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I «beni comuni» tra realtà e utopia

Pubblicato il 11 Ottobre 2010 da admin

Bisogna essere grati a Toni Negri e Michael Hardt per aver dedicato quest’ultima corposa loro fatica al tema del «comune»[1]. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo assistito al costituirsi di un cospicuo fronte di resistenza intellettuale e popolare intorno alla difesa di taluni «beni comuni», come l’acqua o l’ambiente, che ha tentato di opporre un argine alla furia privatizzatrice che imperversa nelle società industrializzate da oltre tre decenni. È un fronte assai composito per culture politiche d’appartenenza, che però si riconosce nella convinzione che i «beni comuni» rappresenterebbero un tertium genus capace di eludere la contrapposizione ritenuta ormai superata tra «pubblico» e «privato». È dunque benvenuto ogni tentativo di dare a queste rivendicazioni un’adeguata sistemazione teorica: testarne la plausibilità è infatti l’unico modo per verificare le ragioni (o eventualmente i torti) di quanti sostengono che l’opposizione tra pubblico e privato è ciò che oggi impedirebbe lo sviluppo di una gestione realmente cooperativa e condivisa dell’acqua, del sapere, della salute, dell’energia e del patrimonio culturale.

Vediamo allora in dettaglio. Con il termine «comune», Negri e Hardt intendono, in primo luogo, «la ricchezza comune del mondo materiale – l’aria, l’acqua, i frutti della terra e tutti i doni della natura – che nei testi classici del pensiero politico del mondo occidentale è sovente caratterizzata come l’eredità di tutta l’umanità da condividere insieme». In questo senso, leggiamo fin dalle prime pagine del ponderoso volume, «il linguaggio, gli affetti e le espressioni umane sono per la maggior parte comuni». C’è però un altro significato che Negri e Hardt attribuiscono al «comune»: «Per “comune” – essi infatti dicono – si deve intendere, con maggior precisione, tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale».

È bene precisare che nell’equivalenza postulata tra questi due significati si colloca la vera e propria novità della riflessione di Negri e Hardt. Tradizionalmente, infatti, con la prima accezione del termine «comune» si designano quei beni che i giuristi definiscono come «liberi»: non solo perché non appartengono a nessuno, ma soprattutto perché non sono – per loro essenza o per vincoli di legge – suscettibili di appropriazione. L’aria che respiriamo o il linguaggio che ci permette di comunicare ne sono gli esempi più classici.

Discorso diverso vale invece per i beni (e naturalmente i servizi) prodotti. Ogni produzione presuppone infatti un processo lavorativo e quest’ultimo – per dirla con Marx – implica necessariamente una «appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani»[2], che a sua volta comporta una preventiva distribuzione dei mezzi di produzione secondo dati rapporti sociali e la sussunzione degli individui che lavorano entro specifici rapporti di produzione, che concernono sia gli agenti della produzione che i mezzi materiali ad essa occorrenti. E se è vero che ogni processo lavorativo si avvale di norma di beni che a stretto rigore non sono suscettibili di appropriazione (come l’aria o il linguaggio, appunto), non è meno vero che residua una profonda differenza fra gli uni e gli altri: i beni che sono comuni in quanto «liberi» non sono infatti producibili mediante il lavoro, al punto che anche quelle trasformazioni che subiscono in dipendenza dell’attività umana si inquadrano nella loro «storia naturale»; i beni producibili mediante lavoro sono invece oggetto di appropriazione entro specifici rapporti di produzione e possono essere «comuni» solo se la forma sociale consustanziale a questi ultimi li rende «non rivali» e «non esclusivi», ossia tali che il loro godimento da parte di Tizio non impedisce un analogo godimento da parte di Caio.

Evocando Marx abbiamo inteso suggerire che la distinzione appena ricordata ha una lunga tradizione e solide ragioni teoretiche: suo obiettivo precipuo è di sfuggire a quelle concezioni idealistiche del lavoro sociale che ispirano non solo le illusioni umanistiche di quanti vedono il lavoro come «pura attività creativa», ma anche le moderne trattazioni degli economisti neoclassici circa i beni supposti pubblici «per natura» (le quali, ben s’intende, sono funzionali a sostenere che tutto ciò che non è «naturalmente pubblico» non deve nemmeno esserlo)[3]. Ma se ciò è vero, l’equivalenza semantica postulata da Negri e Hardt tra i due significati del «comune» non può essere assunta in termini descrittivi: occorrerebbe piuttosto un’analisi normativa, che cioè dimostrasse che, se così pure è stato finora, così non deve più essere.

Invano però il lettore la ricercherebbe nelle quattrocento e più pagine del libro. Lungi dallo spiegarci entro quali nuovi rapporti di produzione bisognerebbe concepire l’allocazione del processo lavorativo e dei suoi prodotti al fine di spingerci «oltre il privato e il pubblico», Negri e Hardt si limitano infatti a dirci che il carattere «biopolitico» del processo lavorativo ha costituito il «comune» non solo in quanto forza produttiva, ma anche in quanto «forma in cui la ricchezza è prodotta»: posto che «il lavoro biopolitico è sempre più autonomo» dal capitale e dallo stato, ci sarebbe solo bisogno di lottare in difesa della «libertà della forza lavoro biopolitica» (assicurandole «un reddito minimo garantito su scala nazionale o globale») e di assicurare alle popolazioni mondiali «le infrastrutture materiali» di cui sono ancora prive, a cominciare da una «piattaforma fisica (che permetta l’accesso alle reti comunicative in connessione cablata e senza fili)» per proseguire con quella «logica (protocolli e codici sorgente aperti)» e un’altra «ricca di contenuti (le opere e le ricerche scientifiche, intellettuali e culturali)».

