Il ciclo economico ha imboccato il sentiero decrescente da oltre un anno ma è solo a seguito del fallimento di Lehman Brothers, nel settembre scorso, che la recessione ha iniziato davvero a far paura. Abbiamo assistito al collasso di grandi multinazionali finanziarie, crolli di borsa, torsioni violente dei mercati monetari, cadute vertiginose nei prezzi delle materie prime, e per i prossimi mesi si annunciano crisi industriali di portata storica. Nei soli Stati Uniti, in un anno, si sono persi quasi due milioni di posti di lavoro. Contemporaneamente, tanti dogmi liberisti che parevano inviolabili, per anni presentati come leggi ferree dell’economia, hanno mostrato tutta la loro evanescenza. Adesso, tra pudori e imbarazzi, in tanti hanno cominciato a prenderne le distanze. La Commissione Europea si è vista costretta a mettere nel congelatore il Patto di Stabilità, dopo aver più volte dichiarato che quell’accordo avrebbe potuto reggere a qualsiasi situazione. In paesi di solida tradizione liberista vengono praticati interventi e nazionalizzazioni che si sarebbero ritenuti impensabili appena pochi mesi fa. Dappertutto si approntano piani di intervento pubblico di vaga ascendenza keynesiana.
Queste tendenze non indicano necessariamente che a livello internazionale la politica stia agendo bene. Per quanto apparentemente poderosi, gli interventi delle autorità di governo dei vari paesi sono finora apparsi limitati rispetto alla dimensione della crisi, attenti a salvaguardare i vecchi interessi costituiti e soprattutto ancora fortemente scoordinati. Tuttavia è in Italia che l’azione di governo appare drammaticamente inadeguata alle dinamiche in atto. L’esecutivo ha infatti approntato un piano anti-crisi deludente e pericoloso. Il decreto con il quale si vorrebbe fronteggiare la situazione impegna per il 2009 risorse per appena poco più di sei miliardi di euro, nemmeno mezzo punto di Pil. Inoltre, una parte significativa di queste risorse viene semplicemente sottratta a spese già programmate del FAS (il Fondo Aree Sottoutilizzate). Nel complesso la manovra appare risibile sia per la quantità sia per la qualità dei provvedimenti di spesa. In sua difesa, il ministro Tremonti ha ripescato dalla scatola degli attrezzi retorici la questione della tenuta dei conti pubblici, gravati a suo avviso dal fardello del debito. Secondo il ministro, tutti gli interventi anti-crisi dovrebbero essere resi compatibili con la consueta linea di abbattimento del debito pubblico rispetto al Pil. Anche la crescita del differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e quelli tedeschi viene interpretata come una evidenza della fragilità delle nostre finanze e dunque della necessità di proseguire sulla via del cosiddetto “risanamento” dei conti statali. Contro le attese e in spregio alla logica, dunque, Tremonti sceglie per adesso di mettersi sotto una campana di vetro, confermando la politica di bilancio restrittiva che in condizioni molto meno drammatiche già aveva contribuito ad affossare il governo Prodi.
