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Cronache dalla crisi

Pubblicato il 24 Agosto 2010 da admin

Vale la pena in questo scorcio finale delle vacanze - per gli italiani che se le sono potute permettere - fare brevemente il punto con nostri lettori sull’andamento della crisi e sul dibattito di politica economica.

1. Il fatto più eclatante dell’estate è stata la significativa ripresa dell’economia tedesca guidata dalle esportazioni. Queste hanno compiuto un balzo, soprattutto verso la Cina. Ciò ha fatto saltare di gioia gli economisti conservatori, pronti a suggerire che le politiche restrittive e anti-keynesiane della Merkel sono state più efficaci di quelle espansive di Obama. La verità è che la Germania ha tratto vantaggio dall’opportunismo della Merkel, dichiaratamente volto ad attendere che gli altri, Cina e Stati Uniti in primis, adottassero politiche espansive, trainando in tal modo le esportazioni tedesche. Il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro ha fatto il resto. Tale deprezzamento è fondamentalmente scaturito dalla crisi di fiducia verso la moneta unica che ha fatto seguito all’accentuarsi dei rischi di una crisi di solvibilità del debito greco e degli altri paesi della “periferia” europea (Spagna, Portogallo e Irlanda). Fra la furbizia e il grottesco, la Germania ha così tratto beneficio sia dalle politiche espansive di alcuni che dalle difficoltà di altri, non certo dai tagli della Merkel. I paesi periferici, con la loro debole industria esportatrice, non si sono invece avvantaggiati del deprezzamento dell’euro. L’Italia un po’ sì, e la ripresa tedesca comporta pure più subforniture dal nostro nord-est, ma questo appena consente al nostro paese di “galleggiare”, anche perché i tagli fiscali cominceranno presto a mordere.

2. Già, i tagli fiscali. Qualcuno ha fatto finta di sorprendersi che la Merkel, a fronte di un aumento inatteso delle entrate fiscali, abbia ribadito i propri. Ma questa è una costante della politica economica tedesca nel secondo dopoguerra: onde impedire che una crescita delle esportazioni “ecciti” il mercato del lavoro, con conseguenti maggiori richieste salariali, si taglia la spesa fiscale (negli anni ’50 la politica di accumulare surplus fiscali per compensare l’eccesso di espansione delle esportazioni era denominato Juliusturm, dal nome della torre dove era custodito il tesoro del primo Reich). La Merkel non ha spinto affinché la BCE aumentasse i tassi di interesse – il tradizionale segnale di moderazione che il governo tedesco rivolge ai sindacati. Non si è mossa in questa direzione poiché ciò aggraverebbe il costo dei debiti pubblici e privati in Europa. E allora non le è rimasto che ribadire i tagli fiscali. Ma la ripresina tedesca durerà? La questione è che le cose in America non vanno bene, e anche la crescita cinese dà segni di rallentamento, pur mantenendosi su ritmi elevati. Il comportamento opportunista della Germania non aiuta certo, né in Europa, né a livello globale.

3. L’economia americana non va infatti bene. Non a caso il dibattito sulla politica fiscale prosegue intenso. Da un lato, gli economisti di orientamento più keynesiano che sostengono che troppo poco si è fatto, e che ancora si dovrà spingere per sostenere la domanda. Dall’altro, gli economisti più conservatori che affermano, sostanzialmente sulla base del cosiddetto “effetto Barro-Ricardo”, che la politica fiscale è inefficace [1]. Da ultimo, uno studio predisposto da un vecchio autorevole keynesiano, Alan Blinder ha mostrato come, invece, le politiche espansive adottate dall’amministrazione americana siano state assai efficaci.  E a chi ribatte che la politica fiscale non è stata in grado di tirare fuori il Giappone dalle piste della deflazione, finendo solo per determinare il più elevato debito pubblico del mondo (in rapporto al Pil), replica uno studio dell’autorevole Peterson Institute for International Economics che mostra come effettive politiche espansive non siano mai state tentate in quel paese.

4. E da noi? Il governo porta avanti la linea dell’austerità fiscale, ma ciò che colpisce è la persistente assenza di una coerente proposta di politica economica alternativa da parte dell’opposizione di sinistra, moderata o radicale che sia. Il PD in queste settimane sembra non riuscire ad andare oltre una richiesta a Berlusconi di “riferire in Parlamento” - un mantra che era del PCI dei vecchi tempi - come se tale dibattito, pur doveroso, potesse sostituire una capacità di elaborazione e di mobilitazione intorno ad essa. Per ciò che qui ci preme, sarebbe importante che a settembre si  rianimasse il dibattito sulla politica economica europea, a partire dalle riflessioni della ben nota Lettera degli economisti. Soprattutto, sarebbe necessario che, accanto ai tecnici, anche la politica si esprimesse con chiarezza sulle proposte della Lettera, fino a delineare i contorni di una possibile azione alternativa di governo. D’altra parte, l’ipotesi delle elezioni anticipate non è del tutto tramontata e non vorremmo che la sinistra moderata e radicale si facesse cogliere ancora una volta impreparata, cadendo vittima dell’egemonia culturale altrui. Gli economisti della Lettera sono pronti al confronto.

[1] In breve, si sostiene che se pure il governo spende di più (o tassa di meno) a scopo espansivo, i soggetti tenderanno a spendere di meno (cioè risparmiare) perché si attenderanno di pagare più tasse nel futuro quando il governo dovrà rientrare dal deficit.

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Il suicidio dell’Europa

Pubblicato il 28 Maggio 2010 da admin

La situazione europea è gravissima. Nel bel mezzo della maggiore crisi economica degli ultimi 80 anni i governi europei si apprestano a tagliare i bilanci pubblici nella vana speranza di riequilibrarne i saldi. E’ di questi giorni la notizia che il Fondo Monetario Internazionale chiede ulteriori misure “greche” alla Spagna, mentre la stessa Germania è pronta a dare il buon esempio. In Italia il PD si limita a dire “noi l’avevamo detto” (cosa? che si doveva tagliare prima?) e a invocare un po’ di giustizia distributiva senza cogliere il cuore del problema. Questo consiste nel fatto che i tagli avviteranno le economie europee in una spirale verso il basso che metterà ancor più in crisi i conti pubblici e privati. Vigliaccamente, inoltre, la presunta necessità dei tagli viene utilizzata per infliggere un ulteriore colpo ai sistemi di welfare con la giustificazione che gli europei avrebbero vissuto “al di sopra dei propri mezzi”. Ma l’argomento è falso. L’Europa nel suo insieme ha vissuto sempre coi propri mezzi, non ha infatti un debito estero (anzi l’opposto). La Spagna, il principale paese, fra quelli più esposti, aveva i conti pubblici “in ordine” sino a un anno fa. Lo stato sociale non c’entra nulla.

