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La scienza triste e la farfalla di Lorenz

Marco Passarella* - 16 Luglio 2009

Come mai economisti accademici, consiglieri economici ed analisti finanziari hanno sottovalutato e, in alcuni casi, completamente ignorato, i segnali della crisi esplosa nell’estate del 2007? È questa, da molti mesi, la domanda posta insistentemente da quotidiani, blog finanziari e talk show televisivi; al centro di dibattiti e convegni di mezzo mondo. Una riposta semplice, ma non banale, è che da tempo gli economisti hanno abbandonato lo studio dei classici del pensiero economico. È un fatto che nelle università occidentali l’economics, un tempo “economia politica”, sia stata ridotta, nel corso degli ultimi vent’anni, a mero tecnicismo. Un tecnicismo autoreferenziale, autistico[1] – fatto di improbabili microfondazioni e di sofisticati, ma asettici, modelli econometrici – e nient’affatto disinteressato. Da decenni, infatti, gli economisti accademici mainstream sono assurti al ruolo, in verità assai ambito, di moderni consiglieri del principe. Occupano scranni parlamentari, poltrone ministeriali e posti nei consigli di amministrazione di prestigiose banche d’affari e società multinazionali. Un ruolo che garantisce loro notorietà mediatica, denaro e potere; e alla loro disciplina uno status privilegiato nell’ambito delle scienze sociali (si parla, non a caso, di “imperialismo” della scienza economica). Nel 1979 Edward Lorenz, il padre della moderna teoria del caos, si chiese se il battito d’ali d’una farfalla in Brasile potesse provocare un tornado in Texas. Verrebbe oggi da chiedersi se davvero fosse impossibile cogliere l’elemento di insostenibilità dell’attuale assetto economico mondiale, costruito sul binomio deflazione salariale-inflazione degli assets. Un binomio esplosivo che ha reso le economie capitalistiche occidentali, già intrinsecamente instabili (lo sapevano bene Marx, Keynes e Minsky), più simili ai sistemi caotici studiati da Lorenz che al cosmo newtoniano agognato dai cultori della “mano invisibile” del mercato.

I tacchini

Un aspetto paradossale è che proprio mentre gli economisti accademici vengono messi sotto accusa da media ed opinione pubblica per non aver previsto la crisi in atto, l’economia mainstream non è mai stata così pervasiva. Parole d’ordine e categorie di pensiero elaborate nelle università d’oltreoceano, veicolate dall’insegnamento universitario e dal circuito mediale, escono sempre più di frequente dalle mura anguste dei dipartimenti di economics per entrare a far parte del senso comune. Non è difficile scorgerne l’influenza nemmeno in quelle culture che pure si vorrebbero fortemente critiche nei confronti del pensiero dominante. Alcuni esempi? “Scarsità” e “sovranità del consumatore”, categorie-cardine della scienza economica mainstream, costituiscono da tempo la base ideologica di parte delle rivendicazioni provenienti dal mondo ambientalista[2]. Esistono poi luoghi comuni anche più pericolosi e difficili da sradicare, come quelli sulla presunta insostenibilità del debito pubblico italiano o sulla necessità di affiancare alla previdenza sociale pubblica forme di previdenza integrativa privata. Benché non sia stata avanzata, sino ad ora, alcuna seria argomentazione teorica, né sia stata portata alcuna evidenza empirica a sostegno di tali tesi, esse sembrano essere ormai penetrate nel senso comune. D’altra parte, la situazione nelle università italiane non è migliore. Nel corso degli ultimi trent’anni è venuta progressivamente meno non soltanto la critica dell’economia politica, ma la stessa idea di economia politica critica (di Keyens, Schumpeter e Sraffa), ossia di una scienza sociale, politicamente significante. L’avvento dell’econometria sta, del resto, progressivamente azzerando ogni spazio residuo per la teoria economica. Come il tacchino di Russel che, sicuro della robustezza delle proprie osservazioni, si stupì allorché la mattina della vigilia di Natale la padrona, anziché riempirgli come di consueto la ciotola, gli tirò il collo, i moderni economisti si illudono di ridurre la teoria a mera induzione dal dato empirico. Riescono in tal modo a prevedere tutto, tranne… gli imprevisti.

