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Le agenzie di rating e la politica europea

Pubblicato il 11 Luglio 2011 da admin

La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.

Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l’attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia?  La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del Financial Times Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul Sole 24 Ore del 9/7 l’intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l’unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.

Quella che finora è mancata è la volontà politica – tanto che la BCE sta facendo una irresponsabile politica di aumento dei tassi di interesse, che aggrava le posizioni debitorie di famiglie, imprese e governi. Ma allora l’Europa dovrebbe prendersela con se stessa prima ancora che con le agenzie di rating[1].

Si dirà: ma certo se la speculazione attacca questi paesi e non altri debbono esservi delle ragioni. Certamente è vero che i paesi della periferia europea hanno delle debolezze strutturali, in primis la difficoltà a mantenere in pareggio i propri conti con l’estero (cioè a esportare quanto importano) legate, tra l’altro, all’impossibilità di governare il tasso di cambio in modo appropriato per le proprie economie. Ma dopo la crisi del 2008 sono molte le economie e i sistemi bancari nazionali ad avere delle fragilità strutturali, e altri paesi come il Giappone e la Gran Bretagna ad esempio, hanno debiti pubblici più elevati in rapporto al PIL di quello di paesi europei oggi in difficoltà. La ragione ultima dell’attacco verso la ‘periferia’ dell’Europa (e di nuovo, su questo consentono gli osservatori internazionali), sta nel fatto che a differenza di altri paesi, quelli europei hanno abdicato alla propria sovranità monetaria e non hanno dunque una banca centrale nazionale che possa operare in modo da difendere il paese dalla speculazione, oppure in modo da rilanciarne le esportazioni e la crescita attraverso una (pur costosa per molti versi) scelta di svalutare il cambio. D’altra parte la BCE non sta agendo (e non ha attualmente il mandato politico per farlo) in modo da difendere le economie di questi paesi nell’unico modo che sarebbe efficace, e cioè, come si è detto, intervenendo in modo da ridurre i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico.

Sul Sole 24 Ore del 9 luglio Perotti e Zingales sostengono che la situazione è drammatica, ma c’è una via d’uscita per l’Italia che consiste nel varare rapidamente misure di austerità più severe e più rapide di quelle sinora previste, pari al 4% del PIL tra aumento delle entrate e riduzione della spesa, in modo da raggiungere rapidamente il pareggio nel bilancio pubblico complessivo, cioè comprensivo degli interessi pagati ai possessori dei titoli del debito pubblico. Essi ammettono che si tratterebbe di misure durissime, perché una manovra di queste dimensioni dovrebbe necessariamente richiedere, oltre ad aumenti delle imposte, tagli severi a pensioni e stato sociale (quindi scuola, sanità ecc.) e inoltre la privatizzazione e vendita di tutte le società pubbliche o a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai sono gli esempi citati). A questo già severo quadro tracciato da Perotti e Zingales bisognerebbe poi aggiungere gli effetti complessivi sull’economia di una tale manovra, che comporterebbe non solo i tagli sopra descritti ma anche di conseguenza una caduta della domanda e del PIL, e dunque della produzione industriale, degli investimenti e dell’occupazione di dimensioni paragonabili a quanto accaduto sulla scia della crisi finanziaria del 2008, e che a quelli si andrebbero ad aggiungere, dato che l’economia Italiana non si è ancora ripresa e ha oggi livelli di produzione e occupazione significativamente al di sotto di quelli pre-crisi.

Il prezzo dunque è estremamente alto. E tuttavia, vista la drammaticità della situazione, dobbiamo chiederci se ciò potrebbe davvero mettere l’Italia al riparo. La risposta è un secco NO. Basti qui una riflessione: i conti su quanto si debba tagliare per portare il bilancio in pareggio sono fatti per volumi di pagamenti degli interessi sul debito che riflettono i tassi di interesse correnti. Ma se la speculazione finanziaria rimane libera di determinare i tassi di interesse sul debito pubblico, questi possono, come per la Grecia e poi per il Portogallo, schizzare a valori tali da rendere impossibile, non importa con quali sacrifici, raggiungere il pareggio di bilancio, e ciò a causa dell’aumento vertiginoso della spesa per il pagamento degli interessi. Poiché tale attività speculativa è possibile e lucrosa, perché mai non dovrebbe essere intrapresa? In che modo i sacrifici descritti potrebbero porvi termine?

Al contrario, proprio la loro inutilità nell’aggiustare i conti dà ulteriore benzina alla speculazione.[2]

Sin qui sta accadendo esattamente quanto era stato previsto e descritto nella lettera sottoscritta nel giugno del 2010 da oltre duecentocinquanta economisti, e come già lì si avvertiva, senza un cambiamento radicale delle sue politiche il prossimo futuro dell’Europa è assai fosco.

 

 

 

[1] Va anche ricordato che è proprio l’Europa che ha dato alle agenzie di rating uno status semi-ufficiale, in quanto la BCE accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche sulla base dei loro giudizi.
[2] Come sostenuto tra gli altri da Cesaratto e Turci su Il Riformista del 10/7 l’aggiustamento fiscale imposto all’Italia e agli altri paesi periferici impone costi economici e sociali tali da minare la stabilità, non solo sociale ma anche economica, di questi paesi - i mercati lo sanno e adeguano (al rialzo) i già elevati tassi.

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Sovranità monetaria e democrazia

Pubblicato il 05 Giugno 2011 da admin

Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.

La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla  moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un fait accompli – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.[2] Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti,  dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.

Lo sconforto sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti, alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche (una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli sbattendo le porte.[3] Draghi, per coloro che coltivassero illusioni, ha ribadito nelle ultime Considerazioni finali che “né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano di fare quello che  i trattati europei vietano loro di fare e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le democrazie  europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni. Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di contro-altari istituzionali in un sistema di checks and balances. Ma a parte di una banda di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica economica!

La BCE ha dovuto durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario europeo e globale. A parte l’implausibile ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico, ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso l’ultra-falco Bini Smaghi, qualunque sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione del debito (per esempio qui)  - la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale, e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni dell’amministrazione.

Per quanto riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione, e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (quiqui qui), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza di proposte che fa poco ben sperare.

La dichiarazione di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara in favore dell’immediata istituzione  di una banca nazionale debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta. Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania. La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci sembra, comunque, un primo, essenziale passo.

[1] William Lyon Mackenzie King (1874-1950), leader del partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.
[2] Come ricordato da Aldo Barba in un interessante intervento al convegno per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale nei giorni scorsi.
[3] Bini Smaghi è arrivato a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa detiene. Contro i timori della BCE vedi Roubini.

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Per una nuova politica economica in Europa

Pubblicato il 24 Marzo 2011 da admin

Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000.

Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.

Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto  implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:

- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);

- pari passu, riforma delle istituzioni economiche europee, in primis della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;

- sostegno allo stato sociale privilegiando la produzione di beni pubblici, sociali e culturali a basso impatto ambientale; ridefinizione delle politiche del lavoro al fine di ridurre il grado di precarietà nei rapporti di lavoro e tendenzialmente portare ad una crescita della quota dei salari nel reddito nazionale;

- ripresa della competitività a lungo termine, non attraverso le politiche della concorrenza ma consentendo ai paesi di riappropriarsi di strumenti attivi di politica industriale.

I modelli di sviluppo neo-mercantilisti nei paesi centrali dell’Unione confliggono con queste proposte. Ma la forza degli eventi ha già portato l’Unione ad adottare misure precedentemente impensabili, e i rischi di deflagrazione dell’area euro che le politiche attuali comportano possono aprire spazi alle proposte che qui avanziamo.

La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte

La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta nell’ultimo trentennio della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole. A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha avuto origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e non dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi. In questa vicenda non ci sono paesi buoni e cattivi, né è corretto definire il debito pubblico di alcuni paesi come un “male” o tanto meno come una responsabilità esclusiva di quei paesi; piuttosto, siamo in presenza di scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali (che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive), sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro. In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi che sono stati oggetto di attacchi speculativi sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi, che costituisce una interessante e positiva novità, è stato però del tutto insufficiente.

Purtroppo, le misure in corso di approvazione in questo summit non modificano tale impostazione. Esse si limitano infatti a un marginale rafforzamento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono. Queste misure confermano il perdurante orientamento conservatore delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni.

Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi in difficoltà, mentre al contempo si avvia verso un improvvido aumento dei tassi di interesse che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, dei beni alimentari e delle materie prime. La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta. Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “Lettera” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.

Per una nuova politica economica europea

Cosa proponiamo in alternativa? Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati - i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole insufficienti, e diventano null’altro che fumo negli occhi, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio restrittive e da una politica monetaria del tutto indifferente allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.

Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che metta fine al rischio di deflagrazione dell’area euro e permetta una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale nei paesi periferici:

1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi che hanno maggiori livelli del rapporto debito/Pil di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali dei rispettivi rapporti, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito in quei paesi. Ciò, congiuntamente a un maggior finanziamento del bilancio europeo dovrebbe contribuire a rilanciare immediatamente la domanda aggregata in Europa;

2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da stabilizzare il debito senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;

3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione non inferiore a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%.  Al tempo stesso, i salari reali dovrebbero aumentare in ciascun paese non meno della produttività del lavoro. Anche per favorire ciò  dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e riforme del mercato del lavoro che riducano la precarietà. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partner, dovrebbero essere soggetti a misure di pressione volte a determinare un mutamento di quelle politiche;

4. occorrerebbe contrastare la speculazione internazionale e i fenomeni di dumping sociale in particolare da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative e sul commercio sleale, e di armonizzazione fiscale.

Le proposte ora delineate non possono non richiedere un mutamento profondo delle istituzioni economiche europee, e in particolare:

a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione;

b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della piena occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile. Quindi va valorizzato il ruolo di indirizzo delle politiche economiche.

Le vicende che hanno accompagnato la crisi mostrano che dietro la pressione degli eventi sono possibili rapidi passi in avanti, precedentemente quasi impensabili. La  mobilitazione della sinistra europea dovrebbe spingere tale processo più in là, anche accrescendo la coscienza di massa su questi temi. In questo quadro sarebbe possibile rilanciare il modello sociale e cooperativo europeo su pilastri quali:

- politiche del lavoro e distributive volte ad assicurare una  più equa distribuzione del reddito che, in un quadro non inflazionistico da realizzarsi col consenso dei lavoratori e delle loro organizzazioni, sostenga attraverso una crescita della parte del prodotto sociale che va ai lavoratori la domanda interna nei vari paesi;

- più armonico equilibrio territoriale ed implementazione di un meccanismo di riaggiustamento rispetto agli squilibri territoriali garantito da un consistente finanziamento del bilancio dell’Unione, che possa assecondare l’ulteriore espansione della domanda;

- sostegno ai sistemi di welfare state come strumento di coesione sociale;

- sostenibilità ambientale con lo sviluppo di consumi sociali ed investimenti in conoscenza e tecnologie sostenibili.

Il rilancio delle competitività nazionali, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta dell’occupazione, delle spese sociali, dei livelli di istruzione  e delle innovazioni.

Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella politica industriale che includa un intervento attivo del settore pubblico, di programmazione e partecipazione diretta, nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne uno strumento di supporto ad uno sviluppo reale e sostenibile, non drogato da bolle speculative.

L’Europa a un bivio

Le proposte liberiste e rigoriste in discussione nel summit europeo aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste di vendere molto agli altri e comprare poco, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Esse sono infatti profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale  e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata dell’occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza e la mobilitazione popolare.

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Utopia e realismo nella politica economica europea

Pubblicato il 15 Febbraio 2011 da admin

Pubblichiamo contestualmente un commento di Guido Montani all’articolo “E noi faremo come Schroeder” di Sergio Cesaratto ed una replica di quest’ultimo.

 

Nel suo contributo Montani sostiene che l’Europa soffra di un “grave squilibrio istituzionale”, denunziato dai “federalisti europei”, dove “solo il pilastro monetario è stato creato”. Prefigura in luogo un’Europa più simile alla Germania, ma non troppo, dove scompaia la “la distinzione tra paesi forti e deboli”. Allo scopo, propone che un (rafforzato) Parlamento europeo e la Commissione contino “su un bilancio almeno pari al 3,5-4,5% del PIL”. Per venire incontro alle “buone ragioni” tedesche volte a “sostenere … alcuni vincoli di austerità …per evitare che la finanza internazionale metta in pericolo l’Unione monetaria”, e per sostenere col dovuto “orgoglio” il progetto alternativo, i partiti “progressisti” dovrebbero farsi portatori di “misure serie … per la riduzione del debito pubblico”. Sebbene, infine, “non esistono criteri teorici condivisi per stabilire quando un debito pubblico diventa sostenibile … questi criteri esistono nella prassi e sono stati resi espliciti dagli attacchi della speculazione finanziaria a paesi come la Spagna e l’Irlanda che pure rispettavano i parametri di Maastricht”. L’articolo di Montani esprime un sentire europeista e rigorista diffusi nella sinistra italiana. Pur apprezzando alcuni spunti dell’argomentazione – in particolare l’idea di un più ampio budget europeo - non nascondiamo un dissenso di fondo nell’impostazione e nei contenuti.

