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Visioni “minimaliste” della disoccupazione

Pubblicato il 12 Ottobre 2010 da admin

Il Nobel 2010 per l’Economia a Diamond, Mortensen e Pissarides per i loro studi sui mercati caratterizzati da “frizioni” e in particolare sul problema del mancato “incontro” tra domanda e offerta di lavoro [1]

Peter Diamond (nato nel 1940 a New York e docente al MIT di Boston), Dale Mortensen (nato nel 1939 in Oregon e docente alla Northwestern University) e Christopher Pissarides (nato a Cipro nel 1938 e professore alla London School), sono i vincitori del premio Nobel 2010 per l’Economia. L’onorificenza viene ad essi assegnata “per le analisi dei mercati caratterizzati da ‘frizioni’ nel processo di incontro tra domanda e offerta”, con particolare riguardo alla domanda e all’offerta di lavoro.

Mai come quest’anno le scelte dell’Accademia svedese delle Scienze sembrano intersecarsi con le spinose vicende dell’attualità politica. Negli Stati Uniti la notizia della vittoria di Diamond deve infatti aver suscitato non pochi imbarazzi tra le file del Partito Repubblicano. Appena poche settimane fa i senatori repubblicani avevano respinto la proposta della Casa Bianca di nominare l’economista del MIT nel board della Federal Reserve. L’opposizione a Diamond derivava dal tentativo di impedire una ulteriore designazione di marca democratica ai vertici della banca centrale statunitense. Il portavoce repubblicano aveva però tentato di fornire un più nobile pretesto per il voto contrario del suo partito sostenendo che Diamond non avesse “l’esperienza necessaria per l’incarico”. In effetti, al di là dei reali propositi, l’argomentazione non sarebbe del tutto peregrina. Schumpeter riteneva che l’economista scientifico, per considerarsi davvero tale, dovrebbe esser capace di padroneggiare una complessa varietà di discipline: dalla storia, alla statistica, alla teoria pura. Al giorno d’oggi però le cose sono molto diverse e la specializzazione del lavoro condiziona pesantemente anche la formazione degli economisti. Per molti di essi passare da un ambito di ricerca all’altro può risultare difficile quanto per un cardiochirurgo può esserlo una diagnosi in campo neuropsichiatrico. Non sembra però esser questo il caso di Diamond, che nel corso degli anni ha continuamente mostrato di poter spaziare tra argomenti diversissimi, dalla cosiddetta “high theory” ai problemi della previdenza, dalle analisi del mercato del lavoro ai contributi in tema di tassazione. A coronamento di una così lunga e articolata carriera giunge adesso anche il conferimento del Nobel, che renderà piuttosto deboli gli argomenti dei repubblicani e che sembra quindi preannunciare una vittoria di Obama, già da tempo fermamente intenzionato a riproporre al Senato la candidatura dell’economista bostoniano al board della FED.

Ma c’è un motivo forse ancor più interessante per il quale le decisioni di Stoccolma potrebbero avere qualche immediata ricaduta sul dibattito politico. Tra gli studi di Diamond, Mortensen e Pissarides vi sono infatti anche quelli dedicati alle carenze di informazione e ai vari altri ostacoli che possono rendere difficile la ricerca reciproca e l’incontro tra lavoratori disoccupati e imprese intenzionate ad assumere. Uno degli oggetti di questi studi è la rivisitazione della cosiddetta “curva di Beveridge”, una relazione che prende il nome da Lord Beveridge, noto economista e riformatore sociale che nell’immediato dopoguerra contribuì alla edificazione del moderno welfare state britannico. Nella sua interpretazione tradizionale, la curva esprime un legame statistico tra il numero di posti di lavoro disponibili e il numero dei disoccupati. In genere questo legame dovrebbe risultare inverso. La ragione è che in una situazione di recessione causata da carenza di domanda i disoccupati saranno numerosi mentre i posti disponibili saranno ben pochi. Di contro, in una fase di espansione della domanda e della produzione, il numero dei disoccupati si riduce mentre i posti di lavoro vacanti crescono a causa della crescente difficoltà delle imprese di reperire lavoratori. Si viene così a delineare una sorta di “curva” che in corrispondenza di un’alta disoccupazione segnalerà una bassa disponibilità di posti liberi, e viceversa. Conoscendo dunque il numero dei disoccupati e il numero di posti disponibili, le autorità di governo dovrebbero essere in grado di verificare, per esempio, se l’economia soffre o meno di una carenza di domanda e se necessita quindi di politiche espansive.

