<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!-- generator="wordpress/2.3.3" -->
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	>

<channel>
	<title>Economia e Politica &#187; Università e ricerca</title>
	<link>http://www.economiaepolitica.it</link>
	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 22:11:40 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.3.3</generator>
	<language>it</language>
			<item>
		<title>Vizi metodologici e ideologie neoliberiste</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/vizi-metodologici-e-ideologie-neoliberiste/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/vizi-metodologici-e-ideologie-neoliberiste/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 08:11:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Distribuzione e povertà]]></category>

		<category><![CDATA[Europa e mondo]]></category>

		<category><![CDATA[Politiche fiscali e di bilancio]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[Canale]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[Gennaro Zezza]]></category>

		<category><![CDATA[Godley]]></category>

		<category><![CDATA[Lettera degli economisti]]></category>

		<category><![CDATA[microfondazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Neoliberismo]]></category>

		<category><![CDATA[Realfonzo]]></category>

		<category><![CDATA[Roberto Perotti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/vizi-metodologici-e-ideologie-neoliberiste/</guid>
		<description><![CDATA[Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="279" width="249" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/image0021.jpg" border="0" />Il recente <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-18/cari-keynesiani-sporcatevi-mani-080553_PRN.shtml">articolo di Roberto Perotti</a> (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 18 luglio) a commento dell’<a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-15/cari-colleghi-rileggete-keynes-080418_PRN.shtml">intervento di Canale e Realfonzo</a> (<em>Il Sole 24 Ore</em>, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione<strong> [1]</strong>. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, <a target="_blank" href="http://www.nber.org/papers/w14259">in un articolo del 2008</a> sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (<a target="_blank" href="http://www.nytimes.com/2009/09/06/magazine/06Economic-t.html?_r=4&amp;partner=rss&amp;emc=rss&amp;pagewanted=all">New York Times Magazine, 2.9.2009</a>) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/09-settembre-2009/chi-ha-visto-la-crisi_PRN.shtml">“Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009</a>). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del <a target="_blank" href="http://www.levyinstitute.org/">Levy Institute</a>, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>*Professore di economia politica nell&#8217;Università di Cassino.</em></p>
<p><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><font face="Times New Roman"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></font></p>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt"></span></span></span></span></span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 11pt"><span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="line-height: 115%; font-size: 11pt">[1]</span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt"> L&#8217;articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-18/lideologia-soltanto-vecchio-arnese-080614.shtml?uuid=AYrFmw8B&amp;fromSearch">Antonio Guarino </a>(18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul <em>Sole 24 Ore</em> <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-20/lirresistibile-tentazione-superbia-antikeynesiani-175330.shtml?uuid=AYKMHf9B&amp;fromSearch">Paolo Leon </a>(20 luglio), <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-20/quando-modelli-teorici-falliscono-175448.shtml?uuid=AYYNHf9B&amp;fromSearch">Antonella Stirati </a>(20 luglio) e poi, insieme, <a target="_blank" href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-26/pesci-rossi-lune-giove-161232.shtml?uuid=AY9YTEBC&amp;fromSearch">Aldo Barba e Giancarlo de Vivo </a>(26 luglio).</span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt">[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.</span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: 10pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span></p>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"></span></span></h6>
<h6 class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><img height="237" width="300" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine.JPG" border="0" /><img height="1" width="1" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-admin/" border="0" /></span><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"><span style="line-height: 115%; font-family: Calibri; font-size: 11pt"> </span></span></span></span></h6>
<p></span></h6>
<p></span></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/vizi-metodologici-e-ideologie-neoliberiste/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Le premesse teoriche della Lettera e i vetero-liberisti</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/le-premesse-teoriche-della-lettera-e-i-vetero-liberisti/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/le-premesse-teoriche-della-lettera-e-i-vetero-liberisti/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 08:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Europa e mondo]]></category>

		<category><![CDATA[Politiche fiscali e di bilancio]]></category>

		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[Antonella Stirati]]></category>

		<category><![CDATA[Bisin]]></category>

		<category><![CDATA[Boldrin]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[domanda]]></category>

		<category><![CDATA[Keynes]]></category>

		<category><![CDATA[Lettera degli economisti]]></category>

		<category><![CDATA[moltiplicatore]]></category>

		<category><![CDATA[Say]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/le-premesse-teoriche-della-lettera-e-i-vetero-liberisti/</guid>
		<description><![CDATA[Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore  del 27 giugno  (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="300" width="482" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/disoccupati_ansa2.jpg" border="0" style="width: 314px; height: 204px" />Nel loro articolo apparso sul <em>Sole 24 ore</em>  del 27 giugno  (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla <em><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a></em><strong>[1]</strong> e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria  ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio<strong>[2]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nella Lettera si afferma che una redistribuzione del reddito a favore dei redditi più elevati, (quale si è manifestata nei paesi industrializzati nell&#8217;arco degli ultimi trent&#8217;anni)<strong>[3]</strong> tende a deprimere la domanda aggregata e la crescita. Per vedere perché, è sufficiente considerare un modello reddito-spesa keynesiano molto semplice, senza settore pubblico e rapporti con l&#8217;estero e con investimenti dati. Questo modello ci consente di determinare l&#8217;unico livello di reddito di equilibrio macroeconomico al quale la domanda complessiva, costituita da consumi e investimenti, e la produzione risultano uguali<strong>[4]</strong>. Il comportamento delle imprese, naturalmente volto ad adeguare la produzione alla domanda di prodotti farà sì che il sistema economico tenda effettivamente a realizzare questo livello di produzione, che risulta unicamente determinato da tre grandezze: ammontare degli investimenti, ammontare dei consumi autonomi (cioè finanziati non dal reddito corrente ma dalla ricchezza o dal credito), e propensione al consumo (cioè quanto aumentano i consumi per ogni unità aggiuntiva di reddito). Ora supponiamo che in questa economia intervenga una redistribuzione del reddito dai lavoratori (dai gruppi sociali a reddito medio-basso) verso gruppi sociali a reddito elevato (percettori di rendite e profitti, manager ecc). Se, come normalmente accade, la propensione al consumo dei soggetti a reddito elevato è minore di quelli a basso reddito<strong>[5]</strong>, questo cambiamento nella distribuzione del reddito, riducendo la propensione al consumo della collettività nel suo insieme, riduce anche la domanda aggregata ed il reddito di equilibrio<strong>[6]</strong>. <em>Solo inizialmente questo si manifesterà con una sovrapproduzione di merci rispetto alla domanda</em> e una accumulazione indesiderata di scorte<strong>[7]</strong>, ma questo fenomeno sarà <em>transitorio</em>, perché le imprese aggiusteranno rapidamente i livelli di produzione. Ciò a sua volta ridurrà reddito, occupazione e consumi e quindi produzione (effetto del moltiplicatore keynesiano) ma il processo alla fine converge ad un nuovo più basso livello di equilibrio del reddito, che sarà però diminuito di più dell’iniziale riduzione dei consumi. Quindi, non ci sarà una persistente sovrapproduzione (come Bisin e Boldrin ci accusano di sostenere) ma, come si insegna nei corsi di base di economia, una produzione che si adegua alla (diminuita) domanda aggregata attraverso una riduzione del grado di utilizzo degli impianti e del lavoro da parte delle imprese. Se la nuova situazione persiste, anche il sottoutilizzo degli impianti tenderà a scomparire, in quanto essi tenderanno a non essere interamente rinnovati dalle imprese e si avrà nel sistema una riduzione della capacità produttiva esistente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Viene però contestato ai sostenitori del documento di trascurare meccanismi economici che tenderebbero comunque a controbilanciare gli effetti negativi della diminuzione dei consumi. Questi sarebbero il legame tra risparmi e investimenti, e  la flessibilità dei prezzi (non richiamata nell’articolo ma nel blog). Il punto è che questi meccanismi non vengono “trascurati” ma che sul loro ruolo sia la riflessione teorica che l&#8217;evidenza empirica mostrano che bisogna trarre conclusioni molto diverse.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto riguarda il nesso risparmi investimenti, si può osservare innanzi tutto che nella nuova situazione di equilibrio l&#8217;ammontare complessivo di risparmi è esattamente lo stesso di prima (anche se ora una quota maggiore del reddito va a soggetti con più elevata propensione a risparmiare, il reddito complessivo è diminuito e i risparmi aggregati sono invariati). Un “eccesso di risparmi” rispetto agli investimenti si manifesta solo inizialmente nell’economia proprio come sovrapproduzione di merci che rimangono invendute – come questo possa tradursi in aumento degli investimenti non viene spiegato.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Scrivono Bisin e Boldrin: &#8220;chi risparmia non tiene i soldi sotto il materasso, li investe&#8221;. Si tratta, in questi termini, di una versione del rapporto risparmi-investimenti che si ritrova in alcuni economisti di inizio ‘800, come Say, così come del resto la formulazione della teoria sottoconsumista che ci viene attribuita potrebbe essere ricondotta ad un altro economista di quel periodo, Sismondi. Da allora sono però passati duecento anni, durante i quali sia i termini della discussione, sia la realtà economica, sono mutati, anche se i nostri commentatori non sembrano essersene accorti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche<em> concesso</em>, in contrasto con l’analisi svolta sopra, che un incremento dei risparmi aggregati effettivamente si manifesti, coloro che risparmiano <em>non</em> decidono affatto per ciò stesso di effettuare investimenti<em> produttivi</em>, ma sceglieranno di detenere i propri risparmi in forma di una varietà di attività finanziarie, inclusa la moneta. Perché si possa argomentare che ciò si tradurrà in maggiori investimenti sono necessari due passaggi, ciascuno dei quali <em>molto controverso</em> nella letteratura economica; bisogna cioè: i) che un aumento dei risparmi sia in grado di determinare una riduzione del tasso di interesse e ii) che quest’ultima determini un aumento degli investimenti aggregati<strong>[8]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In particolare, per quanto riguarda la relazione tra investimenti e tasso di interesse, questa non solo è controversa sul piano teorico, ma non è stata rinvenuta dalle ricerche applicate né a livello aggregato né di impresa (ad esempio Chirinko, 1993), tanto che Blinder (1997, p. 240) ha potuto affermare che “l’evidenza empirica circa la sensibilità degli investimenti al saggio di interesse è, a dir poco, dubbia”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Consideriamo ora la flessibilità dei prezzi. In che modo questa potrebbe favorire una maggiore domanda di merci? Certamente non attraverso un effetto sul “potere d’acquisto” di consumatori e imprese rispetto alle merci stesse, come i nostri critici sembrano suggerire! Come si insegna subito agli studenti di economia infatti a livello aggregato il valore monetario della produzione è esattamente la stessa cosa del valore monetario dei redditi distribuiti, e quindi al diminuire del livello dei prezzi corrisponde un minor reddito monetario della collettività. Un effetto positivo sulla domanda potrebbe aversi solo se i salari fossero fissi in termini monetari: in questo caso al diminuire dei prezzi i salari reali aumenterebbero mentre altri tipi di reddito diminuirebbero, determinando una redistribuzione del reddito di segno opposto a quella indicata all’inizio. Ma sarebbe davvero sorprendente scoprire che Bisin e Boldrin ritengono, come i promotori della Lettera, che un aumento dei salari reali aiuterebbe a uscire dalla recessione!</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In ogni caso, perché una riduzione dei prezzi possa far aumentare la domanda di merci occorre che essa sia in grado di aumentare, in termini reali, o la spesa per investimenti o quella per consumi (come discusso nel cap XIX della <em>Teoria Generale</em> di Keynes, che invito a leggere) e gli argomenti proposti nella letteratura economica a sostegno degli effetti positivi della caduta del livello dei prezzi sulla domanda presentano debolezze riconosciute anche dagli stessi economisti <em>mainstream</em><strong>[9]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In realtà, molti economisti (tra cui Keynes, Fisher, Minsky) hanno sostenuto con forza che una riduzione del livello dei prezzi può invece avere effetti <em>negativi</em> sull’economia molto gravi: i) perché aspettative di ulteriori riduzioni dei prezzi possono indurre il rinvio degli acquisti di beni di consumo durevoli e di beni di investimento; e ii) perché la caduta dei prezzi aumenta l’onere dei debiti, mettendo a rischio la capacità di far fronte agli impegni di restituzione dei prestiti ottenuti, e mettendo di conseguenza in difficoltà anche le banche che quei prestiti avevano erogato. Di fatto, le banche centrali e gli organismi internazionali guardano in genere con <em>molto timore</em> alla possibilità di una deflazione dei prezzi, e laddove questa si è manifestata (in Giappone ad esempio) non sembra proprio che abbia favorito la ripresa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Tutto ciò implica che recessioni e disoccupazione – e anche la crisi in corso – possono essere e sono generalmente causate da carenza di domanda aggregata, e che contrarre la spesa in una fase recessiva –  come sta accadendo in Europa con le politiche di tagli alla spesa pubblica – è estremamente pericoloso.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Anche la crescita di lungo periodo di un sistema economico dipende dalla crescita della domanda. In una economia nazionale aperta agli scambi con l’estero una delle componenti della domanda sono le esportazioni, e queste possono essere spinte dalla capacità innovativa del sistema economico nazionale, auspicata da Bisin e Boldrin. Tuttavia è evidente che, se si guarda il sistema economico internazionale nel suo insieme, non è possibile che<em> tutti</em> i paesi siano esportatori netti, e la questione della necessità della crescita di altre componenti della domanda, oltre alle esportazioni, rimane fondamentale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se poi ci sono economisti che come Bisin e Boldrin vogliono continuare ad <em>assumere</em>, in contrasto con l’osservazione dei fatti e con una vasta e seria letteratura economica, che l’economia è sempre costantemente in equilibrio di piena occupazione, che non possono aversi carenze di domanda aggregata, e che i lavoratori disoccupati sono solo persone che hanno scelto di godersi un po’ di tempo libero<strong>[10]</strong>, è bene che quantomeno non abbiano la pretesa di dare lezioni sull&#8217;interpretazione della realtà, con toni la cui aggressività è pari alla pochezza delle argomentazioni.</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">  </h6>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] A queste hanno risposto, su diversi punti, l’intervento di Cesaratto (29 giugno) sullo stesso quotidiano, un’intervista di Brancaccio (<a href="http://www.emilianobrancaccio.it/">www.emilianobrancaccio.it</a>) e Ugo Pagano, che ha partecipato ad una discussione tenutasi a Firenze il primo luglio scorso. Sempre sul<em> Sole 24 Ore</em> sono intervenuti Canale e Realfonzo (<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-15/cari-colleghi-rileggete-keynes-080418.shtml?uuid=AYCfvw7B">&#8220;Cari colleghi, rileggete Keynes&#8221;, 15 luglio</a>) per sostenere le tesi di politica economica degli economisti keynesiani rispetto al mainstream.<br />
[2] Naturalmente la Lettera è stata sottoscritta da economisti di orientamento diverso, ed evidentemente ciò che scrivo non è necessariamente del tutto rappresentativo delle opinioni di ciascuno.<br />
[3] Questo dato è contestato dai due critici, che sono in questo davvero soli. Non potendo per ragioni di spazio entrare nel merito rinvio, tra i tanti lavori sul tema, a IMF 2007a e b e OECD 2008, non  sospettabili di nutrire simpatie filo-marxiste.<br />
[4] La domanda aggregata AD è la somma di consumi e investimenti AD ≡ C + I; i consumi dipendono in parte dal reddito C = C°+cY, dove c è la propensione al consumo, C° sono i consumi autonomi; il reddito (produzione) di equilibrio è quello che eguaglia la domanda aggregata Y = C°+cY+I ed è quindi pari a: Y = (I+C°)/(1-c).<br />
[5] In altri termini, un salariato generalmente spende, per vivere, tutto o quasi il suo reddito corrente, e può risparmiarne una parte piccola, viceversa chi ha redditi elevati ne spende una proporzione minore e può risparmiare in misura maggiore<br />
[6] Nei decenni passati, nonostante i cambiamenti nella distribuzione del reddito, questa riduzione dei consumi della collettività in proporzione al reddito, non si è manifestata, in particolare negli Stati Uniti, grazie alla forte espansione del credito al consumo, che è però venuta meno con la crisi in corso, e che ha comunque contribuito al determinarsi della fragilità finanziaria del sistema esplosa con la crisi.<br />
[7] Le imprese potrebbero anche vendere i prodotti sottocosto, come suggerito dai nostri ma, se non si tratta di beni deperibili, alle imprese non conviene farlo – ed  in ogni caso ciò non modifica le conclusioni del ragionamento.<br />
[8] Per quanto riguarda la possibilità che una variazione dei risparmi induca, nel mercato del credito, una variazione di segno opposto del tasso di interesse, ricordo che già Wicksell (che pure condivideva i fondamenti teorici marginalisti di coloro che criticano la Lettera) riteneva che in presenza di un sistema bancario, il tasso di interesse non fosse immediatamente regolato da offerta e domanda di risparmi, e che in ciò risiedesse la principale causa del ciclo economico. Dopo Keynes è stato riconosciuto da tutti che il tasso di interesse è determinato nel mercato monetario e finanziario, e che  una sua riduzione può realizzarsi o per una scelta di politica monetaria da parte della banca centrale, o attraverso la caduta del livello dei prezzi rispetto alla quantità di moneta, di cui dirò più avanti.<br />
Per quanto concerne l’aumento degli investimenti al ridursi del tasso di interesse, si tratta di una relazione estremamente controversa sul piano teorico: tradizionalmente essa era fondata sul principio di sostituibilità tra fattori produttivi, e cioè sull&#8217;idea che la diminuzione del tasso di interesse portasse il sistema, attraverso la minimizzazione dei costi unitari, ad adottare tecniche a maggiore intensità di capitale, con conseguente aumento degli investimenti. Ma come è stato in vari modi dimostrato (si veda ad esempio Garegnani 1970) il cambiamento delle tecniche ad una diminuzione del tasso di interesse può avere qualsiasi esito, anche di segno opposto. Altre spiegazioni della decrescenza degli investimenti rispetto al tasso di interesse o sono errate (Ackley, 1978) o sono in ultima analisi riconducibili al principio di sostituibilità di cui sopra (Petri, 2004, cap. 7).<br />
[9] Nella letteratura macroeconomica mainstream si argomenta che la caduta del livello dei prezzi possa ridurre il saggio di interesse a causa dell’aumento della offerta di moneta in termini reali. Ma ciò è contestato dai tanti economisti che affermano la natura endogena della offerta di moneta; e d&#8217;altro lato rimangono le obiezioni teoriche ed empiriche già descritte circa la capacità di un riduzione del tasso di interesse di stimolare gli investimenti aggregati. Un altro meccanismo presente nella letteratura macroeconomica è quello dei cosiddetti saldi monetari reali: la ricchezza detenuta dalle famiglie e dalle imprese in forma di moneta aumenta di valore in termini reali quando i prezzi cadono, e ciò stimola i consumi. Ma la rilevanza di tale meccanismo è stata fortemente circoscritta proprio da chi ha contribuito a metterlo in luce (cfr. Patinkin, 1987), mentre come argomentato nel testo, gli effetti negativi della caduta di prezzi sui consumi e sugli investimenti possono essere molto rilevanti.<br />
[10] Ebbene sì, perché nei modelli di ciclo economico reale, a partire dai quali ci si vuole insegnare come interpretare l’economia, si afferma che le variazioni cicliche dei livelli di occupazione sono dovute alle scelte dei lavoratori di lavorare di più quando i salari sono un pò più alti del solito e lavorare di meno quando sono un pò più bassi del normale (nell&#8217;attesa che risalgano), in modo da massimizzare il proprio reddito minimizzando lo sforzo nell&#8217;arco della vita lavorativa…!</h6>
<p><strong>Riferimenti</strong></p>
<p>Ackley G., 1978, Macroeconomics: Theory and Policy, Londra, Collier e Macmillan.</p>
<p>Blinder A., 1997, Is There a Core of Practical Macroeconomics That We Should all Believe?, American Economic Review, 1997, n. 2.</p>
<p>Chirinko, R.S. (1993) Business Fixed Investment Spending: Modeling Srategies, Empirical Results and Policy Implications, Journal of Economic Literature, vol 31.</p>
<p>Garegnani P., 1970, Heterogeneous Capital, the Production Function and the Theory of Distribution, Review of Economic Studies, vol 37.</p>
<p>IMF, 2007a, World Economic Outlook, April, Washington.</p>
<p>IMF, 2007a, World Economic Outlook, October, Washington.</p>
<p>OECD, 2008, Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries, Paris.</p>
<p>Patinkin, 1987, Real Balances, in J;Eatwell, M.Milgate, P.Newman (eds) New Palgrave, a Dictionary of Economics, London, Macmillan.</p>
<p>Petri F. 2004, General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Cheltenham, Elgar.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/le-premesse-teoriche-della-lettera-e-i-vetero-liberisti/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Lettera degli economisti</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 10:24:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<category><![CDATA[Europa e mondo]]></category>

