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Il dualismo insuperato dell’economia italiana

Pubblicato il 11 Giugno 2013 da admin

Tra il 2007 e il 2012 il Prodotto interno lordo italiano ha subito una flessione di oltre il 7%, così imputabile alle due macroaree del Paese: circa il 6% al Nord, quasi il 10% al Sud[1]. Un risultato che ha fatto compiere al Mezzogiorno ha un salto indietro nel tempo, sino ai valori registrati nel lontano 1997, con effetti drammatici sui livelli occupazionali[2]. Ciò rende sinteticamente evidente che, sebbene la crisi economica internazionale interessi tutta l’economia italiana, il Mezzogiorno ne conosca le le conseguenze più gravi.

D’altronde i nodi da sciogliere del Mezzogiorno sono sostanzialmente i medesimi degli anni del secondo dopoguerra: grande peso delle attività primarie, arretratezza tecnologica, inadeguatezza delle infrastrutture materiali e immateriali, ridotto spirito imprenditoriale, bassa produttività, bassi salari, forte spinta all’emigrazione[3]. Il risultato di tutto questo è che se il Centro-Nord tende a perdere contatto con i ritmi di crescita delle aree centrali d’Europa, nel Sud la “desertificazione industriale” procede a passi da gigante[4].

Insomma, il dualismo continua a caratterizzare l’economia italiana. L’unico vero tentativo di mettere in moto un processo di convergenza tra le due partizioni del Paese risale all’intervento straordinario[5] operato con la Cassa per il Mezzogiorno[6] tra il 1950 e il 1975[7]. Successivamente, il divario tra le due macro aree del Paese è tornato a crescere o, nella migliore delle ipotesi, a stabilizzarsi. Eppure, dopo l’intenso dibattito degli anni cinquanta, sessanta e settanta l’analisi delle vicende economiche italiane ha generalmente cessato di essere condotta in chiave dualistica[8], in particolar modo a partire dagli anni ottanta. A ciò hanno contribuito alcuni fattori. Da un lato, se inizialmente l’intervento straordinario aveva puntato sugli investimenti produttivi, successivamente, dopo la metà degli anni settanta, proprio quando maggiore era la necessità di una azione pubblica efficiente in grado di adattarsi ai mutamenti nelle convenienze localizzative e nell’adeguamento della produzione alle nuove condizioni di mercato, hanno prevalso interventi a sostegno dei redditi, spesso con caratteri assistenziali e clientelari. Dall’altro lato, al declino del modello di sviluppo industriale basato sull’intervento pubblico in comparti industriali a elevata intensità di capitale, venne contrapponendosi l’affermazione di un modello basato sullo sviluppo dell’imprenditoria locale, improntato a criteri di spiccata specializzazione, in una logica di forte integrazione europea e internazionale[9].

L’esaurimento dell’intervento straordinario[10] - concretizzatosi tra la fine degli anni ottanta e i primissimi anni novanta - ha visto anche un calo degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, anche per i vincoli imposti dal processo di integrazione europea. E da allora si registra una progressiva ulteriore apertura della forbice tra Nord e Sud. Il problema del Mezzogiorno viene spesso, tuttavia, ricondotto ai vincoli e alle rigidità del mercato del lavoro[11] e della formazione del capitale sociale, vincoli e rigidità che impediscono il pieno funzionamento dei mercati dei fattori produttivi e la loro allocazione efficiente tra le varie aree del paese. Tutto ciò si colloca sullo sfondo delle vicende europee: l’unificazione monetaria europea e la sua tendenza a spostare il baricentro economico-finanziario verso il Nord-Europa.

