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Mezzogiorno in gabbia

Pubblicato il 05 Marzo 2010 da admin

Ultimamente si registra un rinnovato interesse sulla cosiddetta “Questione Meridionale”, basti pensare all’intervento d’apertura del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al recente convegno su “Il mezzogiorno e la politica economica dell’Italia”, (Roma, 26 novembre 2009) ed alla sempre recente pubblicazione in volume, ancora  da parte della Banca d’Italia, degli atti del  convegno su “Mezzogiorno e politiche regionali” del febbraio 2009.

Non molto tempo fa, inoltre, la Lega ha nuovamente avanzato la proposta di introdurre delle “gabbie salariali”, cioè retribuzioni salariali nominali differenziate che tengano conto del diverso più basso indice dei prezzi (“costo della vita”) al Sud, un tema questo che del resto ricorre ciclicamente nel dibattito economico e politico del Paese. In ciò che segue mi propongo brevemente di analizzare il fondamento teorico generale  – e  le conseguenze  in termini di policy –  di quest’ultimo tema che, come apparirà chiaro in seguito, “impregna” buona parte del dibattito sull’economia meridionale (è ad esempio uno dei fili conduttori, ovviamente con ben altro spessore teorico, degli interventi al succitato convegno di febbraio) e rappresenta quindi un ottimo punto di partenza per sviluppare delle considerazioni più generali, seppur provvisorie, sulle prospettive dell’economia del Mezzogiorno.

Nel seguito con  “gabbie salariali” non ci si riferirà esclusivamente alla forma estrema di una fissazione ex lege di salari nominali più bassi al Sud, quanto soprattutto alla modalità più “elastica” di un (maggiore) “accomodamento contrattuale”, conseguito nei più vari modi, dei salari alle condizioni dei mercati locali.

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Anche se esposte in vario modo, le proposte a favore dell’introduzione di gabbie salariali si possono suddividere in due principali filoni argomentativi, che seppur si trovino a volte sovrapposti, converrà inizialmente – anche solo per scopi espositivi – tenere separati.

Una prima giustificazione, che potremmo definire meno analitica ma più “politica”, in quanto fondata su una sorta di “propaganda del buon senso comune”, afferma semplicemente che salari nominali fissati con contrattazione nazionale erga omnes (ci riferiamo ovviamente al CCLN) e quindi  uniformi (assumiamo per il momento che le cose stiano effettivamente così, ma come vedremo in generale non è vero), comporteranno salari reali – intesi come il potere di acquisto dei salari nominali[1] –   superiori al Sud rispetto al Nord, dal momento che l’indice dei prezzi nel Mezzogiorno  risulta sensibilmente inferiore rispetto a quello del Settentrione (vedremo comunque in seguito che anche quest’ultima affermazione necessita di alcune qualificazioni).

Se la causa di questa palese disparità retributiva può essere alternativamente ricondotta al differenziale dei prezzi oppure all’uniformità del salario, la modalità più efficace per rimuoverla pare senza dubbio essere quella di fissare un salario nominale più basso al Sud, in modo tale da ristabilire l’omogeneità dei salari reali sul territorio nazionale[2]. Bisogna aggiungere che questo tipo di manovra “perequativa” avrebbe inoltre  degli effetti benefici non secondari in quanto – e qui arriviamo al punto rilevante – il suo vero intento sarebbe rivolto a riequilibrare il funzionamento del mercato del lavoro inopinatamente “disturbato” dall’esistenza del differenziale nei prezzi di cui abbiamo detto. Con una diminuzione dei salari reali al Sud dovrebbe infatti aumentare anche l’occupazione, come sa qualunque studente che abbia frequentato un primo anno di una Facoltà di Economia, e pertanto si rimuoverebbero gli ostacoli (rappresentati da un elevato salario reale) al raggiungimento (o almeno all’avvicinamento) del pieno impiego (ed anche su questa questione lo studente summenzionato  sarebbe ben in grado di dimostrare come quest’ultima configurazione sarebbe “Pareto-superiore”, cioè apporterebbe maggiori benefici all’intera società, meridionale aggiungiamo, rispetto alla situazione di partenza).

Contro questo tipo di argomentazione Patalano e Realfonzo hanno già avanzato su queste pagine una serie di critiche che possiamo così riassumere: 1. Differenze nei salari comporterebbero una violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite da varie convenzioni internazionali. 2. Il più alto indice del costo della vita al Nord sarebbe collegato anche a più elevati stock di ricchezza ivi presenti; considerando pertanto anche tali stock, oltre ai flussi di reddito percepiti, non si potrebbe più sostenere che i differenziali salariali comportino nello stesso tempo anche differenze nei livelli di benessere (che sarebbero appunto più che controbilanciate dalla più alta dotazione di ricchezza delle famiglie del Nord). 3. La costruzione di indici di prezzo per territori differenziati come lo sono il Nord ed il Sud comporta numerosi problemi riguardo all’omogeneità dei beni che determinano il paniere di riferimento: è molto probabile che alcuni beni, ed in particolare numerosi servizi, abbiano una qualità più scadente al Sud rispetto al Nord, compensando così il differenziale nei prezzi (nel senso che prezzi più bassi nel Meridione rifletterebbero anche, semplicemente, standard qualitativi inferiori, e quindi non comporterebbero differenze effettive nei salari reali).

A queste critiche, ampiamente condivisibili[3], ne aggiungeremo un’altra che semplicemente dimostra la fallacia di tutto questo tipo di argomentazione a sostegno della “gabbie salariali”.

Cominciamo dicendo che se si volesse trovare una base teorica a sostegno degli argomenti che abbiamo esposto, il modello di riferimento andrebbe presumibilmente ricondotto a quella visione neoclassica del funzionamento del mercato del lavoro che troviamo  descritta in un qualunque testo base di microeconomia e che così, per semplicità, andiamo a riassumere. L’equilibrio sul mercato del lavoro (in particolare il livello di occupazione ed il salario reale) è determinato dall’interazione tra domanda di lavoro (da parte degli imprenditori) ed offerta di lavoro (da parte dei lavoratori), domanda ed offerta entrambe funzioni della stessa variabile, il salario reale. Per essere più chiari, la domanda di lavoro è una funzione decrescente del salario reale (rappresentando quest’ultimo il costo che gli imprenditori sostengono per lavoratore) mentre l’offerta di lavoro è una funzione crescente dello stesso (più elevata è la remunerazione che ottengono, più i lavoratori saranno disposti ad offrire lavoro). Con queste premesse si dimostra immediatamente – nel caso che stiamo analizzando di  salari nominali uniformi ma di livello dei prezzi differenziati – che al Sud si stabilirà un equilibrio caratterizzato contemporaneamente da un salario reale e da un tasso di disoccupazione più elevati, in quanto qui gli imprenditori  devono pagare un salario reale (per lavoratore) più alto. L’unico modo per riassorbire la disoccupazione sarebbe allora quello di abbassare il salario nominale (ristabilendo così l’uniformità dei salari reali tra le due ripartizioni territoriali).

