi allora che egli abbia sottoposto a revisione le sue idee del passato. Sarebbe un fatto positivo, anche perché le sue accuse erano viziate da inconsistenze ed equivoci (si veda al riguardo Fabio Petri (2004), General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Edward Elgar, Appendice 6A2). Più articolato in effetti è il caso di Fitoussi, anche riguardo al tema della valutazione della ricerca (si vedano ancora una volta gli atti del panel 13 del CIVR, cit.).   �<br />
[9] E’ forse opportuno precisare che chi scrive non considera l’interpretazione da bassi salari di per sé sufficiente per spiegare la meccanica della crisi. E’ ragionevole tuttavia ritenere che essa rappresenti un passo avanti nella comprensione dei fatti rispetto alle chiavi di lettura finora suggerite dal mainstream. Per un approfondimento, rinviamo ancora a Brancaccio e Fontana (2010), cit.   </h6>
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		<title>Il capitalismo storico e la scelta di fondo odierna</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 11:19:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo del prof. Duccio Cavalieri che, pur essendo lontano dalle opzioni di politica economica sostenute dalla redazione della rivista, ci auguriamo possa avviare un dibattito sulle prospettive del &#8220;liberismo di sinistra&#8221;. (La Redazione).
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Il liberismo classico della scuola di Manchester implicava un’idea chiaramente utopistica: quella di un ordine naturale che avrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="350" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/capitalism-3.JPG" height="253" /><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo del prof. Duccio Cavalieri che, pur essendo lontano dalle opzioni di politica economica sostenute dalla redazione della rivista, ci auguriamo possa avviare un dibattito sulle prospettive del &#8220;liberismo di sinistra&#8221;. (La Redazione).</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il liberismo classico della scuola di Manchester implicava un’idea chiaramente utopistica: quella di un ordine naturale che avrebbe teso a realizzarsi spontaneamente e che in un contesto perfettamente concorrenziale sarebbe stato in grado di assicurare a tutti un massimo relativo di soddisfazione (un ‘ottimo paretiano’), operando trasferimenti di risorse tra impieghi alternativi, senza alterare sostanzialmente la distribuzione preesistente del reddito.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Così idealizzato, il capitalismo non è un modo di produzione storicamente determinato, ma una categoria universale sovrastorica, capace di mutare nella forma, ma non nella sostanza. E  dunque destinata a durare in eterno. Il capitalismo reale, ovviamente, è tutt’altra cosa. E’ un tipo di organizzazione dell’economia finalizzato alla produzione per il profitto e all’accumulazione del capitale. Con tutto ciò di buono e di meno buono che questi obiettivi comportano: dall’efficienza e dalla spiccata capacità di promuovere lo sviluppo delle forze produttive di un paese, alla soggezione a crisi ricorrenti e devastanti, e dalla mancanza di vera democrazia a un’oppressione sociale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Nel capitalismo odierno, la ferrea logica di riproduzione del capitale, finalizzata all’estrazione e appropriazione privata di un plusvalore, impedisce a una larga parte degli esseri umani di emanciparsi dal lavoro salariato e di realizzare attraverso un’attività autonoma e non alienante la loro vera essenza. Così da passare da uno stato di necessità al regno hegelo-marxiano della libertà.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Splendori e miserie del capitalismo vanno ugualmente riconosciuti. Ma non certo accettati. Se l’attuale meccanismo del mercato, soggetto com’è all’azione interessata di potenti gruppi organizzati, lasciato a se stesso non è in grado di risolvere i grandi problemi sociali della nostra epoca, non si deve necessariamente pensare di abolirlo. Se si ritiene che esso svolga una funzione economica insostituibile, si deve cercare di regolamentarlo, per renderlo socialmente più accettabile.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Lungo questa strada, penso che nuove prospettive si siano aperte, dopo l’ultima grande crisi del sistema capitalistico, per attuare una convergenza tattica tra la sinistra e una parte dei neoliberisti. C’è oggi un neoliberismo di stampo conservatore, che si limita a difendere delle posizioni di privilegio, comunque acquisite, e che avversa il keynesismo. Ma c’è anche un neoliberismo progressista, che si avvicina molto al keynesismo. Keynes, come è noto, si dichiarava un ‘liberal’. Ed era un membro autorevole del Liberal Party.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Negli ultimi anni, una parte del liberismo si è mossa in una direzione progressista. Il prefisso ‘neo’ sta ora a indicare non qualcosa di perso e di ritrovato, o di rinnovato, ma qualcosa di definitivamente superato. Non si fa più riferimento alla vecchia idea di un ordine economico naturale e perfetto, da non ostacolare, ma a una concezione diametralmente opposta. Quella di chi, rendendosi conto che non esiste un ordine naturale e perfetto, auspica la realizzazione di un ordinamento economico consapevolmente creato dagli uomini e basato su un esplicito rifiuto della <em>deregulation</em> e del lassismo fiscale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Negli anni ’30 del secolo scorso il liberismo classico fu riproposto in Inghilterra, in termini simili a quelli tradizionali, alla London School of Economics di Robbins e Hayek. Ma la reazione non si fece attendere. Nel 1938 ebbe luogo a Parigi un famoso incontro, il <em>Colloquio Walter Lippmann</em>, che è oggi considerato come il momento iniziale del neoliberismo progressista. Poi, con la seconda guerra mondiale, il processo di diffusione della nuova ideologia liberista subì un’interruzione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il dopoguerra vide una ripresa del liberismo classico di stampo conservatore. Nel 1947 fu fondata la Mont Pélerin Society, per iniziativa di Hayek, Mises, Popper e altri. Nel 1955 sorse a Londra l’Institute of Economic Affairs, creato per contrastare il keynesismo allora imperante. Assieme alla Chicago School e al monetarismo di Friedman, esso ispirò il programma di politica economica del governo conservatore di Margaret Thatcher e quello dell’amministrazione repubblicana di Ronald Reagan.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Dopo un periodo di relativo declino, legato alla fine ingloriosa del sistema aureo e del suo sostituto, il <em>gold exchange standard</em>, il liberismo di stampo conservatore è stato oggetto negli anni ’80 di un tentativo di rilancio operato negli USA, con il nome di ‘Washington consensus’. Si tratta di un indirizzo di politica internazionale ispirato alla ‘nuova sintesi neoclassica’, chiaramente subalterno agli interessi economici americani e politicamente impegnato nella difesa di posizioni storicamente acquisite attraverso un meccanismo di divisione internazionale del lavoro che apprestava uno schema di specializzazione produttiva fondamentalmente ingiusto, a vantaggio dei paesi che si erano industrializzati per primi e a danno degli altri. Questo liberismo dai connotati conservatori è stato purtroppo sostenuto dal IMF, dalla World Bank e dal WTO, organismi che erano stati creati per fornire un aiuto finanziario ai paesi con bilancia dei pagamenti in forte disavanzo e per promuovere lo sviluppo economico e la liberalizzazione del commercio internazionale, ma che finora non sono apparsi all’altezza dei compiti istituzionali loro assegnati.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma torniamo al mercato. Per rilevare che, lasciato a se stesso, esso non appare in grado di assicurare un utilizzo razionale delle risorse produttive. I prezzi di mercato delle merci non esprimono adeguatamente le scarsità relative; la struttura dei consumi è distorta dall’azione interessata dei produttori; vi sono sprechi dovuti alla presenza di posizioni oligopolistiche, che comportano la creazione di capacità produttiva in eccesso. Inoltre le intese tra produttori tendono a rallentare il ritmo di introduzione del progresso tecnico e la distribuzione sperequata della ricchezza fa sì che la domanda solvibile dei vari beni e servizi non rifletta l’urgenza relativa dei bisogni dei diversi individui. Se si considera che il capitalismo è storicamente caratterizzato da una distribuzione del reddito poco uniforme e da una propensione al risparmio maggiore da parte dei percettori dei redditi più elevati e minore da parte dei percettori dei redditi più bassi, è facile comprendere come possa accadere che la domanda globale stenti a tenere il passo con la produzione e che il sistema dell’economia di mercato vada incontro a difficoltà di realizzo e a conseguente disoccupazione di massa, un fenomeno che comporta alti costi individuali e sociali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Non solo. Nelle economie di mercato di tipo capitalistico anche la capacità di lavoro dell’uomo è una merce, e come tale forma oggetto di scambio sul mercato. Essa è però una merce di tipo particolare, perché a differenza delle altre merci la forza-lavoro non è separabile dalla persona che la presta. In un’economia di mercato i posti di lavoro si creano e si distruggono non in base alle esigenze lavorative della popolazione, ma in base alla convenienza economica delle imprese, che reagiscono a impulsi di natura esogena provenienti dalla domanda. La disoccupazione non è quindi l’esito di una scelta volontaria operata da individui che non hanno voglia di lavorare, o che non accettano di lavorare al saggio di salario corrente, ritenendolo troppo basso, come credevano gli economisti classici e neoclassici, ma è in larga parte frutto dell’insufficienza della domanda aggregata, dovuta alla maldistribuzione del reddito. In un sistema sociale caratterizzato da una più equa distribuzione del reddito, la disoccupazione da insufficienza della domanda probabilmente non esisterebbe.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Sul piano internazionale, i maggiori difetti del capitalismo odierno sono da ricondurre alla sua incapacità di risolvere in modo soddisfacente i due problemi del controllo della liquidità internazionale e dell’indebitamento dei paesi del terzo mondo. La sostituzione all’oro del dollaro, non più convertibile, come mezzo usuale di pagamento internazionale ha presentato il grave inconveniente di attribuire a un solo paese, gli USA, il controllo sulla creazione della liquidità e di porre tutti gli altri paesi in condizioni di inferiorità e di vulnerabilità. Il paese la cui moneta costituisce valuta di riserva internazionale può infatti vivere tranquillamente al di sopra dei propri mezzi e stampare e cedere propria moneta per colmare senza alcun costo un disavanzo della sua bilancia dei pagamenti. Può quindi vivere meglio, a spese del resto del mondo, che è costretto a cedergli risorse reali e ad accordargli un prestito irredimibile illimitato e totalmente privo di interessi. E può così addossare ad altri paesi anche il costo di sciagurate imprese avventuristiche, come le guerre preventive.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’indebitamento di molti paesi in via di sviluppo si è nel frattempo aggravato fino a diventare insostenibile. Ciò è avvenuto anche per l’atteggiamento poco responsabile tenuto dal Fondo Monetario Internazionale, che ha per lungo tempo concesso credito ai paesi in via di sviluppo con eccessiva facilità. Salvo poi imporre loro condizioni pesantissime per ottenere il rifinanziamento dei debiti pregressi, onde tutelare gli interessi dei paesi creditori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">I disastrosi risultati di questo stato di cose sono davanti agli occhi di tutti. Quando il dollaro si deprezza, un’eccessiva liquidità si riversa in tutto il mondo sui mercati delle attività patrimoniali, reali e finanziarie. Con la conseguenza di accrescere la domanda, generando una pressione inflazionistica, e di ‘drogare’ artificialmente l’economia. Quando invece il dollaro aumenta di valore, il mercato delle attività tende a deprimersi. E questo a sua volta genera una recessione su scala mondiale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">A complicare le cose si aggiunge l’impossibilità per gli USA stessi di esercitare un controllo sugli enormi flussi di dollari messi in circolazione, una volta che questi siano usciti dal loro paese. Quantità ingenti e incontrollabili di capitali a breve termine (<em>hot</em> <em>money</em>) sono così destinate a spostarsi rapidamente in tempo reale sui mercati finanziari di tutto il mondo, verso i famigerati paradisi fiscali, alla ricerca di tassi di rendimento più elevati e non soggetti a tassazione. Con effetti fortemente destabilizzanti per l’economia mondiale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La grave crisi globale del sistema capitalistico, oggi in atto, è stata affrontata in modo del tutto inadeguato. I tentativi di salvataggio compiuti in tutto il mondo dalle autorità responsabili della politica economica hanno interessato essenzialmente le grandi banche di affari, le compagnie di assicurazione e le principali agenzie di mutui immobiliari. Si è cioè ricapitalizzato con fondi pubblici il sistema finanziario preesistente, primo responsabile della crisi. Molto meno si è fatto per sostenere le attività produttive delle imprese (soprattutto di quelle medie e piccole) e i consumi della popolazione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In queste condizioni, non meraviglia che il neoliberismo odierno si presenti, in una sua importante componente, come regolazionista. E quindi come assai diverso dal vecchio liberismo classico. Vero è che un’altra parte dei liberisti oggi invoca l’intervento pubblico non per porre fine a delle posizioni di privilegio, ma per tentare di conservarle. Basti considerare gli ostacoli che i liberisti più conservatori stanno ponendo al progetto di Barack Obama di dotare i ceti meno abbienti di un’assicurazione sanitaria, a spese pubbliche. Ma questo non fa che rendere più urgente l’esigenza di fornire un sostegno ai liberisti di sinistra. Nel nostro paese si è da tempo auspicato l’avvento di un nuovo ‘liberismo di sinistra’, riformista e dotato di precise regole. Ad esso mi sembrano essersi recentemente