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Finanza, spread, pensioni… storie di italica follia

Pubblicato il 28 Gennaio 2012 da admin

La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di investimento, come scegliere se finanziarsi con debito o mezzi propri, come misurare il costo del capitale, come misurare il  valore creato da un’acquisizione o da un investimento in fondi comuni, come gestire i rischi.  Uno dei recenti decreti del Miur, attuativo della riforma Gelmini, ha appena declassato il settore scientifico-disciplinare SECS-P09 - Finanza aziendale, accorpandolo, a fini di reclutamento del personale docente, in uno più grande (come numero di docenti appartenenti)  e pre-esistente (quello della vecchia Tecnica bancaria, oggi Economia degli Intermediari finanziari), decretandone di fatto la sorte futura, in termini di sviluppo della ricerca, della didattica,  e dei ricercatori/docenti che le praticano, che è poi la sorte, di manzoniana memoria, del  vaso di coccio destinato a viaggiare tra i vasi di ferro, del nuovo e debole che non avanza se destinato a sgomitare (dati  il corporativismo della casta accademica e il trend decrescente dei fondi assegnati all’università per il personale) tra il consolidato e numericamente forte.

La classificazione dei saperi e degli ambiti di ricerca non è neutrale rispetto alle loro prospettive di sviluppo: la delimitazione dei campi, soprattutto al fine di allocare le risorse, consente ai nuovi saperi  di svilupparsi e crescere, senza dover lottare e forse soccombere rispetto a saperi (e relative corporazioni) più consolidati e potenti.

Questo è accaduto, nonostante una serie di fattori avrebbero dovuto sconsigliarlo fortemente.

Primo fra tutti,  la dichiarata volontà dell’ ex ministro Gelmini di favorire l’internazionalizzazione dell’università italiana, di adeguare didattica e ricerca italiana agli standard internazionali dei paesi più evoluti. Una specie di mantra salvifico questo dell’internazionalizzazione della nostra accademia, che ha già prodotto svariati danni: la riforma del 3+2 del ministro Berlinguer (nel 1999) e la riforma Gelmini (nel 2010) fondano la loro ragion d’essere proprio su questo obiettivo dichiarato. Vale la pena di ricordare che in contesto  anglosassone (USA e UK), la Corporate Finance (termine inglese equivalente) è area scientifico-disciplinare autonoma e ben identificata dagli anni ‘30, oltreché presenza immancabile nella formazione universitaria under e post graduate di ogni business school degna di questo nome.

Secondo “fattore contro” sono i segnali chiari e forti, che emergono dal mondo delle imprese, dell’esigenza di competenze di finanza aziendale dei futuri manager, come ampiamente rivela un’indagine recente riportata da Il Sole 24 ore (Bassi, Gestione dei rischi e finanza aziendale al top delle richieste, 8 aprile 2011).

Terzo fattore, l’evidente carenza di competenze di Finanza aziendale che si coglie leggendo sui giornali di questi ultimi mesi le analisi della crisi  e le proposte di riforma di ministri, economisti e valenti commentatori.

Tre esempi sembrano eclatanti.

Primo esempio.  Da più parti (a titolo di esempio Penati,  La verità nascosta dietro lo spread,  La Repubblica,  1 ottobre 2011) si spiega lo spread sui titoli di stato italiano, rispetto agli equivalenti tedeschi, uguale (o superiore) sui titoli a 1-2 anni rispetto a quelli a 10 anni come segue: i mercati assumerebbero che i rischi per l’Italia si concentrano in un futuro vicino, mentre “…dopo,  non fa differenza”. Da qui discenderebbe il senso di urgenza che dovrebbe guidare l’azione di governo nel fare presto le riforme, senza aspettare oltre:  urgenza che ha guidato la riforma del  governo tecnico e ha guidato parimenti la sua approvazione rapida, evitando in nome di questa urgenza modifiche da parte del parlamento o sulla spinta delle parti sociali.

La finanza aziendale insegna che il tasso di rendimento sui  titoli comprende una parte che remunera il valore temporale del denaro (100 euro oggi non sono equivalenti a 100 euro tra un anno, perché nell’anno potrei guadagnare investendo in un investimento privo di rischio), e una parte che remunera il rischio che l’investimento comporta. Ora, ragionando in termini di spread dei rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli dei titoli tedeschi, la dinamica dello spread (da breve a lungo) dovrebbe essere attribuita alla componente “remunerazione del rischio”, perché la dinamica dei tassi privi di rischio, nell’ambito dell’Europa, dovrebbe essere omogenea e quindi già assunta nella dinamica dei tassi sui Bund[1]. Tuttavia,  va sottolineato che se lo spread  è costante (o decrescente) non significa che i titoli a maggiore scadenza sono considerati ugualmente (o meno) rischiosi, perché  il premio  per il rischio (supposto dal tasso) aumenta per effetto della capitalizzazione su un numero di anni maggiore. Quando attualizzo per esempio il flusso connesso al rimborso dei titoli fra dieci anni (ipotizziamo per semplicità titoli zero coupon), elevo a 10 anni sia la componente risk-free del tasso,  che la componente “compenso del rischio”  e quindi la correzione che opero per questa via sul flusso è maggiore, pur se lo spread è costante. A titolo di esempio, semplificando al massimo i calcoli, supponendo un tasso sui Bund a 2 anni del 4% e a 10 anni del 6% (cioè una struttura per scadenza crescente dei tassi privi di rischio),  e un tasso sui BTP italiani di corrispondente scadenza pari rispettivamente a 8%  e 9%, quindi uno spread decrescente da 4 (8% - 4%) a 3 (9% - 6%) punti percentuali, si può dimostrare che la penalizzazione che i titoli a 10 anni subiscono per effetto del rischio paese assegnato ai titoli dal mercato (rischio di insolvenza dell’Italia) è maggiore di quella dei titoli a 2 anni. Infatti, nel primo caso il flusso risk-adjusted è pari al 76% del flusso rischioso, contro il 93% nel secondo caso[2]. Analogamente, se anche ipotizzassimo uno spread a 10 anni ancora più basso (per esempio l’1%), il flusso risk-adjusted sarebbe del 91%, cioè una correzione che è ancora maggiore di quella dei titoli a 2 anni.

Secondo esempio. Il ministro Fornero ha presentato (sul numero 10/2011 di Italiani-Europei e pubblicato per ampi stralci su La Repubblica del 26 novembre 2011) un suo studio sull’equità e sostenibilità del sistema pensionistico attualmente vigente in Italia, da cui parte il suo disegno di riforma del sistema pensionistico italiano. Ipotizza un sistema integralmente contributivo, che definisce oggettivo, e che porrebbe pari il valore attuale atteso dei benefici pensionistici ai quali l’individuo ha diritto (la somma oggi equivalente al valore complessivo dei trasferimenti previdenziali di cui l’individuo godrebbe data l’attuale aspettativa media di vita) al montante contributivo versato, dalla Fornero definito come saldo disponibile di un ipotetico conto corrente in cui l’individuo abbia depositato, senza mai ritirarli, i contributi previdenziali versati lungo la vita lavorativa. Definisce, il ministro, un indicatore (PVR= present value ratio) che rapporta, alla data della pensione, i due valori sopra definiti, precisamente il primo al secondo. Se l’indicatore è uguale a 1, il sistema è equo (oggettivamente equo, ci rassicura il ministro) e finanziariamente sostenibile dal punto di vista della comunità. Se maggiore di 1 privilegia il pensionato, a scapito delle generazioni future, se minore di 1 lo penalizza. La Fornero, basandosi sulle simulazioni svolte nel centro di ricerca CERP, dimostra che l’attuale sistema retributivo genera valori del PVR che vanno dall’ 1,5 al 3,5 a seconda dell’ente previdenziale considerato e quindi del tipo di mestiere del pensionato considerato: privilegerebbe, dunque,  oltre misura i lavoratori che vi appartengono, a scapito delle future generazioni, facendogli guadagnare tassi di rendimento rispettivamente del 50 e 250%. Lo studio ci pare presenti alcune lacune di metodo gravi, come chiaramente evidenziato già da alcuni (Jaccod, A proposito dei benefici pensionistici):

