Tag Archive | "economisti"

Tags: , , , , , , ,

Per un cambiamento della politica economica in Italia e in Europa

Pubblicato il 17 Novembre 2011 da admin

Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche

Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione

In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono a buona parte della classe dirigente nazionale per non aver saputo attuare politiche che favorissero lo sviluppo del paese, la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza, nella costruzione dell’Unione Monetaria, di un quadro di politiche fiscali e monetarie coordinate volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri, e a una maggiore equità distributiva nei paesi e fra i paesi.

La crisi europea e il suo aggravamento, in particolare con l’attacco ai titoli del debito pubblico italiano, trovano la loro origine in questa assenza e sono solo parzialmente riconducibili alla progressiva caduta di credibilità del governo sinora in carica. La mancata iscrizione tra i compiti della Banca Centrale Europea del tradizionale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei debiti sovrani ha contribuito ad esporre all’attacco i titoli del debito italiano e di altri paesi europei. Le misure intraprese dai paesi dell’Eurozona per sostenere i debiti sovrani, e in primo luogo il cosiddetto Fondo Salva-Stati, risultano del tutto insufficienti anche per i debiti delle economie più piccole, e a maggior ragione per quelli dei paesi più grandi. Per di più le misure di restrizione dei bilanci pubblici che vengono richieste in cambio di quegli aiuti hanno aggravato la recessione e la stessa crisi finanziaria nei paesi beneficiari. Attualmente l’Eurozona è senza una bussola. Per l’opposizione del paese più forte, nell’ultima riunione del G-20 essa ha persino respinto la proposta di una emissione di Diritti Speciali di Prelievo da parte del Fondo Monetario Internazionale a sostegno dei debiti sovrani sotto attacco. Sono in gioco la sopravvivenza dell’Unione Monetaria e del Mercato Unico, e la stabilità economica europea e globale.

I firmatari di questo appello ritengono che la grave situazione attuale nelle sue cause contingenti e di lungo periodo non possa essere affrontata se non nel quadro di un progressivo mutamento dell’insieme delle politiche economiche europee, fatte salve le azioni di politica economica che l’Italia deve intraprendere al suo interno. Siamo per un più pieno coordinamento delle politiche fiscali, monetarie e salariali in Europa, che includa a pieno titolo la piena occupazione fra gli obiettivi. Per questo siamo fermamente contrari alla iscrizione nelle Costituzioni nazionali della clausola del pareggio del bilancio pubblico.

In queste circostanze riteniamo che il nuovo esecutivo debba rapidamente muoversi nelle sedi europee appropriate, con la necessaria determinazione e le necessarie alleanze politiche, per ottenere una garanzia ferma e illimitata della BCE sul debito sovrano italiano e degli altri paesi dell’Eurozona, volto a ricondurre i tassi di interesse ai livelli pre-crisi -intervento da tempo sostenuto anche dall’Amministrazione americana e da molti autorevoli economisti di diverso orientamento teorico. Riteniamo, anche in questo caso con il conforto di opinioni diffuse tra gli economisti, che politiche di riduzione dei debiti pubblici siano in questa fase controproducenti, e reputiamo quindi che la richiesta nei riguardi della BCE vada accompagnata da un impegno non già all’abbattimento, ma bensì alla stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil in Italia e negli altri paesi in difficoltà. Un nuovo esecutivo, tecnico o politico, che si configurasse invece come mero esecutore delle richieste europee, quali espresse nelle scorse settimane, determinerebbe un aggravamento della crisi economica e finanziaria in Italia e in Europa, con devastanti conseguenze sociali e l’insostenibilità degli attuali accordi, monetari e commerciali, nell’UE. Fermo nella denuncia di tali pericoli, il Governo italiano si dovrebbe pertanto fare promotore in ambito europeo e del G-20 di politiche fiscali, monetarie e salariali concertate volte al rilancio della domanda aggregata, in particolare da parte dei paesi in forte avanzo commerciale.

