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Il redde rationem dell’Europa

Pubblicato il 21 Luglio 2011 da admin

1. Le giornate nere del debito

L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina la loro situazione a quella in cui caddero i piccoli birilli da biliardo lo scorso anno. Spagna e Italia sono però birilli da bowling. L’accelerazione nell’approvazione della manovra ma, soprattutto, le voci di un intervento della BCE a sostegno dei titoli italiani ha evitato martedì 12 l’irreparabile. Pur tuttavia il differenziale di interesse con i titoli tedeschi ha raggiunto un livello incompatibile con la sostenibilità nel lungo periodo del debito italiano. Ovvero se lo stock del debito italiano dovesse essere progressivamente rifinanziato a tassi così elevati, esso comincerebbe a crescere in maniera insostenibile per il mero pagamento degli interessi, a meno di imponenti avanzi primari del bilancio pubblico che a loro volta genererebbero recessione in una spirale senza fine. Siamo vicini alla situazione in cui si trovarono i piccoli periferici un anno fa, e da cui non sono in grado di uscire. Come insegnano le esperienze di questi ultimi, infatti, feroci manovre di aggiustamento dei conti accelerano la crisi debitoria. I mercati lo sanno. Martedì sera l’agenzia di rating Moody’s ha, infatti, ridotto anche i titoli del debito pubblico irlandese a spazzatura. Che fare allora?

2. Gli Eurobonds

Come abbiamo avuto già modo di dire, la crisi europea ha un aspetto contingente e uno di fondo. Non sorprendentemente le questioni di fondo, che sono poi quelle che hanno portato alla crisi attuale, sono quelle più complicate poiché hanno a che fare con l’architettura dell’Unione Monetaria Europea. Fronteggiare la crisi di solvibilità[1] del debito dei piccoli paesi periferici e impedire la caduta nel’insolvenza ai grandi periferici richiederebbe solo un po’ di coraggio e lungimiranza. Com’è noto la proposta da molti condivisa, da Tremonti-Junker ad Giuliano Amato, Soros e tanti altri) è quella degli Eurobonds. L’idea è che una quota del debito pubblico degli stati nazionali venga trasferito a un ente europeo, per esempio la Banca Europei degli Investimenti (BEI). Tale quota la si individua in un ammontare di debito pari al 60% del PIL. Il debito italiano, per esempio, è il 120% del PIL. Metà andrebbe alla BEI, metà rimarrebbe nazionale. La parte trasferita potrebbe essere da subito rinominata in Eurobonds, ovvero man mano che i titoli nazionali trasferiti scadono, essere sostituiti con emissione di titoli europei.  Attenzione, ciascun paese continuerebbe a farsi carico del servizio del debito, cioè degli interessi. Il vantaggio è che la garanzia europea sulla parte trasferita farebbe abbassare i relativi tassi al livello dei Bund tedeschi. Ma anche sulla parte restata nazionale i tassi diminuirebbero in seguito alla riguadagnata situazione di solvibilità dei paesi. Poiché una quota cospicua del debito pubblico dei periferici è detenuto da stranieri - tipicamente banche inglesi, francesi, ma anche fondi di investimento americani -, dunque è parte del debito estero del paese, diminuendo il debito a carico del paese, diminuirebbe corrispondentemente anche il suo debito netto con estero (che a ben vedere è l’indicatore primario di solvibilità).

3. Una banca sovrana

La proposta come viene di solito presentata è però monca di una componente importante: la necessità che l’Europa si doti, come tutti i grandi paesi, di una banca centrale sovrana, un “government banker”, come si esprime l’economista eterodosso Tom Palley. Ma non c’è la BCE? Un “banchiere del governo” è una banca centrale che ha la possibilità, il dovere direi, di intervenire a sostegno del debito sovrano di un paese. La BCE non ha questo status. Paesi sovrani, dotati di banche sovrane, e che non si siano legati ad assurdi accordi di cambio, non possono fallire, come ci ricorda un altro eterodosso, Randall Wray. Ora, nel momento in cui si crea un debito pubblico europeo è necessario che lo status della BCE muti, divenendo più simile alla FED, sì da essere garanzia di ultima istanza di tale debito.[2] In un apprezzabile articolo su Il Sole-24 Ore sui cui dovremo tornare, Guido Tabellini ha inaspettatamente sottoscritto questo punto di vista.

4. Una nuova Europa?

Ciò fatto, si tratta di capire come l’Europa potrebbe evitare di ritornare nel giro di pochi anni alla situazione attuale. Questa è frutto del fatto che negli anni dell’Euro i paesi periferici hanno perso competitività, e livelli talvolta sostenuti della spesa interna sono stati sempre più finanziati dall’estero e non da redditi nazionali. Il crescente indebitamento dei settori privato e/o pubblico è stato dunque in buona misura nei confronti dell’estero.

L’obiettivo è dunque il recupero di competitività dei paesi periferici in assenza dello strumento classico, la svalutazione. Che tale recupero possa avvenire attraverso la deflazione interna di prezzi e salari (la cosiddetta svalutazione interna), come sostenuto dagli economisti più conformisti come Monti, Alesina, Reichlin e così via è non solo sbagliato, ma irresponsabile vista l’accelerazione della crisi europea dovuta proprio a tali politiche. Le proposte sopra esposte, evitando drastiche misure deflative, darebbero anzi respiro ai paesi periferici lasciando loro risorse per modernizzare infrastrutture, istruzione, efficienza del settore pubblico, lotta all’evasione ecc. Ma anche in questo caso il contesto europeo è dirimente. Senza l’abbandono dell’impostazione neo-mercantilista di moderazione salariale e fiscale da parte della Germania, non v’è molta speranza. Ed è difficile che la Germania lo faccia.

Il catalogo è però questo. L’alternativa è la rottura dell’UME con una scia di rancori che lascia presagire un futuro ancora più funesto. Una sinistra consapevole e veramente europeista mobiliterebbe le proprie forze, in particolare i giovani, proprio su questo.

[1] Come nella vita pratica, un soggetto (un’impresa, una famiglia, uno stato sovrano) è insolvente quando i redditi che si attende nel futuro sono insufficienti a ripagare il debito; è invece illiquido quando, sebbene possa momentaneamente essere a corto di liquidità per poter pagare le rate di debito in scadenza, le entrate attese glielo consentiranno di fare nel prossimo futuro.[2] Palley va oltre, sostenendo che la BCE dovrebbe, entro limiti concordati in sede Europea, agire da banca sovrana anche nei riguardi dei disavanzi pubblici nazionali. Si dovrà ragionare su tale proposta che consentirebbe agli stati membri di riacquistare, entro certi limiti, un po’ di sovranità monetaria. 

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Sovranità monetaria e democrazia

Pubblicato il 05 Giugno 2011 da admin

Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.

La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla  moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un fait accompli – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.[2] Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti,  dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.

