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L’OCSE e la diseguaglianza: a che punto è la notte?

Pubblicato il 25 Giugno 2011 da admin

1. Dopo la ricerca del 2008 Growing Unequal[1], veramente utile nell’evidenziare come lo sviluppo economico nei paesi sviluppati sia stato negli ultimi decenni caratterizzato da un crescere delle diseguaglianze, l’OCSE è ritornata recentemente su questo problema con il Forum tenuto a Parigi il 2 Maggio del 2011[2].

Purtroppo i dati aggiornati sullo stato delle diseguaglianze non sono ancora disponibili nel sito dell’OCSE. Tuttavia alcune interessanti considerazioni possono essere già svolte.

L’OCSE conferma che i dati fino al 2008, cioè prima che gli effetti della crisi fossero evidenti, mostrano un trend di crescita delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito nella maggior parte dei paesi sviluppati.

Ad esempio 19 paesi dell’OCSE hanno visto dalla metà degli anni ottanta fino al 2008 il reddito reale disponibile del decile più povero della popolazione crescere ad un tasso molto inferiore rispetto al decile più ricco (in due paesi, Israele e Giappone, il reddito del decile più povero addirittura diminuisce in termini reali). Solo in 8 paesi, tra cui la Francia, il reddito del decile più povero è cresciuto ad un tasso più alto di quello più ricco. Impressionante in questa classifica è la performance di paesi in cui la distribuzione del reddito è tradizionalmente meno sperequata: in Svezia il tasso di crescita del reddito del decile più ricco è stato in questo arco di tempo 6 volte più alto del tasso di crescita del decile più povero (2,4 % contro lo 0,4%) in Germania addirittura 16 volte più alto (1,6% contro lo 0,1%). Anche l’Italia non brilla in questo confronto: i più ricchi hanno infatti visto i loro redditi crescere ad un tasso 5,5 volte più alto di quello relativo ai redditi dei più poveri (1,1% contro lo 0,2%).  In questa triste classifica l’Italia giunge quindi terza dopo la Germania e la Svezia, se si escludono i due paesi in cui il reddito reale del decile più povero diminuisce. Occorre però ricordare che, in contrasto con la Germania e la Svezia, la diseguaglianza nella distribuzione del reddito di partenza era molto più alta in Italia.

2. La diseguaglianza nella distribuzione del reddito, come noto, è calcolata attraverso l’indice di concentrazione di Gini, che assume un valore tra 0 e 1. Il valore pari a 0 indica che il reddito è distribuito in modo del tutto egualitario (caso estremo di equidistribuzione), mentre l’indice uguale a 1 indica il massimo della diseguaglianza (una famiglia riceve tutto il reddito, mentre le altre non ricevono nulla, caso estremo di massima concentrazione).

Ovviamente l’indice considera solo un aspetto della diseguaglianza, quello della distribuzione del reddito. L’effetto dei servizi sociali erogati direttamente, ad esempio il sistema della sanità e dell’istruzione, pur essendo importantissimo ai fini di una sostanziale uguaglianza di diritti e opportunità, non può essere considerato, se ci limitiamo, come qui è indispensabile per ragioni di spazio, a questo tipo di rilevazioni.

Il grado di diseguaglianza nella distribuzione del reddito è ovviamente diverso se calcolato sui redditi del mercato (prima delle tasse e dei trasferimenti, si veda la figura 1) o sui redditi disponibili[3], dopo che le tasse che i cittadini pagano allo stato e i trasferimenti dello stato ai cittadini sono stati effettuati. Il primo indice offre infatti utili elementi per comprendere la struttura del mercato e della distribuzione ad essa legata nei diversi paesi. La differenza tra i due è quindi una buona proxy dell’efficacia dell’azione redistributiva operata dallo stato nell’attenuare la diseguaglianza.

Proprio il confronto dell’andamento dell’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato e sui redditi disponibili permette di svolgere alcune importanti considerazioni sul tipo di sviluppo economico degli ultimi decenni, prima che la crisi mettesse in luce le sue fragilità, sulla differenza tra i paesi anglosassoni e quelli europei e sull’Italia in particolare. Infatti il confronto tra i due indici permette di vedere se le differenze nel livello di diseguaglianza effettivo tra i diversi paesi sono il risultato delle caratteristiche del mercato o del sistema di redistribuzione del reddito, per gli aspetti legati alla progressività dell’imposizione e ai trasferimenti (in questo contesto monetari) da parte dello stato. In particolare questo confronto, come vedremo, è significativo per l’Italia, che mostra indici Gini molto alti per i redditi di mercato. Quando si progettano riforme sulla struttura delle tasse, tagli alle spese sociali e ai servizi del welfare state, occorrerebbe tenere presente questa illuminante analisi dell’OCSE, perché altrimenti in Italia si rischia di cadere verso una situazione insostenibile e paragonabile a quella dei paesi sottosviluppati o di qualche “banana republic” in termini di coesione,  inclusione e stabilità sociale.

