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Punizione, pagamento, prevenzione. La Grecia di oggi come la Germania di ieri

Pubblicato il 01 Marzo 2012 da admin

La storia di frequente propone ricorsi paradossalmente speculari alle modalità con le quali gli avvenimenti si sono inizialmente presentati. E’ il caso della Germania che si presenta oggi in Europa, nella gestione della crisi del debito sovrano greco e nei preliminari dei nuovi accordi comunitari sulle politiche fiscali, in un ruolo del tutto antitetico a quanto era successo, in ben altro momento, all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Il paragone storico sembrerà irriverente; le implicazioni economiche probabilmente no.
Il ventotto giugno del 1919 la delegazione tedesca alla Conferenza di Parigi, guidata dal ministro degli Esteri Brockdorff-Rantzau è chiamata, nel Salone degli Specchi della reggia di Versailles, a firmare il Trattato di Pace con Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. E’ l’atto finale, tragico, che sancisce un trattamento della nazione sconfitta assai più severo di quanto la delegazione tedesca, confinata all’Hotel des Rèservoirs di Versailles, possa immaginare: il bacino della Saar, la Polonia, la Slesia, ovvero il tredici per cento del territorio, il dieci per cento della popolazione e oltre centoventi miliardi di dollari di riparazioni (MacMillan, 2003).
E’ la logica conclusione di un approccio, quello del primo ministro francese Clemenceau di fatto subito da Lloyd George e da Woodrow Wilson, che poggia su due assunti basilari: la Germania va considerata la responsabile unica del conflitto bellico; il Trattato di Pace deve, di conseguenza, caratterizzarsi per i principi di “Punizione-Pagamento-Prevenzione”(d’ora in avanti PPP; Trachtenberg, 1982).
Il principio della responsabilità unica della Germania, da cui discende il rigore delle sanzioni è l’aspetto più criticato dalla società tedesca, anche da quella meno benevola nei confronti del militarismo prussiano. Max Weber afferma: “Noi non neghiamo la responsabilità di coloro che erano al potere prima e durante la guerra; crediamo però che tutte le grandi potenze d’Europa coinvolte nel conflitto siano colpevoli” (Luckau, 1971). Il modello PPP prevale su quello della responsabilità collettiva.
Pochi giorni prima della stipula del Trattato e dopo le sue dimissioni dalla delegazione britannica, Keynes scrive a Lloyd George esprimendo, ancora una volta, tutto il suo dissenso per i contenuti degli accordi: “…ho continuato a sperare che trovaste il modo di fare del Trattato un documento giusto e conveniente. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta.” (Skidelsky,1992 e 1994).
E questa insoddisfazione costituirà il retroterra delle memorabili pagine de Le Conseguenze Economiche della Pace e delle meno conosciute, ma forse più importanti, valutazioni, nel biennio che segue la Pace di Parigi, sulle relazioni monetarie internazionali.
Keynes partecipa a numerosi incontri informali di esperti finanziari, molti dei quali presenti nelle delegazioni nazionali a Parigi, che s’incontrano ad Amsterdam, dapprima il tredici e il quattordici ottobre, successivamente il due e tre novembre e, infine, il venti e ventuno dicembre dello stesso anno a Cambridge (Markwell, 2006).
In queste circostanze Keynes è libero di enfatizzare concetti del tutto radicali: l’interesse comune a evitare, per l’economia europea, una bancarotta della Germania; l’occasione persa, a Parigi, di discutere la possibilità della creazione di una valuta internazionale per gli scambi commerciali; la necessità dell’emissione di titoli pubblici da parte dei paesi sconfitti, garantiti dalle potenze vincitrici, e la possibilità, per gli emittenti, di stabilire autonomamente l’utilizzo dei fondi; il pericolo che l’estendersi di posizioni à la Clemenceau faccia sistematicamente prevalere cinismo e realismo sulla ‘moral solidarity’ e, dunque, sulla ‘economic solidarity’.
La ricostruzione, sia pur sintetica e schematica, di questa fase cruciale della storia europea aiuta a riconsiderare alcuni tratti delle relazioni finanziarie statuali che, paradossalmente, si ripropongono, a distanza di circa un secolo. Ci riferiamo alle modalità con cui è affrontata oggi la crisi del debito sovrano in Europa, e, in particolare, quella della Grecia: l’attribuzione univoca delle responsabilità a un paese terzo, la mancata considerazione dell’economia “altra” come parte del proprio sviluppo futuro, la certezza indubitabile delle ricette proposte, l’incapacità di riflettere su posizioni più problematiche solo perché ritenute eterodosse. Modalità che la Germania era stata costretta a subire all’inizio del secolo scorso e che la società e la politica economica tedesca, solo semplicisticamente riconducibile alle opinioni della Cancelliera Merkel, esprime per una risoluzione della crisi europea, basata sui principi, così come a Versailles, di PPP (Engelen, 2010).
A monte di tali certezze si riscontra l’incapacità di un’interpretazione articolata e non manichea delle responsabilità che, come nel caso della Grecia, rimandino non solo a fattori interni, ma anche alle contraddizioni implicite di un’area monetaria, quella europea, che determina variazioni implicite dei tassi di cambio reale al proprio interno, senza meccanismi endogeni di riequilibrio fiscale o di oneri espansivi per i paesi in surplus, ancorandosi pervicacemente a riforme del mercato del lavoro, a retrenchment fiscali e a deregolamentazioni interne per aumentare, magicamente, crescita e competitività nazionale (The Economist, 2011).
Ancora: nel modello tedesco di attribuzione delle responsabilità i fattori globali sono del tutto secondari. Ci si limita a sporadiche valutazioni negative degli effetti destabilizzanti della vendita allo scoperto di Credit Default Swap, i Naked CDS, sui titoli del debito pubblico senza alcun cenno al ruolo delle banche internazionali. Di certo non alla Goldman Sachs che, per circa quindici anni, ha creato Currency Swaps in dollari e yen per consentire il finanziamento del settore pubblico greco a lungo termine (Frangakis, 2011). E nemmeno alla circostanza che, con il peggiorare della situazione ellenica, JP Morgan, Goldman Sachs e altre banche di affari hanno sostenuto la creazione da parte della Markit Group di Londra, di un nuovo indice, l’iTraxx SovX Europe, costituito dai Sovereign CDS più scambiati, inclusi quelli sui titoli greci. Ciò ha consentito alla stessa Goldman Sachs di speculare sul possibile default del suo ex cliente, aumentando, peraltro, il costo del rifinanziamento di Atene del debito pubblico.
Il PPP trova la sua espressione accademica più esplicita e meno diplomatica nelle posizioni di Sinn, di certo uno degli economisti più ascoltati dalla Cancelliera tedesca. Questi i suoi realistici “comandamenti” per salvare l’Eurozona: “..ulteriori acquisti di titoli di stato da parte della Banca Centrale Europea vanno proibiti…Il credito della Bundesbank ai paesi GIPS non deve incrementare..Se un paese non onora il proprio debito nei due anni successivi, deve essere avviata una procedura d’insolvenza…” (Sinn 2011).
Il “modello Clemenceau” rivive, ed è sintomatico che a rilanciarlo siano proprio quel paese e quella società che, un secolo addietro, ebbe a soffrirne per cinismo, iniquità, depauperamento e disgregazione sociale. Modalità analoghe di “aggiustamento” si ritrovano oggi in Grecia, impegnata, dal febbraio del 2010 in poi, in una drammatica sequela di pacchetti di austerità che minano convivenza e speranza (Wikipedia, 2012). Il ricorso della storia rende la vittima di ieri il carnefice di oggi.
Così come allora le sanzioni e le riparazioni richieste dagli Alleati alla Germania avevano possibilità nulle di essere onorate, oggi le manovre di consolidamento richieste dalla Germania, dalla Banca Centrale Europea e dalla Commissione hanno le medesime chance di innescare crescita della produzione e dell’occupazione e di rappresentare il paradigma di risoluzione della crisi. La politica economica europea è, in questa crisi, alla ricerca di certezze; dunque, il “modello PPP” ne assicura molte di più di quelle derivanti da una ricerca coraggiosa delle responsabilità collettive. Clemenceau è molto più tranquillizzante di Keynes.
E, oggi dopo il travagliato salvataggio europeo dal default della Grecia, le decisioni di commissariamento dei partiti politici e dei ministeri ellenici evocano (Il Sole 24 Ore, 2012), con i necessari aggiornamenti della storia, l’occupazione francese della Ruhr.