La farfalla

Da dove viene allora la crisi dei mutui? Alla fine degli anni settanta, la rivoluzione conservatrice di Thatcher e Reagan mette fine alla lunga stagione di lotte operaie che aveva visto crescere la quota salari sul PIL in tutti i paesi occidentali, minacciando i profitti delle imprese. Con l’affermazione dei governi conservatori, viene inaugurata una nuova stagione, caratterizzata da bassi salari, alti tas-si di interesse e una politica valutaria di cambi (sostanzialmente) fissi, in grado di assicurare un clima di austerità monetaria. La resistenza delle organizzazioni sindacali è infine fiaccata, ma si mani-festa il rischio di un’insufficienza globale di domanda. Eppure, a partire dagli anni ottanta la varia-bile chiave per la crescita mondiale diventano i consumi privati delle famiglie americane. Gli Stati Uniti, e gli altri paesi anglofoni, divengono la “spugna assorbente” delle eccedenze mondiali[3]. L’Europa può, in tal modo, riscoprire la propria antica vocazione mercantilista, puntando sul traino delle esportazioni nette: macchinari e tecnologia dalla Germania e dai paesi scandinavi; manufatti a basso costo dall’Italia (minacciata, sempre più, dai temibili competitori asiatici). Ma se i salari dei lavoratori americani non crescono, come possono crescere i consumi? La risposta è che, soprattutto nel corso degli anni novanta, crescono vertiginosamente i mercati finanziari e, con essi, la ricchezza finanziaria che alimenta i consumi “autonomi” delle famiglie. Queste ultime sono state inglobate nel meccanismo della finanza globale, anche attraverso la rete della previdenza integrativa. Il salariato americano diviene, così, al contempo, un “lavoratore traumatizzato” (per via dello stallo dei salari e della condizione di crescente precarietà lavorativa), ma anche un “risparmiatore bipolare”, la cui propensione a spendere si lega sempre più all’andamento degli indici azionari[4]. Ma da cosa dipende la crescita esponenziale di Wall Street registrata nel corso degli anni novanta? Essenzialmente da tre fattori: anzitutto, dal massiccio afflusso di capitali dall’estero, in fuga dalle crisi di Messico, Asia e Russia; in secondo luogo, dalla ricerca spasmodica della massimizzazione dello shareholder value delle imprese quotate, attraverso la distribuzione di stock option ai manager; infine, dalla politica monetaria espansiva della Fed che, sotto la direzione di Greenspan, culla il sogno proibito di pilotare l’economia americana, “di bolla in bolla”, via “effetti ricchezza”, lungo un sentiero di crescita indefinita. È il passaggio dal vecchio “Monetarismo” al “Nuovo Consenso”, che configura una sorta di “keynesismo finanziario” caratterizzato da un ritrovato interventismo dello stato in economia, ma con il primato della politica monetaria. D’altra parte, l’inflazione si trasferisce dal mercato dei beni e servizi a quello degli assets (salvo tornare poi periodicamente alle commodities e agli idrocarburi, allorché si manifestano lì migliori occasioni di guadagno in conto capitale)[5].

