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	<title>Economia e Politica &#187; Primo Piano</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Mon, 14 May 2012 09:58:35 +0000</pubDate>
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		<title>Finanza, spread, pensioni… storie di italica follia</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/images-3.jpg" height="147" width="219" />La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di investimento, come scegliere se finanziarsi con debito o mezzi propri, come misurare il costo del capitale, come misurare il  valore creato da un’acquisizione o da un investimento in fondi comuni, come gestire i rischi.  Uno dei recenti decreti del Miur, attuativo della riforma Gelmini, ha appena declassato il settore scientifico-disciplinare <em>SECS-P09 - Finanza aziendale</em>, accorpandolo, a fini di reclutamento del personale docente, in uno più grande (come numero di docenti appartenenti)  e pre-esistente (quello della vecchia <em>Tecnica bancaria</em>, oggi <em>Economia degli Intermediari finanziari</em>), decretandone di fatto la sorte futura, in termini di sviluppo della ricerca, della didattica,  e dei ricercatori/docenti che le praticano, che è poi la sorte, di manzoniana memoria, del  vaso di coccio destinato a viaggiare tra i vasi di ferro, del nuovo e debole che non avanza se destinato a sgomitare (dati  il corporativismo della casta accademica e il trend decrescente dei fondi assegnati all’università per il personale) tra il consolidato e numericamente forte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La classificazione dei saperi e degli ambiti di ricerca non è neutrale rispetto alle loro prospettive di sviluppo: la delimitazione dei campi, soprattutto al fine di allocare le risorse, consente ai nuovi saperi  di svilupparsi e crescere, senza dover lottare e forse soccombere rispetto a saperi (e relative corporazioni) più consolidati e potenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questo è accaduto, nonostante una serie di fattori avrebbero dovuto sconsigliarlo fortemente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Primo fra tutti,  la dichiarata volontà dell’ ex ministro Gelmini di favorire l’internazionalizzazione dell’università italiana, di adeguare didattica e ricerca italiana agli standard internazionali dei paesi più evoluti. Una specie di mantra salvifico questo dell’internazionalizzazione della nostra accademia, che ha già prodotto svariati danni: la riforma del 3+2 del ministro Berlinguer (nel 1999) e la riforma Gelmini (nel 2010) fondano la loro ragion d’essere proprio su questo obiettivo dichiarato. Vale la pena di ricordare che in contesto  anglosassone (USA e UK), la Corporate Finance (termine inglese equivalente) è area scientifico-disciplinare autonoma e ben identificata dagli anni ‘30, oltreché presenza immancabile nella formazione universitaria<em> under </em>e<em> post graduate</em> di ogni <em>business school </em>degna di questo nome.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Secondo “fattore contro” sono i segnali chiari e forti, che emergono dal mondo delle imprese, dell’esigenza di competenze di finanza aziendale dei futuri manager, come ampiamente rivela un’indagine recente riportata da Il Sole 24 ore (Bassi, <em>Gestione dei rischi e finanza aziendale al top delle richieste</em>, 8 aprile 2011).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Terzo fattore, l’evidente carenza di competenze di Finanza aziendale che si coglie leggendo sui giornali di questi ultimi mesi le analisi della crisi  e le proposte di riforma di ministri, economisti e valenti commentatori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tre esempi sembrano eclatanti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Primo esempio.  Da più parti (a titolo di esempio Penati,  <em>La verità nascosta dietro lo spread</em>,  La Repubblica,  1 ottobre 2011) si spiega lo spread sui titoli di stato italiano, rispetto agli equivalenti tedeschi, uguale (o superiore) sui titoli a 1-2 anni rispetto a quelli a 10 anni come segue: i mercati assumerebbero che i rischi per l’Italia si concentrano in un futuro vicino, mentre “…<em>dopo,  non fa differenza</em>”. Da qui discenderebbe il senso di urgenza che dovrebbe guidare l’azione di governo nel fare presto le riforme, senza aspettare oltre:  urgenza che ha guidato la riforma del  governo tecnico e ha guidato parimenti la sua approvazione rapida, evitando in nome di questa urgenza modifiche da parte del parlamento o sulla spinta delle parti sociali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La finanza aziendale insegna che il tasso di rendimento sui  titoli comprende una parte che remunera il valore temporale del denaro (100 euro oggi non sono equivalenti a 100 euro tra un anno, perché nell’anno potrei guadagnare investendo in un investimento privo di rischio), e una parte che remunera il rischio che l’investimento comporta. Ora, ragionando in termini di spread dei rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli dei titoli tedeschi, la dinamica dello spread (da breve a lungo) dovrebbe essere attribuita alla componente “remunerazione del rischio”, perché la dinamica dei tassi privi di rischio, nell’ambito dell’Europa, dovrebbe essere omogenea e quindi già assunta nella dinamica dei tassi sui Bund<strong>[1]</strong>. Tuttavia,  va sottolineato che se lo spread  è costante (o decrescente) non significa che i titoli a maggiore scadenza sono considerati ugualmente (o meno) rischiosi, perché  il premio  per il rischio (supposto dal tasso) aumenta per effetto della capitalizzazione su un numero di anni maggiore. Quando attualizzo per esempio il flusso connesso al rimborso dei titoli fra dieci anni (ipotizziamo per semplicità titoli zero coupon), elevo a 10 anni sia la componente risk-free del tasso,  che la componente “compenso del rischio”  e quindi la correzione che opero per questa via sul flusso è maggiore, pur se lo spread è costante. A titolo di esempio, semplificando al massimo i calcoli, supponendo un tasso sui Bund a 2 anni del 4% e a 10 anni del 6% (cioè una struttura per scadenza crescente dei tassi privi di rischio),  e un tasso sui BTP italiani di corrispondente scadenza pari rispettivamente a 8%  e 9%, quindi uno spread decrescente da 4 (8% - 4%) a 3 (9% - 6%) punti percentuali, si può dimostrare che la penalizzazione che i titoli a 10 anni subiscono per effetto del rischio paese assegnato ai titoli dal mercato (rischio di insolvenza dell’Italia) è maggiore di quella dei titoli a 2 anni. Infatti, nel primo caso il flusso risk-adjusted è pari al 76% del flusso rischioso, contro il 93% nel secondo caso<strong>[2]</strong>. Analogamente, se anche ipotizzassimo uno spread a 10 anni ancora più basso (per esempio l’1%), il flusso risk-adjusted sarebbe del 91%, cioè una correzione che è ancora maggiore di quella dei titoli a 2 anni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Secondo esempio. Il ministro Fornero ha presentato (sul numero 10/2011 di <em>Italiani-Europei</em> e pubblicato per ampi stralci su La Repubblica del 26 novembre 2011) un suo studio sull’equità e sostenibilità del sistema pensionistico attualmente vigente in Italia, da cui parte il suo disegno di riforma del sistema pensionistico italiano. Ipotizza un sistema integralmente contributivo, che definisce oggettivo, e che porrebbe pari il valore attuale atteso dei benefici pensionistici ai quali l’individuo ha diritto (la somma oggi equivalente al valore complessivo dei trasferimenti previdenziali di cui l’individuo godrebbe data l’attuale aspettativa media di vita) al montante contributivo versato, dalla Fornero definito come saldo disponibile di un ipotetico conto corrente in cui l’individuo abbia depositato, senza mai ritirarli, i contributi previdenziali versati lungo la vita lavorativa. Definisce, il ministro, un indicatore (PVR= present value ratio) che rapporta, alla data della pensione, i due valori sopra definiti, precisamente il primo al secondo. Se l’indicatore è uguale a 1, il sistema è equo (oggettivamente equo, ci rassicura il ministro) e finanziariamente sostenibile dal punto di vista della comunità. Se maggiore di 1 privilegia il pensionato, a scapito delle generazioni future, se minore di 1 lo penalizza. La Fornero, basandosi sulle simulazioni svolte nel centro di ricerca CERP, dimostra che l’attuale sistema retributivo genera valori del PVR che vanno dall’ 1,5 al 3,5 a seconda dell’ente previdenziale considerato e quindi del tipo di mestiere del pensionato considerato: privilegerebbe, dunque,  oltre misura i lavoratori che vi appartengono, a scapito delle future generazioni, facendogli guadagnare tassi di rendimento rispettivamente del 50 e 250%. Lo studio ci pare presenti alcune lacune di metodo gravi, come chiaramente evidenziato già da alcuni (Jaccod, <a target="_blank" href="http://nonsolofinanza.posterous.com/">A proposito dei benefici pensionistici</a>):</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• il valore del PVR risulta molto sensibile al tasso utilizzato per calcolare montante e valore attuale, rispettivamente posti al denominatore e al numeratore del rapporto: quindi, non è un indicatore che possa essere definito oggettivo, come viene dichiarato. Un tasso maggiore riduce il numeratore (valore attuale delle pensioni future) e alza il denominatore (montante dei contributi versati). L’effetto,  inoltre,  non è uguale sulle due grandezze, perché le rendite hanno durata diversa. La sensibilità al tasso è infatti maggiore nel caso di una rendita di 40 anni (i contributi versati) rispetto ad una rendita di 15 anni (le pensioni attese). A titolo di esempio, passando da un tasso nominale (perché applicato a flussi nominali) del 2% ad uno del 4,5% e ipotizzando ammontari dei contributi e della pensione coerenti con gli attuali std retributivi di un lavoratore di medio reddito, il PVR passa da 1,7 a 0,85 , che significa che il nostro ex lavoratore di medio reddito si trasforma da pensionato privilegiato e affamatore delle generazioni future ad un lavoratore frodato dal sistema previdenziale;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• il tasso usato nelle simulazioni  è dell’1,5% reale, posto pari, viene detto, al tasso di crescita dell’economia (tasso definito come l’unico finanziariamente sostenibile). Ma perché, dal punto di vista dell’equità del singolo lavoratore, dovrebbe essere diverso dal costo opportunità del capitale (in finanza aziendale è definito come il tasso di rendimento di impieghi alternativi di pari durata e rischio) che l’individuo, singolarmente, avrebbe potuto lucrare investendo i contributi versati, e a cui rinuncia dopo il pensionamento, quando cioè comincia a prelevare mensilmente per campare?  In altre parole, perché convincerlo a versare i contributi all’INPS o all’INPDAP percependo solo un tasso reale dell’1,5% (non si capisce peraltro dallo studio quale tasso nominale sia stato usato) quando, da solo, avrebbe potuto investirli ad un tasso mediamente maggiore?  La media  dei  tassi medi annui risk-free EURIRS (per prestiti a 30 anni) nell’ultimo decennio è pari al  4,7%  e tassi nominali ben maggiori hanno lucrato i BTP di pari scadenza nei decenni precedenti;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• usa un tasso uguale per capitalizzare i contributi versati e per attualizzare le pensioni future da percepire: i flussi rispettivi non sono però omogenei e confrontabili in termini di rischio. I contributi versati, alla data del pensionamento, sono certi (e lo sarebbero anche gli interessi prodotti),  mentre incerti sono i flussi delle pensioni future. Sono incerti sia come durata (vita residua dopo la pensione del lavoratore e di eventuali familiari candidati alla reversibilità: usare la vita media attesa, determinata sulle tavole attuariali, come fa la Fornero,  non risolve affatto il problema dal punto di vista del singolo lavoratore),  che come ammontare; dopo la morte del lavoratore, infatti, l’entità delle somme percepite dipende dalla presenza e dal legame di parentela dei familiari su cui potrebbe scattare la reversibilità. Inoltre, rischi derivano per ammontare e durata delle pensioni future anche da cambiamenti futuri della legislazione pensionistica, se intaccassero anche i diritti acquisiti (come,  peraltro,  accade con questa riforma).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Cade,  con ogni evidenza,  la presunta oggettiva equità del sistema contributivo descritto, se non tiene conto correttamente ed analiticamente degli aspetti citati, a cui va aggiunta la necessità di considerare flussi al netto delle imposte, essendo le aliquote fiscali degli interessi sui contributi differenti dai prelievi sui pagamenti delle pensioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Terzo esempio.  Una critica recente bipartisan  è quella all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia mondiale. La finanza ne risulta demonizzata, come causa principale della crisi recente. Per misurare l’eccesso di finanziarizzazione si ricorre al confronto (si vedano, come esempi, Fumagalli, <em>Il diritto al default come contropotere finanziario</em>, <em>Il Manifesto</em>,  1 settembre 2011 e Panara, <em>Se la finanza si mangia l’economia,</em> <em>La Repubblica – Affari&amp;Finanza</em>, 23 gennaio 2012) tra PIL mondiale (74 mila miliardi di dollari nel 2010), valore del mercato obbligazionario mondiale (95 mila miliardi di dollari), valore delle borse mondiali (50 mila miliardi di dollari), valore dei derivati (466 mila miliardi di dollari) e si conclude che la finanza muove in aggregato 8 volte la ricchezza prodotta in termini reali. Ora, un primo errore si commette nel confrontare grandezze flusso (il PIL) con grandezze fondo (il valore dei mercati obbligazionario, azionario e dei derivati), distorcendo la prospettiva dell’analisi. Ma questo è solo un errore veniale (che però conferma le già citate carenze di finanza aziendale). Più grave è l’errore che si commette demonizzando la finanza tout court e  oscurando per questa via quello che è il vero problema: cioè non la finanza in quanto tale, ma l’uso vizioso e distorto che se ne fa, cioè gli “eccessi” della finanza. La finanza, quando è al servizio dell’economia reale, come fisiologicamente dovrebbe essere, non è negativa. Se i mercati finanziari servono a convogliare il denaro degli investitori verso gli impieghi produttivi, la finanza supporta lo sviluppo dell’economia reale. Le obbligazioni societarie servono a finanziare gli impieghi delle imprese e la borsa dovrebbe servire a raccogliere denari sul mercato per finanziare con capitale paziente gli investimenti reali delle imprese, soprattutto quelli strategici, di maggiore durata e di maggiore rilevanza per il loro <em>core business</em>. Quindi il problema non è la dimensione di questi mercati, se, come dovrebbe essere, a fronte di questi valori ci sono gli asset reali delle imprese, che da qualche parte devono trovare i capitali per essere finanziati. L’aspetto negativo è un altro. La borsa, negli ultimi anni, per esempio in Italia, non finanzia più l’industria e i servizi non finanziari, cioè l’economia reale. Per tutta una serie di ragioni (per le quali rinviamo alla puntuale analisi condotta da Coltorti  per lo studio  Consob sui 150 anni di borsa in Italia)<strong>[3]</strong>  il listino telematico copre l’80% delle banche (in termini di totale attivo tangibile di bilancio), circa metà delle compagnie di assicurazione (in termini di premi), e solo il 5% dell’industria e dei servizi (in termini di fatturato): dal listino risultano assenti sia il quarto capitalismo (cioè le medie imprese che rappresentano la punta di diamante della manifattura italiana, quella che esporta nel mondo l’<em>Italian style</em>), che importanti gruppi di dimensione elevata (Riva, Ferrero, Marcegaglia, Perfetti, Barilla, ecc.). In secondo luogo, dal 1997 ad oggi, la borsa italiana non indirizza più il risparmio verso gli impieghi produttivi, ma serve a far tornare agli investitori le somme non impiegate negli attivi delle imprese (tendenze analoghe sono rilevabili anche per le borse del Nord America e dell’Europa): i saldi tra finanza in entrata e finanza in uscita delle imprese quotate sono pesantemente negativi, cioè i dividendi distribuiti superano gli aumenti di capitale e su questi l’incidenza dell’industria è scesa dal 91% del periodo 1977-1986 al 51% nel triennio 2007-2010, a vantaggio delle banche. Oggi la borsa italiana sembra operare una sorta di selezione avversa:  premia chi distribuisce dividendi e riacquista azioni proprie, mentre affonda chi annuncia aumenti di capitale per finanziare sviluppi futuri o risanare gestioni compromesse da alti indebitamenti. Quindi,  le imprese virtuose, che vogliono crescere e svilupparsi, ne stanno alla larga.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Raccogliere denaro a titolo di debito dai risparmiatori emettendo obbligazioni per finanziare gli impieghi produttivi delle imprese non è un male in sè. Male è il conflitto di interessi che induce le banche a svolgere non  proprio virtuosamente il piazzamento sul mercato di queste obbligazioni. Quando, come è avvenuto nel caso Parmalat, tanto per ricordare un esempio recente e doloroso della storia italiana, le banche sono sia creditori (molto esposti) della Parmalat, che collocatori – lautamente  remunerati – presso gli investitori  delle sue obbligazioni, l’azzardo morale è assicurato, in assenza di adeguata regolamentazione: l’emissione delle obbligazioni di Parmalat, a gestione operativa già compromessa  e indebitamento bancario oltre il livello di guardia, servì alle banche per rientrare dei capitali prestati oltrechè per intascare alte commissioni; perché aspettarci che il rischio di insolvenza di quelle obbligazioni (ben chiaro alle banche) fosse altrettanto chiaramente da esse illustrato ai risparmiatori, potenziali investitori, al momento della sottoscrizione?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Finanziarizzazione è anche il cambio di mestiere che le imprese, almeno in alcuni settori, hanno fatto, da produttori di beni e servizi reali a banche, come dimostra la patologica composizione dei loro attivi, sbilanciata verso gli impieghi finanziari. Come esempio facciamo riferimento al settore auto (uno tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi 2008-2009 e  maggiormente beneficiato dagli aiuti statali) che, prima della crisi (nel 2006) e  non per effetto della crisi, evidenzia, rispetto a 30 anni prima, una radicale trasformazione della composizione degli attivi di bilancio (dati Ufficio Studi Mediobanca-R&amp;S) per due aspetti:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• una riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e un’incidenza elevata dell’attivo circolante, specchio del trasferimento fuori delle imprese della produzione, terziarizzata</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• un’incidenza patologicamente marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale (nella forma di crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto), specchio della “difficoltà di vendere” delle imprese del settore o comunque di politiche aggressive “di gonfiaggio” dei consumi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questo esempio mostra come la crisi reale ha generato la finanziarizzazione e non l’opposto: i crediti verso i clienti e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, la finanza non è la strega da mandare al rogo, ma un sapere molto utile, che andrebbe insegnato nelle università, tutelato e sviluppato nella ricerca, imparato bene e utilizzato meglio, nel  governo delle imprese come in quello del paese, nell’investimento del patrimonio del piccolo risparmiatore, come in quello ben più ricco della previdenza statale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* Professore ordinario di Finanza aziendale – Università degli Studi di Roma Tre (venanzi@uniroma3.it)</em></p>
<h6></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[1] Ipotizziamo qui per semplicità che il tasso sui Bund sia una proxy accettabile del tasso risk-free.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] La penalizzazione si può calcolare partendo dalla seguente identità:<br />
</span><em>Flusso atteso alla scadenza/(1+r)<sup>n</sup> = equivalente certo del flusso alla scadenza /(1 + tasso risk-free)<sup>n</sup></em><span style="line-height: normal">  , dove r è il tasso che comprende anche il compenso per il rischio e n il numero degli anni alla scadenza, mentre il tasso risk-free non lo contiene.  Nel caso del secondo termine dell’uguaglianza, infatti,  del rischio si tiene direttamente conto nel numeratore, dove al flusso atteso rischioso si sostituisce il suo corrispondente flusso certo, cioè già decurtato per tenere conto del rischio. Dalla uguaglianza, è possibile derivare che </span><em>equivalente certo del flusso alla scadenza/ flusso atteso alla scadenza = (1 + tasso risk-free)<sup>n</sup>/(1+r)<sup>n</sup></em><sup> </sup>: q<span style="line-height: normal">uesto rapporto misura la penalizzazione subita dal flusso per tenere conto del rischio, supposta dal tasso r. Con riferimento all’esempio riportato, se n=10, r=9% e tasso risk-free=6%, il rapporto misura 0,76 (76%), che significa un compenso totale per il rischio del 24% (100-76).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal"><sup></sup></span></h6>
<h6><span style="font-size: 9px"><span style="line-height: normal"></span></span></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[3] Coltorti F., 2011, <em>Borsa, territorio e sviluppo economico (1861-2011)</em>, in Consob, <em>Dall’unità ai nostri giorni: 150 anni di borsa in Italia</em>, Consob.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Crisi: per &#8220;Economia e Politica&#8221; crescita e rigore inconciliabili</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/crisi-per-economia-e-politica-crescita-e-rigore-inconciliabili/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 19:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[(AGI) - Roma, 26 dic. - &#8220;Crescita e rigore, cioe&#8217; austerita&#8217;, sono inconciliabili&#8221;. E&#8217; il grido d&#8217;allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell&#8217;Universita&#8217; del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all&#8217;Universita&#8217; Roma Tre, che sulla rivista online &#8220;Economia e politica&#8221; contestano le certezze del premier Monti e della sua &#8220;manovra di &#8216;risanamento&#8217; aspramente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(AGI) - Roma, 26 dic. - &#8220;Crescita e rigore, cioe&#8217; austerita&#8217;, sono inconciliabili&#8221;. E&#8217; il grido d&#8217;allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell&#8217;Universita&#8217; del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all&#8217;Universita&#8217; Roma Tre, che sulla rivista online &#8220;Economia e politica&#8221; contestano le certezze del premier Monti e della sua &#8220;manovra di &#8216;risanamento&#8217; aspramente restrittiva&#8221;, ma anche i diktat della cancelliera tedesca Merkel.<br />