		<category><![CDATA[Moneta Banca Finanza]]></category>

		<category><![CDATA[Politiche fiscali e di bilancio]]></category>

		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[euro]]></category>

		<category><![CDATA[Europa]]></category>

		<category><![CDATA[governo]]></category>

		<category><![CDATA[Italia]]></category>

		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

		<category><![CDATA[Lettera degli economisti]]></category>

		<category><![CDATA[speculazione]]></category>

		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

		<category><![CDATA[unione monetaria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lettera-degli-economisti/</guid>
		<description><![CDATA[&#160;
LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE

&#160;
Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

&#160;
&#160;
La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,<br />
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA<br />
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA<br />
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE<br />
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E<br />
DELL’OCCUPAZIONE
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Ai membri del Governo e del Parlamento<br />
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea<br />
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali<br />
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica</strong>
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: right; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, <strong>non si risolveranno attraverso tagli</strong> ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Piuttosto, <strong>si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi</strong>, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a <strong>uscire dalla Unione monetaria europea</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile <strong>profilo liberista del Trattato dell’Unione</strong> e dall’orientamento di <strong>politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un <strong>allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori</strong>. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e <strong>dell’indebitamento privato</strong> che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che <strong>su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile</strong>, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un <strong>sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda</strong>, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche <strong>i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli</strong>. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La <strong>piena mobilità dei capitali</strong> nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che <strong>la presunta efficienza dei mercati finanziari</strong> non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sono queste le ragioni di fondo per cui <strong>gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro</strong>. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser <strong>progressivamente sospinti</strong> al di fuori della zona euro, o potrebbero <strong>decidere di sganciarsi</strong> da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l&#8217;azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di <strong>contraddizioni reali</strong>. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori <strong>alimentano ulteriormente la sfiducia</strong> e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che <strong>spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato</strong>, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In un simile scenario riteniamo sia <strong>vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive</strong> da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle <strong>ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati</strong>, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di <strong>interessi sociali consolidati</strong>. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore <strong>indebolimento del lavoro</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una <strong>desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee</strong>, per <strong>processi migratori sempre più difficili da gestire</strong>, e in ultima istanza per una <strong>gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico</strong>. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare <strong>altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009</strong>. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, <strong>per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso <strong>un chiaro programma di politica economica alternativa</strong>. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, <strong>frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti</strong> laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che <strong>nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile</strong> a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. <strong>Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo</strong> e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.<br />
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un <strong>massiccio programma di privatizzazioni</strong>. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica <strong>altamente discutibili</strong>.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, <strong>prima che sia troppo tardi</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Occorre prendere in considerazione l’eventualità che <strong>per lungo tempo non sussisterà una locomotiva</strong> in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che <strong>l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo</strong> delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo <strong>dare respiro al processo democratico</strong>, è necessario cioè <strong>disporre di tempo</strong>. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre <strong>immediatamente un argine alla speculazione</strong>. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto <strong>meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale</strong>, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre <strong>un pavimento al tracollo del monte salari</strong>, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di <strong>espansione della domanda</strong> al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. <strong>I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità</strong>, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Bisogna istituire <strong>un sistema di fiscalità progressiva</strong> coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre <strong>un piano di sviluppo</strong> finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla <strong>produzione pubblica di beni collettivi</strong>, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il <strong>principio di separazione</strong> tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare <strong>un sistema di apertura condizionata dei mercati</strong>, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, <strong>tremenda involuzione</strong> del quadro di politica economica europea.<br />
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto <strong>insostenibili</strong>.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. <strong>A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione</strong>. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: center; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">***</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è <strong>in atto il più violento e decisivo attacco </strong>all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, <strong>l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso</strong>, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per questo, occorre immediatamente <strong>aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori</strong> di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa <strong>non sortissero effetti</strong>, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre).</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Adesioni: Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González (Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz (Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani (Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera (Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Marcello Degni (Università di Pisa), Carlo Del Gaudio (Università di Napoli ‘Federico II’), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino (Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España), Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez (Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc Mangenot (Fondazione COPERNIC - Francia), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano (Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche), Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga (Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma &#8216;La Sapienza&#8217;), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi (Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo), Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’), Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università degli Studi di Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano). </em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Per ulteriori informazioni consulare il sito </em><a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/"><em>www.letteradeglieconomisti.it</em></a><em> o scrivere a </em><a href="mailto:info@letteradeglieconomisti.it"><em>info@letteradeglieconomisti.it.</em></a></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Keynesiani tradizionali e keynesiani avventizi</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/keynesiani-tradizionali-e-keynesiani-avventizi/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/keynesiani-tradizionali-e-keynesiani-avventizi/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:51:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<category><![CDATA[Politiche fiscali e di bilancio]]></category>

		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[economisti]]></category>

		<category><![CDATA[Giancarlo de Vivo]]></category>

		<category><![CDATA[Il Sole-24 Ore]]></category>

		<category><![CDATA[Keynes]]></category>

		<category><![CDATA[Perotti]]></category>

		<category><![CDATA[Teoria Generale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/keynesiani-tradizionali-e-keynesiani-avventizi/</guid>
		<description><![CDATA[Paul Samuelson alla morte di Keynes scrisse: “la Teoria Generale  … è  un libro scritto male, e male organizzato; qualunque non addetto ai lavori che l’abbia comperato ha sprecato i cinque scellini che ha speso …  è arrogante, … abbonda in confusioni”, ma “quando alla fine uno lo capisce a fondo, la sua analisi risulta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="166" width="250" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/maynard_keynes-thumb-495x329.jpg" />Paul Samuelson alla morte di Keynes scrisse: “la <em>Teoria Generale</em>  … è  un libro scritto male, e male organizzato; qualunque non addetto ai lavori che l’abbia comperato ha sprecato i cinque scellini che ha speso …  è arrogante, … abbonda in confusioni”, ma “quando alla fine uno lo capisce a fondo, la sua analisi risulta ovvia ed allo stesso tempo nuova. In breve, è un’opera di genio”. Come tale, possiamo aggiungere, rimane larga­mente misteriosa a molti economisti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La pesante crisi in cui siamo immersi ha riportato alla ribalta il pensiero di Keynes, che fino all’altro ieri era trattato come un cane morto dagli economisti ben­pensanti. Perfino un membro del <em>board</em> della Banca Centrale Europea, organismo anti-keynesiano per costituzione, ha scritto che in certi casi non aver ascoltato Keynes ha dato “risultati disastrosi” (L. Bini-Smaghi, <em>Il Sole-24 Ore</em>, 25 feb­braio). Qualche giorno dopo R. Perotti ha sostenuto (<em>Il Sole-24</em> Ore, 28 febbraio) che Keynes era “uno dei grandi geni del XX secolo”. Secondo lui il grande contributo di Keynes sarebbe stato quello di “evidenziare il ruolo della spesa pubblica come strumento anticiclico”. Ma se questo fosse vero il con­tributo non sarebbe molto sostanzioso, e comunque nient’affatto originale: quasi 25 anni prima di Keynes, Pigou (oggetto degli strali di Keynes nella <em>Teoria Generale</em>) in un libro sulla disoccupazione aveva sostenuto che la spesa pubblica poteva essere effica­cemente usata in funzione anti-ciclica. Perotti potrà liquidare questa osservazione come mera mani­­fe­stazione di quelle preoc­cupazioni filologiche dei “keynesiani tradizionali” cui irride nel suo articolo, ma resta il fatto che c’è qualcosa che non quadra nelle sue idee su Keynes. Sarà poi per la mia difettosa conoscenza degli “sviluppi della ricerca eco­no­mica”, ma mi sembrava che Perotti avesse costruito una parte della sua carriera ac­cademica sostenendo la tesi che riduzioni della spesa pubblica fanno <em>aumentare</em> la domanda e quindi l’oc­cupazione – il contrario del “geniale” contributo di Keynes.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Comunque, anche se Keynes era un genio, ci si dice, i suoi “nipotini” sarebbero degli sprovveduti (se non anche disonesti), che appunto ignorano “gli sviluppi della ricerca economica”, “hanno un’interpretazione selettiva della storia” (immagino voglia dire che fanno un uso selettivo della storia), e “non si confrontano con i dati”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Per quanto riguarda gli “sviluppi” della ricerca economica, il problema è serio, ma forse non nel senso che sostiene Perotti. Ad esempio una parte non piccola degli “sviluppi” in macroeconomia negli ultimi decenni è consistita nel­la elaborazione e ri­ela­bo­razione e sofisticazione di “modelli” basati sull’ipotesi di “agente rap­pre­sentativo”, esclu­dendo quindi che mutamenti della distribuzione del reddito potessero essere rilevanti nel­l’equilibrio macro­economico. Lo studio e l’uso di modelli di questo genere è stato per molto tempo considerato parte importante del mestiere di un economista “serio”, e con essi si sono vinte fior di cattedre di economia. Ci sono però economisti che non si sono mai dedicati a queste robinsonate, e le hanno ignorate. Finora essi erano a loro volta tran­­quil­lamente ignorati da una larga fetta della professione, che invece oggi sembra tradire qualche turbamento.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Sull’uso selettivo della storia da parte dei “keynesiani tradizionali”, Perotti sostiene che essi, nel loro “livore” anti-liberista, colpevolmente dimen­ticherebbero ad esempio il caso del Cile del ventennio dopo Pinochet, in cui “politiche neoliberiste” avrebbero fatto passare il paese “dal sottosviluppo a un’eco­nomia moderna, facendo allo stesso tempo enormi progressi contro la povertà”. E’ curioso però che egli non menzioni che il sotto­sviluppo, l’enorme povertà, l’enorme aumento delle diseguaglianze, e<em> l’altissimo tasso di disoc­cupazione</em> del Cile nel periodo precedente dovevano molto alle “politiche neoliberiste” di cui il Cile di Pinochet è stato un laboratorio. Forse l’uso selettivo della storia è più diffuso di quanto Perotti non si sia accorto.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">I “keynesiani tradizionali” quasi mai, ci si dice, si “confrontano con i dati”, quello che saprebbero opporre ad analisi dei dati sarebbero solo “complicate digressioni filosofico-moraleggianti sulle supposte motivazioni ideologiche e mancanze etiche dei presunti oppositori”. Non è chiaro cosa esattamente Perotti intenda. Se per esempio si è appena richiamata l’esperienza del Cile di Pinochet non è per moraleggiare (anche se certo fa orrore il commercio avuto da Friedman e i <em>Chicago Boys</em> con Pinochet), ma appunto per ricordare i dati di quell’esperienza (che in fondo non sono che la rappresentazione economica di quell’orrore). Quanto all’uso (o mancato uso) dei dati: gli economisti keynesiani non hanno aspettato la crisi del 2008 per richiamare l’attenzione sui problemi posti dall’inde­bitamento<em> privato</em>, e sulla sua insoste­nibilità, una questione di cui i giovani leoni del­l’eco­nomia erano spensieratamente inconsapevoli fino a ieri, nella loro ossessiva insistenza sui pericoli dell’indebitamento <em>pubblico</em>. La differenza tra gli economisti non passa tra quelli che si sporcano le mani sui dati e quelli che li ignorano, ma tra quelli che vedono i dati rilevanti e quelli che guardano allo svolazzare delle farfalle.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><em>*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.</em></p>
<p><meta content="OpenOffice.org 3.0  (Linux)" name="GENERATOR" /></p>
<style type="text/css">       	<!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--></style>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/keynesiani-tradizionali-e-keynesiani-avventizi/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Manifesto per la libertà del pensiero economico</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/manifesto-per-la-liberta-del-pensiero-economico-contro-la-dittatura-della-teoria-dominante-e-per-una-nuova-etica-2/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/manifesto-per-la-liberta-del-pensiero-economico-contro-la-dittatura-della-teoria-dominante-e-per-una-nuova-etica-2/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 08:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[dibattito]]></category>

