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Gli inutili venti della seconda grande crisi

Pubblicato il 04 Aprile 2009 da admin

Il G 20 appena concluso non ha portato ai risultati concreti necessari per far fronte alla seconda grande crisi. Si scontravano due posizioni. Quella americana che chiedeva un maggior impegno europeo nel sostegno di politica fiscale alla ripresa, e quella europea volta a imporre una maggiore disciplina e supervisione internazionale sul settore finanziario indicato al grande pubblico come il responsabile della crisi. Né gli uni né gli altri hanno prevalso, e le misure decise riguardano sostanzialmente altro. Ma gli europei sono probabilmente i grandi sconfitti. Vediamo perché.

1. Grande mattatore della vigilia è stato Sarkozy che aveva minacciato di alzare i tacchi se gli americani non avessero accettato i suggerimenti europei di una più forte regolazione dei mercati finanziari. Ha così costituito una inedita alleanza con la Merkel ferma nell’attribuire le cause ultime della crisi nella dissolutezza del consumatore americano, mai sazio di beni e di debiti, laddove i tedeschi son saldi nella loro proverbiale assennatezza finanziaria. Eppure lo scorso autunno Sarkozy aveva strepitato contro sia la passività della politica fiscale dei tedeschi che la flemma della BCE, chiedendo di istituzionalizzare il coordinamento di politica fiscale e monetaria fra i paesi dell’Eurozona (l’Eurogruppo) così da costituire una controparte politica alla BCE. Di fronte al nein tedesco, timoroso che la BCE dismettesse il suo ruolo di guardiana di salari e prezzi e soccombesse, da organo tecnico qual è, a fronte di un Eurogruppo rafforzato politicamente rafforzato, Sarkozy ha, com’è nel corso naturale delle cose, dapprima cominciato a adottare o minacciare misure protezioniste per poi, come s’è visto, cambiare fronte e schierarsi con i tedeschi nel respingere il keynesiano americano, sia nella precedente versione Greenspan del consumatore indebitato, che in quella Obama della più classica spesa pubblica. Con un dirigente dopo l’altro sequestrato dai lavoratori francesi inferociti, a Sarkozy non era rimasto che cercare di indirizzare la loro rabbia, come si usa fare, verso il nemico esterno, le economie a bassi salari che sottraggono posti di lavoro, o l’avidità del capitalismo americano.

Gli americani, d’altra parte, di troppi controlli non ne vogliono sapere. L’establishment finanziario Usa non ha avuto difficoltà a collocare i suoi uomini a fianco di Obama, così nei risultati del G20 al di là della vaga affermazione, buona per soddisfare Sarkozy, non si è andati. D’altronde sia gli americani che gli europei, per non parlare dei cinesi, non sperano altro in cuor loro che di licenziare questa crisi come una parentesi e continuare nel casino-capitalismo di prima. Jeffrey Garten, docnte a Yale e alto funzionario al Commercio con Clinton ha ben sintetizzato la situazione: “ Qui c’è il paradosso centrale. Ciascuno ha perso la fiducia sul sistema americano perché più se ne viene a sapere più si capisce che si è perseguito un capitalismo molto irresponsabile. Ora ciascuno sta aspettando che gli Usa li vengano a salvare. …L’ironia è che molti dei nostri partner, dopo averci rimproverato per essere stati irresponsabili ed avidi, vogliono ora ritornare all’era quando i consumatori americani sostenevano il mondo, quando noi spendevamo molto e risparmiavamo poco” (NYTimes.com, 31/3/09).

A fronte di questa posizione Obama non brandirà l’arma del protezionismo, anche se anche gli Usa, come altri 17 paesi dei 20 paesi, hanno intrapreso passi in questa direzione in maniera da assicurarsi che gli stimoli siano spesi per merci americane. Il protezionismo costituisce il pericolo paventato dal ministro britannico Lord Malloch-Brown che ha organizzato il G 20: “L’idea più pericolosa che gira è che il mondo in qualche modo si aspetti che il consumatore americano accorra in soccorso. …Se questa idea persiste condurrà l’America al protezionismo” (Int.Herald Tribune, 23/3/09). L’America non lo farà, sarebbe la fine della sua leadership mondiale, ma lo minaccerà seriamente, specie contro gli europei.

