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L’euro sta un po’ meglio, l’Europa no

Pubblicato il 22 Maggio 2013 da admin

Non è semplice ordinare le idee e dare una lettura chiara a ciò che è accaduto e sta accadendo in Europa. Si potrebbe affermare però che siamo entrati in una nuova fase con caratteristiche diverse rispetto a quelle di un anno fa.

A partire dallo scoppio della crisi e in particolar modo dal 2009 l’Europa è apparsa divisa in due aree: una “virtuosa” dal punto di vista fiscale e competitiva sui mercati internazionali, l’altra periferica, poco competitiva e afflitta dall’insostenibilità dei conti pubblici. A questa immagine sono state date due interpretazioni diverse: una prima che attribuisce alla cosiddetta “fiscal profligacy” (dissolutezza fiscale) la fragilità di alcuni paesi rispetto ad altri (per cui i paesi PIIGS pagherebbero le conseguenze del peccato originale di aver consentito deficit e debito pubblico troppo elevati; vedi von Neumann 2012); una seconda che attribuisce alla crisi europea la natura di “crisi della bilancia dei pagamenti”, celata dall’esistenza di una moneta unica, secondo la quale gli effetti asimmetrici della politica monetaria centralizzata hanno acuito le differenze di competitività fra i paesi e sostenuto un processo di divergenza fra aree strutturalmente diverse. Lo shock della crisi avrebbero reso evidenti queste differenze e reso indisponibili i capitali a finanziare queste economie (de Grauwe and Yuemei 2012). Da questo punto di vista, gli alti rendimenti necessari ad attrarre i capitali avrebbero “spiazzato” l’attività economica interna e reso sempre più difficile recuperare terreno sia sul piano dell’equilibrio interno che sul piano dell’equilibrio esterno. Una situazione simile accadde nel 1992, quando sia la lira che la sterlina furono svalutate, rinunciando a mantenere il tasso di cambio fisso perché troppo costoso per l’equilibrio interno.

Quale delle due interpretazioni scelga il lettore come più aderente alla realtà, certo è che i due aspetti sono legati: la necessità di trovare le risorse per ammortizzare lo shock sul reddito interno espone i paesi in difficoltà al ricatto dei mercati finanziari e, in assenza di un meccanismo di politica economica condiviso, alla cosiddetta “dittatura dello spread”. Sull’altro fronte, i paesi virtuosi trovano semplice reperire risorse per contrastare la crisi, grazie all’avanzo di parte corrente e al contemporaneo afflusso di capitali spaccando in modo sempre più marcato in Nord dal Sud dell’Europa. Nulla può la politica monetaria della Banca Centrale Europea, almeno finché si limita ad abbassare i tassi d’interesse [1], nell’appianare queste differenze.

 

Il grafico nella figura 1 evidenzia questo stretto legame, descrivendo come ad alti disavanzi di parte corrente corrispondano elevati tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico con scadenza 10 anni e viceversa.

Se lo si dovesse dire in poche parole, l’Unione Monetaria Europea, almeno fino al 2011, è stata caratterizzata da marcate divergenze fra i paesi che ne hanno messo in discussione l’esistenza. In altri termini, il modello di politica monetaria accomodante e austerità fiscale sembrava preludere alla deflagrazione dell’area euro.

Ma da circa un anno siamo entrati in una nuova fase e la nuova fotografia dell’Europa  ci restituisce caratteristiche diverse: 1) limitata differenza negli spread; 2) disavanzi di parte corrente ridotti (ma non  gli avanzi). Sembrerebbe perciò di poter affermare che i motivi della crisi si siano attenuati.

La figura 2 mostra gli andamenti negli spread da giugno ad oggi, mentre la figura 3 mostra la dinamica del saldo di parte corrente dal 2000 ad oggi.

In altri termini, le forze centrifughe dell’Unione Monetaria sembrano essersi attenuate. Ma a ben vedere questo risultato è stato realizzato a prezzo di una consistente riduzione della domanda interna, che ha ridotto le importazioni e perciò attenuato il disavanzo. Gli spread poi si sono ridotti grazie alla convinzione che l’euro, costi quel che costi, verrà fatto rimanere in piedi. E sembra infine che i costi dell’austerity abbiano effetti di spill-over, ovvero che ne risenta negativamente anche il tasso di crescita dei paesi “virtuosi”.

La figura 4 mostra il tasso di crescita dei paesi dell’euro-zona negli ultimi 10 anni.

L’euro perciò ora sta un po’ meglio e, mentre ancora qualcuno dibatte sul modello di Europa a cui vogliamo delegare i poteri di gestione della politica economica, il framework si è consolidato, spingendo i paesi in un meccanismo di crisi condivisa e di bassa crescita. Di fatto stiamo delegando poteri all’Europa accettando senza condizioni il modello di aggiustamento.  Da un modello in cui alcuni economisti attribuivano alla Germania politiche di beggar-thy-neighbour, ad un modello di beggar-thyself condiviso sia sul piano nazionale che sul piano europeo.

Una riflessione aggiuntiva sull’attuale situazione ci viene da due economisti “esperti” della relazione fra crescita e istituzioni: la scelta della politica economica adeguata deve passare per una valutazione dei possibili futuri equilibri politici. Se ci si sbilancia troppo verso azioni che conducono a distribuzioni del reddito diseguale in nome di un incremento dell’efficienza e di una correzione dei fallimenti del mercato si possono ottenere risultati che spingono all’indebolimento della democrazia e degli stessi meccanismi di mercato sulla quale esso è fondata (Acemoglu e Robinson 2013)[2].

Bibliografia
Acemoglu D. and Robinson J. A. (2013), Economics versus Politics: Pitfalls of Policy Advice, NBER Working paper 18921.
De Grauwe P. and Yuemei J., (2012), Self-Fulfilling Crises In The Eurozone: An Empirical Test, CeSifo Working Papers N°3821.
De Grauwe P., 2011, Managing A Fragile Eurozone, CeSifo Forum 2/2011
Neumann, M.J.M.(2012), Too early to sound the alarm, VoxEu, 17 April. 
[1] In effetti, a partire dal 2009 la BCE ha messo in campo una serie di misure non convenzionali dirette all’acquisto dei titoli del debito pubblico sul mercato secondario allo scopo di mantenere bassi i tassi dei paesi in difficoltà e assicurare una corretta trasmissione della politica monetaria. A partire da ottobre 2012 è in vigore l’ESM, European Stability Mechanism, grazie al quale i paesi in difficoltà possono accedere ad un programma di acquisto sul mercato primario dei titoli del debito pubblico ma a patto di sottoporsi al programma di austerità imposto dall’Europa. L’acquisto viene poi sterilizzato.
[2] L’esempio più calzante fatto da Acemoglu e Robinson è quello dei sindacati che proteggono gli iscritti, mantengono alti i salari con effetto negativo sull’occupazione, ma allo stesso tempo sono stati strumento di democrazia assai efficace. 

