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	<title>Economia e Politica &#187; Pensioni e welfare</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:55:30 +0000</pubDate>
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		<title>Finanza, spread, pensioni… storie di italica follia</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/images-3.jpg" height="147" width="219" />La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di investimento, come scegliere se finanziarsi con debito o mezzi propri, come misurare il costo del capitale, come misurare il  valore creato da un’acquisizione o da un investimento in fondi comuni, come gestire i rischi.  Uno dei recenti decreti del Miur, attuativo della riforma Gelmini, ha appena declassato il settore scientifico-disciplinare <em>SECS-P09 - Finanza aziendale</em>, accorpandolo, a fini di reclutamento del personale docente, in uno più grande (come numero di docenti appartenenti)  e pre-esistente (quello della vecchia <em>Tecnica bancaria</em>, oggi <em>Economia degli Intermediari finanziari</em>), decretandone di fatto la sorte futura, in termini di sviluppo della ricerca, della didattica,  e dei ricercatori/docenti che le praticano, che è poi la sorte, di manzoniana memoria, del  vaso di coccio destinato a viaggiare tra i vasi di ferro, del nuovo e debole che non avanza se destinato a sgomitare (dati  il corporativismo della casta accademica e il trend decrescente dei fondi assegnati all’università per il personale) tra il consolidato e numericamente forte.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La classificazione dei saperi e degli ambiti di ricerca non è neutrale rispetto alle loro prospettive di sviluppo: la delimitazione dei campi, soprattutto al fine di allocare le risorse, consente ai nuovi saperi  di svilupparsi e crescere, senza dover lottare e forse soccombere rispetto a saperi (e relative corporazioni) più consolidati e potenti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Questo è accaduto, nonostante una serie di fattori avrebbero dovuto sconsigliarlo fortemente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Primo fra tutti,  la dichiarata volontà dell’ ex ministro Gelmini di favorire l’internazionalizzazione dell’università italiana, di adeguare didattica e ricerca italiana agli standard internazionali dei paesi più evoluti. Una specie di mantra salvifico questo dell’internazionalizzazione della nostra accademia, che ha già prodotto svariati danni: la riforma del 3+2 del ministro Berlinguer (nel 1999) e la riforma Gelmini (nel 2010) fondano la loro ragion d’essere proprio su questo obiettivo dichiarato. Vale la pena di ricordare che in contesto  anglosassone (USA e UK), la Corporate Finance (termine inglese equivalente) è area scientifico-disciplinare autonoma e ben identificata dagli anni ‘30, oltreché presenza immancabile nella formazione universitaria<em> under </em>e<em> post graduate</em> di ogni <em>business school </em>degna di questo nome.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Secondo “fattore contro” sono i segnali chiari e forti, che emergono dal mondo delle imprese, dell’esigenza di competenze di finanza aziendale dei futuri manager, come ampiamente rivela un’indagine recente riportata da Il Sole 24 ore (Bassi, <em>Gestione dei rischi e finanza aziendale al top delle richieste</em>, 8 aprile 2011).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Terzo fattore, l’evidente carenza di competenze di Finanza aziendale che si coglie leggendo sui giornali di questi ultimi mesi le analisi della crisi  e le proposte di riforma di ministri, economisti e valenti commentatori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Tre esempi sembrano eclatanti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Primo esempio.  Da più parti (a titolo di esempio Penati,  <em>La verità nascosta dietro lo spread</em>,  La Repubblica,  1 ottobre 2011) si spiega lo spread sui titoli di stato italiano, rispetto agli equivalenti tedeschi, uguale (o superiore) sui titoli a 1-2 anni rispetto a quelli a 10 anni come segue: i mercati assumerebbero che i rischi per l’Italia si concentrano in un futuro vicino, mentre “…<em>dopo,  non fa differenza</em>”. Da qui discenderebbe il senso di urgenza che dovrebbe guidare l’azione di governo nel fare presto le riforme, senza aspettare oltre:  urgenza che ha guidato la riforma del  governo tecnico e ha guidato parimenti la sua approvazione rapida, evitando in nome di questa urgenza modifiche da parte del parlamento o sulla spinta delle parti sociali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La finanza aziendale insegna che il tasso di rendimento sui  titoli comprende una parte che remunera il valore temporale del denaro (100 euro oggi non sono equivalenti a 100 euro tra un anno, perché nell’anno potrei guadagnare investendo in un investimento privo di rischio), e una parte che remunera il rischio che l’investimento comporta. Ora, ragionando in termini di spread dei rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli dei titoli tedeschi, la dinamica dello spread (da breve a lungo) dovrebbe essere attribuita alla componente “remunerazione del rischio”, perché la dinamica dei tassi privi di rischio, nell’ambito dell’Europa, dovrebbe essere omogenea e quindi già assunta nella dinamica dei tassi sui Bund<strong>[1]</strong>. Tuttavia,  va sottolineato che se lo spread  è costante (o decrescente) non significa che i titoli a maggiore scadenza sono considerati ugualmente (o meno) rischiosi, perché  il premio  per il rischio (supposto dal tasso) aumenta per effetto della capitalizzazione su un numero di anni maggiore. Quando attualizzo per esempio il flusso connesso al rimborso dei titoli fra dieci anni (ipotizziamo per semplicità titoli zero coupon), elevo a 10 anni sia la componente risk-free del tasso,  che la componente “compenso del rischio”  e quindi la correzione che opero per questa via sul flusso è maggiore, pur se lo spread è costante. A titolo di esempio, semplificando al massimo i calcoli, supponendo un tasso sui Bund a 2 anni del 4% e a 10 anni del 6% (cioè una struttura per scadenza crescente dei tassi privi di rischio),  e un tasso sui BTP italiani di corrispondente scadenza pari rispettivamente a 8%  e 9%, quindi uno spread decrescente da 4 (8% - 4%) a 3 (9% - 6%) punti percentuali, si può dimostrare che la penalizzazione che i titoli a 10 anni subiscono per effetto del rischio paese assegnato ai titoli dal mercato (rischio di insolvenza dell’Italia) è maggiore di quella dei titoli a 2 anni. Infatti, nel primo caso il flusso risk-adjusted è pari al 76% del flusso rischioso, contro il 93% nel secondo caso<strong>[2]</strong>. Analogamente, se anche ipotizzassimo uno spread a 10 anni ancora più basso (per esempio l’1%), il flusso risk-adjusted sarebbe del 91%, cioè una correzione che è ancora maggiore di quella dei titoli a 2 anni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Secondo esempio. Il ministro Fornero ha presentato (sul numero 10/2011 di <em>Italiani-Europei</em> e pubblicato per ampi stralci su La Repubblica del 26 novembre 2011) un suo studio sull’equità e sostenibilità del sistema pensionistico attualmente vigente in Italia, da cui parte il suo disegno di riforma del sistema pensionistico italiano. Ipotizza un sistema integralmente contributivo, che definisce oggettivo, e che porrebbe pari il valore attuale atteso dei benefici pensionistici ai quali l’individuo ha diritto (la somma oggi equivalente al valore complessivo dei trasferimenti previdenziali di cui l’individuo godrebbe data l’attuale aspettativa media di vita) al montante contributivo versato, dalla Fornero definito come saldo disponibile di un ipotetico conto corrente in cui l’individuo abbia depositato, senza mai ritirarli, i contributi previdenziali versati lungo la vita lavorativa. Definisce, il ministro, un indicatore (PVR= present value ratio) che rapporta, alla data della pensione, i due valori sopra definiti, precisamente il primo al secondo. Se l’indicatore è uguale a 1, il sistema è equo (oggettivamente equo, ci rassicura il ministro) e finanziariamente sostenibile dal punto di vista della comunità. Se maggiore di 1 privilegia il pensionato, a scapito delle generazioni future, se minore di 1 lo penalizza. La Fornero, basandosi sulle simulazioni svolte nel centro di ricerca CERP, dimostra che l’attuale sistema retributivo genera valori del PVR che vanno dall’ 1,5 al 3,5 a seconda dell’ente previdenziale considerato e quindi del tipo di mestiere del pensionato considerato: privilegerebbe, dunque,  oltre misura i lavoratori che vi appartengono, a scapito delle future generazioni, facendogli guadagnare tassi di rendimento rispettivamente del 50 e 250%. Lo studio ci pare presenti alcune lacune di metodo gravi, come chiaramente evidenziato già da alcuni (Jaccod, <a target="_blank" href="http://nonsolofinanza.posterous.com/">A proposito dei benefici pensionistici</a>):</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• il valore del PVR risulta molto sensibile al tasso utilizzato per calcolare montante e valore attuale, rispettivamente posti al denominatore e al numeratore del rapporto: quindi, non è un indicatore che possa essere definito oggettivo, come viene dichiarato. Un tasso maggiore riduce il numeratore (valore attuale delle pensioni future) e alza il denominatore (montante dei contributi versati). L’effetto,  inoltre,  non è uguale sulle due grandezze, perché le rendite hanno durata diversa. La sensibilità al tasso è infatti maggiore nel caso di una rendita di 40 anni (i contributi versati) rispetto ad una rendita di 15 anni (le pensioni attese). A titolo di esempio, passando da un tasso nominale (perché applicato a flussi nominali) del 2% ad uno del 4,5% e ipotizzando ammontari dei contributi e della pensione coerenti con gli attuali std retributivi di un lavoratore di medio reddito, il PVR passa da 1,7 a 0,85 , che significa che il nostro ex lavoratore di medio reddito si trasforma da pensionato privilegiato e affamatore delle generazioni future ad un lavoratore frodato dal sistema previdenziale;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• il tasso usato nelle simulazioni  è dell’1,5% reale, posto pari, viene detto, al tasso di crescita dell’economia (tasso definito come l’unico finanziariamente sostenibile). Ma perché, dal punto di vista dell’equità del singolo lavoratore, dovrebbe essere diverso dal costo opportunità del capitale (in finanza aziendale è definito come il tasso di rendimento di impieghi alternativi di pari durata e rischio) che l’individuo, singolarmente, avrebbe potuto lucrare investendo i contributi versati, e a cui rinuncia dopo il pensionamento, quando cioè comincia a prelevare mensilmente per campare?  In altre parole, perché convincerlo a versare i contributi all’INPS o all’INPDAP percependo solo un tasso reale dell’1,5% (non si capisce peraltro dallo studio quale tasso nominale sia stato usato) quando, da solo, avrebbe potuto investirli ad un tasso mediamente maggiore?  