a) Per cominciare, la struttura istituzionale Europea non è un frutto casuale, ma dell’idea che mercati dei beni e del lavoro liberalizzati, accompagnati da una politica monetaria ereditata dalla Bundesbank e dalla rinuncia alla politica fiscale, avrebbero assicurato una crescita non inflazionistica. Come tale modello abbia ben servito il modello economico tedesco e accentuato gli squilibri europei abbiamo già molte volte spiegato su questa rivista.

b) Questa struttura sarebbe idealmente modificabile, sebbene in una maniera più complessa di quanto delineato da Montani, ciò comportando in particolare la rinuncia da parte della Germania di alcuni tratti fondamentali della propria costituzione economica. Il realismo politico nei riguardi della costituzione economica tedesca ci induce a essere pessimisti al riguardo.[1]

c) Montani pare invece paradossalmente ottimista sulla Germanizzazione dell’Europa (“Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dell’UE. Se in futuro si procederà in questa direzione si costruirà un’Europa tedesca”), che però rifiuta in quanto non una “buona soluzione per i cittadini europei”. In verità se le cose fossero così semplici, tutti i cittadini europei accetterebbero qualche sacrificio per poter assomigliare a quel paese! Sfortunatamente, invece, la realizzazione di comportamenti tedeschi attraverso dosi massicce di deflazione è mission impossibile: società più efficienti si possono solo realizzare in un contesto di crescita e non di progressivo immiserimento sociale. Inoltre, come acutamente sottolineato, l’ossessione sul recupero delle competitività nazionali come soluzione dei problemi dell’eurozona, condiviso dalla Merkel come dalla Commissione, dimostra che essi “tentano di guidare l’eurozona come se fosse una piccola isola off-shore”).

d) Montani appare sottoscrivere la tesi che un progetto alternativo comunque comporti il rientro del debito pubblico nei paesi periferici (non ci pare meritevole di discussione l’idea ciò venga fatto per orgoglio nazionale). Il concetto di sostenibilità è arbitrario, come Montani ammette e come sostenuto nell’appello degli economisti sulla stabilizzazione del debito pubblico.[2] La sostenibilità dei debiti pubblici dipende naturalmente dalla politica monetaria adottata. Se questa è accomodante nel senso di minimizzare l’onere del debito, la sostenibilità è assicurata. La BCE ha ampie possibilità di farlo, se i governi Europei volessero (purtroppo sembra ammettersi per le banche quello che è considerato anatema per il settore pubblico).[3] Perché dunque imporre sui paesi più indebitati politiche fiscali deflazionistiche che solo aggraverebbero la situazione nazionale, europea e globale, come sostenuto nella lettera degli economisti?[4] Misure, destinate peraltro all’insuccesso come Montani ammette per il caso Greco.

Che fare, dunque? Intanto si devono prendere le distanze dalle utopie federaliste - che trovano peraltro i loro fondamenti economici nelle medesime ideologie del laissez-faire portate a sostegno dell’Europa com’è - a favore di una visione realistica delle relazioni fra paesi e della complessa relazione fra conflitto distributivo e accordi economici internazionali. Su questa base, la proposta di progetti economici alternativi al disegno esistente è strumento di lotta politica purché non si ritenga che la soluzione risieda in quello che definisco idealismo keynesiano (sebbene Montani sembri talvolta lontano persino da questo), basti ricordare che il rifiuto del keynesismo è l’articolo 1 della costituzione economica tedesca. A fronte di conflitti economici che hanno radici storiche profonde non esistono facili soluzioni, e l’unica indicazione è quella di fronteggiare tale realtà consapevoli degli interessi nazionali. Spinelli no, per favore.

 

 

 

 

[1] Al riguardo si veda la critica alle posizioni di Carlo Panico, per alcuni versi simili a quelle di Montani, in Cesaratto.
[2] Che il debito di alcuni paesi periferici sia sotto attacco pur essendo nei parametri di Maastricht non dimostra nulla: in quei paesi è il sistema privato a essere fortemente indebitato, con la possibilità che esso vada a gravare sulle finanze pubbliche.
[3] Purtroppo Montani nel suo più ampio contributo a cui rimanda sottoscrive in pieno lo statuto corrente della BCE definito un “solido pilastro”, ritenendo che l’austerità fiscale sia “necessaria per evitare una nuova crisi”, una posizione ben in linea con le “contrazioni fiscali espansive” di Alesina.
[4] La lettera datata 15 giugno 2010 era indirizzata al Presidente Napolitano. E’ sfuggito ai più che pochi giorni dopo il Presidente ha affermato: “Il tema che si sta tuttavia imponendo al centro delle preoccupazioni comuni a larga parte della comunità internazionale è - insieme con quello del concreto raggiungimento di adeguati obbiettivi di consolidamento dei bilanci pubblici - il tema del contestuale rilancio della crescita economica. I due punti appaiono abbinati in tutte le formulazioni dei più recenti documenti, innanzitutto dell’Unione Europea ; il secondo non può essere posto trascurando il primo, ma la combinazione risulta controversa e difficile. Essa dipende anche dall’apporto che ad una ripresa europea ancora flebile verrà dato da qualcuna tra le maggiori economie dell’Unione, se non ci si preoccuperà troppo del rafforzamento delle finanze e della competitività del proprio paese ; e dipenderà, una positiva combinazione tra risanamento finanziario e crescita economica, dagli specifici contenuti della manovra di stabilizzazione in paesi come il nostro”.

 

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Irlanda ed Eurolandia, a saltare è il mercato

Pubblicato il 08 Gennaio 2011 da admin

La difficile situazione dell’euro, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di varie contraddizioni, che si approfondiscono, intrecciandosi tra loro. In primo luogo, il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, con il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari[1] e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande disinvoltura. I prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito e sostenere la crescita dell’economia in primo luogo degli Usa e poi di Regno Unito, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori[2]. Quando la bolla immobiliare è scoppiata e i prezzi delle case sono crollati al di sotto dei mutui, le famiglie sono diventate insolventi e le banche hanno accumulato perdite enormi. Per scongiurare una catena di fallimenti bancari sono intervenuti gli Stati, i cui debiti sono cresciuti repentinamente. In Irlanda, il debito pubblico netto, che nel 2007 era il 12% del Pil, è schizzato in alto quando lo Stato è intervenuto a garantire obbligazioni bancarie pari al 30% del Pil[3]. Dunque, a saltare in Irlanda, come altrove, non è stato il pubblico, ma il privato, cioè il tanto decantato mercato.