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Dopo le elezioni italiane i compiti a casa li deve fare (anche) l’Europa

Pubblicato il 02 Marzo 2013 da admin

Sono convinto che i risultati delle recenti elezioni politiche in Italia siano un segnale chiaro e potenzialmente positivo per i paesi forti dell’Unione Europea, come la Germania e la Francia. Essi sono anche un ammonimento per quei politici italiani abituati ad usare la metafora “Europa” per demonizzare chi invoca o un cambiamento degli accordi europei o, se ciò non fosse realizzabile, qualche sganciamento da quegli accordi. Sono anche convinto che i maggiori partiti tradizionali italiani, da un lato, e i governi europei, dall’altro, si assumeranno una grande responsabilità se non sfrutteranno appieno tale segnale continuando a dipingere effetti apocalittici per l’Italia, se, con un’altra metafora, il paese “uscisse dall’euro”. Perché non prefigurare effetti altrettanto apocalittici se si continua a perseverare con le politiche liberiste di austerità? Ora sappiamo, oltre il fatto che l’Italia è un’economia importante per l’Europa, che gli italiani con il voto sanno protestare in modo democratico contro gli effetti ingiusti di trattati ingiusti e che i compiti a casa li deve fare (anche) l’Europa. L’Italia non è una piccola economia, non è un piccolo debitore e non è un paese dove si può spaventare la maggioranza degli elettori contro cambiamenti dello status quo con vuote minacce verbali o soltanto con la (non vuota) salita dello spread. L’Italia ha una grande economia, è un grande debitore (con un peso maggiore di quanto lo avrebbe se fosse un piccolo debitore come ci insegna il mondo degli affari) e una parte del suo corpo elettorale non si spaventa a fronte di quelle minacce. Ciò costituisce una specifica forza contrattuale a livello internazionale e, se i suoi rappresentanti politici fanno gli interessi del proprio paese, questi politici possono usarla in sede di Parlamento Europeo senza bisogno di gridare o di lamentarsi e senza bisogno di assumersi il ruolo di mosche cocchiere quando vi si conseguono i vantaggi di piccole concessioni ottenute. Finora siamo stati intimiditi nel sentirci ripetere “che cosa succederebbe se l’Italia uscisse dall’Euro”. Il segnale espresso dalle elezioni suggerisce invece il seguente controfattuale alternativo: che cosa succederebbe in Italia e in Europa, se non si allentassero i vincoli di bilancio finora imposti e non si istituisse una Banca Centrale Europea come vero prestatore di ultima istanza. In tale contesto fa parte del gioco discutere senza perdere la calma i costi e benefici di un piano B o C, che costituisca una via resa obbligata di sganciamento dagli attuali accordi di Maastricht, nel caso in cui quei governi europei rimanessero  sordi a tali istanze di cambiamento. Io credo che il PD con Bersani e il Movimento a Cinque Stelle con Grillo si assumerebbero anch’essi una pesante responsabilità se non trovassero un accordo su pochi punti precisi,  ma che uno di questi punti debba essere un impegno forte per ottenere in sede Europea e in tempi brevi una inversione di politica indirizzata all’occupazione ed alla crescita e che la forza di tale impegno deriva dal segnale trasmesso dagli elettori italiani: che la partecipazione dell’Italia all’Europa dell’Euro non durerà a qualsiasi costo economico-politico-sociale. Una tale minaccia sarebbe credibile e potrebbe avere un effetto-domino per il consenso di altri paesi europei su quella linea strategica. Sarebbe troppo immaginare una Primavera Europea? Proviamoci.

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Chi paga la crisi e chi ci guadagna

Pubblicato il 21 Gennaio 2013 da admin

La campagna elettorale sta entrando nel vivo, ma, com’era facile prevedere, visti gli attori in campo, i temi veri, quelli che afferiscono al futuro del paese ed alla sua capacità di vincere le sfide che ha davanti, rimangono inspiegabilmente sullo sfondo.

E tra i temi veri, vale la pena ricordarlo, c’è quello che riguarda i nostri impegni con l’Unione europea e le sue strutture tecnico-finanziarie. Insieme a quello, correlato, della compatibilità del nostro diritto al futuro con le scelte finora compiute sul terreno della costruzione dell’Europa monetaria.

Nel luglio del 2012 il nostro Parlamento ha ratificato, in un clima che potremmo definire inerziale, due importanti trattati, quello sul Fiscal compact e quello sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Il primo impegna il nostro paese a ridurre il debito pubblico nei prossimi venti anni, fino a portarlo entro la soglia stabilita dal Trattato di Maastricht (60% del PIL). Considerato che il debito italiano ammonta ormai a circa 2000 miliardi di Euro, che in rapporto al prodotto interno fa il 127%, per raggiungere l’obiettivo del trattato bisognerà rastrellare circa 900 miliardi di Euro in venti anni, 50 ogni anno, 150 milioni ogni giorno.

Il secondo è riferito invece all’istituzione del cosiddetto “Fondo salva stati”, un plafone di 650 miliardi di Euro che l’Europa metterebbe a disposizione, previa accettazione di vincoli draconiani dal lato della riduzione della spesa, dei paesi a rischio bancarotta. Chi alimenterà questo portafoglio? Gli stati membri, in rapporto alla loro ricchezza (PIL). L’Italia ha dovuto sottoscrivere quote per il 18% dell’intero capitale, per un importo di circa 125 miliardi di Euro, da versare in 5 anni.

La prima domanda che sorge snocciolando queste cifre è questa: dove prenderà i soldi il nostro paese per onorare questi impegni? Stiamo parlando infatti di cifre vertiginose, tanto grandi da apparire immediatamente incompatibili con le disponibilità finanziare dello Stato, specie in questa fase etichettata con la parola “crisi”.

Evidentemente,come il governo dei professori ci ha anticipato, una parte dei quattrini necessari per “stare in Europa” dovrà venire da una contrazione significativa della spesa e da un inasprimento generalizzato della pressione fiscale, diretta ed indiretta. Ergo, meno servizi e tutele per i cittadini, meno stato sociale, più tasse. Con tutte le conseguenze, in termini di recessione economica e di crescita della povertà, che una simile spirale porta inevitabilmente con sé.