ispirati Francesco Giavazzi e Alberto Alesina. E anche, aggiungerei, Giulio Tremonti, notoriamente contrario a una globalizzazione incontrollata dei mercati finanziari. Di cosa si tratta? Di una politica che, praticata in un sistema di libero mercato, meritocratico e dotato di un’elevata mobilità sociale, dovrebbe consentire ai ceti sociali meno abbienti di migliorare stabilmente la loro posizione economica, attraverso l’impegno e il lavoro. Malgrado le differenze di opportunità individuali. In queste proposte non vi è nulla di nuovo. L’idea che una maggiore liberalizzazione dei mercati si tradurrebbe non solo in una maggiore efficienza del sistema produttivo, ma anche in una maggiore equità, è vecchia come il cucco. L’hanno a suo tempo sostenuta in Inghilterra Beveridge e Laski, in Francia Rueff e Allais, in Germania Rüstow, Röpke e la scuola ordo-liberista di Friburgo, che ha denunciato i disastri del capitalismo storico e patrocinato una sorta di economia sociale di mercato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma queste proposte sono state respinte da molti esponenti della sinistra, che le hanno ritenute un tipico esempio di <em>trickle-down theory</em>, basata sull’idea, già sostenuta dai fautori della <em>supply-side economics</em>, che aiutare i ricchi a diventare ancora più ricchi finisca, quasi per un effetto di osmosi (il principio fisico dei vasi comunicanti), con l’avvantaggiare anche i poveri. E in ultima analisi col ridurre le differenze di reddito. Credo che non occorra spendere molte parole per chiarire che questo non è vero. La maggior parte dei dati statistici disponibili mostra che in genere tra efficienza ed equità intercorre una relazione inversa. Più libertà di mercato si accompagna a una maggiore disuguaglianza, anche se il reddito medio delle famiglie aumenta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La tesi in questione è quindi chiaramente erronea. Ma l’idea di fondo dei liberisti di sinistra – quella che un sistema economico liberista, efficacemente regolamentato, sia preferibile all’attuale capitalismo selvaggio e possa consentire di migliorare anche le condizioni di vita delle classi più svantaggiate – mi pare pienamente condivisibile. Non vedo alcun valido motivo perché la sinistra debba respingerla. Come invece mi sembra che stia avvenendo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Fortunatamente, esponenti di una cultura liberale disposta a guardare a sinistra, piuttosto che a destra, ci sono sempre stati in Italia. Anche in tempi più duri di questi. Si pensi al socialismo liberale di Carlo Rosselli, Piero Gobetti, Ernesto Rossi, Guido Calogero, Aldo Capitini, Norberto Bobbio, Ugo La Malfa e degli esponenti del vecchio ‘Partito d’azione’, che intendevano conciliare liberismo e politica sociale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il problema è che in Italia, a differenza di altri paesi, non c’è mai stata una vera rivoluzione liberale e progressista. Nel senso gobettiano dell’espressione. Stiamo ancora aspettandola. Cerchiamo quindi di realizzarla, con l’aiuto di quanti sono disposti a collaborare a tal fine. Non è necessario considerare la rivoluzione liberale un punto d’arrivo. Chi vuole, a sinistra, può guardare ad essa come a un obiettivo intermedio. Avrà poi tempo per pensare a ulteriori miglioramenti dell’assetto economico e sociale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.<cos></cos></em></p>
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		<title>La borghesia &#8220;illuminata&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 07:01:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Nuovi assetti del capitale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho letto il testo di Franco Debenedetti e Antonio Pilati La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008, perché intuivo ciò che, nel corso della lettura, ha dimostrato di essere: non un’analisi dell’anomalia italiana – poniamo: Silvio Berlusconi –, ma un importante documento d’epoca, ovvero dei pensieri e delle pose delle classi dominanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="200" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/anni.jpg" height="310" />Ho letto il testo di Franco Debenedetti e Antonio Pilati <em>La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008</em>, perché intuivo ciò che, nel corso della lettura, ha dimostrato di essere: non un’analisi dell’anomalia italiana – poniamo: Silvio Berlusconi –, ma un importante documento d’epoca, ovvero dei pensieri e delle pose delle classi dominanti e dirigenti italiane degli ultimi vent’anni, di cui i due autori sono autorevoli rappresentanti per meriti sociali e istituzionali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Le pose: gli autori hanno chiara in mente una filosofia della storia, che consente con semplici tratti di penna di capire la metafisica degli avvenimenti umani, civettando qua e là non solo con i numeri della ragioneria, con le alchimie dell’industria e con i codici del giure, ma anche con pagine difficili come quelle della scuola di Francoforte, di Vattimo e di qualche altro astruso autore, perfino con i testi di Brecht. Siamo in presenza di una “visione complessiva del mondo”, capace di capire il senso recondito di ogni minimo avvenimento, di cui si trova l’esattissimo posticino nel progressivo manifestarsi delle potenzialità del “mercato”, del merito, dell’iniziativa privata, della libertà<strong>[1]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">I pensieri di costoro sono quelli di una élite intellettuale e sociale che ha cercato di spiegare in ogni modo al nascente Partito Democratico quali fossero le mete ideali e sociali che doveva perseguire, per inseguire l’arduo cammino della modernizzazione: niente più vetuste distinzioni tra destra e sinistra, per fare largo al libero mercato, soprattutto della forza-lavoro, cominciando con l’abolizione dell’articolo diciotto. “Mai come ora – scrive D. dopo aver notato di passata la debolezza attuale del sindacato – ci sarebbero le condizioni perché gli innovatori presenti a destra e a sinistra negli schieramenti collaborassero tra loro, o guardassero alla parte politica che più da garanzie di realizzare riforme innovatrici indipendentemente da lealtà a identità politiche”<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma che cosa ha impedito al PD di compiere fino in fondo il cammino, di risolvere “il problema della identità della sinistra”? I fattori sono diversi, ma uno su tutti ha prevalso: l’assurda “guerra dei trent’anni” che ha visto l’opposizione costruirsi un’identità attorno all’antiberlusconismo (ultima, tremenda incarnazione: il progetto di legge Gentiloni). Perché assurda? Perché “gli argomenti” sono “deboli e inconcludenti”<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Le indicazioni di D. sono diverse, le une dirette, le altre meno, come quelle che, di fatto, indicano nella lotta ingaggiata da Scalfari contro Berlusconi (o viceversa? Curiosamente il testo non offre in materia alcuna precisazione), anche sul piano industriale e finanziario, una delle cause della strana e inutile guerra. Ma soffermiamoci sul punto essenziale, sul nocciolo dell’argomentazione di D.: che cosa afferma la vulgata antiberlusconiana, quella dei governicchi del centro-sinistra, a cui <em>finalmente</em> Veltroni ha messo fine (proprio bravo, questo Veltroni)? La vulgata afferma che il problema Berlusconi risiede tutto nel conflitto di interessi. Ebbene, “il ragionamento si basa su assunti apparentemente di buon senso, in realtà è meno ovvio di quanto sembra, per ragioni logiche ed empiriche”. In primo luogo non pare sussistere alcun legame tra potere televisivo e scelta politica: la Lega, per esempio, vince pur non accedendo e non possedendo il mezzo televisivo; in secondo luogo, &#8220;il nodo del conflitto di interessi è difficile da dipanare essenzialmente per motivi politici: infatti le soluzioni costituzionalmente praticabili o sono inefficaci o danneggiano chi le propone. Così ad esempio, se si considera pericoloso, e quindi da evitare, il sommarsi di potere politico con un rilevante potere economico in qualunque settore, oltre alla difficoltà tecnica di definirne i limiti quantitativi, si finisce per considerare soggetti pericolosi gli imprenditori che hanno avuto successo, i capitalisti. Ancora un passo e si finisce per considerare pericoloso il capitalismo&#8221;<strong>[4]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Vi è poi l’aspetto pratico della questione: le elezioni si perdono se si impone la vendita delle televisioni, che nella “nostra giurisdizione” è assimilata all’esproprio. E’ insomma “assurdo opporre un divieto amministrativo alla volontà della maggioranza degli elettori”. E si immagina il lettore “che cosa sarebbe successo se il buon senso e la coscienza democratica non avessero prevalso” nel far fallire ogni tentativo di rendere  non eleggibile Berlusconi?<strong>[5]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Questa le filosofia della storia di D.: che ci informa sì, che la guerra contro Berlusconi è finalmente e opportunamente finita grazie agli sviluppi conosciuti dalla tecnologia (il digitale, internet ecc.), che renderà <em>ancora più ampi di quelli esistenti</em> gli spazi di libertà della rete, ma che ci informa altresì di quanto la borghesia che pensa di essere modernizzatrice sia legata a Berlusconi a filo doppio e sia disposta, come è sempre stata disposta in Italia, a buttare alle ortiche le leggi e i diritti, quando ostano al sacro principio della proprietà privata – ma tale può veramente dirsi quella costruita grazie allo Stato e alla politica (a Craxi, insomma) – o alla volontà della maggioranza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">D. ci lascia anche qualche perla sulla crisi: si tratta della fine del capitalismo? Intanto dalla crisi si uscirà prima di quanto si creda. Ma &#8220;sarà un dramma se lo Stato, entrato per salvare, restasse per occupare, se le restrizioni temporanee diventassero permanenti, se le medicine per debellare l’emergenza diventassero una droga quando sarà necessario lo scatto per la ripresa. Lo sarà soprattutto per l’Italia che più di tutti i paesi occidentali ha conosciuto la pervasività dello Stato nell’economia. L’abbiamo ridotta solo costrettivi dall’immanenza del disastro: ci portiamo dietro, cronicizzata, una debole fede nel valore del mercato&#8221;<strong>[6]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Conclusione: &#8220;Questa guerra dei trent’anni non è stata solo per la liberalizzazione dello spazio televisivo. Mani Pulite prima, e la vittoria di Berlusconi poi, sono state la rottura di equilibri politici che duravano dalla Costituente. Si è fatta strada l’idea che è necessario superare il patto da cui è nata – per alcuni, tra cui il sottoscritto, anche nella sua prima parte –, per riformare la forma di Stato e di Governo, per ampliare gli spazi dell’iniziativa privata. Sarebbe un ben beffardo destino se l’assetto di potere ritornasse allo stesso punto di dove era trent’anni fa, se questa guerra combattuta per più privato e più libertà nei media finisse con più Stato e più regole nell’economia; se chi ha costruito il suo successo sulle macerie dei vecchi partiti, ricostituisse a propria vantaggio lo stesso sistema di potere di cui essi si alimentavano&#8221;<strong>[7]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Del resto, la nascita del Partito della Libertà, scrive D. citando il filosofo Biagio De Giovanni (che collabora, guarda caso, al “Riformista”, tra i campioni di “debenedettismo”), sancisce la nascita del “partito della borghesia italiana”, quindi un partito della “rivoluzione liberale”, non più “garante”, come la DC, della Costituzione<strong>[8]</strong>. E qui e là D. lascia intravedere una certa ammirazione per il Tremonti di <em>La paura e la speranza</em>, oltre che per il Berlusconi campione di libertà d’iniziativa antimonopolisitica e antistalista (la Rai è IRI, partecipazioni statali, <em>orrenda </em>lottizzazione partitica eccetera).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Mi pare che a commento di questa triste testimonianza della cultura delle nostre classi dominanti e dirigenti (il <em>vero</em> conflitto di interesse è dato dalla RAI lottizzata), si possa richiamare un passo di un autore liberal-conservatore, che per un certo periodo fu addirittura vicino, politicamente, ai socialisti di Filippo Turati, che in quel torno di tempo invitava, proprio come oggi invita D., ad abbracciare la fede liberista, anche se in un contesto strategico assai diverso da quello tratteggiato da D.. L’autore è Vilfredo Pareto: &#8220;Gli imprenditori risentono vivamente la pressione della libera concorrenza. Per sottrarvisi richiedono al governo ogni specie di protezione: protezione contro la concorrenza dei paesi stranieri; protezione contro gli operai (scioperi, associazioni operaie, ecc.); protezione mediante l’alterazione di monete; protezione contro i possessori di risparmio, il governo provvedendo a conceder prestiti ad un saggio minore di quello che si determina liberamente sul mercato; protezione per i trasporti per terra e per via d’acquea; sovvenzioni marittime; premi, ecc., ecc. Ogni governo, che accorda tali protezioni, impedisce agli ‘imprenditori’ di assolvere la loro funzione sociale. Opera come un governo socialista, che, dopo di aver incaricato dei funzionari di determinare i coefficienti di fabbricazione che danno il massimo di ofelimità, permettesse a questi funzionari di non farne nulla; ben peggio: permettesse loro di determinare i coefficienti di fabbricazione sì da favorire certi interessi particolari. Gli imprenditori, che assolvono la loro funzione sociale, sono degli esseri utili. Gli imprenditori, che non l’assolvono, sono, quanto meno, dei parassiti e possono divenire estremamente nocivi&#8221;<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La libera concorrenza è fenomeno tremendo: coloro che pensano che sia l’ultimo approdo dell’umana libertà, dovrebbero saperne subirne le conseguenze, economiche (fallimenti) e sociali (disoccupazione e relativa instabilità sociale e politica e relativi pericoli rivoluzionari), in ogni circostanza: <em>anche, e direi soprattutto durante la crisi</em>. Per il timore che lo Stato allunghi troppo le mani, non sarebbe allora meglio impedire <em>qualsiasi salvataggio</em>? Se la crisi finanziaria è già alle nostre spalle, perché non fare fallire tutte le imprese, anche bancarie, di cui il mercato decreta l’inconsistenza? La disoccupazione? Stiano pur tranquilli i disoccupati, che l’abolizione dell’articolo diciotto, rendendo il mercato flessibile quanto mai, consentirà loro di trovar ben presto degno posto all’interno della Repubblica fondata oggi sul lavoro, domani, chissà, sul profitto e sulla quasi-rendita politico-economica.