Tuttavia, il debito pubblico di Irlanda (65,5% del Pil), e Spagna (53,2%) non appare altissimo se confrontato con il 200% del debito giapponese e con il quasi 100% di quello Usa[3]. Perché allora l’effetto dell’aumento del debito sovrano è così devastante in Eurolandia? Perché Giappone e Usa hanno una banca centrale che può acquistare titoli direttamente dallo Stato, stampando dollari o yen, nel caso in cui i mercati rifiutino di farlo. La Bce può intervenire solo sui mercati secondari. L’euro è in sé una anomalia, essendo una moneta senza Stato, ovvero una unione monetaria senza unione politica. Il debito diventa insostenibile perché non esistono né una vera banca centrale, né politiche fiscali e di bilancio comuni. In aggiunta, a differenza di quanto accade in Giappone, in Irlanda il 75% del debito sovrano e il 50% del debito delle banche sono controllati dall’estero. In una situazione simile sono anche Grecia e Portogallo. Di conseguenza, è più facile che gli investitori disinvestano e che gli anelli deboli della catena dell’euro siano presi di mira da fondi esteri. Del resto, il debito sovrano è assicurato tramite credit default swap, un massa enorme di denaro che, a livello mondiale, è per il 72% in mano delle prime cinque banche Usa[4].

Il sistema finanziario mondiale è ancora oggi dominato dagli Usa, che però scontano i debiti sovrano e commerciale più grandi del mondo. La possibilità di rifinanziarli è legata alla attrazione di liquidità dall’estero grazie al dollaro, che svolge il ruolo di valuta di scambio e di riserva mondiale. Ma un dollaro troppo debole e un debito federale troppo alto mettono in difficoltà tale meccanismo[5]. Infatti, a partire dallo scoppio della crisi la Cina, il maggiore acquirente di titoli di stato Usa, ha cominciato a diversificare le sue riserve valutarie, e negli ultimi mesi ha garantito liquidità proprio a Grecia, Portogallo e Spagna. Dunque, un euro troppo forte, considerato che l’Europa è l’unica area con un sistema finanziario che si avvicina agli Usa, è un pericolo per gli statunitensi.  Con l’Irlanda a novembre si è ripetuto quanto accaduto circa un anno fa, allorché, con il cambio dell’euro a 1,50 contro il dollaro, ci fu l’attacco speculativo alla Grecia e la moneta unica crollò a 1,19.

Ma  le difficoltà dell’euro hanno una radice anche nel rapporto tra la Germania e gli altri paesi dell’eurozona. Se la Bce ha un ruolo limitato e i singoli paesi europei non possono ricorrere alla politica monetaria ciò è dovuto alla Germania, che ha posto queste condizioni per mettere in comune moneta e banca centrale. Inoltre, l’aumento della liquidità nei Paesi periferici dell’eurozona è stato una manna per la bilancia commerciale tedesca, che presenta il maggiore saldo positivo a livello mondiale[6]. Infatti, l’aumento della liquidità in un paese, in assenza di adeguati aumenti della produzione industriale, va a vantaggio dell’industria dei paesi da cui importa. Negli ultimi dieci anni la produttività della Germania, che già partiva su un piano di vantaggio rispetto agli altri paesi, è aumentata ancora mentre i salari tedeschi diminuivano dell’1% annuo. Normalmente, in un caso del genere, l’industria degli altri paesi avrebbe potuto difendersi dall’accresciuta competitività tedesca svalutando. Con l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. In questo modo, mentre le famiglie dei Paesi deboli dell’eurozona si indebitavano, la bilancia commerciale dei loro paesi - soprattutto nei confronti della Germania - peggiorava. Nel frattempo, il forte surplus commerciale e la relativa scarsezza dei consumi interni, dovuta alla moderazione salariale, hanno accresciuto il risparmio tedesco che non è stato investito in Germania – dove evidentemente c’è una sovraccumulazione di capitali sotto forma di eccesso di mezzi di produzione - ma si è diretto all’estero[7]. In questo modo, la Germania e le sue banche sono diventate i maggiori creditori di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna e, quindi, le maggiori interessate ai loro “salvataggi”[8].

Quando è nato l’euro, ci si è affidati ai privati e alla autoregolazione dei mercati, smantellando il ruolo pubblico nell’economia, liberalizzando e privatizzando in tutti i settori. Al contempo, non ci si è posti la necessità di una forma di vera unità politica da affiancare all’unità monetaria. Infine, la deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro hanno portato alla riduzione del salario reale a fronte di aumenti di produttività in molti casi fortissimi. Di conseguenza, si è accentuata la divaricazione crescente tra aumento della produzione di merci e riduzione della capacità di assorbimento delle merci stesse da parte del mercato, che è tipica del capitalismo. Una contraddizione che illusoriamente si è pensato di risolvere con l’economia a credito e scaricando all’estero la sovrapproduzione di merci e di capitali.

Il mercato autoregolato non regge e al suo posto va recuperato l’intervento della mano pubblica e dello Stato, come è stato giustamente evidenziato nella Lettera degli economisti. Il ritorno dello Stato non deve consistere nella socializzazione delle perdite e nel sostegno finanziario subalterno al privato, come sta avvenendo negli USA e come è previsto nel modello Marchionne-Fiat. È di un altro tipo di intervento statale che c’è bisogno. Un intervento che si concretizzi in una politica fiscale progressiva, nella ripubblicizzazione dei settori privatizzati, e soprattutto che, in antitesi all’anarchia del mercato, rilanci una vera programmazione democratica dell’economica.

 

* Economista, consultente Filmcams-CGIL

[1] La Fed Usa ha immesso nel mercato del credito solo tra il 2001 e il 2006 2 trilioni di dollari e tra il 2008 e i primi mesi del 2009 un altro trilione e mezzo per salvare le banche. Vedi Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino 2009, p.90.
[2] Cfr. Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro, Mondadori, Milano, 2010, cap. V.
[3] Guido Tabellini, “Senza politica fiscale addio Ue”, Il Sole 24 ore, 28 novembre 2010.
[4] Con il debito dei singoli stati Usa in bancarotta (California, Alabama, ecc.) il debito complessivo supera il 100%. Considerando la nazionalizzazione degli istituti assicurativi Freddie Mac e Freddie Mae arriva al 140%. Inoltre il deficit statale Usa è il 9% del Pil, mentre quello greco è l’8,5%. Vedi The Economist, November 27th 2010.
[5] Vedi Morya Longo, “Il debito di Mr O’Sullivan in poche mani straniere”, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.
[6] Chi sostiene che il dollaro debole aiuta le esportazioni Usa e quindi il riequilibrio della bilancia commerciale non considera il fatto che gli Usa non sono più da tempo una potenza industriale.
[7] Il saldo positivo della bilancia commerciale tedesca degli ultimi 12 mesi è di 210 miliardi di dollari, quello cinese è di 186 miliardi. Vedi The Economist, November 27th 2010.
[8] Un caso da manuale. Vedi in K. Marx, Il capitale, libro III, capitolo XIV “Cause antagonistiche”.
[9] I salvataggi della Ue consistono in prestiti cui si applicano tassi di interesse superiori al 5%. Carlo Bastasin, Berlino-Ue matrimonio d’interesse, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.

