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Elogio della follia

Pubblicato il 30 Aprile 2013 da admin

Con il varo del governo di larghe intese, l’”Agenda possibile” consegnata al Presidente Napolitano dai saggi del gruppo socio economico deve intendersi come la base di un vero e proprio programma di legislatura. Si tratta di un documento complesso, con luci e ombre, ma soprattutto appare come la sostanziale continuazione delle politiche economiche degli ultimi due governi. Non a caso, la stragrande maggioranza dei provvedimenti proposti dai saggi ricalca quelli riportati in documenti ufficiali approvati più volte dal Parlamento e dalle sue commissioni, sotto forma di “Documento di Economia e Finanza”, “Note integrative” e discorsi di insediamento dei presidenti del consiglio. Se l’Italia è tra i paesi che sono usciti peggio dalla crisi, viene il sospetto che un pizzico di follia avrebbe potuto produrre risultati migliori di tutta questa saggezza convenzionale.

Un’Agenda chiara

L’Agenda, tra i suoi molti pregi, ha quello della chiarezza.

Già dalle prime righe si afferma che “non è un programma di governo, organico e sviluppato in un’ottica di lungo termine”. Poco più avanti si riconosce che tutte le proposte “poggiano su una base di analisi condotte da istituzioni nazionali e internazionali” e già nella seconda pagina si dichiara che “è convinzione diffusa, suffragata da studi e analisi, che l’operatore pubblico debba piuttosto “togliere” che “aggiungere””. Parole che ricordano più le idee di Michelangelo sulla scultura che il tentativo di consegnare ai nuovi governi un affresco che ispiri la loro azione. Per rafforzare questa impostazione minimalista, i saggi ribadiscono che “lo sviluppo lo fanno gli imprenditori e i lavoratori, non i governi” e che “a lungo ci si è illusi - in Italia come in altri paesi - che la spesa pubblica in disavanzo, cioè non coperta anno per anno (corsivo mio) da corrispondenti entrate, fosse la panacea per sovvenire, stimolare, perequare”. In questa scultura, la crisi globale del 2007-2008 è qualificata solo come “finanziaria” ed è vista come un evento esogeno ed imprevedibile, mentre le regole europee sulla finanza pubblica sono presentate come leggi “naturali” ed ineludibili, piuttosto che come scelte di politica economica perseguite tenacemente da quasi tutti i governi europei da almeno tre decenni. Della nostra Costituzione si ricordano la “tutela del lavoro, della famiglia, del risparmio, dell’iniziativa economica, della proprietà, dei diritti civili e sociali”, invertendo l’ordine con cui molti di questi concetti sono richiamati nella Carta e dimenticando i diritti “politici”, ossia quello di scegliere il proprio futuro collettivo, di cui sono titolari i cittadini italiani.

All’interno di questa cornice, i suggerimenti dei saggi mirano compassionevolmente a perseguire una riduzione della disoccupazione e della povertà ed un aumento del benessere, che tuttavia non deve “risolversi in un mero accumulo di beni materiali” e quindi non può essere misurato dalla semplice dinamica del Pil, ossia dei redditi dei cittadini.

Perfino la sintassi della relazione dei saggi è insolitamente semplice e asciutta: prevalgono frasi brevi, con poche subordinate, e verbi all’indicativo e all’infinito, come a voler ricalcare l’inglese “semplificato” dei documenti delle istituzioni internazionali e la comunicazione aziendale. E’ sorprendente come tanta chiarezza venga da personalità solitamente abituate a pesare parole e azioni e ad utilizzare nei discorsi e nei documenti delle istituzioni di provenienza espressioni il più possibile anodine, sempre accompagnate da mille se e ma, spesso deliberatamente aperte a diverse interpretazioni.

Un’Agenda “equilibrata”

In ultima analisi, tutta l’assertività e la chiarezza dell’Agenda sembra finalizzata a scoraggiare ogni dubbio o riflessione critica sulla opportunità ed urgenza di alcuni provvedimenti su cui vi sia “una convergenza potenziale delle forze politiche, oppure una divergenza chiaramente misurabile”, ossia un ampio margine di mediazione. Così i quattro saggi “tecnici” e i due “politici” forniscono un ampio catalogo di ricette nell’ambito del quale i prossimi governi dovrebbero scegliere senza grandi possibilità o necessità di variazioni. Non a caso, dalle diverse forze politiche sono venute quasi esclusivamente complimenti, oppure critiche e commenti di circostanza, e soprattutto pochissime integrazioni all’Agenda dei saggi. Infatti ognuno ha potuto ritrovare nell’Agenda qualche provvedimento gradito alla propria parte e dunque ha ritenuto conveniente incassare il risultato senza avanzare altre proposte che avrebbero inevitabilmente rotto un equilibrio, anche se si tratta di un saggio equilibrio minimalista alla Nash, in cui tutti si accontentano di poco pur di non rischiare di perdere troppo. E per scongiurare anche il più remoto rischio che le decisioni dei saggi fossero prese a maggioranza semplice, infrangendo questa ecumenicità, il loro numero è stato fissato in sei, invece che in qualsiasi altro valore dispari. E per fugare ogni residua incertezza, gli stessi saggi tengono a precisare che “il contenuto della presente Relazione è condiviso da tutti i partecipanti al Gruppo di lavoro”.

Il risultato di tanta unanimità è un mix piuttosto eterogeneo di provvedimenti. Prevalgono ricette molto convenzionali, già descritte in centinaia di documenti di istituzioni nazionali e internazionali, quasi con le stesse parole. L’Agenda, ad esempio, insiste sul pagamento degli arretrati della Pubblica Amministrazione (come fosse una concessione piuttosto che un diritto dei creditori); sulla facilitazione del credito alle PMI; sulla spesa per R&S; sul incentivazione della concorrenza; sull’incentivazione del lavoro di giovani e donne; sull’efficienza energetica e la tutela dell’ambiente; sull’efficienza della PA e del sistema della giustizia. Tuttavia la filosofia liberista dell’Agenda è solcata da accessi dirigistici, come il riferimento alla “obbligatorietà (corsivo mio) di periodi di alternanza scuola-lavoro in qualsiasi percorso formativo”, che ricorda inevitabilmente tempi e regimi da dimenticare, anche se riproposta esplicitamente solo sotto la forma soft di un percorso in cui “lo studente lavoratore potrebbe acquisire metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università”, dove l’obbligatorietà è sostituita da un forte “incentivo” per studenti e imprese. Infine non mancano provvedimenti di facile consenso, ma a basso impatto, come il bando per i distributori di merendine nelle scuole; il finanziamento pubblico per gli attrezzi e le attività sportive dei cittadini; tariffe idriche più elevate per usi voluttuari come “riempire una piscina”.

Sui temi su cui l’unanimità non poteva essere raggiunta, i saggi si limitano a “suggerire un approfondimento della questione”, come per il reddito minimo garantito, per la gestione diretta dei servizi pubblici locali, per “un sistema assicurativo misto pubblico-privato” contro le catastrofi naturali. Tutta l’Agenda, inoltre, è disseminata di richiami alla necessità di “conoscere per deliberare”, come predicava inutilmente Einaudi, anche attraverso “censimenti” su temi sui quali si dovrebbe già sapere abbastanza, come la composizione del patrimonio pubblico, l’ammontare dei debiti della PA, i beneficiari delle prestazioni sociali, il patrimonio culturale del paese. Più in generale, “laddove le misure proposte implicano un costo a carico del bilancio pubblico non è sempre stata indicata precisamente la copertura”, delegando le decisioni in tema di tassazione a tagli al futuro governo.

Nel complesso, questo approccio ricorda la storiella del cuoco del convento che, per stanco delle contrastanti richieste dei frati sul grado di cottura degli spaghetti, versa nella stessa pentola la pasta in momenti diversi e poi invita ogni confratello a trovarsi quella cotta al punto giusto.

Alcuni omissis

Nelle oltre 26.000 parole e numeri che compongono l’Agenda e la sua appendice statistica, sono incomprensibilmente sottorappresentati alcuni concetti, che pure fanno parte della cassetta degli attrezzi di qualsiasi economista.

Il primo quasi-assente è la domanda interna, citata solo una volta nel testo principale, per affermare apoditticamente che “una diminuzione del costo del lavoro stimolerebbe la competitività e fornirebbe un impulso alla domanda interna”, e tre nell’appendice statistica, per illustrarne l’andamento disastroso. Eppure i saggi mostrano di essere perfettamente consapevoli dell’insostituibile ruolo propulsivo della domanda se, a proposito del settore energetico, affermano che “di fronte alla stagnazione della domanda […] si stanno registrando forti sofferenze finanziarie che spingono alcuni operatori a mettere in conservazione parte della loro capacità produttiva”. Non si capisce perché queste stesse sagge considerazioni non dovrebbero valere anche per il resto dell’economia, per il cui rilancio si punta tutto sullo sviluppo dell’offerta: tramite il miglioramento del capitale umano e di conoscenze; incentivi fiscali; flessibilizzazione del mercato del lavoro; riduzione dei vincoli amministrativi.

In compenso, in tutta l’Agenda è sovrarappresentata la domanda estera, che avrebbe “il ruolo di principale motore della crescita ed in questo momento è l’unica componente che sta attenuando la profondità della recessione”. Sfugge come sia possibile immaginare uno sviluppo mondiale sostenibile basato essenzialmente sulla competizione dei diversi paesi per la conquista dei mercati più dinamici, nella speranza che lo sviluppo di ciascuno sia di volta in volta finanziato dalle importazioni e gli squilibri nella bilancia dei pagamenti di qualcun altro. Per stimolare le esportazioni italiane, i saggi propongono incentivi al limite degli “aiuti di stato” e fanno grande affidamento sul successo di Expo 2015 e del suo indotto turistico, nonostante il flop di simili vetrine internazionali, a cominciare dalle Olimpiadi in Grecia e, prima ancora, nel Regno Unito. E’ quasi commovente la fiducia dei saggi nella capacità di una semplice fiera di incantare gli investitori esteri, che solitamente basano le proprie decisioni strategiche su dati un po’ più solidi di qualche lustrino.