La fallacia di questa argomentazione emerge chiaramente nel momento in cui si riflette sul fatto che questo modello è generalmente valido soltanto nel caso di una one-commodity economy, cioè di un sistema economico in cui si impiega un unico fattore produttivo, il “lavoro”, per produrre un unico bene (che sarà usato come bene di consumo dai lavoratori e/o come bene di investimento dagli imprenditori). Al di fuori di questo caso astratto il modello di funzionamento del mercato del lavoro che abbiamo descritto, e le conseguenti ricette di policy da esso derivanti (le “gabbie salariali”, per essere chiari), non hanno alcuna validità. La spiegazione è molto più intuitiva di quanto si possa immaginare. Cominciamo con il caso ipotetico in cui si produce un unico bene il cui prezzo però, per quanto dicevamo prima, risulta per qualche ragione inferiore al Sud (rispetto al Nord), mentre il salario nominale è uniforme su tutto il territorio nazionale. Gli imprenditori del Sud, evidentemente, starebbero realizzando dei profitti minori dei loro colleghi del Nord, in quanto vendono lo stesso bene ad un prezzo inferiore, sostenendo però lo stesso costo unitario del lavoro. Se assumiamo che la produttività del lavoro sia la medesima al Sud come al Nord (e non si vede perché dovrebbe essere altrimenti, dato che è tacito che si impieghi la medesima tecnologia nella produzione del medesimo bene), ed inoltre, ripetiamolo, che il salario monetario sia uniforme, al fine di compensare questo divario nei prezzi gli imprenditori che operano nel Meridione dovranno comportarsi che come detto sopra, impiegando cioè un numero minore di lavoratori al fine di realizzare un saggio di profitto esattamente pari a quello degli imprenditori del Nord. Si badi bene che l’aspetto importante di questo esempio è che il prezzo del bene (sia al Sud che al Nord) sia lo stesso prezzo con il quale i lavoratori deflazionano il loro salario nominale e gli imprenditori calcolano il loro saggio di profitto (dato che c’è un unico bene)[4].

Allontaniamoci ora dagli algidi schemi della teoria e facciamo un salto nella realtà. La principale modifica da introdurre nel modello è che il prezzo con il quale i lavoratori deflazionano il loro salario reale  non è più, in generale, lo stesso prezzo in base al quale gli imprenditori calcolano il loro saggio di profitto, dato che ora ci sono più beni: un paniere di beni di consumo di cui si calcolerà un indice dei prezzi che deflaziona il salario reale dei lavoratori, ed i vari beni – alcuni dei quali potrebbero anche non figurare direttamente nel paniere  citato – prodotti dagli imprenditori. In altri termini non sarà più possibile rappresentare il mercato del lavoro come fatto sopra, dal momento che, in generale, il salario reale sarà diverso se calcolato in riferimento ai lavoratori o ai vari imprenditori, e dal momento che – specialmente se si tratta di produzione industriale – c’è un’elevata probabilità che il bene prodotto dagli imprenditori venga venduto allo  stesso prezzo al Sud come al Nord.

A questo punto il problema dovrebbe essere chiaro: per valutare il salario reale del lavoratore-consumatore dobbiamo deflazionare il salario nominale per un certo indice dei prezzi al consumo, mentre per valutare il salario reale che l’imprenditore paga dobbiamo fare riferimento al prezzo del bene che questi produce, ed ovviamente i due prezzi in generale non saranno uguali, perché si tratta di beni diversi. Ma allora ne consegue che non c’è alcuna ragione per pagare un salario differenziato ai lavoratori del Sud rispetto a quelli del Nord. Un esempio può risultare illuminante. Immaginate un imprenditore che produce un certo bene al Nord e che decide di aprire un’azienda distaccata al Sud: avrà dei buoni motivi per richiedere salari nominali più bassi al Sud? In base al “buon senso” sembrerebbe di si: dato che l’indice dei prezzi al consumo è più basso al Sud, potrebbe pagare un salario nominale minore, garantire un più elevato livello di occupazione e contemporaneamente un uguale livello nel potere di acquisto ai lavoratori meridionali. Ma questo ragionamento sarebbe giustificato se il nostro imprenditore vendesse il proprio bene al Sud ad un prezzo minore rispetto a quello praticato al Nord, ma ciò ovviamente non accade, in quanto il listino prezzi, in mercati non competitivi, prevederà sicuramente un uguale prezzo alla produzione per questo bene sia al Nord che al Sud. Alternativamente pensate al caso di una grossa azienda che produce automobili: avrebbe dei buoni motivi per pagare salari più bassi al Sud? Solo nel caso in cui le auto che vende avessero un prezzo minore, ma anche questo è un caso che non si dà. La morale di questa storia dovrebbe essere chiara: per tutti quei beni prodotti con prezzi di listino uniforme sul territorio nazionale, nessun imprenditore potrà mai richiedere e giustificare salari differenziati, in quanto il proprio salario reale su cui farà i conti non coinciderà con il salario reale sul quale il lavoratore salariato fa i suoi, ed inoltre tale salario reale che paga sarà esattamente lo stesso, al Sud come al Nord.

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Una giustificazione, analiticamente più fondata, in favore dell’introduzione di “gabbie salariali”, fa riferimento alla più bassa produttività del lavoro – misurata dal valore aggiunto al costo dei fattori per unità di lavoro – empiricamente rilevabile al Sud rispetto al Centro-Nord, con un differenziale medio che si attesterebbe per le imprese intorno al 17% (si veda l’intervento di Accetturo et al. nel già citato volume della Banca d’Italia e si veda anche il Rapporto Svimez, p.6, che addirittura stima tale differenziale per la produzione industriale in un meno 22%)[5]. In tale luce i più bassi salari dovrebbero semplicemente riflettere tale più bassa produttività, ed inoltre sarebbero praticabili proprio grazie anche al più basso costo della vita di cui abbiamo appena detto (insomma, una differenziazione dei salari nominali in questo caso non solo sarebbe giustificata  ma anche possibile).