3. Andiamo però con ordine: negli ultimi decenni l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato è cresciuto notevolmente nei paesi sviluppati, con l’importante eccezione della Francia ed in misura minore della Gran Bretagna.

Figura 1: Elaborazione da dati OCSE[4]

Se guardiamo all’indice di Gini della distribuzione dei redditi di mercato nella metà degli anni 2000 ci accorgiamo che Giappone, Stati Uniti e Gran Bretagna registrano valori più bassi dei paesi europei continentali. Il dato è sorprendente perché il grado di diseguaglianza effettivo (l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili), come è noto e come vedremo tra breve, è minore nei paesi dell’Europa continentale. In realtà un’ulteriore analisi disaggregata mostra che l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato per gli adulti in età lavorativa non è molto dissimile nei paesi europei, in quelli anglosassoni e in Giappone (Giappone 0,38, Francia e Regno Unito 0,41, Germania e Stati Uniti 0,43). La grande differenza a questo riguardo è l’indice di Gini calcolato sui redditi di mercato della popolazione in età della pensione: negli Stati Uniti l’indice si attesta a 0,59, in Giappone a 0,61 e nel Regno Unito a 0,63, mentre in Germania a 0,78 e in Francia a 0,84. Qui è evidente il ruolo giocato dal sistema pensionistico, prevalentemente pubblico nei paesi Europei, che non influenza questo tipo di indice che per definizione non tiene conto delle pensioni pubbliche, mentre la maggiore diffusione dei sistemi pensionistici privati abbassa l’indice nei paesi anglosassoni e in Giappone. In altre parole, la diseguaglianza dei redditi di mercato in Europa  rappresenta quasi interamente la diseguaglianza di redditi che derivano dalla proprietà di ricchezza (finanziaria o reale). Come è noto la diseguaglianza nel possesso della ricchezza è molto più alta della diseguaglianza nei redditi. Per i paesi in cui il sistema pensionistico privato è più diffuso, invece, buona parte del reddito da pensioni viene calcolato in questo indice e di conseguenza la diseguaglianza è minore. Ovviamente, quando si calcola l’indice di Gini dei redditi disponibili la situazione si rovescia (il sistema delle pensioni pubbliche si dimostra più “egualitario” di quello privato), ed anche per questa fascia di età i paesi europei continentali hanno in genere indici più bassi.

L’Italia, in particolare, è il paese in cui l’indice di Gini dei redditi di mercato è cresciuto di più, fino a divenire il paese con la maggiore diseguaglianza tra quelli considerati nel grafico (per la verità, tra i 29 paesi considerati dall’OCSE[5], solo la Polonia ha un indice di Gini dei redditi di mercato leggermente più alto dell’Italia). Verso la metà degli anni ottanta questo indice era in Italia paragonabile a quello degli altri paesi europei, ma nei decenni successivi è aumentato velocemente. In particolare l’indice di Gini dei redditi di mercato per gli adulti in età lavorativa in Italia risulta il terzo più alto tra i 25 paesi su cui sono disponibili le rilevazioni (dopo il Portogallo e la Polonia). L’indice passa dallo 0,39 della metà degli anni 80 allo 0,49 della metà degli anni 2000. La media dei paesi OCSE in quest’ultima data è 0.4. La maggiore crescita è concentrata tra l’inizio e la metà degli anni ‘90 (dallo 0.4 allo 0.47)[6]. Occorrerà riflettere sulle cause di questa diseguaglianza, rintracciabili nella divisione tra Nord e Sud del paese, nel minore tasso di attività e nella minore quota dei salari rispetto al reddito sperimentata nel nostro paese. A questo proposito è significativo confrontare tra loro l’andamento dell’indice Gini ai prezzi di mercato per gli adulti in età lavorativa e l’andamento della quota dei salari sul reddito (calcolata come media per quinquennio).