&#8220;L&#8217;origine della crisi italiana - sostengono Realfonzo e Stirati - non sta nell&#8217;indebitamento pubblico eccessivo e la politica di austerita&#8217; non frena ma, al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese&#8221;. Allora, a livello europeo &#8220;l&#8217;unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico e&#8217; una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell&#8217;area. Questa politica non risolverebbe i problemi strutturali, con la Germania che vanta un surplus commerciale piu&#8217; grande di quello cinese&#8221;, ma &#8220;porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalita&#8217; per rilanciare l&#8217;economia e il progetto di Unione europea, al riparo da fanatismi liberisti&#8221;.<br />
Sul fronte italiano, sostengono Realfonzo e Stirati, &#8220;sotto l&#8217;ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza&#8221;, la ricetta necessaria diverge da quella del governo e puo&#8217; cosi&#8217; essere sintetizzata: &#8220;Far pagare le tasse a chi puo&#8217; e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c&#8217;e&#8217; invece una emergenza pensioni&#8221;. Insomma, &#8220;l&#8217;equita&#8217; va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno&#8221;, ma anche qui occorre fare attenzione: &#8220;La crescita declinata alla stregua della manovra Monti come incentivi e benefici fiscali alle imprese - concludono Realfonzo e Stirati - non sostiene l&#8217;attivita&#8217; produttiva e l&#8217;occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi, perche&#8217; non c&#8217;e&#8217; mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo&#8221;. (AGI) Cav</p>
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		<title>Monti e la salvezza italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 15:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “Lettera degli economisti” del 2010 e al più recente documento contro le politiche di austerità, pubblicati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ixzofhog0gvc.jpg" style="width: 373px; height: 254px" height="428" width="639" />Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” del 2010 e al più recente <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-un-cambiamento-della-politica-economica-in-italia-e-in-europa/">documento </a>contro le politiche di austerità, pubblicati da questa rivista), l’origine della crisi italiana non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo, e la politica di austerità non frena ma al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese. D’altra parte, la speculazione e le tensioni sui tassi di interesse non si sono certo affievolite con la presentazione della manovra; al contrario nessuno più mette in dubbio le previsioni sulla recrudescenza della crisi, alimentata proprio dalle politiche di austerità.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La verità è che le medicine alla Monti, tanto invocate dalle tecnocrazie europee e somministrate a piene dosi in tutte le aree periferiche d’Europa, non servono a sospingere l’economia italiana e in generale a mettere al riparo la zona euro dal rischio di deflagrazione. L’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico dei paesi della UME e il sistema bancario europeo è una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Certo, questa politica non risolverebbe né i problemi relativi alla disoccupazione e ai bassi livelli di attività generati dalla crisi del 2008 né i problemi strutturali dell’Unione Monetaria, principalmente connessi agli imponenti processi di divergenza in atto e agli squilibri nei conti con l’estero dei paesi membri, con la Germania che vanta un surplus commerciale più grande di quello cinese. Tuttavia, l’intervento della BCE porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalità per rilanciare l’economia e il progetto di unione europea, al riparo da fanatismi liberisti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Eppure i segnali che giungono dall’Europa vanno in direzione opposta. Sino all’ultimo vertice dell’Unione sembrava che si intendesse procedere sulla linea di un discutibile scambio implicito tra politiche di austerità e interventi della BCE. Per cui gli effetti devastanti delle politiche di austerità potevano essere almeno in parte mitigati da una politica interventista della BCE. Ma ora sembra che la linea della Merkel sia sempre più forte, peraltro sostenuta dallo stesso Monti, e che anche le possibilità di una azione meno conservatrice della BCE stiano tramontando. Pare resti dunque solo l’austerità sulla scena europea, e anche nelle bozze del nuovo accordo intergovernativo tra i 26 paesi torna la clausola che impone un obbligo rigido alla contrazione del rapporto debito pubblico/Pil di un ventesimo all’anno per tutti i paesi che superino la soglia del 60%. E accanto a ciò viene rafforzandosi il principio secondo cui tutte le Costituzioni nazionali dovrebbero introiettare l’obiettivo del pareggio del bilancio pubblico. Una linea, questa, vista favorevolmente dagli economisti ultraliberisti i quali ritengono che in tal modo si possano finalmente imporre “profonde riforme strutturali” nella direzione della flessibilità e delle privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se il quadro dovesse restare immutato, la manovra salva-Italia di Monti condannerebbe il Paese a una profonda recessione e a una crescente instabilità finanziaria – come prevedono oggi numerose analisi macroeconomiche e le stesse agenzie di rating. Gli stessi obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica fissati dal governo, in particolare il perseguimento del pareggio di bilancio, sarebbero destinati ad allontanarsi di continuo, perché la riduzione del PIL (e quindi delle entrate fiscali) che scaturisce dal profilo restrittivo della manovra, sommandosi agli incrementi degli esborsi per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, richiederebbe ulteriori manovre restrittive, le quali a loro volta genererebbero ulteriore recessione e speculazione. Questo è il quadro a tinte fosche che sembra di prepararsi per l’Italia, e per gli altri paesi periferici d’Europa, con il rischio di una repentina fine dell’euro, non prima che venga assestato un durissimo colpo agli elementi di socialdemocrazia ancora presenti in Europa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La strada da seguire sarebbe tutt’altra. Al riparo sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza, in un quadro di politiche fiscali coordinate e finalizzate a contrastare i violenti processi di divergenza territoriale in atto in Europa e a ripristinare meccanismi anticongiunturali, l’Italia avrebbe bisogno davvero di una riforma strutturale. Far pagare le tasse a chi può e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’è invece una emergenza pensioni – l’Inps è in avanzo, e la spesa pensionistica italiana, a differenza di quanto spesso si afferma, non è più elevata, ma comparabile a quella degli altri paesi europei (a riguardo si rinvia a un recente contributo di <a target="_blank" href="http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Pensioni.-Perche-e-giusto-indignarsi-11015">Pizzuti</a>).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si fa un gran parlare di bilanciare rigore, equità e crescita, ma frequentemente manca una corretta consapevolezza del rapporto tra questi aspetti. L’equità va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno. La crescita declinata – alla stregua della manovra Monti – come incentivi e benefici fiscali alle imprese invece non sostiene l’attività produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi perché non c’è mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo. Per questo crescita e rigore – se inteso quest’ultimo come misure restrittive, cioè austerità – sono inconciliabili, e non potremo avere crescita senza un mutamento del quadro istituzionale europeo e se non ci lasciamo alle spalle le politiche macroeconomiche restrittive.</p>
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		<title>Un vincolo di interesse</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 10:40:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato.jpg" style="width: 335px; height: 302px" height="332" width="493" /><em>Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga sui titoli. Nei cinque anni compresi tra il 1987 e il 1992 il debito pubblico italiano è cresciuto di venti punti percentuali. In quegli stessi anni la crescita del Pil è stata in media positiva attorno al livello del  3%,  il rapporto tra deficit e Pil non è aumentato, manifestando invece una tendenza a stabilizzarsi se non a diminuire: sono stati i tassi di interesse elevati che, per rispettare il vincolo di bilancio estero, hanno portato il debito pubblico su un sentiero potenzialmente esplosivo. Se la BCE  si impegnasse a rivedere il proprio Statuto istituendo una norma per cui il livello massimo dei rendimenti sui titoli del debito pubblico  non può eccedere il tasso di crescita dei paesi indebitati, almeno una delle tre condizioni (la principale?) potrebbe essere rispettata.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei “politici” ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene  considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle banche centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Tra marzo  1974 e ottobre 1979 i tassi di interesse reali in Italia si sono mantenuti negativi, da un minimo di -1,5% (settembre ’78) a un massimo di -16,5% (dicembre ’74) e la dinamica del debito pubblico, in presenza di tassi di crescita strutturalmente in declino, ma ancora in linea con quelli dei principali <em>partners </em>europei, appare sostenibile.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">  <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-1.jpg" height="399" width="519" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">E’ nel marzo del 1981 che, per la prima volta, i tassi di interesse reali diventano positivi: appena lo 0,3%, che però dopo un triennio diventa 6,4% per poi raggiungere il 7% nel marzo dell’86, l’8% nel ’92 fino a un massimo del 10,2% nella nera estate di quell’anno. Perché? Che cosa accade di particolare nel 1981?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Succede che la Banca d’Italia, d’intesa con il ministro del Tesoro dell’epoca, abbandona ufficialmente la pratica di porsi come acquirente residuale dei titoli del debito pubblico rimasti eventualmente invenduti alle aste: si tratta del cosiddetto “divorzio”, evento considerato da molti come il possibile inizio di un percorso virtuoso dei conti pubblici e dell’intera economia italiana, costretta a ciò dall’avvio del processo di unificazione monetaria europea che impone un vincolo di cambio per restare dentro il meccanismo del <em>sistema monetario europeo</em>. Da quella decisione, almeno in Italia, la banca centrale accentua la sua caratteristica di istituzione indipendente, dal momento che i governi non potranno più contare sui suoi acquisti di titoli che saranno sottoposti all’unico giudizio del mercato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dal momento che, dopo trent’anni, i governi di alcuni paesi europei sono costretti a ricorrere nuovamente alla Banca centrale, europea stavolta, perché acquisti titoli (ricevendo in cambio un commissariamento in piena regola della sovranità nazionale in materia di politica economica), vale la pena ricordare che il contesto storico in cui si consuma il “divorzio” del 1981 è quello della svolta monetarista della politica monetaria statunitense, e dunque mondiale, che coincide con l’ascesa al vertice della Fed di Paul Volcker (successivamente superconsulente del presidente Obama) il quale guida l’istituzione dall’agosto del 1979 al settembre del 1987 con il preciso obiettivo di combattere l’inflazione, relegando in una posizione subordinata l’altro obiettivo statutario della Banca federale Usa, ossia il sostegno all’occupazione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">A partire dalla riunione dell’<em>Open Market Committee</em> del 6 ottobre 1979 i tassi di sconto negli Usa cominciano a crescere, fino a raggiungere livelli stellari nei primi anni ‘80.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-2.jpg" height="332" width="545" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La politica monetaria italiana segue fedelmente il nuovo orientamento dominante e tra l’ottobre del 1979 e il marzo del 1981 l’allora Governatore della Banca d’Italia aumenta il tasso di sconto portandolo dal 10,5 al 19% e lo mantiene a livelli elevatissimi fino alla crisi della lira scoppiata nell’estate - autunno 1992; dal momento che nello stesso periodo il tasso di inflazione crolla dal 16,9% al 4,8%, il risultato è che i tassi di interesse reali diventano positivi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Al centro della preoccupazione delle banche, allora come oggi, resta l’inflazione: i banchieri non sono generalmente entusiasti di vedersi restituire denaro che valga meno di quanto valesse al momento del prestito, ed è quello che succede con l’inflazione, ma non è possibile escludere una relazione positiva tra interesse  e inflazione<strong>[1]</strong>. Nel 1980 il tasso medio di inflazione (riferita ai prezzi al consumo) per i paesi del G7 fu del 12,7%, solo di poco inferiore al 13,8 toccato nel 1974; nel 1983, dopo lo shock delle politiche monetariste,  l’inflazione era scesa al 4,7%, ma contemporaneamente, per effetto di una crescita depressa dalle politiche di segno restrittivo, l’economia dei paesi occidentali conobbe (1982) la prima recessione in assoluto del dopoguerra con la diminuzione, seppur lieve, del reddito e della produzione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Proprio nel 1982 si manifestano i primi contraccolpi del “divorzio” con ripetuti sconfinamenti dal limite legale di utilizzo della linea di credito in conto corrente di cui il Tesoro beneficia presso la Banca centrale. Che cosa successe allora, e che cosa potrebbe succedere ancora? Che proprio poco dopo aver deciso di “legarsi le mani” per quanto riguarda l’emissione di titoli del debito pubblico l’economia occidentale era entrata in recessione e il governo non aveva tutti gli strumenti con cui combattere le conseguenze della fase negativa del ciclo. Il governo dell’epoca investì del problema il Parlamento, che autorizzò con una legge Bankitalia a concedere al Tesoro un’anticipazione straordinaria temporanea.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ma il vero contraccolpo del “divorzio” sull’economia italiana dei primi anni ottanta fu – come anticipato sopra - il brusco innalzamento dei tassi di interesse reali. Finì di colpo una condizione economica che durava dal 1972; ancora nel 1980, in Italia, il tasso di interesse depurato dall’inflazione osservata ex post (oltre il 20%), era negativo per qualcosa come cinque punti percentuali; nei tre anni successivi l’interesse divenne positivo per valori compresi tra il 2 e il 3%, fino a superare il 6% nel 1984: in quell’anno la spesa per interessi rappresentava  il 12% del Pil italiano. Successivamente, anche se il rapporto tra deficit e Pil cominciava a calare (nel grafico a salire verso lo zero)  i tassi di interesse italiani continuavano ad essere più alti che altrove in termini reali, e questo per sostenere la parità del cambio all’interno dello <em>SME</em>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-3.jpg" style="width: 564px; height: 444px" height="444" width="640" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La ragione riguarda la competitività: in un contesto in cui l’inflazione domestica è più elevata, il cambio reale si apprezza e i conti con l’estero si deteriorano, e dunque i tassi di interesse elevati servono a finanziare il disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti. E’ dunque il vincolo estero il problema, non il vincolo di spesa, e la dinamica del debito pubblico italiano della seconda metà degli anni ’80 mostra il punto; nonostante comportamenti  “virtuosi” (la stabilizzazione o il miglioramento del rapporto deficit/Pil) la componente rappresentata dal tasso di interesse gioca un ruolo fondamentale nel rendere sostenibile o esplosiva la dinamica complessiva del debito, e l’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo prima e nell’eurozona poi, non sembra avere conseguito risultati risolutivi, visti gli esiti attuali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Durante i “terribili” anni settanta, quelli dei tassi di interesse reale negativi e della politica monetaria accomodante, il tasso di risparmio privato delle famiglie italiane superava il 31% del reddito nazionale (media periodo 1976-79); gli investimenti contavano per il 25% del Pil e la differenza positiva serviva a coprire un disavanzo di bilancio che oscillava annualmente tra il 5 e il 6%. Negli anni ottanta dei tassi di interesse reale positivi la quota di investimenti sul Pil cade dal 25 al 21% per continuare la sua diminuzione (proxy dell’accumulazione) durante gli anni novanta (17,5% nel 1996); nello stesso tempo diminuisce la quota di risparmi privati che perde sei punti in un decennio passando dal 32 al 26% (oggi è all’11%).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La conclusione di questo breve ragionamento è che politiche fiscali recessive che arrivino al punto di scrivere in Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio non solo sono controproducenti sul piano della crescita – qualsiasi punto di vista si abbia a riguardo della sua desiderabilità -  ma non costituiscono nemmeno un impedimento assoluto alla crescita del debito pubblico perché non tengono conto del ruolo del tasso di interesse. Un sacrificio inutile, in altre parole, se non si mette in discussione il dogma del mercato come istituzione capace di garantire in ogni circostanza il “prezzo giusto” a merci o a obbligazioni finanziarie. Dal momento che in una economia di mercato non c’è alcuna garanzia che il sistema raggiunga spontaneamente la piena occupazione del lavoro non solo nelle fasi cicliche negative, ma in generale in media sul ciclo, la spesa pubblica anche in disavanzo è e resta uno strumento fondamentale per il raggiungimento del pieno impiego ed è quindi insensato e pericoloso legarsi le mani. L’unica disciplina di bilancio che veramente serve a un paese riguarda la qualità e l’equità della politica fiscale, sul versante delle spese come su quello delle entrate;  i mitici “mercati” sono in grado di mandare – al più – segnali quantitativi: spendere meno o imporre più tasse, indipendentemente da chi paga e per che cosa si spende.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Rivedere lo statuto della Bce istituendo una norma per cui i rendimenti dei titoli del debito pubblico non possono eccedere un limite massimo che corrisponde al tasso effettivo di crescita dei paesi europei ribalterebbe il piano del discorso spostando sui banchieri centrali l’onere dell’adeguamento costituzionale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>* <span style="line-height: 20px; font-family: 'Times New Roman', serif" class="Apple-style-span">Università di Teramo</span></em></p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Se questa proposizione appare ragionevolmente sostenibile sul piano microeconomico, c’è da aggiungere che – su un livello macro - esiste letteratura (sebbene non ampia) ed evidenza empirica secondo cui l&#8217;aumento </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">dei tassi di interesse monetari può generare effetti inflazionistici, a </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">ragione del fatto che - in contesti non concorrenziali - il suo aumento è </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">un aumento delle passività finanziarie, dunque dei costi e dei prezzi.</span></h6>
