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	<title>Economia e Politica &#187; Università e ricerca</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:55:30 +0000</pubDate>
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		<title>Finanza, spread, pensioni… storie di italica follia</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/images-3.jpg" height="147" width="219" />La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di investimento, come scegliere se finanziarsi con debito o mezzi propri, come misurare il costo del capitale, come misurare il  valore creato da un’acquisizione o da un investimento in fondi comuni, come gestire i rischi.  Uno dei recenti decreti del Miur, attuativo della riforma Gelmini, ha appena declassato il settore scientifico-disciplinare <em>SECS-P09 - Finanza aziendale</em>, accorpandolo, a fini di reclutamento del personale docente, in uno più grande (come numero di docenti appartenenti)  e pre-esistente (quello della vecchia <em>Tecnica bancaria</em>, oggi <em>Economia degli Intermediari finanziari</em>), decretandone di fatto la sorte futura, in termini di sviluppo della ricerca, della didattica,  e dei ricercatori/docenti che le praticano, che è poi la sorte, di manzoniana memoria, del  vaso di coccio destinato a viaggiare tra i vasi di ferro, del nuovo e debole che non avanza se destinato a sgomitare (dati  il corporativismo della casta accademica e il trend decrescente dei fondi assegnati all’università per il personale) tra il consolidato e numericamente forte.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La classificazione dei saperi e degli ambiti di ricerca non è neutrale rispetto alle loro prospettive di sviluppo: la delimitazione dei campi, soprattutto al fine di allocare le risorse, consente ai nuovi saperi  di svilupparsi e crescere, senza dover lottare e forse soccombere rispetto a saperi (e relative corporazioni) più consolidati e potenti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Questo è accaduto, nonostante una serie di fattori avrebbero dovuto sconsigliarlo fortemente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Primo fra tutti,  la dichiarata volontà dell’ ex ministro Gelmini di favorire l’internazionalizzazione dell’università italiana, di adeguare didattica e ricerca italiana agli standard internazionali dei paesi più evoluti. Una specie di mantra salvifico questo dell’internazionalizzazione della nostra accademia, che ha già prodotto svariati danni: la riforma del 3+2 del ministro Berlinguer (nel 1999) e la riforma Gelmini (nel 2010) fondano la loro ragion d’essere proprio su questo obiettivo dichiarato. Vale la pena di ricordare che in contesto  anglosassone (USA e UK), la Corporate Finance (termine inglese equivalente) è area scientifico-disciplinare autonoma e ben identificata dagli anni ‘30, oltreché presenza immancabile nella formazione universitaria<em> under </em>e<em> post graduate</em> di ogni <em>business school </em>degna di questo nome.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Secondo “fattore contro” sono i segnali chiari e forti, che emergono dal mondo delle imprese, dell’esigenza di competenze di finanza aziendale dei futuri manager, come ampiamente rivela un’indagine recente riportata da Il Sole 24 ore (Bassi, <em>Gestione dei rischi e finanza aziendale al top delle richieste</em>, 8 aprile 2011).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Terzo fattore, l’evidente carenza di competenze di Finanza aziendale che si coglie leggendo sui giornali di questi ultimi mesi le analisi della crisi  e le proposte di riforma di ministri, economisti e valenti commentatori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Tre esempi sembrano eclatanti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Primo esempio.  Da più parti (a titolo di esempio Penati,  <em>La verità nascosta dietro lo spread</em>,  La Repubblica,  1 ottobre 2011) si spiega lo spread sui titoli di stato italiano, rispetto agli equivalenti tedeschi, uguale (o superiore) sui titoli a 1-2 anni rispetto a quelli a 10 anni come segue: i mercati assumerebbero che i rischi per l’Italia si concentrano in un futuro vicino, mentre “…<em>dopo,  non fa differenza</em>”. Da qui discenderebbe il senso di urgenza che dovrebbe guidare l’azione di governo nel fare presto le riforme, senza aspettare oltre:  urgenza che ha guidato la riforma del  governo tecnico e ha guidato parimenti la sua approvazione rapida, evitando in nome di questa urgenza modifiche da parte del parlamento o sulla spinta delle parti sociali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La finanza aziendale insegna che il tasso di rendimento sui  titoli comprende una parte che remunera il valore temporale del denaro (100 euro oggi non sono equivalenti a 100 euro tra un anno, perché nell’anno potrei guadagnare investendo in un investimento privo di rischio), e una parte che remunera il rischio che l’investimento comporta. Ora, ragionando in termini di spread dei rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli dei titoli tedeschi, la dinamica dello spread (da breve a lungo) dovrebbe essere attribuita alla componente “remunerazione del rischio”, perché la dinamica dei tassi privi di rischio, nell’ambito dell’Europa, dovrebbe essere omogenea e quindi già assunta nella dinamica dei tassi sui Bund<strong>[1]</strong>. Tuttavia,  va sottolineato che se lo spread  è costante (o decrescente) non significa che i titoli a maggiore scadenza sono considerati ugualmente (o meno) rischiosi, perché  il premio  per il rischio (supposto dal tasso) aumenta per effetto della capitalizzazione su un numero di anni maggiore. Quando attualizzo per esempio il flusso connesso al rimborso dei titoli fra dieci anni (ipotizziamo per semplicità titoli zero coupon), elevo a 10 anni sia la componente risk-free del tasso,  che la componente “compenso del rischio”  e quindi la correzione che opero per questa via sul flusso è maggiore, pur se lo spread è costante. A titolo di esempio, semplificando al massimo i calcoli, supponendo un tasso sui Bund a 2 anni del 4% e a 10 anni del 6% (cioè una struttura per scadenza crescente dei tassi privi di rischio),  e un tasso sui BTP italiani di corrispondente scadenza pari rispettivamente a 8%  e 9%, quindi uno spread decrescente da 4 (8% - 4%) a 3 (9% - 6%) punti percentuali, si può dimostrare che la penalizzazione che i titoli a 10 anni subiscono per effetto del rischio paese assegnato ai titoli dal mercato (rischio di insolvenza dell’Italia) è maggiore di quella dei titoli a 2 anni. Infatti, nel primo caso il flusso risk-adjusted è pari al 76% del flusso rischioso, contro il 93% nel secondo caso<strong>[2]</strong>. Analogamente, se anche ipotizzassimo uno spread a 10 anni ancora più basso (per esempio l’1%), il flusso risk-adjusted sarebbe del 91%, cioè una correzione che è ancora maggiore di quella dei titoli a 2 anni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Secondo esempio. Il ministro Fornero ha presentato (sul numero 10/2011 di <em>Italiani-Europei</em> e pubblicato per ampi stralci su La Repubblica del 26 novembre 2011) un suo studio sull’equità e sostenibilità del sistema pensionistico attualmente vigente in Italia, da cui parte il suo disegno di riforma del sistema pensionistico italiano. Ipotizza un sistema integralmente contributivo, che definisce oggettivo, e che porrebbe pari il valore attuale atteso dei benefici pensionistici ai quali l’individuo ha diritto (la somma oggi equivalente al valore complessivo dei trasferimenti previdenziali di cui l’individuo godrebbe data l’attuale aspettativa media di vita) al montante contributivo versato, dalla Fornero definito come saldo disponibile di un ipotetico conto corrente in cui l’individuo abbia depositato, senza mai ritirarli, i contributi previdenziali versati lungo la vita lavorativa. Definisce, il ministro, un indicatore (PVR= present value ratio) che rapporta, alla data della pensione, i due valori sopra definiti, precisamente il primo al secondo. Se l’indicatore è uguale a 1, il sistema è equo (oggettivamente equo, ci rassicura il ministro) e finanziariamente sostenibile dal punto di vista della comunità. Se maggiore di 1 privilegia il pensionato, a scapito delle generazioni future, se minore di 1 lo penalizza. La Fornero, basandosi sulle simulazioni svolte nel centro di ricerca CERP, dimostra che l’attuale sistema retributivo genera valori del PVR che vanno dall’ 1,5 al 3,5 a seconda dell’ente previdenziale considerato e quindi del tipo di mestiere del pensionato considerato: privilegerebbe, dunque,  oltre misura i lavoratori che vi appartengono, a scapito delle future generazioni, facendogli guadagnare tassi di rendimento rispettivamente del 50 e 250%. Lo studio ci pare presenti alcune lacune di metodo gravi, come chiaramente evidenziato già da alcuni (Jaccod, <a target="_blank" href="http://nonsolofinanza.posterous.com/">A proposito dei benefici pensionistici</a>):</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• il valore del PVR risulta molto sensibile al tasso utilizzato per calcolare montante e valore attuale, rispettivamente posti al denominatore e al numeratore del rapporto: quindi, non è un indicatore che possa essere definito oggettivo, come viene dichiarato. Un tasso maggiore riduce il numeratore (valore attuale delle pensioni future) e alza il denominatore (montante dei contributi versati). L’effetto,  inoltre,  non è uguale sulle due grandezze, perché le rendite hanno durata diversa. La sensibilità al tasso è infatti maggiore nel caso di una rendita di 40 anni (i contributi versati) rispetto ad una rendita di 15 anni (le pensioni attese). A titolo di esempio, passando da un tasso nominale (perché applicato a flussi nominali) del 2% ad uno del 4,5% e ipotizzando ammontari dei contributi e della pensione coerenti con gli attuali std retributivi di un lavoratore di medio reddito, il PVR passa da 1,7 a 0,85 , che significa che il nostro ex lavoratore di medio reddito si trasforma da pensionato privilegiato e affamatore delle generazioni future ad un lavoratore frodato dal sistema previdenziale;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• il tasso usato nelle simulazioni  è dell’1,5% reale, posto pari, viene detto, al tasso di crescita dell’economia (tasso definito come l’unico finanziariamente sostenibile). Ma perché, dal punto di vista dell’equità del singolo lavoratore, dovrebbe essere diverso dal costo opportunità del capitale (in finanza aziendale è definito come il tasso di rendimento di impieghi alternativi di pari durata e rischio) che l’individuo, singolarmente, avrebbe potuto lucrare investendo i contributi versati, e a cui rinuncia dopo il pensionamento, quando cioè comincia a prelevare mensilmente per campare?  In altre parole, perché convincerlo a versare i contributi all’INPS o all’INPDAP percependo solo un tasso reale dell’1,5% (non si capisce peraltro dallo studio quale tasso nominale sia stato usato) quando, da solo, avrebbe potuto investirli ad un tasso mediamente maggiore?  La media  dei  tassi medi annui risk-free EURIRS (per prestiti a 30 anni) nell’ultimo decennio è pari al  4,7%  e tassi nominali ben maggiori hanno lucrato i BTP di pari scadenza nei decenni precedenti;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• usa un tasso uguale per capitalizzare i contributi versati e per attualizzare le pensioni future da percepire: i flussi rispettivi non sono però omogenei e confrontabili in termini di rischio. I contributi versati, alla data del pensionamento, sono certi (e lo sarebbero anche gli interessi prodotti),  mentre incerti sono i flussi delle pensioni future. Sono incerti sia come durata (vita residua dopo la pensione del lavoratore e di eventuali familiari candidati alla reversibilità: usare la vita media attesa, determinata sulle tavole attuariali, come fa la Fornero,  non risolve affatto il problema dal punto di vista del singolo lavoratore),  che come ammontare; dopo la morte del lavoratore, infatti, l’entità delle somme percepite dipende dalla presenza e dal legame di parentela dei familiari su cui potrebbe scattare la reversibilità. Inoltre, rischi derivano per ammontare e durata delle pensioni future anche da cambiamenti futuri della legislazione pensionistica, se intaccassero anche i diritti acquisiti (come,  peraltro,  accade con questa riforma).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Cade,  con ogni evidenza,  la presunta oggettiva equità del sistema contributivo descritto, se non tiene conto correttamente ed analiticamente degli aspetti citati, a cui va aggiunta la necessità di considerare flussi al netto delle imposte, essendo le aliquote fiscali degli interessi sui contributi differenti dai prelievi sui pagamenti delle pensioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Terzo esempio.  Una critica recente bipartisan  è quella all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia mondiale. La finanza ne risulta demonizzata, come causa principale della crisi recente. Per misurare l’eccesso di finanziarizzazione si ricorre al confronto (si vedano, come esempi, Fumagalli, <em>Il diritto al default come contropotere finanziario</em>, <em>Il Manifesto</em>,  1 settembre 2011 e Panara, <em>Se la finanza si mangia l’economia,</em> <em>La Repubblica – Affari&amp;Finanza</em>, 23 gennaio 2012) tra PIL mondiale (74 mila miliardi di dollari nel 2010), valore del mercato obbligazionario mondiale (95 mila miliardi di dollari), valore delle borse mondiali (50 mila miliardi di dollari), valore dei derivati (466 mila miliardi di dollari) e si conclude che la finanza muove in aggregato 8 volte la ricchezza prodotta in termini reali. Ora, un primo errore si commette nel confrontare grandezze flusso (il PIL) con grandezze fondo (il valore dei mercati obbligazionario, azionario e dei derivati), distorcendo la prospettiva dell’analisi. Ma questo è solo un errore veniale (che però conferma le già citate carenze di finanza aziendale). Più grave è l’errore che si commette demonizzando la finanza tout court e  oscurando per questa via quello che è il vero problema: cioè non la finanza in quanto tale, ma l’uso vizioso e distorto che se ne fa, cioè gli “eccessi” della finanza. La finanza, quando è al servizio dell’economia reale, come fisiologicamente dovrebbe essere, non è negativa. Se i mercati finanziari servono a convogliare il denaro degli investitori verso gli impieghi produttivi, la finanza supporta lo sviluppo dell’economia reale. Le obbligazioni societarie servono a finanziare gli impieghi delle imprese e la borsa dovrebbe servire a raccogliere denari sul mercato per finanziare con capitale paziente gli investimenti reali delle imprese, soprattutto quelli strategici, di maggiore durata e di maggiore rilevanza per il loro <em>core business</em>. Quindi il problema non è la dimensione di questi mercati, se, come dovrebbe essere, a fronte di questi valori ci sono gli asset reali delle imprese, che da qualche parte devono trovare i capitali per essere finanziati. L’aspetto negativo è un altro. La borsa, negli ultimi anni, per esempio in Italia, non finanzia più l’industria e i servizi non finanziari, cioè l’economia reale. Per tutta una serie di ragioni (per le quali rinviamo alla puntuale analisi condotta da Coltorti  per lo studio  Consob sui 150 anni di borsa in Italia)<strong>[3]</strong>  il listino telematico copre l’80% delle banche (in termini di totale attivo tangibile di bilancio), circa metà delle compagnie di assicurazione (in termini di premi), e solo il 5% dell’industria e dei servizi (in termini di fatturato): dal listino risultano assenti sia il quarto capitalismo (cioè le medie imprese che rappresentano la punta di diamante della manifattura italiana, quella che esporta nel mondo l’<em>Italian style</em>), che importanti gruppi di dimensione elevata (Riva, Ferrero, Marcegaglia, Perfetti, Barilla, ecc.). In secondo luogo, dal 1997 ad oggi, la borsa italiana non indirizza più il risparmio verso gli impieghi produttivi, ma serve a far tornare agli investitori le somme non impiegate negli attivi delle imprese (tendenze analoghe sono rilevabili anche per le borse del Nord America e dell’Europa): i saldi tra finanza in entrata e finanza in uscita delle imprese quotate sono pesantemente negativi, cioè i dividendi distribuiti superano gli aumenti di capitale e su questi l’incidenza dell’industria è scesa dal 91% del periodo 1977-1986 al 51% nel triennio 2007-2010, a vantaggio delle banche. Oggi la borsa italiana sembra operare una sorta di selezione avversa:  premia chi distribuisce dividendi e riacquista azioni proprie, mentre affonda chi annuncia aumenti di capitale per finanziare sviluppi futuri o risanare gestioni compromesse da alti indebitamenti. Quindi,  le imprese virtuose, che vogliono crescere e svilupparsi, ne stanno alla larga.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Raccogliere denaro a titolo di debito dai risparmiatori emettendo obbligazioni per finanziare gli impieghi produttivi delle imprese non è un male in sè. Male è il conflitto di interessi che induce le banche a svolgere non  proprio virtuosamente il piazzamento sul mercato di queste obbligazioni. Quando, come è avvenuto nel caso Parmalat, tanto per ricordare un esempio recente e doloroso della storia italiana, le banche sono sia creditori (molto esposti) della Parmalat, che collocatori – lautamente  remunerati – presso gli investitori  delle sue obbligazioni, l’azzardo morale è assicurato, in assenza di adeguata regolamentazione: l’emissione delle obbligazioni di Parmalat, a gestione operativa già compromessa  e indebitamento bancario oltre il livello di guardia, servì alle banche per rientrare dei capitali prestati oltrechè per intascare alte commissioni; perché aspettarci che il rischio di insolvenza di quelle obbligazioni (ben chiaro alle banche) fosse altrettanto chiaramente da esse illustrato ai risparmiatori, potenziali investitori, al momento della sottoscrizione?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Finanziarizzazione è anche il cambio di mestiere che le imprese, almeno in alcuni settori, hanno fatto, da produttori di beni e servizi reali a banche, come dimostra la patologica composizione dei loro attivi, sbilanciata verso gli impieghi finanziari. Come esempio facciamo riferimento al settore auto (uno tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi 2008-2009 e  maggiormente beneficiato dagli aiuti statali) che, prima della crisi (nel 2006) e  non per effetto della crisi, evidenzia, rispetto a 30 anni prima, una radicale trasformazione della composizione degli attivi di bilancio (dati Ufficio Studi Mediobanca-R&amp;S) per due aspetti:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• una riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e un’incidenza elevata dell’attivo circolante, specchio del trasferimento fuori delle imprese della produzione, terziarizzata</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">• un’incidenza patologicamente marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale (nella forma di crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto), specchio della “difficoltà di vendere” delle imprese del settore o comunque di politiche aggressive “di gonfiaggio” dei consumi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Questo esempio mostra come la crisi reale ha generato la finanziarizzazione e non l’opposto: i crediti verso i clienti e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, la finanza non è la strega da mandare al rogo, ma un sapere molto utile, che andrebbe insegnato nelle università, tutelato e sviluppato nella ricerca, imparato bene e utilizzato meglio, nel  governo delle imprese come in quello del paese, nell’investimento del patrimonio del piccolo risparmiatore, come in quello ben più ricco della previdenza statale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>* Professore ordinario di Finanza aziendale – Università degli Studi di Roma Tre (venanzi@uniroma3.it)</em></p>
