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La corruzione, la malapolitica e il Mezzogiorno

Pubblicato il 31 Gennaio 2011 da admin

Nel suo Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli (appena pubblicato da Pironti) Riccardo Realfonzo racconta l’esperienza di assessore al bilancio a Napoli, durata dal gennaio al dicembre del 2009, e chiusasi con le sue dimissioni e la denuncia di una gestione del potere di tipo clientelare. Per quanto l’esperienza di Realfonzo serva a chiarire che la politica italiana in generale non abbia mai seriamente affrontato il tema della “questione morale”, nel libro vengono chiamate particolarmente in causa le amministrazioni del Mezzogiorno. Ne esce rafforzata la tesi che il cattivo funzionamento delle istituzioni ricopre un ruolo centrale nel bloccare il Mezzogiorno in una condizione di ritardo rispetto al resto del paese.

A partire dai primi anni ’50 del Novecento e per circa un ventennio, il Sud sembrava avere agganciato i ritmi di crescita del Centro-Nord. In quegli anni il prodotto pro-capite del Mezzogiorno, come quota del valore registrato nel resto d’Italia, aumentò di circa 20 punti percentuali (Figura 1). Ma agli inizi degli anni ’70 la crescita rallentò e la spinta verso la riduzione del gap rispetto al resto del paese si interruppe (Pigliaru 2010). Ad oggi la situazione del Sud, rispetto ai dorati anni ’50, sembra non aver fatto alcun progresso: ora, come nel 1951, il Mezzogiorno produce poco meno del 24% del Pil nazionale. Complessivamente, dal 1951 al 2008 il Sud è cresciuto sostanzialmente agli stessi ritmi del Centro-Nord, senza riuscire a colmare il gap di sviluppo (Rapporto SVIMEZ 2008). Anzi, ormai da quasi un decennio il Sud cresce stabilmente meno del Centro-Nord: un processo di aggravamento del dualismo che non si era mai visto dal dopoguerra a oggi. Si tratta di una riduzione in termini relativi rispetto al Centro-Nord ma anche in termini assoluti, dal momento che nel 2009 il prodotto del Mezzogiorno risultava ancora inferiore (dello 0,3%) rispetto al livello registrato nel 2000 (Rapporto SVIMEZ 2010).

 

Figura.1  Andamento del prodotto pro-capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro-Nord. (Daniele Malanima 2007).

 

Le teorie che gli economisti propongono per spiegare il dualismo dell’economia italiana, e l’interruzione del processo di convergenza, sono numerose. Tra gli altri fattori, vengono chiamati in causa la riduzione del programma di investimenti pubblici, lo spostamento della spesa del governo verso i consumi (Bolto, Carlin e Scaramozzino 1999) e l’ingente ammontare dei trasferimenti destinato alle politiche di sostegno dei redditi, che avrebbero in definitiva distorto i meccanismi di mercato e scoraggiato l’ingresso di imprese in zone con più bassi livelli salariali. Un filone della letteratura individua poi in un deficit di capitale umano e più in generale di capitale sociale la causa interna del ritardo (Putnam 1993, Guiso, Sapienza e Zingales 2010): la scarsa qualità delle risorse umane e della ridotta rete di relazioni sociali, che invece caratterizzerebbero il Nord, condannerebbero il Mezzogiorno al sottosviluppo. Certo, le spiegazioni di natura propriamente economica colgono alcuni elementi del ritardo. E le osservazioni sulla mancanza di capitale sociale fotografano la realtà dei fatti, ma non ne chiariscono le ragioni. Sembra difficile, come afferma Putnam, far risalire all’epoca normanna – in cui si sarebbero formate relazioni di tipo gerarchico invece che cooperative – le cause del ritardo: di mezzo c’è stata la scoperta dell’America che di certo ha spostato verso nord il baricentro dell’economia.