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il pericolo della nascita del “partito della borghesia” è quello denunciato da tutti i liberal-liberisti italiani, da Pareto a Luigi Einaudi: che la borghesia, magari un solo imprenditore o pochi gruppi imprenditoriali, asservano lo Stato per il conseguimento di meri ed immediati interessi di classe, per far sopravvivere caste e ceti, non certo l’impulso al progresso economico e alle libertà civili e sociali. D. non sfugge alla regola: e lo testimonia la sua simpatia per Tremonti, novello “antimercatista” e “neo-protezionista”, collettivizzatore delle perdite, ma non dei benefici della “libera concorrenza”. Mi piace ricordare che è da questa semplice idea – essere cioè lo Stato, inevitabilmente e intrinsecamente, uno Stato <em>di classe</em>, nel senso più deteriore del termine – che nacque la critica liberal-liberista non solo al socialismo, in ogni sua forma, da quella di Turati a quella di Gramsci, ma anche al <em>fascismo</em>: non al mussolinismo, ma appunto al fascismo come sistema di potere economico e sociale, prim’ancora che politico e mediatico. Ma presumo che D. da tali considerazioni sarebbe irritato, visto che considera l’antifascismo, e i lai attuali di coloro che intravedono nel “partito delle libertà” i prodromi di un regime liberticida e denunciano “l’emergenza democratica”, tra i fattori che hanno decretato il fallimento della modernizzazione della sinistra italiana.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Sconvolge che apologeti del mercato come D. abbiamo costituito, e ancora costituiscano, l’ossatura di una parte rilevante del PD (ma alle europee D. ha votato radicale, spiega sul suo sito dove pubblica alcune sue interviste e articoli: si è stizzito dalla candidatura di Cofferati, che egli ritiene – che dio lo perdoni – un socialdemocratico “vecchi tempi”). Sconvolge che coloro i quali si considerano “borghesia illuminata” in cerca di forze sociali cui appoggiarsi per “modernizzare” il paese, considerino Berlusconi, in ultima analisi, un povero zotico che non ha capito, poveretto, che avrebbe vinto anche senza Rete4, Canale5, Italia1, Rai1, Rai2, una Rai3 spappolata dai post-comunisti (guarda caso nel testo non c’è traccia di questa vicenda), senza tutto l’impero Mediaset (che pare faccia sempre molti milioni di utili). Sconvolge che tanta intelligenza sia rivolta ad un lettore considerato un perfetto imbecille, uno dei tanti ascoltatori televisivi odierni, pronti a ubbidire ad ogni sorta di pubblicità commerciale, tranne che a quella politica: “la questione televisiva, sentenzia D., finisce senza vincitori: per Mediaset i tempi d’oro sono passati, della Rai non è neppure il caso di parlarne, anche i giornali politici sono in crisi non solo congiunturale”<strong>[10]</strong>. Questi trent’anni, insomma, non sono esistiti, l’ascesa di uno dei maggiori capitalisti italiani al potere esecutivo e legislativo sono uno scherzo della natura, un ritaglio di cronaca paesana, giocandosi le sorti della Nazione su ben altri terreni; primo tra tutti la sistematica distruzione di fatto e di diritto della nostra Costituzione, che D. vorrebbe finalmente cestinata definitivamente; e poi il progressivo radicarsi, udite udite, della libertà di informazione e della libera concorrenza. Il lettore sappia che ci apprestiamo a non vivere anche i prossimi, di anni, che già si caratterizzano per il tentativo sistematico, da parte del potere legislativo e governativo, di controllare le nuove forme mediatiche cui allude D. Il quale, con le sue riflessioni, dimostra quanto attenta sia la borghesia illuminata (sic!) ad individuar, con attento scandaglio del progresso tecnologico, spazi di libertà da… controllare e soffocare nel prossimo futuro, da arare come terreno di quasi-rendite politico-economiche.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In ogni modo, il testo di D. è utile per decifrare le forze oggi in campo: per questa borghesia modernizzatrice (sic!) il gran nemico è “Repubblica”, i “girotondini”, l’antiberlusconismo, la distinzione destra/sinistra, la nostra Costituzione, le leggi tutte, qualsiasi forma di organizzazione sindacale, qualsiasi tentativo di rendere pluralistica l’informazione e la cultura, qualsiasi accenno di critica alla società della pubblicità, qualsiasi tentativo di capire che cosa significhino i termini di “imprenditore” e di “concorrenza”, qualsiasi tentativo di considerare la proprietà privata una istituzione sociale, qualsiasi ragionamento sulla natura dello Stato e sulle sue funzioni. Il lettore immagina che ruolo ha ricoperto il coautore del testo, cui chiediamo scusa per non aver analizzato nemmeno un rigo del suo contributo? Era membro dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Due parole, infine, sulla casa editrice Einaudi: che appare essere <em>parte costitutiva</em> di un impero berlusconiano sempre più pervasivo e trasversale. Per D. non esistono, perché non possono esistere, editori “puri”; mi permetto di aggiungere: nemmeno case editrici “pure”. A quando, ministro Gelmini, un elenco preciso e “obiettivo” delle case editrici più prestigiose, quelle che consentono di acceder diritti diritti ad una cattedra universitaria o a un ministero o alla presidenza dell’Antitrust? Il ministro sappia che l’ingegner D. è pronto a sacrificarsi per il bene del Paese!</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>* Professore di Storia del pensiero economico, Università LUM di Bari</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Un esempio per tutti: “il compromesso storico come rinegoziazione del patto costituzionale era inapplicabile perché con il primo centrosinistra negli anni Sessanta si era rotto lo schema chiuso e organicistico della comunità nazionale e nel paese era cresciuto il bisogno di libertà e di partecipazione non inquadrata” (Einaudi, Torino, 2009, p. 42).<br />
[2] Ibid., p. 140.<br />
[3] Ibid., p. XI.<br />
[4]  Ibid., p. 91.<br />
[5] Ibid., pp. 91-2.<br />
[6] Ibid., p. 146.<br />
[7] Ibid., p. 146.<br />
[8] Ibid., p. 136.<br />
[9] V. Pareto, Corso di economia politica, Einaudi, Torino, 1943, vol. II, p. 105.<br />
[10] La guerra dei trent’anni, p. 128</h6>
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		<title>Video: Emiliano Brancaccio</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 20:34:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) su &#8220;Riflessioni sulla crisi: un&#8217;ombra in fondo al tunnel&#8221; (Lecce, giugno 2009).
Per il video clicca qui.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) su &#8220;Riflessioni sulla crisi: un&#8217;ombra in fondo al tunnel&#8221; (Lecce, giugno 2009).</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/economiaepolitica?gl=IT&amp;hl=it">Per il video clicca qui.</a></p>
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		<title>Video: Domenico Losurdo</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 20:31:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Domenico Losurdo (Università di Urbino) su &#8220;Liberalismo, neo-liberismo e democrazia nei rapporti internazionali&#8221; (Lecce, giugno 2009).
Per il video clicca qui.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Domenico Losurdo (Università di Urbino) su &#8220;Liberalismo, neo-liberismo e democrazia nei rapporti internazionali&#8221; (Lecce, giugno 2009).</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/economiaepolitica?gl=IT&amp;hl=it">Per il video clicca qui.</a></p>
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		<title>Convegno: La crisi e le alternative di politica economica, Lecce, 12 giugno 2009</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 01:04:54 +0000</pubDate>
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		<title>Quell&#8217;ombra in fondo al tunnel</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 09:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="298" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ombra-in-fondo-al-tunnel.jpg" height="450" />E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata<strong>[1]</strong>. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929<strong>[2]</strong>. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia<strong>[3]</strong>. E proprio oggi il governatore della Banca d&#8217;Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno<strong>[4]</strong>, e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza<strong>[5]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di <em>greed</em>: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre <em>Wall Street</em> di Oliver Stone. Tanto cara a Obama, così come a Benedetto XVI, questa del greed è una tesi che ha trovato largo seguito tra i media, ma vi è motivo di credere che la realtà del problema sia ben diversa dalla narrazione suggerita dalla grande stampa e dalla televisione. Bisognerebbe infatti ricordare che i vituperati agenti del capitale erano quasi tutti rispettosi esecutori delle leggi: quella dello stato e quella ancor più cogente del mercato. Lo dimostra il fatto che le truffe sono state una goccia nel mare della speculazione legalizzata, e che mantenevano i posti di comando delle banche d’affari solo gli operatori capaci di tenere i rendimenti dei titoli al passo con le esplosive medie dei mercati. Delle chiavi di lettura moralistiche quindi è bene non fidarsi. Il problema, infatti, non è quello di rimuovere il marcio da un sistema sano e prospero. Il problema è il sistema.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Non appena però ci si azzarda a mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso, ecco puntuali serrarsi i ranghi dell’ortodossia, che subito propone una spiegazione sotto vari aspetti minimalista del tracollo. Infatti, la tesi più accreditata tra gli esponenti del <em>mainstream</em> neoclassico è che le determinanti della crisi siano da ricercare in una politica monetaria americana lassista, e nell’assenza di vincoli all’uso della leva finanziaria da parte delle banche. Stando insomma alla interpretazione dominante, la recessione sarebbe stata provocata da troppa moneta e da troppo credito<strong>[6]</strong>. Ritenuti colpevoli di non aver saputo anticipare la crisi, gli economisti del <em>mainstream</em> appaiono dunque impegnati nell’esortare i governi a irrigidire e a rendere più uniformi a livello mondiale i sistemi di regolamentazione della finanza. Un invito che a quanto pare trova diversi riscontri in ambito politico, come dimostra la crescente attenzione internazionale verso il <em>legal standard</em>, una proposta avanzata dal ministro Tremonti al fine di introdurre un comune codice etico globale dei mercati finanziari e dei sistemi bancari<strong>[7]</strong>. Al momento in verità non è chiaro se quella proposta da Tremonti sia una mera carta d’intenti o una normativa dotata di opportune sanzioni. Ad ogni modo, sia pure con diverse sfumature sul piano delle coercizioni previste, è indubbio che una maggior disciplina finanziaria trovi d’accordo molti esponenti dell’ortodossia neoclassica<strong>[8]</strong>. Al tempo stesso, però, tra gli economisti ortodossi si levano altrettanto numerose le grida contro una eventuale ripresa delle regolamentazioni sul mercato del lavoro. In particolare, alcuni economisti neoclassici sono arrivati a dichiarare che l’introduzione di minimi salariali o di vincoli ai licenziamenti finirebbe per aggravare ulteriormente la recessione<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>Una tesi alternativa: la crisi di un mondo di bassi salari</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Per quanto diffusa, l’interpretazione <em>mainstream</em> della crisi appare sotto molti aspetti superficiale e per certi versi fuorviante. Che l’espansione monetaria americana e l’eccesso di leva abbiano giocato un ruolo è un fatto evidente. Tuttavia questa non è semplicemente una turbolenza finanziaria. La Federal reserve, la finanza, il crollo dei mutui c’entrano tutti, ma rappresentano i complementi di un meccanismo più profondo, che può essere opportunamente messo in luce adottando una chiave di lettura di tipo storico-materialista, e traendo da essa lo spunto per una rinnovata elaborazione della critica della teoria economica dominante. Muovendoci lungo questo sentiero alternativo di ricerca, possiamo affermare che questa è la crisi di un sistema che compensava una tendenza strutturale alle sproporzioni e alla sovrapproduzione attraverso la creazione di continue bolle speculative<strong>[10]</strong>. In termini analitici, si può quindi definire questa recessione una <em>crisi speculativa da sovra-sproporzioni</em><strong>[11]</strong>. Il che implica, semplificando al massimo, che questa può essere anche considerata <em>la crisi di un mondo di bassi salari</em><strong>[12]</strong>. Dove il riferimento è ai salari sia diretti che indiretti: cioè direttamente erogati dalle imprese ma anche indirettamente erogati dallo stato tramite i servizi pubblici, il welfare, i diritti sociali universali.<br />