Sennonché, ciò equivale a presupporre quel che invece bisognerebbe dimostrare. L’«autonomia» attiene infatti alle modalità dell’attività lavorativa e di per sé non può dirci nulla in merito alla forma che assume il suo prodotto. L’autonomia rilevantissima di cui gode ogni dirigente d’impresa, ad esempio, non impedisce di qualificare il prodotto del suo lavoro come una merce, così come l’autonomia di cui gode un dirigente pubblico non osta al riconoscimento della differente forma ch’è propria del prodotto della sua attività. Lo stesso vale per il carattere «comune», cioè sociale, del processo lavorativo, che non a caso Marx riconosceva come tipico dell’industria capitalistica e noi possiamo ben riferire anche al lavoro alle dipendenze del settore pubblico. Del resto, se lo stesso Marx parlava di un «comunismo dei capitalisti» in relazione al processo che conduce alla spartizione della massa del plusvalore e alla genesi del profitto medio[4], non potremmo noi analogamente evocare un «comunismo dei pubblici poteri» per riferirci al modo in cui questi ultimi hanno consentito effettivamente di rendere taluni beni e servizi non escludibili e non rivali? A cos’altro dovremmo riferire quel che Negri e Hardt chiamano «il comune che funge da base della produzione biopolitica» e che denunciano essere oggetto delle strategie acquisitive del capitalismo? Lo «smantellamento delle istituzioni della pubblica istruzione», la «privatizzazione dell’educazione primaria e la drastica riduzione dei finanziamenti alla scuola secondaria» non rimandano forse alla distruzione di quella forma di «comunismo» che abbiamo sperimentato grazie all’attività economica dei pubblici poteri?

Non crediamo di sbagliare se diciamo che l’assimilazione tipicamente sessantottina tra capitalismo e socialismo faccia qui velo (ed è un velo assai spesso) alla riflessione di Negri e Hardt. Sostenere che «il “socialismo reale” è stato una straordinaria macchina dell’accumulazione capitalistica», che si sarebbe avvalso di «alcuni strumenti di ispirazione keynesiana che le potenze capitalistiche avevano adottato solo nei momenti delle crisi cicliche», significa non solo ignorare che fu Keynes a ispirarsi all’Urss nell’elaborazione della General Theory (e non i bolscevichi a copiarlo)[5], ma soprattutto fraintendere completamente il significato della «rivoluzione keynesiana»: la quale appunto muove dal convincimento che lo sviluppo delle nostre società ha fatto sorgere taluni bisogni (come la «programmazione urbanistica» o la «conservazione dell’ambiente naturale», per ripetere due suoi esempi) tali che «è impossibile per l’individuo, anche se lo volesse, intraprendere le iniziative opportune» per soddisfarli: anzi, «anche se egli si imbarcasse in tali imprese, non sarebbe assolutamente in grado di raccoglierne i benefici». Solo «se fossero adottati e impiegati forti poteri di direzione centrale, enormi vantaggi potrebbero riversarsi sull’intera comunità»[6].

Si può aggiungere che attribuire al «lavoro biopolitico» la capacità di produrre cooperazione in modo «autonomo» rischia di mettere capo ad un’apologia di quelle collaborazioni coordinate e continuative che il ministro Sacconi ha assunto come archetipo per la riscrittura dello Statuto dei lavoratori. È infatti evidente che codesta autonomia può essere facilmente declinata nell’utopia di una società di «liberi produttori indipendenti», che ricalcherebbe di fatto la visione walrasiana del perfetto mercato concorrenziale: non è certo un caso se Aldo Bonomi, che per primo ha scritto sul «trionfo della moltitudine»[7], è approdato infine a vestire i panni dell’aedo della piccola impresa e del lavoro autonomo sulle rosee pagine del quotidiano di Confindustria.

Specularmente, se volessimo prendere sul serio le «riforme» sollecitate da Negri e Hardt, è facile concludere che implicherebbero la nazionalizzazione di buona parte dell’apparato produttivo[8]: si tratterebbe infatti o di piegare le dotazioni industriali già esistenti a logiche di funzionamento non capitalistiche, oppure di organizzare la produzione per l’esportazione in modo da ottenere i necessari trasferimenti di tecnologia dall’estero (giusto alla maniera del primo piano quinquennale sovietico).

Va da sé che nell’una come nell’altra ipotesi non saremmo affatto «oltre il privato e il pubblico», come pretendono Negri, Hardt e altri teorici dei «beni comuni»[9], ma saldamente all’interno dell’uno o dell’altro: del mercato o dello stato, per chiamare le cose col loro nome. Sovvengono al riguardo le lucide parole di P. J. D. Wiles: «quelli che desiderano de-stalinizzare un particolare tipo di attività economiche devono lasciarle al libero mercato, come hanno scoperto gli jugoslavi; così come coloro che disdegnano le leggi della domanda e dell’offerta devono stalinizzare i settori che desiderano riformare. Non c’è una terza via. L’economia nel suo insieme può essere mista, ma ogni singola attività dev’essere l’una cosa o l’altra. La funzione della vasta burocrazia economica staliniana è di fare amministrativamente ciò che il mercato fa automaticamente; o il consumatore e il profitto dicono al produttore cosa fare (con o senza l’aiuto della concorrenza tra produttori) o glielo dice il pianificatore centrale. La ripartizione delle risorse è fatta alla periferia o al centro, col mercato o senza. Queste ultime (quattro) parole mostrano che la dicotomia, economia di comando o mercato, è da un punto di vista logico esauriente»[10]. E se il vero radicalismo stesse piuttosto nel riconoscere che sono ancora questi i termini dell’alternativa?