Lo sconforto sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti, alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche (una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli sbattendo le porte.[3] Draghi, per coloro che coltivassero illusioni, ha ribadito nelle ultime Considerazioni finali che “né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano di fare quello che  i trattati europei vietano loro di fare e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le democrazie  europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni. Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di contro-altari istituzionali in un sistema di checks and balances. Ma a parte di una banda di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica economica!

La BCE ha dovuto durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario europeo e globale. A parte l’implausibile ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico, ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso l’ultra-falco Bini Smaghi, qualunque sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione del debito (per esempio qui)  - la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale, e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni dell’amministrazione.

Per quanto riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione, e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (quiqui qui), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza di proposte che fa poco ben sperare.

La dichiarazione di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara in favore dell’immediata istituzione  di una banca nazionale debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta. Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania. La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci sembra, comunque, un primo, essenziale passo.

[1] William Lyon Mackenzie King (1874-1950), leader del partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.
[2] Come ricordato da Aldo Barba in un interessante intervento al convegno per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale nei giorni scorsi.
[3] Bini Smaghi è arrivato a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa detiene. Contro i timori della BCE vedi Roubini.

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Luci e ombre del progetto economico del Pd

Pubblicato il 12 Aprile 2011 da admin

In maniera non rituale si può affermare che il progetto economico presentato a fine marzo dal PD contenga elementi di pregevole novità accanto ad altri che non appaiono del tutto soddisfacenti. I primi prevalgono sopratutto nella ricostruzione delle cause ultime delle crisi globale ed europea, i secondi nelle proposte. Provo a discuterne, in maniera costruttiva, limitandomi al primo capitolo relativo al contesto europeo, che è la questione chiave.

1. L’analisi della crisi ne attribuisce l’origine ai mutamenti nella distribuzione del reddito occorsi nelle principali economie capitalistiche negli ultimi trent’anni. L’espansione sregolata della finanza indirizzata ad attività speculative finanziarie e immobiliari e al credito al consumo sarebbe stata funzionale a compensare la debolezza della domanda effettiva dovuta alla contrazione della quota dei salari nel reddito nazionale. Tutto questo ha trovato la sua espressione più nota negli Stati Uniti culminando nella vicenda dei famosi mutui “sub-prime”, ma si è manifestato in Europa in una forma più subdola. Nel nostro continente infatti paesi come la Germania hanno supplito alla debolezza della propria domanda interna, conseguenza della loro politica neomercantilista di moderazione salariale e fiscale (sottolineata in molti articoli su questa rivista sin dal primo numero), sostenendo tramite il sistema finanziario i consumi privati (e, nel caso della Grecia, i consumi pubblici) della “periferia europea” in modo da garantire sbocchi per le proprie esportazioni. In quest’ultima, analogamente a quanto accaduto negli Stati Uniti, lo scoppio delle bolle immobiliari ha reso manifesta l’insostenibilità dei debiti contratti dal settore privato e bancario - nel caso della periferia europea nei confronti delle banche dei paesi centrali.

I lettori di Economia e Politica si ritroveranno in pieno in questa analisi, già da tempo presentata in vari interventi su questa rivista, così come apprezzeranno che nel documento del PD si scriva che l’aumento dei debiti pubblici nei paesi periferici è da attribuirsi al sostegno pubblico al settore bancario in crisi, e non a “sconsiderate” politiche di spesa - a parte il solito caso Greco. Importantissimo è, inoltre, che il documento, nella sua parte interpretativa, condanni le politiche sinora attuate, basate sull’idea che contrazioni fiscali possano avere effetti espansivi, così come importante è che il documento respinga le proposte del governo, ed implicitamente quelle assai simili di Veltroni, che l’Italia accetti la logica neo-mercantilista della deflazione competitiva, nefasta per il nostro come per gli altri paesi europei e per l’economia globale.

Sul versante delle proposte il documento non sembra, tuttavia, sempre coerente con questa impostazione.

2. Centrale fra le proposte è la condivisione del suggerimento avanzato da più parti di una parziale europeizzazione del debito pubblico, e relative emissioni di nuovi titoli, dei singoli stati – gestita da una Agenzia europea del debito - sicché la garanzia assicurata dai paesi forti consentirebbe una diminuzione dei tassi di interesse pagati dagli stati più indebitati, alleviandone così la situazione. Questa proposta incontra almeno due problemi, ambedue trascurati dal documento del PD.

In primo luogo tassi pagati dagli stati forti potrebbero accrescersi una volta che essi si rendessero partecipi alla solvibilità degli stati deboli, e non si vede perché, dunque, essi dovrebbero aderire a tale proposta. In secondo luogo, anche se quell’aumento non si verificasse,[1] i paesi forti pretenderebbero che all’europeizzazione parziale del debito pubblico dei paesi periferici si accompagnassero misure volte a scoraggiare un allentamento del “rigore” in quei paesi. Da un lato i tassi di interesse sulla parte del debito non europeizzata verrebbero lasciati alla mercé dei mercati finanziari, così vanificando gli effetti benefici della riduzione dei tassi sulla parte messa in comune. Dall’altro, a rafforzare la direzione “rigorista” appare l’opinione diffusa, e condivisa da autorevoli esponenti della BCE e della Banca d’Italia, secondo cui l’Agenzia del debito dovrebbe nei fatti esautorare i Parlamenti nazionali dalle decisioni di finanza pubblica, completando così lo svuotamento democratico delle istituzioni economiche europee. Il documento del PD non prende le dovute distanze da questa impostazione.

Secondo una coeva dichiarazione sottoscritta da un ventaglio di associazioni che vanno dalla sinistra riformista a quella radicale in occasione del vertice europeo del 23 e 24 marzo, e basata su un documento pubblicato su questa rivista, una misura di europeizzazione dei debiti nazionali avrebbe maggiore probabilità di successo e costituirebbe un passaggio verso un bilancio europeo se accompagnato dal combinato disposto di:

- una complementare politica monetaria attiva da parte della BCE volta a ridurre i tassi di interesse a lungo termine sui titoli del debito pubblico, sia relativamente a quelli “europeizzati” che a quelli eventualmente “residuali”.[2] Si tratta di una misura che dovrebbe poi nel medio periodo accompagnarsi con una spinta a modificare i trattati europei sì da avvicinare lo statuto della BCE a quello della FED americana, la quale è tenuta a contemperare la stabilità dei prezzi con la crescita dell’occupazione.[3] In effetti una successiva versione del “Progetto” accoglie tale proposta (p.18), sebbene non nel contesto più proprio, dunque a complemento della proposta di europeizzazione dei debiti pubblici.

- un obiettivo di stabilizzazione del rapporto debito/PIL nei paesi ad elevato debito (e non dunque una sua riduzione), il quale apparirebbe un traguardo realizzabile anche ai mercati finanziari (soprattutto alla luce del sostegno della BCE nel rendere tale sostenibilità possibile), e che lascerebbe spazio a politiche di crescita, come anche sostenuto nell’Appello degli economisti nel 2006.