Il tornado

“La stabilità è destabilizzante”, non si stancava di ripetere Hyman Phelp Minsky[6]. Sicché, a dispetto della retorica sulle proprietà prodigiose della Nuova Economia, la crescita euforica dei mercati finanziari non solo non poteva procedere all’infinito (con piccole start-up tecnologiche quotate più della, pur malconcia, General Motors), vista la leva che era stata fatta sui titoli, ma aveva posto le premesse per una repentina, quanto drastica, inversione del ciclo. Del resto, se è vero che la crisi è sempre la risultante di cause reali, osservava Marx, il punto di inversione viene in genere posticipato, e accentuato, dalla speculazione al rialzo sul prezzo delle merci e dei titoli[7]. In effetti, la crisi scoppiata negli Stati uniti nel 2001 aveva le proprie radici nel lungo periodo di crescita economica culminato negli anni della presidenza Clinton. Ma è solo con l’insediamento di Bush jr. alla Casa Bianca che si assiste allo scoppio della bolla delle dot-com (e qui come non ricordare le considerazioni di Keynes sugli effetti prodotti dal timore di un governo ostile[8]). Nel volgere di poche settimane, gli investimenti cadono a picco, i capitali fuggono, mentre il panico paralizza i consumi delle famiglie. L’amministrazione Bush ricorre alla leva fiscale: taglio della pressione fiscale (sui redditi elevati) e spesa militare. Ma ancora una volta è la leva monetaria, con la repentina riduzione dei tassi di interesse decisa dalla Federal Reserve, a giocare un ruolo decisivo. Lo spavento è grande, ma l’operazione riesce. A partire dal 2003 l’economia americana, e con essa l’economia mondiale, riprende a crescere. E ancora una volta la crescita è trainata dai consumi delle famiglie americane. Stavolta sono il credito al consumo, le carte revolving, i mutui facili e una nuova ingegneria finanziaria a garantire il prodigio. Ma ciò non sarebbe stato possibile senza la politica accomodante della Fed, né senza la modificazione del sistema bancario americano e il conseguente afflusso di capitali verso il settore degli immobili, la cui continua rivalutazione trasforma le case in “bancomat”. Dopo il lavoratore spaventato e il risparmiatore maniacale, si materializza una terza figura: quella del “consumatore indebitato”[9].

L’ombrello

Dal canto loro le banche americane si illudono di aver trovato il modo di scaricare e diluire il ri-schio sull’intera platea di risparmiatori. Per di più, se prima concedevano credito mantenendo un rapporto prestabilito con i depositi della clientela, a partire dagli anni ottanta cominciano a prestare sulla base del loro patrimonio, ossia dei titoli ed delle altre attività iscritte in bilancio . Il debito delle famiglie viene ora stipulato da un broker che lo cede alla banca (mediante una società veicolo), e da questa, una volta opportunamente “impacchettato”, viene ceduto agli investitori istituzionali (fondi speculativi, i ben noti hedge funds, ma anche fondi pensione). A garantire la qualità dei titoli, sovente negoziati in mercati non regolamentati né vigilati (come i credit default swap, CDS), dovrebbero provvedere le cosiddette agenzie di rating (Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch), le quali sostituiscono al tradizionale rapporto fiduciario con il cliente, una stima del rischio di insolvenza ottenuta mediante sofisticati modelli econometrici. A garantire il contenimento e la diluizione del rischio dovrebbero, del resto, provvedere le collarized debt obligations (o CDO), le famigerate obbligazioni “salsiccia”, e gli altri prodotti derivati, i quali trasformano il sistema in una casinò economy. L’illusione è che, in virtù di un mirato processo di packaging, l’ingegneria finanziaria sia in grado di rendere i titoli finanziari più sicuri dei beni su cui quegli stessi titoli si fondano[11]. Ma i titoli non rimangono nelle casse degli investitori. Vengono, invece, utilizzati come garanzia per ottenere nuovi prestiti, magari finendo negli attivi delle stesse banche che li avevano emessi e che su tale base erogano nuovi prestiti. Accade così che la bolla dei consumi venga finanziata con la bolla dei debiti (di famiglie e società finanziarie), alimentata dalla bolla degli immobili, alimentata, a sua volta, dalla bolla del credito[12]. Allorché si verificano le prime insolvenze e la vendita di immobili produce una repentina inversione nell’andamento del loro valore di mercato, ne consegue una deflagrazione colossale. L’incertezza e il sospetto si diffondono come un virus lungo i circuiti telematici della finanza e del credito: nessuno si fida più di nessuno. Siamo all’inizio dell’estate del 2007, ma dovranno passare ancora molti mesi prima che governi, economisti mainstream ed industriali si accorgano di quello che sta succedendo. Aveva proprio ragione il canuto Galbraith, un economista che, all’occasione, non disdegnava di recarsi in soffitta[13]: sarebbe buona norma, di tanto in tanto, separare i soldi (e la scienza economica) dagli imbecilli.