Se dal punto di vista teorico – almeno per quanto riguarda la determinazione di equilibrio del salario nominale – il ragionamento suddetto parrebbe non fare un grinza, le implicazioni che esso comporta devono essere invece attentamente vagliate. Cominciamo intanto con il dire che  focalizzare l’attenzione sull’omogeneità dei salari nominali in una situazione come questa equivale a vedere il dito e non la luna che esso indica, per rifarci ad una famosa allegoria, in quanto il punto rilevante è ora specificamente rappresentato dall’origine della diversa minore produttività del lavoro riscontrata nel Mezzogiorno. Si badi bene, qui siamo ovviamente in una visione del mercato del lavoro sicuramente più complessa del  semplice “modello” a cui abbiamo fatto riferimento nella prima parte di questo articolo, in quanto ora abbiamo beni generalmente diversi prodotti con configurazioni tecnologiche diverse. Detto in altri termini la diversa produttività riflette sostanzialmente[6] una “peggiore”, nel senso di meno efficiente, dotazione quanti-qualitativa dello stock di capitale – all’interno del quale va ovviamente considerata anche la dotazione di capitale umano[7] – che si sostanzia appunto in un valore aggiunto per occupato inferiore. Una tale situazione indica un processo di specializzazione territoriale del tipo hub and spoke già ampiamente in atto nel Paese, che l’istituzione di gabbie salariali, in un certo senso, “consacrerebbe” definitivamente, delineando un (non troppo) futuro scenario nel quale a fronte di un Nord con una struttura produttiva tecnologicamente avanzata starebbe un Meridione attestato su segmenti di mercato medio bassi (a “basso valore aggiunto”, come si usa dire), con una produzione presumibilmente sempre più incentrata su microimprese operanti nella catena di subfornitura dei cosiddetti comparti tradizionali (si pensi ad esempio al TAC). A prescindere così dalle dichiarate buone intenzioni – che generalmente fanno leva sul carattere transitorio che dovrebbero avere queste ed altre misure simili, si pensi ad esempio ai vari contratti “difensivi” per favorire la (ri)emersione di imprese operanti “in nero” – l’effetto  più probabile sarebbe proprio quella di “sancire” definitivamente il divario Nord-Sud, attraverso l’istituzionalizzazione di un mercato del lavoro rigidamente segmentato. Ci possiamo spingere oltre nell’esaminare le conseguenze più rilevanti di un simile processo di specializzazione territoriale, ricordando che, come recita un noto teorema di economia internazionale, affinché ci possa essere un qualche tipo di vantaggio nel commercio tra due territori così diversificati, il costo del lavoro al Sud dovrebbe subire una diminuzione ancor più consistente del divario di produttività,  in modo tale da assicurare comunque quello che si chiama un “vantaggio comparato” ai beni ivi prodotti. Se a ciò aggiungiamo che i lavoratori meridionali verrebbero messi in concorrenza, nella produzione di beni a “basso valore aggiunto”, con i lavoratori di tutti i “Sud del mondo” (oltre che con quelli che lavorano nel settore informale ed irregolare all’interno del proprio territorio) si realizza facilmente che sarà sempre possibile trovare qualcuno in grado di produrre tali beni a costi del lavoro ancora più bassi, innescando così ulteriori riduzioni salariali (accompagnate per di più da ingenti processi di delocalizzazione, come ben sanno i numerosi lavoratori, non solo meridionali, occupati nei comparti tradizionali). Il quadro poi si fa ancora più fosco, se possibile, considerando che in un tale processo i flussi migratori di lavoratori più qualificati dal Mezzogiorno verso altre aree del Paese saranno destinati ad aumentare, dato che ormai per questo tipo di lavoratori – vista la composizione della domanda di lavoro – ci sarebbero sempre meno opportunità di impiego[8]. Da ultimo aggiungiamo che è altamente improbabile che un simile processo non provochi spinte al ribasso, prima o poi, anche sui salari corrisposti ai lavoratori del Nord (con particolare riferimento a quelli con più bassa qualifica).

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Prima di passare a delle considerazioni conclusive, è importante esaminare brevemente altri due problemi di natura più empirica: l’effettivo divario dei prezzi e la presunta uniformità salariale tra Nord e Sud.

Per quanto riguarda il primo punto, le stime dipendono da come sono costruiti i panieri  di riferimento, ed il dibattito metodologico è ovviamente aperto: se il  paniere che l’Istat costruisce per valutare la soglia di povertà assoluta costa approssimativamente il 20% in meno al Sud rispetto al Centro Nord (si veda: La Misura della Povertà assoluta, in particolare pp. 68 e segg.), nell’ottimo lavoro di Cannari e Iuzzolino, presente nel più volte citato volume della Banca d’Italia, si mostra come in relazione alla metodologia adottata il divario del costo della vita oscilli approssimativamente tra un -3% – nel caso “meno favorevole” al Sud, in cui si considerano soltanto i prodotti alimentari, dell’abbigliamento e dell’arredamento – ed un -21 % – nel caso “più favorevole” in cui si includano altre voci, in particolare gli affitti effettivi e figurativi. L’indice a cui gli autori danno preferenza condurrebbe ad una stima complessiva del costo della vita al Sud inferiore del 17% rispetto al Nord, che comunque scende approssimativamente intorno al 10% se si escludono  gli affitti figurativi. Questi ultimi sono gli affitti imputati a chi vive in case di proprietà, e rappresentano cioè il mancato guadagno, ovvero il costo-opportunità, derivante dalla decisione di non affittare la propria casa: conviene sottolineare che l’inclusione di tale elemento da un lato gonfia l’indice complessivo del costo della vita, dall’altro fa comunque lievitare anche il reddito familiare disponibile di queste famiglie del medesimo importo. È evidente che in un Paese dove circa il 70% delle famiglie vive in abitazioni di proprietà, come in Italia, il considerare o meno questa voce porta a variazioni di rilievo nell’indice che misura il costo della vita complessivo[9]. Ad ogni modo, qualunque indice si voglia adottare, il divario nei prezzi comunque rilevato non dovrebbe destare eccessiva meraviglia, configurandosi come un tipico caso di fallimento della cd “legge del prezzo unico”[10]. Come è noto questa legge non funziona, in generale, per le cd non-tradeable commodities, quei beni e servizi cioè che non si possono commerciare o perché deperibili e/o perché i costi di trasporto eccederebbero i benefici (si pensi ad esempio a vari prodotti alimentari ed a numerosi servizi), o perché assolutamente non trasportabili (si pensi nello specifico al mercato immobiliare): ed è esattamente questo che fa la differenza tra il livello dei prezzi del Mezzogiorno – ovviamente inferiore dato il più basso livello di attività economica -  e quello del Nord. Conviene inoltre ricordare che i differenziali di prezzo spesso riflettono anche l’operare di meccanismi di mercato non concorrenziali, ove alcuni soggetti guadagnano posizioni di rendita originate anche dalla possibilità di discriminare i prezzi e di razionare i beni (si pensi nello specifico al mercato immobiliare).