La spiegazione complessiva va pertanto cercata altrove: c’è infatti da interrogarsi in modo più ampio sul ruolo che le istituzioni hanno avuto nel generare e confermare questo ritardo. A riguardo viene in aiuto la New Institutional Economics, secondo cui il cattivo funzionamento delle istituzioni fa crescere l’insieme dei costi di transazione, disincentivando la localizzazione di attività economiche nuove, pure in presenza di vantaggi di natura economica (North 1990). Questo argomento - insieme a quelli cari alla New Economic Geography - spiegherebbe il divario tra centri e periferie e gli squilibri permanenti di alcune aree rispetto ad altre (Basu 2008).

Ma c’è un interrogativo non risolto. Come mai le istituzioni non si modificano in senso efficiente, non “migliorano”, se allo stato provocano gravi squilibri che alla fine sono di svantaggio per tutti? Una risposta può essere cercata attraverso gli strumenti della teoria evoluzionista e della Evolutionary game theory (EGT). L’ipotesi di fondo è che le istituzioni che riscuotono maggior successo in un particolare momento e in un dato contesto hanno la migliore opportunità di essere confermate anche nel futuro. Il comportamento degli individui dipende dall’appartenenza a un gruppo, a una istituzione formale o informale, e dalla capacità di sentirsi garantiti nel riprodurre i propri comportamenti nel futuro. I risultati che un individuo attende quando adotta una determinata strategia e la mette a confronto con le strategie degli altri (la cosiddetta matrice dei pay-offs) dipendono dall’insieme di valori che misurano il successo di un percorso rispetto e la possibilità di affermarsi anche nel futuro (l’analogia - svuotata del suo contenuto genetico - è con il darwinismo). Se estendiamo questo ragionamento alle istituzioni possiamo dire che sono ritenute di successo quelle che raggiungono lo scopo per le quali nascono, ed hanno perciò maggiori possibilità di riprodursi anche nel futuro, dando forma al sistema ed orientando le scelte di coloro che si identificano in esse.

Seguendo questa interpretazione si sarebbero presentate a confronto nel Mezzogiorno due tipi di istituzioni, una formale ed una informale. L’istituzione formale è generalmente riferita alla sfera della legalità, con costituzioni, regolamenti e organizzazioni che hanno a che fare con la struttura politico-economica della società, ovvero con la distribuzione dei diritti di proprietà, il funzionamento del sistema giudiziario e gli organismi di governance di gruppi sociali (sindacati, associazioni di imprenditori. eccetera). L’istituzione informale è invece rappresentata dall’eredità del patrimonio culturale della società. Essa segue un processo di self-reinforcement attraverso meccanismi imitativi che si trasmettono nel tempo e nello spazio, poiché rappresentano il modo in cui i componenti del gruppo sociale interagiscono fra di loro. Il perpetuarsi dei suoi meccanismi interni nel tempo è assicurato dal fatto che gli individui che scelgono le sue regole ottengono maggiori vantaggi. Ebbene, nel Mezzogiorno, dove le connotazioni assunte da questo secondo tipo di istituzione sono decisamente negative, il confrontarsi continuo fra istituzioni formali ed informali ha visto prevalere nel tempo le seconde sulle prime, perché  assicuravano maggiori vantaggi a coloro che si riconoscevano in esse. Così le istituzioni informali hanno finito per prevalere e diffondersi sempre più, diventando regola, occupando anche il terreno delle istituzioni formali. L’assenza di capitale sociale è perciò non solo il prodotto della storia e dell’eredità culturale del Sud, ma anche della scelta della “migliore” strategia di “sopravvivenza” nel Mezzogiorno.

In fin dei conti, il libro di Realfonzo, nel descrivere il degrado della politica nella capitale del Mezzogiorno, con l’utilizzo improprio dei fondi pubblici, il clientelismo, la corruzione, la malamministrazione delle società partecipate che dovrebbero gestire i servizi pubblici locali nell’interesse dei cittadini, ci parla proprio di questo “evolversi” della società napoletana e meridionale in generale. E chiarisce che chi non si adegua alle regole dell’istituzione “vincente” è costretto ad abbandonare la sua strategia, a mettersi da parte o a migrare dove le regole di comportamento provenienti dalla propria eredità culturale possano ottenere maggiore successo “riproduttivo”. Anche da questo punto di vista, il Mezzogiorno dovrebbe rappresentare una preoccupazione, non solo come area in ritardo rispetto al resto d’Italia, ma perché “propone” un modello economico-istituzionale che in realtà si diffonde anche in altre aree del Paese e che rischia di contribuire al consolidarne la posizione di marginalità rispetto al resto d’Europa.

