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La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

Pubblicato il 11 Febbraio 2014 da admin

Sono i meridionali, con i loro comportamenti, la causa del ritardo economico del Sud. È, questa, un’argomentazione antica, vecchia almeno quanto la «Questione meridionale» stessa. Ma è dagli anni Novanta del secolo scorso che, con termini e metodologie nuove, la tesi secondo la quale il divario Nord-Sud dipende da fattori culturali, sociali e, lato sensu, istituzionali si è ampiamente affermata tra gli studiosi e nella pubblica opinione. 

Nel Mezzogiorno, e specialmente in alcune aree, la criminalità organizzata rappresenta un fortissimo vincolo agli investimenti e al libero svolgimento dell’attività d’impresa. Sin dai primi anni post-unitari, clientelismo politico e corruzione sono stati indicati come fenomeni diffusi, in grado di distorcere l’allocazione delle risorse pubbliche. Familismo amorale, scarsità di relazioni fiduciarie, di reti di cooperazione, hanno storicamente caratterizzato le regioni meridionali.

Si dice che il Sud manca il «capitale sociale». Ma cos’è esattamente, e come si misura, il capitale sociale? Generalmente, il capitale sociale viene definito come un bene relazionale con particolare riferimento alle relazioni di tipo fiduciario e cooperativistico[1]. Per misurare la «dotazione» di capitale sociale sono stati utilizzati diversi indicatori: numero di donatori di sangue, partecipazione elettorale, numero di associazioni o cooperative, grado di fiducia intersoggettiva (desunto da sondaggi), tassi di litigiosità e criminalità e altri indicatori semplici o compositi. Come è stato osservato, l’enorme successo del concetto di capitale sociale si deve anche al fatto che nessuna scienza sociale è riuscita a darne una definizione precisa[2].

L’esistenza di un legame tra fattori socio-istituzionali e sviluppo economico è, comunque, sostenuto da un’ampia letteratura internazionale. Se il legame è accertato, la spiegazione del perché questi fattori differiscano tra nazioni e regioni, e come concretamente influenzino lo sviluppo economico di lungo periodo appare, però, non del tutto convincente.

Per quali ragioni i meridionali difettano di senso civico? Esiste una qualche loro connaturata propensione a violare le leggi? La mancanza di fiducia o di cooperazione è, forse, insita nell’indole meridionale?

Le risposte a queste domande sono riconducibili a due possibili ordini di cause.

Le storiche: le istituzioni e la cultura persistono nel tempo, e le modalità comportamentali si trasmettono attraverso i secoli e le generazioni. Carenze istituzionali e sociali hanno le radici nella storia del Sud: l’antico assetto latifondistico; la dominazione normanna; il regno borbonico; la mancanza di forme di autogoverno locale nel Medioevo, l’assenza di vescovi nell’anno 1000 e di città con origini etrusche[3].

Le antropologiche: i comportamenti degli italiani del Sud differiscono da quelli degli italiani del Nord a causa di differenze genetiche: a causa di antiche mescolanze con popolazioni africane e mediorientali, i meridionali hanno un quoziente d’intelligenza minore dei settentrionali[4]. Una tesi scandalosa.

Se fosse così l’arretratezza del Sud sarebbe un ineluttabile destino. Ma è davvero così?

Per decenni, sin dall’Unità nazionale, Abruzzo e Basilicata sono state tra le regioni più povere del Paese. Nel 1951, il loro Pil pro capite era, rispettivamente, il 60 e il 50% di quello medio italiano. Del resto, si tratta di due regioni che non hanno avuto “città-stato” medievali, né esiste alcuna testimonianza della presenza etrusca nei loro confini. Fu in Basilicata che, negli anni ’50, un giovane Edward Banfield coniò la categoria di «familismo amorale». Le stime mostrano come, nel 1871, Abruzzo e Basilicata avessero la dotazione di capitale sociale più bassa d’Italia[5], con tassi di scolarità bassissimi. Erano sì regioni povere ma, come Sardegna, Molise e (fino a pochi decenni fa) Puglia, non presentavano forme storicamente radicate di criminalità organizzata.

Ammettiamo che vi sia prova delle carenze nel capitale sociale e del familismo amorale. Tuttavia, Abruzzo e Basilicata − e analogo ragionamento potrebbe essere fatto per il Molise − hanno in parte colmato la loro condizione di ritardo. Certo, sono ancora relativamente meno avanzate di altre regioni. Oggi, tuttavia, il reddito pro capite dell’Abruzzo è l’84 % di quello medio nazionale, mentre quello della Basilicata il 70 %. Quanto al capitale sociale, è andata ancora meglio: la dotazione dell’Abruzzo è superiore alla media nazionale, e non dissimile da quella della Liguria e del Piemonte, mentre quella della Basilicata, di poco inferiore alla media, è simile a quella del Lazio.

In passato, anche il Veneto era una regione in ritardo di sviluppo. È noto: alla fine dell’Ottocento, dal Veneto partirono le prime grandi ondate migratorie transoceaniche e, fino agli anni del miracolo economico, l’emigrazione veneta verso le città industriali del Nord Ovest fu consistente. A differenza dell’Abruzzo e Basilicata, il Veneto conobbe l’esperienza dei comuni medioevali. Come l’Abruzzo, non ha avuto forme di criminalità organizzata, ma in compenso presentava carenze nel capitale sociale. Secondo le stime, nel 1871, la sua dotazione di capitale sociale era inferiore a quella di Puglia e Sicilia e non dissimile da quella della Sardegna del «codice barbaricino». Eppure, ciò sembra non aver avuto alcun effetto sulla crescita economica. Dagli anni sessanta, uno spettacolare sviluppo industriale ha reso il Veneto una tra le regioni tra più sviluppate d’Europa.

Fuori dai confini nazionali esistono dei divari che, in molti casi, hanno un’entità maggiore di quella riscontrabile oggi in Italia. Utilizzando, per semplicità, la classificazione NUTS 2, si osserva come la differenza nel Pil pro capite tra Amburgo e Meclemburgo-Pomerania A. sia, oggi, di 60 punti percentuali, quella tra Catalogna e Andalusia di 35 punti, per non parlare dei drammatici divari interni esistenti in Grecia o in Romania, Polonia, Bulgaria.