La media  dei  tassi medi annui risk-free EURIRS (per prestiti a 30 anni) nell’ultimo decennio è pari al  4,7%  e tassi nominali ben maggiori hanno lucrato i BTP di pari scadenza nei decenni precedenti;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• usa un tasso uguale per capitalizzare i contributi versati e per attualizzare le pensioni future da percepire: i flussi rispettivi non sono però omogenei e confrontabili in termini di rischio. I contributi versati, alla data del pensionamento, sono certi (e lo sarebbero anche gli interessi prodotti),  mentre incerti sono i flussi delle pensioni future. Sono incerti sia come durata (vita residua dopo la pensione del lavoratore e di eventuali familiari candidati alla reversibilità: usare la vita media attesa, determinata sulle tavole attuariali, come fa la Fornero,  non risolve affatto il problema dal punto di vista del singolo lavoratore),  che come ammontare; dopo la morte del lavoratore, infatti, l’entità delle somme percepite dipende dalla presenza e dal legame di parentela dei familiari su cui potrebbe scattare la reversibilità. Inoltre, rischi derivano per ammontare e durata delle pensioni future anche da cambiamenti futuri della legislazione pensionistica, se intaccassero anche i diritti acquisiti (come,  peraltro,  accade con questa riforma).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Cade,  con ogni evidenza,  la presunta oggettiva equità del sistema contributivo descritto, se non tiene conto correttamente ed analiticamente degli aspetti citati, a cui va aggiunta la necessità di considerare flussi al netto delle imposte, essendo le aliquote fiscali degli interessi sui contributi differenti dai prelievi sui pagamenti delle pensioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Terzo esempio.  Una critica recente bipartisan  è quella all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia mondiale. La finanza ne risulta demonizzata, come causa principale della crisi recente. Per misurare l’eccesso di finanziarizzazione si ricorre al confronto (si vedano, come esempi, Fumagalli, <em>Il diritto al default come contropotere finanziario</em>, <em>Il Manifesto</em>,  1 settembre 2011 e Panara, <em>Se la finanza si mangia l’economia,</em> <em>La Repubblica – Affari&amp;Finanza</em>, 23 gennaio 2012) tra PIL mondiale (74 mila miliardi di dollari nel 2010), valore del mercato obbligazionario mondiale (95 mila miliardi di dollari), valore delle borse mondiali (50 mila miliardi di dollari), valore dei derivati (466 mila miliardi di dollari) e si conclude che la finanza muove in aggregato 8 volte la ricchezza prodotta in termini reali. Ora, un primo errore si commette nel confrontare grandezze flusso (il PIL) con grandezze fondo (il valore dei mercati obbligazionario, azionario e dei derivati), distorcendo la prospettiva dell’analisi. Ma questo è solo un errore veniale (che però conferma le già citate carenze di finanza aziendale). Più grave è l’errore che si commette demonizzando la finanza tout court e  oscurando per questa via quello che è il vero problema: cioè non la finanza in quanto tale, ma l’uso vizioso e distorto che se ne fa, cioè gli “eccessi” della finanza. La finanza, quando è al servizio dell’economia reale, come fisiologicamente dovrebbe essere, non è negativa. Se i mercati finanziari servono a convogliare il denaro degli investitori verso gli impieghi produttivi, la finanza supporta lo sviluppo dell’economia reale. Le obbligazioni societarie servono a finanziare gli impieghi delle imprese e la borsa dovrebbe servire a raccogliere denari sul mercato per finanziare con capitale paziente gli investimenti reali delle imprese, soprattutto quelli strategici, di maggiore durata e di maggiore rilevanza per il loro <em>core business</em>. Quindi il problema non è la dimensione di questi mercati, se, come dovrebbe essere, a fronte di questi valori ci sono gli asset reali delle imprese, che da qualche parte devono trovare i capitali per essere finanziati. L’aspetto negativo è un altro. La borsa, negli ultimi anni, per esempio in Italia, non finanzia più l’industria e i servizi non finanziari, cioè l’economia reale. Per tutta una serie di ragioni (per le quali rinviamo alla puntuale analisi condotta da Coltorti  per lo studio  Consob sui 150 anni di borsa in Italia)<strong>[3]</strong>  il listino telematico copre l’80% delle banche (in termini di totale attivo tangibile di bilancio), circa metà delle compagnie di assicurazione (in termini di premi), e solo il 5% dell’industria e dei servizi (in termini di fatturato): dal listino risultano assenti sia il quarto capitalismo (cioè le medie imprese che rappresentano la punta di diamante della manifattura italiana, quella che esporta nel mondo l’<em>Italian style</em>), che importanti gruppi di dimensione elevata (Riva, Ferrero, Marcegaglia, Perfetti, Barilla, ecc.). In secondo luogo, dal 1997 ad oggi, la borsa italiana non indirizza più il risparmio verso gli impieghi produttivi, ma serve a far tornare agli investitori le somme non impiegate negli attivi delle imprese (tendenze analoghe sono rilevabili anche per le borse del Nord America e dell’Europa): i saldi tra finanza in entrata e finanza in uscita delle imprese quotate sono pesantemente negativi, cioè i dividendi distribuiti superano gli aumenti di capitale e su questi l’incidenza dell’industria è scesa dal 91% del periodo 1977-1986 al 51% nel triennio 2007-2010, a vantaggio delle banche. Oggi la borsa italiana sembra operare una sorta di selezione avversa:  premia chi distribuisce dividendi e riacquista azioni proprie, mentre affonda chi annuncia aumenti di capitale per finanziare sviluppi futuri o risanare gestioni compromesse da alti indebitamenti. Quindi,  le imprese virtuose, che vogliono crescere e svilupparsi, ne stanno alla larga.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Raccogliere denaro a titolo di debito dai risparmiatori emettendo obbligazioni per finanziare gli impieghi produttivi delle imprese non è un male in sè. Male è il conflitto di interessi che induce le banche a svolgere non  proprio virtuosamente il piazzamento sul mercato di queste obbligazioni. Quando, come è avvenuto nel caso Parmalat, tanto per ricordare un esempio recente e doloroso della storia italiana, le banche sono sia creditori (molto esposti) della Parmalat, che collocatori – lautamente  remunerati – presso gli investitori  delle sue obbligazioni, l’azzardo morale è assicurato, in assenza di adeguata regolamentazione: l’emissione delle obbligazioni di Parmalat, a gestione operativa già compromessa  e indebitamento bancario oltre il livello di guardia, servì alle banche per rientrare dei capitali prestati oltrechè per intascare alte commissioni; perché aspettarci che il rischio di insolvenza di quelle obbligazioni (ben chiaro alle banche) fosse altrettanto chiaramente da esse illustrato ai risparmiatori, potenziali investitori, al momento della sottoscrizione?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Finanziarizzazione è anche il cambio di mestiere che le imprese, almeno in alcuni settori, hanno fatto, da produttori di beni e servizi reali a banche, come dimostra la patologica composizione dei loro attivi, sbilanciata verso gli impieghi finanziari. Come esempio facciamo riferimento al settore auto (uno tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi 2008-2009 e  maggiormente beneficiato dagli aiuti statali) che, prima della crisi (nel 2006) e  non per effetto della crisi, evidenzia, rispetto a 30 anni prima, una radicale trasformazione della composizione degli attivi di bilancio (dati Ufficio Studi Mediobanca-R&amp;S) per due aspetti:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• una riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e un’incidenza elevata dell’attivo circolante, specchio del trasferimento fuori delle imprese della produzione, terziarizzata</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• un’incidenza patologicamente marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale (nella forma di crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto), specchio della “difficoltà di vendere” delle imprese del settore o comunque di politiche aggressive “di gonfiaggio” dei consumi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Questo esempio mostra come la crisi reale ha generato la finanziarizzazione e non l’opposto: i crediti verso i clienti e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, la finanza non è la strega da mandare al rogo, ma un sapere molto utile, che andrebbe insegnato nelle università, tutelato e sviluppato nella ricerca, imparato bene e utilizzato meglio, nel  governo delle imprese come in quello del paese, nell’investimento del patrimonio del piccolo risparmiatore, come in quello ben più ricco della previdenza statale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>* Professore ordinario di Finanza aziendale – Università degli Studi di Roma Tre (venanzi@uniroma3.it)</em></p>
<h6></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[1] Ipotizziamo qui per semplicità che il tasso sui Bund sia una proxy accettabile del tasso risk-free.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] La penalizzazione si può calcolare partendo dalla seguente identità:<br />
</span><em>Flusso atteso alla scadenza/(1+r)<sup>n</sup> = equivalente certo del flusso alla scadenza /(1 + tasso risk-free)<sup>n</sup></em><span style="line-height: normal">  , dove r è il tasso che comprende anche il compenso per il rischio e n il numero degli anni alla scadenza, mentre il tasso risk-free non lo contiene.  Nel caso del secondo termine dell’uguaglianza, infatti,  del rischio si tiene direttamente conto nel numeratore, dove al flusso atteso rischioso si sostituisce il suo corrispondente flusso certo, cioè già decurtato per tenere conto del rischio. Dalla uguaglianza, è possibile derivare che </span><em>equivalente certo del flusso alla scadenza/ flusso atteso alla scadenza = (1 + tasso risk-free)<sup>n</sup>/(1+r)<sup>n</sup></em><sup> </sup>: q<span style="line-height: normal">uesto rapporto misura la penalizzazione subita dal flusso per tenere conto del rischio, supposta dal tasso r. Con riferimento all’esempio riportato, se n=10, r=9% e tasso risk-free=6%, il rapporto misura 0,76 (76%), che significa un compenso totale per il rischio del 24% (100-76).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal"><sup></sup></span></h6>
