Le dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Partito democratico hanno un significato eminentemente politico, ma segnano anche un punto di svolta nella contesa tra paradigmi alternativi di politica economica. Esse ratificano infatti un percorso fallimentare che sarebbe ingeneroso attribuire alla sola volontà del segretario dimissionario, ma che questi ha comunque perseguito con tenacia: la rescissione di ogni legame fra gli eredi del Partito comunista italiano e quella tradizione, che potremmo definire “solidaristico-keynesiana”, che aveva ispirato la redazione delle norme fondamentali della nostra “costituzione economica”.
Quali esse siano è ben noto. L’art. 41 Cost., che – dopo aver affermato che l’iniziativa economica è libera – stabilisce che essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da ledere la sicurezza, la libertà e la dignità umana e demanda alla legge il compito di definire i “piani e programmi” opportuni perché l’iniziativa pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. L’art. 42, che enuncia il diritto di proprietà solo per attribuirgli una funzione sociale e disciplinarla in modo da renderla accessibile a tutti. L’art. 43, che riserva alla proprietà pubblica (ed eventualmente a “comunità di lavoratori”) la produzione e distribuzione di servizi pubblici essenziali o di beni in regime di monopolio naturale o che abbiano preminente interesse generale. L’art. 44, che disciplina la proprietà terriera prevedendo obblighi e vincoli che assicurino equi rapporti sociali.
Ma si debbono aggiungere (e approssimando comunque per difetto) l’art. 36, che assicura al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e in ogni caso sufficiente a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa; l’art. 37, che garantisce piena equiparazione fra uomo e donna anche sul lavoro (non senza precisare che il raggiungimento dell’eguaglianza richiede una legislazione di favore per le donne); l’art. 38, che garantisce che siano provveduti i mezzi a chi si trova nell’impossibilità di lavorare per infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria; e certamente l’art. 39, che istituisce il contratto collettivo nazionale come forma principe per la determinazione della “giusta retribuzione”.
Ebbene, ripercorrendo a ritroso le scelte di politica economica sostenute dalla maggioranza di coloro che del Partito democratico sono stati ispiratori (ossia i superstiti dell’ala cattolico-sociale della Democrazia cristiana e i liquidatori del Partito comunista italiano) è agevole verificare come siano state tutte di segno opposto rispetto al quadro delineato dalla nostra Costituzione. L’adesione acritica – talora perfino ridicola – a tutti i dettami dell’ortodossia economica di ispirazione neoclassica e di segno politico monetarista ha fatto sì che, durante le loro esperienze di governo (incluse quelle immediatamente successive al terremoto politico del 1992), essi hanno provveduto a privatizzare il patrimonio industriale, bancario e produttivo pubblico, depotenziare fino a svilirlo il contratto nazionale di lavoro, comprimere l’area di applicazione della legislazione a tutela del lavoro, abbattere la garanzia pubblica per le pensioni, liberalizzare i prezzi dei mercati immobiliare e mobiliare, imbrigliare entro rigidi paletti quantitativi e “federalisti” le leve collettive della politica fiscale e di bilancio e ridurre consequenzialmente il lavoro pubblico ad un’area di nullafacenti (poco) privilegiati – quasi mai per cattiveria loro, beninteso, ma spesso semplicemente per mancanza di mezzi con cui lavorare. E dall’opposizione, essi hanno contestato i governi in carica solo perché (ed in quanto) non facevano altrettanto.
I risultati di questo lavoro ultradecennale, certificati dalla perdita secca dei salari sul piano distributivo e dal correlativo innalzamento delle quote appropriate dalla rendita (specie finanziaria e immobiliare) e dai profitti, hanno progressivamente eroso il bacino di consenso dell’Ulivo, poi dell’Unione e ora del Partito democratico, fino a ridurlo all’attuale lumicino. Mentre il “bisogno di comunità” indotto dalla feroce dinamica che un mercato concorrenziale assume in una periferia capitalistica, quale indubbiamente è il nostro Paese, ha aperto spazi prima inimmaginabili al voto a destra: un voto pesantemente segnato da Dio, Patria e Famiglia, ma che ai lavoratori, sommersi e non, appare ormai senz’altro preferibile rispetto allo stolido inno alle magnifiche sorti e progressive del capitalismo concorrenziale, al quale credono ormai soltanto gli ultimi giapponesi de lavoce.info.