Purtroppo, invece, il documento del PD, già reticente nei confronti di un ruolo operoso della BCE, non contesta gli “obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso”, limitandosi a sostenere che essi sarebbero” possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita” (p. 6). Appare un limite grave che quegli obiettivi (e relative sanzioni) vengano condivisi senza alcuna discussione contraddicendo, mi sembra, quanto sostenuto nella prima parte del documento.

3. Ma veniamo infine alle proposte sulla crescita. Non mi soffermo sul presunto rilancio della domanda interna europea che appare assai improbabile nel quadro delle politiche di rientro dal debito accettate nel “Progetto”,[4] né sulla crescita che potrà provenire da investimenti in innovazione, istruzione, tecnologie pulite, i cui (incerti) effetti si dispiegano nel lunghissimo periodo e che, comunque, richiedono ingenti risorse indisponibili visti i tagli di bilancio che il PD non respinge.[5] Più innovativa appare la proposta di uno “standard retributivo” volto a correggere gli squilibri commerciali europei, lanciata peraltro proprio su questa rivista. Si propone in sostanza che in tutti i paesi dell’Eurozona la crescita della produttività rappresenti (a) lo zoccolo minimo di crescita dei salari reali (anche attraverso l’introduzione di minimi retributivi), i quali, tuttavia, (b) dovrebbero crescere più della produttività nei paesi in avanzo commerciale. Secondo i proponenti, tale più robusta crescita dei salari contribuirebbe a far perdere un po’ di competitività a questi ultimi paesi, rilanciandone la domanda interna per consumi e, di conseguenza le importazioni dai paesi più deboli.

La proposta è interessante, sebbene presenti a mio avviso delle problematicità su cui verrà la pena di tornare in maniera più approfondita. La misura, certamente appropriata come strumento di rilancio della domanda interna, appare infatti più problematica nei confronti del riequilibrio delle competitività fra paesi, che dipende dall’andamento relativo delle grandezze nominali (in sostanza, dai diversi livelli dei prezzi dei beni e servizi oggetto di commercio internazionale)[6]. Inoltre, benché auspicabile (determinando una inversione nel trend della distribuzione del reddito), sarebbe politicamente difficile per i paesi forti accettare un diktat esterno quale quello (b) di cui sopra. Fatta invece salva la proposta (a), ai fini del riequilibrio delle competitività sembrerebbe più corretto e anche politicamente più accettabile un vincolo per i paesi coi conti esteri in surplus a non sforare all’ingiù il tasso di inflazione obiettivo che l’Europa si pone, sforamento che sarebbe indicatore di politiche neo-mercantiliste.[7] L’obiettivo di inflazione è ora al 2%, ma dovrebbe essere accresciuto almeno al 3% anche per tener conto dei più elevati livelli di inflazione strutturale nei paesi della periferia.

L’auspicio è che la presentazione di ben due documenti di politica economica, uno del PD e l’altro delle associazioni, possa far compiere un salto di qualità alla proposta economica delle forze progressiste italiane ed europee. Essi presentano, accanto a delle divergenze, anche dei punti di contatto e aprono lo spazio per un confronto più avanzato circa le misure da prendere per garantire uno sviluppo più rapido ed equo del nostro paese e dell’Europa.

 

 

 

[1]Si potrebbe infatti argomentare che i paesi forti sarebbero comunque tenuti ad assicurare la solvibilità dei paesi deboli da cui dipende, da ultimo, la tenuta del proprio sistema bancario fortemente creditore verso quei paesi, ragione per cui se un aumento dei tassi sui titoli pubblici dei paesi forti non si è (per) ora verificato, non avverrà neppure se quella assicurazione fosse resa esplicita.
[2] In una direzione analoga va la proposta di Buiter et al. (pp.47-9). In direzione opposta andava invece una prima versione del “Progetto”, presentata da Bersani il 21 marzo, dove si sosteneva che l’europeizzazione del debito “avrebbe innanzitutto il vantaggio di liberare la BCE dell’improprio compito di acquistare i titoli del debito pubblico degli Stati più fragili e dal doverli iscrivere nel proprio bilancio”, passo poi fortunatamente rimosso. Ebbi personalmente occasione di obiettare che nel giudicare improprio l’intervento della BCE nel mercato dei titoli il documento si poneva in una posizione persino più arretrata di quella dei governi europei. Questi avevano respinto nel vertice del 10-11 marzo le insistenti richieste di Trichet affinché fossero i fondi di salvataggio europei ad assumersi il compito dell’intervento, sicché la banca centrale potesse ritornare ai suoi compiti “più propri”. Ora, l’architrave di ogni disegno di politica economica alternativo è la messa in discussione di questi compiti “propri” della BCE, messi già nei fatti in discussione dai pur timidi interventi di calmieramento dei tassi sui titoli pubblici “periferici” operati dalla scorsa primavera dalla stessa BCE.
[3] Ritengo infatti che in una democrazia sociale il controllo dell’inflazione dovrebbe essere perseguito attraverso il consenso dei lavoratori e una più equa distribuzione del reddito e non attraverso la “frusta dei tassi” della banca centrale.
[4] Fiduciosamente il documento ritiene che le misure proposte possano incrementare il tasso di crescita del Pil oltre lo “scenario europeo mercantilista” proposto dalla Banca d’Italia. Non si nota però come le stime presentate da Visco fossero già assai ottimistiche alla luce dei tagli draconiani alla spesa pubblica previsti dalla nuova “governance” europea.
[5] Il documento ritiene che l’emissione di Eurobonds possa finanziare parte di queste risorse. La proposta è benvenuta, ma certamente insufficiente per la scala di investimenti richiesta nei paesi periferici. Essa è peraltro indigesta ai paesi forti, ragione per cui ciascun paese dovrà provvedere a sé. Altre proposte del PD sembrano riflettere visioni economiche assai ortodosse. A p. 20 si sostiene, per esempio, che la crescita dovrà provenire, inter alia, dall’aumento del tasso di occupazione femminile, come se il problema si risolvesse nell’incentivare l’offerta di lavoro femminile e non richiedesse, invece, politiche di domanda aggregata che accresca la domanda di lavoro (devo questa osservazione a Sergio Levrero).
[6] Tali grandezze nominali potrebbero variare in modo da compensare in parte o del tutto l’aumento delle importazioni dei paesi in avanzo derivante dagli incrementi di domanda aggregata assicurati dalla redistribuzione di reddito a favore dei salari.
[7] Tale vincolo per i paesi in surplus di partite correnti, anche suggerito nella  dichiarazione delle associazioni, sembra comunque sussumere l’adozione de facto dello standard retributivo e di minimi retributivi legati all’andamento della produttività. La seconda versione del “Progetto” sembra anche andare in questa direzione laddove si precisa (p.18), sebbene in maniera un po’ criptica, in riferimento allo standard retributivo che gli obiettivi di inflazione della BCE devono risultare “compatibili con le diverse contingenze”.