Certo, all’interno dell’Europa vi sono paurose relazioni debitorie-creditorie fra paesi. Ma di chi è la colpa di questi squilibri? Solo oggi comprendiamo pienamente quanto avevamo solo intuito: che la creazione dell’Euro era un esperimento da apprendisti stregoni. Sta ora diventando senso comune – sebbene non di tutti - che l’euro abbia dato l’illusione alle banche tedesche e francesi che si potessero allegramente alimentare bolle edilizie (in Spagna e Irlanda) e favorire governi clientelari (in particolare quello greco di centro-destra). Questi meccanismi stimolavano le esportazioni, soprattutto tedesche, per giunta avvantaggiate anche dalla più moderata dinamica di prezzi e salari rispetto ai paesi periferici oggetto di  una crescita “dopata”. Ma i nodi sono poi venuti al pettine. Ora le banche tedesche – già gonfie di mutui subprime americani - sono inguaiate quanto il governo greco e le famiglie spagnole trascinate nel boom edilizio. Sicché anche il pacchetto di aiuti europeo di 750 miliardi di euro varato lo scorso 9 maggio ha una dubbia affidabilità. Chi davvero aiuterà chi, visto che il paese che dovrebbe aiutare gli altri, la Germania, è pieno di crediti inesigibili? La questione è di tale portata che Wolfgang Munchau (sul Financial Times del 23 maggio) suggerisce provocatoriamente che potrebbe essere la Grecia a dover aiutare la Germania. Come noi avevamo fatto notare pochi giorni fa sul Goodwin-box, anche Munchau ora ci dice che l’unica valida misura adottata è l’intervento della BCE a sostegno diretto dei titoli pubblici europei. Meno giustificata è la fiducia nella ripresa delle esportazioni extra-europee in seguito alla caduta dell’euro. Al limite queste avvantaggerebbero soprattutto la Germania. Ma soprattutto è da escludere che Cina e USA resterebbero con le mani in mano se tale calo perdurasse.

Esperimento da apprendisti stregoni, si è detto. Ma attenzione, si tratta di un esperimento consapevolmente perseguito dai governi dell’Europa periferica, in particolare dall’Italia, che pensava così di importare la “disciplina tedesca” su salari e mercato del lavoro. Lo stesso tentativo fu effettuato nel 1979 col Sistema Monetario Europeo, e si sa come andò a finire. Qui però rischia di finire peggio visto non c’è più la liretta da svalutare.

Il problema è che siamo in assenza di una analisi politica seria a livello europeo di ciò che sta accadendo. Il PD e la CGIL farebbero bene, se ne sono capaci, a uscire da una strategia economico-politica in cui giocano di rimessa su temi in fondo secondari. La questione non verte su una finestra pensionistica in più o in meno. Il punto è che bisognerebbe mettere in discussione lo scenario da “suicidio collettivo europeo” entro cui le misure restrittive dei governi si collocano. E’ l’esistenza stessa di queste manovre congiunte a livello europeo che va respinta con fermezza. Si passi dunque a discutere di come questo paese possa porre il problema in sede comunitaria, o alternativamente si possa tirar fuori da un simile disastro.

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Le pensioni di Alesina

Pubblicato il 15 Marzo 2009 da admin

Con frequenza ossessiva dalle colonne de Il Sole 24 Ore il tridente Tabellini, Perotti e Alesina attribuisce molti mali del paese alla troppo bassa età di pensionamento, tesi ripetuta da Alberto Alesina nel suo editoriale del 14 marzo. Beninteso, il benaltrismo è un vizio odioso, ma lo è altrettanto il riduzionismo che sfocia nel semplicismo. “Le donne italiane al lavoro tra i 55 e i 64 anni – argomenta il docente di Harvard – sono circa il 23% del totale. In Svezia il 70% delle donne di quell’età lavora, negli Stati Uniti il 50%. La media europea (Ue-15) è di circa il 41%. Per gli uomini nella stessa fascia di età le quote sono 46% in Italia, 76% in Svezia, 58% nella media Ue e 70% negli Stati Uniti (dati Ocse 2007)”. Ineccepibile, così come il fatto che ciò accade per tutte le altre fasce d’età, con la sola eccezione dei maschi della fascia d’età centrale. Il tasso di occupazione fra i 15 e i 54 anni (occupati 15-54 su popolazione con più di 15 anni) nel 2007 è 69% per l’Italia (donne 57%) contro 76% (71%) della Francia, 79% (74%) della Germania, 77% (68%) della Spagna, 81% (79%) della Svezia (dati di fonte Ilo). Quindi il problema di cui parla Alesina ha un carattere ben più generale. Le donne, in particolare, lavorano in poche in tutte le fasce d’età e Alesina usa inappropriatamente i dati nell’attribuire alla “bassa” età pensionistica i bassi tassi di occupazione femminili per le over-55 (come mi ha prontamente segnalato Antonella Stirati). Uno studente sarebbe stato sgridato per aver utilizzato in maniera così frettolosa i dati. Il gap con gli altri paesi è forse più elevato per gli over-55, come peraltro per i giovani, ma per costoro è notoriamente più difficile trovare una occupazione una volta persa o mai avuta. Certo, v’è, per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, la possibilità di andare in pensione relativamente presto, e alcuni privilegi accordati dalla DC al pubblico impiego gridano ancora vedetta. Privilegi, peraltro, mai accordati agli operai per i quali il sistema pensionistico ha svolto in Italia la funzione di supplire all’assenza di ammortizzatori sociali, ad esempio quando negli anni ’80 centinaia di migliaia di lavoratori furono espulsi dal ciclo produttivo. Il pensionamento anticipato ha anche funto da generatore di posti di lavoro per i giovani, ma naturalmente qui Alesina dissentirà, ritenendo che un sistema economico sufficientemente flessibile garantisce occupazione per tutti coloro che siano effettivamente disponibili a lavorare al salario di mercato. Purtroppo ragioni teoriche (come i risultati della controversia sulla teoria del capitale e la lezione keynesiana) ed empiriche ci inducono a ritenere che Alesina abbia torto: l’ammontare dei posti di lavoro creati dipende essenzialmente dalla domanda aggregata, nel breve come nel lungo periodo, e non dalla flessibilità dei salari. Se la domanda è scarsa i posti di lavoro sono pochi e i pensionamenti liberano posti ai giovani.

Certo, questo non è il miglior metodo di trovare una occupazione ai più giovani. Ma allora, caro Alesina, dovremmo piuttosto prendercela con l’assenza di una seria politica economica per la piena occupazione, e concentrarci dunque sulle esigenze di coordinamento tra le politiche dei paesi europei e tra politiche fiscali e monetarie (forse questo ora lo riconoscono la maggior parte degli economisti, ma gli economisti non allineati alla teoria dominante lo denunciano da un bel po’). E in quanto agli ammortizzatori sociali e alla “montagna di debito pubblico” che tanto l’assilla, perché non coglie l’opportunità di essere columnist del Sole per denunciare l’evasione fiscale dovuta al parassitismo di tanti “topi nel formaggio”, per evocare Paolo Sylos Labini? Puntiamo alla piena occupazione e cerchiamo di pagare tutti le tasse e dunque pagarle ciascuno un po’ meno. Solo allora potremmo, eventualmente, dare un qualche credito ai discorsi sull’aumento dell’età pensionabile. Anche se, finché parliamo di operai, la cosa continuerà ad essere improponibile. Basti sostare qualche minuto in una fabbrica per capire perché.

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A sinistra della crisi

Pubblicato il 26 Febbraio 2009 da admin

Fra gli economisti di orientamento critico vi è ormai un certo consenso sulle dinamiche che hanno caratterizzato il capitalismo mondiale in anni recenti e che hanno condotto alla crisi in corso[1]. In questa nota si riassume per sommi capi tale interpretazione e si indicano alcune prospettive future.