Il problema che si pone è che il rapporto tra posti vacanti e lavoratori disoccupati può cambiare, e quindi la “curva” di Beveridge può subire degli improvvisi spostamenti. Di recente negli Stati Uniti si è proprio discusso di questa eventualità. Le statistiche infatti segnalano un forte incremento dei disoccupati che, contrariamente a quanto lascerebbe intendere la “curva”, risulta accompagnato non da una riduzione ma da un moderato aumento dei posti disponibili. Tra gli economisti mainstream la spiegazione convenzionale per questo fenomeno è che la “curva” potrebbe essersi spostata. C’è tuttavia un profondo disaccordo sui possibili motivi di questo riposizionamento. Alcuni sostengono che l’esistenza di tanta gente a spasso nonostante la disponibilità di posti vacanti sia dovuta ai generosi sussidi ai disoccupati erogati dall’Amministrazione Obama. Dalle frange oltranziste del partito repubblicano il Presidente viene per questo additato come una sorta di moderno Lafargue, colpevole di indurre all’ozio gli altrimenti onesti e laboriosi operai americani. Contro questa tesi vi è invece quella di chi ritiene che l’incremento contemporaneo dei disoccupati e dei posti disponibili si spieghi con la grave crisi economica in corso e con le profonde ristrutturazioni cui essa ha dato luogo. La grande recessione potrebbe cioè aver determinato non solo un crollo della produzione totale ma anche uno stravolgimento delle proporzioni tra i vari settori produttivi, e quindi un mutamento delle qualifiche richieste dalle imprese rispetto alle competenze effettive dei disoccupati. Il fatto che l’aumento dei disoccupati sia stato finora molto più marcato rispetto all’aumento dei posti vacanti farebbe logicamente propendere verso questa seconda possibilità. Se però si osservano i dati dal punto di vista delle teorie premiate il ragionamento tende a complicarsi. Dalle ricerche di Diamond, Mortensen e Pissarides si possono infatti trarre conclusioni favorevoli sia all’una che all’altra interpretazione[2]. Anzi, se si guarda alle versioni elementari dei modelli di Pissarides si scopre che in esse la possibilità stessa di un crollo della domanda non viene nemmeno contemplata. Nelle versioni più sofisticate di questi modelli la crisi da domanda viene ammessa, ma solo nei termini di una deviazione temporanea dall’equilibrio del sistema. Nel lungo termine, la disoccupazione dovrà quindi sempre essere interpretata in una chiave che potremmo definire “minimalista”, ossia quale mero problema di mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro e non come il riflesso di una crisi generalizzata che possa lungamente deprimere prima l’una e poi l’altra. Insomma, non sembra esservi modo in queste analisi di concepire la carenza di domanda effettiva come una “malattia” che può protrarsi nel lungo periodo[3]. Tale difficoltà in effetti è abbastanza comune a tutto il variegato arcipelago della teoria economica mainstream. Dati i tempi, c’è chi ritiene che essa stia diventando anche un po’ frustrante[4].

 

[1] Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul manifesto del 12 ottobre 2010.
[2] Gli studi empirici prevalenti basati sulle teorie dei Nobel 2010 non escludono l’esistenza di un (modesto) legame tra maggiori sussidi e maggior durata della disoccupazione. Con una durata media della disoccupazione di 6 mesi, un aumento dei sussidi del 10% risulterebbe correlato a un incremento della disoccupazione tra i 6 e gli 11 giorni, cioè tra il 3,3% e il 6,1%. Devine T., Kiefer N. (1991), Empirical Labour Economics: The Search Approach, Oxford University Press.
[3] E’ esattamente l’impossibilità di ammettere carenze di domanda nel lungo periodo che induce Diamond ad affermare, con riferimento alla previdenza, che “….gli economisti sono preoccupati di generare maggiori risparmi per aiutare le generazioni future…” (Lezione Angelo Costa, 1999). In realtà vi sono economisti i quali temono che una continua sollecitazione dei risparmi possa deprimere la domanda e la capacità produttiva sia nel breve che nel lungo termine, e possa quindi arrivare a danneggiare le generazioni future anziché favorirle.
[4] Il fatto la carenza di domanda possa manifestarsi anche nel lungo periodo viene talvolta frettolosamente rigettato in base all’idea che una simile eventualità sarebbe ammissibile solo nei vecchi modelli keynesiani, in cui si presume che la domanda possa non eguagliare l’offerta a causa della mancanza di un meccanismo di prezzi che garantisca l’equilibrio. In realtà questa interpretazione della teoria keynesiana è errata. Almeno per quanto riguarda i modelli macroeconomici keynesiani che poggiano su schemi dei prezzi di produzione di matrice sraffiana, le cose non stanno in questi termini. Tali schemi infatti incorporano senz’altro un meccanismo dei prezzi che garantisce un “equilibrio” o, per meglio dire, una posizione di lungo periodo con saggi di profitto uniformi tra i settori. Tuttavia non si tratta di una posizione che preveda necessariamente l’uguaglianza tra le dotazioni di risorse esistenti e le rispettive domande. Tale proprietà rende questo tipo di teorie dei prezzi particolarmente adatto all’analisi della realtà capitalistica, caratterizzata da ampie fluttuazioni e da prolungati periodi di sottoutilizzazione della capacità produttiva e del lavoro disponibile.    

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Presentazione della Lettera degli economisti

Pubblicato il 14 Giugno 2010 da admin

Comunicato Stampa: martedì 15 giugno la presentazione della Lettera firmata da oltre 100 economisti contro le politiche di austerità del Governo e per una svolta di politica economica in Europa.

Martedì 15 giugno, alle ore 12,00 presso il Centro Congressi Cavour (via Cavour 50/a) a Roma, i docenti Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati terranno una conferenza stampa di presentazione della ”Lettera degli economisti”.