Abbiamo in più occasioni evidenziato che, per quanto diffuso, questo modo di interpretare il problema dei conti pubblici nazionali è superficiale e rischia di essere del tutto fuorviante. La verità è che i differenziali tra i tassi d’interesse stanno aumentando in molti paesi, siano essi caratterizzati da debiti pubblici alti oppure bassi in rapporto al Pil. Nell’area dell’euro, non solo i tassi sui titoli italiani ma anche quelli sui titoli greci, portoghesi e spagnoli sono cresciuti rispetto ai rendimenti tedeschi. Eppure questi paesi presentano debiti statali diversi tra loro e in alcuni casi anche molto contenuti. Non trova dunque sostegno logico l’affermazione secondo cui la crescita relativa dei nostri tassi d’interesse dipenderebbe dall’elevato debito pubblico nazionale. Ciò che piuttosto accomuna questi paesi all’Italia sono i bassi livelli di produttività, quindi gli alti costi di produzione e di conseguenza una scarsa competitività internazionale. Per queste ragioni tutti questi paesi sono esposti alla prospettiva di una crisi ancora più accentuata che altrove e a un forte aumento dei disavanzi nei conti con l’estero man mano che la recessione andrà avanti. Naturalmente, l’asprezza della recessione e il peggioramento dei conti esteri potrebbero effettivamente suscitare dubbi sul valore futuro dei titoli italiani e potrebbero anche favorire una crisi dei conti pubblici. Ma la relazione logica è chiaramente invertita rispetto a quella di Tremonti, e prima di lui di Padoa Schioppa. In questa diversa ottica, per evitare il rischio di un tracollo finanziario dovremmo smetterla di concentrarci sul livello del debito pubblico. Piuttosto, dovremmo interrogarci sul fallimento delle politiche filo-confindustriali di questi anni, che hanno visto pressoché tutti i governi tentare di rimediare alla bassa competitività nazionale a colpi di controlli salariali e di indiscriminate regalie fiscali alle imprese.
Se l’Italia non abbandonerà una linea rigorista controproducente e fuori tempo massimo, e se non investirà massicciamente nell’ammodernamento delle infrastrutture produttive e in un piano organico di politica industriale, allora è possibile che la nostra economia attraverserà una fase di dissesto dei conti, e comunque si troverà dopo la crisi definitivamente relegata tra le estreme periferie d’Europa. Ma non è tutto. Non vi è infatti solo la necessità di reperire risorse per le politiche industriali: è anche indispensabile spostare il costo della crisi dal mondo del lavoro alle classi agiate del Paese. Questa è, si badi bene, un’esigenza che non risponde esclusivamente ad istanze di ordine etico. La crisi ha infatti una delle sue cause profonde nella massiccia sperequazione dei redditi avvenuta nell’ultimo quarto di secolo. Sia in termini di scarto tra i redditi personali, sia soprattutto in termini di divario tra profitti e salari, siamo di fronte ad una forbice che palesemente deprime la domanda. È principalmente questa redistribuzione che ha determinato la tendenziale stagnazione a cui si è assistito in Europa e alla quale si è fatto fronte negli USA, dopo il 2001, con una gigantesca espansione del credito al consumo.
Un processo redistributivo che incrementasse la quota dei salari nel prodotto complessivo sarebbe dunque urgente. Certo, si tratta di una politica lunga e complessa, la cui attivazione dipenderà in gran parte da una nuova tutela del lavoro, sul piano normativo e contrattuale, che interrompa ed inverta un processo che negli ultimi anni ha eroso e distrutto il potere rivendicativo delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma sarebbe da subito opportuno mettere allo studio una riforma fiscale in senso fortemente redistributivo: un pacchetto di massiccio recupero dell’evasione, di nuove aliquote sui redditi più alti e sui redditi da capitale e un’imposta sui grandi patrimoni accumulati in questi anni. Si tratterebbe di una riforma per la quale ci sono tutte le condizioni di praticabilità ed efficacia, e che è già stata avviata in altri paesi. In questa ottica, un fisco nuovamente progressivo e realmente redistributivo non verrebbe concepito come l’ennesima versione della politica restrittiva, della quale abbiamo sempre evidenziato l’inconsistenza logica e l’insipienza politica. Piuttosto, una riforma fiscale progressiva e redistributiva potrebbe logicamente situarsi in coda a un abbattimento della tassazione sul lavoro, a poderose azioni di riavvio della domanda e contribuirebbe al rilancio del nostro sistema economico e sociale.
“Che i ricchi paghino la loro crisi” non è dunque necessariamente un’affermazione demagogica, ma contiene in sé un elemento di profonda razionalità economica. Noi pertanto proponiamo una riforma fiscale progressiva e redistributiva, che si affianchi a dei provvedimenti di arresto della deflazione salariale, di blocco dei licenziamenti e di estensione universale dei sussidi, dei quali a breve probabilmente non potremo fare a meno. È questo il vero ordine di grandezza delle soluzioni di cui abbiamo bisogno per affrontare una crisi già adesso gravissima. Il governo e le opposizioni sono in grado di rendersene conto?