<h6><span style="font-size: 9px"><span style="line-height: normal"></span></span></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[3] Coltorti F., 2011, <em>Borsa, territorio e sviluppo economico (1861-2011)</em>, in Consob, <em>Dall’unità ai nostri giorni: 150 anni di borsa in Italia</em>, Consob.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 10:55:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/pensione-1.jpeg" style="width: 354px; height: 235px" height="449" width="600" /></span>Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur minimo vaglio di analisi economica. Tra le più ricorrenti di tali formule c’è quella che evoca dei pretesi oneri che la generazione presente starebbe addossando sulle spalle delle generazioni future. E’ facile imbattersi nel richiamo a tale ‘snaturato’ comportamento con riguardo al debito pubblico esistente—come se questo fosse un debito della collettività nel suo complesso, e non, quale invece è, un debito del settore pubblico nei confronti dei cittadini, e quindi una forma di attività finanziaria che questi ultimi possiedono e tramandano ai loro discendenti.<strong>[1]</strong> Ma, come è capitato di leggere ancora in questi giorni, l’appello al ‘risanamento’ finanziario quale condizione di maggiore equità intergenerazionale viene anche lanciato con più specifico riferimento ai meccanismi dell’attuale sistema pensionistico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Proprio nel contesto del dibattito alimentato dalla ‘manovra’ in atto, da più parti si è sostenuto ancora una volta che un intervento normativo opportuno sarebbe quello del prolungamento dell’età lavorativa, e quindi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Gli argomenti utilizzati a sostegno di questa tesi sono sostanzialmente di due tipi. Uno attiene alla dimensione della spesa pensionistica, che si sarebbe dilatata per effetto della estensione della durata media della vita, e il cui equilibrio rispetto alle entrate (a sua volta richiesto dal generale equilibrio nei conti pubblici, considerato indispensabile) richiederebbe pertanto o un aumento dell’imposizione contributiva, che viene però immediatamente escluso per i suoi effetti negativi sul costo del lavoro, oppure una riduzione delle prestazioni, appunto indicata nella forma dell’innalzamento dell’età di pensionamento e conseguente diminuzione degli anni di pensione. A questo argomento, che possiamo chiamare ‘di bilancio’, viene spesso aggiunto quello secondo cui il sacrifico degli ‘anziani’ occupati correggerebbe il sistema attuale nella direzione di una maggiore equità nei confronti delle generazioni ‘giovani’. Ora, se l’argomento ‘di bilancio’ è chiaro nel suo significato, a prescindere dal fatto che lo si possa condividere o meno, è invece difficile comprendere quale sia il senso in cui l’attuale sistema conterrebbe degli elementi di iniquità intergenerazionale, e quali siano quindi i benefici che i ‘figli’ riceverebbero dal prolungamento dell’età lavorativa dei ‘padri’. Riesco a formulare solo due ipotesi in grado di dare razionalità all’argomento: a) data l’estensione della durata media della vita, in assenza dei risparmi di spesa pensionistica connessi al prolungamento dell’età lavorativa gli occupati giovani sarebbero chiamati a pagare contributi più elevati; b) i risparmi di spesa prodotti dal prolungamento verrebbero utilizzati per finanziare elementi di <em>welfare </em>a favore dei giovani (sussidi di disoccupazione, asili-nido, ecc.). L’ipotesi b), cui talvolta viene effettivamente fatto cenno nel dibattito, nella misura in cui si applicasse implicherebbe però una diversa destinazione della spesa sociale, piuttosto che una sua contrazione, e sarebbero in conflitto con l’obiettivo generale di riduzione del disavanzo pubblico al quale il prolungamento dell’età lavorativa viene invece generalmente connesso. Analoga considerazione vale per l’ipotesi a), secondo la quale il prolungamento della vita lavorativa eviterebbe l’innalzamento delle aliquote contributive sugli occupati, e non un più elevato disavanzo pubblico. Insomma, il preteso carattere di maggiore equità intergenerazionale del prolungamento della vita lavorativa non trova spiegazioni evidenti, e quelle che si possono eventualmente concepire lo rendono contraddittorio, anziché complementare, rispetto alla desiderata riduzione del disavanzo pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In realtà esiste invece una buona ragione per ritenere che, in sé, il prolungamento della vita lavorativa, lungi dal produrre un beneficio per le generazioni giovani, causerebbe loro un danno estremamente grave. <em>Ceteris paribus</em>, è evidente che l’estensione del periodo di lavoro degli attuali occupati produrrebbe un corrispondente ritardo nell’impiego dei giovani chiamati a sostituirli; è forse meno evidente che ciò si risolverebbe in un aumento <em>permanente </em>e di dimensioni potenzialmente rilevanti della disoccupazione. Per mostrare quanto appena detto mi servirò di un semplice esempio numerico, che adotta le seguenti ipotesi:<br />
- il prolungamento consiste nel posticipare l’età del pensionamento dai 65 anni ai 70 anni;<br />
- la vita di un individuo si conclude a 85 anni;<br />
- la popolazione è stazionaria e si distribuisce uniformemente per età;<br />
- l’economia è stazionaria.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Prima del provvedimento si hanno pertanto 20 classi di età di pensionati, e cioè dai 65 agli 84 anni. Supponiamo che in ciascuna classe di età vi siano 2 individui, e quindi 40 pensionati in tutto. Nel gruppo dei pensionati ogni anno muoiono due individui al raggiungimento degli 85 anni, ed entrano due 65enni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vediamo ora quali sarebbero gli effetti permanenti che il prolungamento dell’età lavorativa avrebbe sul livello della disoccupazione. Immaginiamo che prima del provvedimento vi fossero 50 classi di età degli occupati, da 15 a 64 anni, ciascuna costituita da 2 lavoratori, per complessivi 100 occupati. Ogni anno 2 individui 65nni andavano a riposo, sostituiti da 2 giovani, che supponiamo fossero 15nni.</p>
<p>Nel periodo 0, precedente al provvedimento, si aveva dunque questa situazione:</p>
<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf.1" height="1" width="1" /><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig2.JPG" height="75" width="326" /></p>
<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf.1" height="1" width="1" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Assumiamo, a partire dal periodo 1, un processo graduale verso il nuovo regime, di questo tipo: i lavoratori che nel periodo 0 hanno 64 anni andranno a riposo a 66 anni (ritardo di 1 anno); i lavoratori che nel periodo 0 hanno 63 anni, andranno a riposo a 67 anni (ritardo di 2 anni), e così, via, fino ai lavoratori che in data 0 hanno 60 anni, e che andranno a riposo a 70 anni (ritardo di 5 anni). Il processo può quindi essere così rappresentato:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-ciccone.JPG" height="486" width="457" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nei 10 periodi della transizione si verifica un turnover di 2 unità ad anni alterni, e precisamente negli anni 2, 4, 6, 8, 10 (mentre negli anni dispari si verifica solo l’&#8221;invecchiamento&#8221; di 1 anno dei medesimi occupati), e l’ipotesi adottata è che ad entrare tra gli occupati siano, di volta in volta, i giovani di età maggiore (così, nel periodo 2 vengono impiegati i due 16nni, nel periodo 4 vengono impiegati i due 17nni, e così via). Quella rappresentata nel periodo 10 costituisce la situazione a regime, che, ferma restando ogni altra condizione, da allora in poi è quindi permanente. Si può così vedere che il prolungamento dell’età lavorativa implica una riduzione permanente di 10 unità nel numero dei pensionati e un equivalente e altrettanto permanente aumento di 10 unità nel numero dei disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il numero dei pensionati si riduce dunque del 25%, che è il rapporto tra il numero di anni di prolungamento della vita lavorativa (5) e l’iniziale numero medio di anni di pensione (20); ovvero, ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile riduce il numero dei pensionati del 5%. Volendo applicare questi risultati a grandezze rilevate per l’Italia, consideriamo i seguenti dati:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- nel 2009 (ultimo dato che sono riuscito ad individuare) il numero di percettori di pensioni di vecchiaia era pari a 11.475.000;<strong>[2]</strong><br />
- dei suddetti pensionati il 24,6% era relativamente ‘giovane’, in quanto di età compresa tra i 40 e i 64 anni.<strong>[3]</strong> Questa quota di pensionati può ragionevolmente considerarsi ‘ad esaurimento’ (perché presumibilmente frutto, in gran parte, di meccanismi di pensionamento non ripetibili), e pertanto da non considerare nella stima degli effetti di un innalzamento dell’età pensionabile. Sottraendo tale quota, il numero di percettori di pensioni di vecchiaia rilevante per la nostra valutazione risulta pari a 8.652.000.<strong>[4]</strong>
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dunque caliamo nel nostro esempio di economia stazionaria il numero di percettori di pensione di vecchiaia testé individuato, e ad esso applichiamo l’ipotizzato prolungamento dell’età lavorativa, il risultato a regime di questo provvedimento è costituito da una riduzione del numero di pensionati pari al 25% di 8.652.000, e cioè 2.163.000 unità. Corrispondentemente, in questa stessa, rilevante dimensione aumenta, nella nostra economia stazionaria, il numero dei disoccupati. Introducendo nel nostro esempio il numero di persone in cerca di occupazione rilevato alla fine del 2009 in Italia, pari a 2.086.000,  a regime l’effetto del provvedimento sarebbe dunque un incremento del numero dei disoccupati del 104%! Più specificamente, per ogni anno di aumento dell’età pensionabile il numero dei pensionati si ridurrebbe, come abbiamo già osservato, del 5%, pari a 433.000 unità nella nostra economia stazionaria; e di questo stesso numero, pari a ben il 21% della grandezza iniziale, aumenterebbero i disoccupati per ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I risultati ottenuti risentono, ovviamente, delle ipotesi adottate. In particolare, l’assunzione di stazionarietà del sistema (inclusa la forza-lavoro) ha lo scopo di isolare gli effetti sulla disoccupazione di un prolungamento dell’età lavorativa, considerando quindi invarianti tutte le altre condizioni. E’ chiaro perciò che l’aumento della disoccupazione prodotto da un simile provvedimento risulterebbe compensato tanto di più, quanto più l’economia crescesse. Tuttavia il trend recente dell’economia italiana, e le politiche economiche in atto, non lasciano sperare in tassi di crescita rilevanti, per non dire positivi. Né vi sono ragioni per ritenere che proprio il prolungamento dell’età lavorativa possa di per sé produrre effetti espansivi—piuttosto il contrario, considerata la contrazione della domanda per consumi inevitabilmente generata da un aumento della frazione di forza-lavoro che rimane disoccupata, e quindi a reddito individuale pressoché nullo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un’altra implicazione dell’ipotesi di stazionarietà è la costanza della produttività del lavoro, la quale ha tuttavia l’effetto di limitare l’aumento della disoccupazione