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La Banca del Mezzogiorno non risarcisce il Sud

Pubblicato il 08 Novembre 2009 da admin

Quella della Banca del Mezzogiorno è una vecchia idea del ministro Tremonti. Poco dopo la sua burrascosa uscita dal secondo governo Berlusconi nell’estate del 2004, in seguito ad un duro scontro politico che lo vide opposto a Gianfranco Fini, ne espose i contenuti in un articolo apparso sul «Corriere della Sera». Il ragionamento di Tremonti era il seguente: da quando ha perso i suoi più importanti istituti di credito a seguito del processo di concentrazione bancaria che ha portato il Banco di Napoli nell’orbita di Intesa Sanpaolo e il Banco di Sicilia in quella di Unicredit, il Mezzogiorno è l’unico territorio «debancarizzato» d’Europa; e, poiché nessun territorio può svilupparsi senza una banca che abbia i suoi centri decisionali all’interno del territorio stesso, occorre costituirne una nuova con le caratteristiche descritte.  Con il che Tremonti, un po’ tardivamente, riprendeva una tesi già avanzata da illustri economisti.

Tremonti fu il primo firmatario di una proposta di legge per la costituzione della Banca del Mezzogiorno presentata alla Camera il 10 marzo 2005 e, rientrato nell’esecutivo come vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Economia del terzo governo Berlusconi, trasfuse la sua proposta in alcuni commi della finanziaria per il 2006 prevedendo un irrisorio stanziamento iniziale di cinque milioni di Euro. All’inizio di marzo del 2006, nell’imminenza delle elezioni politiche, il Comitato promotore della Banca del Mezzogiorno S.p.A. fu presentato a Napoli nella sede del Circolo dell’Unione.

Una ‘stranezza’ nel progetto di Tremonti che fece subito dubitare circa la serietà delle intenzioni del ministro fu quella di affidare la presidenza onoraria del comitato promotore al principe Carlo di Borbone, erede dell’ultimo re delle Due Sicilie, e la vicepresidenza al principe romano Lillio Sforza Ruspoli.

Con la vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006 il progetto fu accantonato per essere, poi, ripreso dallo stesso Tremonti con la legge 133 dell’agosto 2008 dove la «Banca del Mezzogiorno» veniva fondata nuovamente dall’art. 6 ter. L’estate scorsa, infine, il progetto è stato rilanciato con forza dal presidente del Consiglio in persona che ne ha fatto niente di meno uno dei punti centrali del suo programma di rilancio dello sviluppo economico del Mezzogiorno.

Il progetto di Tremonti poggiava su due considerazioni di tutta evidenza: sugli imprenditori del Sud grava un costo del credito superiore di circa un punto e sei rispetto a quello del Centro Nord; una banca estranea al tessuto economico locale non può interpretare il territorio e valutare correttamente la solidità del singolo imprenditore. Tali considerazioni erano state criticate, sin dall’inizio, dall’ABI e dal suo presidente di allora, Maurizio Sella, che, pur ammettendo l’esistenza di una differenza nei tassi a breve tra il Sud e il Centro Nord ne attribuiva la causa esclusivamente al maggior grado di rischiosità ambientale, settoriale e dimensionale.

Per certi aspetti, l’idea di Tremonti qualche effetto l’ha prodotto: non solo ha sicuramente accelerato il processo di costituzione di un’altra banca, la «Banca del Sud», fondata qualche anno fa con il contributo determinante della Fondazione Istituto Banco di Napoli, ma ha anche dato un impulso al processo di riorganizzazione territoriale dei due principali gruppi bancari italiani. Intesa Sanpaolo, infatti, ha fortemente rilanciato il Banco di Napoli moltiplicandone gli sportelli in tutto il Mezzogiorno dove il nome Banco di Napoli è comparso accanto al nuovo simbolo dell’acquedotto romano – voluto da Giovanni Bazoli – che contraddistingue le banche del gruppo; mentre, dopo qualche iniziale incertezza e un duro scontro sui dirigenti locali, anche Unicredit sta rilanciando il Banco di Sicilia il cui nome appare nelle filiali dell’isola accanto al logo e ai colori del gruppo milanese.

La Banca del Mezzogiorno di cui si è discusso in Consiglio dei Ministri opererà per almeno cinque anni come istituzione finanziaria di secondo livello. Il che significa che, almeno all’inizio, non si vedranno sportelli bancari con il simbolo della nuova banca. Esso apparirà soltanto accanto ai simboli delle banche di credito cooperativo che vorranno partecipare all’operazione e a quello delle Poste Italiane – che all’operazione parteciperà per volontà del Governo – sui prodotti finanziari offerti al pubblico dei risparmiatori. La Banca del Mezzogiorno, infatti, emetterà obbligazioni e titoli indirizzati a finanziare piccole e medie imprese che investono nel Mezzogiorno ovvero specifiche opere infrastrutturali da realizzare nel Sud, fornirà consulenza e supporto alle piccole e medie imprese per ottenere fondi statali ed europei e stimolerà la nascita di nuove banche autoctone nella forma del credito cooperativo.