Ma questo non sarà sufficiente, perché oltre una certa soglia, nei tagli al welfare, non si potrà andare, pena l’annientamento della nostra società. E questo il Meccanismo di stabilità l’ha previsto, stabilendo che i paesi membri, per finanziare il “Fondo salva stati” potranno fare nuovo debito pubblico.

Ricapitoliamo. La crisi in atto è sta battezzata come “crisi del debito”. Quotidianamente i mass media ci informano che la stabilità finanziaria dell’Europa passa attraverso il controllo e la riduzione dei debiti sovrani degli stati membri. E in questa direzione andrebbero sia l’obbligo del pareggio di bilancio, peraltro costituzionalizzato, sia le clausole del Fiscal compact appena richiamate. In Italia ciò sarebbe maggiormente rilevante a causa dell’enorme debito accumulato negli anni ed al suo peso in rapporto alla ricchezza nazionale (PIL). Tutto chiaro? Tutto lineare? Nemmeno per sogno.

Proprio il meccanismo principe della stabilità finanziaria europea, il MES, messo in piedi per non far fallire gli stati membri dell’Unione con più alto e tortuoso debito pubblico, prevede che quest’ultimo si può nondimeno aumentare per riempire le sue casse.

C’entra qualcosa tutto ciò col fatto che il debito pubblico italiano negli ultimi mesi ha subìto un’impennata turbinante, portandosi al di sopra dei 2000 miliardi di Euro? Certo che c’entra.

Come dimostrano le stime della Banca d’Italia, all’inizio del 2012 il debito pubblico italiano era poco sopra i 1.900 miliardi di Euro. Oggi siamo a circa 2020 miliardi di Euro. Nei 120 miliardi di differenza ci sono anche i versamenti che il paese ha fatto al “Fondo salva stati”. Una contraddizione gigantesca: si strangola l’economia con misure di austerità per uscire dalla “crisi del debito”, e, nello stesso tempo, quest’ultimo lievita a dismisura, anche per effetto delle stesse strategie volte a ridurne la consistenza. C’è una logica in tutto ciò? Apparentemente no. Se diamo però un’occhiata a quello che è accaduto in quest’ultimo anno sul versante della (cosiddetta) lotta alla speculazione qualche spiraglio di luce inizia ad aprirsi.

Nel mese di dicembre del 2011, quando i venti della speculazione soffiavano particolarmente forti, la Bce ha accordato a 523 banche private europee finanziamenti per circa 500 miliardi di Euro, ad un tasso fisso agevolato del 1%. Una cifra enorme, con la quale le banche hanno, prevalentemente, acquistato titoli di Stato, ad un rendimento fino al 5-6 %.

Se guardiamo al nostro paese, i dati della Banca d’Italia a tal riguardo parlano chiarissimo: a cavallo tra il 2011 e la fine di gennaio del 2012, quindi immediatamente dopo l’asta  della Bce del 21 dicembre, le banche italiane hanno acquistato BTp e ed altri titoli affini per un importo di circa 30 miliardi di Euro, passando, in termini di portafoglio complessivo, da 209 miliardi a 237 in un solo mese.

Una cosa simile si è verificata anche qualche mese dopo, a seguito della seconda asta della Bce, nel mese di febbraio del 2012, con la quale sono stati  assegnati ben 530 miliardi di Euro a 800 banche europee. E siamo a 1000 miliardi in tre mesi! Un importo pari alla metà del nostro gigantesco debito pubblico.

Capito? La giostra europea funziona più o meno così: lo Stato si svena verso l’Europa, tassando i propri cittadini, tagliando servizi, cancellando diritti, emettendo nuovi titoli del debito pubblico; l’Europa, a sua volta, prende questi soldi e li dà a banche private, che hanno perso liquidità per proprie imprese finanziarie fallimentari, quasi a gratis; le banche, prendono questi soldi, e cosa fanno? Aprono il portafoglio e finanziano le imprese? No, li prestano agli stati comprando il loro debito, ad un tasso di interesse 4-5 volte superiore a quello con cui li hanno ricevuti. I soldi, insomma, sono sempre gli stessi, ma in questo gioco incredibile c’è, ovviamente, chi vince e chi perde. I primi si chiamano banche e speculatori finanziari, i secondi cittadini d’Europa.

In questo quadro l’obiettivo della riduzione del debito, e quello del pareggio di bilancio, più che il fine costituiscono il mezzo attraverso il quale si finanzia la speculazione finanziaria. C’è “crisi” si dice, ma nella “crisi” qualcuno ci sta guadagnando. E questo qualcuno si chiama “banche”. Solo quelle italiane, nell’anno che è appena trascorso, avrebbero guadagnato, investendo i soldi ricevuti dalla Bce, più di 15 miliardi di Euro.

I conti tornano. E quelle cose che più indietro potevano apparire contraddittorie, in questa nuova ottica si ripresentano in tutta la loro coerenza. Intanto la politica italiana continua a trastullarsi nel suo teatrino. Tanto del nostro destino se ne occupano altrove.

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Il trilemma della politica economica europea

Pubblicato il 21 Maggio 2012 da admin

Il modello di politica economica sul quale è stata costruita l’Unione Europea rappresenta l’applicazione più fedele – qualcuno che non sia economista alla luce di ciò che sta accadendo direbbe irragionevole  –  delle conclusioni teoriche raggiunte dal paradigma economico dominante. Queste conclusioni possono essere sintetizzate nella negazione della relazione diretta fra spesa pubblica e crescita e di un possibile ruolo attivo della politica monetaria nell’influenzare il livello di equilibrio del reddito.

Si è realizzato perciò un  assetto istituzionale che ha in modo diverso riguardato gran parte dei paesi con economie avanzate e non, fondato su: 1) separazione fra politica fiscale e monetaria; 2) politiche fiscali da gestire all’interno di un criterio generale di contenimento della spesa; 3) politica monetaria con l’ unico obiettivo di mantenere costante la crescita dei prezzi.

In Europa si sono aggiunti poi due elementi che rendono il vecchio continente un caso assolutamente eccezionale: 1) politica monetaria unica; 2) politica fiscale affidata ai singoli stati fondata su una rigida disciplina di bilancio.

Questo modello,  ha mostrato – come ha affermato uno studioso che di certo non può dirsi eterodosso[1] - tutti i suoi limiti nell’affrontare situazioni come quelle scaturite dalla crisi finanziaria del 2007.

Si fonda infatti su due ipotesi controverse che in presenza di crisi, e per di più finanziaria, rappresentano un ossimoro: a) la natura deterministica del sistema economico ovvero la spontanea tendenza del sistema economico verso situazioni di equilibrio di pieno impiego della capacità produttiva e del lavoro (a meno di un tasso di disoccupazione “frizionale”); b) la capacita dei mercati finanziari di anticipare l’andamento futuro dell’economia.