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		<title>L&#8217;eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 11:25:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/de-leo.jpg" style="width: 384px; height: 298px" height="490" width="636" />1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i 6 miliardi di euro di titoli inizialmente previsti dal governo, ma al contempo si afferma che – di questi – solamente 3,6 sono stati collocati presso investitori privati. Si tratta dunque di capire esattamente cosa è successo a quei 2,4 miliardi di euro di titoli residui, che sono stati dichiarati emessi, ma non sono stati sottoscritti dai partecipanti all’asta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il resoconto ufficiale dell’asta definisce quella particolare quota dell’emissione come “Ammontare messo da parte per operazioni sul mercato secondario”. Dunque il 40% dei titoli emessi è stato trattenuto con lo scopo di essere successivamente venduto sul mercato secondario: una quota consistente dei titoli è stata, in altri termini, emessa ma non collocata presso gli investitori privati. Una simile operazione sembra possibile solamente qualora si ammetta l’intervento della Bundesbank, che avrebbe sottoscritto una parte della nuova emissione – come suggeriscono numerosi commentatori<strong>[1]</strong>. Ciò significherebbe che la Germania opera al di fuori delle regole comuni dell’eurozona<strong>[2]</strong>, ossia in deroga a quegli stessi principi che hanno impedito, ad esempio, alla Banca Centrale Greca di intervenire a sostegno dei titoli pubblici ellenici tra il Dicembre 2009 ed il Maggio 2010, quando la spirale nei tassi di interesse pretesi dai mercati finanziari internazionali in sede d’asta ha di fatto costretto Atene a ricorrere ad un prestito istituzionale, vincolato all’adozione delle cosiddette misure di austerità. L’“eccezione tedesca” alle regole europee sull’emissione di titoli del debito pubblico appare ancora più significativa se si considera che la pratica di trattenere una quota (anche consistente) dell’emissione “per operazioni sul mercato secondario” non costituisce affatto un’anomalia nelle ordinarie operazioni di collocamento dei <em>bund</em>, ma ne rappresenta piuttosto il regolare funzionamento: come illustrato dal seguente grafico, la Germania trattiene regolarmente una quota delle emissioni, esattamente come accaduto in quest’ultima, discussa, asta di <em>bund </em>decennali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/de-leo.jpg" style="width: 552px; height: 455px" height="490" width="636" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Cercheremo di dimostrare che la Bundesbank sostiene attivamente il collocamento dei titoli pubblici tedeschi, esercitando un’influenza dominante sul prezzo dei titoli di nuova emissione, senza però ricorrere alla sottoscrizione degli stessi sul mercato primario, ma articolando il proprio intervento in modo tale da aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e praticare di fatto il finanziamento diretto del debito pubblico tedesco.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2.Iniziamo col dire che il dibattito sull’asta dei titoli tedeschi ha il grande pregio di restituire il meccanismo di emissione dei titoli pubblici – fatto di regolamenti, prassi e rapporti di forza tra governi, banche private nazionali e internazionali – ad un contesto istituzionale più complesso di quella ‘forma di mercato’ che gli viene attribuita dalle istituzioni europee, e che giustifica il divieto di acquisto dei titoli pubblici imposto alle banche centrali, chiamate appunto a non interferire con il regolare funzionamento del mercato del credito.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vogliamo capire come sia possibile che un titolo pubblico venga emesso, ma non collocato. Precisiamo innanzitutto cosa si intende per collocamento: un titolo si definisce collocato quando viene sottoscritto per la prima volta. L’ufficio governativo responsabile dell’emissione dei titoli del debito pubblico tedesco è l’Agenzia per il debito (<em>Finanzagentur</em>), la quale gestisce le procedure d’asta e poi trattiene i titoli non collocati presso quella platea di investitori privati che hanno l’accesso riservato al mercato primario, platea costituita da una quarantina di banche e società finanziarie tedesche ed internazionali. L’idea, suggerita da molti commentatori, che i titoli non collocati vengano di fatto sottoscritti dalla banca centrale tedesca è stata immediatamente contestata, poiché sembra scaturire da una errata interpretazione del particolare ruolo svolto da quest’ultima all’interno del processo di emissione dei titoli. Come vedremo, sebbene sia effettivamente possibile confutare la tesi secondo cui la Bundesbank sottoscrive i titoli pubblici tedeschi direttamente sul mercato primario, la banca centrale tedesca può contare su altri e diversi canali per intervenire sui titoli di nuova emissione, con risultati assolutamente equivalenti all’azione diretta sul mercato primario.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La Bundesbank agisce per conto dell’Agenzia per il debito tedesca in qualità di “banca custode e non di prestatore di ultima istanza”, come sostiene Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore del 26 Novembre 2011: i titoli trattenuti risultano in sostanza congelati presso la banca centrale tedesca, senza che questa corrisponda al governo alcuna somma di denaro in cambio, ossia senza che quei titoli risultino effettivamente sottoscritti. Spiega ancora la Bufacchi: “L`agenzia del debito tedesco riprende poi quei titoli invenduti e li ricolloca in <em>tranche </em>sul secondario, nell`arco di qualche giorno o in casi di mercati ostici di qualche settimana.” Dunque sembra, a prima vista, che la Germania non stia procedendo alla cosiddetta ‘monetizzazione’ del debito pubblico. A confermare questa interpretazione interviene anche la prestigiosa rivista <em>The Economist</em>, pubblicando sul proprio sito l’articolo <em>Fun with bunds</em> in cui, “per evitare che i <em>bloggers</em> passino molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, si affida la soluzione al dilemma alle parole di un rappresentate della PIMCO, una delle più importanti società private di investimento a livello internazionale: “La <em>Finanzagentur </em>ha emesso solamente 3,6 miliardi in cambio di liquidità. Loro hanno collocato 3,6 miliardi sul mercato ed hanno trattenuto 2,4 miliardi sui loro libri contabili. In futuro potranno vendere l’ammontare trattenuto sul mercato secondario, ottenendo la corrispondente liquidità. Potreste aver letto che la Bundesbank ha acquistato la quota dell’emissione che non è stata collocata in asta; ciò non è corretto. La Bundesbank non sta finanziando la Germania; opera semplicemente come un’agenzia per la <em>Finanzagentur</em>.”</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La pratica dell’Agenzia tedesca per il debito, consistente nel trattenere una quota dell’emissione, viene dunque presentata, molto semplicemente, come un metodo per procrastinare il collocamento di quei titoli, in attesa di più favorevoli condizioni sui mercati finanziari: una mera questione di <em>tempo</em>, poiché i titoli emessi ma non anche collocati saranno, prima o poi, effettivamente collocati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Dopo aver “passato molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, è forse possibile mettere in discussione la validità di questa lettura del problema, ed incentrare l’interpretazione del particolare meccanismo di emissione dei titoli pubblici tedeschi non tanto sul ‘quando’ i titoli trattenuti verranno sottoscritti, quanto piuttosto sul ‘dove’ quei titoli verranno poi, effettivamente, collocati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La struttura istituzionale conferita generalmente agli odierni processi di emissione dei titoli del debito pubblico si fonda su una netta distinzione tra il mercato primario, dove i governi collocano i titoli di nuova emissione, ed il mercato secondario, dove i titoli già emessi possono essere liberamente scambiati. Tale distinzione è rilevante, all’interno della cornice istituzionale dell’eurozona, poiché il Trattato di Maastricht (comma 1 art. 101<strong>[2]</strong>) vieta esplicitamente alle banche centrali dell’eurozona l’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi membri solamente sul mercato primario: la BCE e le banche centrali dei paesi membri sono dunque lasciate libere di acquistare titoli del debito pubblico dei paesi membri dell’eurozona sul mercato secondario, e siamo certi che stiano operando in questo senso quantomeno a partire dal Maggio 2010, nel contesto del Securities Markets Programme<strong>[4]</strong>. Si noti come la chiara distinzione tra mercato primario e mercato secondario, ovvero la regola per cui sul mercato secondario possono essere scambiati solamente titoli già emessi sul mercato primario, sia il presupposto della logica seguita dalle istituzioni europee, le quali prevedono contemporaneamente il divieto imposto da Maastricht, che si riferisce al mercato primario, ed il Securities Markets Programme, che limita al mercato secondario la libertà di intervento delle banche centrali. Nelle parole dell’allora Governatore della BCE Trichet: “le nostre azioni sono pienamente conformi al divieto di finanziamento monetario [del debito pubblico] e dunque alla nostra indipendenza finanziaria. Il Trattato vieta l’acquisto <em>diretto</em>, da parte della BCE, dei titoli del debito emessi dai governi. Noi stiamo acquistando quei titoli <em>solamente sul mercato secondario</em>, e dunque restiamo ancorati ai principi del Trattato”.<strong>[5]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alla luce di quanto detto circa la pratica – operata negli anni dalla Germania – di destinare una quota rilevante delle emissione ad operazioni sul mercato secondario, risulta evidente che, quando consideriamo il mercato dei titoli pubblici tedeschi, la distinzione tra mercato primario e mercato secondario si fa quantomeno labile: tramite la quota di titoli di nuova emissione regolarmente trattenuta dall’Agenzia del debito, infatti, la Germania è in grado di collocare i propri titoli del debito pubblico direttamente sul mercato secondario. Ciò è rilevante perché se il mercato primario dei titoli pubblici è esplicitamente riservato, in tutti i paesi dell’eurozona, ad un gruppo di investitori privati, sul mercato secondario operano – accanto agli investitori privati – anche le banche centrali dei paesi membri. Questo significa che il tasso di interesse che si determina sul mercato primario può essere spinto al rialzo da una carenza di domanda di titoli che non ha ragione di esistere sul mercato secondario, laddove l’azione della banca centrale implica una domanda potenzialmente infinita per i titoli pubblici: sul mercato primario, dove non operano le banche centrali, può sussistere una situazione di eccesso di offerta di titoli che conduce ad un rialzo nei tassi di interesse, quale quello osservato in Grecia nei primi mesi del 2010, ed in Italia a partire dall’Agosto 2011, mentre sul mercato secondario l’intervento della banca centrale ha il potere di creare tutta la domanda necessaria a spingere al ribasso il rendimento dei titoli pubblici. Pertanto, il semplice fatto che il collocamento dei <em>bund </em>di nuova emissione avvenga, in parte, direttamente sul mercato secondario ha un impatto significativo sul tasso di interesse dei titoli pubblici tedeschi, garantendo alla Germania un minor costo dell’indebitamento pubblico, a prescindere dalla possibilità (pure presente) che i titoli di nuova emissione collocati sul mercato secondario vengano sottoscritti direttamente dalla Bundesbank. La particolare struttura istituzionale del processo di emissione dei titoli pubblici tedeschi sopprime di fatto la distinzione tra mercato primario e mercato secondario, aprendo lo spazio per il finanziamento del debito pubblico tramite la banca centrale – spazio negato agli altri paesi membri dell’eurozona.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il complesso meccanismo di emissione dei titoli pubblici appena descritto consente alla Germania di proporre, in asta, un tasso dell’interesse molto basso, come avvenuto il 23 Novembre: se gli investitori privati si rifiutano di sottoscrivere i titoli del debito pubblico tedeschi a quei tassi, giudicati poco remunerativi, lo Stato trattiene la quota dell’emissione non collocata e procede, successivamente, al collocamento di quei titoli sul mercato secondario, dove l’azione della banca centrale è in grado di orientare i livelli del tasso dell’interesse vigente, o addirittura di tradursi in un intervento diretto, con la Bundesbank che sottoscrive i titoli del debito non collocati sul mercato primario. In assenza di un simile meccanismo, i governi sono costretti ad accettare il tasso di interesse che gli investitori privati pretendono sul mercato primario, laddove la loro disponibilità a sottoscrivere i titoli pubblici rappresenta l’unica possibilità che lo stato ha di finanziare il proprio debito. L’“eccezione tedesca” può essere concepita come un metodo che permette di aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e viene da chiedersi per quale motivo gli altri paesi dell’eurozona non si siano dotati di un simile dispositivo, capace di arginare le pretese dei mercati finanziari internazionali sui rendimenti dei propri titoli pubblici.</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Alesina e Giavazzi sul Corriere dela Sera del 24 Novembre 2011 affermano che “l’asta dei Bund è stata sottoscritta solo grazie alla Bundesbank che ha acquistato il 40% dei titoli offerti da Berlino.”. Lo stesso giorno, simili affermazioni compaiono sui più importanti quotidiani. Sul Sole 24 Ore Bufacchi sostiene che: “va scartata la maxi-quota, pari al 39% dei 6 miliardi, che è stata sottoscritta dalla Buba [Bundesbank] per essere rivenduta sul secondario per via del peculiare meccanismo usato fin dagli anni 70 nelle aste dei titoli di Stato tedeschi.”; Quadrio Curzio commenta che “senza l’intervento della Bundesbank poteva andare anche peggio” sul Messaggero; Tabellini afferma, sul Sole 24 Ore, che: “la Bundesbank di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza quanto meno in via temporanea nei confronti dello Stato tedesco. I titoli non venduti in asta infatti sono stati assorbiti dalla Bundesbank, che da sempre svolge questo ruolo per garantire la liquidità dei titoli tedeschi.”<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] “La banca centrale tedesca ha subito assorbito tutti i titoli invenduti. È esattamente ciò che la Bundesbank stessa non vuole che la BCE faccia con Italia e Spagna. [&#8230;] ha comprato direttamente dal governo, un comportamento in apparenza illegale ai termini del trattato: finanziamento monetario del deficit.” Fubini, Corriere della Sera del 24 Novembre 2011.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] “È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l&#8217;acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali.” (Cfr. Versione consolidata del Trattato che istituisce la Comunità Europea, Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee, 24/12/2002, corsivo nostro).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] “Nei termini definiti in questa Decisione, le banche centrali dell’Eurosistema possono acquistare […] sul mercato secondario titoli di debito […] emessi dai governi centrali o da enti pubblici dei Paesi Membri e denominati in euro.” (Cfr. Decision of the European Central Bank of 14 May 2010 establishing a securities markets programme, Official Journal of the European Union, 20/05/2010, corsivo nostro).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] Cfr. Speech by Jean-Claude Trichet, President of the ECB, at the 38th Economic Conference of the Oesterreichische Nationalbank, Vienna, 31 May 2010.</span></h6>
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		<title>La crisi neoliberista e un nuovo modello di sviluppo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 15:12:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Sembra che il consistente aumento del debito pubblico, seguito alla socializzazione delle perdite private prodotte dalla recente crisi, sia diventato negli ultimi tempi il principale problema di molti paesi occidentali (in particolare, dell’area Euro). Molti commentatori sostengono che per uscire dalla crisi sono necessarie politiche economiche di “austerità”. Altri, invece, che le politiche restrittive causeranno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/euro-large.jpg" style="width: 392px; height: 272px" height="299" width="500" />Sembra che il consistente aumento del debito pubblico, seguito alla socializzazione delle perdite private prodotte dalla recente crisi, sia diventato negli ultimi tempi il principale problema di molti paesi occidentali (in particolare, dell’area Euro). Molti commentatori sostengono che per uscire dalla crisi sono necessarie politiche economiche di “austerità”. Altri, invece, che le politiche restrittive causeranno una grave recessione (e un peggioramento dei conti pubblici). Esistono, quindi, posizioni alternative rispetto agli interventi di politica economica da intraprendere per contrastare la crisi. Da una parte, infatti, la spiegazione dei fatti recenti come una “crisi finanziaria” (con “effetti reali”), dovuta al fallimento di aspetti specifici dei mercati finanziari, potrebbe suggerire una soluzione “tecnica” dei problemi emersi, per continuare a percorrere la strada neoliberista “una volta riparate alcune buche”; dall’altra parte, l’inquadramento degli attuali problemi come il risultato di una “crisi sistemica” dovuta a “cause reali” (con “effetti finanziari” che hanno prima posticipato e poi amplificato la crisi) dovrebbe invece condurre ad un cambiamento radicale volto alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo.<strong>[1]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A nostro modo di vedere, le cause della crisi sono “reali” e derivano dalla svolta politica “neoliberista” avvenuta a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento. Un ampio processo di <em>deregolamentazione </em>– dal mercato del lavoro alla globalizzazione dei processi produttivi, dalla finanza nazionale a quella internazionale – ha consentito un parziale recupero di profittabilità del sistema capitalistico, contrastando il declino post-bellico del tasso di profitto sfociato nella “stagflazione” degli anni ’70. A ciò è seguita una progressiva diminuzione della quota dei salari (soprattutto dei lavoratori <em>low-skilled</em>) sul reddito complessivo e un aumento delle disuguaglianze. I tagli al <em>welfare state</em> sono stati in parte compensati dall’“effetto di ricchezza” prodotto dalle bolle mobiliari ed immobiliari, mentre l’espansione del credito al consumo ha “risolto temporaneamente” il problema della carenza di domanda aggregata. Comunque, i profitti scaturiti dall’inversione dei rapporti di forza nel mercato del lavoro, sono stati reinvestiti solo in parte nell’economia reale dei paesi occidentali, mentre una quota crescente di produzioni è stata localizzata nei paesi l<em>ow-cost</em> (non a caso i tassi medi di crescita dei paesi avanzati dagli anni ’70 in poi sono stati inferiori rispetto ai decenni precedenti) e un’altra quota di profitti, sempre più rilevante, è andata a gonfiare il settore finanziario.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Gli stessi elementi alla base del modello neoliberista – deregolamentazione, finanziariazzazione, globalizzazione – hanno prodotto un <em>crescendo </em>di crisi, fino a quella più recente (e oltre), come risultato della crescita smisurata delle disuguaglianze, dell’instabilità finanziaria e degli squilibri commerciali tra paesi diversi. Nel frattempo, la Cina e gli altri paesi emergenti sono diventati sempre più rilevanti per gli equilibri globali, come conseguenza di un allargamento del “contenitore” dello sviluppo capitalistico avviato dagli stessi paesi avanzati (investimenti diretti esteri, multinazionali, etc.). Questo può far pensare ad uno spostamento del centro dell’accumulazione capitalistica verso sud-est, mentre l’Occidente sconta i problemi derivanti dagli eccessi della <em>belle époque</em> finanziaria degli ultimi anni e si avvia verso un relativo declino. In questa prospettiva, la “crisi finanziaria” è la manifestazione più evidente di un problema di fondo, “reale”, che riguarda il processo globale di accumulazione capitalistica.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A nostro avviso, le politiche di austerità che dovrebbero porre rimedio al dissesto delle finanze pubbliche, non solo non risolveranno questo problema (per quanto detto sopra) ma hanno soprattutto un altro obiettivo: quello di prolungare il crepuscolo del capitalismo di stampo neoliberista. Le politiche di austerità sono, cioè, la logica conseguenza delle crepe che si sono aperte nel processo neoliberista di accumulazione capitalistica e hanno l’obiettivo di posticiparne l’epilogo. Tanto per fare un esempio, il capitale finanziario ha interesse a speculare sui titoli pubblici dei paesi della periferia europea, ottenendo elevati rendimenti, mentre il problema della sostenibilità delle finanze pubbliche viene procrastinato di manovra in manovra, richiedendo sempre più sacrifici a larga parte della popolazione per salvare i paesi dal fallimento. Nel frattempo, un’ulteriore riduzione delle “rigidità” del mercato del lavoro dovrebbe assicurare una tenuta dei margini di profitto nei settori produttivi e lasciare libertà al capitale di indirizzarsi verso altri luoghi produttivi (ad esempio, i paesi emergenti) o, ancora, verso la finanza. In questo modo, la durata della fase critica si allunga ma i problemi di fondo restano irrisolti, fino alla crisi prossima ventura.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Da una parte, dato che l’obiettivo che ci si pone è di anticipare l’uscita dalla crisi (e di spostarne il carico sulle classi agiate), bisognerebbe puntare, secondo alcuni economisti, sul <em>default </em>dei paesi indebitati, per evitare pesanti sacrifici a larghi strati della popolazione che risultano esclusivamente in profitti per il capitale finanziario. Ecco, quindi, la bancarotta come contropotere finanziario nella proposta di Andrea Fumagalli <strong>[2]</strong> e il default come ‘evento’ invece che come ‘processo’ nell’interpretazione di Guido Viale.<strong>[3]</strong> Dall’altra parte, emergono alcune criticità di una tale strategia. Un default programmato presenta delle difficoltà tecniche e delle rilevanti conseguenze nazionali ed internazionali, come notato ad esempio da Vladimiro Giacché: (i) il <em>default </em>dovrebbe essere “selettivo”, per evitare di colpire i risparmi di quella parte della popolazione alla quale si vorrebbero evitare i sacrifici richiesti dalla strategia di austerità; sembra però difficilmente percorribile la via di non ripagare i debiti legati ad uno stesso titolo se posseduti da alcuni soggetti (ad esempio, le istituzioni finanziarie) e ripagarli invece se posseduti da altri (ad esempio, lavoratori e pensionati); (ii) i mercati internazionali, per un certo periodo di tempo, eviterebbero di finanziare i paesi che decidono di procedere con un default; (iii) una conseguenza di tutto ciò (in Europa) potrebbe essere un’uscita dall’euro e una svalutazione (che in realtà potrebbe ulteriormente ridurre i salari, indirettamente, attraverso un aumento dei prezzi delle merci importate).<strong>[4] </strong>Da una parte, poi, il ritorno alle monete nazionali renderebbe nuovamente disponibile ai singoli paesi lo strumento della politica monetaria per garantire il debito pubblico mediante l’intervento della propria banca centrale; dall’altra, però, bisogna considerare che la conversione del debito pubblico denominato in euro in una nuova moneta nazionale svalutata produrrebbe degli effetti simili al default, con una probabile ondata di fallimenti bancari. Ad ogni modo, nel caso dell’Italia, un’uscita dall’Euro (come conseguenza della bancarotta o del fallimento del progetto politico di integrazione europea), potrebbe non avere lo stesso effetto positivo sulle esportazioni nette che derivò dalla svalutazione del 1992, quando la competizione di prezzo dei paesi emergenti non aveva ancora raggiunto i livelli degli anni 2000 (ad esempio, dopo l’ingresso della Cina nel WTO a fine 2001). Una soluzione alternativa (a nostro avviso preferibile) consisterebbe in un aumento dell’imposizione sulle ricchezze che una parte minoritaria della popolazione ha accumulato negli ultimi decenni, per stabilizzare il rapporto debito/pil nel medio periodo, soprattutto mediante un aumento del suo denominatore. Ciò dovrebbe inserirsi in un disegno complessivo di politica economica che si fonda sul ruolo della banca centrale come prestatore di ultima istanza e su un progetto comune europeo di intervento pubblico. In altri termini, la sostenibilità delle finanze pubbliche dell’area euro verrebbe assicurata dalla “credibilità” della svolta politica alla base di una nuova direzione di sviluppo economico, con il fondamentale supporto della banca centrale europea.