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Per una nuova politica economica in Europa

Pubblicato il 24 Marzo 2011 da admin

Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000.

Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.

Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto  implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:

- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);

- pari passu, riforma delle istituzioni economiche europee, in primis della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;

- sostegno allo stato sociale privilegiando la produzione di beni pubblici, sociali e culturali a basso impatto ambientale; ridefinizione delle politiche del lavoro al fine di ridurre il grado di precarietà nei rapporti di lavoro e tendenzialmente portare ad una crescita della quota dei salari nel reddito nazionale;

- ripresa della competitività a lungo termine, non attraverso le politiche della concorrenza ma consentendo ai paesi di riappropriarsi di strumenti attivi di politica industriale.

I modelli di sviluppo neo-mercantilisti nei paesi centrali dell’Unione confliggono con queste proposte. Ma la forza degli eventi ha già portato l’Unione ad adottare misure precedentemente impensabili, e i rischi di deflagrazione dell’area euro che le politiche attuali comportano possono aprire spazi alle proposte che qui avanziamo.

La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte

La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta nell’ultimo trentennio della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole. A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha avuto origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e non dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi. In questa vicenda non ci sono paesi buoni e cattivi, né è corretto definire il debito pubblico di alcuni paesi come un “male” o tanto meno come una responsabilità esclusiva di quei paesi; piuttosto, siamo in presenza di scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali (che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive), sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro. In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi che sono stati oggetto di attacchi speculativi sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi, che costituisce una interessante e positiva novità, è stato però del tutto insufficiente.

Purtroppo, le misure in corso di approvazione in questo summit non modificano tale impostazione. Esse si limitano infatti a un marginale rafforzamento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono. Queste misure confermano il perdurante orientamento conservatore delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni.

Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi in difficoltà, mentre al contempo si avvia verso un improvvido aumento dei tassi di interesse che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, dei beni alimentari e delle materie prime. La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta. Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “Lettera” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.

Per una nuova politica economica europea

Cosa proponiamo in alternativa? Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati - i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole insufficienti, e diventano null’altro che fumo negli occhi, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio restrittive e da una politica monetaria del tutto indifferente allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.

Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che metta fine al rischio di deflagrazione dell’area euro e permetta una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale nei paesi periferici:

1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi che hanno maggiori livelli del rapporto debito/Pil di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali dei rispettivi rapporti, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito in quei paesi. Ciò, congiuntamente a un maggior finanziamento del bilancio europeo dovrebbe contribuire a rilanciare immediatamente la domanda aggregata in Europa;

2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da stabilizzare il debito senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;

3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione non inferiore a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%.  Al tempo stesso, i salari reali dovrebbero aumentare in ciascun paese non meno della produttività del lavoro. Anche per favorire ciò  dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e riforme del mercato del lavoro che riducano la precarietà. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partner, dovrebbero essere soggetti a misure di pressione volte a determinare un mutamento di quelle politiche;

4. occorrerebbe contrastare la speculazione internazionale e i fenomeni di dumping sociale in particolare da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative e sul commercio sleale, e di armonizzazione fiscale.

Le proposte ora delineate non possono non richiedere un mutamento profondo delle istituzioni economiche europee, e in particolare:

a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione;

b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della piena occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile. Quindi va valorizzato il ruolo di indirizzo delle politiche economiche.

Le vicende che hanno accompagnato la crisi mostrano che dietro la pressione degli eventi sono possibili rapidi passi in avanti, precedentemente quasi impensabili. La  mobilitazione della sinistra europea dovrebbe spingere tale processo più in là, anche accrescendo la coscienza di massa su questi temi. In questo quadro sarebbe possibile rilanciare il modello sociale e cooperativo europeo su pilastri quali:

- politiche del lavoro e distributive volte ad assicurare una  più equa distribuzione del reddito che, in un quadro non inflazionistico da realizzarsi col consenso dei lavoratori e delle loro organizzazioni, sostenga attraverso una crescita della parte del prodotto sociale che va ai lavoratori la domanda interna nei vari paesi;

- più armonico equilibrio territoriale ed implementazione di un meccanismo di riaggiustamento rispetto agli squilibri territoriali garantito da un consistente finanziamento del bilancio dell’Unione, che possa assecondare l’ulteriore espansione della domanda;

- sostegno ai sistemi di welfare state come strumento di coesione sociale;

- sostenibilità ambientale con lo sviluppo di consumi sociali ed investimenti in conoscenza e tecnologie sostenibili.

Il rilancio delle competitività nazionali, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta dell’occupazione, delle spese sociali, dei livelli di istruzione  e delle innovazioni.

Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella politica industriale che includa un intervento attivo del settore pubblico, di programmazione e partecipazione diretta, nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne uno strumento di supporto ad uno sviluppo reale e sostenibile, non drogato da bolle speculative.

L’Europa a un bivio

Le proposte liberiste e rigoriste in discussione nel summit europeo aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste di vendere molto agli altri e comprare poco, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Esse sono infatti profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale  e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata dell’occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza e la mobilitazione popolare.

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Utopia e realismo nella politica economica europea

Pubblicato il 15 Febbraio 2011 da admin

Pubblichiamo contestualmente un commento di Guido Montani all’articolo “E noi faremo come Schroeder” di Sergio Cesaratto ed una replica di quest’ultimo.

 

Nel suo contributo Montani sostiene che l’Europa soffra di un “grave squilibrio istituzionale”, denunziato dai “federalisti europei”, dove “solo il pilastro monetario è stato creato”. Prefigura in luogo un’Europa più simile alla Germania, ma non troppo, dove scompaia la “la distinzione tra paesi forti e deboli”. Allo scopo, propone che un (rafforzato) Parlamento europeo e la Commissione contino “su un bilancio almeno pari al 3,5-4,5% del PIL”. Per venire incontro alle “buone ragioni” tedesche volte a “sostenere … alcuni vincoli di austerità …per evitare che la finanza internazionale metta in pericolo l’Unione monetaria”, e per sostenere col dovuto “orgoglio” il progetto alternativo, i partiti “progressisti” dovrebbero farsi portatori di “misure serie … per la riduzione del debito pubblico”. Sebbene, infine, “non esistono criteri teorici condivisi per stabilire quando un debito pubblico diventa sostenibile … questi criteri esistono nella prassi e sono stati resi espliciti dagli attacchi della speculazione finanziaria a paesi come la Spagna e l’Irlanda che pure rispettavano i parametri di Maastricht”. L’articolo di Montani esprime un sentire europeista e rigorista diffusi nella sinistra italiana. Pur apprezzando alcuni spunti dell’argomentazione – in particolare l’idea di un più ampio budget europeo - non nascondiamo un dissenso di fondo nell’impostazione e nei contenuti.