* Ordinario di Economia Politica nell’Università di Napoli “Federico II”. Dal febbraio 2012 membro della redazione di eep.

Bibliografia
K.C. Engelen, 2010, Death of the (German) Euro, The International Economy, Spring.
M. Frangakis, 2011, The Public Debt Crisis, 2011, Nicos Poulantzas.
Il Sole 24 Ore, 2012, Se uno stato non è più sovrano, 22 Febbraio.
Luckau A., 1971, The German Delegation at the Paris Conference, New York.
M. MacMillan, Peacemakers Six Months That Changed the World, John Murray Publishers, 2003.
D. Markwell, John Maynard Keynes and the International Relations, Economic Paths to War and Peace, Oxford University Press, 2006.
H.W. Sinn, How to Rescue the Euro: Ten Commandments, CESifo Forum 4/2011.
R. Skidelsky, 1992, John Maynard Keynes: Hopes Betrayed 1883-1920, Papermac.
R. Skidelsky, 1994, John Maynard Keynes: The Economist as Saviour 1920-1936. Papermac.
The Economist, 2011, The Euro Crisis One Problem, Two Visions, Part I and II, December 2nd.
M. Trachtenberg, 1982, Versailles after sixty years. Wikipedia, 2012, Greek Government Debt Crisis.

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L’eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato

Pubblicato il 07 Dicembre 2011 da admin

1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i 6 miliardi di euro di titoli inizialmente previsti dal governo, ma al contempo si afferma che – di questi – solamente 3,6 sono stati collocati presso investitori privati. Si tratta dunque di capire esattamente cosa è successo a quei 2,4 miliardi di euro di titoli residui, che sono stati dichiarati emessi, ma non sono stati sottoscritti dai partecipanti all’asta.

Il resoconto ufficiale dell’asta definisce quella particolare quota dell’emissione come “Ammontare messo da parte per operazioni sul mercato secondario”. Dunque il 40% dei titoli emessi è stato trattenuto con lo scopo di essere successivamente venduto sul mercato secondario: una quota consistente dei titoli è stata, in altri termini, emessa ma non collocata presso gli investitori privati. Una simile operazione sembra possibile solamente qualora si ammetta l’intervento della Bundesbank, che avrebbe sottoscritto una parte della nuova emissione – come suggeriscono numerosi commentatori[1]. Ciò significherebbe che la Germania opera al di fuori delle regole comuni dell’eurozona[2], ossia in deroga a quegli stessi principi che hanno impedito, ad esempio, alla Banca Centrale Greca di intervenire a sostegno dei titoli pubblici ellenici tra il Dicembre 2009 ed il Maggio 2010, quando la spirale nei tassi di interesse pretesi dai mercati finanziari internazionali in sede d’asta ha di fatto costretto Atene a ricorrere ad un prestito istituzionale, vincolato all’adozione delle cosiddette misure di austerità. L’“eccezione tedesca” alle regole europee sull’emissione di titoli del debito pubblico appare ancora più significativa se si considera che la pratica di trattenere una quota (anche consistente) dell’emissione “per operazioni sul mercato secondario” non costituisce affatto un’anomalia nelle ordinarie operazioni di collocamento dei bund, ma ne rappresenta piuttosto il regolare funzionamento: come illustrato dal seguente grafico, la Germania trattiene regolarmente una quota delle emissioni, esattamente come accaduto in quest’ultima, discussa, asta di bund decennali.

 

Cercheremo di dimostrare che la Bundesbank sostiene attivamente il collocamento dei titoli pubblici tedeschi, esercitando un’influenza dominante sul prezzo dei titoli di nuova emissione, senza però ricorrere alla sottoscrizione degli stessi sul mercato primario, ma articolando il proprio intervento in modo tale da aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e praticare di fatto il finanziamento diretto del debito pubblico tedesco.