C’è chi ha sostenuto che la causa di tali divari sia un deficit di capitale sociale, una carenza istituzionale, una diversità culturale. Ma siccome le storie di queste regioni – e, tanto per rimanere in tema, i caratteri culturali e “antropologici” e “genetici” delle popolazioni che ci vivono − sono differenti, sfugge quali possano essere le cause storiche, istituzionali dei loro deficit di capitale sociale. Assenza di città-stato? Latifondi? Dominazioni di tipo ispano-borbonico? Assenza di vescovi nell’anno 1000 o di insediamenti etruschi?

È più opportuno concentrarsi sugli aspetti economici che accomunano le regioni in ritardo. Come mostrano recenti ricerche, l’evoluzione delle ineguaglianze regionali è strettamente legata al processo d’industrializzazione[6]: in una prima fase dello sviluppo nazionale, l’industria tende a concentrarsi in alcune aree che godono di un qualche vantaggio iniziale. Queste aree attraggono lavoro, capitale e altre industrie, che traggono vantaggi dall’agglomerazione geografica, in un processo cumulativo. Nel paese, il reddito medio cresce, ma anche i divari regionali aumentano. In una fase successiva, possono agire forze centrifughe che favoriscono la diffusione geografica delle attività economiche: l’industrializzazione si diffonde e le regioni convergono. L’esito finale non è, tuttavia, scontato. L’esperienza mostra come sia l’ineguaglianza, non l’uguaglianza, a caratterizzare la distribuzione regionale delle attività economiche e del reddito.

Come osservò J. Williamson in un pioneristico articolo, e come evidenziato da un recente studio della Banca Mondiale, l’andamento dei divari regionali presenta tipicamente una forma ad U rovesciata, legata al grado di concentrazione geografica delle attività economiche[7]. Questo andamento caratterizza, con alcune specificità, le traiettorie di sviluppo di molti paesi. Il grado di concentrazione industriale (misurato dall’occupazione nell’industria a livello regionale) e l’evoluzione dei divari regionali mostrano, anche in Italia, un andamento molto simile[8].

Nota: Il grado di concentrazione è misurato dall’indice Ellison-Glaeser considerando l’occupazione industriale regionale; i divari sono misurati dalla deviazione standard del Pil pro capite regionale rispetto all’indice Italia = 1. Fonte: Daniele, V., Malanima, P. Falling disparities and persisting dualism: Regional development and industrialisation in Italy, 1891–2001. Investigaciones de Historia Económica - Economic History Research (2013).

 

In alcuni casi, il processo di divergenza/convergenza può modificare la graduatoria regionale dei redditi: regioni più avanzate possono retrocedere; altre in ritardo prendere il loro posto. Nel 1891, il Pil pro capite della provincia belga di Hainaut era il 136 % della media nazionale, quello di Anversa il 91%. Oggi, la situazione si è invertita: il reddito pro capite di Hainaut è il 61 di quello belga, quello di Anversa il 117 %[9]. Sembra difficile che il capitale sociale possa aver avuto un ruolo in questi cambiamenti. Così come sembra difficile che il capitale sociale possa spiegare le fasi di convergenza regionale, inclusa quella verificatasi in Italia negli anni Sessanta del secolo scorso.

In una prospettiva di lungo periodo, lo sviluppo economico regionale appare influenzato da forze economiche fondamentali. La localizzazione industriale è determinata dalla dimensione e dall’accessibilità dei mercati, da differenziali di costo, dalla disponibilità di risorse naturali[10]. E’ vero che, nella complessità del mondo reale, anche altri fattori possono imprimere un vantaggio a un’area: le politiche economiche possono incentivare la localizzazione industriale; le infrastrutture migliorare l’accesso ai mercati e ridurre i costi di trasporto; la qualità del capitale umano favorire l’innovazione; la criminalità scoraggiare gli investimenti.

Gli studi sul nesso tra capitale sociale e sviluppo economico regionale e nazionale sono ormai innumerevoli. Naturalmente, l’impatto che il capitale sociale ha avuto sulla formazione dei divari regionali italiani merita di essere indagato. Non solo per la sua potenziale capacità euristica, ma anche per fugare il dubbio che il concetto di capitale sociale non sia «l’equivalente intellettuale di una bolla finanziaria»[11].