L’odierno mondo di bassi salari rappresenta l’esito di tre processi interrelati, che sono andati dispiegandosi nell’ultimo trentennio in tutti i paesi OECD. Innanzitutto, una vasta deregolamentazione dei mercati: dei mercati finanziari, dei mercati delle merci, e soprattutto del mercato del lavoro. Inoltre, una impetuosa centralizzazione dei capitali: la proprietà effettiva e il controllo effettivo del capitale sono finiti in poche mani, in sempre meno mani. Infine, una continua frammentazione e divisione dei lavoratori: oggi abbiamo lavoratori identici, che svolgono mansioni identiche, magari fianco a fianco, e che tuttavia possono essere sottoposti a padroni, a contratti e persino a leggi diverse. Dunque: deregolamentazione dei mercati, centralizzazione dei capitali, frammentazione del lavoro. A causa di questi tre fenomeni interconnessi il capitale si è progressivamente rafforzato sul piano sociale e politico, mentre il lavoro e le sue rappresentanze si sono progressivamente indeboliti, in tutta Europa e in gran parte del mondo. Il risultato principale di questo spostamento nei rapporti di forza è il seguente: negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una divaricazione progressiva tra la produttività oraria dei lavoratori e il salario lordo orario dei lavoratori. La produttività oraria cresceva continuamente mentre il salario orario arrancava, spesso restava fermo al palo, e talvolta addirittura regrediva. Questa divaricazione è stata globale. Tra il 1996 e il 2006, il divario tra produttività e salari reali è aumentato di oltre 1 punto percentuale in Italia, di 2 punti in Spagna e in Grecia, di 3 punti in Austria, Finlandia e Francia, di 4 punti in Germania, e così via. In Cina e nei paesi asiatici il divario è stato ancora più grande. Ed è bene tener presente che c’era un divario significativo anche negli Stati Uniti<strong>[13]</strong>.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Questo scarto crescente tra produttività e salari indica una cosa in fondo semplice: grazie al progresso tecnico e grazie anche alla intensificazione dei ritmi produttivi, i lavoratori sono stati in grado di produrre sempre di più, ma non sono stati più in grado di acquistare quel che producevano. La capacità produttiva dei lavoratori dunque cresceva, ma la loro capacità di spesa no. Il processo tendeva oltretutto ad auto-alimentarsi. La bassa capacità di spesa dei lavoratori dava luogo infatti a una bassa domanda interna, e induceva quindi le imprese dei vari paesi ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo sulla produttività e al ribasso sui salari, in modo da abbattere i costi unitari, rendere più competitive le proprie merci e cercare quindi all’estero uno sbocco per la produzione realizzata. Il problema è che così facevano le imprese di tutti i paesi, in una corsa senza fine allo schiacciamento delle retribuzioni e alla intensificazione degli sforzi lavorativi. Ma allora, se la forbice tra la crescente capacità produttiva dei lavoratori e la declinante capacità di spesa degli stessi andava progressivamente allargandosi, e se tutti cercavano di compensare la conseguente caduta della domanda interna tramite le vendite all’estero, chi mai comprava al fine di garantire la tenuta complessiva del sistema?<strong>[14]</strong> La risposta è che questo mondo di bassi salari ha potuto funzionare soprattutto perché gli Stati Uniti hanno lungamente agito come una gigantesca spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano, gli americani lo compravano. Questa spugna sussisteva non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli Stati Uniti montava un debito privato eccezionale, in grado di finanziare gli enormi acquisti di merci importate dall’estero. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, va tenuto presente che l’onda del debito statunitense ha man mano coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando Hyman Minsky<strong>[15]</strong>,<strong> </strong>potremmo parlare di <em>ultra-speculative working poors</em>, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>Il volto nuovo e feroce dell’America deflazionista</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Alla fine però la bolla speculativa americana è scoppiata. E’ quindi venuta meno la fiducia sulle attività denominate in dollari, la cui continua emissione faceva montare il debito privato americano. L’effetto sugli equilibri mondiali è pesantissimo: gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da spugna delle eccedenze produttive mondiali. Anzi, al di là dei proclami e delle apparenze, la politica espansiva statunitense sembra essersi improvvisamente trasformata nel suo opposto: non più comoda spugna ma macchina da guerra commerciale. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti alimentavano la domanda mondiale e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso invece l’America si presenta anch’essa sulla scena internazionale con intenzioni ferocemente deflazioniste. Con i sindacati in ginocchio, il dollaro sospinto verso il declino e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, oggi gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro<strong>[16]</strong>. L’America sembra insomma intenzionata ad abdicare dalla propria leadership politico-monetaria globale. La conseguenza è che il sistema mondiale non dispone più di una spugna assorbente, cioè non dispone del meccanismo che garantiva la sua stessa sopravvivenza. E poiché sembra alquanto remota la possibilità di individuare a breve termine una nuova spugna per le eccedenze di produzione, ecco spiegato il motivo per cui questa potrebbe rivelarsi una crisi lunga, per molti versi refrattaria alle politiche economiche convenzionali e soprattutto priva di contrappesi alla dilagante deflazione salariale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>Quell’ombra in fondo al tunnel</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il governatore della Banca centrale europea ha aggiunto di recente la propria autorevole voce a quelle di coloro che insistono sull’idea che una luce in fondo al tunnel della crisi finalmente si intravede. Di contro, negli ultimi tempi si possono trovare in giro dei cartelli stradali imbrattati da una scritta maliziosa: “a causa della crisi economica, la luce alla fine del tunnel è temporaneamente spenta”<strong>[17]</strong>. In effetti, al momento la situazione appare talmente incerta che questi ironici graffiti potrebbero rivelarsi ben più azzeccati degli austeri bollettini emessi dal banchiere centrale di Francoforte<strong>[18]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p align="justify">* <em>Una versione estesa del presente articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Marxismo oggi, 2009/1. Parte del materiale citato in questo articolo è disponibile sul sito www.emilianobrancaccio.it</em>.</p>
<p align="justify">[1] «Questa è la più grande crisi finanziaria della Storia. Rischia anche di essere una delle recessioni più profonde e durature. La prima recessione davvero globale, che avviene su scala planetaria. Nessuno di noi redattori de lavoce.info, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata». Dalla introduzione dei redattori del sito lavoce.info al libro a cura di Loriana Pellizzon (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Castelvecchi, Roma 2009.<br />
[2] Barry Eichengreen, Kevin O’Rourke, A tale of two depressions, in <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.voxeu.org/">http://www.voxeu.org/</a>, 6 april 2009.<br />
[3] International Monetary Fund, World Economic Outlook, spring 2009.<br />
[4] Corrispondenti a un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,8% del 2008 all’8,8% previsto a fine 2009. Si veda European Commission, Economic forecast, spring 2009.�<br />
[5] Basti notare la quantità di ipotesi restrittive che sono state stabilite per poter formulare le previsioni del World Economic Outlook, cit. (le ipotesi sono esplicitate nella premessa al documento).<br />
[6] Sembra questo nella sostanza il parere di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in La crisi. Può la politica salvare il mondo? Il Saggiatore, Milano 2008. Di simile avviso appare anche la maggioranza dei contributi riportati nel volume a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Oltre lo shock. Quale stabilità per i mercati finanziari, Egea, Milano 2009. Per un esempio della influenza di questa interpretazione anche in ambito divulgativo, si veda Massimo Gaggi, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Laterza, Bari 2009. E’ interessante notare come questa interpretazione sia stata subito condivisa dalle rappresentanze degli istituti bancari. Per esempio, in Italia l’ABI ha esplicitamente aderito ad essa. Del resto, è noto che dopo il crack di Lehman Brothers la fiducia e la patrimonializzazione delle banche sono cadute, e gli istituti di credito hanno quindi optato per una ferrea linea di razionamento del credito. Per giustificare questo cambio di strategia – che molti problemi ha comportato alle attività produttive – le banche hanno quindi trovato naturale fare riferimento agli economisti che attribuivano la crisi a un’epoca di eccessi nelle erogazioni creditizie.�<br />
[7] Giulio Tremonti, “La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione”, Italianieuropei 1/2009. Si vedano anche gli articoli apparsi sul Financial Times del 16 gennaio 2009, sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 e sul Foglio dell’8 aprile 2009, dedicati alla proposta di Legal standard internazionale in campo finanziario e alla decisione del ministro di costituire un team di esperti incaricato di redigere un “manifesto del diritto futuro”, che definisca le basi per un accordo tra i paesi.<br />
[8] E non solo tra i neoclassici: alcuni economisti che molto tempo fa potevano esser considerati di scuola sraffiana hanno espresso pareri favorevoli sulla iniziativa di Tremonti. Si veda Luigi Spaventa, Legal standard una speranza per i mercati, in Affari&amp;Finanza di Repubblica, 19 gennaio 2009.<br />
[9] Ad avviso di Alesina e Giavazzi, fu proprio l’interventismo politico sul mercato del lavoro a far sì che la recessione del 1929 si trasformasse in una grave depressione: «Hoover intervenne nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e sostenere la domanda la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria» (in Alesina e Giavazzi, cit., p. 26). La posizione di Alesina e gavazzi si basa sul presupposto che la riduzione dei salari monetari attivi un meccanismo in grado di ricondurre il sistema economico verso la piena occupazione. Ma questa assunzione è smentita dalla teoria e dai fatti. Basti pensare che il calo dei salari può implicare una caduta dei prezzi e dei redditi in rapporto agli oneri finanziari, e quindi può condurre a una esplosione dei fallimenti. Di fatto, Alesina e Giavazzi sembrano proporre un ritorno alle tesi pre-keynesiane, ampiamente superate dal dibattito novecentesco su flessibilità dei salari e piena occupazione e ritenute oggi insostenibili anche dai principali manuali americani di macroeconomia, come ad esempio Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, Bologna 2009 (di cui tra l’altro Giavazzi è il curatore italiano).<br />
[10] Appare invece più difficile dire se questa sia o meno una crisi che attenga pure a una tendenziale caduta del saggio di profitto. Il problema non verte tanto sulla ascesa del saggio di profitto che è stata empiricamente registrata negli ultimi anni. Potremmo infatti trovarci semplicemente di fronte a una controtendenza rispetto a un processo di più lungo periodo. Piuttosto, vi sono i noti problemi di ordine teorico derivanti dalla impossibilità di accettare la interpretazione tradizionale del valore-lavoro, sulla quale la versione originaria della legge di caduta tendenziale del profitto si basa. Inoltre, sul piano empirico sembra difficile trarre elementi di supporto o di smentita della legge guardando ai soli dati relativi a singoli paesi o a gruppi di paesi. Riteniamo in questo senso che le eventuali verifiche empiriche della legge andrebbero effettuate su un campione di dati rappresentativo della intera economia mondiale o di una parte altamente significativa della medesima. E’ bene comunque precisare che eventuali elementi a sostegno della legge, in quanto tali, non entrerebbero in contrasto con l’interpretazione del crollo in termini di “crisi speculativa da sovra-sproporzioni”, ma anzi potrebbero ulteriormente rafforzarla. Ad ogni modo, a sostegno della caduta tendenziale del saggio di profitto, si vedano tra gli altri Gerard Dumenil e Dominique Levy, Capital resurgent, Cambridge MA, Harvard University Press 2004.<br />
[11] Per un approfondimento sul paradigma di riferimento teorico da cui traiamo spunto, si veda Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, Franco Angeli, Milano 2009.<br />
[12] Per una esposizione didattica del confronto tra la interpretazione ortodossa della crisi e la interpretazione da bassi salari, si veda Emiliano Brancaccio, Dispense integrative al manuale Macroeconomia di Olivier Blanchard, Università del Sannio, anno 2009 (riportate nella sezione didattica del sito: <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.emilianobrancaccio.it/">http://www.emilianobrancaccio.it/</a>).<br />
[13] I dati sono tratti dal database OECD. Per un approfondimento sui dati europei rinviamo a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, in Studi economici, n. 96, 2008/3.<br />
[14] Per una esposizione analitica del problema, mi permetto di rinviare a Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, cit.<br />
[15] Sulla interpretazione della crisi capitalistica basata sul concetto di posizioni finanziarie coperte, speculative e ultra-speculative, si veda Hyman P. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, Torino 1984. Di Minsky, si veda anche la recente ristampa di Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009, con una introduzione inedita di Riccardo Bellofiore.<br />
[16] La recente intesa tra Fiat e Chrysler ci pare emblematica, in tal senso. Si veda Emiliano Brancaccio, “Dietro l’accordo Fiat-Chrysler”, Liberazione, 3 maggio 2009.<br />
[17] Marcello De Cecco, “Poca luce in fondo al tunnel”, La Repubblica, Affari &amp; Finanza, 11 maggio 2009.<br />
[18] Del resto, il motivo per cui nei giorni scorsi si è parlato di “luce in fondo al tunnel” è che si sono semplicemente registrati alcuni, modesti segnali di “rallentamento del deterioramento”, vale a dire di minore velocità di caduta del reddito e dell’occupazione (una variazione tra l’altro modestissima, come si evince dall’indice €-coin della Banca d’Italia: <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/">http://www.bancaditalia.it/</a>). Il timido ottimismo di Bernanke e Draghi di aprile, e ora di Trichet, verte esclusivamente su questo tipo di rilevazioni. Ed è curioso notare come alcuni esponenti politici e padronali (tra i quali la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia) abbiano tradotto la minore velocità di caduta del reddito con l’impropria espressione “ripresa”. Tra l’altro, in assenza di una “spugna”, vi è motivo di credere che anche nel momento in cui una vera ripresa effettivamente affiorasse, la dinamica del sistema sarebbe per lungo tempo caratterizzata da ripetute “false partenze”: piccoli slanci e immediate ricadute.</p>
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		<title>Il bruco, la farfalla e le morti bianche</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2009 06:37:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli[1] offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.