1. Siamo tutti keynesiani, ma qualcuno di più
Oggi tutti invocano Keynes (o Minsky), ma da sempre gli economisti meno conformisti utilizzano Keynes (e Kalecki) per spiegare le dinamiche del capitalismo. Al centro di questa interpretazione vi è l’idea che l’economia di mercato cresca, nel breve come nel lungo periodo, guidata dalla crescita della domanda aggregata per beni e servizi. Questa consiste di domanda per beni di consumo, investimenti e spesa pubblica. Per un singolo paese essa consiste anche di esportazioni (mentre le importazioni sono una sottrazione alla domanda per i propri beni). Finché non esporteremo su Marte, l’economia-mondo è come se fosse un singolo paese per cui domanda e crescita sono guidate dalle sole prime tre voci. Siccome gli investimenti dipendono a loro volta dalla domanda attesa (gli imprenditori investono sulla base di quanto si attendono di vendere), le fonti ultime della domanda sono consumi e spesa pubblica. Il capitalismo gira se li foraggia dotando di liquidità consumatori e stati[2].

Negli anni più recenti gli Stati Uniti hanno costituito il motore ultimo che ha generato domanda e crescita globale. I consumi degli americani sono stati, in particolare, il motore di questo processo. I consumi dei lavoratori americani (incluso il ceto medio) hanno però sofferto, come altrove, dei mutamenti a loro sfavorevoli nella distribuzione del reddito. Ciò è stato tuttavia più che compensato dall’azzeramento della propensione al risparmio (cioè dalla quota di reddito che viene risparmiata invece che spesa per consumi) e dall’ampio foraggiamento ai consumi che è provenuto dal credito al consumo, inclusi i mutui immobiliari, oltre che dall’”effetto ricchezza”[3] dovuto all’aumento dei valori mobiliari, prima, e immobiliari, poi. In ambedue i modi i lavoratori americani hanno cercato di mantenere o migliorare gli standard di vita acquisiti[4]. Il capitalismo americano ha dal suo punto di vista potuto compensare in tal modo la caduta dei consumi conseguenza della peggiorata distribuzione del reddito e assicurare la piena occupazione in una società priva di ammortizzatori sociali. La memoria degli elevati tassi di disoccupazione sperimentati negli anni ’80, oltre che i cospicui flussi migratori dal Messico, hanno tenuto a bada il conflitto distributivo. Bellofiore e Halevi hanno efficacemente sintetizzato il modello come quello del lavoratore terrorizzato e indebitato[5].
La stabile crescita dell’economia americana, in anni noti ora come quelli della “grande moderazione”, ha determinato un crescente disavanzo commerciale soprattutto con i paesi del sud-est asiatico. Le importazioni di prodotti di largo consumo a basso prezzo dall’Asia (modello Wall Mart) hanno contribuito a loro volta, assieme al credito al consumo, a mantenere tollerabile il peggioramento della distribuzione del reddito negli Usa.

2. Le “global imbalances”
Molti paesi asiatici, Cina in testa, hanno dunque visto crescere i loro avanzi commerciali con gli Usa. Per impedire un rivalutazione del proprio cambio che avrebbe nuociuto alle loro esportazioni, base della loro crescita, essi hanno volentieri reinvestito i crediti accumulati in buoni del Tesoro americani finanziando in tal modo il disavanzo estero americano. Europa e Giappone non hanno partecipato se non marginalmente al festino in seguito alla depressa domanda interna, per scelta e disgrazia, rispettivamente[6]. Se ne è avvantaggiata però la Germania (ma pure il Giappone) che esporta beni capitali in Asia conseguendo forti attivi commerciali. Questo modello è stato suggestivamente, se non del tutto appropriatamente, denominato Bretton Woods II[7]. Esso si basa sul patto scellerato fra paesi dell’est asiatico e Usa: i primi pronti a sostenere il debito estero americano purché questi continuino ad acquistare le loro merci e consentano loro un cambio competitivo.
Si vede dunque come il modello di crescita Usa basato sull’indebitamento delle famiglie di lavoratori americani sia diventato la base del funzionamento dell’intera economia mondiale. E’ la creazione di potere d’acquisto da parte del sistema finanziario Usa la fonte ultima della domanda mondiale, mentre l’”esorbitante privilegio” di emettere la principale moneta di riserva internazionale fa in modo che la liquidità creata sia tranquillamente accettata in pagamento anche all’estero. E’ questo modello che è ora entrato in crisi. Dei suoi due aspetti, l’indebitamento interno delle famiglie Usa e quello esterno, l’indebitamento verso i paesi asiatici, è saltato il primo, e piuttosto inaspettatamente in quanto le più rinomate cassandre internazionali, come il famoso Roubini, pronosticavano che sarebbe stato il secondo a saltare col crollo verticale del dollaro[8].
Siccome fa tuttavia comodo dare la colpa agli altri, con una acrobatica inversione di cause ed effetti l’interpretazione dominate dovuta al presidente della Fed Bernanke, e prontamente sottoscritta da Alesina e Giavazzi, addebita la responsabilità degli squilibri all’eccesso di risparmio dei paesi asiatici (il “saving glut”)[9]: tale risparmio avrebbe trovato utilizzazione nei prestiti alle famiglie americane, certo andati un po’ oltre la normale prudenza. Questa interpretazione di chiaro stampo neoclassico trascura che i risparmi asiatici si sono formati come conseguenza dell’aumento di reddito in quei paesi dovuta al trascinamento della domanda Usa. La capacità di credito alle famiglie del sistema finanziario americano è infatti del tutto indipendente dai risparmi asiatici, come insegna la teoria della moneta endogena condivisa nei suoi tratti più generali dagli economisti meno conformisti.

3. Cosa è andato storto
I fatti recenti sono ormai a tutti noti nei loro tratti salienti: è saltato l’anello più debole del debito delle famiglie americane, i mutui immobiliari concessi nella totale assenza di garanzie di restituzione e di consapevolezza dei mutuatari di ciò che sottoscrivevano. Questi mutui venivano rimpacchettati e venduti ad altri istituti finanziari con l’idea che, in tal modo, il rischio si spargesse su una pluralità di soggetti diventando così inoffensivo. Finché il prezzo delle case cresceva tutti erano soddisfatti. Se per esempio i mutuatari non erano in grado di pagare il sistema gli riaccendeva un altro mutuo di più alto valore, sì da restituire il vecchio con tanto di interessi. Con l’aumento progressivo dei tassi di interesse da parete della Fed a cominciare dal 2004 e l’inizio del calo del prezzo delle case il sistema ha cominciato a scricchiolare con un effetto domino che, attraverso lunghi mesi, si è prima trasmesso all’insieme dell’economia finanziaria e successivamente all’economia reale.
E’ così entrato in difficoltà anche l’altro pezzo del modello, il modello export-led della Cina che vede le proprie aspettative di crescita scemare, il che non è proprio salutare per un paese in cui si affacciano ogni anno nel mercato del lavoro decine di milioni di giovani, di cui molti laureati, per non pensare alle centinaia di milioni di contadini non ancora beneficiati dalla crescita. Non è tuttavia ancora crollata la fiducia cinese nel dollaro, che in questa tempesta ha visto addirittura accresciuto il proprio valore mentre le autorità cinesi non hanno certo intenzione alcuna, ora, di proseguire nella lenta rivalutazione dello Yuan. Questo potrebbe tuttavia non continuare a essere ben visto dagli Usa come dimostrano le prime prese di posizione dello staff di Obama. Dove abbia condotto la logica delle svalutazioni competitive ben sappiamo dalla crisi degli anni trenta.