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La crisi internazionale e la lezione argentina

Pubblicato il 27 Luglio 2010 da admin

[originale spagnolo]

L’attuale crisi globale e le politiche che si stanno mettendo in campo per affrontarla, ripongono al centro del dibattito un insieme di interrogativi economici e politici, dopo un lungo periodo in cui sembrava prevalere un consenso duraturo.

La globalizzazione produttiva e finanziaria si è intensificata negli anni ‘90, ed é stata accompagnata da una prolungata crescita globale, benché segnata da episodi successivi di crisi originatisi sia nei paesi centrali sia in quelli periferici. Questo processo sembra aver raggiunto una svolta, con la crisi scoppiata con i mutui sub-prime; un’ondata recessiva ha colto soprattutto le economie centrali. Si conclude così un ciclo di crescita, alimentato da bolle speculative, riflesse in valori irrealistici delle capitalizzazioni di borsa e delle attività reali e finanziarie in generale.

Gli interventi massicci da parte dello Stato, diretti principalmente a puntellare il sistema finanziario a rischio, hanno portato a discutere nuovamente sul tema delle dimensioni e della portata dell’intervento pubblico in economia. La stampa conservatrice ha lanciato rinnovati allarmi circa l’eccessiva ingerenza dello Stato, che starebbe indebitamente invadendo il campo proprio del settore privato. Al punto che lo Stato che viene a salvare le finanze si trova spesso nel ruolo di imputato, accusato per la crisi. Ma la verità è che il ruolo distorsivo che la finanza ha svolto nella crisi dovrebbe essere più attentamente valutato.

A riguardo, riteniamo che possa essere utile fornire un resoconto di quanto accaduto in Argentina. Le esperienze dei singoli paesi non sono in genere trasferibili, soprattutto nel confronto tra centri e periferie, ma guardare a quanto è avvenuto in casa d’altri può essere molto istruttivo.

Argentina: le riforme e i risultati

Dopo il decennio perduto degli anni ‘80 e l’iperinflazione, l’Argentina iniziò negli anni ‘90 un processo di profonda ristrutturazione economica e sociale. L’applicazione dei principi neoliberisti fu completa: privatizzazione di quasi tutte le imprese statali, deregolamentazioni, privatizzazione del sistema pensionistico, piena apertura al commercio estero e ai movimenti di capitale, adozione di un regime di convertibilità (currency board) che fissava per legge il rapporto tra moneta locale e dollaro.

Queste riforme sono state portate avanti sino in fondo e la risposta dei mercati è stata notevole, a giudicare dal’afflusso di capitali esteri, concentratisi nell’acquisto di beni dello Stato e nella concessione di crediti al settore pubblico. Le imprese statali privatizzate sono per lo più passate nelle mani di capitali esteri.

Il regime di convertibilità limitava pesantemente le politiche statali e ciò era considerato un suo merito. In questo contesto, la scommessa che si giocava concerneva l’ottimismo delle imprese, che avrebbe dovuto portare a un afflusso di investimenti esteri (o a una riduzione del drenaggio dei capitali locali) portando a un circolo virtuoso. In un certo senso, la politica economica lanciava un “segnale”, attendendo che il mercato facesse il lavoro che ci si attendeva da lui.

Un contesto di questo tipo è adatto ad attrarre capitali, ma solo finalizzati all’acquisto di beni esistenti (attraverso le privatizzazioni) e per alimentare il circuito finanziario. In particolare, per finanziare il disavanzo pubblico, dovuto alla riforma del sistema pensionistico e alle misure fiscali adottate per contrastare l’incremento del cambio. Ma certo non per attrarre capitali produttivi. Dal punto di vista neoliberista, questo non è un aspetto rilevante, perché il capitale é capitale senza distinzioni. Ma per coloro che - seguendo gli insegnamenti di Keynes – credono che la distinzione tra investimenti reali e finanziari abbia senso, è facile capire perché l’afflusso di capitale finanziario non abbia generato l’atteso circolo virtuoso.

Nei fatti, l’economia crebbe, semplicemente recuperando il terreno perso nella precedente depressione, tra il 1991 e il 1994, e di nuovo tra il 1996 e il 1998; il tutto in presenza di elevati livelli di disoccupazione (oltre il 15%) e di povertà (oltre il 30% della popolazione sotto la soglia di povertà). In contrapposizione, la finanza si appropria di oltre un quinto della crescita del PIL.

Il debito pubblico ebbe un’espansione del 115%, nonostante la sua ristrutturazione (attraverso il Piano Brady nel 1992), la messa in vendita delle imprese pubbliche e la disciplina che aveva introdotto la regola della convertibilità.

Nel 1998, l’allora presidente dell’Argentina viene acclamato come statista, alla riunione annuale del FMI e della Banca Mondiale a Washington. Nel 1999, un nuovo governo – di opposto orientamento politico - prosegue lungo la stessa linea, e introduce riduzioni dei salari dei dipendenti pubblici e delle pensioni. Ma questo non fa che ridurre la produzione reale e compromettere la solvibilità pubblica. Crescenti difficoltà nel collocare i titoli del debito pubblico, nonostante i pacchetti finanziari con la partecipazione di governi e organismi multilaterali, peggiorano il clima economico e incoraggiano una fuga crescente di capitali, che nel 2001 mette a rischio il sistema bancario. Viene decretato un congelamento dei depositi, cresce l’agitazione sociale, cade il Presidente, il suo successore riesce solo a dichiarare il default e poi si dimette. L’Argentina esce dalla convertibilità con il congelamento dei depositi bancari, con uno Stato alla bancarotta, una recessione all’11% e vicina all’abisso dell’anomia sociale.

La traiettoria successiva – sulla quale qui non ci intratteniamo – si costruisce su basi totalmente diverse: alto tasso di cambio e attivismo dello Stato costruito sulla base di una pressione fiscale crescente, con avanzi fiscali e nella bilancia commerciale. Un complesso ed ancora incompiuto processo di ristrutturazione del debito pubblico - la cui seconda fase si é conclusa in questi giorni – che ha riportato la pressione fiscale a un livello ragionevole. La ripresa è notevole, ma solo dal 2006 si può effettivamente parlare di espansione netta, rispetto al precedente massimo del ciclo nel 1998.

Riflessioni

Certo, coloro che difendono le posizioni neo-liberiste riterranno che il programma argentino degli anni ‘90 mancò della coerenza sufficiente per raggiungere il successo che la teoria predice. Il fatto è che l’Argentina fu ritenuta un esempio nell’attuazione di quelle politiche; tale fu l’opinione diffusa a livello internazionale e in tal modo reagirono gli “investitori”. Se il decalogo neoliberista non fu propizio per l’Argentina, fu perché il decalogo è fallace; sotto una parvenza di buon senso e semplicità, enunzia raccomandazioni che nessun paese di successo nel mondo ha seguito. Gli elevati livelli di sviluppo sono sempre stati raggiunti attraverso uno sforzo cosciente, coordinato dal livello statale, per quanto sussistano rilevanti differenze tra le diverse esperienze.