Andrea L. scrive:
Dopo i miei sinceri auguri e felicitazioni per l’iniziativa, mi chiedo: ma una riforma fiscale in senso più progressivo, non dovrebbe andare ad intaccare anche quella parte di tassazione che grava sui consumi (specie di prima necessità) e che agisce da forza regressiva?
Realfonzo risponde:
Certo, è così. E grazie per i complimenti.
A.Massei scrive:
Saluto con piacere la nascita di questa rivista che mi auguro possa portare un grande contributo nel dibattito economico attuale. Spero che il vostro lavoro possa servire a creare, anche nella sinistra,la consapevolezza della necessità della elaborazione e presentazione di un piano (del lavoro e per il lavoro) di interventi keynesiani da contrapporre alla miseria teorica di questo governo, trasformando la crisi,che si presenta sempre più grave, in opportunità per il lavoro,per la sua sicurezza, per la creazione di fonti energetiche alternative e per la salveguardia dell’ambiente. Buon lavoro!
Realfonzo risponde:
Ti ringraziamo, faremo del nostro meglio. Che almeno la crisi serva a sfatare un po’ di dogmi.
Domenico scrive:
E’ vero che l’Italia, da anni ormai, si trova nella situazione di una rendita finanziaria prossima al 75% sul totale della ricchezza del paese. E’ poi mia opinione, che la classe dirigente italiana si forma e si alimenta per via “familiare”. Nepotismo e staticità della ricchezza sono la vera causa del declino del nostro paese. La scarsa propensione al rischio nell’ investimento produttivo condiziona pesantemente la libertà di manovra del potere esecutivo nell’individuare politiche industriali e di sviluppo a medio-lungo termine. Colpire le rendite finanziare e rimettere con ciò in circolazione denaro fresco per gli investimenti infrastrutturali dovrebbe essere la parola d’ordine per far ripartire l’economia ingessata del “bel paese”. Si è scelto, invece, di deprezzare il lavoro dipendente per mantenere la competitività delle nostre imprese senza chiedere alla classe industriale di investire nelle risorse umane e nell’innovazione. Si aggiunga che i vantaggi fiscali alle imprese non hanno risollevato il PIL degli ultimi anni, ma hanno accresciuto le riserve di rendita finanziaria. Spezzare questo meccanismo sembra impossibile, basterebbe invece una legge. Sul fisco poi, la questione sarebbe anche più complicata, da anni mi batto per eliminare il sostituto d’imposta sul lavoro dipendente, che porterebbe finalmente alla pari i lavoratori dipendenti e autonomi, con il risultato di eliminare in gran parte l’evasione fiscale.
Realfonzo risponde:
Grazie per questi commenti. Aggiungo solo che anche secondo me gli alleggerimenti fiscali alle imprese non hanno sortito effetti significativi. Penso soprattutto al taglio del cuneo fiscale operato dall’ultimo governo Prodi, i cui effetti sembrano essere stati davvero limitati.
Vittorio Vasquez scrive:
Plaudo alla vostra necessaria iniziativa e mi auguro di potervi leggere con continuità.
da Napoli un lettore (e sottoscrittore) del Manifesto dal primo numero
Realfonzo risponde:
Ringrazio particolarmente il mio concittadino, e mi auguro che possa seguirci con la stessa fedeltà con la quale ha premiato “il manifesto”.
Altromedia scrive:
Un caloroso saluto e benvenuto a quest’iniziativa. Ce n’è bisogno. Immaginiamo abbiate voluto fare una specie di “La voce” di Boeri con un altro orientamento. Attenti però;loro hanno il moltiplicatore delle comparsate tv che trascina il sito e il resto, voi no.
Comunque, immaginiamo abbiate già linee di promozione del sito ben definite.