a) Per cominciare, la struttura istituzionale Europea non è un frutto casuale, ma dell’idea che mercati dei beni e del lavoro liberalizzati, accompagnati da una politica monetaria ereditata dalla Bundesbank e dalla rinuncia alla politica fiscale, avrebbero assicurato una crescita non inflazionistica. Come tale modello abbia ben servito il modello economico tedesco e accentuato gli squilibri europei abbiamo già molte volte spiegato su questa rivista.

b) Questa struttura sarebbe idealmente modificabile, sebbene in una maniera più complessa di quanto delineato da Montani, ciò comportando in particolare la rinuncia da parte della Germania di alcuni tratti fondamentali della propria costituzione economica. Il realismo politico nei riguardi della costituzione economica tedesca ci induce a essere pessimisti al riguardo.[1]

c) Montani pare invece paradossalmente ottimista sulla Germanizzazione dell’Europa (“Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dell’UE. Se in futuro si procederà in questa direzione si costruirà un’Europa tedesca”), che però rifiuta in quanto non una “buona soluzione per i cittadini europei”. In verità se le cose fossero così semplici, tutti i cittadini europei accetterebbero qualche sacrificio per poter assomigliare a quel paese! Sfortunatamente, invece, la realizzazione di comportamenti tedeschi attraverso dosi massicce di deflazione è mission impossibile: società più efficienti si possono solo realizzare in un contesto di crescita e non di progressivo immiserimento sociale. Inoltre, come acutamente sottolineato, l’ossessione sul recupero delle competitività nazionali come soluzione dei problemi dell’eurozona, condiviso dalla Merkel come dalla Commissione, dimostra che essi “tentano di guidare l’eurozona come se fosse una piccola isola off-shore”).

d) Montani appare sottoscrivere la tesi che un progetto alternativo comunque comporti il rientro del debito pubblico nei paesi periferici (non ci pare meritevole di discussione l’idea ciò venga fatto per orgoglio nazionale). Il concetto di sostenibilità è arbitrario, come Montani ammette e come sostenuto nell’appello degli economisti sulla stabilizzazione del debito pubblico.[2] La sostenibilità dei debiti pubblici dipende naturalmente dalla politica monetaria adottata. Se questa è accomodante nel senso di minimizzare l’onere del debito, la sostenibilità è assicurata. La BCE ha ampie possibilità di farlo, se i governi Europei volessero (purtroppo sembra ammettersi per le banche quello che è considerato anatema per il settore pubblico).[3] Perché dunque imporre sui paesi più indebitati politiche fiscali deflazionistiche che solo aggraverebbero la situazione nazionale, europea e globale, come sostenuto nella lettera degli economisti?[4] Misure, destinate peraltro all’insuccesso come Montani ammette per il caso Greco.

Che fare, dunque? Intanto si devono prendere le distanze dalle utopie federaliste - che trovano peraltro i loro fondamenti economici nelle medesime ideologie del laissez-faire portate a sostegno dell’Europa com’è - a favore di una visione realistica delle relazioni fra paesi e della complessa relazione fra conflitto distributivo e accordi economici internazionali. Su questa base, la proposta di progetti economici alternativi al disegno esistente è strumento di lotta politica purché non si ritenga che la soluzione risieda in quello che definisco idealismo keynesiano (sebbene Montani sembri talvolta lontano persino da questo), basti ricordare che il rifiuto del keynesismo è l’articolo 1 della costituzione economica tedesca. A fronte di conflitti economici che hanno radici storiche profonde non esistono facili soluzioni, e l’unica indicazione è quella di fronteggiare tale realtà consapevoli degli interessi nazionali. Spinelli no, per favore.

 

 

 

 

[1] Al riguardo si veda la critica alle posizioni di Carlo Panico, per alcuni versi simili a quelle di Montani, in Cesaratto.
[2] Che il debito di alcuni paesi periferici sia sotto attacco pur essendo nei parametri di Maastricht non dimostra nulla: in quei paesi è il sistema privato a essere fortemente indebitato, con la possibilità che esso vada a gravare sulle finanze pubbliche.
[3] Purtroppo Montani nel suo più ampio contributo a cui rimanda sottoscrive in pieno lo statuto corrente della BCE definito un “solido pilastro”, ritenendo che l’austerità fiscale sia “necessaria per evitare una nuova crisi”, una posizione ben in linea con le “contrazioni fiscali espansive” di Alesina.
[4] La lettera datata 15 giugno 2010 era indirizzata al Presidente Napolitano. E’ sfuggito ai più che pochi giorni dopo il Presidente ha affermato: “Il tema che si sta tuttavia imponendo al centro delle preoccupazioni comuni a larga parte della comunità internazionale è - insieme con quello del concreto raggiungimento di adeguati obbiettivi di consolidamento dei bilanci pubblici - il tema del contestuale rilancio della crescita economica. I due punti appaiono abbinati in tutte le formulazioni dei più recenti documenti, innanzitutto dell’Unione Europea ; il secondo non può essere posto trascurando il primo, ma la combinazione risulta controversa e difficile. Essa dipende anche dall’apporto che ad una ripresa europea ancora flebile verrà dato da qualcuna tra le maggiori economie dell’Unione, se non ci si preoccuperà troppo del rafforzamento delle finanze e della competitività del proprio paese ; e dipenderà, una positiva combinazione tra risanamento finanziario e crescita economica, dagli specifici contenuti della manovra di stabilizzazione in paesi come il nostro”.

 

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La Germania, l’Italia e l’Europa

Pubblicato il 15 Febbraio 2011 da admin

Pubblichiamo contestualmente un commento di Guido Montani all’articolo “E noi faremo come Schroeder” di Sergio Cesaratto ed una replica di quest’ultimo.

L’articolo di Sergio Cesaratto “E noi faremo come Schroeder” solleva importanti problemi per tutte le forze progressiste, non solo in Italia. Cesaratto sostiene che la crisi italiana è grave, che va collocata nella più generale crisi europea e che esistono tre exit strategies alternative: a) rompere l’euro; b) fare come la Germania; c) costruire l’Europa.

Della prima strategia Cesaratto non parla. Suppongo che la ritenga errata e, in questo caso, sono d’accordo con lui. Per quanto riguarda la seconda e la terza alternativa, non penso che debbano essere messe in contrapposizione, perché in un’Europa unita deve scomparire la distinzione tra paesi forti e deboli. Oggi, non è così. Se volessimo ricostruire le misure adottate dal Consiglio europeo in risposta alla crisi finanziaria che, nel 2008, si è estesa all’Europa potremmo dimostrare che le maggiori decisioni sono state prese in un prima fase dal direttorio franco-tedesco e, negli ultimi tempi, praticamente solo dalla Germania. Ora sembra che la Sig.ra Merkel, in cambio dell’aiuto tedesco all’EFSF, chieda che i paesi dell’UE includano il vincolo del bilancio in pareggio nelle loro costituzioni e che anche l’età pensionabile debba essere portata ovunque a 67 anni, come in Germania. La giustificazione è che i cittadini tedeschi non vogliono pagare per i paesi più spendaccioni, come la Grecia. Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dell’UE. Se in futuro si procederà in questa direzione si costruirà un’Europa tedesca. Ma questa non è una buona soluzione per i cittadini europei.