Secondo la prima ipotesi, per esaminare il funzionamento del sistema economico e i suoi processi di aggiustamento non è necessario considerare il caso che si verifichino shock di natura sistemica, che colpiscano cioè nella medesima direzione tutti i paesi. Seguendo questo punto di vista è sufficiente garantire la flessibilità dei mercati per consentire la convergenza verso l’equilibrio di pieno impiego o rovesciando il ragionamento, le rigidità sarebbero la causa della disoccupazione.

Seguendo la seconda ipotesi - nota come efficency market hypothesis – i mercati finanziari sono ritenuti in grado di valutare in ogni momento i vari rischi che impediscono l’eccessivo accumulo di debito sia pubblico che privato, anticipando il valore futuro delle attività e prezzando azioni e obbligazioni di conseguenza.

La crisi per sua stessa definizione ha negato la bontà di queste due ipotesi e ha manifestato i suoi effetti in tutto il mondo, in tempi rapidi attraverso i bilanci delle banche e, in seconda battuta, attraverso gli effetti reali della minore concessione di credito e della carenza di domanda aggregata.

La crisi ha poi  evidenziato la maggiore fragilità di alcuni paesi rispetto ad altri ed ha reso evidente che il modello di politica economica è stato pensato in modo sbilanciato. Sbilanciato rispetto ad alcuni paesi e sbilanciato rispetto al ruolo della politica monetaria a cui quella fiscale è subordinata, piuttosto che gestita in autonomia.

I cosiddetti paesi PIIGS – o GIPSI a seconda se si voglia interpretare i loro limiti in accezione “animale” oppure “razziale” – non possiedono strumenti per colmare le differenze di competitività, di disavanzi di parte corrente e di costo dell’indebitamento, se non quelli di colpire la domanda interna attraverso tagli salariali e riduzione della presenza del settore pubblico nell’attività economica. Ma questi strumenti rischiano di generare, in tempi di crisi, risultati ancora peggiori della causa che li ha fatti mettere in campo.

In questo contesto la dimensione degli sbilanci fiscali e la crescita degli spread rappresentano il sintomo della fragilità piuttosto che la causa stessa (né è prova il fatto che la Spagna ha un rapporto debito/PIL inferiore a quello della Germania eppure è considerato un paese periferico). Si mette infatti in moto un meccanismo che si autoalimenta perché più il PIL cade, più il deficit cresce, più il debito cresce e più i PIIGS sono costretti a restrizioni fiscali e a riforme “progressiste”[2] del mercato del lavoro per rispondere alle richieste europee. In assenza di una politica monetaria che possa aiutarli - visto che le ripetute iniezioni di liquidità attraverso il settore bancario non si stanno traducendo in moneta più a buon mercato e in una stabilizzazione dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico - i paesi in difficoltà, qualunque sia il loro peccato originale, devono far sopportare costi elevatissimi ai residenti interni, che probabilmente si riveleranno anche inutili.

Ma se il modello di politica economica sta mostrando tutti i suoi limiti e non sarà possibile procedere ancora per molto in questa stessa direzione, ancora non si è trovato consenso su come gestire il futuro del vecchio continente.

Fra molti si fa strada l’idea che perseverando in questa direzione il  progetto dell’Unione Monetaria finirà per fallire, e che piuttosto che sopportare costi sociali così elevati sarebbe meglio ridare autonomia alla politica economica nazionale. Ciò darebbe il vantaggio di restituire ad un meccanismo democratico le decisioni dei singoli paesi. Questa posizione trova spazio anche fra coloro che, in una posizione di vantaggio, credono di star subendo i danni delle inefficienze dei paesi periferici.

Su di un altro fronte si schierano coloro che ritengono che la strada alternativa su cui costruire la nuova Europa sia un’unione politica. La vera anomalia dell’Unione Monetaria sarebbe infatti la mancata corrispondenza di questa con uno stato unico, da cui scaturisce l’impossibilità di affrontare gli shock come problemi comuni.

Nel valutare la strada migliore non si può prescindere da un nuovo “trilemma”[3] di politica economica, formulato in maniera molto efficace da Rodrick (2011): non è possibile conciliare globalizzazione, democrazia e autonomia di gestione sul piano nazionale della politica economica. Se i mercati sono globalizzati la democrazia può essere esercitata su di un piano molto più ampio di quello nazionale e bisogna rinunciare a gestire la politica economica in modo autonomo. Se c’è democrazia ed autonomia della politica economica queste sono inconciliabili con la globalizzazione. Se si accetta la globalizzazione e si vuole gestire la politica economica in modo autonomo, si deve rinunciare alla democrazia. In altre parole, la globalizzazione riduce il potere contrattuale delle democrazie nazionali e conduce ad un progressivo depauperamento dell’economia. Questo fenomeno, sic stantibus rebus può essere invertito con una scelta autarchica. Un’inversione di tendenza dell’attuale strategia di politica economica deve essere messa in pratica perciò su di un piano molto più ampio di quello nazionale ovvero ridefinendo le regole del mercato globalizzato. Ma un cattivo progetto europeo, che accentua la crisi anziché contrastarla, può spingere alcuni paesi a cercare le soluzioni sul piano nazionale, nel tentativo di salvare l’economia in crisi ed anche le proprie democrazie.

 

Bibliografia
Arestis, P. (2009) The new consensus in macroeconomics: a critical appraisal, in: G. Fontana &M. Setterfield (Eds) Macroeconomic Theory and Macroeconomic Pedagogy (Houndmills:Palgrave Macmillan).
Bini Smaghi L. (2011), Regole e istituzioni di politica economica in tempi di crisi, Forum for EU-US Legal-Economic Affairs, Roma, 15 settembre.
De Grauwe P. (2011), The ECB as a lender of last resort.
De Grauwe, P. (2011) “The Governance of a Fragile Eurozone,” CEPS Working Document, No. 346, Maggio.
De Grauwe P. (2011), Euro-zone bank recapitalization: pouring water in a leaky bucket, CEPS Commentaries October.
Krugman P. (2010), Debt, deleveraging, and the liquidity trap.
Obstfeld, M. (1995), ‘International capital mobility in the l990s,’ in P.B. Kenen, ed., Understanding interdependence: The macroeconomics of the open economy. Princeton, NJ: Princeton University Press.
Rodrick D.( 2011) The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy, W.W. Norton, New York and London.
De Grauwe P. (2011), Balance budget fundamentalism, CEPS commentaries september.