rispetto a quella che si produrrebbe in presenza di un eventuale andamento crescente della produttività. Vale infatti notare che gli aumenti di produttività <em>riducono </em>la quantità di lavoro richiesta per unità di prodotto, e che perciò, se non associati ad una crescita sufficiente dell’economia, essi hanno un effetto negativo sui livelli di occupazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infine, le ipotesi circa la durata media della vita e di distribuzione uniforme delle età degli individui non sembrano essere decisive per i risultati ottenuti. Una vita media di 85 anni appare semmai leggermente sovrastimata, e quindi tale da ridurre, a parità di numero iniziale di pensionati, l’aumento della disoccupazione ottenuto nel nostro esempio. Una vita media più breve, riducendo il denominatore del rapporto tra prolungamento della vita lavorativa e il numero iniziale di anni di pensione, implicherebbe una maggiore riduzione, a regime, nel numero dei pensionati, e quindi un aumento maggiore nel numero dei disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, questa nota ha lo scopo di mettere in evidenza come l’aumento dell’età pensionabile sia di per sé in grado di produrre effetti negativi molto rilevanti sull’occupazione, e quindi sulla possibilità di impiego dei giovani. Ciò non significa, naturalmente, che l’estensione del limite dell’età di lavoro sia un fatto necessariamente e intrinsecamente negativo: dove vada fissato tale limite è però questione che il governo di una collettività dovrebbe stabilire considerando le molteplici implicazioni di tale determinazione, nelle date condizioni economiche e sociali. E la capacità del sistema economico di dare occupazione è certamente una delle più importanti di tali condizioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Il valore dei titoli pubblici che la generazione successiva in quanto tale eredita da quella precedente equivale ovviamente al valore del debito pubblico in essere, e compensa quindi qualsiasi ammontare di maggiori imposte che essa sia eventualmente chiamata a pagare al fine di ridurre o limitare la dimensione del debito.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] <em>Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31dicembre 2009</em>, INPS e ISTAT, 21 giugno 2011, tav. 9, p. 9.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Ibid., tav. 7, p. 8.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] L’opportunità di sottrarre la quota di pensionati ‘giovani’ mi è stata fatta notare dal collega Attilio Trezzini.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] ISTAT, <a target="_blank" href="http://www.istat.it/it/archivio/37179">Occupati e disoccupati</a>, Serie storiche.</span></h6>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il potere della finanza: lezioni dalla Grecia e dall’Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 16:42:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La capacità dei mercati finanziari di generare “valore” è legata allo sviluppo di “convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie (vedi A,Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte, 2010). Negli anni ’90 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/finance1.jpg" style="width: 300px; height: 200px" height="300" width="450" />La capacità dei mercati finanziari di generare “valore” è legata allo sviluppo di “convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie (vedi A,Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte, 2010). Negli anni ’90 è stata la Internet Economy, negli anni 2000 l&#8217;attrazione è venuta dallo sviluppo dei mercati asiatici (con la Cina che entra nel Wto nel dicembre 2001) e dalla proprietà immobiliare. Gli effetti devastanti del crollo della bolla immobiliare nel 2008 hanno reso necessario un forte intervento degli Stati per tappare le falle di bilancio apertesi nelle grandi istituzioni bancarie, assicurative e finanziarie. Lo Stato ha svolto così il ruolo di prestatore d’ultima istanza, quindi a fondo perduto e senza effetti di stimolo sulla domanda. E’ la recessione attuale e la forte immissione di liquidità pubblica, più che l’eccesso di spesa pubblica, la causa principale dell’incremento del rapporto deficit/Pil. In un simile contesto, sono i paesi più dipendenti dalla dinamica economica internazionale a essere i più penalizzati, ovvero i paesi che svolgono il ruolo di subfornitori, senza poter influenzare le traiettorie tecnologiche dominanti. L’area del Mediterraneo è tra queste. La speculazione finanziaria cerca così di sviluppare una nuova convenzione, che potremmo definire “convenzione welfare”, dove oggetto della stessa speculazione è direttamente il benessere (il bios) degli individui. Da convenzioni di tipo settoriale ad alta intensità cognitiva (Internet economy), passando a convenzioni legate allo sviluppo di aree territoriali globali, si giunge così a convenzioni che hanno come oggetto le condizioni di vita e lavoro degli esseri umani. Il biopotere della finanza si conferma pervasivo e sempre più diretto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Lo sviluppo della “convenzione welfare” ha messo a nudo a fragilità dell’Europa. Gli interessi nazionalisti e corporativi, in particolare della Germania, hanno giocato un ruolo importante. La tentazione di approfittare della crisi greca per verificare la possibilità di un’Europa (e di un Euro) a due velocità è stata fortissima. La costruzione di un’Europa ristretta, di serie A, fondata sull’asse franco-tedesco, rispetto all’Europa mediterranea di Serie B , non è mai definitivamente scomparsa dalla scena politica, soprattutto in un contesto dove l’Europa rischia di trovarsi schiacciata nella competizione tra Usa e Cina.  E’ tale tentazione che giustifica la costruzione dell’Europa solo sul pilastro monetario e il mantenimento di politiche fiscali nazionali. La non esistenza di una politica comune di budget europeo, tuttavia, oggi si sta rilevando un boomerang. Il ritardo con cui l’Europa è intervenuta e solo dopo che il Fmi aveva imposto alla Grecia il controllo del suo bilancio pubblico e l’obbligo di adottare politiche lacrime e sangue, ha consentito alla speculazione internazionale di allargarsi anche al mercato delle valute, prendendo di mira l’Euro. La crisi greca, il tentativo di estenderla ad altri paesi di peso politico sicuramente maggiore, l’inesistenza di una strategia fiscale comune europea: sono tutti elementi che hanno depotenziato l’immagine dell’Euro e creato aspettative di svalutazione. A un mese di distanza dal varo del pacchetto di misure straordinarie (il cd. Piano europeo) del valore di 500 miliardi di euro, nonostante tutte le assicurazioni, l’euro ha continuato a svalutarsi. Alla speculazione sul welfare europeo, si è così aggiunta la speculazione sull’euro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I grandi operatori finanziari dettano ancora legge. È necessario un cambio di rotta e nuove proposte di intervento di politica economica. Esse possono essere discusse a due livelli: il primo riguarda interventi tecnico-politici in un ottica di breve, brevissimo periodo, il secondo presuppone un intervallo e un’azione politica e sociale di più lunga durata.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nell’immediato si possono intraprendere tre percorsi, diversi, ma unificati dall’obiettivo di migliorare la governance dell’Europa nello scacchiere mondiale e rafforzare la sua credibilità nei mercati finanziari:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- costituire una società di rating europea, indipendente e autorevole, effettivamente autonoma dagli interessi che agitano i mercati finanziari. A tal fine, essa non può essere privata, ma deve essere sottoposta all’egida della Banca Centrale Europea, con la nomina di esperti, nominati dalle Banche Centrali dei vari paesi europei (una sorta di Authority). In tal modo, potrebbe essere rotto il monopolio attualmente gestito dalle società americane, in collusione con gli investitori istituzionali che lì operano;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- introdurre una sorta di tassazione sulle speculazioni in valuta dello 0,01% sul modello “Tobin Tax” (richiesta peraltro avanzata già in sede europea e nel G20 sia dalla Svezia che dalla Gran Bretagna, nei tempi più drammatici della crisi dl 2008-09). Il gettito che ne deriva venga gestito direttamente dalla Comunità Europea e non dai singoli stati, per la creazione di un fondo che vada a costituire l’embrione di un budget europeo come condizione preliminare per definire una politica fiscale comune;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">-presentare un piano di coordinamento delle politiche fiscali nazionali  con effetto immediato, che non sia esclusivamente rivolto alla riduzione della spesa pubblica (come deciso nel Piano d’intervento Europeo) ma che sia invece finalizzato alla creazione di budget fiscale europeo, emissione di bond europei di debito e acquisto di titoli di stato (come già in minima parte prevede il piano europeo). E’ necessario definire le tappe e i tempi per creare un bilancio pubblico europeo ed un unico parametro deficit /Pil.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Gli interventi summenzionati richiedono una volontà politica in grado di sancire a livello istituzionale europeo una sorta di nuovo “new deal” così da portare a compimento in modo effettivo l’unità economica e sociale dell’Europa. Non crediamo che al momento vi siano le condizioni perché si arrivi a ciò. Quasi tutti i governo europei hanno matrice liberista e social-liberista (Germania, Spagna, Portogallo, Grecia) o ancor peggio nazional-corporativa (Francia, Italia).