• il valore del PVR risulta molto sensibile al tasso utilizzato per calcolare montante e valore attuale, rispettivamente posti al denominatore e al numeratore del rapporto: quindi, non è un indicatore che possa essere definito oggettivo, come viene dichiarato. Un tasso maggiore riduce il numeratore (valore attuale delle pensioni future) e alza il denominatore (montante dei contributi versati). L’effetto,  inoltre,  non è uguale sulle due grandezze, perché le rendite hanno durata diversa. La sensibilità al tasso è infatti maggiore nel caso di una rendita di 40 anni (i contributi versati) rispetto ad una rendita di 15 anni (le pensioni attese). A titolo di esempio, passando da un tasso nominale (perché applicato a flussi nominali) del 2% ad uno del 4,5% e ipotizzando ammontari dei contributi e della pensione coerenti con gli attuali std retributivi di un lavoratore di medio reddito, il PVR passa da 1,7 a 0,85 , che significa che il nostro ex lavoratore di medio reddito si trasforma da pensionato privilegiato e affamatore delle generazioni future ad un lavoratore frodato dal sistema previdenziale;

• il tasso usato nelle simulazioni  è dell’1,5% reale, posto pari, viene detto, al tasso di crescita dell’economia (tasso definito come l’unico finanziariamente sostenibile). Ma perché, dal punto di vista dell’equità del singolo lavoratore, dovrebbe essere diverso dal costo opportunità del capitale (in finanza aziendale è definito come il tasso di rendimento di impieghi alternativi di pari durata e rischio) che l’individuo, singolarmente, avrebbe potuto lucrare investendo i contributi versati, e a cui rinuncia dopo il pensionamento, quando cioè comincia a prelevare mensilmente per campare?  In altre parole, perché convincerlo a versare i contributi all’INPS o all’INPDAP percependo solo un tasso reale dell’1,5% (non si capisce peraltro dallo studio quale tasso nominale sia stato usato) quando, da solo, avrebbe potuto investirli ad un tasso mediamente maggiore?  La media  dei  tassi medi annui risk-free EURIRS (per prestiti a 30 anni) nell’ultimo decennio è pari al  4,7%  e tassi nominali ben maggiori hanno lucrato i BTP di pari scadenza nei decenni precedenti;

• usa un tasso uguale per capitalizzare i contributi versati e per attualizzare le pensioni future da percepire: i flussi rispettivi non sono però omogenei e confrontabili in termini di rischio. I contributi versati, alla data del pensionamento, sono certi (e lo sarebbero anche gli interessi prodotti),  mentre incerti sono i flussi delle pensioni future. Sono incerti sia come durata (vita residua dopo la pensione del lavoratore e di eventuali familiari candidati alla reversibilità: usare la vita media attesa, determinata sulle tavole attuariali, come fa la Fornero,  non risolve affatto il problema dal punto di vista del singolo lavoratore),  che come ammontare; dopo la morte del lavoratore, infatti, l’entità delle somme percepite dipende dalla presenza e dal legame di parentela dei familiari su cui potrebbe scattare la reversibilità. Inoltre, rischi derivano per ammontare e durata delle pensioni future anche da cambiamenti futuri della legislazione pensionistica, se intaccassero anche i diritti acquisiti (come,  peraltro,  accade con questa riforma).

Cade,  con ogni evidenza,  la presunta oggettiva equità del sistema contributivo descritto, se non tiene conto correttamente ed analiticamente degli aspetti citati, a cui va aggiunta la necessità di considerare flussi al netto delle imposte, essendo le aliquote fiscali degli interessi sui contributi differenti dai prelievi sui pagamenti delle pensioni.

Terzo esempio.  Una critica recente bipartisan  è quella all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia mondiale. La finanza ne risulta demonizzata, come causa principale della crisi recente. Per misurare l’eccesso di finanziarizzazione si ricorre al confronto (si vedano, come esempi, Fumagalli, Il diritto al default come contropotere finanziario, Il Manifesto,  1 settembre 2011 e Panara, Se la finanza si mangia l’economia, La Repubblica – Affari&Finanza, 23 gennaio 2012) tra PIL mondiale (74 mila miliardi di dollari nel 2010), valore del mercato obbligazionario mondiale (95 mila miliardi di dollari), valore delle borse mondiali (50 mila miliardi di dollari), valore dei derivati (466 mila miliardi di dollari) e si conclude che la finanza muove in aggregato 8 volte la ricchezza prodotta in termini reali. Ora, un primo errore si commette nel confrontare grandezze flusso (il PIL) con grandezze fondo (il valore dei mercati obbligazionario, azionario e dei derivati), distorcendo la prospettiva dell’analisi. Ma questo è solo un errore veniale (che però conferma le già citate carenze di finanza aziendale). Più grave è l’errore che si commette demonizzando la finanza tout court e  oscurando per questa via quello che è il vero problema: cioè non la finanza in quanto tale, ma l’uso vizioso e distorto che se ne fa, cioè gli “eccessi” della finanza. La finanza, quando è al servizio dell’economia reale, come fisiologicamente dovrebbe essere, non è negativa. Se i mercati finanziari servono a convogliare il denaro degli investitori verso gli impieghi produttivi, la finanza supporta lo sviluppo dell’economia reale. Le obbligazioni societarie servono a finanziare gli impieghi delle imprese e la borsa dovrebbe servire a raccogliere denari sul mercato per finanziare con capitale paziente gli investimenti reali delle imprese, soprattutto quelli strategici, di maggiore durata e di maggiore rilevanza per il loro core business. Quindi il problema non è la dimensione di questi mercati, se, come dovrebbe essere, a fronte di questi valori ci sono gli asset reali delle imprese, che da qualche parte devono trovare i capitali per essere finanziati. L’aspetto negativo è un altro. La borsa, negli ultimi anni, per esempio in Italia, non finanzia più l’industria e i servizi non finanziari, cioè l’economia reale. Per tutta una serie di ragioni (per le quali rinviamo alla puntuale analisi condotta da Coltorti  per lo studio  Consob sui 150 anni di borsa in Italia)[3]  il listino telematico copre l’80% delle banche (in termini di totale attivo tangibile di bilancio), circa metà delle compagnie di assicurazione (in termini di premi), e solo il 5% dell’industria e dei servizi (in termini di fatturato): dal listino risultano assenti sia il quarto capitalismo (cioè le medie imprese che rappresentano la punta di diamante della manifattura italiana, quella che esporta nel mondo l’Italian style), che importanti gruppi di dimensione elevata (Riva, Ferrero, Marcegaglia, Perfetti, Barilla, ecc.). In secondo luogo, dal 1997 ad oggi, la borsa italiana non indirizza più il risparmio verso gli impieghi produttivi, ma serve a far tornare agli investitori le somme non impiegate negli attivi delle imprese (tendenze analoghe sono rilevabili anche per le borse del Nord America e dell’Europa): i saldi tra finanza in entrata e finanza in uscita delle imprese quotate sono pesantemente negativi, cioè i dividendi distribuiti superano gli aumenti di capitale e su questi l’incidenza dell’industria è scesa dal 91% del periodo 1977-1986 al 51% nel triennio 2007-2010, a vantaggio delle banche. Oggi la borsa italiana sembra operare una sorta di selezione avversa:  premia chi distribuisce dividendi e riacquista azioni proprie, mentre affonda chi annuncia aumenti di capitale per finanziare sviluppi futuri o risanare gestioni compromesse da alti indebitamenti. Quindi,  le imprese virtuose, che vogliono crescere e svilupparsi, ne stanno alla larga.

Ancora. Raccogliere denaro a titolo di debito dai risparmiatori emettendo obbligazioni per finanziare gli impieghi produttivi delle imprese non è un male in sè. Male è il conflitto di interessi che induce le banche a svolgere non  proprio virtuosamente il piazzamento sul mercato di queste obbligazioni. Quando, come è avvenuto nel caso Parmalat, tanto per ricordare un esempio recente e doloroso della storia italiana, le banche sono sia creditori (molto esposti) della Parmalat, che collocatori – lautamente  remunerati – presso gli investitori  delle sue obbligazioni, l’azzardo morale è assicurato, in assenza di adeguata regolamentazione: l’emissione delle obbligazioni di Parmalat, a gestione operativa già compromessa  e indebitamento bancario oltre il livello di guardia, servì alle banche per rientrare dei capitali prestati oltrechè per intascare alte commissioni; perché aspettarci che il rischio di insolvenza di quelle obbligazioni (ben chiaro alle banche) fosse altrettanto chiaramente da esse illustrato ai risparmiatori, potenziali investitori, al momento della sottoscrizione?