2. L’atteggiamento incostante di Sarkozy ha fatto perdere l’occasione per guidare l’opinione pubblica europea verso i veri problemi, progressivamente emersi già dalla fine degli anni settanta: (a) superare la situazione in cui tre fra le quattro più grandi economie, Germania, Giappone e successivamente la Cina, pretendono di vendere ma non acquistare dagli altri, lasciando così agli Usa il ruolo di locomotiva solitaria, cioè di mercato di ultima istanza, ruolo svolto col keynesismo balordo di cui abbiamo detto; (b) restituire ai salari la quota del reddito che hanno perso (nel caso della Cina, che non ha mai avuto) negli ultimi 25 anni sì da stabilizzare la domanda.

Le misure concordate dal G20 non affrontano tali questioni. Le cifre eclatanti stanziate, 1100 miliardi al Fmi, consistono in gran parte di erogazioni già previste o di mere promesse. Sopratutto esse curano uno degli effetti della crisi, le possibili crisi finanziarie dei paesi in via di sviluppo, ma non le cause. K.S.Rogoff di Harvard ha per esempio dichiarato: “I paesi ricchi si congratulano per aver intrapreso i passi giusti, come se il solo problema ora fosse di aiutare i mercati emergenti” (NYTimes.com 3/4/09). Tale aiuto è in realtà un salvataggio indiretto delle banche creditrici europee e americane, e se avverrà con il tradizionale corredo di misure restrittive, non c’è da stare allegri in quanto contributo alla deflazione mondiale. Il resto, come la denuncia dei paradisi fiscali, costituisce il solito specchietto per le allodole. Se è per questo, l’UE i paradisi fiscali se li è già portati in casa sotto forma, ad esempio, delle repubbliche baltiche. Non si è mancato di costituire la classica “commissione” che si istituisce quando non si fa nulla di concreto allargando il Financial Stability Forum ai paesi emergenti. Nessun potere di supervisione internazionale sulla finanza come richiesto a gran voce da Sarkozy, solo un ruolo di osservatore affidato al Fmi. Sulle politiche di stimolo fiscale solo un vaghissimo impegno.

Un serio coordinamento delle politiche economiche globali richiederebbe ben altro, sia come volontà politica che come salto intellettuale. E’ possibile che gli americani lo faranno, almeno in qualche misura, con un interlocutore più serio come la Cina, in un G2 che emarginerà gli europei, mentre questi ultimi continueranno a subire il neomercantilismo tedesco.

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Scorpacciate di risparmio o digiuno di investimenti?