Noi, nel nostro piccolo blog (ma bello,modestamente..), v’abbiamo messo in home nel blogroll.
Saluti e buon lavoro
(PS;qualche valutazione a primo impatto…il sito è graficamente ben impostato,ordinato e pulito. Dallo “stile” degli articoli -caratteri,lunghezza,stile di scrittura,essenzialità visiva,ecc,- si capisce che siete orientati ad un pubblico selezionato; s’immagina puntiate a uffici universitari,sindacali,istituzionali,media “colti”,ecc. A occhio,non mirate alle masse blogghettare,giustamente,dato anche il rilievo scientifico e culturale dei collaboratori. Non tecnicissimi,ma di nicchia. OK,ma a tratti siate geniali e molesti; cioè,inventate ogni tanto qualche tabella/grafico che presenti dati visti da una prospettiva nuova contro le interpretazioni mainstream e sappiatele diffondere procurando risonanza e attenzione.Oltre alla bravura,oggi,c’è bisogno della propaganda…)
Realfonzo risponde:
Ti ringraziamo per le osservazioni e i consigli. Contiamo molto sui giovani e speriamo che le nostre idee circolino nei blog. Dunque grazie per averci inserito nel blogroll. Speriamo che il tuo esempio sia seguito da altri. Per conto nostro cercheremo, come dici tu, di essere “geniali e molesti”.
Anna Mucci scrive:
Complimenti per l’iniziativa editoriale e culturale!Intendo esprimere la mia gratitudine agli ideatori del progetto.Sono una studentessa universitaria e credo che questa rivista sia molto importante per gli studenti che vogliono superare le barriere imposte dal pensiero economico mainstream nelle facoltà di economia o scienze politiche, offrendo una valida ed autorevole sponda “scientifica” al loro tentativo di formarsi ad un sapere critico ed indipendente da dogmi e mistificazioni.
Realfonzo risponde:
Grazie! Apprezziamo moltissimo queste tue osservazioni: ci incoraggiano a proseguire con ottimismo.
Nino Magazzù scrive:
Innanzitutto auguri per una rivista che credo molti aspettassero da tempo (dopo la chiusura della rivista del manifesto).
Vedo un’interpretazione kaleckiana della redistribuzione come fattore decisivo per un aumento della domanda interna come base per un ambiente favorevole agli investimenti. Attenzione però a due problemi.
1) Bisogna guardare alla redistribuzione “reale” e non a quella “nominale” (fatta dalle sole aliquote). Abbiamo una tassazione prossima a quella dei paesi scandinavi ma una redistribuzione poco efficace (nell’Europa occidentale siamo forse il paese con l’indice di Gini più alto). Quindi ci vuole innanzitutto una rimodulazione della spesa pubblica che vada di pari passo al ristabilimento della progressività della tassazione diretta.
2) E’ vero che una redistribuzione, aumentando la “quota/Pil” dei redditi medi e bassi aumenta la domanda interna ma nell’attuale scenario internazionale, nel quale comanda la bilancia dei pagamenti in attivo come fattore principale della stabilità finanziaria di un paese (ed in particolare le partite correnti, che sono negative per paesi citati nell’articolo come la Spagna), un aumento della domanda interna puro e semplice, senza modificare la struttura produttiva e quindi i settori nei quali abbiamo vantaggi comparati, può portare ad un peggioramento della bilancia commerciale e ad un innalzamento del servizio sul nuovo debito che inciderà negativamente sulle disponibilità finanziare e sugli investimenti.
A ben vedere l’unica soluzione sarebbe quella prospettata da Lunghini (sistema monetario internazionale keynesiano con camera di compensazione) o da Bellofiore ed Halevi a livello europeo (banca degli investimenti europea che funzioni da camera di compensazione dei surplus intraeuropei). Una di queste condizioni è necessaria per avviare una politica di investimenti pubblica che punti alla piena occupazione ed al rinnovo della struttura produttiva che ci renda meno dipendenti dal petrolio (la mobilità sostenibile) e le relative infrastrutture.