 

Figura 2: elaborazione da dati OCSE

Come si può notare al segno tendenzialmente positivo dell’andamento dell’indice di Gini corrisponde il segno decisamente negativo dell’andamento della quota dei salari.

Anche per quanto riguarda i redditi di mercato degli adulti in età di pensione l’indice è molto alto (0,86), con una tendenza alla crescita che persiste in modo consistente anche dopo la metà degli anni 90. Anche in questo caso l’Italia raggiunge  il terzo valore più alto tra i 25 paesi, dopo quello della Repubblica Slovacca e quello della Repubblica Ceca.

Conviene ora riassumere i punti principali di quanto fino ad ora visto:

a) l’ indice di Gini calcolato sui redditi di mercato mostra un trend alla crescita per la maggior parte dei paesi sviluppati.

b) l’indici di Gini calcolato sui redditi di mercato risulta in generale più alto per i paesi europei continentali che per i paesi anglosassoni e il Giappone.

c) la differenza tra questi gruppi di paesi sembrerebbe legata in modo particolare al più alto valore dell’indice per la popolazione in età da pensione che i paesi europei continentali sperimentano in relazione al diverso peso del settore pubblico nei loro sistemi pensionistici.

d) l’Italia mostra una crescita dell’indice di Gini dei redditi di mercato maggiore rispetto agli altri paesi dell’OCSE. Verso la metà degli anni ottanta l’indice era paragonabile a quello degli altri paesi europei continentali, mentre verso la metà degli anni 2000 l’indice del nostro paese risulta molto più alto.

4. Guardando all’indice di Gini dei redditi disponibili, dopo che l’azione dello stato ha fatto sentire i suoi effetti, la situazione cambia sostanzialmente. L’azione dello stato è essenziale per eliminare gli aspetti più pesanti e destabilizzanti per la coesione sociale della diseguaglianza nella distribuzione del reddito ed è particolarmente efficace, in questo senso, nei paesi Europei continentali. Se questi paesi sperimentano valori dell’indice più alti quando sono calcolati sui redditi di mercato, mostrano invece valori sostanzialmente più bassi quando sono calcolati sui redditi dopo le tasse e i trasferimenti rispetto ai paesi anglosassoni e al Giappone.

 

Figura 3: elaborazione da dati OCSE

Anche dopo l’intervento dello stato, per molti paesi i valori dell’indice sono crescenti negli ultimi decenni.

Come sempre l’Italia mostra caratteristiche particolari, ed il suo è l’indice più alto dopo quello degli Stati Uniti tra i paesi considerati nel precedente grafico, nonostante l’intervento pubblico di redistribuzione del reddito sia nel nostro paese consistente.

 

 Tabella 1: elaborazione da dati OCSE

Come si può notare dalla precedente tabella, la differenza tra i valori dell’due indice calcolati sulle due differenti basi in termini assoluti è infatti più alta in Italia e in Germania, seguite subito dopo dalla Francia.

Dal punto di vista della variazione percentuale dell’indice, che può in qualche modo indicare l’efficacia dell’intervento pubblico, l’Italia si colloca invece un po’ al di sotto delle variazioni della Francia e della Germania, ma comunque molto al di sopra del Giappone, del Regno Unito e degli Stati Uniti. Per questi ultimi i valori sia assoluti che percentuali delle variazioni dell’indice sono molto bassi in rapporto a tutti gli altri paesi.

Per quanto riguarda l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili del totale della popolazione, l’Italia si colloca, tra i 31 paesi[7] di cui l’Ocse stima l’indice, al 6 posto, dopo Messico, Turchia, Stati Uniti, Portogallo e Polonia, e sempre al sesto posto anche per l’indice di Gini per gli adulti in età lavorativa.

L’efficacia dell’intervento statale nel far diminuire l’indice di diseguaglianza per gli adulti in età lavorativa è in percentuale del 28,57% (in questa classifica l’Italia si colloca al 13 posto tra i 25 paesi per i quali è possibile effettuare il confronto).

Per quanto riguarda i redditi della popolazione in età da pensione, l’indice di Gini calcolato sui redditi disponibili dell’Italia si colloca al 9° posto nella classifica dei 31 paesi dell’OCSE, con un valore di 0,31, pari a quello della Francia e della Spagna (l’indice medio è 0,29). Ovviamente questo dato aggregato di per sé non comporta un giudizio necessariamente favorevole verso il sistema pensionistico italiano. Segnala però fortemente che i cambiamenti del sistema (sia le riforme passate che quelle a venire) che attenuino l’effetto redistributivo senza considerare l’alta diseguaglianza di mercato sono molto pericolosi.