La riduzione dei tassi, accompagnata dall’impegno alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche internazionali espansive libererebbe nel nostro paese risorse per la crescita sia dal lato del sostegno della domanda interna che del rilancio della competitività. Riteniamo in particolare che tali risorse - assieme a quelle che dovranno provenire da una seria lotta all’evasione fiscale, da un’imposta che colpisca i patrimoni su base regolare e annua e non una tantum, e dalla razionalizzazione della spesa pubblica (inclusi i costi della politica) - vadano prioritariamente destinate alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un aumento dei salari netti, al sostegno di istruzione, ricerca e cultura, all’aumento degli investimenti per l’industria pubblica e il Mezzogiorno, alla difesa dell’ambiente, all’efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione, alla difesa della legalità. Su questi obiettivi un nuovo e più autorevole esecutivo dovrebbe impegnarsi in Europa chiedendo e restituendo fiducia al popolo italiano.

Acocella Nicola, Università di Roma 1
Artoni Roberto, Università Bocconi Milano
Bagnai Alberto, Università Gabriele D’Annunzio Pescara
Barba Aldo, Università di Napoli Federico II
Bellini Enrico, Università Cattolica Milano
Biagioli Marco, Università di Parma
Blankenburg Stephanie, SOAS Università di Londra
Bosco Luigi, Università di Siena
Bosi Paolo, Università di Modena e Reggio Emilia
Canale Rosaria Rita, Università di Napoli Parthenope
Cangiani Michele, Università Ca’ Foscari Venezia
Carrera Antonio Cuerpo, Università Complutense Madrid (Spagna)
Jorge Carreto, Universidad Nacional Autonoma de Mexico (UNAM),
Caselli Gianpaolo, Università di Modena e Reggio Emilia
Castellano Rosaria, Università di Macerata
Cesaratto Sergio,  Università di Siena
Chiodi Guglielmo, Università di Roma 1
Ciccone Roberto,  Università di Roma 3
Contini Bruno, “S. Cognetti de Martiis” Università di Torino
Costabile Lilia, Università di Napoli Federico II
D’Ippoliti Carlo, Università di Roma 1
De Cecco Marcello, Scuola Normale Superiore di Pisa
De Muro Pasquale, Università di Roma 3
De Vivo Giancarlo, Università di Napoli
Devillanova Carlo, Università Bocconi Milano
Luca Fantacci, Università Bocconi Milano
Farina Francesco, Università di Siena
Febrero Panos Eladio, Università di Castilla La Mancha (Spagna)
Felice Emanuele, Università autonoma di Barcellona (Spagna)
Fiorito Luca, Università di Palermo
Forges Davanzati Guglielmo, Università del Salento
Franzini Maurizio,  Università di Roma 1
Saverio M. Fratini, Università di Roma 3
Fubini Lia, Università di Torino
Ghignoni Emanuela, Università di Roma 1
Ginzburg Andrea, Università di Modena e Reggio Emilia
Hodgson Geoffrey, Università di HertfordShire (RU)
King John, La Trobe University, Melbourne (Australia)
Krimpas George E., Università di Atene (Grecia)
Lavoie Marc, Università di Ottawa (Canada)
Enrico Sergio Levrero, Università di Roma 3
Lombardi Mauro, Università di Firenze
Loperato Francis Luiz C., Università di Campinas (Brasile)
Lucarelli Stefano, Università di Bergamo
Lugli Loris, già direttore IRES Emilia Romagna
Lunghini Giorgio, Università di Pavia
Maffeo Vincenzo, Università di Roma 1
Marani Ugo, Università di Napoli Federico II
Marcuzzo Maria Cristina, Università di Roma 1
Mongiovi Gary, St.Johns University (USA)
Morroni Mario, Università di Pisa
Napolitano Oreste, Università di Napoli Parthenope
Nuti Domenico Mario, Università di Roma 1
Ofria Ferdinando, Università di Messina
Madsen Ove  Mogens, Aalborg University (Danimarca)
Pagano Ugo, Università di Siena
Palazzi Paolo, Università di Roma 1
Palumbo Antonella, Università di Roma 3
Panico Carlo, Università di Napoli
Park Man-Seop, Università di Seul (Corea del sud)
Pastrello Gabriele, Università di Trieste
Pennacchi Laura, Fondazione Basso
Picchio Antonella, Università di Modena e Reggio Emilia
Pivetti Massimo, Università di Roma 1
Pugno Maurizio, Università di Cassino
Ramazzotti Paolo, Università di Macerata
Rangone Marco, Università di Padova
Ravagnani Fabio, Università di Roma 1
Realfonzo Riccardo, Università del Sannio
Louis-Philippe Rochon, Laurentian University, Ontario (Canada)
Rossi Sergio, Università di Friburgo (Svizzera)
Saccareccia Mario, Università di Ottawa (Canada)
Sacconi Lorenzo, Università di Trento (direttore Econmetica)
Sau Lino, “S. Cognetti de Martiis” Università di Torino
Sawyer Malcolm, Università di Leeds
Schiattarella Roberto, Università di Camerino
Solari Stefano, Università di Padova
Stefania Gabriele, dirigente ricerca CNR
Stirati Antonella, Università di Roma 3
Stefano Sylos Labini, ENEA Roma
Tiberi Mario, Università di Roma 1
Travaglini Carlo, M., Università di Roma 3
Tridico Pasquale Università di Roma 3
Alfonso Vadillo, Facultad de Economía, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM)
Vercelli Alessandro, Università di Siena
Watt Andrew, Senior researcher European Trade Union Institute
Zezza Gennaro Università di Cassino e Levy Institute (USA)