2.Iniziamo col dire che il dibattito sull’asta dei titoli tedeschi ha il grande pregio di restituire il meccanismo di emissione dei titoli pubblici – fatto di regolamenti, prassi e rapporti di forza tra governi, banche private nazionali e internazionali – ad un contesto istituzionale più complesso di quella ‘forma di mercato’ che gli viene attribuita dalle istituzioni europee, e che giustifica il divieto di acquisto dei titoli pubblici imposto alle banche centrali, chiamate appunto a non interferire con il regolare funzionamento del mercato del credito.

Vogliamo capire come sia possibile che un titolo pubblico venga emesso, ma non collocato. Precisiamo innanzitutto cosa si intende per collocamento: un titolo si definisce collocato quando viene sottoscritto per la prima volta. L’ufficio governativo responsabile dell’emissione dei titoli del debito pubblico tedesco è l’Agenzia per il debito (Finanzagentur), la quale gestisce le procedure d’asta e poi trattiene i titoli non collocati presso quella platea di investitori privati che hanno l’accesso riservato al mercato primario, platea costituita da una quarantina di banche e società finanziarie tedesche ed internazionali. L’idea, suggerita da molti commentatori, che i titoli non collocati vengano di fatto sottoscritti dalla banca centrale tedesca è stata immediatamente contestata, poiché sembra scaturire da una errata interpretazione del particolare ruolo svolto da quest’ultima all’interno del processo di emissione dei titoli. Come vedremo, sebbene sia effettivamente possibile confutare la tesi secondo cui la Bundesbank sottoscrive i titoli pubblici tedeschi direttamente sul mercato primario, la banca centrale tedesca può contare su altri e diversi canali per intervenire sui titoli di nuova emissione, con risultati assolutamente equivalenti all’azione diretta sul mercato primario.

La Bundesbank agisce per conto dell’Agenzia per il debito tedesca in qualità di “banca custode e non di prestatore di ultima istanza”, come sostiene Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore del 26 Novembre 2011: i titoli trattenuti risultano in sostanza congelati presso la banca centrale tedesca, senza che questa corrisponda al governo alcuna somma di denaro in cambio, ossia senza che quei titoli risultino effettivamente sottoscritti. Spiega ancora la Bufacchi: “L`agenzia del debito tedesco riprende poi quei titoli invenduti e li ricolloca in tranche sul secondario, nell`arco di qualche giorno o in casi di mercati ostici di qualche settimana.” Dunque sembra, a prima vista, che la Germania non stia procedendo alla cosiddetta ‘monetizzazione’ del debito pubblico. A confermare questa interpretazione interviene anche la prestigiosa rivista The Economist, pubblicando sul proprio sito l’articolo Fun with bunds in cui, “per evitare che i bloggers passino molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, si affida la soluzione al dilemma alle parole di un rappresentate della PIMCO, una delle più importanti società private di investimento a livello internazionale: “La Finanzagentur ha emesso solamente 3,6 miliardi in cambio di liquidità. Loro hanno collocato 3,6 miliardi sul mercato ed hanno trattenuto 2,4 miliardi sui loro libri contabili. In futuro potranno vendere l’ammontare trattenuto sul mercato secondario, ottenendo la corrispondente liquidità. Potreste aver letto che la Bundesbank ha acquistato la quota dell’emissione che non è stata collocata in asta; ciò non è corretto. La Bundesbank non sta finanziando la Germania; opera semplicemente come un’agenzia per la Finanzagentur.”

La pratica dell’Agenzia tedesca per il debito, consistente nel trattenere una quota dell’emissione, viene dunque presentata, molto semplicemente, come un metodo per procrastinare il collocamento di quei titoli, in attesa di più favorevoli condizioni sui mercati finanziari: una mera questione di tempo, poiché i titoli emessi ma non anche collocati saranno, prima o poi, effettivamente collocati.

3. Dopo aver “passato molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, è forse possibile mettere in discussione la validità di questa lettura del problema, ed incentrare l’interpretazione del particolare meccanismo di emissione dei titoli pubblici tedeschi non tanto sul ‘quando’ i titoli trattenuti verranno sottoscritti, quanto piuttosto sul ‘dove’ quei titoli verranno poi, effettivamente, collocati.

La struttura istituzionale conferita generalmente agli odierni processi di emissione dei titoli del debito pubblico si fonda su una netta distinzione tra il mercato primario, dove i governi collocano i titoli di nuova emissione, ed il mercato secondario, dove i titoli già emessi possono essere liberamente scambiati. Tale distinzione è rilevante, all’interno della cornice istituzionale dell’eurozona, poiché il Trattato di Maastricht (comma 1 art. 101[2]) vieta esplicitamente alle banche centrali dell’eurozona l’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi membri solamente sul mercato primario: la BCE e le banche centrali dei paesi membri sono dunque lasciate libere di acquistare titoli del debito pubblico dei paesi membri dell’eurozona sul mercato secondario, e siamo certi che stiano operando in questo senso quantomeno a partire dal Maggio 2010, nel contesto del Securities Markets Programme[4]. Si noti come la chiara distinzione tra mercato primario e mercato secondario, ovvero la regola per cui sul mercato secondario possono essere scambiati solamente titoli già emessi sul mercato primario, sia il presupposto della logica seguita dalle istituzioni europee, le quali prevedono contemporaneamente il divieto imposto da Maastricht, che si riferisce al mercato primario, ed il Securities Markets Programme, che limita al mercato secondario la libertà di intervento delle banche centrali. Nelle parole dell’allora Governatore della BCE Trichet: “le nostre azioni sono pienamente conformi al divieto di finanziamento monetario [del debito pubblico] e dunque alla nostra indipendenza finanziaria. Il Trattato vieta l’acquisto diretto, da parte della BCE, dei titoli del debito emessi dai governi. Noi stiamo acquistando quei titoli solamente sul mercato secondario, e dunque restiamo ancorati ai principi del Trattato”.[5]

