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Sostenere la domanda, controllare il debito

Pubblicato il 01 Settembre 2010 da admin

Ancora una volta l’economia finanziaria, che non produce vera ricchezza, sta avendo la meglio sull’economia reale. Il salvataggio dell’economia finanziaria, attuato in condizioni di emergenza dopo l’ultima crisi mondiale, è avvenuto immettendo sul mercato non regolamentato una massa enorme di nuovi titoli ‘tossici’ e di titoli del debito sovrano scarsamente affidabili. Si è cioè pensato di tamponare una crisi nata da eccessivo indebitamento non solo riducendo la spesa pubblica per fini sociali, ma anche scaricando sui bilanci della pubblica amministrazione e sulle generazioni future debiti privati inesigibili.

Gli stati si sono indebitati per salvare dalla crisi un sistema finanziario finalizzato alla speculazione e che oggi, dopo essere stato mantenuto in vita dai poteri pubblici con il denaro dei contribuenti, cerca di riprendere a fare soldi speculando al ribasso proprio sui titoli pubblici. La situazione sta tornando a essere quella di due anni fa, ma con la differenza che oggi sono direttamente coinvolti nella crisi anche gli stati (l’esperienza della Grecia insegna).

Il ribasso dei tassi di interesse, ormai ridotti da tempo a livelli minimi, non ha invertito la tendenza dei gestori di fondi a privilegiare l’impiego finanziario a breve termine rispetto all’investimento reale. L‘attuale sistema di money-managed capitalism continua a produrre liquidità in eccesso e un indebitamento privato il cui rimborso appare sempre più problematico. Si sono così riprodotte, come ha riconosciuto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti,“le stesse condizioni di crisi potenziale che c’erano appena due anni fa”.

Queste condizioni ora rischiano di essere aggravate dalla politica finanziaria eccessivamente restrittiva e deflazionista adottata dall’Unione monetaria europea su pressione dei paesi più forti. La disoccupazione è ai suoi livelli massimi. La globalizzazione dei mercati induce le nostre imprese a spostare all’estero i propri impianti. Milioni di posti di lavoro sono oggi a repentaglio. I giovani non riescono più a trovare un lavoro. Nemmeno un’occupazione precaria e male remunerata. L’instabilità finanziaria, da situazione eccezionale quale era un tempo, è diventata uno stato endemico. Il rischio di un eccessivo indebitamento, privato e pubblico, che aprirebbe le porte a un’insolvenza generalizzata, è evidente e non può essere ulteriormente sottovalutato.

In questa situazione, i problemi strutturali della nostra economia oggi non vengono adeguatamente affrontati. Né si vede come potrebbero esserlo, in presenza degli ingenti tagli della spesa pubblica comportati da una manovra finanziaria congiunturale ispirata a una politica economica di austerità, che, così come è stata congegnata, è destinata a colpire i ceti popolari e le classi medie, senza incidere sui grandi patrimoni. Come se ciò non bastasse, si è proceduto a regolarizzare con lo scudo fiscale le posizioni degli evasori che avevano collocato all’estero i loro capitali in frode alla legge. E con la manovra finanziaria si sono imposti gravi sacrifici alle fasce sociali più deboli, a coloro che non hanno modo di difendersi dal fisco. Mentre si è rinunciato a incidere sulla capacità contributiva dei percettori dei redditi più elevati e dei possessori delle maggiori fortune.

Compiendo una precisa scelta politica, si è cioè imboccata una strada sbagliata, che avrà l’effetto di aggravare le sperequazioni sociali e di deprimere ulteriormente una domanda aggregata che già stentava a riprendersi, per l’evidente insufficienza della capacità di consumo della popolazione.