La Lettera tocca nodi politici cruciali ed è destinata a far discutere. Il documento infatti chiarisce che le “politiche dei sacrifici” intraprese dal governo italiano e da alcuni governi europei rischiano di produrre effetti opposti a quelli annunciati. Esse infatti accentuano la crisi, alimentano la speculazione e potrebbero condurre alla totale deflagrazione della zona euro. La Lettera non risparmia critiche ai sostenitori di questo indirizzo restrittivo di politica economica ed indica una possibile via d’uscita dalla crisi, europea o nazionale.

Il documento sarà reso pubblico in occasione della conferenza stampa. Esso è stato già sottoscritto da oltre 100 economisti provenienti da diverse scuole di pensiero. Tra di essi si annoverano illustri editorialisti delle maggiori testate nazionali ed alcune tra le più autorevoli firme della comunità scientifica internazionale.

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Tempo di “falchi” a Palazzo Koch

Pubblicato il 01 Giugno 2010 da admin

«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale». Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale delle considerazioni del governatore della Banca d’Italia presentate ieri all’assemblea annuale dell’istituto. Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi per un attimo dall’abituale, morigerato linguaggio di Palazzo Koch. C’è da scommettere che i commentatori dedicheranno grande attenzione a questo colpo di teatro del governatore. A ben guardare tuttavia la dichiarazione si rivela politicamente vaga, dal momento che Draghi evita di citare gli interventi che anziché ridurre gli evasori ne hanno favorito in questi anni la proliferazione. Basti pensare che egli conferisce al governo Berlusconi il merito di aver adottato «misure di contrasto all’evasione fiscale» e non accenna invece agli effetti d’incentivo all’evasione che sono scaturiti da numerosi provvedimenti dell’esecutivo, tra i quali spicca il condono di fatto sui capitali rimpatriati.

Il principale punto critico delle considerazioni del governatore non risiede però nella paludata valutazione dell’operato del governo italiano. Il vero problema verte sulla scelta di assolvere completamente la Germania riguardo alle cause della gravissima crisi della zona euro. A questo riguardo il governatore riconosce che l’attuale instabilità della Unione monetaria europea è alimentata dai marcati squilibri nei rapporti di credito e debito tra i suoi paesi membri. Draghi tuttavia si guarda bene dal chiarire che questi squilibri sono in larga misura dovuti alla politica iper-competitiva e ultra-restrittiva della Germania, da tempo orientata a schiacciare i salari e la spesa interna in modo da reprimere le importazioni di merci dall’estero, e a favorire invece la penetrazione delle merci tedesche nei mercati dell’eurozona. Attraverso questo sistematico eccesso di vendite sugli acquisti la Germania accumula crediti verso l’estero. Essa quindi non contribuisce allo sviluppo economico europeo, ma anzi paradossalmente si fa trainare dai paesi più deboli dell’unione monetaria, tra i quali spiccano la Grecia, la Spagna, il Portogallo, la stessa Francia. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dai tedeschi più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti verso la Germania.

E’ significativo che Draghi non accenni a questo enorme problema, che da tempo mina alle fondamenta l’intero progetto di unificazione europea. Quando si tratta di analizzare la crisi a livello globale, egli dichiara senza mezzi termini che per uscirne sarebbe necessaria «una forte espansione della domanda interna da parte dei paesi che hanno accumulato ampi avanzi esterni», e cioè soprattutto da parte della Cina[1]. Tuttavia, quando passa ad esaminare il quadro europeo, il governatore preferisce ripetere diligentemente il verbo delle autorità tedesche, affermando che tocca solo ai paesi debitori farsi carico del riequilibrio, attraverso strette alla spesa pubblica, contenimenti dei salari, aumenti della età pensionabile e ulteriori riduzioni delle tutele dei lavoratori. Il governatore arriva persino a sostenere che «l’impegno a raggiungere un saldo di bilancio strutturale in pareggio o in avanzo va reso cogente, introducendo sanzioni, anche politiche, in caso di inadempienze». In altre parole, chi non si adegua alla linea indicata dai tedeschi dovrà perdere il diritto di voto in Europa. Al pari di Padoa Schioppa e di Bini Smaghi, anche Draghi sembra dunque improvvisamente desideroso di concorrere al titolo di banchiere più “falco” dell’Unione. A voler esser tendenziosi, potremmo avanzare il sospetto che tutto questo sgomitare a favore della politica restrittiva si spieghi con la scadenza del mandato di Trichet, e con la volontà di ingraziarsi i tedeschi in vista della prossima nomina del nuovo governatore della Banca centrale europea. Ma se anche non si volesse cedere alla tentazione di pensar male, resterebbe da capire in che modo un simile orientamento possa ritenersi compatibile con i fondamentali interessi economici dell’Italia, degli altri paesi periferici e in fin dei conti della intera Unione europea. A questo riguardo lo stesso Draghi riconosce che nel 2009 si è verificato un boom dei fallimenti tra le imprese italiane, pari a un quarto in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di un dato allarmante, che accomuna l’Italia agli altri paesi deboli dell’Unione. Esso sta ad indicare che la crisi non solo colpisce i lavoratori ma mette anche fuori mercato moltissime imprese situate nelle aree periferiche del continente. Di certo la notizia verrà accolta con favore dagli imprenditori tedeschi che contano di uscire vincenti dalla crisi, con meno sindacato e meno concorrenza estera a intralciarli. Le rappresentanze politiche del capitale tedesco sembrano in sostanza disposte a concepire l’Europa solo nei termini di una Germania allargata, che basi la sua strategia di sviluppo esclusivamente sulla competitività e sulle esportazioni nel resto del mondo. In base a questa visione, i paesi periferici dell’Unione dovrebbero progressivamente ridursi al rango di fornitori di manodopera a basso costo, o al limite di azionisti di minoranza in uno scacchiere capitalistico a stretto controllo tedesco. In effetti, fino a quando c’erano i boom speculativi della finanza statunitense a trainare l’economia mondiale l’idea di una “grande Germania” votata all’export poteva avere una sua pur feroce logica. Adesso però che la locomotiva americana si è inceppata tale progetto risulta estremamente azzardato. Esso infatti crea le condizioni per un avvitamento generale della crisi, che potrebbe scatenare una deflazione da debiti paragonabile a quella degli anni Trenta. Se ciò avvenisse l’intero progetto dell’unità europea crollerebbe. E la principale responsabilità di un simile fallimento sarebbe da imputare non tanto alle spese eccessive di Grecia e Spagna, quanto piuttosto alla politica economica tedesca e ai suoi sostenitori, tra cui purtroppo diversi italiani.