Il problema è se la Germania, paese neomercantilista forte, accetterà di diluire il proprio debito pubblico con quello di paesi dell’Ue meno virtuosi.
Speriamo bene.
Realfonzo risponde:
Grazie per gli incoraggiamenti. Concordo con l’annotazione circa la redistribuzione “reale” e la necessità di una ridefinizione dei flussi di spesa pubblica. Dopotutto sappiamo bene che i più poveri non traggono alcun beneficio da una riduzione della pressione fiscale sui redditi più bassi e che, soprattutto per loro, è indispensabile una erogazione di servizi pubblici “in natura”. Concordo anche sul fatto che un fisco realmente redistributivo alimentando la domanda possa far peggiorare i conti con l’estero (anche se i percettori di redditi più bassi comprano in proporzione una maggior quantità di beni nazionali rispetto ai percettori di redditi elevati). Come ho sostenuto nell’articolo servono politiche industriali per rilanciare la competitività dell’industria nazionale.
Giorgio Lunghini scrive:
Una politica di redistribuzione del reddito per via fiscale – questa sì una politica keynesiana – ha un robusto fondamento analitico. La spesa in consumi dei più ricchi, in percentuale del loro reddito, è minore di quella dei più poveri. Dunque uno spostamento di potere d’acquisto dai più ricchi ai più poveri farebbe aumentare la domanda per consumi e per questa via lo stesso reddito nazionale: così come dovrebbero sapere quanti invece amano separare la funzione e il costo dei cittadini in quanto lavoratori, dalla loro funzione e dal loro potere d’acquisto in quanto consumatori. Naturalmente ciò dovrebbe avvenire senza tagli della spesa pubblica. I servizi pubblici sono una parte importante del reddito reale dei cittadini più poveri. Se il loro maggior reddito monetario venisse finanziato mediante una minore spesa pubblica, anziché mediante una redistribuzione del reddito nazionale, la manovra sarebbe pura propaganda.
Realfonzo risponde:
Ringrazio molto Giorgio Lunghini per il suo prezioso commento, con il quale concordo pienamente.
Italo Nobile scrive:
Sono tra i vostri sostenitori e segnalo sul mio blog molti vostri articoli. Dunque benvenuti.
La domanda è: in che senso si può rimodulare la spesa pubblica in maniera da evitare gli effetti collaterali di un un fisco più progressivo?
Quali possono essere i provvedimenti di politica industriale augurabili per il nostro paese?
Inoltre è possibile per il futuro rendere il debito pubblico meno dipendente da investitori esteri?
La mia impressione è che negli anni Ottanta e Novanta ci sia stato questo forte intervento degli investitori esteri, mentre il sistema bancario negli anni Novanta drenava il risparmio verso le imprese private.
Realfonzo risponde:
Poni molte domande, ed anche complesse. Vedrai che troverai risposta a tutti i tuoi quesiti se ci seguirai nelle prossime settimane. Per il momento ti ringrazio per la pubblicità che ci fai sul blog.
Federico Mauri scrive:
Mi permetto di partire da una frase dell’intervento di Giorgio Lunghini: “Naturalmente ciò dovrebbe avvenire senza tagli della spesa pubblica. I servizi pubblici sono una parte importante del reddito reale dei cittadini più poveri”, per evidenziare un argomento che credo sia fondamentale nel dibattito economico/amministrativo contemporaneo e a cui spero che questa rivista possa fornire un contributo: il ruolo della spesa pubblica.
La seconda parte della frase, descrive pienamente una delle due facce (l’altra è l’innesco di processi “virtuosi” di sviluppo del capitale fisico e umano) che la spesa pubblica dovrebbe avere, ossia di compartecipazione al reddito degli individui, dei meno abbienti in particolare, sotto forma di servizi.
La prima parte contiene invece una prescrizione, di non tagliare la spesa pubblica, che a me sembra non adattabile, oggi, alla realtà della spesa pubblica italiana.