Ancora. Finanziarizzazione è anche il cambio di mestiere che le imprese, almeno in alcuni settori, hanno fatto, da produttori di beni e servizi reali a banche, come dimostra la patologica composizione dei loro attivi, sbilanciata verso gli impieghi finanziari. Come esempio facciamo riferimento al settore auto (uno tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi 2008-2009 e  maggiormente beneficiato dagli aiuti statali) che, prima della crisi (nel 2006) e  non per effetto della crisi, evidenzia, rispetto a 30 anni prima, una radicale trasformazione della composizione degli attivi di bilancio (dati Ufficio Studi Mediobanca-R&S) per due aspetti:

• una riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e un’incidenza elevata dell’attivo circolante, specchio del trasferimento fuori delle imprese della produzione, terziarizzata

• un’incidenza patologicamente marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale (nella forma di crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto), specchio della “difficoltà di vendere” delle imprese del settore o comunque di politiche aggressive “di gonfiaggio” dei consumi.

Questo esempio mostra come la crisi reale ha generato la finanziarizzazione e non l’opposto: i crediti verso i clienti e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.

In conclusione, la finanza non è la strega da mandare al rogo, ma un sapere molto utile, che andrebbe insegnato nelle università, tutelato e sviluppato nella ricerca, imparato bene e utilizzato meglio, nel  governo delle imprese come in quello del paese, nell’investimento del patrimonio del piccolo risparmiatore, come in quello ben più ricco della previdenza statale.

* Professore ordinario di Finanza aziendale – Università degli Studi di Roma Tre (venanzi@uniroma3.it)

[1] Ipotizziamo qui per semplicità che il tasso sui Bund sia una proxy accettabile del tasso risk-free.
[2] La penalizzazione si può calcolare partendo dalla seguente identità:
Flusso atteso alla scadenza/(1+r)n = equivalente certo del flusso alla scadenza /(1 + tasso risk-free)n  , dove r è il tasso che comprende anche il compenso per il rischio e n il numero degli anni alla scadenza, mentre il tasso risk-free non lo contiene.  Nel caso del secondo termine dell’uguaglianza, infatti,  del rischio si tiene direttamente conto nel numeratore, dove al flusso atteso rischioso si sostituisce il suo corrispondente flusso certo, cioè già decurtato per tenere conto del rischio. Dalla uguaglianza, è possibile derivare che equivalente certo del flusso alla scadenza/ flusso atteso alla scadenza = (1 + tasso risk-free)n/(1+r)n : questo rapporto misura la penalizzazione subita dal flusso per tenere conto del rischio, supposta dal tasso r. Con riferimento all’esempio riportato, se n=10, r=9% e tasso risk-free=6%, il rapporto misura 0,76 (76%), che significa un compenso totale per il rischio del 24% (100-76).
[3] Coltorti F., 2011, Borsa, territorio e sviluppo economico (1861-2011), in Consob, Dall’unità ai nostri giorni: 150 anni di borsa in Italia, Consob.

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Crisi: per “Economia e Politica” crescita e rigore inconciliabili

Pubblicato il 26 Dicembre 2011 da admin

(AGI) - Roma, 26 dic. - “Crescita e rigore, cioe’ austerita’, sono inconciliabili”. E’ il grido d’allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell’Universita’ del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all’Universita’ Roma Tre, che sulla rivista online “Economia e politica” contestano le certezze del premier Monti e della sua “manovra di ‘risanamento’ aspramente restrittiva”, ma anche i diktat della cancelliera tedesca Merkel.
“L’origine della crisi italiana - sostengono Realfonzo e Stirati - non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo e la politica di austerita’ non frena ma, al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese”. Allora, a livello europeo “l’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico e’ una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Questa politica non risolverebbe i problemi strutturali, con la Germania che vanta un surplus commerciale piu’ grande di quello cinese”, ma “porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalita’ per rilanciare l’economia e il progetto di Unione europea, al riparo da fanatismi liberisti”.
Sul fronte italiano, sostengono Realfonzo e Stirati, “sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza”, la ricetta necessaria diverge da quella del governo e puo’ cosi’ essere sintetizzata: “Far pagare le tasse a chi puo’ e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’e’ invece una emergenza pensioni”. Insomma, “l’equita’ va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno”, ma anche qui occorre fare attenzione: “La crescita declinata alla stregua della manovra Monti come incentivi e benefici fiscali alle imprese - concludono Realfonzo e Stirati - non sostiene l’attivita’ produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi, perche’ non c’e’ mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo”. (AGI) Cav

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I sogni di Tremonti

Pubblicato il 29 Aprile 2011 da admin

Lo scorso 13 aprile il Consiglio dei Ministri ha licenziato il Documento di economia e finanza  (DEF) 2011, cioè il nuovo atto di programmazione finanziaria e di bilancio, previsto dalla L. 39/2011, approvata appena qualche giorno prima dal Parlamento (volta ad armonizzare la contabilità e finanza pubblica con le nuove regole dell’Unione europea sul coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri).  Il DEF 2011, che comprende il Programma di stabilità, si inserisce nell’ambito del semestre europeo e del “Patto per l’Euro” , approvato il 24/25 marzo dal Consiglio Europeo dei capi di Stato e di Governo, rivendicato come un primo passo verso l’ “integrazione politica federale” dell’Europa (DEF, sezione I, Programma di stabilità dell’Italia, p. III).

Il DEF si esprime decisamente contro il fare crescita “con i deficit pubblici” (p.IV)  e sostiene l’impegno a introdurre il vincolo della disciplina di bilancio nella Costituzione italiana.  Gli obiettivi di finanza pubblica (Tab.1) sono coerenti con la richiesta di riportare l’indebitamento netto della PA sotto il 3% entro il 2012, contenuta nelle raccomandazioni  impartite all’avvio della procedura per disavanzo eccessivo, e portano al sostanziale annullamento del deficit entro il 2014; tali obiettivi saranno ottenuti grazie ad ulteriori manovre, per un effetto netto cumulato di 1,2 punti di PIL nel 2013 e 2,3 punti nel 2014 (dopo la correzione per 12 miliardi di euro nel 2011 e 25 miliardi nel 2012 e 2013 realizzata col decreto 78/2010). Ma non basta: si continuerà ad accrescere l’avanzo primario per proseguire nella riduzione del  debito (che dal 120% del PIL nell’anno in corso dovrebbe calare al 112,8% nel 2014).

 

Che ne sarà allora dello sviluppo? Per questo c’è il Programma nazionale di riforma (PNR). Quest’ultimo ribadisce che il tempo in cui si faceva la politica economica attraverso la spesa pubblica è finito, per cui le misure adottate non dovranno accrescere il deficit pubblico, pur stimolando l’economia.

Ma cosa contiene il PNR per ottenere cotanto miracolo? Misure già realizzate o avviate e provvedimenti da adottare nei prossimi mesi. Per sintetizzare l’eterogeneità delle azioni considerate basti ricordare la riforma del modello contrattuale e il decentramento della contrattazione, gli ammortizzatori sociali in deroga, i tagli alla spesa pensionistica, i provvedimenti per l’efficienza della pubblica amministrazione, la riforma della scuola e dell’università, con i relativi tagli, e addirittura il federalismo e la promessa riforma fiscale (anche se di questi ultimi interventi, si ammette che non è ancora possibile valutare le conseguenze).

Come quantificare gli effetti di misure così eterogenee, e in alcuni casi ancora indefinite, sulla crescita economica? Al MEF sono riusciti a simulare l’impatto di molti interventi, utilizzando congiuntamente alcuni “modelli”, apparentemente assai sofisticati (il modello europeo QUEST III calibrato per l’Italia e il modello econometrico  ITEM del Ministero). La logica di questi modelli sembra essere la seguente: si suppone, in base a considerazioni teoriche proprie all’economia più convenzionale[1], che un certo provvedimento abbia effetti positivi sull’economia; si costruisce un modello attorno a tale ipotesi mettendovi dei numeri che pretendono di rappresentare ciò che dovrebbe accadere nella realtà e … ecco che si scopre e quantifica l’effetto positivo di quella misura. In realtà non si dimostra un bel nulla perché in realtà il modello racconta quello che gli si era insegnato.

In passato ci si chiedeva, tra economisti applicati, di quanto una riduzione del deficit pubblico facesse calare il PIL (e si cercava di misurarlo), non se lo facesse calare. Ora sembra raggiunta la quadratura del cerchio: coerentemente con l’impostazione sopra ricordata, le simulazioni mostrano che, malgrado l’insieme delle riforme considerate faccia migliorare il saldo di bilancio, anche l’impatto sullo sviluppo risulta favorevole, con un aumento medio rispetto allo scenario base di 0,4 punti percentuali all’anno del tasso di crescita del PIL nel periodo 2011-2014 (e ancora 0,2 nel triennio 2018-20) e un effetto su consumi, investimenti ed occupazione di circa 0,3 punti percentuali in media annua (Tab.2).