		<category><![CDATA[economia e politica]]></category>

		<category><![CDATA[libertà]]></category>

		<category><![CDATA[manifesto]]></category>

		<category><![CDATA[pensiero economico]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/manifesto-per-la-liberta-del-pensiero-economico-contro-la-dittatura-della-teoria-dominante-e-per-una-nuova-etica-2/</guid>
		<description><![CDATA[Il Manifesto che qui pubblichiamo sottolinea l&#8217;urgenza di aprire un ampio, libero e paritetico confronto tra le diverse scuole di pensiero economico anche alla luce della grave crisi economica in corso e dei limiti palesati dall&#8217;approccio dominante neoclassico-liberista nel prevenirla, interpretarla e contrastarla. Per questa ragione, auspicando che nel dibattito che si svilupperà gli aspetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><img height="1" width="1" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/liberta.jpg" border="0" /><img height="249" width="306" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/liberta.jpg" border="0" /><em>Il Manifesto che qui pubblichiamo sottolinea l&#8217;urgenza di aprire un ampio, libero e paritetico confronto tra le diverse scuole di pensiero economico anche alla luce della grave crisi economica in corso e dei limiti palesati dall&#8217;approccio dominante neoclassico-liberista nel prevenirla, interpretarla e contrastarla. Per questa ragione, auspicando che nel dibattito che si svilupperà gli aspetti interpretativi di carattere etico-morale siano ulteriormente integrati da un&#8217;analisi delle forze reali che muovono i processi storici, la rivista &#8220;Economia e Politica&#8221; è molto lieta di aderire al Manifesto.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong>1. La teoria dominante è in crisi</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Oggi dopo anni di atrofizzazione si affaccia un nuovo sentire al quale la scienza economica deve saper dare una risposta. La crisi globale in atto segna un punto di svolta epocale. Come in tanti hanno rilevato, oggi entrano in crisi le teorie economiche dominanti e il fondamentalismo liberista che da esse traeva legittimazione e vigore. Queste teorie non avevano colto la fragilità del regime di accumulazione neoliberista. Esse hanno anzi partecipato alla edificazione di quel regime, favorendo la finanziarizzazione dell’economia, la liberalizzazione dei mercati finanziari, il deterioramento delle tutele e delle condizioni di lavoro, un drastico peggioramento nella distribuzione dei redditi e l’aggravarsi dei problemi di domanda. In tal modo esse hanno contribuito a determinare le condizioni della crisi. E’ necessario ricondurre l’economia ai fondamenti etici che avevano ispirato il pensiero dei classici.</p>
<p><strong>2. E’ urgente riaprire il dibattito economico</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">E’ urgente riaprire il dibattito sulle fondamenta delle diverse impostazioni teoriche presenti nel campo economico. Occorre respingere l’idea – una giustificazione di comodo per tanti economisti e commentatori economici mainstream – che esista una sola verità nella scienza economica. Occorre dare spazio alle teorie alternative – keynesiana, classica, istituzionalista, evolutiva, storico-critica nella ricchezza delle loro varianti – nell’insegnamento e nella ricerca. Occorre adeguare ai tempi i nostri strumenti, assumendo l’analisi di genere nei nostri studi. E’ necessario dare “diritto di tribuna” ad ogni nuova idea economica nel segno della libertà e del libero confronto. Le concentrazioni di potere (nelle università, nei centri di ricerca nazionali e internazionali, nelle istituzioni economiche nazionali e internazionali, nei media), come quelle che hanno favorito nella fase più recente l’accettazione acritica del fondamentalismo liberista, debbono essere combattute.</p>
<p><strong>3. Un’economia al servizio delle persone</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">La scienza economica dev’essere intesa in modo ampio, senza definizioni unilaterali e con piena apertura all’interscambio con le altre scienze sociali. L’obiettivo della ricerca dovrebbe consistere nella comprensione della realtà sociale che ci circonda, come premessa per scelte politiche dirette a migliorare la condizione di vita delle persone e il bene comune.</p>
<p><strong>4. Un metodo non più fine a se stesso</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A questo fine va indirizzato l’utilizzo delle tecniche disponibili, dall’analisi storiografica a quella econometrica, dall’analisi delle istituzioni alla costruzione di modelli matematici, senza preclusione verso alcuna tecnica ma allo stesso tempo senza che la raffinatezza tecnica dell’analisi divenga un obiettivo autoreferenziale, fonte di conformismo e di appiattimento nella formazione delle giovani leve di economisti. Per questo, va favorito un confronto critico tra impostazioni e analisi diverse.<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>5. Una nuova agenda</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Suggeriamo cinque temi – su cui promuovere studi e iniziative – che ci sembrano di particolare rilievo nella fase attuale:<br />
a. <em>Mercato, stato e società</em>. Dopo decenni in cui il mercato e la sua presunta “mano invisibile” hanno invaso gli spazi dell’azione pubblica e delle relazioni sociali, è necessario pensare nuove forme di integrazione tra mercato, stato e società, con attenzione per i temi della democrazia, della giustizia, dell’etica, in un quadro di sostenibilità ambientale dello sviluppo;<br />
b. <em>Una globalizzazione dal volto umano</em>. Dopo una mondializzazione dei mercati trainata dalla finanza e priva di regole, è necessario pensare a un’integrazione internazionale tra i popoli che sia democraticamente governata, che alimenti i flussi di conoscenze e di persone accanto a quelli di merci, e che promuova la cooperazione sociale anziché la feroce competizione globale.<br />
c. <em>Un nuovo umanesimo del lavoro</em>. E’ necessario ripensare il ruolo del lavoro nelle società moderne, come fonte di reddito dignitoso per tutti, di conoscenze, di relazioni sociali e come strumento di formazione ed emancipazione civile dei cittadini.<br />
d. <em>La riduzione delle disuguaglianze</em>. Le differenze di reddito e di potere, tra paesi e – al loro interno – tra gruppi sociali e persone sono cresciute in modo inaccettabile ed è necessario quindi pensare ad un modello di organizzazione delle relazioni che punti realmente a ridurre le disuguaglianze sociali, territoriali, tra uomini e donne e tra le singole persone. Questo è necessario anche per individuare una credibile via d’uscita dalla crisi, che richiede un rilancio dei consumi individuali e collettivi e degli investimenti pubblici, e l’emergere di una nuova domanda da parte di paesi e gruppi che in passato erano rimasti al margine dello sviluppo e del benessere sociale.<br />
Senza tali cambiamenti il rischio concreto è che si punti a ripristinare il regime di accumulazione neoliberista fondato sulla speculazione finanziaria, e che si alimentino per questa via crisi ulteriori ed ancora più gravi dell’attuale.<br />
e. <em>Uno sviluppo più equilibrato</em>. Va favorita la transizione da una crescita quantitativa senza limiti verso uno sviluppo più equilibrato basato sulla qualità. Occorre impegnarsi per costruire degli indici alternativi al prodotto interno lordo che è inservibile e fuorviante dal momento che non riesce a rappresentare diverse attività economiche, i costi ambientali e il reale benessere della popolazione.
</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><strong><em>Associazione Paolo Sylos Labini, Critica Liberale, Sbilanciamoci.info, Economia e Politica, Associazione Rossi-Doria, Giorgio Ruffolo, Alessandro Roncaglia, Marcella Corsi, Roberto Petrini, Stefano Sylos Labini, Francesco Sylos Labini, Loretta Napoleoni, Enzo Marzo, Mario Pianta, Riccardo Realfonzo, Agostino Megale, Mauro Gallegati, Luciano Gallino, Luciano Barca, Massimo Paradiso, Giulietto Chiesa, Michele Salvati, Marcello Degni, Giovanni Vetritto, Attilio Pasetto, Stefano Zamagni , Roberto Artoni , Giovanni Scanagatta, Marco Berlinguer, Michele Macrì, Paolo Raimondi, Valeria Panzironi , Stefano Prezioso, Pierangelo Dacrema, Carlo D’Adda, Salvatore Biasco , Paolo Palazzi , Anna Giunta , Giacomo Becattini, Cristina Marcuzzo , Michele de Benedictis, Gilberto Seravalli, Bruno Jossa, Giorgio Lunghini, Massimo Livi Bacci, Stefano Fassina, Laura Pennacchi , Arrigo Opocher , Pier Luigi Porta, Mario Sarcinelli, Gaetano Sabatini, Marco Cipriano , Gianni Viaggi, Roberto Romano, Emilio Carnevali, Paolo de Joanna, Ferruccio Marzano, Cosimo Perrotta, Claudio Gnesutta, Loredana Mozzilli, Pierfranco Pellizzetti, Nadia Urbinati, Cristina Comencini, Antonella Stirati, Fabrizio Botti, Carlo D&#8217;Ippoliti, Guglielmo Forges Davanzati, Antonella Picchio, Carlo Panico, Paolo Bosi, Francesco Garibaldo</em></strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">(Le firme sono disposte nell&#8217;ordine in cui sono state raccolte. Per commenti ed ulteriori adesioni <a href="http://www.syloslabini.info/online/?page_id=864">clicca qui</a>)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/manifesto-per-la-liberta-del-pensiero-economico-contro-la-dittatura-della-teoria-dominante-e-per-una-nuova-etica-2/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Un convegno per capire la crisi</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/un-convegno-per-capire-la-crisi/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/un-convegno-per-capire-la-crisi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 19:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Distribuzione e povertà]]></category>

		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<category><![CDATA[Nuovi assetti del capitale]]></category>

		<category><![CDATA[Politiche fiscali e di bilancio]]></category>

		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[Brancaccio]]></category>

		<category><![CDATA[convegno]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[economiaepolitica.it]]></category>