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò che manca all’Europa, è una visione in primo luogo culturale e poi sociale in grado di intervenire, analizzare, inchiestare le nuove forme di accumulazione e di valorizzazione e la nuova composizione del lavoro vivo, sempre più condizionata dalla precarietà. Il campo di azione e di battaglia politica è la ridefinizione di un welfare in grado di favorire la costruzione di un variegato fronte sociale anti-liberista e nello stesso tempo di superare la fase della sola opposizione e resistenza alle misure recessiva e regressive che oggi si vogliono porre in atto in nome della stabilità dei bilanci. Il futuro del welfare è necessariamente oltre il workfare e il welfare pubblico-keynesiano del dopoguerra: è il common-fare, ovvero il welfare europeo del comune. Ipotizzare un welfare del comune significa oggi imbastire una politica:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- che garantisca un reddito incondizionato, individuale, ai residenti (e non solo ai cittadini), il cui ammontare è oggetto di vertenza sociale, finanziato dalla fiscalità generale (e non dai contributi sociali), grazie alla tassazione progressiva della proprietà intellettuale, dello spazio come fattore produttivo e di speculazione, della rendita finanziaria, nonché delle forme patrimoniali della ricchezza (<strong>accesso alla continuità di reddito incondizionato</strong>);</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- che tolga dalle gerarchie imposte dal libero scambio i beni primari e di pubblica utilità che negli ultimi 15 anni hanno subito estesi processi di privatizzazione in seguito all’adozione degli accordi europei di Cardiff sulla de-regolamentazione del mercato dei beni e dei servizi (<strong>accesso ai beni comuni materiali);</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- che imponga forme di controllo e di monitoraggio sul mercato del credito, sui suoi costi e sulle possibilità di elargire forme di finanziamento anche a chi non ha contratti a tempo indeterminato con la garanzia e l’assicurazione degli apparati pubblici, sia a livello locale che sopranazionale (<strong>accesso alla moneta come bene comune</strong>);</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- che proceda ad una regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale e della legislazione sempre più restrittiva dei brevetti a favore di una maggiore libertà di circolazione dei saperi e alla possibilità gratuita di dotarsi di infrastrutture informatiche, tramite adeguate politiche innovative e industriali (<strong>accesso ai beni comuni immateriali</strong>).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una tale proposta di welfare rappresenta ad oggi un possibile strumento perché non solo si attui una distribuzione del reddito più equa ma anche perché si sviluppino quelle condizioni reali di scelta del lavoro, di vita e di sostenibilità sociale in grado di avere ricadute positive sulla struttura economica attuale, unico antidoto per combattere la speculazione e fuoriuscire dal guado della crisi.  Una proposta che punta ad un uso qualitativo della spesa pubblica, al fine di favorire una crescita economica in grado, per questa via, di ridurre anche in parte il rapporto deficit/pil: esattamente l’opposto di quella politica fiscale restrittiva adottata da molti paesi europei con l’obiettivo di assecondare gli appetiti della speculazione finanziaria e di creare una situazione deflattiva con esiti che rischiano di peggiorare ulteriormente l’attuale situazione economica.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore di economia politica nell’Università di Pavia</em></p>
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		<title>L’ideologia del Libro bianco e il futuro del lavoro</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 06:51:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Che cosa sarà del lavoro, in Italia, oltre la crisi? A giudicare dalle promesse del Libro Bianco su “La vita buona nella società attiva”[1], pubblicato all’inizio di maggio dal ministro Sacconi, nulla di luminoso. Non c’è nessun elemento che possa indicare una “via alta” per superare la crisi, nel Libro bianco. Si ha l’impressione, piuttosto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="317" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/lavoro.jpg" height="198" style="width: 258px; height: 195px" />Che cosa sarà del lavoro, in Italia, oltre la crisi? A giudicare dalle promesse del Libro Bianco su “La vita buona nella società attiva”<strong>[1]</strong>, pubblicato all’inizio di maggio dal ministro Sacconi, nulla di luminoso. Non c’è nessun elemento che possa indicare una “via alta” per superare la crisi, nel Libro bianco. Si ha l’impressione, piuttosto, che il Governo in carica non si stia lasciando sfuggire l’occasione che gli si presenta allorché le funzioni di indirizzo politico in materia di lavoro, sanità e inclusione sociale sono attribuite ad un unico Ministero, e gli equilibri parlamentari consentono una pressoché immediata traduzione degli intenti di governo in atti di legge: l’occasione, cioè, per portare a compimento la destrutturazione delle regole emerse dal compromesso fordista.<br />
Le statistiche del lavoro – insieme a innumerevoli ricerche – mostrano come la destrutturazione del mercato del lavoro abbia reso strutturale l’instabilità lavorativa e abbia prodotto una tendenza alla contrazione della popolazione attiva (soprattutto fra le donne e nel Mezzogiorno)<strong>[2]</strong>, contribuendo anche alla deresponsabilizzazione dei ceti imprenditoriali e al decadimento del tessuto industriale del Paese<strong>[3]</strong>. Quanto alla crisi in corso, poi, già il rapporto Istat 2008 ne prefigura l’impatto disastroso sul mondo del lavoro: cresce la disoccupazione (anche a fronte di un aumento degli attivi, sollecitato proprio dall’emergenza), cresce il ricorso alla cassa integrazione; e la perdita del lavoro riguarda soprattutto i tradizionali <em>breadwinner</em>s dell’economia italiana.<br />
Ma neanche la manifestazione acuta di una crisi economica del capitalismo induce a mettere in discussione il quadro regolativo. Anzi, al “dopo-crisi” bisogna prepararsi disponendosi a una più dura competizione sui livelli di costo della manodopera: «Quando il mondo tornerà a crescere […] maggiori saranno le pressioni su occupazione e salari derivanti dalla ulteriore integrazione nella economia mondiale dei Paesi un tempo periferici. Altrettanto importanti saranno le spinte per una continua rilocalizzazione dei processi produttivi» (pp. 9-10).<br />
Gli interventi regolativi delineati nel Libro bianco si possono riassumere in quattro profili.<br />
1) Sul piano della regolazione del rapporto di lavoro, viene ripresa l’etichetta di <em>Statuto dei lavori</em>, per evocare un programma di riforma che superi la distinzione fra lavoro subordinato e lavoro autonomo. Il superamento dell&#8217;idea stessa di subordinazione viene dunque avanzato come presupposto regolativo adeguato a un nuovo modo di pensare i rapporti di produzione, che consiste nel «superare ogni residua cultura antagonista nei rapporti di produzione e avviare, in un rinnovato clima di fiducia e collaborazione, una virtuosa alleanza tra capitale e lavoro […] in un mondo ragionevolmente destinato a sopportare frequenti cause di instabilità» (p. 57). Più in generale, il Libro Bianco fa sua l’inestinguibile insofferenza imprenditoriale per i vincoli nel trattamento della manodopera: «anche dopo le recenti innovazioni apportate dalle leggi Treu e Biagi è palese l’insofferenza verso un corpo normativo sovrabbondante e ostile che, pur senza dare vere sicurezze a chi lavora, intralcia inutilmente il dinamismo dei processi produttivi e l’innovazione nella organizzazione del lavoro» (p. 19).<br />
2) Sul piano della regolazione del mercato del lavoro, si dà per scontato che la precarietà occupazionale debba essere portata alle estreme conseguenze, salva la consueta evocazione della chimera della <em>flexicurity</em>: «da una concezione statica di tutela del singolo posto di lavoro si deve definitivamente passare alla promozione della occupabilità della persona avviando, come già ipotizzato dalla legge Biagi, la costruzione di una rete di tutele sul mercato che preveda il coinvolgimento del mondo associativo e degli enti bilaterali e una maggiore attenzione al potenziamento delle competenze del lavoratore tale da consentirgli di prevenire e gestire al meglio le criticità nelle transizioni occupazionali» (p. 34).<br />
3) Sul piano delle relazioni industriali, il superamento dell’antagonismo fra capitale e lavoro viene tradotto in una riconfigurazione della struttura della contrattazione collettiva (già iniziata con l’accordo separato del 15 aprile scorso), aprendo uno spazio anche alla contrattazione individuale: «Una più marcata dinamica dei redditi da lavoro e una più efficiente distribuzione della ricchezza attraverso i salari si realizzano […] – anche in condizioni di crescita bassa o negativa – garantendo uno spazio adeguato alla contrattazione collettiva aziendale e, nel quadro di questa, anche ad accordi individuali» (p. 56).<br />
4) Sul terreno del Welfare, si annuncia la definitiva transizione verso lo Stato sociale minimo: un Welfare residuale, confinato al trattamento della povertà assoluta: «La povertà assoluta non va […] confusa con la povertà relativa. La prima indica la parte della popolazione che vive al di sotto del minimo vitale e perciò sollecita interventi tempestivi e diretti per rimuoverla. La seconda è utile a monitorare il livello delle disuguaglianze dei redditi per le necessarie politiche correttive» (p. 46). È come dire che la povertà relativa diventa oggetto di un interesse meramente futuro ed eventuale. Si incentiva inoltre l’intervento privato nella prestazione di servizi sociali, sulla base del «rigoroso postulato della centralità della persona nel nuovo <em>Welfare</em>» (p. 52), che il Governo rigorosamente interpreta, in chiave neo-liberale, come centralità del mercato.<br />
Il repertorio di rappresentazioni della società e del lavoro sul quale il Libro Bianco si fonda è dunque in piena continuità con la dogmatica economica che ha veicolato la crisi. In particolare, i presupposti delle innovazioni annunciate dal Libro Bianco nella regolazione del lavoro – in un momento storico in cui appare evidente che la proprietà e l’impresa tornano a essere un ostacolo alla libertà e alla dignità delle persone – sono la reiterazione di tutte le principali illusioni alimentate dalla vulgata funzionalista del postfordismo:<br />
1) L’illusione che l’organizzazione dell’impresa e del lavoro sia attraversata da un continuo e profondo rinnovamento, innervato da tecnologie intrinsecamente dotate di potenziale emancipativo: «I modelli organizzativi d’impresa hanno conosciuto innovazioni radicali che segnano la definitiva transizione verso una economia della informazione e della conoscenza» (p. 13);<br />
2) l’illusione di una maggiore partecipazione e di un guadagno di autonomia degli esecutori nei processi produttivi: «Aumenta l’autonomia del lavoratore nella realizzazione delle proprie mansioni e progressivamente si stemperano i rigidi vincoli di subordinazione gerarchica e funzionale» (ibidem);<br />
3) l’illusione che la segmentazione dei cicli produttivi, le esternalizzazioni e le delocalizzazioni siano scelte di efficienza: «Risulta oggi più efficiente per ciascun operatore concentrarsi sulla propria attività principale e approvvigionarsi, in qualunque parte del mondo, da soggetti terzi dotati di un prezioso <em>know how</em> immateriale ed organizzativo» (ibidem).<br />
In un panorama nel quale la regolazione flessibile del lavoro è interpretata dalle imprese come massimizzazione dei livelli di costrittività, di queste illusioni si sono nutrite e continuano a nutrirsi le proposte di riforma periodicamente avanzate da giuslavoristi<strong>[4]</strong> (e più recentemente da economisti<strong>[5]</strong>) in cerca di visibilità, “novelli legislatori”<strong>[6] </strong>le cui argomentazioni sono diventate, nel volgere di qualche anno, la chiave di volta delle “riforme” adottate dalle varie maggioranze parlamentari.<br />