Il lavoro di Antonelli è avvincente. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisalide.JPG" height="207" />Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli<strong>[1]</strong> offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.<br />
Il lavoro di Antonelli è avvincente. Con una chiarezza e una capacità di sintesi notevole prospetta una possibilità di legare insieme politica <em>progressista</em> (di sinistra) e politica <em>progressiva</em> (di sviluppo). A ben vedere, però, né l’un concetto né l’altro sono chiari. Del secondo - pur intendendo sviluppo nei termini restrittivi di mutamento della struttura produttiva più crescita - non è chiara l’immagine proposta di un processo deterministico, ancorché non lineare, riconducibile al solo mutamento tecnologico. La perplessità non può che aumentare quando si riconosca l’importanza di studiare questo tipo di fenomeno seguendo l’approccio della complessità. Il primo concetto, invece – quello di una politica progressista - sembra ridursi al secondo: sarebbe di sinistra chi favorisce l’evoluzione del sistema economico anziché bloccarlo nel tentativo di conservare gli interessi costituiti propri o della propria base sociale. Si potrebbe integrare questa definizione di progressista aggiungendo che chi è di sinistra tenta di contenere i costi sociali che la politica progressiva produce sulle fascie più deboli della società. Non viene spiegato, tuttavia, come l’intervento sociale andrebbe collegato alla politica strettamente progressiva.<br />
Antonelli argomenta che stiamo vivendo il passaggio da un’economia fondata sulla produzione di beni mediante grandi impianti ad una incentrata sulla fornitura di (beni e) servizi mediante tecnologie che richiedono minori quantità di capitali. Questo processo conduce, secondo l’autore, ad una lettura distorta delle statistiche – per esempio sopravvaluta l’effetto del calo degli investimenti sulla capacità produttiva – e fornisce un’immagine di declino economico laddove solo di metamorfosi si tratta. In sostanza verrebbe da dire, ricorrendo ad una metafora, che il bruco non sta morendo; sta diventando una farfalla.<br />
In queste condizioni, viene argomentato, la sinistra oscilla fra difesa dei settori deboli e difesa dell’accumulazione ma rimane comunque legata a una visione del sistema economico – il bruco - che è in via di superamento. Quale che sia il terreno di intervento che sceglie, il suo finisce per essere un ruolo conservatore e, oltretutto, incapace di aggregare intorno a sé un ampio consenso.<br />
La prospettiva neo-schumpeteriana di Antonelli è senza dubbio meritevole di attenzione, se non altro perché evidenzia che qualsiasi politica agisce su un processo storico e rispetto a questo va definita. Proprio per questo essa evidenzia le difficoltà interpretative di studiosi che, legati agli schemi teorici del dopoguerra, continuano a confidare nelle economie di scala come strumento per accrescere la produttività e la competitività. Ma una volta riconosciuto questo suo merito, il lavoro di Antonelli ci aiuta davvero a capire il processo in atto e – con del tutto indebita citazione – il “che fare?”?<br />
Sergio Cesaratto ha segnalato come il sistema industriale italiano – in particolare la centralità che in esso vi hanno i distretti industriali - difficilmente corrisponde al quadro da rivoluzione tecnologica che ne fornisce Antonelli. È vero che il tessuto distrettuale sta modificandosi in modo significativo ma in una direzione che difficilmente è quella di una qualche efficienza dinamica. La gerarchizzazione dei rapporti fra imprese e l’irrigidimento delle forme di mercato verso configurazioni oligopolistiche caratterizza anche questi sistemi locali<strong>[2]</strong>. Se questi processi si associano alla precarizzazione marcata delle condizioni di impiego, non possono non sorgere dubbi sulla correlazione fra processi di trasformazione del tessuto produttivo e istanze progressiste.<br />
Viene da chiedersi se non sia questo il punto di fondo: pur se è ragionevole la tesi di un processo di trasformazione del sistema industriale mondiale nel quale le nuove tecnologie giocano un ruolo importante, è lecito interrogarsi su quale sia la divisione internazionale del lavoro che le imprese italiane perseguono con le loro strategie. Si può, per esempio, ritenere che, prese nel loro insieme, esse preferiscano non misurarsi con i primi arrivati? Che optino per un posizionamento di mercato tale da evitare l’urto con quei concorrenti che godono di un vantaggio tecnologico? Che preferiscano perseguire la competitività scaricando i loro costi privati sui lavoratori e sulla collettività anziché (tentare di) accrescere il valore aggiunto collocandosi sulla frontiera tecnologica? Poco importa che simili strategie di basso profilo possano essere vincenti solo nel breve periodo: le imprese sanno ispirarsi a Keynes più di tanti studiosi e risponderebbero molto serenamente che nel lungo periodo saremo tutti morti. Che poi alcune morti siano anche di breve periodo – come, fuor di metafora, ci informano i dati quotidiani sulle morti bianche – è noto ma lo si può sempre attribuire a cattiva informazione dei lavoratori.<br />
La domanda politica a questo punto è se siano questi gli interessi economico-sociali da aggregare in un progetto progressivo-progressista? La prospettiva di politica che Antonelli prefigura è <u>definita</u> rispetto a certe tendenze o vi si <u>adegua</u> passivamente, trascurando che i processi all’interno della tendenza delineata possono essere molteplici e non tutti auspicabili?<br />
Mi chiedo se il requisito minimo per qualificare in un qualche modo una politica non sia di ricordare che l’efficienza non esiste a priori ma è definibile solo a partire da una data distribuzione. Partendo da questa premessa, rimane vero che la sinistra non è tenuta a difendere gli interessi costituiti o una struttura economica legata al passato. Non vale, tuttavia, l’equazione “progressista = progressivo + equo”, come se i due termini dell’addizione fossero determinabili indipendentemente l’uno dall’altro. La natura del processo “progressivo” dipende dalle scelte che si compiono riguardo all’equità. Una politica si qualifica, allora, se fissa alcuni punti chiari sul piano dei diritti e delle attribuzioni; se dichiara quali preferenze siano lessicografiche e irriducibili alla contrattazione sul mercato. Più prosaicamente, si qualifica se dichiara quali siano le soglie minime per pensioni, istruzione, livello, salubrità e grado di precarietà dell’occupazione, sanità; se definisce quale dispersione del reddito e della ricchezza ritiene accettabile.<br />
Tutto ciò è pregiudizievole della crescita e, ancor più, di quel mutamento strutturale auspicato da Antonelli? Se ci si sofferma sul breve termine ci si può chiedere se per le imprese l’incentivo a rischiare sul terreno dell’innovazione non sia tanto più elevato quanto meno possono ricorrere a strategie di “fuga”, quali la traslazione dei loro costi privati sui lavoratori e la società. In altri termini, è ragionevole ritenere che una politica nella quale l’equità informasse ciò che è “progressivo” forse sarebbe più efficace di una che lasciasse indeterminate – quindi date dallo status quo - le condizioni di partenza.<br />
Più in generale, ci si deve chiedere quale sia il fine ultimo della politica da realizzare. Proprio perché, come suggerisce Antonelli, qualsiasi politica si colloca in un contesto processuale, gli obiettivi che di volta in volta si perseguono non sono altro che gli strumenti per altri obiettivi. Gli uni e gli altri sono le due faccie di un’unica medaglia: il modello di società che si intende realizzare. Da questo punto di vista non ci si può non chiedere se la sicurezza sul posto del lavoro – o qualsiasi altro elemento fra quelli elencati sopra – debba rientrare nella contabilità del progresso oppure no e, nel caso, se vi debba entrare come onere, vincolo, costo oppure come strumento finalizzato a una diversa qualità della vita.<br />
Far discendere in modo lineare le alleanze politiche da un’analisi economica fa tornare alla memoria i vecchi tempi quando si riteneva possibile separare nettamente struttura e sovrastruttura. Allo stesso tempo fa sorgere il dubbio che l’importante categoria concettuale della complessità, che si è fatta entrara dalla porta, venga fatta uscire dalla finestra. Forse può essere più proficuo prendere sul serio la provocazione di Amartya Sen<strong>[3]</strong> quando, nel riflettere sulla crisi attuale, invita a soffermarsi di meno su Keynes e di più su autori, come Adam Smith e di Arthur C. Pigou, che hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni che trascendono la logica di mercato.</p>
<p>*<em>Professore associato di politica economica, Università di Macerata.</em></p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Si veda C. Antonelli, “<a target="_blank" href="http://www.de.unito.it/web/member/segreteria/wp/Momigliano/2009/4_wp_Momigliano.pdf">La politica economica delle coalizioni per progettare il futuro e guidare la crescita</a>”; N. Bellanca, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-politica-delle-coalizioni-per-la-sinistra-italiana">La politica delle coalizioni per la sinistra italiana</a>; S. Cesaratto, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/litalia-see-destra-la-base-sociale-del-consenso-politico-in-italia">L’Italia s’è destra: la base sociale del consenso politico in Italia</a>; N. Bellanca, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/nuovi-assetti-del-capitale/come-ottenere-consenso-politico-in-italia">Come ottenere consenso politico in Italia?</a>.<br />
[2] Si vedano i contributi in F. Guelpa, S. Micelli, I distretti industriali del terzo millennio. Dalle economie di agglomerazione alle strategie di impresa, Bologna, il Mulino, 2007.<br />
[3] A. Sen “<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.nybooks.com/articles/22490">Capitalism Beyond the Crisis</a>”, New York Review of Books, 31-03-09.</h6></p>
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		<title>Come ottenere consenso politico in Italia?</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 06:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Nuovi assetti del capitale]]></category>

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		<category><![CDATA[elettore mediano]]></category>

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		<description><![CDATA[Se guardiamo al dipanarsi delle esperienze storiche di riforme radicali, oppure di transizione da un assetto sociale ad un altro, constatiamo che una loro dimensione ricorrente risiede nella capacità degli innovatori istituzionali di catturare consenso politico attorno ad una strategia di discontinuità[1]. In queste occasioni, la formazione del consenso non si verifica cumulando singole adesioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/voto.JPG" height="296" style="width: 269px; height: 256px" />Se guardiamo al dipanarsi delle esperienze storiche di riforme radicali, oppure di transizione da un assetto sociale ad un altro, constatiamo che una loro dimensione ricorrente risiede nella capacità degli innovatori istituzionali di <em>catturare consenso politico attorno ad una strategia di discontinuità</em><strong>[1]</strong>. In queste occasioni, la formazione del consenso non si verifica cumulando singole adesioni fino alla maggioranza, semplice o qualificata. Al contrario, il consenso è un percorso egemonico lungo il quale si ottiene la collaborazione di alcuni gruppi e il contrasto di altri. Non di rado, passaggi simbolici drammatici – in cui qualche gruppo viene esplicitamente sconfitto – appaiono cruciali momenti di non-ritorno, oltre cui è la vicenda di un’intera collettività a mutare direzione<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Per capire meglio l’esigenza di una simile strategia di discontinuità, ricordiamo due tra le più autorevoli e dibattute letture del nostro sistema politico: quella di Sartori-Farneti e quella di Pizzorno. Secondo Giovanni Sartori<strong>[3]</strong>, la stortura del caso italiano nasce dal “pluralismo polarizzato”. Fino agli anni settanta dello scorso secolo, vi fu la presenza di importanti partiti antisistema: quello comunista e quello neofascista. Di fronte ad opposizioni mutuamente esclusive e caratterizzate da posizioni estreme, il partito moderato, la Democrazia cristiana (DC), fu “costretto” a restare al governo. Ciò ebbe gravi conseguenze. Non potendo sperare di governare, le opposizioni furono irresponsabili, puntando a esacerbare le tensioni sociali. Non potendo essere esclusa dal governo per mancanza di alternativa, la DC ebbe scarsa responsabilità democratica, preoccupandosi poco del rendimento dei propri esecutivi. Negli anni più recenti i partiti antisistema e la DC scompaiono, ma sono i loro esponenti a dar forma a nuove etichette partitiche. La vera novità non sta dunque in un cambiamento del ceto politico, bensì nella <em>comune corsa ad occupare il centro</em>: una tendenza che