Bibliografia
Basu S. R. (2008),  A new way to link development to institutions, policies and geography, UNCTAD, Policy issues in international trade and commodities study series No. 37.
Boltho A., Carlin W. e Scaramozzino P.(1999), Will East Germany become a new Mezzogiorno?, in J. Adams e F. Pigliaru, Economic Growth and Change, Cheltenham, Edward Elgar.
Daniele V. Malanima P. (2007), Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in  Italia, (1861-2004), Rivista di Politica Economica, III-IV, pp.267-315
Desmet K. Ortin I.O. (2007), Rational Underdevelopment, in Scandinavian Journal of Economics, 109-1.
Guiso L. Sapienza P. Zingales (2010), Civic Capital as the missing Link, EUI Working Paper, 2010/08
Iuzzolino G. (2009), I divari territoriali in Italia nel confronto internazionale, Banca d’Italia, mimeo.
Pigliaru F. (2010), Il ritardo economico del Mezzogiorno: uno stato Stazionario?, CRENoS.
North D. C, (1990), Institutions, Institutional Change and Economic Performance,  Cambridge, Cambridge University Press.
Putnam R. D. (1993), Making democracy Work, Princeton, Princeton University Press.

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La pericolosa restaurazione europea

Pubblicato il 05 Dicembre 2010 da admin

Il concomitante verificarsi in Europa – a seguito della crisi finanziaria scoppiata nel 2007 - di situazioni di persistente ed elevata disoccupazione, da un lato, e di crescita del disavanzo e del debito pubblico, dall’altro, aveva fatto riemergere, anche all’interno del paradigma teorico consolidato, dubbi sul fronte della politica economica. Sul versante fiscale, riguardo la  necessità incondizionata di contenere la spesa e di risanare il debito pubblico; sul fronte della politica monetaria, circa il mero perseguimento del  solo obiettivo della stabilità dei prezzi. Nonostante però le condizioni economiche di molti paesi non siano, da allora, mutate e la crisi non possa dirsi passata, si assiste oggi ad un nuova chiusura sul fronte della politica fiscale e ad un atteggiamento apparentemente più accomodante sul fronte di quella monetaria, senza, tuttavia, che la minaccia di nuovi rialzi dei tassi di interesse sia fugata.

Quando nacque l’Unione Monetaria, con il Trattato di Maastricht furono fissati i vincoli ai ratios rispetto al reddito di disavanzo e di debito pubblico. Allora il fiscal retrenchment fu generale per tutti i paesi che poi divennero membri, nella fiducia che potessero operare i cosiddetti “effetti keynesiani di politiche fiscali non keynesiane”, ovvero i presunti effetti espansivi di politiche fiscali restrittive (Giavazzi e Pagano 1990). Paradossalmente, dopo il varo dell’UME furono proprio i paesi leader a stabilire atteggiamenti del tutto incoerenti con gli ammonimenti contenuti nel Patto di Stabilità e Crescita, che sembravano essere rivolti solo agli altri paesi dell’Unione: se Francia e Germania, infatti, pretendevano che, ad esempio, Spagna, Portogallo e Italia rientrassero celermente nei valori prefissati del rapporto del disavanzo pubblico con il PIL, nelle circostanze in cui lo sforamento riguardava l’economia tedesca o quella francese si manifestava un’assoluta indisponibilità al risanamento.

Il Patto di Stabilità conobbe poi una seconda versione sottoscritta nel 2006 poco prima dello scatenarsi della crisi finanziaria internazionale. Questa versione più morbida della politica fiscale europea prendeva atto delle resistenze nazionali, specie dei grandi paesi, a subire limiti alla gestione interna del ciclo economico.  Il minor rigore istituzionale era il portato, realistico, dell’assenza di vincoli sovranazionali e delle pretese di “extraterritorialità” di Francia e Germania. In quel periodo la BCE, sempre ferma nel condannare il supposto potenziale di instabilità connesso alla crescita dei disavanzi e del debito pubblico, non aveva trovato, ancora, nei grandi paesi europei degli alleati disponibili a riscrivere, e non solo a minacciare, nuove più severe regole del gioco.