Anche i ”mercati finanziari” sono incomprensibilmente sottorappresentati nell’Agenda e le uniche ipotesi di qualche regolazione del comparto bancario sono delegate ad una futura supervisione europea che, per altro, dovrà occuparsi essenzialmente della solidità dei bilanci e della risoluzione di eventuali crisi, ma non della natura più o meno speculativa delle operazioni bancarie e tantomeno del loro impatto macroeconomico. In compenso, nell’Agenda compare ben sette volte la Cassa Depositi e Prestiti, vista come una banca di stato alla quale affidare i compiti più vari, senza altrettanto riguardo per la tutela del risparmio postale che gestisce e della salvaguardia della sua solidità patrimoniale. Dalla CDP ci si aspetta, allo stesso tempo: un supporto alle imprese esportatrici; il finanziamento a lungo termine delle imprese tramite il Fondo Italiano di Investimento e il Fondo Strategico Italiano; il finanziamento delle grandi infrastrutture; la locazione di abitazioni a condizioni agevolate e la riqualificazione delle aree urbane. Senza dimenticare l’attività corrente di finanziamento agli enti locali e l’anticipo dei pagamenti dovuti dalla PA. Neanche fosse il “paltò di Napoleone” citato da Totò in “Miseria e nobiltà”, dalla cui ipoteca si dovevano ricavare quantità mirabolanti di cibarie, bevande e generi di conforto e si doveva pure ottenere un congruo resto in denaro.

Ci si sarebbe aspettato un analogo invito al sistema finanziario a mettere a disposizione più fondi per lo sviluppo del paese. Invece i saggi si limitano ad invocare “incentivi fiscali per chi investe in fondi di venture capital e nel capitale di rischio di imprese start-up innovative”.

Un altro grande assente è il tema della distribuzione dei redditi. A parte la sua manifestazione estrema rappresentata dalla povertà, questo problema è relegato sostanzialmente nell’appendice statistica. E’ singolare che i saggi, pur dedicando parecchie raccomandazioni ad una migliore conoscenza statistica dei fenomeni economici e sociali, non si siano accorti che i dati documentano impietosamente che in Italia le sperequazioni sono superiori a qualsiasi altro paese dell’OECD, compresi quelli considerati solitamente più liberisti e market oriented, e che tasse e prestazioni sociali riescano a correggere questi squilibri in misura molto minore. Al contrario, l’Agenda parte dal presupposto che “gli attuali livelli della spesa pubblica e delle entrate in rapporto al PIL siano dei limiti massimi, da ridurre nel tempo”, ma “le scelte distributive dell’onere fiscale, da un lato, e delle risorse raccolte, dall’altro, sono prettamente politiche e il Gruppo ha ritenuto di non potervisi addentrare”. L’Agenda sembra dunque fare riferimento alla indipendenza paretiana tra distribuzione ed efficienza del sistema economico, che pure ha subito qualche crepa nell’ultimo secolo, se non altro perché il tax payer è anche un fruitore di servizi pubblici che, a loro volta, producono occupazione, reddito e base imponibile.

Un altro aspetto interessante delle varie proposte contenute nell’Agenda è il trattamento riservato al debito. Su quello pubblico i saggi non hanno dubbi: va abbattuto rapidamente perché non serve per promuovere sviluppo ed equità; “sottrae risorse alle generazioni successive”; bisogna garantirne la sostenibilità (nella stretta accezione tecnica data a questo termine in Europa) per “assicurare che le famiglie italiane non vedano parte dei propri risparmi evaporare”. Quello privato è invece produttivo e quindi va incentivato, sfruttando tutti margini concessi dalle regole europee grazie alla sottile distinzione tra finanziamento pubblico e concessione di garanzie tramite il Fondo Centrale di Garanzia per le PMI, la SACE, la Cassa Depositi e Prestiti, fondi di investimento pubblico-privato (soprattutto nel settore dell’energia, del turismo e della R&D). Eppure quella crisi globale che fa da sfondo a tutta l’Agenda, senza essere mai analizzata, è nata proprio da squilibri sul mercato del credito ai privati: dai prestiti concessi a soggetti a rischio (i sub-prime) ai titoli emessi da imprese senza alcuna solidità (i junk bond) e convogliati in “veicoli” sempre più sofisticati venduti a famiglie che così hanno visto realmente “evaporare” i propri risparmi e soprattutto le riserve accantonate per la vecchiaia nei fondi pensione privati.

Mentre incoraggiano le imprese ad indebitarsi per sostenere lo sviluppo, i saggi appaiono rigorosissimi nei confronti della Pubblica Amministrazione. I saggi riconoscono onestamente che “la simultanea restrizione fiscale operata in questa fase da numerosi paesi ne ha amplificato le ripercussioni sul ciclo economico, estendendo la disoccupazione, causando tensioni sociali”. Tuttavia non sembrano trarre da questa premessa alcuna critica alle politiche europee degli ultimi decenni. Al massimo l’Agenda ammicca qualche manovra bizantina per aggirare i vincoli europei perché “come tutte le regole, anche queste non sono ciecamente rigide, ma prevedono e consentono margini interpretativi importanti”. L’esempio da seguire è quello delle “cosiddette modifiche a “Trattato costante””, come l’autorizzazione concessa faticosamente alla BCE, nel pieno della crisi, perché attuasse operazioni “non convenzionali”, come tutte le altre banche centrali.

 

*L’autore preferisce mantenere l’anonimato per motivi legati alla sua professione. 

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La flessibilità del lavoro e la crisi dell’economia italiana

Pubblicato il 17 Aprile 2013 da admin

L’obiettivo di questo articolo[1] è dimostrare che l’attuale crisi economica mondiale, in cui anche l’Italia è precipitata nel 2008, rappresenta per il nostro Paese solo l’ultimo stadio di un lungo declino che ha avuto inizio negli anni 90, o per essere più precisi nel biennio 1992/1993. In particolare, sostengono che le ragioni che spiegano il declino italiano, e in parte anche la recessione di oggi, così come la mancata ripresa dalla crisi, si possono trovare nelle riforme del mercato del lavoro. In particolare, la flessibilità del lavoro introdotta negli ultimi 15 anni, insieme ad altre politiche introdotte in parallelo fin dal 1992/93, hanno avuto conseguenze cumulative negative sulla disuguaglianza, sui consumi, sulla domanda aggregata, sulla produttività del lavoro e sulla dinamica del PIL.

Dalla flessibilità del lavoro al declino

Negli ultimi quindici anni il mercato del lavoro italiano ha conosciuto un profondo mutamento dal punto di vista legislativo, strutturale e sociale. L’origine di questo cambiamento può essere fatto risalire a quello che si è verificato dal 1993 in poi, ovvero da quando il Paese, successivamente alla recessione economica del 1992 e alla stipula del trattato di Maastricht decide di entrare fin da subito nell’Unione Economica e Monetaria. Questo voleva dire innanzitutto rispettare i criteri di Maastricht primo fra tutti la riduzione del tasso di inflazione, cosa che in Italia era particolarmente problematica. L’accordo del luglio 1993 voluto principalmente da Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente del Consiglio, aveva esplicitamente come scopo la riduzione della spirale inflazionista attraverso una moderazione salariale e altri interventi come la politica dei redditi, la crescita degli investimenti innovativi, e l’aumento della produttività. Tuttavia, come molti economisti hanno dimostrato, questo accordo è stato in grande misura disatteso. Al contrario la politica di moderazione salariale e quindi la disinflazione ha avuto successo.

A completamento di questo processo di cambiamento, viene introdotta nel mercato del lavoro italiano una maggiore flessibilità del lavoro attraverso prima il “pacchetto Treu” del 1997 e poi la legge 30 del 2003 (nota come Legge Biagi) che introducevano innovazioni radicali nelle forme contrattuali e nel mercato del lavoro in generale (si vedano le figure 1 e 2). Queste riforme nascevano nell’ambito della Strategia Europea dell’Occupazione del 1997 sfociata poi nella più complessa Strategia di Lisbona del marzo del 2000 che stabiliva, a livello comunitario, le linee guida e gli obiettivi per una riforma del mercato del lavoro al fine di fare dell’Europa: “la più competitiva e dinamica economia al mondo, basata sulla conoscenza”. Questa strategia è stata poi ribadita dalla “Strategia Europa 2020”. Tuttavia in Europa la tendenza è quella di raggiungere un equilibrio sociale  attraverso un modello che viene comunemente chiamato flexicurity in grado di garantire elementi di sicurezza con esigenze di flessibilità.

 

Le riforme del mercato del lavoro, sono state accompagnate, negli anni 90, da una liberalizzazione incompleta e da un processo di privatizzazione che ha favorito l’aumento delle rendite e complessivamente una redistribuzione a danno dei salari (figure 3 e 4). In effetti, le privatizzazioni sono state effettuate senza una piena liberalizzazione del mercato dei beni. Pertanto, negli ex-settori pubblici (come ad esempio: telecomunicazioni, energia, infrastrutture, servizi pubblici, ferrovie ecc) i margini di profitti sono aumentati e sono stati creati monopoli privati. Tali riforme, hanno portato, da un lato, a una forte pressione sui salari e sul lavoro, e, dall’altro lato, a una minore performance della produttività del lavoro.

 

Per quanto riguarda il primo aspetto, la pressione sui salari e sul lavoro, si può dire che l’accordo del luglio 1993 raggiunge il suo principale obiettivo ovvero la moderazione salariale, contribuendo così alla stagnazione dei salari a livello nazionale (figura 5). In seguito, sotto la pressione delle novità legislative introdotte nel mercato del lavoro, la flessibilità del lavoro, in particolare quella “in entrata”, è aumentata in modo consistente: il lavoro a termine, il lavoro a progetto e tutte le forme atipiche di lavoro sono esplose. Il processo è stato completato di recente con una legge del giugno 2012 che ha introdotto alcune forme di flessibilità del lavoro “in uscita”. Tuttavia, la flessibilizzazione del mercato del lavoro non è stata accompagnata da un livello più elevato livello di spesa pubblica per la dimensione sociale, per l’occupazione e più in generale per le politiche del lavoro (come è spesso il caso nei paesi che hanno introdotto un cosiddetto modello di “flexicurity” come la Danimarca o la Svezia). In realtà, si è verificato tutto il contrario poiché anche il salario indiretto (ovvero la spesa pubblica per le politiche sociali) è diminuito. La disuguaglianza del reddito è aumentata e il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito. La quota dei salari sul PIL è scesa drasticamente, con un conseguente impatto negativo sul livello di consumo che è diminuito drammaticamente, così come la domanda aggregata (figura 6).