Alla luce di quanto detto circa la pratica – operata negli anni dalla Germania – di destinare una quota rilevante delle emissione ad operazioni sul mercato secondario, risulta evidente che, quando consideriamo il mercato dei titoli pubblici tedeschi, la distinzione tra mercato primario e mercato secondario si fa quantomeno labile: tramite la quota di titoli di nuova emissione regolarmente trattenuta dall’Agenzia del debito, infatti, la Germania è in grado di collocare i propri titoli del debito pubblico direttamente sul mercato secondario. Ciò è rilevante perché se il mercato primario dei titoli pubblici è esplicitamente riservato, in tutti i paesi dell’eurozona, ad un gruppo di investitori privati, sul mercato secondario operano – accanto agli investitori privati – anche le banche centrali dei paesi membri. Questo significa che il tasso di interesse che si determina sul mercato primario può essere spinto al rialzo da una carenza di domanda di titoli che non ha ragione di esistere sul mercato secondario, laddove l’azione della banca centrale implica una domanda potenzialmente infinita per i titoli pubblici: sul mercato primario, dove non operano le banche centrali, può sussistere una situazione di eccesso di offerta di titoli che conduce ad un rialzo nei tassi di interesse, quale quello osservato in Grecia nei primi mesi del 2010, ed in Italia a partire dall’Agosto 2011, mentre sul mercato secondario l’intervento della banca centrale ha il potere di creare tutta la domanda necessaria a spingere al ribasso il rendimento dei titoli pubblici. Pertanto, il semplice fatto che il collocamento dei bund di nuova emissione avvenga, in parte, direttamente sul mercato secondario ha un impatto significativo sul tasso di interesse dei titoli pubblici tedeschi, garantendo alla Germania un minor costo dell’indebitamento pubblico, a prescindere dalla possibilità (pure presente) che i titoli di nuova emissione collocati sul mercato secondario vengano sottoscritti direttamente dalla Bundesbank. La particolare struttura istituzionale del processo di emissione dei titoli pubblici tedeschi sopprime di fatto la distinzione tra mercato primario e mercato secondario, aprendo lo spazio per il finanziamento del debito pubblico tramite la banca centrale – spazio negato agli altri paesi membri dell’eurozona.

Il complesso meccanismo di emissione dei titoli pubblici appena descritto consente alla Germania di proporre, in asta, un tasso dell’interesse molto basso, come avvenuto il 23 Novembre: se gli investitori privati si rifiutano di sottoscrivere i titoli del debito pubblico tedeschi a quei tassi, giudicati poco remunerativi, lo Stato trattiene la quota dell’emissione non collocata e procede, successivamente, al collocamento di quei titoli sul mercato secondario, dove l’azione della banca centrale è in grado di orientare i livelli del tasso dell’interesse vigente, o addirittura di tradursi in un intervento diretto, con la Bundesbank che sottoscrive i titoli del debito non collocati sul mercato primario. In assenza di un simile meccanismo, i governi sono costretti ad accettare il tasso di interesse che gli investitori privati pretendono sul mercato primario, laddove la loro disponibilità a sottoscrivere i titoli pubblici rappresenta l’unica possibilità che lo stato ha di finanziare il proprio debito. L’“eccezione tedesca” può essere concepita come un metodo che permette di aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e viene da chiedersi per quale motivo gli altri paesi dell’eurozona non si siano dotati di un simile dispositivo, capace di arginare le pretese dei mercati finanziari internazionali sui rendimenti dei propri titoli pubblici.

[1] Alesina e Giavazzi sul Corriere dela Sera del 24 Novembre 2011 affermano che “l’asta dei Bund è stata sottoscritta solo grazie alla Bundesbank che ha acquistato il 40% dei titoli offerti da Berlino.”. Lo stesso giorno, simili affermazioni compaiono sui più importanti quotidiani. Sul Sole 24 Ore Bufacchi sostiene che: “va scartata la maxi-quota, pari al 39% dei 6 miliardi, che è stata sottoscritta dalla Buba [Bundesbank] per essere rivenduta sul secondario per via del peculiare meccanismo usato fin dagli anni 70 nelle aste dei titoli di Stato tedeschi.”; Quadrio Curzio commenta che “senza l’intervento della Bundesbank poteva andare anche peggio” sul Messaggero; Tabellini afferma, sul Sole 24 Ore, che: “la Bundesbank di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza quanto meno in via temporanea nei confronti dello Stato tedesco. I titoli non venduti in asta infatti sono stati assorbiti dalla Bundesbank, che da sempre svolge questo ruolo per garantire la liquidità dei titoli tedeschi.”
[2] “La banca centrale tedesca ha subito assorbito tutti i titoli invenduti. È esattamente ciò che la Bundesbank stessa non vuole che la BCE faccia con Italia e Spagna. […] ha comprato direttamente dal governo, un comportamento in apparenza illegale ai termini del trattato: finanziamento monetario del deficit.” Fubini, Corriere della Sera del 24 Novembre 2011.
[3] “È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali.” (Cfr. Versione consolidata del Trattato che istituisce la Comunità Europea, Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee, 24/12/2002, corsivo nostro).
[4] “Nei termini definiti in questa Decisione, le banche centrali dell’Eurosistema possono acquistare […] sul mercato secondario titoli di debito […] emessi dai governi centrali o da enti pubblici dei Paesi Membri e denominati in euro.” (Cfr. Decision of the European Central Bank of 14 May 2010 establishing a securities markets programme, Official Journal of the European Union, 20/05/2010, corsivo nostro).
[5] Cfr. Speech by Jean-Claude Trichet, President of the ECB, at the 38th Economic Conference of the Oesterreichische Nationalbank, Vienna, 31 May 2010.

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E noi faremo come Schroeder

Pubblicato il 01 Febbraio 2011 da admin

In un impegnativo discorso in un meeting al Lingotto svoltosi gli scorsi giorni Walter Veltroni affronta anche alcune tematiche economiche su cui può valere la pena riflettere.