Lo scatenarsi della crisi finanziaria degli ultimi tre anni sembrava aver messo in atto tendenze che ridefinivano il quadro della politica monetaria e della politica fiscale, e a livello non solo europeo. Oliver J. Blanchard, guru scientifico del Fondo Monetario Internazionale, teorizzava con prontezza i possibili effetti positivi, e non solo di breve periodo, di politiche fiscali espansive; tutta l’accademia ortodossa esprimeva pareri meno tranchant rispetto al passato a riguardo (Blanchard, Dell’Ariccia e Mauro 2010). L’Unione Monetaria Europea, ma non solo essa, adottava programmi propri di sostegno al reddito comunitario e consentiva, di fatto, deroghe al Patto di Stabilità, a seguito dei massicci interventi nazionali di bail-out del sistema finanziario e della inevitabilità di misure di tamponamento della recessione. Parafrasando l’Economist si passava da Hoover, il presidente americano che non fu in grado di gestire la Grande Depressione, a Keynes.

Ma la normalizzazione speculare, da Keynes a Hoover, è stata altrettanto improvvisa e ora si passa, dopo la grande paura della recessione, ad un nuovo mix di politica economica, caratterizzato da nuova, paradossale, maggiore austerità (International Monetary Fund, 2010). E’ come se la ricreazione fosse finita. E questa volta la restaurazione non è praticata solo dalla Banca Centrale Europea, ma anche dalla Germania.

Forte di una ripresa che sta riguardando sia le componenti interne della domanda aggregata sia la competitività delle esportazioni, la Germania, vincendo le iniziali ritrosie della Francia, propugna un Patto di Stabilità assai più severo, sia nella fase di monitoraggio europeo dei bilanci nazionali, sia nelle sanzioni per i paesi che non dovessero osservare le regole comunitarie. A seguito delle pressioni teutoniche sulle istituzioni comunitarie, una task force sulla governance presieduta da Van Rompuy, ha prodotto un rapporto,  recepito dal Consiglio d’Europa del 28 e del 29 ottobre che prevede addirittura un inasprimento delle sanzioni ai paesi che non rispettano il Patto di Stabilità (e Crescita), di fatto traghettando in una nuova fase la politica fiscale in Europa che minaccia così di diventare  ancora più restrittiva  di quanto non lo fosse stata prima della crisi. La motivazione addotta per tale inasprimento è il rischio default dei paesi con un debito elevato e il fatto che gli attacchi speculativi e la pressione esercitata dai mercati sui titoli dei paesi cosiddetti PIGS – assicurate dalle agenzie private di rating Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s - rischiano di mettere in discussione la stabilità dell’intera area Euro.

Ricacciate dalla porta del conflitto di interessi dopo la crisi dei sub-prime statunitensi (Benmelech e Dlugosz, 2009), accusate di formulare giudizi che seguivano l’euforia del mercato invece di renderlo meno propenso alla speculazione (Covitz e Harrison, 2003), le agenzie di rating trovano nuova linfa, finanziaria e di prestigio, dalle valutazioni della Banca Centrale e della Commissione Europea, a proposito del ruolo che hanno i mercati finanziari nel determinare le condizioni di rischio e di default dei sovereign bonds degli stati nazionali europei. Dovranno essere le agenzie di rating, a svolgere, nei fatti, il ruolo del braccio armato dei custodi dell’ortodossia finanziaria e del nuovo Patto di Stabilità (Manganelli e Wolswijk, 2007; van Riet, 2010). Come se le agenzie di rating avessero qualche informazione aggiuntiva, rispetto ai sottoscrittori, delle condizioni dell’emittente pubblico o della sua willingness a onorare la copertura per lo stock di titoli in circolazione.