<h6></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[1] Ipotizziamo qui per semplicità che il tasso sui Bund sia una proxy accettabile del tasso risk-free.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] La penalizzazione si può calcolare partendo dalla seguente identità:<br />
</span><em>Flusso atteso alla scadenza/(1+r)<sup>n</sup> = equivalente certo del flusso alla scadenza /(1 + tasso risk-free)<sup>n</sup></em><span style="line-height: normal">  , dove r è il tasso che comprende anche il compenso per il rischio e n il numero degli anni alla scadenza, mentre il tasso risk-free non lo contiene.  Nel caso del secondo termine dell’uguaglianza, infatti,  del rischio si tiene direttamente conto nel numeratore, dove al flusso atteso rischioso si sostituisce il suo corrispondente flusso certo, cioè già decurtato per tenere conto del rischio. Dalla uguaglianza, è possibile derivare che </span><em>equivalente certo del flusso alla scadenza/ flusso atteso alla scadenza = (1 + tasso risk-free)<sup>n</sup>/(1+r)<sup>n</sup></em><sup> </sup>: q<span style="line-height: normal">uesto rapporto misura la penalizzazione subita dal flusso per tenere conto del rischio, supposta dal tasso r. Con riferimento all’esempio riportato, se n=10, r=9% e tasso risk-free=6%, il rapporto misura 0,76 (76%), che significa un compenso totale per il rischio del 24% (100-76).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal"><sup></sup></span></h6>
<h6><span style="font-size: 9px"><span style="line-height: normal"></span></span></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[3] Coltorti F., 2011, <em>Borsa, territorio e sviluppo economico (1861-2011)</em>, in Consob, <em>Dall’unità ai nostri giorni: 150 anni di borsa in Italia</em>, Consob.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Per un cambiamento della politica economica in Italia e in Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 19:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche
Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione
In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center" align="left"><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/economia_pil.jpg" align="left" height="185" width="250" /></em></p>
<p style="text-align: center" align="left"><em>Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche</em></p>
<p style="text-align: center" align="left"><em>Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa </em><em>che rilanci domanda, sviluppo e occupazione</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono a buona parte della classe dirigente nazionale per non aver saputo attuare politiche che favorissero lo sviluppo del paese, la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza, nella costruzione dell’Unione Monetaria, di un quadro di politiche fiscali e monetarie coordinate volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri, e a una maggiore equità distributiva nei paesi e fra i paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crisi europea e il suo aggravamento, in particolare con l’attacco ai titoli del debito pubblico italiano, trovano la loro origine in questa assenza e sono solo parzialmente riconducibili alla progressiva caduta di credibilità del governo sinora in carica. La mancata iscrizione tra i compiti della Banca Centrale Europea del tradizionale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei debiti sovrani ha contribuito ad esporre all’attacco i titoli del debito italiano e di altri paesi europei. Le misure intraprese dai paesi dell’Eurozona per sostenere i debiti sovrani, e in primo luogo il cosiddetto Fondo Salva-Stati, risultano del tutto insufficienti anche per i debiti delle economie più piccole, e a maggior ragione per quelli dei paesi più grandi. Per di più le misure di restrizione dei bilanci pubblici che vengono richieste in cambio di quegli aiuti hanno aggravato la recessione e la stessa crisi finanziaria nei paesi beneficiari. Attualmente l’Eurozona è senza una bussola. Per l’opposizione del paese più forte, nell’ultima riunione del G-20 essa ha persino respinto la proposta di una emissione di Diritti Speciali di Prelievo da parte del Fondo Monetario Internazionale a sostegno dei debiti sovrani sotto attacco. Sono in gioco la sopravvivenza dell’Unione Monetaria e del Mercato Unico, e la stabilità economica europea e globale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I firmatari di questo appello ritengono che la grave situazione attuale nelle sue cause contingenti e di lungo periodo non possa essere affrontata se non nel quadro di un progressivo mutamento dell’insieme delle politiche economiche europee, fatte salve le azioni di politica economica che l’Italia deve intraprendere al suo interno. Siamo per un più pieno coordinamento delle politiche fiscali, monetarie e salariali in Europa, che includa a pieno titolo la piena occupazione fra gli obiettivi. Per questo siamo fermamente contrari alla iscrizione nelle Costituzioni nazionali della clausola del pareggio del bilancio pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In queste circostanze riteniamo che il nuovo esecutivo debba rapidamente muoversi nelle sedi europee appropriate, con la necessaria determinazione e le necessarie alleanze politiche, per ottenere una garanzia ferma e illimitata della BCE sul debito sovrano italiano e degli altri paesi dell’Eurozona, volto a ricondurre i tassi di interesse ai livelli pre-crisi -intervento da tempo sostenuto anche dall’Amministrazione americana e da molti autorevoli economisti di diverso orientamento teorico. Riteniamo, anche in questo caso con il conforto di opinioni diffuse tra gli economisti, che politiche di riduzione dei debiti pubblici siano in questa fase controproducenti, e reputiamo quindi che la richiesta nei riguardi della BCE vada accompagnata da un impegno non già all’abbattimento, ma bensì alla stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil in Italia e negli altri paesi in difficoltà. Un nuovo esecutivo, tecnico o politico, che si configurasse invece come mero esecutore delle richieste europee, quali espresse nelle scorse settimane, determinerebbe un aggravamento della crisi economica e finanziaria in Italia e in Europa, con devastanti conseguenze sociali e l’insostenibilità degli attuali accordi, monetari e commerciali, nell’UE. Fermo nella denuncia di tali pericoli, il Governo italiano si dovrebbe pertanto fare promotore in ambito europeo e del G-20 di politiche fiscali, monetarie e salariali concertate volte al rilancio della domanda aggregata, in particolare da parte dei paesi in forte avanzo commerciale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La riduzione dei tassi, accompagnata dall’impegno alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche internazionali espansive libererebbe nel nostro paese risorse per la crescita sia dal lato del sostegno della domanda interna che del rilancio della competitività. Riteniamo in particolare che tali risorse - assieme a quelle che dovranno provenire da una seria lotta all’evasione fiscale, da un&#8217;imposta che colpisca i patrimoni su base regolare e annua e non una tantum, e dalla razionalizzazione della spesa pubblica (inclusi i costi della politica) - vadano prioritariamente destinate alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un aumento dei salari netti, al sostegno di istruzione, ricerca e cultura, all’aumento degli investimenti per l’industria pubblica e il Mezzogiorno, alla difesa dell’ambiente, all’efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione, alla difesa della legalità. Su questi obiettivi un nuovo e più autorevole esecutivo dovrebbe impegnarsi in Europa chiedendo e restituendo fiducia al popolo italiano.</p>
<p>Acocella Nicola, Università di Roma 1<br />
Artoni Roberto, Università Bocconi Milano<br />
Bagnai Alberto, Università Gabriele D’Annunzio Pescara<br />
Barba Aldo, Università di Napoli Federico II<br />
Bellini Enrico, Università Cattolica Milano<br />
Biagioli Marco, Università di Parma<br />
Blankenburg Stephanie, SOAS Università di Londra<br />
Bosco Luigi, Università di Siena<br />
Bosi Paolo, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Canale Rosaria Rita, Università di Napoli Parthenope<br />
Cangiani Michele, Università Ca’ Foscari Venezia<br />
Carrera Antonio Cuerpo, Università Complutense Madrid (Spagna)<br />
Jorge Carreto, Universidad Nacional Autonoma de Mexico (UNAM),<br />
Caselli Gianpaolo, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Castellano Rosaria, Università di Macerata<br />
Cesaratto Sergio,  Università di Siena<br />
Chiodi Guglielmo, Università di Roma 1<br />
Ciccone Roberto,  Università di Roma 3<br />
Contini Bruno, &#8220;S. Cognetti de Martiis&#8221; Università di Torino<br />
Costabile Lilia, Università di Napoli Federico II<br />
D’Ippoliti Carlo, Università di Roma 1<br />
De Cecco Marcello, Scuola Normale Superiore di Pisa<br />
De Muro Pasquale, Università di Roma 3<br />
De Vivo Giancarlo, Università di Napoli<br />
Devillanova Carlo, Università Bocconi Milano<br />
Luca Fantacci, Università Bocconi Milano<br />
Farina Francesco, Università di Siena<br />
Febrero Panos Eladio, Università di Castilla La Mancha (Spagna)<br />
Felice Emanuele, Università autonoma di Barcellona (Spagna)<br />
Fiorito Luca, Università di Palermo<br />
Forges Davanzati Guglielmo, Università del Salento<br />
Franzini Maurizio,  Università di Roma 1<br />
Saverio M. Fratini, Università di Roma 3<br />
Fubini Lia, Università di Torino<br />
Ghignoni Emanuela, Università di Roma 1<br />
Ginzburg Andrea, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Hodgson Geoffrey, Università di HertfordShire (RU)<br />
King John, La Trobe University, Melbourne (Australia)<br />
Krimpas George E., Università di Atene (Grecia)<br />
Lavoie Marc, Università di Ottawa (Canada)<br />
Enrico Sergio Levrero, Università di Roma 3<br />
Lombardi Mauro, Università di Firenze<br />
Loperato Francis Luiz C., Università di Campinas (Brasile)<br />
Lucarelli Stefano, Università di Bergamo<br />
Lugli Loris, già direttore IRES Emilia Romagna<br />
Lunghini Giorgio, Università di Pavia<br />
Maffeo Vincenzo, Università di Roma 1<br />
Marani Ugo, Università di Napoli Federico II<br />
Marcuzzo Maria Cristina, Università di Roma 1<br />
Mongiovi Gary, St.Johns University (USA)<br />
Morroni Mario, Università di Pisa<br />
Napolitano Oreste, Università di Napoli Parthenope<br />
Nuti Domenico Mario, Università di Roma 1<br />
Ofria Ferdinando, Università di Messina<br />
Madsen Ove  Mogens, Aalborg University (Danimarca)<br />
Pagano Ugo, Università di Siena<br />
Palazzi Paolo, Università di Roma 1<br />
Palumbo Antonella, Università di Roma 3<br />
Panico Carlo, Università di Napoli<br />
Park Man-Seop, Università di Seul (Corea del sud)<br />
Pastrello Gabriele, Università di Trieste<br />
Pennacchi Laura, Fondazione Basso<br />
Picchio Antonella, Università di Modena e Reggio Emilia<br />
Pivetti Massimo, Università di Roma 1<br />
Pugno Maurizio, Università di Cassino<br />
Ramazzotti Paolo, Università di Macerata<br />
Rangone Marco, Università di Padova<br />
Ravagnani Fabio, Università di Roma 1<br />
Realfonzo Riccardo, Università del Sannio<br />
Louis-Philippe Rochon, Laurentian University, Ontario (Canada)<br />
Rossi Sergio, Università di Friburgo (Svizzera)<br />
Saccareccia Mario, Università di Ottawa (Canada)<br />
Sacconi Lorenzo, Università di Trento (direttore Econmetica)<br />
Sau Lino, &#8220;S. Cognetti de Martiis&#8221; Università di Torino<br />
Sawyer Malcolm, Università di Leeds<br />
Schiattarella Roberto, Università di Camerino<br />
Solari Stefano, Università di Padova<br />
Stefania Gabriele, dirigente ricerca CNR<br />
Stirati Antonella, Università di Roma 3<br />
Stefano Sylos Labini, ENEA Roma<br />
Tiberi Mario, Università di Roma 1<br />
Travaglini Carlo, M., Università di Roma 3<br />
Tridico Pasquale Università di Roma 3<br />
Alfonso Vadillo, Facultad de Economía, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM)<br />
Vercelli Alessandro, Università di Siena<br />
Watt Andrew, Senior researcher European Trade Union Institute<br />
Zezza Gennaro Università di Cassino e Levy Institute (USA)</p>
<p>E&#8217; possibile aderire all&#8217;indirizzo <a target="_blank" href="http://documentoeconomisti.blogspot.com/">http://documentoeconomisti.blogspot.com/</a> .</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pierangelo Garegnani, l&#8217;economista controcorrente</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 22:26:19 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/pierangelo-g.jpg" width="135" height="180" border="0" vspace="0" hspace="-1" />Sabato 15 ottobre 2011 all’età di 81 anni è venuto a mancare Pierangelo Garegnani, il maggiore economista teorico italiano degli ultimi cinquant’anni, figura di assoluto rilievo internazionale che ha contribuito come nessun altro a chiarire, portare avanti ed estendere il progetto avviato da Piero Sraffa di riabilitazione dell’impostazione teorica classica (o, come Garegnani anche la chiamava, impostazione del ‘sovrappiù’). Si tratta dell’impostazione in sede di teoria del valore e della distribuzione del reddito che nella sua struttura fondamentale accomuna i Fisiocratici, Adam Smith, Ricardo e Marx, e che venne abbandonata nell’ultimo quarto del 19° secolo in favore dell’impostazione ‘marginale’ (detta anche ‘della domanda e offerta’, o neoclassica come impropriamente oggi spesso la si definisce), anche per via della maggiore capacità di questa seconda impostazione di offrire argomenti a difesa del capitalismo a fronte della crescente protesta operaia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">In effetti, come messo in luce da molti studi di storia del pensiero economico, fin da poco dopo la morte di Ricardo (1823) era iniziata la ricerca di teorie dell’origine dei profitti che ne fornissero una giustificazione capace di opporsi alla tesi, derivabile dalle analisi degli stessi Adam Smith e Ricardo, che i profitti scaturiscono dalla maggior forza contrattuale dei capitalisti rispetto ai lavoratori salariati (la quale permette di imporre ai lavoratori di lavorare più di quanto basterebbe a produrre i loro salari), ed hanno dunque una origine analoga a quella del reddito dei signori feudali, derivante dal monopolio della terra che permetteva di imporre ai servi della gleba le corvées: da cui l’accusa di sfruttamento del lavoro come vera origine dei profitti. La pericolosità dell’impostazione classica per la struttura di classe dell’epoca emerge bene in un brano del 1831 di Scrope, il quale, riferendosi a Ricardo e ai suoi seguaci, scriveva: “Sicuramente la pubblicazione di opinioni &#8230; che, se anche fossero vere, poiché sconvolgono i principi fondamentali della simpatia e dell’interesse comune che costituiscono il cemento della società, non potrebbero essere che profondamente dannose, costituisce un crimine [&#8230;]. Nella loro teoria della rendita, essi hanno insistito che i proprietari fondiari possono prosperare solo a danno di tutti gli altri, e in particolare dei capitalisti; nella loro teoria dei profitti essi hanno dichiarato che i capitalisti possono migliorare la loro situazione solo a danno della numerosa classe dei lavoratori; nella loro teoria dei salari essi hanno sostenuto che la condizione dei lavoratori può essere migliorata solo privandoli della gioia di essere mariti e padri [&#8230;]. In ciascuno dei loro argomenti essi si sono sforzati di mostrare che gli interessi di ciascuna classe della società sono necessariamente in perpetua opposizione con quelli di ogni altra classe!”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">Con la nascita di un aperto conflitto di classe tra capitale e lavoro salariato dopo il 1830, il bisogno di confutare tale prospettiva si intensifica; come scrisse Marx, scompaiono i brillanti tornei tra economisti dell’epoca di Ricardo, e resta posto solo per i “pugilatori a pagamento”. Ma negli anni dopo il 1870, tramite una generalizzazione della teoria della rendita differenziale, si arriva ad una struttura analitica apparentemente difendibile: si sostiene che non solo il fitto della terra è rendita differenziale, ma in un certo senso lo sono anche i profitti del capitale e i salari del lavoro: ciascuna di queste tre fonti di reddito rifletterebbe infatti il contributo al margine alla produzione di ciascuna unità del rispettivo ‘fattore produttivo’, contributo denominato ‘produttività marginale’, misurato dall’aumento di produzione dovuto all’aggiunta di quella unità, o equivalentemente da quanto diminuirebbe la produzione se quella unità del ‘fattore’ considerato venisse ritirata dalla produzione: l’imprenditore avrà infatti convenienza a aumentare l’impiego di ciascun ‘fattore produttivo’ se l’aumento di ricavo derivato dall’aumento di produzione causato da una unità in più del ‘fattore’ risulta maggiore dell’aumento di costo dovuto al dover pagare quella unità di fattore in più, e si fermerà solo quando l’aumento di ricavo (che via via diminuisce perché, sostiene questa teoria, la produttività marginale di un fattore via via diminuisce se l’impiego del fattore aumenta) e aumento di costo diventano uguali. Ne discende che i lavoratori ricevono quanto contribuiscono al margine alla produzione, giacché se un lavoratore smettesse di lavorare la produzione diminuirebbe, e per un valore esattamente uguale al suo salario. Analogamente, il capitalista riceve dei profitti perché i suoi atti di rinuncia al consumo, dunque il suo risparmio, hanno permesso la creazione di capitale, e ciascuna unità di capitale se fosse ritirata dalla produzione la farebbe diminuire di un ammontare di valore pari al tasso di profitto, che dunque riflette il contributo dei ‘sacrifici’ del capitalista-risparmiatore alla produzione. Redditi da lavoro e redditi da capitale finiscono così per riflettere entrambi il contributo al margine alla produzione dei proprietari dei rispettivi fattori produttivi, contributo derivante rispettivamente dal sacrificio di lavorare e da quello di astenersi dal consumo, e diventa molto più difficile argomentare che i profitti derivino dallo sfruttamento di una classe su un’altra.