 

L’esame comparativo dei dati dell’economia italiana e dei principali Stati membri della zona euro, come la Francia e la Germania (e, talvolta, dell’OCSE), conferma la forte correlazione tra tutte le variabili rilevanti di cui sopra. Semplici esercizi econometrici dimostrano la validità della direzione di causalità ipotizzata. In particolare, appare chiara una forte diminuzione del livello della domanda aggregata italiana causata da una diminuzione drammatica dei consumi che a sua volta è generata dalla sensibile riduzione della quota dei salari sul Pil, dalla marcata diminuzione del salario indiretto, vale a dire la spesa pubblica, in particolare nelle dimensioni sociali, dall’aumento della disuguaglianza e dalla pressione sul lavoro e sui salari causata da una forte flessibilità del lavoro e dalla conseguente creazione di posti di lavoro precari. Il calo della domanda aggregata è la causa principale della riduzione del PIL e, più generalmente, della recessione.

Scarsa concorrenza e scarsi investimenti

L’altro problema che emerge in Italia è la presenza di forti rigidità, scarsa concorrenza e protezioni nel mercato dei beni. Questi aspetti, insieme alla scarsa espansione della domanda aggregata esaminata sopra, sembrano essere all’origine della bassa dinamica di produttività che caratterizza l’economia italiana da oltre un decennio. Le imprese, a causa dei costi del lavoro relativamente più bassi (garantiti appunto dalle pressioni della flessibilità), e delle protezioni di cui possono godere nel mercato dei beni, preferiscono una strategia di investimenti labour intensive piuttosto che una strategia di innovazione tecnologica (in contraddizione con quanto stabilito negli accordi di luglio del 1993). Anche in questo caso, i dati sugli investimenti, ricerca e sviluppo, produttività, contributo alla crescita, confermano le nostre ipotesi.

L’analisi dei dati rivela che la dinamica di crescita delle principali componenti del PIL è sistematicamente al di sotto di quella dei principali partner (Francia e Germania). In particolare, il contributo alla crescita del consumo - elemento cruciale della domanda aggregata - è pari solo allo 0,3% nell’ultimo decennio; il valore più basso tra quelli registrati dai paesi OCSE ed una delle peggiori performance dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Una dinamica simile riguarda il contributo degli investimenti alla crescita e il contributo della spesa pubblica alla crescita. La scarsa dinamica di crescita delle principali componenti del PIL può confermare la nostra ipotesi: il crollo della domanda è una conseguenza di un calo dei consumi e degli investimenti. La dinamica delle esportazioni ha registrato una crescita cumulativa nel periodo 1990-2011 superiore rispetto alle altre componenti, ma ancora inferiore a quella di Francia e Germania. La politica economica negli ultimi 15-20 anni non ha sostenuto la domanda interna, e la competitività internazionale ha mirato solo a tagliare i costi del lavoro attraverso la flessibilità del lavoro e una pressione sui salari che ha portato alla loro stagnazione. Alla fine, tuttavia, le esportazioni non erano più sufficienti per sostenere la domanda aggregata e mantenere una dinamica positiva del PIL; la produttività del lavoro non è cresciuta anche perché non si è investito.

Nell’Unione Europea, Italia compresa, fino a prima della crisi del 2007-08, si è avuto un aumento di occupazione nel settore terziario, frammentato e disorganizzato, scarsamente motivato e poco retribuito. La conseguenza è stata la bassa produttività dell’economia europea, e di quella italiana in particolare. Alla fine, l’unico dato parzialmente positivo, cioè il relativo aumento di occupazione, è stato negativamente compensato dall’andamento negativo della produttività, dalla riduzione della percentuale dei salari sul Pil, dalla riduzione del potere di acquisto dei lavoratori e dalla scarsa dinamica del Pil. La mancata crescita economica e l’attuale crisi hanno riportato l’occupazione sui bassi livelli iniziali, soprattutto in Italia.

I minori salari reali, hanno portato, un aumento dei profitti, i quali non si sono trasformati in maggiori investimenti. Il sistema economico non ha ottenuto effetti positivi in termini di produttività e crescita economica (figure 7 e 8).

 

 

La crisi dopo il declino

L’attuale crisi (figura 9) ha peggiorato la situazione del mercato del lavoro e rappresenta l’approdo finale di un declino economico che ha origine nel tentativo di introdurre, agli inizi degli anni novanta, un nuovo modello economico e sociale che cambiasse le relazioni industriali, riducesse i meccanismi virtuosi di distribuzione del reddito, comprimesse i salari, e incentivasse le imprese ad accumulare rendite piuttosto che ad investire in innovazione. Con quel tentativo, inoltre, lo Stato si assumeva l’onere di pagare il costo della flessibilità, dovendo sopperire eventualmente alla libertà di licenziamento da parte delle imprese. Questo ovviamente comporterà un ulteriore aggravio del bilancio dello Stato. Con la recessione attuale, i primi posti di lavoro a saltare, sono stati quelli flessibili, cioè quelli che, arrivati a scadenza di contratto o di progetto non sono stati rinnovati, con un danno sia sull’occupazione (con una disoccupazione che è ritornata sui livelli dei primi anni novanta, cioè intorno al 12% e una cassa integrazione che raggiunge 1 miliardo di ore non lavorate a fine 2012), sia sul reddito, con i livelli di consumi scesi a quelli di circa 30 anni fa.

In conclusione, il Paese sembra afflitto oggi da una triplice combinazione negativa: bassa produttività, bassa occupazione, bassa dinamica del Pil. Che la flessibilità non fosse la via giusta per l’aumento della produttività e del reddito era stato più volte annunciato da molti economisti keynesiani e non solo. Tuttavia, l’iniziale incremento di occupazione, specchietto per le allodole, aveva fatto sperare i suoi ferventi sostenitori, nonostante la bassa dinamica della produttività del lavoro e la stagnazione del Pil. Oggi le allodole sono volate via e con esse anche i modesti incrementi di occupazione. Rimane l’amaro in bocca per aver sacrificato circa quindici anni di politiche del lavoro e di sviluppo. Alle imprese, con la crisi, non rimane neanche più il vantaggio di avere a disposizione bassi salari, poiché sono comunque appesantite da una tassazione relativamente alta, e da un calo continuo delle vendite. Ci ritroviamo quindi con bassi salari (i più bassi tra l’UE a 15) e con scarse innovazioni e investimenti tecnologici: la peggiore delle combinazioni possibili, come avrebbe osservato Paolo Sylos Labini.

[1] Questo articolo prende le mosse dal mio saggio “Italy: From Economic Decline to the Current crisis”, Working paper 173/2013, Dipartimento di Economia, Università Roma Tre). L’autore desidera ringraziare Antonella Stirati per gli utili suggerimenti.

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Affari e politica. Ciò che insegna il caso del Monte dei Paschi di Siena

Pubblicato il 17 Febbraio 2013 da admin

1. Stiamo vivendo i giorni dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena. La cronaca è ancora destinata a sorprenderci; come sempre avvenuto, del resto, perché ciò che il potere effettivamente fa, nelle sue manifestazioni politiche ed economiche, è ben lungi dall’essere nell’immaginazione dei critici o anche soltanto degli osservatori, addirittura delle sue vittime. Nonostante questo, vale forse la pena proporre alcune considerazioni di carattere generale, per cercare di orientarsi nel prossimo futuro.

2. L’operazione “Monti-Bond”, come è evidente a tutti, ha un solo significato: si tratta di un salvataggio operato dallo Stato (e nell’analisi prescindo dai salvataggi operati dalla Bce). Come ogni salvataggio, esso non può che implicare il controllo da parte dello Stato: insomma, siamo di fronte all’oggettività di una nazionalizzazione. Naturalmente, come in Italia è accaduto per ogni forma di salvataggio, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, esso è presentato o invocato come “provvisorio”, come fase di passaggio per una futura privatizzazione, frutto di accurato e oculato “risanamento” e via discorrendo, secondo l’usuale frasario politico corrente. Come ogni crisi bancaria che si rispetti e che il nostro Paese ha conosciuto, essa mostra quanto profondo e perverso sia il legame tra “politica ed affari”. Verrebbe da dire, cavalcando certi umori comuni a tanti cittadini consapevoli dell’importanza e del significato della Costituzione italiana, che chi di “modernizzazione” ferisce, di “modernizzazione” perisce, secondo i più radicati vizietti della borghesia nazionale.

3. A cominciare dalla caduta della cosiddetta Prima Repubblica (1992), l’Italia è pervasa, in modo politicamente e socialmente trasversale, dall’ideologia liberista: modernizzare significa liberalizzare, in primis (se non esclusivamente, di fatto, nonostante le tante istituzioni anti-trust) il mercato del lavoro e dei capitali, privatizzare, smantellare il welfare, snaturare la Costituzione. Anche in questi giorni il ritornello affiora nelle riflessioni di numerosi commentatori (di differente orientamento politico): si deve recidere, una volta per sempre, il legame tra “economia e politica”, tra “affari e politica”; la “buona politica” è quella che concepisce e mette in pratica, con i dovuti controlli, le “regole” appropriate. Ebbene, a tutti costoro vale la pena di ricordare che perfino per la letteratura liberal-liberista il legame tra “politica e affari” non può essere rescisso nel caso, di fondamentale importanza, della finanza. Basterebbe andarsi a rileggere i testi che Maffeo Pantaleoni, tra i maggiori economisti italiani del Novecento (ricopriva la più importante cattedra di economia, quella di Roma, negli anni 1900-1924), ha dedicato al sistema bancario, con particolare riguardo all’Italia.