Ma la storia recente ci racconta che in Europa, così come in Italia, i divari tra le regioni sembrano destinati a perdurare e, in alcuni casi, persino a rafforzarsi[12]. L’ottimismo dei modelli che poggiano sulla fiducia che le aree arretrate possano trarre vantaggio nell’integrazione con aree sviluppate è stato vistosamente smentito. Il libero agire del meccanismo di mercato, sia sul fronte del lavoro, sia su quello della capacità produttiva legata alla tipologia delle tecniche produttive adottate, non ha permesso che le regioni meno sviluppate agganciassero lo sviluppo delle regioni più avanzate. Il vantaggio comparato rappresentato dal minor costo del lavoro nel Mezzogiorno non ha generato l’atteso riequilibrio territoriale. L’esperienza storica mostra quindi che, se lasciate all’azione spontanea dei meccanismi di mercato, le posizioni relative, di vantaggio o di svantaggio, possono persistere nel tempo per effetto dei meccanismi di “causazione circolare e cumulativa” che potenzialmente si muovono in una direzione contraria rispetto allo “sviluppo armonioso” di una area integrata[13]. Una volta che la produzione si è polarizzata in aree specifiche e in determinati settori, non ci può poi attendere uno spontaneo processo di diffusione di iniziative imprenditoriali in altre aree. Si innesca, invece, un processo cumulativo di divergenza per cui: nelle regioni in cui si concentra una struttura produttiva più efficiente e prevale la cosiddetta domanda ricca è favorito il processo di investimento e quindi di espansione; mentre le regioni la cui attività produttiva è legata alla domanda povera subiscono un rallentamento negli investimenti e nel processo espansivo. A ciò si aggiunga che le specializzazioni produttive tendono a riprodursi nel tempo e a strutturarsi, manifestando un legame di causalità con le strutture economiche, sociali e istituzionali, tendenza che le forze di mercato non riescono a correggere.

Applicata ad un sistema dualistico, tale circostanza tende ad accentuare progressivamente il divario. In più, privilegiare più o meno esplicitamente una competitività da prezzi, significa impedire la trasformazione della specializzazione produttiva e consegnare alla flessibilizzazione del mercato del lavoro il peso della competitività internazionale. Evidentemente, questa prospettiva ha finito per aggravare ulteriormente lo svantaggio delle aree meno sviluppate: anche le aree forti hanno premuto per una sempre maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro e un sempre minore intervento dello Stato nell’economia[14] col risultato che mentre nelle aree forti la crescita del reddito è affidata a economie esterne, rendimenti crescenti e fattori agglomerativi nelle aree “deboli” la deregolamentazione del mercato del lavoro e il venir meno del sostegno dello stato sociale, in aggiunta al già più basso livello di occupazione e di partecipazione, producono una riduzione del Pil pro capite. Il divario si acuisce.

Queste dinamiche riportano l’attenzione sulla caratteristica cumulativa del processo di divergenza e sui modelli di sviluppo dualistico. Riconsiderare il sistema economico italiano in chiave dualistica – con le dovute implicazioni in termini di politica economica – e reimpostare conseguentemente le politiche di sviluppo sembra quanto mai opportuno.