I rubinetti del credito bancario sono da tempo difficilmente accessibili alle piccole e medie imprese. La proposta di far condividere i costi della crisi alle banche e alle altre istituzioni finanziarie, che hanno beneficiato di ingenti finanziamenti e sostegni pubblici e non li hanno utilizzati per concedere credito alle attività produttive, ma per compiere operazioni puramente speculative, sembra sia caduta nel vuoto. Occorre imporre alle banche regole più severe e tassare pesantemente le rendite finanziarie e la finanza speculativa. E’ tempo di cominciare a pensare a una seria riforma dell’attuale ordinamento bancario e a una socializzazione dei proventi finanziari realizzati in conto capitale con impieghi di natura speculativa.

Il nostro ministro dell’Economia, dopo avere inutilmente tentato di rafforzare l’influenza del Tesoro sulle banche con i ‘Tremonti bonds’, sembra si sia finalmente ricordato di essere fautore di un’economia sociale di mercato; e memore forse dei suoi lontani trascorsi socialisti, ha richiamato con toni severi le banche a fare il loro mestiere e assolvere la funzione istituzionale di sostegno delle attività produttive. Ma la sua proposta di addossare una parte dei costi della crisi al sistema bancario, principale responsabile dell’inefficienza e dell’instabilità dei mercati finanziari, non ha avuto alcun seguito. La deregolamentazione della finanza non è stata sostanzialmente modificata. Non si sono scoraggiate con l’introduzione di una ‘Tobin tax’ le operazioni finanziarie di tipo speculativo, volte a far denaro a mezzo di denaro, e non sono stati istituiti più efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale a breve.

Non si è inoltre ancora avviata l’auspicata riforma di un sistema monetario internazionale che sembra essere stato concepito su misura per consentire un facile finanziamento a spese di altri paesi del disavanzo nei conti con l’estero degli USA. Il ricorrente attacco speculativo contro l’euro – la moneta che usiamo in Italia, ma di cui non abbiamo il controllo – ne evidenzia drammaticamente le conseguenze. A contrastarne gli effetti non può certo bastare la discutibile decisione della BCE di acquistare sul mercato libero titoli di stato dei paesi membri, privi di sovranità monetaria, adottata per fornire liquidità addizionale ai mercati finanziari in difficoltà. Occorre ben altro, per attivare un efficace meccanismo di sostegno della domanda globale.

La stessa sopravvivenza futura dell’Unione monetaria europea, in assenza di una politica finanziaria comune, oggi appare in forse. E’ logico chiedersi, come fanno i tedeschi, perché mai i paesi che hanno rispettato le regole del gioco dovrebbero pagare per quelli che le hanno violate, incoraggiando l’espansione abnorme di forme di consumo sempre più maniacali.

Quella che è finora mancata, a livello internazionale, è una strategia comune di uscita dalla crisi sistemica che ha provocato la recessione dell’economia reale. Una strategia capace di incidere efficacemente sulle cause della crisi, che non sono solo congiunturali, ma in primo luogo strutturali. La crisi è diventata anzi per i governi di alcuni paesi un’occasione per ridurre la quota della spesa sociale sul prodotto interno lordo, per rimettere in discussione diritti faticosamente acquisiti dal mondo del lavoro e per accelerare la dismissione degli ultimi residui dello stato sociale.

Cosa dovremmo fare allora? La risposta è semplice. Si deve voltare pagina e cambiare decisamente l’attuale indirizzo della politica economica (come è stato chiaramente indicato nella ‘Lettera degli economisti’). Bisogna cioè attribuire una priorità agli investimenti in attività creatrici di vera ricchezza – in attività produttive, in ricerca e sviluppo – piuttosto che sostenere l’abnorme sviluppo di un’attività finanziaria che non produce ricchezza reale e che, anziché limitarsi a svolgere le sue importanti funzioni tecniche di intermediazione del risparmio e di chiusura del circuito accumulazione-produzione, cerca di fare soldi speculando. Ossia scommettendo sul futuro.