		<category><![CDATA[Krugman]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/un-convegno-per-capire-la-crisi/</guid>
		<description><![CDATA[
Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica.
Il convegno è organizzato con la collaborazione di Economia e politica. Tutte le informazioni sono sul sito www.theglobalcrisis.info.
Nel 2006, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em><img height="120" width="279" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/crisi-finanziaria14_fondo-magazine.jpg" border="0" style="width: 279px; height: 185px" /></em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt"><em>Il convegno è organizzato con la collaborazione di <a href="http://www.economiaepolitica.it/">Economia e politica</a>. Tutte le informazioni sono sul sito <a href="http://www.theglobalcrisis.info">www.theglobalcrisis.info</a>.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Nel 2006, chiamato ad esprimersi sui criteri di valutazione della ricerca universitaria, l’attuale rettore della Bocconi Guido Tabellini dichiarò che bisognava respingere le procedure tese a salvaguardare i filoni di ricerca alternativi al <em>mainstream</em>, poiché queste avrebbero finito per «proteggere sette di ricercatori in via di estinzione»<strong>[1]</strong>. Quando fu pronunciata, questa frase apparve a molti indicativa di specifici interessi accademici da difendere e da consolidare, molto più che di un giudizio spassionato sull’effettivo valore scientifico delle diverse correnti della ricerca economica. Tuttavia la sostanza della dichiarazione rifletteva l’enorme successo del paradigma dominante di teoria e politica economica, e il comprensibile desiderio dei suoi più convinti sostenitori di avvalersi di tale diffuso consenso per conquistare nuovi spazi e ulteriori riconoscimenti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Ben pochi anni sono passati dalla controversia sulla valutazione della ricerca, eppure le cose sembrano esser cambiate sotto più di un aspetto. In particolare, dal momento in cui la crisi globale è esplosa, il clima culturale pare aver subìto un mutamento alquanto repentino. Uno dei motivi è che gli esponenti della teoria economica prevalente sono apparsi in estrema difficoltà di fronte alla grande recessione in corso. Col passare dei mesi è andato diffondendosi il convincimento che la crisi li abbia presi alla sprovvista, e che le loro proposte di politica economica abbiano addirittura contribuito ad alimentarla. In Gran Bretagna si è scomodata persino la Regina per chiedere ai massimi esponenti della London School of Economics come mai non fossero stati capaci di prevedere il tracollo. In Italia il ministro dell’Economia ha più volte ironizzato sulle difficoltà di previsione degli economisti, e li ha per questo invitati a star zitti per almeno un anno o due. Dove naturalmente per “economisti” si sono intesi sempre gli esponenti della ortodossia, coloro i quali cioè hanno lungamente dettato il verbo, sia sul versante della teoria che della politica economica<strong>[2]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Si è respirata in effetti un po’ l’aria della caccia all’untore, in questa sorta di caccia all’economista. D’altro canto va riconosciuto che le accuse che sono state lanciate in questi mesi non possono dirsi del tutto infondate. Basterà ricordare che gli economisti della blasonata <em>voce.info</em> hanno commentato la crisi ammettendo onestamente che «nessuno di noi redattori, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata»<strong>[3]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">In questo mutato e forse imbarazzante scenario, Tabellini deve aver considerato opportuno porre il seguente interrogativo: «vi sarà un’altra rivoluzione nelle idee degli economisti circa i compiti della politica economica e il funzionamento della economia di mercato?»<strong>[4]</strong>. Una domanda tempestiva, bisogna ammetterlo. Ma prima che qualcuno potesse sospettare una sua conversione rispetto ai giudizi barricadieri del passato, Tabellini ha immediatamente fornito la sua risposta, la solita di sempre: «Io penso di no. Le lezioni da trarre dalla crisi, per quanto importanti, sono più circoscritte». L’idea del rettore della Bocconi, al riguardo, è che la teoria economica prevalente si occupa da tempo di tutte quelle imperfezioni e asimmetrie che contribuiscono a determinare i cosiddetti “fallimenti del mercato” e che favoriscono quindi l’insorgere dell’instabilità e della crisi. Stando a questa visione, gli economisti del <em>mainstream</em> dovrebbero già disporre degli strumenti concettuali necessari per spiegare la recessione e per suggerire misure in grado di fronteggiarla. Se vi sono stati errori di previsione e di valutazione della crisi, si potrà rimediare ad essi attraverso correttivi marginali, senza mettere in discussione il nucleo della dottrina economica prevalente.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">A una prima lettura si potrebbe pensare che le conclusioni di Tabellini siano suffragate dai fatti. Dopotutto egli difende un corpus teorico abbastanza flessibile, dal quale si possono certo ricavare delle vere e proprie apologie del capitalismo, ma che può anche fungere da strumento in grado di cogliere i limiti dei meccanismi di mercato. Non è un caso che da questo impianto concettuale siano già emerse svariate interpretazioni della crisi, nonché indirizzi di politica economica alquanto diversi tra loro. Consideriamo ad esempio i casi di John Taylor e di Paul Krugman. Come è noto, Taylor ha attribuito le cause e il perdurare della crisi in corso al lassismo monetario e fiscale delle autorità americane, e ha per questo suggerito una strategia di uscita dalla recessione fondata sulla rinuncia agli eccessi dell’interventismo politico e sul ritorno alle severe leggi del <em>laissez-faire</em>. Krugman, al contrario, ha sostenuto che una politica economica troppo timida da parte del governo e della banca centrale potrebbe rivelarsi insufficiente per superare la crisi, e ha quindi invocato ulteriori espansioni monetarie e fiscali<strong>[5]</strong>. I due si situano insomma agli antipodi delle posizioni di politica economica che riescono a trovare uno spazio nelle istituzioni e sui media americani. Eppure, entrambi gli economisti possono esser fatti rientrare nel mainstream cosiddetto “imperfezionista”, talvolta definito New Keynesian o del New Consensus, che rappresenta oggi la punta più avanzata del paradigma sostenuto da Tabellini<strong>[6]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Possiamo dunque parlare di un <em>mainstream</em> autosufficiente, in grado di trovare grazie alla sua sola dialettica interna una valida spiegazione del tracollo economico e occupazionale al quale stiamo assistendo, ed efficaci misure per contrastarlo? In realtà da un’analisi più approfondita del dibattito di questi mesi sembra emergere una diffusa insoddisfazione verso le interpretazioni della crisi scaturite dal paradigma dominante. A questo riguardo è interessante notare che alcuni autorevoli esponenti del <em>mainstream</em> hanno avanzato spiegazioni della crisi sotto molti aspetti incompatibili con gli strumenti analitici da essi generalmente adoperati. E’ questo ad esempio il caso di Jean-Paul Fitoussi e di Joseph Stiglitz. In un recente intervento essi hanno sostenuto che «…la carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda…»<strong>[7]</strong>. E’ evidente che siamo al cospetto di una interpretazione ispirata ai tipici schemi macroeconomici di teoria critica. Ed è altrettanto palese che si tratta di una chiave di lettura di lungo periodo e strutturale, per cui sembra alquanto difficile poterla ritenere conforme alla logica dei modelli <em>mainstream</em> sui quali vertono le principali pubblicazioni scientifiche degli stessi Fitoussi e Stiglitz<strong>[8]</strong>. Il che, beninteso, mira solo a fare chiarezza, e non toglie merito alla scelta dei due economisti di far propria tale visione<strong>[9]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Questa e molte altre evidenze sembrano insomma segnalare una difficoltà di fondo da parte dell’approccio teorico dominante, alla cui logica paiono sfuggire i tratti salienti della crisi, e più in generale i meccanismi di riproduzione del capitalismo contemporaneo. Per questo motivo sono in molti oggi a ritenere che la grande recessione in corso dovrebbe rappresentare uno spartiacque storico anche per l’evoluzione del pensiero economico, e che dunque anziché suggerire correzioni all’approccio <em>mainstream </em>bisognerebbe favorire un più generale cambio di paradigma. In effetti negli ultimi mesi abbiamo assistito a una straordinaria fioritura di contributi provenienti da filoni di ricerca alternativi, e in particolare dagli approcci ispirati alla critica della teoria economica dominante. Da tali ricerche sono emerse promettenti riletture dei principali filoni del pensiero economico eterodosso, critiche serrate alle interpretazioni <em>mainstream</em> della recessione, nuovi schemi di analisi teorica ed empirica della crisi, brillanti approfondimenti sui processi in corso di riorganizzazione dei capitali, accurate disamine del rapporto tra riproduzione del capitale e conflitto sui luoghi di lavoro, e interpretazioni della politica economica alternative a quelle finora prevalenti. E’ sorta dunque l’esigenza di raccogliere una selezione di tali contributi, con particolare riguardo ai lavori elaborati da alcuni tra i principali esponenti del pensiero critico italiano.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">Proprio a questo scopo, il 26 e il 27 gennaio prossimi, presso la Facoltà di Economia della Università di Siena, si terrà il convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica” (tutte le informazioni sono reperibili sul sito <a rel="nofollow" href="http://www.theglobalcrisis.info/">www.theglobalcrisis.info</a>). Organizzata dal Dipartimento DASES dell’Università del Sannio in collaborazione con i Dipartimenti di Economia politica e di Politica economica dell’Università di Siena, e realizzata in partnership con <em>economiaepolitica.it</em> e con il blog <em>Goodwinbox</em>, l’iniziativa ha beneficiato del contributo finanziario della Fondazione Montepaschi. L’auspicio è che questo convegno, aperto a tutti, possa offrire indicazioni per una accurata retrospettiva sull’effettivo apporto dell’analisi economica <em>mainstream</em> alla comprensione della realtà sociale che ci circonda, e soprattutto possa favorire la riapertura di un libero confronto delle idee sui fondamenti scientifici della teoria e della politica economica contemporanea. Contro i modi abituali di pensiero e di espressione, le visioni illuminanti sommerse e dimenticate a volte ritornano.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">&nbsp;</p>
<h6 align="center" class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt">[1] Guido Tabellini (2006), Osservazioni sulla nota di dissenso di Luigi Pasinetti, CIVR, Panel 13, Consensus Group di Economia, Appendice 5. Si veda anche Franco Locatelli (2006), Economisti in guerra sulla ricerca, Il Sole 24 Ore, 9 febbraio.<br />
[2] A testimonianza del repentino cambiamento del clima culturale attorno agli economisti del mainstream, si veda Roberto Petrini (2009), Processo agli economisti, Milano: Chiarelettere.<br />
[3] Lavoce.info (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Roma, Castelvecchi, p. 7.<br />
[4] Guido Tabellini (2009), Il mondo torna a correre. L’Italia non si fermi, in AA.VV. Lezioni per il futuro, Edizioni Il Sole 24 Ore.<br />
[5] Sul confronto tra Taylor e Krugman rinviamo a Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana (2010),  A Critique of Interpretations of the Crisis based on the Taylor Rule, di prossima pubblicazione.<br />
[6] Ecco una definizione più precisa del manistream “imperfezionista”: « […] Sul piano del metodo e della teoria generale di riferimento, gli esponenti di questa linea di ricerca possono senza dubbio esser considerati neoclassici. Essi infatti assumono come dati di partenza delle analisi i tipici fondamentali neoclassici delle dotazioni, delle preferenze e della tecnologia (Hahn 1982). Non è quindi un caso che il loro riferimento ideale sia rappresentato dall’equilibrio generale neo-walrasiano. Bisogna però aggiungere che i nuovi keynesiani ritengono che nel mondo reale vi siano imperfezioni e asimmetrie tali da allontanare il sistema economico dall’ipotetico equilibrio ottimale del modello neo-walrasiano. Questa visione cosiddetta “imperfezionista” è piuttosto articolata al suo interno, ed è stata sviluppata in varie direzioni. Tuttavia, la sistemazione teorica che negli ultimi anni sembra avere riscosso i maggiori consensi è quella che Taylor (2000) ha sintetizzato nelle seguenti cinque proposizioni: nel lungo periodo l’economia tende a un equilibrio che può essere correttamente descritto dalla condizione di crescita stazionaria del modello neoclassico di Solow (1956) o di una delle sue varianti; nel lungo periodo non sussiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione e quindi la politica monetaria è neutrale; nel breve periodo, a causa di asimmetrie e imperfezioni che rendono i prezzi temporaneamente rigidi, emerge un trade-off che può dar luogo a fluttuazioni del sistema attorno all’equilibrio di crescita stazionaria; l’entità delle fluttuazioni dipende in buona misura dalle aspettative sull’inflazione e sulle future decisioni di politica monetaria; le decisioni di politica monetaria possono esser concepite come “regole” in cui lo strumento di policy è il tasso nominale d’interesse a breve termine, che viene di volta in volta aggiustato in risposta alle fluttuazioni economiche […]». Tratto da Brancaccio e Fontana (2010), cit.<br />
[7] Jean-Paul Fitoussi, J.P e Joseph Stiglitz (2009), The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world, The Shadow GN, Chair’s Summary, LUISS Guido Carli, Roma, 6-7 maggio.<br />
[8] Basti pensare che i modelli di informazione asimmetrica che sono valsi a Stiglitz il premio Nobel sono costitutivamente caratterizzati da una relazione inversa tra salari reali e occupazione. L’introduzione di ipotesi ad hoc potrebbe in effetti consentire il superamento della univocità di quella relazione, ma a prezzo di stravolgere la logica profonda di quei modelli, e di sganciarli almeno parzialmente dai pilastri neoclassici della scarsità e della utilità sui quali essi comunque in ultima istanza poggiano. Inoltre, è interessante ricordare che molti anni fa il giovane Stiglitz rivolse pesanti accuse agli schemi di analisi di teoria critica che legano sperequazione dei redditi e deficit di domanda (Joseph Stiglitz (1974), The Cambridge-Cambridge Controversy in the Theory of Capital, Journal of Political Economy, 82, 4). Può darsi allora che egli abbia sottoposto a revisione le sue idee del passato. Sarebbe un fatto positivo, anche perché le sue accuse erano viziate da inconsistenze ed equivoci (si veda al riguardo Fabio Petri (2004), General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Edward Elgar, Appendice 6A2). Più articolato in effetti è il caso di Fitoussi, anche riguardo al tema della valutazione della ricerca (si vedano ancora una volta gli atti del panel 13 del CIVR, cit.).   �<br />
[9] E’ forse opportuno precisare che chi scrive non considera l’interpretazione da bassi salari di per sé sufficiente per spiegare la meccanica della crisi. E’ ragionevole tuttavia ritenere che essa rappresenti un passo avanti nella comprensione dei fatti rispetto alle chiavi di lettura finora suggerite dal mainstream. Per un approfondimento, rinviamo ancora a Brancaccio e Fontana (2010), cit.   </h6>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/un-convegno-per-capire-la-crisi/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Torniamo a discutere di economisti e economisti</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/torniamo-a-discutere-di-economisti-e-economisti/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/torniamo-a-discutere-di-economisti-e-economisti/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 09:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<category><![CDATA[Moneta Banca Finanza]]></category>

		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Pubblico versus privato]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[deregulation]]></category>

		<category><![CDATA[Draghi]]></category>

		<category><![CDATA[economisti]]></category>

		<category><![CDATA[finanza]]></category>

		<category><![CDATA[sie]]></category>

		<category><![CDATA[società italiana degli economisti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/moneta-banca-finanza/torniamo-a-discutere-di-economisti-e-economisti/</guid>
		<description><![CDATA[Alla riunione annuale degli economisti italiani il governatore della Banca d’Italia è andato a difendere gli economisti (per i quali secondo lui qualcuno addirittura “sogna pogrom”) e gli studi economici, dei quali, come egli dice, “si è negata sia la valenza scientifica sia l&#8217;utilità sociale”.
Draghi è partito dall’ormai logora discussione sull’accusa che gli economisti non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img width="309" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/bankitalia.jpg" height="265" />Alla riunione annuale degli economisti italiani il governatore della Banca d’Italia è andato a difendere gli economisti (per i quali secondo lui qualcuno addirittura “sogna pogrom”) e gli studi economici, dei quali, come egli dice, “si è negata sia la valenza scientifica sia l&#8217;utilità sociale”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Draghi è partito dall’ormai logora discussione sull’accusa che gli economisti non hanno saputo prevedere la crisi. Gli economisti amano richiamarla, forse perché distoglie l’attenzione da altre più imbarazzanti, e perché non è troppo difficile ribattere, come è stato fatto, che anche i meteorologi non sempre indovinano le loro previsioni, ma non per questo si nega validità alla meteorologia e si propone di chiudere gli uffici meteorologici. Comunque, nessuno mi sembra abbia fatto notare che se i meteorologi il giorno prima dell’uragano Katrina avessero detto che sulla Louisiana si prevedeva tempo bello stabile, doveva esserci parecchio che non andava nella loro meteorologia. Tra gli economisti previsioni del genere non mancano: <em>alla fine del luglio 2008</em>, quando la crisi dei mutui <em>subprime</em> era in pieno svolgimento, c’era chi sosteneva che quel che stava succedendo non era “catastrofico”, e auspicava che le Banche centrali alzassero i tassi “per evitare che l’inflazione sfugga di mano”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Passando da una metafora all’altra, Draghi ha detto che l’economista è come un medico, che va valutato “sulla capacità di curare una malattia, anche quando non sia stato in grado di anticiparne il manifestarsi”; secondo lui gli economisti sarebbero stati bravissimi a “dar risposte alla crisi”, avendo essi “subito compreso le conseguenze drammatiche degli shock che si osservavano”. Il punto però è che gli economisti  rassomigliano non tanto a bravi medici che sanno affrontare le conseguenze di malattie che non è loro compito prevedere, ma a medici che di queste malattie sembrano non conoscere le cause, visto che – prima dello scoppiare del bubbone – le hanno spesso lodate come un toccasana: tanti hanno cantato la spinta <em>deregulation</em> finanziaria degli ultimi venti anni (dei cui guasti oggi si tratta) come “sempre maggior fonte di crescita”. Insomma, più untori che medici. Che poi essi possano essersi improvvisamente svegliati, ed aver inventato cure efficacissime per quella stessa malattia, avrebbe del miracoloso (naturalmente i miracoli sono inspiegabili; per chi non ha la fede, incredibili). Ma come dimenticare che, ancora dopo il fallimento di una delle più grandi banche d’affari del mondo, vi sono stati economisti tra quelli che si prendono sul serio che non solo non hanno affatto visto le “conseguenze drammatiche” di quel che stava succedendo, ma addirittura hanno scritto che stavamo assistendo ad una svolta positiva importante, ad una “vittoria del mercato”, la prova che il capitalismo aveva lunga vita?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">E quali sarebbero poi le miracolose cure inventate oggi dagli economisti? Fare sborsare allo stato enormi somme per acquistare una massa di strumenti finanziari che avevano valore di mercato zero (<em>cash for trash</em>), stampando moneta e creando debito pubblico. Non una grande novità. E non era poi proprio questo che fino all’altro ieri gli economisti (e specialmente quelli di loro che fanno i banchieri) additavano come il peggiore dei mali?  Naturalmente adesso, e fin quando non sorga di nuovo la necessità di far finta di dimenticare le regole della “sana finanza”, iniziano di nuovo a dire che bisogna ridurre la spesa pubblica perché il debito pubblico (grazie alle loro miracolose cure, ma questo non lo dicono) è andato alle stelle. Lo stesso Draghi una quindicina di giorni fa ha rispolverato il cavallo di battaglia delle pensioni: incurante del fatto che l’INPS nel 2009 avrà un <em>attivo</em> di quasi 6 miliardi di euro, sfidando il buon senso è tornato a perorare la causa della riduzione della spesa pensionistica.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Ma nemmeno Draghi se l’è sentita di risparmiare un attacco alla finanza, seppure nei toni che si addicono al governatore della Banca d’Italia (ed ha anche accennato una critica agli economisti, parlando di “rappresentazioni apologetiche” del funzionamento del mercato). Draghi ha accusato la <em>deregulation</em> di aver permesso l’enorme indebitamento delle banche che è alla base della crisi che si è scatenata, e addirittura è arrivato a dire che, date le loro dimensioni, il rapporto tra le banche d’investimento e le agenzie di <em>rating</em> è tale che le prime hanno sulle seconde un potere “molto più grande che in passato”. Questo implicitamente significa che c’è del marcio al cuore del sistema finanziario: le agenzie di <em>rating</em> hanno svolto un ruolo chiave nel sistema di <em>securitization</em> alla base dell’esplosione dei profitti lucrati delle banche d’investimento sull’enorme castello di carta che ha portato alla crisi (i profitti delle imprese del settore finanziario sono oggi quasi la metà del totale dei profitti delle imprese USA). Le agenzie di <em>rating</em> – che contemporaneamente si ergevano a paladine della disciplina finanziaria contro gli stati spreconi – in effetti erano dei pigmei in confronto alla potenza di fuoco dei vari Goldman Sachs, Lehman Brothers e compagni, ed è difficile pensare che l’incapacità da esse mostrata nella valutazione degli strumenti finanziari della <em>securitization</em> fosse casuale. E non si può non concordare con Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (oggi professore al <em>MIT</em>), quando afferma che “il settore finanziario può ingaggiare la gente migliore, di maggior talento, pagando loro una straordinaria quantità di soldi. Avranno sempre la meglio sui regolatori”.  Ne appare inficiato tutto il dibattito che si è avviato sulla regolamentazione del settore finanziario, in cui moltissimi economisti si tuffano oggi volentieri (variando l’intensità della regolamentazione consigliata si può restare sempre <em>à la page</em>): il problema è non solo che molte banche sono “troppo grandi per fallire” – esse sono anche “troppo grandi per essere regolate”. Una ragione in più per dire (come dicono il governatore della Banca d’Inghilterra, l’ex presidente della Federal Reserve Volcker, e adesso perfino Greenspan) che esse sono semplicemente <em>troppo</em> <em>grandi</em>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">*<em>L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/torniamo-a-discutere-di-economisti-e-economisti/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Squarci nel buio oltre la siepe del mercato</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/a-elinor-ostrom-e-oliver-williamson-il-nobel-per-leconomia-2009-squarci-nel-buio-oltre-la-siepe-del-mercato/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/a-elinor-ostrom-e-oliver-williamson-il-nobel-per-leconomia-2009-squarci-nel-buio-oltre-la-siepe-del-mercato/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 15:46:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[Elinor Ostrom]]></category>