Quasi a volersi difendere da una simile accusa, Draghi prova a chiudere le sue considerazioni con una nota di ottimismo sui presunti benefici dell’austerità:  «Nel 1992 affrontammo una crisi di bilancio ben più seria di quella che hanno oggi davanti alcuni paesi europei. Il Governo dell’epoca presentò un piano di rientro che, condiviso dal Paese, fu creduto dai mercati. Fu una lotta lunga […] ma fu vinta, perché i governi che seguirono mantennero la disciplina di bilancio: la stabilità era entrata nella cultura del Paese». Un piano creduto dai mercati? Il governatore non la racconta giusta. In realtà le tremende strette ai salari, alle pensioni e al bilancio pubblico di quell’anno accentuarono la depressione del reddito nazionale e quindi sollevarono dubbi crescenti sulla capacità di rimborso dei debiti. Esse dunque non frenarono la speculazione ma anzi la alimentarono, favorendo in tal modo l’uscita dell’Italia dal Sistema monetario europeo e la conseguente svalutazione della lira. I lavoratori pagarono così due volte: prima a causa della politica di austerità e poi a causa della perdita di potere d’acquisto della lira. A quanto pare si sta facendo di tutto affinché la storia si ripeta, in termini forse ancor più violenti che in passato. Una resistenza consapevole a questo andazzo si pratica in primo luogo acquisendo coscienza del fatto che l’austerità non costituisce un antidoto sicuro contro la deflazione da debiti e la speculazione, ma anzi potrebbe a date condizioni favorirle.

[1] In effetti Draghi non è l’unico a sostenere questa tesi. Tuttavia, per quanto diffusa, l’idea secondo cui la Cina dovrebbe farsi promotrice della ripresa mondiale attraverso una espansione della domanda interna non sembra molto convincente. In assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale è difficile che un paese che non emetta dollari accetti di espandere la domanda e di collocarsi in posizione di disavanzo commerciale. Più probabile è l’eventualità di un parziale “sganciamento” dal regime di accumulazione mondiale, tramite combinazioni di politica espansiva interna e protezionismo verso l’esterno. Per un approfondimento, rinviamo a “Finché dollaro non vi separi” (in Emiliano Brancaccio, La crisi del pensiero unico, 2° ed., Franco Angeli, Milano 2010). Sul rapporto tra la crisi globale e la crisi del sistema monetario internazionale, si veda Lilia Costabile,  “The international circuit of key currencies and the global crisis. Is there scope for reform?”, in Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana, The global economic crisis: new perspectives on the critique of economic theory and policy, Routledge, London (di prossima pubblicazione). 

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La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

Pubblicato il 02 Aprile 2010 da admin

In Grecia il governo trucca i bilanci, si dà alla finanza allegra, manda in pensione i lavoratori troppo presto e poi chiede aiuto all’Europa quando i mercati finanziari lo sfiduciano. In estrema sintesi è questa l’interpretazione della crisi finanziaria greca che in questi giorni va per la maggiore. Gli economisti Alesina e Perotti, tra gli altri, la sostengono apertamente (Sole 24 Ore, 27 marzo). Questa lettura fa indubbiamente parte del senso comune. Essa tuttavia non coglie alcuni problemi di fondo che riguardano non solo il caso della Grecia ma l’intero assetto della Unione monetaria europea.