Occorre fare in modo che l’aumento della produzione trovi dal lato della domanda sufficienti occasioni di sbocco sul mercato. Questo è un obiettivo che può essere conseguito solo ridistribuendo la ricchezza sociale in modo più perequato. Un’imposta progressiva straordinaria sul patrimonio delle persone fisiche e di quelle giuridiche, da realizzare in tempi rapidi, con un congruo abbattimento alla base, potrebbe consentire di ridurre l’entità del debito pubblico e la crescente distanza che da tempo si riscontra nel nostro paese tra ricchi e poveri. A mio avviso, un programma economico della sinistra dovrebbe prevedere il ricorso a un’imposta di questo tipo e porsi fin d’ora alcuni problemi tecnici relativi alle sue modalità di accertamento e di riscossione.

Un altro provvedimento da prendere, se vi fosse la volontà politica di agire in tal senso, è la revisione dell’attuale regime delle imposte di successione e donazione, che oggi colpiscono in modo troppo tenue la trasmissione della ricchezza all’interno del nucleo familiare. Si tratta di misure che i politici possono forse ritenere impopolari, ma che rispondono all’interesse collettivo, sia sotto il profilo della solidarietà sociale che per tendere a realizzare condizioni di effettiva parità nei punti di partenza nella lotta per la vita a tutti i cittadini.

La via da percorrere per stimolare una ripresa della domanda interna in un paese come il nostro, che ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, non può essere quella della creazione di nuova base monetaria, né quella di allentare i cordoni del debito pubblico, per accrescere momentaneamente il reddito disponibile della popolazione. Un preconcetto isterismo del deficit non è certo giustificato, ma nel lungo periodo il debito pubblico va mantenuto sotto controllo, per la difficoltà di finanziarlo. Quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali, il peso del servizio di un debito pubblico ulteriormente cresciuto potrebbe diventare insostenibile.

La possibilità di aumentare a discrezione il debito pubblico ci è del resto formalmente preclusa dal patto di stabilità e di crescita sottoscritto dai paesi membri dell’UME nel 1997, in seguito al quale le finanze pubbliche dei singoli paesi membri sono soggette a una procedura comune di monitoraggio centralizzato. La nostra sovranità in materia finanziaria è dunque limitata. Non abbiamo la possibilità di allentare troppo il controllo sulla spesa pubblica e non possiamo finanziare liberamente un disavanzo di bilancio. La banca centrale non potrebbe concedere credito allo stato (in realtà la BCE lo sta facendo, chiedendo in cambio politiche di austerità). Con il patto di stabilità e di crescita ci siamo inoltre impegnati ad attuare una progressiva riduzione del debito pubblico. Non possiamo dimenticarlo, anche se questa regola non è stata finora applicata in modo rigido. Ma quel patto non ci vieta di introdurre un’imposta straordinaria sul patrimonio.

Un’alternativa sarebbe ovviamente quella di uscire dall’UME. Con il risultato di riacquistare una piena sovranità monetaria e finanziaria, ma di andare anche incontro a inconvenienti e rischi. Per pensare di uscire dall’eurosistema dovremmo però avere un’economia nazionale strutturalmente più forte. Oggi solo la Germania potrebbe permettersi di compiere questo passo.

* Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.

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Neoliberismo, interventismo, keynesismo

Pubblicato il 19 Gennaio 2009 da admin

La crisi economica globale del sistema capitalistico, oggi in atto, deve indurre gli economisti teorici ad interrogarsi su quanto sta accadendo e a cercare di prevederne i prossimi sviluppi e gli esiti. Uno dei compiti storici della scienza economica è infatti la spiegazione e la previsione di quanto avviene nella realtà.

Un primo punto sembra sufficientemente chiaro. Si tratta di una crisi che ha avuto inizio nel mondo della finanza e che ha poi contagiato l’economia reale. E’ emersa la forte instabilità di un sistema di intermediazione finanziaria che anziché incoraggiare il risparmio delle famiglie e assicurare che esso affluisse senza ostacoli agli investimenti delle imprese e agli impieghi delle amministrazioni pubbliche, è stato utilizzato per finanziare pericolose operazioni speculative compiute sul mercato dei capitali e su quello dei cambi. Questo è avvenuto in un contesto di bassi livelli dei salari reali e in presenza di una politica dell’amministrazione repubblicana degli Stati Uniti che ha alimentato nei lavoratori una forma inedita e sottile di illusione monetaria, consentendo alle banche e ad altre istituzioni finanziarie di concedere loro ampio credito e mutui ipotecari a condizioni molto facili (i subprime mortgages a tassi variabili) per indurli ad acquistare di più e consumare di più, nonostante i bassi salari.