 

Eppure le valutazioni di questi effetti non devono essere apparse completamente affidabili, visto che l’impatto delle riforme sulla crescita assunto ai fini della costruzione dello scenario macroeconomico 2011-2014 del Programma di stabilità è stato posto pari alla metà di quello sopra indicato, per motivi prudenziali (con l’eccezione delle misure sulle pensioni, già a regime); la cautela è dettata anche dal fatto che i modelli utilizzati non riescono a tenere conto della fase ciclica in cui le riforme vengono introdotte, il che non sorprende in quanto escludono qualunque ruolo alla domanda aggregata.  In definitiva, il governo prevede un tasso di crescita dell’1,5% in media nel periodo 2012-15.

Le misure adottate/programmate sarebbero comunque così ben congegnate da stimolare l’espansione economica senza pesare sul bilancio, anzi alleggerendolo. Vediamo perché. Il diavolo, come al solito, è nei dettagli, e per un economista i dettagli si chiamano “modello” e “ipotesi”.

Gli interventi vengono simulati impartendo specifici shock ad alcune variabili esogene. Vediamo qualche esempio. Per quanto riguarda contrattazione salariale e promozione della produttività, sono stati contemporaneamente imposti uno shock negativo al mark-up salariale (in soldoni, più moderazione salariale) e uno positivo alla produttività del lavoro.  A quanto sembra, si è praticamente ipotizzato un aumento della produttività (in presenza di un contenimento degli incrementi salariali), e dunque non poteva mancare l’effetto positivo sul PIL, anche perché, nell’impostazione adottata, evidentemente non c’è spazio per effetti depressivi da domanda legati al contenimento dei salari. Le politiche per l’occupazione sono state tradotte nell’emersione di lavoro irregolare e in un maggiore sostegno alle imprese: quest’ultimo, con il modello utilizzato, assicura maggiori investimenti del settore privato, con conseguenti effetti positivi sul PIL. Peccato che gli animal spirits degli imprenditori italiani non siano sempre così vivaci e non potranno che prediligere l’aumento dei profitti incamerati e/o l’investimento finanziario a quello produttivo, in assenza di politiche di sostegno della domanda aggregata in Italia ed Europa. Ancora più interessanti gli effetti delle misure di posticipo del pensionamento che, oltre a ridurre la spesa pensionistica,  provocano: un aumento dell’occupazione (e come, via offerta di lavoro? Ma il lavoratore anziano non sarebbe stato rimpiazzato se fosse andato in pensione più presto?), una riduzione del salario pro-capite (ma un giovane che avesse rimpiazzato il lavoratore anziano non sarebbe costato meno?) e, grazie a questa riduzione, un rilevante aumento degli investimenti fissi lordi (evidentemente sospinti dal calo dei costi, ininfluente senza prospettive di adeguata crescita della domanda). Dopo il miracolo delle pensioni, veniamo alle misure a favore della concorrenza e alle riforme della PA, che sono valutate semplicemente ipotizzando una riduzione dei costi all’entrata di nuove imprese, che abbatte i prezzi, e una diminuzione dei costi medi. Per stare più tranquilli, è stata aggiunta un’ipotesi riduzione dei margini, ed è stato imposto un aumento della produttività della PA.  Come già detto, il modello ci restituisce ciò che gli abbiamo suggerito di raccontarci.

Insomma, le simulazioni svolte con i sia pur “raffinati” modelli a disposizione del MEF non tranquillizzano sull’efficacia delle “nuove” politiche di stimolo dell’economia, che consistono peraltro in un disordinato elenco di provvedimenti; i cosiddetti “motori di sviluppo” (DEF, p.v ) alternativi al sostegno della domanda aggregata non appaiono molto affidabili, come da altri già osservato, e rischiano di “lasciarci per strada” nel vano percorso di riequilibrio finanziario.

Ma niente paura, il nostro Ministro dell’Economia ha tirato fuori il coniglio dal cappello, e di fronte alle titubanze della stessa Confindustria rispetto alla mancata concretezza del PNR ha promesso, con dichiarazioni stampa, una sorta di alleggerimento dei controlli fiscali alle imprese, giudicati troppo opprimenti e continui. Se la riduzione degli accertamenti  facesse crescere il PIL - nel momento in cui si rivelano scandali come il “Parioli-gate”, dovuti proprio alla carenza di accertamenti fiscali e bancari - l’Italia potrebbe avere il tasso di crescita più alto del mondo!

*L’autrice è una senior economist che lavora nel settore della ricerca.

[1] Sembra farsi soprattutto riferimento alle teorie della “crescita endogena” in cui la domanda aggregata non gioca nessun ruolo nella crescita.

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Un convegno per capire la crisi, Siena 26 e 27 gennaio 2009

Pubblicato il 23 Dicembre 2009 da admin

Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica. Il Convegno è organizzato con  la collaborazione di Economia e politica. Per un approfondimento sui temi del convegno si rinvia all’articolo di Emiliano Brancaccio. Altre informazioni sono sul sito www.theglobalcrisis.info. 

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Un convegno per capire la crisi

Pubblicato il 23 Dicembre 2009 da admin

Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica.

Il convegno è organizzato con la collaborazione di Economia e politica. Tutte le informazioni sono sul sito www.theglobalcrisis.info.

Nel 2006, chiamato ad esprimersi sui criteri di valutazione della ricerca universitaria, l’attuale rettore della Bocconi Guido Tabellini dichiarò che bisognava respingere le procedure tese a salvaguardare i filoni di ricerca alternativi al mainstream, poiché queste avrebbero finito per «proteggere sette di ricercatori in via di estinzione»[1]. Quando fu pronunciata, questa frase apparve a molti indicativa di specifici interessi accademici da difendere e da consolidare, molto più che di un giudizio spassionato sull’effettivo valore scientifico delle diverse correnti della ricerca economica. Tuttavia la sostanza della dichiarazione rifletteva l’enorme successo del paradigma dominante di teoria e politica economica, e il comprensibile desiderio dei suoi più convinti sostenitori di avvalersi di tale diffuso consenso per conquistare nuovi spazi e ulteriori riconoscimenti.

Ben pochi anni sono passati dalla controversia sulla valutazione della ricerca, eppure le cose sembrano esser cambiate sotto più di un aspetto. In particolare, dal momento in cui la crisi globale è esplosa, il clima culturale pare aver subìto un mutamento alquanto repentino. Uno dei motivi è che gli esponenti della teoria economica prevalente sono apparsi in estrema difficoltà di fronte alla grande recessione in corso. Col passare dei mesi è andato diffondendosi il convincimento che la crisi li abbia presi alla sprovvista, e che le loro proposte di politica economica abbiano addirittura contribuito ad alimentarla. In Gran Bretagna si è scomodata persino la Regina per chiedere ai massimi esponenti della London School of Economics come mai non fossero stati capaci di prevedere il tracollo. In Italia il ministro dell’Economia ha più volte ironizzato sulle difficoltà di previsione degli economisti, e li ha per questo invitati a star zitti per almeno un anno o due. Dove naturalmente per “economisti” si sono intesi sempre gli esponenti della ortodossia, coloro i quali cioè hanno lungamente dettato il verbo, sia sul versante della teoria che della politica economica[2].

Si è respirata in effetti un po’ l’aria della caccia all’untore, in questa sorta di caccia all’economista. D’altro canto va riconosciuto che le accuse che sono state lanciate in questi mesi non possono dirsi del tutto infondate. Basterà ricordare che gli economisti della blasonata voce.info hanno commentato la crisi ammettendo onestamente che «nessuno di noi redattori, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata»[3].

In questo mutato e forse imbarazzante scenario, Tabellini deve aver considerato opportuno porre il seguente interrogativo: «vi sarà un’altra rivoluzione nelle idee degli economisti circa i compiti della politica economica e il funzionamento della economia di mercato?»[4]. Una domanda tempestiva, bisogna ammetterlo. Ma prima che qualcuno potesse sospettare una sua conversione rispetto ai giudizi barricadieri del passato, Tabellini ha immediatamente fornito la sua risposta, la solita di sempre: «Io penso di no. Le lezioni da trarre dalla crisi, per quanto importanti, sono più circoscritte». L’idea del rettore della Bocconi, al riguardo, è che la teoria economica prevalente si occupa da tempo di tutte quelle imperfezioni e asimmetrie che contribuiscono a determinare i cosiddetti “fallimenti del mercato” e che favoriscono quindi l’insorgere dell’instabilità e della crisi. Stando a questa visione, gli economisti del mainstream dovrebbero già disporre degli strumenti concettuali necessari per spiegare la recessione e per suggerire misure in grado di fronteggiarla. Se vi sono stati errori di previsione e di valutazione della crisi, si potrà rimediare ad essi attraverso correttivi marginali, senza mettere in discussione il nucleo della dottrina economica prevalente.