Il vero punto di forza della nuova banca, secondo il Ministro dell’Economia, sarà l’applicazione di una fiscalità di vantaggio ai prodotti finanziari elaborati dalla Banca del Mezzogiorno. Nonostante il fatto che la fiscalità di vantaggio non si sia rivelata un’opzione di policy efficace per il Sud, secondo Tremonti, tale misura sarà in futuro determinante per indirizzare nuovi flussi finanziari verso il Mezzogiorno. I risparmiatori che acquisteranno i titoli della nuova banca presso la rete delle Poste e delle banche di credito cooperativo che avranno aderito all’iniziativa per una somma pari o inferiore a centomila euro potranno usufruire di una tassazione ridotta al 5 per cento sugli interessi maturati anziché del 12,5 per cento dei normali titoli del Tesoro o del 27 per cento dei conti correnti bancari. Avranno quindi un rendimento maggiore perché dovranno pagare meno tasse mentre i loro soldi non saranno a rischio perché i titoli emessi Banca del Mezzogiorno godranno della garanzia dello Stato.

Un progetto indubbiamente “creativo” quello messo in piedi dal ministro Tremonti, certo più potente sul piano politico-propagandistico che su quello tecnico-economico. Un piano che comunque ha dovuto districarsi tra mille resistenze del mondo finanziario e mille difficoltà dell’attuale legislazione bancaria interna e comunitaria. Tuttavia perché procedere le incognite sono numerose: il disegno di legge dovrà essere approvato dal Parlamento; l’Unione europea dovrà dire la sua sull’operazione che potrebbe presentare profili di criticità alla luce dei Trattati sia sotto il profilo della distorsione della libera concorrenza sia sotto quello degli aiuti di Stato vietati dai Trattati; e, non ultimo, il Comitato promotore composto da quindici membri dovrà impegnarsi in tempi brevi a raccogliere le adesioni dei soggetti privati interessati all’operazione che dovranno essere in maggioranza rispetto allo Stato destinato ad uscire, dopo cinque anni, dal capitale della nuova banca.

Ma ciò che più colpisce non è tanto l’inutile complessità del progetto messo in piedi da Tremonti, quanto piuttosto il fatto che esso sia del tutto diverso da quello immaginato dallo stesso ministro dell’Economia e sostenuto fino all’estate del 2008. Il progetto iniziale, infatti, prevedeva per la Banca del Mezzogiorno un azionariato popolare diffuso, privilegi patrimoniali per i vecchi soci dei banchi meridionali, la partecipazione degli enti locali meridionali e, soprattutto, la possibilità di acquisire marchi e rami d’azienda, cioè di riprendere e sviluppare fin da subito un’attività di una vera e propria banca e non di un’istituzione bancaria di secondo livello. Insomma, il ministro del Tesoro aveva in mente un istituto bancario che potesse, almeno in prospettiva, restituire al Sud ciò che al Sud era stato tolto: un sistema bancario autoctono ed antico che, nell’opinione di molti meridionali, non era meno solido di quello del resto del Paese.

Il progetto approvato dal Consiglio dei ministri, invece, appare il risultato di un compromesso: la Banca del Mezzogiorno non potrà fare concorrenza ai grandi gruppi bancari italiani perché non potrà utilizzare i marchi storici dei banchi meridionali finiti nell’orbita delle prime due banche del Paese, mentre dovrà limitarsi ad essere un istituto di secondo livello con qualche ambizione nell’ambito dei circuiti del credito cooperativo che storicamente nel Sud non è mai stato solido e capillarmente diffuso come nel Centro e nel Nord del Paese.

Così come proposta da Tremonti e approvata dal Consiglio dei ministri, la Banca del Mezzogiorno non servirà certo a restituire al nostro meridione quel sistema bancario proprio ed autonomo che le liberalizzazioni e privatizzazioni degli ultimi anni gli hanno sottratto e che appare indispensabile per intraprendere la strada di uno sviluppo endogeno ed autopropulsivo.

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Quell’ombra in fondo al tunnel

Pubblicato il 29 Maggio 2009 da admin

E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929[2]. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia[3]. E proprio oggi il governatore della Banca d’Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno[4], e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza[5].

Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito

Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di greed: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre Wall Street di Oliver Stone. Tanto cara a Obama, così come a Benedetto XVI, questa del greed è una tesi che ha trovato largo seguito tra i media, ma vi è motivo di credere che la realtà del problema sia ben diversa dalla narrazione suggerita dalla grande stampa e dalla televisione. Bisognerebbe infatti ricordare che i vituperati agenti del capitale erano quasi tutti rispettosi esecutori delle leggi: quella dello stato e quella ancor più cogente del mercato. Lo dimostra il fatto che le truffe sono state una goccia nel mare della speculazione legalizzata, e che mantenevano i posti di comando delle banche d’affari solo gli operatori capaci di tenere i rendimenti dei titoli al passo con le esplosive medie dei mercati. Delle chiavi di lettura moralistiche quindi è bene non fidarsi. Il problema, infatti, non è quello di rimuovere il marcio da un sistema sano e prospero. Il problema è il sistema.