 

 

*Une versione ridotta di questo articolo è apparsa su Alias del 9 ottobre 2010.
[1]Michael Hardt, Antonio Negri, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Milano, Rizzoli, 2010.
[2] Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, libro I, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 218.
[3] Per la verità, i neoclassici più consequenziali giungono perfino a negare che vi siano beni pubblici di tal fatta: si veda sul punto Ronald H. Coase, Il faro nell’economia, in Id., Impresa, mercato e diritto, Bologna, il Mulino, 2006, pp. 291-317 (dove anche una rassegna critica della posizione tradizionale).
[4] Si veda la lettera a Engels del 30 aprile 1868, in Carteggio Marx-Engels, V, Roma, Edizioni Rinascita, 1951, p. 184. Considerazioni analoghe in K. Marx, Storia dell’economia politica. Teorie sul plusvalore III, Roma, Editori Riuniti, 1993, p. 82.
[5] Sia consentito sul punto il rinvio a Giorgio Lunghini, Luigi Cavallaro, Prefazione a John Maynard Keynes, Laissez faire e comunismo, Roma, DeriveApprodi, 2010.
[6] J. M. Keynes, La pianificazione statale, in Id., Come uscire dalla crisi, a cura di P. Sabbatini, Roma-Bari, Laterza, 2001, p. 64.
[7] Aldo Bonomi, Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene, Torino, Bollati Boringhieri, 1996. In effetti, quando si legge che i comportamenti della moltitudine obbediscono alla «logica delle associazioni corpuscolari» (M. Hardt, A. Negri, Comune, cit., p. 53), riesce davvero difficile non pensare a Walras.
[8] Del resto, anche Walras sostenne posizioni eterodosse in materia di proprietà dei mezzi di produzione: cfr. Léon Walras, Studi di economia sociale, a cura di A. Salsano, Roma, Archivio Guido Izzi, vol. II, 1993.
[9] Emblematico, al riguardo, l’impasse cui pervengono le ricerche più recenti di Elinor Ostrom, insignita lo scorso anno del premio Nobel per l’economia. Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, La crisi del pensiero unico, Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 194-197.
[10] P. J. D. Wiles, Economia politica del comunismo, Torino, UTET, 1969, p. 22.

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Quarant’anni fa. E oggi

Pubblicato il 23 Maggio 2010 da admin

C’è un problema politico che conviene enunciare a chiare lettere, se vogliamo evitare che il quarantennale dell’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, caduto il 20 maggio scorso, diventi l’occasione per celebrarne il funerale. Si può porlo in forma di domanda: lo Statuto, complessivamente considerato, è compatibile o no con la «costituzione economica» fissata nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea?

L’opinione prevalente risponde di sì. Specialmente tra i giuristi, l’Unione Europea è vista come uno spazio non solo compatibile con le garanzie giuridiche che il lavoro salariato ha saputo conquistarsi nel corso del XX secolo nell’ambito degli Stati-nazione, ma addirittura come il presupposto per la loro conservazione ed estensione anche a coloro che attualmente ne godono in misura ridotta o ne sono del tutto privi: in fondo, bisogna pur sempre ricordare che le disposizioni più penetranti dello Statuto – come quelle che concernono la presenza del sindacato in azienda o apprestano la tutela reintegratoria per il licenziamento illegittimo – si applicano soltanto ai lavoratori occupati all’interno di aziende che abbiano alle proprie dipendenze più di quindici dipendenti (ovvero oltre sessanta sul territorio nazionale).

È però indiscutibile che, nel nostro Paese, l’approfondirsi del processo d’integrazione economica europea, specie a partire dal 1992, si è accompagnato all’adozione di misure legislative che, pur senza formalmente intaccare i dispositivi dello Statuto, hanno in sostanza ridotto l’area della sua operatività anche all’interno delle imprese che prima erano tenute alla sua integrale applicazione: l’introduzione del lavoro interinale, la liberalizzazione delle causali per la stipulazione di contratti a termine e ancora l’esplosione delle collaborazioni coordinate e continuative, per non fare che qualche esempio, hanno di fatto consentito al padronato di avvalersi delle prestazioni di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori senza che costoro potessero godere dei benefici della stabilità del rapporto d’impiego.

Per di più, si tratta di artifici normativi che non sono imputabili esclusivamente a quelle forze che nel panorama politico identifichiamo abitualmente come di destra o centro-destra: il lavoro interinale (e la consequenziale abrogazione della legge sul divieto di appalto della manodopera, che risaliva addirittura al 1960) fu introdotto dal primo governo dell’Ulivo nel 1997, che allora era sostenuto da tutta Rifondazione; e ancora ad un governo «progressista» (e a un ministro del lavoro proveniente dalla Cgil) è da ascrivere la famosa – o meglio, famigerata – circolare del 2006, che per gli addetti ai call-center collocava il discrimine tra autonomia e subordinazione nel fatto che essi ricevessero le telefonate dagli utenti o le facessero motu proprio per promuovere la vendita di servizi alla clientela.

Se dunque non vogliamo cadere nell’abituale fallacia idealistica di ritenere che tutto andrebbe per il meglio se solo al governo ci fossero persone di buona volontà, dobbiamo pur chiederci se non ci sia una qualche spinta oggettiva che condizioni l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – del nostro diritto del lavoro. E a questo riguardo, un principio di risposta può essere messo come segue.

Si dice spesso che lo Statuto dei Lavoratori non piovve dal cielo, ma scaturì dalle lotte sociali che attraversarono tutti gli anni ’60, fino a sfociare nell’autunno caldo del 1969. Indubbiamente è vero. Ma non bisognerebbe mai dimenticare che quella stagione di lotte dipendeva a sua volta dal fatto che il nostro sistema economico veleggiava in quegli anni verso la piena occupazione. La lotta di classe è certo consustanziale al modo di produzione capitalistico, ma affinché la lotta dia luogo ad un conflitto, in cui i lavoratori riescano produttivamente a rivoltarsi contro le condizioni che il padronato impone per assoldarli (e ad esigerne delle altre), il mercato del lavoro dev’essere «sparecchiato»: non dev’esserci disoccupazione. La prima funzione della disoccupazione è infatti quella di mantenere l’autorità del padrone sul lavoratore. Come osservò una volta Joan Robinson, fintanto che il padrone è in condizione di dire: «Se non vuoi il lavoro, ci sono molti altri che lo vogliono», quest’autorità è indiscutibile e normalmente indiscussa; solo quando il lavoratore può dire: «Se non mi vuoi, ci sono molti altri che mi vogliono», la situazione può dirsi mutata, e dunque può sorgere il conflitto[1].