Pur conoscendo nel dettaglio solo determinati “comparti” della spesa pubblica (in particolare a livello di ente locale), credo esistano ampi margini di rifocalizzazione - e di riduzione in senso assoluto - della spesa pubblica secondo le due linee di intervento descritte sopra a scapito dell’uso del denaro pubblico come salvagente o paracadute del privato.
Spero vivamente che questa rivista, da me molto attesa, possa proporre oltre a un’elaborazione teorica solida e non legata al più volte citato “pensiero economico unico” - che popola da alcuni anni i principali quotidiani e partiti dell’opposizione - anche delle proposte operative per riqualificare, in termini anche di immagine, la spesa pubblica.
Realfonzo risponde:
Grazie per il tuo commento. In generale noi non pensiamo affatto che la spesa pubblica italiana sia eccessiva e vada ridotta. Vi è certamente una questione relativa al finanziamento della spesa, che grava principalmente sul mondo del lavoro. Così come vi è un problema relativo alla qualità della spesa, per la presenza di sprechi e l’assenza di adeguate strategie (ad esempio di politica industriale). Sono temi sui quali cercheremo di impegnarci a fondo.
Franco Bianco scrive:
Era tempo! Considero la vostra un’iniziativa preziosa, che permetterà, soprattutto al pubblico dei non-specialisti, di disporre di letture di argomento economico - e quindi politico - in alternativa alla pur valida fonte costituita da lavoce.info, rispetto alla quale mi aspetto una maggiore caratterizzazione socio-politica sia per quanto riguarda la scelta degli argomenti che per l’approccio ad essi. E mi piace che siano in prima fila, ad animare questa iniziativa, economisti e pensatori del Sud di cui sono originario (mi sia perdonato per un solo attimo un campanilismo senza cattiveria). Buon lavoro!
Realfonzo risponde:
Ti ringrazio particolarmente, senza campanilismi.
samuele scrive:
Ringrazio tutti e tutte. Abbiamo bisogno di solide basi per dichiarare che la pressione fiscale deve aumentare; che la rigidità del lavoro deve aumentare; che l’intervento dello stato nell’economia è fondamentale; che il debito pubblico è un problema molto secondario, dato che è sempre più importante - ad esempio - l’avanzo primario; ecc. ecc.. L’ho detto a slogan, ma dallo slogan si può ribaltare il “pensiero unico”: basta essere informati ed avere solide basi…. per questo grazie ad Economia e politica, grazie all’appello degli economisti, grazie a Pizzuti e ai suoi rapporti annuali, ecc. ecc. e grazie a tutti.
Realfonzo risponde:
Grazie a te!
Sergio Puxeddu scrive:
Molti saluti e complimenti per la nuova rivista on line.
Non vi è nulla di demagogico nella progessività dell’imposta che permetta una distribuzione più equa della ricchezza.
Qualche giorno (notte) fa il ministro Brunetta, intervistato da Bianca Berlinguer sulla recessione e sull’opportunità di reperire fondi attraverso maggiori prelievi agli italiani più facoltosi, ha dichiarato che non vale la pena di aumentare le aliquote fiscali ai ricchi, perché sono pochi – e spesso evadono le tasse, ha aggiunto (ma non sono propriamente dei fannulloni, giacché alcuni di loro si danno maledettamente da fare per non pagare neppure i condoni presentati, come ha constatato la Corte dei Conti: v. ANSA - Roma, 18 nov. 2008).
Secondo la Banca d’Italia il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi la metà (44,7%) dell’intero ammontare della ricchezza netta. Negli ultimi dieci anni la concentrazione della ricchezza è in aumento: il 5% delle famiglie è passato dal 27% al 32% della ricchezza nazionale – e oggi meno del 4% possiede ne possiede più del 40%.