4. Cosa si può raddrizzare
L’esperienza recente nei paesi avanzati, in particolare negli Usa, mostra come il sostegno alla domanda aggregata che deriva dall’indebitamento privato sia assai più fragile di quella basata sull’indebitamento pubblico[10]. Diffuso appare ora il ricorso a misure keynesiane di spesa pubblica, in genere ritenute più efficaci dei tagli fiscali. A destra si paventa da parte di molti il pericolo che finita la crisi il debito pubblico accumulato faccia aumentare i tassi di interesse diventando esso stesso un fattore di recessione. A sinistra ci si domanda se la crisi corrente dimostri che il capitalismo è profondamente irriformabile tagliando l’erba sotto ogni ipotesi riformista. Al primo problema si può rispondere che il livello dei tassi di interesse è in buona misura condizionato dalle banche centrali che lo utilizzano per tenere sotto controllo le dinamiche salariali, mentre il rapporto debito/Pil dipende non solo dall’ammontare del debito, che aumenta lentamente se i tassi di interesse si mantengono bassi, ma anche dalla crescita del Pil. Allora la prima questione ci rimanda alla seconda: è possibile disegnare un capitalismo che coniughi crescita e controllato conflitto sociale? In via di principio ci si potrebbe avvicinare a ciò attraverso un contratto sociale che assicuri una distribuzione diretta e indiretta (attraverso la spesa sociale) del reddito a favore delle classi lavoratrici e sostenga per questa via la domanda aggregata[11]. Diversa la questione della realizzabilità politica di tale assetto, difficilissima. Ciò non vuol dire però che la realizzabilità teorica non possa essere brandita come arma di lotta politica in particolare a fronte delle difficoltà che il capitalismo potrebbe avere a trovare altre vie d’uscita agli elevati tassi di disoccupazione prodotti dalla crisi.

 

[1] V. D.Cavalieri, Neoliberismo, interventismo, keynesismo, economiaepolitica, 19/1/09.
[2] Invero, anche le esportazioni finanziate dalla concessione di liquidità ai paesi importatori sono motore di crescita, come indicato da Rosa Luxemburg e Kalecki.
[3] Con questo termine si intende l’effetto positive sui consumi dovuto all’aumento delle attività finanziarie o immobiliari che si possiedono. Tale aumento può indurre la menzionata riduzione dei risparmi (si smette di risparmiare perché ci si sente più ricchi) e accrescere il “collaterale” a garanzia dei debiti accesi.
[4] V. A.Barba, M.Pivetti, Rising household debt: its causes and macroeconomic implications – along period analysis, Cambridge Journal of Economics, 33 (1), 2009; B.Z.Cynamon, S.M.Fazzari Household debt in the consumer age: source of growth – risk of collapse, Capitalism and Society, 3 (2), 2008.
[5] R.Bellofiore, J.Halevi, Tendenze del capitalismo contemporaneo, destrutturazione del lavoro e limiti del ‘keynesismo’. Per una critica della politica economica,  in S.Cesaratto, R.Realfonzo (a cura di). Rive Gauche, Critica della Politica Economica, manifesto libri, Roma, 2006.
[6] V. S.Cesaratto, The sick fraulen of Europe, economiaepolitica, 9/12/08.
[7] Michael P. Dooley, David Folkerts-Landau, Peter Garber (September 2003). An Essay on the Revived Bretton Woods System. National Bureau of Economic Research (http://www.nber.org/), 2003.
[8] V. Nouriel Roubini, Brad Setser. Will the Bretton Woods 2 Regime Unravel Soon? The Risk of a Hard Landing in 2005-2006, 2-2005 (http://pages.stern.nyu.edu/~nroubini/papers/BW2-Unraveling-Roubini-Setser.pdf).
[9] V. B.S. Bernanke, The Global Saving Glut and the US Current Account Deficit, http://www.federalreserve.gov/; A.Alesina, F.Giavazzi, La crisi? Può la politica salvare il mondo, Il Saggiatore, 2008, pp.27-30; per una critica: C.P.Chandrasekhar, J.Gosh, The Myth of a Global Saving Glut, http://www.networkideas.org/
[10] Barba e Pivetti (cit.).
[11] L’esperienza di questa crisi mostra pure come i modelli di sviluppo export-led abbiano dei limiti nell’esistenza di importatori di ultima istanza. Come nota acutamente Nardozzi (Sole, 29/1/09), dal punto di vista degli squilibri globali, il sostegno ai salari diretti e indiretti in Cina consentirebbe a quel paese di crescere meno basandosi sulle esportazioni. Lo sviluppo dello stato sociale indurrebbe anche le famiglie cinesi a risparmiare di meno a scopo precauzionale.

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La riforma del TFR nell’era del giudizio