In assenza – e in attesa – di un’adeguata rappresentanza politica del lavoro in Italia, il miglior contributo che può venire dalle scienze sociali alla difesa del lavoro è forse proprio nell’evitare di alimentare la retorica del <em>nuovo</em>, e cercare piuttosto di sollecitare un ripensamento, che metta in discussione le mitologie postfordiste e – difendendo innanzitutto quel che resta della tutela del reddito e dell’occupazione – si orienti a risalire il piano inclinato della flessibilità.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">* Università del Salento</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">[1] Si cita dalla versione pubblicata alla <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/376B2AF8-45BF-40C7-BBF0-F9032F1459D0/0/060509BozzaLibroBianco6maggio2009_DEF12.pdf">pagina web del ministero</a>.<br />
[2] V., sinteticamente, G. Altieri (a cura di), Un mercato del lavoro atipico. Storia ed effetti della flessibilità in Italia, Ediesse, Roma 2009.<br />
[3] Su questi aspetti, v. ad es. L. Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari 2007.<br />
[4] V., per tutti, P. Ichino,Il lavoro e il Mercato. Per un diritto del lavoro maggiorenne, Mondadori, Milano 1996.<br />
[5] V., ad es., T. Boeri e P. Garibaldi, Un nuovo contratto per tutti, Chiarelettere, Milano 2008.<br />
[6] Li definiva così L. Castelvetri, “Contratto di lavoro e qualità totale”, in Rivista giuridica del lavoro, 1998, 3, pp. 431-59.</h6>
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		<title>Le pensioni di Alesina</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 09:38:04 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="390" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donna_lavoro_spalle_390.jpg" height="292" style="width: 265px; height: 217px" />Con frequenza ossessiva dalle colonne de <em>Il Sole 24 Ore</em> il tridente Tabellini, Perotti e Alesina attribuisce molti mali del paese alla troppo bassa età di pensionamento, tesi ripetuta da Alberto Alesina nel suo editoriale del 14 marzo. Beninteso, il benaltrismo è un vizio odioso, ma lo è altrettanto il riduzionismo che sfocia nel semplicismo. “Le donne italiane al lavoro tra i 55 e i 64 anni – argomenta il docente di Harvard – sono circa il 23% del totale. In Svezia il 70% delle donne di quell’età lavora, negli Stati Uniti il 50%. La media europea (Ue-15) è di circa il 41%. Per gli uomini nella stessa fascia di età le quote sono 46% in Italia, 76% in Svezia, 58% nella media Ue e 70% negli Stati Uniti (dati Ocse 2007)”. Ineccepibile, così come il fatto che ciò accade per tutte le altre fasce d’età, con la sola eccezione dei maschi della fascia d’età centrale. Il tasso di occupazione fra i 15 e i 54 anni (occupati 15-54 su popolazione con più di 15 anni) nel 2007 è 69% per l’Italia (donne 57%) contro 76% (71%) della Francia, 79% (74%) della Germania, 77% (68%) della Spagna, 81% (79%) della Svezia (dati di fonte Ilo). Quindi il problema di cui parla Alesina ha un carattere ben più generale. Le donne, in particolare, lavorano in poche in tutte le fasce d’età e Alesina usa inappropriatamente i dati nell’attribuire alla “bassa” età pensionistica i bassi tassi di occupazione femminili per le over-55 (come mi ha prontamente segnalato Antonella Stirati). Uno studente sarebbe stato sgridato per aver utilizzato in maniera così frettolosa i dati. Il gap con gli altri paesi è forse più elevato per gli over-55, come peraltro per i giovani, ma per costoro è notoriamente più difficile trovare una occupazione una volta persa o mai avuta. Certo, v’è, per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, la possibilità di andare in pensione relativamente presto, e alcuni privilegi accordati dalla DC al pubblico impiego gridano ancora vedetta. Privilegi, peraltro, mai accordati agli operai per i quali il sistema pensionistico ha svolto in Italia la funzione di supplire all’assenza di ammortizzatori sociali, ad esempio quando negli anni ’80 centinaia di migliaia di lavoratori furono espulsi dal ciclo produttivo. Il pensionamento anticipato ha anche funto da generatore di posti di lavoro per i giovani, ma naturalmente qui Alesina dissentirà, ritenendo che un sistema economico sufficientemente flessibile garantisce occupazione per tutti coloro che siano effettivamente disponibili a lavorare al salario di mercato. Purtroppo ragioni teoriche (come i risultati della controversia sulla teoria del capitale e la lezione keynesiana) ed empiriche ci inducono a ritenere che Alesina abbia torto: l’ammontare dei posti di lavoro creati dipende essenzialmente dalla domanda aggregata, nel breve come nel lungo periodo, e non dalla flessibilità dei salari. Se la domanda è scarsa i posti di lavoro sono pochi e i pensionamenti liberano posti ai giovani.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Certo, questo non è il miglior metodo di trovare una occupazione ai più giovani. Ma allora, caro Alesina, dovremmo piuttosto prendercela con l’assenza di una seria politica economica per la piena occupazione, e concentrarci dunque sulle esigenze di coordinamento tra le politiche dei paesi europei e tra politiche fiscali e monetarie (forse questo ora lo riconoscono la maggior parte degli economisti, ma gli economisti non allineati alla teoria dominante lo denunciano da un bel po’). E in quanto agli ammortizzatori sociali e alla “montagna di debito pubblico” che tanto l’assilla, perché non coglie l’opportunità di essere <em>columnist </em>del <em>Sole</em> per denunciare l’evasione fiscale dovuta al parassitismo di tanti “topi nel formaggio”, per evocare Paolo Sylos Labini? Puntiamo alla piena occupazione e cerchiamo di pagare tutti le tasse e dunque pagarle ciascuno un po’ meno. Solo allora potremmo, eventualmente, dare un qualche credito ai discorsi sull’aumento dell’età pensionabile. Anche se, finché parliamo di operai, la cosa continuerà ad essere improponibile. Basti sostare qualche minuto in una fabbrica per capire perché.</p>
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		<title>La riforma del TFR nell’era del giudizio</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 07:31:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il 2008 è stato il primo anno a regime della riforma del TFR introdotta nel 2007. E’ naturalmente facile lasciarsi andare a semplici ironie visti i chiari di luna dei mercati finanziari. Cerchiamo invece di fare una valutazione più complessiva.
1. Le ragioni della riforma
La riforma prevedeva, com’è noto, il trasferimento su base volontaria – ma col [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/anziani.jpg" height="175" style="width: 300px; height: 216px" />Il 2008 è stato il primo anno a regime della riforma del TFR introdotta nel 2007. E’ naturalmente facile lasciarsi andare a semplici ironie visti i chiari di luna dei mercati finanziari. Cerchiamo invece di fare una valutazione più complessiva.<br />
<strong>1. Le ragioni della riforma</strong><br />
La riforma prevedeva, com’è noto, il trasferimento su base volontaria – ma col principio del silenzio assenso – del TFR maturando ai fondi pensione, negoziali o “aperti”, limitatamente al solo settore privato. Il TFR era già una forma di risparmio gestito (dall’impresa stessa). Con la riforma se ne è dunque trasformata l’amministrazione affidandola ai fondi pensione. Se il TFR rimane in azienda, lo si presta direttamente alla propria impresa; se lo si affida ai fondi lo si presta all’insieme delle imprese, ma nulla cambia a livello macroeconomico<strong>[1]</strong>.<br />
Qualche effetto macro si può invero verificare per la parte di TFR lasciata nelle aziende con più di 50 addetti e che viene deviata presso il Tesoro, ma questo non c’entra nulla coi fondi pensione.  Perché dunque si è voluta la riforma?<br />
Il suo scopo principale è la trasformazione di una forma di risparmio gestito che non aveva precipue finalità previdenziali in previdenza complementare nella speranza che ciò possa compensare il calo delle pensioni che si avrà con la progressiva andata a regime della riforma Dini. L’idea è che con la riforma del TFR i lavoratori potrebbero così mantenere la pensione che avevano prima della riforma Dini, poiché il minor importo della pensione sarebbe compensato dalla trasformazione del TFR in previdenza complementare con i suoi presunti più elevati rendimenti. Si trascura tuttavia il dato elementare che prima della riforma Dini un lavoratore poteva contare su una più alta pensione pubblica <em>più il TFR</em>, con i suoi modesti ma sicuri rendimenti (l’1,5% più il 75% del tasso di inflazione), mentre adesso può solo sperare che la trasformazione del TFR in previdenza complementare assicuri la sola stessa pensione pubblica di prima al prezzo di <em>una perdita secca pari all’intero ammontare del TFR</em>.<br />
Ma anche sui presunti maggiori rendimenti v’è molto da ridire. In realtà, essi dipendono dal fatto che le imprese che “perdono” il TFR sono risarcite più che abbondantemente dallo Stato con cospicui sgravi fiscali, che costeranno allo Stato circa 0,5 miliardi all’anno<strong>[2]</strong>. Sicché in ultima analisi saranno i contribuenti (e specialmente i più solerti tra essi, ossia i lavoratori dipendenti) a pagare i presunti maggiori rendimenti del fondi. Per contro, sebbene sia logico ritenere che i fondi presteranno il TFR alle imprese a tassi più elevati di quelli che le imprese stesse dovevano corrispondere sul TFR di cui disponevano in precedenza, è altrettanto logico supporre che saranno proprio i fondi a lucrare la gran parte della differenza. Di conseguenza, fatti i conti, i lavoratori potrebbero finire per rimetterci.<br />
Insomma, la riforma del TFR non muta nulla dal punto di vista macroeconomico e neppure dal punto di vista del singolo lavoratore. Le sole a guadagnarci saranno imprese finanziarie private e sindacalisti che gestiranno un cospicuo stock di risparmio (il patrimonio dei fondi negoziali nel 2007 era di 11,5 miliardi di euro, ma questo crescerà di parecchi miliardi all’anno con l’andata a regime della riforma).<br />
<strong>2. Risultati della riforma: adesioni</strong><br />
Il numero dei lavoratori dipendenti del settore private affiliati a un fondo pensione è cresciuto da 2,16 milioni della fine del 2006 a 3,6 milioni a ottobre 2008, un aumento del 65,9% realizzato soprattutto nel 2007, l’anno della riforma<strong>[3]</strong>. La maggior parte dei nuovi aderenti (834 mila su un complesso di 1.440 mila nuovi membri) ha optato per i fondi negoziali. Nel complesso, includendo anche i lavoratori autonomi, il numero totale degli aderenti ai fondi è cresciuto da 3,2 milioni a 4,8 milioni, un aumento del 50,8%.<br />