Ma se le lotte operaie costituivano un prodotto (e non dunque un presupposto) della piena occupazione, a cosa era imputabile quest’ultima? Non si dica che era stata l’espansione fordista del boom economico: si scambierebbe di nuovo l’effetto con la causa. Perché all’origine del miracolo economico non c’era affatto un’impresa capitalistica libera di laisser faire, ma – al contrario – la «costituzione economica» disegnata nel Titolo III della Costituzione repubblicana del ’48, che vincolava il riconoscimento della libertà economica dell’impresa al rispetto delle garanzie dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e ne subordinava l’azione al governo pubblico dell’economia, quale condizione essenziale (come aveva intuito Palmiro Togliatti) per assicurare l’effettività di quel «diritto al lavoro» sancito solennemente dall’art. 4 della Costituzione stessa[2].

Lo Statuto dei Lavoratori fu insomma il figlio legittimo di quella Costituzione: in senso formale e in senso materiale. Le limitazioni che esso poneva all’autonomia delle imprese (i «lacci e lacciuoli» di cui si sarebbe a lungo doluto Guido Carli) non erano altro che una manifestazione del potere di disposizione dello Stato sul funzionamento dell’apparato produttivo, ossia sull’impiego dei mezzi di produzione. Più esattamente, ciò che dal lato delle imprese appariva come un vincolo, cioè come un negativo, non era altro che l’effetto positivo dei rapporti di produzione statuali e della loro capacità di surdeterminare il funzionamento complessivo dell’economia pubblica e privata[3].

In tutt’altra direzione si muove invece l’Unione Europea. «L’azione degli Stati membri e della Comunità – dice infatti l’art. 4 del Trattato istitutivo, nel testo modificato dal Titolo II, art. G, del Trattato di Maastricht – dev’essere improntata ad una politica economica «condotta conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza».

Non si potrebbe enunciare meglio il contrasto (o meglio l’antinomia)[4] esistente tra l’art. 41 Cost. e l’art. 4 del Trattato: l’uno vorrebbe lo Stato a coordinare e indirizzare, l’altro ordina di «lasciar fare»; l’uno vorrebbe che si perseguissero «fini sociali», l’altro è convinto – come già Adam Smith – che quali siano i fini da perseguire e i mezzi da scegliere ognuno può giudicare molto meglio di qualsiasi uomo di stato o legislatore.

Si dovrebbe peraltro ricordare che una scelta così radicalmente antitetica a quella compiuta dai nostri padri costituenti non si basava soltanto su preferenze politico-istituzionali market-oriented, ma serviva a difendere concreti e corposi interessi commerciali della Germania, come poi i fatti si sarebbero presi carico di dimostrare[5]. Ma non è questo che qui interessa. La domanda piuttosto è: perché mai una costituzione economica del genere dovrebbe risultare esiziale per le sorti del lavoro dipendente? Per un semplice ma incontrovertibile motivo: e cioè che, sulla sua base, il lavoro cessa di essere un «diritto» e viene degradato al rango di semplice «libertà»[6]. Libertà di cercarsi un posto se lo si trova, libertà di contrattare un salario elevato se ci si riesce, libertà di andarsene se non si viene cacciati prima: non ci può essere altro che questo sul mercato capitalistico del lavoro, quello appunto della «libera concorrenza». Marx l’aveva scritto a chiare lettere: su questa base, «il lavoro non è che una merce come le altre» e deve subire le stesse alterne sorti che il mercato impone a tutti i fattori produttivi; «sarebbe sciocco considerarlo da una parte come una merce, e d’altra parte volerlo porre al di fuori delle leggi che determinano i prezzi delle merci»[7].

Non si tratta di essere banalmente antieuropeisti: quello lo lasciamo fare ad altri. Ma è appunto da sciocchi continuare a credere che l’adesione alla costruzione europea così tenacemente voluta da Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi , con il concerto di altre eminenti personalità inopinatamente ascese al rango di padri nobili del «riformismo» italico (che in verità era tutt’altra cosa), non sia stata la prima responsabile dei rovesci subiti dalla classe lavoratrice negli ultimi vent’anni. Diciamolo chiaramente: lo Statuto è ancora giovane, sono loro ad essere vecchissimi. Vengono dall’Ottocento.

 

[1] Cfr. Joan Robinson, Un programma per la piena occupazione (1943), ora in Ead., Occupazione, distribuzione e crescita, a cura di M. C. Marcuzzo, Bologna, il Mulino, 1991, p. 101.
[2] Per una disamina in chiave marxista della «costituzione economica» contenuta nella Carta costituzionale del ’48 rinviamo a Luigi Cavallaro, Lenin in Italia (ma non se ne sono accorti), «Critica marxista», n. 6, 2009, pp. 35-41, dove anche il riferimento all’emendamento suggerito da Togliatti durante i lavori dell’Assemblea costituente e di fatto confluito nell’attuale formulazione dell’art. 41 comma terzo Cost.
[3] Abbiamo argomentato più distesamente questo punto in L. Cavallaro, Come nacque e morì il conflitto di classe in Italia, «Alternative per il socialismo», n. 7 (2008), pp. 140-154.
[4] Così già Natalino Irti, L’ordine giuridico del mercato, Roma-Bari, Laterza, 1998, spec. pp. 22 ss.
[5] Si vedano su questa rivista i numerosi interventi di Sergio Cesaratto, a cominciare dall’ultimo: http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/luno-due-tedesco-the-sick-fraulein-of-europe-ii/.
[6] V. più ampiamente L. Cavallaro, Costituzioni e diritto al lavoro. Un’interpretazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, «Rivista italiana di diritto del lavoro», 2003, I, pp. 227-258.
[7] Karl Marx, Salario, prezzo e profitto (1867), trad. it. di P. Togliatti, a cura di A. A. Santucci, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 69.
[8] Si veda l’appassionata rivendicazione dello stesso Prodi apparsa giusto il 20 maggio scorso sul Corriere della Sera: http://archiviostorico.corriere.it/2010/maggio/20/Prodi_per_euro_scrissi_Kohl_co_9_100520002.shtml.

 

Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano Liberazione del 20 maggio 2010

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Fallimento strategico

Pubblicato il 18 Febbraio 2009 da admin

Le dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Partito democratico hanno un significato eminentemente politico, ma segnano anche un punto di svolta nella contesa tra paradigmi alternativi di politica economica. Esse ratificano infatti un percorso fallimentare che sarebbe ingeneroso attribuire alla sola volontà del segretario dimissionario, ma che questi ha comunque perseguito con tenacia: la rescissione di ogni legame fra gli eredi del Partito comunista italiano e quella tradizione, che potremmo definire “solidaristico-keynesiana”, che aveva ispirato la redazione delle norme fondamentali della nostra “costituzione economica”.