* Questo articolo è la versione riveduta e corretta della “lezione in piazza” tenuta a Ferrara mercoledì 1 luglio. Ringrazio gli studenti dell’“Onda” di Ferrara per la splendida serata e per il loro impegno a favore di un’università pubblica e di qualità. Al solito, la responsabilità per le tesi sostenute deve essere considerata interamente mia.
[1] Autismo che ha suscitato la dura presa di posizione di una parte degli studenti universitari in Francia e Regno Unito. Si veda, al riguardo, il sito autisme-economie.org.
[2] Quanto alla categoria di “scarsità”, il riferimento è non tanto al paventato rischio dell’esaurimento dei giacimenti di idrocarburi, il famigerato picco di Hubbert, quanto allo slogan decrescista secondo cui sarebbe da pazzi pensare ad una “crescita infinita in un mondo finito”. Il fatto è che la crescita economica è crescita di “valori d’uso” solo nella misura in cui questi veicolino un maggior “valore” (in termini monetari). D’altra parte, la stessa crescita in termini di valori d’uso non è necessariamente crescita nella quantità di merci tangibili. Né comporta, di per sé, un maggior impatto in termini di dissipazione energetica (entropia). Il problema non è, dunque, la scelta tra crescita e decrescita, ma, piuttosto, “quale” crescita si voglia. Un problema che attiene alla struttura della produzione, e al comando su tale struttura. Non è, invece, banalmente, una questione di scarsità (si veda, al riguardo, L. Cavallaro, “La nouvelle vague della decrescita”, il manifesto, 16 settembre 2007). Venendo al “consumo critico”, l’idea di una rivoluzione con il carrello della spesa cozza contro l’evidenza che il consumatore, critico o acritico che sia, può scegliere quanto e cosa comprare soltanto a valle del processo produttivo, nei limiti di ciò che è già stato prodotto. Le decisioni circa la struttura della produzione spettano alle imprese. Sono queste ultime ad orientare i comportamenti di consumo (mediante pubblicità, campagne di marke-ting, ecc.) della clientela, e non viceversa. Nulla di male, dunque, nello scegliere un pomodoro biologico o una lattina di Ubuntu Cola. Ma sarebbe bene non farsi troppe illusioni.
[3] Si veda, al riguardo, E. Brancaccio, “La crisi di un mondo di bassi salari”, Liberazione, 19 febbraio 2009.
[4] Si vedano R. Bellofiore e J. Halevi, “Lo stato è intervenuto anche nel ‘neoliberismo’”, il manifesto, 24 ottobre 2008.
[5] I prezzi di beni di consumo e servizi si mantengono, invece, relativamente stabili grazie ai bassi salari e all’afflusso di merci a basso costo dai paesi asiatici (si pensi al fenomeno Wal Mart).
[6] Si veda H. P. Minsky, Potrebbe ripetersi? Instabilità e finanza dopo la crisi del ‘29, Torino: Einaudi, 1984.
[7] Si veda K. Marx, Il capitale. Libro terzo, Roma: Editori Riuniti, 1965[1894].
[8] Si veda J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Milano: Milano Finanza Edito-ri, 2006[1936], p. 292.
[9] Si vedano R. Bellofiore e J. Halevi, “Lo stato è intervenuto anche nel ‘neoliberismo’”, il manifesto, 24 ottobre 2008.
[10] Si veda M. Ricci, “Da subprime a Cdo: la crisi in sette clic”, la Repubblica, venerdì 22 maggio 2009.
[11] È questa, in estrema sintesi, la motivazione sulla base della quale nel dicembre del 1997 l’Accademia di Svezia con-ferisce il premio Nobel per l’economia agli americani R. C. Merton e M. Scholes. Sta di fatto che l’anno successivo, LTCM, l’hedge fund nel cui consiglio di amministrazione siedono i due economisti, dichiarerà fallimento.
[12] Si veda M. Ricci, “Da subprime a Cdo: la crisi in sette clic”, la Repubblica, venerdì 22 maggio 2009.
[13] Giusta l’espressione di Schumpeter per il quale “Senza dubbio, è meglio gettar via i modi di pensiero sorpassati che rimanere attaccati indefinitamente ad essi. Nondimeno, le visite in soffitta possono riuscir profittevoli, purché non duri-no troppo a lungo” (J. A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, Torino: Bollati Boringhieri, 2003[1954], p. 4).