L’art. 53 della Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva (comma 1) e precisa che il sistema tributario è informato a criteri di progressività (comma 2). In ossequio a tale principio la legge delega per la riforma tributaria (n. 825/1971) elencava, nella tabella A dell’allegato n. 1, ben 32 aliquote percentuali per gli scaglioni di reddito: dal 10% per i redditi fino a 10 milioni di lire, al 72% per quelli oltre i 500 milioni. Col passare del tempo, insieme con la percentuale progressiva, è diminuito il numero delle aliquote (nella penultima legislatura Berlusconi le aveva ridotte addirittura a tre: fino a 26.000 euro il 23%, da 26.000 a 33.500 euro il 33%, e oltre i 33.500 euro il 39%). Attualmente le aliquote in vigore (finanziaria 2008) sono le seguenti: il 23% fino a 15.000 euro; il 27% oltre 15.000 euro e fino a 28.000 euro; il 38% oltre 28.000 euro e fino a 55.000 euro; il 41% oltre 55.000 euro e fino a 75.000 euro; il 43% oltre 75.000 euro. Sono previste alcune deduzioni dai redditi più bassi per mantenere una parvenza di progressività dell’imposizione. Da sottolineare, inoltre, che i proventi dagli interessi di obbligazioni sono sottoposti, pressoché generalmente, all’aliquota del 12,5% (la c.d. “cedolare secca”). La proposta di elevarle al 20% è stata bocciata.
Per trovare un po’ di fondi basterebbe rispettare la ratio dell’art. 53 della Costituzione, e ripristinare quindi seriamente la progressività dell’imposta (sia pure a livelli più modesti di quelli originari), l’imposta sulle successioni e donazioni (oltre un certo limite), aumentare l’imposta sostitutiva sui redditi finanziari, diminuire le spese militari. S’è invece preferito, pare, tagliare (tra le altre) le spese sulla scuola (7,8 miliardi di euro entro il 2012) e sulla sanità (circa 6 miliardi in tre anni).
Realfonzo risponde:
Concordo sostanzialmente con il suo ragionamento e con l’invito a tornare alla Costituzione. E ringrazio.
Tindaro scrive:
Io seguirei i consigli di Paul Krugman. "Since governments are worried about debt, it’s also important to ask how much the budget deficit is increased by an increase in government spending. It’s not one-for-one, because higher spending leads to higher GDP and hence higher tax revenue…". Credo che sia opportuno fare più investimenti infrastrutturali soprattutto nel Sud del Paese, la nuova frontiera!! Non si tratterebbe di scavare buche per poi riempirle, ma di realizzare aeroporti, doppio binario, alta velocità, nuove carceri e nuove scuole (magari affidando ai privati la gestione), lotta all’evasione fiscale che va correlata alla riduzione delle tasse sul lavoro e sui redditi più bassi, incrementando quelle sui redditi più alti. A spendere e consumare, come erroneamente crede Mr Berlusconi, non sono il 5% della popolazione con un reddito elevatissimo, ma il resto della popolazione che vive tra i €6.000 e i €40.000… Il taglio con rimodulazione progressiva delle tasse va necessariamente correlato ad una vera razionalizzazione delle spese pubbliche, eliminando quelle inutili, il più delle volte afferenti allo “spazio politico”!! Meno tasse sulla maggioranza delle popolazione, più lotta alla evasione, eliminazione delle spese pubbliche inutili (PROVINCE, COMUNI con meno di 5.000 ab. che dovrebbero consorziarsi), investimenti pubblici di natura strutturale= risposta adeguata alla CRISI!!!
Realfonzo risponde:
Lei tocca molte questioni ed è impossibile qui affrontarle tutte. Concordo sulla rilevanza degli investimenti in infrastrutture ma proprio non capisco perchè affidare la gestione delle scuole ai privati. Comunque, grazie per ricordarci una bella frase di Krugman che sottolinea una semplice quanto importante verità: la spesa pubblica in disavanzo fa crescere il debito pubblico ma fa anche crescere il Pil e la raccolta fiscale. Pertanto gli effetti della spesa in disavanzo sul rapporto debito pubblico/Pil non sono così banali come molti vorrebbero far credere.
web agency scrive:
Sono perfettamente d’accordo con Tindaro; bisognerebbe evitare di sprecare denaro per enti territoriali inutili come le Provincie o Comuni con meno di 5000 abitanti. Inoltre, la Pubblica Amminsitrazione dovrebbe cominciare nell’investire seriamente i fondi messi a disposizione dall’Europa… oggi navigando ho scoperto l’ennesima truffa a danno dei cittadini italiani un progetto finanziato dal ministero dell’istruzione volto a creare una biblioteca digitale, progetto utilissimo se non fosse per il fatto che il sito non funziona mai!