4. Nei suoi testi Pantaleoni dimostra: 1. che un “moderno” sistema economico conosce l’espansione quasi-monopolistica di alcune banche, che diventano il motore della crescita industriale e dello sviluppo economico; 2. che per quanto questo quasi-monopolista sia indipendente formalmente dal potere politico, di fatto e naturalmente, tenderà a controllare capillarmente il potere politico stesso; 3. che in una Paese moderno il controllo verrà esercitato in modo trasversale anche sulle opposizioni politiche e sociali; 4. che il controllo ad un certo punto si estende alla “pubblica opinione”, cioè degli organi di informazione; 5. che il potere politico, a sua volta, diventa motore del potere finanziario, ora con leggi volte a “proteggere” certi gruppi economico-finanziari (anche delle opposizioni), ora attraverso l’utilizzo della moneta (della Banca centrale, insomma), ora con tutti gli strumenti tipici del potere (corruzione, tangenti ecc.), così come analizzati da Machiavelli in poi. 6. che ad un certo punto della propria evoluzione morfologica, il rapporto tra economia e politica cerca nuove cristallizzazioni istituzionali, che Pantaleoni individuò con la proposta dello “Stato azionista” e che in seguito, negli anni Trenta e ad opera di altri economisti e di altri operatori e a causa di circostanze sistemiche quali la Grande Crisi del 1929 (nessun programma ideologico “nazionalizzatore” da parte di Mussolini, insomma, costretto a creare lo “Stato industriale” dalla forza delle cose), assumeranno altre sembianze, quelle che in Italia sono state spazzate via, almeno in gran parte, nel 1992.

5. Di questa analisi vale la pena rimarcare, anzitutto, il nesso causale che mette in luce: il legame, con anche i suoi perversi effetti (malaffare, nascita di diverse e radicate “caste”, “corporazioni” ecc.), va dall’economia alla politica, in primo luogo, e solo, in un secondo tempo, dalla politica all’economia. Sottolineo questo aspetto, in modo didascalico (un “espediente metodologico” e pedagogico), perché troppo spesso nel nostro Paese si mette in luce la corruzione della politica esaltando al contempo la “purezza” della cosiddetta “società civile”. In secondo luogo, l’analisi dimostra che è tema per natura politico la strategia di una banca d’affari, indipendentemente dai suoi cascami e legami politici: è nel proprio operare economico che essa diventa attrice politica. Insomma: l’operato di una banca come Unicredit o Intesa San Paolo o Monte Paschi è intrinsecamente un affare di Stato. Non considerandolo tale, e sbandierando l’ideologia del libero e liberalizzato mercato, è evidente che si favorisce un connubio Banca-Stato tra i più opachi e perversi. Rinnovando e arricchendo, di fatto, le analisi classiche di Pantaleoni, autori come Stiglitz hanno sostenuto che il Governo e il Parlamento degli Stati Uniti d’America sono preda dei più spietati appetiti speculatori, che operano secondo una ben nota (in Italia) logica: privatizzare i profitti comuni, scaricare sul pubblico le perdite private. Propinare la comoda finzione che “finanza e politica” (e quindi “economia e politica”: perché nel capitalismo non si lavora senza “i soldi degli altri” e la moneta e la finanza non sono un mero accidente) sono nettamente scindibili, ha consentito, in alternativa, come in Italia (e il caso Monte dei Paschi ne è un emblema), di delegare ad un ridicolo e assurdo “capitalismo municipale” (incardinato sulle Fondazioni bancarie) problematiche degne, per complessità e poste in gioco, di ben altra strumentazione istituzionale, lasciando al contempo libero sfogo al vario “managerismo predatore”, tanto decantato come massima espressione delle benefiche forze del mercato.

Infine, vale la pena sottolineare il problema che pone l’analisi di Pantaleoni e che così si può riassumere: se queste sono le tendenze dell’economia, non rimane che subire, ciclicamente, il manifestarsi degli aspetti più negativi del rapporto tra politica ed economia? L’Italia è destinata a rimanere “preda” dei partiti di governo di turno, del sistema di potere economico-politico che, trasversalmente e in forme nettamente oligarchiche, depreda il cittadino?

La risposta è semplice: naturalmente no. Già Pantaleoni aveva indicato che il problema del rapporto tra politica ed affari poteva essere sottratto alla patologia se e soltanto se, fosse divenuto oggetto di una appropriata riflessione, che in seguito verrà definita “nuova economia del benessere”, e di un appropriato meccanismo istituzionale, per esempio rendendo trasparenti e manifesti gli interessi in gioco e indipendenti certi poteri, soprattutto gli organi d’informazione e la magistratura.

L’economia liberista, insomma, scopriva, letteralmente, che l’evoluzione economica portava ad individuare il tema, e il problema, della politica industriale.

6. Non è chi non veda, se istruitosi prima del crollo della Prima Repubblica, che l’argomento conduce ad un tema, quello della politica industriale, che fu al centro del dibattito economico e politico italiano del secondo dopoguerra, appunto fino al fatidico 1992. Fu in quel periodo che l’attenzione si concentrò su un duplice versante: quello prettamente economico, volto ad analizzare le scelte da compiere e i mezzi per raggiungerle, e quello politico, volto a comprendere come impedire le patologie, ma anche come cercare di raggiungere, nel contrasto degli interessi, l’interesse generale e con quali strumenti. Il problema, insomma, con il secondo dopoguerra era diventato, ben al di là degli intendimenti analitici e politici di economisti come Pantaleoni (che fu prima liberal-conservatore e poi nazionalista e fascista), quello della democratizzazione e dell’economia e della politica, nel tentativo, certo convulso e non privo di enormi contraddizioni, di progredire, Costituzione italiana alla mano e forti di un settore pubblico di eccezionali dimensioni, sul cammino dell’incivilimento.

7. Dramma italiano: queste tematiche, se pur lentamente e timidamente, stano affiorando più a destra (cfr. di G. Tremonti, Uscita di sicurezza; cfr. O. Giannino, M. Boldrin) che a sinistra. Certo è che quanto minore è l’intenzione di proporre e sviluppare discorsi di “economia del benessere”, cioè di politica industriale, cioè quanto meno ci si pone l’obiettivo di impostare in modo virtuoso il rapporto tra economia e politica, tanto più i manovratori – attori in primis economici e poi politici – possono lavorare nell’ombra, realizzando quella che Pantaleoni definiva letteralmente una mera “politica di classe”.

E nettamente di “classe”, cioè antistorica, volta a conservare privilegi resi superflui dal progresso, appare essere tutta quella politica che ostinatamente si rifiuterà di affrontare il nesso esistente tra crisi di questo o quel gruppo, anzitutto finanziario, come il Monte dei Paschi di Siena, e crisi generale, di carattere europeo e mondiale, proponendo varie politiche di “rigore” o di “modernizzazione” liberista. Tra le altre responsabilità, qualsivoglia politica liberista avrà quella di resuscitare, anche nel nostro Paese, nuove forme di totalitarismo reazionario.

Bibliografia
M. Pantaleoni, Studi di finanza e statistica, Zanichelli, Bologna, 1936;
P. Barucci, Il contributo degli economisti italiani (1921-1936), in AA.VV., Banca e industria fra le due guerre, Il Mulino Bologna, 1981, vol. II;
L. Michelini, Alle origini dell’antisemitismo nazional-fascista: Maffeo Pantaleoni e “La Vita italiana” di Giovanni Preziosi, 1915-1924, Marsilio, Venezia, 2011;
E.J. Stiglitz, Bancarotta, Einaudi, Torino, 2010.

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Spending Review? Un taglio classista della spesa pubblica

Pubblicato il 28 Luglio 2012 da admin

Il decreto legge n° 95 del 6 luglio 2012 “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi pubblici”, è l’ultima puntata di una serie di manovre correttive del bilancio pubblico italiano.

L’Italia ha subito 5 manovre correttive, maggiori entrate e tagli alla spesa pubblica, tra il 2011 e il 2012, per un ammontare complessivo che sfiora i 120 miliardi di euro, al netto del fiscal compact e dell’euro plus che costringerà il paese a delle misure (correttive) tra i 35-45 mld di euro.

Le previsioni di crescita del Paese sono sicuramente condizionate dal contesto internazionale e, in particolare, europeo, ma le stime di crescita sono in qualche misura coerenti con il taglio della spesa pubblica e la riduzione del reddito delle famiglie via incremento della pressione fiscale. Adottando un criterio prudenziale[1] è possibile stimare una diminuzione del Pil italiano per il 2012 del 2,5% e del 3% nel 2013. Sono ordini di grandezza che trovano una parziale conferma nelle prime proiezioni del FMI e della Banca d’Italia (-2% per il 2012), mentre Confindustria si è spinta oltre (-2,4%). Diversamente da queste previsioni, il governo stima la crescita per il 2012 in meno 1,2% (DEF aprile 2012). Probabilmente un eccesso di fiducia, oppure la necessità di far conciliare i saldi di finanza pubblica che non sono neutri rispetto all’andamento del Pil, come mostra la crescita della spesa corrente intervenuta tra il 2007 e il 2011, dal 44,1% al 47,5% del Pil, per lo più imputabile agli stabilizzatori automatici[2].

La contrazione della crescita ha condizionato il rapporto debito/Pil, facendolo aumentare, più di quanto non abbia fatto la crescita dei tassi di interesse. Infatti, l’onere degli interessi passivi sul debito, pur rimanendo saldamente al di sopra del 5% del Pil, passa da una previsione del 5,1% dell’aprile del 2011 al 5,3% del Pil dell’aprile 2012. Quindi è proprio la dinamica del Pil a condizionare il rapporto debito/Pil, mentre la spesa per interessi concorre in misura più contenuta, per il momento.

Il DL 95/2012 (Spending Review) non si discosta molto dalla filosofia dei provvedimenti adottati da Tremonti e Monti (2011): forte incremento delle entrate, riduzione del ruolo degli enti territoriali (comuni, province, regioni), ridimensionamento degli enti di ricerca, contenimento dell’impiego pubblico (meno 10% degli impiegati e meno 20% dei dirigenti), più una punta di raggiro che rende alcuni provvedimenti fastidiosi.

Da una parte è del tutto evidente che il DL 95/2012 non è una qualificazione ma un taglio della spesa, con risparmi attesi nel medio periodo di 80 mld di euro su 250 mld. Ci sono poi delle inefficienze e sovrapposizioni (maggiori costi) nella parte relativa alla soppressione delle province (Servizio Bilancio del Senato), mentre si prospetta una ulteriore stretta per le famiglie interessate dalle agevolazioni fiscali (detrazioni-deduzioni) che rendono veramente fastidioso il rinvio dell’aumento dell’IVA. Infatti, la riduzione dell’IVA, meno 3.280 mln nel 2012, meno 6.569 mln nel 2013 e meno 9.840 nel 2014, è condizionata da un aumento delle entrate fiscali legate alla rivisitazione delle agevolazioni fiscali (delega fiscale di Tremonti). Indubbiamente l’IVA è una imposta odiosa perché in ultima istanza si scarica su tutti i consumatori (regressiva), ma il taglio delle agevolazioni (detrazioni e deduzioni) ha contorni che sfiorano il grottesco. Tecnicamente sono le famiglie più bisognose a beneficiare delle detrazioni e delle deduzioni fiscali.