9 Commenti


  1. marco scrive:

    Sulla questione sollevata al termine del paragrafo “La farfalla” aggiungo una precisazione tardiva, ma doverosa. L’espressione “di bolla in bolla” si deve a M. Aglietta (”Le capitalisme de bulle en bulle”, Le Monde, 5 settembre 2007), su cui in Italia ha recentemente posto l’attenzione Stefano Lucarelli (”La finanziarizzazione come forma di biopotere” in A. Fumagalli e S. Mezzadra, “Crisi dell’economia globale”, ombre corte, 2009).

    marco


  2. antonio ferrari scrive:

    Non è vero che gli economisti non hanno previsto l’attuale crisi. Non tutti. In una conferenza Solow ricordava che il MIT segnalava da anni nei suoi reports di come l’offerta immobiliare USA fosse superiore alla domanda. In questo contesto concedere mutui con leggerezza è stato come soffiare sul fuoco. La verità è che i media hanno censurato o nella migliore delle ipotesi messo sotto silenziatore ogni invito alla prudenza , obbedendo a politica ed imprenditoria. Per costoro la festa doveva continuare. Ed è continuata fin sull’orlo del baratro.


  3. Flavio scrive:

    …”i moderni economisti si illudono di ridurre la teoria a mera induzione dal dato empirico”…posso chiedere un chiarimento su qeusto passo.. come dovrebbe essere formulata la teoria economica?( tenendo conto di tutti i limiti dell’induzione e delle implicazioni logico-filosofiche).


  4. marco scrive:

    Provo a rispondere brevemente alle questioni sollevate nei due commenti. Concordo, ovviamente, con quanto ha scritto Antonio Ferrari: alcuni economisti avevano previsto la crisi e la avevano prevista da tempo (uno su tutti, W. Godley per il Levi Economic Institute, citato da R. Bellofiore nella sua prefazione alla nuova edizione di “Keynes e l’instabilità del capitalismo” di H.P. Minsky, edito da Bollati Boringhieri, 2009). E di certo il circuito mediale ha svolto un ruolo non indifferente nell’amplificazione della o, meglio, delle bolle speculative. Ma non si può negare che la grande maggioranza degli economisti ‘mainstream’ (definizione - mi rendo conto - imprecisa, ma pur sempre preferibile a quella, ormai inservibile, di ‘neoclassici’) abbia prima negato, e poi sottovalutato, la crisi (si pensi a Lucas o al ‘nostro’ Alesina). Venendo alla seconda questione, quella sollevata da Flavio, continuo a pensare che, depurata dalle ingenuità popperiane, l’idea di procedere mediante congetture e confutazioni (con tutti i limiti che tale operazione presenta, specie nell’ambito delle scienze sociali) rimanga la miglior strada percorribile sul piano della metodologia e della filosofia della scienza economica. Il fatto è che per le nuove generazioni di dottorandi e di ricercatori in economics (tutti assai preparati sul piano statistico e matematico-applicato, ma quasi del tutto a digiuno di teoria economica), da qualche tempo l’unico problema sembra essere divenuto quello di poter disporre di una ‘buona’ banca dati su cui esercitare stime e regressioni. Dove la ‘bontà’ viene misurata, manco a dirlo, in termini di mera ‘trattabilità’ dei dati, ovvero di loro rispondenza a modelli (sovente estrapolati ‘sic et simpliciter’ dalla manualistica dominante) la cui correttezza viene assunta a priori.