I risultati dell’esperienza argentina non sono automaticamente trasferibili a qualsiasi paese o contesto. Per quanto il lettore trovi aspetti familiari con la vicenda del suo paese, una molteplicità di aspetti e sfumature differenziano il cado di una economia periferica, collocata ad un livello medio di sviluppo, dalle economie situate nel nucleo del capitalismo, che hanno elevati livelli di sviluppo tecnologico e solidità istituzionale.

Difatti, il default argentino è stato possibile proprio perché si trattava di una piccola economia periferica; secondo alcuni fu addirittura l’occasione per dare una lezione di disciplina. Un episodio del genere appare difficile nel contesto economico dell’Unione europea; sebbene gli indicatori di solvibilità in alcuni casi possono essere peggiori rispetto a quelli dell’Argentina del pre-default, il progetto dell’unione monetaria sembra prevalere su altre considerazioni. Un abbandono della zona euro, anche se da parte di Paesi di piccole dimensioni, metterebbe a repentaglio il futuro economico e politico dell’Unione.

Ma queste differenze non devono oscurare il fatto che il tentativo di lasciare il destino di una economia alle forze non controllate del mercato é condannato a fallire . La storia recente delle economie dei paesi centrali lo dimostra; la tesi secondo cui il mercato finanziario è un mercato come gli altri, e che pertanto deve essere lasciato libero di funzionare al pari degli altri mercati, è evidentemente fallace. Solo la cecità ideologica - o specifici interessi - possono nascondere il fatto che, sotto l’idea ingannevole di “innovazione finanziaria”, si è generato un meccanismo che ha portato il sistema all’anarchia, colle dovute conseguenze.

Non vi è dubbio che la disciplina economica abbia un debito con la società. Il  prevalere del pensiero unico ha progressivamente messo in ombra il pluralismo delle idee; anche alcuni contributi di premi Nobel che hanno preso le distanze dal mainstream trovano poco ascolto.

È per questa ragione che la “Lettera degli Economisti” è un contributo salutare, un soffio di aria fresca in un ambiente viziato dalla mancanza di rinnovamento intellettuale. È solo da una riflessione libera da pregiudizi che ogni paese  - in coordinamento con quelli con cui ha maggiori legami – potrà trovare la via d’uscita dalla critica situazione presente.

Addendum: Il Plan Fénix

L’Argentina ha sperimentato una chiusura intellettuale per anni, nel periodo della convertibilità, con il blocco di qualsiasi formulazione alternativa di politica economica. Uscire da quella situazione - con tutti i traumi che questo significò - ha consentito di pensare liberamente ad altre opzioni; questa é la vera occasione che l’Argentina deve ora sfruttare.

Il Plan Fénix [Piano Fenice] è un progetto strategico varato dall’Università di Buenos Aires, avviato alla fine del 2000, allo scopo di cercare una via d’uscita dalla trappola in cui sono cadute l’economia e la società argentina. Il bisogno di trovare questa via di uscita è testimoniato dall’impatto che ha avuto questa iniziativa, anche prima della caduta del regime di Convertibilità. Da allora, il Plan Fénix ha mantenuto una presenza attiva nei dibattiti in Argentina, oltre a favorire lo scambio di esperienze con altri paesi, principalmente del Sud America.

*Professore della Facoltá di Scienza Economiche dell’Universitá di Buenos Aires. Coordinatore Accademico del Plan Fénix.

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Le lezioni della storia, dimenticate ancora una volta

Pubblicato il 25 Giugno 2010 da admin

Un professore di economia politica sta concedendo una intervista radiofonica sulla grave situazione che il suo paese si trova a fronteggiare. È necessario incoraggiare la spesa dei consumatori, egli afferma, al fine di sostenere la produzione e l’occupazione. Se la società, al contrario, cerca di risparmiare maggiormente, il risultato sarà una caduta del reddito e una riduzione del risparmio. Questo è il “paradosso della parsimonia”.

La trasmissione ebbe luogo in Norvegia nel 1932, e l’intervistato era Ragnar Frisch, il quale nel 1969 avrebbe diviso il primo premio Nobel per l’economia con l’econometrista olandese Jan Tinbergen. L’argomentazione di Frisch è stata recentemente rievocata, con apprezzamento, da un altro premio Nobel, l’americano Lawrence Klein (2006, p. 171).

Nel 2008 sembrava che questa lezione keynesiana fosse stata appresa dai governi dell’Unione Europea, i quali incrementarono la loro spesa e si indebitarono per affrontare la Grande Recessione che minacciava di causare seri problemi alle loro economie. Ora, nel 2010, quei governi sembrano avere dimenticato quella lezione, considerato che i ministri delle finanze, dalla Lettonia alla Grecia, dall’Ungheria all’Irlanda, stanno tagliando la spesa e incrementando le tasse in un vano tentativo di diminuire i deficit di bilancio e ridurre il debito pubblico.

Che questi sforzi saranno controproducenti è stato mostrato da Victoria Chick e Ann Pettibor nella loro eccellente  analisi storica del debito pubblico inglese del Ventesimo secolo, la quale rivela che “la manovra fiscale restrittiva fa incrementare piuttosto che diminuire il livello del debito pubblico come quota del prodotto interno lordo ed è in generale associata a condizioni macroeconomiche avverse” (Chick e Pettifor 2010, p. 1). Ciò è stato particolarmente vero per la “scure di Geddes” che fu utilizzata nei primi anni Venti. Le due autrici rivelano che nel 1946 il debito pubblico britannico era salito al 252% del prodotto interno lordo (ibid., p. 9) e che il successivo quarto di secolo costituì un’“età dell’oro” per l’economia britannica. I suoi problemi derivavano da una cattiva amministrazione, ridotti investimenti, debole crescita della produttività nell’industria, una moneta sopravvalutata con le conseguenti difficoltà nella bilancia dei pagamenti; ma certo non dal debito del settore pubblico, che si mostrò irrilevante.

La giustificazione per la politica fiscale deflazionistica è presumibilmente fornita dal principio dell’“equivalenza ricardiana”, che in qualche modo corrisponde alla screditata dottrina delle “aspettative razionali”: si suppone che gli agenti economici calcolino le precise ricadute della spesa pubblica finanziata dal debito sui loro futuri obblighi fiscali, e conseguentemente incrementino i livelli di risparmio attuali e futuri. Quel principio è stato decisamente confutato dall’esperienza dei pacchetti di “stimoli” fiscali introdotti nel 2008.