Due considerazioni sorgono spontanee, dopo questa analisi.

La prima, già nota, è che il modello di sviluppo che si è affermato nei paesi a capitalismo avanzato dagli anni 80 in poi sembra essere generalmente caratterizzato da un aumento delle diseguaglianze. Questo aumento è stato consistente anche nella popolazione in età lavorativa. Una proposta di politica economica di sinistra non può non porre con forza al centro della sua riflessione questo processo e la ricerca dei modi di invertire decisamente la tendenza. Un riformismo rinunciatario ed esangue che accetti il quadro di questo sviluppo come naturale, apportando modesti correttivi di dubbia efficacia, può solo far perdere rilevanza alle forze che lo propongono e snaturare l’identità delle forze progressiste, come in parte è purtroppo già avvenuto. Che la crescita della diseguaglianza non sia un prezzo necessario da dover pagare per svilupparsi né un fenomeno imposto da presunte leggi universali dell’economia cui non è possibile sottrarsi è poi dimostrato dal fatto che la performance della Francia, che pure non sperimenta bassi tassi di crescita, è stata del tutto diversa.

La seconda considerazione riguarda l’Italia, in cui il problema si pone in modo ancora più drammatico. Possibili “riforme” che attenuino la funzione redistributiva dello stato, legate all’obiettivo di ridurre il deficit del bilancio pubblico perseguito indipendentemente da ogni altra considerazione e ispirate ad una ingannevole “modernizzazione”, rischiano di farci precipitare verso una condizione economica e sociale letteralmente da paese arretrato. Questa modernizzazione spinge infatti ad allargare la sfera d’azione di mercato rispetto a quella della redistribuzione pubblica, ma bisogna tener conto che in questo senso l’Italia è svantaggiata rispetto agli altri paesi sviluppati. Anche coloro che con cinismo pensano di perseguire i propri interessi personali senza considerare l’interesse generale si troveranno per la maggior parte in condizioni peggiori se un aumento delle diseguaglianze effettive ci porterà ad una situazione sociale esplosiva e insostenibile.

Copiare i paesi anglosassoni solo nel diminuire l’efficacia dell’azione pubblica, senza porre in moto politiche di correzione della formazione delle ampie diseguaglianze di “mercato” non solo non è una politica auspicabile, ma è probabilmente destinata a causare effetti disastrosi.

[1] OECD, Growing unequal. Income Distribution and Poverty in Oecd Countries, Parigi, 2008.
[2] OECD, Growing Income Inequality in Oecd Countries: What Drives It and How Policy Can Tackle It?.
[3] Per redditi di mercato l’OCSE intende la somma dei redditi da salari e stipendi, lavoro autonomo e proprietà (reddito dei fattori) più le pensioni private. I redditi di mercato più i trasferimenti pubblici meno le tasse e i contributi sociali dei lavoratori sono i redditi disponibili. (Oecd, Growing unequal, p.98).
[4] I dati da cui sono tratte la presente elaborazione e le successive possono essere consultati nel sito www.oecd.org/els/social/inequality.
[5] Si noti che il numero dei paesi per i quali sono disponibili i dati ed è possibile fare confronti variano da caso a caso.
[6] Questo dato va comunque preso con cautela, perché, come avverte l’OCSE, dal 1995 il reddito su cui è calcolato l’indice in Italia è stato infatti definito e calcolato diversamente, tenendo conto dei redditi derivanti dai patrimoni finanziari e dei valori imputati dei benefici di cassa. I dati relativi agli anni precedenti sono interpolati per tener conto della nuova definizione. E’altamente probabile che l’inclusione dei redditi finanziari dal 1995 abbia essa stessa causato uno spostamento verso l’alto dell’indice. Il dato fondamentale, comunque, è che gli indici siano sempre crescenti, sia prima che dopo il 1995.
[7] Il numero dei paesi per cui è calcolato dall’OCSE l’indice sui redditi disponibili è maggiore di quello per cui è calcolato l’indice sui redditi di mercato.