E’ possibile aderire all’indirizzo http://documentoeconomisti.blogspot.com/ .

Commenti (3)

Tags: , , , , ,

Keynesiani tradizionali e keynesiani avventizi

Pubblicato il 09 Marzo 2010 da admin

Paul Samuelson alla morte di Keynes scrisse: “la Teoria Generale  … è  un libro scritto male, e male organizzato; qualunque non addetto ai lavori che l’abbia comperato ha sprecato i cinque scellini che ha speso …  è arrogante, … abbonda in confusioni”, ma “quando alla fine uno lo capisce a fondo, la sua analisi risulta ovvia ed allo stesso tempo nuova. In breve, è un’opera di genio”. Come tale, possiamo aggiungere, rimane larga­mente misteriosa a molti economisti.

La pesante crisi in cui siamo immersi ha riportato alla ribalta il pensiero di Keynes, che fino all’altro ieri era trattato come un cane morto dagli economisti ben­pensanti. Perfino un membro del board della Banca Centrale Europea, organismo anti-keynesiano per costituzione, ha scritto che in certi casi non aver ascoltato Keynes ha dato “risultati disastrosi” (L. Bini-Smaghi, Il Sole-24 Ore, 25 feb­braio). Qualche giorno dopo R. Perotti ha sostenuto (Il Sole-24 Ore, 28 febbraio) che Keynes era “uno dei grandi geni del XX secolo”. Secondo lui il grande contributo di Keynes sarebbe stato quello di “evidenziare il ruolo della spesa pubblica come strumento anticiclico”. Ma se questo fosse vero il con­tributo non sarebbe molto sostanzioso, e comunque nient’affatto originale: quasi 25 anni prima di Keynes, Pigou (oggetto degli strali di Keynes nella Teoria Generale) in un libro sulla disoccupazione aveva sostenuto che la spesa pubblica poteva essere effica­cemente usata in funzione anti-ciclica. Perotti potrà liquidare questa osservazione come mera mani­­fe­stazione di quelle preoc­cupazioni filologiche dei “keynesiani tradizionali” cui irride nel suo articolo, ma resta il fatto che c’è qualcosa che non quadra nelle sue idee su Keynes. Sarà poi per la mia difettosa conoscenza degli “sviluppi della ricerca eco­no­mica”, ma mi sembrava che Perotti avesse costruito una parte della sua carriera ac­cademica sostenendo la tesi che riduzioni della spesa pubblica fanno aumentare la domanda e quindi l’oc­cupazione – il contrario del “geniale” contributo di Keynes.

Comunque, anche se Keynes era un genio, ci si dice, i suoi “nipotini” sarebbero degli sprovveduti (se non anche disonesti), che appunto ignorano “gli sviluppi della ricerca economica”, “hanno un’interpretazione selettiva della storia” (immagino voglia dire che fanno un uso selettivo della storia), e “non si confrontano con i dati”.