[1] Svimez (2013), Una politica di sviluppo del Sud per riprendere a crescere, 6 febbraio 2013, Roma.
Seppure il riaprirsi della forbice tra Nord e Sud risalga agli anni settanta – eccenzion fatta per brevi parentesi di stasi o timida riduzione  – sembra che l’entità del divario sia notevolmente cresciuta proprio negli ultimi anni in concomitanza con l’attuazione di più stringenti politiche di austerità.
[2] Dati 24° Report Sud di Diste Consulting-Fondazione Curella sul II semestre del 2012.
[3] Sulla circolarità della relazione  “impoverimento-emigrazione-impoverimento” si rimanda, in questa rivista, all’articolo di  G. Forges Davanzati, Le emigrazioni e la crisi del Mezzogiorno.
[4] Svimez, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno nel 2012, il Mulino, Bologna.
[5] Per una ricostruzione dell’intervento straordinario e della attività della Cassa per il Mezzogiorno cfr. S. Cafiero (2000), Storia dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (1950-2003), Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma.
[6] La Cassa per il Mezzogiorno fu fortemente voluta da Pasquale Saraceno che, col supporto teorico del “nuovo meridionalismo”, sottolineava la rilevanza strategica dell’industrializzazione per la soluzione della questione meridionale ma anche, più in generale, per la crescita dell’economia nazionale.
[7] Sulla “convergenza” del Mezzogiorno verso il resto del paese nel periodo citato, l’opinione riscontrabile in letteratura è sostanzialmente unanime.
[8] Per una rassegna sui modelli dualistici elaborati tra gli anni cinquanta-settanta del Novecento e il dibattito tra gli economisti che ne conseguì sia consentito rinviare a C. Vita, Il dualismo economico in Italia. La teoria e il dibattito (1950-1970), FrancoAngeli, Milano, 2012.
[9] Si veda a riguardo in questa rivista U. Marani, I luoghi comuni del “Piano per il Sud”.
[10] Secondo alcuni studiosi, il modello di sviluppo dall’alto sotteso all’intervento straordinario rispondeva solo ad una logica dirigistica e finiva con il privilegiare progetti particolari piuttosto che progetti di interesse generale. Tra gli altri, C. Trigilia (1996), “Una nuova occasione per il Mezzogiorno”, in Economia Italiana, n.2, e G. Viesti (2004), Abolire il Mezzogiorno, Laterza. Bari.
[11] Una riproposizione delle le disparità salariali e, eventualmente, dell’emigrazione come soluzione alla “questione meridionale” porta, sul piano teorico, ad una retrodatazione del dibattito ai tempi dell’analisi di Vera Lutz, secondo la quale le imperfezioni del mercato del lavoro rappresentavano la causa principale del dualismo Nord-Sud.
Con specifico riferimento alle questioni salariali cfr., in questa rivista, gli articoli di  R. Patalano e R. Realfonzo, Salari meridionali in gabbiae di G. Colacchio, Mezzogiorno in gabbia.
[12] Cfr., tra gli altri, R. Realfonzo e C. Vita (a cura di ) (2006), Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa. Verso nuove interpretazioni dei divari regionali in Europa e in Italia, FrancoAngeli, Milano.
[13] L’impatto dell’apertura internazionale ed in particolare il ruolo svolto dalla domanda estera nel determinare una configurazione di sviluppo di tipo dualistico è stato analizzato da Graziani in Lo sviluppo di una economia aperta, ESI, Napoli del 1969. Il modello proposto da Graziani descriveva in maniera esaustiva i tratti del processo di sviluppo italiano degli anni cinquanta-sessanta ma potrebbe essere validamente ripreso per rappresentare l’attuale situazione economica nazionale.
[14] La necessità di rafforzare il ruolo dello Stato nell’economia attraverso una politica industriale nazionale con funzione trainante che parta proprio dalle regioni meridionali è, invece, ribadita, tra gli altri, da F. Pirro, La grande industria abita ancora il Mezzogiorno  e Il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche, in questa rivista.

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I luoghi comuni del “Piano per il Sud”

Pubblicato il 11 Marzo 2011 da admin

La matassa delle problematiche del Mezzogiorno, dal costituirsi dell’Unità d’Italia in poi, si dipana secondo dinamiche poco lineari che, solo riduttivamente, possono essere ricondotte alle certezze del determinismo storiografico o economicistico. L’alternarsi delle fasi di divergenza e di convergenza tra le due macro-regioni del paese s’interseca con quei momenti in cui la “questione meridionale” non assume solo priorità rituale nella gerarchia della politica economica nazionale ma diviene, nei fatti, un obiettivo realmente perseguito dalle classi dirigenti nazionali.

La mancata considerazione dei (fugaci) periodi di “politica meridionalistica-convergenza territoriale” costituirebbe una scorretta rimozione poiché eliminerebbe dall’analisi quei fattori di successo che, seppur sporadicamente, hanno costituito pre-condizioni o fattori di attenuazione del mancato sviluppo delle regioni del Mezzogiorno.

L’individuazione dei mix virtuosi di quei brevi scorci temporali necessita, anzitutto, di un definitivo superamento dei luoghi comuni che hanno minato, soprattutto sul piano interpretativo, l’efficacia e la prosecuzione di politiche economiche di stampo meridionalistico.

Una sintesi esaustiva di simili banalità è esemplarmente contenuta nel recente documento del Governo sul cosiddetto “Piano nazionale per il Sud” (Governo italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011).