Pubblicato il 09 Marzo 2009 da admin

Le cause immediate della crisi sono fatte spesso risalire all’assenza di regolamentazione e alla politica espansiva della Fed che, mantenendo i tassi d’interesse artificialmente bassi, avrebbe provocato un’eccessiva offerta di risparmio. Come è ampiamente spiegato nei noti modelli di selezione avversa, quest’ultima avrebbe, a sua volta, provocato la formazione di un pool di debitori sempre più scadente con le conseguenze che sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Secondo un articolo dell’Economist dello scorso gennaio un benefico “flow” di risparmio sarebbe diventato una disastrosa “flood” ma l’inondazione sarebbe dovuta più alle “global imbalances” generate all’estero che un frutto endogeno della economia e della politica americana.
In effetti, il governatore Bernanke sostiene da molto tempo che il ruolo della Fed nell’espansione del credito è stato marginale e che la causa ultima della crisi è stata una scorpacciata di risparmi (saving glut) cui gli Stati Uniti sono stati costretti a causa del massiccio afflusso di risparmi proveniente da altri paesi (v. su questo anche Sergio Cesaratto, www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi/).
C’è qualche cosa di simpaticamente infantile nella formulazione della tesi del Governatore della FED. A molti di noi (per quanto mi riguarda, a casa della mamma) capita di attribuire le scorpacciate, e le crisi digestive che esse provocano, all’ottimo e sovra-abbondante cibo che viene cucinato. Il vero limite della tesi di Bernanke non sta tuttavia tanto nell’infantilismo della sua formulazione ma nell’inesattezza dei suoi contenuti. Come mostrano i dati contenuti nel paper della Banca di Francia di Moec e Frey, negli altri paesi non c’è stata una sovrabbondanza di risparmi ma piuttosto un digiuno d’investimenti. Negli ultimi anni, nel mondo, i risparmi non sono cresciuti. Invece, specialmente al di fuori degli Stati Uniti, sono diminuiti gli investimenti. In altre parole, l’abbondanza di cibo in America sarebbe stata il frutto di un blocco dei sistemi di digestione dei vicini.
Si potrebbe sostenere che, in questa situazione, gli americani dovevano generosamente digerire anche per conto degli altri paesi e fornire loro trasfusioni di cibo pre-digerito. Parte del risparmio assorbito dall’America era infatti iniettato sotto forma d’investimenti diretti nella circolazione dei paesi colpiti dal blocco del loro sistema digerente.
Non è dunque colpa dei vicini se essi non sono riusciti a creare adeguate opportunità d’investimento, per di più intossicando gli americani con la loro inondazione di risparmi?
Il problema è che le lobby legate alle multinazionali americane, facendo pressione per la nuova architettura del commercio internazionale partorita a Marrakesh nel 1994 hanno avuto un ruolo niente affatto marginale nel causare il blocco dei sistemi digestivi dei loro concorrenti.
Partiamo dal 1992 quando George Bush Senior conclude una presidenza piena di successi in politica estera in un quadriennio che vede, fra l’altro, il crollo delle economie socialiste e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Eppure lo slogan “it’s the economy stupid!” basta a fargli perdere le elezioni contro Clinton. La causa non è tanto la crisi congiunturale iniziata nel 90 ma la consolidata percezione che il “modello americano” sia perdente rispetto a quelli alternativi giapponesi e tedeschi. Nel decennio precedente si sono consumati fiumi d’inchiostro per descrivere i miracoli del management giapponese e suggerire i vari modi in cui gli americani avrebbero potuto imitarlo.
Alla fine degli anni 90 il quadro si è capovolto. Gli Stati Uniti (e l’Inghilterra) sono diventati il modello da imitare e gli eroi di ieri (non solo Germania e Giappone ma, dopo la crisi del 97, anche tutte le tigri asiatiche) si affannano a ristrutturare le loro economie sulle orme del cosiddetto modello anglo-americano. Frattanto l’economia cinese ha un rapidissimo sviluppo. Cosa ci porta a questo improvviso rovesciamento della situazione?
La spiegazione potrebbe essere fatta risalire al solito ritornello liberista: solo gli americani (e gli inglesi) avrebbero riscoperto improvvisamente le virtù del mercato, offrendo così numerose opportunità d’investimento precluse ai loro rigidi concorrenti.
E, tuttavia a ben guardare, non sono state le virtù della concorrenza ma i vantaggi del monopolio intellettuale a far riguadagnare rapidamente terreno agli Stati Uniti rispetto alle altre economie occidentali. Infatti, nella prima metà degli anni 90, gli Stati Uniti non hanno più rivali militari e politici globali e possono riorganizzare l’economia mondiale in un modo diverso che valorizzi al massimo la loro leadership scientifica e tecnologica e soprattutto le loro posizioni di monopolio.
Le caratteristiche salienti del nuovo mondo sono contenute nei TRIPS firmati a Marrakesh il 15 Aprile del 1994. Significativamente, i TRIPS costituiscono l’annesso 1C dell’accordo con cui viene fondato il WTO.