In tutta questa discussione non si fa mai menzione esplicita alla relazione che esiste fra andamento dei conti pubblici e crescita.

Il pericolo recessivo  non rappresenta però l’unico limite dei nuovi accordi. Infatti, il rapporto van Raumpuy suggerisce una serie di misure che di fatto creano un conflitto fra le istituzioni europee e i governi nazionali: alle sanzioni automatiche si sostituisce – ad esempio - la sospensione del diritto di voto violando di fatto il principio di “no taxation without representation” (de Grauwe 2010).

Le perplessità, oggi, su queste novità non riguardano solo i critici del fiscal retrenchment ma anche analisti meno “schierati”. All’estremo opposto la Banca Centrale Europea considera le sanzioni proposte ai paesi “lassisti” contenute nel Rapporto Van Rompuy ancora troppo “benevole” poiché avrebbero un carattere discrezionale e non automatico, come Jean-Claud Trichet, suo presidente, desidererebbe: solo una totale garanzia di severità sulla conduzione delle politiche fiscali nazionali consentirebbe, nell’ossessiva attenzione alla stabilità dei prezzi, di mantenere l’attuale maggiore duttilità nel rifinanziamento del fabbisogno di liquidità nell’area dell’euro.

Queste le nubi recessive che si addensano sull’Europa (Chowdhury, 2010). E non sembra promettere bene neanche l’annuncio entro dicembre di un meccanismo di salvataggio tutto europeo per i paesi in condizione di estrema instabilità finanziaria perché di certo non ispirato a quei principi che guidarono la creazione del FMI nel periodo successivo agli accordi di Bretton Woods. Perciò, è notizia di questi giorni, non è improbabile che la BCE presto rialzi i tassi di interesse nel tentativo di convincere la “politica” ad adottare ferrei vincoli fiscali e a contenere le eventuali spinte inflazionistiche provenienti anche dai piani di salvataggio dell’ultimo minuto, tornando a ergersi a garante “neutrale” dell’intera area Euro.

Sembra evidente perciò che l’Europa si stia muovendo verso posizioni ignote - e di certo conflittuali - dal punto di vista della praticabilità istituzionale e assai pericolose dal punto di vista della proposta complessiva di politica economica. Come il Financial Times argutamente rileva, l’Europa ricerca il raggiungimento di una trinità di obiettivi impossibile: “no bail-out-no exit-no default”.

Bibliografia
Alesina A. Stella A.(2010), The Politics Of Monetary Policy, NBER working paper 15856, april.
Benmelech E. e Dlugosz J.,  2009, The Credit Rating Crisis, National Bureau of Economic Research Working Paper Series, n°15045.
Blanchard O., Dell’Ariccia G. Mauro P.(2010) ” Re-thinking Macroeconomic Policy” IMF Working Paper, February
Canale, R.R., P. Foresti, U. Marani and O. Napolitano (2008) “On the Keynesian effect of (apparent) non-Keynesian fiscal policies”, Rivista di Politica Economica, 1: 5-46.
Chowdhury A., 2010, The Fallacy of Austerity-Based Fiscal Consolidation, A commentary in the VoxEu Debate on the Global Crisis, Luglio.
Covitz D.M. e Harrison P., 2003, Testing Conflicts of Interest at Bond Ratings Agencies with Market Anticipation: Evidence that Reputation Incentives Dominates, Federal Reserve Board Papers.
Giavazzi F. and Pagano M. (1990) “Can severe fiscal contractions be expansionary? Tales of two small European countries”, NBER working paper series No. 3372.
International Monetary Fund, 2010, Fiscal Exit: from Strategy to Implementation, Fiscal Monitor, November.
Manganelli S. e Wolswijk G., 2007, Market Discipline, Financial Integration and Fiscal Rules. What Drives Spreads in the Euro Area Government Bond Market?, European Central Bank Working Paper Series, n°745.
Van Riet A. (ed), 2010, Euro Area Fiscal Policies and the Crisis, European Central Bank Occasional Paper Series, n°109.

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Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Pubblicato il 16 Agosto 2010 da admin

Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, in un articolo del 2008 sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.