Quali esse siano è ben noto. L’art. 41 Cost., che – dopo aver affermato che l’iniziativa economica è libera – stabilisce che essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da ledere la sicurezza, la libertà e la dignità umana e demanda alla legge il compito di definire i “piani e programmi” opportuni perché l’iniziativa pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. L’art. 42, che enuncia il diritto di proprietà solo per attribuirgli una funzione sociale e disciplinarla in modo da renderla accessibile a tutti. L’art. 43, che riserva alla proprietà pubblica (ed eventualmente a “comunità di lavoratori”) la produzione e distribuzione di servizi pubblici essenziali o di beni in regime di monopolio naturale o che abbiano preminente interesse generale. L’art. 44, che disciplina la proprietà terriera prevedendo obblighi e vincoli che assicurino equi rapporti sociali.

Ma si debbono aggiungere (e approssimando comunque per difetto) l’art. 36, che assicura al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e in ogni caso sufficiente a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa; l’art. 37, che garantisce piena equiparazione fra uomo e donna anche sul lavoro (non senza precisare che il raggiungimento dell’eguaglianza richiede una legislazione di favore per le donne); l’art. 38, che garantisce che siano provveduti i mezzi a chi si trova nell’impossibilità di lavorare per infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria; e certamente l’art. 39, che istituisce il contratto collettivo nazionale come forma principe per la determinazione della “giusta retribuzione”.

Ebbene, ripercorrendo a ritroso le scelte di politica economica sostenute dalla maggioranza di coloro che del Partito democratico sono stati ispiratori (ossia i superstiti dell’ala cattolico-sociale della Democrazia cristiana e i liquidatori del Partito comunista italiano) è agevole verificare come siano state tutte di segno opposto rispetto al quadro delineato dalla nostra Costituzione. L’adesione acritica – talora perfino ridicola – a tutti i dettami dell’ortodossia economica di ispirazione neoclassica e di segno politico monetarista ha fatto sì che, durante le loro esperienze di governo (incluse quelle immediatamente successive al terremoto politico del 1992), essi hanno provveduto a privatizzare il patrimonio industriale, bancario e produttivo pubblico, depotenziare fino a svilirlo il contratto nazionale di lavoro, comprimere l’area di applicazione della legislazione a tutela del lavoro, abbattere la garanzia pubblica per le pensioni, liberalizzare i prezzi dei mercati immobiliare e mobiliare, imbrigliare entro rigidi paletti quantitativi e “federalisti” le leve collettive della politica fiscale e di bilancio e ridurre consequenzialmente il lavoro pubblico ad un’area di nullafacenti (poco) privilegiati – quasi mai per cattiveria loro, beninteso, ma spesso semplicemente per mancanza di mezzi con cui lavorare. E dall’opposizione, essi hanno contestato i governi in carica solo perché (ed in quanto) non facevano altrettanto.

I risultati di questo lavoro ultradecennale, certificati dalla perdita secca dei salari sul piano distributivo e dal correlativo innalzamento delle quote appropriate dalla rendita (specie finanziaria e immobiliare) e dai profitti, hanno progressivamente eroso il bacino di consenso dell’Ulivo, poi dell’Unione e ora del Partito democratico, fino a ridurlo all’attuale lumicino. Mentre il “bisogno di comunità” indotto dalla feroce dinamica che un mercato concorrenziale assume in una periferia capitalistica, quale indubbiamente è il nostro Paese, ha aperto spazi prima inimmaginabili al voto a destra: un voto pesantemente segnato da Dio, Patria e Famiglia, ma che ai lavoratori, sommersi e non, appare ormai senz’altro preferibile rispetto allo stolido inno alle magnifiche sorti e progressive del capitalismo concorrenziale, al quale credono ormai soltanto gli ultimi giapponesi de lavoce.info.

E’ comprensibile che dal Popolo delle Libertà si levi commosso l’onore delle armi per il segretario dimissionario: nessuno come il capo dell’attuale classe dirigente del Partito democratico ha fatto così tanto per assicurare all’avversario una vittoria così durevole. Altra questione è se quel partito potrà risollevarsi dopo una bancarotta materiale e ideale così pesante: si tratta al momento di una scommessa così aleatoria che si farebbe fatica a trovare un buon credit default swap.

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A che cosa serve la finanziaria 2009

Pubblicato il 22 Dicembre 2008 da admin

Ha destato e desta molte perplessità l’atteggiamento governativo (e del ministro Tremonti in particolare) a proposito della Finanziaria 2009, che il Parlamento ha definitivamente varato lo scorso 19 dicembre. Molti commentatori hanno rimproverato all’esecutivo di aver sottovalutato le conseguenze della recessione in atto e molti altri hanno rimproverato al ministro dell’Economia di aver tenuto un approccio “creativo” ai conti pubblici quando non ce n’era (a loro avviso) bisogno e di perseverare, per contro, in un atteggiamento “draconiano” in un momento gravissimo come quello attuale, in cui tanti economisti ed editorialisti si stanno reinventando dispensatori di ricette pseudo-keynesiane.

Crediamo che si tratti di considerazioni errate. Non soltanto perché imputano a Tremonti una sottovalutazione della crisi, quando invece egli è stato tra i pochi a rappresentarsela come evento possibile e anzi imminente, ma soprattutto perché non colgono le reali ragioni dell’insistenza tremontiana sulla necessità di non deflettere dalla linea di rigore sui conti pubblici.

Spiegarlo non è semplice e implica la necessità di risalire un po’ indietro nelle vicende economiche e politiche del nostro Paese. Siamo tuttavia convinti che solo un approccio del genere possa dar conto delle difficoltà e dei rischi della fase di politica economica che stiamo vivendo.