[1] Bini Smaghi (2011). L’autore utilizza questo argomento per giustificare la necessità da parte della politica monetaria di intervenire con strumenti fuori dall’ordinario in tempo di crisi.

[2] Visto che, paradossalmente, chi si oppone al ritorno al passato determinato dalle “riforme” viene definito “conservatore”…con uno snaturamento del significato delle parole a cui sembriamo esserci abituati.
[3] Il vecchio trilemma di politica economica  o trinità incompatibile (Obstfeld 1995) afferma che è impossibile conciliare cambi fissi, perfetta mobilità dei capitali e utilizzo della politica monetaria per raggiungere l’equilibrio interno.

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Chi salverà l’Europa dall’euro?

Pubblicato il 30 Marzo 2012 da admin

Dopo gli articoli apparsi sull’Economist e sul Washington Post e il reportage di Repubblica, è cresciuto l’interesse per l’economia ‘neo-cartalista’, nota anche con l’acronimo MMT (Modern Monetary Theory). Qui vorrei proporre ai lettori di Economia e Politica una sintesi dei concetti principali di questo approccio ‘eterodosso’ per ricavarne alcune ricette per l’Europa, in alternativa alla visione che domina il dibattito in corso, e che si può riassumere più o meno così:

La crisi dell’euro non è un problema della moneta unica europea, che invece ha dimostrato di mantenere stabile il proprio potere d’acquisto interno ed estero, grazie alla BCE. È piuttosto un problema di alcuni stati che hanno fallito su due fronti: la competitività e l’equilibrio dei conti pubblici. In altre parole, se fossimo tutti come la Germania l’area dell’euro godrebbe di ottima salute. Per quei paesi che hanno fallito, e che possono ancora rimboccarsi le maniche per evitare di uscire dall’euro, la ricetta è una sola: austerità e riforme strutturali, e quindi sacrifici fino a quando le riforme non daranno i loro frutti. È un cammino non breve, né facile, ma è l’unico percorribile: solo riducendo sprechi e costi di produzione (anche attraverso una minor tutela del lavoro dipendente) si riacquisterà la competitività che consentirà di creare nuovi posti di lavoro.

Secondo la MMT, le ragioni della crisi non sono affatto queste, né le ricette sul tavolo dell’Europa (e dell’Italia) hanno una qualche possibilità di successo. E in considerazione del fatto che l’Europa, tra summit, annunci della BCE e nuovi trattati, entra ormai nel terzo anno della “sua” crisi, può essere utile esaminare alcune proposizioni neo-cartaliste e valutare le proposte per l’Europa che se ne possono trarre. Si tratta, d’altra parte, di proposte condivise da un più ampio fronte di economisti di formazione keynesiana e postkeynesiana, con i quali la MMT condivide alcuni principi di fondo.

1. La moneta è un istituzione politica, non una manifestazione delle leggi del mercato

È il punto centrale della teoria neo-cartalista. La moneta, come gli scienziati sociali non economisti ben sanno, è un fenomeno politico-istituzionale, sia dal punto di vista storico che logico. È documento (‘carta’) emessa dallo stato. Non è la soluzione dei privati al problema dei costi di transazione. In un celebre articolo del 1998, Charles Goodhart[1] mosse una serie irresistibile di obiezioni alla teoria privata della moneta, concludendo che la costruzione dell’euro è a rischio: la separazione tra moneta e sovranità politica, spesso elogiata dagli architetti dell’euro come la vera forza della nuova moneta unica, costituisce invece un elemento di profonda fragilità. A distanza di oltre un decennio, I fatti danno ragione a Goodhart.

2. Ogni taglio della spesa e ogni aumento delle tasse riduce la ricchezza finanziaria di famiglie e imprese

Si tratta di un principio che si ricava dalla contabilità settoriale: il disavanzo finanziario di un settore corrisponde sempre ad un equivalente avanzo finanziario di un altro settore. Nel caso del disavanzo pubblico, la maggior ricchezza finanziaria del settore privato corrisponde all’emissione dei titoli e/o delle riserve bancarie prodotti dal disavanzo[2]. In altre parole, il disavanzo pubblico crea (non distrugge) risparmio privato.

Ciò significa che lo sforzo coordinato dell’Europa nel ridurre i disavanzi pubblici comporta una pari riduzione delle attività finanziarie di famiglie e imprese, con effetti depressivi su consumi, investimenti e occupazione. [3] È vero: anche nella letteratura mainstream non si legge più che l’austerità è espansiva. Ma qui c’è un aspetto in più: il disavanzo del settore pubblico è considerato l’unica sorgente netta di ricchezza finanziaria per il settore privato. L’unica alternativa, e cioè un avanzo commerciale con l’estero, è un gioco a somma a zero tra l’esportatore netto e l’importatore netto. Anche la Cina l’ha capito e si sta prudentemente spostando verso un maggior peso dei consumi interni, anche grazie al ruolo della politica fiscale. Gli Europei preferiscono invece la sterile virtù dei bilanci in pareggio.

3. Solo uno stato che si lega le mani rinunciando alla propria sovranità monetaria può trovarsi nell’impossibilità di pagare il servizio del debito

La politica fiscale di uno stato la cui moneta non sia vincolata da accordi di cambio è sempre libera di perseguire la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Il rischio di default dei titoli pubblici entra in gioco solo quando un paese intende garantire un tasso di conversione fisso della propria moneta con una valuta estera, oppure quando un paese rinuncia alla propria moneta.[4]

La crisi europea è dunque una crisi, in primo luogo, di sovranità monetaria. Questa, invece che essere trasferita dalla periferia al centro dell’Unione, è finita nelle mani della BCE, che ha poteri di gestione delle riserve nel sistema dei pagamenti, ma non di politica fiscale. In queste condizioni, era solo una questione di tempo (e di avverse condizioni dell’economia mondiale) prima che i paesi con i disavanzi pubblici e commerciali maggiori si trovassero in condizioni di rischio di default e si manifestasse la “crisi del debito sovrano”, che “sovrano”, in realtà non è più.

4. L’inflazione non è generata da tassi d’interesse troppo bassi, ma si manifesta invece per cause esterne (il prezzo del petrolio) oppure, per cause interne, a causa di un disavanzo pubblico eccessivo rispetto alla capacità produttiva del paese

Questa è la parte più eminentemente teorica. Più che di Modern Monetary Theory (che è un termine a mio parere poco pregnante) bisognerebbe parlare di “teoria del monopolio della moneta”.  In altre parole, l’offerta di moneta è vista come un caso di monopolio del settore pubblico che è in grado, come insegna la teoria del monopolio, di fissarne il prezzo, lasciando che la quantità si aggiusti alla domanda. Allo stesso modo, lo stato è in grado di ancorare i prezzi (invece che all’oro) alla merce base dell’economia: il lavoro. Invece che utilizzare la disoccupazione come strumento per stabilizzare i salari, lo stato diventa il datore di lavoro di ultima istanza e fissa un salario minimo, dando un lavoro ai disoccupati.[5]

Che fare?