		<category><![CDATA[Nobel]]></category>

		<category><![CDATA[Oliver Williamson]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/a-elinor-ostrom-e-oliver-williamson-il-nobel-per-l%e2%80%99economia-2009-squarci-nel-buio-oltre-la-siepe-del-mercato/</guid>
		<description><![CDATA[Nata nel 1933 a Los Angeles, l’americana Elinor Ostrom dell’Università dell’Indiana è la prima donna ad aver conquistato il premio Nobel per l’Economia [1]. Il riconoscimento le viene assegnato in coabitazione con il connazionale Oliver Williamson, nato a Superior nel 1932 e docente presso l’Università di Berkeley. In apparenza siamo al cospetto di due studiosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="482" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/premi_economia_jpg_370468210.jpg" height="300" style="width: 357px; height: 218px" /><img border="0" width="1" src="file:///C:/Documents%20and%20Settings/UTENTE/Documenti/Immagini/premi_economia_jpg_370468210.jpg" height="1" /><img border="0" width="1" src="file:///C:/Documents%20and%20Settings/UTENTE/Documenti/Immagini/premi_economia_jpg_370468210.jpg" height="1" />Nata nel 1933 a Los Angeles, l’americana Elinor Ostrom dell’Università dell’Indiana è la prima donna ad aver conquistato il premio Nobel per l’Economia <strong>[1]</strong>. Il riconoscimento le viene assegnato in coabitazione con il connazionale Oliver Williamson, nato a Superior nel 1932 e docente presso l’Università di Berkeley. In apparenza siamo al cospetto di due studiosi molto lontani tra loro. Williamson è un teorico dell’impresa particolarmente innovativo, che tuttavia è rimasto sempre con i piedi ben piantati nel filone tradizionale neoclassico fondato sulla ipotesi di agenti economici egoisti e razionali. Ostrom ha seguito invece un itinerario di ricerca atipico, scandito da pubblicazioni sulla prestigiosa <em>Science</em> e su riviste politologiche più spesso che economiche, e costellato da ricerche empiriche tese a evidenziare quei tipici aspetti “comunitari” del comportamento umano che smaccatamente travalicano gli angusti confini ortodossi dell’<em>homo oeconomicus</em>. Tuttavia, come nota l’Accademia delle scienze di Svezia, entrambi gli studiosi hanno fornito contributi decisivi per «l’analisi delle transazioni economiche che si verificano al di fuori del mercato».<br />
Il principale apporto di Ostrom, al riguardo, consiste in una inedita interpretazione dei meccanismi che governano lo sfruttamento di beni comuni come i laghi, i pascoli, i boschi, e in generale le risorse naturali condivise. Gli studi passati erano dominati da una concezione che va sotto il nome di “tragedia delle proprietà comuni”: per impedire lo sfruttamento indiscriminato e il depauperamento di queste risorse occorrerebbe necessariamente privatizzarle, oppure al limite bisognerebbe sottoporle al controllo del governo. Ostrom contesta questo tipo di conclusioni, ritenendole viziate da una rozza teoria individualista dell’azione umana. In effetti i dati empirici che raccoglie nel corso delle sue ricerche sembrano in varie circostanze darle ragione: soprattutto nelle aree rurali, situate ai margini dello sviluppo capitalistico, può accadere che una gestione comune delle risorse - basata su regole condivise dagli abitanti del luogo e sedimentate nel tempo - risulti più efficiente delle gestioni fondate sulla rigida assegnazione di specifici diritti di proprietà e di controllo a favore dei privati oppure dello Stato. E’ il caso questo dei terreni della Mongolia coltivati in comune, decisamente più produttivi di quelli confinanti della Cina e della Russia, sottoposti a inefficienti sistemi di gestione prima statale e successivamente privata. Ed è anche il caso dei sistemi di irrigazione del Nepal, la cui efficienza sembra esser crollata dopo l’abbandono della gestione in comune da parte degli abitanti, verificatasi a seguito di massicci interventi di ammodernamento da parte del governo in joint venture con alcuni finanziatori esteri. Gli esempi di questo tenore riportati da Ostrom e dai suoi collaboratori sono numerosi. Essi tuttavia non stanno ad indicare che la proprietà comune delle risorse sia sempre preferibile alle gestioni private o statali. Esaminando questi casi la politologa americana ha voluto piuttosto mostrare che in genere la proprietà comune rappresenta l’esito di un plurisecolare processo di evoluzione e di consolidamento di un insieme di regole condivise da una popolazione. Ed è proprio questa lentissima sedimentazione delle norme e delle procedure che sembra garantirne la corretta applicazione e quindi il successo. Alcuni economisti hanno in questo senso provato a interpretare teoricamente i risultati empirici di Ostrom nei termini di quello che viene in gergo definito un “gioco ripetuto”, che da conflittuale diviene col tempo cooperativo. In base a questa visione gli individui sarebbero naturalmente egoisti, ma dopo aver compreso che le loro azioni opportunistiche conducono a risultati fallimentari per tutti, si vedono a lungo andare costretti a cooperare con gli altri. Ostrom però ha fortemente criticato questa chiave di lettura, considerandola un tentativo del mainstream di rinchiudere le sue analisi nei vecchi canoni dell’individualismo neoclassico. Non è un caso che le sue più recenti verifiche di laboratorio siano state centrate sull’obiettivo di mostrare che molte persone sembrano disposte ad accollarsi individualmente elevati costi di monitoraggio pur di garantire che le regole comuni siano applicate e che i trasgressori siano puniti. Un esito, questo, di fronte al quale i costruttori dei tipici modelli neoclassici di comportamento egoistico e massimizzante esprimono un comprensibile imbarazzo.<br />
Le ricerche di Williamson si concentrano invece sui motivi per i quali le imprese nascono e si espandono. L’idea di partenza è che in un ipotetico sistema di pura concorrenza, del tutto privo di imperfezioni e asimmetrie, non vi sarebbe alcun bisogno di costituire un’impresa: la produzione potrebbe avvenire attraverso contratti di volta in volta stipulati tra i vari agenti economici, siano essi capitalisti, manager o lavoratori. Come ha ironicamente affermato Paul Samuelson, in un simile idealtipico scenario «non avrebbe proprio nessuna importanza chi assume chi: al limite potremmo anche immaginare che il lavoro assuma il capitale» <strong>[2]</strong>. Se tuttavia si ammettono costi di transazione, incompletezza dei contratti e incertezza sul futuro, i meri scambi di mercato possono rivelarsi inadeguati alla risoluzione delle controversie tra gli agenti. Ecco allora che sorge la necessità di costituire un’impresa, vale a dire una organizzazione basata non più sul libero scambio ma sulla gerarchia. Naturalmente, precisa Williamson, anche i rapporti gerarchici possono dar luogo a inefficienze, determinate da una gestione arbitraria delle risorse da parte di chi comanda. Tuttavia, ogni volta che i costi degli scambi risultino superiori ai costi derivanti dal controllo gerarchico, il rapporto di potere interno all’impresa tenderà a sostituirsi al rapporto di mercato tra soggetti formalmente indipendenti. Una spinosa implicazione di politica economica di questa visione è che anche le fusioni e le acquisizioni tra imprese dovrebbero esser considerate una conseguenza naturale dell’obiettivo di minimizzare i costi di transazione. La grande impresa cioè decide di fagocitare le altre anziché trattare con loro semplicemente perché mira a superare le incertezze e le inefficienze tipiche degli scambi di mercato. Sulla base di questa teoria, Williamson è dunque giunto alla conclusione che le imprese di grandi dimensioni esistono perché sono efficienti, e possono quindi garantire un maggior benessere per tutti, capitalisti, lavoratori e consumatori. Egli in effetti ammette che l’enorme centralizzazione di capitale che le caratterizza può consentir loro di esercitare pressioni lobbistiche per controllare i mercati ed eliminare qualsiasi concorrenza. A suo parere tuttavia tali “distorsioni” andrebbero semplicemente regolate, mentre bisognerebbe assolutamente evitare un ritorno alle vecchie politiche <em>anti-trust</em> che imponevano limiti secchi alla crescita dimensionale delle <em>corporations </em><strong>[3]</strong>.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Sebbene non vi sia unanime consenso sulla loro piena validità empirica <strong>[4]</strong>, gli studi di Williamson hanno indubbiamente contribuito a una più accurata comprensione dei processi di espansione delle imprese, e più in generale della centralizzazione dei capitali. Così come le ricerche di Ostrom hanno senz’altro fornito importanti elementi di conoscenza per una gestione sostenibile dei beni comuni, e in particolare delle risorse ambientali. Se tuttavia si guardano tali apporti nell’ottica di un aggiornato materialismo storico, non si può fare a meno di rilevare in essi alcune fragilità di fondo. Riguardo ad Ostrom, c’è da dire che fin dai tempi degli studi di Marx sui devastanti effetti delle <em>enclosures</em>, il problema per i materialisti storici non è mai stato quello di esaminare i danni prodotti dalla distruzione delle proprietà comuni, ma è stato invece di comprendere quali immani forze riuscissero inesorabilmente a disintegrare le forme primitive di organizzazione comunitaria delle risorse, del tutto indipendentemente dalle devastazioni economiche e sociali che quelle stesse forze provocavano. In effetti negli ultimi tempi Ostrom sembra aver preso coscienza del rischio di una interpretazione per così dire “conservatrice” e “nostalgica” delle sue analisi, e si è quindi impegnata ad effettuare ricerche sulla gestione dei beni comuni non più soltanto nei vecchi ambiti rurali e pre-capitalistici, ma anche in settori estremamente avanzati, come ad esempio quello della conoscenza. In questo nuovo ambito tuttavia le sue conclusioni sono per forza di cose divenute ben più articolate e controverse. E’ chiaro infatti che il campo della conoscenza scientifica e tecnologica è attraversato più di ogni altro da continue innovazioni che sconvolgono il quadro delle relazioni economiche e sociali, e che rendono dunque molto improbabile l’affermarsi di quei lunghi processi di sedimentazione delle regole indispensabili per l’affermarsi “dal basso” di forme di gestione “comune” delle risorse. Ecco perché, contro tutte le apparenze, il nucleo dell’analisi di Ostrom sferra implicitamente un duro colpo a quei teorici delle moltitudini che proprio nell’ambito della conoscenza vorrebbero addirittura poter individuare i semi dello sviluppo spontaneo di nuove forme di comunismo. Riguardo poi alle analisi di Williamson sulle modalità di  costituzione e di sviluppo dell’impresa, suscita molte perplessità l’idea che queste si fondano su una scelta ottimale tra scambio di mercato e gerarchia interna all’azienda. In realtà sia lo scambio che l’impresa ineriscono al medesimo rapporto di dominio: quello del capitale sul lavoro, che potrà poi esprimersi nell’una o nell’altra forma a seconda delle diverse contingenze e convenienze (non è un caso che le centralizzazioni del capitale avvengano spesso in concomitanza con poderosi processi di esternalizzazione di alcune parti dell’attività produttiva) <strong>[5]</strong>. Tali critiche naturalmente non possono gettare nell’ombra le importanti novità contenute nelle ricerche dei Nobel 2009 per l’Economia. Ad Ostrom e Williamson va senza dubbio riconosciuto il merito di aver aperto squarci nel buio oltre la siepe del mercato, al riparo del quale i vecchi teorici dell’equilibrio generale neoclassico preferivano invece chiudersi in un ostinato silenzio. Bisogna però al tempo stesso riconoscere che anche quest’anno ci ritroviamo alquanto lontani dai tempi in cui l’aria di Stoccolma veniva infiammata dal vento della critica della teoria economica. E’ questo un dato incoraggiante per una disciplina dalla quale molti si attendevano nientemeno che una via d’uscita dalla Grande Crisi? Osiamo francamente dubitare.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">* Questo articolo è stato pubblicato anche su http://www.emilianobrancaccio.it/ e in versione ridotta sul manifesto del 13 ottobre 2009 (con il titolo “Il vento della critica non soffia a Stoccolma”).<br />
[1] Dal 1901 al 2009, escludendo i riconoscimenti conferiti a organizzazioni, i premi Nobel sono stati assegnati a 802 persone, tra le quali soltanto 41 donne (il 5,1%). Il Nobel per la Pace è stato assegnato a 12 donne su 97 premiati (il 12,3%). Il Nobel per la Letteratura è stato conferito a 12 donne su 106 premiati (l’11,3%). Il Nobel per la Medicina è stato assegnato a 195 persone, tra cui 10 donne ( il 5,1%). Il Nobel per la Chimica è stato attribuito a 4 donne su 156 (il 2,5%). Il Nobel per la Fisica è stato assegnato a 2 donne su 186 premiati (appena l’1%). Con la vittoria di Ostrom, il Nobel per l’Economia – assegnato solo a partire dal 1969 - passa da zero donne a una donna su 64 premiati, corrispondente all’1,5%.<br />
[2] Paul Samuelson (1957), “Wage and interest: a modern dissection of Marxian economic models”, American Economic Review, 47.<br />
[3] Questa almeno è l’interpretazione degli indirizzi di politica per la concorrenza di Williamson che ci viene offerta dai membri dell’Accademia delle scienze di Svezia (“Economic governance”, compiled by the Economic Sciences Prize Committe of the Royal Swedish Academy of Sciences; scaricabile dal sito <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.nobel.se/">http://www.nobel.se/</a>), e che in effetti scaturisce dalla grande maggioranza dei contributi dell’economista di Berkeley. Tuttavia, in un commento a caldo sull’assegnazione dei Nobel 2009, Robert Solow sembra aver suggerito una pressoché opposta chiave di lettura della vittoria di Williamson. Solow – a sua volta premiato nel 1987 - ha infatti dichiarato che “potremmo e dovremmo interpretare il lavoro di Ollie Williamson come un criterio per esaminare in che modo le grandi banche di investimento operano e come esse ci abbiano portato a quel che in retrospettiva sembra un comportamento molto stupido e rischioso” (intervista rilasciata a Janina Pfalzer e Rich Miller di <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.bloomberg.com/">http://www.bloomberg.com/</a>). Resta da vedere se Williamson sia o meno d’accordo con questa peculiare interpretazione della sua opera.<br />
[4] Il documento dell’Accademia delle scienze di Svezia (cit.) fornisce numerosi riferimenti alle ricerche che sembrano confermare sul piano empirico le ipotesi di Williamson sulle determinanti dei processi di espansione e di integrazione verticale delle imprese. Non vi è tuttavia alcuna citazione delle pur numerose verifiche empiriche che sembrano fornire risultati più controversi, e che sembrano dunque aprire la strada ad interpretazioni teoriche alternative a quella di Williamson. Tra queste, si veda ad esempio Richard Carter e Geoffrey M. Hodgson (2006),”The impact of empirical tests on transaction costs economics on the debate on the nature of the firm”, Strategic Management Journal, 27.<br />
[5] Diversi ordini di critiche di stampo istituzionalista o marxista sono state rivolte a Williamson e più in generale agli esponenti della New Institutional Economics. Tra i numerosissimi contributi, segnaliamo qui Ugo Pagano (2000), “Public markets, private orderings and corporate governance”, International Review of Law and Economics, 20, e Antonio Nicita e Ugo Pagano (2001), The evolution of economic diversity, Routledge, London. Si veda anche Daniel Ankarloo e Giulio Palermo (2004), “Anti-Williamson. A marxian critique of new institutional economics”, Cambridge Journal of Economics, 28.</h6>
<h6 style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Un’ampia raccolta di informazioni e di riferimenti bibliografici su Elinor Ostrom e Oliver Williamson può essere acquisita dal sito <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.nobel.se">www.nobel.se</a>.</h6>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/a-elinor-ostrom-e-oliver-williamson-il-nobel-per-leconomia-2009-squarci-nel-buio-oltre-la-siepe-del-mercato/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Gramsci, Sraffa e la &#8220;famigerata lettera&#8221; di Ruggero Grieco</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/gramsci-sraffa-e-la-famigerata-lettera-di-ruggero-grieco-1/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/gramsci-sraffa-e-la-famigerata-lettera-di-ruggero-grieco-1/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 19:35:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[Canfora]]></category>

