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La vera dimensione della crisi occupazionale

Francesco Pirone* - 07 Dicembre 2009

L’impatto della recessione economica internazionale sul mercato del lavoro italiano è sempre più evidente com’è dimostrato dall’emergere di sempre nuove e più gravi crisi aziendali e occupazionali, dall’inasprirsi del conflitto sindacale – che rispetto ai mesi passati sta trovando un po’ più di spazio in quotidiani e telegiornali – e dal diffondersi di condizioni, spesso drammatiche, di disagio sociale. La situazione non migliorerà nei prossimi mesi, anzi le proiezioni economiche diffuse dall’OECD nelle scorse settimane segnalano che nel prossimo anno la disoccupazione per l’Italia continuerà ad aumentare, pur in un contesto di lieve ripresa economica[1].

Le statistiche sul tasso di disoccupazione, però, non colgono che una parte dell’attuale crisi occupazionale, sia per distorsioni tecniche nella misurazione della disoccupazione, come si avrà modo di chiarire, sia perché il disagio materiale dei lavoratori è anche legato alla precarizzazione dell’occupazione che s’intreccia all’assenza di lavoro. Il tasso di disoccupazione pertanto è un indicatore che sottostima il disagio economico ed occupazionale dei lavoratori che è un fenomeno a più dimensioni che riguarda lo scoraggiamento nella ricerca di occupazione, il ricorso alla cassa integrazione, la sottoccupazione e il lavoro a termine. È opportuno, quindi, soffermarsi con più attenzione sulle statistiche disponibili per meglio individuare le dimensioni della crisi occupazionale.

I dati più aggiornati e dettagliati ISTAT sul tasso di disoccupazione in Italia, riguardano il secondo trimestre 2009[2]. A quella data le persone in cerca di occupazione – alla base del calcolo del tasso di disoccupazione – erano oltre 1,8 milioni, un valore che è tendenzialmente cresciuto nei mesi seguenti, come dimostrano le recentissime stime mensili provvisorie diffuse dall’ISTAT, registrando che ad ottobre 2009 il numero dei disoccupati era salito a circa 2 milioni[3]. È noto, però, che si tratta di un calcolo che esclude un numero rilevante di persone che pure essendo senza lavoro e ritenendosi disoccupate vengono considerate come “non attive”, perché il conteggio tra i “disoccupati” è vincolato alla ricerca attiva del lavoro e all’immediata disponibilità a lavorare[4]. I lavoratori considerati inattivi perché non soddisfano tali requisiti possono essere considerati “scoraggiati”, cioè persone che hanno smesso la ricerca attiva del lavoro, nella convinzione di non poter trovare occupazione. A questi si aggiungono quelli che, invece, non sono incondizionatamente disponibili a cominciare un lavoro nelle due settimane successive all’intervista, come spesso capita a donne con figli o anziani a carico. L’effetto di questi fenomeni – lo scoraggiamento appunto – può essere stimato analizzando la composizione della popolazione non attiva. Sulla base dei già citati dati ISTAT, l’insieme dei lavoratori scoraggiati contava, a seconda degli aggregati che si includono, tra un minimo di 3,1 milioni persone, ad un massimo di 4,7 milioni di persone. Si tratta di lavoratori che solo per motivi definitori non sono considerati disoccupati e che possono essere conteggiati in aggiunta ai 1,8 milioni di persone ufficialmente in cerca di lavoro e che, se considerate ai fini del calcolo del tasso di disoccupazione, lo farebbero salire dal 7,4%, all’11,9% (calcolo restrittivo) o addirittura al 16,9% (calcolo allargato).

Guardando, d’altra parte, i dati sul numero degli occupati – circa 23,2 milioni – va sottolineato che non viene considerata la diffusione della cassa integrazione guadagni (CIG) a cui le imprese hanno fatto ampio ricorso nel 2009. È opportuno ricordare, infatti, che la CIG non incide sullo stato occupazionale dei lavoratori che, durante i periodi in cassa integrazione, rimangono ufficialmente “occupati”. L’INPS, relativamente al periodo gennaio-ottobre 2009, ha comunicato di aver concesso circa 716,8 milioni di ore di CIG[5]. In relazione a questi dati INPS, le elaborazioni dell’Osservatorio CIG della CGIL stimano un valore medio di 970.844 lavoratori interessati dalla cassa integrazione nei primi dieci mesi dell’anno[6]. In altri termini si tratta di circa un milione di lavoratori che, pur non avendo perso l’occupazione, hanno registrato una riduzione, più o meno rilevante, del reddito da lavoro.