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Il “profit sharing” all’italiana: aiuti alle imprese, tagli ai salari

Pubblicato il 28 Settembre 2009 da admin

Il Ministro Brunetta ha recentemente definito il progetto di partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa (o profit sharing) – proposto dal Ministro Tremonti - una “utopia possibile”. La definizione appare alquanto esagerata dal momento che esperienze di questo tipo sono già state realizzate, alcune sono già in atto, ed è difficile vedervi qualcosa di utopico. La proposta del Governo consiste nella detassazione del 10% a beneficio di quelle imprese che incentivino la partecipazione dei lavoratori agli obiettivi dell’impresa. Il salario verrebbe scisso in due componenti: una parte fissa e una variabile, quest’ultima in funzione dei profitti aziendali, così che il salario può aumentare – ferma restando la sua quota fissa – solo se i profitti aumentano. La ratio che ne è a fondamento consiste in questo: poiché si ritiene che, in regime di compartecipazione, il lavoratore sia maggiormente interessato alla performance dell’impresa, vi è da attendersi che sia più produttivo. Sul piano giuridico, la fonte di riferimento è la nuova versione dell’articolo 2349 del Codice civile, che dispone che si possa convertire parte degli utili in azioni, da assegnare ai dipendenti sulla base della loro adesione ai programmi aziendali di compartecipazione.

Va chiarito preliminarmente che questa proposta incide, nella migliore delle ipotesi, su una sola determinante della produttività del lavoro, ovvero la motivazione individuale a erogare elevato rendimento; fattore, questo, che, almeno nel caso italiano, è quello meno rilevante per la crescita della produttività del lavoro[1]. D’altra parte, ciò è testimoniato dal fatto che il progetto governativo tiene conto del fatto che, di norma, non vi è convenienza, da parte delle imprese, a rendere i lavoratori compartecipi agli esiti dell’attività d’impresa e che, dunque, occorre fornire incentivi. Alla proposta Brunetta - Tremonti è possibili rivolgere due ordini di critiche.

1) La produttività del lavoro dipende principalmente dallo stock di capitale fisso a disposizione dei lavoratori e dalle loro conoscenze generali e tecniche. Poiché la dotazione di capitale fisso è maggiore nelle imprese di grandi dimensioni, lì è più elevata la produttività del lavoro. In tal senso, uno dei problemi dell’economia italiana – per quanto attiene alla modesta dinamica salariale e al disavanzo dei conti con l’estero – consiste nella bassa produttività del lavoro che, a sua volta, dipende dal ‘nanismo’ imprenditoriale caratteristico del nostro assetto produttivo. La compartecipazione agli utili non agisce in alcun modo su questo aspetto e, dunque, non vi è da attendersi dalla sua eventuale attuazione significativi recuperi di produttività.

2) L’andamento degli utili aziendali è in larghissima misura indipendente dalle scelte dei lavoratori. Di norma, e a titolo esemplificativo, le operazioni di acquisizione e fusione accrescono i profitti, ma ciò è unicamente il risultato di scelte del management che il lavoratore può solo subire, in questo caso favorevolmente. Così come, per converso, scelte sbagliate del management riducono i profitti, riducono conseguentemente la parte variabile del salario legata al profit sharing e, di norma, non penalizzano i dirigenti d’impresa. Questa asimmetria (i lavoratori perdono per scelte sbagliate dei manager, i manager no) è spiegabile alla luce della constatazione stando alla quale, per effetto di un’elevata propensione al rischio, della difficoltà di controllare il loro operato e dell’inerzia caratteristica delle organizzazioni, i consigli di amministrazione delle società per azioni tendono a non licenziare i propri dirigenti[2]. Il profit sharing costituirebbe, dunque, un reale vantaggio per i lavoratori solo a condizione di essere associato alla cogestione e, dunque, a un effettivo potere decisionale dei lavoratori in ordine alle strategie aziendali. Ma, con ogni evidenza, non è questo il progetto governativo, e non rientra affatto negli obiettivi delle imprese la cessione di potere ai propri dipendenti, che configurerebbe la transizione a un assetto istituzionale non capitalistico, di tipo cooperativista[3].