già parecchi anni fa Paolo Farneti aveva chiamato “pluralismo centripeto”<strong>[4]</strong>. Essa genera la politica che il comico Maurizio Crozza definisce del “ma anche”: i leader politici proclamano, senza alcun imbarazzo, di voler questo &#8230; “ma anche” il suo contrario. È la politica del non-schierarsi, dei programmi vuoti e generici, delle riforme mai attuate. Il passaggio dal pluralismo polarizzato al pluralismo centripeto ha insomma dato luogo a una vasta marmellata moderata, in cui non si scontenta nessuno perché non si prendono mai decisioni autentiche. Se però i partiti non si differenziano davvero sui programmi e sui modi per realizzarli, rimane soltanto la gestione dei posti di potere: da ciò l’ingordigia e la litigiosità del ceto politico. Sprechi e instabilità stanno tra loro come il concavo sta al convesso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’altra chiave interpretativa è di Alessandro Pizzorno<strong>[5]</strong>. Egli distingue tra le pratiche politiche palesi e quelle coperte: ad esempio, nei dibattiti pubblici De Gasperi e Togliatti, o Moro e Berlinguer, si davano del “lei”, mentre nelle aule parlamentari si davano del “tu”. Il comportamento palese marcava una distanza, quello coperto riconosceva una contiguità. Secondo Pizzorno, era la contiguità a prevalere: negli anni cinquanta, al culmine della guerra fredda e delle contrapposizioni ideologiche, più del novanta per cento delle leggi emanate dal parlamento italiano furono approvate all’unanimità; inoltre, tra governo e opposizioni vi erano sistematici scambi di favori. Sartori, suggerisce Pizzorno, sarebbe caduto nella trappola di considerare gli attori della politica per quello che dicevano di essere e non per quello che veramente facevano. In Italia vi era “consociativismo”, non polarizzazione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Mentre le letture di Sartori-Farneti e di Pizzorno sono state in passato fieramente contrapposte, esse, pur muovendo da diversi apparati teorici, sembrano adesso convergere nella diagnosi critica. Per entrambe la debolezza del sistema politico dell’Italia sta <em>nell’incapacità di dare rappresentanza a voci e interessi strategicamente differenti</em>. In Italia, essi sostengono, appare bloccata la consueta dinamica liberaldemocratica per la quale alle elezioni prevale una coalizione, che ha il compito di attuare lungo la legislatura il proprio programma di governo e ha l’onere di essere giudicata dai cittadini al termine di quel mandato<strong>[6]</strong>. Quello che più mi preme sottolineare, è che <em>per entrambe le tesi il centro politico moderato è al centro della politica italiana</em>. Ciò appare indiscutibile. Ma è proprio così? In questo intervento non menziono gli studi sui flussi elettorali, né quelli sull’evoluzione sociologica del nostro paese. Mi limito ad un punto teoricamente preliminare: è pensabile una chiave interpretativa diversa da quella su cui, quasi per <em>default</em>, in tanti convergono? Per rispondere, un primo passo riguarda l’inadeguatezza delle categorie con cui concepiamo i conflitti odierni. Il discorso è, ovviamente, lungo e complesso. Provo a illustrare un solo punto importante. Come cittadini ci imbattiamo continuamente in scelte “difficili”: quelle che, nella terminologia degli economisti, presentano una non-convessità delle preferenze<strong>[7]</strong>. Un caso (tra tantissimi) è quello del genitore/elettore che sceglie la scuola per i figli. Può preferire un livello basso di spesa pubblica: così, se la scuola pubblica sarà scadente, avrà i soldi per passare alla scuola privata. È disposto tuttavia a passare alla scuola pubblica se essa è di qualità elevata, il che comporta un livello alto di spesa. La soluzione per lui peggiore è quella intermedia: livello inadeguato della scuola pubblica e livello sensibile di spesa.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il celebre teorema dell’elettore mediano assume l’ipotesi di preferenza a picco singolo, la quale indica che gli elettori non sono estremisti: un elettore di sinistra, ad esempio, preferirà sempre il centro all’estrema destra. Nondimeno nella realtà non sempre ciò accade, perché molte scelte, essendo “difficili”, rendono estremista l’elettore: sta meglio se converge verso l’una polarità o l’altra. Ma se, su tali scelte, le opinioni sono molto divaricate, vi è un addensamento a sinistra ed uno a destra. Vi sono allora <em>due</em> elettori modali (quelli le cui opinioni sono condivise dal più gran numero), mentre attorno all’elettore mediano si coagulano pochi voti, come si vede nella figura seguente<strong>[8]</strong>:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="326" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bellanca_1.JPG" height="140" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Su fenomeni come l’immigrazione, la crisi economica, l’occupazione precaria, l’eutanasia, la guerra, la genomica, il ruolo pubblico ed economico delle chiese, la costituzione europea, la corruzione, l’ecologia e altri ancora, gli elettori tendono a differenziarsi/polarizzarsi nettamente. Leader della sinistra come D’Alema, Prodi e Veltroni hanno sempre puntato alla conquista dell’elettore mediano. «Però qualcosa non ha funzionato, visto che ripetutamente le sinistre, che si erano spostate al centro più delle destre, hanno perso le elezioni. [Se piuttosto ammettiamo la rilevanza dell’elettore modale], è evidente che il partito che si sposta al centro perde. [I leader della sinistra hanno rincorso] gli elettori moderati, demoralizzando e dividendo la sinistra, rinunciando alla carica solidarista che ha sempre rappresentato il patrimonio culturale migliore dell’opinione pubblica democratica e socialista. Invece il partito che cerca gli elettori estremisti vince. Così ha fatto Berlusconi, alleandosi con Fini e Bossi»<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Riassumendo, ho avanzato il sospetto che potrebbe essere illusoria la tesi consueta secondo cui «la battaglia cruciale si gioca al centro»<strong>[10]</strong>. La sinistra italiana, senza una strategia di discontinuità volta ad attivare i consensi del suo elettore modale, potrebbe continuare ad inanellare sconfitte, mentre l’Italia resterebbe incapace di promuovere innovazioni istituzionali.<br />
Concludo con una precisazione: inseguire l’elettore modale non significa chiudersi entro nicchie estremiste, bensì costruire una strategia egemonica a partire da idee e proposte che non si sviliscano nella palude dell’elettore mediano. Come scrive il lettore Gionata G. nel suo <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/litalia-see-destra-la-base-sociale-del-consenso-politico-in-italia">commento</a> a Cesaratto, «la sinistra può farsi portatrice di valori trasversali, ma deve essere chiara ed irremovibile su quattro questioni principali: lavoro (uguaglianza sostanziale secondo art.3 comma 2 della nostra Costituzione), Stato sociale, equiparazione de facto dei sessi, ambiente e susseguenti politiche dell’energia». <em>Il metodo è questo</em>: sui contenuti, ne riparliamo.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*Professore associato di economia applicata all&#8217;Università di Firenze</em> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Nel suo <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/litalia-see-destra-la-base-sociale-del-consenso-politico-in-italia">interessante articolo</a>, Sergio Cesaratto esamina la base sociale del consenso politico in Italia. Accolgo volentieri la sua sollecitazione ad approfondire le <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/nuovi-assetti-del-capitale/la-politica-delle-coalizioni-per-la-sinistra-italiana">mie precedenti osservazioni</a>. Per ragioni di spazio non tratterò della “base sociale”, concentrandomi stavolta sui modi del “consenso politico”.<br />
[2] Due esempi evocativi sono la marcia dei quarantamila colletti bianchi della Fiat, il 14 ottobre 1980, contro gli operai; e il fallimento dello sciopero dei minatori britannici, nel 1984-85, contro il governo Thatcher.<br />
[3] G. Sartori, Parties and Party Systems, CUP, Cambridge, 1976.<br />
[4]  P. Farneti, Il sistema dei partiti in Italia, Il Mulino, Bologna, 1988.<br />
[5] A. Pizzorno, “Le difficoltà del consociativismo”, in Id., Le radici della politica assoluta, Feltrinelli, Milano, 1993.<br />
[6] Nei tempi più recenti, Berlusconi ama presentarsi come colui che starebbe ponendo rimedio a tale anomalia.<br />
[7] Un esempio scolastico di non-convessità delle preferenze è che mi piace il gelato, mi piacciano le olive ma … non mi piacerebbe mangiarli assieme. Siamo davanti a beni che non vengono consumati congiuntamente, poiché i loro “miscugli” esprimono un benessere inferiore.<br />
[8] La figura è tratta da E. Screpanti, “Dall’elettore mediano all’elettore modale”, in Id., Un mondo peggiore è possibile, Odradek, Roma, 2006, p.48. Mentre riprendo qui parte dell’analisi di Screpanti, le notazioni sulle scelte “difficili” sono mie.<br />
[9] Ivi, pp.48-49, parentesi quadre aggiunte.<br />
[10] M. Salvati, “La battaglia del centro”, Corriere della sera, 26 marzo 2008.</h6>
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		<title>L’Italia s’è destra: la base sociale del consenso politico in Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2009 06:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Massimo D’Alema sottolinea spesso che l’Italia è un paese strutturalmente di destra, e in effetti la sinistra non è mai andata al di sopra del 35% dei voti, e spesso, come in questa fase, ne è ben al di sotto. Ma quali ne sono le ragioni? La presenza della Chiesa Cattolica e del Vaticano è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="301" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/manif.JPG" height="303" style="width: 275px; height: 286px" />Massimo D’Alema sottolinea spesso che l’Italia è un paese strutturalmente di destra, e in effetti la sinistra non è mai andata al di sopra del 35% dei voti, e spesso, come in questa fase, ne è ben al di sotto. Ma quali ne sono le ragioni? La presenza della Chiesa Cattolica e del Vaticano è una motivazione sovente richiamata. Ma forse tale influenza, certamente ingombrante, è un risultato non la causa, e i motivi sono più strutturali, nella composizione sociale del paese. La base elettorale della DC era assai complessa, in una certa misura interclassista, e basata sulla spaccatura del lavoro dipendente fra tute blu, comuniste, e pubblico impiego, bianco. Il PCI annoverava fra le sue fila anche molti artigiani, che si sentivano allora vicini agli operai, mentre sono ora lontani dalla sinistra. Oggi le cose sono infatti cambiate. Le indagini dei politologi ci spiegano che il lavoro dipendente tende ancora a votare a sinistra, ma non tutto, lo fa soprattutto quello del settore pubblico, che ha perduto molti dei privilegi accordatigli dalla DC, quello più istruito e con reddito medio-alto. I politologi affermano con grande certezza che la base elettorale di Berlusconi consiste principalmente di casalinghe (queste caratterizzate da bassi livelli di istruzione) e di lavoro autonomo, ma oscillanti fra i due schieramenti sono anche il lavoro dipendente esecutivo e meno istruito, e i disoccupati<strong>[1]</strong>. In un mutamento genetico che è lo specchio del cambiamento dei valori dominanti, i giovani istruiti hanno teso a votare a destra nelle ultime elezioni . Lasciando da parte quest’ultimo gruppo, la questione è che lo zoccolo duro di Berlusconi, casalinghe e lavoro autonomo ha nel paese una ampiezza sconosciuta a nord delle Alpi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La tabella mostra come sia il tasso di attività che quello di occupazione erano nel 2007 assai più bassi in Italia (62,5% e 58,9%, rispettivamente) che nell’Europa a 15 (71,8% e 66,8%), Spagna inclusa. Se si considera poi la solo componente femminile (50,6% e 46,8% in Italia contro 64,6% e 59,5% nell’UE), si capisce come attraverso Mike Bongiorno Berlusconi possa facilmente plasmare la mentalità di milioni di casalinghe poco istruite. Ma indipendentemente dalla televisione, è la stessa condizione di casalinga con il suo portato di isolamento che non favorisce la consapevolezza dei problemi e la maturazione politica. Per molti versi la medesima cosa si può dire per i maschi disoccupati, inoccupati o occupati in lavori precari. La medesima tabella mostra come rispetto a una media europea del 15,8% di lavoratori autonomi, nel nostro paese la quota sale al 26,4%. Senza volerlo demonizzare, il lavoro autonomo è costituzionalmente portato a un atteggiamento più individualista e meno solidale, ciò che si manifesta palesemente con l’elevata evasione fiscale fra esso annidata, tranne usufruire in maniera opportunistica dei servizi pubblici. In sintesi, in Italia lavorano in pochi, e la quota di quelli che lavorano consiste in maniera anomala di lavoratori autonomi. Una radice della debolezza della sinistra è certamente in questo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="442" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tabella-cearatto.JPG" height="392" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