In effetti, lo stesso David Ricardo lo rigettò (Roberts 1942). Piuttosto, per ridurre il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, che nel 1815 (alla fine delle guerre napoleoniche) era effettivamente anormalmente alto, egli propose una imposta sul capitale. La sua proposta fu ripresa un secolo più tardi da un altro grande economista liberale, A.C. Pigou. Egli affermò che non si trattava di “una rivoluzione rossa” (Pigou 1918, p. 156), ma che essa avrebbe assicurato che il peso dell’abbattimento del debito sarebbe ricaduto su coloro che erano in grado di sostenerlo, i ricchi, e non sui poveri. Nel 2010, i governi “socialisti” e conservatori sembrano ugualmente decisi a fare il contrario. La storia suggerisce che non avranno successo, e che causeranno una gran quantità di inutili sofferenze e ingiustizie lungo la strada.

 

Bibliografia
Chick, V. and Pettifor, A. 2010. ‘The economic consequences of Mr. Osborne’, www.debtonation.org/2010/06/the-economic-consequences-of-mr-osborne/ (consulted 10 June 2010).
Klein, L.R. 2006.’Paul Samuelson as a “Keynesian” economist’, in M. Szenberg, L. Ramrattan and A.A. Gottesman (eds), Samuelsonian Economics and the Twenty-First Century. Oxford: Oxford University Press, pp. 165-77.
Pigou, A.C. 1918. ‘A special levy to discharge war debt’, Economic Journal 28(110), June, pp. 135-56.
Roberts, R.O. 1942. ‘Ricardo’s theory of public debts’, Economica n.s. 9(35), August, pp. 257-66.

 

*La Trobe University, Australia. L’autore ha sottoscritto la Lettera degli economisti pubblicata da Economia e Politica. Per ogni informazione e per la versione inglese della lettera si rinvia al sito www.letteradeglieconomisti.it.

(Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica)

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Una politica economica dell’offerta per affrontare la depressione schumpeteriana dell’economia europea

Pubblicato il 21 Aprile 2010 da admin

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo del prof. Cristiano Antonelli, dell’Università di Torino, unitamente a un commento di Roberto Ciccone, docente presso l’Università di Roma Tre e membro della redazione di Economia e politica.

 

L’economia europea è ormai entrata in una evidente fase depressiva destinata a durare alcuni anni. Alcuni anni saranno necessari per tornare semplicemente ai livelli di reddito raggiunti nel 2007. L’economia europea è uscita nel corso del 2009 dalla fase più acuta della recessione innescata dalla crisi  grazie al salvataggio della finanza angloamericana, la crescita esponenziale del debito pubblico e l’immissione di quantità immense di liquidità monetaria. L’intensità della crisi è stata tuttavia tale da eludere che si tratti di un elemento congiunturale più o meno accidentale. La crisi del 2007-2009 ha tutti i caratteri della classica recessione schumpeteriana in cui l’euforia finanziaria basata sulla prolungata espansione fondata sul grappolo delle innovazioni digitali ha infine incontrato il moloch della sovracapacità produttiva ed è crollata nel vortice tipico dei processi di deleveraging.

Questo appare tanto più vero in quanto si concentri l’attenzione sull’economia europea. Altre parti dell’economia mondiale possono infatti contare sulle opportunità offerte dal processo di rincorsa basato sulle possibilità di assimilare l’enorme stock di tecnologia messo a punto nell’area OCSE e ancora poco utilizzato. L’economia europea, stretta tra la rincorsa dei paesi in via di rapida industrializzazione e il dominio del dollaro rischia di sperimentare appieno le conseguenze negative tipiche della prolungata depressione che segue nel modello schumpeteriano la fase recessiva.

Il modello schumpeteriano diventa particolarmente rilevante per comprendere i caratteri di una crisi così grave e profonda da assumere carattere di crisi strutturale. Alla fine della recessione infatti non segue necessariamente la ripresa, come si postula nell’esigua letteratura sul ciclo economico di matrice ortodossa.

Nel modello schumpeteriano del ciclo strutturale di lungo periodo alla recessione segue la depressione. La depressione è la fase economica, in genere assai prolungata, necessaria per diluire gli effetti dell’euforia finanziaria e dell’eccesso di investimenti che si erano prodotti nella precedente fase espansiva fondata sul grappolo di tecnologie radicali introdotte a suo tempo e culminata nella recessione. La depressione è alimentata dalla drastica selezione delle imprese, con il fallimento di quelle troppo esposte sul piano finanziario e con una struttura produttiva fragile. In questa fase si produce anche un profondo cambiamento strutturale che elimina dai mercati i settori obsoleti e facilita gli aggiustamenti alla nuova divisione internazionale del lavoro. Si ridefiniscono così i criteri della  specializzazione produttiva dei singoli paesi e quindi le regole della divisione internazionale del lavoro.

Nel modello schumpeteriano si esce dalla depressione solo quando un nuovo grappolo di innovazioni riesca a formarsi e si traduca in nuove opportunità di crescita, investimento e profitto. Il modello schumpeteriano è di straordinaria rilevanza per capire il processo in corso e la necessità di elaborare un progetto di politica economica dal lato dell’offerta.

Gli interventi di politica economica che si sono succeduti negli anni tra il 2001 e il 2007 sono stati fallimentari proprio perché hanno avuto carattere esclusivamente finanziario ed erano privi di ogni consapevolezza della rapida involuzione in corso nell’economia reale. Quegli interventi di politica economica furono inadeguati perchè basati su una lettura esclusivamente finanziaria della crisi in atto che ignorava l’andamento dell’economia reale e, in quanto privi di ogni consapevolezza della rapida involuzione in corso nell’economia reale, hanno avuto carattere esclusivamente finanziario. Hanno di fatto accompagnato e poi tamponato la recessione, ma non evitato l’avvio della depressione.

Il contesto di forte globalizzazione dei mercati dei prodotti rende il modello schumpeteriano, con la sua enfasi sull’offerta, anziché sulla domanda, particolarmente cogente. Bisogna rendersi conto che, nell’attuale contesto dell’economia mondiale, interventi di politica economica ti tipo keynesiano volti ad aumentare la domanda aggregata rischiano di tradursi esclusivamente nell’aumento delle esportazioni da parte delle economie a valuta debole.

La depressione è con noi ed è destinata ad accompagnarci per alcuni anni. Sembra del tutto ragionevole stimare che il nostro sistema economico rimarrà in una fase depressiva per un lasso di tempo stimabile  da un minimo di tre a un massimo sette anni.

Del resto i livelli e tassi della disoccupazione dimostrano la gravità della situazione. La disoccupazione ha raggiunto e superato livelli impensabili fino a pochi anni fa stabilizzandosi su una percentuale pari al 10% della popolazione attiva, a sua volta in sensibile riduzione. Nei paesi periferici la disoccupazione ha largamente superato il 10% toccando punte del 20% come in Spagna e Grecia. In tutta l’Eurozona la disoccupazione è inoltre ancora in crescita nel corso del 2010. Mentre numerosi osservatori stimano che il recupero dei livelli di prodotto interno lordo ante-crisi richiederà non meno di 5 anni, è crescente la consapevolezza che il ritorno a tassi di disoccupazione ‘fisiologica’ intorno al 5% possa richiedere oltre un decennio.