La crisi del debito “NON-sovrano” è diventata rapidamente una profonda crisi dell’occupazione e del futuro stesso dell’Europa  e delle sue più giovani generazioni. La ricetta che più spesso viene ripetuta da politici, media e istituzioni è quella che conosciamo. L’alternativa offerta dall’approccio qui descritto si può invece riassumere in due pilastri fondamentali, cha partono dalla premessa che la crisi dell’euro è duplice: A) di finanziamento degli stati e B) di insufficiente domanda aggregata. E occorre una duplice risposta.

A. La crisi finanziaria si risolve unicamente con il coinvolgimento della BCE

Il susseguirsi di piani di salvataggio è un esercizio tecnicamente inefficace e pericoloso: paesi non sovrani non possono essere finanziati da altri paesi non sovrani. Se non è politicamente accettabile che la BCE diventi il prestatore di ultima istanza dei 17 paesi, occorre allora trovare una soluzione che, aggirando l’ostacolo politico, faccia comunque riscorso al monopolista della moneta in Europa: la BCE. Sta alla leadership politica europea, che si è fin qui dimostrata inadeguata alla straordinaria sfida che abbiamo davanti, battere un colpo!

B. L’occupazione (e, di conseguenza, anche il credito bancario) cresce al crescere della domanda aggregata, e non per effetto delle liberalizzazioni, del pareggio di bilancio, o del ‘quantitative easing’ della BCE

Per uscire dalla recessione non bastano gli strumenti della BCE. Ed è chiaro che in un’unione monetaria non è possibile, per i motivi discussi sopra, affidarsi alle politiche fiscali espansive indipendenti dei singoli paesi, e che quindi una qualche forma di coordinamento fiscale è il prezzo inevitabile da pagare all’integrazione europea. Ma allora o si decide di elevare il limite del disavanzo concesso a tutti i paesi (una strada politicamente in salita all’attuale stato delle cose), oppure occorre trovare una strada comune che dia nuovo ossigeno all’economia europea oberata da una pressione fiscale troppo alta per la dimensione attuale di spesa pubblica.

Una strada meno soggetta a veti politici potrebbe essere questa. L’Europa dovrebbe tenere un summit nel corso del quale i 17 paesi dell’euro concordano un considerevole taglio fiscale nell’intera area dell’euro. Può trattarsi di una riduzione di un imposta regressiva come l’Iva, oppure delle imposte che gravano sui redditi medi e bassi. Contestualmente, i governi europei dovrebbero annunciare che il calo di introiti corrisponderà a una raccolta attraverso titoli europei emessi dall’European Financial Stability Facility (EFSF) con la garanzia della BCE. Nello stesso summit i paesi dell’euro dovrebbero anche preannunciare che nel corso del summit successivo daranno il via ad una seconda emissione di Eurobonds diretta a sostenere un programma ambizioso di infrastrutture nel campo della comunicazione digitale, dei trasporti e dell’ambiente.

È chiedere troppo a questa Europa?

 *Andrea Terzi scrive su questi temi su www.mecpoc.org.

[1] Charles A.E. Goodhart, The two concepts of money: Implications for the analysis of optimal currency areas, European Journal of Political Economy, Vol. 14, 1998, pp. 407–32.
[2] Andrea Terzi, Appunti di economia monetaria: Stock di moneta, flussi monetari, tassi d’interesse e saldi finanziari, EDUCatt, 2012.
[3] Davvero una riduzione delle tutele del lavoro dipendente può creare posti di lavoro nelle attuali condizioni di austerità? Non vorrei che quando ci si accorgerà che così non è, si cominci a dire che la riduzione doveva essere più ampia!
[4] Si veda Warren Mosler, The seven deadly innocent frauds of economic policy, Valance, 2010.
[5] Si veda, ad esempio, L. Randall Wray, Keynes after 75 Years: Rethinking Money as a Public Monopoly Working Paper No. 658, Levy Economics Institute, March 2011.

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Il redde rationem dell’Europa

Pubblicato il 21 Luglio 2011 da admin

1. Le giornate nere del debito

L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina la loro situazione a quella in cui caddero i piccoli birilli da biliardo lo scorso anno. Spagna e Italia sono però birilli da bowling. L’accelerazione nell’approvazione della manovra ma, soprattutto, le voci di un intervento della BCE a sostegno dei titoli italiani ha evitato martedì 12 l’irreparabile. Pur tuttavia il differenziale di interesse con i titoli tedeschi ha raggiunto un livello incompatibile con la sostenibilità nel lungo periodo del debito italiano. Ovvero se lo stock del debito italiano dovesse essere progressivamente rifinanziato a tassi così elevati, esso comincerebbe a crescere in maniera insostenibile per il mero pagamento degli interessi, a meno di imponenti avanzi primari del bilancio pubblico che a loro volta genererebbero recessione in una spirale senza fine. Siamo vicini alla situazione in cui si trovarono i piccoli periferici un anno fa, e da cui non sono in grado di uscire. Come insegnano le esperienze di questi ultimi, infatti, feroci manovre di aggiustamento dei conti accelerano la crisi debitoria. I mercati lo sanno. Martedì sera l’agenzia di rating Moody’s ha, infatti, ridotto anche i titoli del debito pubblico irlandese a spazzatura. Che fare allora?