E da tali luoghi comuni solo pochi studiosi riescono, purtroppo, a sottrarsi (Giannola, 2011; Viesti,2009).

La prima, la più macroscopica di queste convenzioni, riguarda l’ammontare e l’inefficiente utilizzo dei fondi che sono stati destinati alle regioni meridionali.

Il sillogismo, nella sua essenza, è coniugato con solenne quanto superficiale enfasi: poiché l’ammontare di risorse destinato al Sud è stato smisurato, ma l’utilizzo concreto dei fondi non è mai esitato in una reale inversione di tendenza, tale da innescare un continuativo processo di convergenza delle regioni meridionali al resto del paese, segue che il ridimensionamento delle risorse impegnate a tal fine non avrà, per definizione, effetti di collasso sulle regioni in ritardo.

E’ ovvio che si tratta di un sillogismo solo apparentemente ineccepibile da punto di vista strettamente logico, poiché dalla prima affermazione potrebbe discendere, come conseguenza,  l’analisi delle cause della presunta inefficienza; ma il sillogismo, come tale, si è tramandato nel corso degli ultimi decenni, spesso confortato, a posteriori, da presunte indagini economiche “neutrali” le quali associavano, come per incanto, spesa pubblica a spreco. Non che così spesso non fosse: l’economia politica del terremoto è troppo recente per non essere ricordata nella sua essenza di keynesismo politicizzato e criminale. Ma la generalizzazione, si sa, non è foriera di comprensione e finisce, secondo manicheismo, coll’omologare, ad esempio, comunità montane in riva al mare e grandi opere infrastrutturali.

Il secondo macroscopico luogo comune riguarda l’applicabilità al meridione di un modello autopropulsivo di sviluppo endogeno locale, mutuato e scopiazzato dalle esperienze delle regioni centrali di distretti industriali di piccole imprese.

Il ragionamento, particolarmente in voga nel corso degli anni Novanta, si articolava per una serie apparentemente concatenata di affermazioni tanto indimostrate quanto esplicitate con sicumera: poiché il modello “Cassa per il Mezzogiorno” ha prodotto mega-infrastrutture inutili e costose e poiché la grande impresa a partecipazione statale si è rivelata inefficiente, deficitaria e responsabile della creazione di “cattedrali nel deserto”, tanto vale ridimensionare gli impegni a favore della piccola impresa indigena, portatrice delle competenze e dei bisogni del territorio. D’altro canto, aggiungeva la tesi in questione, il modello della grande impresa era sempre meno aderente al ruolo dei paesi europei occidentali nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro, che si caratterizzava per un peso crescente di finanza, terziario avanzato e di information technology ad Ovest e per manifattura standardizzata nel medio e nel lontano oriente. “Piccolo è bello” era lo slogan entusiasta del nuovo paradigma delle scienze sociali, convinto che ogni territorio e ogni comunità presentasse potenzialità proprie di crescita, sacrificate dalla dipendenza dalla manifattura proveniente da fuori il Mezzogiorno (Donzelli e Cersosimo, 2000).

Che poi, nel frattempo, tutte le poche indagini fuori dal coro ci avvertissero del contrario era del tutto irrilevante.

Nel Mezzogiorno, nel frattempo, al grido di “meno Stato e più mercato” e di una ritrovata centralità dello sviluppo locale, la cui estensione ondeggiava dalla piccola impresa artigianale alla sagra del fungo porcino, sino alla moltiplicazione di aree industriali inutili per ciascun campanile, si smantellava la grande impresa manifatturiera meridionale.

E il terzo luogo comune, quello più esplicito e liquidatorio, è il più recente, ovvero la rivendicazione della cosiddetta “questione settentrionale”.

Proporre l’esistenza di una questione primaria per le regioni del nord del paese non indica solo liquidare il meridionalismo come visione dualistica dello sviluppo economico e sociale del paese, ma indica qualcosa in più: il rallentamento della crescita del tessuto produttivo e imprenditoriale settentrionale, unitamente allo sfascio della finanza pubblica del paese, come conseguenza dell’aver pervicacemente tentato di far convergere le regioni meridionali al resto del paese. Quando una simile miraggio si sarà diradato allora le regioni settentrionali riprenderanno a crescere e la finanza pubblica registrerà meno propensione al disavanzo (Ricolfi, 2010).

