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L’impresa pubblica competitiva. Una proposta

Ernesto Screpanti* - 27 Marzo 2009

L’entrata o la mera minaccia di entrata di una impresa pubblica nei diversi settori industriali e finanziari potrebbe servire ad indurre le imprese private già operanti ad evitare pratiche monopolistiche.

L’impresa pubblica competitiva (IPC) è definibile come un’impresa di proprietà pubblica che opera in competizione con imprese private. I suoi manager sono esposti a un vincolo di bilancio duro, nel senso che il governo non sarà pronto a ripianare qualsiasi perdita, e hanno l’obbligo di pareggiare il bilancio entro un arco temporale di medio periodo, pena il licenziamento. Nei costi può essere incluso un profitto normale da utilizzare per l’autofinanziamento della crescita e delle innovazioni. Non è tenuta a distribuire profitti, ma può finanziarsi sul mercato del credito, prendendo a prestito tutto quello che vuole, se riesce  a persuadere i prestatori.

Produce beni privati in settori caratterizzati da relativa omogeneità dei prodotti e delle tecnologie. La relativa omogeneità dei prodotti assicura la sensibilità dei ricavi alla competizione di prezzo. La relativa omogeneità delle tecnologie, intesa come una situazione in cui tutte le imprese del settore hanno facile accesso alla stessa tecnologia, assicura l’uniformità del saggio di profitto se c’è uniformità dei prezzi.

Lo scopo principale dell’IPC è di costringere le imprese private a praticare prezzi concorrenziali, impedendo comportamenti collusivi e sfruttamento oligopolistico dei consumatori. L’IPC sarebbe particolarmente utile in quei settori in cui la dismissione delle vecchie imprese pubbliche (comprese quelle a partecipazione statale) ha contribuito a creare condizioni oligopolistiche e in cui la concorrenza internazionale non è efficace, ad esempio perché gli stessi mercati internazionali sono dominati da imprese oligopolistiche.

L’IPC praticherebbe prezzi concorrenziali che assicurano solo il profitto normale e, se detiene una consistente quota di mercato, svolgerebbe una efficace azione competitiva. L’efficacia della competizione di prezzo sarebbe assicurata dalla omogeneità dei prodotti e delle tecnologie. Naturalmente è favorita anche la competizione non di prezzo, soprattutto quella che passa per la qualità dei prodotti.

Un secondo scopo dell’IPC è quello dell’investimento nella ricerca e nell’innovazione. Ogni innovazione che crea un vantaggio competitivo porterebbe alla riduzione dei prezzi e all’aumento della quota di mercato. Ciò implica anche aumento del tasso di crescita e dei profitti reinvestiti. Le imprese private esposte a questo tipo di concorrenza sarebbero a loro volta costrette a investire in innovazioni se non vogliono perdere quote di mercato. In questo ambito l’IPC svolgerebbe anche una funzione di indirizzo della ricerca, orientando l’innovazione verso direzioni socialmente benefiche.

L’IPC, per fare un esempio, già potrebbe esistere nel settore della televisione. Sarebbe  la RAI, se fosse gestita nell’ottica di cui sopra. In questo settore però non esiste una vera competitività di prezzo, gran parte degli introiti delle imprese provenendo dalla pubblicità e dal canone. In tal caso la competitività deve agire soprattutto sull’innovazione e la qualità del prodotto. Laddove invece, come nei canali a pagamento, la competitività di prezzo è possibile, l’impresa pubblica deve svolgere un’azione aggressiva.

Un altro settore in cui può esistere l’IPC è quello dei tabacchi. Qui la concorrenza internazionale è inefficace perché lo stesso mercato mondiale è dominato da poche multinazionali oligopolistiche. Per di più la competitività di prezzo sarebbe dannosa, in quanto stimolerebbe l’aumento della domanda. In questo caso si dovrebbe partire dal principio che il “bene” prodotto dall’impresa pubblica non è il fumo, ma la riduzione del danno associato al fumo. Un’impresa di stato, se esistesse,  dovrebbe praticare politiche competitive soprattutto nella “qualità” del prodotto, nella ricerca di prodotti meno dannosi e nella tutela della salute dei consumatori.

Nei settori in cui, a causa delle recenti dismissioni, non esistono IPC, sarebbe necessario avviare una politica di riacquisto da parte dello stato. Penso in particolare ai settori delle assicurazioni, dell’energia elettrica, delle banche e della telefonia.