L’asse principale della proposta di Veltroni è di “fare come la Germania”, ovvero “un’Agenda 2020 per l’Italia” a imitazione di quella del governo Schroeder-Fischer (1998-2002) che ha gettato le basi del successo tedesco sino alla crisi, ma a quanto pare anche dopo. Tale modello, com’è noto, aveva come base la moderazione salariale e la flessibilità, concertata con le organizzazioni sindacali, nell’utilizzo della forza lavoro. Ad esso si è accompagnato il sostegno delle attività di innovazione tecnologica. Tale politica ha consentito il rilancio del modello tedesco basato su disciplina interna, qualità tecnologica e sviluppo delle esportazioni – via obbligata quest’ultima data la compressione dei consumi interni. Tale modello, che abbiamo altrove definito “ordo-mercantilista”, è stato in realtà favorito dalla contemporanea creazione dell’Unione Monetaria Europea (UME). Si deve anzi ritenere che la Germania abbia reagito con perfetto tempismo all’occasione che le veniva servita su un piatto d’argento dai suoi concorrenti di rilanciare il modello basato sulle esportazioni che si era appannato in seguito alla riunificazione tedesca.[1] Non v’è neppure dubbio che tale disposto combinato di un rafforzamento e indebolimento strutturale, rispettivamente, del centro e della periferia europei, sia alla base della crisi corrente di questa regione.

Con apparente realismo Veltroni argomenta come “entrando nell’Euro, l’Italia si è impegnata a ridurre il debito pubblico ed ha rinunciato per sempre a usare la svalutazione della moneta”, per cui una via di rigore e disciplina volta al rilancio della nostra competitività sembra “the only game in town” disponibile al nostro paese, fare come la Germania, appunto. Nulla di nuovo nel PD (Ulivo, DS), in realtà, dal famigerato “meno ai padri più ai figli” di Nicola Rossi. Era ben chiaro alla dirigenza di questo partito che l’euro era precisamente volto a importare la disciplina tedesca. La sfida va tuttavia raccolta, non basta criticare.

La crisi italiana è grave, e naturalmente esasperata da una gestione della politica economica di pura resistenza, per così dire. Il paese stagna da almeno due decenni, è crollato con la crisi, e il cospicuo e persistente disavanzo delle partite correnti ci porterà inesorabilmente a entrare fra non molto nel novero dei paesi a forte debito estero. Tale crisi si colloca nel quadro della crisi europea. Esistono tre vie per uscirne: (a) rompere l’euro; (b) fare come la Germania; (c) costruire un’Europa keynesiana. Supponiamo di voler evitare il salto nel buio della prima scelta.

La seconda strategia, quella di Veltroni, non è scevra di velleitarismo. In primo luogo la Germania sarà sempre più brava a fare il proprio gioco, e mentre non v’è dubbio che moltissimo abbiamo da imparare e imitare da quel paese – una società con un minimo di disciplina e senso del dovere è un messaggio molto di sinistra in Italia -, si deve stare attenti a che questo non diventi “macelleria sociale”, cioè un mero gioco al ribasso di diritti e conquiste, soprattutto per gli operai e i più giovani. Tale strada ha inoltre la natura di ciò che gli economisti chiamano”deflazione competitiva”, una concorrenza fra paesi basata sulla moderazione salariale, un surrogato delle svalutazioni competitive, un gioco a somma zero.

Componente di questa fosca prospettiva appare l’inquietante obiettivo di Veltroni di ridurre il rapporto il debito pubblico all’80% del Pil (ora è circa 120%) entro il 2020 attraverso, soprattutto, un taglio alla crescita della spesa pubblica (e, ma subordine, attraverso una imposizione straordinaria sui grandi patrimoni). Ma è alla crescita del Pil a cui dovremmo affidare la riduzione di quel rapporto, e a meno di un improbabile massiccio rilancio delle esportazioni tramite una pesante deflazione salariale, i tagli alla spesa inciderebbero negativamente sul Pil e sulle entrate fiscali aggravando il debito, la fatica di Sisifo che la Grecia sta sperimentando.

Serie dosi della terza strategia apparirebbero dunque necessarie. Questa appare, tuttavia, anch’essa velleitaria poiché ad essa si oppone proprio la Germania che, in quanto economia dominante, dovrebbe fare da locomotiva, un ruolo che essa ha sempre rifiutato come lesivo del proprio modello (che consiste nell’andare a rimorchio del keynesismo altrui). Fatto è che senza un contesto di crescita europeo – che sia l’opposto della “deflazione competitiva” - è difficile importare in Italia non tanto il modello Schroeder (lasciamo perdere), ma quanto un insieme vincente di disciplina, diritti e prosperità. Va riconosciuto che la crisi europea ha fatto ingoiare alla Germania misure impensabili sino a un anno fa (la BCE che acquista titoli pubblici per sostenere i titoli pubblici dei paesi in default virtuale; la progressiva europeizzazione del loro debito), sebbene i tempi della politica tedesca continuino ad aggravare la situazione debitoria di quei paesi. Che questi passi in avanti ne anticipino di più risolutivi, con una Germania la cui Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità di forme di governo fiscale europee, appare assai dubbio. La battaglia politica in Europa non si fa comunque con la persuasione o peggio la retorica europeista. Bene ha fatto Tremonti  ad alzare la voce contro i tedeschi affermando che ciò che l’Europa sta cercando di salvare non sono in paesi indebitati bensì le banche tedesche creditrici. Allora non ritiene Veltroni necessaria una mozione unitaria del Parlamento perché la BCE non si azzardi ad alzare i tassi a fronte della ripresa dell’inflazione? O si pensa di violare l’indipendenza della BCE (ovvero il suo ruolo di cane da guardia dei salari tedeschi che anzi devono crescere per riequilibrare la competitività in Europa?). Le proposte di Veltroni sul debito pubblico sembrano invece dar man forte alla linea dura che i tedeschi vogliono imporre alla periferia Europea (si rinvia a riguardo alla Lettera degli economisti). Vogliamo invece dir loro ya basta e dirlo forte?

 

 

 

 

 

[1]Lo stesso perfetto tempismo la dirigenza tedesca mostrò al principio degli anni ’50 quando il sistema di cambi fissi di Bretton Woods e la disponibilità dei sindacati consentì lo sviluppo neo-mercantile di quell’economia.