E’ comprensibile che dal Popolo delle Libertà si levi commosso l’onore delle armi per il segretario dimissionario: nessuno come il capo dell’attuale classe dirigente del Partito democratico ha fatto così tanto per assicurare all’avversario una vittoria così durevole. Altra questione è se quel partito potrà risollevarsi dopo una bancarotta materiale e ideale così pesante: si tratta al momento di una scommessa così aleatoria che si farebbe fatica a trovare un buon credit default swap.



Renato scrive:
quando le parole sono pietre….
Luca scrive:
Articolo chiaro, perfetto nella sua semplicità, tristemente lucido. Questa corsa alla distruzione del patrimonio tradizionale della sinistra purtroppo non è solo del PD, ma appartiene anche agli altri partiti minori comunisti(?) e soprattutto ai cosiddetti movimenti no-global.
umberto scrive:
Condivido in pieno, finalmente questi signori ricevono le giuste lezioni dalla realta`
Antonello scrive:
E’ indiscutibile che la costituzione rappresenti l’archetipo a cui la nostra società deve tendere, e in cui noi tutti ci riconosciamo. in campo economico le misure adottate dai governi sono influenzate non solo dalle scelte di carattere politico, ma anche dalla filosofia e dal modello economico dominante, non solo nel singolo Stato ma bensì nell’intera economia globalizzata. detto questo è innegabile che in italia negli ultimi 15 anni si è assistito a un regresso delle norme a protezione e tutela dei lavoratori. ma sarebbe ingeneroso attribuire le colpe a un partito o a più partiti; la responsabilità va addebbitata a tutta quell’ampia fetta di classe politica che è stata incapace di farsi portatrice delle istanze del mondo del lavoro. alcuni partiti hanno pagato a caro prezzo la discordanza tra ciò che professavano a parole, e ciò che approvavano nei fatti (leggasi consenso di Rifondazione alla L. 196/97).
E’ giunta l’ora che la comunità si pervada di un nuovo spirito di solidarietà e corresponsabilità, in modo da indicare alla classe politica la necessità di una nuova era fatta di sicurezza sociale, economica e giuridica.
Carmine scrive:
D’accordissimo con l’analisi, tra l’altro non dimentichiamo che Veltroni è comunque un rappresentante politico di quel governo che con la legge Treu ha iniziato l’oramai incessante ed inevitabile precarizzazione del lavoro. La verità è che il pd non propone alternative di nessun tipo all’attuale maggioranza, ed il neoliberismo - dato quasi per finito con la crisi economica - continua a dilagare in tutto il mondo. O dobbiamo davvero sperare in Obama?
Marco Barbieri scrive:
Una sola precisazione, non accademica. Tra le norme della Costituzione che hanno fatto la storia della cosiddetta Prima (e civile) Repubblica e della sua costituzione materiale, annovererei innanzitutto quelle sull’organizzazione e il conflitto di classe (39, ma primo comma, e 40). Altrimenti siamo subalterni all’idea che lo Stato sociale sia caratterizzato dai diritti sociali, e che questi siano diritti a prestazione nei confronti dello Stato, finanziariamente condizionati. Non è così, sin dal primo esempio (art. 165 Costituzione di Weimar).
Fra l’altro, è la pretesa, post(?)ideologica equidistanza tra capitale e lavoro che rende il PD così diverso (in peggio) dai partiti riformisti, per quanto moderati essano possano essere stati nella storia europea.
Umanista scrive:
Pare che l’articolo lasci intendere che se l’aggregato politico di centro-sinistra che si è sostituito al Partito Comunista avesse mantenuto una linea ispirata alla tradizione “solidaristico-keynesiana” si sarebbe evitata l’attuale catastrofe politica.
Mi sembra che tale ipotesi sia incongruente con la realtà storica dell’ultimo mezzo secolo: essa implica infatti che tale linea politica avrebbe potuto ottenere un sufficiente consenso per essere sostenibile e che tale consenso, di fronte alla tendenza planetaria a un capitalismo puro e duro rappresentata dal neoliberismo, si sarebbe potuto ottenere non criticando radicalmente il capitalismo stesso, ma semplicemente proponendone una versione “dal volto umano”.