Pubblicato il 29 Gennaio 2009 da admin

Il 2008 è stato il primo anno a regime della riforma del TFR introdotta nel 2007. E’ naturalmente facile lasciarsi andare a semplici ironie visti i chiari di luna dei mercati finanziari. Cerchiamo invece di fare una valutazione più complessiva.
1. Le ragioni della riforma
La riforma prevedeva, com’è noto, il trasferimento su base volontaria – ma col principio del silenzio assenso – del TFR maturando ai fondi pensione, negoziali o “aperti”, limitatamente al solo settore privato. Il TFR era già una forma di risparmio gestito (dall’impresa stessa). Con la riforma se ne è dunque trasformata l’amministrazione affidandola ai fondi pensione. Se il TFR rimane in azienda, lo si presta direttamente alla propria impresa; se lo si affida ai fondi lo si presta all’insieme delle imprese, ma nulla cambia a livello macroeconomico[1].
Qualche effetto macro si può invero verificare per la parte di TFR lasciata nelle aziende con più di 50 addetti e che viene deviata presso il Tesoro, ma questo non c’entra nulla coi fondi pensione.  Perché dunque si è voluta la riforma?
Il suo scopo principale è la trasformazione di una forma di risparmio gestito che non aveva precipue finalità previdenziali in previdenza complementare nella speranza che ciò possa compensare il calo delle pensioni che si avrà con la progressiva andata a regime della riforma Dini. L’idea è che con la riforma del TFR i lavoratori potrebbero così mantenere la pensione che avevano prima della riforma Dini, poiché il minor importo della pensione sarebbe compensato dalla trasformazione del TFR in previdenza complementare con i suoi presunti più elevati rendimenti. Si trascura tuttavia il dato elementare che prima della riforma Dini un lavoratore poteva contare su una più alta pensione pubblica più il TFR, con i suoi modesti ma sicuri rendimenti (l’1,5% più il 75% del tasso di inflazione), mentre adesso può solo sperare che la trasformazione del TFR in previdenza complementare assicuri la sola stessa pensione pubblica di prima al prezzo di una perdita secca pari all’intero ammontare del TFR.
Ma anche sui presunti maggiori rendimenti v’è molto da ridire. In realtà, essi dipendono dal fatto che le imprese che “perdono” il TFR sono risarcite più che abbondantemente dallo Stato con cospicui sgravi fiscali, che costeranno allo Stato circa 0,5 miliardi all’anno[2]. Sicché in ultima analisi saranno i contribuenti (e specialmente i più solerti tra essi, ossia i lavoratori dipendenti) a pagare i presunti maggiori rendimenti del fondi. Per contro, sebbene sia logico ritenere che i fondi presteranno il TFR alle imprese a tassi più elevati di quelli che le imprese stesse dovevano corrispondere sul TFR di cui disponevano in precedenza, è altrettanto logico supporre che saranno proprio i fondi a lucrare la gran parte della differenza. Di conseguenza, fatti i conti, i lavoratori potrebbero finire per rimetterci.
Insomma, la riforma del TFR non muta nulla dal punto di vista macroeconomico e neppure dal punto di vista del singolo lavoratore. Le sole a guadagnarci saranno imprese finanziarie private e sindacalisti che gestiranno un cospicuo stock di risparmio (il patrimonio dei fondi negoziali nel 2007 era di 11,5 miliardi di euro, ma questo crescerà di parecchi miliardi all’anno con l’andata a regime della riforma).
2. Risultati della riforma: adesioni
Il numero dei lavoratori dipendenti del settore private affiliati a un fondo pensione è cresciuto da 2,16 milioni della fine del 2006 a 3,6 milioni a ottobre 2008, un aumento del 65,9% realizzato soprattutto nel 2007, l’anno della riforma[3]. La maggior parte dei nuovi aderenti (834 mila su un complesso di 1.440 mila nuovi membri) ha optato per i fondi negoziali. Nel complesso, includendo anche i lavoratori autonomi, il numero totale degli aderenti ai fondi è cresciuto da 3,2 milioni a 4,8 milioni, un aumento del 50,8%.
Considerando i soli settori dove i fondi pensione sono pienamente operativi (circa 8 milioni di lavoratori) la Covip stima cifre di adesione ai fondi contrattuali da parte dei lavoratori dipendenti di questi settori che oscillano attorno al 30%. La cifra aumenterebbe se si includessero anche gli aderenti ad altre forme di previdenza complementare. L’obiettivo del governo Prodi del 40% di adesioni è stato dunque avvicinato. Altri autori hanno tuttavia suggerito che se si considerasse l’insieme del lavoro dipendente il tasso di adesione scenderebbe assai (3,6 milioni di aderenti su 13 milioni di lavoratori dipendenti dà il 27,7%)[4]. I tassi di adesione sono più elevati dove la sindacalizzazione è più forte, dunque nelle imprese di maggiore dimensione. Lì il sindacato ha potuto esercitare la persuasione più efficace e le imprese hanno potuto fare meno pressione sui lavoratori affinché trattenessero il TFR in azienda.
I lavoratori hanno fatto nella totalità una scelta consapevole: solo in 60 mila hanno aderito con la formula del silenzio-assenso. Ciò nonostante disinformazione e analfabetismo finanziario, che sono spesso indicati come la causa principale della mancata adesione ai fondi pensione. Ciò va valutato alla luce di quanto un sostenitore delle riforme pensionistiche, Roberto Perotti, ha scritto sul Il Sole 24 Ore (30-11- 2008) a proposito della mancata previsione della crisi finanziaria da parte degli economisti: “[questi] sono stati presi alla sprovvista, in gran parte perché la conoscenza di importanti dettagli, molto tecnici ma fondamentali, non è percolata in tempo dagli esperti di settore ai macroeconomisti”. Chissà perché dovrebbe “percolare” più facilmente a Cipputi.
3. Risultati della riforma: rendimenti
La tabella 1 illustra i risultati finanziari del fondi pensione negoziali e aperti nel periodo 1999-ottobre 2008 e li confronta coi risultati del TFR. La Covip ritiene soddisfacente il rendimento complessivo sul periodo 2003-2007, sebbene nel 2007 i rendimenti dei fondi peggiorino rispetto al TFR, per poi sprofondare nel segno negativo nel 2008 in seguito all’attuale crisi finanziaria. La Covip da un lato rassicura che solo una infima minoranza dei fondi deteneva valori trascurabili di titoli “tossici” e, dall’altro, sostiene che la redditività dei fondi pensione va giudicata nel lungo periodo, anche tenuto conto dei vantaggi fiscali loro accordati e del contributo del datore di lavoro a coloro che hanno devoluto volontariamente il TFR ai fondi.

Circa la redditività nel lungo periodo, tuttavia, la media 1999-2007 da noi calcolata e riportata in tabella mostra come la redditività del TFR non sfigura a confronto di quella dei fondi. Se si include il 2008, il TFR batte ambedue i tipi di fondi. Circa i vantaggi fiscali questi sono certamente cospicui. Va però segnalato che: (a) essi sono assai regressivi: si può detrarre dall’imponibile Irpef contributi fino a 5.164 € laddove il TFR conferito da un operaio ha approssimativamente il valore di uno stipendio (1250€ giusta i dati di Antonella Stirati, www.economiaepolitica.it), e anche in sede di montante finale, più si è accumulato, più si ottengono sconti fiscali;  (b) i mancati introiti fiscali dovuti a questi sgravi sono finanziati in gran parte dagli stessi lavoratori. Ammesso dunque, e non concesso, che il lavoro dipendente avesse un po’ più di rendimento rispetto al TFR, si tratterebbe giusto di quel che ha pagato come maggiori imposte per gli sgravi alle imprese e i vantaggi fiscali al ceto medio-alto.
4. Stelle comete
Circa il contributo datoriale che si aggiunge al TFR devoluto alla previdenza complementare, ciò che appare sorprendente è l’inclusione di quest’ultimo da parte dei fondi negoziali nel calcolo del rendimento (non però da parte della Covip nei dati della tab. 1)[6]. Il contributo aggiuntivo del datore di lavoro è chiaramente una quota del salario differito del lavoratore concessa in sede di contratti di lavoro in luogo di aumenti del salario diretto e in nessun senso può essere considerato come un rendimento dei fondi. La tabella 2 riproduce una simulazione di Cometa (il fondo dei metalmeccanici) pubblicata da Il Sole (supplemento Plus 24, 29.11.2008) che esibisce un rendimento sul periodo 1999-2008 del 20,27% ottenuto includendovi appunto il contributo della azienda, contro un rendimento del TFR del 10,4%. Se tuttavia si rifanno i conti considerando il contributo aziendale come una ulteriore parte del salario del lavoratore devoluta ai fondi, il rendimento scende a 6,8%, ben sotto il TFR.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5. Finale della favola e una proposta
Gli economisti chiamano il sistema dei fondi pensione “fully funded”, ovvero totalmente autofinanziato. Pare che invece il nostro governo abbia l’intenzione di intervenire a sostenere le pensioni private di coloro che si pensionano nel periodo 8/2008-8/2009 (almeno per la quota relativa al TFR versato), sperando che poi passi la “nuttata”. Tutto ciò suona come una clamorosa smentita per tutti coloro che hanno sinora decantato l’autosufficienza finanziaria dei sistemi a capitalizzazione.
Perché i sindacati non hanno lottato perché fosse rafforzato il rendimento del TFR in azienda, portandolo ad es. al 2% annuo con copertura al 100% dall’inflazione e con la possibilità di trasformazione in vitalizio a condizioni favorevoli al pensionamento? Si fa sempre in tempo, solo gli sciocchi non cambiano mai idea.


[1] E’ peraltro priva di fondamento la tesi che la destinazione del TFR ai fondi pensione danneggerebbe il sistema economico italiano perché il risparmio dei lavoratori sarebbe portato all’estero. Per un economista rigorosamente keynesiano i risparmi non sono una grandezza che va a spasso per il mondo. Su questo e altro v. S. Cesaratto, Invecchiamento della popolazione e questione pensionistica, “Economia e società regionale”, vol. 99, 2007. Sull’economia delle riforme pensionistiche: Id., The Transition to Fully Funded Pension Schemes: A non-Orthodox Criticism, “Cambridge Journal of Economics”, 30, 2006.

[2]
Chiorazzo e Dilani, Imprese ben compensate, la voce, 25.01.2007, (www.lavoce.info/articoli/pagina2552.html).
[3]
Dati Covip, 2008, www.covip.it/homepage.htm.
[4]
Boeri Zingales, Indipendenti sono le autorità o i numeri?, la voce, 20.9.2007 (www.lavoce.info/articoli/pagina1000045.html).
[5]
Cesari, Grande e Panetta, Quel vantaggio molto fiscale, la voce, 19.06.2007, http://www.lavoce.info/articoli/pagina2777.html.
[6]
Tale contributo è nella misura del 10/15% del TFR (ovvero poco più dell’1% dello stipendio lordo) e lo si ottiene se anche il lavoratore aggiunge al TFR una cifra analoga.