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema è che questi rimedi dovrebbero trovare un deciso sostegno politico che, almeno per il momento, si è coagulato intorno a vari movimenti di protesta, ma in molti casi non viene assicurato (ovvero viene contrastato) dalla classe dirigente al potere. Il possibile aggravamento della crisi condurrà, a nostro avviso, ad un allargamento del sostegno ad un’alternativa radicale. Bisognerebbe, però, anticipare i tempi. A questo scopo, chi si oppone alla strategia neoliberista di gestione della crisi (da “Occupy Wall Street” agli “indignados” di tutto il mondo e ad alcune forze politiche, sindacali e sociali) dovrebbe considerare accuratamente i presupposti economici e politici della parte che si vuole contrastare, così come delle proprie azioni, senza rinunciare ad un indispensabile atteggiamento conflittuale, ma proprio allo scopo di migliorarne l’efficacia. Non è detto, infatti, che le “condizioni materiali” dell’evolversi della crisi (elevata disoccupazione, flessibilità del lavoro, austerità fiscale) siano le più idonee per mettere in moto un cambiamento politico; nell’attuale situazione, anzi, la gestione neoliberista della crisi tende proprio a rafforzare le basi dell’accumulazione capitalistica (cioè ad indebolire ulteriormente le classi lavoratrici). In questo contesto, comunque, la violenza fine a se stessa è senz’altro da evitare, in quanto costituirebbe una strategia destinata a rendere probabile una svolta repressiva, che noi vogliamo evitare e che, invece, con un’azione di contrasto al conflitto sociale, assicurerebbe un prolungamento della fase neoliberista. È quindi necessario sostenere politicamente una ripresa dell’intervento pubblico per gettare le basi di una ripartenza economica “dall’alto” che, a sua volta, rafforzerebbe la costruzione “dal basso” di un’alternativa radicale al neoliberismo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In questa prospettiva, i salvataggi pubblici andrebbero condotti nella forma di “nazionalizzazioni” o di partecipazione al capitale in proporzione all’intervento attuato, in un contesto che prevede (anche per l’area euro, con un cambiamento del quadro politico ed istituzionale) un ruolo attivo delle banche centrali come “prestatore di ultima istanza”, a sostegno dei governi. <strong>[5,6]</strong> Tale strategia sarebbe però incompleta se il settore pubblico, anche grazie alla gestione diretta del credito o alla compartecipazione nelle decisioni bancarie, non svolgesse il necessario ruolo di propulsore di una nuova fase di sviluppo (<em>programmazione</em>), creando quindi le basi per nuove opportunità di profitto per il capitale privato, in un’ottica di collaborazione pubblico-privato (per una proposta che segue una direzione simile, basata su una strategia di reflazione e sviluppo, si veda <strong>[7]</strong>). L’aumentata profittabilità contribuirebbe poi a distogliere l’attenzione del capitale dai profitti ricavabili dalla privatizzazione dei “beni comuni” (dall’acqua, all’istruzione, alla cultura, etc.) e dalla speculazione finanziaria, che dovrebbe essere limitata da una seria revisione della regolamentazione dei mercati creditizi e finanziari, mettendo in discussione il primato accordato alla liquidità finanziaria e cambiando quelle regole che, proprio perché sono state seguite, hanno innescato una grave crisi finanziaria.<strong>[8]</strong> In particolare, il settore pubblico dovrebbe promuovere gli investimenti nei settori ad elevato contenuto di lavoro (istruzione, ricerca, sanità, servizi alla persona e alla famiglia, etc.) – invertendo così la dinamica che sta invece caratterizzando l’attuale evoluzione della crisi – e quelli legati alle tecnologie verdi e al risparmio energetico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In una fase recessiva, l’investimento pubblico non spiazzerebbe quello privato ma piuttosto creerebbe le basi per un suo aumento all’uscita dalla crisi. La “politica keynesiana” di sostegno alla domanda aggregata, attraverso un opportuno indirizzo degli investimenti, sarebbe anche una “politica industriale” che, con un’adeguata spesa in formazione, accompagnerebbe la transizione verso nuove specializzazioni produttive dei lavoratori “intrappolati” nei settori che presentano redditi in declino (con un impatto potenzialmente negativo in termini di minore domanda per gli altri settori), come conseguenza di un persistente aumento della produttività – l’agricoltura all’epoca della Grande Depressione e la manifattura negli ultimi decenni.<strong>[9]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’Europa dovrebbe procedere unita (dall’integrazione delle politiche fiscali all’organizzazione del conflitto sociale) e l’idea degli <em>eurobonds</em>, per salvaguardare la stabilità finanziaria dell’area dell’euro e, soprattutto, per finanziarie l’azione pubblica su scala europea, è una delle iniziative alle quali dare seguito. In quest’ottica, le forze progressiste dovrebbero collaborare per proporre ai cittadini europei una piattaforma politica comune ed alternativa al modello neoliberista che, sostenuto dalla teoria economica dominante, ha travalicato i confini dei “partiti conservatori” per trovare sostenitori nei vari progetti di “centro-sinistra” (con qualche elemento di mitigazione sociale), e che ha ancora influenti sostenitori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alla base di questo progetto politico progressista, dovrebbe esserci un’estensione dell’accesso all’istruzione (e alla ricerca), come base di un modello di sviluppo ispirato al principio di <em>uguaglianza</em>. Evidentemente, sono tanti gli aspetti che rendono diverso un essere umano dall’altro, ma a nostro modo di vedere le caratteristiche che abbiamo in comune prevalgono sulle differenze, che sono quindi dovute soprattutto al contesto socio-economico (si veda, per un’analisi recente, <strong>[10]</strong>). Consideriamo l’esempio proposto da Adam Smith: “La differenza tra i caratteri più dissimili, per esempio, tra un filosofo e un facchino, sembra sia imputabile non tanto alla natura quanto all’abitudine, al costume e all’educazione”.<strong>[11]</strong> Tra i possibili interventi volti a contrastare i risvolti sociali negativi della necessaria <em>divisione del lavoro</em>, un ruolo di primo piano spetta proprio all’istruzione, che si configura come un aspetto centrale sia per lo sviluppo economico che per una consapevole partecipazione delle persone alla vita pubblica. A questo proposito è interessante il richiamo fatto recentemente da Guido Rossi<strong>[12]</strong> all’illuminista Nicolas de Condorcet che aveva individuato l’origine della crisi dell’ordine liberale e della libertà degli scambi del ‘700 nella trasformazione del denaro in potere politico, e del potere politico in influenza sui mercati. Già allora Condorcet poneva come prioritario l’accesso di tutti i cittadini all’istruzione. A nostro avviso, un ripensamento radicale sulle imposte di successione e, in generale, sui patrimoni, avrebbe un chiaro valore simbolico in questa prospettiva, oltre a fornire le basi materiali per un ampio processo di estensione del diritto ad un’istruzione <em>universale</em>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span"><em>* Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (DiSES), Università Politecnica delle Marche, Piazzale Martelli 8, 60121, Ancona. E-mail: alberto.russo@univpm.it. Home page:</em></span><a target="_blank" href="http://www.univpm.it/Entra/Engine/RAServePG.php/P/320710011848/idsel/643/docname/ALBERTO%20RUSSO">www.univpm.it/alberto.russo</a></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6></h6>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] L’autore desidera ringraziare Riccardo Realfonzo per i graditi ed utili commenti e suggerimenti. Il presente contributo è una versione sintetica del seguente articolo: Russo A. (2011), “La crisi, le sue origini e il prossimo futuro”, <em>MPRA paper</em> 34742, University Library of Munich.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] Fumagalli A. (2011), “Il diritto al default come contropotere finanziario”, <em>il Manifesto</em> (1 settembre).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Viale G. (2011), “Come guidare il default italiano”, <em>il Manifesto</em> (5 ottobre).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] Giacché V. (2011), “Gli indignati e il debito”,<em> il Fatto Quotidiano </em>(14 ottobre).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] De Grauwe P. (2011), “The European Central Bank as a lender of last resort”, www.voxeu.org (18 agosto).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[6] Wolf M. (2011), “Caro Mario, soltanto lei può salvare l’euro”, <em>il Sole24Ore</em> (26 ottobre).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[7] Cataldi E. C. (2011), “Per la reflazione e lo sviluppo”, economiaepolitica, rivista online di critica della politica economica (15 ottobre).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[8] Orléan A. (2010), <em>Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri sagg</em>i, Ombre Corte/Uninomade, Verona.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[9] Stiglitz J. E. (2011), “La recessione c’è, manca l’exit strategy”, <em>la Repubblica</em> (10 ottobre).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[10] Flynn J. R. (2008), <em>Where Have All the Liberals Gone? Race, Class, and Ideals in America</em>, Cambridge University Press, Cambridge.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[11] Smith A. (1776), <em>An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations</em>, edizione italiana 2006, a cura di Anna e Tullio Bagiotti, UTET, Torino.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[12] Rossi G. (2011), “La forbice sempre più esasperata”, <em>il Sole24Ore</em> (30 ottobre).</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Per un cambiamento della politica economica in Italia e in Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 19:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche
Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione
In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center" align="left"><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/economia_pil.jpg" align="left" height="185" width="250" /></em></p>
<p style="text-align: center" align="left"><em>Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche</em></p>
<p style="text-align: center" align="left"><em>Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa </em><em>che rilanci domanda, sviluppo e occupazione</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono a buona parte della classe dirigente nazionale per non aver saputo attuare politiche che favorissero lo sviluppo del paese, la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza, nella costruzione dell’Unione Monetaria, di un quadro di politiche fiscali e monetarie coordinate volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri, e a una maggiore equità distributiva nei paesi e fra i paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crisi europea e il suo aggravamento, in particolare con l’attacco ai titoli del debito pubblico italiano, trovano la loro origine in questa assenza e sono solo parzialmente riconducibili alla progressiva caduta di credibilità del governo sinora in carica. La mancata iscrizione tra i compiti della Banca Centrale Europea del tradizionale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei debiti sovrani ha contribuito ad esporre all’attacco i titoli del debito italiano e di altri paesi europei. Le misure intraprese dai paesi dell’Eurozona per sostenere i debiti sovrani, e in primo luogo il cosiddetto Fondo Salva-Stati, risultano del tutto insufficienti anche per i debiti delle economie più piccole, e a maggior ragione per quelli dei paesi più grandi. Per di più le misure di restrizione dei bilanci pubblici che vengono richieste in cambio di quegli aiuti hanno aggravato la recessione e la stessa crisi finanziaria nei paesi beneficiari. Attualmente l’Eurozona è senza una bussola. Per l’opposizione del paese più forte, nell’ultima riunione del G-20 essa ha persino respinto la proposta di una emissione di Diritti Speciali di Prelievo da parte del Fondo Monetario Internazionale a sostegno dei debiti sovrani sotto attacco. Sono in gioco la sopravvivenza dell’Unione Monetaria e del Mercato Unico, e la stabilità economica europea e globale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I firmatari di questo appello ritengono che la grave situazione attuale nelle sue cause contingenti e di lungo periodo non possa essere affrontata se non nel quadro di un progressivo mutamento dell’insieme delle politiche economiche europee, fatte salve le azioni di politica economica che l’Italia deve intraprendere al suo interno. Siamo per un più pieno coordinamento delle politiche fiscali, monetarie e salariali in Europa, che includa a pieno titolo la piena occupazione fra gli obiettivi. Per questo siamo fermamente contrari alla iscrizione nelle Costituzioni nazionali della clausola del pareggio del bilancio pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In queste circostanze riteniamo che il nuovo esecutivo debba rapidamente muoversi nelle sedi europee appropriate, con la necessaria determinazione e le necessarie alleanze politiche, per ottenere una garanzia ferma e illimitata della BCE sul debito sovrano italiano e degli altri paesi dell’Eurozona, volto a ricondurre i tassi di interesse ai livelli pre-crisi -intervento da tempo sostenuto anche dall’Amministrazione americana e da molti autorevoli economisti di diverso orientamento teorico. Riteniamo, anche in questo caso con il conforto di opinioni diffuse tra gli economisti, che politiche di riduzione dei debiti pubblici siano in questa fase controproducenti, e reputiamo quindi che la richiesta nei riguardi della BCE vada accompagnata da un impegno non già all’abbattimento, ma bensì alla stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil in Italia e negli altri paesi in difficoltà. Un nuovo esecutivo, tecnico o politico, che si configurasse invece come mero esecutore delle richieste europee, quali espresse nelle scorse settimane, determinerebbe un aggravamento della crisi economica e finanziaria in Italia e in Europa, con devastanti conseguenze sociali e l’insostenibilità degli attuali accordi, monetari e commerciali, nell’UE. Fermo nella denuncia di tali pericoli, il Governo italiano si dovrebbe pertanto fare promotore in ambito europeo e del G-20 di politiche fiscali, monetarie e salariali concertate volte al rilancio della domanda aggregata, in particolare da parte dei paesi in forte avanzo commerciale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La riduzione dei tassi, accompagnata dall’impegno alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche internazionali espansive libererebbe nel nostro paese risorse per la crescita sia dal lato del sostegno della domanda interna che del rilancio della competitività. Riteniamo in particolare che tali risorse - assieme a quelle che dovranno provenire da una seria lotta all’evasione fiscale, da un&#8217;imposta che colpisca i patrimoni su base regolare e annua e non una tantum, e dalla razionalizzazione della spesa pubblica (inclusi i costi della politica) - vadano prioritariamente destinate alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un aumento dei salari netti, al sostegno di istruzione, ricerca e cultura, all’aumento degli investimenti per l’industria pubblica e il Mezzogiorno, alla difesa dell’ambiente, all’efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione, alla difesa della legalità. Su questi obiettivi un nuovo e più autorevole esecutivo dovrebbe impegnarsi in Europa chiedendo e restituendo fiducia al popolo italiano.</p>
<p>Acocella Nicola, Università di Roma 1<br />
Artoni Roberto, Università Bocconi Milano<br />
Bagnai Alberto, Università Gabriele D’Annunzio Pescara<br />
Barba Aldo, Università di Napoli Federico II<br />
Bellini Enrico, Università Cattolica Milano<br />
Biagioli Marco, Università di Parma<br />
Blankenburg Stephanie, SOAS Università di Londra<br />
Bosco Luigi, Università di Siena<br />
Bosi Paolo, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Canale Rosaria Rita, Università di Napoli Parthenope<br />
Cangiani Michele, Università Ca’ Foscari Venezia<br />
Carrera Antonio Cuerpo, Università Complutense Madrid (Spagna)<br />
Jorge Carreto, Universidad Nacional Autonoma de Mexico (UNAM),<br />
Caselli Gianpaolo, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Castellano Rosaria, Università di Macerata<br />
Cesaratto Sergio,  Università di Siena<br />
Chiodi Guglielmo, Università di Roma 1<br />
Ciccone Roberto,  Università di Roma 3<br />
Contini Bruno, &#8220;S. Cognetti de Martiis&#8221; Università di Torino<br />
Costabile Lilia, Università di Napoli Federico II<br />
D’Ippoliti Carlo, Università di Roma 1<br />
De Cecco Marcello, Scuola Normale Superiore di Pisa<br />
De Muro Pasquale, Università di Roma 3<br />
De Vivo Giancarlo, Università di Napoli<br />
Devillanova Carlo, Università Bocconi Milano<br />
Luca Fantacci, Università Bocconi Milano<br />
Farina Francesco, Università di Siena<br />
Febrero Panos Eladio, Università di Castilla La Mancha (Spagna)<br />
Felice Emanuele, Università autonoma di Barcellona (Spagna)<br />
Fiorito Luca, Università di Palermo<br />
Forges Davanzati Guglielmo, Università del Salento<br />
Franzini Maurizio,  Università di Roma 1<br />
Saverio M. Fratini, Università di Roma 3<br />
Fubini Lia, Università di Torino<br />
Ghignoni Emanuela, Università di Roma 1<br />
Ginzburg Andrea, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Hodgson Geoffrey, Università di HertfordShire (RU)<br />
King John, La Trobe University, Melbourne (Australia)<br />
Krimpas George E., Università di Atene (Grecia)<br />
Lavoie Marc, Università di Ottawa (Canada)<br />
Enrico Sergio Levrero, Università di Roma 3<br />
Lombardi Mauro, Università di Firenze<br />
Loperato Francis Luiz C., Università di Campinas (Brasile)<br />
Lucarelli Stefano, Università di Bergamo<br />
Lugli Loris, già direttore IRES Emilia Romagna<br />
Lunghini Giorgio, Università di Pavia<br />
Maffeo Vincenzo, Università di Roma 1<br />
Marani Ugo, Università di Napoli Federico II<br />
Marcuzzo Maria Cristina, Università di Roma 1<br />
Mongiovi Gary, St.Johns University (USA)<br />
Morroni Mario, Università di Pisa<br />
Napolitano Oreste, Università di Napoli Parthenope<br />
Nuti Domenico Mario, Università di Roma 1<br />
Ofria Ferdinando, Università di Messina<br />
Madsen Ove  Mogens, Aalborg University (Danimarca)<br />
Pagano Ugo, Università di Siena<br />
Palazzi Paolo, Università di Roma 1<br />
Palumbo Antonella, Università di Roma 3<br />
Panico Carlo, Università di Napoli<br />
Park Man-Seop, Università di Seul (Corea del sud)<br />
Pastrello Gabriele, Università di Trieste<br />
Pennacchi Laura, Fondazione Basso<br />
Picchio Antonella, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Pivetti Massimo, Università di Roma 1<br />
Pugno Maurizio, Università di Cassino<br />
Ramazzotti Paolo, Università di Macerata<br />
Rangone Marco, Università di Padova<br />
Ravagnani Fabio, Università di Roma 1<br />
Realfonzo Riccardo, Università del Sannio<br />
Louis-Philippe Rochon, Laurentian University, Ontario (Canada)<br />
Rossi Sergio, Università di Friburgo (Svizzera)<br />
Saccareccia Mario, Università di Ottawa (Canada)<br />
Sacconi Lorenzo, Università di Trento (direttore Econmetica)<br />
Sau Lino, &#8220;S. Cognetti de Martiis&#8221; Università di Torino<br />
Sawyer Malcolm, Università di Leeds<br />
Schiattarella Roberto, Università di Camerino<br />
Solari Stefano, Università di Padova<br />
Stefania Gabriele, dirigente ricerca CNR<br />
Stirati Antonella, Università di Roma 3<br />
Stefano Sylos Labini, ENEA Roma<br />
Tiberi Mario, Università di Roma 1<br />
Travaglini Carlo, M., Università di Roma 3<br />
Tridico Pasquale Università di Roma 3<br />
Alfonso Vadillo, Facultad de Economía, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM)<br />
Vercelli Alessandro, Università di Siena<br />
Watt Andrew, Senior researcher European Trade Union Institute<br />
Zezza Gennaro Università di Cassino e Levy Institute (USA)</p>
<p>E&#8217; possibile aderire all&#8217;indirizzo <a target="_blank" href="http://documentoeconomisti.blogspot.com/">http://documentoeconomisti.blogspot.com/</a> .</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pierangelo Garegnani, l&#8217;economista controcorrente</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 22:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Sabato 15 ottobre 2011 all’età di 81 anni è venuto a mancare Pierangelo Garegnani, il maggiore economista teorico italiano degli ultimi cinquant’anni, figura di assoluto rilievo internazionale che ha contribuito come nessun altro a chiarire, portare avanti ed estendere il progetto avviato da Piero Sraffa di riabilitazione dell’impostazione teorica classica (o, come Garegnani anche la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/pierangelo-g.jpg" height="180" width="135" />Sabato 15 ottobre 2011 all’età di 81 anni è venuto a mancare Pierangelo Garegnani, il maggiore economista teorico italiano degli ultimi cinquant’anni, figura di assoluto rilievo internazionale che ha contribuito come nessun altro a chiarire, portare avanti ed estendere il progetto avviato da Piero Sraffa di riabilitazione dell’impostazione teorica classica (o, come Garegnani anche la chiamava, impostazione del ‘sovrappiù’). Si tratta dell’impostazione in sede di teoria del valore e della distribuzione del reddito che nella sua struttura fondamentale accomuna i Fisiocratici, Adam Smith, Ricardo e Marx, e che venne abbandonata nell’ultimo quarto del 19° secolo in favore dell’impostazione ‘marginale’ (detta anche ‘della domanda e offerta’, o neoclassica come impropriamente oggi spesso la si definisce), anche per via della maggiore capacità di questa seconda impostazione di offrire argomenti a difesa del capitalismo a fronte della crescente protesta operaia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In effetti, come messo in luce da molti studi di storia del pensiero economico, fin da poco dopo la morte di Ricardo (1823) era iniziata la ricerca di teorie dell’origine dei profitti che ne fornissero una giustificazione capace di opporsi alla tesi, derivabile dalle analisi degli stessi Adam Smith e Ricardo, che i profitti scaturiscono dalla maggior forza contrattuale dei capitalisti rispetto ai lavoratori salariati (la quale permette di imporre ai lavoratori di lavorare più di quanto basterebbe a produrre i loro salari), ed hanno dunque una origine analoga a quella del reddito dei signori feudali, derivante dal monopolio della terra che permetteva di imporre ai servi della gleba le corvées: da cui l’accusa di sfruttamento del lavoro come vera origine dei profitti. La pericolosità dell’impostazione classica per la struttura di classe dell’epoca emerge bene in un brano del 1831 di Scrope, il quale, riferendosi a Ricardo e ai suoi seguaci, scriveva: “Sicuramente la pubblicazione di opinioni &#8230; che, se anche fossero vere, poiché sconvolgono i principi fondamentali della simpatia e dell’interesse comune che costituiscono il cemento della società, non potrebbero essere che profondamente dannose, costituisce un crimine [&#8230;]. Nella loro teoria della rendita, essi hanno insistito che i proprietari fondiari possono prosperare solo a danno di tutti gli altri, e in particolare dei capitalisti; nella loro teoria dei profitti essi hanno dichiarato che i capitalisti possono migliorare la loro situazione solo a danno della numerosa classe dei lavoratori; nella loro teoria dei salari essi hanno sostenuto che la condizione dei lavoratori può essere migliorata solo privandoli della gioia di essere mariti e padri [&#8230;]. In ciascuno dei loro argomenti essi si sono sforzati di mostrare che gli interessi di ciascuna classe della società sono necessariamente in perpetua opposizione con quelli di ogni altra classe!”