		<category><![CDATA[Gramsci]]></category>

		<category><![CDATA[Sraffa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/gramsci-sraffa-e-la-famigerata-lettera-di-ruggero-grieco-1/</guid>
		<description><![CDATA[C’è un oscuro episodio della vita di Gramsci cui è stata a più riprese dedicata notevole attenzione: nel febbraio 1928 Ruggero Grieco invia a Gramsci in carcere una lunga lettera contenente informazioni sullo scontro politico Stalin-Trockij, e sulla situazione politica internazionale. La lettera (che curiosamente fu recapitata in copia fotografica, e il cui originale non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="335" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/gramsci_sraffa.jpg" height="219" />C’è un oscuro episodio della vita di Gramsci cui è stata a più riprese dedicata notevole attenzione: nel febbraio 1928 Ruggero Grieco invia a Gramsci in carcere una lunga lettera contenente informazioni sullo scontro politico Stalin-Trockij, e sulla situazione politica internazionale. La lettera (che curiosamente fu recapitata in copia fotografica, e il cui originale non è stato mai trovato) sconcerta Gramsci, che in una lettera alla moglie Giulia Schucht la definisce «strana», aggiungendo che l’aveva fatto «inalberare». Col tempo egli arriva a considerarla una vera e propria provocazione: secondo Gramsci essa avrebbe potuto fornire al Tribunale Speciale (davanti al quale egli avrebbe dovuto di lì a poco comparire) prova che egli fosse il capo del partito, e quindi aggravare la pena da comminargli. Gramsci si chiede: «Si trattò di un atto scellerato, o di una leggerezza irresponsabile? È difficile dirlo». Incoraggiano Gramsci a pensare alla «scelleratezza» sia il giudice istruttore fascista (che gli consegna la lettera dicendogli: «onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera»), sia la cognata, la quale gli riferisce che anche una persona «agli antipodi» del fascista, da lei interpellata, aveva definito «criminale» la lettera (ella arrivò poi ad accusare apertamente della scelleratezza Togliatti stesso). Di questa vicenda – che Gramsci finì col vedere addirittura  come uno spartiacque nella sua vita –  non è stata fornita spiegazione soddisfacente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">In un recente libro (<em>La storia falsa</em>, Rizzoli, Milano 2008) Luciano Canfora ha sostenuto che la lettera sarebbe un falso, perpetrato dalla polizia fascista inserendo nel testo originale della lettera di Grieco la parte sullo scontro politico in URSS e la situazione internazionale, che sarebbe stata gravemente compromettente.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">La tesi del falso ha molti punti deboli, in primo luogo quello di trascurare che il processo a Gramsci era un processo farsa, in cui la necessità di fabbricare prove era tutt’altro che stringente. Lo stesso Gramsci ben prima di ricevere la lettera di Grieco aveva scritto alla madre che la condanna sarebbe stata molto dura (venti anni) – come infatti essa fu. E non risulta che della lettera sia stato fatto alcun uso nel processo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Canfora si occupa anche di Piero Sraffa – che insieme a Tatiana Schucht fu la persona più vicina a Gramsci durante la prigionia. Interpellato da Tatiana dopo la morte di Gramsci circa la possibilità di sollevare a Mosca presso il <em>Comintern</em> la questione della «famigerata lettera» di Grieco, Sraffa le risponde che secondo lui si era trattato di una leggerezza dello scrivente, un malinteso la cui portata era stata ingigantita da Gramsci nell’esasperazione dell’isolamento carcerario. Tatiana reagisce violentemente a questa posizione di Sraffa, e gli risponde: «la vostra ultima, indipendentemente dalla vostra intenzione, ha lasciato in me un’impressione penosissima». E va avanti nella sua intenzione di far indire un’inchiesta dal <em>Comintern</em>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Canfora sostiene che Sraffa avrebbe mentito per «logica di partito», allo scopo di fermare Tatiana, e che il suo vero giudizio sulla lettera sarebbe stato tutt’altro: secondo lui sarebbe Sraffa la persona che nel 1928 aveva detto a Tatiana Schucht che la lettera di Grieco era «criminale». Basterebbe forse notare che, se fosse stato così, sarebbe inspiegabile che Tatiana, nella sua forte reazione all’affermazione di Sraffa che la lettera di Grieco fosse semplicemente dovuta a leggerezza, non lo avesse accusato di voltafaccia, ricordandogli che egli stesso la aveva in precedenza definita “criminale”. D’altronde Sraffa disse a Spriano che non era lui la persona che nel 1928 aveva dato quella definizione della lettera (in effetti nella primavera del 1928, quando sorge la questione, Sraffa e Tatiana Schucht non si conoscevano neanche).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">L’unico elemento citato da Canfora a sostegno della sua tesi è una lettera di Sraffa a Spriano del 1969, dove Sraffa parla (senza ulteriori chiarimenti) di due «disastri» nei tentativi di liberazione di Gramsci: secondo Canfora uno di questi due disastri «non può che essere la famigerata lettera». Ma è sfuggito (non solo a Canfora) che il padre di Piero Sraffa, Angelo, che si era a più riprese interessato alle vicende legali di Gramsci, scrisse due lettere al figlio nel 1933, una prima volta nel maggio, parlando della pubblicazione su <em>L’Humanité</em> di una allarmata relazione medica sullo stato di salute del carcerato, che (nelle parole di Angelo Sraffa) aveva causato un «patatrac» nei tentativi di liberazione di Gramsci, ed una seconda volta nel dicembre dello stesso anno, quando scrive che, superato quel primo «guaio», ne è sorto «uno nuovo» (la scoperta di una circolare della centrale comunista di Basilea che dava direttive sulla richiesta di libertà condizionale) che «rendeva impossibile al Tribunale una decisione favorevole» a Gramsci. Che siano questi i due «disastri» cui Sraffa alludeva nella lettera a Spriano del 1969 è chiarito al di là di ogni ragionevole dubbio da un’annotazione nella sua agenda alla data 25 marzo 1972, dove Sraffa scrive di aver consegnato a Giorgio Napolitano «serie completa fotocopie di lettere di Tatiana (e 2 di papà [quelle del maggio e del dicembre 1933] su disastri liberaz. Gramsci)».</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Sia il buon senso sia i documenti vanno contro la tesi di uno Sraffa che antepone una «logica di partito» alla lealtà nei confronti dell’amico ucciso dai fascisti. Gramsci certamente fino alla fine ebbe la più totale fiducia in Sraffa – e non esiste la minima prova che tale fiducia fosse mal riposta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Basato su un articolo dallo stesso titolo, pubblicato nel n.77 (2009) della rivista Passato e Presente.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/gramsci-sraffa-e-la-famigerata-lettera-di-ruggero-grieco-1/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>La valutazione della ricerca in economia: una riflessione critica</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-valutazione-della-ricerca-in-economia-una-riflessione-critica/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-valutazione-della-ricerca-in-economia-una-riflessione-critica/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 11:18:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[impact factor]]></category>

		<category><![CDATA[ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[scienza economica]]></category>

		<category><![CDATA[valutazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/la-valutazione-della-ricerca-in-economia-una-riflessione-critica/</guid>
		<description><![CDATA[Come certo sanno gli autorevoli economisti che partecipano al dibattito sulla valutazione della ricerca, la controversia su come individuare criteri oggettivi affonda le sue radici in una molto più ampia che riguarda l’idea di progresso della scienza economica. Da un lato coloro che ritengono che questo sia un continuo proseguire dall’errore alla verità e, dall’altro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="363" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/impact-factor.JPG" height="220" style="width: 343px; height: 180px" />Come certo sanno gli autorevoli economisti che partecipano al dibattito sulla valutazione della ricerca, la controversia su come individuare criteri oggettivi affonda le sue radici in una molto più ampia che riguarda l’idea di progresso della scienza economica. Da un lato coloro che ritengono che questo sia un continuo proseguire dall’errore alla verità e, dall’altro, coloro che ritengono che le premesse analitiche siano storicamente determinati e influenzate dalla visione del mondo dello studioso e pertanto non possano essere ritenuti validi in sé..<br />
Chi spinge nella direzione di criteri oggettivi propende per la prima interpretazione, chi, al contrario, intende dare maggiore spazio alla valutazione discrezionale propende per la seconda.<br />
Va certamente oltre le mie capacità aggiungere un contributo significativo a questo dibattito, ma mi interessa offrire qualche spunto di riflessione su alcune circostanze che circoscrivono la validità dei criteri oggettivi di valutazione, almeno per quanto riguarda le discipline economiche.<br />
Si è detto che un criterio di valutazione oggettiva sarebbe rappresentato dal cosiddetto <em>impact factor</em>, ovvero, detto in termini semplificati, la diffusione internazionale della rivista che contiene la pubblicazione. Questa misura consentirebbe di aggirare l’arbitrio dell’accademia italiana nell’individuare i vincitori di concorso e di escludere tutti coloro che pubblicano lavori privi di questo indice. Ma questo indicatore possiede un limite non facilmente superabile: suggerisce percorsi di ricerca già ampiamente consolidati e nel cui ambito si può aggiungere solo qualche particolare. Questa strategia è la garanzia di non commettere errori gravi e di trovare un numero vasto di interlocutori, ma non di scrivere cose originali. Ma se la scienza prosegue verso la “verità” - direbbe un sostenitore dell’approccio oggettivo - il trascorrere del tempo limita la possibilità di produrre contributi originali. Questo stesso modo di procedere è suggerito ai giovani per la scelta della rivista nazionale o internazionale a cui mandare i propri lavori. Una volta individuata una rivista accreditata: si tarano su quella sia i contenuti che lo stile di scrittura; i giovani, pertanto, si impegnano nella direzione di ricerca prevalente perché ciò consente loro di fare rapidamente carriera. Si rovescia così il percorso di crescita dei ricercatori che antepongono l’obiettivo della vittoria ai concorsi all’obiettivo del soddisfacimento delle proprie curiosità scientifiche. Utilizzando il criterio dell’<em>impact factor</em>, la gran parte delle riviste eterodosse e, direi, tutte quelle italiane di economia sarebbero escluse da una graduatoria di merito scientifico, consolidando la condizione di provincialismo del nostro paese, più di quanto non abbia fatto la strategia dei “baroni”. Se prima era possibile che l’originalità emergesse in Italia nonostante l’arbitrio, ora diventerebbe impossibile.<br />
Si è detto ancora che le pubblicazioni su volumi non rappresentano un contributo significativo alla ricerca e che pertanto non debbano essere valutate nella individuazione di una graduatoria di merito. Tuttavia – pur escludendo che uno studioso non pubblichi in prima battuta in un volume i risultati originali della sua ricerca – emerge da questa strategia una tendenza preoccupante riguardo all’idea di progresso della società: lo scollamento della ricerca dalla didattica e la negazione del fatto che esse si alimentano l’una con l’altra. Raccogliere in un volume i contributi di uno o più autori consente invece di sistematizzare i risultati e di renderli più accessibili agli studenti, che, così, sono stimolati a crescere e a riflettere sui contenuti e sulla capacità interpretativa della disciplina.<br />
Di certo studiare e pubblicare all’estero, partecipare a convegni internazionali, frequentare ambienti di ampio respiro e soprattutto confrontarsi con chi ha già ampiamente approfondito certi temi sono le premesse valide ad una ricerca di qualità. Tuttavia ancorare il giudizio unicamente a indicatori quantitativi - ritenendoli sostituti perfetti di quelli qualitativi - rischia di fornire fondi e strutture a chi già ne dispone e di subordinare l’avanzamento della ricerca al desiderio di una rapida carriera.<br />
Lo scegliere regole fisse – utilizzando una metafora importata dall’economia che non sembra aver dato in Europa risultati efficaci – è, a mio avviso, una strategia lontana da chi si interroga con curiosità. L’intelligenza e l’autonomia di pensiero non possono che essere caratterizzate da una componente di discrezionalità.
</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*Professore associato di Politica economica presso l&#8217;Università Phartenope di Napoli</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-valutazione-della-ricerca-in-economia-una-riflessione-critica/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Convegno: La crisi e le alternative di politica economica, Lecce, 12 giugno 2009</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/convegno-la-crisi-economica-globale-e-le-alternative-di-politica-economica-lecce-sala-conferenze-provincia-via-salomi-12-giugno-2009/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/convegno-la-crisi-economica-globale-e-le-alternative-di-politica-economica-lecce-sala-conferenze-provincia-via-salomi-12-giugno-2009/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 01:04:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Distribuzione e povertà]]></category>

		<category><![CDATA[Nuovi assetti del capitale]]></category>

		<category><![CDATA[Politiche fiscali e di bilancio]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[convegno]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[politica economica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/segnalazioni/convegno-la-crisi-economica-globale-e-le-alternative-di-politica-economica-lecce-%e2%80%93-sala-conferenze-provincia-via-salomi-12-giugno-2009/</guid>
		<description><![CDATA[Per visualizzare il programma del convegno clicca qui.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per visualizzare il programma del convegno <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/convegno_crisi.pdf">clicca qui</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/convegno-la-crisi-economica-globale-e-le-alternative-di-politica-economica-lecce-sala-conferenze-provincia-via-salomi-12-giugno-2009/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>L’istruzione italiana invischiata nella trappola della conoscenza</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/listruzione-italiana-invischiata-nella-trappola-della-conoscenza/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/listruzione-italiana-invischiata-nella-trappola-della-conoscenza/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 23:08:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Scuola sanità e servizi pubblici]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[Chies]]></category>