Non appena però ci si azzarda a mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso, ecco puntuali serrarsi i ranghi dell’ortodossia, che subito propone una spiegazione sotto vari aspetti minimalista del tracollo. Infatti, la tesi più accreditata tra gli esponenti del mainstream neoclassico è che le determinanti della crisi siano da ricercare in una politica monetaria americana lassista, e nell’assenza di vincoli all’uso della leva finanziaria da parte delle banche. Stando insomma alla interpretazione dominante, la recessione sarebbe stata provocata da troppa moneta e da troppo credito[6]. Ritenuti colpevoli di non aver saputo anticipare la crisi, gli economisti del mainstream appaiono dunque impegnati nell’esortare i governi a irrigidire e a rendere più uniformi a livello mondiale i sistemi di regolamentazione della finanza. Un invito che a quanto pare trova diversi riscontri in ambito politico, come dimostra la crescente attenzione internazionale verso il legal standard, una proposta avanzata dal ministro Tremonti al fine di introdurre un comune codice etico globale dei mercati finanziari e dei sistemi bancari[7]. Al momento in verità non è chiaro se quella proposta da Tremonti sia una mera carta d’intenti o una normativa dotata di opportune sanzioni. Ad ogni modo, sia pure con diverse sfumature sul piano delle coercizioni previste, è indubbio che una maggior disciplina finanziaria trovi d’accordo molti esponenti dell’ortodossia neoclassica[8]. Al tempo stesso, però, tra gli economisti ortodossi si levano altrettanto numerose le grida contro una eventuale ripresa delle regolamentazioni sul mercato del lavoro. In particolare, alcuni economisti neoclassici sono arrivati a dichiarare che l’introduzione di minimi salariali o di vincoli ai licenziamenti finirebbe per aggravare ulteriormente la recessione[9].

Una tesi alternativa: la crisi di un mondo di bassi salari

Per quanto diffusa, l’interpretazione mainstream della crisi appare sotto molti aspetti superficiale e per certi versi fuorviante. Che l’espansione monetaria americana e l’eccesso di leva abbiano giocato un ruolo è un fatto evidente. Tuttavia questa non è semplicemente una turbolenza finanziaria. La Federal reserve, la finanza, il crollo dei mutui c’entrano tutti, ma rappresentano i complementi di un meccanismo più profondo, che può essere opportunamente messo in luce adottando una chiave di lettura di tipo storico-materialista, e traendo da essa lo spunto per una rinnovata elaborazione della critica della teoria economica dominante. Muovendoci lungo questo sentiero alternativo di ricerca, possiamo affermare che questa è la crisi di un sistema che compensava una tendenza strutturale alle sproporzioni e alla sovrapproduzione attraverso la creazione di continue bolle speculative[10]. In termini analitici, si può quindi definire questa recessione una crisi speculativa da sovra-sproporzioni[11]. Il che implica, semplificando al massimo, che questa può essere anche considerata la crisi di un mondo di bassi salari[12]. Dove il riferimento è ai salari sia diretti che indiretti: cioè direttamente erogati dalle imprese ma anche indirettamente erogati dallo stato tramite i servizi pubblici, il welfare, i diritti sociali universali.
L’odierno mondo di bassi salari rappresenta l’esito di tre processi interrelati, che sono andati dispiegandosi nell’ultimo trentennio in tutti i paesi OECD. Innanzitutto, una vasta deregolamentazione dei mercati: dei mercati finanziari, dei mercati delle merci, e soprattutto del mercato del lavoro. Inoltre, una impetuosa centralizzazione dei capitali: la proprietà effettiva e il controllo effettivo del capitale sono finiti in poche mani, in sempre meno mani. Infine, una continua frammentazione e divisione dei lavoratori: oggi abbiamo lavoratori identici, che svolgono mansioni identiche, magari fianco a fianco, e che tuttavia possono essere sottoposti a padroni, a contratti e persino a leggi diverse. Dunque: deregolamentazione dei mercati, centralizzazione dei capitali, frammentazione del lavoro. A causa di questi tre fenomeni interconnessi il capitale si è progressivamente rafforzato sul piano sociale e politico, mentre il lavoro e le sue rappresentanze si sono progressivamente indeboliti, in tutta Europa e in gran parte del mondo. Il risultato principale di questo spostamento nei rapporti di forza è il seguente: negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una divaricazione progressiva tra la produttività oraria dei lavoratori e il salario lordo orario dei lavoratori. La produttività oraria cresceva continuamente mentre il salario orario arrancava, spesso restava fermo al palo, e talvolta addirittura regrediva. Questa divaricazione è stata globale. Tra il 1996 e il 2006, il divario tra produttività e salari reali è aumentato di oltre 1 punto percentuale in Italia, di 2 punti in Spagna e in Grecia, di 3 punti in Austria, Finlandia e Francia, di 4 punti in Germania, e così via. In Cina e nei paesi asiatici il divario è stato ancora più grande. Ed è bene tener presente che c’era un divario significativo anche negli Stati Uniti[13].