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Con la nascita di un aperto conflitto di classe tra capitale e lavoro salariato dopo il 1830, il bisogno di confutare tale prospettiva si intensifica; come scrisse Marx, scompaiono i brillanti tornei tra economisti dell’epoca di Ricardo, e resta posto solo per i “pugilatori a pagamento”. Ma negli anni dopo il 1870, tramite una generalizzazione della teoria della rendita differenziale, si arriva ad una struttura analitica apparentemente difendibile: si sostiene che non solo il fitto della terra è rendita differenziale, ma in un certo senso lo sono anche i profitti del capitale e i salari del lavoro: ciascuna di queste tre fonti di reddito rifletterebbe infatti il contributo al margine alla produzione di ciascuna unità del rispettivo ‘fattore produttivo’, contributo denominato ‘produttività marginale’, misurato dall’aumento di produzione dovuto all’aggiunta di quella unità, o equivalentemente da quanto diminuirebbe la produzione se quella unità del ‘fattore’ considerato venisse ritirata dalla produzione: l’imprenditore avrà infatti convenienza a aumentare l’impiego di ciascun ‘fattore produttivo’ se l’aumento di ricavo derivato dall’aumento di produzione causato da una unità in più del ‘fattore’ risulta maggiore dell’aumento di costo dovuto al dover pagare quella unità di fattore in più, e si fermerà solo quando l’aumento di ricavo (che via via diminuisce perché, sostiene questa teoria, la produttività marginale di un fattore via via diminuisce se l’impiego del fattore aumenta) e aumento di costo diventano uguali. Ne discende che i lavoratori ricevono quanto contribuiscono al margine alla produzione, giacché se un lavoratore smettesse di lavorare la produzione diminuirebbe, e per un valore esattamente uguale al suo salario. Analogamente, il capitalista riceve dei profitti perché i suoi atti di rinuncia al consumo, dunque il suo risparmio, hanno permesso la creazione di capitale, e ciascuna unità di capitale se fosse ritirata dalla produzione la farebbe diminuire di un ammontare di valore pari al tasso di profitto, che dunque riflette il contributo dei ‘sacrifici’ del capitalista-risparmiatore alla produzione. Redditi da lavoro e redditi da capitale finiscono così per riflettere entrambi il contributo al margine alla produzione dei proprietari dei rispettivi fattori produttivi, contributo derivante rispettivamente dal sacrificio di lavorare e da quello di astenersi dal consumo, e diventa molto più difficile argomentare che i profitti derivino dallo sfruttamento di una classe su un’altra.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nel determinare in base alla scarsità relativa dei fattori della produzione le remunerazioni di lavoro, terra e capitale, l’impostazione marginalista aveva anche un’altra implicazione rilevante rispetto alle crescenti rivendicazioni e proteste delle organizzazioni dei lavoratori. In base alla produttività marginale decrescente (e ad altri meccanismi di sostituzione tra beni e fattori in cui qui non posso entrare), in essa si ricavano curve di domanda dei fattori produttivi decrescenti rispetto ai rispettivi saggi di remunerazione. Ne deriva che la domanda di lavoro da parte delle imprese è funzione decrescente del salario, cosicchè, se i sindacati strappano aumenti salariali, ciò, a parità di altre circostanze, non potrà che portare ad una diminuzione della domanda di lavoro, e dunque ad un aumento della disoccupazione. Quest’ultima origina quindi secondo la teoria ‘marginale’ da attriti o rigidità che impediscono alle forze della domanda e dell’offerta di operare liberamente, ed il modo per eliminare la disoccupazione è che si accetti e si verifichi una diminuzione dei salari.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questa impostazione teorica, che ha avuto un impatto ideologico enorme ancora sottovalutato e ha pesantemente influenzato anche la sociologia, è quella ancora oggi in varie forme più diffusa, e sta dietro le giustificazioni teoriche delle politiche economiche adottate negli ultimi trentacinque anni nei paesi avanzati, che hanno favorito l’enorme redistribuzione di reddito a sfavore dei lavoratori. Invece i risultati analitici da lui raggiunti nella tesi di dottorato completata a Cambridge nel 1958 portavano Garegnani a concludere, controcorrente, che questa impostazione ‘marginale’ è analiticamente erronea, basata su una trattazione indifendibile del capitale, e che invece l’impostazione dei classici e di Marx era stata abbandonata prematuramente, in quanto i suoi difetti in sede di teoria del valore e del saggio di profitto, difetti legati all’adozione della teoria del valore-lavoro, sono correggibili senza che ne risulti snaturato il complessivo impianto teorico. Raggiunte queste conclusioni (che convergevano con quelle di Piero Sraffa in <em>Produzione di merci a mezzo di merci</em>, che però nel 1958 Garegnani non conosceva ancora), egli ha da quel momento sostenuto con rigorose argomentazioni analitiche che è dunque quella classica l’impostazione che un economista serio, scientificamente motivato, dovrebbe preferire, senza timore delle implicazioni politiche che ne possano derivare: se ne emergerà confermata una ingiustizia e inefficienza del sistema capitalistico, bisognerà cercare di diminuirle e correggerle, piuttosto che cercare di occultarle.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La superiorità scientifica dell’impostazione classica è stata confermata a Garegnani dai risultati di Sraffa in <em>Produzione di merci</em>, in particolare Garegnani ha integrato le sue precedenti critiche all’impostazione marginale/neoclassica nelle sue versioni tradizionali con ulteriori critiche basate sulla possibilità di ‘ritorno delle tecniche’ messa in luce da Sraffa, e ha applicato queste critiche alla teoria dell’investimento con il risultato di una critica della legge di Say e di una importante difesa del contributo di Keynes; più di recente ha ulteriormente contribuito alla critica dell’impostazione neoclassica sottolineando gli enormi difetti delle sue versioni recenti in termini di equilibri temporanei e intertemporali. Questi suoi contributi critici sono quelli che lo hanno reso più noto a livello internazionale, ma forse alla lunga anche più importanti si riveleranno i suoi contributi alla ricostruzione della teoria economica; questi includono importanti scritti di chiarimento dell’impostazione classica e di Marx, fraintesa per decenni anche dalla maggior parte dei marxisti, e contributi (che hanno aperto la strada a un filone di ricerche molto attivo) in cui ha mostrato che si può utilmente integrare l’impostazione classica quanto a teoria del valore e della distribuzione del reddito, con il principio keynesiano della domanda effettiva (cioè il ruolo fondamentale della domanda aggregata nella determinazione di occupazione e produzione) per la spiegazione della crescita economica. Il rigore e la profondità delle sue argomentazioni sono stati internazionalmente riconosciuti e lo hanno fatto universalmente considerare il caposcuola dell’impostazione talvolta detta ‘sraffiana’ ma che è più corretto chiamare, per quanto appena detto, classica-keynesiana. Nell’attesa di analisi più aggiornate e dettagliate della sua opera, mi sia permesso rinviare alla mia voce “Pierangelo Garegnani” in P. Arestis, M. Sawyer, <em>A Biographical Dictionary of Dissenting Economists</em> (Edward Elgar, I ed. 1992, II ed. 2000) per una illustrazione sintetica dei suoi contributi fino al 1992. Dei suoi contributi successivi, suggerirei in particolare ai lettori la lettura dei lunghi saggi, molto illuminanti, con cui Garegnani ha continuato nell’opera di chiarimento delle differenze tra impostazione classica e neoclassica, confutando i fraintendimenti di Blaug e di Samuelson (rispettivamente in <em>History of Political Economy</em>, 2002, e in <em>European Journal of the History of Economic Thought</em>, 2007). Una parte considerevole delle sue energie negli ultimi quindici anni è stata assorbita dal tentativo di ulteriori critiche alle versioni contemporanee dell’impostazione marginale/neoclassica, che ha portato a complessi saggi molto recenti ancora oggetto di dibattito. Altre sue energie sono andate al riordino dei manoscritti di Sraffa (il quale alla sua morte nel 1983 lo aveva prescelto come suo esecutore letterario), e all’avvio di un importante lavoro collettivo di esame di tali manoscritti che dovrebbe risultare a breve nella pubblicazione di una loro selezione. Desidero infine ricordare che nonostante l’immensa mole di lavoro di ricerca, egli ha trovato il tempo per aiutare numerosi economisti più giovani a orientarsi nella teoria economica, e siamo in molti a essergli enormemente grati per questo; diversi di questi suoi allievi collaborano ora a portare avanti le attività della Fondazione Centro Sraffa che Garegnani ha creato come punto di riferimento per chi fosse interessato a contribuire allo sviluppo dell’impostazione classica-keynesiana.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per motivi di spazio mi limito a due brevi indicazioni di elementi centrali della prospettiva non neoclassica sul funzionamento delle economie di mercato che Garegnani ha contribuito a sviluppare e che più possono interessare i lettori di questa rivista. In primo luogo, egli ha evidenziato la grande flessibilità della produzione: questa si adegua alla domanda, e dunque anche a livello <em>aggregato </em>è in grado di aumentare anche di molto se la domanda aggregata aumenta; per cui sarà generalmente perfettamente possibile aumentare sia gli investimenti che i consumi, cioè non è vero che bisogna ridurre i consumi per accelerare la crescita economica; né bisogna che i salari diminuiscano affinché occupazione e produzione aumentino, perché la flessibilità della produzione e in particolare delle industrie che producono beni capitali permette di aumentare la produzione, allo stesso tempo producendo i beni capitali necessari a impiegare lavoratori in più allo stesso salario o anche a un salario superiore (questo è un altro modo di mostrare l’insostenibilità della curva neoclassica decrescente di domanda di lavoro). Inversamente, se la domanda aggregata cala si ha perdita di produzione e di accumulazione potenziale, che a differenza della disoccupazione è poco visibile perché è un non venire in essere di produzioni possibili, ma su periodi lunghi può comportare differenze enormi nel grado di sviluppo di un’economia e nella sua capacità di dare lavoro a tutti. I suoi allievi si stanno ora battendo affinché tale prospettiva venga riconosciuta corretta dai responsabili della politica economica e porti a politiche più efficaci contro la disoccupazione e per risolvere il problema del debito pubblico italiano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il secondo elemento che può interessare i lettori di questa rivista è lo sviluppo da parte di Garegnani della tesi di Michail Kalecki che l’occupazione, dipendendo dalla domanda aggregata, dipende in larga misura da decisioni politiche, che possono benissimo essere a favore di un <em>aumento </em>della disoccupazione, per ‘mantenere al loro posto’ i lavoratori salariati. In un lavoro uscito sulla <em>Rivista del Manifesto</em> (n. 48, marzo 2004), scritto assieme a T. Cavalieri e M. Lucii, Garegnani applica tale prospettiva ad una critica della posizione (di Bowles e altri marxisti) che spiega l’alto tasso di crescita della produzione e dei salari nelle economie avanzate negli anni 1946-1972 come dovuto ad una convergenza di interessi tra capitalisti (interessati a un’alta domanda aggregata che permetta di sfruttare appieno gli impianti) e lavoratori. L’articolo sostiene che invece tale alto tasso di crescita e la contemporanea creazione del Welfare State sono stati un episodio eccezionale nella storia del capitalismo, concesso controvoglia dalle classi dominanti, timorose della forza dei lavoratori e dell’attrattiva esercitata su di essi dal comunismo; il successivo rallentamento della crescita economica viene visto come un tipico caso di disoccupazione volutamente ricreata per indebolire le classi lavoratrici e riportare il capitalismo a una situazione per esso (e cioè, per le classi dominanti) più ‘sana’.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Con Garegnani scompare una delle menti più acute e meno conformiste dell’economia contemporanea. Con energia e coraggio egli ha perseguito lo sviluppo di tesi controcorrente e con implicazioni politiche che certamente non gli rendevano facile ottenere ampi appoggi. Ma il rigore e la profondità delle sue argomentazioni hanno reso inevitabile una loro crescente accettazione, e il grande rispetto anche dei suoi avversari scientifici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Garegnani ha continuato a lavorare intensamente fino all’ultimo, e lascia alcuni lavori incompiuti o non pubblicati (ad esempio uno, in collaborazione con il sottoscritto, su Marx e alcuni sviluppi recenti dell’economia marxista), e probabilmente altri ne giacciono tra le sue carte. E’ auspicabile che questi lavori siano resi pubblici il prima possibile, e siano rieditati e tradotti i suoi lavori diventati difficilmente reperibili o non disponibili in inglese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore ordinario nell’università di Siena</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
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		<title>Yes we can!</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 16:52:38 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/images.jpg" height="225" width="292" />Alla fine del 2007, il governatore della Banca d&#8217;Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche l&#8217;“incertezza suscitata dalle ripetute modifiche delle regole previdenziali” influiva negativamente sulla crescita. Oggi, con salari e pensioni certo non più alti di allora, lo stesso Draghi ha firmato come presidente entrante della BCE una lettera al governo italiano in cui, tra le misure “essenziali” per far fronte alla crisi del debito pubblico e “rilanciare la crescita”, si include la proposta di ridurre i salari dei pubblici dipendenti, di precarizzare ulteriormente i lavoratori del settore privato facilitandone il licenziamento, di introdurre nuove sostanziose modifiche alla disciplina delle pensioni dei lavoratori dipendenti (tralasciando naturalmente di notare che la gestione del sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti è in attivo e il suo avanzo contribuisce un ammontare pari a vari punti di PIL alle casse dello stato).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Un po’ tutto e il contrario di tutto si sente anche nel dibattito che si va animando sul tema della patrimoniale: tutti ne parlano, e si cimentano nel disegno di una qualche ipotesi di imposizione sul patrimonio, straordinaria o ordinaria che sia. Ci sono almeno tre motivi per cui questa attenzione è comunque benvenuta. In primo luogo, la patrimoniale è una tassa che toccherebbe poco la crescita dei consumi, e quindi (seguendo il Draghi del 2007) la crescita dell&#8217;economia. In secondo luogo, guardare al patrimonio consentirebbe un importante recupero di base imponibile sfuggita all&#8217;imposizione sul reddito. In terzo luogo, l&#8217;Italia ha eliminato negli ultimi anni quasi ogni forma impositiva sul patrimonio: non vi sono praticamente più imposte sulle successioni e sulle donazioni, né imposte sulla ricchezza, del tipo dell&#8217;imposta sulle grandi fortune che si paga in Francia. Abbiamo meno di 10 miliardi di euro di gettito ICI (erano 13 prima dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa), a fronte dei 27 miliardi di euro delle imposte francesi sul patrimonio. In compenso ricaviamo 10 miliardi di gettito da lotto e lotterie: un&#8217;imposta sulla miseria invece che sulla ricchezza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Detto questo, bisogna però aggiungere che ogni discorso serio su un’eventuale imposta patrimoniale non possa che concepirla come la più comprensiva possibile, sia per quanto riguarda i detentori, sia per quanto riguarda le attività da assoggettarvi, seguendo l’elementare principio che ad uguali patrimoni corrisponda uguale imposta. La questione dei soggetti non viene oggi quasi toccata, e si ragiona come se i detentori di ricchezza fossero solo le famiglie. Ma ci sono anche le società. E’ sbagliato ritenere che il patrimonio delle società sia già conteggiato nel patrimonio delle famiglie che ne sono proprietarie, perchè non c’è una necessaria corrispondenza tra valore delle quote proprietarie e stato patrimoniale della società. Né bisogna pensare che assoggettare a patrimoniale le società implichi tassare gli “strumenti della produzione”. Si consideri che il 40% della ricchezza immobiliare complessiva della nazione è posseduta da società. E’ ovvio che questi immobili non sono tutti <em>destinati alla attività produttiva delle società che li possiedono</em> (per questi naturalmente si potrebbero individuare forme di esenzione). Ad esempio, il 10% del totale degli immobili <em>residenziali </em>in Italia sono posseduti da società, e certo non vi sarebbe motivo di esentarli; né vi sarebbe motivo di esentare gli immobili non residenziali posseduti da “imprese” che esistono solo per gestire questo patrimonio immobiliare. Insomma, la coraggiosa proposta della Confindustria di introdurre una patrimoniale sulle famiglie è il classico “armiamoci e partite”. Che poi la Confindustria invochi benefici per sé a contropartita di una patrimoniale che vorrebbe pagata da altri non è scandaloso: in fondo fa il suo mestiere.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda la questione delle attività da assoggettare all’imposta, evidentemente non si tratterebbe solo di quelle reali, ma anche di quelle finanziarie. Il problema, che riguarda tanto le persone fisiche che le persone giuridiche, è evidentemente quello di applicare un sistema di accertamento efficace del tributo, non basato quindi solo sull&#8217;autodichiarazione, sia pur rafforzata con pesanti sanzioni per le dichiarazioni mendaci. Per gli immobili la soluzione è relativamente semplice: lo strumento attraverso il quale procedere è il catasto. Per i beni mobili registrati c’è il registro relativo, da cui si potrebbe partire, studiando misure che evitino l’evasione. Per i valori mobiliari emessi all’interno si dovrebbe procedere ad un meccanismo di accertamento in capo al soggetto emittente (lo Stato, le società non finanziarie, le banche), che elimina la questione dello stato nazionale o estero del possessore dell&#8217;attività finanziaria. Ma sorge il problema di titoli emessi da soggetti stranieri e detenuti anonimamente da residenti italiani. Si potrebbe avere il paradosso che un soggetto (anche estero) che avesse acquistato titoli del debito pubblico italiano sarebbe colpito dalla patrimoniale, mentre un italiano che avesse acquistato titoli esteri e li occul¬tasse allo stato non sarebbe incluso. Poco può fare, ci sembra, l&#8217;obbligo di indicare nella dichiarazione dei redditi tutte le attività finanziarie detenute all&#8217;estero. Al crescere delle cifre, l&#8217;evasione fiscale tende a trasformarsi in ‘elusione fiscale’, e per grandi importi evolvere nella rispettabilissima ‘programmazione fiscale’: in fin dei conti, i ricchi pagano solo le tasse che vogliono pagare. E bisogna riconoscere che c’è una certa contraddizione nell’essere a favore sia della patrimoniale sulle attività finanziarie che della libera circolazione dei capitali – una contraddizione che certo non affligge la proposta del PD, che intende assoggettare a patrimoniale<em> solo gli immobili</em> delle famiglie.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Detto che la patrimoniale dovrebbe essere la più ampia possibile sia per quanto riguarda i soggetti che le attività, consideriamo gli ordini di grandezza. La scelta è tra una patrimoniale ordinaria – imposta permanente a bassa aliquota, sul modello della patrimoniale francese – e una patrimoniale straordinaria – misura <em>una tantum</em> ad aliquota assai più alta, che uno stato forte può in certe circostanze imporre al fine di abbattere col suo gettito il debito pubblico. Il realismo politico ci sembra deporre a favore della prima. Ragionando sui dati dell’indagine della Banca d’Italia – che considera la ricchezza delle sole famiglie – se si tassasse ad esempio con patrimoniale straordinaria ad aliquota del 12% il patrimonio del 10% più ricco delle famiglie (pari a 2.5 volte il PIL), si otterrebbe un gettito di 30 punti di PIL (cioè 460 miliardi). Questo gettito addizionale, impiegato per ritirare debito pubblico, darebbe un risparmio di interessi pari a circa 25 miliardi l’anno, supponendo un onere medio del debito al 5%. La stessa cifra annuale potrebbe essere ottenuta con una patrimoniale ordinaria ad aliquota dello 0.7% sullo stesso gruppo di famiglie. La decisione fondamendale riguarda allora l’uso di questa cifra. Seguendo il Draghi del 2007, dovrebbe essere usata per “fare spazio” ad una spesa che sostenendo la crescita permetta di ridurre il peso del debito sul PIL attraverso la crescita del prodotto piuttosto che la riduzione del debito. In fin dei conti, basta guardare all’esperienza dell’Italia – che pure aveva ridotto il debito dal 122% del PIL nel 1994 al 104% nel 2007, per poi vederlo risalire al 120% di oggi – per capire che avanzi di bilancio senza crescita rendono il miglioramento della posizione finanziaria dello stato una fatica di Sisifo. E’ chiaro allora perché tanti oggi invochino la crescita. Quello che però si dimentica è che crescita e creazione di avanzi primari di bilancio non vanno d’accordo, ed è per questo necessario che gli avanzi siano almeno generati da uno spostamento del carico fiscale dal lavoro agli altri redditi: la patrimoniale sarebbe oggi un primo passo in questa direzione, se non viene intesa – come forse molti sperano – come un “sacrificio” chiesto agli evasori, con la più o meno esplicita promessa di lasciar poi le cose continuare ad andare per il <em>loro</em> verso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em> *Università di Napoli “Federico II”</em></p>
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		<title>Per la reflazione e lo sviluppo</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 07:30:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il fondamento di questa proposta[1] è che è possibile e necessaria una strategia di crescita e di riduzione della disoccupazione che non comporti licenziamenti, riduzione del tenore di vita e dei diritti degli Italiani; e che non occorrano alienazioni di patrimonio pubblico, cui importanti componenti possono invece costituire fondamentali volani di sviluppo.