Una situazione di questo tipo non può durare indefinitamente. Quando le banche cominciano a incontrare delle difficoltà nel rientro dei capitali prestati e vengono a trovarsi a corto di liquidità per l’insolvenza dei debitori, il flusso del finanziamento bancario alle imprese di produzione tende necessariamente ad interrompersi. Per allontanare nel tempo questa evenienza, le banche hanno fatto ricorso a strumenti innovativi di ingegneria finanziaria allo scopo di attuare una strategia finanziaria tutt’altro che nuova: quella della Ponzi finance, efficacemente descritta da Hyman Minsky. Hanno infatti cercato di trasformare i crediti in sofferenza in fonti di nuove rendite finanziarie, facendo ricorso a operazioni di cartolarizzazione (securitization) e successiva inclusione dei crediti frazionati in prodotti finanziari derivati, con l’intento di arrivare a disperdere il rischio individuale.

In tali condizioni, chi comprende come stanno andando le cose e dispone di liquidità non la investirà più, ma la tratterrà, ripromettendosi di farne uso in seguito, quando la crisi avrà prodotto i suoi effetti più devastanti, per acquistare le attività patrimoniali superstiti a prezzi stracciati. Viene in essere cioè una situazione abbastanza simile a una trappola della liquidità, ma in presenza di tassi di interesse non ancora ridotti al minimo. Tale situazione non può tuttavia durare a lungo. Essa è destinata a cambiare non appena sul mercato dei capitali i tassi scendono ulteriormente e diventa possibile compiere operazioni vantaggiose di acquisto di capitale azionario, anche finanziandole a credito. Ossia creando degli appositi consorzi finanziari che si indebitano per acquistare imprese (è il cosiddetto leverage buyout) e che possono conteggiare il debito come un costo detraibile dalle tasse, scaricandone l’onere sulle società acquistate (che non di rado vengono poi abbandonate al loro destino di bad companies).

Questo contribuisce ad aumentare la scarsità di liquido e tende a determinare una crisi del mercato interbancario. Per l’eccessivo livello dell’indebitamento, le banche non si fidano più l’una dell’altra e non si prestano denaro tra loro. La crisi è aggravata dal fatto che nel frattempo si diffondono voci allarmanti sull’esito di investimenti troppo rischiosi effettuati dalle banche e i risparmiatori tendono di conseguenza a ritirare i loro depositi e a compiere spostamenti di capitali dai titoli privati a quelli pubblici, ritenuti più solidi, anche se non del tutto sicuri in una situazione di rischio sistemico.

Ne risulta appunto una sorta di trappola anomala della liquidità, che penalizza chi ha bisogno di prestiti per motivi non speculativi. E quindi danneggia in primo luogo le imprese, che possono essere costrette dapprima a ridurre e poi addirittura a cessare la loro attività. A questo punto la crisi diventa generale e coinvolge l’economia reale, a ulteriore dimostrazione della non neutralità della moneta. E attraverso nuovi meccanismi di trasmissione degli impulsi monetari e finanziari sulle variabili reali, che meriterebbero di essere ulteriormente indagati, la crisi si scarica per intero sui lavoratori e sulle loro famiglie.