Il governo Monti ha trovato nell’opinione pubblica un certo sostegno e, in ragione di questo consenso (?), ha adottato dei provvedimenti che agli occhi dell’Europa erano indispensabili[3]. In qualche misura “costretto” dal contesto europeo ha precarizzato il mercato del lavoro, contratto i diritti e “liberalizzato” il mercato delle public utilities, ma la spending review non è imposta dall’Europa. Poteva essere una occasione per valorizzare le “competenze” del Governo. Infatti, la revisione della spesa pubblica è una attività normale del governo della cosa pubblica. Ogni qualvolta c’è uno speco o una spesa mal allocata è giusto intervenire.  La spending review di Monti è un taglio lineare e mirato allo stesso tempo, con forti tratti classisti. Sostanzialmente un governo classista e “leggero” con il diritto positivo, che gioca con la costituzione (pareggio di bilancio).

Questa crisi è molto peggio di quella del ’29. Krugman l’ha descritta efficacemente. Ma gli europei (gli italiani) si meritavano dei dirigenti-tecnici-politici così scadenti?

[1] La Commissione europea stima l’effetto della contrazione della spesa pubblica in una percentuale del 50%.
[2] Relazione Annuale Banca d’Italia 2011.
[3] Con questo non vuol dire che approvo le misure adottate.

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I salvatori dell’Italia

Pubblicato il 15 Febbraio 2012 da admin

Il governo Monti ha iniziato lo scorso dicembre una manovra economica i cui primi due tempi ha modestamente chiamato “Salva Italia” e “Cresci Italia”. Ci sembra utile tornare brevemente sia sul “salvataggio” che sulla “crescita”.

La prima fase dell’intervento è consistita in tagli di spesa e maggiori entrate per un totale di circa 30 miliardi di euro (per il 2012). Di questi 30 miliardi, 6 consistono in aumenti di accise (carburanti)  e aumenti del prezzo dei tabacchi, 1.6 miliardi in tagli alle pensioni, 3.3 miliardi in aumenti dell’IVA, 2.2 miliardi in un’addizionale Irpef, 2.8 miliardi in una riduzione di trasferimenti agli enti locali: 16 miliardi su 30 sono quindi in larghissima parte aggravi per lavoratori dipendenti e pensionati. La manovra prevede poi anche un aumento di 11 miliardi di imposizione sugli immobili. Questa è indubbiamente un’imposta sulla ricchezza, che va nel senso della patrimoniale invocata da molti, ma che, oltre ad essere solo sulla ricchezza immobiliare, non presenta praticamente nessun elemento di progressività. Ad esempio, anche se stabilisce una minore aliquota (e detrazioni) per la prima casa, non si fa nessuna distinzione tra edilizia economica, popolare e ultrapopolare da un lato, e ville e castelli dall’altro: tutte hanno la stessa aliquota – che siano prima casa oppure no. A quanto già elencato va aggiunto un prelievo di circa 3.2 miliardi sulla ricchezza finanziaria e i beni posseduti all’estero, praticamente l’unico elemento a carico dei soli redditi alti. La manovra grava in larghissima misura su lavoratori e pensionati anche considerata al netto dei circa 10 miliardi di maggiori spese e minori entrate in essa deliberati: 6 o 7 di questi sono infatti a favore delle imprese, e solo 4 vanno ad eliminare il taglio alle agevolazioni fiscali previsto dalla precedente manovra del ministro Tremonti, sulla cui applicabilità erano stati sollevati molti dubbi. L’impianto della manovra Monti è quindi recessivo non solo per il suo segno complessivo, ma perché fortemente regressiva: incidendo molto sui redditi medio-bassi, taglia pesantemente la domanda. L’incidenza sui redditi più bassi aumenta automaticamente con il passare degli anni: nel 2013 ad esempio, il “contributo” pagato dalla riduzione delle pensioni alla riduzione del’indebitamento più che raddoppia, e nel 2014 più che triplica (da 1.6 a 3.9 a 6 miliardi), mentre il “contributo” della impo¬sizione su ricchezza finanziaria e beni esteri quasi si dimezza (da 3.2 a 3.7 a 1.8 miliardi). Se doveva essere l’equità della manovra a permettere di “con¬ciliare crescita e rigore”, i professori hanno fatto male i compiti. Di fatto le previsioni sulla (de)crescita del PIL italiano per il 2012 sono peggiorate: il FMI la stima oggi a -2.2%, e circola una stima che la dà a -3%.

Va notato che nel “secondo tempo” della manovra il governo ha messo la sordina al leitmotiv dell’equità, ed iniziato a decantare l’effetto che potrebbero avere sulla crescita del PIL italiano l’apertura di 5.000 nuove farmacie, una riduzione delle tariffe dei taxi, o il permettere licenziamenti arbitrari, e facendo intendere di aver lanciato una lotta senza quartiere all’evasione fiscale. La Guardia di Finanza è stata allora mandata ad occupare manu militari celebrati luoghi di turismo di lusso, per stanare l’evasore al semaforo, verificando la congruità del numero dei cavalli vapore dell’auto con la dichiarazione dei redditi dei proprietari. Il governo – ed i mezzi di informazione – sembrano aver dimenticato che non è neces¬sario fermare i SUV ai quadrivi di Cortina per controllare se il proprietario dichiari un reddito sufficiente; e, ciò che è peggio, hanno dimenticato che per l’ordinamento fiscale italiano non è necessariamente un evasore fiscale chi compra auto di lusso e yacht senza dichiarare neanche un euro di reddito. I possessori di ricchezza finanziaria non sono tenuti in quanto tali a compilare alcuna dichiarazione dei redditi: quel poco di tasse che pagano vengono trattenute alla fonte con aliquota secca – e bassa. La riprova è nei dati sul gettito delle imposte sostitutive sulle attività finanziarie, che nel 2010 è stato in tutto pari a circa 8 miliardi di euro, a fronte di circa 130 miliardi da ritenute sui redditi da lavoro dipendente e pensioni (che pagano i ¾ del gettito IRPEF). Se  gravare il lavoro del grosso del carico fiscale è il pilastro della politica fiscale dell’Europa unita, va notato che nel 2008, tra i 27 paesi dell’unione, l’Italia aveva il più elevato livello di imposte sul lavoro e contributi sociali in rapporto al salario lordo. Sembrava si fosse giunti al punto in cui il peso del debito pubblico a carico della parte attiva della popolazione fosse diventato insopportabilmente alto, e che fosse arrivato il tempo di spostare la tassazione sulle spalle di altri. Il governo Monti ha pensato diver¬sa¬mente, e questo può non sorprendere. Quello che sorprende è che partiti di centro-sinistra la pensino come Monti, e che, in nome della “responsabilità”, si attribuiscano il “merito” delle sue manovre. Eppure ci sono segnali che dovrebbero farli riflettere. Da un lato, la Grecia sta subendo una “cura” che ha portato le condizioni sociali ad un punto di rottura, e chi si distanzia dalla manovra è la destra, che ha appena annunciato di uscire dal governo per non approvare l’ennesima raffica di tagli, licenziamenti ecc. Dall’altro lato, è proprio per non lasciare alla destra la rappresentanza del montante malcontento che in Francia il candidato socialista alla presidenza si dichiara indisponibile ad appoggiare la ratifica del nuovo Trattato fiscale. In ballo ci sono non solo l’aumento dell’imposizione indiretta e i tagli alle pensioni, ma, più significativamente, ulteriori svuotamenti di sovranità di uno stato che i francesi evidentemente non considerano ancora un ferro vecchio. Quanto di elettoralistico e quanto invece di concreto vi sia in queste promesse si vedrà, e dipenderà in buona misura dagli sviluppi della crisi. Il fatto resta, però, che mentre in Francia la sinistra moderata si propone di aprire una breccia sul fronte del rigore ad ogni costo, in Italia difende politiche estreme di austerità che, come ha scritto un autorevole commentatore sul Financial Times, porteranno l’Europa “a sbattere”.

Quanto sta avvenendo in questi mesi riporta potentemente alla memoria quello che successe in Italia a cominciare dall’autunno 1976, quando la sinistra per la prima volta dopo il 1948 tornò ad appoggiare un governo (un monocolore democristiano guidato da Andreotti) sull’onda di una grave crisi valutaria, e di una sua grande vittoria elettorale. Poco dopo, di fronte a una nuova caduta del cambio e alla necessità di accedere ad un prestito del FMI, Andreotti approvò un pacchetto di pesantissimi aumenti delle imposte indirette, delle tariffe dei servizi pubblici e dei prezzi amministrati (in particolare tabacchi ed olii combustibili). In una “conversazione” televisiva sulla manovra il presidente del consiglio spiegò che i “sacrifici” richiesti agli italiani avrebbero favorito investi¬menti atti a rafforzare l’apparato produttivo e l’occupazione giovanile, e che il governo aveva avviato una serie di misure contro la piaga dell’evasione fiscale: il ministro delle finanze e il comandante della guardia di finanza erano già “al lavoro” per compilare gli elenchi dei “sabotatori dell’economia e della moneta nazionale”. Lungi dall’obiettare, lo sventurato PCI rispose: con la solennità di un Comitato Centrale dichiarò di lottare perché si facesse “una severa politica di austerità”, naturalmente aggiungendo che questa avrebbe dovuto essere “socialmente equa” e servire “ad avviare una grande politica di trasfor¬mazione della società”. Anche in quel caso l’equità, gli investimenti e la grande trasformazione si persero nelle nebbie (per non parlare della caccia ai “sabotatori”), ma poco dopo, di fronte a una situazione che naturalmente non miglio¬rava affatto, in particolare sul fronte della disoccupazione, i sindacati, spronati dal PCI, con¬clusero un singolare accordo con la Confindustria in cui si accettavano tagli ai salari, allungamenti dell’orario di lavoro, ecc., in cambio di nessuna contropartita – una manifestazione dell’ “autonomia” dei lavoratori, secondo esponenti della sinistra, alcuni dei quali accusavano i sindacati di non fare seriamente la “lotta all’inflazione”, e di “aver tutelato validamente gli interessi degli occupati a danno dei disoccupati” (G. Amendola, Corriere della Sera, 16 marzo 1977). Fu la “tregua” salariale. Il PCI rimase così a bagnomaria per un altro paio di anni, sostenendo il governo dei sacrifici contro promesse. All’inizio del 1979 si vide costretto a ritirare il suo appoggio, opponendosi ad un ulteriore congelamento dei salari, ed all’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo, ma senza veramente chiarire i motivi di questo passo – di fatto, lo stesso gruppo dirigente fu in parte contrario a questa svolta, e molti invitarono a non “buttare a mare una esperienza di governo nazionale” (Napolitano). Alle elezioni anticipate di qualche mese dopo il PCI, per la prima volta nella storia repubblicana, vide diminuire i suoi voti, perdendone un milione e mezzo. Da allora fu una frana continua. Forse il governo Monti rappresenta un ultimo movimento di assestamento.