*Università Magna Graecia di Catanzaro

[1] Per una rassegna delle definizioni e per alcune applicazioni al caso italiano si vedano, tra gli altri, Pedrana M., 2012. Le dimensioni del capitale sociale. Un’analisi regionale. Giappichelli. Sabatini, F. 2009. Il capitale sociale nelle regioni italiane: un’analisi comparata. Rivista di Politica Economica 99 (2), 167-220.
[2] Durlauf S. N., Fafchamps M., 2004. Social Capital, CSAE Working Paper Series 2004-14, Centre for the Study of African Economies, University of Oxford.
[3] Putnam R., 1994. La tradizione civica nelle regioni italiane. Mondadori, Milano. Banfield E. C., 1976. Le basi morali di una società arretrata, il Mulino, Bologna. Guiso L., Sapienza, P., Zingales, L., 2008. Long-term Persistence. NBER Working Paper n. 14278.
[4] Per l’antropologia, i riferimenti sono a Lombroso, Niceforo, Sergi. Si veda: Teti V. 2011. La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale. Manifestolibri 2011. Sull’ipotesi genetica: Lynn, R., 2010. In Italy, North–South differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy. Intelligence 38, 93–100. Per una critica: Daniele V., Malanima P., 2011. Are people in the South less intelligent than in the North? IQ and the North–South disparity in Italy, The Journal of Socio-Economics, Volume 40, 6, 844-852. Una lucida analisi sul ruolo dei fattori sociali nello sviluppo del Sud è contenuta in: Viesti G., 2013. “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce” Falso!. Laterza, Roma-Bari.
[5] Si veda Felice E., 2012. Regional convergence in Italy, 1891–2001: testing human and social capital. Cliometrica, 6(3), Page 267-306. Dati dettagliati sono contenuti in: Nuzzo G., 2006. Un secolo di statistiche sociali: persistenza o convergenza tra le regioni italiane? Banca d’Italia, Quaderni dell’ufficio ricerche storiche, n. 11.
[6] Badia-Miró, M., Guilera J., Lains, P. 2012. Regional incomes in Portugal: industrialisation, integration and inequality, 1890-1980. Revista de Historia Económica 30(2), 225-44. Combes, P. P., Lafourcade, M., Thisse, J-F., Toutain, J.-C., 2011. The rise and fall of spatial inequalities in France: A long-run perspective. Explorations in Economic History 48 (2), 243-271. Enflo K., Ramón-Rosés, J. 2012. Coping with regional inequality in Sweden: structural change, migrations and policy, 1860-2000. European Historical Economics Society (EHES), Working paper, n. 29. Kim, S., 1998. Economic Integration and Convergence: U.S. Regions, 1840-1987.  Journal of Economic History 58 (3), 659-83. Rosés, J. R., Martínez-Galarraga, J., Tirado, D. A., 2010. The Upswing of Regional Income Inequality in Spain (1860-1930). Explorations in Economic History 47 (2), 244-257.
[7] Williamson, J. G., 1965. Regional Inequality and the Process of National Development; a Description of the Patterns. Economic Development and Cultural Change 13 (4), 3-84. World Bank, 2009. Reshaping Economic Geography, World Development Report, World Bank: Washington.
[8] Daniele, V., Malanima, P., 2011. Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011. Rubbettino, Soveria Mannelli. Daniele, V., Malanima, P. 2013. Falling disparities and persisting dualism: Regional development and industrialisation in Italy, 1891–2001. Investigaciones de Historia Económica - Economic History Research.
[9] Buyst, E., 2011. Continuity and change in regional disparities in Belgium during the twentieth century. Journal of Historical Geography 37 (3), 329-37.
[10] Krugman, P., 1991. Increasing Returns and Economic Geography. The Journal of Political Economy 99 (3), 483-99.
[11] Durlauf S. N., 1999. The case “against” social capital. University of Wisconsin-Madison, Institute for Research on Poverty, Focus, 20 (3), 1-5.

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Il dualismo insuperato dell’economia italiana

Pubblicato il 11 Giugno 2013 da admin

Tra il 2007 e il 2012 il Prodotto interno lordo italiano ha subito una flessione di oltre il 7%, così imputabile alle due macroaree del Paese: circa il 6% al Nord, quasi il 10% al Sud[1]. Un risultato che ha fatto compiere al Mezzogiorno ha un salto indietro nel tempo, sino ai valori registrati nel lontano 1997, con effetti drammatici sui livelli occupazionali[2]. Ciò rende sinteticamente evidente che, sebbene la crisi economica internazionale interessi tutta l’economia italiana, il Mezzogiorno ne conosca le le conseguenze più gravi.

D’altronde i nodi da sciogliere del Mezzogiorno sono sostanzialmente i medesimi degli anni del secondo dopoguerra: grande peso delle attività primarie, arretratezza tecnologica, inadeguatezza delle infrastrutture materiali e immateriali, ridotto spirito imprenditoriale, bassa produttività, bassi salari, forte spinta all’emigrazione[3]. Il risultato di tutto questo è che se il Centro-Nord tende a perdere contatto con i ritmi di crescita delle aree centrali d’Europa, nel Sud la “desertificazione industriale” procede a passi da gigante[4].

Insomma, il dualismo continua a caratterizzare l’economia italiana. L’unico vero tentativo di mettere in moto un processo di convergenza tra le due partizioni del Paese risale all’intervento straordinario[5] operato con la Cassa per il Mezzogiorno[6] tra il 1950 e il 1975[7]. Successivamente, il divario tra le due macro aree del Paese è tornato a crescere o, nella migliore delle ipotesi, a stabilizzarsi. Eppure, dopo l’intenso dibattito degli anni cinquanta, sessanta e settanta l’analisi delle vicende economiche italiane ha generalmente cessato di essere condotta in chiave dualistica[8], in particolar modo a partire dagli anni ottanta. A ciò hanno contribuito alcuni fattori. Da un lato, se inizialmente l’intervento straordinario aveva puntato sugli investimenti produttivi, successivamente, dopo la metà degli anni settanta, proprio quando maggiore era la necessità di una azione pubblica efficiente in grado di adattarsi ai mutamenti nelle convenienze localizzative e nell’adeguamento della produzione alle nuove condizioni di mercato, hanno prevalso interventi a sostegno dei redditi, spesso con caratteri assistenziali e clientelari. Dall’altro lato, al declino del modello di sviluppo industriale basato sull’intervento pubblico in comparti industriali a elevata intensità di capitale, venne contrapponendosi l’affermazione di un modello basato sullo sviluppo dell’imprenditoria locale, improntato a criteri di spiccata specializzazione, in una logica di forte integrazione europea e internazionale[9].

L’esaurimento dell’intervento straordinario[10] - concretizzatosi tra la fine degli anni ottanta e i primissimi anni novanta - ha visto anche un calo degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, anche per i vincoli imposti dal processo di integrazione europea. E da allora si registra una progressiva ulteriore apertura della forbice tra Nord e Sud. Il problema del Mezzogiorno viene spesso, tuttavia, ricondotto ai vincoli e alle rigidità del mercato del lavoro[11] e della formazione del capitale sociale, vincoli e rigidità che impediscono il pieno funzionamento dei mercati dei fattori produttivi e la loro allocazione efficiente tra le varie aree del paese. Tutto ciò si colloca sullo sfondo delle vicende europee: l’unificazione monetaria europea e la sua tendenza a spostare il baricentro economico-finanziario verso il Nord-Europa.