Considerando i soli settori dove i fondi pensione sono pienamente operativi (circa 8 milioni di lavoratori) la Covip stima cifre di adesione ai fondi contrattuali da parte dei lavoratori dipendenti di questi settori che oscillano attorno al 30%. La cifra aumenterebbe se si includessero anche gli aderenti ad altre forme di previdenza complementare. L’obiettivo del governo Prodi del 40% di adesioni è stato dunque avvicinato. Altri autori hanno tuttavia suggerito che se si considerasse l’insieme del lavoro dipendente il tasso di adesione scenderebbe assai (3,6 milioni di aderenti su 13 milioni di lavoratori dipendenti dà il 27,7%)<strong>[4]</strong>. I tassi di adesione sono più elevati dove la sindacalizzazione è più forte, dunque nelle imprese di maggiore dimensione. Lì il sindacato ha potuto esercitare la persuasione più efficace e le imprese hanno potuto fare meno pressione sui lavoratori affinché trattenessero il TFR in azienda.<br />
I lavoratori hanno fatto nella totalità una scelta consapevole: solo in 60 mila hanno aderito con la formula del silenzio-assenso. Ciò nonostante disinformazione e analfabetismo finanziario, che sono spesso indicati come la causa principale della mancata adesione ai fondi pensione. Ciò va valutato alla luce di quanto un sostenitore delle riforme pensionistiche, Roberto Perotti, ha scritto sul <em>Il Sole 24 Ore</em> (30-11- 2008) a proposito della mancata previsione della crisi finanziaria da parte degli economisti: “[questi] sono stati presi alla sprovvista, in gran parte perché la conoscenza di importanti dettagli, molto tecnici ma fondamentali, non è percolata in tempo dagli esperti di settore ai macroeconomisti”. Chissà perché dovrebbe “percolare” più facilmente a Cipputi.<br />
<strong>3. Risultati della riforma: rendimenti</strong><br />
La tabella 1 illustra i risultati finanziari del fondi pensione negoziali e aperti nel periodo 1999-ottobre 2008 e li confronta coi risultati del TFR. La Covip ritiene soddisfacente il rendimento complessivo sul periodo 2003-2007, sebbene nel 2007 i rendimenti dei fondi peggiorino rispetto al TFR, per poi sprofondare nel segno negativo nel 2008 in seguito all’attuale crisi finanziaria. La Covip da un lato rassicura che solo una infima minoranza dei fondi deteneva valori trascurabili di titoli “tossici” e, dall’altro, sostiene che la redditività dei fondi pensione va giudicata nel lungo periodo, anche tenuto conto dei vantaggi fiscali loro accordati e del contributo del datore di lavoro a coloro che hanno devoluto volontariamente il TFR ai fondi.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="555" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/cesaratto-tfrnew1.JPG" height="498" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Circa la redditività nel lungo periodo, tuttavia, la media 1999-2007 da noi calcolata e riportata in tabella mostra come la redditività del TFR non sfigura a confronto di quella dei fondi. Se si include il 2008, il TFR batte ambedue i tipi di fondi. Circa i vantaggi fiscali questi sono certamente cospicui. Va però segnalato che: (a) essi sono assai regressivi: si può detrarre dall’imponibile Irpef contributi fino a 5.164 € laddove il TFR conferito da un operaio ha approssimativamente il valore di uno stipendio (1250€ giusta i dati di <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-condizione-economica-dei-lavoratori/">Antonella Stirati</a>, www.economiaepolitica.it), e anche in sede di montante finale, più si è accumulato, più si ottengono sconti fiscali;  (b) i mancati introiti fiscali dovuti a questi sgravi sono finanziati in gran parte dagli stessi lavoratori. Ammesso dunque, e non concesso, che il lavoro dipendente avesse un po’ più di rendimento rispetto al TFR, si tratterebbe giusto di quel che ha pagato come maggiori imposte per gli sgravi alle imprese e i vantaggi fiscali al ceto medio-alto.<br />
<strong>4. Stelle comete</strong><br />
Circa il contributo datoriale che si aggiunge al TFR devoluto alla previdenza complementare, ciò che appare sorprendente è l’inclusione di quest’ultimo da parte dei fondi negoziali nel calcolo del rendimento (non però da parte della Covip nei dati della tab. 1)<strong>[6]</strong>. Il contributo aggiuntivo del datore di lavoro è chiaramente una quota del salario differito del lavoratore concessa in sede di contratti di lavoro in luogo di aumenti del salario diretto e in nessun senso può essere considerato come un rendimento dei fondi. La tabella 2 riproduce una simulazione di Cometa (il fondo dei metalmeccanici) pubblicata da <em>Il Sole</em> (supplemento <em>Plus 24</em>, 29.11.2008) che esibisce un rendimento sul periodo 1999-2008 del 20,27% ottenuto includendovi appunto il contributo della azienda, contro un rendimento del TFR del 10,4%. Se tuttavia si rifanno i conti considerando il contributo aziendale come una ulteriore parte del salario del lavoratore devoluta ai fondi, il rendimento scende a 6,8%, ben sotto il TFR.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="484" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/cesaratto-tfrnew2.JPG" height="438" /></p>
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<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><strong>5. Finale della favola e una proposta<br />
</strong>Gli economisti chiamano il sistema dei fondi pensione “fully funded”, ovvero totalmente autofinanziato. Pare che invece il nostro governo abbia l’intenzione di intervenire a sostenere le pensioni private di coloro che si pensionano nel periodo 8/2008-8/2009 (almeno per la quota relativa al TFR versato), sperando che poi passi la “nuttata”. Tutto ciò suona come una clamorosa smentita per tutti coloro che hanno sinora decantato l’autosufficienza finanziaria dei sistemi a capitalizzazione.<br />
Perché i sindacati non hanno lottato perché fosse rafforzato il rendimento del TFR in azienda, portandolo ad es. al 2% annuo con copertura al 100% dall’inflazione e con la possibilità di trasformazione in vitalizio a condizioni favorevoli al pensionamento? Si fa sempre in tempo, solo gli sciocchi non cambiano mai idea.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[1]</strong><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> E’ peraltro priva di fondamento la tesi che la destinazione del TFR ai fondi pensione danneggerebbe il sistema economico italiano perché il risparmio dei lavoratori sarebbe portato all’estero. Per un economista <em>rigorosamente</em> keynesiano i risparmi non sono una grandezza che va a spasso per il mondo. Su questo e altro v. S. Cesaratto, <em>Invecchiamento della popolazione e questione pensionistica</em>, “Economia e società regionale”, vol. 99, 2007. Sull’economia delle riforme pensionistiche: Id., <em>The Transition to Fully Funded Pension Schemes: A non-Orthodox Criticism</em>, “Cambridge Journal of Economics”, <span style="color: black">30, 2006.</span></span></span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> </span></span></span></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[2]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> Chiorazzo e Dilani, Imprese ben compensate, <em>la voce</em>,<em> </em>25.01.2007, (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina2552.html">www.lavoce.info/articoli/pagina2552.html</a>).</span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[3]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> Dati Covip, 2008, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.covip.it/homepage.htm">www.covip.it/homepage.htm</a>.<o></o></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[4]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> <span style="font-size: 10pt; color: windowtext; font-family: 'Times New Roman'"><span style="color: black"><span>Boeri</span></span></span><span style="color: black"> Zingales, Indipendenti sono le autorità o i numeri?, <em>la voce,</em> 20.9.2007 (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000045.html">www.lavoce.info/articoli/pagina1000045.html</a>).<o></o></span></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[5]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> Cesari, Grande e Panetta, Quel vantaggio molto fiscale, <em>la voce</em>, 19.06.2007, <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina2777.html">http://www.lavoce.info/articoli/pagina2777.html</a>.</span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[6]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> Tale contributo è nella misura del 10/15% del TFR (ovvero poco più dell’1% dello stipendio lordo) e lo si ottiene se anche il lavoratore aggiunge al TFR una cifra analoga.</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>A destra e a sinistra dell’età pensionistica</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 13:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Pensioni e welfare]]></category>

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		<category><![CDATA[occupazione di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo scorso novembre la Corte di giustizia europea bocciò le modalità di ritiro differenziato donne/uomini nel comparto pubblico e nella lettera del 13-1-09 il governo si è impegnato a riformare il sistema. A dicembre Brunetta colse l’occasione per avanzare cifre fantasiose di aumenti occupazionali che risulterebbero dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. La principale obiezione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="276" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donnalavoro.jpg" height="176" />Lo scorso novembre la Corte di giustizia europea bocciò le modalità di ritiro differenziato donne/uomini nel comparto pubblico e nella lettera del 13-1-09 il governo si è impegnato a riformare il sistema. A dicembre Brunetta colse l’occasione per avanzare cifre fantasiose di aumenti occupazionali che risulterebbero dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. La principale obiezione è proprio nella diminuzione di opportunità di lavoro per i giovani. Non si deve tuttavia rifiutare ogni ipotesi di riforma se le risorse resesi disponibili andassero direttamente a creare occupazione femminile e incrementare i servizi sociali.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><em>1. Cifre in liberta&#8217;</em></p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Come reazione alla sentenza europea il ministro Brunetta dichiarò (<em>La Repubblica</em> 15-12-08) che secondo un calcolo del Partito radicale le risorse liberate dalle pensioni ammonterebbero a 7 miliardi di euro da cui ”fatti due conti”, si potrebbero creare 2,5 milioni di posti di lavoro nei servizi e il tasso di occupazione si innalzerebbe di circa 10 punti. Non è serio che un ministro della Repubblica avanzi cifre in questo modo, citando fonti la cui attendibilità è appena superiore a quella di <em>Topolino</em>. Comunque, “fatti due conti”, creare un posto di lavoro costerebbe duemilaottocento euro, si presume di sgravi fiscali ai datori di lavoro, ma anche di incentivi sulla busta paga per stimolare l’offerta di lavoro femminile secondo quanto suggerito da Alesina e Ichino (<em>Il Sole</em> 19-12-2008). Francesco Forte (<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.loccidentale.it/">http://www.loccidentale.it/</a>) ha avanzato cifre simili. Queste prese di posizione appaiono banalizzare il problema dell’occupazione, come se davvero potesse essere risolto innalzando l’età pensionistica. Nella lettera  a Bruxelles inviata il 13 gennaio il governo si è impegnato a equiparare “con la dovuta gradualità” l’età pensionabile nel pubblico impiego. Ma l’obiettivo sarà forse più ampio.