Non si capisce come in Italia si sarebbe potuto proporre un capitalismo di tipo keynesiano quando i paesi che l’avevano adottato molto prima e in modo molto più efficace lo stavano abbandonando…
Silvano Succi scrive:
A proposito di erosione del consenso in area sinistra a seguito della perdita secca dei salari. Bassi salari e precarietà causano insicurezza e questa genera il rimpicciolimento del proprio mondo consapevolezza / responsabilità. In questo senso il sottoproletariato intossicato da 20 anni di Berlusconi è pronto anche ad andare direttamente a destra: non è riserva della sinistra. L’estetista con il busto di Mussolini in casa, elettrice PDL, che pensa sia un suo diritto avere il tempo pieno per il figlio alle elementari forse ritiene che la costituzione, realizzata negli anni 70, sia intoccabile.I suoi rappresentanti politici operano invece tutti i giorni per demolirla: quando lei se ne accorgerà daranno la colpa alla crisi globale o alla perfida Albione, indifferentemente.
Alessio scrive:
Perfetto.
Il Pd sta raccogliendo i frutti di 20 anni di litanie. Come la presunta identità fra Sinistra e liberali montata dai vari Giavazzi, Alesina e Zingales. Come l’idea dei “bilanci blindati” e la fissazione (una coazione a ripetere!) di incardinare i tecnici nei ministeri economici. Non è roba per la politica quella… si tratta di fisiologia, di homo oeconomicus! Teorie che erano ideologiche già ai tempi di Herskovitz e Polnay! Mah…
E’ dagli anni 80 che si è stabilito acriticamente che la colpa della perdita di competitività dell’Europa era da imputare all’alto costo del lavoro. Sono i lavoratori che stanno pagando i costi della ristrutturazione economica e nessuno, nel Pd, ha avuto la forza per constatare la fragilità di questo approccio monetarista.
Marcello scrive:
manca a questa analisi che quella politica non ha risolto l’immane debito pubblico (perchè invece di privatizzare come Public companies con aumenti di capitale che inglobassero i bot nel capitale delle partecipazioni Statali e nelle banche si è preferito regalare le banche agli amici e agli amici degli amici in perfetto stile mafioso) non solo a reso pezzenti i dipendenti ma ha fatto perdere all’italia posizioni a Livello internazionale in tutti i comparti (ancora non c’è stato nessno che abbia chiesto il redde razione anche giudiziale a quella/questa classe politica ma sarebbe ora che si cominciasse a fare.
lino rossi scrive:
Umanista: “Non si capisce come in Italia si sarebbe potuto proporre un capitalismo di tipo keynesiano quando i paesi che l’avevano adottato molto prima e in modo molto più efficace lo stavano abbandonando…”
Quel modello è stato abbandonato perchè “superato” da fenomeni stagflazionistici. Ma quei fenomeni non erano riconducibili al modello ma ad una serie impressionante di errori/eventi.
1giacomo scrive:
Efficace e pragmatica l’analisi, anche nel ricordare l’usurpazione di citazioni “socialiste ” del dicitore dello slogan D+P+F.Il quale, quando legifera, pensa sempre solo in una direzione.
Ma in pratica cosa si fà? Quale via di uscita?
Grazie e saluti
Altromedia scrive:
Ottimo,vi abbiamo “sponsorizzato” presso Gad Lerner per un invito per la prossima puntata che farà sull’economia.
Abbiamo molte aderenze,non mettiamo limiti alla provvidenza..Saluti.
Francesco Musotti scrive:
Cari Cavallaro e Realfonzo, la lettura di questo articolo suscita in me notevoli perplessità, che cercherò, per farla breve, di sintetizzare in interrogativi sui quali non riesco ad avere, attualmente, idee
perentorie come le vostre.
1) Ritenete davvero che la nostra destra trionfante sia identificabile per una ideologia impastata di “Dio-Patria-Famiglia” e non per la capacità (post-tradizionalista, post-populista, post-peronista…Berlusconi è straordinariamente laico e moderno) di accreditarsi quale via di fuga dal fallimento terrificante della politica in cui siamo precipitati con la cosiddetta caduta della Prima Repubblica e sul quale la sinistra,
in tutte le sue componenti, non ha riflettuto abbastanza (nascondendo sotto il tappeto la cenere delle sue responsabilità)?
2) Ritenete davvero che le nostre politiche economiche sarebbero potute essere tanto diverse, vista la nostra integrazione nel quadro istituzionale europeo? E’ vero o non è vero che la politica è l’arte del possibile? Possiamo strologare quanto vogliamo sulla stupidità dei
criteri di Mastricht (in termini di fondamenti teorici), ma l’Italia
ha la forza di comportarsi come se essi non esistessero? E come se il nostro debito pubblico non fosse quello che è? Nelle condizioni di quel debito che potere contrattuale effettivo abbiamo coi partners europei?