A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (New York Times Magazine, 2.9.2009) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..

In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.

La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, “Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del Levy Institute, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).

Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.

Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella Lettera degli economisti, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.

La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.

Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.

*Professore di economia politica nell’Università di Cassino.

[1] L’articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e Antonio Guarino (18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul Sole 24 Ore Paolo Leon (20 luglio), Antonella Stirati (20 luglio) e poi, insieme, Aldo Barba e Giancarlo de Vivo (26 luglio).
[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.

 

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I limiti del microcredito

Pubblicato il 21 Dicembre 2009 da admin

Il microcredito è ritenuto nella letteratura  strumento di riduzione della disoccupazione, di sostegno al self-employment  e di stimolo alla nascita di microimprese (Murdoch 1999, Murdoch e Shreiner 2001, Armendáriz de Aghion e Morduch 2004). Questa posizione è condivisa dall’Unione Europea che ritiene che la micro finanza possa giocare un ruolo centrale nella realizzazione della strategia di Lisbona, che coniuga l’obiettivo dell’occupazione con l’inclusione sociale nel contesto generale della “flexicurity” (European Coomission 2007 p.3).

Il tema del microcredito affonda le sue radici nella letteratura sulle asimmetrie informative (Akerlof 1970) e sui “fallimenti del mercato” estesa al mercato del credito (Stiglitz e Weiss 1981) a partire dalla quale si è sviluppato un ricco filone di ricerca sull’esclusione dalla possibilità di ottenere finanziamenti come ostacolo alla rimozione della povertà[1].

Questo processo di ricerca ha subito una notevole accelerazione con la creazione della Grameen Bank da parte di colui che avrebbe successivamente ricevuto il Premio Nobel per la pace – Muhammed Yunus. Egli ha il grande merito di aver reso noto ad un pubblico molto ampio le sue iniziative di microfinanza proponendole come strumenti per la promozione dello sviluppo nei paesi poveri. L’attività di questa banca - che si fonda su tradizionali meccanismi di mercato, sul controllo diretto del percorso di restituzione del prestito da parte del debitore e su incentivi di tipo altruistico -  è tesa alla concessione di piccoli prestiti a persone tradizionalmente ritenute al di fuori del circuito economico. Questa iniziativa è stata ritenuta convincente ed ha avuto una tale risonanza sul piano internazionale da diffondersi in breve tempo in tutto il mondo. In particolare i risultati maggiori si sono ottenuti nel Sud-est asiatico, in America latina ed in Africa.

 

 

 

 

 

 

 

La tabella riporta la dimensione del fenomeno per area geografica. l’Asia rappresenta l’area geografica dove il fenomeno ha avuto maggiore diffusione. Sin dalla fine degli anni ’90, è’ noto che in Bangladesh e in Indonesia il microcredito non solo è stato strumento di sostegno alla povertà, ma ha ricoperto anche un ruolo di ammortizzatore sociale nel periodo della crisi finanziaria (Marconi e Mosley, 2006).

A grande distanza, per quantità di progetti e ammontare di risorse, seguono l’Africa sub-sahariana, l’America Latina e l’area relativa ai paesi arabi (Medio Oriente e Nord Africa – MENA countries) con una posizione del tutto marginale. Di particolare rilievo però sono alcune esperienze dell’America Latina come quella della Bolivia dove prima il Bancosol e poi anche altre istituzioni finanziarie si sono dedicate con grande successo al microcredito (Navajas, Conning e Gonzales-Vega 2003).

I progetti di microcredito nelle economie avanzate rappresentano una quota del tutto irrisoria - mai oltre il 6% e spesso al di sotto dell’1% (vedi ultima riga della tabella 1). Anche nei paesi dell’Europa dell’Est il fenomeno della microfinanza è assai poco diffuso nonostante la riconversione dalle economie socialiste all’economia di mercato abbia creato un consistente numero di individui che vivono al di sotto della soglia di povertà.