Questo scarto crescente tra produttività e salari indica una cosa in fondo semplice: grazie al progresso tecnico e grazie anche alla intensificazione dei ritmi produttivi, i lavoratori sono stati in grado di produrre sempre di più, ma non sono stati più in grado di acquistare quel che producevano. La capacità produttiva dei lavoratori dunque cresceva, ma la loro capacità di spesa no. Il processo tendeva oltretutto ad auto-alimentarsi. La bassa capacità di spesa dei lavoratori dava luogo infatti a una bassa domanda interna, e induceva quindi le imprese dei vari paesi ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo sulla produttività e al ribasso sui salari, in modo da abbattere i costi unitari, rendere più competitive le proprie merci e cercare quindi all’estero uno sbocco per la produzione realizzata. Il problema è che così facevano le imprese di tutti i paesi, in una corsa senza fine allo schiacciamento delle retribuzioni e alla intensificazione degli sforzi lavorativi. Ma allora, se la forbice tra la crescente capacità produttiva dei lavoratori e la declinante capacità di spesa degli stessi andava progressivamente allargandosi, e se tutti cercavano di compensare la conseguente caduta della domanda interna tramite le vendite all’estero, chi mai comprava al fine di garantire la tenuta complessiva del sistema?[14] La risposta è che questo mondo di bassi salari ha potuto funzionare soprattutto perché gli Stati Uniti hanno lungamente agito come una gigantesca spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano, gli americani lo compravano. Questa spugna sussisteva non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli Stati Uniti montava un debito privato eccezionale, in grado di finanziare gli enormi acquisti di merci importate dall’estero. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, va tenuto presente che l’onda del debito statunitense ha man mano coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando Hyman Minsky[15], potremmo parlare di ultra-speculative working poors, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.

Il volto nuovo e feroce dell’America deflazionista

Alla fine però la bolla speculativa americana è scoppiata. E’ quindi venuta meno la fiducia sulle attività denominate in dollari, la cui continua emissione faceva montare il debito privato americano. L’effetto sugli equilibri mondiali è pesantissimo: gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da spugna delle eccedenze produttive mondiali. Anzi, al di là dei proclami e delle apparenze, la politica espansiva statunitense sembra essersi improvvisamente trasformata nel suo opposto: non più comoda spugna ma macchina da guerra commerciale. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti alimentavano la domanda mondiale e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso invece l’America si presenta anch’essa sulla scena internazionale con intenzioni ferocemente deflazioniste. Con i sindacati in ginocchio, il dollaro sospinto verso il declino e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, oggi gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro[16]. L’America sembra insomma intenzionata ad abdicare dalla propria leadership politico-monetaria globale. La conseguenza è che il sistema mondiale non dispone più di una spugna assorbente, cioè non dispone del meccanismo che garantiva la sua stessa sopravvivenza. E poiché sembra alquanto remota la possibilità di individuare a breve termine una nuova spugna per le eccedenze di produzione, ecco spiegato il motivo per cui questa potrebbe rivelarsi una crisi lunga, per molti versi refrattaria alle politiche economiche convenzionali e soprattutto priva di contrappesi alla dilagante deflazione salariale.

Quell’ombra in fondo al tunnel

Il governatore della Banca centrale europea ha aggiunto di recente la propria autorevole voce a quelle di coloro che insistono sull’idea che una luce in fondo al tunnel della crisi finalmente si intravede. Di contro, negli ultimi tempi si possono trovare in giro dei cartelli stradali imbrattati da una scritta maliziosa: “a causa della crisi economica, la luce alla fine del tunnel è temporaneamente spenta”[17]. In effetti, al momento la situazione appare talmente incerta che questi ironici graffiti potrebbero rivelarsi ben più azzeccati degli austeri bollettini emessi dal banchiere centrale di Francoforte[18].

 

* Una versione estesa del presente articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Marxismo oggi, 2009/1. Parte del materiale citato in questo articolo è disponibile sul sito www.emilianobrancaccio.it.