A una prima lettura si potrebbe pensare che le conclusioni di Tabellini siano suffragate dai fatti. Dopotutto egli difende un corpus teorico abbastanza flessibile, dal quale si possono certo ricavare delle vere e proprie apologie del capitalismo, ma che può anche fungere da strumento in grado di cogliere i limiti dei meccanismi di mercato. Non è un caso che da questo impianto concettuale siano già emerse svariate interpretazioni della crisi, nonché indirizzi di politica economica alquanto diversi tra loro. Consideriamo ad esempio i casi di John Taylor e di Paul Krugman. Come è noto, Taylor ha attribuito le cause e il perdurare della crisi in corso al lassismo monetario e fiscale delle autorità americane, e ha per questo suggerito una strategia di uscita dalla recessione fondata sulla rinuncia agli eccessi dell’interventismo politico e sul ritorno alle severe leggi del laissez-faire. Krugman, al contrario, ha sostenuto che una politica economica troppo timida da parte del governo e della banca centrale potrebbe rivelarsi insufficiente per superare la crisi, e ha quindi invocato ulteriori espansioni monetarie e fiscali[5]. I due si situano insomma agli antipodi delle posizioni di politica economica che riescono a trovare uno spazio nelle istituzioni e sui media americani. Eppure, entrambi gli economisti possono esser fatti rientrare nel mainstream cosiddetto “imperfezionista”, talvolta definito New Keynesian o del New Consensus, che rappresenta oggi la punta più avanzata del paradigma sostenuto da Tabellini[6].

Possiamo dunque parlare di un mainstream autosufficiente, in grado di trovare grazie alla sua sola dialettica interna una valida spiegazione del tracollo economico e occupazionale al quale stiamo assistendo, ed efficaci misure per contrastarlo? In realtà da un’analisi più approfondita del dibattito di questi mesi sembra emergere una diffusa insoddisfazione verso le interpretazioni della crisi scaturite dal paradigma dominante. A questo riguardo è interessante notare che alcuni autorevoli esponenti del mainstream hanno avanzato spiegazioni della crisi sotto molti aspetti incompatibili con gli strumenti analitici da essi generalmente adoperati. E’ questo ad esempio il caso di Jean-Paul Fitoussi e di Joseph Stiglitz. In un recente intervento essi hanno sostenuto che «…la carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda…»[7]. E’ evidente che siamo al cospetto di una interpretazione ispirata ai tipici schemi macroeconomici di teoria critica. Ed è altrettanto palese che si tratta di una chiave di lettura di lungo periodo e strutturale, per cui sembra alquanto difficile poterla ritenere conforme alla logica dei modelli mainstream sui quali vertono le principali pubblicazioni scientifiche degli stessi Fitoussi e Stiglitz[8]. Il che, beninteso, mira solo a fare chiarezza, e non toglie merito alla scelta dei due economisti di far propria tale visione[9].

Questa e molte altre evidenze sembrano insomma segnalare una difficoltà di fondo da parte dell’approccio teorico dominante, alla cui logica paiono sfuggire i tratti salienti della crisi, e più in generale i meccanismi di riproduzione del capitalismo contemporaneo. Per questo motivo sono in molti oggi a ritenere che la grande recessione in corso dovrebbe rappresentare uno spartiacque storico anche per l’evoluzione del pensiero economico, e che dunque anziché suggerire correzioni all’approccio mainstream bisognerebbe favorire un più generale cambio di paradigma. In effetti negli ultimi mesi abbiamo assistito a una straordinaria fioritura di contributi provenienti da filoni di ricerca alternativi, e in particolare dagli approcci ispirati alla critica della teoria economica dominante. Da tali ricerche sono emerse promettenti riletture dei principali filoni del pensiero economico eterodosso, critiche serrate alle interpretazioni mainstream della recessione, nuovi schemi di analisi teorica ed empirica della crisi, brillanti approfondimenti sui processi in corso di riorganizzazione dei capitali, accurate disamine del rapporto tra riproduzione del capitale e conflitto sui luoghi di lavoro, e interpretazioni della politica economica alternative a quelle finora prevalenti. E’ sorta dunque l’esigenza di raccogliere una selezione di tali contributi, con particolare riguardo ai lavori elaborati da alcuni tra i principali esponenti del pensiero critico italiano.

Proprio a questo scopo, il 26 e il 27 gennaio prossimi, presso la Facoltà di Economia della Università di Siena, si terrà il convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica” (tutte le informazioni sono reperibili sul sito www.theglobalcrisis.info). Organizzata dal Dipartimento DASES dell’Università del Sannio in collaborazione con i Dipartimenti di Economia politica e di Politica economica dell’Università di Siena, e realizzata in partnership con economiaepolitica.it e con il blog Goodwinbox, l’iniziativa ha beneficiato del contributo finanziario della Fondazione Montepaschi. L’auspicio è che questo convegno, aperto a tutti, possa offrire indicazioni per una accurata retrospettiva sull’effettivo apporto dell’analisi economica mainstream alla comprensione della realtà sociale che ci circonda, e soprattutto possa favorire la riapertura di un libero confronto delle idee sui fondamenti scientifici della teoria e della politica economica contemporanea. Contro i modi abituali di pensiero e di espressione, le visioni illuminanti sommerse e dimenticate a volte ritornano.

 

[1] Guido Tabellini (2006), Osservazioni sulla nota di dissenso di Luigi Pasinetti, CIVR, Panel 13, Consensus Group di Economia, Appendice 5. Si veda anche Franco Locatelli (2006), Economisti in guerra sulla ricerca, Il Sole 24 Ore, 9 febbraio.
[2] A testimonianza del repentino cambiamento del clima culturale attorno agli economisti del mainstream, si veda Roberto Petrini (2009), Processo agli economisti, Milano: Chiarelettere.
[3] Lavoce.info (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Roma, Castelvecchi, p. 7.
[4] Guido Tabellini (2009), Il mondo torna a correre. L’Italia non si fermi, in AA.VV. Lezioni per il futuro, Edizioni Il Sole 24 Ore.
[5] Sul confronto tra Taylor e Krugman rinviamo a Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana (2010),  A Critique of Interpretations of the Crisis based on the Taylor Rule, di prossima pubblicazione.
[6] Ecco una definizione più precisa del manistream “imperfezionista”: « […] Sul piano del metodo e della teoria generale di riferimento, gli esponenti di questa linea di ricerca possono senza dubbio esser considerati neoclassici. Essi infatti assumono come dati di partenza delle analisi i tipici fondamentali neoclassici delle dotazioni, delle preferenze e della tecnologia (Hahn 1982). Non è quindi un caso che il loro riferimento ideale sia rappresentato dall’equilibrio generale neo-walrasiano. Bisogna però aggiungere che i nuovi keynesiani ritengono che nel mondo reale vi siano imperfezioni e asimmetrie tali da allontanare il sistema economico dall’ipotetico equilibrio ottimale del modello neo-walrasiano. Questa visione cosiddetta “imperfezionista” è piuttosto articolata al suo interno, ed è stata sviluppata in varie direzioni. Tuttavia, la sistemazione teorica che negli ultimi anni sembra avere riscosso i maggiori consensi è quella che Taylor (2000) ha sintetizzato nelle seguenti cinque proposizioni: nel lungo periodo l’economia tende a un equilibrio che può essere correttamente descritto dalla condizione di crescita stazionaria del modello neoclassico di Solow (1956) o di una delle sue varianti; nel lungo periodo non sussiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione e quindi la politica monetaria è neutrale; nel breve periodo, a causa di asimmetrie e imperfezioni che rendono i prezzi temporaneamente rigidi, emerge un trade-off che può dar luogo a fluttuazioni del sistema attorno all’equilibrio di crescita stazionaria; l’entità delle fluttuazioni dipende in buona misura dalle aspettative sull’inflazione e sulle future decisioni di politica monetaria; le decisioni di politica monetaria possono esser concepite come “regole” in cui lo strumento di policy è il tasso nominale d’interesse a breve termine, che viene di volta in volta aggiustato in risposta alle fluttuazioni economiche […]». Tratto da Brancaccio e Fontana (2010), cit.
[7] Jean-Paul Fitoussi, J.P e Joseph Stiglitz (2009), The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world, The Shadow GN, Chair’s Summary, LUISS Guido Carli, Roma, 6-7 maggio.
[8] Basti pensare che i modelli di informazione asimmetrica che sono valsi a Stiglitz il premio Nobel sono costitutivamente caratterizzati da una relazione inversa tra salari reali e occupazione. L’introduzione di ipotesi ad hoc potrebbe in effetti consentire il superamento della univocità di quella relazione, ma a prezzo di stravolgere la logica profonda di quei modelli, e di sganciarli almeno parzialmente dai pilastri neoclassici della scarsità e della utilità sui quali essi comunque in ultima istanza poggiano. Inoltre, è interessante ricordare che molti anni fa il giovane Stiglitz rivolse pesanti accuse agli schemi di analisi di teoria critica che legano sperequazione dei redditi e deficit di domanda (Joseph Stiglitz (1974), The Cambridge-Cambridge Controversy in the Theory of Capital, Journal of Political Economy, 82, 4). Può darsi allora che egli abbia sottoposto a revisione le sue idee del passato. Sarebbe un fatto positivo, anche perché le sue accuse erano viziate da inconsistenze ed equivoci (si veda al riguardo Fabio Petri (2004), General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Edward Elgar, Appendice 6A2). Più articolato in effetti è il caso di Fitoussi, anche riguardo al tema della valutazione della ricerca (si vedano ancora una volta gli atti del panel 13 del CIVR, cit.).   �
[9] E’ forse opportuno precisare che chi scrive non considera l’interpretazione da bassi salari di per sé sufficiente per spiegare la meccanica della crisi. E’ ragionevole tuttavia ritenere che essa rappresenti un passo avanti nella comprensione dei fatti rispetto alle chiavi di lettura finora suggerite dal mainstream. Per un approfondimento, rinviamo ancora a Brancaccio e Fontana (2010), cit.   