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">Nel determinare in base alla scarsità relativa dei fattori della produzione le remunerazioni di lavoro, terra e capitale, l’impostazione marginalista aveva anche un’altra implicazione rilevante rispetto alle crescenti rivendicazioni e proteste delle organizzazioni dei lavoratori. In base alla produttività marginale decrescente (e ad altri meccanismi di sostituzione tra beni e fattori in cui qui non posso entrare), in essa si ricavano curve di domanda dei fattori produttivi decrescenti rispetto ai rispettivi saggi di remunerazione. Ne deriva che la domanda di lavoro da parte delle imprese è funzione decrescente del salario, cosicchè, se i sindacati strappano aumenti salariali, ciò, a parità di altre circostanze, non potrà che portare ad una diminuzione della domanda di lavoro, e dunque ad un aumento della disoccupazione. Quest’ultima origina quindi secondo la teoria ‘marginale’ da attriti o rigidità che impediscono alle forze della domanda e dell’offerta di operare liberamente, ed il modo per eliminare la disoccupazione è che si accetti e si verifichi una diminuzione dei salari.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">Questa impostazione teorica, che ha avuto un impatto ideologico enorme ancora sottovalutato e ha pesantemente influenzato anche la sociologia, è quella ancora oggi in varie forme più diffusa, e sta dietro le giustificazioni teoriche delle politiche economiche adottate negli ultimi trentacinque anni nei paesi avanzati, che hanno favorito l’enorme redistribuzione di reddito a sfavore dei lavoratori. Invece i risultati analitici da lui raggiunti nella tesi di dottorato completata a Cambridge nel 1958 portavano Garegnani a concludere, controcorrente, che questa impostazione ‘marginale’ è analiticamente erronea, basata su una trattazione indifendibile del capitale, e che invece l’impostazione dei classici e di Marx era stata abbandonata prematuramente, in quanto i suoi difetti in sede di teoria del valore e del saggio di profitto, difetti legati all’adozione della teoria del valore-lavoro, sono correggibili senza che ne risulti snaturato il complessivo impianto teorico. Raggiunte queste conclusioni (che convergevano con quelle di Piero Sraffa in <em>Produzione di merci a mezzo di merci</em>, che però nel 1958 Garegnani non conosceva ancora), egli ha da quel momento sostenuto con rigorose argomentazioni analitiche che è dunque quella classica l’impostazione che un economista serio, scientificamente motivato, dovrebbe preferire, senza timore delle implicazioni politiche che ne possano derivare: se ne emergerà confermata una ingiustizia e inefficienza del sistema capitalistico, bisognerà cercare di diminuirle e correggerle, piuttosto che cercare di occultarle.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">La superiorità scientifica dell’impostazione classica è stata confermata a Garegnani dai risultati di Sraffa in <em>Produzione di merci</em>, in particolare Garegnani ha integrato le sue precedenti critiche all’impostazione marginale/neoclassica nelle sue versioni tradizionali con ulteriori critiche basate sulla possibilità di ‘ritorno delle tecniche’ messa in luce da Sraffa, e ha applicato queste critiche alla teoria dell’investimento con il risultato di una critica della legge di Say e di una importante difesa del contributo di Keynes; più di recente ha ulteriormente contribuito alla critica dell’impostazione neoclassica sottolineando gli enormi difetti delle sue versioni recenti in termini di equilibri temporanei e intertemporali. Questi suoi contributi critici sono quelli che lo hanno reso più noto a livello internazionale, ma forse alla lunga anche più importanti si riveleranno i suoi contributi alla ricostruzione della teoria economica; questi includono importanti scritti di chiarimento dell’impostazione classica e di Marx, fraintesa per decenni anche dalla maggior parte dei marxisti, e contributi (che hanno aperto la strada a un filone di ricerche molto attivo) in cui ha mostrato che si può utilmente integrare l’impostazione classica quanto a teoria del valore e della distribuzione del reddito, con il principio keynesiano della domanda effettiva (cioè il ruolo fondamentale della domanda aggregata nella determinazione di occupazione e produzione) per la spiegazione della crescita economica. Il rigore e la profondità delle sue argomentazioni sono stati internazionalmente riconosciuti e lo hanno fatto universalmente considerare il caposcuola dell’impostazione talvolta detta ‘sraffiana’ ma che è più corretto chiamare, per quanto appena detto, classica-keynesiana. Nell’attesa di analisi più aggiornate e dettagliate della sua opera, mi sia permesso rinviare alla mia voce “Pierangelo Garegnani” in P. Arestis, M. Sawyer, <em>A Biographical Dictionary of Dissenting Economists</em> (Edward Elgar, I ed. 1992, II ed. 2000) per una illustrazione sintetica dei suoi contributi fino al 1992. Dei suoi contributi successivi, suggerirei in particolare ai lettori la lettura dei lunghi saggi, molto illuminanti, con cui Garegnani ha continuato nell’opera di chiarimento delle differenze tra impostazione classica e neoclassica, confutando i fraintendimenti di Blaug e di Samuelson (rispettivamente in <em>History of Political Economy</em>, 2002, e in <em>European Journal of the History of Economic Thought</em>, 2007). Una parte considerevole delle sue energie negli ultimi quindici anni è stata assorbita dal tentativo di ulteriori critiche alle versioni contemporanee dell’impostazione marginale/neoclassica, che ha portato a complessi saggi molto recenti ancora oggetto di dibattito. Altre sue energie sono andate al riordino dei manoscritti di Sraffa (il quale alla sua morte nel 1983 lo aveva prescelto come suo esecutore letterario), e all’avvio di un importante lavoro collettivo di esame di tali manoscritti che dovrebbe risultare a breve nella pubblicazione di una loro selezione. Desidero infine ricordare che nonostante l’immensa mole di lavoro di ricerca, egli ha trovato il tempo per aiutare numerosi economisti più giovani a orientarsi nella teoria economica, e siamo in molti a essergli enormemente grati per questo; diversi di questi suoi allievi collaborano ora a portare avanti le attività della Fondazione Centro Sraffa che Garegnani ha creato come punto di riferimento per chi fosse interessato a contribuire allo sviluppo dell’impostazione classica-keynesiana.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">Per motivi di spazio mi limito a due brevi indicazioni di elementi centrali della prospettiva non neoclassica sul funzionamento delle economie di mercato che Garegnani ha contribuito a sviluppare e che più possono interessare i lettori di questa rivista. In primo luogo, egli ha evidenziato la grande flessibilità della produzione: questa si adegua alla domanda, e dunque anche a livello <em>aggregato </em>è in grado di aumentare anche di molto se la domanda aggregata aumenta; per cui sarà generalmente perfettamente possibile aumentare sia gli investimenti che i consumi, cioè non è vero che bisogna ridurre i consumi per accelerare la crescita economica; né bisogna che i salari diminuiscano affinché occupazione e produzione aumentino, perché la flessibilità della produzione e in particolare delle industrie che producono beni capitali permette di aumentare la produzione, allo stesso tempo producendo i beni capitali necessari a impiegare lavoratori in più allo stesso salario o anche a un salario superiore (questo è un altro modo di mostrare l’insostenibilità della curva neoclassica decrescente di domanda di lavoro). Inversamente, se la domanda aggregata cala si ha perdita di produzione e di accumulazione potenziale, che a differenza della disoccupazione è poco visibile perché è un non venire in essere di produzioni possibili, ma su periodi lunghi può comportare differenze enormi nel grado di sviluppo di un’economia e nella sua capacità di dare lavoro a tutti. I suoi allievi si stanno ora battendo affinché tale prospettiva venga riconosciuta corretta dai responsabili della politica economica e porti a politiche più efficaci contro la disoccupazione e per risolvere il problema del debito pubblico italiano.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">Il secondo elemento che può interessare i lettori di questa rivista è lo sviluppo da parte di Garegnani della tesi di Michail Kalecki che l’occupazione, dipendendo dalla domanda aggregata, dipende in larga misura da decisioni politiche, che possono benissimo essere a favore di un <em>aumento </em>della disoccupazione, per ‘mantenere al loro posto’ i lavoratori salariati. In un lavoro uscito sulla <em>Rivista del Manifesto</em> (n. 48, marzo 2004), scritto assieme a T. Cavalieri e M. Lucii, Garegnani applica tale prospettiva ad una critica della posizione (di Bowles e altri marxisti) che spiega l’alto tasso di crescita della produzione e dei salari nelle economie avanzate negli anni 1946-1972 come dovuto ad una convergenza di interessi tra capitalisti (interessati a un’alta domanda aggregata che permetta di sfruttare appieno gli impianti) e lavoratori. L’articolo sostiene che invece tale alto tasso di crescita e la contemporanea creazione del Welfare State sono stati un episodio eccezionale nella storia del capitalismo, concesso controvoglia dalle classi dominanti, timorose della forza dei lavoratori e dell’attrattiva esercitata su di essi dal comunismo; il successivo rallentamento della crescita economica viene visto come un tipico caso di disoccupazione volutamente ricreata per indebolire le classi lavoratrici e riportare il capitalismo a una situazione per esso (e cioè, per le classi dominanti) più ‘sana’.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">Con Garegnani scompare una delle menti più acute e meno conformiste dell’economia contemporanea. Con energia e coraggio egli ha perseguito lo sviluppo di tesi controcorrente e con implicazioni politiche che certamente non gli rendevano facile ottenere ampi appoggi. Ma il rigore e la profondità delle sue argomentazioni hanno reso inevitabile una loro crescente accettazione, e il grande rispetto anche dei suoi avversari scientifici.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">Garegnani ha continuato a lavorare intensamente fino all’ultimo, e lascia alcuni lavori incompiuti o non pubblicati (ad esempio uno, in collaborazione con il sottoscritto, su Marx e alcuni sviluppi recenti dell’economia marxista), e probabilmente altri ne giacciono tra le sue carte. E’ auspicabile che questi lavori siano resi pubblici il prima possibile, e siano rieditati e tradotti i suoi lavori diventati difficilmente reperibili o non disponibili in inglese.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal"><em>*Professore ordinario nell’università di Siena</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; line-height: normal">&nbsp;</p>
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		<title>L’attacco all’università pubblica: cause e finalità</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 07:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[centri di eccellenza]]></category>

		<category><![CDATA[innovazione]]></category>

		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>

		<category><![CDATA[ricerca e sviluppo]]></category>

		<category><![CDATA[ricercatori]]></category>

		<category><![CDATA[Stefano Sylos Labini]]></category>

		<category><![CDATA[università private]]></category>

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		<description><![CDATA[Le riforme dell’attuale governo di centrodestra, a cui si accompagna un attacco violento e sistematico di esponenti dell’università privata nei confronti dell’università pubblica, hanno una serie di finalità che non riguardano solo la riduzione dei finanziamenti e il ridimensionamento delle università pubbliche. La posta in gioco è ben più alta poiché si va da una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/studenti-in-biblioteca.jpg" style="width: 384px; height: 251px" height="283" width="462" />Le riforme dell’attuale governo di centrodestra, a cui si accompagna un attacco violento e sistematico di esponenti dell’università privata nei confronti dell’università pubblica, hanno una serie di finalità che non riguardano solo la riduzione dei finanziamenti e il ridimensionamento delle università pubbliche. La posta in gioco è ben più alta poiché si va da una pressione verso un aumento dei fondi per le università private, a un’apertura delle università pubbliche verso i capitali privati e verso una gestione di tipo privatistico,  fino ad arrivare al completo controllo dei privati sui fondi pubblici e sui ricercatori per promuovere i progetti di maggiore interesse senza sborsare neanche un soldo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ vero che l’università pubblica soffre di diverse disfunzioni, del resto in un Paese come l’Italia il problema principale riguarda la scarsa considerazione per la legalità e la corruzione dilagante. Sotto questo aspetto è illusorio pensare che il settore privato sia immune da tali malattie. In più, le università private non sembrano raggiungere posizioni di eccellenza  nelle classifiche internazionali, a differenza di alcune università pubbliche <strong>[1]</strong>. Infine, va detto che l’intero sistema universitario non riceve quegli stimoli positivi che potrebbero provenire da un forte settore industriale a tecnologia avanzata che fa e richiede molta ricerca.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se ad esempio confrontiamo il settore della pubblicità e quello della ricerca, si rimane colpiti dall’equivalenza tra le spese in pubblicità e le spese in ricerca delle imprese: nel 2007/2008 la spesa in pubblicità è stata compresa tra 9 e 8,5 miliardi di euro, un po’ più bassa della spesa in R&amp;S (tra 9,5 e 10 miliardi di euro, fig.1). Nell’insieme, l’equivalenza tra le spese in pubblicità e le spese in ricerca e sviluppo indica che il sistema delle aziende italiane persegue una strategia di commercializzazione che da molta importanza alla  promozione dell’immagine e al marketing e che trascura il miglioramento della qualità  del prodotto e la sua innovazione continua attraverso la ricerca e la professionalità dei lavoratori. Ma una strada di questo genere può permettere di conseguire dei risultati di breve periodo che potrebbero rivelarsi effimeri nel lungo termine.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">I dati mostrano poi che nel biennio 2007/2008 si verifica una divaricazione tra le spese in pubblicità e le spese in R&amp;S: mentre le prime tendono a cadere del 2,8% le seconde registrano un incremento del 7,6%. Evidentemente il rallentamento della crescita economica e poi la recessione provocata dalla crisi finanziaria del settembre 2008 hanno avuto effetti pesanti e immediati sulla spesa in pubblicità, ma non hanno condizionato le spese in ricerca che sono più rigide e derivano da decisioni prese in precedenza.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-1-sylos-labini.jpg" height="613" width="486" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
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<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px; font-size: 11px; font-weight: bold" class="Apple-style-span">Fig. 1 – Spese per pubblicità (migliaia di euro) e spese in ricerca (milioni di euro) in Italia negli anni 2007/2008. Fonti: Nielsen, Istat.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quanto detto è ancora più evidente se si effettuano dei confronti internazionali (fig. 2). Possiamo vedere, infatti,  che il peso degli investimenti pubblicitari non è molto diverso tra l’ Italia e altri 4 grandi paesi europei: l’Italia e la Francia si discostano del 30% dal paese che raggiunge il valore più alto, pari allo 0,87% del Pil, e cioè la Gran Bretagna. Ben diversa è invece la situazione per quel che riguarda le spese in ricerca e sviluppo delle imprese private: qui la differenza è molto più marcata in quanto le imprese italiane spendono circa la metà delle imprese francesi e inglesi e circa il 70% in meno rispetto alle imprese tedesche. E questo vale anche per le imprese spagnole che hanno un comportamento simile a quello delle imprese italiane: sono molto generose nelle spese in pubblicità e molto parsimoniose nelle spese in ricerca.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-2-sylos-labini.jpg" height="226" width="489" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/fig-3-sylos-labini.jpg" height="298" width="489" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
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<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
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<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
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<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6></h6>