Ma la storia recente ci racconta che in Europa, così come in Italia, i divari tra le regioni sembrano destinati a perdurare e, in alcuni casi, persino a rafforzarsi[12]. L’ottimismo dei modelli che poggiano sulla fiducia che le aree arretrate possano trarre vantaggio nell’integrazione con aree sviluppate è stato vistosamente smentito. Il libero agire del meccanismo di mercato, sia sul fronte del lavoro, sia su quello della capacità produttiva legata alla tipologia delle tecniche produttive adottate, non ha permesso che le regioni meno sviluppate agganciassero lo sviluppo delle regioni più avanzate. Il vantaggio comparato rappresentato dal minor costo del lavoro nel Mezzogiorno non ha generato l’atteso riequilibrio territoriale. L’esperienza storica mostra quindi che, se lasciate all’azione spontanea dei meccanismi di mercato, le posizioni relative, di vantaggio o di svantaggio, possono persistere nel tempo per effetto dei meccanismi di “causazione circolare e cumulativa” che potenzialmente si muovono in una direzione contraria rispetto allo “sviluppo armonioso” di una area integrata[13]. Una volta che la produzione si è polarizzata in aree specifiche e in determinati settori, non ci può poi attendere uno spontaneo processo di diffusione di iniziative imprenditoriali in altre aree. Si innesca, invece, un processo cumulativo di divergenza per cui: nelle regioni in cui si concentra una struttura produttiva più efficiente e prevale la cosiddetta domanda ricca è favorito il processo di investimento e quindi di espansione; mentre le regioni la cui attività produttiva è legata alla domanda povera subiscono un rallentamento negli investimenti e nel processo espansivo. A ciò si aggiunga che le specializzazioni produttive tendono a riprodursi nel tempo e a strutturarsi, manifestando un legame di causalità con le strutture economiche, sociali e istituzionali, tendenza che le forze di mercato non riescono a correggere.

Applicata ad un sistema dualistico, tale circostanza tende ad accentuare progressivamente il divario. In più, privilegiare più o meno esplicitamente una competitività da prezzi, significa impedire la trasformazione della specializzazione produttiva e consegnare alla flessibilizzazione del mercato del lavoro il peso della competitività internazionale. Evidentemente, questa prospettiva ha finito per aggravare ulteriormente lo svantaggio delle aree meno sviluppate: anche le aree forti hanno premuto per una sempre maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro e un sempre minore intervento dello Stato nell’economia[14] col risultato che mentre nelle aree forti la crescita del reddito è affidata a economie esterne, rendimenti crescenti e fattori agglomerativi nelle aree “deboli” la deregolamentazione del mercato del lavoro e il venir meno del sostegno dello stato sociale, in aggiunta al già più basso livello di occupazione e di partecipazione, producono una riduzione del Pil pro capite. Il divario si acuisce.

Queste dinamiche riportano l’attenzione sulla caratteristica cumulativa del processo di divergenza e sui modelli di sviluppo dualistico. Riconsiderare il sistema economico italiano in chiave dualistica – con le dovute implicazioni in termini di politica economica – e reimpostare conseguentemente le politiche di sviluppo sembra quanto mai opportuno.

[1] Svimez (2013), Una politica di sviluppo del Sud per riprendere a crescere, 6 febbraio 2013, Roma.
Seppure il riaprirsi della forbice tra Nord e Sud risalga agli anni settanta – eccenzion fatta per brevi parentesi di stasi o timida riduzione  – sembra che l’entità del divario sia notevolmente cresciuta proprio negli ultimi anni in concomitanza con l’attuazione di più stringenti politiche di austerità.
[2] Dati 24° Report Sud di Diste Consulting-Fondazione Curella sul II semestre del 2012.
[3] Sulla circolarità della relazione  “impoverimento-emigrazione-impoverimento” si rimanda, in questa rivista, all’articolo di  G. Forges Davanzati, Le emigrazioni e la crisi del Mezzogiorno.
[4] Svimez, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno nel 2012, il Mulino, Bologna.
[5] Per una ricostruzione dell’intervento straordinario e della attività della Cassa per il Mezzogiorno cfr. S. Cafiero (2000), Storia dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (1950-2003), Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma.
[6] La Cassa per il Mezzogiorno fu fortemente voluta da Pasquale Saraceno che, col supporto teorico del “nuovo meridionalismo”, sottolineava la rilevanza strategica dell’industrializzazione per la soluzione della questione meridionale ma anche, più in generale, per la crescita dell’economia nazionale.
[7] Sulla “convergenza” del Mezzogiorno verso il resto del paese nel periodo citato, l’opinione riscontrabile in letteratura è sostanzialmente unanime.
[8] Per una rassegna sui modelli dualistici elaborati tra gli anni cinquanta-settanta del Novecento e il dibattito tra gli economisti che ne conseguì sia consentito rinviare a C. Vita, Il dualismo economico in Italia. La teoria e il dibattito (1950-1970), FrancoAngeli, Milano, 2012.
[9] Si veda a riguardo in questa rivista U. Marani, I luoghi comuni del “Piano per il Sud”.
[10] Secondo alcuni studiosi, il modello di sviluppo dall’alto sotteso all’intervento straordinario rispondeva solo ad una logica dirigistica e finiva con il privilegiare progetti particolari piuttosto che progetti di interesse generale. Tra gli altri, C. Trigilia (1996), “Una nuova occasione per il Mezzogiorno”, in Economia Italiana, n.2, e G. Viesti (2004), Abolire il Mezzogiorno, Laterza. Bari.
[11] Una riproposizione delle le disparità salariali e, eventualmente, dell’emigrazione come soluzione alla “questione meridionale” porta, sul piano teorico, ad una retrodatazione del dibattito ai tempi dell’analisi di Vera Lutz, secondo la quale le imperfezioni del mercato del lavoro rappresentavano la causa principale del dualismo Nord-Sud.
Con specifico riferimento alle questioni salariali cfr., in questa rivista, gli articoli di  R. Patalano e R. Realfonzo, Salari meridionali in gabbiae di G. Colacchio, Mezzogiorno in gabbia.
[12] Cfr., tra gli altri, R. Realfonzo e C. Vita (a cura di ) (2006), Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa. Verso nuove interpretazioni dei divari regionali in Europa e in Italia, FrancoAngeli, Milano.
[13] L’impatto dell’apertura internazionale ed in particolare il ruolo svolto dalla domanda estera nel determinare una configurazione di sviluppo di tipo dualistico è stato analizzato da Graziani in Lo sviluppo di una economia aperta, ESI, Napoli del 1969. Il modello proposto da Graziani descriveva in maniera esaustiva i tratti del processo di sviluppo italiano degli anni cinquanta-sessanta ma potrebbe essere validamente ripreso per rappresentare l’attuale situazione economica nazionale.
[14] La necessità di rafforzare il ruolo dello Stato nell’economia attraverso una politica industriale nazionale con funzione trainante che parta proprio dalle regioni meridionali è, invece, ribadita, tra gli altri, da F. Pirro, La grande industria abita ancora il Mezzogiorno  e Il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche, in questa rivista.