Sul secondo punto è ben noto che in realtà i salari non sono omogenei sul territorio nazionale e risultano mediamente inferiori al Sud (su questo argomento è già intervenuto Forges Davanzati) risultando quindi già sufficientemente “coerenti” con le dinamiche della produttività di cui abbiamo detto sopra. Specificamente, come ci ricorda Casadio nel citato volume della Banca d’Italia (pp. 93-136), “nell’industria i differenziali nei livelli retributivi totali tra il Nord e il Mezzogiorno sono di circa 15 punti percentuali tra gli operai e circa 22 tra gli impiegati. Quei valori scendono rispettivamente a circa 11 punti percentuali per gli operai e a circa 15 per gli impiegati, controllando tutte le variabili considerate” (p. 122), tra le quali variabili di particolare rilevanza sono i diversi minimi salariali fissati, per qualifiche equivalenti, in settori produttivi diversi e/o in imprese di diversa classe dimensionale. I differenziali totali risultano così imputabili per un terzo ai “variegati livelli delle retribuzioni contrattuali” e per i restanti due terzi alle varie voci retributive fissate in azienda (la cd contrattazione di secondo livello che prevede premi di risultato ed altri premi aziendali aggiuntivi). Anche qui non c’è da meravigliarsi se, data la struttura produttiva del Mezzogiorno, la maggior parte dei lavoratori che riceve soltanto i minimi salariali (il cui potere d’acquisto è stato letteralmente falcidiato negli ultimi anni) si ritrovi tra le piccole imprese del Sud, così come i maggiori differenziali siano presenti proprio tra la forza lavoro maggiormente qualificata.

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Sul destino del Mezzogiorno si sta giocando una partita rilevante per tutto il territorio nazionale, sia in termini di politica di sviluppo industriale che più in generale per l’assetto socio-economico dell’intero Paese. Come abbiamo cercato di mostrare, tutte le iniziative volte a differenziare i livelli salariali non potranno che tradursi, malgrado le buone intenzioni dichiarate, in una definitiva segmentazione del mercato del lavoro – dinamica del resto già ampiamente in atto, come abbiamo più volte sottolineato – configurando un tipico modello di specializzazione ove ad un un Centro-Nord “sviluppato” si contrapporrebbe un Sud caratterizzato da bassa produttività, bassi salari, elevata disoccupazione, bassi tassi di partecipazione (che nel caso delle donne in alcune aree diventano a dir poco allarmanti), servizi pubblici scadenti, e definitivo deterioramento del capitale umano e sociale. Ed in questa direzione non può che tendere qualunque proposta volta ad incrementare il peso della contrattazione di secondo livello sulle remunerazioni totali, configurandosi come una sorta di rimedio “omeopatico” che può soltanto aggravare lo stato di salute del “paziente”, dato che è difficilmente immaginabile che tali tipi di riforme contrattuali possano in seguito favorire incrementi di produttività nel Mezzogiorno.

Dal momento che, come ricordava il vecchio Marx, sono i salari reali ad essere funzione dell’offerta di lavoro e non il contrario (come predice invece la teoria economica mainstream), questo esercito industriale di riserva di lavoratori che si è formato nel Sud, se da un lato può rappresentare  un ottimo serbatoio per le necessità di “espansione subitanea del capitale”, dall’altro lato sarà sempre più un pungolo contro le rivendicazioni salariali anche dei lavoratori del Nord. Per quanto specificamente  riguarda i lavoratori high skilled, gli ancora più elevati differenziali salariali riscontrati  stanno a confermare ulteriormente questo legame tra offerta e domanda  di lavoro, la cui conseguenza principale è esemplificata nel già citato aumento dei flussi migratori di questi lavoratori. Se poi si riuscirà in qualche modo a contrastare o regolamentare anche ex lege i flussi  migratori (si pensi ad esempio all’altra “provocazione leghista” sulle quote di insegnanti meridionali da ammettere nelle scuole settentrionali), e considerando i crescenti costi di trasferimento (si pensi soltanto ai costi delle abitazioni nel settentrione, che disincentivano i flussi migratori), allora si passerà direttamente da un modello segmentato a quello che viene tecnicamente definito un mercato del lavoro “segregato” per il Sud.

L’uniformità salariale resta pertanto un necessario collante tra il Mezzogiorno ed il Nord, e può inoltre rappresentare l’unico modo per spingere le imprese del Sud ad attivare incrementi di produttività attraverso innovazioni di prodotto e di processo.

Numerosi altri autori, sulle pagine di questa rivista, hanno già spiegato perché si dovrebbero aumentare, in generale, i salari nominali sia al Nord che al Sud[11], e non è il caso di tornare su questo argomento. Ad ogni modo, per rifarci  alle considerazioni iniziali del nostro intervento, a chi specificamente chiedesse di ridurre i salari nominali al Sud dato il differenziale nel costo della vita con il Nord, basterebbe semplicemente rispondere con l’opposta indicazione “minimale” che si dovrebbero  elevare i salari reali  al Nord, anche attraverso incrementi  del  “salario indiretto”, ovvero attuando una redistribuzione dei  redditi attraverso adeguate politiche che riducano i prezzi di quei beni “scarsi” (ma spesso razionati) che garantiscono elevate posizioni di rendita (ad esempio, attuando una seria “politica per la casa”, per intenderci). Insomma, chiedere di abbassare il salario del lavoratore meridionale, che con grande probabilità è già al minimo contrattuale, perché le case al Nord “costano troppo”, è veramente privo di senso.