Si potrebbe essere tentati di sollevare la solita critica contro i fallimenti dello stato: i manager delle IPC sarebbero tentati di concedere molto slack gestionale per massimizzare la propria utilità in contrasto con la funzione obiettivo postagli dalle autorità pubbliche, sicuri di non dovere rendere conto agli azionisti per l’inefficienza produttiva e le perdite d’esercizio. Ma una tale critica sarebbe scarsamente efficace, perché le IPC opererebbero sui mercati dei requisiti produttivi e dei beni in competizione con quelle private, mentre uno stringente vincolo di bilancio metterebbe a rischio il posto di lavoro dei manager inefficienti.

Più plausibile sembra un altro tipo di critica. I manager delle IPC potrebbero essere tentati di accedere tacitamente a pratiche collusive con gli oligopoli privati. Accettando prezzi oligopolistici si metterebbero al sicuro dai rischi di perdita e potrebbero massimizzare i propri redditi. Ci rimetterebbero i consumatori, che non potrebbero usufruire dell’abbassamento dei prezzi a cui le IPC sono istituzionalmente impegnate.

Si può suggerire che, per far fronte a questa evenienza, si imponga la presenza di rappresentanti degli utenti nei consigli d’amministrazione. La cosa sarebbe fattibile utilizzando esponenti eletti da associazioni dei consumatori legalmente riconosciute. Sarebbe  ancora più facilmente praticabile in quelle situazioni in cui gli utenti sono legati all’impresa da contratti espliciti: telecomunicazioni, energia elettrica, assicurazioni, banche, servizi di pubblica utilità etc. In questi casi i rappresentanti degli utenti di ogni singola IPC potrebbero essere formalmente eletti dagli utenti stessi.

Alcuni giornalisti tendono a ridicolizzare l’idea che lo stato debba produrre panettoni. Alcuni professori sostengono che non è comunque necessario, in quanto la contendibilità dei mercati indurrebbe le imprese a comportarsi in modo competitivo anche in mercati non atomistici. Il problema è che la teoria dei mercati contendibili[1] non funziona nei settori in cui, tra l’altro, esistono elevati costi irrecuperabili.

Ebbene l’IPC contribuirebbe a risolvere tale problema. La collettività dovrebbe annunciare di essere pronta ad assumersi questi costi nei casi in cui le imprese private non sarebbero disposte a farlo. Sarebbe pronta sia per i vantaggi generati dalla concorrenza sia per l’implicita capacità pubblica di assicurare i rischi. La semplice disponibilità ad assumersi costi non recuperabili sarebbe un fattore di aumento della contendibilità dei mercati per il solo fatto che c’è. Così potrebbe non essere necessario che lo stato produca panettoni, anche se questo fosse un mercato oligopolistico. Sarebbe necessario emanare una normativa che rende possibile l’IPC. Poi, l’entrata dello stato in alcuni settori, ad esempio quello della telefonia, potrebbe contribuire a creare comportamenti non collusivi anche nel mercato dei panettoni.

 

*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Siena.

 

[1] Un mercato si dice contendibile quando vi possono entrare nuove imprese senza sostenere costi irrecuperabili, cioè costi il cui valore non può essere recuperato con l’uscita dell’impresa. Le grandi imprese che operano in mercati non contendibili tendono naturalmente a sviluppare posizioni monopolistiche. Ad esempio, una nuova impresa che volesse entrare nel mercato dei trasporti ferroviari dovrebbe sostenere costi enormi per costruire nuove ferrovie. Se l’impresa volesse uscire dal mercato in un secondo momento (perché si accorge di non fare profitti) non potrebbe recuperare il valore dell’investimento iniziale in quanto non  esiste un mercato remunerativo per le ferrovie di seconda mano. In queste condizioni un nuova impresa difficilmente deciderà di entrare nel mercato. Perciò le imprese che già vi operano godono di un privilegio monopolistico in quanto non sono esposte alla contendibilità della propria quota di mercato da parte di potenziali concorrenti.