3) La crisi del keynesismo, che ha aperto le porte al corso monetarista,
è stata l’invenzione retorica del Grande Fratello che tira le file del capitalismo mondiale, oppure affondava le radici in questioni serissime che la sinistra (ancora) non ha saputo studiare e comprendere a fondo?
4) Siete sicuri che il vento delle politiche Usa degli ultimi trenta anni si possa bollare esclusivamente con il solito epiteto di “neo-liberista”. Sul piano del mercato del lavoro, certo, le cose sono andate così, ma esistono ottime ricerche, molto poco frequentate, le quali ci dicono a chiare lettere quanto imponente sia stato, in Usa appunto, il ruolo dell’operatore pubblico in tema, ad esempio, di economia industriale. Vogliamo cominciare a discuterne?
Lo dico in primo luogo per me: se non cominciamo a bagnarci anche sgradevolmente nella realtà, nelle sue pieghe più ostiche ai nostri desideri e alla nostra sensibilità, ho paura che l’unico destino della sinistra sia quello di chiudersi nella più remota delle torri d’avorio o di continuare a scimmiottare (più o meno veltronianamente) la destra.
Cordialmente
Cavallaro e Realfonzo rispondono:
Ringraziamo Francesco Musotti per le questioni che ci ha posto, che per certi aspetti convergono con quelle sollevate da altri lettori. Si tratta di temi che non possono essere oggetto di una trattazione circoscritta come quella necessariamente imposta dalla natura di una replica e che, per di più, involgono la stessa ragion d’essere della nostra rivista. Proprio per ciò, invitiamo Musotti (e con lui i nostri più critici lettori) a continuare a seguirci, sostenerci e incalzarci, magari dando uno sguardo anche agli articoli apparentemente più tecnici che abbiamo pubblicato e pubblicheremo, dove però si “nasconde” molta polpa politica.
Una precisazione ci sembra tuttavia necessaria. Contrariamente a quanto scrive Musotti, nel nostro editoriale non abbiamo utilizzato l’aggettivo “neo-liberista”. Non è un caso: siamo infatti dell’avviso che la categoria di “neo-liberismo” sia analiticamente spuria e costituisca un comodo artificio retorico per sottrarsi al problema costituito da almeno due modi di essere della destra sul piano della politica economica: un modo populista e plebiscitario, cui corrisponde di solito un uso spregiudicato dello Stato, e un altro tecnocratico ed elitario, cui fa da pendant un’azione volta sistematicamente a comprimerne gli spazi d’intervento. Giudichino i lettori chi abbia meglio rappresentato cosa nel panorama politico degli ultimi quindici anni. A tutti grazie per i commenti.
michele scrive:
articolo chiaro e condivisibile. ma domanda(?):
Luigi Cavallaro….. solo un caso di omonimia il collaboratore (eventualmente “ex-giapponese”) de lavoce.info?
http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/-collaboratori/pagina203.html
Cavallaro risponde:
Non omonimia, ma identità piena, e nessun… “cambio di nazionalità”, come peraltro il lettore avrà modo di verificare leggendo gli unici due articoli che ho scritto per “lavoce.info” (vedi Asimmetrie sulla rotta per Cayman e Quando la legalità è debole). Dovunque abbia scritto, ho sempre manifestato le stesse idee. Il problema è che non di rado queste hanno finito per alienarmi la disponibilità di chi mi ospitava. Ma questo è un altro discorso.
Umanista scrive:
Quelle poche volte che i partners europei si sono degnati di sottoporre a giudizio democratico il “quadro istituzionale europeo” non hanno certo ottenuto euforiche conferme (referendum in Francia, Olanda e, piu’ recentemente, Irlanda). L’immagine di gendarmi europei compatti nel far espiare ai furbi italiani il peccato del debito pubblico è semplicemente falsa: in realtà in Italia come all’estero, i vincoli europei sono rifiutati da un’ampia fetta della popolazione a riprova del fatto che non si tratta di immutabili «leggi» economiche quanto piuttosto del risultato dei rapporti di forza nella società. Ora, se le si vieta di modificare i rapporti di forza, a cosa diamine serve la politica??
Gionata C. scrive:
Un plauso per l’articolo.
Niente da aggiungere.