		<category><![CDATA[conoscenza]]></category>

		<category><![CDATA[istruzione]]></category>

		<category><![CDATA[Italia]]></category>

		<category><![CDATA[Ocse]]></category>

		<category><![CDATA[spesa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/listruzione-italiana-invischiata-nella-trappola-della-conoscenza/</guid>
		<description><![CDATA[In questi ultimi mesi il dibattito sull’istruzione in Italia si articola su due grandi temi: la qualità dei risultati (scarsa) e la dimensione della spesa (eccessiva). Tale dibattito è stato stimolato dalla pubblicazione di rapporti che illustrano il mondo dell’istruzione con l’ausilio di numerosi indicatori e confronti internazionali. La pubblicazione di libri scandalistici, pamphlet informativi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="337" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/aulascuola.jpg" height="200" />In questi ultimi mesi il dibattito sull’istruzione in Italia si articola su due grandi temi: la qualità dei risultati (scarsa) e la dimensione della spesa (eccessiva). Tale dibattito è stato stimolato dalla pubblicazione di rapporti che illustrano il mondo dell’istruzione con l’ausilio di numerosi indicatori e confronti internazionali. La pubblicazione di libri scandalistici, pamphlet informativi, articoli scientifici ha coinvolto molti economisti e sociologi, i quali hanno spiegato compitamente dimensione e caratteristiche del problema. L’intervento più sconcertante è stato però quello del Governo italiano che ha deciso a priori tagli alla spesa pubblica e al personale, giustificandoli poi, a qualche mese di distanza, con motivi riconducibili alla scarsa produttività didattica e scientifica delle nostre scuole e università. Il dato negativo sulla qualità dell’istruzione italiana è inserito in un quadro mondiale che vede le capacità di apprendimento dei giovani arretrare ovunque tra i paesi avanzati dell’OCSE, ma che colpisce in modo particolare l’Italia, che parte da posizioni di retroguardia. Il punto dolente è proprio questo. Perché l’Italia si trova quasi sempre in coda alle classifiche dei paesi avanzati, quando l’argomento è lo stato dell’istruzione e soprattutto della conoscenza? La risposta che si può suggerire è che il coordinamento istituzionale è assolutamente deficitario. Ognuno degli attori in gioco (il sistema politico, quello dell’istruzione, quello delle imprese e il sistema sociale) sembra agire sulla base di finalità indipendenti, se non addirittura contrapposte. Guardando all’istruzione dal punto di vista di un economista, la scelta dell’investimento in istruzione ha un unico obiettivo, quello di migliorare le prospettive di reddito e di favorire l’aumento del livello di sviluppo umano ed economico. Leggendo invece le analisi condotte dal Governo e quelle che derivano dalle indagini sulle preferenze delle imprese nelle assunzioni, il livello dell’istruzione degli individui non risulta essere un investimento altamente produttivo, ma solo un aggravio di costi. Il coordinamento tra mondo dell’istruzione e quello della produzione pubblica o privata che sia, appare molto labile. La scarsa valorizzazione del capitale umano nazionale è evidente nel settore privato, quando si analizza l’indagine Excelsior di Unioncamere sulle esigenze occupazionali delle imprese. Gli imprenditori, infatti, non ritengono l’istruzione una caratteristica importante sia ai fini della selezione del personale, che per gli scopi della produzione. Il 60% delle imprese considera il titolo di studio poco o per nulla importante al fine della scelta del candidato idoneo all’assunzione, mentre nelle previsioni delle piccole imprese (il 95% circa del totale delle imprese italiane) l’assunzione di un laureato è un evento che tocca solo il 5% del totale del turnover annuo. Se il settore privato non premia l’istruzione, quello pubblico e quello delle “libere professioni” usa la laurea come una sorta di barriera all’entrata, dato il valore legale della stessa, più che come utile strumento di segnalazione di capacità individuali. Le famiglie, infine, costituiscono il luogo più alto di coordinamento tra gli incentivi misurati in termini di salari relativi dell’istruzione, che provengono dal sistema della produzione, e incentivi privati all’incremento della capacità di apprendimento come strumento di emancipazione sociale. Entrambi i segnali risultano distorti in Italia e il risultato è un livello di spesa delle famiglie modesto, anche se sconta il fatto che la spesa per l’istruzione primaria e secondaria è per lo più spesa dello Stato e non delle famiglie, che in totale ammonta comunque a poco più dello 0.5% del PIL (vedi Tavola sottostante).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="383" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/chies1.JPG" height="298" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">Il risultato è più soddisfacente se visto in termini quantitativi, infatti, il livello dell’istruzione aumenta tra gli italiani e i laureati costituiscono poco meno di un terzo degli occupati, ma è la popolazione in età lavorativa compresa tra i 25 e 64 anni ad essere ancora poco scolarizzata (solo il 13% è in possesso di una laurea, contro una media OCSE del 27% e UE del 24%) che male si attaglia ad un sistema di produzione di frontiera tecnologica proprio degli altri paesi avanzati <strong>[1]</strong>, in cui l’istruzione specialistica è il fattore chiave. Un Paese come il nostro nel quale i costi del coordinamento istituzionale sono elevati e in cui i risultati della formazione sono modesti, non può che presentare un sistema di istruzione prevalente di tipo generico e non specialistico, proprio dei paesi avanzati. L’Italia non è in grado quindi di sfruttare quei vantaggi di produttività attribuibili ai lavoratori con profili di specializzazione elevati che compensano la scarsa produttività dei lavoratori manuali. Il problema reale è che questi lavoratori altamente specializzati sono troppo pochi e gli incentivi individuali troppo ridotti per promuovere un vero cambiamento del sistema. Il fatto più grave è che gli attori principali politici, economici e sociali non riescano ad avere una visione unica del problema rappresentato dal debole legame tra produttività e capitale umano e che offrano come soluzione la riduzione della spesa, sperando che in una situazione di scarsità di risorse passa emergere spontaneamente un equilibrio economico migliore. Il risultato del mancato coordinamento è preoccupante. Se nel 1997 potevamo affermare con soddisfazione di aver raggiunto e superato il livello di reddito pro capite medio dell’Europa a 27 Paesi di ben 19 punti, oggi le previsioni Eurostat ci pongono in netto svantaggio rispetto agli altri partner (vedi grafico) sia rispetto alla variazione del PIL pro capite (-17,8% tra il 1997 e il 2008), sia rispetto al valore di parità. Fatto 100 il valore di parità UE a 27 Paesi l’Italia segna oggi un misero 97,8.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="506" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/chies2.JPG" height="339" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*L&#8217;autrice è professore associato di politica economica nell&#8217;Università di Trieste.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><span style="font-size: 8pt; font-family: Arial" lang="EN-GB"><strong>[1] </strong>Si veda Oecd (2008), Education at Glance.</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/listruzione-italiana-invischiata-nella-trappola-della-conoscenza/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Gli errori della &#8220;Gelmini-Giavazzi&#8221; sui concorsi universitari</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/gli-errori-della-gelmini-giavazzi-sui-concorsi-universitari/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/gli-errori-della-gelmini-giavazzi-sui-concorsi-universitari/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 13:01:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[Figà Talamanca]]></category>

		<category><![CDATA[Reclutamento docenti]]></category>

		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/gli-errori-della-gelmini-giavazzi-sui-concorsi-universitari/</guid>
		<description><![CDATA[Tra i molti problemi che dovrebbe affrontare il sistema universitario italiano, quello delle procedure dei “concorsi” di prima e seconda fascia, sembrerebbe, a priori, uno dei meno importanti. Questi concorsi, infatti, riguardano, in massima parte promozioni di docenti ultraquarantenni e ultracinquantenni che già insegnano all’università. Certamente le promozioni sono molto importanti per i diretti interessati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="280" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/concorso.jpg" height="200" />Tra i molti problemi che dovrebbe affrontare il sistema universitario italiano, quello delle procedure dei “concorsi” di prima e seconda fascia, sembrerebbe, a priori, uno dei meno importanti. Questi concorsi, infatti, riguardano, in massima parte promozioni di docenti ultraquarantenni e ultracinquantenni che già insegnano all’università. Certamente le promozioni sono molto importanti per i diretti interessati, le loro famiglie, i loro amici ed i loro sostenitori accademici. Ma non sembra proprio che abbiano la stessa importanza per gli studenti o la società in generale. L’esito del concorso può modificare lo “status” e lo stipendio dei vincitori, ma non la loro funzione di docenti all’interno del sistema universitario. Inoltre, normalmente, tutti i candidati ragionevoli usufruiscono di diverse opportunità di competere per ottenere una promozione. L’esito di un concorso che a qualcuno appare “ingiusto” è spesso corretto in un concorso successivo. Per fare un esempio (apertamente reso pubblico dall’interessato in<br />
<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.renatobrunetta.it/documenti/new/2e.pdf">www.renatobrunetta.it/documenti/new/2e.pdf</a>) il  Ministro Renato Brunetta, non promosso ad ordinario in un concorso molto controverso degli anni novanta, ebbe modo di far valere i suoi meriti in un concorso successivo.<br />
Eppure sono i “concorsi”, specialmente quelli di prima fascia, che infiammano l’animo degli interessati e dei loro sostenitori, e che danno luogo a discussioni, che assumono il carattere di vere e proprie guerre di religione.<br />
Dobbiamo osservare, a questo punto, che sarebbe un gran brutto segno se tutti fossero d’accordo in un ambito così opinabile come è quello dei giudizi sul valore dei contributi scientifici. Vorrebbe dire che prevale un “pensiero unico” difficilmente compatibile con il vero progresso della scienza e della cultura. Un giudizio ragionevolmente sicuro sul valore di un contributo scientifico può essere dato, con poche eccezioni, a distanza di diversi decenni dal conseguimento del risultato. Non è un caso che i premi Nobel vengano spesso attribuiti a settuagenari per risultati conseguiti quando erano trentenni. I giudizi sul valore di contributi recenti sono invece più incerti e quindi più discutibili.<br />
Una discussione accesa sugli esiti dei concorsi è quindi fisiologica, ed anche opportuna, se ristretta all’ambito degli esperti. E’ anche naturale che questi esiti possano essere previsti e criticati in anticipo da chi è interno al sistema. Infatti le valutazioni concorsuali riguardano “pubblicazioni” che sono appunto pubbliche, e le diverse opinioni in merito alla validità delle ricerche possono trovare maggiore o minore credito nella comunità scientifica destinata ad esprimere le commissioni. Per quanto strano possa sembrare a chi non riflette sulla natura di un concorso universitario, è ben possibile che l’esito di un concorso, o di una analoga valutazione per una promozione in ambito internazionale, sia noto con grande anticipo rispetto al suo svolgimento.<br />
E’ invece un’anomalia, credo solo italiana, che un professore, deluso dal prevedibile esito di concorsi per la sua disciplina, si appelli al governo perché blocchi attraverso lo strumento del decreto legge (che la Costituzione riserva ai “casi straordinari di necessità ed urgenza”), oggi con la fiducia convertito in legge, i concorsi già banditi ed in procinto di essere svolti per tutte le discipline, anche quelle per le quali egli non può sapere nulla.  Ancora più strano è che il governo si affretti, nel giro di pochi giorni, ad accogliere l’appello e che il parlamento assecondi senza molte obiezioni questa stranezza. Perché di questo stiamo parlando: di un provvedimento che, sui concorsi universitari,  recepisce l’appello di Francesco Giavazzi, un simpatico economista di  Milano. Questa legge dovrebbe infatti passare alla storia come legge Gelmini-Giavazzi dai nomi del ministro proponente e del professore suggeritore.<br />
Veniamo ora però al merito della legge, dopo questa necessaria introduzione. Cominciamo con un aspetto positivo. L’innovazione di prevedere solo professori di prima fascia nelle commissioni per i concorsi di ricercatore, è certamente positiva. E’ sperabile che, in tal modo, questi concorsi, che sono gli unici veri strumenti per il  reclutamento, acquistino un carattere nazionale e internazionale. Il commissario designato dalla facoltà dovrà confrontarsi con due colleghi dello stesso rango. Saranno quindi incoraggiate le domande provenienti da chi non appartiene alla stretta cerchia degli allievi del “membro interno” della commissione. Forse si scateneranno  “guerre di religione” (un buon segno, come ho già detto) anche per questi concorsi, che finora erano stati avvolti da un clima di omertà, in base al principio “cujus regio ejus religio”, applicato a piccoli feudi accademici. Certo, sarebbe stato meglio eliminare anche l’ipotesi di un “membro interno” delle commissioni, come è da anni richiesto da una associazione sindacale (ANDU) che raccoglie molti ricercatori universitari. Ma sicuramente è stato fatto un passo avanti.<br />
Diverso è invece il giudizio sulle innovazioni introdotte per i concorsi di prima e seconda fascia. Non parlo del passaggio dal sistema elettivo (per i 4/5 delle commissioni) al sistema misto, di elezioni seguite da sorteggio. Questo passaggio potrebbe modificare le dinamiche interne delle comunità scientifiche dando  luogo a diverse aggregazioni, alleanze e competizioni. I risultati, almeno a medio termine, non sarebbero modificati di molto: dipenderebbero, come sempre, dal livello dei candidati e, poiché stiamo parlando, in massima parte, di candidati “interni”, dal livello raggiunto dalla comunità scientifica di riferimento. Del resto abbiamo già avuto per quasi venti anni commissioni scelte in base a questo sistema misto.<br />
Il problema, invece, è che, sul piano tecnico, le disposizioni della legge Gelmini-Giavazzi non stanno in piedi. Per ogni concorso già bandito di prima e seconda fascia (considerati assieme) bisognerebbe eleggere 12 professori ordinari. Dall’insieme complessivo degli eletti verrebbero sorteggiate le commissioni. La Camera, nel ratificare il decreto, si è accorta che l’elezione di un così alto numero di professori poteva risultare impossibile per un piccolo settore, e ha saggiamente disposto che quando il numero dei professori ordinari è insufficiente, si proceda direttamente al sorteggio. Non ha però fatto il passo ulteriore di prevedere il sorteggio anche nel caso in cui il numero dei professori ordinari è sufficiente, ma non si raggiunge un numero sufficiente di eletti. Facciamo il caso di un settore scientifico disciplinare che conosco bene: quello dell’Analisi Matematica. In questo settore i professori ordinari e straordinari sono 280, godrebbero dell’elettorato passivo 231 professori (tolti cioè 30 straordinari e 19 membri interni). Con 15 concorsi di seconda fascia e 4 di prima, già banditi, bisogna eleggere 228 professori. Possono 280 elettori eleggerne 228? A priori nulla lo vieta. Ma la partecipazione al voto per le commissioni di concorso si è attestata nel passato al 60%.  E’ improbabile comunque che votino più di 200 professori. Si vota in genere per colleghi noti. Chi è noto ad una persona sarà noto anche a due o tre altre persone. In pratica i voti, quando espressi, si concentreranno su un centinaio di persone note. Eppure secondo la legge almeno 228 persone dovrebbero essere votate per essere sorteggiate. La stessa situazione si verifica, in misura più o meno grave in tutti i settori della matematica, e presumibilmente in molti altri settori. Chi è responsabile di questo pasticcio? Certamente non il professore ispiratore. Non solo egli aveva originariamente chiesto il puro sorteggio ma è così lontano dal rendersi conto del problema, che ha proposto che non siano eletti per il sorteggio professori che non sono più molto attivi nella ricerca.<br />
Possiamo dire che è responsabile il Ministro? Anche lei aveva portato in Consiglio dei Ministri la proposta di puro sorteggio. E’ responsabile dunque il Ministro Brunetta che, a quel che si è saputo, avrebbe chiesto, in Consiglio dei Ministri, di introdurre la elezione prima del sorteggio? Ma Brunetta ha fatto una proposta politica che doveva essere messa a punto sul piano operativo dai tecnici. Allora è colpa dei tecnici? Quali tecnici? E come, se il decreto, approvato un venerdì, doveva essere pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale prima di lunedì, per bloccare, secondo gli ordini impartiti dal prof. Giavazzi, le elezioni delle commissioni?<br />
Ritorniamo quindi alle considerazioni iniziali. Un simpatico professore, un po’ superficiale, ha tutto il diritto di pensare che la mancata promozione dei suoi allievi o dei candidati da lui sostenuti, configuri un “caso straordinario di necessità ed urgenza” ai sensi dell’art. 77 della Costituzione, per il quale sia opportuno e costituzionalmente lecito, intervenire con un decreto-legge, ed ha certamente diritto di esprimere questo parere su un quotidiano. In un paese normale, però, il Governo dovrebbe agire con continuità secondo una politica chiara non soggetta ad improvvisazioni, sostenuta da analisi tecniche sulle effettive possibilità di applicare le disposizioni che si propongono.<br />
Gli errori della legge Gelmini-Giavazzi in tema di concorsi saranno corretti in qualche modo. Ma la lezione dovrebbe essere appresa e meditata. Le risse concorsuali dei professori sono fisiologiche, ma non dovrebbero interferire nell’attività legislativa. Inoltre, visto che non esiste un sistema di concorsi a prova di errore, il Ministro dovrebbe vigilare perché siano sempre assicurate le possibilità di correggere gli inevitabili errori, attraverso successive opportunità offerte ai candidati perdenti. In altre parole, indipendentemente dal sistema di formazione delle commissioni, dovrebbe essere assicurato un flusso costante (anche se modesto) di concorsi per promuovere il personale docente. E’ quello che, miracolosamente, è avvenuto negli ultimi dieci anni, dopo anni di arbitrarie sospensioni dei concorsi. Speriamo che la legge Gelmini-Giavazzi non sia un segnale che si vuole interrompere questo flusso.
</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><em>*Professore ordinario di analisi matematica nell&#8217;Università &#8220;La Sapienza&#8221; di Roma.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/gli-errori-della-gelmini-giavazzi-sui-concorsi-universitari/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Università denigrata, tra carenze e propaganda</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/universita-denigrata-tra-carenze-e-propaganda/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/universita-denigrata-tra-carenze-e-propaganda/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 13:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[cattedre]]></category>