4 Commenti


  1. Umanista scrive:

    Qualche domanda:
    - cos’è un “profitto normale”? E soprattutto, chi ne stabilisce l’entità?
    - domanda collaterale della precedente: uno dei metodi migliori per ridurre i prezzi è quello di comprimere i salari. Come evitare che sia praticabile dalle IPC?
    - viceversa: se le IPC mantengono le retribuzioni ragionevolmente elevate, non c’è il rischio che le imprese private non investano un centesimo in ricerca, puntino solo a recuperare i frutti della ricerca delle IPC (poiché la tecnologia è facilmente accessibile) e compensino la perdita di quote di mercato mediante retribuzioni e (quindi) prezzi più bassi?


  2. Alessandro Magni scrive:

    L’ipotesi è interessante e condivisibile. Ma perchè non pensare alle IPC come a una realtà in cui la proprietà sia sociale (o pubblica-sociale) e che sperimenti forme di autogestione. Andando ben oltre una pura rappresentanza degli utenti dentro i consigli di amministrazione?


  3. Sergio Ferrari scrive:

    Le tematiche sottese al tema dell’intervento pubblico in economia trattate da Screpanti, sollevano questioni essenziali che sarebbe opportuno esplicitare ai fini di un chiarimento dei concetti implicitamente sottesi.
    Senza nulla togliere alle argomentazioni esposte - e cioè in sostanza alla necessità di disporre di strumenti dì intervento per correggere i limiti e gli errori del mercato, ponendo tra questi strumenti anche l’impresa pubblica – è necessario considerare che la funzione pubblica di fondo dell’impresa - pubblica o privata che sia – sta di fatto nella capacità di creare reddito e occupazione (e se privata anche profitto, mentre per l’impresa pubblica il reddito non dovrebbe essere misurato solo in termini aziendali o monetari), anche, come ricorda l’autore, attraverso l’investimento in ricerca e innovazione, orientando cosi anche l’investimento in ricerca delle imprese private “ verso direzioni socialmente benefiche.”.
    Su quest’ultima affermazione credo sia opportuno esprimere qualche cautela e qualche perplessità. Non perché non sia possibile ma perché questa ipotesi rappresenta un caso tra i tanti possibili e nemmeno il più ovvio. La ricerca e l’innovazione al giorno d’oggi non consistono solamente nel miglioramento della qualità o della produttività di prodotti preesistenti, ma da un lato rappresentano gli strumenti di maggiore efficacia ai fini competitivi tra sistemi economici nazionali consimili e, dall’altro, rappresentano gli strumenti essenziali per progettare e realizzare prodotti nuovi. Reggere il confronto tra economie consimili e progettare nuovi prodotti socialmente positivi non sono compiti attribuibili o assumibili automaticamente da parte delle imprese.

    Screpanti risponde:
    Rispondo brevemente ai tre commenti di Umanista, Magni e Ferrari.
    L’IPC opera nel mercato in competizione con quelle private. I salari saranno determinati nello stesso modo, con contrattazione nazionale e aziendale o per concorrenza. Non c’è ragione che l’IPC paghi salari più elevati delle concorrenti. Il profitto normale è un concetto convenzionale, è il profitto che consente all’impresa di continuare ad operare. Sarà tanto più basso quanto minore è il grado di monopolio. L’IPC può contribuire a tenerlo basso contrastando le collusioni.
    Inoltre l’IPC non può essere il solo tipo di intervento pubblico nella sfera produttiva. Restano valide le ragioni per altri tipi di interventi: Monopoli naturali, beni pubblici, beni meritori etc. In questi campi l’impresa pubblica opererà con criteri e obiettivi diversi da quelli dell’impresa competitiva. Può tendere ad azzerare i profitti e perseguire finalità sociali estranee all’impresa privata.
    Per altri versi, indipendentemente dai fallimenti del mercato, è auspicabile anche lo sviluppo di imprese cooperative autogestite sostenute in parte dal capitale pubblico.
    Infine l’orientamento della ricerca e dell’innovazione nell’ottica posta da Ferrari va visto entro un più ampio orizzonte di politiche economiche che travalica le finalità specifiche dell’IPC. Gli investimenti pubblici nella ricerca di base sono essenziali, ma anche una politica industriale basata su tasse e sussidi può essere usata per orientare la ricerca e l’innovazione in direzioni socialmente benefiche e in vista della competizione internazionale.