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Quali politiche per il Mezzogiorno?

Pubblicato il 23 Marzo 2011 da admin

Dopo un lungo periodo di divergenza (1861-1951), ed uno più breve di convergenza (1951-71), a partire dagli anni 1970 il divario di reddito procapite tra Centro-Nord e Mezzogiorno d’Italia sembra essersi assestato intorno al 60% ed è relativamente omogeneo, poiché, con l’eccezione dell’Abruzzo, la massima differenza tra le regioni del Sud è di circa il 10%, rispetto ad una differenza minima di oltre il 30% con la media del Centro-Nord (Pigliaru, 2010). Sono tre le domande che meritano una particolare attenzione: 1) se l’arretratezza del Sud avesse le sue cause profonde in una cultura di “familismo amorale”[1] e in carenze di “capitale sociale”, perché nella fase 1951-71 si realizzò una crescita più rapida di quella del Centro-Nord, ossia come mai la scarsa fiducia intersoggettiva, quale impedimento alle attività mercantili moderne, smise di operare soltanto per un ventennio? 2) Perché si perpetua, lungo gli ultimi quarant’anni, una situazione in cui il Centro-Nord paga trasferimenti unidirezionali verso il Sud?[2] Una risposta che invochi l’inerzia storica o fattori irrazionali, spiega male come mai i soggetti, nel corso di decenni, non imparano dai propri errori, revisionando consuetudini e percorsi sub-ottimali. 3) Quali interventi di policy, anche alla luce delle domande (1) e (2), avrebbero la capacità di modificare il sottosviluppo meridionale?Non possiamo ovviamente affrontare in modo adeguato tali questioni in un breve articolo. Ci proponiamo tuttavia di indicare una linea di ragionamento sintetizzata nella Figura 1.[3]

 

  Figura 1

Il problema sul quale intervenire è il perdurare del sottosviluppo nel Sud. Tale fenomeno può essere ricondotto a fattori economici “puri” (ramo III), come la scarsità di capitale fisico e finanziario, la bassa produttività, l’inadeguatezza del capitale umano, e così via. Poiché tuttavia il nostro esercizio si concentra sullo sviluppo socio-economico anziché sulla crescita mercantile in senso stretto, non approfondiamo questo versante. Iniziamo dunque dal ramo I. Esso assume (per confrontarsi con le difficoltà della domanda 2, posta sopra) che tra i soggetti collettivi si raggiunga un equilibrio strategico nel quale conviene a ciascuno mantenere la propria posizione, ossia che il dualismo territoriale si riproduca mediante scelte volontarie e consapevoli. Un tale equilibrio si è formato, nella vicenda italiana, tramite molteplici meccanismi; qui ci concentriamo su uno dei più potenti, la “competizione sui trasferimenti selettivi”. Supponiamo che vi siano tre gruppi sociali: S1, S2 e S3. Ipotizziamo che una policy ottiene il voto di un singolo quando costui ne ricava benefici netti sicuri. A sua volta, la policy si realizza soltanto se ottiene un numero di voti maggioritario. Il peso relativo dei tre gruppi è tale che nessuno raggiunge la maggioranza da solo. Mentre il gruppo S1 ottiene benefici certi dalla policy, e quello S3 subisce perdite certe, nessun individuo in S2 è in grado di sapere ex ante se guadagnerà o perderà. Finché l’intero gruppo S2 è in condizioni d’incertezza, non si forma un consenso maggioritario.[4] Come rimediare? Ipotizziamo che il gruppo S2 si scomponga e che i suoi singoli membri votino a favore (o contro) specifiche iniziative a seconda dei benefici (o delle perdite) che ne traggono con certezza. Ciò che stiamo raffigurando è la tipica situazione in cui il governo rinuncia alla policy di taglio generale, optando per uno “spezzatino” di interventi che siano incentivi selettivi per alcuni soggetti di S2, fino al punto in cui l’intero “spezzatino” viene approvato. Questo ragionamento mostra che, se i risultati futuri dell’azione pubblica sono ex ante incerti per una parte rilevante della società (e ciò accade quasi sempre), allora la formazione del consenso richiede lo spostamento su policy che rispondono ad interessi particolaristici.

Se applichiamo questo schema logico al nostro tema, l’equilibrio strategico scaturisce da una reciproca convenienza: alcuni gruppi del Sud preferiscono ricevere sussidi certi da alcuni gruppi del Centro-Nord, e quindi appesantire i costi di produzione e di transazione della propria area, anziché intraprendere sentieri d’innovazione sociale ed economica che sono incerti così nella loro riuscita, come nella ripartizione dei vantaggi futuri tra i gruppi del Sud; alcuni gruppi del Centro-Nord preferiscono trasferire sussidi ad alcuni gruppi del Sud, e quindi appesantire i costi di produzione e di transazione anche della propria area, anziché partecipare a percorsi di co-sviluppo delle due aree che ne superinino il dualismo territoriale, incerti così nella loro realizzazione come nella ripartizione dei vantaggi futuri tra i gruppi del Centro-Nord. L’alleanza tra gruppi del Centro-Nord e del Sud è stabile quando la dimensione dei gruppi basta appena ad ottenere il consenso (“la maggioranza dei voti”) intorno a questa strategia. Questo modello spiega la cronicità del trasferimento unidirezionale mediante una distorsione a favore dello status quo, ovvero mediante una resistenza al cambiamento, in cui “abbastanza” gruppi del Sud accettano razionalmente il proprio sottosviluppo a misura che esso preserva loro rendite e privilegi selettivi, mentre “abbastanza” gruppi del Centro-Nord distribuiscono razionalmente risorse verso l’area più povera a misura che ciò, costituendo l’onere minore, procura loro il consenso sufficiente a governare.