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<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Se questa è la fotografia, quali strategie si prefigurano per la sinistra, quali alleanze? Il tema delle coalizioni è tradizionale nella sinistra, da Gramsci all’esperienza socialdemocratica svedese basata sul sodalizio del partito operaio con quello dei contadini. In un articolo, <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/nuovi-assetti-del-capitale/la-politica-delle-coalizioni-per-la-sinistra-italiana/">già opportunamente discusso su <em>E&amp;P</em> da Nicolò Bellanca</a>, Cristiano Antonelli<strong>[2]</strong> ripercorre le politiche delle alleanze proposte o attuate dalla sinistra nel passato, e propone per il futuro che le nuove professionalità relative alla cosiddetta società dell’informazione diventino nuovo punto di riferimento (p.23), non attardandosi a difendere, da un lato le produzioni “fordiste” (p.14), e dall’altro le rendite che si annidano nel pubblico impiego (p.20). Le nuove professioni sembrano invero una base sociale un po’ ristretta per l’ambiziosa sinistra di orientamento “liberalsocialista” basata su una “coalizione per la crescita” propugnata da Antonelli; così come la sua apologia del passaggio a una società dei servizi - che in Italia sembra fatta di call center più che di terziario avanzato - in luogo della tradizionale manifattura (pp.13-17) appare contraddittoria con l’esaltazione della capacità di esportazione della piccola-media industria manifatturiera italiana, seconda in Europa, ci ricorda l’autore, solo a quella tedesca (p.18)<strong>[3]</strong>. Tuttavia, il richiamo di Antonelli alla necessità di pensare a coalizioni progressiste è importante, pur nella poco incoraggiante struttura socio-produttiva italiana sintetizzata nella prima parte di questo articolo. D’altronde un proposta politica di sinistra che sia concreta (ammesso che la sinistra sia interessata a questo, cosa che v’è da dubitare), deve puntare a difendere degli interessi e non altri. In questo senso si tratta di capire meglio la struttura del lavoro autonomo, distinguendo fra parassitismo (i topi nel formaggio di Sylos) e professionalità rilevanti per la competitività del paese; comprendendo come si possa recuperare il consenso nel mondo dell’artigianato e della piccola impresa, e così via. Il grande timore di questo mondo è riassumibile in una sola parola: tasse. Si può dire qualcosa di sinistra che consenta tuttavia un recupero di consenso in questa direzione? E alla casalinga di Voghera la sinistra può dire qualcosa di interessante (e farsi capire)? E come venire incontro alle paure del lavoratori indipendenti che sfuggono all’egemonia della sinistra - per esempio nei riguardi dell’immigrazione in maniera equilibrata? l dibattito è aperto: politologi e studiosi del sistema fiscale si facciano avanti<strong>[4]</strong>.</p>
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<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Senza pretese di sistematicità, queste tendenze si ritrovano per esempio in una indagine Ipsos-Explorer (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.frdb.org/">http://www.frdb.org/</a>) relativa alle elezioni 2001, dai sondaggi pre-elettorali Ispos citati su Il Sole 24 Ore (9-3-2008) da Roberto D&#8217;Alimonte e da Davide Colombo, da Itanes, Il ritorno di Berlusconi, Il Mulino, 2008, cap. 6). Deve risultare chiaro che di tendenze si tratta, vista la molteplicità dei messaggi a cui gli elettori sono sottoposti, e alla poca nitidezza della proposta politica da parte degli opposti schieramenti. Una volta che però si tenga conto di tali elementi, poca e cattiva informazione a fronte di livelli medi di istruzione assai bassi nel paese, a fronte di proposte populiste a destra e rigoriste a sinistra, la influenza della condizione sociale sul voto può risultare rafforzata, non diminuita, sebbene in direzioni “non normali“. Non sorprende cioè che, per dirne una, lavoratori a basso reddito per non dire i disoccupati, tendano a votare per proposte populiste.<br />
[2] Nicolò Bellanca, La politica delle coalizioni per la sinistra italiana, E&amp;P; Cristiano Antonelli, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.de.unito.it/web/member/segreteria/WP/Momigliano/2009/4_WP_Momigliano.pdf">La politica economica delle coalizioni per progettare il futuro e guidare la crescita</a>.<br />
[3] In difesa dell’industria manifatturiera v. Romano Prodi, Chi ha l’industria riparte meglio, Il Sole 24 Ore, 13-3-09.<br />
[4] Bellanca sembra scettico sulla possibilità di coalizioni progressiste, ritenendo praticabile in Italia solo una strategia del conflitto. Speriamo che l’autore voglia specificare meglio in un successivo articolo con quali obiettivi e forze.</h6>
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		<title>La politica delle coalizioni per la sinistra italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 06:40:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La politica delle coalizioni è, suggerisce Cristiano Antonelli[1], uno strumento decisivo per una strategia non subalterna della sinistra italiana. Nel secondo dopoguerra, egli sostiene, abbiamo avuto due elaborazioni volte a rivendicare un ruolo di governo per le forze progressiste. La prima ha avuto, durante gli anni sessanta, nella Rivista Trimestrale di Claudio Napoleoni e Franco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em><img border="0" width="352" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/stretta-di-mano.jpg" height="127" style="width: 312px; height: 175px" /></em>La politica delle coalizioni è, suggerisce Cristiano Antonelli<strong>[1]</strong>, uno strumento decisivo per una strategia non subalterna della sinistra italiana. Nel secondo dopoguerra, egli sostiene, abbiamo avuto due elaborazioni volte a rivendicare un ruolo di governo per le forze progressiste. La prima ha avuto, durante gli anni sessanta, nella <em>Rivista Trimestrale</em> di Claudio Napoleoni e Franco Rodano la sua maggiore sede di analisi. Essa argomentava che i ceti improduttivi distorcevano a proprio favore la distribuzione delle risorse, indebolendo la crescita nazionale. Quali percettori di rendite, tali ceti si annidavano specialmente nei settori, come quello immobiliare e quello del commercio, non esposti alla concorrenza del mercato comune europeo. Ciò, elevando i prezzi interni, riduceva il potere d’acquisto delle masse dei salariati, spingendoli a chiedere elevamenti retributivi che abbassavano l’efficienza delle imprese esportatrici. Rompere questa spirale viziosa era una formidabile opportunità per rilanciare la modernizzazione del paese: in nome della lotta alle rendite, un’alleanza tra il proletariato e la borghesia industriale avrebbe aumentato i salari in corrispondenza agli incrementi della produttività; l’accresciuta domanda solvibile avrebbe, a sua volta, favorito l’espansione dell’offerta industriale, con un’ulteriore innalzamento dell’efficienza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La seconda elaborazione si colloca negli anni ottanta. È il modello dell’alleanza dei ceti produttivi, che si realizza nelle regioni dell’Italia centrale e che viene teorizzato soprattutto (anche se Antonelli non li cita) da Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco. Stavolta la coalizione di interessi non si forma in negativo, ossia contro i rentiers: essa nasce per progettare il futuro e valorizzare gli agenti eterogenei che animano i distretti industriali. Artigiani, ex mezzadri, microimprenditori, salariati, s’impegnano lungo un processo di innovazione che è socio-istituzionale prima ancora che economico. Consapevoli che è terminata la lunga rincorsa basata sulle opportunità fornite dal ritardo tecnologico italiano, e che occorre realizzare forme di efficienza dinamica, questi ceti ricercano tra loro, con la regia politica della sinistra locale, una complementarità ex-post, la quale, a differenza di quella ex-ante del primo schema, non esiste già nelle circostanze date, ma va inventata e costruita.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Qui giungiamo agli snodi cruciali dell’interpretazione di Antonelli. «La sinistra a livello nazionale non seppe raccogliere e forse comprendere le potenzialità e la carica innovativa che si era sedimentata nella pratica locale. Di fatto quell’esperienza non seppe uscire dal suo ambito regionale. […] La crescita del Nord-Est avvenne senza che la sinistra potesse contribuire. [Nelle] regioni meridionali, il mito della grande fabbrica nelle industrie di base ad elevata intensità capitalistica prese drammaticamente il sopravvento» (pp.12-13). Dagli anni novanta, inoltre, sopraggiunge l’economia dei servizi e della conoscenza. La sinistra non coglie il cambiamento strutturale, leggendolo anzi sul solo versante della contrazione della base manifatturiera e della diminuzione dell’intensità capitalistica della produzione. In particolare, le sfugge la dinamica di un mercato del lavoro che si bipolarizza tra nuove categorie professionali che emergono e vecchie che vedono contrarsi prospettive occupazionali e retributive. Tra le vecchie, accanto agli operai, stanno ampie fette dei ceti medi, che restano estranee alle nuove forme di generazione della ricchezza e che subiscono spesso una mobilità sociale discendente. D’altra parte, alla sinistra sfugge che il paese riesce, pur tra gravi disuguaglianze, a cavalcare il mutamento, continuando a creare ricchezza e innovazione. Rischia così di consumarsi una sorta di vendetta storica: la sinistra che mezzo secolo fa lottava contro le rendite, organizza oggi una coalizione in difesa di rendite e posizioni acquisite, nei servizi pubblici così come nell’industria sindacalizzata.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Bisogna progettare, conclude Antonelli, la formazione di una coalizione per la crescita, che si proponga di: a) sostenere la parte del lavoro dipendente travolta dal cambiamento strutturale; b) valorizzare i nuovi ceti produttivi imperniati sulle professioni liberali e su microimprese di servizi avanzati; c) promuovere l’accumulazione del capitale umano capace di innovare; d) organizzare il territorio come fattore produttivo e bene di consumo finale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Sulle stimolanti tesi di Antonelli vorrei avanzare quattro riflessioni, che vogliono provare a intendere meglio sotto quali condizioni effettive la sua politica delle coalizioni potrebbe avviarsi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La Fondazione Symbola, per la promozione delle eccellenze italiane nel mondo, ha sintetizzato con piglio giornalistico i termini della nostra situazione. In Italia si contrapporrebbero 4A buone a 4D cattive. Le forze positive sarebbero i settori che trainano l’export dell’economia (nella quota mondiale delle esportazioni, l’Italia è, tra i paesi europei, seconda solo alla Germania): Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Alimentari-vini e Automazione meccanica. Le forze malvagie sarebbero i pesi che rallentano la crescita: Debito pubblico (il terzo dopo quello di Giappone e Stati Uniti), Deficit energetico (tra il 2001 e il 2006 la bolletta energetica italiana è salita da 18,8 a 50 miliardi di euro), Divario nord-sud (il sud ha il 35% della popolazione, ma solo l’8% di export) e Differenziale fiscale (l’incidenza delle tasse sul PIL è tra le più elevate). Se potessimo davvero dividere con nettezza i buoni dai cattivi, creare e attuare una politica delle coalizioni sarebbe un gioco da bambini. Ma la diagnosi di Antonelli – secondo cui i massimi mali italiani sono l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche e il tessuto produttivo chiuso all’innovazione, agli investimenti esteri e alle nuove generazioni – è seria e <em>quindi</em> solleva difficoltà. Essa, se coerentemente perseguita, richiederebbe anzitutto interventi di modernizzazione degli enti pubblici e del sistema delle relazioni industriali. Il che comporterebbe che il ceto politico dei partiti e dei sindacati della sinistra dovrebbe tagliare i ponti con (parte almeno de)i gruppi sociali e (de)i quadri istituzionali che, come rileva lo stesso Antonelli, ne supportano l’esistenza. Ciò talvolta succede in situazioni traumatiche che facilitano l’affiorare di nuove leadership. Ma è arduo immaginare quale livello di trauma occorrerebbe, considerando che nemmeno la sparizione dal parlamento della sinistra più radicale, o la sequenza di sconfitte del neonato Partito democratico, sono finora riuscite a provocare significativi rinnovamenti del ceto politico dirigente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In secondo luogo, la sua diagnosi comporterebbe drastiche misure di riorganizzazione del capitalismo italiano, nel quale «le grandi imprese non sono ancora riuscite a darsi una forma di governo societario realmente diverso da quello familiare» (Ugo Pagano, “Mercato, confronto di sistemi capitalistici”) e le imprese distrettuali appaiono sovente inadeguate a fronteggiare le più recenti traiettorie di cambiamento (si veda Gabi Dei Ottati, “Distretti industriali italiani e doppia sfida cinese”, in corso di stampa su <em>QA Rivista dell’Associazione Rossi-Doria</em>). Qui la domanda diventa: è possibile formare un’alleanza tra distretti e grandi aziende innovatrici contro distretti e grandi aziende che si limitano a sopravvivere? Va rimarcato che siamo su un terreno diverso dai casi storici menzionati. Negli anni 1960 i ceti produttivi lottavano contro i redditieri, negli anni 1980 alcuni sistemi economici locali si autorganizzavano; adesso avremmo invece che imprese o distretti <em>simili tra loro per molti decisivi aspetti</em> dovrebbero scontrarsi per differenziare le rispettive traiettorie evolutive. Ma un “capitalismo contro se stesso” è poco credibile, per le medesime ragioni per cui (al punto precedente) possiamo poco confidare in un “ceto politico di sinistra contro se stesso”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In terzo luogo, Antonelli evoca la nozione di egemonia che, in Gramsci e dopo, indica la ricerca di consenso tra gruppi sociali mediante una leadership intellettuale e morale. Ciò, tuttavia, non può sempre ottenersi tramite un rawlsiano “consenso per intersezione”; al contrario appare plausibile, lungo la linea argomentativa svolta, che una riforma delle amministrazioni pubbliche e della governance del capitalismo nostrano possano realizzarsi con strategie che, proprio al fine di innescare nuove alleanze, inizino separando/opponendo certi gruppi da/ad altri.