*Università di Napoli “Federico II”

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Finanza, spread, pensioni… storie di italica follia

Pubblicato il 28 Gennaio 2012 da admin

La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di investimento, come scegliere se finanziarsi con debito o mezzi propri, come misurare il costo del capitale, come misurare il  valore creato da un’acquisizione o da un investimento in fondi comuni, come gestire i rischi.  Uno dei recenti decreti del Miur, attuativo della riforma Gelmini, ha appena declassato il settore scientifico-disciplinare SECS-P09 - Finanza aziendale, accorpandolo, a fini di reclutamento del personale docente, in uno più grande (come numero di docenti appartenenti)  e pre-esistente (quello della vecchia Tecnica bancaria, oggi Economia degli Intermediari finanziari), decretandone di fatto la sorte futura, in termini di sviluppo della ricerca, della didattica,  e dei ricercatori/docenti che le praticano, che è poi la sorte, di manzoniana memoria, del  vaso di coccio destinato a viaggiare tra i vasi di ferro, del nuovo e debole che non avanza se destinato a sgomitare (dati  il corporativismo della casta accademica e il trend decrescente dei fondi assegnati all’università per il personale) tra il consolidato e numericamente forte.

La classificazione dei saperi e degli ambiti di ricerca non è neutrale rispetto alle loro prospettive di sviluppo: la delimitazione dei campi, soprattutto al fine di allocare le risorse, consente ai nuovi saperi  di svilupparsi e crescere, senza dover lottare e forse soccombere rispetto a saperi (e relative corporazioni) più consolidati e potenti.

Questo è accaduto, nonostante una serie di fattori avrebbero dovuto sconsigliarlo fortemente.

Primo fra tutti,  la dichiarata volontà dell’ ex ministro Gelmini di favorire l’internazionalizzazione dell’università italiana, di adeguare didattica e ricerca italiana agli standard internazionali dei paesi più evoluti. Una specie di mantra salvifico questo dell’internazionalizzazione della nostra accademia, che ha già prodotto svariati danni: la riforma del 3+2 del ministro Berlinguer (nel 1999) e la riforma Gelmini (nel 2010) fondano la loro ragion d’essere proprio su questo obiettivo dichiarato. Vale la pena di ricordare che in contesto  anglosassone (USA e UK), la Corporate Finance (termine inglese equivalente) è area scientifico-disciplinare autonoma e ben identificata dagli anni ‘30, oltreché presenza immancabile nella formazione universitaria under e post graduate di ogni business school degna di questo nome.

Secondo “fattore contro” sono i segnali chiari e forti, che emergono dal mondo delle imprese, dell’esigenza di competenze di finanza aziendale dei futuri manager, come ampiamente rivela un’indagine recente riportata da Il Sole 24 ore (Bassi, Gestione dei rischi e finanza aziendale al top delle richieste, 8 aprile 2011).

Terzo fattore, l’evidente carenza di competenze di Finanza aziendale che si coglie leggendo sui giornali di questi ultimi mesi le analisi della crisi  e le proposte di riforma di ministri, economisti e valenti commentatori.

Tre esempi sembrano eclatanti.

Primo esempio.  Da più parti (a titolo di esempio Penati,  La verità nascosta dietro lo spread,  La Repubblica,  1 ottobre 2011) si spiega lo spread sui titoli di stato italiano, rispetto agli equivalenti tedeschi, uguale (o superiore) sui titoli a 1-2 anni rispetto a quelli a 10 anni come segue: i mercati assumerebbero che i rischi per l’Italia si concentrano in un futuro vicino, mentre “…dopo,  non fa differenza”. Da qui discenderebbe il senso di urgenza che dovrebbe guidare l’azione di governo nel fare presto le riforme, senza aspettare oltre:  urgenza che ha guidato la riforma del  governo tecnico e ha guidato parimenti la sua approvazione rapida, evitando in nome di questa urgenza modifiche da parte del parlamento o sulla spinta delle parti sociali.

La finanza aziendale insegna che il tasso di rendimento sui  titoli comprende una parte che remunera il valore temporale del denaro (100 euro oggi non sono equivalenti a 100 euro tra un anno, perché nell’anno potrei guadagnare investendo in un investimento privo di rischio), e una parte che remunera il rischio che l’investimento comporta. Ora, ragionando in termini di spread dei rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli dei titoli tedeschi, la dinamica dello spread (da breve a lungo) dovrebbe essere attribuita alla componente “remunerazione del rischio”, perché la dinamica dei tassi privi di rischio, nell’ambito dell’Europa, dovrebbe essere omogenea e quindi già assunta nella dinamica dei tassi sui Bund[1]. Tuttavia,  va sottolineato che se lo spread  è costante (o decrescente) non significa che i titoli a maggiore scadenza sono considerati ugualmente (o meno) rischiosi, perché  il premio  per il rischio (supposto dal tasso) aumenta per effetto della capitalizzazione su un numero di anni maggiore. Quando attualizzo per esempio il flusso connesso al rimborso dei titoli fra dieci anni (ipotizziamo per semplicità titoli zero coupon), elevo a 10 anni sia la componente risk-free del tasso,  che la componente “compenso del rischio”  e quindi la correzione che opero per questa via sul flusso è maggiore, pur se lo spread è costante. A titolo di esempio, semplificando al massimo i calcoli, supponendo un tasso sui Bund a 2 anni del 4% e a 10 anni del 6% (cioè una struttura per scadenza crescente dei tassi privi di rischio),  e un tasso sui BTP italiani di corrispondente scadenza pari rispettivamente a 8%  e 9%, quindi uno spread decrescente da 4 (8% - 4%) a 3 (9% - 6%) punti percentuali, si può dimostrare che la penalizzazione che i titoli a 10 anni subiscono per effetto del rischio paese assegnato ai titoli dal mercato (rischio di insolvenza dell’Italia) è maggiore di quella dei titoli a 2 anni. Infatti, nel primo caso il flusso risk-adjusted è pari al 76% del flusso rischioso, contro il 93% nel secondo caso[2]. Analogamente, se anche ipotizzassimo uno spread a 10 anni ancora più basso (per esempio l’1%), il flusso risk-adjusted sarebbe del 91%, cioè una correzione che è ancora maggiore di quella dei titoli a 2 anni.

Secondo esempio. Il ministro Fornero ha presentato (sul numero 10/2011 di Italiani-Europei e pubblicato per ampi stralci su La Repubblica del 26 novembre 2011) un suo studio sull’equità e sostenibilità del sistema pensionistico attualmente vigente in Italia, da cui parte il suo disegno di riforma del sistema pensionistico italiano. Ipotizza un sistema integralmente contributivo, che definisce oggettivo, e che porrebbe pari il valore attuale atteso dei benefici pensionistici ai quali l’individuo ha diritto (la somma oggi equivalente al valore complessivo dei trasferimenti previdenziali di cui l’individuo godrebbe data l’attuale aspettativa media di vita) al montante contributivo versato, dalla Fornero definito come saldo disponibile di un ipotetico conto corrente in cui l’individuo abbia depositato, senza mai ritirarli, i contributi previdenziali versati lungo la vita lavorativa. Definisce, il ministro, un indicatore (PVR= present value ratio) che rapporta, alla data della pensione, i due valori sopra definiti, precisamente il primo al secondo. Se l’indicatore è uguale a 1, il sistema è equo (oggettivamente equo, ci rassicura il ministro) e finanziariamente sostenibile dal punto di vista della comunità. Se maggiore di 1 privilegia il pensionato, a scapito delle generazioni future, se minore di 1 lo penalizza. La Fornero, basandosi sulle simulazioni svolte nel centro di ricerca CERP, dimostra che l’attuale sistema retributivo genera valori del PVR che vanno dall’ 1,5 al 3,5 a seconda dell’ente previdenziale considerato e quindi del tipo di mestiere del pensionato considerato: privilegerebbe, dunque,  oltre misura i lavoratori che vi appartengono, a scapito delle future generazioni, facendogli guadagnare tassi di rendimento rispettivamente del 50 e 250%. Lo studio ci pare presenti alcune lacune di metodo gravi, come chiaramente evidenziato già da alcuni (Jaccod, A proposito dei benefici pensionistici):

• il valore del PVR risulta molto sensibile al tasso utilizzato per calcolare montante e valore attuale, rispettivamente posti al denominatore e al numeratore del rapporto: quindi, non è un indicatore che possa essere definito oggettivo, come viene dichiarato. Un tasso maggiore riduce il numeratore (valore attuale delle pensioni future) e alza il denominatore (montante dei contributi versati). L’effetto,  inoltre,  non è uguale sulle due grandezze, perché le rendite hanno durata diversa. La sensibilità al tasso è infatti maggiore nel caso di una rendita di 40 anni (i contributi versati) rispetto ad una rendita di 15 anni (le pensioni attese). A titolo di esempio, passando da un tasso nominale (perché applicato a flussi nominali) del 2% ad uno del 4,5% e ipotizzando ammontari dei contributi e della pensione coerenti con gli attuali std retributivi di un lavoratore di medio reddito, il PVR passa da 1,7 a 0,85 , che significa che il nostro ex lavoratore di medio reddito si trasforma da pensionato privilegiato e affamatore delle generazioni future ad un lavoratore frodato dal sistema previdenziale;