L’esigenza di tornare a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisi-economica1.JPG" height="308" width="364" />Il fondamento di questa proposta<strong>[1]</strong> è che è possibile e necessaria una strategia di crescita e di riduzione della disoccupazione che non comporti licenziamenti, riduzione del tenore di vita e dei diritti degli Italiani; e che non occorrano alienazioni di patrimonio pubblico, cui importanti componenti possono invece costituire fondamentali volani di sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’esigenza di tornare a crescere dopo una crisi, o dopo anni di stagnazione e recessione, non è nuova. In passato ci si è riusciti con successo. Il caso esemplare e più vicino alla situazione odierna è l’uscita dalla Grande Depressione interbellica e il piano delineato da Keynes in <em>The Means to Prosperity</em>, che poi trovò – con strade non sempre lineari – concretizzazione nel successo del <em>New deal </em>roosveltiano e in analoghe misure di reflazione messe in atto in vari paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nel 1934, in Italia nel mezzo della Grande Depressione, si decise di porre fine alla caduta dei prezzi e del prodotto e alle politiche di contenimento dei costi che avevano portato a risultati disastrosi. Prestando fede a dati da interpretare con cautela ma che trovano conferme in altri paesi, con una politica di espansiva di reflazione dal 1935 il Pil italiano riprese una crescita duratura e sostenuta: l’inversione del trend del reddito fu <em>immediata</em>, e i tassi di crescita furono in media oltre il 4 percento tra il 1935 e il 1939. Con una pausa durante la guerra essa durò, con tassi di crescita di tutto rispetto, fino all’inizio degli anni ’90.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un percorso analogo fu seguito dagli Stati Uniti con leggero anticipo rispetto all’Italia. A dispetto della <em>vulgata </em>che vuole lento il recupero dalla grande crisi del 1929, con l’avvio del New deal il quadro reale depressivo cambiò <em>repentinamente </em>e radicalmente. La caduta del reddito si interruppe. “Tra 1933 e 1937 il prodotto nazionale lordo reale negli Stati Uniti crebbe a un tasso medio al di sopra dell’8 percento per anno; tra 1938 e 1941 crebbe oltre il 10 percento annuo” (Christina Romer). Crebbe sensibilmente la quota delle società in utile (un dato non soggetto ai problemi di misurazione del reddito); la produttività, in discesa durante la deflazione, riprese a crescere, mostrando un andamento prociclico sul quale poco si riflette. Le politiche di Roosvelt non furono un corpo organico, molti ancora sembrano i punti da chiarire, ma esse avevano come obiettivo di innalzare la domanda, richiamare in attività l’enorme disoccupazione, porre fine alla caduta dei prezzi, alleviare le situazioni più critiche (Lester V. Chandler).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il processo di reflazione negli Stati Uniti è stato oggetto di molte analisi. I risultati non sempre sono del tutto chiari, e sono ancora aperti interrogativi fondamentali. Tuttavia alcuni dati, come il ritorno delle società agli utili, sgombrano ogni dubbio sul segno e l’intensità del processo in atto.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una studiosa autorevole come la Romer ha messo in luce alcuni punti della politica di reflazione utili per una riflessione. In primo luogo, <em>non vi erano forze spontanee in grado di rilanciare la crescita dopo la crisi</em>: la ripresa doveva essere il frutto di un’azione politica deliberata di adeguata dimensione, di segno opposto alle precedenti politiche di deflazione. In secondo luogo, <em>il rilancio avvenne attraverso uno stimolo della domanda aggregata</em>; tale stimolo si sostanziò anche in larga misura in una espansione degli investimenti, dunque agì anche sull’offerta. Contarono dunque soggetti pubblici e privati in grado di organizzare una espansione della spesa per investimenti. I dati oggi disponibili ci dicono in effetti che il contributo delle esportazioni alla ripresa della crescita del prodotto fu trascurabile, nonostante la svalutazione del dollaro che Roosvelt intraprese, e che il grosso del contributo alla crescita fu dato dai consumi e dagli investimenti privati, dunque componenti domestiche. In terzo luogo, <em>lo stimolo della domanda fu accompagnato – per vari canali – da una espansione monetaria, e da una parallela espansione fiscale in valori assoluti</em> (Historical Statistics of the United States); quest’ultima, quasi tutti gli stati avanzati non si trovano oggi in condizione di realizzarla; non così è per l’espansione monetaria e creditizia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vi sono importanti affinità tra la situazione interbellica e il quadro odierno. Vi era una grave crisi da cui uscire; la crisi e l’inversione dei processi di crescita si erano accompagnati a politiche di austerità severe; vi era una situazione strutturale di ridondanza dell’offerta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nell’estate del 2010, superata la fase più cruciale della crisi, ma quando era chiaro che l’Italia non sarebbe tornata ai tassi di crescita desiderati e che emergeva un problema di bilancia dei pagamenti, un primario esponente di <em>Intesa Sanpaolo</em> lanciava sul <em>Corriere della Sera</em> il monito riguardo l’esigenza di un programma nazionale di investimenti focalizzati, di 40-50 miliardi per alcuni anni, per rilanciare la crescita e ridare competitività al paese. Cifre di rilievo, ma alla portata di un grande paese come l’Italia, aggiungeva.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’idea può essere ripresa e sviluppata. La realizzazione di un siffatto programma nelle condizioni di finanza pubblica italiane non potrebbe far conto sul Tesoro per il finanziamento e l’organizzazione della spesa (anche se un grave errore nel dibattito sul pareggio di bilancio consiste nella mancanza di distinzione tra spese per investimento in grado di ripagarsi e spese per il finanziamento dei consumi); <em>sarebbe da caratterizzare come programma di reflazione monetaria e bancaria</em>, senza concorso del Tesoro, al più – non necessariamente – con il concorso della Cassa Depositi e Prestiti. <em>Il finanziamento delle iniziative di investimento spetterebbe alle banche, rifinanziate dalla Banca d’Itala</em>. Utilizzare credito e base monetaria al posto del debito pubblico, con il solo vincolo della stabilità dei prezzi e della redditività degli investimenti, e concretizzare gli investimenti per quanto possibile nella forma di partecipazioni azionarie e credito a lungo termine più che di prestiti da remunerare a condizioni gravose e a breve. Questi sono i primi nuclei centrali della proposta. A rafforzare il piano finanziario, la banca centrale potrebbe – <em>non necessariamente dovrebbe</em> – intervenire con alcuni investimenti diretti, con partecipazioni che abbiano come contropartita le proprie riserve patrimoniali, così come da un secolo nel suo statuto e come correntemente praticato, in forme diverse, in passato e oggi; rifinanziando crediti e partecipazioni bancarie. In passato, nel corso del XIX e del XX secolo, enormi partecipazioni dirette alle attività produttive hanno avuto come contropartita biglietti, senza determinare inflazione. Si potrebbe configurare anche l’utilizzo di nuovi strumenti di controllo dell’inflazione quali la promozione di investimenti strategici per il rafforzamento strutturale dell’economia e della sua efficienza (tenendo conto anche del carattere prociclico della produttività), dunque con effetti di riduzione dei prezzi e di aumento dei redditi. Strumenti “ulteriori” di politica monetaria oltre quelli oggi utilizzati sono di fatto già ipotizzati dallo statuto odierno della BCE, da discutere e approvare nelle sessioni ordinarie degli organi direttivi nell’ottica della difesa dei prezzi e della partecipazione del sistema di banche centrali agli altri fondamentali obiettivi dell’Unione. Ma investimenti diretti della banca centrale <em>non sono</em> <em>indispensabili</em>, e avrebbero solo benefici aggiuntivi, come la diminuzione dei livelli di debito a breve delle strutture cui è demandato portare a compimento il piano di investimenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò per dire che <em>finché vi saranno, come vi sono, ingenti risorse inutilizzate, vincoli finanziari per un piano di investimenti non esistono</em>, essendo possibile un canale monetario e creditizio di loro finanziamento, alternativo al finanziamento fiscale. Si può pianamente intuire – anche se la pratica da decenni è per colpevole inerzia intellettuale erroneamente diversa – che, i<em>n presenza di risorse inutilizzate, il finanziamento monetario degli investimenti è superiore rispetto a un finanziamento fiscale</em>, che può essere invece preferibile in contesti nei quali occorra trasferire risorse finanziarie all’interno di un quadro di pieno utilizzo delle risorse.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una reflazione moderata dell’economia dopo la crisi del 2007-2009 è stata già tentata; ma è consistita solo in espansione monetaria e riduzione de tassi, non è valsa ad attivare un adeguato flusso di investimenti. Si è trattato di una mera erogazione di base monetaria senza organizzazione delle contropartite di investimento, il che, in contesti di ridondanza dell’offerta, non altera il grado di utilizzo delle risorse. Come era già chiaro a Paul Einzig a metà anni ’30, una mera politica di tassi bassi e di abbondanza di moneta è la forma meno efficace di reflazione. In un contesto di bassa domanda, occorrerebbe oggi organizzare e attivare direttamente la spesa per investimenti, che stimoli i consumi richiamando in attività lavoro disoccupato, che allarghi la base produttiva e incrementi la competitività.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tale programma  di investimenti, <em>aggiuntivi </em>rispetto a quelli ordinari, sarebbe da paragonare a quegli altri piani di investimento che si dovrebbero riattivare a fronte della disponibilità dei fondi per il Mezzogiorno e in sinergia con essi. Si disporrebbe in tal modo di una massa d’urto finanziaria in grado di riportare sui livelli auspicabili la spesa – diciamo inizialmente due punti annui di Pil -, di compensare gli effetti della politica di austerità fiscale, di chiamare in attività forze di lavoro inutilizzate, accrescendo parallelamente il gettito, di determinare subito “meccanicamente” – anche al netto di un moltiplicatore basso ipotizzabile in un contesto di bassa utilizzazione della capacità produttiva esistente – alcuni punti di crescita del prodotto, di migliorare significativamente i profili di competitività del paese e dell’industria nazionale, di espandere la base contributiva delle finanze pubbliche.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’intervento pubblico per il Mezzogiorno – diversamente da quanto consegnato alla opinione pubblica – fu capace di ottenere innalzamenti consistenti dei ricavi degli investimenti e dei redditi nelle aree di insediamento, rispetto a un Mezzogiorno precedentemente arretrato e rurale, di mobilitare e utilizzare per decenni risorse annue pari anche a un punto percentuale di Pil (altri programmi in altri stati hanno utilizzato risorse molto più ampie in termini assoluti e relativi), di conseguire sostituzione di importazioni e di esportare verso i mercati internazionali; si accompagnò all’arresto del trend di lungo periodo all’approfondirsi del divario territoriale (Cafiero, Cerrito).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il programma che qui si espone potrebbe – e sotto il profilo dell’equità e del pieno successo, dovrebbe – essere corroborato da una seria e articolata azione politica a livello europeo e nei maggiori organismi finanziari internazionali – talora non pienamente consci delle ragioni storiche della cooperazione per lo sviluppo – che solleciti una politica internazionale coordinata di espansione dei consumi e degli investimenti, nell’interesse dei tanti grandi paesi che oggi come l’Italia crescono poco e sono in difficoltà finanziarie. Occorrerebbe essere consapevoli che il problema assillante della “competitività” e dello spiazzamento dei paesi avanzati da parte dei paesi emergenti può determinarsi solo in un contesto di domanda internazionale insufficiente, in cui solo le merci a più basso costo trovano spazio, sottraendolo a quelle che prima trovavano pianamente  i loro sbocchi (e dunque rispettavano tutti i parametri di redditività). Occorrerebbe essere consapevoli che già alla fine del XIX secolo l’emergere di nuovi grandi produttori – in particolare gli Stati Uniti – aveva determinato depressione e ridondanza dell’offerta; e che incrementi coordinati della domanda internazionale avrebbero effetti positivi per tutti, per i paesi emergenti, per i paesi del vecchio mondo, per i produttori in avanzo, trovando un limite esclusivamente in alcune strozzature oggi esistenti sul fronte delle materie prime. La necessità di una iniziativa politica per un’azione di politica economica espansiva, coordinata, che sia attenta ai consumi e che non si concretizzi meramente in riduzioni del tasso di interesse e in disponibilità di liquidità inutilizzata è un altro pilastro di questa proposta. E’ una grave mancanza che azioni politiche rilevanti in tale direzione non siano ancora state intraprese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il coordinamento, la pianificazione di un programma di investimenti in ambito italiano non potrebbe che spettare al nucleo più colto e capace dell’élite economica nazionale, privata e pubblica, con procedure concordate per rilanciare e modernizzare il paese e avviare una riconversione del suo sistema economico verso i settori a maggiori prospettive di crescita nei prossimi decenni. Le soluzioni pratiche sarebbero infinite, per esempio <em>la costituzione di un Consorzio</em> <em>investimenti strategici </em> con attività nei confronti di terzi (o di una società o una fondazione, secondo i consigli che potranno fornire esperti di diritto di impresa e di ingegneria finanziaria, con formazione di capitale e/o conferimento di attivi, come nella proposta di Prodi e Quadro Curzio pubblicata su <em>Il Sole 24ore</em> del 23 agosto), cui partecipino organismi finanziari, il Tesoro, le imprese, che mobiliti i migliori istituti italiani industriali, finanziari, di servizi, i centri di ricerca, e fornisca un nuovo quadro di sostegno e di opportunità al tessuto di piccole e medie imprese che vogliono espandersi. La costituzione di un tale organismo, <em>capace di una visione di sistema, di alta progettazione, di mobilitazione di tecnologie di avanguardia, di coordinamento di conoscenze di altissimo livello</em>, è un ulteriore pilastro della proposta. Uno dei segreti del successo del boom postbellico italiano – come ebbe a dirmi un altissimo dirigente di imprese pubbliche – risiedeva nel fatto che  le grandi scelte strategiche di investimento di sistema per il lungo termine venivano liberamente pianificate a Roma a via Veneto tra le punte di diamante dell’industria privata e dell’IRI. Al Consorzio – o altro che sia – spetterebbe la individuazione degli obiettivi strategici, il potenziamento – anche attraverso la cooperazione delle risorse intellettuali – delle capacità di progettazione, il coagulo di una convenzione espansiva e di incremento di efficienza, l’assistenza tecnica e finanziaria alle imprese che investono e si sviluppano, la promozione – in forme diverse – di nuove società e iniziative, la riduzione di incertezza e rischi con il <em>pooling </em>delle conoscenze di mercato e tecnologiche, degli orientamenti degli agenti più rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un programma concorde, nazionale, di investimenti focalizzati farebbe leva su quelle stesse idealità e capacità che portarono nell’Italia post bellica alla costruzione di grandi iniziative nuove e capaci di confrontarsi sui mercati internazionali come il siderurgico di Taranto o la Saras di Sarroch, iniziative nate<em> ex novo</em>, sostitutrici di importazioni, capaci di esportare e che hanno – a dispetto della opinione comune – innalzato il reddito nelle aree di insediamento. Esso potrebbe arricchire e vivificare il tessuto vitale e innovativo delle medie imprese e potrebbe pianificare poche ma essenziali opere infrastrutturali, dal sistema viario a quello portuale. Potrebbe poi promuovere con l’aiuto di nuove iniziative sinergie e accorpamenti tra imprese già esistenti. Potrebbe mettere a punto un programma di creazione di strutture centralizzate per l’innovazione analoghe a quella tedesca e nel solco dei vecchi Istituti di Incoraggiamento e della tradizione delle cattedre  ambulanti. Fornirebbe assistenza manageriale e finanziaria alle piccole e medie imprese che abbiano seri progetti di espansione. Innesterebbe, con l’aiuto anche di alti funzionari pubblici, nell’azione delle grandi imprese italiane una logica di sistema, che superi quella ristretta di azienda, ridurrebbe i vincoli di incertezza degli investimenti, svolgerebbe funzioni di indirizzo e di cooperazione, avrebbe ruolo di garanzia nei confronti delle iniziative di investimento ritenute valide, creerebbe sinergie tra le migliori intelligenze imprenditoriali del paese. Il Consorzio potrebbe dare vita a nuove imprese; contrattare con i paesi esportatori quote di pagamento delle importazioni con prodotti e servizi nazionali di alta qualità; potrebbe acquistare e perfezionare tecnologie. Favorirebbe la riduzione delle incertezze e del rischio, la eliminazione dei vincoli alle dimensioni del capitale, l’abbassamento dei tassi di interesse e la redditività degli investimenti, ottenendo quegli stessi risultati di innalzamento della redditività del capitale che i poli di sviluppo – che furono anche ben altro da quello che la <em>vulgata </em>ha consegnato all’opinione pubblica (Pirro e Guarini, Cerrito) – furono capaci di realizzare in un Mezzogiorno ben altrimenti arretrato e rurale, schiacciato da bassissimi livelli di produttività. Avrebbe pregi infiniti. Ma il cuore della sua attività sarebbe la elaborazione e l’impulso alla redazione di progetti di investimento redditivi e strategici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alcune visoni sostengono il ruolo dell’offerta nella crescita, altre privilegiano il ruolo degli investimenti come componente della domanda. Il programma delineato agirebbe simultaneamente su entrambi i lati. Vi è un problema di dimensioni. Piani di sviluppo regionale in Italia e all’estero sono stati realizzati per decenni coinvolgendo e utilizzando risorse ingenti anche con importi compresi tra l’1% e il 5% annui del Pil nazionale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un elenco dettagliato e ben fondato delle iniziative di investimento da promuovere non può che competere al <em>Consorzio </em>– o altro che sia – e alle risorse di intelligenza che esso saprà attivare e coordinare. A titolo esemplificativo, si può indicare un programma di imponente sviluppo (produzione e ricerca) delle energie alternative, sostitutrici di importazioni – petrolio e pannelli, per emblematizzare – e che possono diventare occasione di fornitura di impianti ed esportazioni in altri paesi. Il Consorzio potrebbe individuare linee di parziale riconversione del sistema produttivo nazionale, secondo alcuni troppo impegnato in segmenti arretrati, anche creando teste di ponte dinamiche in settori in cui l’industria italiana è poco presente, ad esempio il software o la farmaceutica. Potrebbe infine facilitare iniziative di definizione di marchi di prestigio del Made in Italy, verso cui far convergere le imprese, con caratteri di qualità e garanzia del prodotto, di design, di attenzione alla qualità della vita e dell’ambiente, facendo tesoro delle migliori caratteristiche dell’alimentare, del tessile, della meccanica italiane. I piani di investimento sarebbero finanziati dal Consorzio, dalle banche che vi partecipano, e rifinanziati presso la banca centrale. Si eviterebbe in tal modo ogni intervento della spesa pubblica. E’ interessante notare che in <em>The Means to Prosperity</em> Keynes indicava nei <em>loans </em>– e non nella spesa pubblica – lo strumento di finanziamento del piano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un programma siffatto ridurrebbe la disoccupazione e non avrebbe bisogno di grandi riforme istituzionali o fiscali; innalzerebbe il grado di utilizzo della capacità produttiva esistente ripristinando condizioni favorevoli agli investimenti privati, e avvierebbe iniziative di elevata competitività internazionale, creando le premesse per la soluzione di un problema di bilancia dei pagamenti che si avvia a tornare un punto dolente strutturale dell’economia nazionale – un problema ben più reale e serio di quello del bilancio pubblico -, con un debito estero netto che è tornato ben sopra i 20 punti percentuali di Pil.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il programma delineato unirebbe finalità di ripresa reale e di stabilità monetaria e finanziaria. Un piano come quello qui abbozzato, infine, non produrrebbe alcun danno; potrà essere attivato per quel tanto che si riuscirà a produrre progetti di investimento redditivi. Rispetto alla proposta di Prodi e Quadro Curzio, con la quale potrebbe avere elementi sinergici e di integrazione (ad esempio per quanto riguarda le caratteristiche dell’organismo nuovo da costituire e cui eventualmente conferire attivi, o per le forme di finanziamento) avrebbe il pregio di immaginare un processo misto privato – prevalentemente – e pubblico; di potersi articolare a livello nazionale secondo le caratteristiche della situazione di bilancia dei pagamenti; di non richiedere il consenso di altri paesi e la loro condivisione di oneri; di non comportare un aumento ulteriore del debito pubblico; di costruire una base per una riduzione dei disavanzi e dei debiti pubblici attraverso la crescita graduale del reddito e delle entrate fiscali; di non comportare una sottrazione delle riserve sull’estero delle banche centrali alle loro finalità di politica del cambio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si è espressa qui l’idea centrale di questo piano; contiene ancora ingenuità, molti punti andrebbero perfezionati; la costituzione di una piccola <em>task force </em>di esperti potrebbe facilmente permettere a tale proposta di articolarsi in un piano compiuto e ben temperato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I popoli costruiscono in  parte non piccola i propri destini. Se non vogliono rivedere convinzioni destituite di solide basi (come quella che per svilupparsi occorra prima divenire tutti più poveri, o che l’ascesa dei paesi emergenti comporti ridurre i nostri redditi e diritti), coltivare i particolarismi invece che le virtù della cooperazione nei momenti difficili, trarre insegnamenti dalla storia, perseguire veramente il loro interesse, sperimentare il nuovo attraverso la produzione di nuove sinergie, non c’è nulla che potrà salvarli.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6>[1] Nel corso di un’attività di ricerca che ha ormai alcuni decenni, ho avuto occasione di trattare alcuni dei punti che sorreggono questa proposta o che ne costituiscono il quadro concettuale di riferimento; in altri casi, la letteratura e la testimonianza di figure importanti dell’età aurea dello sviluppo italiano che ho avuto la fortuna di raccogliere ha fornito spunti essenziali. Ringrazio Pierangelo Garegnani e Roberto Ciccone per l’interesse e il sostegno che hanno manifestato verso questa proposta, e per i commenti che hanno permesso di migliorarla. Più che aderire a una visione teorica precisa, ho cercato in questo documento di raccogliere in un percorso per quanto possibile sensato elementi che potessero – nel quadro istituzionale e culturale odierno dato – trovare ampio consenso, tanto nella sinistra che nella destra, o quanto meno non incontrare ostilità preconcette. Ho omesso – o reso “flessibili” –  segmenti che pure scaturiscono dall’attività di studio, e che potrebbero corroborare il piano, ma che dividerebbero o più difficilmente troverebbero ascolto. Da quando ho parlato per la prima volta delle linee fondamentali di questo progetto nel giugno 2011, il quadro è per molti aspetti migliorato, coagulandosi un certo consenso intorno alla necessità di massicci piani di investimento; per altri versi si è deteriorato. Di estremamente positivo vi sono l’attenzione al tema della crescita come pilastro importante quanto o più della virtù fiscale, i cui risvolti deflazionistici stanno emergendo, e la rapida evoluzione del dibattito.</h6>
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		<title>L’Italia in serie A</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 15:12:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/italia-malata1.jpg" style="width: 283px; height: 255px" height="251" width="257" />Il declassamento del <em>rating</em> dell’Italia da parte di <em>Standard &amp; Poor</em> è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglo-sassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.<br />