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Le illusioni della Flexsecurity

Pubblicato il 15 Novembre 2009 da admin

L’Italia è, al tempo stesso, il Paese che – in Europa - ha dato maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro e minore sicurezza a chi perde lavoro. Sul piano normativo, è opportuno ricordare che il nostro ordinamento prevede, in caso di licenziamento, il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria o strutturale (a seconda che si tratti di difficoltà aziendali di natura congiunturale o strutturale) e il ricorso alla mobilità nei casi di difficoltà aziendali irreversibili. L’ammontare del sussidio è stabilito in fase di programmazione economica ed è quantificato nella Legge Finanziaria. Vi è poi la possibilità di accedere all’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti per i lavoratori in stato di disoccupazione involontaria, con almeno due anni di assicurazione, che abbiano prestato almeno 78 giornate di lavoro con regolare contribuzione. Nel suo ultimo rapporto, l’OCSE, prevedendo il rischio di una disoccupazione a due cifre in Italia nel 2010, certifica che, al momento, i lavoratori più colpiti dalla crisi sono i giovani e i precari: in un anno l’Italia ha perso 261.000 posti di lavoro temporanei o con contratti atipici (inclusi i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali). Il tasso di disoccupazione della fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni è cresciuto di 5 punti percentuali in Italia nell’ultimo anno ed è ora pari al 26,3%. Vi è quindi, a maggior ragione nel contesto recessivo attuale, la necessità e l’urgenza almeno di garantire un reddito di sussistenza alle fasce più deboli della forza-lavoro, espulse dal processo produttivo.

A fronte delle riserve del Governo motivate dalla scarsità di risorse dalle quali attingere, si registra – nel corso degli ultimi mesi – un sostegno deciso da parte di autorevoli economisti e giuslavoristi di orientamento liberista (nonché dall’Unione europea) a politiche che – ispirate all’esperienza danese della flexsecurity – coniughino la flessibilità contrattuale con una presunta ‘sicurezza’ da offrire ai lavoratori nel caso in cui vengano licenziati, secondo un modello noto come flexsecurity[1]. Va detto che, sul fronte liberista, si tratta di una svolta piuttosto significativa rispetto agli orientamenti dominanti nei primi anni Duemila; svolta che può essere spiegata in due modi. Si può ritenere, in primo luogo, che si sia preso atto del fallimento delle politiche di flessibilità del lavoro avviate, in Italia, dalla metà degli anni novanta – con il “Pacchetto Treu” - e che hanno subito una significativa accelerazione con la legge 30/3003 (la cosiddetta Legge Biagi). In effetti, vi è ampia evidenza empirica del fatto che, laddove i lavoratori sono meno protetti, sono minori i salari e, di norma, è minore l’occupazione[2]. In secondo luogo, è possibile che il cambiamento di vedute non sia motivato dalla constatazione del fatto che quelle politiche non hanno generato gli effetti voluti, ma da considerazioni che attengono o all’impopolarità crescente delle politiche di precarizzazione del lavoro o direttamente all’attuale fase congiunturale. In altri termini, appare ragionevole ritenere che coloro che oggi spingono il Governo verso l’attuazione di politiche di flexsecurity – intellettuali comunque di orientamento neoliberista – si siano convinti che il principale problema delle imprese italiane nella crisi attuale è un problema di sbocchi e che, dunque, occorre in qualche modo provare a sostenere la domanda interna. In prima approssimazione, sembrerebbe trattarsi di una politica che avvantaggia sia le imprese, sia i lavoratori.

Si può ritenere, infatti, che l’erogazione di sussidi, accrescendo la domanda aggregata, per il tramite dei consumi, aumenti la produzione e, per questa via, accresca la disponibilità di beni a favore dei lavoratori, occupati e disoccupati. Va, tuttavia, segnalato il rischio che questo effetto non si verifichi, e che la logica che ne è a fondamento sia ribaltata, in contesti nei quali le imprese hanno la possibilità di decidere autonomamente quanto e cosa produrre, indipendentemente dall’andamento della domanda[3]. In una condizione di ‘sovranità del produttore’[4], le imprese hanno potere di fissazione dei prezzi, e i prezzi vengono determinati aggiungendo un margine di profitto considerato normale ai costi di produzione. L’entità del margine di profitto dipende dal grado di concentrazione industriale e, dunque, è tanto maggiore quanto meno i mercati hanno una configurazione concorrenziale[5]. In tali circostanze, l’erogazione di sussidi in moneta rischia di generare effetti perversi, per le seguenti ragioni. I sussidi, accrescendo il valore monetario della domanda globale, accrescono i profitti e, di conseguenza, i margini di profitto. L’aumento dei margini di profitto – a parità di costi di produzione – si traduce in più alti prezzi di vendita dei beni e servizi, con la conseguenza che non solo il reddito reale dei disoccupati subisce una decurtazione derivante dal potenziale aumento del tasso di inflazione, ma gli stessi lavoratori occupati possono veder ridursi i loro salari reali. L’Eurostat certifica, a riguardo, che – nel confronto fra Italia e Danimarca – pure a fronte della più alta spesa pubblica nel mercato del lavoro nel Paese scandinavo nel corso dell’ultimo decennio fra i Paese europei (il 2.6% del PIL a fronte dello 0.6 italiano nel 2007), non si sono registrate significative differenze nell’andamento della quota del reddito da lavoro dipendente sul PIL (il labour share), che ha fatto registrare un modesto aumento dello 0.01% in Danimarca[6]. A ciò va aggiunto che le pressioni inflazionistiche derivanti dall’erogazione monetaria di sussidi possono essere di entità diversa in ragione delle forme di mercato prevalenti nelle diverse aree geografiche e nei diversi settori produttivi. In particolare, e con riferimento al dualismo italiano, poiché le imprese meridionali operano in mercati più prossimi alla concorrenza rispetto alle imprese del Nord, vi è motivo di attendersi che un’estensione generalizzata degli ammortizzatori sociali accresca i prezzi dei prodotti del Nord più di quanto li accresca nel Mezzogiorno. Da ciò segue che i consumatori meridionali si troveranno ad acquistare beni dal Nord a prezzi più alti rispetto ai prezzi che le imprese meridionali potranno praticare, in ciò accentuando il dualismo territoriale[7]. Vi è di più. Se si ammette che l’erogazione di sussidi possa generare effetti inflazionistici, per l’aumento dei margini di profitto, il conflitto distributivo che può seguirne non attiene soltanto al danno generato ai percettori di redditi fissi, ma anche al sistema bancario, dal momento che i tassi di interesse in termini reali risulteranno anch’essi ridotti. Da ciò può seguirne un’ulteriore contrazione del credito, imputabile alla riduzione dei profitti bancari, e, dunque, un’ulteriore compressione della produzione, dell’occupazione e dei salari, configurando un circolo vizioso dal quale possono ottenere al più benefici di breve periodo le sole imprese, e in particolare le imprese di più grandi dimensioni che operano in mercati oligopolistici.