La deriva intergovernativa dell’UE è il segno di un grave squilibrio istituzionale che i federalisti europei hanno denunciato sin dal 1992, quando con il Trattato di Maastricht si è creata un’Unione economica e monetaria zoppicante, perché si sono lasciate nelle mani dei governi nazionali la politica fiscale e la politica estera. E’ uno squilibrio grave che, di fatto, consente ai paesi grandi, con una buona amministrazione pubblica, come la Germania e la Francia, di reggere la sfida del mercato globale, ma che lascia i paesi minori (i PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), male amministrati o con problemi strutturali, in una situazione di debolezza. I PIIGS non possono godere i vantaggi che deriverebbero loro da un governo europeo con i poteri sufficienti per affrontare le forze politico-economiche della concorrenza mondiale. Se, ad esempio, si considera il problema degli approvvigionamenti energetici si può facilmente comprendere come i paesi maggiori dell’UE riescano a strappare alla Russia e ai paesi petroliferi delle condizioni più vantaggiose dei paesi piccoli. La concorrenza europea è dunque falsata da costi diversi delle materie prime. I paesi piccoli e deboli devono subire la concorrenza non solo del mercato globale ma anche dei paesi forti europei. Ben diversa sarebbe la situazione se un governo europeo contrattasse un prezzo unico coi paesi fornitori. La Commissione europea deve dunque avere il potere di agire sul mercato mondiale a nome dell’UE.

Al deficit di politica estera corrisponde un deficit di democrazia europea. Nelle politiche in cui sopravvive il diritto di veto nazionale, il Consiglio decide senza che il Parlamento europeo possa contrapporsi alle sue decisioni. Eppure il Parlamento europeo è stato eletto sin dal 1979 a suffragio universale. E’ il legittimo rappresentante dei cittadini europei. Perché la procedura di co-decisione legislativa tra Parlamento e Consiglio, adottata già nell’80% dei casi, non si può applicare anche ai settori della fiscalità e della politica estera? Perché i partiti presenti nel Parlamento europeo tollerano questa situazione umiliante per la democrazia e per i loro elettori? A che serve l’elezione europea?

Forse la crisi finanziaria ci offre l’occasione – se vogliamo sfruttarla – per fare un passo decisivo verso unificazione politica dell’Europa. La Germania ha buone ragioni per sostenere che alcuni vincoli di austerità devono oggi essere ripensati per evitare che la finanza internazionale metta in pericolo l’Unione monetaria. Ma l’austerità non basta. Senza la crescita economica l’austerità può uccidere i pazienti più deboli, al di là della buona volontà dei governi nazionali, come il caso greco sta dimostrando. La Commissione europea ha presentato un Piano di crescita, detto “EU 2020” in cui si prevedono investimenti nei settori della ricerca scientifica, delle energie rinnovabili, dell’istruzione, delle infrastrutture, della lotta alla povertà, ecc. Ma senza risorse finanziarie proprie (oggi il bilancio europeo è pari all’1% del PIL) è come proporre le nozze coi fichi secchi. Questo piano, se affidato alla buona volontà dei governi nazionali, finirà per fallire, com’è fallita la Strategia di Lisbona. La politica economica – in particolare la lotta alla povertà e alla disoccupazione – richiede risorse finanziarie adeguate. Il Parlamento europeo e la Commissione devono poter contare su un bilancio almeno pari al 3,5-4,5% del PIL. E’ dunque venuto il momento di realizzare l’Unione economica a fianco dell’Unione monetaria (in proposito, rinvio al mio “Piano E”).

Su questo fronte, l’Italia può svolgere un ruolo cruciale. Nelle trattative europee non deve presentarsi come paese deficitario, ma con l’orgoglio di chi ha un serio progetto per costruire una nuova Europa. Questo orgoglio non lo possiede certamente l’attuale governo. I partiti progressisti devono proporre un Governo per un’Italia europea, il cui programma deve contenere un Piano di crescita europeo (dunque non solo italiano) dentro il quale siano previste anche misure serie da parte dell’Italia e di tutti gli altri paese nella medesima condizione (Belgio, Grecia, Irlanda) per la riduzione del debito pubblico. Austerità e crescita non sono incompatibili, se concepite come un’unica strategia europea. Il debito pubblico indebolisce l’Italia nelle trattative europee e offre alla finanza internazionale il destro per un attacco speculativo: in caso di default o di ristrutturazione del debito anche i piccoli risparmiatori sarebbero colpiti. Il debito pubblico italiano va dunque ridotto sino a raggiungere una zona di tranquillità. E’ vero che non esistono criteri teorici condivisi per stabilire quando un debito pubblico diventa sostenibile o insostenibile, ma questi criteri esistono nella prassi e sono stati resi espliciti dagli attacchi della speculazione finanziaria a paesi come la Spagna e l’Irlanda che pure rispettavano i parametri di Maastricht.

Sebbene esistano problemi italiani gravi, i partiti progressisti si devono sin da ora preparare ad affrontare con proposte coraggiose le prossime elezioni europee del 2014. Si deve sfruttare la crisi italiana per cominciare a tessere la tela europea. Il progetto di Unione monetaria è stato sostenuto da un ampio fronte di forze produttive e sindacali nella speranza che fosse un passo decisivo verso l’Unione politica. Non è stato così. Il Trattato di Maastricht ha tradito queste speranze: solo il pilastro monetario è stato creato. Manca il pilastro fiscale ed economico. Oggi le forze che intendono costruire un’Europa dei cittadini, con un governo democratico, dotato dei mezzi necessari per agire sul fronte dell’economia, dell’ecologia e della politica estera, devono cogliere l’occasione per elaborare una exit strategy dalla crisi che coinvolga tutti i partiti progressisti d’Europa.

 

*Professore di Politica economica internazionale nell’Università di Pavia e vicepresidente dell’Unione Europea dei Federalisti.

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E noi faremo come Schroeder

Pubblicato il 01 Febbraio 2011 da admin

In un impegnativo discorso in un meeting al Lingotto svoltosi gli scorsi giorni Walter Veltroni affronta anche alcune tematiche economiche su cui può valere la pena riflettere.

L’asse principale della proposta di Veltroni è di “fare come la Germania”, ovvero “un’Agenda 2020 per l’Italia” a imitazione di quella del governo Schroeder-Fischer (1998-2002) che ha gettato le basi del successo tedesco sino alla crisi, ma a quanto pare anche dopo. Tale modello, com’è noto, aveva come base la moderazione salariale e la flessibilità, concertata con le organizzazioni sindacali, nell’utilizzo della forza lavoro. Ad esso si è accompagnato il sostegno delle attività di innovazione tecnologica. Tale politica ha consentito il rilancio del modello tedesco basato su disciplina interna, qualità tecnologica e sviluppo delle esportazioni – via obbligata quest’ultima data la compressione dei consumi interni. Tale modello, che abbiamo altrove definito “ordo-mercantilista”, è stato in realtà favorito dalla contemporanea creazione dell’Unione Monetaria Europea (UME). Si deve anzi ritenere che la Germania abbia reagito con perfetto tempismo all’occasione che le veniva servita su un piatto d’argento dai suoi concorrenti di rilanciare il modello basato sulle esportazioni che si era appannato in seguito alla riunificazione tedesca.[1] Non v’è neppure dubbio che tale disposto combinato di un rafforzamento e indebolimento strutturale, rispettivamente, del centro e della periferia europei, sia alla base della crisi corrente di questa regione.