Questo modello appare ancora più incisivo se supponiamo che i trasferimenti selettivi favoriscano anche alcuni gruppi “improduttivi” del Centro-Nord: come nella Figura 2, esso raffigura non soltanto il perdurare del Sud come “periferia”, ma un percorso lungo cui l’intera economia italiana rischia di diventare una “doppia periferia” internamente asimmetrica.

 

 Figura 2

Passiamo al ramo II della Figura 1. Poiché le istituzioni sono le “regole del gioco sociale”, quando è debole o incerta l’applicazione di queste regole, viene meno il funzionamento stesso delle istituzioni. Ciò si traduce nel cosiddetto circolo vizioso delle regole: «vengono emanate leggi e regole che nessuno fa rispettare; l’evasione diventa di massa e la società giustifica chi evade; nel frattempo si procede a una modifica delle regole, con inasprimenti di  facciata e condoni vari, che incentivano ulteriormente l’evasione» (Abravanel-D’Agnese, 2010, p.11). Tanto il modello del sottosviluppo razionale (ramo I), quanto lo schema delle regole istituzionali inceppate (ramo II), favoriscono il proliferare di una segmentazione della società in gruppi che configgono tra loro intorno a strategie predatorie e redistributive. A sua volta, è dalla diffusione di simili strategie che nascono quelli che Meldolesi (1999) chiama i “tre flagelli del Sud”: la criminalità organizzata, il corporativismo della borghesia parassitaria e il clientelismo.

L’efficacia dell’esercizio va valutata nei termini della capacità di tradursi in progetto politico, ossia se esso aiuta a comprendere come intervenire. Il recente dibattito italiano sulla policy per lo sviluppo locale ha espresso, ci sembra, due posizioni polari. Ad un estremo è stata propugnata l’istituzione di «un’agenzia a competenza sovra regionale, dotata di risorse sufficienti (da attingere anche a quelle comunitarie […]), che agisca in “isolamento” operativo e discrezionalmente, sulla base di scelte strategiche generali circa le aree territoriali, le innovazioni e la specializzazione produttiva da promuovere o rafforzare. La formula da perseguire è quella di consentire la localizzazione “chiavi in mano” di attività fortemente innovative, ad alto valore aggiunto e orientate all’export, possibilmente gestite da società già caratterizzate da un curriculum di successo, meglio se straniere» (La Spina, 2003, p.366). All’altro estremo si è puntato ad azioni strategiche negoziali e partecipative che, nel perimetro di un sistema economico locale, convincano «molti liberi attori diversi, di diversi ambiti funzionali e istituzionali, a comportamenti che si orientano reciprocamente, ovvero a investimenti complementari lungo un sentiero di crescita definito da scelte sulle quali si raggiunge un ragionevole consenso e sui cui esiti si possono fare ragionevoli previsioni» (Bagnasco, 2003, p.116). L’una suggerisce una struttura apolitica e tecnocratica paracadutata dal cielo e difesa in un bunker. L’altra esalta le capacità auto-organizzative delle società locali, intese tanto come società civili quanto come società politiche. La prima posizione appare fragile in quanto un territorio rigetta i bunker non già espugnandoli, bensì proprio riaffermando l’isolamento con cui sono stati progettati, ossia lasciandoli implodere per carenza di informazioni e risorse dall’esterno. La seconda alimenta un nobile wishful thinking, perché lo scarso spessore di tanti segmenti dell’odierna società civile e di quasi l’intera società politica sono un “duro fatto” che non si aggira con collaborazioni multilaterali negoziate con stile pragmatico e incrementale.

La diagnostica qui enunciata suggerisce una traiettoria d’intervento che: i) Sulla scorta del modello del sottosviluppo razionale (ramo I), individui i gruppi sociali che, al Centro-Nord come al Sud, non appartengono alla coalizione dello status quo bias e sono quindi interessati ad alleanze alternative; ii) Analizzi le condizioni sotto cui diventa non conveniente per almeno alcuni gruppi rimanere nella coalizione;[5] iii) Introduca architetture istituzionali maggiormente provviste  di incentivi e di penalità tali da farle funzionare (ramo II). È insomma una traiettoria che tenta di cogliere le soggettività sociali che siano motivate al cambiamento (punto i), le circostanze che ne facilitano l’emergere (punto ii) e le nuove regole verso cui tendere (punto iii). Per entrare in quella traiettoria non occorrono le Agenzie tecnocratiche à la La Spina (strategie calate dall’alto), né i Tavoli di concertazione à la Bagnasco (strategie basate sull’autopropulsione), bensì delle “guerre lampo” che alterino i risultati economici di alcune tra le strategie attualmente vincenti: per spezzare il circolo vizioso delle regole, e per scompaginare lo status quo bias, si tratta di «individuare un punto di attacco: un settore economico, una parte del territorio, una specifica istituzione, oggi bloccati nel circolo vizioso e concentrare su di essi una quantità eccezionale di risorse, […] per dimostrare che cambiare è possibile» (Abravanel-D’Agnese 2010, pp.318-19).

*Professore associato di economia applicata all’Università di Firenze

Bibliografia
Abravanel, R. – D’Agnese, L. (2010), Regole, Garzanti, Milano.
Bagnasco A. (2003), Società fuori squadra, Il Mulino, Bologna.
Banfield, E.C. (1958), Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna, 1960.
Fernandez, R. – Rodrik, D. (1991), “Resistance to reform: status quo bias in the presence of individual-specific uncertainty”, American economic review, 81(5), pp.1146-55.
Hausmann, R. – Klinger, B. – Wagner, R. (2008), Doing Growth Diagnostics in Practice: A ‘Mindbook’, Center for International Development Working Papers, Harvard University, n.177.
La Spina A. (2003), La politica per il Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna.
Meldolesi, L. (1999), Dalla parte del Sud, Laterza, Roma-Bari.
Pigliaru, F. (2010), “Il ritardo economico del Mezzogiorno: uno stato stazionario?”, CRENoS.
Seravalli, G. (2006), Né facile, né impossibile. Economia e politica dello sviluppo locale, Donzelli, Roma.