Ci sono ovviamente altri temi che abbiamo volutamente tralasciato, anche per motivi di spazio, parimenti fondamentali nell’analisi del divario Nord-Sud: la distorsione nell’allocazione delle risorse provocata dalla presenza della criminalità organizzata; l’inadeguatezza quanti-qualitativa del capitale umano nel Mezzogiorno; il rapporto in un certo senso “patologico”, ancora riscontrabile in alcune aree del Sud, tra beni pubblici e beni privati (penso in particolare alla difficoltà di considerare il proprio environment come un asset strategico); lo scarso impatto delle “Politiche per il  Mezzogiorno”, con particolare riferimento a tutto il sistema di agevolazioni ed incentivi messo in campo anche in ambito comunitario  (si pensi inoltre all’elevato tasso di frodi, irregolarità, ecc., che hanno contraddistinto l’utilizzo dei fondi strutturali), tutti temi, questi, importanti, che  lasciamo però ad un prossimo intervento.

* Università degli Studi del Salento.

 

[1] Per essere più espliciti, il salario reale va inteso come il salario nominale deflazionato, cioè diviso, per qualche indice dei prezzi, ad esempio l’indice dei prezzi al consumo
[2] Come pura curiosità facciamo notare  (in particolare ai sostenitori delle proprietà taumaturgiche del libero mercato) che l’operare della concorrenza prevede comunque dei meccanismi di aggiustamento automatici che consentono di superare tale disparità, senza necessità alcuna di dover introdurre le “gabbie salariali”. Una situazione come quella descritta sopra dovrebbe infatti dare vita ad un consistente flusso migratorio di lavoratori dal Nord (ove si “vive peggio”) al Sud (dove come è noto “si sta  meglio”). In conseguenza di ciò l’aumento della domanda aggregata al Sud spingerà progressivamente verso l’alto i prezzi, ed il contrario accadrà al Nord: questo processo – che si badi bene, è pienamente coerente con la teoria economica mainstream –  deve alla fine ristabilire l’omogeneità nelle remunerazioni reali, anche in presenza di salari nominali uniformemente fissati. Il fatto che poi tali dinamiche non si mettano in moto è una delle tante prove che generalmente le economie reali  funzionano in maniera diversa da quanto previsto dai semplici modelli microeconomici del mercato del lavoro.
[3] Ad esempio, la più bassa qualità di servizi essenziali, quali trasporti pubblici, sanità, ecc. ecc., è supportata da un’ampia evidenza empirica ed è richiamata anche nell’intervento citato del Governatore Draghi (p.4). Per quanto riguarda invece lo stock di ricchezza, avvertiamo il lettore che l’argomento è notevolmente più complicato e si corre il rischio di sfociare in ragionamenti circolari: i sostenitori delle “gabbie” potrebbero infatti a buon diritto sostenere che le differenze nelle dotazioni iniziali di ricchezza riflettono anch’esse il diverso livello dei prezzi e quindi confermerebbero in un certo senso la bontà della richiesta di differenziali salariali. Insomma una volta che tali stock vengano espressi in termini “reali” (e certamente non è cosa semplice) nulla assicura che le differenze non si annullino. Ritornerò comunque brevemente in seguito su questo punto, che è di fondamentale importanza in particolare in relazione alla proprietà immobiliare.
[4] Per essere ancora più espliciti, si ipotizzi che si produca e si consumi un solo un bene omogeneo, il “pane”,  e che tale bene venga venduto ad un prezzo minore al Sud: con salari nominali uguali, gli imprenditori pagherebbero (ed i lavoratori riceverebbero) al Sud un salario reale più alto, o detto in altri termini gli imprenditori pagherebbero (ed i lavoratori riceverebbero) una quantità di “pane” per ora lavorata maggiore al Sud che al Nord.
[5] La ricerca di Accetturo et al. è basata sul dataset della Centrale dei Bilanci per il 2006 (cfr. http://www.centraledeibilanci.it/cb_dati.htm). Può essere utile sottolineare che secondo la Banca d’Italia il divario complessivo di produttività (includendo quindi anche i servizi, ove tale divario è minore) sarebbe stato pari, per il 2008, a 13 punti percentuali (si veda L’Economia  delle Regioni Italiane nel 2008, p. 10).
[6] Ma non solo, ovviamente: qui stiamo per semplicità tralasciando, anche perché non avrebbe senso imputarli ai lavoratori, altri elementi che incidono sui costi complessivi e  causano distorsioni nell’efficiente allocazione delle risorse al Sud, quali differenziali nei tassi di interesse, insufficiente  infrastrutturazione, spese addizionali derivanti dai noti problemi connessi alla sicurezza del territorio, ecc.
[7] Dotazione che va correttamente riferita sia ai lavoratori che agli imprenditori.
[8] Come ci ricorda lo Svimez questo è un fenomeno in continua crescita, in quanto “è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione […] nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tra anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%” (pp. 39-40).
[9] Più specificamente, se si considerano anche quelli figurativi sale il peso complessivo della voce “affitti” nel paniere di riferimento, e ciò si traduce in un incremento relativo del costo della vita rilevato nel Centro-Nord, essendo qui gli affitti mediamente più alti che al Sud.
[10] In base a questa legge un bene dovrebbe approssimativamente avere lo stesso prezzo – una volta convertito nella stessa valuta –  in qualunque angolo del mondo. Se ad esempio un determinato bene  costasse la metà nel territorio A  rispetto al territorio B, gli operatori economici (i cd. “arbitraggisti”) acquisterebbero tale bene in A per rivenderlo al più alto prezzo in B, in modo tale da lucrare su tale differenza di prezzo: in questo modo però il prezzo in  A tenderebbe a crescere, quello in B a diminuire, fino a ristabilire – al netto dei costi di trasporto  – l’uguaglianza nei prezzi tra le due “piazze”.
[11] Ed è ciò che dovrebbe essere emerso anche da quanto abbiamo fin qui detto, con particolare riferimento a quei lavoratori, relativamente più numerosi al Sud, che hanno sperimentato negli ultimi anni una costante perdita di potere di acquisto essendo “inchiodati” ai minimi salariali stabiliti dal contratto nazionale.