Con apparente realismo Veltroni argomenta come “entrando nell’Euro, l’Italia si è impegnata a ridurre il debito pubblico ed ha rinunciato per sempre a usare la svalutazione della moneta”, per cui una via di rigore e disciplina volta al rilancio della nostra competitività sembra “the only game in town” disponibile al nostro paese, fare come la Germania, appunto. Nulla di nuovo nel PD (Ulivo, DS), in realtà, dal famigerato “meno ai padri più ai figli” di Nicola Rossi. Era ben chiaro alla dirigenza di questo partito che l’euro era precisamente volto a importare la disciplina tedesca. La sfida va tuttavia raccolta, non basta criticare.

La crisi italiana è grave, e naturalmente esasperata da una gestione della politica economica di pura resistenza, per così dire. Il paese stagna da almeno due decenni, è crollato con la crisi, e il cospicuo e persistente disavanzo delle partite correnti ci porterà inesorabilmente a entrare fra non molto nel novero dei paesi a forte debito estero. Tale crisi si colloca nel quadro della crisi europea. Esistono tre vie per uscirne: (a) rompere l’euro; (b) fare come la Germania; (c) costruire un’Europa keynesiana. Supponiamo di voler evitare il salto nel buio della prima scelta.

La seconda strategia, quella di Veltroni, non è scevra di velleitarismo. In primo luogo la Germania sarà sempre più brava a fare il proprio gioco, e mentre non v’è dubbio che moltissimo abbiamo da imparare e imitare da quel paese – una società con un minimo di disciplina e senso del dovere è un messaggio molto di sinistra in Italia -, si deve stare attenti a che questo non diventi “macelleria sociale”, cioè un mero gioco al ribasso di diritti e conquiste, soprattutto per gli operai e i più giovani. Tale strada ha inoltre la natura di ciò che gli economisti chiamano”deflazione competitiva”, una concorrenza fra paesi basata sulla moderazione salariale, un surrogato delle svalutazioni competitive, un gioco a somma zero.

Componente di questa fosca prospettiva appare l’inquietante obiettivo di Veltroni di ridurre il rapporto il debito pubblico all’80% del Pil (ora è circa 120%) entro il 2020 attraverso, soprattutto, un taglio alla crescita della spesa pubblica (e, ma subordine, attraverso una imposizione straordinaria sui grandi patrimoni). Ma è alla crescita del Pil a cui dovremmo affidare la riduzione di quel rapporto, e a meno di un improbabile massiccio rilancio delle esportazioni tramite una pesante deflazione salariale, i tagli alla spesa inciderebbero negativamente sul Pil e sulle entrate fiscali aggravando il debito, la fatica di Sisifo che la Grecia sta sperimentando.

Serie dosi della terza strategia apparirebbero dunque necessarie. Questa appare, tuttavia, anch’essa velleitaria poiché ad essa si oppone proprio la Germania che, in quanto economia dominante, dovrebbe fare da locomotiva, un ruolo che essa ha sempre rifiutato come lesivo del proprio modello (che consiste nell’andare a rimorchio del keynesismo altrui). Fatto è che senza un contesto di crescita europeo – che sia l’opposto della “deflazione competitiva” - è difficile importare in Italia non tanto il modello Schroeder (lasciamo perdere), ma quanto un insieme vincente di disciplina, diritti e prosperità. Va riconosciuto che la crisi europea ha fatto ingoiare alla Germania misure impensabili sino a un anno fa (la BCE che acquista titoli pubblici per sostenere i titoli pubblici dei paesi in default virtuale; la progressiva europeizzazione del loro debito), sebbene i tempi della politica tedesca continuino ad aggravare la situazione debitoria di quei paesi. Che questi passi in avanti ne anticipino di più risolutivi, con una Germania la cui Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità di forme di governo fiscale europee, appare assai dubbio. La battaglia politica in Europa non si fa comunque con la persuasione o peggio la retorica europeista. Bene ha fatto Tremonti  ad alzare la voce contro i tedeschi affermando che ciò che l’Europa sta cercando di salvare non sono in paesi indebitati bensì le banche tedesche creditrici. Allora non ritiene Veltroni necessaria una mozione unitaria del Parlamento perché la BCE non si azzardi ad alzare i tassi a fronte della ripresa dell’inflazione? O si pensa di violare l’indipendenza della BCE (ovvero il suo ruolo di cane da guardia dei salari tedeschi che anzi devono crescere per riequilibrare la competitività in Europa?). Le proposte di Veltroni sul debito pubblico sembrano invece dar man forte alla linea dura che i tedeschi vogliono imporre alla periferia Europea (si rinvia a riguardo alla Lettera degli economisti). Vogliamo invece dir loro ya basta e dirlo forte?

 

 

 

 

 

[1]Lo stesso perfetto tempismo la dirigenza tedesca mostrò al principio degli anni ’50 quando il sistema di cambi fissi di Bretton Woods e la disponibilità dei sindacati consentì lo sviluppo neo-mercantile di quell’economia.

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Gli scenari del teatrino europeo

Pubblicato il 15 Dicembre 2010 da admin

Il 16-17 dicembre si riunisce in Belgio il Consiglio dei leader europei. Quali sono gli scenari che l’Europa ha di fronte?

Alla irrisolta crisi di solvibilità della Grecia si è in questo autunno aggiunta quella dell’Irlanda e a ruota il contagio, che si manifesta con un aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici, è arrivato anche all’Italia via Portogallo e Spagna e ora persino alla Germania. Quali sono le prospettive? Abbiamo di fronte tre scenari: 1) tamponare con un po’ di liquidità la situazione dei paesi periferici chiedendo loro di “aggiustare i propri conti” con “sacrifici” interni;. 2) anticipare la rottura e gestirla evitandone gli aspetti più dolorosi, per quello che si può; 3) attaccare i problemi alla radice nella direzione di costruire una unione politica ed economica funzionante.

