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Bassa domanda e declino italiano

Pubblicato il 04 Aprile 2013 da admin

Il dibattito sul declino prima e la crisi poi dell’economia italiana si è focalizzato principalmente sugli elementi “strutturali” dal lato dell’offerta[1]. Generalmente, al contrario, l’andamento negativo della domanda aggregata è considerato come un fattore congiunturale o di breve periodo. Tuttavia, basta guardare i dati senza pregiudizi per capire che la debolezza della crescita della domanda aggregata è stata una costante che per almeno un ventennio ha caratterizzato l’economia italiana. E’ quindi difficile negare che questo sia un vero e proprio elemento strutturale che ha concorso agli effetti così drammatici della crisi attuale. Dal punto di vista teorico ci si può riferire alla legge di Kaldor-Verdoorn. La legge mette in relazione la crescita della produttività del lavoro, la cui debolezza come si sa è uno degli elementi che hanno caratterizzato la nostra economia, con la crescita dell’output, individuando nella crescita dell’output la variabile indipendente. Interpretata dal lato della domanda, la legge afferma che la crescita della produttività è indotta dalla crescita della domanda aggregata[2].

I dimostrano chiaramente che dal 1991 ad oggi la crescita della domanda finale aggregata, come mostrato dal grafico 1.a)[3], è molto più debole in Italia rispetto alla media europea e alla Francia e alla Germania per tutto il periodo, anche se il fenomeno si rende ancora più evidente nell’ultimo decennio. Ci sono quindi forti argomenti per sostenere che “il declino” italiano sia determinato anche dal lato della domanda aggregata e dal sostanziale rigetto di qualsiasi politica keynesiana negli ultimi decenni. Inoltre per tutte le componenti della domanda aggregata considerate si registra in generale una performance peggiore dell’Italia rispetto agli altri paesi. In particolare la componente delle esportazioni illustrata nel grafico 1.b) ha un andamento più contenuto rispetto agli altri paesi a partire dal 2000, pur restando vicina a quella della Francia. Questo dato suggerisce che la scarsa crescita della produttività del lavoro sia legata alla contrazione del saggio di crescita delle esportazioni in seguito alla ridotta competitività di prezzo dopo l’adozione dell’Euro.

Il grafico 1.c) mostra l’andamento della domanda domestica. Quest’ultima vede un rallentamento dei saggi di crescita tanto delle spese di consumo finale del governo (1.d) che delle spese di consumo finali private (1.e). In particolare le prime subiscono una brusca decrescita tra il 1992 e il 1995, rallentano nuovamente tra il 2005 e il 2009, per  tornare a decrescere negli anni successivi. Indubbiamente il ripetersi di politiche di tagli alla spesa pubblica, pur indotte dall’alto rapporto debito – Pil del nostro paese, contribuiscono ad aggravare il problema della produttività e della crescita, rischiando di generare un circolo vizioso da cui è sempre più difficile uscire[4].

Vista l’importanza assunta dal problema del debito pubblico, conviene riflettere ulteriormente su alcuni dati. Il grafico 2) mostra infatti come l’Italia sia stata in realtà più “virtuosa” della media dei paesi europei, della Germania e della Francia, mostrando negli ultimi venti anni un avanzo primario dello stato al netto degli interessi assai più alto. In particolare in Italia l’avanzo primario raggiunge il suo picco, pari al 6,51% del Pil nel 1997. Solo nel 1991 e nel 2009 il bilancio primario è in disavanzo. Anche nel 2009, peraltro, il disavanzo primario è minore rispetto alla media europea, alla Germania e alla Francia. Per contro, la Germania sperimenta nello stesso periodo un disavanzo primario in 8 anni e la Francia in 18 anni. In Italia la crescita del debito pubblico di questi anni è dovuta esclusivamente al pagamento degli interessi.