2. Gli Eurobonds

Come abbiamo avuto già modo di dire, la crisi europea ha un aspetto contingente e uno di fondo. Non sorprendentemente le questioni di fondo, che sono poi quelle che hanno portato alla crisi attuale, sono quelle più complicate poiché hanno a che fare con l’architettura dell’Unione Monetaria Europea. Fronteggiare la crisi di solvibilità[1] del debito dei piccoli paesi periferici e impedire la caduta nel’insolvenza ai grandi periferici richiederebbe solo un po’ di coraggio e lungimiranza. Com’è noto la proposta da molti condivisa, da Tremonti-Junker ad Giuliano Amato, Soros e tanti altri) è quella degli Eurobonds. L’idea è che una quota del debito pubblico degli stati nazionali venga trasferito a un ente europeo, per esempio la Banca Europei degli Investimenti (BEI). Tale quota la si individua in un ammontare di debito pari al 60% del PIL. Il debito italiano, per esempio, è il 120% del PIL. Metà andrebbe alla BEI, metà rimarrebbe nazionale. La parte trasferita potrebbe essere da subito rinominata in Eurobonds, ovvero man mano che i titoli nazionali trasferiti scadono, essere sostituiti con emissione di titoli europei.  Attenzione, ciascun paese continuerebbe a farsi carico del servizio del debito, cioè degli interessi. Il vantaggio è che la garanzia europea sulla parte trasferita farebbe abbassare i relativi tassi al livello dei Bund tedeschi. Ma anche sulla parte restata nazionale i tassi diminuirebbero in seguito alla riguadagnata situazione di solvibilità dei paesi. Poiché una quota cospicua del debito pubblico dei periferici è detenuto da stranieri - tipicamente banche inglesi, francesi, ma anche fondi di investimento americani -, dunque è parte del debito estero del paese, diminuendo il debito a carico del paese, diminuirebbe corrispondentemente anche il suo debito netto con estero (che a ben vedere è l’indicatore primario di solvibilità).

3. Una banca sovrana

La proposta come viene di solito presentata è però monca di una componente importante: la necessità che l’Europa si doti, come tutti i grandi paesi, di una banca centrale sovrana, un “government banker”, come si esprime l’economista eterodosso Tom Palley. Ma non c’è la BCE? Un “banchiere del governo” è una banca centrale che ha la possibilità, il dovere direi, di intervenire a sostegno del debito sovrano di un paese. La BCE non ha questo status. Paesi sovrani, dotati di banche sovrane, e che non si siano legati ad assurdi accordi di cambio, non possono fallire, come ci ricorda un altro eterodosso, Randall Wray. Ora, nel momento in cui si crea un debito pubblico europeo è necessario che lo status della BCE muti, divenendo più simile alla FED, sì da essere garanzia di ultima istanza di tale debito.[2] In un apprezzabile articolo su Il Sole-24 Ore sui cui dovremo tornare, Guido Tabellini ha inaspettatamente sottoscritto questo punto di vista.

4. Una nuova Europa?

Ciò fatto, si tratta di capire come l’Europa potrebbe evitare di ritornare nel giro di pochi anni alla situazione attuale. Questa è frutto del fatto che negli anni dell’Euro i paesi periferici hanno perso competitività, e livelli talvolta sostenuti della spesa interna sono stati sempre più finanziati dall’estero e non da redditi nazionali. Il crescente indebitamento dei settori privato e/o pubblico è stato dunque in buona misura nei confronti dell’estero.

L’obiettivo è dunque il recupero di competitività dei paesi periferici in assenza dello strumento classico, la svalutazione. Che tale recupero possa avvenire attraverso la deflazione interna di prezzi e salari (la cosiddetta svalutazione interna), come sostenuto dagli economisti più conformisti come Monti, Alesina, Reichlin e così via è non solo sbagliato, ma irresponsabile vista l’accelerazione della crisi europea dovuta proprio a tali politiche. Le proposte sopra esposte, evitando drastiche misure deflative, darebbero anzi respiro ai paesi periferici lasciando loro risorse per modernizzare infrastrutture, istruzione, efficienza del settore pubblico, lotta all’evasione ecc. Ma anche in questo caso il contesto europeo è dirimente. Senza l’abbandono dell’impostazione neo-mercantilista di moderazione salariale e fiscale da parte della Germania, non v’è molta speranza. Ed è difficile che la Germania lo faccia.

Il catalogo è però questo. L’alternativa è la rottura dell’UME con una scia di rancori che lascia presagire un futuro ancora più funesto. Una sinistra consapevole e veramente europeista mobiliterebbe le proprie forze, in particolare i giovani, proprio su questo.

[1] Come nella vita pratica, un soggetto (un’impresa, una famiglia, uno stato sovrano) è insolvente quando i redditi che si attende nel futuro sono insufficienti a ripagare il debito; è invece illiquido quando, sebbene possa momentaneamente essere a corto di liquidità per poter pagare le rate di debito in scadenza, le entrate attese glielo consentiranno di fare nel prossimo futuro.[2] Palley va oltre, sostenendo che la BCE dovrebbe, entro limiti concordati in sede Europea, agire da banca sovrana anche nei riguardi dei disavanzi pubblici nazionali. Si dovrà ragionare su tale proposta che consentirebbe agli stati membri di riacquistare, entro certi limiti, un po’ di sovranità monetaria. 

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Sovranità monetaria e democrazia

Pubblicato il 05 Giugno 2011 da admin

Un grande primo ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e futile”.

La rinunzia alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese ha fatto con l’adesione alla  moneta unica. In verità, a ben guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso un fait accompli – uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per conti pubblici e distribuzione del reddito.[2] Con la moneta unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo delle partite correnti,  dal pareggio del 1999 sino al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.

Lo sconforto sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti, alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche (una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli sbattendo le porte.[3] Draghi, per coloro che coltivassero illusioni, ha ribadito nelle ultime Considerazioni finali che “né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano di fare quello che  i trattati europei vietano loro di fare e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le democrazie  europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni. Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di contro-altari istituzionali in un sistema di checks and balances. Ma a parte di una banda di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica economica!

La BCE ha dovuto durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario europeo e globale. A parte l’implausibile ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico, ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso l’ultra-falco Bini Smaghi, qualunque sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione del debito (per esempio qui)  - la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale, e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni dell’amministrazione.

Per quanto riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione, e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (quiqui qui), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza di proposte che fa poco ben sperare.

La dichiarazione di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara in favore dell’immediata istituzione  di una banca nazionale debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta. Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania. La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci sembra, comunque, un primo, essenziale passo.

[1] William Lyon Mackenzie King (1874-1950), leader del partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.
[2] Come ricordato da Aldo Barba in un interessante intervento al convegno per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale nei giorni scorsi.
[3] Bini Smaghi è arrivato a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa detiene. Contro i timori della BCE vedi Roubini.

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Utopia e realismo nella politica economica europea

Pubblicato il 15 Febbraio 2011 da admin

Pubblichiamo contestualmente un commento di Guido Montani all’articolo “E noi faremo come Schroeder” di Sergio Cesaratto ed una replica di quest’ultimo.