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Salari meridionali in gabbia

Pubblicato il 14 Settembre 2009 da admin

La politica per il Mezzogiorno del governo Berlusconi cade in una evidente contraddizione logica. Il progetto di una nuova politica nazionale d’intervento per rilanciare lo sviluppo del Sud è infatti del tutto in contrasto con l’intento ventilato, continuamente annunciato e ritirato, di reintrodurre con legge un meccanismo di retribuzione salariale ancorato al costo della vita, che tenga conto della circostanza che nelle regioni meridionali il livello dei prezzi risulta inferiore al Centro-Nord (del 17% secondo Banca d’Italia).
Se, infatti, il progetto di reintrodurre una agenzia nazionale per il Sud sul modello della Tennessee Valley Authority (come un inedito roosveltiano Berlusconi si è spinto a dichiarare) sembrerebbe strizzare l’occhio ad uno schema di intervento keynesiano, fondato su un programma di lavori pubblici a sostegno della domanda, l’idea di adeguare i salari monetari dei lavoratori meridionali al minor costo della vita agirebbe in senso opposto: contenere i redditi nel Mezzogiorno non può che comprimere la domanda di beni di consumo, aggravando ulteriormente il dato dell’economia locale. Naturalmente, una logica di fondo c’è, non ha nulla a che fare con gli interessi del Mezzogiorno ed è piuttosto legata agli equilibri tra i blocchi di interesse che sostengono il governo. L’introduzione di gabbie salariali, che come è noto costituisce un elemento rilevante del programma leghista, sembra infatti essere il prezzo che Berlusconi potrebbe pagare per far passare l’Agenzia per il Sud, con la quale mettere le mani sulle risorse per il Mezzogiorno, contrastare rischi di nascenti “partiti del Sud” e controllare consensi. Siamo evidentemente molto lontani da quanto occorrerebbe mettere in campo per affrontare il tema del Mezzogiorno come questione nazionale.
Con la proposta leghista, formulata in termini di riduzione dei carichi fiscali sulla contrattazione decentrata nelle aree a maggior tasso d’inflazione, il Paese sarebbe sostanzialmente diviso in macroaree caratterizzate da rilevanti differenze retributive. Ma ad una attenta verifica non c’è alcun elemento sul piano analitico che possa giustificare tale proposta.
In primo luogo, è opportuno precisare che alcuni richiami all’esperienza italiana del passato sono del tutto impropri. In Italia il sistema dei differenziali salariali su base territoriale ha operato tra il 1945 (a seguito dei famosi accordi del 6 dicembre) e il 1969, ed era inizialmente fondato su quattordici aree e poi, dal 1961, su sette. Le gabbie dell’epoca riguardavano essenzialmente la regolamentazione dei minimi salariali in un quadro diretto alla progressiva perequazione retributiva in un Paese che usciva dalla guerra mondiale, dall’esperienza autoritaria corporativa e che presentava straordinarie diseguaglianze nel mercato del lavoro accanto ad un fortissimo grado di concentrazione della contrattazione salariale. Un sistema che all’inizio degli anni Sessanta si presentava ormai fortemente discriminatorio al punto che la sua abolizione - al grido “stessa paga per uguale lavoro” - fu uno dei successi dell’autunno caldo. Oggi se il governo riprendesse sul serio il progetto delle gabbie salariali, pensando di portare indietro l’orologio della storia, si muoverebbe in palese violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite dalle convenzioni dell’International Labour Organisation (ILO).
Un secondo ordine di problemi concerne il fatto che almeno dal XVIII secolo gli economisti sanno che un più alto indice territoriale del costo della vita è generalmente effetto di un maggior livello di ricchezza. Non a caso, come rivela la stessa Banca d’Italia, “l’ordine di grandezza dei divari di prezzo Est/Ovest in Germania appare relativamente simile a quello tra Mezzogiorno e Centro-Nord in Italia”. Si tratta insomma di fenomeni tipici di quei paesi che hanno un forte squilibrio territoriale. D’altronde risulta facile comprendere che le dinamiche dei prezzi non possono non riflettere la circostanza che oltre i due terzi (il 68,6%) delle famiglie povere d’Italia risiede nel meridione, che l’incidenza delle famiglie monoreddito è più alta al Sud (47% contro il 41% del Centro-Nord) e che sempre al Sud una famiglia su tre guadagna tra 500 e 1500 euro al mese mentre al Centro-Nord solo una famiglia su cinque è ferma a questi livelli reddituali. Insomma: la diversità nel livello dei prezzi riflette i profondi e notissimi divari di ricchezza tra il Mezzogiorno e il resto del Paese.
A quanto appena osservato si potrebbe replicare che una fetta consistente del mondo del lavoro (a cominciare dall’impiego pubblico) viene trattato alla stessa stregua al Nord e al Sud, con effetto penalizzante per i lavoratori del Nord. Ma anche questa osservazione ad un esame attento risulta non fondata. Per comprendere il punto occorre chiarire che costruire un indice del costo della vita capace di catturare realmente il diverso livello di potere d’acquisto dei salari non è affatto impresa agevole. Recentemente l’Istat ha compiuto un tentativo in tal senso (”Le differenze nel livello dei prezzi fra i capoluoghi delle regioni italiane”) che tuttavia ha una efficacia molto limitata, dal momento che si ferma solo a tre capitoli di spesa che coprono solo un terzo dei consumi delle famiglie. Problematica è anche la scelta della scala temporale, se cioè si fa riferimento ad un determinato istante (il livello dei prezzi in un anno), o se invece si fa riferimento ad andamento dinamico del costo della vita (variazione dei prezzi da un periodo all’altro), e i risultati ottenuti potrebbero essere radicalmente diversi nei due casi, in quanto il Mezzogiorno di fronte a più bassi indici medi del costo della vita, registra un tasso d’incremento dei prezzi più sostenuto rispetto al Centro Nord. Ma il punto centrale che qui è bene richiamare consiste nella circostanza che normalmente per costruire gli indici vengono considerati panieri di beni considerati omogenei per le diverse partizioni del Paese. Ma la verità è che i panieri non sono affatto omogenei, proprio perché nelle aree più povere del Paese molti beni e servizi offerti sono di qualità inferiore. Per chiarire il punto pensiamo ai servizi pubblici, ad esempio al trasporto o alla sanità. È ben noto che nel Mezzogiorno – per un insieme di fattori, inclusa la cronica povertà di infrastrutture – tali servizi sono più scadenti rispetto a quelli offerti nel Centro-Nord con la conseguenza che il meridionale deve spesso andare sul mercato per sopperire alla deficienza dei servizi pubblici. Per questa ragione le indicazioni provenienti da un semplice esame dei livelli dei prezzi possono essere drammaticamente fuorvianti (a riguardo si veda anche l’articolo di Forges Davanzati e Pacella).
Come se tutto ciò non bastasse vi sono molti altri argomenti contro l’introduzione di gabbie salariali. L’esperienza ormai ci ha infatti insegnato che il l’introduzione di differenziali salariali non costituisce un volano per lo sviluppo del Mezzogiorno. Basti pensare agli esiti dei differenziali del costo del lavoro che di fatto hanno operato nel Mezzogiorno con l’introduzione degli sgravi contributivi introdotti con la legge 1089 del 1968 e che non hanno generato alcun beneficio al Sud. E d’altra parte chi può negare che di fatto i lavoratori settentrionali già godono di una retribuzione mensile significativamente più alta dei colleghi del Sud (il 30%, secondo un recente rapporto della Cgia di Mestre)? La verità è che in tanti anche recentemente, con l’approvazione del Trattato di Maastricht, si erano anche illusi che i bassi salari potessero rilanciare l’economia meridionale. L’idea era che il Mezzogiorno avrebbe finalmente potuto sfruttare, con l’introduzione della moneta unica, il vantaggio rispetto alle aree ricche d’Europa che derivava appunto dal differenziale salariale. Purtroppo è stato vero il contrario. Nel Mezzogiorno i bassi salari da un lato hanno progressivamente portato alla contrazione della domanda e dall’altro hanno spinto le imprese ad adagiarsi su una competitività fondata sulla compressione dei costi con rinuncia a qualsiasi forma di investimento. La stagnazione e le ulteriori perdite di quote di mercato sono stati gli esiti delle politiche di bassi salari nel Sud.
Insomma, provvedimenti governativi nella direzione dei bassi salari e delle gabbie salariali non farebbero che appesantire ancora il passo all’economia meridionale. Ma, si sa, la tentazione delle destre è sempre quella: fare dei salari la variabile dipendente dell’economia, la spugna che dovrebbe assorbire tutti i capricci del mercato.