Per quanto riguarda gli “sviluppi” della ricerca economica, il problema è serio, ma forse non nel senso che sostiene Perotti. Ad esempio una parte non piccola degli “sviluppi” in macroeconomia negli ultimi decenni è consistita nel­la elaborazione e ri­ela­bo­razione e sofisticazione di “modelli” basati sull’ipotesi di “agente rap­pre­sentativo”, esclu­dendo quindi che mutamenti della distribuzione del reddito potessero essere rilevanti nel­l’equilibrio macro­economico. Lo studio e l’uso di modelli di questo genere è stato per molto tempo considerato parte importante del mestiere di un economista “serio”, e con essi si sono vinte fior di cattedre di economia. Ci sono però economisti che non si sono mai dedicati a queste robinsonate, e le hanno ignorate. Finora essi erano a loro volta tran­­quil­lamente ignorati da una larga fetta della professione, che invece oggi sembra tradire qualche turbamento.

Sull’uso selettivo della storia da parte dei “keynesiani tradizionali”, Perotti sostiene che essi, nel loro “livore” anti-liberista, colpevolmente dimen­ticherebbero ad esempio il caso del Cile del ventennio dopo Pinochet, in cui “politiche neoliberiste” avrebbero fatto passare il paese “dal sottosviluppo a un’eco­nomia moderna, facendo allo stesso tempo enormi progressi contro la povertà”. E’ curioso però che egli non menzioni che il sotto­sviluppo, l’enorme povertà, l’enorme aumento delle diseguaglianze, e l’altissimo tasso di disoc­cupazione del Cile nel periodo precedente dovevano molto alle “politiche neoliberiste” di cui il Cile di Pinochet è stato un laboratorio. Forse l’uso selettivo della storia è più diffuso di quanto Perotti non si sia accorto.

I “keynesiani tradizionali” quasi mai, ci si dice, si “confrontano con i dati”, quello che saprebbero opporre ad analisi dei dati sarebbero solo “complicate digressioni filosofico-moraleggianti sulle supposte motivazioni ideologiche e mancanze etiche dei presunti oppositori”. Non è chiaro cosa esattamente Perotti intenda. Se per esempio si è appena richiamata l’esperienza del Cile di Pinochet non è per moraleggiare (anche se certo fa orrore il commercio avuto da Friedman e i Chicago Boys con Pinochet), ma appunto per ricordare i dati di quell’esperienza (che in fondo non sono che la rappresentazione economica di quell’orrore). Quanto all’uso (o mancato uso) dei dati: gli economisti keynesiani non hanno aspettato la crisi del 2008 per richiamare l’attenzione sui problemi posti dall’inde­bitamento privato, e sulla sua insoste­nibilità, una questione di cui i giovani leoni del­l’eco­nomia erano spensieratamente inconsapevoli fino a ieri, nella loro ossessiva insistenza sui pericoli dell’indebitamento pubblico. La differenza tra gli economisti non passa tra quelli che si sporcano le mani sui dati e quelli che li ignorano, ma tra quelli che vedono i dati rilevanti e quelli che guardano allo svolazzare delle farfalle.

 

*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.

Commenti (8)

Tags: , , , , , ,

Torniamo a discutere di economisti e economisti

Pubblicato il 01 Novembre 2009 da admin

Alla riunione annuale degli economisti italiani il governatore della Banca d’Italia è andato a difendere gli economisti (per i quali secondo lui qualcuno addirittura “sogna pogrom”) e gli studi economici, dei quali, come egli dice, “si è negata sia la valenza scientifica sia l’utilità sociale”.

Draghi è partito dall’ormai logora discussione sull’accusa che gli economisti non hanno saputo prevedere la crisi. Gli economisti amano richiamarla, forse perché distoglie l’attenzione da altre più imbarazzanti, e perché non è troppo difficile ribattere, come è stato fatto, che anche i meteorologi non sempre indovinano le loro previsioni, ma non per questo si nega validità alla meteorologia e si propone di chiudere gli uffici meteorologici. Comunque, nessuno mi sembra abbia fatto notare che se i meteorologi il giorno prima dell’uragano Katrina avessero detto che sulla Louisiana si prevedeva tempo bello stabile, doveva esserci parecchio che non andava nella loro meteorologia. Tra gli economisti previsioni del genere non mancano: alla fine del luglio 2008, quando la crisi dei mutui subprime era in pieno svolgimento, c’era chi sosteneva che quel che stava succedendo non era “catastrofico”, e auspicava che le Banche centrali alzassero i tassi “per evitare che l’inflazione sfugga di mano”.