[1] «Questa è la più grande crisi finanziaria della Storia. Rischia anche di essere una delle recessioni più profonde e durature. La prima recessione davvero globale, che avviene su scala planetaria. Nessuno di noi redattori de lavoce.info, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata». Dalla introduzione dei redattori del sito lavoce.info al libro a cura di Loriana Pellizzon (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Castelvecchi, Roma 2009.
[2] Barry Eichengreen, Kevin O’Rourke, A tale of two depressions, in http://www.voxeu.org/, 6 april 2009.
[3] International Monetary Fund, World Economic Outlook, spring 2009.
[4] Corrispondenti a un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,8% del 2008 all’8,8% previsto a fine 2009. Si veda European Commission, Economic forecast, spring 2009.�
[5] Basti notare la quantità di ipotesi restrittive che sono state stabilite per poter formulare le previsioni del World Economic Outlook, cit. (le ipotesi sono esplicitate nella premessa al documento).
[6] Sembra questo nella sostanza il parere di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in La crisi. Può la politica salvare il mondo? Il Saggiatore, Milano 2008. Di simile avviso appare anche la maggioranza dei contributi riportati nel volume a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Oltre lo shock. Quale stabilità per i mercati finanziari, Egea, Milano 2009. Per un esempio della influenza di questa interpretazione anche in ambito divulgativo, si veda Massimo Gaggi, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Laterza, Bari 2009. E’ interessante notare come questa interpretazione sia stata subito condivisa dalle rappresentanze degli istituti bancari. Per esempio, in Italia l’ABI ha esplicitamente aderito ad essa. Del resto, è noto che dopo il crack di Lehman Brothers la fiducia e la patrimonializzazione delle banche sono cadute, e gli istituti di credito hanno quindi optato per una ferrea linea di razionamento del credito. Per giustificare questo cambio di strategia – che molti problemi ha comportato alle attività produttive – le banche hanno quindi trovato naturale fare riferimento agli economisti che attribuivano la crisi a un’epoca di eccessi nelle erogazioni creditizie.�
[7] Giulio Tremonti, “La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione”, Italianieuropei 1/2009. Si vedano anche gli articoli apparsi sul Financial Times del 16 gennaio 2009, sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 e sul Foglio dell’8 aprile 2009, dedicati alla proposta di Legal standard internazionale in campo finanziario e alla decisione del ministro di costituire un team di esperti incaricato di redigere un “manifesto del diritto futuro”, che definisca le basi per un accordo tra i paesi.
[8] E non solo tra i neoclassici: alcuni economisti che molto tempo fa potevano esser considerati di scuola sraffiana hanno espresso pareri favorevoli sulla iniziativa di Tremonti. Si veda Luigi Spaventa, Legal standard una speranza per i mercati, in Affari&Finanza di Repubblica, 19 gennaio 2009.
[9] Ad avviso di Alesina e Giavazzi, fu proprio l’interventismo politico sul mercato del lavoro a far sì che la recessione del 1929 si trasformasse in una grave depressione: «Hoover intervenne nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e sostenere la domanda la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria» (in Alesina e Giavazzi, cit., p. 26). La posizione di Alesina e gavazzi si basa sul presupposto che la riduzione dei salari monetari attivi un meccanismo in grado di ricondurre il sistema economico verso la piena occupazione. Ma questa assunzione è smentita dalla teoria e dai fatti. Basti pensare che il calo dei salari può implicare una caduta dei prezzi e dei redditi in rapporto agli oneri finanziari, e quindi può condurre a una esplosione dei fallimenti. Di fatto, Alesina e Giavazzi sembrano proporre un ritorno alle tesi pre-keynesiane, ampiamente superate dal dibattito novecentesco su flessibilità dei salari e piena occupazione e ritenute oggi insostenibili anche dai principali manuali americani di macroeconomia, come ad esempio Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, Bologna 2009 (di cui tra l’altro Giavazzi è il curatore italiano).
[10] Appare invece più difficile dire se questa sia o meno una crisi che attenga pure a una tendenziale caduta del saggio di profitto. Il problema non verte tanto sulla ascesa del saggio di profitto che è stata empiricamente registrata negli ultimi anni. Potremmo infatti trovarci semplicemente di fronte a una controtendenza rispetto a un processo di più lungo periodo. Piuttosto, vi sono i noti problemi di ordine teorico derivanti dalla impossibilità di accettare la interpretazione tradizionale del valore-lavoro, sulla quale la versione originaria della legge di caduta tendenziale del profitto si basa. Inoltre, sul piano empirico sembra difficile trarre elementi di supporto o di smentita della legge guardando ai soli dati relativi a singoli paesi o a gruppi di paesi. Riteniamo in questo senso che le eventuali verifiche empiriche della legge andrebbero effettuate su un campione di dati rappresentativo della intera economia mondiale o di una parte altamente significativa della medesima. E’ bene comunque precisare che eventuali elementi a sostegno della legge, in quanto tali, non entrerebbero in contrasto con l’interpretazione del crollo in termini di “crisi speculativa da sovra-sproporzioni”, ma anzi potrebbero ulteriormente rafforzarla. Ad ogni modo, a sostegno della caduta tendenziale del saggio di profitto, si vedano tra gli altri Gerard Dumenil e Dominique Levy, Capital resurgent, Cambridge MA, Harvard University Press 2004.
[11] Per un approfondimento sul paradigma di riferimento teorico da cui traiamo spunto, si veda Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, Franco Angeli, Milano 2009.
[12] Per una esposizione didattica del confronto tra la interpretazione ortodossa della crisi e la interpretazione da bassi salari, si veda Emiliano Brancaccio, Dispense integrative al manuale Macroeconomia di Olivier Blanchard, Università del Sannio, anno 2009 (riportate nella sezione didattica del sito: http://www.emilianobrancaccio.it/).
[13] I dati sono tratti dal database OECD. Per un approfondimento sui dati europei rinviamo a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, in Studi economici, n. 96, 2008/3.
[14] Per una esposizione analitica del problema, mi permetto di rinviare a Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, cit.
[15] Sulla interpretazione della crisi capitalistica basata sul concetto di posizioni finanziarie coperte, speculative e ultra-speculative, si veda Hyman P. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, Torino 1984. Di Minsky, si veda anche la recente ristampa di Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009, con una introduzione inedita di Riccardo Bellofiore.
[16] La recente intesa tra Fiat e Chrysler ci pare emblematica, in tal senso. Si veda Emiliano Brancaccio, “Dietro l’accordo Fiat-Chrysler”, Liberazione, 3 maggio 2009.
[17] Marcello De Cecco, “Poca luce in fondo al tunnel”, La Repubblica, Affari & Finanza, 11 maggio 2009.
[18] Del resto, il motivo per cui nei giorni scorsi si è parlato di “luce in fondo al tunnel” è che si sono semplicemente registrati alcuni, modesti segnali di “rallentamento del deterioramento”, vale a dire di minore velocità di caduta del reddito e dell’occupazione (una variazione tra l’altro modestissima, come si evince dall’indice €-coin della Banca d’Italia: http://www.bancaditalia.it/). Il timido ottimismo di Bernanke e Draghi di aprile, e ora di Trichet, verte esclusivamente su questo tipo di rilevazioni. Ed è curioso notare come alcuni esponenti politici e padronali (tra i quali la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia) abbiano tradotto la minore velocità di caduta del reddito con l’impropria espressione “ripresa”. Tra l’altro, in assenza di una “spugna”, vi è motivo di credere che anche nel momento in cui una vera ripresa effettivamente affiorasse, la dinamica del sistema sarebbe per lungo tempo caratterizzata da ripetute “false partenze”: piccoli slanci e immediate ricadute.