Le principali cause della fragilità strutturale del sistema finanziario possono a questo punto facilmente individuarsi. Sono la tendenza a un eccessivo ricorso al finanziamento esterno da parte delle imprese; la diffusa pratica bancaria consistente nell’utilizzare credito a breve termine, continuamente rinnovato, per finanziare impieghi di capitale a medio e lungo termine;  la facilità con cui vengono realizzate operazioni finanziarie e creditizie ad alto rischio; la scarsa trasparenza di molte operazioni finanziarie, che alimenta la possibilità di compiere vere e proprie frodi nel trasferimento dei rischi. Frodi che sono messe in atto dagli intermediari finanziari ai danni dei risparmiatori e vengono non di rado avallate da compiacenti agenzie di valutazione (rating companies), che, male interpretando le proprie funzioni, mettono in grado alcune società di indebitarsi per somme molto superiori al loro effettivo valore di mercato.

In breve, la crisi ha evidenziato la mancanza nel sistema capitalistico attuale di validi meccanismi di autoregolazione del mercato. In questo senso, si può certamente parlare di fallimento del neoliberismo e di riconosciuta necessità di ricorrere ad interventi pubblici per salvare banche e aziende in difficoltà, anziché lasciare che il mercato penalizzi l’insuccesso delle iniziative economiche meno efficienti. Al vecchio paradigma dell’efficienza allocativa del mercato oggi credono ancora solo pochi epigoni della Mont-Pélerin Society, della scuola di economia di Chicago e della London School of Economics. Quelli che hanno sempre insistito nel presentare il neoliberismo come antitesi al keynesismo e al dirigismo economico degli anni ’30; e che hanno ispirato il programma economico conservatore di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e quello di Ronald Reagan negli USA, l’uno e l’altro favorevoli alla deregolamentazione, alle privatizzazioni e a un contenimento della dinamica salariale e della spesa pubblica per finalità sociali.

E’ un duro colpo per il neoliberismo, un indirizzo di pensiero che ha cercato di affossare le conquiste dello Stato sociale e ha inquinato il quadro teorico con la supply side economics e la ‘critica di Lucas’ all’efficacia della politica economica. Dopo la dissoluzione dei regimi economici dei paesi del cosiddetto ‘socialismo reale’ il neoliberismo ha creduto di avere ormai partita vinta e si è apprestato a seppellire definitivamente l’interventismo statale di tipo keynesiano. Ma oggi il neoliberismo subisce una dura lezione dalla storia. Perfino i più tenaci assertori di questo indirizzo di pensiero, posti di fronte alla drammatica alternativa tra aiutare Wall Street a uscire dalla crisi, sovvenzionando un sistema capitalistico dimostratosi largamente corrotto, o lasciare che esso precipitasse nel caos finanziario più assoluto, sono stati indotti a invocare un intervento straordinario dello Stato nella sfera economica per salvare dal fallimento grandi banche ed imprese. Con l’intenzione di addossare al Tesoro, ossia ai contribuenti, l’onere dell’acquisto dei crediti inesigibili. Senza quindi arrivare a delle vere e proprie nazionalizzazioni.

Ma non è stata, a ben guardare, una vittoria del keynesismo. L’odierna crisi globale ha semplicemente mostrato la necessità della politica economica, riaprendo in un certo senso il confronto teorico tra liberismo e keynesismo. Ma l’aumento della spesa pubblica, che oggi da tante parti si invoca, non riguarda la spesa sociale in istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione. Riguarda il sostegno di banche e società finanziarie in difficoltà e il salvataggio di grandi imprese industriali. Un salvataggio che ci si propone di realizzare continuando a comprimere i salari reali e le pensioni. E’ quindi un sostegno non alla domanda, ma all’offerta.

Tutto questo ha ben poco di keynesiano. E può accrescere il divario tra l’offerta e la domanda, anziché aiutare a superare le difficoltà di realizzo della produzione sul mercato. Difficoltà dovute alla maldistribuzione del reddito e tipiche di un sistema in cui il capitale non riesce a porsi fini diversi da quello del proprio continuo accrescimento. Tali difficoltà oggi non presentano più carattere esclusivamente ciclico, ma tendono ad assumere carattere strutturale. Segno che il capitalismo resta un problema (il problema di fondo) e che il problema tende ad aggravarsi.

 

*Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.

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