Legato all’andamento della spesa pubblica è anche l’andamento dei consumi privati, che sono influenzati nettamente dalle politiche di austerità e che assumono un trend negativo dal 2007 al 2009 e poi di nuovo dal 2011. Si nota anche che la Germania mostra, per la prima metà degli anni 2000, un rallentamento considerevole della domanda domestica, compensato però dall’andamento delle esportazioni.

Le cause della stagnazione dei consumi privati sono molteplici. Qui si sottolineano due aspetti tra loro correlati. Da una parte è cresciuta in questi anni in modo consistente la diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Secondo l’OCSE questo fenomeno è stato, tra i paesi europei, particolarmente accentuato in Italia, che tradizionalmente ha sempre avuto un indice di concentrazione dei redditi più alto dei paesi dell’Europa continentale.

Il Grafico 3 riporta l’andamento dell’ indice Gini in Germania, Francia ed Italia. In Italia le diseguaglianze sono cresciute particolarmente, secondo l’OCSE, nella prima metà degli anni novanta e poi, sia pure in maniera meno accentuata, nella prima metà del primo decennio del nuovo secolo[5].

 

Molto significativo, in relazione alla scarsa dinamica della domanda dei consumi privati, è poi l’andamento dei salari. Il grafico 4) riporta l’andamento dei salari annui medi, misurati in termini di parità di potere d’acquisto a prezzi costanti in dollari. Come si vede i salari sono rimasti pressoché costanti, essendo variati in termini di potere d’acquisto, solo dell’1,33% in venti anni. Per contro in Francia i salari sono cresciuti nello stesso periodo del 23,07% e nella stessa Germania, con una politica molto rigorosa nel contenere la loro crescita, soprattutto a partire dal nuovo secolo, del 17,78%.

Infine un discorso più complesso riguarda l’andamento della formazione del capitale (grafico 1.f), altra importante componente della domanda finale. In Italia anche l’andamento della formazione del capitale risulta più basso, per tutto il periodo considerato, rispetto alla Francia e alla media europea, mentre risulta superiore a quello della Germania per buona parte del periodo a partire dall’inizio del nuovo secolo, fino al 2009, evidente indizio che non conta solo il volume, ma anche la qualità degli investimenti. Con la crisi, dopo il 2007, questa variabile assume in Italia un andamento drammaticamente decrescente, molto più accentuato rispetto agli altri paesi. Il problema degli investimenti si presenta quindi particolarmente acuto nel nostro paese durante la crisi e l’effetto delle politiche di austerità è quello deprimere gli investimenti, cioè proprio una dei fattori essenziali su cui puntare per uscire dalla crisi.  In conclusione i dati sembrano supportare l’ipotesi che una parte considerevole, anche se, a parere di chi scrive, non esaustiva, delle cause delle difficoltà attuali dell’Italia, anche in rapporto agli altri paesi europei, sono legate all’andamento della domanda aggregata. Ad esempio, è difficile negare che una scarsa dinamica della domanda domestica non abbia conseguenze molto negative per le micro imprese, che difficilmente, a differenza delle medie, possono essere orientate all’esportazione. Basti pensare che nella manifattura in Italia, secondo dati Eurostat, prima della crisi era impiegato nelle micro imprese (da 1 a 9 occupati) il 25% dell’occupazione totale del settore, mentre in Germania appena il 6% e in Francia il 12%. Inoltre in ciascuna micro-impresa in Italia sono impiegati in media 2,8 lavoratori. Ignorare questo aspetto significa entrare in una spirale recessiva da cui è onestamente difficile vedere l’uscita.