• il tasso usato nelle simulazioni  è dell’1,5% reale, posto pari, viene detto, al tasso di crescita dell’economia (tasso definito come l’unico finanziariamente sostenibile). Ma perché, dal punto di vista dell’equità del singolo lavoratore, dovrebbe essere diverso dal costo opportunità del capitale (in finanza aziendale è definito come il tasso di rendimento di impieghi alternativi di pari durata e rischio) che l’individuo, singolarmente, avrebbe potuto lucrare investendo i contributi versati, e a cui rinuncia dopo il pensionamento, quando cioè comincia a prelevare mensilmente per campare?  In altre parole, perché convincerlo a versare i contributi all’INPS o all’INPDAP percependo solo un tasso reale dell’1,5% (non si capisce peraltro dallo studio quale tasso nominale sia stato usato) quando, da solo, avrebbe potuto investirli ad un tasso mediamente maggiore?  La media  dei  tassi medi annui risk-free EURIRS (per prestiti a 30 anni) nell’ultimo decennio è pari al  4,7%  e tassi nominali ben maggiori hanno lucrato i BTP di pari scadenza nei decenni precedenti;

• usa un tasso uguale per capitalizzare i contributi versati e per attualizzare le pensioni future da percepire: i flussi rispettivi non sono però omogenei e confrontabili in termini di rischio. I contributi versati, alla data del pensionamento, sono certi (e lo sarebbero anche gli interessi prodotti),  mentre incerti sono i flussi delle pensioni future. Sono incerti sia come durata (vita residua dopo la pensione del lavoratore e di eventuali familiari candidati alla reversibilità: usare la vita media attesa, determinata sulle tavole attuariali, come fa la Fornero,  non risolve affatto il problema dal punto di vista del singolo lavoratore),  che come ammontare; dopo la morte del lavoratore, infatti, l’entità delle somme percepite dipende dalla presenza e dal legame di parentela dei familiari su cui potrebbe scattare la reversibilità. Inoltre, rischi derivano per ammontare e durata delle pensioni future anche da cambiamenti futuri della legislazione pensionistica, se intaccassero anche i diritti acquisiti (come,  peraltro,  accade con questa riforma).

Cade,  con ogni evidenza,  la presunta oggettiva equità del sistema contributivo descritto, se non tiene conto correttamente ed analiticamente degli aspetti citati, a cui va aggiunta la necessità di considerare flussi al netto delle imposte, essendo le aliquote fiscali degli interessi sui contributi differenti dai prelievi sui pagamenti delle pensioni.

Terzo esempio.  Una critica recente bipartisan  è quella all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia mondiale. La finanza ne risulta demonizzata, come causa principale della crisi recente. Per misurare l’eccesso di finanziarizzazione si ricorre al confronto (si vedano, come esempi, Fumagalli, Il diritto al default come contropotere finanziario, Il Manifesto,  1 settembre 2011 e Panara, Se la finanza si mangia l’economia, La Repubblica – Affari&Finanza, 23 gennaio 2012) tra PIL mondiale (74 mila miliardi di dollari nel 2010), valore del mercato obbligazionario mondiale (95 mila miliardi di dollari), valore delle borse mondiali (50 mila miliardi di dollari), valore dei derivati (466 mila miliardi di dollari) e si conclude che la finanza muove in aggregato 8 volte la ricchezza prodotta in termini reali. Ora, un primo errore si commette nel confrontare grandezze flusso (il PIL) con grandezze fondo (il valore dei mercati obbligazionario, azionario e dei derivati), distorcendo la prospettiva dell’analisi. Ma questo è solo un errore veniale (che però conferma le già citate carenze di finanza aziendale). Più grave è l’errore che si commette demonizzando la finanza tout court e  oscurando per questa via quello che è il vero problema: cioè non la finanza in quanto tale, ma l’uso vizioso e distorto che se ne fa, cioè gli “eccessi” della finanza. La finanza, quando è al servizio dell’economia reale, come fisiologicamente dovrebbe essere, non è negativa. Se i mercati finanziari servono a convogliare il denaro degli investitori verso gli impieghi produttivi, la finanza supporta lo sviluppo dell’economia reale. Le obbligazioni societarie servono a finanziare gli impieghi delle imprese e la borsa dovrebbe servire a raccogliere denari sul mercato per finanziare con capitale paziente gli investimenti reali delle imprese, soprattutto quelli strategici, di maggiore durata e di maggiore rilevanza per il loro core business. Quindi il problema non è la dimensione di questi mercati, se, come dovrebbe essere, a fronte di questi valori ci sono gli asset reali delle imprese, che da qualche parte devono trovare i capitali per essere finanziati. L’aspetto negativo è un altro. La borsa, negli ultimi anni, per esempio in Italia, non finanzia più l’industria e i servizi non finanziari, cioè l’economia reale. Per tutta una serie di ragioni (per le quali rinviamo alla puntuale analisi condotta da Coltorti  per lo studio  Consob sui 150 anni di borsa in Italia)[3]  il listino telematico copre l’80% delle banche (in termini di totale attivo tangibile di bilancio), circa metà delle compagnie di assicurazione (in termini di premi), e solo il 5% dell’industria e dei servizi (in termini di fatturato): dal listino risultano assenti sia il quarto capitalismo (cioè le medie imprese che rappresentano la punta di diamante della manifattura italiana, quella che esporta nel mondo l’Italian style), che importanti gruppi di dimensione elevata (Riva, Ferrero, Marcegaglia, Perfetti, Barilla, ecc.). In secondo luogo, dal 1997 ad oggi, la borsa italiana non indirizza più il risparmio verso gli impieghi produttivi, ma serve a far tornare agli investitori le somme non impiegate negli attivi delle imprese (tendenze analoghe sono rilevabili anche per le borse del Nord America e dell’Europa): i saldi tra finanza in entrata e finanza in uscita delle imprese quotate sono pesantemente negativi, cioè i dividendi distribuiti superano gli aumenti di capitale e su questi l’incidenza dell’industria è scesa dal 91% del periodo 1977-1986 al 51% nel triennio 2007-2010, a vantaggio delle banche. Oggi la borsa italiana sembra operare una sorta di selezione avversa:  premia chi distribuisce dividendi e riacquista azioni proprie, mentre affonda chi annuncia aumenti di capitale per finanziare sviluppi futuri o risanare gestioni compromesse da alti indebitamenti. Quindi,  le imprese virtuose, che vogliono crescere e svilupparsi, ne stanno alla larga.

Ancora. Raccogliere denaro a titolo di debito dai risparmiatori emettendo obbligazioni per finanziare gli impieghi produttivi delle imprese non è un male in sè. Male è il conflitto di interessi che induce le banche a svolgere non  proprio virtuosamente il piazzamento sul mercato di queste obbligazioni. Quando, come è avvenuto nel caso Parmalat, tanto per ricordare un esempio recente e doloroso della storia italiana, le banche sono sia creditori (molto esposti) della Parmalat, che collocatori – lautamente  remunerati – presso gli investitori  delle sue obbligazioni, l’azzardo morale è assicurato, in assenza di adeguata regolamentazione: l’emissione delle obbligazioni di Parmalat, a gestione operativa già compromessa  e indebitamento bancario oltre il livello di guardia, servì alle banche per rientrare dei capitali prestati oltrechè per intascare alte commissioni; perché aspettarci che il rischio di insolvenza di quelle obbligazioni (ben chiaro alle banche) fosse altrettanto chiaramente da esse illustrato ai risparmiatori, potenziali investitori, al momento della sottoscrizione?

Ancora. Finanziarizzazione è anche il cambio di mestiere che le imprese, almeno in alcuni settori, hanno fatto, da produttori di beni e servizi reali a banche, come dimostra la patologica composizione dei loro attivi, sbilanciata verso gli impieghi finanziari. Come esempio facciamo riferimento al settore auto (uno tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi 2008-2009 e  maggiormente beneficiato dagli aiuti statali) che, prima della crisi (nel 2006) e  non per effetto della crisi, evidenzia, rispetto a 30 anni prima, una radicale trasformazione della composizione degli attivi di bilancio (dati Ufficio Studi Mediobanca-R&S) per due aspetti:

• una riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e un’incidenza elevata dell’attivo circolante, specchio del trasferimento fuori delle imprese della produzione, terziarizzata

• un’incidenza patologicamente marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale (nella forma di crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto), specchio della “difficoltà di vendere” delle imprese del settore o comunque di politiche aggressive “di gonfiaggio” dei consumi.

Questo esempio mostra come la crisi reale ha generato la finanziarizzazione e non l’opposto: i crediti verso i clienti e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.

In conclusione, la finanza non è la strega da mandare al rogo, ma un sapere molto utile, che andrebbe insegnato nelle università, tutelato e sviluppato nella ricerca, imparato bene e utilizzato meglio, nel  governo delle imprese come in quello del paese, nell’investimento del patrimonio del piccolo risparmiatore, come in quello ben più ricco della previdenza statale.

* Professore ordinario di Finanza aziendale – Università degli Studi di Roma Tre (venanzi@uniroma3.it)

[1] Ipotizziamo qui per semplicità che il tasso sui Bund sia una proxy accettabile del tasso risk-free.
[2] La penalizzazione si può calcolare partendo dalla seguente identità:
Flusso atteso alla scadenza/(1+r)n = equivalente certo del flusso alla scadenza /(1 + tasso risk-free)n  , dove r è il tasso che comprende anche il compenso per il rischio e n il numero degli anni alla scadenza, mentre il tasso risk-free non lo contiene.  Nel caso del secondo termine dell’uguaglianza, infatti,  del rischio si tiene direttamente conto nel numeratore, dove al flusso atteso rischioso si sostituisce il suo corrispondente flusso certo, cioè già decurtato per tenere conto del rischio. Dalla uguaglianza, è possibile derivare che equivalente certo del flusso alla scadenza/ flusso atteso alla scadenza = (1 + tasso risk-free)n/(1+r)n : questo rapporto misura la penalizzazione subita dal flusso per tenere conto del rischio, supposta dal tasso r. Con riferimento all’esempio riportato, se n=10, r=9% e tasso risk-free=6%, il rapporto misura 0,76 (76%), che significa un compenso totale per il rischio del 24% (100-76).
[3] Coltorti F., 2011, Borsa, territorio e sviluppo economico (1861-2011), in Consob, Dall’unità ai nostri giorni: 150 anni di borsa in Italia, Consob.