Cominciamo da una considerazione preliminare. È difficilmente contestabile che il nostro sistema industriale stia vivendo da almeno un decennio una marcata marginalizzazione all’interno del quadro europeo e mondiale. Si tratta di una conseguenza dell’arretratezza del modello di specializzazione italiano rispetto ai paesi dov’è localizzato il “cuore oligopolistico” dell’industria manifatturiera europea: la nostra struttura produttiva, infatti, consta per il 95% di imprese con meno di dieci addetti, dove trova impiego il 47% della forza-lavoro occupata (contro il 21% della Germania, il 22% della Francia e il 27% della Gran Bretagna). E lungi dall’essere la “forza economica del Paese”, le piccole e medie imprese italiane condizionano negativamente la capacità del nostro sistema produttivo di evolversi verso una struttura adeguata a cogliere la trasformazione tecnologica in atto: incapaci di avvalersi dei benefici delle economie di scala, con tassi d’utilizzo degli impianti più contenuti rispetto alla media europea e con sistemi arcaici di comando, esse non riescono ad esprimere un volume di investimento in ricerca e sviluppo adeguato a permettere la transizione tecnologica necessaria a invertire la rotta del declino economico e industriale in atto, che si manifesta nel sistematico peggioramento dei nostri conti esteri.

Il problema è stato aggravato dall’inadeguatezza delle risposte che nel tempo gli si sono offerte. Durante gli anni ’80 e fino alla prima metà degli anni ’90, sono state le ripetute svalutazioni della lira a consentire periodicamente alle nostre imprese di azzerare (o quasi) lo svantaggio competitivo accumulato con l’estero. E dalla seconda metà degli anni ’90 in poi, quando l’ingresso del nostro Paese prima nella banda ristretta e poi nella moneta unica ha reso impossibile la svalutazione, l’unico rimedio che si è sperimentato è stata la precarizzazione del lavoro, in modo da far loro recuperare sul versante del suo costo d’uso i margini di profitto erosi dalla minore competitività dei loro prodotti

Il risultato di queste politiche è oggi sotto i nostri occhi: ci ritroviamo con salari tra i più bassi d’Europa e con un numero di vittime in rapporto al Pil tra i più alti del continente. E nonostante l’elevatissimo prezzo pagato dalla classe lavoratrice, continuiamo comunque a registrare la perdita sistematica di quote di mercato e l’aggravarsi del nostro deficit con l’estero.

Si deve peraltro precisare che l’orientamento di fondo delle politiche industriali e del lavoro ha subito delle differenziazioni in relazione ai governi di volta in volta in carica. Mentre infatti gli esecutivi di centrodestra, in virtù del consolidato legame con la piccola imprenditoria del Nord, hanno agito in modo che alla compressione dei salari e delle tutele si affiancasse una relativa elasticità sul versante della gestione del disavanzo pubblico, in modo da lasciar circolare moneta nel tessuto produttivo interno e garantire liquidità e accesso al credito alle piccole imprese, i governi di centrosinistra – i cui referenti principali sono stati invece i grandi gruppi industriali e bancari – hanno optato nettamente per l’abbattimento del disavanzo statale: non certo perché il nostro debito fosse in sé “insostenibile” (rimandiamo sul punto alle inoppugnabili ragioni dell’appello degli economisti), quanto piuttosto per affamare il settore pubblico e comprimere la spesa interna, in modo da innescare da un lato crescenti “lenzuolate” di privatizzazioni e dall’altro la scomparsa delle imprese marginali o la loro acquisizione da parte dei gruppi più forti.

Nessuna delle due varianti di politica economica è tuttavia riuscita a risolvere la tendenza del nostro Paese ad accumulare disavanzi esteri. Ed è proprio in quest’ottica che, a nostro avviso, bisogna valutare la scelta di “rigore” sottesa all’attuale Finanziaria.

Secondo la testimonianza di autorevoli esponenti del governo, c’è un rapporto che nella sede del Ministero dell’Economia è oggetto di particolare attenzione, ed è il cosiddetto spread dei titoli del debito pubblico italiano rispetto a quelli del debito tedesco. Si tratta di un fenomeno sul quale in molti si sono soffermati, ma che – anche stavolta contrariamente a quanto solitamente si scrive – non ha nulla a che fare con l’ammontare del nostro debito: lo dimostra il fatto che un analogo aumento dei differenziali si registra sui titoli del debito pubblico di Portogallo, Spagna e Grecia, che hanno stock di debito nazionale assai eterogenei tra loro (e, come nel caso della Spagna, di gran lunga inferiori al nostro).

Alcuni studiosi, forti di una tradizione di pensiero che individua la variabile rilevante nei conti esteri piuttosto che nei conti pubblici, hanno perciò suggerito che la crescita dei differenziali nei titoli pubblici investirebbe Portogallo, Italia, Grecia e Spagna perché si tratta dei paesi che, nell’ambito della moneta unica, soffrono di più sul piano della competitività estera. I mercati finanziari insomma sconterebbero il fatto che il deterioramento dei conti con l’estero mette capo solitamente a cospicui problemi politici, dal momento che si traduce in una pressante richiesta di allentamento monetario che potrebbe portare al limite ad una fuoriuscita dei paesi più compromessi dalla moneta unica e dunque, in prospettiva, ad un ripudio del debito pubblico in euro.

La nostra impressione è che l’esecutivo in carica stia giocando la carta del timore che sui mercati prenda corpo un convincimento del genere esattamente allo scopo di imporre le misure necessarie ad evitare l’abbandono della moneta unica. Da un punto di vista macroeconomico, infatti, la strada è segnata e – a parità di specializzazione produttiva – passa per l’abbattimento sia dei salari che del deficit pubblico. Una strada del genere dovrebbe implicare con buona probabilità una deflazione così intensa da ridurre le nostre importazioni entro margini compatibili con il deficit estero e, da un punto di vista squisitamente politico, potrebbe saldare in un nuovo accordo gli interessi della piccola e della grande impresa, con la prima che beneficerebbe di nuovi gradi di libertà nell’uso della forza-lavoro e la seconda che si troverebbe agevolata nella consequenziale corsa alle privatizzazioni e alle acquisizioni, a cominciare dalle public utilities. E se è chiaro che di questa linea la Finanziaria 2009 si candida a costituire l’inveramento sul piano dei conti dello Stato, è facile prevedere che ad essa farà da pendant l’ennesimo “appello alla responsabilità” delle rappresentanze dei lavoratori, affinché rimuovano ogni residua resistenza al depotenziamento del contratto collettivo nazionale e all’ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro (mascherata, ben s’intende, da schemi contrattuali “a tutele crescenti”).