[1] Questo contributo è in parte ripreso da un paragrafo di un saggio più ampio scritto insieme a Roberto Lampa.
[2] In particolare le basi della legge sono individuate da Kaldor nella presenza delle economie di scala e del processo di learning by doing, nella rilevanza del processo di specializzazione e di interazione tra le imprese e nell’endogeneità del progresso tecnico incorporato nel capitale. Diverse ricerche empiriche hanno dimostrato la validità della legge di Kaldor-Verdoorn per l’Italia, come per altri paesi. La crisi nella crescita della produttività del lavoro, secondo questa legge, non deve essere tanto ricercata dal lato dell’offerta, nella scarsità del capitale umano, nell’esistenza di distorsioni nei mercati dei beni e dei servizi, nell’eccesso dei costi del lavoro o nel basso livello degli investimenti, ma è causata principalmente dalla crisi di crescita della domanda.  Si veda, ad esempio, OFRIA F (2009), L’approccio Kaldor-Verdoorn: una verifica empirica per il Centro-Nord e il Mezzogiorno d’Italia (anni 1951-2006), Rivista di politica economica, Gennaio-marzo 2009, pp. 179-199, che metter anche in evidenza come le stime empiriche mostrano come le variabili di offerta (il rapporto investimenti-Pil e il tasso di crescita del costo del lavoro) non siano significative, a differenza della legge di Kaldor-Verdoorn, nello spiegare l’andamento della produttività del lavoro.
[3] In questo, come nei grafici seguenti sono riportati i numeri indici delle varie variabili, per rendere più facile il confronto con gli altri paesi.
[4] Lo stesso Olivier Blanchard (O. BLANCHARD, D. LEIGH (2013), Growth Forecasts errors and Fiscal Multipiers, IMF Working Paper Series, Department of Economics, 13/1) ha recentemente preso atto che i moltiplicatori della spesa erano stati ampiamente sottostimati dal FMI. Essi andrebbero quantificati più correttamente tra 0,9 ed 1,7.
[5] Si può poi osservare che secondo l’Eurostat, l’indice GINI ha ripreso a salire in concomitanza con la crisi, negli ultimi anni.

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Cronache dalla crisi

Pubblicato il 24 Agosto 2010 da admin

Vale la pena in questo scorcio finale delle vacanze - per gli italiani che se le sono potute permettere - fare brevemente il punto con nostri lettori sull’andamento della crisi e sul dibattito di politica economica.

1. Il fatto più eclatante dell’estate è stata la significativa ripresa dell’economia tedesca guidata dalle esportazioni. Queste hanno compiuto un balzo, soprattutto verso la Cina. Ciò ha fatto saltare di gioia gli economisti conservatori, pronti a suggerire che le politiche restrittive e anti-keynesiane della Merkel sono state più efficaci di quelle espansive di Obama. La verità è che la Germania ha tratto vantaggio dall’opportunismo della Merkel, dichiaratamente volto ad attendere che gli altri, Cina e Stati Uniti in primis, adottassero politiche espansive, trainando in tal modo le esportazioni tedesche. Il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro ha fatto il resto. Tale deprezzamento è fondamentalmente scaturito dalla crisi di fiducia verso la moneta unica che ha fatto seguito all’accentuarsi dei rischi di una crisi di solvibilità del debito greco e degli altri paesi della “periferia” europea (Spagna, Portogallo e Irlanda). Fra la furbizia e il grottesco, la Germania ha così tratto beneficio sia dalle politiche espansive di alcuni che dalle difficoltà di altri, non certo dai tagli della Merkel. I paesi periferici, con la loro debole industria esportatrice, non si sono invece avvantaggiati del deprezzamento dell’euro. L’Italia un po’ sì, e la ripresa tedesca comporta pure più subforniture dal nostro nord-est, ma questo appena consente al nostro paese di “galleggiare”, anche perché i tagli fiscali cominceranno presto a mordere.