Passando da una metafora all’altra, Draghi ha detto che l’economista è come un medico, che va valutato “sulla capacità di curare una malattia, anche quando non sia stato in grado di anticiparne il manifestarsi”; secondo lui gli economisti sarebbero stati bravissimi a “dar risposte alla crisi”, avendo essi “subito compreso le conseguenze drammatiche degli shock che si osservavano”. Il punto però è che gli economisti  rassomigliano non tanto a bravi medici che sanno affrontare le conseguenze di malattie che non è loro compito prevedere, ma a medici che di queste malattie sembrano non conoscere le cause, visto che – prima dello scoppiare del bubbone – le hanno spesso lodate come un toccasana: tanti hanno cantato la spinta deregulation finanziaria degli ultimi venti anni (dei cui guasti oggi si tratta) come “sempre maggior fonte di crescita”. Insomma, più untori che medici. Che poi essi possano essersi improvvisamente svegliati, ed aver inventato cure efficacissime per quella stessa malattia, avrebbe del miracoloso (naturalmente i miracoli sono inspiegabili; per chi non ha la fede, incredibili). Ma come dimenticare che, ancora dopo il fallimento di una delle più grandi banche d’affari del mondo, vi sono stati economisti tra quelli che si prendono sul serio che non solo non hanno affatto visto le “conseguenze drammatiche” di quel che stava succedendo, ma addirittura hanno scritto che stavamo assistendo ad una svolta positiva importante, ad una “vittoria del mercato”, la prova che il capitalismo aveva lunga vita?

E quali sarebbero poi le miracolose cure inventate oggi dagli economisti? Fare sborsare allo stato enormi somme per acquistare una massa di strumenti finanziari che avevano valore di mercato zero (cash for trash), stampando moneta e creando debito pubblico. Non una grande novità. E non era poi proprio questo che fino all’altro ieri gli economisti (e specialmente quelli di loro che fanno i banchieri) additavano come il peggiore dei mali?  Naturalmente adesso, e fin quando non sorga di nuovo la necessità di far finta di dimenticare le regole della “sana finanza”, iniziano di nuovo a dire che bisogna ridurre la spesa pubblica perché il debito pubblico (grazie alle loro miracolose cure, ma questo non lo dicono) è andato alle stelle. Lo stesso Draghi una quindicina di giorni fa ha rispolverato il cavallo di battaglia delle pensioni: incurante del fatto che l’INPS nel 2009 avrà un attivo di quasi 6 miliardi di euro, sfidando il buon senso è tornato a perorare la causa della riduzione della spesa pensionistica.

Ma nemmeno Draghi se l’è sentita di risparmiare un attacco alla finanza, seppure nei toni che si addicono al governatore della Banca d’Italia (ed ha anche accennato una critica agli economisti, parlando di “rappresentazioni apologetiche” del funzionamento del mercato). Draghi ha accusato la deregulation di aver permesso l’enorme indebitamento delle banche che è alla base della crisi che si è scatenata, e addirittura è arrivato a dire che, date le loro dimensioni, il rapporto tra le banche d’investimento e le agenzie di rating è tale che le prime hanno sulle seconde un potere “molto più grande che in passato”. Questo implicitamente significa che c’è del marcio al cuore del sistema finanziario: le agenzie di rating hanno svolto un ruolo chiave nel sistema di securitization alla base dell’esplosione dei profitti lucrati delle banche d’investimento sull’enorme castello di carta che ha portato alla crisi (i profitti delle imprese del settore finanziario sono oggi quasi la metà del totale dei profitti delle imprese USA). Le agenzie di rating – che contemporaneamente si ergevano a paladine della disciplina finanziaria contro gli stati spreconi – in effetti erano dei pigmei in confronto alla potenza di fuoco dei vari Goldman Sachs, Lehman Brothers e compagni, ed è difficile pensare che l’incapacità da esse mostrata nella valutazione degli strumenti finanziari della securitization fosse casuale. E non si può non concordare con Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (oggi professore al MIT), quando afferma che “il settore finanziario può ingaggiare la gente migliore, di maggior talento, pagando loro una straordinaria quantità di soldi. Avranno sempre la meglio sui regolatori”.  Ne appare inficiato tutto il dibattito che si è avviato sulla regolamentazione del settore finanziario, in cui moltissimi economisti si tuffano oggi volentieri (variando l’intensità della regolamentazione consigliata si può restare sempre à la page): il problema è non solo che molte banche sono “troppo grandi per fallire” – esse sono anche “troppo grandi per essere regolate”. Una ragione in più per dire (come dicono il governatore della Banca d’Inghilterra, l’ex presidente della Federal Reserve Volcker, e adesso perfino Greenspan) che esse sono semplicemente troppo grandi.