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Una formula per questa crisi

Pubblicato il 13 Febbraio 2009 da admin

1. In macroeconomia c’insegnano che i consumi sono funzione dei redditi delle famiglie. E se poi si approssimano i redditi delle famiglie alle retribuzioni dei lavoratori, allora i consumi risultano funzione inversa dei profitti dei capitalisti. La relazione è corretta, ma insufficiente. Infatti, quando i redditi e le retribuzioni superano un certo livello diventa possibile per le famiglie, oltre che consumare, acquisire un patrimonio di beni immobili e titoli mobiliari.

Nemmeno questa relazione è però sufficiente perché in epoca di finanziarizzazione sia i consumi che il patrimonio possono essere alimentati anche dal ricorso al credito, che è debito D per le famiglie. Ne risulta così che i consumi C e il patrimonio P delle famiglie sono alimentati dai redditi Y e dall’indebitamento D. Per sintetizzare si può scrivere: 

                                        C + P = f (Y, D)

Ovviamente la sostenibilità dell’indebitamento dipende dal tasso d’interesse che viene praticato dalle banche, con un doppio effetto di retroazione positivo se il tasso d’interesse diminuisce. Infatti da un lato aumenta la facilità di ricorso al credito che alimenta la costituzione di maggiori consumi e patrimoni, dall’altro cresce il valore del patrimonio già posseduto (essendo il valore del patrimonio in funzione inversa del saggio d’interesse) che consente un ulteriore ricorso al credito.
E’ stato questo “circolo virtuoso” a sostenere l’esplosione dei mutui immobiliari e quant’altro (anche in presenza di scarse garanzie personali) grazie ad una politica monetaria accomodante che negli Stati Uniti ha ridotto il tasso d’interesse dal 6,50% del 2000 all’1% del 2004.

2. Se però il tasso d’interesse aumenta, quel circolo virtuoso si fa “vizioso”. E’ quanto è successo dal 2004 in poi, da quando la Federal Reserve (per ragioni che qui non è il caso di considerare) ha preso ad alzare il tasso d’interesse portandolo fino al 6,25% alla metà del 2007. Ciò ha reso le famiglie indebitate incapaci a pagare le rate con i redditi e le retribuzioni a disposizione. Così sono state costrette a consumare di meno, provocando una caduta della domanda effettiva, oppure a vendere parte del patrimonio. In questo caso si è prodotta quella deflazione da debito descritta da Irving Fisher nel 1933 e di cui qui si può dare conto con un semplice esercizio numerico.

Sia dato un debito di 100 dollari interamente coperto da un patrimonio mobiliare (10 titoli a 10 dollari ciascuno). Se la banca chiede di ridurre il debito (diciamo del 10%), la famiglia può provvedere vendendo un titolo e consegnando il ricavato alla banca. Ad un debito calato a 90 dollari corrisponderà un patrimonio… Di quanto? Se anche altri debitori, richiesti di ridurre l’indebitamento, vendono titoli, il prezzo in borsa diminuirà, e se contemporaneamente il tasso d’interesse aumenta, i titoli rimasti perderanno di valore. Diciamo che calino a 9 dollari ciascuno, così che a fronte di quel debito ridotto a 90 dollari sta ora un patrimonio di 9×9 dollari = 81 dollari. A maggior ragione la banca chiederà di rientrare dallo “scoperto” di 9 dollari, ma la reiterazione della vendita di un altro titolo da 9 dollari, se la vendita coinvolge più debitori e/o il tasso d’interesse continua a crescere, a fronte di un debito calato a 81 dollari produrrà una svalutazione del valore patrimoniale di quei titoli a 8×8 dollari = 64 dollari.

E’ questo il paradosso di Fisher: più si prova a pagare il debito, più ci si mette in condizioni di non arrivare a pagarlo per la  progressiva caduta dei valori patrimoniali (mobiliari ma anche immobiliari, perché il processo è il medesimo) posseduti dalla famiglie, anche di quelle che non sono indebitate. E’ questa la “deflazione da debito” che, da stime provvisorie, avrebbe ridimensionato i valori finanziari nel 2008 di 50.000 miliardi di dollari (cfr. http://www.mybudget360.com/).