Non tutti i restanti occupati, però, possono essere considerati a riparo dal bisogno materiale. Al contrario, tra i lavoratori sottoccupati, i lavoratori dipendenti a termine e i lavoratori autonomi parasubordinati, c’è una quota a basso reddito e a ridotte (o nulle) protezioni sociali che può essere assimilata a quella che nei contesti anglosassoni viene definita come l’area dei working poors e che, probabilmente, sono più di altri in condizioni di disagio economico e sociale, anche fuori dalla crisi occupazionale.

Tornando alle statistiche disponibili, una dimensione quantitativa indicativa della sottoccupazione emerge dai dati sugli occupati per ore lavorate. Poiché per essere considerati occupati dall’ISTAT basta aver lavorato anche un’ora nella settimana di riferimento, è opportuno scorporare dall’aggregato degli occupati i lavoratori con un orario estremamente ridotto. L’Istituto di statistica rileva che, al secondo trimestre 2009, circa 510 mila persone registrate come occupate hanno svolto meno di 10 ore di lavoro settimanale (circa il 2,2% degli occupati).

Bisogna infine considerare un’area più vasta di occupazione temporanea, più o meno esposta alla precarietà, ma sicuramente a forte rischio nell’attuale crisi occupazionale, cioè in una fase in cui le opportunità di rioccupazione a scadenza di contratto si riducono. Un primo aggregato di lavoratori a rischio occupazionale è quello dei lavoratori dipendenti a tempo determinato che, facendo riferimento alla stessa fonte ISTAT, erano pari a 2,2 milioni (il 9,5% dell’occupazione totale). A questi si può aggiungere una quota di lavoratori parasubordinati conteggiati tra i lavoratori autonomi. Non ci sono dati aggiornati sul lavoro autonomo parasubordinato, tuttavia per avere un ordine di grandezza è utile rifarsi ai dati disponibili di fonte INPS aggiornati al 2007. Analizzando il database INPS, senza considerare i professionisti, si osserva che circa il 58% dei collaboratori non va oltre i 10mila euro di reddito annuo e di questi il 92% ha un solo committente[7]. Questo gruppo di collaboratori a monocommittenza e a reddito basso che rappresenta la quota più debole dei collaboratori era pari nel 2007 a circa 984 mila lavoratori.

L’analisi dei dati statistici disponibili, per quanto artigianale e bisognosa di maggiori approfondimenti evidenzia che la crisi occupazionale, se letta in un’ottica multidimensionale, riguarda un numero di lavoratori che si pone in un ordine di grandezza che è almeno cinque volte l’ammontare della disoccupazione ufficiale. Si tratta di indicazioni di massima coerenti con le informazioni che giorno per giorno la cronaca registra sul malessere dei lavoratori e sul crescente conflitto sociale e che dovrebbero spingere per tempo le istituzioni di governo a mettere la crisi occupazionale e la condizione dei lavoratori al vertice dell’agenda politica, a livello nazionale e territoriale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Assegnista di ricerca, Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica, Università di Salerno

[1] Cfr. OECD, Economic Outlook: Flash file - quarterly projections. Italy - Key economic projections, Parigi, 19 novembre 2009.
[2] Cfr. ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro. II semestre 2009, Roma, 22 settembre 2009.
[3] Cfr. ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro – Dati mensili. Ottobre 2009: dati provvisori, Roma, 1 dicembre 2009.
[4] Sono considerate in cerca di occupazione le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare entro le due settimane successive all’intervista. Sulle distorsioni prodotte dalle definizioni alla base della Rilevazione sulle forze di lavoro, si veda quanto già pubblicato in questa sede: Pirone F., Di cosa parlano le nostre statistiche sul mercato del lavoro?, Economia e Politica, 17 Febbraio 2009.
[5] Cfr. INPS, Osservatorio sulle ore autorizzate di cassa integrazione guadagni, (aggiornato ad ottobre 2009).
[6] Cfr. CGIL, CIG ottobre 2009, a cura dell’Osservatorio CIG del Dipartimento Settori Produttivi, Roma, 2009.
[7] Cfr. INPS, Osservatorio sui parasubordinati. Contribuenti collaboratori, (aggiornato all’anno 2007).