Le principali difficoltà in seno alla zona euro riguardano più gli squilibri commerciali tra i paesi membri che l’andamento dei conti pubblici di ogni singolo paese. La superiore capacità dei capitali tedeschi di aggredire i mercati esteri è la causa principale di tali squilibri. In Germania l’elevato grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali determina una rapida crescita del valore della produttività oraria del lavoro. A ciò si è aggiunta, soprattutto negli ultimi anni, una politica di forte contenimento dei salari e della spesa interna. Conseguenza di questi andamenti è una dinamica dei costi unitari e delle importazioni molto più contenuta rispetto a quella che si registra in altri paesi europei. L’economia tedesca risulta quindi sempre più competitiva e riesce ad accumulare avanzi commerciali sistematici a fronte della strutturale tendenza al disavanzo estero in cui versano soprattutto Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Questi paesi vengono talvolta bollati con il poco diplomatico acronimo di “pigs”. Ciò che tuttavia sfugge a molte analisi è che i cosiddetti “pigs” sono accomunati dalla summenzionata tendenza ai disavanzi con l’estero, mentre per quanto riguarda i rispettivi debiti pubblici si somigliano molto poco. Del resto le indagini empiriche mostrano che i differenziali tra i tassi d’interesse sui titoli pubblici dei paesi europei sono correlati alla dinamica dei conti esteri in rapporto al Pil più che all’andamento dei conti pubblici[1]. A quanto pare, dunque, gli speculatori contemplano il rischio di un default dei bilanci statali solo in via secondaria, mentre tendono soprattutto a sbarazzarsi dei titoli sia pubblici che privati dei paesi afflitti da una tendenza alla stagnazione o al disavanzo estero, o addirittura da una miscela di entrambe. Il sospetto che sembra dunque muovere gli speculatori è che tali paesi possano prima o poi decidere di affrontare i loro problemi di competitività attraverso l’abbandono dell’euro e la svalutazione. In tal caso i titoli denominati nelle valute deprezzate perderebbero valore, ed è bene quindi venderli prima che ciò accada.

Gli squilibri commerciali rappresentano dunque il maggior pericolo per il futuro della moneta unica. L’attuale assetto istituzionale dell’Unione scarica tutto il peso del riequilibrio sui paesi in disavanzo con l’estero, i quali vengono continuamente forzati a comprimere i salari e la spesa sociale. Gli stessi “aiuti” alla Grecia saranno vincolati all’attuazione di tali politiche deflattive. Ma come abbiamo detto anche la Germania si caratterizza per una politica di schiacciamento delle retribuzioni e del welfare. I paesi in difficoltà commerciale sono quindi chiamati ad abbattere i salari e la spesa pubblica per compensare non solo la maggiore produttività delle imprese tedesche ma anche la stessa politica restrittiva della Germania. I dati ci dicono però che in questo modo il problema cruciale dei divari competitivi tra i paesi membri non viene risolto ma viene solo rinviato. Tali divari inoltre sono ormai così accentuati che la tentazione per qualcuno di mandare tutto all’aria e di sganciarsi dalla moneta unica potrebbe un giorno o l’altro farsi irresistibile. E se anche non vi fosse una espressa decisione politica in tal senso, gli attacchi speculativi potrebbero a un certo punto moltiplicarsi fino a rendere inesorabili le svalutazioni. Il caso greco rappresenta in questo senso solo un primo campanello di allarme.

La zona euro è dunque attraversata da tendenze centrifughe poderose, che vengono oltretutto rafforzate dalla crisi. Per contrastarle bisognerebbe indurre le autorità tedesche ad accettare l’introduzione di un diverso criterio di riequilibrio commerciale, che si basi su una loro maggior disponibilità a spendere e più in generale su meccanismi di governo politico dell’Unione che compensino la superiore capacità dei capitali tedeschi di penetrare i mercati esteri. Tuttavia a Berlino non sembrano particolarmente scossi dalla eventualità che alcuni paesi arrivino a sganciarsi dalla moneta unica. Ciò non deve meravigliare. Il governo tedesco sa bene che le svalutazioni altrui potrebbero ridurre in via solo temporanea i divari di competitività rispetto alla Germania. Inoltre, una volta esaurita la spinta competitiva delle svalutazioni, le imprese tedesche avrebbero l’opportunità di rastrellare ingenti capitali dal resto d’Europa a prezzi di saldo. Una eventuale crisi dell’unità monetaria potrebbe quindi esser vista dai tedeschi come una normale fase di assestamento lungo l’inesorabile percorso di egemonizzazione economico-politica dell’Europa.

Sparire o farsi assorbire: è questo dunque il destino di tante imprese situate in Grecia, in Italia e nelle altre periferie del continente? Bisogna cioè rassegnarsi al fatto che la testa pensante del capitale europeo si concentrerà sempre di più in Germania e che i “pigs” rimarranno popolati solo da masse inermi di azionisti di minoranza e di lavoratori a basso costo? Nella sostanza è esattamente questo il futuro che ci riserva l’attuale assetto dell’Unione monetaria europea. La crisi economica rende però la situazione più dolorosa sul piano economico e quindi forse più accidentata sul terreno politico. Se una tangibile ripresa mondiale si facesse ancora attendere, i paesi deboli dell’Unione potrebbero arrivare ad accarezzare l’idea non soltanto di svalutare, ma anche di ridurre in modi più o meno surrettizi il grado di apertura internazionale dei loro mercati. Impensabile appena pochi anni fa, una reazione del genere trova oggi più di un riscontro tra gli stessi imprenditori “periferici” ed è forse l’unica mossa che potrebbe suscitare qualche dubbio a Berlino sulla aggressiva politica mercantilista fino ad oggi perpetuata dalla Germania[2]. Sembra paradossale, ma il rilancio dell’unità europea potrebbe scaturire proprio da una minaccia neo-protezionista avanzata da qualcuno dei “pigs”.