Il preambolo dei TRIPS recita come cosa ovvia che “intellectual property rights are private rights” come tutti gli altri diritti di proprietà privata. Eppure questa ovvietà era sconosciuta a un economista dell’innovazione del calibro di Schumpeter ed è stata recentemente messa in discussione nel bel libro di Boldrin e Levine Against Intellectual Monopoly. Se il riconoscimento dei diritti di proprietà (inclusi quelli intellettuali) costituiva la base naturale del libero scambio, la ratificazione dei TRIPS non poteva non costituire un annesso degli accordi del WTO e un requisito obbligatorio per accedere al commercio internazionale. Diversamente da tutti i precedenti accordi internazionali relativi alla proprietà intellettuale, l’inclusione dei TRIPS nella costituzione del WTO comportava un efficace meccanismo per far rispettare la proprietà intellettuale. Gli Stati potevano ora essere disciplinati mediante le istituzioni dello stesso WTO e, in casi estremi, si sarebbe potuto limitare l’accesso al commercio internazionale ai “ladri” di proprietà intellettuale.
A dispetto dell’accattivante retorica declamante libero scambio e proprietà privata, gli accordi di Marrakesh introducono surrettiziamente super-tariffe tali da far impallidire il protezionismo più spinto. Con i TRIPS i diritti di proprietà intellettuale diventano dei monopoli globali e cioè, in un certo senso, dei dazi doganali dal valore quasi infinito. Non solo i concorrenti degli altri paesi non possono esportare il bene nel paese del monopolista intellettuale ma hanno anche il divieto di produrlo nel loro stesso paese. Quando alcune multinazionali di qualche paese si organizzano in “patent pools”, la desertificazione economica di quel settore negli altri paesi diventa inevitabile e sembra non lontano dalle passate imposizioni dell’Inghilterra alle sue colonie e in particolare, all’India (Marcello De Cecco, Money and Empire, Rowman and Littlefield, 1975).
Salvo qualche notevole eccezione come Krugman abbiamo assistito in questi mesi a un coro di allarmi per i danni di un incombente protezionismo. Si fa notare come uno degli effetti peggiori delle crisi finanziarie sia che esse possono disintegrare il libero scambio. E tuttavia, il rapporto fra i due fenomeni presenta una complessità del tipo problema uovo-gallina che non ammette facili soluzioni.
E’ certamente vero che la crisi sta portando ad atteggiamenti protezionistici e a ritorni di nazionalismo economico.
E’ però anche vero che il protezionismo, celandosi sotto le sacre vesti dei diritti di proprietà privata, ha contribuito a generare la crisi finanziaria. Esso ha fatto inizialmente solo scemare le opportunità d’investimento fuori dagli Stati Uniti mentre questi ultimi, grazie agli investimenti diretti delle loro multinazionali, hanno per un certo tempo digerito anche per gli altri. Infatti, come mostrano Moec e Frey la crisi è stata preceduta, prima di tutto, da una caduta degli investimenti fuori dall’America. In parte, questa caduta è stata inizialmente attenuata dagli investimenti diretti delle multinazionali dotate di un’imbattibile ricetta a base di monopolio intellettuale americano e lavoro cinese a basso costo.
Alla caduta degli investimenti degli altri paesi si è poi aggiunto un graduale blocco digestivo delle stesse imprese multinazionali americane. Già nel luglio 2005 l’Economist parlava di un “corporate savings glut” e nel sottotitolo notava come ormai le grandi corporation, ancora di più delle economie emergenti, fossero diventate i leader mondiali della corsa globale verso la frugalità. Lo stesso articolo faceva poi riferimento al famoso paradosso della frugalità di Keynes secondo cui se tutti vogliono risparmiare dovrà (in assenza d’investimenti) calare il risparmio… anche se passando naturalmente prima per bolle speculative e varie “innovazioni finanziarie” (vedi Marcello De Cecco, www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=449).
In conclusione, se le crisi finanziarie hanno provocato il protezionismo, il superprotezionismo della proprietà intellettuale ha fatto calare gli investimenti. Ciò è avvenuto in due fasi (largamente sovrapposte nel tempo) e secondo due meccanismi.
Nella prima fase, dopo i TRIPS, si è avuto il lancio del modello cino-americano e una corsa a investimenti tesi a consolidare i monopoli intellettuali americani. Mentre si aprivano nuovi spazi per le compagnie americane superdotate di queste “risorse”, si chiudevano molte opportunità d’investimento autonomo per il Giappone e per le ex-tigri asiatiche che non avevano né le dotazioni monopolistiche americane né i bassi costi cinesi. La crisi asiatica del 1997 rappresenta il culmine di questa fase.
Nella seconda fase, secondo i meccanismi descritti nelle note tragedie degli anti-commons, i monopoli intellettuali mondiali sono diventati troppo pervasivi e hanno cominciato a bloccarsi a vicenda. A questo punto comincia a incepparsi anche il meccanismo d’accumulazione dei grandi “proprietari di conoscenza”.
La caduta degli investimenti ha quindi creato alcune delle condizioni che hanno portano alla crisi finanziaria, e quest’ultima ha a sua volta portato il livello degli investimenti verso nuovi precipizi da cui sarà difficile risalire senza un notevole numero di misure di politica economica. Tra di esse non dovrebbe mancarne una che, coniugando le politiche keynesiane con la capacità della conoscenza di essere usata infinite volte senza deteriorarsi, generi un supermoltiplicatore degli investimenti. Sostegno alla domanda aggregata e riappropriazione della conoscenza possono costituire due facce di una stessa politica tesa a liberare l’innovazione dalla gabbia del monopolio intellettuale e a fornire più opportunità d’investimento per tutti.

 

*L’autore è professore ordinario di politica economica nell’Università di Siena. Questo articolo esce anche sul sito  www.econ-pol.unisi.it/blog

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