Note

•Ringrazio Angelo Antoci, Rosaria Rita Canale e Roberto Martino per i commenti e le discussioni.
[1] Con questa celebre espressione Banfield (1958) indica che nel Sud Italia la cooperazione tende ad instaurarsi soltanto in base a logiche di appartenenza, e non riesce dunque a pervadere collettività ampie ed eterogenee.
[2] Per limitarci ad un solo esempio, dai dati del ministero delle Finanze (elaborazione Centro Studi Sintesi, 2005) risulta che l’eccesso di spesa pubblica sui tributi raccolti da Stato e Regioni (disavanzo pubblico totale per Regione) è pari a quasi 2.000 euro pro-capite in Campania, a oltre 3.000 in Calabria, a 3.500 euro in Sicilia, mentre i contribuenti lombardi versano allo Stato 5.000 euro pro-capite in eccesso di quanto ricevono.
[3] Si tratta di un esercizio ispirato alla metodologia denominata “diagnostica della crescita”, che punta a formulare una strategia di policy la quale, nel breve periodo, selezioni i principali vincoli alla crescita (i “colli di bottiglia”) e, nel medio-lungo periodo, punti a rafforzare le capacità di resilienza agli shock esterni. Come sottolineano Hausmann, Klinger e Wagner (2008), si procede dalla consapevolezza di non poter realizzare la “riforma perfetta” che simultaneamente rimedi ad ogni debolezza di quel sistema locale, e che quindi occorre diagnosticare qual è la patologia più grave e/o di maggiore influenza sulle restanti, per concentrare su di essa le misure terapeutiche. Le versioni originarie della Growth Diagnostics si fondano su un modello che si dirama dal tasso di crescita fino alle sue potenziali cause. Qui proporremo un albero diagnostico che muove da un’analisi neo-istituzionalista del sottosviluppo.
[4] Il gruppo S1 potrebbe promettere ad alcuni membri del gruppo S2, in cambio del loro voto a favore della policy, di risarcirli se, una volta effettuata l’azione pubblica, avessero perdite: ma non è una promessa credibile, poiché i vincenti di oggi sarebbero poco propensi a mantenere gli impegni presi ieri quando erano minoranza. Per una trattazione rigorosa, si rimanda a Fernandez e Rodrik (1991) e a Seravalli (2006, pp.173-76).
[5]  È l’analisi di queste condizioni che, a nostro avviso, consente di rispondere alla domanda (1) posta all’inizio. Il periodo 1951-71 sembra principalmente attribuibile a fattori temporanei – come la convergenza tecnologica delle due aree, favorita localmente dall’accumulazione del capitale umano, e la debolezza di una contrattazione salariale collettiva che in seguito avrebbe sfavorito la più bassa produttività del Sud – i quali resero in quegl’anni vantaggioso per taluni gruppi delle due parti del paese spezzare l’equilibrio del sottosviluppo.

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I luoghi comuni del “Piano per il Sud”

Pubblicato il 11 Marzo 2011 da admin

La matassa delle problematiche del Mezzogiorno, dal costituirsi dell’Unità d’Italia in poi, si dipana secondo dinamiche poco lineari che, solo riduttivamente, possono essere ricondotte alle certezze del determinismo storiografico o economicistico. L’alternarsi delle fasi di divergenza e di convergenza tra le due macro-regioni del paese s’interseca con quei momenti in cui la “questione meridionale” non assume solo priorità rituale nella gerarchia della politica economica nazionale ma diviene, nei fatti, un obiettivo realmente perseguito dalle classi dirigenti nazionali.

La mancata considerazione dei (fugaci) periodi di “politica meridionalistica-convergenza territoriale” costituirebbe una scorretta rimozione poiché eliminerebbe dall’analisi quei fattori di successo che, seppur sporadicamente, hanno costituito pre-condizioni o fattori di attenuazione del mancato sviluppo delle regioni del Mezzogiorno.

L’individuazione dei mix virtuosi di quei brevi scorci temporali necessita, anzitutto, di un definitivo superamento dei luoghi comuni che hanno minato, soprattutto sul piano interpretativo, l’efficacia e la prosecuzione di politiche economiche di stampo meridionalistico.

Una sintesi esaustiva di simili banalità è esemplarmente contenuta nel recente documento del Governo sul cosiddetto “Piano nazionale per il Sud” (Governo italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011).

E da tali luoghi comuni solo pochi studiosi riescono, purtroppo, a sottrarsi (Giannola, 2011; Viesti,2009).

La prima, la più macroscopica di queste convenzioni, riguarda l’ammontare e l’inefficiente utilizzo dei fondi che sono stati destinati alle regioni meridionali.

Il sillogismo, nella sua essenza, è coniugato con solenne quanto superficiale enfasi: poiché l’ammontare di risorse destinato al Sud è stato smisurato, ma l’utilizzo concreto dei fondi non è mai esitato in una reale inversione di tendenza, tale da innescare un continuativo processo di convergenza delle regioni meridionali al resto del paese, segue che il ridimensionamento delle risorse impegnate a tal fine non avrà, per definizione, effetti di collasso sulle regioni in ritardo.

E’ ovvio che si tratta di un sillogismo solo apparentemente ineccepibile da punto di vista strettamente logico, poiché dalla prima affermazione potrebbe discendere, come conseguenza,  l’analisi delle cause della presunta inefficienza; ma il sillogismo, come tale, si è tramandato nel corso degli ultimi decenni, spesso confortato, a posteriori, da presunte indagini economiche “neutrali” le quali associavano, come per incanto, spesa pubblica a spreco. Non che così spesso non fosse: l’economia politica del terremoto è troppo recente per non essere ricordata nella sua essenza di keynesismo politicizzato e criminale. Ma la generalizzazione, si sa, non è foriera di comprensione e finisce, secondo manicheismo, coll’omologare, ad esempio, comunità montane in riva al mare e grandi opere infrastrutturali.

Il secondo macroscopico luogo comune riguarda l’applicabilità al meridione di un modello autopropulsivo di sviluppo endogeno locale, mutuato e scopiazzato dalle esperienze delle regioni centrali di distretti industriali di piccole imprese.