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L’unità nazionale e le gabbie salariali

Pubblicato il 22 Aprile 2009 da admin

La tesi secondo la quale occorre prendere atto del fatto che esistono ‘nuove’ modalità di organizzazione del lavoro e che esse si basano su rapporti cooperativi fra imprenditore e lavoratore viene reiteratamente usata per legittimare i provvedimenti di depotenziamento del sindacato e la riduzione del potere contrattuale del lavoro dipendente. Si tratta di quella “complicità tra capitale e lavoro” che è un punto fermo dell’elaborazione teorica del Ministro Sacconi. Partendo dalla legislazione sulla ‘flessibilità del lavoro’ avviata dagli anni ottanta e con significativa accelerazione nei primi anni duemila, il processo è fin qui giunto al sostanziale superamento della contrattazione nazionale[1]. Anche i più tenaci difensori di questi provvedimenti non si spingono a sostenere che dalla loro attuazione c’è da attendersi un aumento generalizzato dei salari: viene semmai sostenuto che – per il tramite del cosiddetto salario di ‘produttività’ – si registrerà un’accentuazione dei differenziali salariali nella direzione di maggiori premialità per il contributo individuale alla produzione e, dunque, di maggiore incentivo all’erogazione di impegno lavorativo.
La ratio che sottende questo provvedimento sta nella convinzione – tutta da dimostrare – che la modesta dinamica della produttività del lavoro delle imprese italiane, di gran lunga inferiore alle loro concorrenti europee, dipende dal fatto che, nel nostro contesto, non viene premiato il merito; e ciò, a sua volta, viene ricondotto a un modello di relazioni industriali che è stato tradizionalmente caratterizzato da una marcata centralizzazione. Occorre chiarire, a riguardo, che sebbene nessuno possa farsi difensore del demerito, così che l’esaltazione meritocratica finisce per diventare mera retorica, ad oggi non si dispone di alcun criterio oggettivo di misurazione della produttività individuale. Ed è necessario aggiungere che – poiché il lavoro concorre, insieme al capitale e alle materie prime, alla realizzazione del prodotto –  è teoricamente e praticamente impossibile imputare a un singolo fattore produttivo il suo contributo specifico alla produzione. In tal senso, premiare il merito è un dover essere che non trova alcun sostegno scientifico, e, conseguentemente, non può avere una sua traduzione nelle prassi aziendali. Ciò che le imprese verosimilmente fanno, in assenza di una quantificazione oggettiva del merito, è – nella migliore delle ipotesi – premiare chi si è dimostrato più affidabile (e, non per questo, più produttivo) e – nella peggiore delle ipotesi – attuare forme di discriminazione, a danno dei lavoratori meno ‘graditi’ e/o con minor potere contrattuale.
Stando così le cose, si può ritenere che il depotenziamento del sindacato ha, come effetto, innanzitutto una riduzione generalizzata dei salari e i costi connessi alla tutela aziendale dei diritti dei lavoratori. A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione, che attiene agli effetti di questi provvedimenti sull’economia meridionale, sulla base di una duplice constatazione.
1) Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ, nel settore privato i salari al Nord sono mediamente più alti di 13.000 euro l’anno rispetto ai salari percepiti dai lavoratori meridionali, e, per quanto attiene al reddito pro-capite, il divario tra le due aree del Paese è aumentato nell’ultimo biennio dello 0,2%. A fronte della riduzione della quota dei salari sul PIL che ha interessato l’intero Paese nell’ultimo ventennio, vi è ampia evidenza empirica del fatto che – fatti salvi alcuni brevi intervalli congiunturali – il rapporto fra salari dei lavoratori meridionali e salari dei lavoratori settentrionali ha segnato una costante riduzione. L’Ufficio Studi di Banca d’Italia certifica che il processo di divergenza fra retribuzioni nel Mezzogiorno e retribuzioni nel Nord ha origine almeno a partire dall’inizio degli anni novanta e che, per quanto attiene al periodo che intercorre fra il 1990 e i primi anni duemila, l’incremento dei differenziali salariali su scala regionale si situa nell’ordine del 14%. Essendo minori in termini relativi i salari nel Mezzogiorno, i prezzi di vendita dei beni che le imprese meridionali vendono al Nord sono minori dei prezzi di acquisto dei prodotti del Nord da parte dei consumatori meridionali. Si è, cioè, già in presenza di un meccanismo spontaneo di deterioramento delle ragioni di scambio[2], stando al quale il libero scambio fra le due aree del Paese avvantaggia sistematicamente quella che, in partenza, ha il PIL più alto. Si può osservare, a riguardo, che la quota delle esportazioni del Mezzogiorno è stata in aumento, seppur lieve, negli ultimi anni, passando – su fonte ISTAT – di circa 1 punto percentuale dal 2006 al 2007. Poiché le imprese meridionali, tecnologicamente di retroguardia e di piccole dimensioni, riescono ad acquisire quote di mercato solo mediante la compressione dei prezzi e, dunque, dei costi di produzione, la ripresa delle esportazioni meridionali sembra dipendere dalla riduzione dei salari nel Mezzogiorno. Si consideri anche che le due voci principali di esportazione del Mezzogiorno riguardano i mezzi di trasporto e gli apparecchi meccanici, e che la gran parte delle esportazioni proviene da imprese la cui proprietà non è di operatori meridionali. Da un lato, i profitti provenienti dalle esportazioni vanno in parte a beneficio di imprese localizzate nel Mezzogiorno, ma il cui assetto proprietario è esterno all’area, così che non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri che vengano reinvestiti in loco. Dall’altro lato, la quota residua di profitti attiene all’esportazione di prodotti intermedi, che vengono lavorati e venduti da imprese all’esterno dell’area, generando incrementi di profitto e beneficio di imprese non meridionali; profitti che, comunque, sono ottenuti mediante riduzioni dei salari dei lavoratori meridionali.