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più Stati (semi)sovrani che resta peraltro un esito possibile, quanto l’abbassamento del prezzo di quei pezzi di patrimonio pubblico europeo che stanno per essere svenduti in Grecia, e che potrebbero esserlo in Italia. Se si riesce a convincere “i mercati” che uno Stato (semi)sovrano non è più in grado di ripagare i propri debiti attraverso la crescita del reddito, non resta che sperare di mettere le mani sulla parte più appetibile del patrimonio, ma per far ciò occorre prima svalutarlo il più possibile, in modo da spuntare un prezzo da saldi di fine stagione. Un’eco di tali preoccupazioni sembra aver guidato le parole del segretario generale  con delega alle privatizzazioni del Ministero delle finanze greco il quale, annunciando per i prossimi giorni la firma di tre accordi tra cui la vendita al settore privato dell’aeroporto di Atene, ha aggiunto che non è possibile vendere ai prezzi del 2008 quando l’economia greca si trova nelle condizioni in cui è.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dal canto suo, l’Unione europea sta facendo tutto quello che è umanamente possibile fare per favorire un esito del genere. A partire dalla primavera scorsa, in un susseguirsi convulso di eventi, prima la Commissione e il Consiglio hanno imposto la decisione di rendere molto più stringenti i vincoli ai bilanci degli Stati, poi la Banca centrale europea ha deciso unilateralmente che il peggio della crisi era passato, dunque si potevano aumentare i tassi di interesse; infine hanno deciso di comune accordo di istituire un fondo di salvataggio troppo esiguo per poter sostenere gli attacchi speculativi a paesi del calibro di Spagna e Italia, ma abbastanza cospicuo da attirare i pescecani della finanza che hanno azzannato alla gola la Grecia.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In realtà, se solo volesse, la Banca centrale europea potrebbe resistere da sola e senza problemi a qualunque attacco speculativo anche contro il terzo debito pubblico più alto del mondo come è quello italiano. Basterebbe, come in parte sta facendo, acquistare i titoli eventualmente venduti dagli speculatori e il prezzo di tali titoli si manterrebbe sufficientemente alto da non far diventare insostenibile il sentiero della spesa per interessi. D’altra parte, per quale altra ragione sarebbe valsa la pena per un paese rinunciare alla propria sovranità monetaria se non per godere del vantaggio di una Banca centrale più forte, ricca e indipendente degli istituti monetari nazionali? Annunci dunque pubblicamente la BCE che non tollererà attacchi speculativi alle obbligazioni dei paesi membri dell’Unione e contemporaneamente abbassi i tassi di interesse.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Con uno scenario finanziario meno volatile, i paesi membri dell’Unione potranno non solo rilassare, ma invertire di segno quelle politiche fiscali recessive che, come sta già accadendo in Grecia, sortiscono l’unico effetto di rendere più lunga e pesante la depressione economica in corso.  Secondo la Banca d’Italia<strong>[1]</strong> alla fine del 2009 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni ecc.) e di attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali, ecc.) è stimabile in circa 8.600 miliardi di euro (pag. 7); nello stesso studio si sottolinea come la distribuzione di tale ricchezza sia caratterizzata da un elevato grado di concentrazione<strong>[2]</strong> con la metà più povera delle famiglie italiane che a fine 2008 deteneva il 10% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco deteneva quasi il 45% della ricchezza complessiva (pag. 9). A fronte di un tale livello di diseguaglianza, una imposta – poniamo  - del 10% sui patrimoni della frazione più ricca delle famiglie italiane consentirebbe di ricavare circa 400 miliardi di euro con evidenti effetti redistributivi. Con il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, sarebbe possibile far utilizzare tecnologie di alto livello ad alcune migliaia di lavoratori, particolarmente giovani precari, da impegnare in uno straordinario programma di risanamento ambientale, cominciando col mettere in sicurezza i fiumi e i boschi di questo bel paese disastrato (anche) dal punto di vista ambientale. Così ci meriteremmo la serie A, quella vera.</p>
<p><em>*Università di Teramo.<br />
</em></p>
<h6>[1] La ricchezza delle famiglie italiane 2009, Supplementi al Bollettino Statistico, numero 67, Indicatori monetari e finanziari, Nuova serie, Anno XX, 20 Dicembre 2010</h6>
<h6>[2] I dati, riferiti all’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2008, sono pubblicati nel Supplemento al Bollettino Statistico “I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2008”, n. 8, Banca d’Italia, 2010</h6>
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		<title>Un&#8217;agenzia europea per il rating?</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 16:46:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come rendere realmente indipendenti e quindi possibilmente più veritiere le agenzie di rating che finora hanno sbagliato buona parte delle loro valutazioni e alimentato la speculazione? Una soluzione è semplice ma decisiva: spezzare il legame economico che li lega ai loro committenti e fare in modo che siano pagate non più da chi devono giudicare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/agenzie-di-rating2.jpg" height="342" width="342" />Come rendere realmente indipendenti e quindi possibilmente più veritiere le agenzie di rating che finora hanno sbagliato buona parte delle loro valutazioni e alimentato la speculazione? Una soluzione è semplice ma decisiva: spezzare il legame economico che li lega ai loro committenti e fare in modo che siano pagate non più da chi devono giudicare, cioè dalle corporations, ma da un&#8217;agenzia pubblica in base a criteri completamente neutrali. In Europa un&#8217;agenzia pubblica indipendente potrebbe estrarre a sorte le società di rating assegnate ai vari clienti, pagarle di tasca propria, e nominarle solo a rotazione presso i clienti e per periodi di tempo limitati (magari tre anni). In questo modo si romperebbe la relazione incestuosa e maleodorante tra controllore e controllato. Inoltre l&#8217;agenzia pubblica dovrebbe controllare e certificare il lavoro svolto dalle società di rating per orientare al meglio il mercato e tutelare così il risparmio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le agenzie di rating – che valutano l&#8217;affidabilità delle aziende, degli enti, degli stati e dei loro titoli, e che valutano se i loro clienti sono in grado di ripagare o meno i loro debiti – sono criticate per moltissimi motivi: perché in generale danno giudizi quasi sempre positivi  alle aziende private (anche quelle che magari sono presto destinate al fallimento) mentre quasi sempre condannano gli stati e i titoli pubblici; perché costituiscono un monopolio mondiale – le prime tre, Standard &amp; Poor&#8217;s, Moody&#8217;s e Fitch, controllano circa il 95% del mercato-. Perché sono in prevalenza americane e sono considerate la “longa manus” della speculazione anglosassone; perché guadagnano profitti enormi (generalmente hanno un margine superiore al 50%); perché hanno clamorosamente sbagliato assegnando valori massimi di affidabilità a titoli spazzatura o addirittura tossici – come nel caso dei derivati dei subprime -. Perché hanno dato il voto massimo (tripla A) a Lehman Brothers pochi giorni prima che la banca d&#8217;affari fallisse trascinando quasi tutto il mondo nella sua crisi; perché invece continuano ad abbassare il rating degli stati che cercano di rimettere i loro conti a posto, mettendoli sempre più a rischio, fino a condurli quasi al fallimento, come nelle profezie che si autoavverano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La critica maggiore e più eclatante riguarda però il rapporto incestuoso con i loro clienti: infatti le agenzie sono notoriamente pagate da chi giudicano, cioè dai venditori di titoli e non dai compratori. Il conflitto di interessi è tanto più clamoroso e negativo considerando che 1) spesso le agenzie suggeriscono ai loro clienti come emettere i titoli in modo da ottenere (da loro stesse&#8230;..) il rating più alto 2) le agenzie fanno capo a società finanziarie private. Capital World Investors, una delle più grandi società di gestione del risparmio negli Stati Uniti, ha una quota di poco superiore al 12% sia in Standard &amp; Poor&#8217;s che in Moody&#8217;s. E Moody&#8217;s ha tra i primi soci di riferimento la Berkshire Hathaway, che a sua volta è in mano a Warren Buffet, il notissimo speculatore ottantenne tra i primissimi nella lista degli uomini più ricchi del mondo. Quindi le agenzie fanno capo a società finanziarie e speculative. Il conflitto di interesse è stupefacente!</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema più drammatico consiste nel fatto che le agenzie di rating hanno un ruolo preponderante nel sistema finanziario globale e svolgono un&#8217;attività a cui le maggiori autorità di controllo attribuiscono un valore semi-legale: infatti determinate tipologie di investitori devono per legge o per statuto “obbedire” ai rating delle agenzie e pilotare in questo modo i loro investimenti. Per esempio, un fondo pensione non può investire se non in titoli che abbiano affidabilità e rating elevati, per non mettere a rischio i fondi degli associati. Se allora un&#8217;agenzia “condanna” la Grecia, l&#8217;Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l&#8217;Italia, automaticamente il fondo pensioni deve disinvestire i titoli che ha in portafoglio di quei paesi. La stessa Banca Centrale Europea accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche europee sulla base dei giudizi …. delle società di rating. Così, a causa del fatto che le autorità regolamentari della finanza globale hanno delegato alle agenzie di rating il potere di guidare gli investimenti, le profezie si autoavverano. E gli speculatori possono facilmente scommettere sul fallimento di uno stato contando sul giudizio delle controverse agenzie. Quindi ha ragione chi, come recentemente Vincenzo Comito, suggerisce di togliere ai rating delle società private il valore ufficiale che purtroppo le stesse autorità di regolamentazione hanno concesso loro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Inoltre molti economisti insistono perché anche l&#8217;Unione Europea abbia una sua agenzia pubblica. A mio parere questa agenzia pubblica non dovrebbe semplicemente affiancarsi a quelle americane già esistenti, cercando magari di essere più imparziale e affidabile. Del resto un&#8217;agenzia europea (anche se privata) esiste già: Fitch è infatti controllata dalla holding francese Financie&#8217;re Marc de Lacharrie&#8217;re, che fa capo al finanziere d&#8217;oltralpe Marc Eugene Charles Ladreit de Lacharrie&#8217;re. Ma Fitch non si distingue molto dalle due più grandi sorelle americane.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Occorre perciò sottolineare con forza che l&#8217;attività di rating deve difendere il risparmio del pubblico e che quindi deve diventare una funzione eminentemente pubblica. Quale potrebbe essere allora la soluzione? Nel mio saggio “Il bene di tutti. L&#8217;economia della condivisione per uscire dalla crisi”<strong>[1]</strong> suggerisco che le aziende, e in generale tutti gli enti che desiderano emettere titoli e chiedono la valutazione da un&#8217;agenzia di rating, debbano pagare obbligatoriamente una quota all&#8217;agenzia pubblica europea – una quota rapportata per esempio al loro fatturato e/o al valore dei titoli che intende emettere -. Questa poi assegnerebbe alle agenzie di rating il lavoro di valutazione sui titoli e, alla fine del loro lavoro, giudicherebbe la congruità dei rating in base a criteri predefiniti, trasparenti e quanto più possibile oggettivi. Il rating avrebbe un valore ufficiale solo se confermato dall&#8217;agenzia pubblica indipendente, mentre il giudizio privato e di parte non avrebbe più alcun valore formale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione: innanzitutto le società di rating non sarebbero più pagate dalle aziende ma dall&#8217;agenzia pubblica europea e così l&#8217;incesto cesserebbe. Inoltre l&#8217;agenzia pubblica avrebbe la possibilità (e il dovere) di controllare in maniera trasparente i giudizi emessi dai professionisti delle tre grandi società di rating. Le quali a turno si avvicenderebbero presso il medesimo cliente dopo un periodo di tempo abbastanza limitato – per esempio ogni 3 anni – in maniera tale da recidere davvero per sempre i legami pericolosi tra controllore e controllato. E gli operatori di mercato avrebbero finalmente una bussola ufficiale, quella dell&#8217;agenzia pubblica indipendente, per pilotare i loro investimenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questa proposta rappresenta una riforma di buon senso, semplice da pensare ma difficile da attuare. Costituisce un modo (apparentemente) semplice ma efficace per tagliare le unghie alla speculazione e difendere i risparmi. Il problema è che il potere delle società di rating è straripante. Ma all&#8217;Europa conviene muoversi in questa direzione per difendere l&#8217;euro. Tra l&#8217;altro questa riforma aprirebbe la strada alla riforma di un altro settore analogo, dove cioè le “relazioni pericolose” con i clienti contano moltissimo, quello della certificazione dei bilanci.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Giornalista economico e saggista</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span">[1]“Il bene di tutti. L&#8217;economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011.</span></p>
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		<title>Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 10:55:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/pensione-1.jpeg" style="width: 354px; height: 235px" height="449" width="600" /></span>Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur minimo vaglio di analisi economica. Tra le più ricorrenti di tali formule c’è quella che evoca dei pretesi oneri che la generazione presente starebbe addossando sulle spalle delle generazioni future. E’ facile imbattersi nel richiamo a tale ‘snaturato’ comportamento con riguardo al debito pubblico esistente—come se questo fosse un debito della collettività nel suo complesso, e non, quale invece è, un debito del settore pubblico nei confronti dei cittadini, e quindi una forma di attività finanziaria che questi ultimi possiedono e tramandano ai loro discendenti.<strong>[1]</strong> Ma, come è capitato di leggere ancora in questi giorni, l’appello al ‘risanamento’ finanziario quale condizione di maggiore equità intergenerazionale viene anche lanciato con più specifico riferimento ai meccanismi dell’attuale sistema pensionistico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Proprio nel contesto del dibattito alimentato dalla ‘manovra’ in atto, da più parti si è sostenuto ancora una volta che un intervento normativo opportuno sarebbe quello del prolungamento dell’età lavorativa, e quindi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Gli argomenti utilizzati a sostegno di questa tesi sono sostanzialmente di due tipi. Uno attiene alla dimensione della spesa pensionistica, che si sarebbe dilatata per effetto della estensione della durata media della vita, e il cui equilibrio rispetto alle entrate (a sua volta richiesto dal generale equilibrio nei conti pubblici, considerato indispensabile) richiederebbe pertanto o un aumento dell’imposizione contributiva, che viene però immediatamente escluso per i suoi effetti negativi sul costo del lavoro, oppure una riduzione delle prestazioni, appunto indicata nella forma dell’innalzamento dell’età di pensionamento e conseguente diminuzione degli anni di pensione. A questo argomento, che possiamo chiamare ‘di bilancio’, viene spesso aggiunto quello secondo cui il sacrifico degli ‘anziani’ occupati correggerebbe il sistema attuale nella direzione di una maggiore equità nei confronti delle generazioni ‘giovani’. Ora, se l’argomento ‘di bilancio’ è chiaro nel suo significato, a prescindere dal fatto che lo si possa condividere o meno, è invece difficile comprendere quale sia il senso in cui l’attuale sistema conterrebbe degli elementi di iniquità intergenerazionale, e quali siano quindi i benefici che i ‘figli’ riceverebbero dal prolungamento dell’età lavorativa dei ‘padri’. Riesco a formulare solo due ipotesi in grado di dare razionalità all’argomento: a) data l’estensione della durata media della vita, in assenza dei risparmi di spesa pensionistica connessi al prolungamento dell’età lavorativa gli occupati giovani sarebbero chiamati a pagare contributi più elevati; b) i risparmi di spesa prodotti dal prolungamento verrebbero utilizzati per finanziare elementi di <em>welfare </em>a favore dei giovani (sussidi di disoccupazione, asili-nido, ecc.). L’ipotesi b), cui talvolta viene effettivamente fatto cenno nel dibattito, nella misura in cui si applicasse implicherebbe però una diversa destinazione della spesa sociale, piuttosto che una sua contrazione, e sarebbero in conflitto con l’obiettivo generale di riduzione del disavanzo pubblico al quale il prolungamento dell’età lavorativa viene invece generalmente connesso. Analoga considerazione vale per l’ipotesi a), secondo la quale il prolungamento della vita lavorativa eviterebbe l’innalzamento delle aliquote contributive sugli occupati, e non un più elevato disavanzo pubblico. Insomma, il preteso carattere di maggiore equità intergenerazionale del prolungamento della vita lavorativa non trova spiegazioni evidenti, e quelle che si possono eventualmente concepire lo rendono contraddittorio, anziché complementare, rispetto alla desiderata riduzione del disavanzo pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In realtà esiste invece una buona ragione per ritenere che, in sé, il prolungamento della vita lavorativa, lungi dal produrre un beneficio per le generazioni giovani, causerebbe loro un danno estremamente grave. <em>Ceteris paribus</em>, è evidente che l’estensione del periodo di lavoro degli attuali occupati produrrebbe un corrispondente ritardo nell’impiego dei giovani chiamati a sostituirli; è forse meno evidente che ciò si risolverebbe in un aumento <em>permanente </em>e di dimensioni potenzialmente rilevanti della disoccupazione. Per mostrare quanto appena detto mi servirò di un semplice esempio numerico, che adotta le seguenti ipotesi:<br />
- il prolungamento consiste nel posticipare l’età del pensionamento dai 65 anni ai 70 anni;<br />
- la vita di un individuo si conclude a 85 anni;<br />
- la popolazione è stazionaria e si distribuisce uniformemente per età;<br />
- l’economia è stazionaria.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Prima del provvedimento si hanno pertanto 20 classi di età di pensionati, e cioè dai 65 agli 84 anni. Supponiamo che in ciascuna classe di età vi siano 2 individui, e quindi 40 pensionati in tutto. Nel gruppo dei pensionati ogni anno muoiono due individui al raggiungimento degli 85 anni, ed entrano due 65enni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vediamo ora quali sarebbero gli effetti permanenti che il prolungamento dell’età lavorativa avrebbe sul livello della disoccupazione. Immaginiamo che prima del provvedimento vi fossero 50 classi di età degli occupati, da 15 a 64 anni, ciascuna costituita da 2 lavoratori, per complessivi 100 occupati. Ogni anno 2 individui 65nni andavano a riposo, sostituiti da 2 giovani, che supponiamo fossero 15nni.</p>
<p>Nel periodo 0, precedente al provvedimento, si aveva dunque questa situazione:</p>
<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf.1" height="1" width="1" /><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig2.JPG" height="75" width="326" /></p>
<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf.1" height="1" width="1" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Assumiamo, a partire dal periodo 1, un processo graduale verso il nuovo regime, di questo tipo: i lavoratori che nel periodo 0 hanno 64 anni andranno a riposo a 66 anni (ritardo di 1 anno); i lavoratori che nel periodo 0 hanno 63 anni, andranno a riposo a 67 anni (ritardo di 2 anni), e così, via, fino ai lavoratori che in data 0 hanno 60 anni, e che andranno a riposo a 70 anni (ritardo di 5 anni). Il processo può quindi essere così rappresentato:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-ciccone.JPG" height="486" width="457" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nei 10 periodi della transizione si verifica un turnover di 2 unità ad anni alterni, e precisamente negli anni 2, 4, 6, 8, 10 (mentre negli anni dispari si verifica solo l’&#8221;invecchiamento&#8221; di 1 anno dei medesimi occupati), e l’ipotesi adottata è che ad entrare tra gli occupati siano, di volta in volta, i giovani di età maggiore (così, nel periodo 2 vengono impiegati i due 16nni, nel periodo 4 vengono impiegati i due 17nni, e così via). Quella rappresentata nel periodo 10 costituisce la situazione a regime, che, ferma restando ogni altra condizione, da allora in poi è quindi permanente. Si può così vedere che il prolungamento dell’età lavorativa implica una riduzione permanente di 10 unità nel numero dei pensionati e un equivalente e altrettanto permanente aumento di 10 unità nel numero dei disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il numero dei pensionati si riduce dunque del 25%, che è il rapporto tra il numero di anni di prolungamento della vita lavorativa (5) e l’iniziale numero medio di anni di pensione (20); ovvero, ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile riduce il numero dei pensionati del 5%. Volendo applicare questi risultati a grandezze rilevate per l’Italia, consideriamo i seguenti dati:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">- nel 2009 (ultimo dato che sono riuscito ad individuare) il numero di percettori di pensioni di vecchiaia era pari a 11.475.000;<strong>[2]</strong><br />
- dei suddetti pensionati il 24,6% era relativamente ‘giovane’, in quanto di età compresa tra i 40 e i 64 anni.<strong>[3]</strong> Questa quota di pensionati può ragionevolmente considerarsi ‘ad esaurimento’ (perché presumibilmente frutto, in gran parte, di meccanismi di pensionamento non ripetibili), e pertanto da non considerare nella stima degli effetti di un innalzamento dell’età pensionabile. Sottraendo tale quota, il numero di percettori di pensioni di vecchiaia rilevante per la nostra valutazione risulta pari a 8.652.000.<strong>[4]</strong>
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se dunque caliamo nel nostro esempio di economia stazionaria il numero di percettori di pensione di vecchiaia testé individuato, e ad esso applichiamo l’ipotizzato prolungamento dell’età lavorativa, il risultato a regime di questo provvedimento è costituito da una riduzione del numero di pensionati pari al 25% di 8.652.000, e cioè 2.163.000 unità. Corrispondentemente, in questa stessa, rilevante dimensione aumenta, nella nostra economia stazionaria, il numero dei disoccupati. Introducendo nel nostro esempio il numero di persone in cerca di occupazione rilevato alla fine del 2009 in Italia, pari a 2.086.000,  a regime l’effetto del provvedimento sarebbe dunque un incremento del numero dei disoccupati del 104%! Più specificamente, per ogni anno di aumento dell’età pensionabile il numero dei pensionati si ridurrebbe, come abbiamo già osservato, del 5%, pari a 433.000 unità nella nostra economia stazionaria; e di questo stesso numero, pari a ben il 21% della grandezza iniziale, aumenterebbero i disoccupati per ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I risultati ottenuti risentono, ovviamente, delle ipotesi adottate. In particolare, l’assunzione di stazionarietà del sistema (inclusa la forza-lavoro) ha lo scopo di isolare gli effetti sulla disoccupazione di un prolungamento dell’età lavorativa, considerando quindi invarianti tutte le altre condizioni. E’ chiaro perciò che l’aumento della disoccupazione prodotto da un simile provvedimento risulterebbe compensato tanto di più, quanto più l’economia crescesse. Tuttavia il trend recente dell’economia italiana, e le politiche economiche in atto, non lasciano sperare in tassi di crescita rilevanti, per non dire positivi. Né vi sono ragioni per ritenere che proprio il prolungamento dell’età lavorativa possa di per sé produrre effetti espansivi—piuttosto il contrario, considerata la contrazione della domanda per consumi inevitabilmente generata da un aumento della frazione di forza-lavoro che rimane disoccupata, e quindi a reddito individuale pressoché nullo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Un’altra implicazione dell’ipotesi di stazionarietà è la costanza della produttività del lavoro, la quale ha tuttavia l’effetto di limitare l’aumento della disoccupazione rispetto a quella che si produrrebbe in presenza di un eventuale andamento crescente della produttività. Vale infatti notare che gli aumenti di produttività <em>riducono </em>la quantità di lavoro richiesta per unità di prodotto, e che perciò, se non associati ad una crescita sufficiente dell’economia, essi hanno un effetto negativo sui livelli di occupazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Infine, le ipotesi circa la durata media della vita e di distribuzione uniforme delle età degli individui non sembrano essere decisive per i risultati ottenuti. Una vita media di 85 anni appare semmai leggermente sovrastimata, e quindi tale da ridurre, a parità di numero iniziale di pensionati, l’aumento della disoccupazione ottenuto nel nostro esempio. Una vita media più breve, riducendo il denominatore del rapporto tra prolungamento della vita lavorativa e il numero iniziale di anni di pensione, implicherebbe una maggiore riduzione, a regime, nel numero dei pensionati, e quindi un aumento maggiore nel numero dei disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, questa nota ha lo scopo di mettere in evidenza come l’aumento dell’età pensionabile sia di per sé in grado di produrre effetti negativi molto rilevanti sull’occupazione, e quindi sulla possibilità di impiego dei giovani. Ciò non significa, naturalmente, che l’estensione del limite dell’età di lavoro sia un fatto necessariamente e intrinsecamente negativo: dove vada fissato tale limite è però questione che il governo di una collettività dovrebbe stabilire considerando le molteplici implicazioni di tale determinazione, nelle date condizioni economiche e sociali. E la capacità del sistema economico di dare occupazione è certamente una delle più importanti di tali condizioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Il valore dei titoli pubblici che la generazione successiva in quanto tale eredita da quella precedente equivale ovviamente al valore del debito pubblico in essere, e compensa quindi qualsiasi ammontare di maggiori imposte che essa sia eventualmente chiamata a pagare al fine di ridurre o limitare la dimensione del debito.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] <em>Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31dicembre 2009</em>, INPS e ISTAT, 21 giugno 2011, tav. 9, p. 9.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] Ibid., tav. 7, p. 8.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] L’opportunità di sottrarre la quota di pensionati ‘giovani’ mi è stata fatta notare dal collega Attilio Trezzini.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] ISTAT, <a target="_blank" href="http://www.istat.it/it/archivio/37179">Occupati e disoccupati</a>, Serie storiche.