L’effetto ridistribuivo dei sussidi può essere controbilanciato o attenuato da un meccanismo collaterale. Gli economisti, quantomeno quelli poco attenti alla Storia della propria disciplina, hanno dedicato ben poca attenzione sugli effetti che le politiche fiscali espansive esercitano sulla produttività. E’ ben noto, da Adam Smith in poi, che la produttività del lavoro dipende in modo cruciale dalla divisione del lavoro all’interno dell’impresa, e che la divisione del lavoro è tanto più accentuata quanto maggiore è la domanda. La ratio di questa tesi sta nella convinzione secondo la quale l’aumento della domanda incentiva le imprese ad accrescere la produzione. Ciò può tradursi in un aumento dell’occupazione e/o in una maggiore specializzazione dei lavoratori occupati, la quale – a sua volta – si ottiene mediante una più accentuata frammentazione delle mansioni. Il nesso individuato da Smith presuppone che vi sia una tendenza spontanea, in economie di mercato deregolamentate, a mantenere elevata la domanda o a determinarne la costante crescita. Se ciò può riflettere il contesto storico nel quale l’economista scozzese elaborava queste tesi, rinviando l’aumento della domanda all’urbanizzazione e al miglioramento dei sistemi di trasporto (fenomeni tipici della prima rivoluzione industriale e della ‘nascita’ del capitalismo), è meno ragionevole ritenere che il capitalismo contemporaneo disponga di meccanismi endogeni tali da produrre spontaneamente incrementi di domanda. Ciò accade per due ragioni. In primo luogo, nessuna impresa ha convenienza ad accrescere i salari, essendo il salario, per la singola impresa, solo un costo di produzione. E tuttavia, per l’economia nel suo complesso, la compressione dei salari genera compressione dei consumi, della domanda aggregata e dell’occupazione. In secondo luogo, poiché gli investimenti – anch’essi componenti della domanda – dipendono in modo rilevante dalle aspettative imprenditoriali, non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri una crescita permanente degli investimenti. Nella congiuntura attuale, è semmai vero che – data l’elevata incertezza - i progetti di investimento tendono a essere posticipati o non realizzati e che i salari, anche per effetto delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, tendono a ridursi.

Seguendo una prospettiva keynesiana, per l’obiettivo di tenere alta la domanda e l’occupazione, è necessaria una politica fiscale espansiva, sotto forma di maggiore spesa pubblica e/o di minore tassazione, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi bassi. L’aumento della spesa pubblica, alla luce di quanto si è detto, può avere significativi effetti di accelerazione della produttività del lavoro. Poiché, infatti, le variazioni di quest’ultima sono in ultima istanza determinate dalle variazioni della domanda, l’aumento della spesa pubblica – nella misura in cui accresce la domanda aggregata – stimola le imprese ad accrescere la produzione oltre che attraverso maggiore occupazione, anche mediante la maggiore specializzazione del lavoro e, dunque, mediante una più accentuata divisione dello stesso.  Va tuttavia sottolineato che questo meccanismo può agire sotto la condizione che le imprese possano accrescere il grado di divisione tecnica del lavoro, e ciò è possibile, di norma, quando le dimensioni aziendali sono sufficientemente grandi. Non è questo il caso italiano e, dunque, vi è motivo di ritenere che l’aumento della produttività, conseguente all’aumento della spesa pubblica, non riesca a controbilanciare l’aumento dei margini di profitto e, dunque, che i programmi di flexsecurity siano destinati a ridistribuire reddito a danno del lavoro dipendente.

Stando così le cose, è legittimo chiedersi se non sia più efficace una politica che sia indirizzata alla fornitura diretta di beni e servizi ai lavoratori, con assetti proprietari pubblici, e dunque con tariffe minime o con accesso gratuito. Evidentemente un indirizzo di questo tipo implica anche maggiore occupazione nei settori che producono beni pubblici, dando luogo a una condizione nella quale è lo Stato a svolgere la funzione di employer of last resort. Ed è qui che si può rintracciare l’aspetto sottaciuto dei programmi di flexsecurity. Propagandate come misure di protezione delle fasce deboli, e in particolare dei precari che perdono il posto di lavoro, esse assomigliano piuttosto a tentativi surrettizi di mantenere alta la domanda, chiedendo allo Stato di farsene carico, in una condizione nella quale ciò rischia di tradursi in un impoverimento dei medesimi soggetti che quei programmi dichiarano di voler tutelare.

 

[1] Va ricordato che in Danimarca sussistono contestualmente i più bassi costi di licenziamento e il più generoso sistema di assistenza ai disoccupati. Questi ultimi ricevono dallo Stato circa il 90% della media dello stipendio delle ultime 12 settimane. A tali benefici si ha diritto per un massimo di quattro anni e vengono forniti anche quando il lavoratore è prossimo al pensionamento. Il requisito per percepire i benefici consiste nell’aver prestato lavoro per cinquantadue settimane nei tre anni precedenti; inoltre, per accedervi, i disoccupati danesi devono frequentare programmi di formazione e devono accettare qualsiasi condizione lavorativa offerta dai centri per l’impiego. Il diritto all’indennità viene perso nel momento in cui si rifiuta una qualunque offerta di posto di lavoro. Si ritiene che questo modello di relazioni industriali sia la principale causa del fatto che la Danimarca registra un tasso di disoccupazione pari al 5,4%, il più basso d’Europa
[2] Per un approfondimento di questi aspetti si rinvia al mio contributo La precarietà come freno alla crescita su questa rivista.
[3] Lo schema teorico che è a fondamento delle argomentazioni che seguono è derivato dalle opere di  Kalecki, dove si delinea un modello macroeconomico nel quale i) le imprese decidono autonomamente l’ammontare degli investimenti, assunti esogeni, in relazione agli ‘animal spirits’ imprenditoriali, ii) si determina, conseguentemente, l’ammontare della domanda e iii) le imprese fissano il livello dei prezzi che consente loro di ottenere un margine di profitto ‘normale’. Da ciò segue che ogni iniezione ‘esterna’ di liquidità (ed è il caso qui trattato) si risolve in un aumento dei profitti monetari. Sul tema si rinvia a M. Kalecki, Selected essays on the dynamics of the capitalist system. Cambridge, Cambridge University Press, 1971.
[4] Intendendo con questa espressione l’esatto contrario del postulato neoclassico della ‘sovranità del consumatore’, quest’ultimo riferito alla convinzione secondo la quale sono le preferenze (esogene) dei consumatori a orientare le scelte delle imprese in ordine alla scala e alla composizione merceologica della produzione.
[5] Per una trattazione divulgativa del modo in cui si determina il mark-up (ovvero il ricarico del saggio di profitto sui costi di produzione), si rinvia a M.Lavoie, Introduction to Post-Keynesian Economics, New York, Palgrave, 2006, pp.44-53.
[6] Si veda http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication15147_en.pdf.
[7] Su questi aspetti, si rinvia al mio contributo su questa rivista L’unità nazionale e le gabbie salariali e alle considerazioni svolte, nella stessa sede, da Rosario Patalano e Riccardo Realfonzo (Salari meridionali in gabbia).

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Contenuti e rischi dell’accordo sulla riforma della contrattazione

Pubblicato il 01 Maggio 2009 da admin

Il 15 aprile Uil e Cisl, ma non la Cgil, hanno sottoscritto un accordo per l’attuazione delle linee di riforma della contrattazione già da tempo in discussione e indicate in un documento sottoscritto nel gennaio scorso. Vediamo gli elementi di novità di questo accordo rispetto a quello del 1993, che ha finora regolato la contrattazione tra le parti, per poi riflettere su alcuni dei suoi possibili effetti sul salario reale e produttività.