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L’uno due tedesco (The sick fraulein of Europe II)

Pubblicato il 14 Settembre 2009 da admin

In precedenti interventi (qui e qui) avevamo segnalato come la Germania costituisse un elemento di destabilizzazione dell’economia mondiale date le sue scelte neo-mercantiliste volte a basare una moderata crescita interna sulle esportazioni. Non eravamo, naturalmente, particolarmente originali in questo, Marcello de Cecco e Paul Krugman ad esempio fanno del ruolo della Germania un leitmotiv dei loro interventi. La macchina esportatrice tedesca si è rivelata formidabile facendone il primo paese esportatore mondiale, con una quota di esportazioni sul Pil pari al 48% a fine 2008; un surplus commerciale che nel recente passato ha superato quello della Cina. Tale indubbio successo si basa su una forza lavoro coscienziosa e ben addestrata, su una rete di ricerca efficiente, su una forte moderazione salariale. Questi fattori sono alla base dei formidabili guadagni di competitività che la Germania ha realizzato a sfavore, soprattutto, dei suoi concorrenti europei, l’Italia in particolare, verso i quali realizza la più parte dei suoi surplus. L’UME ha costituito cornice perfetta a tale scelte impedendo il tradizionale recupero di competitività attraverso la svalutazione delle monete dei paesi in disavanzo (impedire ciò fu la vera ragione per cui, da ultimo, fummo ammessi nell’UME); escludendo ogni forma di politica fiscale coordinata, che possa imporre agli austeri teutonici altre e ben diverse politiche; attribuendo alla competizione microeconomica il perseguimento di crescita e occupazione, come dire: non vi rimane che imitare il modello tedesco, se ne siete capaci, in una lotta all’ultimo sangue che è stata definita deflazione competitiva. Che si tratti di un modello miope è chiaro a molti, tranne naturalmente che ai più tenaci seguaci dei teoremi neoclassici i quali, purtroppo, non sono scomparsi neppure di questi tempi e anzi alzano sovente la voce, il che non sorprende dopo che i cosiddetti “New Keynesians” (gli Stiglitz ed i Krugman in testa) hanno concesso loro pressoché tutto sul piano della teoria.
Ora che le cose vanno peggio, la Germania sta cambiando pelle? L’esperienza maturata dall’autunno ha mostrato come la Germania sia stata il principale ostacolo alla realizzazione di forme concrete di coordinamento globale delle politiche economiche (su questo si veda un mio precedente intervento), in forme che rasentano certamente l’opportunismo e l’irresponsabilità, e sono degne di un Granducato, non della quarta economia mondiale. «We can only hope that the measures taken by other countries (…) will help our export economy» ebbe a dichiarare il ministro tedesco dell’economia lo scorso autunno (Financial Times, 30/11/2008). Così come, sistematicamente, Angela Merkel ha rintuzzato le velleità francesi di istituzionalizzare il coordinamento delle politiche economiche in Europa, coordinamento che potrebbe diminuire la sacra indipendenza della BCE, o a meglio vedere, la tutela tedesca sulla BCE. La Merkel non ha infatti perso l’occasione, lo scorso giugno, di ricordare alla Banca chi è che comanda quando le ha rimproverato di sostenere l’espansione dei disavanzi pubblici a bassi tassi di interesse  attraverso la fornitura di grandi quantità di liquidità al sistema bancario, da questo successivamente collocati in sicurezza in titoli pubblici[1]. L’ossessione di una futura inflazione appare dominare a Berlino. Il messaggio è chiaro: mai e poi mai la Germania abbandonerà il proprio modello mercantilista. La Germania, traendo vantaggio dal proprio lugubre passato, rifiuta un ruolo di leader politico globale e regionale, e in tal senso anche le conseguenti responsabilità nei riguardi della politica economica internazionale: la famosa situazione del nano politico e del gigante economico. Nei fatti, tuttavia, la Germania la propria potenza la esplica eccome; anche se, come è nella logica antica del mercantilismo, ciò che importa non è se il modello accresce la mia ricchezza in termini assoluti, l’importante è che la mia ricchezza rimanga superiore alla tua.
Questa scelta è stata rafforzata da due decisioni la cui rilevanza appare essere sfuggita ai nostri commentatori nostrani, con l’eccezione dell’ottimo Bastasin su Il Sole del 2/7 scorso. Con un formidabile uno-due, da un lato una legge ha inserito nella Costituzione tedesca una clausola che obbliga dal 2016 il governo federale al pareggio di bilancio e, dall’altro, una sentenza della Corte Costituzionale ha sancito che la politica fiscale è materia degli stati nazionali e non può essere assolutamente soggetta a un coordinamento fiscale europeo. Nella Costituzione il pareggio di bilancio sostituisce una regola più soft, la famosa “golden rule”, per cui disavanzi erano permessi limitatamente al finanziamento di investimenti pubblici. La sentenza dell’alta Corte tedesca appare come una misura preventiva nei riguardi di ogni azione futura dell’Europa, magari presa a maggioranza, nella direzione di un coordinamento delle politiche fiscali (la sentenza della Corte, infatti, è di più ampia portata e volta a fissare dei paletti alle eventuali decisioni a maggioranza che l’UE potrebbe assumere una volta in vigore il trattato di Lisbona).
Un attento osservatore, Wolfgang Münchau fa notare l’unilateralismo nei confronti dei Trattati europei, che comunque considerano la politica economica come elemento di interesse comune, del passo tedesco. Le riflessioni di Munchau sono pienamente condivisibili:
Ms Merkel, who has persistently underestimated the extent of the crisis, has reached the inevitable point where complacency gives way to panic. She is presiding over one of the world’s sickest banking sectors[2]. German economic growth will shrink by some 5-6 % of GDP this year. And even now Germany’s policy establishment is frightened about rising budget deficits and inflation (…) Average Germans do not primarily regard debt in terms of its economic meaning, but as a moral issue. (…) The balanced budget constitutional law is therefore not about economics. It is a moral crusade, and it is the last thing, Germany, the eurozone and the world need right now (…) If my predictions prove correct, Germany will be down and out for a long time with a huge and still unresolved banking crisis, an overshooting exchange rate and lower net exports, presided over by politicians who panic about domestic inflation. This will not end well.
La Francia nel frattempo dichiara di voler adottare una strategia “alla Obama” di uscita dalla crisi a tutti i costi: ripeterà l’amara esperienza dei primi mesi del governo Mitterand nel 1981, quando l’adozione di politiche espansive in Francia a fronte di politiche deflative in Germania portò a un veloce deterioramento della bilancia commerciale francese e a un rapido allineamento alla linea tedesca?