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A destra e a sinistra dell’età pensionistica

Pubblicato il 14 Gennaio 2009 da admin

Lo scorso novembre la Corte di giustizia europea bocciò le modalità di ritiro differenziato donne/uomini nel comparto pubblico e nella lettera del 13-1-09 il governo si è impegnato a riformare il sistema. A dicembre Brunetta colse l’occasione per avanzare cifre fantasiose di aumenti occupazionali che risulterebbero dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. La principale obiezione è proprio nella diminuzione di opportunità di lavoro per i giovani. Non si deve tuttavia rifiutare ogni ipotesi di riforma se le risorse resesi disponibili andassero direttamente a creare occupazione femminile e incrementare i servizi sociali.

1. Cifre in liberta’

Come reazione alla sentenza europea il ministro Brunetta dichiarò (La Repubblica 15-12-08) che secondo un calcolo del Partito radicale le risorse liberate dalle pensioni ammonterebbero a 7 miliardi di euro da cui ”fatti due conti”, si potrebbero creare 2,5 milioni di posti di lavoro nei servizi e il tasso di occupazione si innalzerebbe di circa 10 punti. Non è serio che un ministro della Repubblica avanzi cifre in questo modo, citando fonti la cui attendibilità è appena superiore a quella di Topolino. Comunque, “fatti due conti”, creare un posto di lavoro costerebbe duemilaottocento euro, si presume di sgravi fiscali ai datori di lavoro, ma anche di incentivi sulla busta paga per stimolare l’offerta di lavoro femminile secondo quanto suggerito da Alesina e Ichino (Il Sole 19-12-2008). Francesco Forte (http://www.loccidentale.it/) ha avanzato cifre simili. Queste prese di posizione appaiono banalizzare il problema dell’occupazione, come se davvero potesse essere risolto innalzando l’età pensionistica. Nella lettera  a Bruxelles inviata il 13 gennaio il governo si è impegnato a equiparare “con la dovuta gradualità” l’età pensionabile nel pubblico impiego. Ma l’obiettivo sarà forse più ampio.

2. Età pensionistica e occupazione

La tabella 1 mostra come in Italia l’età effettiva di pensionamento sia più bassa che negli altri paesi europei (con l’eccezione della Francia): 60,4 per maschi e femmine e 59,8 anni per le sole donne contro una media europea rispettivamente di 61,5 e 61,1. La medesima tabella illustra come assai più bassi sono anche i tassi di occupazione dei lavoratori maturi (oltre i 55 anni), in particolare quelli femminili. In Italia, bassi tassi di attività dei lavoratori maturi sono associati a ridotti tassi di attività in generale (48,9% contro, ad esempio, il 56,3% della Francia, per non parlare del 71,1% della Svezia), ma questo non significa che i primi implichino i secondi poiché in Italia i tassi di occupazione sono bassi pressoché in ogni fascia di età, come si evince dalla tabella. Anche la tesi che l’elevato prelievo previdenziale sia causa della bassa occupazione può essere ribaltato sostenendo che, più plausibilmente, è la bassa occupazione a fare in modo che una ristretta base occupazionale sia caricata di oneri fiscali e contributivi indubbiamente elevati, i quali sono un effetto più che una causa. Le ragioni dei bassi livelli occupazionali sono da ricercarsi in problemi antichi e strutturali, aggravati dal contesto deflativo della politica economica europea. Per questo motivo la principale obiezione all’aumento dell’età pensionistica diventa quello di non diminuire ulteriormente i posti di lavoro disponibili per i più giovani. Certo, la piena occupazione e non il pensionamento anticipato sarebbe la soluzione migliore[1].

Una seconda obiezione è che molte occupazioni sono usuranti soprattutto se si è cominciato a lavorare molto presto, mentre le attese di vita sono inferiori rispetto ad altre mansioni. Questo è certamente vero soprattutto per gli operai, mentre sarei più cauto per altre funzioni in cui l’insofferenza per il lavoro può dipendere da fattori culturali da non giudicarsi sempre positivamente (particolarmente nel pubblico impiego), ma su cui “certa sinistra” flirta. L’assenza di servizi sociali adeguati di cura e assistenza a figli e anziani e la disorganizzazione specialmente delle grandi città sul piano dei trasporti, oltre che la nota scarsa partecipazione dei maschi italiani agli impegni domestici, rende certamente il lavoro più gravoso per le donne. Si scaricano però qui sul sistema pensionistico, di nuovo, inefficienze che andrebbero comunque affrontate.

In sintesi, in Italia esiste un problema pensionistico come risultato dei bassi tassi di attività e occupazione, tanto che l’aumento dell’età pensionistica potrebbe solo aggravarli. L’aumento delle risorse sociali messo a disposizione dalla piena occupazione consentirebbe di pagare a tutti pensioni più dignitose dando al contempo a ciascuno margini di flessibilità nello scegliere l’età pensionistica anche attraverso forme morbide e socialmente utili di transizione fra lavoro e pensionamento. La piena occupazione è tuttavia scomparsa dai programmi politici.

L’argomento con cui si vuol far digerire l’aumento dell’età pensionabile è che la prospettiva di una permanenza più lunga delle donne incentiverebbe l’investimento del datore di lavoro e della stessa lavoratrice sulla propria carriera, oltre che farle maturare una pensione più alta. Una obiezione è che già ora è possibile proseguire l’attività lavorativa sino a 65 anni[2], come i maschi, anche se si è conseguito il diritto alla pensione di vecchiaia, e molte donne lo fanno per incrementare la propria anzianità contributiva: infatti: solo il 44% delle lavoratrici pubbliche va in pensione con meno di 60 anni (dati Inpdap, Il Sole 14-12-08) e tale numero si ridurrà progressivamente con l’operare degli “scalini” Prodi-Damiano. Le pensioni di vecchiaia a 60 anni riguardano dunque numeri relativamente piccoli. Circa l’impatto sfavorevole del privilegio femminile di ritirarsi a 60 anni sulle loro carriere si può ricordare come molti studi indichino che tali discriminazioni siano indipendenti da fattori di questo tipo (per cui le scelte di ritiro prematuro, ove occorrano, sono più effetto che causa dello scarso investimento individuale e del datore di lavoro sulle carriere femminili).

3. Opporsi “a prescindere”?

Ci si deve comunque opporre all’aumento dell’età pensionistica femminile, fatte salve le mansioni operaie? Non potrebbero i presunti risparmi di spesa previdenziale trovare qualche utile impiego? Il Sole (14-12-08) ci informa che l’innalzamento della pensione di vecchiaia delle impiegate pubbliche a 62 anni frutterebbe da 1,3 a 1,8 miliardi[3]. Dal punto di vista del complesso della spesa pubblica (di cui la spesa previdenziale è parte) tali risparmi sono assai dubbi in quanto un pensionato costa allo Stato meno di un dipendente in servizio, a meno che questo venga rimpiazzato[4]. Ciò che l’aumento dell’età pensionistica eviterebbe è l’aumento del rapporto fra spesa pensionistica (la quale aumenterebbe) e PIL (il quale diminuirebbe perché c’è una lavoratrice in meno, o rimarrebbe costante se tale lavoratrice venisse rimpiazzata). La sinistra potrebbe allora appoggiare una manovra che destinasse tale mancato aumento alla creazione di ulteriori posti di lavoro pubblici destinati alle donne nei servizi sociali, asili, ecc. creando un apposito fondo presso l’Inpdap. Si noti che questa non è la medesima proposta di Alesina e Ichino che si basa sull’impiego dei risparmi di spesa previdenziale per incentivare domanda e offerta di lavoro nel mercato. La nostra sfiducia nella reazione automatica delle forze di mercato agli incentivi ci fa ritenere che la creazione di posti di lavoro possa essere assicurata solo con la creazione diretta di occupazione da parte dell’operatore pubblico.