  
[1] Per un test sulla relazione tra i differenziali fra i tassi d’interesse su titoli italiani e tedeschi e gli andamenti dei conti esteri e dei conti pubblici di Italia e Germania, rinvio a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, Studi economici n. 96, 2008/3.
[2] Sulle implicazioni della politica mercantilista della Germania si veda anche Sergio Cesaratto, “Notes on Europe, German Mercantilism and the Current Crisis”, contributo agli atti del convegno “La crisi globale” (Siena 2010; gli atti saranno pubblicati nei prossimi mesi da Routledge in un volume a cura di Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana dal titolo The Global economic crisis. New perspectives on the critique of economic theory and policy; gli atti provvisori e i materiali audio in italiano sono già disponibili nella sezione “atti” del sito www.theglobalcrisis.info/). 

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Un convegno per capire la crisi

Pubblicato il 23 Dicembre 2009 da admin

Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica.

Il convegno è organizzato con la collaborazione di Economia e politica. Tutte le informazioni sono sul sito www.theglobalcrisis.info.

Nel 2006, chiamato ad esprimersi sui criteri di valutazione della ricerca universitaria, l’attuale rettore della Bocconi Guido Tabellini dichiarò che bisognava respingere le procedure tese a salvaguardare i filoni di ricerca alternativi al mainstream, poiché queste avrebbero finito per «proteggere sette di ricercatori in via di estinzione»[1]. Quando fu pronunciata, questa frase apparve a molti indicativa di specifici interessi accademici da difendere e da consolidare, molto più che di un giudizio spassionato sull’effettivo valore scientifico delle diverse correnti della ricerca economica. Tuttavia la sostanza della dichiarazione rifletteva l’enorme successo del paradigma dominante di teoria e politica economica, e il comprensibile desiderio dei suoi più convinti sostenitori di avvalersi di tale diffuso consenso per conquistare nuovi spazi e ulteriori riconoscimenti.

Ben pochi anni sono passati dalla controversia sulla valutazione della ricerca, eppure le cose sembrano esser cambiate sotto più di un aspetto. In particolare, dal momento in cui la crisi globale è esplosa, il clima culturale pare aver subìto un mutamento alquanto repentino. Uno dei motivi è che gli esponenti della teoria economica prevalente sono apparsi in estrema difficoltà di fronte alla grande recessione in corso. Col passare dei mesi è andato diffondendosi il convincimento che la crisi li abbia presi alla sprovvista, e che le loro proposte di politica economica abbiano addirittura contribuito ad alimentarla. In Gran Bretagna si è scomodata persino la Regina per chiedere ai massimi esponenti della London School of Economics come mai non fossero stati capaci di prevedere il tracollo. In Italia il ministro dell’Economia ha più volte ironizzato sulle difficoltà di previsione degli economisti, e li ha per questo invitati a star zitti per almeno un anno o due. Dove naturalmente per “economisti” si sono intesi sempre gli esponenti della ortodossia, coloro i quali cioè hanno lungamente dettato il verbo, sia sul versante della teoria che della politica economica[2].

Si è respirata in effetti un po’ l’aria della caccia all’untore, in questa sorta di caccia all’economista. D’altro canto va riconosciuto che le accuse che sono state lanciate in questi mesi non possono dirsi del tutto infondate. Basterà ricordare che gli economisti della blasonata voce.info hanno commentato la crisi ammettendo onestamente che «nessuno di noi redattori, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata»[3].

In questo mutato e forse imbarazzante scenario, Tabellini deve aver considerato opportuno porre il seguente interrogativo: «vi sarà un’altra rivoluzione nelle idee degli economisti circa i compiti della politica economica e il funzionamento della economia di mercato?»[4]. Una domanda tempestiva, bisogna ammetterlo. Ma prima che qualcuno potesse sospettare una sua conversione rispetto ai giudizi barricadieri del passato, Tabellini ha immediatamente fornito la sua risposta, la solita di sempre: «Io penso di no. Le lezioni da trarre dalla crisi, per quanto importanti, sono più circoscritte». L’idea del rettore della Bocconi, al riguardo, è che la teoria economica prevalente si occupa da tempo di tutte quelle imperfezioni e asimmetrie che contribuiscono a determinare i cosiddetti “fallimenti del mercato” e che favoriscono quindi l’insorgere dell’instabilità e della crisi. Stando a questa visione, gli economisti del mainstream dovrebbero già disporre degli strumenti concettuali necessari per spiegare la recessione e per suggerire misure in grado di fronteggiarla. Se vi sono stati errori di previsione e di valutazione della crisi, si potrà rimediare ad essi attraverso correttivi marginali, senza mettere in discussione il nucleo della dottrina economica prevalente.