2. Già, i tagli fiscali. Qualcuno ha fatto finta di sorprendersi che la Merkel, a fronte di un aumento inatteso delle entrate fiscali, abbia ribadito i propri. Ma questa è una costante della politica economica tedesca nel secondo dopoguerra: onde impedire che una crescita delle esportazioni “ecciti” il mercato del lavoro, con conseguenti maggiori richieste salariali, si taglia la spesa fiscale (negli anni ’50 la politica di accumulare surplus fiscali per compensare l’eccesso di espansione delle esportazioni era denominato Juliusturm, dal nome della torre dove era custodito il tesoro del primo Reich). La Merkel non ha spinto affinché la BCE aumentasse i tassi di interesse – il tradizionale segnale di moderazione che il governo tedesco rivolge ai sindacati. Non si è mossa in questa direzione poiché ciò aggraverebbe il costo dei debiti pubblici e privati in Europa. E allora non le è rimasto che ribadire i tagli fiscali. Ma la ripresina tedesca durerà? La questione è che le cose in America non vanno bene, e anche la crescita cinese dà segni di rallentamento, pur mantenendosi su ritmi elevati. Il comportamento opportunista della Germania non aiuta certo, né in Europa, né a livello globale.

3. L’economia americana non va infatti bene. Non a caso il dibattito sulla politica fiscale prosegue intenso. Da un lato, gli economisti di orientamento più keynesiano che sostengono che troppo poco si è fatto, e che ancora si dovrà spingere per sostenere la domanda. Dall’altro, gli economisti più conservatori che affermano, sostanzialmente sulla base del cosiddetto “effetto Barro-Ricardo”, che la politica fiscale è inefficace [1]. Da ultimo, uno studio predisposto da un vecchio autorevole keynesiano, Alan Blinder ha mostrato come, invece, le politiche espansive adottate dall’amministrazione americana siano state assai efficaci.  E a chi ribatte che la politica fiscale non è stata in grado di tirare fuori il Giappone dalle piste della deflazione, finendo solo per determinare il più elevato debito pubblico del mondo (in rapporto al Pil), replica uno studio dell’autorevole Peterson Institute for International Economics che mostra come effettive politiche espansive non siano mai state tentate in quel paese.

4. E da noi? Il governo porta avanti la linea dell’austerità fiscale, ma ciò che colpisce è la persistente assenza di una coerente proposta di politica economica alternativa da parte dell’opposizione di sinistra, moderata o radicale che sia. Il PD in queste settimane sembra non riuscire ad andare oltre una richiesta a Berlusconi di “riferire in Parlamento” - un mantra che era del PCI dei vecchi tempi - come se tale dibattito, pur doveroso, potesse sostituire una capacità di elaborazione e di mobilitazione intorno ad essa. Per ciò che qui ci preme, sarebbe importante che a settembre si  rianimasse il dibattito sulla politica economica europea, a partire dalle riflessioni della ben nota Lettera degli economisti. Soprattutto, sarebbe necessario che, accanto ai tecnici, anche la politica si esprimesse con chiarezza sulle proposte della Lettera, fino a delineare i contorni di una possibile azione alternativa di governo. D’altra parte, l’ipotesi delle elezioni anticipate non è del tutto tramontata e non vorremmo che la sinistra moderata e radicale si facesse cogliere ancora una volta impreparata, cadendo vittima dell’egemonia culturale altrui. Gli economisti della Lettera sono pronti al confronto.

[1] In breve, si sostiene che se pure il governo spende di più (o tassa di meno) a scopo espansivo, i soggetti tenderanno a spendere di meno (cioè risparmiare) perché si attenderanno di pagare più tasse nel futuro quando il governo dovrà rientrare dal deficit.

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Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altri

Pubblicato il 16 Aprile 2010 da admin

Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.

Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “nuova dimensione dell’oligopolio” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una barriera all’entrata per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato[1].

Prendendo in esame la quota percentuale dei prodotti ad alta tecnologia sulle esportazioni dei beni manifatturieri per destinazione di produzione[2] di Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone e Canada[3], possiamo osservare l’evoluzione e la crescita della componente high tech a livello generale da un lato, e il peso della produzione high tech di ogni paese dall’altro (si veda la Tabella 1 in basso).