 

[1] V. A.Baglioni, Se Trichet finanzia il debito pubblico, Lavoce.info, 22/7/09, e anche il mio commento in calce.
[2] Su questo punto, si veda quanto ha sostenuto Marcello De Cecco sul blog Goodwin box.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul blog Goodwin box.

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The sick fraulein of Europe

Pubblicato il 09 Dicembre 2008 da admin

“We can only hope that the measures taken by other countries … will help our export economy.” (Michael Glos, ministro tedesco dell’economia, citato dal Financial Times, 30 nov. 2008)

1. “The sick man of Europe” titolava tempo fa The Economist con riferimento al nostro paese. La corrente crisi sta tuttavia mettendo in luce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’Europa soffre di una malattia ben più grave e che riguarda il suo paese più importante: la Germania. La corrente crisi finanziaria, ormai trasmessa all’economia reale, ha evidenziato la debolezza del coordinamento europeo sui temi di politica economica, debolezza che vede al centro il rifiuto della Germania, la potenza regionale più forte, a svolgere il ruolo di paese leader con i relativi onori e oneri. Gli organi di stampa dell’establishment economico, il citato The Economist, Financial Times, Sole-24 Ore, sono tutti allineati nel denunciare questo atteggiamento tedesco sì che quasi appare strano che un sito di economisti alternativi si allinei a questo coro. Eppure la questione è rilevante perché il tema della politica economica europea è tanto importante quanto trascurato dalla sinistra radicale italiana (ed europea), se non nella vizza denuncia dei “dogmi liberisti” come nella riunione della sinistra europea tenuta a Berlino i giorni scorsi (come si evince dall’altrettanto stantio resoconto de il manifesto, 30 nov.). A tal proposito la sinistra italiana (ed europea) dovrebbe apprendere che in queste faccende non esiste una “solidarietà di classe internazionale” a cui rifarsi, ma solo i crudi interessi nazionali (e non v’è dubbio che la Linke tedesca farebbe giustamente i propri se chiamata a scegliere); se questi sono conciliabili tanto meglio, sennò meglio attrezzarsi per tempo perché “il forte fa ciò che ha il potere di fare e il debole accetta ciò che deve accettare”, come insegnava Tucidide, il capostipite del realismo politico. Ma la sinistra radicale ha sempre preferito crogiolarsi nelle utopie o nelle chiacchiere.

2. Il piano di rilancio approvato dall’Unione Europea - 200 miliardi di € - è per opinione condivisa poco più di una mera sommatoria di piani nazionali. Si è contrabbandata per novità l’attenuazione del Patto di stabilità e crescita (i famigerati vincoli di Maastricht), ma questa era già stata prevista da accordi stipulati nel 2005. Il piano tedesco è particolarmente piccino per la quarta economia mondiale, 12 miliardi, in due anni, da confrontarsi con i quasi 600 della Cina, pure in due anni, e i 275 del Giappone, la terza e seconda economia mondiale, rispettivamente (per paragone, il piano italiano è di 6 miliardi di € tutti sottratti ad altre spese già previste, per cui vale sostanzialmente zero, v. Sole-24Ore, 30 nov.). La Germania ha chiaramente rallentato, e continua a rallentare, la diminuzione del tasso di interesse da parte della BCE. Tali diminuzioni sono di scarso impatto in una situazione di razionamento del credito e di sfiducia, ma possono rendere meno costose per i governi le necessarie politiche fiscali espansive. Il surplus commerciale della Germania negli ultimi 12 mesi (ultimo dato: settembre), ci offre una dimensione della potenza economica tedesca e delle possibilità di quella economia da fare da locomotiva del rilancio globale: esso è stato di 288 miliardi di € contro i 265 della Cina e i 65 del Giappone. Nel 2007 il 63% di quel surplus è stato con i paesi europei (27 miliardi circa con Francia, Spagna e RU, e 19,6 con l’Italia).

3. La crisi in corso aveva dato anche occasione all’iperattivo presidente francese Sarkosy di proporre di rafforzare la governance economica europea. L’opposizione tedesca non si è fatta attendere temendo “che la Francia minacci così l’indipendenza della Bce o comunque voglia imporre le sue politiche economiche ai partner sfidando così la consolidata supremazia tedesca su questo fronte” (A.Cerretelli, Sole-24Ore, 24 ott.). Se l’attivismo francese ha sinora sortito solo accordi di facciata chiunque può immaginare il vuoto di governo quando nel prossimo semestre la guida europea sarà affidata a un nano geopolitico, per giunta anti-europeista, come la Repubblica Ceca.
A tal riguardo, in un utile lavoro recentemente presentato presso il Centro Sraffa di Roma, Carlo Panico ha ricostruito i meccanismi della governance europea mettendone in luce limiti e incongruenze[1].  In particolare, a fronte di ben delineati poteri e obiettivi attribuiti alla BCE a cui i trattati attribuiscono una indipendenza formale, è assente un contraltare istituzionale che coordini in maniera più ampia la politica economica. Questo non può essere costituito dall’ECOFIN, il consiglio dei ministri economici, che ha poteri formali, ma in quanto raccoglie tutti e 27 i paesi dell’Unione è un interlocutore non omogeneo alla BCE. L’Eurogruppo creato nel 1997 raccoglie i soli ministri dei paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea e si riunisce prima dell’ECOFIN (a entrambi i gruppi partecipa anche il presidente della BCE), ma non ha poteri formali, e pour cause. E’ che alla Germania la governance europea com’è va benissimo, in particolare proprio per l’assenza di quell’autorità politica che interloquisca con la BCE che Sarkosy voleva rafforzare dando più autorità all’Eurogruppo.