I principali contenuti dell’accordo

Quadro generale

Come già nell’accordo del 1993, si prevedono due livelli di contrattazione, uno nazionale ed uno aziendale oppure territoriale, ma viene ora stabilito che non si possa contrattare sulla stessa materia in entrambi i livelli.
La durata di validità dei contratti viene portata da due a tre anni per entrambi i livelli di contrattazione. Durante il periodo di discussione sul rinnovo, per una durata di sette mesi, è prevista una “tregua” sindacale e non dovranno essere indetti scioperi. La stessa norma si applica, per un periodo di tre mesi, nella fase di rinnovo dei contratti aziendali.
E’ prevista la derogabilità da quanto stabilito nel contratto nazionale in aree territoriali interessate da crisi aziendali o per finalità di sviluppo economico delle aree stesse.
Spetterà inoltre alla contrattazione collettiva definire forme di bilateralità volte al funzionamento di servizi integrativi del Welfare, che saranno incentivate da  benefici fiscali – in altri termini, potranno essere costituiti enti aziendali e sindacali per la gestione, ad esempio, di fondi pensione integrativi o altri servizi.

Adeguamento dei salari all’inflazione

Questo aspetto rimane affidato alla contrattazione nazionale, come già in precedenza. Il riferimento non sarà più però all’inflazione programmata, ma alla inflazione prevista elaborata da un “soggetto terzo di riconosciuta autorevolezza e affidabilità” sulla base dell’andamento dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo (IPCA), depurato dall’andamento dei prezzi dei beni energetici. Tale inflazione prevista verrà applicata non alla retribuzione di fatto dei lavoratori, ma ad un valore computato sulla base dei salari contrattuali.
Lo stesso “soggetto terzo” dovrà verificare allo scadere del contratto l’entità della eventuale differenza tra inflazione prevista ed effettiva. Se tale differenza è “significativa” e quindi dovrà essere recuperata, verrà deciso da un “Comitato paritetico interconfederale”. L’eventuale recupero si applicherà ai soli minimi tabellari.

Contrattazione di secondo livello

Già l’accordo del 1993 prevedeva che la contrattazione a livello aziendale dovesse consentire di contrattare incrementi del salario reale legati a incrementi della produttività. La contrattazione aziendale ha però sinora riguardato solo una minoranza di imprese, per lo più di grandi dimensioni. Questo accordo si propone di incentivare ed estendere il ricorso alla contrattazione aziendale attraverso benefici fiscali e contributivi sulla parte del salario contrattata in azienda, a condizione che questa sia costituita da un premio variabile e agganciato ad un qualche indicatore della produttività, redditività, o efficienza dell’impresa stessa.
Per i lavoratori che allo scadere del contratto non avranno ottenuto alcun reddito aggiuntivo rispetto al salario contrattuale il contratto collettivo nazionale dovrà prevedere un importo “di garanzia retributiva” che verrà corrisposto al termine del periodo di vigenza del contratto.

Quali sono le possibili conseguenze del nuovo quadro di regole contrattuali?

Dal punto di vista del quadro generale che si prospetta gli aspetti che suscitano preoccupazione sono la sospensione del diritto di sciopero nella fase di rinnovo del contratto; la derogabilità da quanto previsto dal contratto collettivo, con la possibilità che accordi locali causino uno scivolamento generalizzato al ribasso dei salari  rispetto al contratto collettivo nazionale; la gestione congiunta di servizi, che secondo alcuni potrebbe prefigurare un cambiamento della natura e funzione del sindacato stesso.
Per quanto riguarda il recupero dell’inflazione, il cambiamento dell’indice è volto a fornire una stima più realistica dell’andamento dei prezzi, ma non sembra di grande impatto: a marzo 2009 l’IPCA è 108,4, mentre l’indice sinora utilizzato (FOI), è 107,7 (con base 2005=100). Un elemento positivo può essere visto nella sostituzione dell’inflazione programmata – che appunto programmaticamente è stata inferiore a quella effettiva – con l’inflazione prevista. Questa viene però depurata dagli effetti delle variazioni dei prezzi dei beni energetici.  Così, la perdita di potere di acquisto e l’onere di evitare che aumenti del prezzo dei beni energetici si traducano in inflazione ricadono per intero sui lavoratori: nessun vincolo analogo infatti viene prospettato per quanto concerne l’aumento di prezzi e tariffe. Gli incrementi legati all’inflazione prevista e il recupero di eventuali divergenze tra questa e l’inflazione effettiva non vengono applicati all’intera retribuzione ma alla sola parte corrispondente a valori contrattuali. Il recupero della differenza non è garantito e avviene con ritardo, dato l’allungamento del periodo di validità dei contratti. Complessivamente quindi, l’accordo non garantisce la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori (cfr anche l’articolo di Roccella del 19 dicembre 2008).
La presenza di benefici fiscali e contributivi tende a favorire il secondo livello di contrattazione in alternativa a quella nazionale - anche se è difficile dire in che misura possa davvero estenderlo a una platea molto ampia di lavoratori, vista anche la piccola dimensione delle imprese italiane. I benefici fiscali hanno però un prezzo in termini di perdita di progressività e di volume delle entrate fiscali e contributive (e quindi possono preludere a successivi tagli delle prestazioni pubbliche) senza che vi siano reali garanzie che essi vadano davvero a beneficiare anche i lavoratori. Infatti, se prima un incremento di salario effettivo netto di, poniamo, 50 euro ne costava all’impresa 90 al lordo del cuneo fiscale, con le nuove regole non c’è alcun motivo di escludere che l’impresa decida di erogare, ed i lavoratori riescano ad ottenere, solo ed esattamente lo stesso incremento netto di 50 euro, ma senza (o con minori) costi aggiuntivi per l’impresa. Si promette ai lavoratori un alleggerimento fiscale sui salari (di cui ci sarebbe grande bisogno), ma in realtà, per il modo in cui esso è disegnato, ai lavoratori potrebbero, alla fine, toccare soltanto i tagli della spesa pubblica.
 La prevalenza del livello di contrattazione aziendale poi tende a determinare un aumento delle differenze tra lavoratori, con un peggioramento relativo delle condizioni dei lavoratori più deboli  senza con ciò favorire un miglioramento assoluto di quelle degli altri[1]. Inoltre, insieme alla norma sulla derogabilità, rende la capacità contrattuale dei lavoratori estremamente vulnerabile a condizioni sfavorevoli, come l’elevata e crescente disoccupazione che vedremo nel prossimo futuro, mentre l’elemento di “garanzia retributiva” previsto dal contratto collettivo nazionale, appare inadeguato (su questo punto si rinvia all’articolo di Roccella).
Colpisce poi molto che l’accordo vincoli “il salario di produttività” ad essere contrattato in azienda e a configurarsi come premio variabile. Perché la logica economica sottostante a questo è in stridente contrasto con gli obiettivi che si dice di voler perseguire.
L’aumento di produttività che è davvero rilevante per la competitività delle imprese (che si afferma di voler promuovere) è un aumento che possiamo definire strutturale, legato cioè a innovazioni tecniche e organizzative, o di qualità del prodotto. Agganciare il salario a tali cambiamenti strutturali significa stabilire incrementi permanenti del salario reale ad essi collegati. Ed è infatti proprio questo tipo di legame tra salario e produttività, da realizzare a livello settoriale o aggregato, non di singola azienda, che è stato spesso proposto da autorevoli economisti[2], in quanto rappresenta allo stesso tempo un incentivo per i lavoratori a collaborare ai processi innovativi e un elemento di equità distributiva, e favorisce l’equilibrio tra produzione e domanda di beni a livello macroeconomico. Ma se il legame salari-produttività si realizza a livello di singola azienda gli effetti sono perversi, in quanto ciò consente alle imprese meno innovative di restare sul mercato grazie alla possibilità di pagare salari più bassi, invece che essere costrette dalla concorrenza ad adeguarsi agli standards delle imprese più efficienti.
Insistere sul carattere aziendale e variabile del premio implica una logica volta a collegare i salari alle variazioni cicliche della produttività dovute alle fluttuazioni della domanda dei prodotti, oppure alle variazioni di produttività dovute ad una intensificazione dell’impegno e dei ritmi di lavoro a parità di tecnologia utilizzata. Tutto ciò con la conseguenza di spostare, del tutto impropriamente, dall’impresa ai lavoratori i rischi legati alle fluttuazioni cicliche e l’onere di migliorare la competitività.
Il nuovo sistema di regole non appare quindi in grado di perseguire i suoi obiettivi dichiarati, e cioè di creare le condizioni per l’aumento dei salari reali e della competitività delle imprese, e sembra piuttosto che, se si affermasse, potrebbe determinare effetti esattamente contrari.

 

[1] Brancaccio, Una controriforma per i contratti, La crisi del pensiero unico, Franco Angeli 2009; si veda anche l’articolo di Forges Davanzati del 22 aprile 2009.
[2] Cfr P. Sylos Labini, Salari, Inflazione, Produttività, Laterza, 1972.

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Pubblicato il 09 Dicembre 2008 da admin

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