</span></h6>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Crisi del debito: cosa dovrebbe fare il governo</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 10:50:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In questi giorni non trovo sui quotidiani o sui siti internet, anche ‘alternativi’, interventi che suggeriscano proposte concrete alternative a quelle del governo, in grado di fronteggiare la crisi corrente del debito italiano, e che non consistano di proposte perché l’Europa e la BCE cambino politica. Nessun altro sembra osare fare quello che prova a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/debito-crescita-economica.jpg" style="width: 372px; height: 244px" height="324" width="500" /></span>In questi giorni non trovo sui quotidiani o sui siti internet, anche ‘alternativi’, interventi che suggeriscano proposte concrete alternative a quelle del governo, in grado di fronteggiare la crisi corrente del debito italiano, e che non consistano di proposte perché l’Europa e la BCE cambino politica. Nessun altro sembra osare fare quello che prova a fare Sbilanciamoci ogni anno, indicazioni concrete per una manovra di bilancio alternativa (purtroppo la manovra alternativa di Sbilanciamoci per quest’anno è stata superata dagli eventi, anche se varie buone idee in essa vanno mantenute). Critiche alla politica della BCE e alla non volontà europea di creare un vero governo europeo in grado di fare politiche fiscali e monetarie efficaci non mancano; ma su cosa il governo italiano potrebbe e dovrebbe fare adesso, subito, non trovo granché. Quello che sembra emergere anche dagli interventi di economisti non allineati è che le soluzioni si trovano solo a livello di politiche europee; in Italia, sembrerebbe, si può fare molto poco a parte stringere la cinghia, se l’Europa non aiuta; al massimo distribuire in modo un po’ più equo le sofferenze. (Il PD sembra essere del tutto su questa lunghezza d’onda, a giudicare ad esempio dalla timidezza delle reazioni di Stefano Fassina alle proposte governative, nell’intervista sul Fatto Quotidiano del 6 agosto.) Ma è davvero così, o vi è in alcuni una autocensura che porta a non indicare cosa si potrebbe fare di alternativo perché lo si ritiene politicamente impossibile? Sono sempre stato contrario a che non si enuncino affatto delle proposte solo perché si pensa che non vi sia lo spazio politico perché quelle proposte siano seriamente considerate. Almeno una parte delle persone finisce per non rendersi conto che delle alternative ci sono, e che magari col loro sostegno politico potrebbero avere una chance. Vorrei sollecitare coloro che hanno ben più competenze di me (che sono economista teorico) su questioni di debito pubblico e di stato di salute dell’economia italiana a provare a indicare molto concretamente cosa sarebbe necessario fare – per quanto radicale – per uscire da questa crisi del debito pubblico italiano senza far aumentare la disoccupazione e la povertà a livelli vertiginosi, assumendo una scarsa volontà dell’Europa di aiutare. Provo a cominciare io, ma, conscio dei miei limiti, solo pour encourager les autres.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema centrale del rientro da un debito pubblico elevato è noto: se lo stato o le amministrazioni locali aumentano la pressione fiscale o riducono la spesa pubblica, fanno diminuire la domanda aggregata inducendo una riduzione delle entrate fiscali che può ridurre di molto la riduzione del deficit pubblico. (Incidentalmente, non è solo il debito dello stato italiano che va considerato, ma anche quello di regioni, province e comuni, che è anch’esso parte del debito pubblico a tutti gli effetti; il problema dunque è ancora più serio di quanto non si dica.) Inoltre la riduzione della domanda aggregata riduce il tasso di utilizzo degli impianti e le prospettive di aumento delle vendite, scoraggiando gli investimenti; si può innescare una interazione acceleratore-moltiplicatore che può fare ulteriormente diminuire la domanda aggregata e dunque le entrate fiscali. Esistono modelli econometrici keynesiani che permettono di stimare sia pure in modo rozzo la grandezza di questi effetti, sarebbe importante che queste stime venissero diffuse. Inoltre la riduzione degli investimenti rende l’economia meno competitiva perché sono i nuovi investimenti che incorporano le tecnologie più recenti, dunque meno investimenti vuol dire struttura industriale in media sempre più vecchia e dunque in media sempre meno produttiva rispetto a quella delle altre nazioni, dunque maggiore difficoltà a reggere la concorrenza internazionale, tendenza delle esportazioni a diminuire, ulteriore effetto di rallentamento della domanda aggregata e di riduzione del gettito fiscale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Bisogna quindi trovare il modo affinché anche l’Italia si comporti come un singolo individuo. Quando un normale individuo si trova con debiti da pagare, cerca di lavorare di più per aumentare il suo reddito e così avere i soldi per ripagare il debito. Bisogna trovare il modo per far sì che l’Italia produca di più, tutto l’opposto di quello che la manovra di Tremonti causerebbe. E farlo celermente, in modo che la porzione di debito pubblico rinnovata a tassi d’interesse elevati resti piccola. Visto il quadro europeo, bisogna chiedersi cosa l’Italia può fare da sola al riguardo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il primo modo indicato a tal fine dalla teoria economica ragionevole è il teorema di Haavelmo o ‘del bilancio in pareggio’. Un aumento della spesa pubblica accompagnato da un pari aumento del prelievo fiscale fa aumentare il PIL; ad esempio se la propensione marginale e media al consumo dal reddito disponibile (PIL meno prelievo fiscale) è c=0,8, e se la propensione marginale e media a importare è q=0,3, numeri non lontani dalla situazione italiana, allora il moltiplicatore della spesa pubblica con bilancio ‘in pareggio’ (o meglio con aumenti della spesa pubblica accompagnati da pari aumenti del prelievo fiscale) è (1–c)/(1–c+q)=0,4. Ma allora si può aumentare la spesa pubblica e aumentare <em>un po’ di più</em> il prelievo fiscale, e si otterrà sia un aumento anche se più piccolo del PIL, sia una riduzione del deficit. Se l’aumento del prelievo fiscale non è ottenuto con imposte una tantum – e non può esserlo se non marginalmente, giacché l’espansione della spesa pubblica deve essere duratura – vi è una difficoltà: l’aumento della spesa pubblica e di conseguenza dei redditi deve essere previsto in modo che la produzione e i redditi comincino ad aumentare in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica, altrimenti se è la spesa pubblica che deve dare inizio al processo di moltiplicazione del reddito essa deve precedere l’aumento di gettito fiscale e dunque va finanziata con ulteriore indebitamento. Essendo praticamente impossibile che i nuovi occupati possano spendere di più già prima di essere assunti, possono essere solo le imprese a spendere addirittura in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica. L’indicazione dunque sembra essere chiara: l’aumento di spesa pubblica deve essere rivolto a investimenti che inducano imprese a investire addirittura prima che cominci l’erogazione della spesa pubblica. Imprese pubbliche, perché no – l’avversione generalizzata alle imprese pubbliche non ha alcuna base né teorica né empirica, riflette solo gli interessi del capitale privato. Questi investimenti devono ovviamente essere redditizi su periodi di tempo lunghi, dunque richiedono una oculata politica industriale, che sappia valutare i campi in cui investimenti industriali possano risultare profittevoli; bisogna creare teams di esperti che sappiano apprendere dalle esperienze positive all’estero, come quella giapponese o quella della Corea del Sud. Lo sviluppo di modi di sfruttare energie alternative è un esempio di campo che viene in mente. (Sergio Cesaratto mi informa ad esempio che lo scorso anno l’Italia ha importato pannelli solari per 10 miliardi da Germania e Svizzera; ci vorrebbe molto a produrli in Italia?) Inoltre le imprese che questa spesa pubblica faranno nascere o espandere devono essere vincolate a restare in Italia per molti anni. Sulla capacità di creare imprese competitive a livello mondiale non sottovaluterei le potenzialità italiane, nonostante il grande mal parlare che si fa dell’università italiana le competenze che essa produce non sono inferiori a quelle che producono i sistemi universitari di altre nazioni, non bisogna confondere le poche università anglosassoni di elite con il prodotto medio, e la fuga di cervelli dall’Italia suggerisce che probabilmente il numero di persone molto brave prodotte dalle università italiane non è di molto inferiore a quello estero in percentuale, solo che è sparpagliato e dunque meno visibile. Quel che appare invece importante è creare sistemi efficaci di controllo sulla efficienza delle scelte compiute, bisogna evitare che le imprese favorite dalla spesa pubblica diventino carrozzoni clientelari. Qui bisogna escogitare nuovi sistemi di controllo popolare, io sarei per rappresentanti del popolo eletti direttamente, indipendentemente dai partiti, per periodi brevi (non superiori a due anni) e non rinnovabili, e pagati solo poco più di quanto guadagnavano (con diritto a tornare al posto di lavoro precedente), che abbiano il diritto di sedere nei consigli di amministrazione delle imprese e delle banche e riportare al pubblico tutto ciò che queste fanno.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La spesa pubblica dovrebbe seguire anche un altro criterio: ridurre drasticamente le sue componenti che si rivolgono a ditte estere. Questa riduzione non causerebbe riduzioni di reddito e occupazione in Italia. Dunque è sacrosanta anche per questo motivo la proposta di Sbilanciamoci di non comprare i caccia statunitensi che comporterebbero una spesa di 15 miliardi di euro. Ma devono esservi altre spese riducibili di questo tipo. Se in Italia non esistono produttori competitivi con quelli esteri per certi prodotti, lo stato dovrà intervenire affinché nascano.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’aumento del gettito fiscale complessivo considerato nel teorema di Haavelmo richiede un aumento della sua quota del PIL, ma non di grande entità. Supponendo PIL=C+I+G+Esp–Imp e supponendo Esp=Imp e le propensioni marginali già indicate, per avere il bilancio in pareggio quella quota deve essere t=[G(1–c+q)]/[I+Esp+G(1–c)]; se I è il 20% del PIL, Esp il 30%, G il 50% (di nuovo, percentuali non lontane dalla realtà italiana) si ottiene t=5/12≈42%; un aumento di G del 10% (che è enorme) che lasci I e Esp invariati comporta t≈45%, un aumento del 3%, molto meno degli aumenti contemplati da Tremonti, e inoltre si può presumere che gli investimenti aumenterebbero, riducendo l’aliquota fiscale necessaria. L’aumento delle aliquote ufficiali potrà non essere necessario se un aumento della lotta all’evasione fiscale comporterà un aumento sufficiente del gettito fiscale. (Un invito ai colleghi che si occupano di analisi costi-benefici: sarebbe interessante una stima dei costi e dei benefici dell’aumentare il personale statale dedicato alla repressione dell’evasione fiscale, invertendo l’orribile direzione della politica del governo al riguardo, denunciata da una lettera a Repubblica il 10 agosto.) In ogni modo l’aumento della pressione fiscale deve essere effettuato in modo da scoraggiare il meno possibile i consumi; devono essere i risparmi a essere tassati, in particolare quelli dei più abbienti, che quasi certamente non ridurranno affatto i loro consumi (e la cui quota del reddito nazionale è molto aumentata nell’ultimo decennio). L’ideale sarebbe riuscire ad <em>aumentare </em>la propensione marginale al consumo e con essa il moltiplicatore; una politica chiaramente intesa a stimolare la crescita e l’occupazione molto probabilmente avrebbe qualche effetto in questa direzione, giacché farebbe aumentare in media il reddito atteso.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Queste politiche, facendo aumentare la domanda, farebbero ovviamente aumentare il disavanzo estero, ma non vedo motivo per preoccuparsi per ciò. In primo luogo, poiché la politica statale se ben fatta farebbe aumentare gli investimenti e la competitività dell’economia, questo aumento del disavanzo estero sarebbe solo temporaneo. In secondo luogo, l’aumento del disavanzo estero corrisponderebbe ad aumento dell’indebitamento privato rispetto all’estero delle imprese non finanziarie, o di banche che hanno fatto prestiti a imprese non finanziarie (e non verso consumatori o altre imprese finanziarie); l’esempio di Irlanda e Spagna non può essere usato come prova che l’indebitamento verso l’estero in quanto tale è considerato dai mercati come analogo al debito pubblico, in entrambe queste nazioni il problema era la fragilità del settore bancario dovuta ai titoli tossici, problema molto minore in Italia; un indebitamento sull’estero che direttamente o indirettamente provenga da imprese solide con prospettive di aumento delle vendite non vedo perché dovrebbe spingere i mercati alla sfiducia verso l’Italia, sarà una (piccola) parte del complesso di considerazioni che influenza il cambio dell’euro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Non è dunque per via del vincolo estero ma per stimolare la domanda interna che andrebbero contemplati interventi (in ogni caso utili anche a ridurre il disavanzo estero) intesi a spostare la domanda interna di più su beni prodotti in Italia, aumentando le esportazioni e riducendo le importazioni. Qui il vincolo principale all’uso di dazi, tariffe e sussidi secondo i dettami tradizionali della teoria dell’economia internazionale (quella sensata, keynesiana) è costituito dagli accordi europei. La mia proposta è molto semplice: violarli se necessario, senza paura. (Ad esempio, tassare le automobili di lusso: le Mercedes, BMW, Saab&#8230;) Come Francia e Germania hanno violato le disposizioni di Maastricht sul deficit massimo e non sono state espulse dall’Unione Europea, anche l’Italia potrà violare le disposizioni europee adducendo che è più importante ridurre la disoccupazione e <em>onorare i debiti</em>, e non sarà espulsa. Al massimo riceverà una multa. Una multa piccola potrà essere pagata senza problemi, una multa grossa non andrà pagata e basta. Finché un vero governo europeo non esiste, bisogna sfruttare l’inesistenza di un vero potere europeo sanzionatorio. Questo è importante anche rispetto alle regole di Maastricht che mirano a minimizzare la possibilità che i governi facciano politiche industriali, una totale idiozia. Se non c’è un governo europeo centrale che faccia politiche fiscali e industriali per risolvere i problemi delle sue regioni/nazioni, devono pensarci le regioni/nazioni stesse.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’avviamento di politiche come quelle qui considerate avrebbe un immediato effetto calmante sui mercati finanziari, in quanto farebbe intravvedere finalmente una crescita del PIL italiano e dunque una prospettiva di riduzione del rapporto debito/PIL. La non riduzione dei servizi essenziali forniti dallo stato ridurrebbe anche la pressione agli aumenti salariali, altrimenti inevitabile per la necessità di procurarsi privatamente (a costi più alti) i servizi sanitari, assicurativi, di istruzione ecc. non più forniti dallo stato o dalle amministrazioni locali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* Professore ordinario nell&#8217;università di Siena.</em></p>
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		<title>Il dibattito economico su globalizzazione e distribuzione</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Aug 2011 18:14:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Diverse voci autorevoli[1] hanno documentato la progressiva caduta nella quota di reddito destinata a remunerare il lavoro (labor share) che si registra a partire dagli anni Ottanta nei Paesi industrializzati e in modo accentuato nell’Europa continentale. Tra le spiegazioni generalmente avanzate in letteratura per comprendere tale fenomeno si fa spesso riferimento alla globalizzazione dei mercati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/carbon_market.jpg" style="width: 269px; height: 203px" height="401" width="562" />Diverse voci autorevoli<strong>[1]</strong> hanno documentato la progressiva caduta nella quota di reddito destinata a remunerare il lavoro (<em>labor share</em>) che si registra a partire dagli anni Ottanta nei Paesi industrializzati e in modo accentuato nell’Europa continentale. Tra le spiegazioni generalmente avanzate in letteratura per comprendere tale fenomeno si fa spesso riferimento alla globalizzazione dei mercati, la quale avrebbe avuto ripercussioni negative sulle retribuzioni e/o sui tassi occupazionali, soprattutto dei lavoratori poco qualificati. In particolare, il legame tra andamento del <em>labour share</em> e globalizzazione nasce dall’osservazione che la progressiva caduta nella quota di reddito destinata al lavoro è coincisa con l’ integrazione delle economie dei Paesi industrializzati con i Paesi di nuova industrializzazione (NIC).</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">L’approccio standard nell’analizzare gli effetti del commercio internazionale si propone di studiare in che modo l’apertura agli scambi internazionali incida sulle quote distributive e sulle remunerazioni di lavoro e capitale con riferimento a modelli teorici secondo cui ciascun Paese si specializza in quelle produzioni in cui ha un vantaggio comparativo<strong>[2]</strong>. Ad esempio, i Paesi industrializzati si specializzerebbero nella produzione di beni ad alta intensità capitalistica per cui la remunerazione e l’utilizzo del lavoro tenderebbe a ridursi.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><strong>Il teorema di Heckscher-Ohlin<br />
</strong>Tale teorema individua alcuni criteri in base ai quali un Paese deciderebbe di esportare un bene piuttosto che un altro. Tra le numerose ipotesi avanzate vi è quella che tutti i paesi dispongano delle stesse tecnologie, che in tutti i paesi vi sia pieno impiego del lavoro (cioè non c’è disoccupazione) e pieno utilizzo della capacità produttiva e in ciascun Paese il valore totale delle importazioni pareggi il valore totale delle esportazioni.
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Sulla base delle assunzioni appena esposte si argomenta che un Paese diviene esportatore del bene nella produzione del quale viene impiegato più intensamente il fattore produttivo (lavoro o capitale) di cui si dispone in modo relativamente più abbondante e meno costoso e diviene importatore del bene nella produzione del quale viene impiegato in modo relativamente più intenso il fattore di cui si dispone in modo relativamente minore o più costoso.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><strong>Il teorema del pareggiamento dei prezzi dei fattori</strong><br />
Il teorema del pareggiamento dei fattori<strong>[3]</strong> implica che la conseguenza inevitabile del tipo di scambio internazionale descritto attraverso il teorema di Heckscher-Ohlin è l’uguaglianza delle remunerazioni di capitale e lavoro tra i due Paesi. Tale risultato è derivato dal seguente ragionamento: in seguito al commercio internazionale nel paese dove il capitale è relativamente più abbondante la specializzazione internazionale verso i beni nella cui produzione si usa più intensamente il capitale porta ad una caduta dei salari mentre nel paese dove il lavoro è relativamente più abbondante tende a diminuire, per ragioni simmetriche, la remunerazione del capitale.
</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Se la maggior parte della letteratura economica riconosce un ruolo fondamentale a tali modelli per comprendere l’andamento delle quote distributive del reddito, la loro effettiva portata viene ridimensionata dall’individuazione di alcuni limiti teorici ed empirici. Sul piano teorico, si deve tener conto della scarsa plausibilità delle premesse, quali pieno impiego e accesso alle stesse tecnologie. Inoltre, la presenza del capitale tra le dotazioni iniziali dei paesi solleva diversi problemi. In primo luogo va menzionata l’ impossibilità di misurare il valore del capitale prima di conoscere la distribuzione del reddito. In secondo luogo bisogna osservare che la relazione tra l’intensità fattoriale e l’andamento del saggio di profitto non è necessariamente monotona: vale a dire, al crescere del saggio di profitto un settore a relativa maggior intensità di capitale puo’ divenire a minor intensità di capitale e viceversa<strong>[4]</strong>. Sul piano empirico, si deve osservare che nei teoremi suddetti vengono trascurati alcuni elementi importanti, <em>in primis</em> il volume effettivo dei commerci<strong>[5]</strong>. Infatti, una gran parte degli scambi commerciali internazionali avviene tra le economie più industrializzate, cioè tra economie che hanno una dotazione di capitale simile e non tra queste e i Paesi di nuova industrializzazione, cosicché una quota consistente delle importazioni dei paesi industrializzati è costituita da beni ad alta intensità di capitale<strong>[6]</strong>. La teoria di Heckscher-Ohlin potrebbe essere rilevante solo per gli effetti degli scambi tra Paesi che presentano ampie differenze nelle dotazioni dei fattori e che quindi tendono a specializzarsi nella produzione di beni distinti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Alcuni autori rilevano che il commercio internazionale influirebbe sul prezzo del lavoro in quanto modificherebbe l’ elasticità della domanda di lavoro rispetto a variazioni del salario, rendendo il fattore lavoro domestico più sostituibile con il fattore lavoro estero<strong>[7]</strong>. Variazioni nella elasticità della domanda di lavoro sarebbero indotti non solo dallo scambio con i NIC ma anche dalla stessa integrazione dei mercati dei Paesi economicamente più avanzati. Considerare le variazioni della elasticità della domanda piuttosto che solamente dei prezzi permetterebbe quindi di incorporare gli effetti del commercio tra i Paesi OECD, che verrebbero invece trascurati applicando i modelli suesposti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Interpretazioni alternative, invece, osservano che un ruolo determinante nell’evoluzione della distribuzione funzionale del reddito negli ultimi decenni sarebbe stato giocato da fattori diversi rispetto a quelli fin qui menzionati e riconducibili in ultima istanza ad elementi istituzionali. Certe impostazioni teoriche<strong>[8]</strong> si concentrano su un elemento che, tra tutti, si ritiene caratterizzi il moderno processo di globalizzazione, distinguendolo, ad esempio, dall’integrazione dei mercati dei primi anni del Novecento: il diverso grado di mobilità internazionale del fattore capitale rispetto al fattore lavoro. La diversa mobilità dei fattori produttivi viene ritenuta un elemento cruciale che potrebbe spiegare la contrazione della quota di reddito destinata al lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Al riguardo, un argomento avanzato è il così detto <em>race to the bottom</em> dei salari, ossia la tendenza dei salari, soprattutto dei lavoratori poco qualificati, ad essere schiacciati in seguito alla pressione esercitata dai bassi salari presenti nelle economie di recente industrializzazione. La mobilità del capitale a livello internazionale può contribuire alla stagnazione dei salari se le imprese trasferiscono le produzioni ad alta intensità di lavoro poco qualificato in Paesi dove possono trovare forza lavoro a basso prezzo<strong>[9]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">Tale aspetto sarebbe strettamente legato alla questione relativa agli effetti della globalizzazione sulla forza contrattuale delle parti sociali. Se la forza contrattuale dei lavoratori dipende da una serie di fattori, tra cui il costo che il capitale deve sopportare per poter trasferirsi altrove, la mobilità del capitale ridurrebbe sensibilmente la capacità del lavoro di ottenere parte del reddito aggregato prodotto<strong>[10]</strong>. La relativa facilità di investimenti e delocalizzazioni verso Paesi caratterizzati da una forza lavoro relativamente meno pagata e con una scarsa rappresentanza sindacale si tradurrebbe<strong>[11]</strong> in un maggior potere contrattuale delle imprese, le quali possono decidere di trasferire altrove la produzione in caso di rivendicazioni da parte dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">In conclusione, la teoria standard del commercio internazionale predice che la globalizzazione possa aver determinato nei paesi industrializzati una contrazione della remunerazione del lavoro, in particolare di quello poco qualificato, poiché questo sarebbe relativamente più costoso nelle economie industrializzate piuttosto che nelle economie di nuova industrializzazione. Una serie di limiti di tipo teorico e empirico sembrano, però, arginare l’effettiva portata di tali argomenti. Impostazioni diverse abbandonano l’approccio tradizionale e si richiamano maggiormente all’esistenza di un conflitto distributivo, osservando che la globalizzazione potrebbe aver inciso sulla natura del conflitto distributivo tra capitale e lavoro, a discapito di quest’ultimo.</p>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">[1] World Economic Outlook, Spillovers and Cycles in the Global Economy, April 2007, 167<br />
[2] Si veda Gandolfo, Giancarlo. Elementi di economia internazionale. Torino: UTET, 2002; Salvatore, Dominick. Economia internazionale. Roma: Carocci, 1999.<br />
[3] Samuelson, “International Trade and the Equalization of Factor Prices.” Economic Journal , 58 n. 230 (1948): 163-184.<br />
[4] Si veda Steedman I. (1979) Trade amongst Growing Economies, Cambridge: CUP; Steedman I. (ed.) (1979) Fundamental Issues in Trade Theory, Macmillan, London; S. Cesaratto (2011), Harmonic and Conflict Views in International Economic Relations: a Sraffian view.<br />
[5] Krugman, Paul. “Growing Trade: Causes and Consequences.” Brooking Paper of Economic Activitiy, n.1 (1995): 327-377.<br />
[6] Nel World Economic Outlook, Spillovers and Cycles in the Global Economy, April 2007, p.166 si legge: “the bulk of advanced economies’ import still comes from other advanced economies and likely includes more skilled rather than unskilled products”.<br />
[7] Slaughter, Matthew J. “International Trade and Labor-Demand Elasticity.” NBER Working Paper Series n. 6262 (1997).<br />
[8] Tra gli altri si veda Rodrik, Dani. “Capital Mobility and Labor.” Harvard University. (1998).<br />
[9] Rama, Martìn. “Globalization, Inequality and Labor Market Policies.” The World Bank, June 2001.<br />
[10] Harrison, Ann E. “Has Globalization eroded Labor Share? Some Cross-Country Evidence.” UC Berkeley and NBER, October 2002.<br />
[11] Pollin, Robert. Contours of Descent: U.S. Economic Fractures and the Landscape of Global Austerity. London: Verso Press, 2003.</h6>
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