Iniziative e comportamenti volti al contenimento del  cambio dell’Euro, largamente sopravvalutato, potrebbe avere effetti efficaci, anche in quanto consentirebbe di contrastare il tentativo dell’Amministrazione Obama di scaricare sull’Europa il costo dell’aggiustamento. In questo senso la crisi finanziaria di alcuni paesi dell’Eurozona potrebbe essere colta come una opportunità per ristabilire condizioni meno asimmetriche e subordinate nel rapporto di forza con gli USA.

In questo contesto il caso italiano appare drammatico. Nel caso italiano i margini della politica economica in Italia sono assai ristretti. Il livello abnorme dello stock di debito pubblico e il considerevole livello del deficit non consentono interventi di espansione della domanda pubblica.

Molti paesi hanno raggiunto o raggiungeranno tra breve il livello del debito pubblico italiano in rapporto al prodotto interno lordo. L’enorme crescita del debito sovrano renderà i mercati obbligazionari internazionali particolarmente selettivi con un aumento generalizzato della volatilità e elevati livelli di rischio per l’Italia.

Il vincolo di finanza pubblica non può diventare la giustificazione per l’assoluta inerzia e mancanza progettuale in cui si trascina la politica economica italiana. La classe dirigente italiana deve uscire da questa fase di prolungato torpore progettuale e sostanziale irresponsabilità politica.

Un progetto di politica economica responsabile deve essere capace di distinguere gli orizzonti temporali. Si deve distinguere tra interventi di breve termine volti a contenere e ridurre la crescente disoccupazione e accelerare il ritorno a tassi di crescita adeguati, da interventi strutturali di medio periodo che sappiano finalmente porre le basi per un processo di sviluppo sostenibile. Per questo secondo livello di intervento è necessario elaborare un progetto strategico che individui il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese e sia capace di organizzare vere e proprie coalizioni per l’innovazione in grado di orientare la convergenza e l’integrazione delle iniziative delle singole imprese su progetti collettivi di ampio respiro strutturale che promuovano l’introduzione di intere filiere innovative. Parte indispensabile di questo secondo livello è certamente un’azione incisiva presso la Commissione dell’Unione Europea e il Parlamento Europeo affinché le immense potenzialità dell’Unione siamo infine valorizzate per promuovere e accelerare l’emergenza dei nuovi grappoli tecnologici.

Ma incisivi interventi politica economica dal lato dell’offerta sono urgenti e necessari nell’immediato per ridurre la crescita della disoccupazione e soprattutto per accelerare i tempi di uscita dalla depressione.

La depressione si accompagna da processi di trasformazione strutturale e di selezione che è necessario agevolare ed accelerare: non bisogna difendere il passato, ma costruire il futuro. La riduzione delle barriere all’entrata e soprattutto all’uscita in questo momento è più che mai necessaria. Si deve potenziare la capacità del sistema di adattarsi alle mutate condizioni della competizione. L’abbandono di parti consistenti del sistema manifatturiero è ormai una necessità evidente. La sua difesa attraverso il continuo incremento dell’offerta di lavoro, ottenuto attraverso la difesa e talora l’incoraggiamento delle impetuose ondate di immigrazione clandestina, è fallace e destinato al fallimento.

La riduzione della spesa pubblica si impone come una necessità assoluta al fine di mobilizzare le risorse necessarie e non altrimenti disponibili, per sostenere l’ uscita dalla depressione. Il prolungamento dell’età pensionabile e il congelamento dei salari dei lavoratori pubblici, cresciuti in misura del tutto eccessiva negli ultimi anni, sono provvedimenti ormai necessari.

Dal lato delle entrate si impone l’aumento netto del prelievo fiscale sulle rendite patrimoniali. Per quanto riguarda le rendite della ricchezza mobiliare è evidente che è urgente adeguare le aliquote fisse alle medie europee pari al 20%. Conviene poi riflettere seriamente sull’opportunità di includere le rendite mobiliari nel calcolo del reddito sottomesso all’IRPEF con i conseguenti effetti di tassazione progressiva. Appare infatti sorprendente la ricorrente difesa dei meriti della progressività dell’imposizione fiscale per poi applicarla, di fatto, ai soli redditi da lavoro. Per quanto riguarda le rendite immobiliari è urgente il ritorno all’ICI applicato su tutto il patrimonio immobiliare, sia esso costituito da prime o seconde case. La diretta partecipazione delle amministrazioni comunali ad una quota del ricavo consentirà di coinvolgerne le superiori capacità di accertamento e ridurre l’elevata evasione fiscale.

Le risorse così liberate valutabili nell’ordine di 5-6 miliardi di Euro all’anno potranno essere utilizzate per sostenere la crescita delle imprese più efficienti e che siano capaci di esprimere tassi di crescita non sporadici dell’occupazione. Solo concentrando le risorse sulle imprese che si dimostrano effettivamente capaci di uscire dalla depressione, si potrà favorire la crescita del paese nel suo complesso.

Gli interventi a sostegno dell’occupazione e della crescita delle imprese più dinamiche devono poi essere rafforzati con interventi mirati nelle filiere più promettenti dell’economia italiana come l’ampio agglomerato delle industrie del lusso, il comparto dei beni capitali e nelle filiere delle energie rinnovabili e della biomedicina al fine di trascinare l’insieme del sistema economico dalle secche depressive in cui è impantanato accelerando i tempi di ripresa.

In conclusione, la crisi in corso ha ormai assunto, soprattutto per l’economia europea, i caratteri di una depressione destinata a durare alcuni anni. Il contesto dell’economia mondiale rende irrilevanti se non perniciosi interventi dal lato della domanda. Interventi incisivi di politica economica dal lato dell’offerta sono urgenti. La riduzione della spesa pubblica e dei trasferimenti da un lato e l’aumento del prelievo fiscale sulle rendite patrimoniali dall’altro sono assolutamente necessari per concentrare le risorse sull’accelerazione della crescita delle componenti più forti e attive del sistema economico nazionale.

Sono questi provvedimenti necessari per contenere la crescita della disoccupazione e accelerare l’uscita dalla depressione che è meglio prendere in condizioni di relativa autonomia decisionale piuttosto che sotto il tallone di una crisi finanziaria imminente che renderebbe necessarie le stesse misure, ma a quel punto destinate al solo fine di tagliare deficit e debito pubblico.

La classe dirigente italiana deve uscire dal suo torpore e formulare proposte di politica economica adeguate a fronteggiare una vera e propria depressione schumpeteriana.

 

*Università di Torino e Collegio Carlo Alberto.

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