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Infine, la leadership intellettuale e morale non si improvvisa. La nostra società civile ha idee e persone all’altezza del compito. Ma le idee vanno valorizzate, le persone incentivate a “scendere in campo”, ed entrambe, idee e persone, vanno messe nella condizione di avere impatto. Il modo migliore per riuscirvi sta, a mio avviso, nel “rompere le righe”: nell’opporre conflittualmente certe strategie ad altre, certi gruppi ad altri. Come ci ha spiegato Albert Hirschman, sia i mercati che la democrazia hanno quali pilastri i conflitti, che svolgono insostituibili funzioni costruttive e trasformative. Nell’Italia odierna, essere riformisti/progressisti equivale ad essere conflittualisti.</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">  </h6>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*Professore associato di Economia applicata nell’Università di Firenze</em>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Cristiano Antonelli, “<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.de.unito.it/web/member/segreteria/WP/Momigliano/2009/4_WP_Momigliano.pdf">La politica economica delle coalizioni per progettare il futuro e guidare la crescita</a>”.</h6>
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		<title>Dove ci porta l&#8217;economia della conoscenza?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 06:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Se si analizza attentamente la produzione teorica degli ultimi dieci anni in  merito alle trasformazioni che la rivoluzione digitale ha indotto nei meccanismi di funzionamento dell’economia capitalistica, sorgono tre interrogativi di fondo : 1) esistono effettivamente (e, se esistono, quali sono) elementi di assoluta novità nell’attuale fase del capitalismo, caratterizzata dall’uso intensivo delle tecnologie di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img width="276" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/conoscenza.jpg" height="200" />Se si analizza attentamente la produzione teorica degli ultimi dieci anni in  merito alle trasformazioni che la rivoluzione digitale ha indotto nei meccanismi di funzionamento dell’economia capitalistica, sorgono tre interrogativi di fondo : 1) esistono effettivamente (e, se esistono, quali sono) elementi di <strong>assoluta novità </strong>nell’attuale fase del capitalismo, caratterizzata dall’uso intensivo delle tecnologie di rete?; 2) Quali sono le contraddizioni strategiche (e i relativi <strong>conflitti sociali</strong>) innescate da tali novità?; 3) perché i riferimenti al pensiero di <strong>Marx </strong>e<strong> Polanyi</strong> sono scarsi (se non assenti) nel dibattito teorico sulla cosiddetta “nuova economia”? Rispondere all’ultima domanda sembrerebbe il compito più agevole: i due autori appena citati sono quasi spariti dalla discussione scientifica in quanto vengono considerati “datati” e/o “politicamente scorretti” (nel caso di Polanyi vale il primo motivo, per Marx entrambi). Personalmente, suggerisco una risposta meno scontata: Marx e Polanyi vengono ignorati perché, nell’analisi del capitalismo, utilizzano concetti che “sporgono” dall’ambito economico, invadendo i territori della sociologia, della politica e dell’antropologia, concetti che, proprio a causa di tale approccio “trasversale”, mettono in crisi il punto di vista che attribuisce carattere di novità assoluta alle forme che il capitalismo viene assumendo nell’era digitale.  Proverò ora a chiarire i motivi per cui sono convinto della necessità di abbandonare questa ideologia “nuovista” che ispira (quasi) tutte le analisi teoriche della società attuale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Tornando alla produzione teorica sull’economia dell’era digitale, una prima considerazione da fare è che molte delle definizioni dell’attuale fase del capitalismo – mi limito qui a ricordarne tre: economia della conoscenza (Drucker), capitalismo informazionale (Castells), economia dell’informazione in rete (Benkler) – differiscono fra loro soprattutto, se non esclusivamente, sotto l’aspetto terminologico, mentre, se ci si concentra sulla sostanza, si possono facilmente ridurre alla seguente costellazione di asserti: la produzione e la distribuzione di conoscenze e informazioni è divenuta la fonte principale di creazione di valore; la forma organizzativa che la produzione e la distribuzione di tali risorse strategiche hanno assunto è la forma a rete; le forme di cooperazione su cui si fondano produzione e distribuzione sono generate da processi di aggregazione sociale spontanei e spesso innescati da motivazioni extraeconomiche;  l’architettura delle nuove relazioni produttive e sociali è largamente determinata dall’architettura e dai linguaggi (hardware e software) delle reti di computer.<br />
Basta tutto ciò per affermare che ci troviamo di fronte a un <strong>nuovo modo di produzione</strong>? Per rispondere alla domanda, mi pare che la prima cosa da mettere in evidenza sia il seguente fatto: non è piuttosto curioso che i teorici della società dell’informazione – molti dei quali si dichiarano liberali e ignorano ostentatamente Marx – ricorrano a questa categoria “forte” del pensiero marxiano? Se la si adotta, questa categoria impone infatti vincoli piuttosto rigidi, nel senso che, per parlare di nuovo modo di produzione, non basta fare riferimento all’innovazione tecnologica: le reti di computer non generano (da sole) i presupposti di un nuovo modo di produrre nel senso in cui – per citare il “Manifesto” di Marx – il mulino ad acqua ci regala il modo di produzione feudale mentre il mulino a vapore genera i presupposti del modo di produzione capitalistico. Nell’impianto teorico marxiano, infatti, l’innovazione tecnologica, pur svolgendo un ruolo importante, è sovradeterminata da ulteriori fattori giuridici e socioculturali; ecco perché, per parlare di nuovo modo di produzione, occorrerebbe dimostrare: 1) che conoscenze e informazioni hanno perso o stanno perdendo il carattere di <strong>merce</strong>; 2) che la <strong>possibilità di appropriazione privata</strong> di tali risorse strategiche sta venendo meno o è addirittura in procinto di essere negata <strong>in via di principio</strong>.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Alcuni autori che, pur assumendo a loro volta una prospettiva “nuovista” – vedi, fra gli altri, un recente contributo di Enrico Grazzini<strong>[1]</strong> –, non hanno del tutto rimosso la lezione di Marx appaiono consapevoli di questa difficoltà e tentano di aggirarla così: il capitalismo, pur essendo in una relazione di virtuale incompatibilità con l’economia della conoscenza, tenta di sfruttare la sua mostruosa capacità di reagire alle trasformazioni tecno sociali, per “adattarsi” ad essa e per appropriarsene. Questa volta, però, aggiunge chi la pensa in questo modo, esso si trova ad  affrontare una sfida inedita: dal momento che la conoscenza è un bene <strong>non rivale</strong> – che cioè non diminuisce ma anzi aumenta di valore se viene liberamente condiviso – la sua produzione/distribuzione non può quindi essere regolata dal mercato. Se ciò continua ad avvenire, è solo perché il capitale ha affidato alla politica il compito di creare <strong>scarsità artificiale</strong>, nel senso che l’istituto giuridico della proprietà intellettuale ha provveduto a limitare la libera circolazione delle conoscenze, consentendo none così la trasformazione in merci. Anche qui dobbiamo però domandarci: dov’è la novità assoluta? Non siamo forse di fronte all’ultima tappa di quella che Polanyi ha definito “la grande trasformazione”? L’affermazione del mercato capitalistico e la forma di merce che tutte le risorse naturali e i prodotti del lavoro umano hanno finito per assumere nel corso del tempo, non sono stati fin dalle origini (basti pensare alle “recinzioni” tardo seicentesche dei terreni demaniali) il <strong>prodotto artificiale </strong>di <strong>decisioni politiche</strong> assunte in nome di precisi<strong> interessi di classe</strong>?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Autori come MacKenzie<strong>[2]</strong> fanno derivare da questa contraddizione principale (cioè dall’appropriazione privata del bene comune conoscenza) tutte quelle altre contraddizioni - come il mantenimento di rigide gerarchie aziendali e la creazione di rendite monopolistiche di nuovo tipo - che attribuiscono al <strong>conflitto di classe</strong> dell’era digitale le sue peculiari caratteristiche: da un lato il capitalismo informazionale e i suoi funzionari, dall’altro i <strong>lavoratori della conoscenza </strong>ai quali viene attribuita la missione storica di traghettare l’economia oltre i limiti storici del capitalismo, verso un nuovo modo di produrre in grado di liberare il potenziale democratico delle nuove tecnologie. Un punto di vista che suona quasi “classico” dal punto di vista della teoria marxista,  sennonché occorrerebbe, come ho cercato di argomentare in un lavoro recente<strong>[3]</strong>, andare al di là della dimensione “oggettiva” della contraddizione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ammesso e non concesso che i knowledge workers rappresentino una classe sociale emergente (personalmente preferisco ritenerli un nuovo “strato” del proletariato industriale, prodotto della massificazione dei processi di istruzione superiore e della proliferazione di ruoli lavorativi che presuppongono elevate competenze comunicative) resta da stabilire se essi si percepiscano come tali. Se è vero, come scrive giustamente Aronowitz<strong>[4]</strong> che la classe è un “fenomeno contingente”, nel senso che esiste solo nella misura in cui condivide storie e tradizioni comuni, occorre ammettere che, almeno finora, i lavoratori della conoscenza non esistono in quanto classe. E allora? E’ convinzione diffusa – e a mio parere condivisibile – che difficilmente potranno mai nascere un sindacato e un partito dei knowledge workers, in quanto queste forme organizzative appaiono inadeguate ad esprimere la cultura meritocratica e individualista che caratterizza questi soggetti sociali, eppure alcuni ritengono che essi siano ugualmente destinati a usare le nuove tecnologie per costruire una inedita “sfera pubblica” che permetterà di far emergere, spontaneamente, democraticamente e dal basso, interessi e valori “rivoluzionari”. Mi piacerebbe poter condividere tale ottimismo, ma l’analisi sociologica di questa “sfera pubblica in formazione” evidenzia – almeno finora - tendenze di segno opposto: l’egemonia che i moloch della nuova economia esercitano sulle culture di rete appare sempre più schiacciante.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*L&#8217;autore è ricercatore di sociologia dei processi culturali e comunicativi nell&#8217;Università del Salento.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6>[1] E. Grazzini, L’economia della conoscenza oltre il capitalismo. Crisi dei ceti medi e rivoluzione lunga, Codice, Torino 2008.</h6>
<h6>[2] W. McKenzie,  La classe hacker, Feltrinelli, Milano 2004.</h6>
<h6>[3] C. Formenti, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Raffaello Cortina, Milano 2008.</h6>
<h6>[4] S. Aronowitz, Per la fine del lavoro senza fine, Derive Approdi, Roma 2006.</h6>
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