A una prima lettura si potrebbe pensare che le conclusioni di Tabellini siano suffragate dai fatti. Dopotutto egli difende un corpus teorico abbastanza flessibile, dal quale si possono certo ricavare delle vere e proprie apologie del capitalismo, ma che può anche fungere da strumento in grado di cogliere i limiti dei meccanismi di mercato. Non è un caso che da questo impianto concettuale siano già emerse svariate interpretazioni della crisi, nonché indirizzi di politica economica alquanto diversi tra loro. Consideriamo ad esempio i casi di John Taylor e di Paul Krugman. Come è noto, Taylor ha attribuito le cause e il perdurare della crisi in corso al lassismo monetario e fiscale delle autorità americane, e ha per questo suggerito una strategia di uscita dalla recessione fondata sulla rinuncia agli eccessi dell’interventismo politico e sul ritorno alle severe leggi del laissez-faire. Krugman, al contrario, ha sostenuto che una politica economica troppo timida da parte del governo e della banca centrale potrebbe rivelarsi insufficiente per superare la crisi, e ha quindi invocato ulteriori espansioni monetarie e fiscali[5]. I due si situano insomma agli antipodi delle posizioni di politica economica che riescono a trovare uno spazio nelle istituzioni e sui media americani. Eppure, entrambi gli economisti possono esser fatti rientrare nel mainstream cosiddetto “imperfezionista”, talvolta definito New Keynesian o del New Consensus, che rappresenta oggi la punta più avanzata del paradigma sostenuto da Tabellini[6].

Possiamo dunque parlare di un mainstream autosufficiente, in grado di trovare grazie alla sua sola dialettica interna una valida spiegazione del tracollo economico e occupazionale al quale stiamo assistendo, ed efficaci misure per contrastarlo? In realtà da un’analisi più approfondita del dibattito di questi mesi sembra emergere una diffusa insoddisfazione verso le interpretazioni della crisi scaturite dal paradigma dominante. A questo riguardo è interessante notare che alcuni autorevoli esponenti del mainstream hanno avanzato spiegazioni della crisi sotto molti aspetti incompatibili con gli strumenti analitici da essi generalmente adoperati. E’ questo ad esempio il caso di Jean-Paul Fitoussi e di Joseph Stiglitz. In un recente intervento essi hanno sostenuto che «…la carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda…»[7]. E’ evidente che siamo al cospetto di una interpretazione ispirata ai tipici schemi macroeconomici di teoria critica. Ed è altrettanto palese che si tratta di una chiave di lettura di lungo periodo e strutturale, per cui sembra alquanto difficile poterla ritenere conforme alla logica dei modelli mainstream sui quali vertono le principali pubblicazioni scientifiche degli stessi Fitoussi e Stiglitz[8]. Il che, beninteso, mira solo a fare chiarezza, e non toglie merito alla scelta dei due economisti di far propria tale visione[9].

Questa e molte altre evidenze sembrano insomma segnalare una difficoltà di fondo da parte dell’approccio teorico dominante, alla cui logica paiono sfuggire i tratti salienti della crisi, e più in generale i meccanismi di riproduzione del capitalismo contemporaneo. Per questo motivo sono in molti oggi a ritenere che la grande recessione in corso dovrebbe rappresentare uno spartiacque storico anche per l’evoluzione del pensiero economico, e che dunque anziché suggerire correzioni all’approccio mainstream bisognerebbe favorire un più generale cambio di paradigma. In effetti negli ultimi mesi abbiamo assistito a una straordinaria fioritura di contributi provenienti da filoni di ricerca alternativi, e in particolare dagli approcci ispirati alla critica della teoria economica dominante. Da tali ricerche sono emerse promettenti riletture dei principali filoni del pensiero economico eterodosso, critiche serrate alle interpretazioni mainstream della recessione, nuovi schemi di analisi teorica ed empirica della crisi, brillanti approfondimenti sui processi in corso di riorganizzazione dei capitali, accurate disamine del rapporto tra riproduzione del capitale e conflitto sui luoghi di lavoro, e interpretazioni della politica economica alternative a quelle finora prevalenti. E’ sorta dunque l’esigenza di raccogliere una selezione di tali contributi, con particolare riguardo ai lavori elaborati da alcuni tra i principali esponenti del pensiero critico italiano.

Proprio a questo scopo, il 26 e il 27 gennaio prossimi, presso la Facoltà di Economia della Università di Siena, si terrà il convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica” (tutte le informazioni sono reperibili sul sito www.theglobalcrisis.info). Organizzata dal Dipartimento DASES dell’Università del Sannio in collaborazione con i Dipartimenti di Economia politica e di Politica economica dell’Università di Siena, e realizzata in partnership con economiaepolitica.it e con il blog Goodwinbox, l’iniziativa ha beneficiato del contributo finanziario della Fondazione Montepaschi. L’auspicio è che questo convegno, aperto a tutti, possa offrire indicazioni per una accurata retrospettiva sull’effettivo apporto dell’analisi economica mainstream alla comprensione della realtà sociale che ci circonda, e soprattutto possa favorire la riapertura di un libero confronto delle idee sui fondamenti scientifici della teoria e della politica economica contemporanea. Contro i modi abituali di pensiero e di espressione, le visioni illuminanti sommerse e dimenticate a volte ritornano.