<h6 style="text-align: left">Fig. 2 – Rapporto tra investimenti pubblicitari e Pil e rapporto tra spese in R&amp;S delle imprese e Pil in diversi paesi europei nel 2008. Fonti: Nielsen, Istat.</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Così le imprese italiane chiedono continuamente soldi allo Stato per la ricerca attraverso la concessione di incentivi e sgravi fiscali mentre spendono cifre ingenti nella promozione e nel marketing. Allora ci si potrebbe domandare: perché lo Stato dovrebbe finanziare le spese in ricerca delle imprese quando le imprese spendono cifre equivalenti in pubblicità? E poi: perché le imprese non diminuiscono le spese in pubblicità destinando nel contempo maggiori fondi alle attività di ricerca e innovazione, agli investimenti reali e alla formazione professionale?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, l’attacco all’università pubblica va inquadrato in un contesto generale. Certamente, i denigratori dell’università pubblica trovano terreno fertile di fronte ad  un sistema che presenta grandi inefficienze e ha centri di eccellenza piuttosto dispersi. Ma ci sono anche altre cause che vanno ricercate nella scarsa propensione delle imprese ad investire nella ricerca e sviluppo e a privilegiare altri tipi di investimenti come quelli in pubblicità. Questa mentalità fa si che le imprese private, proprio per risparmiare le loro risorse nelle attività di ricerca, da un lato cerchino di far pressione per ridurre i finanziamenti alle università pubbliche al fine di ottenere maggiori fondi pubblici per le università private. Dall’altro lato l’obiettivo è ben più ambizioso poiché vi è il tentativo di colonizzare e di gestire direttamente l’università pubblica e i relativi fondi senza sborsare neanche un soldo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Che fare allora? Sicuramente bisogna migliorare i meccanismi di selezione, l’organizzazione e la qualità della ricerca universitaria pubblica oltre ad avviare processi di ringiovanimento, ma ciò non basta perché è assolutamente necessario stimolare l’avanzamento tecnologico dell’industria italiana. Il compito è arduo data la forte propensione degli imprenditori italiani a privilegiare l’immagine piuttosto che la qualità, la flessibilità del lavoro piuttosto che la ricerca e la formazione professionale, i risultati di breve periodo piuttosto che le strategie di lungo termine. In prospettiva, occorre lavorare per favorire le collaborazioni tra gruppi di imprese e università su progetti d’innovazione industriale, per sostenere il trasferimento tecnologico e lo sviluppo industriale dei risultati della ricerca pubblica e per stimolare le grandi imprese a lanciare dei grandi progetti di ricerca che possano coinvolgere le università e il tessuto delle piccole e medie imprese. Ed è altresì importante varare delle misure per far assumere al sistema bancario un ruolo più attivo nel finanziamento dei progetti di innovazione.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* Enea.</em></p>
<h6>[1] <a target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/26/luniversita-e-la-ricerca-italiane-nelle-classifiche-internazionali/73699/"><em>Università e ricerca nelle classifiche internazionali</em></a>, Francesco Sylos Labini, Il Fatto Quotidiano 26/10/2010.</h6>
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		<title>La corruzione, la malapolitica e il Mezzogiorno</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 08:07:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Nel suo Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli (appena pubblicato da Pironti) Riccardo Realfonzo racconta l’esperienza di assessore al bilancio a Napoli, durata dal gennaio al dicembre del 2009, e chiusasi con le sue dimissioni e la denuncia di una gestione del potere di tipo clientelare. Per quanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine-libro-obliqua.jpg" height="286" width="373" />Nel suo <em>Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli</em> (appena pubblicato da Pironti) Riccardo Realfonzo racconta l’esperienza di assessore al bilancio a Napoli, durata dal gennaio al dicembre del 2009, e chiusasi con le sue dimissioni e la denuncia di una gestione del potere di tipo clientelare. Per quanto l’esperienza di Realfonzo serva a chiarire che la politica italiana in generale non abbia mai seriamente affrontato il tema della “questione morale”, nel libro vengono chiamate particolarmente in causa le amministrazioni del Mezzogiorno. Ne esce rafforzata la tesi che il cattivo funzionamento delle istituzioni ricopre un ruolo centrale nel bloccare il Mezzogiorno in una condizione di ritardo rispetto al resto del paese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A partire dai primi anni ’50 del Novecento e per circa un ventennio, il Sud sembrava avere agganciato i ritmi di crescita del Centro-Nord. In quegli anni il prodotto pro-capite del Mezzogiorno, come quota del valore registrato nel resto d’Italia, aumentò di circa 20 punti percentuali (Figura 1). Ma agli inizi degli anni ’70 la crescita rallentò e la spinta verso la riduzione del gap rispetto al resto del paese si interruppe (Pigliaru 2010). Ad oggi la situazione del Sud, rispetto ai dorati anni ’50, sembra non aver fatto alcun progresso: ora, come nel 1951, il Mezzogiorno produce poco meno del 24% del Pil nazionale. Complessivamente, dal 1951 al 2008 il Sud è cresciuto sostanzialmente agli stessi ritmi del Centro-Nord, senza riuscire a colmare il gap di sviluppo (Rapporto SVIMEZ 2008). Anzi, ormai da quasi un decennio il Sud cresce stabilmente meno del Centro-Nord: un processo di aggravamento del dualismo che non si era mai visto dal dopoguerra a oggi. Si tratta di una riduzione in termini relativi rispetto al Centro-Nord ma anche in termini assoluti, dal momento che nel 2009 il prodotto del Mezzogiorno risultava ancora inferiore (dello 0,3%) rispetto al livello registrato nel 2000 (Rapporto SVIMEZ 2010).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/grafico-canale.jpg" style="width: 538px; height: 352px" height="367" width="640" /></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Figura.1  Andamento del prodotto pro-capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro-Nord. (Daniele Malanima 2007).</h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le teorie che gli economisti propongono per spiegare il dualismo dell’economia italiana, e l’interruzione del processo di convergenza, sono numerose. Tra gli altri fattori, vengono chiamati in causa la riduzione del programma di investimenti pubblici, lo spostamento della spesa del governo verso i consumi (Bolto, Carlin e Scaramozzino 1999) e l’ingente ammontare dei trasferimenti destinato alle politiche di sostegno dei redditi, che avrebbero in definitiva distorto i meccanismi di mercato e scoraggiato l’ingresso di imprese in zone con più bassi livelli salariali. Un filone della letteratura individua poi in un deficit di capitale umano e più in generale di capitale sociale la causa interna del ritardo (Putnam 1993, Guiso, Sapienza e Zingales 2010): la scarsa qualità delle risorse umane e della ridotta rete di relazioni sociali, che invece caratterizzerebbero il Nord, condannerebbero il Mezzogiorno al sottosviluppo. Certo, le spiegazioni di natura propriamente economica colgono alcuni elementi del ritardo. E le osservazioni sulla mancanza di capitale sociale fotografano la realtà dei fatti, ma non ne chiariscono le ragioni. Sembra difficile, come afferma Putnam, far risalire all’epoca normanna – in cui si sarebbero formate relazioni di tipo gerarchico invece che cooperative – le cause del ritardo: di mezzo c’è stata la scoperta dell’America che di certo ha spostato verso nord il baricentro dell’economia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La spiegazione complessiva va pertanto cercata altrove: c’è infatti da interrogarsi in modo più ampio sul ruolo che le istituzioni hanno avuto nel generare e confermare questo ritardo. A riguardo viene in aiuto la <em>New Institutional Economics</em>, secondo cui il cattivo funzionamento delle istituzioni fa crescere l’insieme dei costi di transazione, disincentivando la localizzazione di attività economiche nuove, pure in presenza di vantaggi di natura economica (North 1990). Questo argomento - insieme a quelli cari alla <em>New Economic Geography</em> - spiegherebbe il divario tra centri e periferie e gli squilibri permanenti di alcune aree rispetto ad altre (Basu 2008).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ma c’è un interrogativo non risolto. Come mai le istituzioni non si modificano in senso efficiente, non “migliorano”, se allo stato provocano gravi squilibri che alla fine sono di svantaggio per tutti? Una risposta può essere cercata attraverso gli strumenti della teoria evoluzionista e della <em>Evolutionary game theory</em> (EGT). L’ipotesi di fondo è che le istituzioni che riscuotono maggior successo in un particolare momento e in un dato contesto hanno la migliore opportunità di essere confermate anche nel futuro. Il comportamento degli individui dipende dall’appartenenza a un gruppo, a una istituzione formale o informale, e dalla capacità di sentirsi garantiti nel riprodurre i propri comportamenti nel futuro. I risultati che un individuo attende quando adotta una determinata strategia e la mette a confronto con le strategie degli altri (la cosiddetta matrice dei <em>pay-offs</em>) dipendono dall’insieme di valori che misurano il successo di un percorso rispetto e la possibilità di affermarsi anche nel futuro (l’analogia - svuotata del suo contenuto genetico - è con il darwinismo). Se estendiamo questo ragionamento alle istituzioni possiamo dire che sono ritenute <em>di successo</em> quelle che raggiungono lo scopo per le quali nascono, ed hanno perciò maggiori possibilità di <em>riprodursi</em> anche nel futuro, dando forma al sistema ed orientando le scelte di coloro che si identificano in esse.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Seguendo questa interpretazione si sarebbero presentate a confronto nel Mezzogiorno due tipi di istituzioni, una formale ed una informale. L’istituzione formale è generalmente riferita alla sfera della legalità, con costituzioni, regolamenti e organizzazioni che hanno a che fare con la struttura politico-economica della società, ovvero con la distribuzione dei diritti di proprietà, il funzionamento del sistema giudiziario e gli organismi di <em>governance</em> di gruppi sociali (sindacati, associazioni di imprenditori. eccetera). L’istituzione informale è invece rappresentata dall’eredità del patrimonio culturale della società. Essa segue un processo di <em>self-reinforcement</em> attraverso meccanismi imitativi che si trasmettono nel tempo e nello spazio, poiché rappresentano il modo in cui i componenti del gruppo sociale interagiscono fra di loro. Il perpetuarsi dei suoi meccanismi interni nel tempo è assicurato dal fatto che gli individui che scelgono le sue regole ottengono maggiori vantaggi. Ebbene, nel Mezzogiorno, dove le connotazioni assunte da questo secondo tipo di istituzione sono decisamente negative, il confrontarsi continuo fra istituzioni formali ed informali ha visto prevalere nel tempo le seconde sulle prime, perché  assicuravano maggiori vantaggi a coloro che si riconoscevano in esse. Così le istituzioni informali hanno finito per prevalere e diffondersi sempre più, diventando regola, occupando anche il terreno delle istituzioni formali. L’assenza di capitale sociale è perciò non solo il prodotto della storia e dell’eredità culturale del Sud, ma anche della scelta della “migliore” strategia di “sopravvivenza” nel Mezzogiorno.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In fin dei conti, il libro di Realfonzo, nel descrivere il degrado della politica nella capitale del Mezzogiorno, con l’utilizzo improprio dei fondi pubblici, il clientelismo, la corruzione, la malamministrazione delle società partecipate che dovrebbero gestire i servizi pubblici locali nell’interesse dei cittadini, ci parla proprio di questo “evolversi” della società napoletana e meridionale in generale. E chiarisce che chi non si adegua alle regole dell’istituzione “vincente” è costretto ad abbandonare la sua strategia, a mettersi da parte o a migrare dove le regole di comportamento provenienti dalla propria eredità culturale possano ottenere maggiore successo “riproduttivo”. Anche da questo punto di vista, il Mezzogiorno dovrebbe rappresentare una preoccupazione, non solo come area in ritardo rispetto al resto d’Italia, ma perché “propone” un modello economico-istituzionale che in realtà si diffonde anche in altre aree del Paese e che rischia di contribuire al consolidarne la posizione di marginalità rispetto al resto d’Europa.</p>
<h6>Bibliografia</h6>
<h6>Basu S. R. (2008),  A new way to link development to institutions, policies and geography, UNCTAD, <em>Policy issues in international trade and commodities study series</em> No. 37.<br />
Boltho A., Carlin W. e Scaramozzino P.(1999), Will East Germany become a new Mezzogiorno?, in J. Adams e F. Pigliaru,<em> Economic Growth and Chang</em>e, Cheltenham, Edward Elgar.<br />
Daniele V. Malanima P. (2007), Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in  Italia, (1861-2004), <em>Rivista di Politica Economica</em>, III-IV, pp.267-315<br />
Desmet K. Ortin I.O. (2007), Rational Underdevelopment, in <em>Scandinavian Journal of Economics</em>, 109-1.<br />
Guiso L. Sapienza P. Zingales (2010), <em>Civic Capital as the missing Link</em>, EUI Working Paper, 2010/08<br />
Iuzzolino G. (2009), <em>I divari territoriali in Italia nel confronto internazionale</em>, Banca d’Italia, mimeo.<br />
Pigliaru F. (2010), <em>Il ritardo economico del Mezzogiorno: uno stato Stazionario?,</em> CRENoS.<br />
North D. C, (1990), <em>Institutions, Institutional Change and Economic Performance</em>,  Cambridge, Cambridge University Press.<br />
Putnam R. D. (1993), <em>Making democracy Work</em>, Princeton, Princeton University Press.</h6>
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		<title>L&#8217;università e il mito meritocratico</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 08:41:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sulla cosiddetta riforma dell’Università, è bene sgombrare il campo da un equivoco: il suo reale obiettivo non è introdurre criteri di valutazione che premino il merito, bensì operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico che non ha precedenti nella storia recente del Paese[1]. Depotenziamento che è già, in parte, passato attraverso la legge 33/2008, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/libri.JPG" style="width: 369px; height: 267px" height="335" width="469" />Sulla cosiddetta riforma dell’Università, è bene sgombrare il campo da un equivoco: il suo reale obiettivo non è introdurre criteri di valutazione che premino il merito, bensì operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico che non ha precedenti nella storia recente del Paese<strong>[1]</strong>. Depotenziamento che è già, in parte, passato attraverso la legge 33/2008, con la quale si è provveduto a sottrarre al sistema universitario pubblico circa un miliardo e mezzo di euro, per il biennio 2010-2011, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di molti Atenei. I fondi recuperabili con la Legge di stabilità non serviranno a ripianare i bilanci degli Atenei italiani, ma, nella migliore delle ipotesi, ad arginare le proteste degli attuali ricercatori in ruolo, che hanno consentito – negli anni passati - la sopravvivenza di corsi di studio, svolgendo attività didattica non retribuita, e ai quali il Ministero offre oggi in cambio la messa ad esaurimento del loro ruolo. Peraltro – e non si tratta di un aspetto marginale – la riduzione dei finanziamenti è ‘lineare’, ovvero non tiene conto delle variabili di contesto (PIL procapite, tassi di disoccupazione) e, dunque, grava maggiormente sulle Università meridionali. La delegittimazione mediatica del sistema universitario pubblico (che regge sulla duplice retorica dei professori ‘baroni’ e ‘fannulloni’) sostiene questo disegno<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sebbene nessuno possa negare che casi, anche frequenti, di nepotismo negli Atenei italiani esistano, occorre sottolineare che l’intervento legislativo non contiene misure che pongano argini a questi problemi<strong>[3]</strong>. Queste misure sono demandate a regolamenti che il Ministero dovrà emanare successivamente all’approvazione della Legge, e alcune sono di difficilissima attuazione (si pensi alla previsione, di cui all’attuale stesura del DDL Gelmini, di commissioni concorsuali nelle quali uno dei componenti deve essere un docente strutturato in una Università dell’area OCSE). Misure ulteriori che si aggiungono agli oltre 1.500 provvedimenti che hanno riguardato l’Università nell’ultimo decennio. Difficile, poi, immaginare che il merito venga premiato con la precarizzazione del ruolo di ricercatore. Nella stesura attuale del disegno di Legge, si prevede che i ricercatori verranno assunti con contratti a tempo determinato triennali, rinnovabili, ai quali può far seguito la prosecuzione dell’attività di ricerca solo in caso di definitiva stabilizzazione: il che, con il taglio dei finanziamenti, è un’ipotesi piuttosto ardua<strong>[4]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ del tutto evidente che questo dispositivo non ha nulla a che fare con il merito e, semmai, può produrre danni rilevanti, generando esiti esattamente opposti a quelli che si dichiara voler ottenere: accentuare la ‘fuga di cervelli’, già in atto, e reclutare ricercatori qualitativamente inferiori a quelli che si potrebbero assumere con contratti a tempo indeterminato e stipendi più alti. L’esito esattamente opposto a quello che i sostenitori della riforma dichiarano di voler ottenere.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il DDL Gelmini, come è noto, è apertamente sostenuto da Confindustria, ed è di fatto pensato dal Ministero dell’Economia. Per comprendere le ragioni del sostegno imprenditoriale alla riforma è opportuno partire da alcuni dati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’ultimo Rapporto Almalaurea certifica che fra i 27 paesi dell’Unione Europea, il finanziamento pubblico in istruzione superiore italiano è più elevato solo di quello della Bulgaria. Il quadro non migliora nel settore strategico della Ricerca e Sviluppo al quale l’Italia ha destinato l’1,2% del PIL nel 2007, risultando così ultimo fra i Paesi più avanzati. A fronte del sottofinanziamento della ricerca, si rileva che le pubblicazioni dei ricercatori italiani – per quantità e qualità – sono classificate fra le prime dieci al mondo<strong>[5]</strong>. Aumenta sensibilmente la disoccupazione rispetto allo scorso anno, e non solo fra i laureati triennali. La disoccupazione cresce anche fra i laureati magistrali, dal 14 al 21%. Infine cresce anche fra i c.d. specialistici a ciclo unico (laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza), dal 9 al 15%. Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri) e dalla sede degli studi e che si estende anche ai laureati a tre ed a cinque anni dal conseguimento del titolo. Diminuisce il lavoro stabile e le retribuzioni medie, a un anno dalla laurea, si assestano attorno a 1.100 euro ad un anno dalla laurea. Ciononostante, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore. Nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (78,5 contro 67%). Viene confermato che la retribuzione premia i titoli di studio superiori: nell’intervallo compreso fra i 25 e i 64 anni di età, essa risulta più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati di scuola secondaria superiore. Si tratta di un differenziale retributivo in linea con quanto rilevato in Germania, Regno Unito e Francia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nel caso italiano, il migliore posizionamento dei laureati nel mercato del lavoro discende dal fatto che – essendo l’Italia fra i Paesi OCSE quello con minore mobilità sociale – i laureati provengono, di norma, da famiglie più ricche rispetto ai non laureati e, conseguentemente, potendo disporre di redditi non da lavoro, hanno maggior potere contrattuale. La riduzione dei finanziamenti pubblici, inducendo gli Atenei ad aumentare le tasse universitarie, non può che produrre un duplice effetto negativo. In primo luogo, e in linea generale, l’aumento della tassazione rende più difficile la mobilità sociale, dal momento che un numero minore di giovani potrà permettersi di pagarle. In secondo luogo, questa misura si renderà necessaria nei casi nei quali la decurtazione dei finanziamenti pubblici non è compensata da finanziamenti privati. Il che riguarda la gran parte degli Atenei meridionali, con la conseguenza che il sottofinanziamento del sistema universitario pubblico penalizzerà soprattutto i giovani meridionali. In sostanza, il provvedimento incide negativamente sulla (già bassa) mobilità sociale italiana ed è oggettivamente redistribuivo a danno del Mezzogiorno. Ed è un provvedimento che non solo non agisce sul merito dei ricercatori, ma finisce per penalizzare gli studenti meritevoli con basso reddito.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A ciò si può aggiungere che, da oltre un decennio, è in atto un significativo processo di accentuazione dell’<em>overeducation</em>, ovvero di ‘eccesso di istruzione’ rispetto alla domanda di lavoro qualificato espressa dalle imprese. Acquisita la laurea, si svolgono attività non adeguate alle competenze acquisite o, soprattutto nel caso del Mezzogiorno, si emigra. L’eccesso di offerta di lavoro qualificato dipende essenzialmente dalla bassa propensione all’innovazione da parte delle imprese italiane, a sua volta imputabile in primis alle piccole dimensioni aziendali e – dato non irrilevante – al fatto che solo il 14% dei nostri imprenditori è in possesso di laurea<strong>[6]</strong>. E’ chiaro che in un Paese nel quale non si produce innovazione – se non per rare eccezioni – il finanziamento della ricerca scientifica è solo un costo, al quale le nostre imprese neppure riescono a far fronte reclutando dall’estero manodopera qualificata. E’ una buona ragione, sul fronte confindustriale, per dare sostegno e impulso alla politica dei tagli all’istruzione, continuando a perseguire una modalità di competizione basata sulla compressione dei costi (e dei salari, <em>in primis</em>)<strong>[7]</strong>.</p>
<h6>[1] La valutazione della ricerca è demandata all’ANVUR, agenzia costituita nel 2006 mai resa operativa. In ogni caso, il DDL Gelmini stabilisce un dispositivo premiale per la produttività scientifica nella misura <em>massima</em> del 10% del fondo di funzionamento ordinario<br />
[2] Occorre rilevare che il DDL Gelmini non solo non incide su questo problema, semmai lo accentua. Se per “baroni” si intendono i professori di I fascia, le nuove disposizioni normative – in quanto attribuiscono loro la gran parte del potere di decisione sulla <em>governance</em> degli Atenei e sul reclutamento – rendono l’Università italiana più gerarchizzata e, dunque, potenzialmente più “baronale”.<br />
[3] La previsione di un codice etico può fare ben poco a riguardo, anche in considerazione del fatto che la gran parte delle Università italiane negli ultimi anni si sono dotate di codici etici. Può fare ben poco perché un codice etico indica ciò che <em>non</em> occorrerebbe fare, ma non contiene misure di sanzionamento di comportamenti eticamente censurabili.<br />
[4] A ciò si aggiunge che la disposizione di blocco degli scatti stipendiali (resi ora triennali) penalizza maggiormente coloro che, in Università, percepiscono gli stipendi più bassi, ovvero proprio i ricercatori (a tempo indeterminato, con ruolo ad esaurimento) e a tempo determinato, a legislazione vigente.<br />
[5] Cfr. <a target="_blank" href="http://www.chim.unipr.it/riforma.pdf">http://www.chim.unipr.it/riforma.pdf</a><br />
[6] E’ quanto risulta dall’ultimo censimento Almalaurea. Si veda <a target="_blank" href="http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione08/premessa2.shtml">http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione08/premessa2.shtml</a><br />
[7] Per una trattazione più ampia di questo aspetto, si rinvia al mio <em><a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-che-piace-a-confindustria/">L’Università che piace a Confindustria</a></em>, su questa rivista.</h6>
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		<title>Riforma dell’università: ultimo atto?</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 10:31:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non ancora sopito l’eco delle polemiche politiche sulla giornata del 14 dicembre (la bagarre sui “violenti” della piazza è riuscita in parte ad oscurare il cattivo spettacolo di quelli dentro il palazzo), apprendiamo che il ddl di riforma dell’università, che tanta parte ha avuto nelle proteste delle ultimi settimane, andrà in Aula al Senato questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/research.JPG" height="248" width="369" />Non ancora sopito l’eco delle polemiche politiche sulla giornata del 14 dicembre (la bagarre sui “violenti” della piazza è riuscita in parte ad oscurare il cattivo spettacolo di quelli dentro il palazzo), apprendiamo che il ddl di riforma dell’università, che tanta parte ha avuto nelle proteste delle ultimi settimane, andrà in Aula al Senato questa settimana, senza relatore. La commissione Istruzione del Senato, infatti, considerata la mole di emendamenti presentati dall’opposizione, non sarebbe stata in grado di concludere l&#8217;esame in sede referente in tempo utile per l&#8217;inizio dell&#8217;esame in Assemblea (prevista per il 20 dicembre alle ore 11), nonostante l’estremo tentativo, da parte del Pd, di costringere la maggioranza ad esaminare un numero ristrettissimo di emendamenti, 3 o 4 al massimo, con l’obiettivo di strappare qualche risorsa in più su diritto allo studio e progressioni di carriera degli attuali ricercatori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nella settimana prima di Natale, quindi, sapremo se la saga della cosiddetta “riforma Gelmini” è arrivata all’ultimo atto, con l’approvazione definitiva mediante la fiducia (visto il gran numero di emendamenti) o se la votazione finale sarà rinviata a gennaio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In queste ultime convulse settimane molti si sono esercitati sul tema della riforma giungendo alla fine a descrivere, al netto delle sfumature e dei distinguo, tre posizioni: i sostenitori senza se e senza ma (rintracciabili soprattutto tra gli editorialisti del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore), i possibilisti che ritengono giusti molti degli obiettivi della riforma ma inadeguati gli strumenti e le risorse (si veda l’interessante dibattito in proposito su lavoce.info<strong>[1]</strong>), coloro che, come la Cgil e la maggioranza delle associazioni di docenti e ricercatori, avversano il provvedimento in quanto non separabile dalle contestuali misure finanziarie operate dal Ministro Tremonti nella manovra estiva ed in quella autunnale (in quanto, di fatto, rendono inapplicabili anche le migliori intenzioni della proposta). Non è un caso che nelle loro manifestazioni gli studenti abbiano rinominato il provvedimento “ddl Gelmini-Tremonti”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quello che colpisce circa questo dibattito sulla “grande” stampa e sui principali siti di informazione è il suo essere fortemente condizionato da un vizio di prospettiva soggettiva: i principali dibattenti sono professori ordinari (o comunque strutturati cui nessuna riforma, per quanto “meritocratica”, negherà un dignitoso accompagnamento verso la più o meno imminente pensione) e autorevoli opinionisti che, talora, si mostrano poco precisi sulla realtà di cui parlano. Penso ad Alberto Orioli<strong>[2]</strong>, l&#8217;influente vicedirettore de <em>Il Sole 24 Ore</em>, il quale spiega che non basta “aver seguito un corso post-doc di 2-3 anni” per definirsi un precario della ricerca. In realtà, gli assegnisti post-doc non sono soggetti in formazione, ma studiosi tra i 30 e i 35 anni, quindi nel pieno della propria produttività scientifica, cui si deve un grosso numero delle pubblicazioni nazionali ed internazionali che le università producono, Nell’Italia del 2010, anche il poco desiderabile titolo di “precario della ricerca” è oggetto di contesa. Per ragioni facili da spiegare in un paese “bloccato” come il nostro, gli assenti dal dibattito sono proprio loro, i giovani studiosi più o meno “meritevoli” che, lottando contro la riforma farebbero gli interessi dei “baroni” (come ha sostenuto il Ministro Gelmini nelle scorse settimane), e che sulle pagine dei giornali trovano spazio solo quando si atteggiano a “caso umano”:  giovane scienziato in odore di nobel costretto ed emigrare, precaria della ricerca costretta a vivere con i genitori…  A tutti costoro (sono circa 25 mila i ricercatori strutturati e oltre 60 mila i cosiddetti “precari”: assegnisti, borsisti, co.co.pro) non restano che le prime due delle tre opzioni hirschmaniane<strong>[3]</strong>: exit, voice, loyalty. Moltissimi, scegliendo l’exit, sono già partiti ed hanno intrapreso carriere di soddisfazione all’estero (in buone posizioni sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista delle responsabilità, a dimostrazione che il livello dei nostri giovani accademici non è così mediocre come a volte ci vogliono far credere<strong>[4]</strong>), a chi non ha potuto o non ha voluto partire è rimasto solo il tetto o la piazza come luoghi di espressione del proprio (qualificato) punto di vista, della propria voice. Quanto alla loyalty, questa generazione ha da tempo capito che non è strategia praticabile né remunerativa in quanto per ricompensare la fedeltà (verso l’istituzione o verso il singolo referente scientifico) non sono rimaste nemmeno le briciole. Basterebbe guardare i curricula dei candidati all’ultima tornata dei “vecchi” concorsi da ricercatore o alle selezioni per gli assegni di ricerca: a contendersi le residue risorse sono decine di candidati (anche l’antica consuetudine, o stortura, del singolo candidato per concorso è saltata) che per titoli, pubblicazioni ed esperienza didattica potrebbe, in molti casi, aspirare tranquillamente ad un posto da associato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Che cosa prospetta il combinato disposto della riforma e della manovra economica per costoro? Quanto agli attuali ricercatori non strutturati (i circa 60.000 precari), la riforma prevede l’introduzione di un contratto di ricercatore a tempo determinato (in sostituzione della “vecchia” figura del ricercatore a tempo indeterminato, messo ad esaurimento già dal Ministro Moratti nel 2005) che vorrebbe assomigliare ad una “tenure-track” anglosassone<strong>[5]</strong>. La manovra economica di luglio, però, ha stabilito che a partire dal 2011 le amministrazioni pubbliche, incluse le università, potranno spendere per i contratti a tempo determinato solo il 50% di quanto spendevano nel 2009. Nel caso delle università, secondo le stime del CPU<strong>[6]</strong>, questo significa che il numero di ricercatori a tempo determinato sarà inferiore a 200 unità in tutta Italia. Verosimilmente fra 30 e 50 concorsi annui.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Al termine del periodo di “tenure”, che può durare fino ad 8 anni, in aggiunta agli anni di precariato già trascorsi, non v’è nessuna certezza che l’università abbia le risorse per assumere il non più giovane studioso poiché i tagli al fondo di finanziamento ordinario (FFO) delle università continueranno per i prossimi anni. Per il 2011, per esempio, lo stanziamento al FFO parte da una diminuzione di circa  1076 milioni rispetto all’anno precedente, compensata solo in parte dagli 800 milioni dell’emendamento contenuto nella legge di stabilità: il risultato è un residuo negativo di 276 milioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per altro, per quanto riguarda le progressioni di carriera degli attuali ricercatori “ad esaurimento”, la stessa legge di stabilità afferma che ogni anno il ministero assegna alle università un numero imprecisato di posti da professore associato da utilizzare per chiamate, senza specificare quanti. Il costo di questi posti graverà sugli 800 milioni di reintegro del FFO (che dal 2012 diventeranno 500 milioni). Il DdL Gelmini fissa una spesa massima per queste chiamate, ma non una minima. Non esiste quindi alcuna previsione vincolante sul numero di posti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alla luce di queste considerazioni è veramente difficile che un giovane ricercatore, strutturato o non strutturato, possa salutare favorevolmente l’approvazione della riforma. E così uno studente cui i fondi per il diritto allo studio sono stati dimezzati. Ben diversa appare la prospettiva di un ordinario alla fine della propria carriera il quale, al peggio, vedrà partire i propri migliori allievi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Non appare lecita, dunque, l’operazione di chi tenta di separare gli aspetti procedurali e normativi del ddl da quelli finanziari poiché il suo effetto reale sarà dato dal combinato disposto delle due cose. Lo hanno capito bene i precari e gli studenti che, con i loro striscioni, hanno spiegato che senza ricerca il futuro non può cominciare.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <em>* Università di Milano, segretaria Flc-Cgil Milano</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6>[1] D. Checchi e T. Japelli, <a target="_blank" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002027-351.html">L’università dell’incertezza</a>, 26 Novembre 2010, M. Regini, <a target="_blank" href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002038-351.html">L’Università della conservazione</a>, 3 Dicembre 2010.</h6>
<h6>[2] A. Orioli, Il merito all’Università è un aiuto ai giovani. Ecco perché. Il Sole 24 Ore, 1 Dicembre 2010.</h6>
<h6>[3] A. O. Hirschman, Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato. Bompiani, 2002.</h6>
<h6>[4] Per un’analisi dell’impatto scientifico dell’Italia si rimanda a G. de Nicolao, The scientific impact of Italy, relazione presentata all’Accademia dei Lincei, Roma, 28 Settembre 2010. Anche online su <a target="_blank" href="http://www.corpolimi.it/">www.corpolimi.it</a></h6>
<h6>[5] Una forma di reclutamento per cui, durante il periodo di “prova” del giovane ricercatore, l’università accantona le risorse per la sua successiva assunzione.</h6>
<h6>[6] CPU, <a target="_blank" href="http://coordinamentoprecariuniversita.wordpress.com/glossario-la-riforma-gelmini-in-quattro-punti-chiave/">Coordinamento nazionale dei precari della didattica e della ricerca</a>.</h6>
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		<title>Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Il libro</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 12:20:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È in uscita in anteprima a Napoli il libro di Riccardo Realfonzo – coordinatore di www.economiaepolitica.it – dal titolo “Robin Hood” a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli, pubblicato dalla Tullio Pironti Editore. Riportiamo di seguito il testo della quarta di copertina:
Non illudiamoci: anche dopo Tangentopoli la politica italiana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: 20px" class="Apple-style-span"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/copertina-ridotta-per-eep2.jpg" height="394" width="285" /></span>È in uscita in anteprima a Napoli il libro di <a target="_blank" href="http://www.riccardorealfonzo.it">Riccardo Realfonzo </a>– coordinatore di <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it">www.economiaepolitica.it</a> – dal titolo <em>“Robin Hood” a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli,</em> pubblicato dalla <a target="_blank" href="http://tulliopironti.it">Tullio Pironti Editore</a>. Riportiamo di seguito il testo della quarta di copertina:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>Non illudiamoci: anche dopo Tangentopoli la politica italiana non ha seriamente affrontato la “questione morale”. E la Seconda Repubblica non è immune dalle corruttele e malversazioni che fecero sprofondare la Prima. E non sembra esserne immune nemmeno il centrosinistra che, soprattutto nelle amministrazioni locali del Sud, ha spesso ricercato il consenso gestendo il potere in modo clientelare.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>Ne sono prova le battaglie condotte da Riccardo Realfonzo, un economista indipendente e progressista che nel gennaio del 2009 si è trovato a ricoprire l’incarico di assessore tecnico al bilancio del Comune di Napoli, vale a dire nella città in cui la cattiva amministrazione della cosa pubblica ha forse raggiunto il suo culmine. L’obiettivo dell’economista a Palazzo San Giacomo era di render concreto il suo slogan: “rigore nel pubblico per la difesa del pubblico”. Ma ai suoi tentativi di riforma, finalizzati a risanare le casse comunali e a restituire servizi pubblici locali dignitosi ai concittadini, il Palazzo ha risposto con un muro di gomma. E al momento delle dimissioni e delle polemiche sui media, nel dicembre di quello stesso anno, il sindaco Rosa Iervolino si è difesa sostenendo che Realfonzo pretendeva di fare il “Robin Hood”: un’utopia (o un peccato mortale), evidentemente, provare ad abolire sprechi e privilegi per restituire diritti negati ai napoletani.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>Questo libro racconta le vicende di quell’anno, entusiasmante e travagliato. Una lettura per certi versi drammatica ma anche carica di ironia, con uno stile narrativo a tratti persino divertente, che farà discutere e che chiama all’appello la Napoli migliore e il migliore Mezzogiorno, lasciando viva la speranza di un riscatto.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Per informazioni e la rassegna stampa sul libro si rinvia al sito <a href="http://www.riccardorealfonzo.it/">www.riccardorealfonzo.it</a> .</p>