In considerazione di questi rilievi, è opportuno chiedersi per quale ragione questa proposta (che pure è già tecnicamente fattibile) viene fatta in regime di crisi. La risposta più ragionevole è che, in fasi recessive, la compartecipazione ha l’effetto di ridurre i salari, dal momento che i profitti si riducono. Può essere sufficiente ricordare che, secondo uno studio della banca Citigroup, nella UE i margini operativi lordi delle imprese si sono ridotti dell’11% nel periodo tra l’ultimo trimestre 2008 e il primo trimestre 2009 rispetto all’anno precedente. Depurando il dato dal deprezzamento del capitale, e da interessi e rendite sulla proprietà, i redditi imprenditoriali netti risultano scesi del 23% nel medesimo arco temporale. In tal senso, e anche in considerazione degli sgravi fiscali programmati a beneficio delle imprese, il provvedimento costituisce un aiuto surrettizio alle nostre imprese, e avrà effetti di risparmio sui costi aziendali tanto maggiori quanto più ampia è la platea di lavoratori che accetteranno di assumere rischi in contesti sfavorevoli. Vi è da attendersi, a riguardo, che la scelta dei lavoratori – di certo poco informati in ordine all’andamento della domanda di beni e servizi e, ancor più, dell’andamento del mercato azionario - sarà ampiamente condizionata dalla capacità di persuasione dei media e, se conveniente, dei datori di lavoro. Se, poi, si considera che la parte variabile del salario sarà legata agli utili ottenuti mediante attività speculative (e, dunque, la ricerca di rendimenti elevati nei mercati azionari), la proposta assume connotati di palese asimmetria contrattuale a danno dei lavoratori, dal momento che i lavoratori non avranno potere di decisione in ordine all’allocazione di queste risorse e, anche se lo avessero, non sarebbero adeguatamente informati sulle dinamiche di un mercato – quello dei titoli – già di per sé estremamente volatile e caratterizzato da massima incertezza[4]. Vale poco il richiamo all’esperienza tedesca, dove il modello del profit sharing è stato adottato da diversi anni, sia perché la struttura produttiva tedesca – a differenza della nostra – è caratterizzata da imprese di grandi dimensioni (il cui rischio di perdite, o addirittura di fallimento, è minore rispetto a un’economia con prevalenza di microimprese), sia – e soprattutto – perché in Germania il modello della compartecipazione è stato introdotto in fasi del ciclo economico ben diverse da quella in corso, e caratterizzate da crescita economica sostenuta e contestuale crescita dei profitti[5].

 

[1] Ciò a ragione del fatto che, date le piccole dimensioni aziendali, l’impegno del lavoratore è agevolmente verificabile dal datore di lavoro e, data la sostanziale assenza di vincoli al licenziamento, il datore di lavoro può licenziare o non rinnovare il contratto di lavoro ai dipendenti che, a suo giudizio, non hanno erogato uno sforzo lavorativo soddisfacente. Semmai, la variabile motivazionale può incidere sensibilmente sulla performance dell’impresa laddove il l’imprenditore debba strutturare schemi di incentivazione quando è nell’impossibilità di controllare lo sforzo lavorativo; il che, di norma, si verifica in imprese di grandi dimensioni, o quando il rischio associato allo scarso impegno è estremamente elevato (quest’ultimo punto – si pensi al caso dei piloti di aereo - è stato messo in evidenza, fra i primi, da R. Ramaswamy. and R. Rowthorn, R. (1991). Efficiency Wages and Wage Dispersion. DAE Working Paper No. 9012). Per una trattazione generale del tema, si rinvia a G.Forges Davanzati e R.Realfonzo (1994), La teoria dei salari di efficienza: sviluppi storici e orientamenti metodologici alternativi, in AA.VV., Lavoro, organizzazione e produttività nell’impresa, ESI, Napoli.
[2] Sul tema, si rinvia, fra gli altri, a D. Schön, The Reflective Practitioner. How professionals think in action, Temple Smith, 1983.
[3] Da qui i timori di Confindustria. Come ha messo in evidenza Franco De Benedetti (Partecipare agli utili? Inutile, “Il Sole-24 ore, 8 settembre 2009) – criticando il progetto Sacconi – “Il Ministro Sacconi è stato esplicito nel negare che la compartecipazione agli utili sia il primo passo verso una qualche forma di cogestione. Ma l’allarme è scattato, e non si può liquidarlo come pretestuoso; infatti è evidente che, una volta dato il diritto a una parte degli utili, è difficile negare quello di co-decidere come si forma il tutto”.
[4] Vi è di più. Di norma, le imprese sono maggiormente disposte ad assecondare le rivendicazioni dei lavoratori nelle fasi espansive del ciclo economico. Come è stato fatto osservare (cfr. Bronars, S.G. and Deere, D.R. (1991), The threat of unionisation, the use of debt, and the preservation of the shareholder wealth, “Quarterly Journal of Economics”, February, pp.231-254), la scarsa disponibilità di liquidità derivante dalla destinazione di parti del profitto in speculazione costituisce una efficace strategia di contrasto alle organizzazioni sindacali, poiché l’impresa può comunque motivare il non aumento dei salari con l’indisponibilità di fonti di liquidità acquisibili a breve termine.
[5] Non è poi secondario il fatto che, in Germania, la linea prevalente in materia fa riferimento non al profit sharing ma alla codeterminazione (Mitbestimmung), ovvero a un modello nel quale sono previste rappresentanze dei lavoratori nel Consiglio di sorveglianza delle imprese.