3. La formula mette subito in chiaro le manovre disponibili contro la deriva deflazionistica. La prima, quella più immediata, è la riduzione del tasso d’interesse così da rialzare i valori patrimoniali, come si è proceduto a fare dalla metà del 2007 in avanti. Tuttavia se continuano le vendite di titoli e d’immobili per ripianare i debiti, l’effetto della manovra è nullo e nemmeno un tasso di sconto portato allo 0% è in grado d’invertire la tendenza alla liquidazione dei patrimoni.

In alternativa andrebbe meglio l’aumento di redditi e retribuzioni, che consentirebbe alle famiglie di onorare i mutui senza necessità di ricorrere alla vendita dei patrimoni. Ma non si avrebbe una ripresa dei consumi, dovendosi destinare l’incremento del reddito al rimborso del debito. Comunque in questo caso, data la nostra ipotesi iniziale, il costo del superamento della crisi finirebbe a carico dei percettori di profitti.

Ancora più drastica è l’alternativa di una moratoria dei debiti, così che il loro pagamento venga momentaneamente sospeso oppure accollato allo Stato per dilazionarlo. Ma si tratterebbe appena di un rinvio perché i debitori dovrebbero comunque pagarli più tardi.

Per questo l’unico rimedio definitivo ricavato dalla formula è il condono dei debiti facendo pagare in questo caso il costo del superamento della crisi ai creditori stessi. Annulla il debito: sarebbe così data concretezza al precetto che risuona ogni volta che si recita il Padre Nostro: “Signore, rimetti a noi i nostri debiti, come NOI li rimettiamo ai nostri debitori”. Un  impegno verso il prossimo che non sarebbe più fatto di vane parole.

 

*L’autore è professore di storia del pensiero economico nell’Università di Bologna.

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Oligopolio e programmazione. Il ruolo dello Stato nei settori strategici

Pubblicato il 04 Gennaio 2009 da admin

Nel settore energetico, in quello bancario, nella telefonia mobile e fissa e nelle assicurazioni  oggi esiste una tendenza verso la concentrazione delle imprese, le quali accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali applicando un margine sui costi variabili (lavoro,  energia, materie prime, denaro). Ad esempio nel settore bancario in Italia le prime 5 banche controllano circa il 50% del mercato e vi sono intrecci azionari che legano tra loro i vari istituti di credito col risultato di portare gli stessi personaggi a sedere contemporaneamente nei consigli di amministrazione di imprese concorrenti. Da ciò ne consegue che lo scambio di informazioni tra le imprese “concorrenti” è “istantaneo”. Inoltre, i settori dell’energia, del credito e delle assicurazioni sono settori dove la domanda è rigida e i prodotti in molti casi sono omogenei – fornitura di gas, elettricità, benzina, erogazioni di prestiti ed offerta di coperture assicurative – il che accresce ancora di più il potere dei produttori sui consumatori. In questo quadro diventa velleitario appellarsi a processi di liberalizzazione che dovrebbero far aumentare il grado di concorrenza e quindi sostenere l’innovazione e l’efficienza a vantaggio dei consumatori oppure riporre grandi aspettative negli interventi delle Autorità Antitrust. E poi in un libero mercato le imprese sono libere di fissare i prezzi a loro piacimento, come si fa a dire quali sono i prezzi appropriati?

Il credito e l’energia possono essere considerati dei settori strategici perché il loro funzionamento condiziona l’andamento dell’intera economia. Credito ed energia da un lato sono dei “fattori di produzione” i cui costi e disponibilità hanno effetti sullo sviluppo del sistema produttivo e dall’altro lato esercitano un’influenza diretta sul reddito e sui consumi.

E’ necessario allora elaborare nuove forme di intervento dello Stato nei riguardi del settore energetico e del settore bancario per contrastare comportamenti che possono danneggiare il funzionamento dell’intera economia e per canalizzare le risorse finanziarie verso gli investimenti in ricerca e in nuove tecnologie e verso il settore sociale.

Sul piano energetico è opportuno ricordare che l’Italia ha la più alta dipendenza dai combustibili fossili di importazione e i più elevati prezzi finali dell’energia tra i grandi Paesi europei. Questa situazione, oltre a penalizzarci pesantemente sul piano dei conti con l’estero e sulla competitività dell’economia, aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alle turbolenze internazionali e non permette di ridurre le emissioni di anidride carbonica per rispettare il Protocollo di Kyoto e i recenti obiettivi stabiliti in sede europea. La riduzione della dipendenza dai combustibili fossili costituisce anche un’opportunità per rilanciare gli investimenti e per promuovere la crescita dell’occupazione in nuovi settori produttivi.

In una strategia di riconversione energetico-ambientale che punti allo sviluppo dell’energia rinnovabile ed al risparmio ed efficienza energetica, lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo trainante sia utilizzando la domanda pubblica e le imprese ancora sotto il controllo pubblico, cui si affiancano il sistema delle università e dei centri di ricerca; sia attraverso la leva fiscale. In questo quadro, le due aziende energetiche a partecipazione statale, ENI ed ENEL, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo nella ricerca e negli investimenti sulle fonti rinnovabili sul territorio nazionale. Questo è un punto critico poiché se guardiamo al settore energetico mondiale vediamo che, nel periodo 2004-2007 di continua espansione della domanda di energia e di forte incremento dei prezzi e dei profitti, le grandi imprese energetiche oligopolistiche non sono state molto propense ad investire in R&S, a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti in esplorazione, innovazione tecnologica e realizzazione di nuovi impianti. Le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&S che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre vi sono imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&S il 15% del fatturato. Oggi gli obiettivi principali delle imprese energetiche sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le stock options per il management.  Al riguardo, è significativo segnalare il caso dell’ENEL che ha accumulato un debito di 50 miliardi di Euro che deriva dalle varie acquisizioni effettuate all’estero proprio durante i due anni in cui il centrosinistra è stato al governo [1], mentre l’ENI ha perseguito una politica di continuo aumento dei dividendi.