La crisi europea assomiglia alle molte delle crisi debitorie nei i paesi in via di sviluppo il cui ultimo clamoroso caso è stato il default dell’Argentina nel 2002. In pillole, la costituzione dell’Unione monetaria europea (UME) nel 1999 ha favorito flussi di capitale a buon mercato dai paesi centrali dell’Europa (Germania e Francia in primis) a quelli periferici, i famosi PIGS. La politica monetaria della BCE è stata al contempo improntata a bassi tassi nominali di interesse essendo ritagliata sulla Germania, per compensare le sue politiche di moderazione fiscale e salariale che poco sostenevano domanda e produzione. I flussi di capitale hanno determinato un boom edilizio e l’indebitamento delle famiglie in Spagna e Irlanda, e del settore pubblico in Grecia. L’edilizia è un volano dell’economia è questi paesi sono infatti cresciuti assai, e così i loro salari nominali e prezzi. Questo ha implicato che i tassi di interesse reali[1] diventassero, in quei paesi, assai bassi, stimolando ancor di più la domanda. La produttività i questi paesi è cresciuta più che in Germania, ma qui i salari nominali crescevano meno della produttività, nella periferia essi aumentavano più della produttività, sicché essa perdeva competitività. La Germania e il suo entourage (Austria, Paesi Bassi ecc) guadagnava così in termini di esportazioni nette verso la periferia sia perché la domanda in quei paesi cresceva molto, che per la loro perdita di competitività. Nei fatti le esportazioni di capitali dai paesi centrali finivano per finanziare l’acquisto di prodotti dai medesimi paesi. Ma se questo accade per una serie di anni, i paesi periferici finiscono per cumulare un forte debito estero. Inizialmente questo era, in Spagna e Irlanda, solo privato, ma ad esso si è aggiunto, una volta scoppiata la crisi, quello del settore pubblico che si è indebitato a sua volta per soccorrere le banche nazionali indebitate con quelle dell’Europa centrale. Se i paesi creditori a un certo punto ritengono che i debitori non possano restituire il debito, possono smettere di rifinanziarglielo, e i debitori dichiarano la bancarotta (default).

Una soluzione a questa situazione implica: a) nel breve periodo assicurare a questi paesi liquidità sufficiente e a buon mercato per non fallire; e b) nel medio periodo risolvere il loro problema di solvibilità stimolando il loro output ed esportazioni. Esaminiamo dunque i tre scenari.

1. Nel primo scenario, già in opera, gli “aiuti” europei e una timidissima BCE tamponano la crisi di liquidità sostenendo i titoli dei paesi debitori qualora i mercati non vogliano più farlo o lo farebbero solo a tassi esorbitanti, ma lo fanno in misura insufficiente senza davvero incidere sui tassi usurai che tali paesi si trovano a pagare (i quali aggravano il debito). Al contempo la deflazione fiscale e salariale loro richiesta determina una caduta del loro PIL, con conseguente caduta delle entrate fiscali, sicché il riaggiustamento dei conti è una fatica di Sisifo (per non parlare dei sacrifici sociali che ciò comporta). Tradizionalmente aggiustamenti dei conti interni sono stati accompagnati da una svalutazione della moneta, che rilanciando le esportazione ne ha compensato i danni sul PIL. Ma ora le monete nazionali non ci sono più! Per giunta la stessa Germania si fa campione della deflazione, e ciò aggrava la crisi della domanda aggregata a livello europeo e globale.  I mercati tutto questo lo sanno, e per questo il fallimento dei paesi periferici e della moneta unica è all’ordine del giorno. Se fanno fallimento i paesi debitori, faranno anche fallimento i paesi creditori (USA inclusi) e questa sarebbe la madre di tutte le crisi.

2. Una rottura ordinata dell’UME, con la fuoriuscita dei paesi periferici, è affare complicatissimo (Blejer and Levy-Yeyati 2010; Eichengreen 2010). Il fatto centrale di cui tener conto è che il debito esterno di tali paesi continuerebbe a esser denominato in euro. Misurato nelle nuove valute locali, che cadrebbero di valore, e di molto, rispetto all’euro, il valore di quel debito aumenterebbe, per cui esso dovrebbe certamente subire quello che si chiama un “haircut” (un taglio dei capelli), cioè essere rinegoziato (ci si accorda che una parte non viene restituita, e il resto restituito in tempi più lunghi). Ma se i mercati subdorano questa eventualità, la speculazione si scatenerebbe determinando un immediato “disordinato”  default. Allora la decisione di una rottura dovrebbe essere segretamente presa prima che i mercati sospettino qualcosa – dunque un po’ prima che il sistema crolli di suo -, in un consesso che non può escludere, tuttavia, USA, Cina e Giappone, almeno, oltre ai principali paesi europei. Nei tempi di Wikileaks tenere il segreto non è facile! Il vantaggio di riacquisire la propria moneta sarebbe nel rilancio delle esportazioni, ma misure per impedire che si scateni una forte inflazione interna sarebbero necessarie. Non sarebbe invece necessario stampare preventivamente nuove banconote, le attuali già sono contraddistinte per paese (una S dopo il numero di serie individua per esempio quelle “italiane”). Misure drastiche di controllo dei capitali sarebbero ovviamente necessarie. Se fosse la Germania (e forse una recalcitrante Francia) a lasciare, ciò costituirebbe di per sé un taglio ai debiti esteri denominati in una moneta, l’euro, che svaluterebbe rispetto al nuovo Deutsche Mark. Se poi ciò che rimane dell’UME si sfasciasse, tutti si tornerebbe alle monete nazionali e il debito estero sarebbe denominato in quelle, il che sancirebbe un haircut di fatto.

3. L’inefficacia del primo scenario, e la drammaticità del secondo, potrebbero col tempo far addivenire a soluzioni più ragionevoli. Con riguardo ai problemi di sostenibilità a breve, una più incisiva azione della BCE nel sostenere i titoli di stato e la europeizzazione di parte dei debiti (come proposto, fra gli altri, da Tremonti) assicurerebbe i mercati consentendo un loro rifinanziamento a costi contenuti. I problemi strutturali dovrebbero essere poi affrontati invertendo la moderazione fiscale e salariale tedesca di modo che tale economia perda un po’ di competitività e al contempo rilanci la domanda interna[2]. D’altronde solo operando con misure opposte a quelle che hanno caratterizzato sinora l’UME se ne possono invertire le tendenze. Questo appare al momento inaccettabile alla Germania che fonda il proprio modello di crescita su disciplina interna ed esportazioni con in mente l’espansione nei paesi extra-europei.

Se dio veramente acceca chi vuole perdere, nel meeting del 16-7 dicembre i paesi europei decideranno piani draconiani di rientro dal debito pubblico a cui nostro paese arriverà senza un governo che possa autorevolmente opporsi a tale follia.

 

 

[1] Il tasso di interesse reale è la differenza fra il tasso di interesse nominale e il tasso di inflazione. Se prendiamo 100€ in prestito al tasso nominale del 5%, e il tasso di inflazione è del 4% (per cui ciò che restituiremo fra un anno vale il 4% di meno in termini di potere d’acquisto), il tasso reale che effettivamente paghiamo è 1%.
[2] Un obiettivo accettabilissimo per i tedeschi sarebbe di accettare che i salari nominali crescessero in quel paese al tassi di crescita della produttività più il 2% che è il tasso di inflazione obiettivo della BCE.

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