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		<title>Un profilo di Massimo Roccella</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 14:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L&#8217;improvvisa scomparsa di Massimo Roccella, autorevole giuslavorista e appassionato sostenitore delle ragioni del mondo del lavoro, nonché membro della redazione di Economia e Politica, ci ha profondamente colpito. Abbiamo pensato che il miglior modo di fargli omaggio fosse chiedere ai suoi allievi di prepararne un profilo. Maria Paola Aimo e Daniela Izzi, entrambe dell&#8217;Università di Torino, hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/c_10_11.jpg" style="width: 362px; height: 298px" height="300" width="400" /><em>L&#8217;improvvisa scomparsa di Massimo Roccella, autorevole giuslavorista e appassionato sostenitore delle ragioni del mondo del lavoro, nonché membro della redazione di </em>Economia e Politica,<em> ci ha profondamente colpito. Abbiamo pensato che il miglior modo di fargli omaggio fosse chiedere ai suoi allievi di prepararne un profilo. Maria Paola Aimo e Daniela Izzi, entrambe dell&#8217;Università di Torino, hanno raccolto il nostro invito.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nato a Palermo il 20 aprile 1953, si è laureato in Giurisprudenza nel 1975 presso l’Università degli Studi di Palermo e si è poi trasferito per approfondire lo studio del diritto del lavoro e delle relazioni industriali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ove ha mosso i primi passi sotto la guida del Prof. Tiziano Treu.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ricercatore di diritto del lavoro dal 1984 al 1986 presso l’Università degli Studi di Trento, dal 1987 è stato professore straordinario di diritto dal lavoro presso l’Università degli Studi di Cagliari. Dal 1990 è stato professore ordinario di Diritto del lavoro presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino, ove sin dal 1992, cogliendo con anticipo la rilevanza per gli ordinamenti nazionali del lavoro delle fonti e della giurisprudenza comunitarie, ha affiancato al corso istituzionale di Diritto del lavoro l’insegnamento del Diritto del lavoro della Comunità europea. Attento osservatore dei sistemi giuridici stranieri, ha svolto attività di ricerca presso università americane ed europee (MIT di Boston e Universidad Autonoma di Madrid) e partecipato a conferenze accademiche in diversi Paesi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Costante e appassionato è stato il suo impegno nel tradurre il raffinato sapere scientifico in proposte giuridiche volte alla soluzione di diverse e importanti questioni del lavoro, contribuendo ad arricchire in modo significativo i dibattiti aperti nella comunità scientifica e nel mondo sindacale e politico. Componente attivo della Consulta giuridica del lavoro della CGIL fin dalla nascita di tale organo, ha operato con ferma convinzione per la difesa e la promozione dei diritti sociali. Dal luglio 1999 al settembre 2000 ha svolto la funzione di consigliere giuridico del Ministro del lavoro (Cesare Salvi).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ stato membro del comitato scientifico del Centro internazionale di studi sociali, della direzione di <em>Lavoro e diritto</em>, del comitato direttivo della <em>Rivista giuridica del lavoro</em>, nonché del comitato scientifico delle riviste <em>Diritto delle relazioni industriali</em>. Ha fatto altresì parte della redazione della rivista on line <em>economiaepolitica.it</em>. È stato editorialista di diversi quotidiani nazionali, tra cui il <em>manifesto</em>, l’<em>Unità </em>e il <em>Fatto</em> <em>quotidiano</em>, offrendo ad una platea assai più ampia di quella accademica le sue acute riflessioni sui problemi del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E’ stato autore di numerosi e perspicaci saggi in materia di diritto del lavoro, diritto sindacale, diritto del lavoro comunitario e relazioni industriali: si ricordano in particolare le monografie <em>I salari</em>, Bologna: il Mulino, 1986; <em>I rapporti di lavoro a termine</em>, Milano: Giuffrè, 1990; e gli scritti raccolti nei volumi <em>La composizione dei conflitti di lavoro</em>, Roma: Ed. Lavoro, 1984; <em>La Corte di giustizia e il diritto del lavoro</em>, Torino: Giappichelli, 1997. Largamente diffusi ed apprezzati sono i suoi manuali: quello di <em>Diritto del lavoro della Comunità europea</em>, Padova: Cedam, 2009, di cui è stato coautore insieme a Tiziano Treu, e il <em>Manuale di diritto del lavoro,</em> Torino: Giappichelli, pubblicato per la prima volta nel 2004 e alla cui quarta edizione ha terminato di lavorare pochi giorni prima della sua morte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore associato nell&#8217;Università di Torino.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>** Ricercatrice nell&#8217;Università di Torino.</em></p>
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		<title>Scomparsa di Massimo Roccella</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 18:19:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Con grande sconforto la redazione di Economia e Politica informa i lettori della scomparsa del professor Massimo Roccella. Oltre ad essere un noto esponente dell’accademia torinese ed insigne studioso di diritto del lavoro, autore di contributi scientifici di grande rilievo, Massimo Roccella era anche membro della nostra piccola redazione. La sua scomparsa è grave tanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con grande sconforto la redazione di Economia e Politica informa i lettori della scomparsa del professor Massimo Roccella. Oltre ad essere un noto esponente dell’accademia torinese ed insigne studioso di diritto del lavoro, autore di contributi scientifici di grande rilievo, Massimo Roccella era anche membro della nostra piccola redazione. La sua scomparsa è grave tanto per l’accademia quanto per quella parte del mondo della cultura e della società italiana che in questi anni si è battuta con determinazione per la difesa dei diritti dei lavoratori.</p>
<p>La redazione della rivista Economia e Politica esprime il suo cordoglio alla famiglia, agli amici e ai collaboratori.</p>
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		<title>Visioni &#8220;minimaliste&#8221; della disoccupazione</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 11:18:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il Nobel 2010 per l’Economia a Diamond, Mortensen e Pissarides per i loro studi sui mercati caratterizzati da “frizioni” e in particolare sul problema del mancato “incontro” tra domanda e offerta di lavoro [1]
Peter Diamond (nato nel 1940 a New York e docente al MIT di Boston), Dale Mortensen (nato nel 1939 in Oregon e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/the_fed_outlook_no_good_choices_20100915_2.jpg" style="width: 384px; height: 253px" height="461" width="650" />Il Nobel 2010 per l’Economia a Diamond, Mortensen e Pissarides per i loro studi sui mercati caratterizzati da “frizioni” e in particolare sul problema del mancato “incontro” tra domanda e offerta di lavoro </em>[1]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Peter Diamond (nato nel 1940 a New York e docente al MIT di Boston), Dale Mortensen (nato nel 1939 in Oregon e docente alla Northwestern University) e Christopher Pissarides (nato a Cipro nel 1938 e professore alla London School), sono i vincitori del premio Nobel 2010 per l’Economia. L’onorificenza viene ad essi assegnata “per le analisi dei mercati caratterizzati da ‘frizioni’ nel processo di incontro tra domanda e offerta”, con particolare riguardo alla domanda e all’offerta di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Mai come quest’anno le scelte dell’Accademia svedese delle Scienze sembrano intersecarsi con le spinose vicende dell’attualità politica. Negli Stati Uniti la notizia della vittoria di Diamond deve infatti aver suscitato non pochi imbarazzi tra le file del Partito Repubblicano. Appena poche settimane fa i senatori repubblicani avevano respinto la proposta della Casa Bianca di nominare l’economista del MIT nel board della Federal Reserve. L’opposizione a Diamond derivava dal tentativo di impedire una ulteriore designazione di marca democratica ai vertici della banca centrale statunitense. Il portavoce repubblicano aveva però tentato di fornire un più nobile pretesto per il voto contrario del suo partito sostenendo che Diamond non avesse “l’esperienza necessaria per l’incarico”. In effetti, al di là dei reali propositi, l’argomentazione non sarebbe del tutto peregrina. Schumpeter riteneva che l’economista scientifico, per considerarsi davvero tale, dovrebbe esser capace di padroneggiare una complessa varietà di discipline: dalla storia, alla statistica, alla teoria pura. Al giorno d’oggi però le cose sono molto diverse e la specializzazione del lavoro condiziona pesantemente anche la formazione degli economisti. Per molti di essi passare da un ambito di ricerca all’altro può risultare difficile quanto per un cardiochirurgo può esserlo una diagnosi in campo neuropsichiatrico. Non sembra però esser questo il caso di Diamond, che nel corso degli anni ha continuamente mostrato di poter spaziare tra argomenti diversissimi, dalla cosiddetta “high theory” ai problemi della previdenza, dalle analisi del mercato del lavoro ai contributi in tema di tassazione. A coronamento di una così lunga e articolata carriera giunge adesso anche il conferimento del Nobel, che renderà piuttosto deboli gli argomenti dei repubblicani e che sembra quindi preannunciare una vittoria di Obama, già da tempo fermamente intenzionato a riproporre al Senato la candidatura dell’economista bostoniano al board della FED.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ma c’è un motivo forse ancor più interessante per il quale le decisioni di Stoccolma potrebbero avere qualche immediata ricaduta sul dibattito politico. Tra gli studi di Diamond, Mortensen e Pissarides vi sono infatti anche quelli dedicati alle carenze di informazione e ai vari altri ostacoli che possono rendere difficile la ricerca reciproca e l’incontro tra lavoratori disoccupati e imprese intenzionate ad assumere. Uno degli oggetti di questi studi è la rivisitazione della cosiddetta “curva di Beveridge”, una relazione che prende il nome da Lord Beveridge, noto economista e riformatore sociale che nell’immediato dopoguerra contribuì alla edificazione del moderno welfare state britannico. Nella sua interpretazione tradizionale, la curva esprime un legame statistico tra il numero di posti di lavoro disponibili e il numero dei disoccupati. In genere questo legame dovrebbe risultare inverso. La ragione è che in una situazione di recessione causata da carenza di domanda i disoccupati saranno numerosi mentre i posti disponibili saranno ben pochi. Di contro, in una fase di espansione della domanda e della produzione, il numero dei disoccupati si riduce mentre i posti di lavoro vacanti crescono a causa della crescente difficoltà delle imprese di reperire lavoratori. Si viene così a delineare una sorta di “curva” che in corrispondenza di un’alta disoccupazione segnalerà una bassa disponibilità di posti liberi, e viceversa. Conoscendo dunque il numero dei disoccupati e il numero di posti disponibili, le autorità di governo dovrebbero essere in grado di verificare, per esempio, se l’economia soffre o meno di una carenza di domanda e se necessita quindi di politiche espansive.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il problema che si pone è che il rapporto tra posti vacanti e lavoratori disoccupati può cambiare, e quindi la “curva” di Beveridge può subire degli improvvisi spostamenti. Di recente negli Stati Uniti si è proprio discusso di questa eventualità. Le statistiche infatti segnalano un forte incremento dei disoccupati che, contrariamente a quanto lascerebbe intendere la “curva”, risulta accompagnato non da una riduzione ma da un moderato aumento dei posti disponibili. Tra gli economisti mainstream la spiegazione convenzionale per questo fenomeno è che la “curva” potrebbe essersi spostata. C’è tuttavia un profondo disaccordo sui possibili motivi di questo riposizionamento. Alcuni sostengono che l’esistenza di tanta gente a spasso nonostante la disponibilità di posti vacanti sia dovuta ai generosi sussidi ai disoccupati erogati dall’Amministrazione Obama. Dalle frange oltranziste del partito repubblicano il Presidente viene per questo additato come una sorta di moderno Lafargue, colpevole di indurre all’ozio gli altrimenti onesti e laboriosi operai americani. Contro questa tesi vi è invece quella di chi ritiene che l’incremento contemporaneo dei disoccupati e dei posti disponibili si spieghi con la grave crisi economica in corso e con le profonde ristrutturazioni cui essa ha dato luogo. La grande recessione potrebbe cioè aver determinato non solo un crollo della produzione totale ma anche uno stravolgimento delle proporzioni tra i vari settori produttivi, e quindi un mutamento delle qualifiche richieste dalle imprese rispetto alle competenze effettive dei disoccupati. Il fatto che l’aumento dei disoccupati sia stato finora molto più marcato rispetto all’aumento dei posti vacanti farebbe logicamente propendere verso questa seconda possibilità. Se però si osservano i dati dal punto di vista delle teorie premiate il ragionamento tende a complicarsi. Dalle ricerche di Diamond, Mortensen e Pissarides si possono infatti trarre conclusioni favorevoli sia all’una che all’altra interpretazione<strong>[2]</strong>. Anzi, se si guarda alle versioni elementari dei modelli di Pissarides si scopre che in esse la possibilità stessa di un crollo della domanda non viene nemmeno contemplata. Nelle versioni più sofisticate di questi modelli la crisi da domanda viene ammessa, ma solo nei termini di una deviazione temporanea dall’equilibrio del sistema. Nel lungo termine, la disoccupazione dovrà quindi sempre essere interpretata in una chiave che potremmo definire “minimalista”, ossia quale mero problema di mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro e non come il riflesso di una crisi generalizzata che possa lungamente deprimere prima l’una e poi l’altra. Insomma, non sembra esservi modo in queste analisi di concepire la carenza di domanda effettiva come una “malattia” che può protrarsi nel lungo periodo<strong>[3]</strong>. Tale difficoltà in effetti è abbastanza comune a tutto il variegato arcipelago della teoria economica mainstream. Dati i tempi, c’è chi ritiene che essa stia diventando anche un po’ frustrante<strong>[4]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul <em>manifesto</em> del 12 ottobre 2010.<br />
[2] Gli studi empirici prevalenti basati sulle teorie dei Nobel 2010 non escludono l’esistenza di un (modesto) legame tra maggiori sussidi e maggior durata della disoccupazione. Con una durata media della disoccupazione di 6 mesi, un aumento dei sussidi del 10% risulterebbe correlato a un incremento della disoccupazione tra i 6 e gli 11 giorni, cioè tra il 3,3% e il 6,1%. Devine T., Kiefer N. (1991), Empirical Labour Economics: The Search Approach, Oxford University Press.<br />
[3] E’ esattamente l’impossibilità di ammettere carenze di domanda nel lungo periodo che induce Diamond ad affermare, con riferimento alla previdenza, che “….gli economisti sono preoccupati di generare maggiori risparmi per aiutare le generazioni future…” (Lezione Angelo Costa, 1999). In realtà vi sono economisti i quali temono che una continua sollecitazione dei risparmi possa deprimere la domanda e la capacità produttiva sia nel breve che nel lungo termine, e possa quindi arrivare a danneggiare le generazioni future anziché favorirle.<br />
[4] Il fatto la carenza di domanda possa manifestarsi anche nel lungo periodo viene talvolta frettolosamente rigettato in base all’idea che una simile eventualità sarebbe ammissibile solo nei vecchi modelli keynesiani, in cui si presume che la domanda possa non eguagliare l’offerta a causa della mancanza di un meccanismo di prezzi che garantisca l’equilibrio. In realtà questa interpretazione della teoria keynesiana è errata. Almeno per quanto riguarda i modelli macroeconomici keynesiani che poggiano su schemi dei prezzi di produzione di matrice sraffiana, le cose non stanno in questi termini. Tali schemi infatti incorporano senz’altro un meccanismo dei prezzi che garantisce un “equilibrio” o, per meglio dire, una posizione di lungo periodo con saggi di profitto uniformi tra i settori. Tuttavia non si tratta di una posizione che preveda necessariamente l’uguaglianza tra le dotazioni di risorse esistenti e le rispettive domande. Tale proprietà rende questo tipo di teorie dei prezzi particolarmente adatto all’analisi della realtà capitalistica, caratterizzata da ampie fluttuazioni e da prolungati periodi di sottoutilizzazione della capacità produttiva e del lavoro disponibile.    </h6>