  5. Giovanni Galanti scrive:

    Pur non essendo uno specialista, non mi sembra che l’ipotesi decrescista non consideri il valore d’uso… anzi, mi era sembrato di capire che i suoi sotenitori puntano proprio sull’incremento del valore d’uso per ridurre il prelievo di risorse. Forse ho capito male questa ipotesi di decrescita e la sua osservazione mi ha incuriosito molto. Ho letto molti articoli su come l’incremento delle difficoltà di reperire risorse stia giocando un ruolo di fondo nella crisi, tanto da ritenerla strutturale e ormai non più rimediabile. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa… Un cordiale saluto e un grazie per i suoi interventi.


  6. marco scrive:

    Nella nota [2] la nozione di ‘valore d’uso’ è stata utilizzata come sinonimo di ‘merce’ (è, insomma, poco più che una sineddoche). Non so, invece, se ho ben inteso il senso dell’intervento di Giovanni Galanti. Credo si riferisca al desiderio di veder realizzato un sistema in cui l’enfasi venga posta sulla produzione di alcuni specifici valori d’uso a basso impatto entropico (al riguardo vengono, in genere, citati ambiente, cultura e beni relazionali) e non sul valore di scambio, come invece accade in una società capitalistica. Se è così, si tratta di un’idea che può vantare ascendenze antiche, essendo null’altro che la riproposizione, in chiave ‘verde’, delle ricette di ingegneria sociale dei socialisti utopisti pre-marxiani. Il guaio è che tale posizione, pur nobile negli intenti, non fa i conti con ‘ciò che (il capitalismo) è’ (piano positivo dell’analisi), limitandosi a prefigurare vagamente ‘ciò che (una generica società futura) dovrebbe essere’ (piano normativo) secondo alcuni. A dire il vero, una soluzione ‘concreta’, vale a dire un’alternativa storica al mercato quale istituzione economica fondamentale, ci sarebbe: si chiama ‘pianificazione economica’. Ma non credo sia questa l’idea di Latouche e dei decrescisti. Benché, a mio avviso, una discussione seria, proprio sulla possibilità del ‘piano’, a vent’anni dall’implosione del blocco sovietico, andrebbe finalmente riaperta. Quanto alla corsa per l’accaparramento delle risorse, si tratta con tutta evidenza di una questione centrale, alla luce della quale leggere i cambiamenti in atto negli equilibri geo-politici del pianeta (rivoluzioni colorate e lotte per i diritti umani comprese, ma qui il terreno si fa scivoloso). Non credo, invece, che la scarsità di risorse (da intendersi come sinonimo di ‘limitatezza’, non di loro esaurimento imminente, giacché altrimenti non si capirebbe perché le principali potenze capitalistiche del pianeta continuerebbero a contendersele) abbia avuto un ruolo decisivo nella crisi recente, né, tantomeno, che si debba cadere in tentazioni millenariste. La crisi attuale è grave ed è strutturale, ma il capitalismo ne uscirà ancora una volta. Certo ne uscirà profondamente trasformato. E sarà proprio su questo terreno, quello della capacità di interpretare i processi di trasformazione in atto, che si misureranno anche gli spazi reali per la proposta di un’alternativa di società.


  7. Italo Nobile scrive:

    Faccio notare che almeno nove anni fa anche Sylos Labini aveva previsto più o meno la crisi.
    Sul mio blog faccio notare una sequenza di articoli di giornale degli anni scorsi in cui alcuni economisti (o cultori della materia) anticipavano tale evento
    http://pensatoio.ilcannocchiale.it/2009/02/24/oltre_i_nobel_cazzari_quelli_c.html


  8. gaetano scrive:

    concordo anche se Paul Volcker fu nominato da Carter e non da Regan. Voglio solo dire che non si è trattato (e non si tratta) a mio avviso di un discorso su conservatori e non.


  9. gaetano scrive:

    precisazione: mi riferisco solo al passaggio in cui si citano regan e la thatcher

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