 

[1] Guido Tabellini (2006), Osservazioni sulla nota di dissenso di Luigi Pasinetti, CIVR, Panel 13, Consensus Group di Economia, Appendice 5. Si veda anche Franco Locatelli (2006), Economisti in guerra sulla ricerca, Il Sole 24 Ore, 9 febbraio.
[2] A testimonianza del repentino cambiamento del clima culturale attorno agli economisti del mainstream, si veda Roberto Petrini (2009), Processo agli economisti, Milano: Chiarelettere.
[3] Lavoce.info (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Roma, Castelvecchi, p. 7.
[4] Guido Tabellini (2009), Il mondo torna a correre. L’Italia non si fermi, in AA.VV. Lezioni per il futuro, Edizioni Il Sole 24 Ore.
[5] Sul confronto tra Taylor e Krugman rinviamo a Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana (2010),  A Critique of Interpretations of the Crisis based on the Taylor Rule, di prossima pubblicazione.
[6] Ecco una definizione più precisa del manistream “imperfezionista”: « […] Sul piano del metodo e della teoria generale di riferimento, gli esponenti di questa linea di ricerca possono senza dubbio esser considerati neoclassici. Essi infatti assumono come dati di partenza delle analisi i tipici fondamentali neoclassici delle dotazioni, delle preferenze e della tecnologia (Hahn 1982). Non è quindi un caso che il loro riferimento ideale sia rappresentato dall’equilibrio generale neo-walrasiano. Bisogna però aggiungere che i nuovi keynesiani ritengono che nel mondo reale vi siano imperfezioni e asimmetrie tali da allontanare il sistema economico dall’ipotetico equilibrio ottimale del modello neo-walrasiano. Questa visione cosiddetta “imperfezionista” è piuttosto articolata al suo interno, ed è stata sviluppata in varie direzioni. Tuttavia, la sistemazione teorica che negli ultimi anni sembra avere riscosso i maggiori consensi è quella che Taylor (2000) ha sintetizzato nelle seguenti cinque proposizioni: nel lungo periodo l’economia tende a un equilibrio che può essere correttamente descritto dalla condizione di crescita stazionaria del modello neoclassico di Solow (1956) o di una delle sue varianti; nel lungo periodo non sussiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione e quindi la politica monetaria è neutrale; nel breve periodo, a causa di asimmetrie e imperfezioni che rendono i prezzi temporaneamente rigidi, emerge un trade-off che può dar luogo a fluttuazioni del sistema attorno all’equilibrio di crescita stazionaria; l’entità delle fluttuazioni dipende in buona misura dalle aspettative sull’inflazione e sulle future decisioni di politica monetaria; le decisioni di politica monetaria possono esser concepite come “regole” in cui lo strumento di policy è il tasso nominale d’interesse a breve termine, che viene di volta in volta aggiustato in risposta alle fluttuazioni economiche […]». Tratto da Brancaccio e Fontana (2010), cit.
[7] Jean-Paul Fitoussi, J.P e Joseph Stiglitz (2009), The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world, The Shadow GN, Chair’s Summary, LUISS Guido Carli, Roma, 6-7 maggio.
[8] Basti pensare che i modelli di informazione asimmetrica che sono valsi a Stiglitz il premio Nobel sono costitutivamente caratterizzati da una relazione inversa tra salari reali e occupazione. L’introduzione di ipotesi ad hoc potrebbe in effetti consentire il superamento della univocità di quella relazione, ma a prezzo di stravolgere la logica profonda di quei modelli, e di sganciarli almeno parzialmente dai pilastri neoclassici della scarsità e della utilità sui quali essi comunque in ultima istanza poggiano. Inoltre, è interessante ricordare che molti anni fa il giovane Stiglitz rivolse pesanti accuse agli schemi di analisi di teoria critica che legano sperequazione dei redditi e deficit di domanda (Joseph Stiglitz (1974), The Cambridge-Cambridge Controversy in the Theory of Capital, Journal of Political Economy, 82, 4). Può darsi allora che egli abbia sottoposto a revisione le sue idee del passato. Sarebbe un fatto positivo, anche perché le sue accuse erano viziate da inconsistenze ed equivoci (si veda al riguardo Fabio Petri (2004), General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Edward Elgar, Appendice 6A2). Più articolato in effetti è il caso di Fitoussi, anche riguardo al tema della valutazione della ricerca (si vedano ancora una volta gli atti del panel 13 del CIVR, cit.).   �
[9] E’ forse opportuno precisare che chi scrive non considera l’interpretazione da bassi salari di per sé sufficiente per spiegare la meccanica della crisi. E’ ragionevole tuttavia ritenere che essa rappresenti un passo avanti nella comprensione dei fatti rispetto alle chiavi di lettura finora suggerite dal mainstream. Per un approfondimento, rinviamo ancora a Brancaccio e Fontana (2010), cit.   

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Video: Emiliano Brancaccio

Pubblicato il 07 Luglio 2009 da admin

Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) su “Riflessioni sulla crisi: un’ombra in fondo al tunnel” (Lecce, giugno 2009).

Per il video clicca qui.

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