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		<title>I «beni comuni» tra realtà e utopia</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Oct 2010 13:18:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Bisogna essere grati a Toni Negri e Michael Hardt per aver dedicato quest’ultima corposa loro fatica al tema del «comune»[1]. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo assistito al costituirsi di un cospicuo fronte di resistenza intellettuale e popolare intorno alla difesa di taluni «beni comuni», come l’acqua o l’ambiente, che ha tentato di opporre un argine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/comune.jpg" height="350" width="241" />Bisogna essere grati a Toni Negri e Michael Hardt per aver dedicato quest’ultima corposa loro fatica al tema del «comune»<strong>[1]</strong>. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo assistito al costituirsi di un cospicuo fronte di resistenza intellettuale e popolare intorno alla difesa di taluni «beni comuni», come l’acqua o l’ambiente, che ha tentato di opporre un argine alla furia privatizzatrice che imperversa nelle società industrializzate da oltre tre decenni. È un fronte assai composito per culture politiche d’appartenenza, che però si riconosce nella convinzione che i «beni comuni» rappresenterebbero un <em>tertium genus</em> capace di eludere la contrapposizione ritenuta ormai superata tra «pubblico» e «privato». È dunque benvenuto ogni tentativo di dare a queste rivendicazioni un’adeguata sistemazione teorica: testarne la plausibilità è infatti l’unico modo per verificare le ragioni (o eventualmente i torti) di quanti sostengono che l’opposizione tra pubblico e privato è ciò che oggi impedirebbe lo sviluppo di una gestione realmente cooperativa e condivisa dell’acqua, del sapere, della salute, dell’energia e del patrimonio culturale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vediamo allora in dettaglio. Con il termine «comune», Negri e Hardt intendono, in primo luogo, «la ricchezza comune del mondo materiale – l’aria, l’acqua, i frutti della terra e tutti i doni della natura – che nei testi classici del pensiero politico del mondo occidentale è sovente caratterizzata come l’eredità di tutta l’umanità da condividere insieme». In questo senso, leggiamo fin dalle prime pagine del ponderoso volume, «il linguaggio, gli affetti e le espressioni umane sono per la maggior parte comuni». C’è però un altro significato che Negri e Hardt attribuiscono al «comune»: «Per “comune” – essi infatti dicono – si deve intendere, con maggior precisione, tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale».</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">È bene precisare che nell’equivalenza postulata tra questi due significati si colloca la vera e propria novità della riflessione di Negri e Hardt. Tradizionalmente, infatti, con la prima accezione del termine «comune» si designano quei beni che i giuristi definiscono come «liberi»: non solo perché non appartengono a nessuno, ma soprattutto perché non sono – per loro essenza o per vincoli di legge – suscettibili di appropriazione. L’aria che respiriamo o il linguaggio che ci permette di comunicare ne sono gli esempi più classici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Discorso diverso vale invece per i beni (e naturalmente i servizi) prodotti. Ogni produzione presuppone infatti un processo lavorativo e quest’ultimo – per dirla con Marx – implica necessariamente una «appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani»<strong>[2]</strong>, che a sua volta comporta una preventiva distribuzione dei <em>mezzi di produzione</em> secondo dati rapporti sociali e la sussunzione degli individui che lavorano entro specifici <em>rapporti di produzione</em>, che concernono sia gli agenti della produzione che i mezzi materiali ad essa occorrenti. E se è vero che ogni processo lavorativo si avvale di norma di beni che a stretto rigore non sono suscettibili di appropriazione (come l’aria o il linguaggio, appunto), non è meno vero che residua una profonda differenza fra gli uni e gli altri: i beni che sono comuni in quanto «liberi» <em>non</em> sono infatti producibili mediante il lavoro, al punto che anche quelle trasformazioni che subiscono in dipendenza dell’attività umana si inquadrano nella loro «storia naturale»; i beni producibili mediante lavoro sono invece oggetto di appropriazione entro specifici rapporti di produzione e possono essere «comuni» solo se la forma sociale consustanziale a questi ultimi li rende «non rivali» e «non esclusivi», ossia tali che il loro godimento da parte di Tizio non impedisce un analogo godimento da parte di Caio.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Evocando Marx abbiamo inteso suggerire che la distinzione appena ricordata ha una lunga tradizione e solide ragioni teoretiche: suo obiettivo precipuo è di sfuggire a quelle concezioni <em>idealistiche</em> del lavoro sociale che ispirano non solo le illusioni umanistiche di quanti vedono il lavoro come «pura attività creativa», ma anche le moderne trattazioni degli economisti neoclassici circa i beni supposti pubblici «per natura» (le quali, ben s’intende, sono funzionali a sostenere che tutto ciò che non è «naturalmente pubblico» non deve nemmeno esserlo)<strong>[3]</strong>. Ma se ciò è vero, l’equivalenza semantica postulata da Negri e Hardt tra i due significati del «comune» non può essere assunta in termini descrittivi: occorrerebbe piuttosto un’analisi <em>normativa</em>, che cioè dimostrasse che, se così pure è stato finora, così non deve più essere.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Invano però il lettore la ricercherebbe nelle quattrocento e più pagine del libro. Lungi dallo spiegarci entro quali nuovi rapporti di produzione bisognerebbe concepire l’allocazione del processo lavorativo e dei suoi prodotti al fine di spingerci «oltre il privato e il pubblico», Negri e Hardt si limitano infatti a dirci che il carattere «biopolitico» del processo lavorativo ha costituito il «comune» non solo in quanto forza produttiva, ma anche in quanto «forma in cui la ricchezza è prodotta»: posto che «il lavoro biopolitico è sempre più autonomo» dal capitale e dallo stato, ci sarebbe solo bisogno di lottare in difesa della «libertà della forza lavoro biopolitica» (assicurandole «un reddito minimo garantito su scala nazionale o globale») e di assicurare alle popolazioni mondiali «le infrastrutture materiali» di cui sono ancora prive, a cominciare da una «piattaforma fisica (che permetta l’accesso alle reti comunicative in connessione cablata e senza fili)» per proseguire con quella «logica (protocolli e codici sorgente aperti)» e un’altra «ricca di contenuti (le opere e le ricerche scientifiche, intellettuali e culturali)».</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Sennonché, ciò equivale a presupporre quel che invece bisognerebbe dimostrare. L’«autonomia» attiene infatti alle <em>modalità</em> dell’attività lavorativa e di per sé non può dirci nulla in merito alla <em>forma</em> che assume il suo prodotto. L’autonomia rilevantissima di cui gode ogni dirigente d’impresa, ad esempio, non impedisce di qualificare il prodotto del suo lavoro come una <em>merce</em>, così come l’autonomia di cui gode un dirigente pubblico non osta al riconoscimento della differente forma ch’è propria del prodotto della sua attività. Lo stesso vale per il carattere «comune», cioè <em>sociale</em>, del processo lavorativo, che non a caso Marx riconosceva come tipico dell’industria capitalistica e noi possiamo ben riferire anche al lavoro alle dipendenze del settore pubblico. Del resto, se lo stesso Marx parlava di un «comunismo dei capitalisti» in relazione al processo che conduce alla spartizione della massa del plusvalore e alla genesi del profitto medio<strong>[4]</strong>, non potremmo noi analogamente evocare un «comunismo dei pubblici poteri» per riferirci al modo in cui questi ultimi hanno consentito effettivamente di rendere taluni beni e servizi non escludibili e non rivali? A cos’altro dovremmo riferire quel che Negri e Hardt chiamano «il comune che funge da base della produzione biopolitica» e che denunciano essere oggetto delle strategie acquisitive del capitalismo? Lo «smantellamento delle istituzioni della pubblica istruzione», la «privatizzazione dell’educazione primaria e la drastica riduzione dei finanziamenti alla scuola secondaria» non rimandano forse alla distruzione di quella forma di «comunismo» che abbiamo sperimentato grazie all’attività economica dei pubblici poteri?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Non crediamo di sbagliare se diciamo che l’assimilazione tipicamente sessantottina tra capitalismo e socialismo faccia qui velo (ed è un velo assai spesso) alla riflessione di Negri e Hardt. Sostenere che «il “socialismo reale” è stato una straordinaria macchina dell’accumulazione capitalistica», che si sarebbe avvalso di «alcuni strumenti di ispirazione keynesiana che le potenze capitalistiche avevano adottato solo nei momenti delle crisi cicliche», significa non solo ignorare che fu Keynes a ispirarsi all’Urss nell’elaborazione della <em>General Theory</em> (e non i bolscevichi a copiarlo)<strong>[5]</strong>, ma soprattutto fraintendere completamente il significato della «rivoluzione keynesiana»: la quale appunto muove dal convincimento che lo sviluppo delle nostre società ha fatto sorgere taluni bisogni (come la «programmazione urbanistica» o la «conservazione dell’ambiente naturale», per ripetere due suoi esempi) tali che «è impossibile per l’individuo, anche se lo volesse, intraprendere le iniziative opportune» per soddisfarli: anzi, «anche se egli si imbarcasse in tali imprese, non sarebbe assolutamente in grado di raccoglierne i benefici». Solo «se fossero adottati e impiegati forti poteri di direzione centrale, enormi vantaggi potrebbero riversarsi sull’intera comunità<strong>»[6].</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si può aggiungere che attribuire al «lavoro biopolitico» la capacità di produrre cooperazione in modo «autonomo» rischia di mettere capo ad un’apologia di quelle collaborazioni coordinate e continuative che il ministro Sacconi ha assunto come archetipo per la riscrittura dello Statuto dei lavoratori. È infatti evidente che codesta autonomia può essere facilmente declinata nell’utopia di una società di «liberi produttori indipendenti», che ricalcherebbe di fatto la visione walrasiana del perfetto mercato concorrenziale: non è certo un caso se Aldo Bonomi, che per primo ha scritto sul «trionfo della moltitudine»<strong>[7]</strong>, è approdato infine a vestire i panni dell’aedo della piccola impresa e del lavoro autonomo sulle rosee pagine del quotidiano di Confindustria.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Specularmente, se volessimo prendere sul serio le «riforme» sollecitate da Negri e Hardt, è facile concludere che implicherebbero la nazionalizzazione di buona parte dell’apparato produttivo<strong>[8]</strong>: si tratterebbe infatti o di piegare le dotazioni industriali già esistenti a logiche di funzionamento non capitalistiche, oppure di organizzare la produzione per l’esportazione in modo da ottenere i necessari trasferimenti di tecnologia dall’estero (giusto alla maniera del primo piano quinquennale sovietico).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Va da sé che nell’una come nell’altra ipotesi non saremmo affatto «oltre il privato e il pubblico», come pretendono Negri, Hardt e altri teorici dei «beni comuni»<strong>[9]</strong>, ma saldamente all’interno dell’uno o dell’altro: del mercato o dello stato, per chiamare le cose col loro nome. Sovvengono al riguardo le lucide parole di P. J. D. Wiles: «quelli che desiderano de-stalinizzare un particolare tipo di attività economiche devono lasciarle al libero mercato, come hanno scoperto gli jugoslavi; così come coloro che disdegnano le leggi della domanda e dell’offerta devono stalinizzare i settori che desiderano riformare. Non c’è una terza via. L’economia nel suo insieme può essere mista, ma ogni singola attività dev’essere l’una cosa o l’altra. La funzione della vasta burocrazia economica staliniana è di fare amministrativamente ciò che il mercato fa automaticamente; o il consumatore e il profitto dicono al produttore cosa fare (con o senza l’aiuto della concorrenza tra produttori) o glielo dice il pianificatore centrale. La ripartizione delle risorse è fatta alla periferia o al centro, col mercato o senza. Queste ultime (quattro) parole mostrano che la dicotomia, economia di comando o mercato, è da un punto di vista logico esauriente»<strong>[10]</strong>. E se il vero radicalismo stesse piuttosto nel riconoscere che sono ancora questi i termini dell’alternativa?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">*Une versione ridotta di questo articolo è apparsa su <em>Alias</em> del 9 ottobre 2010.<br />
[1]Michael Hardt, Antonio Negri, <em>Comune. Oltre il privato e il pubblico</em>, Milano, Rizzoli, 2010.<br />
[2] Karl Marx, <em>Il capitale. Critica dell’economia politica</em>, libro I, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 218.<br />
[3] Per la verità, i neoclassici più consequenziali giungono perfino a negare che vi siano beni pubblici di tal fatta: si veda sul punto Ronald H. Coase, <em>Il faro nell’economia</em>, in Id., <em>Impresa, mercato e diritto</em>, Bologna, il Mulino, 2006, pp. 291-317 (dove anche una rassegna critica della posizione tradizionale).<br />
[4] Si veda la lettera a Engels del 30 aprile 1868, in <em>Carteggio Marx-Engels</em>, V, Roma, Edizioni Rinascita, 1951, p. 184. Considerazioni analoghe in K. Marx, <em>Storia dell’economia politica. Teorie sul plusvalore</em> III, Roma, Editori Riuniti, 1993, p. 82.<br />
[5] Sia consentito sul punto il rinvio a Giorgio Lunghini, Luigi Cavallaro, <em>Prefazione</em> a John Maynard Keynes, <em>Laissez faire e comunismo</em>, Roma, DeriveApprodi, 2010.<br />
[6] J. M. Keynes, <em>La pianificazione statale</em>, in Id., <em>Come uscire dalla crisi</em>, a cura di P. Sabbatini, Roma-Bari, Laterza, 2001, p. 64.<br />
[7] Aldo Bonomi, <em>Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene</em>, Torino, Bollati Boringhieri, 1996. In effetti, quando si legge che i comportamenti della moltitudine obbediscono alla «logica delle associazioni corpuscolari» (M. Hardt, A. Negri, <em>Comune</em>, cit., p. 53), riesce davvero difficile non pensare a Walras.<br />
[8] Del resto, anche Walras sostenne posizioni eterodosse in materia di proprietà dei mezzi di produzione: cfr. Léon Walras, <em>Studi di economia sociale</em>, a cura di A. Salsano, Roma, Archivio Guido Izzi, vol. II, 1993.<br />
[9] Emblematico, al riguardo, l’impasse cui pervengono le ricerche più recenti di Elinor Ostrom, insignita lo scorso anno del premio Nobel per l’economia. Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, <em>La crisi del pensiero unico</em>, Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 194-197.<br />
[10] P. J. D. Wiles, <em>Economia politica del comunismo</em>, Torino, UTET, 1969, p. 22.</h6>
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		<title>Quali politiche per uscire dalla crisi?</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 14:51:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;ambito della 51.ma riunione scientifica annuale, la Società Italiana degli Economisti ha organizzato una sessione di studi sul tema &#8220;Quali politiche per uscire dalla crisi?&#8221;
La sessione si terrà venerdì 15 ottobre 2009 presso la Facoltà di Economia dell&#8217;Università di Catania (Corso Italia, 55 - Catania), alle ore 11,15, con il seguente programma:
Presiede: Terenzio Cozzi (Presidente della SIE)
Relazioni:
       •   Uscita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;ambito della 51.ma riunione scientifica annuale, la Società Italiana degli Economisti ha organizzato una sessione di studi sul tema <strong><em>&#8220;Quali politiche per uscire dalla crisi?&#8221;</em></strong></p>
<p>La sessione si terrà venerdì 15 ottobre 2009 presso la Facoltà di Economia dell&#8217;Università di Catania (Corso Italia, 55 - Catania), alle ore 11,15, con il seguente programma:<br />
Presiede: Terenzio Cozzi (Presidente della SIE)</p>
<p>Relazioni:</p>
<p>       •   <em>Uscita dalla crisi o molla di ricarica verso una nuova crisi globale?</em><br />
         Mario Baldassarri<br />
       •   <em>Distribuzione del reddito e crisi economica</em><br />
         Bruno Bosco, Emiliano Brancaccio, Roberto Ciccone, Riccardo Realfonzo, Antonella Stirati<br />
       •   <em>Un&#8217;analisi quantitativa delle politiche di rientro dal disavanzo pubblico in Italia</em><br />
         Francesco Carlucci<br />
       •   <em>Debito pubblico, crescita e riforma fiscale: idee per ripartire</em><br />
         Chiara Rapallini, Aldo Rustichini</p>
<p>Tutte le informazioni  relative al Convegno di Catania sono disponibili sul <a target="_blank" href="http://www.sie.univpm.it/">sito della  Società Italiana degli Economisti</a>.</p>
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		<title>Vizi metodologici e ideologie neoliberiste</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 08:11:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/image0021.jpg" height="279" width="249" />Il recente <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-18/cari-keynesiani-sporcatevi-mani-080553_PRN.shtml">articolo di Roberto Perotti</a> (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 18 luglio) a commento dell’<a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-15/cari-colleghi-rileggete-keynes-080418_PRN.shtml">intervento di Canale e Realfonzo</a> (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione<strong> [1]</strong>. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, <a target="_blank" href="http://www.nber.org/papers/w14259">in un articolo del 2008</a> sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (<a target="_blank" href="http://www.nytimes.com/2009/09/06/magazine/06Economic-t.html?_r=4&amp;partner=rss&amp;emc=rss&amp;pagewanted=all">New York Times Magazine, 2.9.2009</a>) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/09-settembre-2009/chi-ha-visto-la-crisi_PRN.shtml">“Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009</a>). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/">Levy Institute</a>, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>*Professore di economia politica nell&#8217;Università di Cassino.</em></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt">[1]</span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt"> L&#8217;articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-18/lideologia-soltanto-vecchio-arnese-080614.shtml?uuid=AYrFmw8B&amp;fromSearch">Antonio Guarino </a>(18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul <em>Sole 24 Ore</em> <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-20/lirresistibile-tentazione-superbia-antikeynesiani-175330.shtml?uuid=AYKMHf9B&amp;fromSearch">Paolo Leon </a>(20 luglio), <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-20/quando-modelli-teorici-falliscono-175448.shtml?uuid=AYYNHf9B&amp;fromSearch">Antonella Stirati </a>(20 luglio) e poi, insieme, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-26/pesci-rossi-lune-giove-161232.shtml?uuid=AY9YTEBC&amp;fromSearch">Aldo Barba e Giancarlo de Vivo </a>(26 luglio).</span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt">[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.</span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span></p>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span></h6>