[1]
Secondo Cazzola (www.loccidentale.it, 5-1-09), tuttavia, “proprio le norme di innalzamento dell’età legale di vecchiaia (salita dal 1993 al 2000, da 55 a 60 anni) hanno largamente contribuito a determinare, negli ultimi anni, un forte incremento dell’occupazione femminile nella fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni e più in generale delle lavoratrici over 50”. Tale incremento si è avuto però in tutte le fasce d’età in seguito all’aumento dell’occupazione femminile di un milione di unità, quasi 300 mila nella fascia in oggetto. Da segnalare che fra il 2001 e il 2007 l’occupazione assoluta nella fascia d’età  25-34, più motivata e istruita, sia invece rimasta stabile, nonostante un tasso di occupazione ancora relativamente basso (in questa fascia, infatti, l’aumento del tasso di occupazione è dovuto a una cospicua diminuzione dell’offerta di lavoro in seguito al calo demografico). Senza stabilire frettolose correlazioni, un effetto spiazzamento dovuto all’accrescimento dell’età pensionabile non è da escludere.
[2]
Più due anni, da poco concessi a facoltà dell’amministrazione in contraddizione con l’obiettivo proclamato da Brunetta.
[3]
Secondo Cazzola (cit.), che richiama elaborazioni riservate dell’Inps (alla faccia della trasparenza del dibattito pubblico): “sarebbe sufficiente elevare a 62 anni (in due tranche, entro il 2013) il requisito anagrafico di vecchiaia per le lavoratrici …per consentire il recupero, nell’arco temporale compreso tra il 2009 e il 2013, buona parte di quei di 7,5 miliardi di euro cumulati che verranno a mancare per effetto del nuovo requisito di anzianità, meno rigoroso, previsto nella legge n.247 del 2007”. Cazzola si riferisce evidentemente a un aumento dell’età pensionabile sia nel settore pubblico che in quello privato, come indicato nella sua proposta di legge alla Camera (n.1299, 16-6-08). La proposta di Cazzola (Sole 13-1-09), che potrebbe fare da base alle proposte del governo, è di introdurre per tutti in maniera flessibile la scelta di pensionamento fra 62 e 67 anni (con penalizzazioni per chi si ritira prima), almeno per chi rientra nel contributivo, preceduta da un aumento graduale al 2013 della vecchiaia a 62 anni per le donne che rientrano nel retributivo. Questa proposta potrebbe risultare vincente sull’aumento a 65 anni della pensione di vecchiaia in quanto svantaggioso per le donne che solo in minima parte raggiungono i minimi contributivi per la pensione di anzianità, come invece accade per gli uomini. 
[4]
Da una parte il governo sembrerebbe intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti pubblici. La Repubblica (14-10-08) ci informa così che in base all’articolo 72 del DL 112/2008, regolamentato da una circolare di Brunetta del 20-10, si incentivano i dipendenti pubblici a starsene a casa a stipendio ridotto, in contraddizione con l’obiettivo declamato di farli lavorare più a lungo. Dall’altra parte il fatto che il numero di dipendenti pubblici negli ultimi anni sia rimasto pressoché  costante (3.640 mila nel 2000, 3.632 mila nel 2006 secondo l’ILO) può far supporre che in barba ai blocchi delle assunzioni i dipendenti pubblici siano stati sinora rimpiazzati.

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The sick fraulein of Europe

Pubblicato il 09 Dicembre 2008 da admin

“We can only hope that the measures taken by other countries … will help our export economy.” (Michael Glos, ministro tedesco dell’economia, citato dal Financial Times, 30 nov. 2008)

1. “The sick man of Europe” titolava tempo fa The Economist con riferimento al nostro paese. La corrente crisi sta tuttavia mettendo in luce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’Europa soffre di una malattia ben più grave e che riguarda il suo paese più importante: la Germania. La corrente crisi finanziaria, ormai trasmessa all’economia reale, ha evidenziato la debolezza del coordinamento europeo sui temi di politica economica, debolezza che vede al centro il rifiuto della Germania, la potenza regionale più forte, a svolgere il ruolo di paese leader con i relativi onori e oneri. Gli organi di stampa dell’establishment economico, il citato The Economist, Financial Times, Sole-24 Ore, sono tutti allineati nel denunciare questo atteggiamento tedesco sì che quasi appare strano che un sito di economisti alternativi si allinei a questo coro. Eppure la questione è rilevante perché il tema della politica economica europea è tanto importante quanto trascurato dalla sinistra radicale italiana (ed europea), se non nella vizza denuncia dei “dogmi liberisti” come nella riunione della sinistra europea tenuta a Berlino i giorni scorsi (come si evince dall’altrettanto stantio resoconto de il manifesto, 30 nov.). A tal proposito la sinistra italiana (ed europea) dovrebbe apprendere che in queste faccende non esiste una “solidarietà di classe internazionale” a cui rifarsi, ma solo i crudi interessi nazionali (e non v’è dubbio che la Linke tedesca farebbe giustamente i propri se chiamata a scegliere); se questi sono conciliabili tanto meglio, sennò meglio attrezzarsi per tempo perché “il forte fa ciò che ha il potere di fare e il debole accetta ciò che deve accettare”, come insegnava Tucidide, il capostipite del realismo politico. Ma la sinistra radicale ha sempre preferito crogiolarsi nelle utopie o nelle chiacchiere.

2. Il piano di rilancio approvato dall’Unione Europea - 200 miliardi di € - è per opinione condivisa poco più di una mera sommatoria di piani nazionali. Si è contrabbandata per novità l’attenuazione del Patto di stabilità e crescita (i famigerati vincoli di Maastricht), ma questa era già stata prevista da accordi stipulati nel 2005. Il piano tedesco è particolarmente piccino per la quarta economia mondiale, 12 miliardi, in due anni, da confrontarsi con i quasi 600 della Cina, pure in due anni, e i 275 del Giappone, la terza e seconda economia mondiale, rispettivamente (per paragone, il piano italiano è di 6 miliardi di € tutti sottratti ad altre spese già previste, per cui vale sostanzialmente zero, v. Sole-24Ore, 30 nov.). La Germania ha chiaramente rallentato, e continua a rallentare, la diminuzione del tasso di interesse da parte della BCE. Tali diminuzioni sono di scarso impatto in una situazione di razionamento del credito e di sfiducia, ma possono rendere meno costose per i governi le necessarie politiche fiscali espansive. Il surplus commerciale della Germania negli ultimi 12 mesi (ultimo dato: settembre), ci offre una dimensione della potenza economica tedesca e delle possibilità di quella economia da fare da locomotiva del rilancio globale: esso è stato di 288 miliardi di € contro i 265 della Cina e i 65 del Giappone. Nel 2007 il 63% di quel surplus è stato con i paesi europei (27 miliardi circa con Francia, Spagna e RU, e 19,6 con l’Italia).