D’altra parte, è pur vero che una strategia del genere potrebbe sovrapporsi alla recessione globale e aggravarne gli effetti interni, anziché mitigarli. E se è vero che il combinato disposto delle due potrebbe indubbiamente giovare alle grandi imprese, che in una fase di crisi potrebbero più facilmente procedere con le acquisizioni, molti piccoli imprenditori rischierebbero comunque di essere espulsi dal mercato nonostante lo schiacciamento dei salari. Fermo restando che a pagarne le conseguenze peggiori sarebbero i lavoratori e i beneficiari della spesa pubblica, con il rischio di un’esplosione della protesta sociale.

Se quest’analisi è plausibile, si può avere un’idea della complessità della partita in corso fra i principali attori del quadro politico, economico e sindacale. C’è solo da sperare che dell’importanza della posta in gioco essi abbiano davvero consapevolezza.

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Un contratto precario per tutti?

Pubblicato il 09 Dicembre 2008 da admin

Nell’attuale babele delle forme di collaborazione all’impresa – una quarantina circa, con approssimazione per difetto –, una proposta come quella di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, volta all’istituzione di “un nuovo contratto per tutti” (come recita il titolo di un loro fortunato pamphlet da poco in libreria), sembra perfino ragionevole: tanto più ragionevole se si considera che, fin qui, la proliferazione delle tipologie contrattuali non ha fatto altro che aggravare il deprecabile dualismo che connota il nostro mercato del lavoro, con la casta degli outsiders condannata a patire in modo preponderante le conseguenze delle dosi massicce di flessibilità salariale e in entrata e uscita somministrate dai provvedimenti legislativi degli ultimi vent’anni.
L’apparenza però inganna. Si tratta infatti di una proposta che non solo poggia su un’interpretazione decisamente errata delle cause di quel dualismo, ma che – se dovesse tramutarsi in legge – rischierebbe perfino di provocarne l’irreversibile consolidamento, limitandosi semplicemente a ridistribuirne le conseguenze su una platea ben più ampia di lavoratori.
Vediamo perché. Come accennato, Boeri e Garibaldi propongono di sostituire l’attuale enorme congerie di tipologie contrattuali con un unico contratto a tempo indeterminato, caratterizzato da un sentiero graduale, “a tappe”, verso la stabilità. Più precisamente, il rapporto di lavoro dei neoassunti si snoderebbe dapprima in una “fase di inserimento”, che durerebbe fino al terzo anno d’impiego e sarebbe garantita dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori solo per ciò che concerne il licenziamento discriminatorio: il licenziamento disciplinare e quello per motivi economici o organizzativi darebbero luogo, invece, solo ad una compensazione monetaria crescente in funzione dell’anzianità di servizio, fino ad un massimo di sei mensilità di retribuzione per chi abbia raggiunto i tre anni di anzianità. Dopo il terzo anno di lavoro, infine, la tutela dell’art. 18 andrebbe estesa anche ai licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo e oggettivo, s’intende lì dove l’impresa abbia più di quindici dipendenti: per le imprese di dimensioni inferiori, infatti, la disciplina resterebbe tale e quale e di reintegra in caso di licenziamento illegittimo non se ne potrebbe (come già non se ne può) parlare.
Se questi sono i termini della proposta in questione, bisogna anzitutto rilevare che il contratto unico rappresenta indubbiamente un peggioramento della tutela che attualmente è garantita fin dall’assunzione a quanti sono impiegati a tempo indeterminato alle dipendenze di un’impresa con più di quindici dipendenti. Né vale in contrario obiettare che il 50% circa delle nuove assunzioni viene attualmente effettuato ricorrendo a tipologie contrattuali che escludono del tutto l’operatività dell’art. 18: si potrebbe agevolmente replicare che la proposta in discorso si limita a rendere comune a tutti questo destino di precarietà, quasi che il mercato del lavoro fosse uno di quegli ambiti in cui il mal comune equivale a mezzo gaudio.
Si deve peraltro aggiungere che codesta universalizzazione del precariato non è affatto necessaria rispetto all’obiettivo di superare il dualismo del mercato del lavoro. Nonostante il contrario avviso decisamente propugnato da Boeri e Garibaldi (secondo i quali “l’aumento dell’occupazione ha beneficiato grandemente dallo sviluppo di questi nuovi contratti”), non esiste alcuna evidenza che possa dimostrare che l’aumento dell’occupazione documentato dalle nostre statistiche dal 1995 in qua sia ascrivibile alla diffusione delle tipologie contrattuali atipiche: recenti studi, che hanno posto in relazione le variazioni della disoccupazione con le variazioni dell’indice di protezione normativa dei lavoratori calcolato dall’OCSE (il cosiddetto EPL, Employment Protection Legislation), hanno infatti evidenziato che la retta di regressione è pressoché piatta, anzi leggermente inclinata in modo opposto a quanto dovrebbe essere se la correlazione effettivamente esistesse, il che lascia supporre che variazioni del grado di protezione e variazioni della disoccupazione siano variabili sostanzialmente non correlate[1].
D’altra parte, se è vero che la crescita dell’occupazione si è accompagnata ad un aumento della povertà e, in specie, alla drastica diminuzione del tasso d’incremento delle retribuzioni (nell’industria manifatturiera il tasso di crescita dal 1998 al 2006 è stato del 2,6%, contro una media del 10,1% nei paesi dell’unione monetaria europea), sembra di poter dire che, più che una crescita dell’occupazione, il nostro Paese ha registrato negli ultimi dieci anni una redistribuzione della (dis)occupazione. Su un piano statistico, infatti, il legame fra la riduzione dell’EPL e la minor crescita dei salari appare meno evanescente di quello tra EPL e disoccupazione[2],  e ciò suggerisce che un monte-salari progressivamente decrescente rispetto al reddito nazionale possa essersi distribuito su una più ampia fetta di lavoratori, dando luogo ad una nuova forma di “disoccupazione nascosta”: un fenomeno che afflisse la nostra economia negli anni precedenti al decollo del cosiddetto “miracolo economico”, a causa dell’elevata incidenza della manodopera nei settori agricoli a bassissima produttività, e che speravamo di aver ormai consegnato alla riflessione degli storici.
Queste considerazioni, che lasciano intendere come le cause del dualismo del mercato del lavoro non siano facilmente collegabili ad una presunta rigidità delle tutele (e men che meno ai salari elevati degli insiders), introducono ad un’ulteriore obiezione che può muoversi allo schema del “contratto unico a tutele crescenti”. Tralasciando il fatto che, nell’idea di Boeri e Garibaldi, la compensazione monetaria per il licenziamento intimato nei primi tre anni d’impiego sembra presentarsi come un firing cost, che l’imprenditore è tenuto a pagare a prescindere dalla legittimità o illegittimità del recesso, una domanda sorge spontanea, ed è la seguente: chi ci assicura contro il fatto che, al termine del terzo anno d’impiego, il datore di lavoro non licenzi il lavoratore adducendo, magari pretestuosamente, motivi economici e sbarazzandosene così con sei mesi d’indennità e subito dopo ne riassuma un altro da stabilizzare dopo tre anni e poi licenzi anche lui e così via all’infinito?
Boeri e Garibaldi, naturalmente, una risposta ce l’hanno: il “precariato transitorio”, per così dire, avrebbe come contropartita la “formazione” del lavoratore, l’accrescimento del suo “capitale umano”; completata la formazione, per l’impresa che ha così lungamente investito sarebbe “molto costoso” separarsi dal dipendente e assai più “redditizio” garantirsene le prestazioni a tempo indeterminato, con un contratto assistito dal regime di stabilità reale.
Una risposta del genere, tuttavia, non appare convincente per almeno due motivi: innanzi tutto, perché sembra postulare un gap di formazione degli outsiders rispetto agli insiders che non trova alcuna evidenza empirica (è vero invece il contrario, cioè che chi si affaccia oggi sul mercato è mediamente più istruito di chi vi si trova già); in secondo luogo, perché – invertendo la relazione logica fra domanda e offerta di capitale umano – nasconde l’essenza del problema, ossia l’appartenenza dell’insieme delle nostre imprese ad un sistema industriale con caratteristiche di specializzazione produttiva sostanzialmente diverse (e peggiori) rispetto a quelle dei maggiori paesi europei[3].
In effetti, si riflette troppo poco sul fatto che, tra il 1988 e il 2004, la crescita occupazionale percentualmente più forte si è avuta nei settori a media intensità di attività di ricerca e sviluppo, quella più forte in assoluto nei settori a bassa intensità di attività di ricerca e sviluppo e quella più debole, sia in termini percentuali che assoluti, nei settori con utilizzo di capitale umano qualificato. E ancor meno si considera la facilità con cui hanno trovato occupazione presso le nostre imprese immigrati privi di una formazione e di una cultura di base appena paragonabili a quelle dei nostri ventenni e trentenni o il fatto, del tutto speculare, che le nostre giovani teste d’uovo emigrino all’estero. Si tratta però di evidenze che infirmano gravemente la possibilità che l’“investimento in capitale umano” attuato durante il triennio di precariato immaginato da Boeri e Garibaldi possa dissuadere il datore di lavoro da “licenziamenti elusivi” del tipo di quelli prospettati in precedenza: la realtà è ben diversa, ed è che – data la specializzazione produttiva del nostro sistema industriale – non c’è praticamente “capitale umano” che le nostre imprese non possano adeguatamente rimpiazzare nel giro di pochi mesi.
C’è dunque il rischio che una proposta come quella di Boeri e Garibaldi, per quanto ispirata dalla volontà di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro, possa costituire l’ennesimo strumento per consentire alle nostre imprese di perseguire il non commendevole obiettivo di continuare a disporre di un polmone di lavoro flessibile con il quale fronteggiare il (precario) andamento del ciclo economico senza alcuna tema di incappare nelle maglie delle procedure previste per i licenziamenti individuali e/o collettivi e, soprattutto, al cospetto dei giudici del lavoro. Boeri e Garibaldi, del resto, lo scrivono a chiare lettere: “Che sia frutto delle leggi o delle interpretazioni troppo rigide fornite dalla giurisprudenza, il risultato è lo stesso: licenziare, in Italia, è un’impresa davvero difficile”. Nemmeno questo è vero, ma ne diremo in una prossima occasione.