 

*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.

Commenti (3)

Tags: , , , ,

Economisti e economisti

Pubblicato il 16 Dicembre 2008 da admin

Gli economisti sono sotto attacco da più parti. La prestigiosa rivista Nature ha invocato la necessità di una “rivoluzione scientifica” in economia, riconducendo l’incapacità degli economisti di “prevedere e evitare le crisi” al loro aver assunto il mercato ad idolo, ed accusandoli di fare propaganda piuttosto che scienza. Sono accuse pesanti, su cui essi devono dire qualcosa. Il Sole - 24 Ore ha iniziato un dibattito con un editoriale “a discarico” di R. Perotti (23 novembre), proseguito poi con interventi molto critici sullo stato della professione - in particolare uno di Roberto Artoni del 26 novembre.

Che la crisi abbia suscitato questo confronto è senz’altro positivo. Mai come nell’ultimo decennio infatti gli economisti liberisti avevano monopolizzato l’informazione. Usando la vecchia tecnica dei frequenti complimenti e citazioni reciproche, sono riusciti a dare l’impressione anche a lettori avveduti che un pensiero unico accomunasse tutti gli “economisti seri”. Il punto importante non è tanto quello degli errori di previsione, ma le storie che questi “economisti seri” son venuti raccontandosi e raccontando ai malcapitati lettori, nei loro editoriali e nei loro libelli. Sostenevano che la liberalizzazione finanziaria avesse fatto mirabilie, che “metà della crescita della produttività degli Stati Uniti è dovuta al settore finanziario”, e che quindi l’enorme ricchezza di cui questo settore riesce ad appropriarsi è giustificata dal suo benefico effetto sulla crescita del prodotto: le rendite non si anniderebbero nei colossali compensi dei dirigenti del settore finanziario, ma tra i lavoratori che guadagnano 1000-1500 euro al mese, e che godono del “privilegio” di un posto di lavoro con qualche tutela.

Dopo tutti i loro peana al liberismo (che alcuni di essi chissà perchè tengono a qualificare come “di sinistra”) quegli economisti, dimenticando tra l’altro di aver spesso vantato gli effetti espansivi della riduzione della spesa pubblica, hanno firmato spaventati appelli perché il finora esecrato Leviatano intervenisse a levare le castagne dal fuoco, con un aumento di spesa pubblica che potrebbe essere vertiginoso: il piano britannico per i salvataggi bancari, a cui tutti sembrano ispirarsi, ha stanziato l’equivalente di 600 miliardi di euro, pari a quasi la metà del PIL italiano, o, se si vuole, pari a circa 4 volte quanto speso annualmente dall’INPS per le pensioni. Ma chi ha dimenticato che quegli stessi economisti fino a ieri additavano all’opinione pubblica come una grave minaccia un possibile aumento della spesa per pensioni di un paio di punti di PIL (la famigerata “gobba”)?

Qualcuno di essi sta oggi iniziando a rispolverare Keynes. Ma se avessero letto Keynes avrebbero forse avuto qualche remora nei loro inni al “contributo” della finanza alla crescita - che appaiono tragicomici oggi che il contribuente è chiamato a pagarne i disastri. Keynes, che era un grande economista e un grande speculatore, paragonava lo “scommettere a Wall Street” allo scommettere alle corse dei cavalli, sostenendo che entrambi servivano solo a dare l’illusione di potersi arricchire senza far nulla, ma che era preferibile andare alle corse dei cavalli, perché così almeno si prendeva un po’ d’aria.

 

*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.

Commenti (13)