6 Commenti


  1. Luigi scrive:

    Peccato, però, che queste statistiche (anche quelle più ottimistiche, basate sul solo tasso di disoccupazione) trovino pochissimo spazio nei principali telegiornali, mentre un dato come quello del superindice OCSE (un indicatore poco affidabile, come ammesso dagli stessi ricercatori nella premessa al paper e come messo bene in evidenza da Giavazzi - Le cattive notizie sui dati OCSE - su lavoce.info) è stato l’apertura di quasi tutti i TG. Basterebbe far notare questo per demolire il ragionamento in base al quale l’informazione non è in pericolo. Per quel che riguarda gli 11 milioni, che prendano esempio dal premier: non stiano con le mani in mano, si inventino qualcosa. Anzi, si auto-riducano i salari…


  2. Ivano Scotti scrive:

    Come sempre i ragionamenti di Francesco Pirone sono illuminanti e stimolanti, sarebbe cosa interessante anche provare a “regionalizzare” quanto detto nel contributo. E’ mia opinione che in molte aree del Sud (particolarmente in quelle con mercati del lavoro deboli e struttura produttiva esigua, ad esempio il grosso della Basilicata e Calabria) la drammaticità della crisi sia più forte e con effetti/reazioni sociali ben più subdoli e difficili da misurare.


  3. Francesco Zirpoli scrive:

    Questo articolo rende bene la situazione del paese reale. Mi chiedo quanti tra i “non attivi” siano in verità occupati “in nero”. In una situazione di crisi delle imprese immagino che il fenomeno del lavoro in nero cresca, così come la preacarizzazione o l’esclusione totale dall’accesso al lavoro dei più deboli (giovani). Il tema della legalità e della tutela dei diritti di una intera generazione credo siano centrali se dalla crisi si vuole uscire rafforzati e non indeboliti.


  4. Cristina Tajani scrive:

    Aggiungo all’analisi del tutto condivisibile e ben argomentata di Francesco Pirone, un’ulteriore dimensione della crisi occupazionale che mi appare particolarmente preoccupante. La diminuzione dell’occupazione sta colpendo in maniera sensibile i giovani ed in particolare i giovani con alti livelli di istruzione. Cito dalla relazione del presidente dell’Isfol alle Camere (25 novembre 2009): “Tra i giovani italiani sono i laureati a fare registrare le diminuzioni più significative nei tassi di occupazione in seguito alla crisi. Questa debolezza dei giovani laureati è connessa a problematiche complesse, che investono il sistema di istruzione e formazione e la fisionomia del nostro mercato del lavoro. Ma vi è anche una questione strettamente legata al tessuto produttivo italiano e alle dinamiche di domanda e offerta del lavoro qualificato.
    Per certi versi, infatti, l’Italia appare in controtendenza rispetto ai fenomeni di sviluppo e valorizzazione - anche economica - del capitale umano che caratterizzano le principali economie avanzate.
    Nel nostro Paese si è assistito ad una progressiva riduzione dei salari percepiti dai lavoratori più istruiti rispetto a quelli con un più basso livello di istruzione. Nel settore privato i vantaggi salariali associati al conseguimento di un titolo di laurea e di un diploma di scuola media superiore sono diminuiti tra il 1993 e il 2004 in misura considerevole. E la perdita in termini reddituali per i lavoratori qualificati non è stata compensata da un aumento relativo delle loro opportunità occupazionali.”
    Questo spreco di risorse professionali, culturali ed umane è una seria ipoteca anche sulla qualità della ripresa economica (quando finalmente avverrà).
    Cristina Tajani


  5. Davide Bubbico scrive:

    Per quanto l’autore definisca “artigiane” le sue stime della crisi complessiva credo che illustrino bene le criticità del mercato del lavoro. Come sostiene Ivano Scotti sarebbe interessante disaggregare il dato a livello regionale e confrontarlo con le misure di welfare che in questo ultimo anno le amministrazioni locali hanno adottato (oltre che facendo riferimento agli interventi gestiti dall’INPS).


  6. Sara Corradini scrive:

    La stima della dimensione della crisi occupazionale mi sembra nel contributo di Pirone tenere finalmente conto di aspetti cruciali del fenomeno che difficilmente sono fino ad ora emersi.
    Nell’ultimo anno sembrano chiaramente acuirsi le difficoltà sia per i soggetti più occupabili e disponibili che per quei soggetti più difficilmente occupabili, a bassa qualificazione e in cerca di occupazione di lungo o lunghissimo periodo. Senza dubbio la crisi economica che ha coinvolto il nostro paese nell’ultimo anno ha un ruolo decisivo in tale situazione. Se guardiamo poi all’economia meridionale si somma all’inversione ciclica le debolezze strutturali.
    Per quel che riguarda il lavoro nero, ricerche recenti seppur circoscritte ad aree fortemente depresse (Orientale Caputo, in corso di pubblicazione) sembrano mostrare assieme al calo della partecipazione e all’aumento della disoccupazione, anche una riduzione delle attività di lavoro al nero. La crisi, insomma, ha reso critiche le condizioni di economie,già decisamente fragili, colpendo in maniera evidente anche i lavoratori al nero.

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