Dunque, in una politica di riconversione energetica, l’ENI e l’ENEL dovrebbero aumentare le spese in R&S dai valori attuali che sono inferiori allo 0,3% del fatturato per arrivare ad una quota del 3% e dovrebbero potenziare gli investimenti nell’energia rinnovabile sul territorio nazionale. Una gestione più “politica” dell’ENI e dell’ENEL potrebbe permettere anche di guidare le variazioni dei prezzi finali dei carburanti e dell’elettricità dal momento che queste due aziende hanno un notevole potere di mercato e le loro decisioni condizionerebbero le politiche dei prezzi delle altre imprese.

Anche nel settore del credito è necessario un intervento politico poiché oggi le banche sono diventate dei soggetti autoreferenziali in cerca di profitti di brevissimo termine ed hanno accumulato un enorme potere economico che condiziona lo sviluppo dell’intera società.  Una strada potrebbe essere quella di coinvolgere le banche in un patto con sindacati e imprese sotto la regia del governo affinché  le banche si assumano le loro responsabilità e i loro impegni in modo chiaro e trasparente di fronte al paese. Il Patto Sociale tra sindacati, imprese e banche è finalizzato a rilanciare gli investimenti, l’occupazione e la produttività del settore privato ed implica la crescita della dimensione e della capitalizzazione delle imprese.

Per raggiungere tali obiettivi si potrebbe pensare: 1) a tassi sui prestiti collegati con il rendimento degli investimenti e con i risultati aziendali. In questo modo si possono attenuare gli effetti negativi del ciclo sulla redditività aziendale e quindi sull’autofinanziamento che concorre in larga misura a coprire i fabbisogni relativi alle spese per gli investimenti innovativi; 2) all’erogazione di credito a medio termine per gli investimenti con più lunghi tempi di ritorno; 3) al rilancio di quella che è considerata la migliore legge di incentivazione industriale: la legge Sabatini del 1965. Questa legge, che andrebbe estesa anche alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dell’energia e dell’ambiente, consente alle imprese che acquistano i macchinari di pagare in 5 anni con un tasso di interesse di favore e alle imprese che vendono i macchinari di ottenere dalle banche autorizzate il pagamento immediato; 4) a prestiti agevolati e incentivi fiscali per quelle imprese che volessero effettuare investimenti per assumere lavoratori a tempo indeterminato e per acquistare beni capitali avanzati e tecnologie innovative.

In sintesi, energia e credito sono due settori che potrebbero rientrare in una politica di programmazione in cui si cerca di definire degli obiettivi e di trovare i modi per raggiungerli.  Si tratta di rilanciare gli investimenti per ridurre il divario Nord-Sud, per accelerare il processo di riconversione energetico-ambientale e per accrescere l’occupazione stabile e ben retribuita.

Bisogna dire che per alcuni versi il centrodestra ha presentato dei piani di intervento ben più diretti, anche se non condivisibili, rispetto a quelli del Partito Democratico. Il PD (all’epoca DS e Margherita), dopo aver effettuato delle privatizzazioni assolutamente non condivisibili come Telecom  e  Autostrade, si è inchinato all’ideologia della concorrenza e delle liberalizzazioni senza capire che in diversi settori come quello energetico, bancario, assicurativo, vi è il dominio di pochi produttori che controllano e si spartiscono il mercato. Il centrodestra sta invece proponendo degli interventi estremamente centralizzati come il rilancio dell’energia nucleare e la costruzione del Ponte di Messina che, se da un lato sono più in linea con una politica di programmazione dello sviluppo quale deve essere una politica di sinistra, non sono però condivisibili poiché si tratta di scelte molto costose, impraticabili, con tempi lunghi e dai ritorni incerti. Anche gli aumenti della tassazione sulle banche e sulle imprese energetiche comportano dei rischi perché si potrebbero scaricare sui prezzi finali ai consumatori (tassi sui prestiti, carburanti, elettricità), ma hanno avuto il pregio di mettere sotto i riflettori i soggetti che negli ultimi tempi hanno conseguito i profitti più elevati.

In questa situazione desolante le forze di sinistra si presentano deboli e frammentate. Ciò è ancora più paradossale se si pensa alla crisi dell’ideologia liberista e al ritorno dell’intervento dello Stato nell’economia. Per questo è ancora più urgente che tali forze si uniscano per elaborare un progetto politico che sia credibile sul piano economico e che sia in grado di governare lo sviluppo.

 

[1] L’ENEL ha comprato la società spagnola Endesa, alcune centrali elettriche in Russia, la rete di distribuzione dell’elettricità a Bucarest.

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