  4. roberto romano scrive:

    L’apertura dei mercati internazionali ha “stressato” il vincolo estero dei paesi. Sostanzialmente il che cosa si produce incide sulle performance del paese e sulla qualità del lavoro. A partire dal 1990 si registra una specializzazione delle esportazioni. Sapere e saper fare nei settori avanzati prelude a una dinamica positiva delle esportazioni, nella capacità di far crescere il pil e, non da ultimo, il diritto ad avere remunerazioni del lavoro mediamente allineate alla crescita del pil. Ma cosa si intende per nuova specializzazione del commercio internazionale?
    La crescita del commercio internazionale manifatturiero è sostanzialmente guidato dal settore ad alta e media tecnologia. La crescita dell’intensità tecnologica inizia nel 1985, ma è nel 1995 che c’è il primo break di struttura “tecnologico”, seguito dal secondo break riferibile al settore ICT nel 2000. La quota del commercio internazionale legato alla media ed alta tecnologia vale il 39%, contro il 20% dei settori a media e bassa tecnologia, e quasi tutti i paesi a capitalismo avanzato hanno seguito questo trend. Per dinamicità si ricordano i paesi BRIC, di cui la Cina è il driver; si consolidano i paesi manifatturieri storici; emergono nuovi player come la Danimarca, Svezia, Spagna e Belgio. L’Italia è rimasta sulle stesse posizioni del 1985-1995, con il settore ad alta tecnologia pari al 10% della produzione manifatturiera, piegata sul mito dei distretti industriali, sull’idea dell’innovazione non formalizzata e sulla “flessibilità” del proprio modello di sviluppo.
    Il mondo “industriale”, a partire dal 1995, cambia strategia e lavora per anticipare la domanda, mentre l’Italia si preoccupa solo di “migliorare” la propria offerta. Un errore che produce una mancata crescita per poco meno di 180 mld rispetto all’area euro nel corso di questi ultimi 12 anni rispetto all’area euro. In questo modo l’Italia ha perso la sfida tecnologica, mentre la sfida ambientale ed energetica sembra persa in partenza se analizziamo il trend della brevettazione. Infatti, i brevetti sono lo specchio fedele della capacità del sistema economico di progredire e muoversi nei settori più dinamici.
    A partire dal Protocollo di Kyoto, il trend di crescita dei brevetti mondiali ha registrato tassi particolarmente elevati nelle aree dell’ambiente e dell’energia, in particolar modo nell’ambito dei paesi firmatari. Tra i settori più dinamici troviamo i brevetti nelle energie rinnovabili e nel controllo dell’inquinamento. Se i tassi di crescita dei brevetti nel loro insieme hanno tassi di crescita dell’11% tra il 1996 e il 2006, i brevetti nel campo dell’energia rinnovabile hanno tassi di crescita del 20%. L’Europa è l’area economica più dinamica, rappresentando il 30% del totale dei brevetti, mentre gli Stati Uniti e il Giappone rappresentano tra il 18% e il 26%. Gli stessi BRIC (Brasile, India, Russia e Cina), anche per affrancarsi dalla probabile ascesa dei prezzi delle materie prime e per limitare gli effetti negativi sulla loro crescita, hanno cominciato a investire in questi settori. La Cina è, ad oggi, subito dietro la Danimarca. Non si può dire la stessa cosa dell’Italia. Tra i paesi europei l’Italia è tra i più arretrati e fatica a misurarsi con i paesi emergenti, in particolare nel settore ambientale ed energetico si manifesta una debolezza di struttura. Nella medicina il tasso di crescita dei brevetti è dell’11%. Gli Stati Uniti sono il principale protagonista, ma nel settore farmaceutico e nel medical technology la Germania e la Francia sono tra i primi paesi di area Ocse. Come per l’energia l’Italia è marginale. Stesso ragionamento si può fare per la nanoscienza e la biotecnologia.
    Sostanzialmente l’Italia è sempre ai margini dell’evoluzione scientifica e non si trova mai tra i primi 8 grandi. Modificare la struttura produttiva almeno ai livelli qualiquantitativi europei è un imperativo. Diversamente, la “meridionalizzazione” dell’Italia rispetto all’Europa più che una prospettiva, diventa una dura e irreversibile realtà. La domanda che dobbiamo porci è: dati i vincoli economici e finanziari europei, com’è possibile che alcuni Stati europei siano emersi come protagonisti, mentre l’Italia è rimasta sempre ai margini?

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