Per i beni strumentali-capitali la quota di produzione legata alla componente high tech sulle esportazioni manifatturiere è passata dal 26,98% del 1961-65 al 44,38% del 2006; per i beni intermedi la percentuale high tech passa dall’8,65% al 26,02%; per i beni di consumo la quota percentuale passa dal 12,96% al 29,30%. Forse non è corretto considerare la crescita della componente h-t sull’esportazione dei beni manifatturieri come soglia “oligopolistica”; essa tuttavia rappresenta bene un fattore di competitività sul mercato internazionale.

Tra i paesi indagati l’Italia è quello che manifesta una marcata debolezza nei settori ad alta tecnologia. Tra l’altro, la distanza che separa l’Italia dagli altri paesi si accentua nel tempo. Nella produzione di beni strumentali l’Italia passa dal 29,33% del periodo 1961-65, al 18,74 del 2006. Più in particolare si osserva una progressiva incapacità nel mantenere un ruolo importante nei settori avanzati. Se nel 1961-65 la distanza dalla media dei paesi considerati nella componente h-t dei beni strumentali aveva valori positivi pari a 2,35 punti percentuali (cioè l’Italia superava la media dei paesi analizzati) alla fine del 2006 l’Italia accumula un ritardo pari a 25,64 punti; per i beni intermedi si passa dallo 0,38 a meno 10,14 punti percentuali; per i beni di consumo si passa dal meno 7,73 a meno 14,41punti percentuali.

I dati mostrano inoltre che dove la spesa in ricerca e sviluppo è maggiore della media, il salario tende ad essere più alto e il numero delle ore lavorate è più basso[4]. Nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima al 2% del pil, le ore lavorate per addetto sono sempre più contenute rispetto a quelle che si registrano nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima o di poco superiore all’1% del pil. La Germania spende in ricerca e sviluppo il 2,53% del pil, mentre le ore lavorate annue per addetto sono pari a 1.433; la Gran Bretagna spende l’1,82% del pil e le ore lavorate sono 1.670; in Francia si spende il 2,04% del pil in ricerca e sviluppo, mentre le ore lavorate sono pari a 1.561. Passiamo all’Italia. Da noi la spesa in ricerca e sviluppo è pari all’1,18% del pil, mentre le ore lavorate sono pari a 1.824 ore per addetto.

Lo stesso trend lo possiamo osservare dal lato dei salari. Se in quasi tutti i paesi considerati i tassi di crescita dei salari hanno conosciuto forti contrazioni a partire dal 1985, il fenomeno è significativamente diverso da paese a paese (si veda la Tabella 2 in basso).

Nei paesi che hanno rafforzato la parte manifatturiera high tech si registrano valori assoluti dei salari e tassi di crescita superiori alla media; in Italia, invece, si registra un forte rallentamento della dinamica salariale rispetto ai partners economici, soprattutto a partire dal 1995[5].

Tutto ciò sembra indicare che i paesi che hanno saputo adeguare il target della propria struttura produttiva alle nuove sfide della conoscenza e dell’innovazione, hanno anche potuto sfruttare posizioni di mercato meno concorrenziali, con risultati soddisfacenti per i profitti e, in media, anche per i salari. Stando a queste evidenze, si può affermare che lo sforzo nello spingere il sistema produttivo a credere nella ricerca e sviluppo, più che nel trasferimento di tecnologia, dovrebbe esser considerato la vera frontiera della politica economica.

Tabella 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tabella 2

 

  
  
  
  
  
  
[1] Alfred Kleinknecht, 1998, Is labour market flexibility harmful to innovation?, ed. Cambridge journal of economics. 1998, 22, 387-396.
[2] Beni strumentali, beni intermedi, beni di consumo.
[3] Tratta da D. Palma, S. Prezioso, Progresso tecnico e dinamica del prodotto in una economia “in ritardo”, prossima pubblicazione su Economia e Politica Industriale, 2010.
[4] OECD EMPLOYMENT OUTLOOK 2008.
[5] Labour compensation per employee in ppps in US dollars.

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