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Crisi: per “Economia e Politica” crescita e rigore inconciliabili

Pubblicato il 26 Dicembre 2011 da admin

(AGI) - Roma, 26 dic. - “Crescita e rigore, cioe’ austerita’, sono inconciliabili”. E’ il grido d’allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell’Universita’ del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all’Universita’ Roma Tre, che sulla rivista online “Economia e politica” contestano le certezze del premier Monti e della sua “manovra di ‘risanamento’ aspramente restrittiva”, ma anche i diktat della cancelliera tedesca Merkel.
“L’origine della crisi italiana - sostengono Realfonzo e Stirati - non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo e la politica di austerita’ non frena ma, al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese”. Allora, a livello europeo “l’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico e’ una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Questa politica non risolverebbe i problemi strutturali, con la Germania che vanta un surplus commerciale piu’ grande di quello cinese”, ma “porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalita’ per rilanciare l’economia e il progetto di Unione europea, al riparo da fanatismi liberisti”.
Sul fronte italiano, sostengono Realfonzo e Stirati, “sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza”, la ricetta necessaria diverge da quella del governo e puo’ cosi’ essere sintetizzata: “Far pagare le tasse a chi puo’ e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’e’ invece una emergenza pensioni”. Insomma, “l’equita’ va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno”, ma anche qui occorre fare attenzione: “La crescita declinata alla stregua della manovra Monti come incentivi e benefici fiscali alle imprese - concludono Realfonzo e Stirati - non sostiene l’attivita’ produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi, perche’ non c’e’ mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo”. (AGI) Cav

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I sogni di Tremonti

Pubblicato il 29 Aprile 2011 da admin

Lo scorso 13 aprile il Consiglio dei Ministri ha licenziato il Documento di economia e finanza  (DEF) 2011, cioè il nuovo atto di programmazione finanziaria e di bilancio, previsto dalla L. 39/2011, approvata appena qualche giorno prima dal Parlamento (volta ad armonizzare la contabilità e finanza pubblica con le nuove regole dell’Unione europea sul coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri).  Il DEF 2011, che comprende il Programma di stabilità, si inserisce nell’ambito del semestre europeo e del “Patto per l’Euro” , approvato il 24/25 marzo dal Consiglio Europeo dei capi di Stato e di Governo, rivendicato come un primo passo verso l’ “integrazione politica federale” dell’Europa (DEF, sezione I, Programma di stabilità dell’Italia, p. III).

Il DEF si esprime decisamente contro il fare crescita “con i deficit pubblici” (p.IV)  e sostiene l’impegno a introdurre il vincolo della disciplina di bilancio nella Costituzione italiana.  Gli obiettivi di finanza pubblica (Tab.1) sono coerenti con la richiesta di riportare l’indebitamento netto della PA sotto il 3% entro il 2012, contenuta nelle raccomandazioni  impartite all’avvio della procedura per disavanzo eccessivo, e portano al sostanziale annullamento del deficit entro il 2014; tali obiettivi saranno ottenuti grazie ad ulteriori manovre, per un effetto netto cumulato di 1,2 punti di PIL nel 2013 e 2,3 punti nel 2014 (dopo la correzione per 12 miliardi di euro nel 2011 e 25 miliardi nel 2012 e 2013 realizzata col decreto 78/2010). Ma non basta: si continuerà ad accrescere l’avanzo primario per proseguire nella riduzione del  debito (che dal 120% del PIL nell’anno in corso dovrebbe calare al 112,8% nel 2014).

 

Che ne sarà allora dello sviluppo? Per questo c’è il Programma nazionale di riforma (PNR). Quest’ultimo ribadisce che il tempo in cui si faceva la politica economica attraverso la spesa pubblica è finito, per cui le misure adottate non dovranno accrescere il deficit pubblico, pur stimolando l’economia.

Ma cosa contiene il PNR per ottenere cotanto miracolo? Misure già realizzate o avviate e provvedimenti da adottare nei prossimi mesi. Per sintetizzare l’eterogeneità delle azioni considerate basti ricordare la riforma del modello contrattuale e il decentramento della contrattazione, gli ammortizzatori sociali in deroga, i tagli alla spesa pensionistica, i provvedimenti per l’efficienza della pubblica amministrazione, la riforma della scuola e dell’università, con i relativi tagli, e addirittura il federalismo e la promessa riforma fiscale (anche se di questi ultimi interventi, si ammette che non è ancora possibile valutare le conseguenze).

Come quantificare gli effetti di misure così eterogenee, e in alcuni casi ancora indefinite, sulla crescita economica? Al MEF sono riusciti a simulare l’impatto di molti interventi, utilizzando congiuntamente alcuni “modelli”, apparentemente assai sofisticati (il modello europeo QUEST III calibrato per l’Italia e il modello econometrico  ITEM del Ministero). La logica di questi modelli sembra essere la seguente: si suppone, in base a considerazioni teoriche proprie all’economia più convenzionale[1], che un certo provvedimento abbia effetti positivi sull’economia; si costruisce un modello attorno a tale ipotesi mettendovi dei numeri che pretendono di rappresentare ciò che dovrebbe accadere nella realtà e … ecco che si scopre e quantifica l’effetto positivo di quella misura. In realtà non si dimostra un bel nulla perché in realtà il modello racconta quello che gli si era insegnato.

In passato ci si chiedeva, tra economisti applicati, di quanto una riduzione del deficit pubblico facesse calare il PIL (e si cercava di misurarlo), non se lo facesse calare. Ora sembra raggiunta la quadratura del cerchio: coerentemente con l’impostazione sopra ricordata, le simulazioni mostrano che, malgrado l’insieme delle riforme considerate faccia migliorare il saldo di bilancio, anche l’impatto sullo sviluppo risulta favorevole, con un aumento medio rispetto allo scenario base di 0,4 punti percentuali all’anno del tasso di crescita del PIL nel periodo 2011-2014 (e ancora 0,2 nel triennio 2018-20) e un effetto su consumi, investimenti ed occupazione di circa 0,3 punti percentuali in media annua (Tab.2).

 

Eppure le valutazioni di questi effetti non devono essere apparse completamente affidabili, visto che l’impatto delle riforme sulla crescita assunto ai fini della costruzione dello scenario macroeconomico 2011-2014 del Programma di stabilità è stato posto pari alla metà di quello sopra indicato, per motivi prudenziali (con l’eccezione delle misure sulle pensioni, già a regime); la cautela è dettata anche dal fatto che i modelli utilizzati non riescono a tenere conto della fase ciclica in cui le riforme vengono introdotte, il che non sorprende in quanto escludono qualunque ruolo alla domanda aggregata.  In definitiva, il governo prevede un tasso di crescita dell’1,5% in media nel periodo 2012-15.

Le misure adottate/programmate sarebbero comunque così ben congegnate da stimolare l’espansione economica senza pesare sul bilancio, anzi alleggerendolo. Vediamo perché. Il diavolo, come al solito, è nei dettagli, e per un economista i dettagli si chiamano “modello” e “ipotesi”.

Gli interventi vengono simulati impartendo specifici shock ad alcune variabili esogene. Vediamo qualche esempio. Per quanto riguarda contrattazione salariale e promozione della produttività, sono stati contemporaneamente imposti uno shock negativo al mark-up salariale (in soldoni, più moderazione salariale) e uno positivo alla produttività del lavoro.  A quanto sembra, si è praticamente ipotizzato un aumento della produttività (in presenza di un contenimento degli incrementi salariali), e dunque non poteva mancare l’effetto positivo sul PIL, anche perché, nell’impostazione adottata, evidentemente non c’è spazio per effetti depressivi da domanda legati al contenimento dei salari. Le politiche per l’occupazione sono state tradotte nell’emersione di lavoro irregolare e in un maggiore sostegno alle imprese: quest’ultimo, con il modello utilizzato, assicura maggiori investimenti del settore privato, con conseguenti effetti positivi sul PIL. Peccato che gli animal spirits degli imprenditori italiani non siano sempre così vivaci e non potranno che prediligere l’aumento dei profitti incamerati e/o l’investimento finanziario a quello produttivo, in assenza di politiche di sostegno della domanda aggregata in Italia ed Europa. Ancora più interessanti gli effetti delle misure di posticipo del pensionamento che, oltre a ridurre la spesa pensionistica,  provocano: un aumento dell’occupazione (e come, via offerta di lavoro? Ma il lavoratore anziano non sarebbe stato rimpiazzato se fosse andato in pensione più presto?), una riduzione del salario pro-capite (ma un giovane che avesse rimpiazzato il lavoratore anziano non sarebbe costato meno?) e, grazie a questa riduzione, un rilevante aumento degli investimenti fissi lordi (evidentemente sospinti dal calo dei costi, ininfluente senza prospettive di adeguata crescita della domanda). Dopo il miracolo delle pensioni, veniamo alle misure a favore della concorrenza e alle riforme della PA, che sono valutate semplicemente ipotizzando una riduzione dei costi all’entrata di nuove imprese, che abbatte i prezzi, e una diminuzione dei costi medi. Per stare più tranquilli, è stata aggiunta un’ipotesi riduzione dei margini, ed è stato imposto un aumento della produttività della PA.  Come già detto, il modello ci restituisce ciò che gli abbiamo suggerito di raccontarci.

Insomma, le simulazioni svolte con i sia pur “raffinati” modelli a disposizione del MEF non tranquillizzano sull’efficacia delle “nuove” politiche di stimolo dell’economia, che consistono peraltro in un disordinato elenco di provvedimenti; i cosiddetti “motori di sviluppo” (DEF, p.v ) alternativi al sostegno della domanda aggregata non appaiono molto affidabili, come da altri già osservato, e rischiano di “lasciarci per strada” nel vano percorso di riequilibrio finanziario.

Ma niente paura, il nostro Ministro dell’Economia ha tirato fuori il coniglio dal cappello, e di fronte alle titubanze della stessa Confindustria rispetto alla mancata concretezza del PNR ha promesso, con dichiarazioni stampa, una sorta di alleggerimento dei controlli fiscali alle imprese, giudicati troppo opprimenti e continui. Se la riduzione degli accertamenti  facesse crescere il PIL - nel momento in cui si rivelano scandali come il “Parioli-gate”, dovuti proprio alla carenza di accertamenti fiscali e bancari - l’Italia potrebbe avere il tasso di crescita più alto del mondo!

*L’autrice è una senior economist che lavora nel settore della ricerca.

[1] Sembra farsi soprattutto riferimento alle teorie della “crescita endogena” in cui la domanda aggregata non gioca nessun ruolo nella crescita.

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