La diversa diffusione nel mondo di esperienze di micro finanza porta ad interrogarsi  sulle ragioni di una distribuzione così diseguale. Perché la finanza per i poveri possa essere una esperienza di successo devono verificarsi alcune condizioni:
1. la possibilità di destinare il prestito ad attività redditizie (reddito atteso)
2. l’impossibilità di ottenere retribuzioni alternative dignitose (salario di riserva).

Queste due condizioni  risultano tanto più vere quanto più l’economia è arretrata e ha bassi livelli di reddito e di capitale pro-capite Solo una volta che esse si siano verificate e siano state poste le premesse per una domanda adeguata, gli economisti possono interrogarsi su come rendere il credito accessibile a tutti e la finanza per i poveri profittevole per il sistema bancario.

Morduch e Schreiner - economisti accesi sostenitori del microcredito e dell’estensione delle esperienze nei paesi in via di sviluppo - sottolineano che perché possa essere realizzabile in una economia avanzata come gli Stati Uniti deve essere accompagnato da efficaci programmi di sostegno e di controllo del percorso di investimento, e da strategie volte al contenimento dei costi delle aziende di credito (Morduch e Schreiner 2001). Potremo dire da un percorso che renda l’attività redditizia all’interno dei tradizionali canoni di mercato. Ma subordinare l’efficienza di mercato ai programmi di intervento sembra rappresentare una contraddizione.

A ben osservare cosa accade nei paesi avanzati, è possibile notare che la pratica di concedere prestiti di importo ridotto esiste da tempo e svolge le funzioni di strumento per colmare le carenze di liquidità e di distribuzione dei consumi nel tempo. Il sistema bancario e finanziario, infatti, concede credito ai privati  - individui e imprese - per le necessità personali o per finanziare progetti; sostiene poi i consumi correnti, attraverso la rateizzazione, a chi dimostri di essere capace di produrre reddito e di non avere una storia passata di insolvenza. Diversa è la questione relativa all’altezza dei tassi d’interesse e all’incapacità del costo del finanziamento di incorporare tutte le informazioni del debitore e del creditore (adverse selection e moral hazard), questione che potrebbe essere stemperata attraverso una maggiore regolamentazione e all’utilizzo di strategie alternative di politica monetaria, ma che è necessario porsi in seconda battuta[2].

La domanda di strumenti finanziari da parte delle persone indigenti, potrebbe infatti non esistere in una economia sviluppata: essa infatti è funzione diretta del reddito futuro atteso dell’attività alla quale è destinata e funzione inversa del salario ottenibile in alternativa: in una parola funzione inversa della povertà di un sistema economico nel suo complesso. La finanza per i poveri trova perciò tanto più spazio e sarà tanto più redditizia quanto più un paese è in una condizione di sottosviluppo. In questo caso il microcredito potrebbe rappresentare una “terza via” perché aggiunge un nuovo elemento di propulsione per la crescita, senza esasperare i conflitti tipici dell’economia di mercato né ricorrere a pratiche vicine all’assistenzialismo.

Nel caso delle economie sviluppate, invece, per quanto possano trovarsi in fase di recessione, l’impossibilità di ottenere redditi adeguati rende il microcredito in prevalenza strumento di solidarietà, perché va a colmare il vuoto lasciato dall’assenza di ammortizzatori sociali, dalla riduzione del welfare state e più in generale dalla progressiva riduzione dello Stato nell’attività economica[3].

Il microcredito nelle economie avanzate deve essere perciò ricondotto, se pur con le sue peculiarità, all’ambito della letteratura sul non-profit alla quale bisogna far riferimento per l’approfondimento della conoscenza dei limiti e delle opportunità (Zamagni 1998).

 

[1] Per una rassegna della letteratura Armendáriz de Aghion  e Morduch  (2004).
[2] La regolamentazione dei mercati finanziari e le strategie alternative di politica monetaria, sono questioni su cui la letteratura economica ha prodotto cos’ tanti contributi che sarebbe impossibile renderne conto in questa sede.
[3] Diverso è il discorso del microcredito concesso per finanziare l’investimento in capitale umano perché in questo caso si finanzia la crescita della produttività futura di un paese e creando maggiori possibilità di reddito e di nuova occupazione.
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