		<category><![CDATA[corsi di studio]]></category>

		<category><![CDATA[Cristante]]></category>

		<category><![CDATA[ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[valutazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/l-universita-denigrata-tra-carenze-e-propaganda/</guid>
		<description><![CDATA[Il 29 novembre il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo intitolato “Il dossier dei professori: non siamo peggio degli altri” (occhiello: La ricerca - Il confronto di sei docenti milanesi: in Germania molti più corsi e Italia davanti alla Spagna nelle classifiche).
Nell&#8217;articolo si dà brevemente conto della ricerca diretta da Marino Regini dell&#8217;Università di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="280" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/aula-universitaria.jpg" height="200" />Il 29 novembre il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo intitolato “<a rel="nofollow" target="_blank" href="http://archiviostorico.corriere.it/2008/novembre/29/dossier_dei_professori_non_siamo_co_9_081129026.shtml">Il dossier dei professori: non siamo peggio degli altri</a>” (occhiello: La ricerca - Il confronto di sei docenti milanesi: in Germania molti più corsi e Italia davanti alla Spagna nelle classifiche).<br />
Nell&#8217;articolo si dà brevemente conto della ricerca diretta da Marino Regini dell&#8217;Università di Milano, di cui oggi esiste un primo corposo abstract <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.unimi.it/img/news/Universita_malata_e_denigrata.pdf">in rete</a>.<br />
Cosa dice il rapporto? Si tratta in sostanza di una comparazione tra l&#8217;università italiana e quelle dei principali paesi europei. La ricerca istituisce dei confronti su materiali rinvenibili pubblicamente, tentando di motivare con chiarezza eventuali diversità organizzative. Prendo solo alcuni esempi: uno relativo al numero di università per Paese e uno al numero dei corsi di studio (dalle tabelle ho eliminato le esaustive note di lavorazione per esigenze di spazio, ma sono entrambe perfettamente leggibili sul citato pdf via web).
</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="535" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine_cristante11.JPG" height="349" /></p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">In questo caso è visibile che il numero delle nostre università è nettamente inferiore a quello dell&#8217;Inghilterra (senza contare i Colleges) e della Germania (senza contare le Fachhochschulen) e molto simile a quello della Francia (che però ha in aggiunta un grande numero di Grandes Ecoles). Il dato si modifica leggermente nel numero di istituti per milione di abitanti, ma senza rappresentare un&#8217;inversione di tendenza.</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="538" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine_cristante21.JPG" height="575" /></p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">Da questa tabella si evince che il numero dei corsi somministrati dalle università italiane è consistente, ma che i principali sistemi universitari europei si trovano in situazioni molto simili (nel caso della Germania, considerata patria di eccellenze universitarie il numero dei corsi è decisamente superiore al nostro).<br />
Ne emerge un quadro che ha poche attinenze con quanto propagandato da altre fonti. Naturalmente ciò non significa affatto che l&#8217;università italiana vada difesa a spada tratta o, peggio ancora, che i problemi vadano nascosti. Si tratta piuttosto di correttezza di impostazione. Come si può leggere nell&#8217;introduzione di Regini al già citato rapporto, “L’università italiana è indubbiamente malata (&#8230;) Rispetto a tali gravi carenze il nostro sistema universitario non può, e a nostro parere non deve, essere difeso, ma deve al contrario essere aiutato a compiere un profondo rinnovamento. Ma l’università italiana è stata al tempo stesso denigrata dalle polemiche recenti scatenate da esponenti del ceto politico, da taluni studiosi che hanno rinunciato all’equilibrio e all’approfondimento delle analisi, e soprattutto dai media”.<br />
Difficile non dare ragione al rapporto Regini. Mouse alla mano, è possibile rintracciare velocemente la fonte di molte cifre sentite nei talk show televisivi oppure lette nelle pagine dei giornali. Si tratta del sito <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.governoberlusconi.it">www.governoberlusconi.it</a>. E&#8217; sufficiente selezionare dalla barra del menù dei “temi caldi” la voce università, da cui è possibile accedere agli “approfondimenti”, che rappresentano la summa delle cifre e delle osservazioni utilizzate dagli esponenti del governo e delle forze che lo sostengono da quando è scoppiato il putiferio sui decreti Gelmini e sulla legge 133, e che hanno avuto grandissimo spazio nei media. Nel primo link (università italiana – sprechi accertati -parte prima) sono evidenziate affermazioni inesatte o false o incomplete. Facciamo alcuni esempi. Si afferma in apertura che l&#8217;università italiana produce meno laureati del Cile. Eppure nel 2007 in Italia ci sono stati <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://minimacademica.wordpress.com/2008/10/31/litalia-e-il-cile/">301.298</a> laureati, in Cile <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://minimacademica.wordpress.com/2008/10/31/litalia-e-il-cile/">87.405</a>. Più avanti si scrive che “Si sono moltiplicate cattedre e posti per professori senza tener conto delle reali esigenze dei ragazzi, aumentando la spesa in maniera inaccettabile”. Eppure sul <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://statistica.miur.it/normal.aspx?link=pubblicazioni">sito del Ministero dell&#8217;Università</a> si legge: “(&#8230;) per ciascun docente italiano vi sono circa 5 studenti in più rispetto alla media europea e alla media OCSE (21 studenti per docente in Italia contro i 16 della media UE e OCSE)”. Rispetto ai colleghi di Spagna e Giappone, che sono i Paesi in cui tale indicatore assume uno dei valori più bassi (11 studenti per docente), un docente italiano ha un carico superiore di circa 10 studenti.<br />
Più oltre si proclama che in Italia esistono 94 università più 320 sedi distaccate in posti non strategici. In realtà, le università sono <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://statistica.miur.it/scripts/Infoatenei/prima.asp">87, 274</a> il totale dei Comuni sedi di didattica universitaria. Più avanti si legge che 327 facoltà non superano i 15 iscritti. In questo caso si fa una (non piccola) confusione tra “Corsi di laurea” e “Facoltà”. La stessa confusione che fecero Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo in un articolo del lontano <a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/12_Dicembre/27/stella.shtml">27 dicembre 2006</a>. (Che il governo si serva dei giornalisti anti-casta per snocciolare le proprie cifre? E perché proprio attraverso un articolo di quasi due anni fa?).<br />
Poco più avanti si afferma che “Ci sono 37 corsi di laurea con 1 solo studente”, ma nel materiale specifico della pagina “sprechi accertati – seconda parte” ne vengono citati esplicitamente solo 13.<br />
A seguire il sito governativo propone tre affermazioni inesatte (“In Italia abbiamo 5500 corsi di laurea, in Europa la metà”; “nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi 5500”; “170.000 materie insegnate rispetto alle 90.000 della media europea”). Come sappiamo dalla ricerca dei docenti milanesi i corsi in Italia sono 5960, ma sono ben più della metà della media europea (così come le materie insegnate). Inoltre non si tiene conto in alcun modo che dal 2001 ad oggi è entrato in vigore il sistema 3+2, che ha portato alla moltiplicazione ineluttabile dei corsi per soddisfare i due ordini di livello (laurea triennale e laurea magistrale).<br />
In un altro link del sito (“sprechi accertati nel mondo della ricerca”) c&#8217;è una lista nera di progetti finanziati attraverso il dispositivo del Prin. In testa c&#8217;è la ricerca pluricitata nei salotti televisivi su “L&#8217;approccio multidisciplinare alla conservazione dell’asino dell&#8217;Amiata”. Personalmente non credo che da parte di un non specialista sia semplice stabilire se, negli studi zoologici, rivesta una qualche importanza questa ricerca. Di sicuro, per quanto riguarda l&#8217;ambito delle scienze sociali, non sembra deducibile alcuna stigmatizzazione dei progetti inseriti nella lista nera del governo Berlusconi come “Gli effetti del pericolo e della paura sulla forma e sull&#8217;uso della città italiana contemporanea”,  oppure “Italiani e Francesi visti dal di dentro: Identità Nazionale, Multiculturalismo e Immigrazione”. In quest&#8217;ultimo caso la sinossi del sito governativo recita: “Esaminare in modo più approfondito il ruolo dell&#8217;identità nazionale nel modellare gli atteggiamenti verso gli immigrati e, specificatamente, il ruolo dei Musulmani e dell&#8217;Islam nelle percezioni dell&#8217;opinione pubblica sulle principali questioni relative all&#8217;immigrazione. Esaminare la percezione di sé stessi e degli altri negli immigrati e nei cittadini nati in un paese diverso dalla Francia e dall&#8217;Italia e residenti in uno di questi due paesi”. Francamente non mi pare si tratti di un argomento irrilevante.<br />
Presentare i dati e valutare la ricerca universitaria come fa il governo significa evidentemente prefigurare un&#8217;unica soluzione efficace: di fronte all&#8217;eccezionale proliferazione di sedi, di corsi e di materie e alla inconsistenza della ricerca l&#8217;unico strumento corretto sarebbe la mannaia del ministro Gelmini. Poco importa che la soluzione si basi su dati falsi o inesatti. Poco importa, evidentemente, che la proposta del governo sia l&#8217;esatto contrario di una logica di riprogettazione razionale e di nuovi investimenti che appare invece la linea seguita in tutti gli altri Paesi europei.<br />
Con l&#8217;approvazione in tempi rapidi della conversione in legge del noto decreto governativo 180 nonostante l&#8217;enorme ondata di contestazione di fine 2008 (e mettendo alla votazione la sordina della fiducia) il governo forse auspica che cada rapidamente una sorta di oblio sulla situazione universitaria, agevolato dalla convinzione che l&#8217;opinione popolare voglia fare piazza pulita. Non riformare l&#8217;università pubblica, ma azzerarla in poche stagioni. Ma allora, se questa è la convinzione governativa, perché truccare e manipolare i dati?
</p>
<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal">*<em>Professore associato di sociologia della comunicazione nell&#8217;Università del Salento.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/universita-denigrata-tra-carenze-e-propaganda/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;università che piace a Confindustria</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-che-piace-a-confindustria/</link>
		<comments>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-che-piace-a-confindustria/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 10:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[*Home Page]]></category>

		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<category><![CDATA[Università e ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[ffo]]></category>

		<category><![CDATA[Forges Davanzati]]></category>

		<category><![CDATA[laureati]]></category>

		<category><![CDATA[ricerca scientifica]]></category>

		<category><![CDATA[sottoccupazione intellettuale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/luniversita-che-piace-a-confindustria/</guid>
		<description><![CDATA[Con la conversione del decreto-legge n.180 sul “diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”, l’onda controriformatrice del duo Gelmini-Tremonti si abbatterà sull’Università pubblica con una decurtazione del fondo di finanziamento ordinario che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunge nel 2011 gli 835 milioni. Coperta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left" style="text-align: justify" class="MsoNormal"><img border="0" width="200" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/conf.JPG" height="200" />Con la conversione del decreto-legge n.180 sul “diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”, l’onda controriformatrice del duo Gelmini-Tremonti si abbatterà sull’Università pubblica con una decurtazione del fondo di finanziamento ordinario che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunge nel 2011 gli 835 milioni. Coperta dalla retorica del merito e dal vincolo dei conti pubblici in ordine, origina da un’impellente necessità di larga parte del sistema industriale italiano: dequalificare e depotenziare il sistema formativo per disporre di manodopera già ‘disciplinata’ al momento della laurea e, dunque, già in quella fase ben disposta ad accettare condizioni di sottoccupazione e bassi salari. Nulla a che vedere, dunque, con la lotta al nepotismo. D’altra parte, individuare una ‘casta’, nell’Italia degli ultimi anni, sembra essere una buona strada per guadagnarsi da vivere, speculando sul populismo diffuso. Dispiace vedere che uno studioso influente come Roberto Perotti si sia prestato a questo facile gioco, andando ad analizzare le omonimie presenti nelle maggiori Università italiane, e scoprendo – cosa che nessun accademico negherebbe – che purtroppo il nepotismo negli Atenei italiani è diffuso. Lo studio di Perotti (accessibile nel sito on-line lavoce.info) trascura un elemento di buon senso, ovvero il fatto che – soprattutto in ambito scientifico – è piuttosto ragionevole pensare che, almeno in alcuni casi, il figlio di un professore abbia un vantaggio posizionale in Università rispetto al figlio di un non cattedratico, se non altro per il fatto di essere cresciuto in un ambiente che gli ha fornito gli strumenti culturali per affrontare gli studi e la ricerca scientifica. D’altra parte, la storia della scienza è ricchissima di omonimie. E stupisce che quasi nessuno faccia pubblicamente notare che l’Italia è familista a partire dalla sua imprenditoria, e che la stessa imprenditoria privata, peraltro largamente sussidiata dallo Stato, premia, di norma, tutto fuorché il merito. Il che evidentemente non significa legittimare l’esistente nelle Università italiane: significa semmai opporsi a quegli attacchi al sistema formativo pubblico che sembrano motivati non da nobili finalità moralizzatrici, ma dal più prosaico obiettivo di ridistribuire risorse a vantaggio degli Atenei privati.<br />
L’OCSE certifica che l’Italia, al 2007, spende circa duemila euro in meno per studente rispetto alla media europea, e l’ultimo rapporto Almalaurea stima che – fatto pari a 100 il reddito percepito da un neolaureato italiano nel 2001 - nel 2007, con il medesimo titolo di studio, si guadagna 92. Lo stesso rapporto accerta che, a un anno dal conseguimento del titolo, solo il 45% dei laureati di primo livello risulta occupato, a fronte di un tasso di occupazione dei laureati pre-riforma superiore di circa 9 punti percentuali. A un anno dalla laurea il lavoro stabile riguarda 39 laureati su cento, con una retribuzione mensile netta pari in media a 993 euro. Si consideri anche che nel 2003 un laureato italiano guadagnava annualmente in media 2.500 euro in più rispetto a un diplomato di scuola media superiore, mentre, ad oggi, lo stipendio di un diplomato si avvicina al 90% di quello di un laureato. L’ “indice di qualità del lavoro svolto”, che cattura la percezione della coerenza delle competenze acquisite rispetto a quelle richieste in azienda, calcolato in un intervallo 0-100, oscilla, in media, intorno al valore di 50.<br />
E&#8217; già quindi in atto un processo di ‘adeguamento’ delle retribuzioni sui livelli più bassi, che configura il preoccupante amplificarsi della sottoccupazione intellettuale: acquisita la laurea, si lavora per mansioni non adeguate alle competenze acquisite, con bassi salari, o, soprattutto nel caso del Mezzogiorno, si emigra. Al 2007, sono 240.000 i laureati meridionali emigrati, dei quali 120.000 si dichiarano emigrati permanenti. L’eccesso di offerta di lavoro qualificato dipende, in primo luogo, dalla bassa propensione all’innovazione da parte delle imprese italiane, a sua volta imputabile in primis alle piccole dimensioni aziendali e – dato non irrilevante – al fatto che solo il 14% dei nostri imprenditori è in possesso di laurea. In secondo luogo, soprattutto per effetto della comparazione dei redditi e della tipologia di impiego fra laureati di generazioni diverse, riducendosi i salari della generazione passata si riduce il salario di riserva della generazione presente, ovvero la minima retribuzione che si è disposti ad accettare per una data tipologia di impiego. Il ‘laureato scoraggiato’ entra così a far parte dell’ampia platea di lavoratori sottopagati, ritenendo, peraltro, che la sua condizione sia da imputare ai lavoratori più anziani perché più protetti. Vi è ben poco di nuovo in questa storia: la segmentazione della forza-lavoro è una condizione essenziale per la riproduzione capitalistica, così come il divide et impera lo era per la sopravvivenza dell’impero romano.<br />
E’ chiaro che in un Paese nel quale non si produce innovazione – se non per sporadiche eccezioni – il finanziamento della ricerca scientifica è solo un costo, al quale le nostre imprese neppure riescono a far fronte reclutando dall’estero manodopera qualificata. In più, la delegittimazione e il depotenziamento del sistema formativo pubblico serve anche a indebolire i segnali di status tradizionalmente connessi al titolo di dottore, così da ridurre ulteriormente le aspettative di reddito e poter impiegare forza-lavoro qualificata per bad jobs. In fondo, si tratta della presa d’atto da parte del nostro sistema produttivo di ciò che lucidamente e di recente ha messo in evidenza Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 10 novembre: ovvero che siamo ben lontani dall’essere una società post-industriale, fondata sul sapere, nella quale come tanta letteratura degli anni della new economy ha inteso far credere il principale input è la conoscenza. Il corollario – per nulla irrilevante – è che continuare a scommettere sulla competitività dei nostri prodotti mediante deflazioni salariali, anche ottenute tramite la dequalificazione del titolo di studio, mentre la produttività del lavoro è in crescita relativa nei Paesi centrali del continente con i quali competiamo, è un’opzione a dir poco miope per la considerazione piuttosto ovvia che l’alta qualità del lavoro è un presupposto essenziale per la crescita economica e il recupero della competitività internazionale dei nostri prodotti. Non ci troviamo però di fronte a qualcosa di nuovo nella storia del nostro capitalismo, dove, come già scriveva Arturo Labriola agli inizi del Novecento, “ciò che interessa è avere non tanto buoni operai, quanto operai buoni”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-che-piace-a-confindustria/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
	</channel>
</rss>