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Se 2,5 milioni vi sembrano pochi

Pubblicato il 11 Maggio 2009 da admin

Sono tanti o sono pochi 2,5 milioni di individui in condizione di povertà assoluta censiti dall’Istat nel 2007?

Secondo Orazio Carabini, in un editoriale del Sole 24 Ore del 24/04/09, i dati sulla povertà assoluta pubblicati a fine aprile dall’Istat[1] e la contemporanea indagine della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza[2], smentirebbero la diffusa percezione di impoverimento del ceto medio e di aumento delle disuguaglianze che gli italiani avvertono. O meglio, non la confermerebbero se non in minima misura. Infatti i dati dell’Istat ci dicono che dal 2005 al 2007 l’incidenza della povertà assoluta è rimasta pressoché stabile, coinvolgendo circa il 4% delle famiglie e oltre 2 milioni di individui. La Banca d’Italia, da parte sua, segnala che il nostro paese, pur collocandosi a livello internazionale tra gli stati con il più alto livello della povertà e della disuguaglianza nei redditi familiari, non ha visto nell’ultimo quindicennio un sensibile inasprimento delle disuguaglianze (registrabile, invece, se si osserva l’ultimo trentennio, come documentato in diversi contributi presenti su questa stessa rivista[3]). Dunque la statistica smentirebbe la percezione di crescente insicurezza e disuguaglianza che l’opinione pubblica, in sintonia con il sistema dei media, avverte.

Ma è questo un modo corretto di interpretare i dati?

In primo luogo sarebbe opportuno confrontare le misure di povertà e disuguaglianza con l’andamento del ciclo economico, anche al fine di poter formulare un’ipotesi rispetto a quanto l’attuale crisi economica globale ci riserva. In secondo luogo, sarebbe necessario guardare a come è cambiata la composizione della povertà, al fine di formulare giudizi non sommari e farne discendere indicazioni di policy, come altri autori hanno fatto in questa stessa sede[4].

Quanto al primo aspetto, i dati di breve periodo forniti dall’Istat ci suggeriscono che l’andamento economico (modestamente) positivo del biennio 2006-2007 non ha avuto un effetto di riduzione, neppure minima, della povertà assoluta. D’altro canto, però, i dati di lungo periodo della Banca d’Italia suggeriscono che le fasi di ciclo economico negativo producono un effetto sensibile sui livelli di povertà e disuguaglianza. In particolare la crisi economica dei primi anni ’90 ha rappresentato un momento di cesura nell’andamento della distribuzione del reddito e dell’indigenza. Gli anni ’90 sono stati, per altro, anche il momento in cui la quota di ricchezza destinata al lavoro, sul valore aggiunto totale, ha raggiunto il suo livello minimo dal dopoguerra. Dalla crisi degli anni ’90 ad oggi, sempre secondo Banca d’Italia, non vi sarebbe evidenza, nei dati campionari sulla distribuzione dei redditi, di un aumento della disuguaglianza, di un assottigliamento dei ceti medi o di un impoverimento delle famiglie. La distribuzione presa nel suo complesso appare piuttosto stabile sebbene, come evidenzia l’indagine di via Nazionale, questa stabilità aggregata nasconda importanti cambiamenti nell’allocazione delle risorse e importanti disparità territoriali.

Ciò che sembra emergere, quindi, è una reattività della distribuzione della ricchezza alle fasi negative del ciclo economico cui però non è corrisposta una altrettanto sensibile riduzione delle disuguaglianze nelle fasi di congiuntura positiva. In altre parole, le fasi di ciclo economico negativo hanno prodotto un peggioramento nell’incidenza della povertà e nella distribuzione del reddito, ma quando l’economia è tornata a crescere i redditi sono rimasti fermi, sia in termini di livello delle disuguaglianze, sia in termini di incidenza della povertà.