Il ragionamento, particolarmente in voga nel corso degli anni Novanta, si articolava per una serie apparentemente concatenata di affermazioni tanto indimostrate quanto esplicitate con sicumera: poiché il modello “Cassa per il Mezzogiorno” ha prodotto mega-infrastrutture inutili e costose e poiché la grande impresa a partecipazione statale si è rivelata inefficiente, deficitaria e responsabile della creazione di “cattedrali nel deserto”, tanto vale ridimensionare gli impegni a favore della piccola impresa indigena, portatrice delle competenze e dei bisogni del territorio. D’altro canto, aggiungeva la tesi in questione, il modello della grande impresa era sempre meno aderente al ruolo dei paesi europei occidentali nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro, che si caratterizzava per un peso crescente di finanza, terziario avanzato e di information technology ad Ovest e per manifattura standardizzata nel medio e nel lontano oriente. “Piccolo è bello” era lo slogan entusiasta del nuovo paradigma delle scienze sociali, convinto che ogni territorio e ogni comunità presentasse potenzialità proprie di crescita, sacrificate dalla dipendenza dalla manifattura proveniente da fuori il Mezzogiorno (Donzelli e Cersosimo, 2000).

Che poi, nel frattempo, tutte le poche indagini fuori dal coro ci avvertissero del contrario era del tutto irrilevante.

Nel Mezzogiorno, nel frattempo, al grido di “meno Stato e più mercato” e di una ritrovata centralità dello sviluppo locale, la cui estensione ondeggiava dalla piccola impresa artigianale alla sagra del fungo porcino, sino alla moltiplicazione di aree industriali inutili per ciascun campanile, si smantellava la grande impresa manifatturiera meridionale.

E il terzo luogo comune, quello più esplicito e liquidatorio, è il più recente, ovvero la rivendicazione della cosiddetta “questione settentrionale”.

Proporre l’esistenza di una questione primaria per le regioni del nord del paese non indica solo liquidare il meridionalismo come visione dualistica dello sviluppo economico e sociale del paese, ma indica qualcosa in più: il rallentamento della crescita del tessuto produttivo e imprenditoriale settentrionale, unitamente allo sfascio della finanza pubblica del paese, come conseguenza dell’aver pervicacemente tentato di far convergere le regioni meridionali al resto del paese. Quando una simile miraggio si sarà diradato allora le regioni settentrionali riprenderanno a crescere e la finanza pubblica registrerà meno propensione al disavanzo (Ricolfi, 2010).

Ovviamente gli osservatori esperti della struttura produttiva italiana sanno con dovizia di argomentazioni che la crisi dell’economia del centro-nord poco ha a che fare con i presunti sperperi pubblici del Mezzogiorno, che oramai da tempo il flusso della spesa statale in conto capitale è strutturalmente indirizzata verso le regioni del nord e che il ristagno industriale dei territori storicamente dinamici è conseguenza dell’assenza di politiche industriali nazionali e del mancato adeguamento di competitività alle rigide regole dell’Unione Monetaria Europea (Gallino, 2003).

Del tutto diversa appariva agli occhi di quei pochi meridionalisti che hanno avuto la ventura di guidare la politica economica del paese la connessione tra le due macro-aree dell’Italia.

Ciò è avvenuto per periodi ristretti, mai più dalla fine degli anni Settanta in poi, immediatamente prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quella fortunata e irripetibile fase la strumentazione fu diversa e agì su più fronti: dapprima la nascita di un polo manifatturiero a partecipazione statale a seguito dei fallimenti bancari successivi alla Grande Crisi, successivamente la politica delle grandi infrastrutture e infine l’incentivazione all’ingresso di imprese del Centro-Nord nelle regioni meridionali (Graziani, 2000).

Si trattava di policy diverse, ma tutte accomunate dalla convinzione che era il meridione a palesare le potenzialità e le contraddittorietà dell’accumulazione in Italia, senza superficiali contrapposizioni tra “questione settentrionale” e “questione meridionale”.

Il Mezzogiorno, era questa l’interpretazione realmente eterodossa, anticipava, con le sue contraddizioni, i limiti del paese: dunque intervenire non rispondeva ad alcun afflato caritatevole. Il meridione, solo fenomenicamente, si poneva come un caso di mancato sviluppo; a un’analisi più approfondita si palesava come la cartina di tornasole per il conseguimento di una crescita bilanciata della nostra economia (Saraceno 1986 e Saraceno 1992).

La nobiltà intellettuale e il fervore sociale di un simile approccio sono, oramai, oggetto di un dibattito appetibile per la storiografia ma impensabile per il conformismo dell’Italia di oggi. Ma il ruolo “anticipatorio” del Mezzogiorno rimane, seppur in negativo: catalogato a peso nazionale e a fonte della nascita di un’inverosimile questione settentrionale, il Sud si limita a scandire il Medio Evo prossimo venturo della società italiana (Ires Campania, 2010).

Un futuro di elevata disoccupazione giovanile, di precarietà diffusa, di retrocessione a potenza manifatturiera di secondo livello, di un settore pubblico avvitato in un circolo vizioso di alimentazione di spese di sussistenza delle quali ci si lamenterà e ci si allarmerà sempre più.

Ammettere in futuro l’esistenza di una simile connessione sarà, probabilmente, una magra consolazione.

*Ordinario nell’Università di Napoli “Federico II” e Presidente Ires Campania

Bibliografia
Cersosimo D. e Donzelli C., 2000, Mezzo giorno. Realtà, rappresentazioni e tendenze del cambiamento meridionale. Donzelli Editore.
IRES Campania, 2010, Per un documento sul Mezzogiorno.
Gallino L., 2003, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi.
Governo Italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011, Piano Nazionale per il Sud. Le priorità per la strategia di ripresa e sviluppo del Mezzogiorno.
Graziani A., 2000, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea, Boringhieri.
Giannola A., 2011, Il Mezzogiorno nell’economia italiana. Nord e Sud a 150 anni dall’Unità
Ricolfi L., 2010, Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale, Guerini e Associati.
Saraceno P. (1986), Il nuovo meridionalismo, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli.
Saraceno P. (1992), Studi sulla Questione Meridionale: 1965-1975, Collana SVIMEZ, il Mulino.
Viesti G., 2009, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è”, Laterza.

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