[1] Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, in P. Leon, R. Realfonzo (a cura di), “L’economia della precarietà“, Roma, Manifestolibri, 2008, pp. 136-137. L’argomentazione è stata ulteriormente sviluppata in Id., Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, di prossima pubblicazione in “Quaderni DASES dell’Università del Sannio”. Ma ad analoghe conclusioni si perviene ormai anche da parte dell’ortodossia neoclassica: cfr. ad es. Oliver Blanchard, The Economic Future of Europe, “Journal of Economic Perspectives”, 2004, vol. 18, n. 4. Sull’argomento, da un punto di vista più squisitamente teorico, v. anche Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati, Labour market deregulation and Unemployment in a Monetary Economy, in R. Arena, N. Salvadori (a cura di), “Money, credit and the role of the State”, Ashgate, Aldershot, 2004, pp. 65-74.
[2] Cfr. ancora Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, loc. cit.
[3] Il ruolo decisivo della specializzazione produttiva delle nostre imprese nella peculiare conformazione della domanda di lavoro (e la riconduzione ad essa delle caratteristiche dell’offerta) è esaminato in Luigi Cavallaro, Daniela Palma, Come (non) uscire dal dualismo del mercato del lavoro: note critiche sulla proposta di contrato unico a tutele crescenti, di prossima pubblicazione in “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2008, dove conseguentemente si argomenta a favore dell’assoluzione dell’art. 18 dall’accusa di aver irrigidito i problemi del nostro mercato del lavoro.

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