 

Nel suo contributo Montani sostiene che l’Europa soffra di un “grave squilibrio istituzionale”, denunziato dai “federalisti europei”, dove “solo il pilastro monetario è stato creato”. Prefigura in luogo un’Europa più simile alla Germania, ma non troppo, dove scompaia la “la distinzione tra paesi forti e deboli”. Allo scopo, propone che un (rafforzato) Parlamento europeo e la Commissione contino “su un bilancio almeno pari al 3,5-4,5% del PIL”. Per venire incontro alle “buone ragioni” tedesche volte a “sostenere … alcuni vincoli di austerità …per evitare che la finanza internazionale metta in pericolo l’Unione monetaria”, e per sostenere col dovuto “orgoglio” il progetto alternativo, i partiti “progressisti” dovrebbero farsi portatori di “misure serie … per la riduzione del debito pubblico”. Sebbene, infine, “non esistono criteri teorici condivisi per stabilire quando un debito pubblico diventa sostenibile … questi criteri esistono nella prassi e sono stati resi espliciti dagli attacchi della speculazione finanziaria a paesi come la Spagna e l’Irlanda che pure rispettavano i parametri di Maastricht”. L’articolo di Montani esprime un sentire europeista e rigorista diffusi nella sinistra italiana. Pur apprezzando alcuni spunti dell’argomentazione – in particolare l’idea di un più ampio budget europeo - non nascondiamo un dissenso di fondo nell’impostazione e nei contenuti.

a) Per cominciare, la struttura istituzionale Europea non è un frutto casuale, ma dell’idea che mercati dei beni e del lavoro liberalizzati, accompagnati da una politica monetaria ereditata dalla Bundesbank e dalla rinuncia alla politica fiscale, avrebbero assicurato una crescita non inflazionistica. Come tale modello abbia ben servito il modello economico tedesco e accentuato gli squilibri europei abbiamo già molte volte spiegato su questa rivista.

b) Questa struttura sarebbe idealmente modificabile, sebbene in una maniera più complessa di quanto delineato da Montani, ciò comportando in particolare la rinuncia da parte della Germania di alcuni tratti fondamentali della propria costituzione economica. Il realismo politico nei riguardi della costituzione economica tedesca ci induce a essere pessimisti al riguardo.[1]

c) Montani pare invece paradossalmente ottimista sulla Germanizzazione dell’Europa (“Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dell’UE. Se in futuro si procederà in questa direzione si costruirà un’Europa tedesca”), che però rifiuta in quanto non una “buona soluzione per i cittadini europei”. In verità se le cose fossero così semplici, tutti i cittadini europei accetterebbero qualche sacrificio per poter assomigliare a quel paese! Sfortunatamente, invece, la realizzazione di comportamenti tedeschi attraverso dosi massicce di deflazione è mission impossibile: società più efficienti si possono solo realizzare in un contesto di crescita e non di progressivo immiserimento sociale. Inoltre, come acutamente sottolineato, l’ossessione sul recupero delle competitività nazionali come soluzione dei problemi dell’eurozona, condiviso dalla Merkel come dalla Commissione, dimostra che essi “tentano di guidare l’eurozona come se fosse una piccola isola off-shore”).

d) Montani appare sottoscrivere la tesi che un progetto alternativo comunque comporti il rientro del debito pubblico nei paesi periferici (non ci pare meritevole di discussione l’idea ciò venga fatto per orgoglio nazionale). Il concetto di sostenibilità è arbitrario, come Montani ammette e come sostenuto nell’appello degli economisti sulla stabilizzazione del debito pubblico.[2] La sostenibilità dei debiti pubblici dipende naturalmente dalla politica monetaria adottata. Se questa è accomodante nel senso di minimizzare l’onere del debito, la sostenibilità è assicurata. La BCE ha ampie possibilità di farlo, se i governi Europei volessero (purtroppo sembra ammettersi per le banche quello che è considerato anatema per il settore pubblico).[3] Perché dunque imporre sui paesi più indebitati politiche fiscali deflazionistiche che solo aggraverebbero la situazione nazionale, europea e globale, come sostenuto nella lettera degli economisti?[4] Misure, destinate peraltro all’insuccesso come Montani ammette per il caso Greco.

Che fare, dunque? Intanto si devono prendere le distanze dalle utopie federaliste - che trovano peraltro i loro fondamenti economici nelle medesime ideologie del laissez-faire portate a sostegno dell’Europa com’è - a favore di una visione realistica delle relazioni fra paesi e della complessa relazione fra conflitto distributivo e accordi economici internazionali. Su questa base, la proposta di progetti economici alternativi al disegno esistente è strumento di lotta politica purché non si ritenga che la soluzione risieda in quello che definisco idealismo keynesiano (sebbene Montani sembri talvolta lontano persino da questo), basti ricordare che il rifiuto del keynesismo è l’articolo 1 della costituzione economica tedesca. A fronte di conflitti economici che hanno radici storiche profonde non esistono facili soluzioni, e l’unica indicazione è quella di fronteggiare tale realtà consapevoli degli interessi nazionali. Spinelli no, per favore.

 

 

 

 

[1] Al riguardo si veda la critica alle posizioni di Carlo Panico, per alcuni versi simili a quelle di Montani, in Cesaratto.
[2] Che il debito di alcuni paesi periferici sia sotto attacco pur essendo nei parametri di Maastricht non dimostra nulla: in quei paesi è il sistema privato a essere fortemente indebitato, con la possibilità che esso vada a gravare sulle finanze pubbliche.
[3] Purtroppo Montani nel suo più ampio contributo a cui rimanda sottoscrive in pieno lo statuto corrente della BCE definito un “solido pilastro”, ritenendo che l’austerità fiscale sia “necessaria per evitare una nuova crisi”, una posizione ben in linea con le “contrazioni fiscali espansive” di Alesina.
[4] La lettera datata 15 giugno 2010 era indirizzata al Presidente Napolitano. E’ sfuggito ai più che pochi giorni dopo il Presidente ha affermato: “Il tema che si sta tuttavia imponendo al centro delle preoccupazioni comuni a larga parte della comunità internazionale è - insieme con quello del concreto raggiungimento di adeguati obbiettivi di consolidamento dei bilanci pubblici - il tema del contestuale rilancio della crescita economica. I due punti appaiono abbinati in tutte le formulazioni dei più recenti documenti, innanzitutto dell’Unione Europea ; il secondo non può essere posto trascurando il primo, ma la combinazione risulta controversa e difficile. Essa dipende anche dall’apporto che ad una ripresa europea ancora flebile verrà dato da qualcuna tra le maggiori economie dell’Unione, se non ci si preoccuperà troppo del rafforzamento delle finanze e della competitività del proprio paese ; e dipenderà, una positiva combinazione tra risanamento finanziario e crescita economica, dagli specifici contenuti della manovra di stabilizzazione in paesi come il nostro”.

 

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