3. La crisi in corso aveva dato anche occasione all’iperattivo presidente francese Sarkosy di proporre di rafforzare la governance economica europea. L’opposizione tedesca non si è fatta attendere temendo “che la Francia minacci così l’indipendenza della Bce o comunque voglia imporre le sue politiche economiche ai partner sfidando così la consolidata supremazia tedesca su questo fronte” (A.Cerretelli, Sole-24Ore, 24 ott.). Se l’attivismo francese ha sinora sortito solo accordi di facciata chiunque può immaginare il vuoto di governo quando nel prossimo semestre la guida europea sarà affidata a un nano geopolitico, per giunta anti-europeista, come la Repubblica Ceca.
A tal riguardo, in un utile lavoro recentemente presentato presso il Centro Sraffa di Roma, Carlo Panico ha ricostruito i meccanismi della governance europea mettendone in luce limiti e incongruenze[1].  In particolare, a fronte di ben delineati poteri e obiettivi attribuiti alla BCE a cui i trattati attribuiscono una indipendenza formale, è assente un contraltare istituzionale che coordini in maniera più ampia la politica economica. Questo non può essere costituito dall’ECOFIN, il consiglio dei ministri economici, che ha poteri formali, ma in quanto raccoglie tutti e 27 i paesi dell’Unione è un interlocutore non omogeneo alla BCE. L’Eurogruppo creato nel 1997 raccoglie i soli ministri dei paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea e si riunisce prima dell’ECOFIN (a entrambi i gruppi partecipa anche il presidente della BCE), ma non ha poteri formali, e pour cause. E’ che alla Germania la governance europea com’è va benissimo, in particolare proprio per l’assenza di quell’autorità politica che interloquisca con la BCE che Sarkosy voleva rafforzare dando più autorità all’Eurogruppo.

4. Tale governance riflette lo statuto della politica economica europea quale è venuto a formarsi nel corso dei vari trattati. Tale statuto ha tre elementi La politica monetaria è affidata alla BCE, formalmente indipendente dal potere politico, la quale l’amministra avendo come mandato il solo controllo del tasso di inflazione che, tradotto in soldoni, significa controllo del tasso di variazione dei salari nominali in Europa e in particolare in Germania. Il ritardo della BCE a diminuire i tassi di interesse, addirittura aumentandoli in luglio a tempesta cominciata, è stato dovuto alla necessità tedesca di tenere sotto frusta le cospicue richieste salariali della IG Metal (la Fiom locale) giudicate troppo elevate, poi infatti frettolosamente ritirate quest’autunno. Tenuti così sotto controllo i salari, la politica fiscale è tenuta a bada dai noti paletti di Maastricht e dei Patti di stabilità: della politica fiscale si occupano i vincoli e non è oggetto di coordinamento politico. Dal marzo 2005 questi vincoli sono stati formalmente ammorbiditi nella fiducia che, in assenza di controlli sui movimenti di capitale, i mercati finanziari provvederanno comunque a limitare le politiche fiscali dei paesi più deboli sotto la frusta dell’aumento del costo del loro indebitamento, tanto più che le difficoltà di finanza pubblica si accentuano in una fase di crisi, a maggior ragione se chi potrebbe rifiuta di espandere la propria spesa pubblica. Il terzo e ultimo tassello della politica europea è costituito dalle politiche nazionali di flessibilità dei mercati, in particolare quello del lavoro, a cui viene assegnato l’obiettivo della crescita. Nell’epoca keynesiana gli obiettivi della crescita e del pieno impiego erano visti come obiettivi sopranazionali da realizzarsi attraverso comuni politiche espansive, monetarie e fiscali mentre sarebbe stata considerata distruttiva una strategia di deflazione salariale competitiva. I risultati penosi per l’economia europea degli ultimi 15 anni confermano tale interpretazione.

5. Ma, come diceva Alfred Marshall, “bygones are bygones in Economics” (il passato è passato in economia), e allora perché in un momento in cui “tutti sono keynesiani” i tedeschi sono perniciosamente attaccati alle loro politiche? I commentatori hanno suggerito varie spiegazioni. I tedeschi danno grande valore alla sobrietà nei consumi differenziandosi dalle smodatezza dei consumatori anglosassoni al punto che le carte di credito hanno accettazione assai limitata persino nei supermarket e il credito al consumo è poco diffuso (Financial Times 28 nov.). Al riguardo i bassi tassi di interesse sono ancor oggi guardati con sospetto come la fonte di tutti i guai del capitalismo anglosassone. Così la Merkel, reagendo alle critiche mosse alla timidezza del suo governo, ha affermato l’altro giorno: “La moneta troppo a buon prezzo negli US è stata una causa della crisi odierna. Sono profondamente preoccupata che noi si stia rafforzando questo trend attraverso le misure adottate negli US e altrove trovandoci fra 5 anni ad affrontare precisamente la medesima crisi” (Financial Times 27 nov.). Ma la ragione fondamentale è probabilmente da ricercarsi altrove, e in particolare nelle scelte neomercantiliste di quel paese, il perseguimento dunque del surplus commerciale come fine ultimo della politica economica. Per gli scopi della realizzazione di tale surplus lo stato di persistente deflazione competitiva in cui la Germania si trova da anni va benissimo, anzi ne è componente essenziale tenendo bassi i costi del lavoro. Tenuti bassi i salari reali (ma il marco/euro sopravvalutati danno una mano ai consumi reali dei lavoratori tenendo basso il prezzo dei beni importati) la tecnologia tedesca fa la differenza, di prezzo e di qualità, cogli altri paesi europei. L’imponente ristrutturazione industriale tedesca degli ultimi anni e la connivenza sindacale a tale modello sono stati ben illustrati da De Cecco e Carlin & Soskice[2].  Naturalmente si dovrebbe andar oltre e cercare di comprendere i motivi storici dietro la scelta di questo modello di sviluppo che, certo, impone disciplina alla propria forza lavoro ed è stato selezionato dalla classe dirigente tedesca forse anche per questo motivo. Sarà importante sollecitare qui il contributo di qualche amico storico.

6. Il “chief eurozone economist” di Unicredit, ha opportunamente dichiarato al Financial Times (30 nov.) che la Germania dovrebbe mostrarsi responsabile a fronte dell’eurozona “piuttosto che trasformarsi in una versione occidentale della Cina” (peraltro assai meno mercantilista della Germania). Si osservi che tali politiche tedesche non sono solo perniciose in Europa, ma una delle cause dei disequilibri globali dell’economia mondiale (le cosiddette “global imbalances” su cui torneremo in un successivo articolo). Che fare dunque? A me sembra che obiettivo primo di una sinistra concreta sia fare chiarezza di dove siano i problemi politico-economici – in questo caso il problema tedesco – difficili da attaccare che siano. Quello che colpisce della passata esperienza di governo della sinistra è stata l’assenza di uno straccio di analisi fatta per tempo del contesto della politica economica europea e globale (che non fossero slogan triti e ritriti contro il neoliberismo). Non si tratta qui di stendere, si badi, illuministici progetto tardo-keynesiani (come qualcuno vorrà frettolosamente attribuirci), ma di imparare a leggere la dura realtà geopolitica globale in cui ci si muove. L’analisi è poi base per la battaglia politica, con il ben noto pessimismo della ragione ecc., a meno di volersi arroccare a gufare nella propria  torre d’avorio.

[1] “Policy Coordination in the Euro Area”, disponibile all’indirizzo: http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1265677.
[2] M.De Cecco, Germania, cosa c’è dietro il boom, Affari e Finanza, La Repubblica, 11-6-2007; W. Carlin e D. Soskice, German economic performance: disentangling the role of supply-side reforms, macroeconomic policy and coordinated economy institutions, Socio-Economic Review, ottobre 2008, v. anche il loro intervento su la voce.org  27 nov.

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