Ridurre la spesa pubblica non serve l’obiettivo dell’attuale classe politica dovrebbe essere stabilizzare il debito pubblico e investire in progetti seri.
Grazie di tutto dalla vostra web agency preferita!
Massimo Ciuffini scrive:
Se la rivista diventa o vuole diventare una sorta di anti la voce.info mi sembra che l’iniziativa sia un pò di “retroguardia”! Attenzione, anche da molti commenti su questo articolo trapela una notevole sfiducia sul tema dell’aumento della spesa pubblica. Non si tratta di essere liberisti reganiani per rendersi conto come IN ITALIA la spesa pubblica sia di pessima qualità e che il comparto pubblico nel suo insieme dai medici ai poliziotti passando per i professori universitari o i ferrovieri siano nell’esperienza dei cittadini italiani (io mi sento tra questi) assolutamente inefficienti ed inefficaci ed in continuo peggiormaneto oramai da decenni. Questa anomalia va presa per le corna e risolta prima di pensare ad aumenti della spesa o prima di indignarsi/dolersi/dispiacersi per la sua riduzione. Il rischio di un dibattito solo accademico si evita calando i grandi temi nel vivo della concreta esperienza del paese in cui viviamo, articolando delle risposte efficaci inserite nel nostro contesto nazionale. Comunque buon lavoro e buona fortuna.
Francesco Masala scrive:
Troppo folle una proposta del genere? Diceva Cesare Pavese che non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. E temo siamo arrivati, in Italia, ma non solo, a un punto in cui bisogna fare qualche salto di paradigma, a qualche ragionamento laterale per salvarci tutti.
Intanto buon lavoro!
Vista l’enormità del debito pubblico italiano occorre prendere atto che una variazione di 1-2 punti della tassazione e/o imposizione fiscale dei redditi sono pannicelli caldi. Il debito non scenderà mai, e il fatto che non scenda sarà sempre un’arma di ricatto contro qualsiasi ipotesi vera, e non finta, di miglioramento della situazione economica della maggior parte dei cittadini.
E la scuola e tutta la spesa pubblica sarà sempre oggetto del ricatto delle compatibilità di bilancio.
Ecco la mia piccola proposta: una enorme riduzione del debito pubblico al 60%, come Germania e Francia. Chi fornisce le risorse? Una straordinaria imposizione sui patrimoni e non sui redditi. Nel 1979 il rapporto debito pubblico/PIL era il 62%, oggi circa il 110%. Da allora la distribuzione del reddito si è spostata continuamente e impietosamente a favore di rendite e profitti e in sfavore del lavoro dipendente; per questo motivo si può rigettare come priva di fondamento la teoria secondo la quale la crescita del debito pubblico produca miglioramenti per le classi meno agiate, se vediamo che gli effetti finali sono spostamenti dei redditi verso profitti e rendite e concentrazioni di ricchezze sempre più estreme.
I soggetti colpiti saranno quelli che negli ultimi 30 anni hanno potuto accrescere i patrimoni, grazie al fatto che i redditi da lavoro dipendente e precario sono stati tenuti bassi e sono stati spesi comunque in modo tale da aumentare in modo crescente e a livello da quarto mondo rendite e profitti.
Manca la risposta alla domanda principale, chi ha il coraggio di fare questo?
Prima che l’uscita dall’euro sia irreparabile e l’Ucraina e la Bielorussia, senza offesa per loro, diventino i nostri riferimenti?
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=12661