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><em>2. Età pensionistica e occupazione</em></p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">La tabella 1 mostra come in Italia l’età effettiva di pensionamento sia più bassa che negli altri paesi europei (con l’eccezione della Francia): 60,4 per maschi e femmine e 59,8 anni per le sole donne contro una media europea rispettivamente di 61,5 e 61,1. La medesima tabella illustra come assai più bassi sono anche i tassi di occupazione dei lavoratori maturi (oltre i 55 anni), in particolare quelli femminili. In Italia, bassi tassi di attività dei lavoratori maturi sono associati a ridotti tassi di attività in generale (48,9% contro, ad esempio, il 56,3% della Francia, per non parlare del 71,1% della Svezia), ma questo non significa che i primi implichino i secondi poiché in Italia i tassi di occupazione sono bassi pressoché in ogni fascia di età, come si evince dalla tabella. Anche la tesi che l’elevato prelievo previdenziale sia causa della bassa occupazione può essere ribaltato sostenendo che, più plausibilmente, è la bassa occupazione a fare in modo che una ristretta base occupazionale sia caricata di oneri fiscali e contributivi indubbiamente elevati, i quali sono un effetto più che una causa. Le ragioni dei bassi livelli occupazionali sono da ricercarsi in problemi antichi e strutturali, aggravati dal contesto deflativo della politica economica europea. Per questo motivo <em>la principale obiezione</em> all’aumento dell’età pensionistica diventa quello di non diminuire ulteriormente i posti di lavoro disponibili per i più giovani. Certo, la piena occupazione e non il pensionamento anticipato sarebbe la soluzione migliore<strong>[1]</strong>.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="514" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/cesaratto-new-640x480.JPG" height="480" /></p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Una <em>seconda obiezione</em> è che molte occupazioni sono usuranti soprattutto se si è cominciato a lavorare molto presto, mentre le attese di vita sono inferiori rispetto ad altre mansioni. Questo è certamente vero soprattutto per gli operai, mentre sarei più cauto per altre funzioni in cui l’insofferenza per il lavoro può dipendere da fattori culturali da non giudicarsi sempre positivamente (particolarmente nel pubblico impiego), ma su cui “certa sinistra” flirta. L’assenza di servizi sociali adeguati di cura e assistenza a figli e anziani e la disorganizzazione specialmente delle grandi città sul piano dei trasporti, oltre che la nota scarsa partecipazione dei maschi italiani agli impegni domestici, rende certamente il lavoro più gravoso per le donne. Si scaricano però qui sul sistema pensionistico, di nuovo, inefficienze che andrebbero comunque affrontate.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">In sintesi, in Italia esiste un problema pensionistico come risultato dei bassi tassi di attività e occupazione, tanto che l’aumento dell’età pensionistica potrebbe solo aggravarli. L’aumento delle risorse sociali messo a disposizione dalla piena occupazione consentirebbe di pagare a tutti pensioni più dignitose dando al contempo a ciascuno margini di flessibilità nello scegliere l’età pensionistica anche attraverso forme morbide e socialmente utili di transizione fra lavoro e pensionamento. La piena occupazione è tuttavia scomparsa dai programmi politici.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">L’argomento con cui si vuol far digerire l’aumento dell’età pensionabile è che la prospettiva di una permanenza più lunga delle donne incentiverebbe l’investimento del datore di lavoro e della stessa lavoratrice sulla propria carriera, oltre che farle maturare una pensione più alta. Una obiezione è che già ora è possibile proseguire l’attività lavorativa sino a 65 anni<strong>[2]</strong>, come i maschi, anche se si è conseguito il diritto alla pensione di vecchiaia, e molte donne lo fanno per incrementare la propria anzianità contributiva: infatti: solo il 44% delle lavoratrici pubbliche va in pensione con meno di 60 anni (dati Inpdap, <em>Il Sole</em> 14-12-08) e tale numero si ridurrà progressivamente con l’operare degli “scalini” Prodi-Damiano. Le pensioni di vecchiaia a 60 anni riguardano dunque numeri relativamente piccoli. Circa l’impatto sfavorevole del privilegio femminile di ritirarsi a 60 anni sulle loro carriere si può ricordare come molti studi indichino che tali discriminazioni siano indipendenti da fattori di questo tipo (per cui le scelte di ritiro prematuro, ove occorrano, sono più effetto che causa dello scarso investimento individuale e del datore di lavoro sulle carriere femminili).</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><em>3. Opporsi “a prescindere”?</em></p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Ci si deve comunque opporre all’aumento dell’età pensionistica femminile, fatte salve le mansioni operaie? Non potrebbero i presunti risparmi di spesa previdenziale trovare qualche utile impiego? <em>Il Sole</em> (14-12-08) ci informa che l’innalzamento della pensione di vecchiaia delle impiegate pubbliche a 62 anni frutterebbe da 1,3 a 1,8 miliardi<strong>[3]</strong>. Dal <em>punto di vista del complesso della spesa pubblica</em> (di cui la spesa previdenziale è parte) tali risparmi sono assai dubbi in quanto un pensionato costa allo Stato meno di un dipendente in servizio, a meno che questo venga rimpiazzato<strong>[4]</strong>. Ciò che l’aumento dell’età pensionistica eviterebbe è l’aumento del <em>rapporto fra spesa pensionistica</em> (la quale aumenterebbe) <em>e PIL</em> (il quale diminuirebbe perché c’è una lavoratrice in meno, o rimarrebbe costante se tale lavoratrice venisse rimpiazzata). La sinistra potrebbe allora appoggiare una manovra che destinasse tale mancato aumento alla creazione di ulteriori <em>posti di lavoro pubblici</em> destinati alle donne nei servizi sociali, asili, ecc. creando un apposito fondo presso l’Inpdap. Si noti che questa non è la medesima proposta di Alesina e Ichino che si basa sull’impiego dei risparmi di spesa previdenziale per incentivare domanda e offerta di lavoro <em>nel mercato</em>. La nostra sfiducia nella reazione automatica delle forze di mercato agli incentivi ci fa ritenere che la creazione di posti di lavoro possa essere assicurata solo con la creazione diretta di occupazione da parte dell’operatore pubblico.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[1]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> Secondo Cazzola (<font color="#800080"><a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.loccidentale.it/">www.loccidentale.it</a></font>, 5-1-09), tuttavia, “proprio le norme di innalzamento dell’età legale di vecchiaia (salita dal 1993 al 2000, da <st1 ProductID="55 a" w:st="on"></st1>55 a 60 anni) hanno largamente contribuito a determinare, negli ultimi anni, un forte incremento dell’occupazione femminile nella fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni e più in generale delle lavoratrici over <st1 ProductID="50”" w:st="on"></st1>50”. Tale incremento si è avuto però in tutte le fasce d’età in seguito all’aumento dell’occupazione femminile di un milione di unità, quasi 300 mila nella fascia in oggetto. Da segnalare che fra il 2001 e il 2007 l’occupazione <em>assoluta</em> nella fascia d’età<span>  </span>25-34, più motivata e istruita, sia invece rimasta stabile, nonostante un tasso di occupazione ancora relativamente basso (in questa fascia, infatti, l’aumento del tasso di occupazione è dovuto a una cospicua diminuzione dell’offerta di lavoro in seguito al calo demografico). Senza stabilire frettolose correlazioni, un effetto spiazzamento dovuto all’accrescimento dell’età pensionabile non è da escludere.<o></o></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[2]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> Più due anni, da poco concessi a facoltà dell’amministrazione in contraddizione con l’obiettivo proclamato da Brunetta.<o></o></span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[3]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> Secondo Cazzola (cit.), che richiama elaborazioni riservate dell’Inps (alla faccia della trasparenza del dibattito pubblico):<strong> </strong>“sarebbe sufficiente elevare a 62 anni (in due tranche, entro il 2013) il requisito anagrafico di vecchiaia per le lavoratrici …per consentire il recupero, nell’arco temporale compreso tra il 2009 e il 2013, buona parte di quei di 7,5 miliardi di euro cumulati che verranno a mancare per effetto del nuovo requisito di anzianità, meno rigoroso, previsto nella legge n.247 del <st1 ProductID="2007”" w:st="on"></st1>2007”. Cazzola si riferisce evidentemente a un aumento dell’età pensionabile sia nel settore pubblico che in quello privato, come indicato nella sua proposta di legge alla Camera (n.1299, 16-6-08). La proposta di Cazzola (<em>Sole</em> 13-1-09), che potrebbe fare da base alle proposte del governo, è di introdurre <em>per tutti</em> in maniera flessibile la scelta di pensionamento fra 62 e 67 anni (con penalizzazioni per chi si ritira prima), almeno per chi rientra nel contributivo, preceduta da un aumento graduale al 2013 della vecchiaia a 62 anni per le donne che rientrano nel retributivo. Questa proposta potrebbe risultare vincente sull’aumento a 65 anni della pensione di vecchiaia in quanto svantaggioso per le donne che solo in minima parte raggiungono i minimi contributivi per la pensione di anzianità, come invece accade per gli uomini.</span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><o></o> </span> <span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"><br />
<strong>[4]</strong></span></span></span></span></span><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial"> Da una parte il governo sembrerebbe intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti pubblici. <st1 ProductID="La Repubblica" w:st="on"></st1><em>La Repubblica</em> (14-10-08) ci informa così che in base all’articolo 72 del DL 112/2008, regolamentato da una circolare di Brunetta del 20-10, si incentivano i dipendenti pubblici a starsene a casa a stipendio ridotto, in contraddizione con l’obiettivo declamato di farli lavorare più a lungo. Dall’altra parte il fatto che il numero di dipendenti pubblici negli ultimi anni sia rimasto pressoché<span>  </span>costante (3.640 mila nel 2000, 3.632 mila nel 2006 secondo l’ILO) può far supporre che in barba ai blocchi delle assunzioni i dipendenti pubblici siano stati sinora rimpiazzati.</span></p>
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