4. Tale governance riflette lo statuto della politica economica europea quale è venuto a formarsi nel corso dei vari trattati. Tale statuto ha tre elementi La politica monetaria è affidata alla BCE, formalmente indipendente dal potere politico, la quale l’amministra avendo come mandato il solo controllo del tasso di inflazione che, tradotto in soldoni, significa controllo del tasso di variazione dei salari nominali in Europa e in particolare in Germania. Il ritardo della BCE a diminuire i tassi di interesse, addirittura aumentandoli in luglio a tempesta cominciata, è stato dovuto alla necessità tedesca di tenere sotto frusta le cospicue richieste salariali della IG Metal (la Fiom locale) giudicate troppo elevate, poi infatti frettolosamente ritirate quest’autunno. Tenuti così sotto controllo i salari, la politica fiscale è tenuta a bada dai noti paletti di Maastricht e dei Patti di stabilità: della politica fiscale si occupano i vincoli e non è oggetto di coordinamento politico. Dal marzo 2005 questi vincoli sono stati formalmente ammorbiditi nella fiducia che, in assenza di controlli sui movimenti di capitale, i mercati finanziari provvederanno comunque a limitare le politiche fiscali dei paesi più deboli sotto la frusta dell’aumento del costo del loro indebitamento, tanto più che le difficoltà di finanza pubblica si accentuano in una fase di crisi, a maggior ragione se chi potrebbe rifiuta di espandere la propria spesa pubblica. Il terzo e ultimo tassello della politica europea è costituito dalle politiche nazionali di flessibilità dei mercati, in particolare quello del lavoro, a cui viene assegnato l’obiettivo della crescita. Nell’epoca keynesiana gli obiettivi della crescita e del pieno impiego erano visti come obiettivi sopranazionali da realizzarsi attraverso comuni politiche espansive, monetarie e fiscali mentre sarebbe stata considerata distruttiva una strategia di deflazione salariale competitiva. I risultati penosi per l’economia europea degli ultimi 15 anni confermano tale interpretazione.

5. Ma, come diceva Alfred Marshall, “bygones are bygones in Economics” (il passato è passato in economia), e allora perché in un momento in cui “tutti sono keynesiani” i tedeschi sono perniciosamente attaccati alle loro politiche? I commentatori hanno suggerito varie spiegazioni. I tedeschi danno grande valore alla sobrietà nei consumi differenziandosi dalle smodatezza dei consumatori anglosassoni al punto che le carte di credito hanno accettazione assai limitata persino nei supermarket e il credito al consumo è poco diffuso (Financial Times 28 nov.). Al riguardo i bassi tassi di interesse sono ancor oggi guardati con sospetto come la fonte di tutti i guai del capitalismo anglosassone. Così la Merkel, reagendo alle critiche mosse alla timidezza del suo governo, ha affermato l’altro giorno: “La moneta troppo a buon prezzo negli US è stata una causa della crisi odierna. Sono profondamente preoccupata che noi si stia rafforzando questo trend attraverso le misure adottate negli US e altrove trovandoci fra 5 anni ad affrontare precisamente la medesima crisi” (Financial Times 27 nov.). Ma la ragione fondamentale è probabilmente da ricercarsi altrove, e in particolare nelle scelte neomercantiliste di quel paese, il perseguimento dunque del surplus commerciale come fine ultimo della politica economica. Per gli scopi della realizzazione di tale surplus lo stato di persistente deflazione competitiva in cui la Germania si trova da anni va benissimo, anzi ne è componente essenziale tenendo bassi i costi del lavoro. Tenuti bassi i salari reali (ma il marco/euro sopravvalutati danno una mano ai consumi reali dei lavoratori tenendo basso il prezzo dei beni importati) la tecnologia tedesca fa la differenza, di prezzo e di qualità, cogli altri paesi europei. L’imponente ristrutturazione industriale tedesca degli ultimi anni e la connivenza sindacale a tale modello sono stati ben illustrati da De Cecco e Carlin & Soskice[2].  Naturalmente si dovrebbe andar oltre e cercare di comprendere i motivi storici dietro la scelta di questo modello di sviluppo che, certo, impone disciplina alla propria forza lavoro ed è stato selezionato dalla classe dirigente tedesca forse anche per questo motivo. Sarà importante sollecitare qui il contributo di qualche amico storico.

6. Il “chief eurozone economist” di Unicredit, ha opportunamente dichiarato al Financial Times (30 nov.) che la Germania dovrebbe mostrarsi responsabile a fronte dell’eurozona “piuttosto che trasformarsi in una versione occidentale della Cina” (peraltro assai meno mercantilista della Germania). Si osservi che tali politiche tedesche non sono solo perniciose in Europa, ma una delle cause dei disequilibri globali dell’economia mondiale (le cosiddette “global imbalances” su cui torneremo in un successivo articolo). Che fare dunque? A me sembra che obiettivo primo di una sinistra concreta sia fare chiarezza di dove siano i problemi politico-economici – in questo caso il problema tedesco – difficili da attaccare che siano. Quello che colpisce della passata esperienza di governo della sinistra è stata l’assenza di uno straccio di analisi fatta per tempo del contesto della politica economica europea e globale (che non fossero slogan triti e ritriti contro il neoliberismo). Non si tratta qui di stendere, si badi, illuministici progetto tardo-keynesiani (come qualcuno vorrà frettolosamente attribuirci), ma di imparare a leggere la dura realtà geopolitica globale in cui ci si muove. L’analisi è poi base per la battaglia politica, con il ben noto pessimismo della ragione ecc., a meno di volersi arroccare a gufare nella propria  torre d’avorio.

[1] “Policy Coordination in the Euro Area”, disponibile all’indirizzo: http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1265677.
[2] M.De Cecco, Germania, cosa c’è dietro il boom, Affari e Finanza, La Repubblica, 11-6-2007; W. Carlin e D. Soskice, German economic performance: disentangling the role of supply-side reforms, macroeconomic policy and coordinated economy institutions, Socio-Economic Review, ottobre 2008, v. anche il loro intervento su la voce.org  27 nov.

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