Ovviamente gli osservatori esperti della struttura produttiva italiana sanno con dovizia di argomentazioni che la crisi dell’economia del centro-nord poco ha a che fare con i presunti sperperi pubblici del Mezzogiorno, che oramai da tempo il flusso della spesa statale in conto capitale è strutturalmente indirizzata verso le regioni del nord e che il ristagno industriale dei territori storicamente dinamici è conseguenza dell’assenza di politiche industriali nazionali e del mancato adeguamento di competitività alle rigide regole dell’Unione Monetaria Europea (Gallino, 2003).

Del tutto diversa appariva agli occhi di quei pochi meridionalisti che hanno avuto la ventura di guidare la politica economica del paese la connessione tra le due macro-aree dell’Italia.

Ciò è avvenuto per periodi ristretti, mai più dalla fine degli anni Settanta in poi, immediatamente prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quella fortunata e irripetibile fase la strumentazione fu diversa e agì su più fronti: dapprima la nascita di un polo manifatturiero a partecipazione statale a seguito dei fallimenti bancari successivi alla Grande Crisi, successivamente la politica delle grandi infrastrutture e infine l’incentivazione all’ingresso di imprese del Centro-Nord nelle regioni meridionali (Graziani, 2000).

Si trattava di policy diverse, ma tutte accomunate dalla convinzione che era il meridione a palesare le potenzialità e le contraddittorietà dell’accumulazione in Italia, senza superficiali contrapposizioni tra “questione settentrionale” e “questione meridionale”.

Il Mezzogiorno, era questa l’interpretazione realmente eterodossa, anticipava, con le sue contraddizioni, i limiti del paese: dunque intervenire non rispondeva ad alcun afflato caritatevole. Il meridione, solo fenomenicamente, si poneva come un caso di mancato sviluppo; a un’analisi più approfondita si palesava come la cartina di tornasole per il conseguimento di una crescita bilanciata della nostra economia (Saraceno 1986 e Saraceno 1992).

La nobiltà intellettuale e il fervore sociale di un simile approccio sono, oramai, oggetto di un dibattito appetibile per la storiografia ma impensabile per il conformismo dell’Italia di oggi. Ma il ruolo “anticipatorio” del Mezzogiorno rimane, seppur in negativo: catalogato a peso nazionale e a fonte della nascita di un’inverosimile questione settentrionale, il Sud si limita a scandire il Medio Evo prossimo venturo della società italiana (Ires Campania, 2010).

Un futuro di elevata disoccupazione giovanile, di precarietà diffusa, di retrocessione a potenza manifatturiera di secondo livello, di un settore pubblico avvitato in un circolo vizioso di alimentazione di spese di sussistenza delle quali ci si lamenterà e ci si allarmerà sempre più.

Ammettere in futuro l’esistenza di una simile connessione sarà, probabilmente, una magra consolazione.

*Ordinario nell’Università di Napoli “Federico II” e Presidente Ires Campania

Bibliografia
Cersosimo D. e Donzelli C., 2000, Mezzo giorno. Realtà, rappresentazioni e tendenze del cambiamento meridionale. Donzelli Editore.
IRES Campania, 2010, Per un documento sul Mezzogiorno.
Gallino L., 2003, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi.
Governo Italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011, Piano Nazionale per il Sud. Le priorità per la strategia di ripresa e sviluppo del Mezzogiorno.
Graziani A., 2000, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea, Boringhieri.
Giannola A., 2011, Il Mezzogiorno nell’economia italiana. Nord e Sud a 150 anni dall’Unità
Ricolfi L., 2010, Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale, Guerini e Associati.
Saraceno P. (1986), Il nuovo meridionalismo, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli.
Saraceno P. (1992), Studi sulla Questione Meridionale: 1965-1975, Collana SVIMEZ, il Mulino.
Viesti G., 2009, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è”, Laterza.

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