<h6 style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine.JPG" height="237" width="300" /><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-admin/" height="1" width="1" /></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"> </span></span></span></span></h6>
<p></span></h6>
<p></span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le premesse teoriche della Lettera e i vetero-liberisti</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 08:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore  del 27 giugno  (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="482" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/disoccupati_ansa2.jpg" border="0" style="width: 314px; height: 204px" />Nel loro articolo apparso sul <em>Sole 24 ore</em>  del 27 giugno  (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla <em><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a></em><strong>[1]</strong> e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria  ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio<strong>[2]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nella Lettera si afferma che una redistribuzione del reddito a favore dei redditi più elevati, (quale si è manifestata nei paesi industrializzati nell&#8217;arco degli ultimi trent&#8217;anni)<strong>[3]</strong> tende a deprimere la domanda aggregata e la crescita. Per vedere perché, è sufficiente considerare un modello reddito-spesa keynesiano molto semplice, senza settore pubblico e rapporti con l&#8217;estero e con investimenti dati. Questo modello ci consente di determinare l&#8217;unico livello di reddito di equilibrio macroeconomico al quale la domanda complessiva, costituita da consumi e investimenti, e la produzione risultano uguali<strong>[4]</strong>. Il comportamento delle imprese, naturalmente volto ad adeguare la produzione alla domanda di prodotti farà sì che il sistema economico tenda effettivamente a realizzare questo livello di produzione, che risulta unicamente determinato da tre grandezze: ammontare degli investimenti, ammontare dei consumi autonomi (cioè finanziati non dal reddito corrente ma dalla ricchezza o dal credito), e propensione al consumo (cioè quanto aumentano i consumi per ogni unità aggiuntiva di reddito). Ora supponiamo che in questa economia intervenga una redistribuzione del reddito dai lavoratori (dai gruppi sociali a reddito medio-basso) verso gruppi sociali a reddito elevato (percettori di rendite e profitti, manager ecc). Se, come normalmente accade, la propensione al consumo dei soggetti a reddito elevato è minore di quelli a basso reddito<strong>[5]</strong>, questo cambiamento nella distribuzione del reddito, riducendo la propensione al consumo della collettività nel suo insieme, riduce anche la domanda aggregata ed il reddito di equilibrio<strong>[6]</strong>. <em>Solo inizialmente questo si manifesterà con una sovrapproduzione di merci rispetto alla domanda</em> e una accumulazione indesiderata di scorte<strong>[7]</strong>, ma questo fenomeno sarà <em>transitorio</em>, perché le imprese aggiusteranno rapidamente i livelli di produzione. Ciò a sua volta ridurrà reddito, occupazione e consumi e quindi produzione (effetto del moltiplicatore keynesiano) ma il processo alla fine converge ad un nuovo più basso livello di equilibrio del reddito, che sarà però diminuito di più dell’iniziale riduzione dei consumi. Quindi, non ci sarà una persistente sovrapproduzione (come Bisin e Boldrin ci accusano di sostenere) ma, come si insegna nei corsi di base di economia, una produzione che si adegua alla (diminuita) domanda aggregata attraverso una riduzione del grado di utilizzo degli impianti e del lavoro da parte delle imprese. Se la nuova situazione persiste, anche il sottoutilizzo degli impianti tenderà a scomparire, in quanto essi tenderanno a non essere interamente rinnovati dalle imprese e si avrà nel sistema una riduzione della capacità produttiva esistente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Viene però contestato ai sostenitori del documento di trascurare meccanismi economici che tenderebbero comunque a controbilanciare gli effetti negativi della diminuzione dei consumi. Questi sarebbero il legame tra risparmi e investimenti, e  la flessibilità dei prezzi (non richiamata nell’articolo ma nel blog). Il punto è che questi meccanismi non vengono “trascurati” ma che sul loro ruolo sia la riflessione teorica che l&#8217;evidenza empirica mostrano che bisogna trarre conclusioni molto diverse.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto riguarda il nesso risparmi investimenti, si può osservare innanzi tutto che nella nuova situazione di equilibrio l&#8217;ammontare complessivo di risparmi è esattamente lo stesso di prima (anche se ora una quota maggiore del reddito va a soggetti con più elevata propensione a risparmiare, il reddito complessivo è diminuito e i risparmi aggregati sono invariati). Un “eccesso di risparmi” rispetto agli investimenti si manifesta solo inizialmente nell’economia proprio come sovrapproduzione di merci che rimangono invendute – come questo possa tradursi in aumento degli investimenti non viene spiegato.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Scrivono Bisin e Boldrin: &#8220;chi risparmia non tiene i soldi sotto il materasso, li investe&#8221;. Si tratta, in questi termini, di una versione del rapporto risparmi-investimenti che si ritrova in alcuni economisti di inizio ‘800, come Say, così come del resto la formulazione della teoria sottoconsumista che ci viene attribuita potrebbe essere ricondotta ad un altro economista di quel periodo, Sismondi. Da allora sono però passati duecento anni, durante i quali sia i termini della discussione, sia la realtà economica, sono mutati, anche se i nostri commentatori non sembrano essersene accorti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche<em> concesso</em>, in contrasto con l’analisi svolta sopra, che un incremento dei risparmi aggregati effettivamente si manifesti, coloro che risparmiano <em>non</em> decidono affatto per ciò stesso di effettuare investimenti<em> produttivi</em>, ma sceglieranno di detenere i propri risparmi in forma di una varietà di attività finanziarie, inclusa la moneta. Perché si possa argomentare che ciò si tradurrà in maggiori investimenti sono necessari due passaggi, ciascuno dei quali <em>molto controverso</em> nella letteratura economica; bisogna cioè: i) che un aumento dei risparmi sia in grado di determinare una riduzione del tasso di interesse e ii) che quest’ultima determini un aumento degli investimenti aggregati<strong>[8]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In particolare, per quanto riguarda la relazione tra investimenti e tasso di interesse, questa non solo è controversa sul piano teorico, ma non è stata rinvenuta dalle ricerche applicate né a livello aggregato né di impresa (ad esempio Chirinko, 1993), tanto che Blinder (1997, p. 240) ha potuto affermare che “l’evidenza empirica circa la sensibilità degli investimenti al saggio di interesse è, a dir poco, dubbia”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Consideriamo ora la flessibilità dei prezzi. In che modo questa potrebbe favorire una maggiore domanda di merci? Certamente non attraverso un effetto sul “potere d’acquisto” di consumatori e imprese rispetto alle merci stesse, come i nostri critici sembrano suggerire! Come si insegna subito agli studenti di economia infatti a livello aggregato il valore monetario della produzione è esattamente la stessa cosa del valore monetario dei redditi distribuiti, e quindi al diminuire del livello dei prezzi corrisponde un minor reddito monetario della collettività. Un effetto positivo sulla domanda potrebbe aversi solo se i salari fossero fissi in termini monetari: in questo caso al diminuire dei prezzi i salari reali aumenterebbero mentre altri tipi di reddito diminuirebbero, determinando una redistribuzione del reddito di segno opposto a quella indicata all’inizio. Ma sarebbe davvero sorprendente scoprire che Bisin e Boldrin ritengono, come i promotori della Lettera, che un aumento dei salari reali aiuterebbe a uscire dalla recessione!</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In ogni caso, perché una riduzione dei prezzi possa far aumentare la domanda di merci occorre che essa sia in grado di aumentare, in termini reali, o la spesa per investimenti o quella per consumi (come discusso nel cap XIX della <em>Teoria Generale</em> di Keynes, che invito a leggere) e gli argomenti proposti nella letteratura economica a sostegno degli effetti positivi della caduta del livello dei prezzi sulla domanda presentano debolezze riconosciute anche dagli stessi economisti <em>mainstream</em><strong>[9]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In realtà, molti economisti (tra cui Keynes, Fisher, Minsky) hanno sostenuto con forza che una riduzione del livello dei prezzi può invece avere effetti <em>negativi</em> sull’economia molto gravi: i) perché aspettative di ulteriori riduzioni dei prezzi possono indurre il rinvio degli acquisti di beni di consumo durevoli e di beni di investimento; e ii) perché la caduta dei prezzi aumenta l’onere dei debiti, mettendo a rischio la capacità di far fronte agli impegni di restituzione dei prestiti ottenuti, e mettendo di conseguenza in difficoltà anche le banche che quei prestiti avevano erogato. Di fatto, le banche centrali e gli organismi internazionali guardano in genere con <em>molto timore</em> alla possibilità di una deflazione dei prezzi, e laddove questa si è manifestata (in Giappone ad esempio) non sembra proprio che abbia favorito la ripresa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutto ciò implica che recessioni e disoccupazione – e anche la crisi in corso – possono essere e sono generalmente causate da carenza di domanda aggregata, e che contrarre la spesa in una fase recessiva –  come sta accadendo in Europa con le politiche di tagli alla spesa pubblica – è estremamente pericoloso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche la crescita di lungo periodo di un sistema economico dipende dalla crescita della domanda. In una economia nazionale aperta agli scambi con l’estero una delle componenti della domanda sono le esportazioni, e queste possono essere spinte dalla capacità innovativa del sistema economico nazionale, auspicata da Bisin e Boldrin. Tuttavia è evidente che, se si guarda il sistema economico internazionale nel suo insieme, non è possibile che<em> tutti</em> i paesi siano esportatori netti, e la questione della necessità della crescita di altre componenti della domanda, oltre alle esportazioni, rimane fondamentale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se poi ci sono economisti che come Bisin e Boldrin vogliono continuare ad <em>assumere</em>, in contrasto con l’osservazione dei fatti e con una vasta e seria letteratura economica, che l’economia è sempre costantemente in equilibrio di piena occupazione, che non possono aversi carenze di domanda aggregata, e che i lavoratori disoccupati sono solo persone che hanno scelto di godersi un po’ di tempo libero<strong>[10]</strong>, è bene che quantomeno non abbiano la pretesa di dare lezioni sull&#8217;interpretazione della realtà, con toni la cui aggressività è pari alla pochezza delle argomentazioni.</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] A queste hanno risposto, su diversi punti, l’intervento di Cesaratto (29 giugno) sullo stesso quotidiano, un’intervista di Brancaccio (<a href="http://www.emilianobrancaccio.it/">www.emilianobrancaccio.it</a>) e Ugo Pagano, che ha partecipato ad una discussione tenutasi a Firenze il primo luglio scorso. Sempre sul<em> Sole 24 Ore</em> sono intervenuti Canale e Realfonzo (<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-15/cari-colleghi-rileggete-keynes-080418.shtml?uuid=AYCfvw7B">&#8220;Cari colleghi, rileggete Keynes&#8221;, 15 luglio</a>) per sostenere le tesi di politica economica degli economisti keynesiani rispetto al mainstream.<br />
[2] Naturalmente la Lettera è stata sottoscritta da economisti di orientamento diverso, ed evidentemente ciò che scrivo non è necessariamente del tutto rappresentativo delle opinioni di ciascuno.<br />
[3] Questo dato è contestato dai due critici, che sono in questo davvero soli. Non potendo per ragioni di spazio entrare nel merito rinvio, tra i tanti lavori sul tema, a IMF 2007a e b e OECD 2008, non  sospettabili di nutrire simpatie filo-marxiste.<br />
[4] La domanda aggregata AD è la somma di consumi e investimenti AD ≡ C + I; i consumi dipendono in parte dal reddito C = C°+cY, dove c è la propensione al consumo, C° sono i consumi autonomi; il reddito (produzione) di equilibrio è quello che eguaglia la domanda aggregata Y = C°+cY+I ed è quindi pari a: Y = (I+C°)/(1-c).<br />
[5] In altri termini, un salariato generalmente spende, per vivere, tutto o quasi il suo reddito corrente, e può risparmiarne una parte piccola, viceversa chi ha redditi elevati ne spende una proporzione minore e può risparmiare in misura maggiore<br />
[6] Nei decenni passati, nonostante i cambiamenti nella distribuzione del reddito, questa riduzione dei consumi della collettività in proporzione al reddito, non si è manifestata, in particolare negli Stati Uniti, grazie alla forte espansione del credito al consumo, che è però venuta meno con la crisi in corso, e che ha comunque contribuito al determinarsi della fragilità finanziaria del sistema esplosa con la crisi.<br />
[7] Le imprese potrebbero anche vendere i prodotti sottocosto, come suggerito dai nostri ma, se non si tratta di beni deperibili, alle imprese non conviene farlo – ed  in ogni caso ciò non modifica le conclusioni del ragionamento.<br />
[8] Per quanto riguarda la possibilità che una variazione dei risparmi induca, nel mercato del credito, una variazione di segno opposto del tasso di interesse, ricordo che già Wicksell (che pure condivideva i fondamenti teorici marginalisti di coloro che criticano la Lettera) riteneva che in presenza di un sistema bancario, il tasso di interesse non fosse immediatamente regolato da offerta e domanda di risparmi, e che in ciò risiedesse la principale causa del ciclo economico. Dopo Keynes è stato riconosciuto da tutti che il tasso di interesse è determinato nel mercato monetario e finanziario, e che  una sua riduzione può realizzarsi o per una scelta di politica monetaria da parte della banca centrale, o attraverso la caduta del livello dei prezzi rispetto alla quantità di moneta, di cui dirò più avanti.<br />
Per quanto concerne l’aumento degli investimenti al ridursi del tasso di interesse, si tratta di una relazione estremamente controversa sul piano teorico: tradizionalmente essa era fondata sul principio di sostituibilità tra fattori produttivi, e cioè sull&#8217;idea che la diminuzione del tasso di interesse portasse il sistema, attraverso la minimizzazione dei costi unitari, ad adottare tecniche a maggiore intensità di capitale, con conseguente aumento degli investimenti. Ma come è stato in vari modi dimostrato (si veda ad esempio Garegnani 1970) il cambiamento delle tecniche ad una diminuzione del tasso di interesse può avere qualsiasi esito, anche di segno opposto. Altre spiegazioni della decrescenza degli investimenti rispetto al tasso di interesse o sono errate (Ackley, 1978) o sono in ultima analisi riconducibili al principio di sostituibilità di cui sopra (Petri, 2004, cap. 7).<br />
[9] Nella letteratura macroeconomica mainstream si argomenta che la caduta del livello dei prezzi possa ridurre il saggio di interesse a causa dell’aumento della offerta di moneta in termini reali. Ma ciò è contestato dai tanti economisti che affermano la natura endogena della offerta di moneta; e d&#8217;altro lato rimangono le obiezioni teoriche ed empiriche già descritte circa la capacità di un riduzione del tasso di interesse di stimolare gli investimenti aggregati. Un altro meccanismo presente nella letteratura macroeconomica è quello dei cosiddetti saldi monetari reali: la ricchezza detenuta dalle famiglie e dalle imprese in forma di moneta aumenta di valore in termini reali quando i prezzi cadono, e ciò stimola i consumi. Ma la rilevanza di tale meccanismo è stata fortemente circoscritta proprio da chi ha contribuito a metterlo in luce (cfr. Patinkin, 1987), mentre come argomentato nel testo, gli effetti negativi della caduta di prezzi sui consumi e sugli investimenti possono essere molto rilevanti.<br />
[10] Ebbene sì, perché nei modelli di ciclo economico reale, a partire dai quali ci si vuole insegnare come interpretare l’economia, si afferma che le variazioni cicliche dei livelli di occupazione sono dovute alle scelte dei lavoratori di lavorare di più quando i salari sono un pò più alti del solito e lavorare di meno quando sono un pò più bassi del normale (nell&#8217;attesa che risalgano), in modo da massimizzare il proprio reddito minimizzando lo sforzo nell&#8217;arco della vita lavorativa…!</h6>
<p><strong>Riferimenti</strong></p>
<p>Ackley G., 1978, Macroeconomics: Theory and Policy, Londra, Collier e Macmillan.</p>
<p>Blinder A., 1997, Is There a Core of Practical Macroeconomics That We Should all Believe?, American Economic Review, 1997, n. 2.</p>
<p>Chirinko, R.S. (1993) Business Fixed Investment Spending: Modeling Srategies, Empirical Results and Policy Implications, Journal of Economic Literature, vol 31.</p>
<p>Garegnani P., 1970, Heterogeneous Capital, the Production Function and the Theory of Distribution, Review of Economic Studies, vol 37.</p>
<p>IMF, 2007a, World Economic Outlook, April, Washington.</p>
<p>IMF, 2007a, World Economic Outlook, October, Washington.</p>
<p>OECD, 2008, Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries, Paris.</p>
<p>Patinkin, 1987, Real Balances, in J;Eatwell, M.Milgate, P.Newman (eds) New Palgrave, a Dictionary of Economics, London, Macmillan.</p>
<p>Petri F. 2004, General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Cheltenham, Elgar.</p>
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