Se è così, lo scenario che l’attuale crisi economica ci prepara è quello di un ulteriore aumento dell’indigenza e delle disuguaglianze nel corso del 2008 e del 2009. A meno di un intervento pubblico che operi in direzione opposta, di cui, allo stato attuale, non si scorge traccia. È sempre la Banca d’Italia a ricordare, infatti, che i trasferimenti sociali per famiglia, disoccupazione, abitazione ed esclusione sociale sono in Italia appena l’1,7 per cento del prodotto interno lordo, la quota più bassa dell’UE ad esclusione della Lituania, pari a poco più di un terzo della media comunitaria. Inoltre l’intero sistema di imposte e trasferimenti appare poco efficace nel ridurre le disuguaglianze generate dalle forze di mercato. Queste ultime, infatti, hanno agito modificando nel corso del tempo la composizione degli strati sociali in maggiore difficoltà. È macroscopica nel corso degli ultimi 30 anni l’erosione nella quota di ricchezza complessiva destinata al lavoro[5]. Anche guardando al medio ed al breve periodo si riscontra che, dal 1993 al 2008, la crescita delle retribuzioni lorde reali unitarie è stata contenuta, circa lo 0,6 per cento all’anno. L’aumento è inferiore per le retribuzioni al netto del carico fiscale, soprattutto per coloro che non hanno familiari a carico. I dati Istat, poi, segnalano che dal 2005 al 2007 l’incidenza dei lavoratori dipendenti tra gli individui in povertà assoluta è sempre aumentata, mentre si è ridotta l’incidenza dei lavoratori autonomi. Inoltre, avverte la Banca d’Italia, tra i lavoratori sono quelli impiegati con contratti a termine e i parasubordinati i più esposti al rischio povertà, soprattutto nelle fasi economiche recessive. Sono, infatti, i più esposti alla perdita dell’occupazione, perché sono i primi a subire i ridimensionamenti degli organici decisi dalle imprese, ma sono anche i meno protetti dagli ammortizzatori sociali, soprattutto per la frammentarietà dei loro percorsi professionali. Difficilmente le disuguaglianze all’interno dello stesso lavoro dipendente o assimilabile (parasubordinati) potranno ridursi senza che s’intervenga sul sistema delle prestazioni sociali. In particolare quello che pesa è la mancanza di un sostegno al reddito che abbia carattere universalistico e non sia legato, come accade ora, ad una particolare collocazione nel mercato del lavoro. Anche le disuguaglianze territoriali sono rimaste profonde nell’ultimo quindicennio: non solo la distanza tra le regioni del Nord e quelle del Sud non si è accorciata, ma i giovani meridionali hanno ripreso a emigrare, ed anche all’interno delle stesse regioni del mezzogiorno la distribuzione dei redditi è rimasta assai diseguale[6]. Si tratta di fenomeni che sono destinati ad approfondirsi, in una fase di crescita negativa, senza adeguati correttivi pubblici che intervengano, da un lato, sulla revisione in senso universalistico delle prestazioni sociali e, dall’altro, su programmi di sviluppo rispettosi dell’ambiente e del territorio (purtroppo le già insufficienti misure “anticrisi” varate dal governo vanno in tutt’altra direzione: si pensi allo svuotamento del FAS ed al piano casa per non parlare delle irrisorie e frammentarie risorse destinate ai parasubordinati, commentate in un precedente contributo[7]).

Diversamente, i 2,5 milioni di individui in stato povertà assoluta, registrati in un anno di crescita positiva come il 2007, saranno destinati a moltiplicarsi con l’avanzare della crisi.

 

*Ricercatrice, Università degli Studi di Milano e CGIL Milano

 

[1] Istat, La povertà assoluta in Italia nel 2007, comunicato del 22 Aprile 2009.
[2] Banca d’Italia, Indagine conoscitiva sul livello dei redditi da lavoro nonché sulla distribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993-2008, audizione di Andrea Brandolini al Senato della Repubblica, 21 Aprile 2009.
[3] C. Tajani (28 Dicembre 2008) e S. Perra (23 Gennaio 2009).
[4] Si veda, a questo proposito, il contributo di G. Forges Davanzati e A. Pacella, La povertà vista da destra, 2 Marzo 2009.
[5] Si vedano, a proposito della condizione economica del lavoro dipendente e assimilato, su questa stessa rivista, i contributi di A. Stirati (9 Dicembre 2008), C. Tajani (28 Dicembre 2008) e S. Perra (23 Gennaio 2009).
[6] Si veda ancora G. Forges Davanzati e A. Pacella nel contributo del 2 Marzo 2009.
[7] Su questa stessa rivista, C. Tajani del 28 Dicembre 2008.

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