2) L’ultimo rapporto ISTAT registra che, nelle regioni meridionali, oltre il 90% delle imprese censite ha un numero di dipendenti inferiore a nove. In tali condizioni, appare del tutto evidente che la contrattazione aziendale o non si fa o, se si fa, è al più un fatto meramente formale che si limita a ratificare l’asimmetria dei rapporti di forza fra datori di lavoro e dipendenti, asimmetria massima nelle micro-imprese. La conseguente prevedibile caduta dei salari dei lavoratori meridionali, a seguito delle nuove politiche del lavoro, non può che determinare un’accelerazione – politicamente indotta – dei differenziali salariali fra macro-aree.
Il ritorno alle ‘gabbie salariali’ è, in effetti, nell’agenda politica, come testimoniato dalle ripetute sollecitazioni provenienti soprattutto dalla Lega Nord e da Confindustria. E’ opportuno ricordare che il dispositivo delle gabbie salariali, vigente negli anni cinquanta-sessanta, manteneva ope legis i salari monetari dei lavoratori meridionali più bassi dei loro colleghi settentrionali, con un duplice argomento: i) essendo differente il livello dei prezzi fra aree del Paese, occorreva tenere basse le retribuzioni nominali nelle aree con prezzi più bassi; ii) essendo minore la produttività del lavoro nel Mezzogiorno, e poiché il salario è (deve) essere commisurato alla produttività del lavoro, occorreva comprimere le retribuzioni nelle aree nelle quali la produttività era minore. L’obiettivo e le motivazioni oggi non cambiano. Si aggiunge che la compressione relativa dei salari al Sud favorirebbe gli investimenti nell’area. E’ bene chiarire che nessuno di questi argomenti trova un adeguato sostegno teorico ed empirico. Innanzitutto, se anche il livello dei prezzi è inferiore nel Mezzogiorno, occorre considerare che i lavoratori meridionali accedono a una quantità di beni e servizi pubblici di gran lunga inferiore a quella dei loro colleghi settentrionali. A ciò si può aggiungere che, per il meccanismo perverso precedentemente descritto, quanto più il paniere dei beni di consumo dei lavoratori meridionali include anche prodotti del Nord (e del resto d’Europa), tanto minore è il loro salario reale. Si consideri che le rilevazioni ISTAT che vengono poste alla base del ritorno alle gabbie salariali non certificano un livello dei prezzi più basso per ogni bene di consumo nelle città meridionali. A titolo puramente esemplificativo, si può richiamare il fatto che i prezzi più alti dei prodotti dell’abbigliamento e delle calzature – fra tutti i comuni italiani - si registrano a Reggio Calabria[3]. In secondo luogo, la minore produttività dei lavoratori meridionali non è imputabile al loro scarso rendimento, ma a una struttura produttiva tecnologicamente di retroguardia sulla quale, con ogni evidenza, non possono incidere[4].  In terzo luogo, e per quanto attiene all’attrazione di investimenti, i riscontri empirici disponibili, riferiti agli ultimi anni, segnalano l’inesistenza di questo effetto. Sia sufficiente qui richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, pure a fronte di un significativo calo dei salari nel Mezzogiorno, il tasso di crescita degli investimenti si è ridotto, nel precedente biennio, dal 2.4% allo 0.5%.¼br> L’impoverimento materiale dei lavoratori meridionali – già in atto e presumibilmente in crescita – viene in qualche modo compensato da un’operazione culturale che passa dalla retorica delle ‘vocazioni naturali’ – secondo la quale il Sud è naturalmente dedito al turismo e all’agricoltura – per arrivare al ‘pensiero meridiano’. L’apologia della lentezza, dell’analisi misurata e tranquilla del mondo che ci circonda viene contrapposta, con segno positivo, alla velocità che caratterizza gli stili di vita e i modi di produzione delle economie industrializzate più avanzate. E’ su questo duplice dispositivo che si cerca di mantenere l’unità nazionale che la gran parte dei provvedimenti di questo Governo sta seriamente mettendo in discussione.

 

[1] Per un approfondimento sugli aspetti tecnico-giuridici dei nuovi indirizzi del diritto del lavoro italiano, si rinvia all’intervento di Massimo Roccella.
[2] Per una ricostruzione storica dei rapporti di dipendenza fra Sud e Nord del Paese, si veda A. Graziani, L’economia italiana dal dopoguerra a oggi, Il Mulino, Bologna, 1989.
[3] Si veda: http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20080422_00/Notaparitaregionali_1.pdf. Questo dato non è sorprendente, se si tiene conto dell’effetto descritto supra, stando al quale sono i prodotti importati nel Mezzogiorno ad avere un prezzo maggiore. Nel caso specifico qui citato, l’elevato prezzo dei prodotti dell’abbigliamento e delle calzature a Reggio Calabria può dipendere oltre che dal fatto che si tratta di prodotti importati, anche dai costi di trasporto.
[4] Considerazioni simili furono avanzate oltre dieci anni fa da Augusto Graziani. Cfr. A. Graziani, I conti senza l’oste. Quindici anni di economia italiana, Boringhieri, Torino, 1997, pp.198 ss.

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