Tag Archive | "Giancarlo de Vivo"

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Yes we can!

Pubblicato il 16 Ottobre 2011 da admin

Alla fine del 2007, il governatore della Banca d’Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche l’“incertezza suscitata dalle ripetute modifiche delle regole previdenziali” influiva negativamente sulla crescita. Oggi, con salari e pensioni certo non più alti di allora, lo stesso Draghi ha firmato come presidente entrante della BCE una lettera al governo italiano in cui, tra le misure “essenziali” per far fronte alla crisi del debito pubblico e “rilanciare la crescita”, si include la proposta di ridurre i salari dei pubblici dipendenti, di precarizzare ulteriormente i lavoratori del settore privato facilitandone il licenziamento, di introdurre nuove sostanziose modifiche alla disciplina delle pensioni dei lavoratori dipendenti (tralasciando naturalmente di notare che la gestione del sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti è in attivo e il suo avanzo contribuisce un ammontare pari a vari punti di PIL alle casse dello stato).

Un po’ tutto e il contrario di tutto si sente anche nel dibattito che si va animando sul tema della patrimoniale: tutti ne parlano, e si cimentano nel disegno di una qualche ipotesi di imposizione sul patrimonio, straordinaria o ordinaria che sia. Ci sono almeno tre motivi per cui questa attenzione è comunque benvenuta. In primo luogo, la patrimoniale è una tassa che toccherebbe poco la crescita dei consumi, e quindi (seguendo il Draghi del 2007) la crescita dell’economia. In secondo luogo, guardare al patrimonio consentirebbe un importante recupero di base imponibile sfuggita all’imposizione sul reddito. In terzo luogo, l’Italia ha eliminato negli ultimi anni quasi ogni forma impositiva sul patrimonio: non vi sono praticamente più imposte sulle successioni e sulle donazioni, né imposte sulla ricchezza, del tipo dell’imposta sulle grandi fortune che si paga in Francia. Abbiamo meno di 10 miliardi di euro di gettito ICI (erano 13 prima dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa), a fronte dei 27 miliardi di euro delle imposte francesi sul patrimonio. In compenso ricaviamo 10 miliardi di gettito da lotto e lotterie: un’imposta sulla miseria invece che sulla ricchezza.

Detto questo, bisogna però aggiungere che ogni discorso serio su un’eventuale imposta patrimoniale non possa che concepirla come la più comprensiva possibile, sia per quanto riguarda i detentori, sia per quanto riguarda le attività da assoggettarvi, seguendo l’elementare principio che ad uguali patrimoni corrisponda uguale imposta. La questione dei soggetti non viene oggi quasi toccata, e si ragiona come se i detentori di ricchezza fossero solo le famiglie. Ma ci sono anche le società. E’ sbagliato ritenere che il patrimonio delle società sia già conteggiato nel patrimonio delle famiglie che ne sono proprietarie, perchè non c’è una necessaria corrispondenza tra valore delle quote proprietarie e stato patrimoniale della società. Né bisogna pensare che assoggettare a patrimoniale le società implichi tassare gli “strumenti della produzione”. Si consideri che il 40% della ricchezza immobiliare complessiva della nazione è posseduta da società. E’ ovvio che questi immobili non sono tutti destinati alla attività produttiva delle società che li possiedono (per questi naturalmente si potrebbero individuare forme di esenzione). Ad esempio, il 10% del totale degli immobili residenziali in Italia sono posseduti da società, e certo non vi sarebbe motivo di esentarli; né vi sarebbe motivo di esentare gli immobili non residenziali posseduti da “imprese” che esistono solo per gestire questo patrimonio immobiliare. Insomma, la coraggiosa proposta della Confindustria di introdurre una patrimoniale sulle famiglie è il classico “armiamoci e partite”. Che poi la Confindustria invochi benefici per sé a contropartita di una patrimoniale che vorrebbe pagata da altri non è scandaloso: in fondo fa il suo mestiere.

Per quanto riguarda la questione delle attività da assoggettare all’imposta, evidentemente non si tratterebbe solo di quelle reali, ma anche di quelle finanziarie. Il problema, che riguarda tanto le persone fisiche che le persone giuridiche, è evidentemente quello di applicare un sistema di accertamento efficace del tributo, non basato quindi solo sull’autodichiarazione, sia pur rafforzata con pesanti sanzioni per le dichiarazioni mendaci. Per gli immobili la soluzione è relativamente semplice: lo strumento attraverso il quale procedere è il catasto. Per i beni mobili registrati c’è il registro relativo, da cui si potrebbe partire, studiando misure che evitino l’evasione. Per i valori mobiliari emessi all’interno si dovrebbe procedere ad un meccanismo di accertamento in capo al soggetto emittente (lo Stato, le società non finanziarie, le banche), che elimina la questione dello stato nazionale o estero del possessore dell’attività finanziaria. Ma sorge il problema di titoli emessi da soggetti stranieri e detenuti anonimamente da residenti italiani. Si potrebbe avere il paradosso che un soggetto (anche estero) che avesse acquistato titoli del debito pubblico italiano sarebbe colpito dalla patrimoniale, mentre un italiano che avesse acquistato titoli esteri e li occul¬tasse allo stato non sarebbe incluso. Poco può fare, ci sembra, l’obbligo di indicare nella dichiarazione dei redditi tutte le attività finanziarie detenute all’estero. Al crescere delle cifre, l’evasione fiscale tende a trasformarsi in ‘elusione fiscale’, e per grandi importi evolvere nella rispettabilissima ‘programmazione fiscale’: in fin dei conti, i ricchi pagano solo le tasse che vogliono pagare. E bisogna riconoscere che c’è una certa contraddizione nell’essere a favore sia della patrimoniale sulle attività finanziarie che della libera circolazione dei capitali – una contraddizione che certo non affligge la proposta del PD, che intende assoggettare a patrimoniale solo gli immobili delle famiglie.

Detto che la patrimoniale dovrebbe essere la più ampia possibile sia per quanto riguarda i soggetti che le attività, consideriamo gli ordini di grandezza. La scelta è tra una patrimoniale ordinaria – imposta permanente a bassa aliquota, sul modello della patrimoniale francese – e una patrimoniale straordinaria – misura una tantum ad aliquota assai più alta, che uno stato forte può in certe circostanze imporre al fine di abbattere col suo gettito il debito pubblico. Il realismo politico ci sembra deporre a favore della prima. Ragionando sui dati dell’indagine della Banca d’Italia – che considera la ricchezza delle sole famiglie – se si tassasse ad esempio con patrimoniale straordinaria ad aliquota del 12% il patrimonio del 10% più ricco delle famiglie (pari a 2.5 volte il PIL), si otterrebbe un gettito di 30 punti di PIL (cioè 460 miliardi). Questo gettito addizionale, impiegato per ritirare debito pubblico, darebbe un risparmio di interessi pari a circa 25 miliardi l’anno, supponendo un onere medio del debito al 5%. La stessa cifra annuale potrebbe essere ottenuta con una patrimoniale ordinaria ad aliquota dello 0.7% sullo stesso gruppo di famiglie. La decisione fondamendale riguarda allora l’uso di questa cifra. Seguendo il Draghi del 2007, dovrebbe essere usata per “fare spazio” ad una spesa che sostenendo la crescita permetta di ridurre il peso del debito sul PIL attraverso la crescita del prodotto piuttosto che la riduzione del debito. In fin dei conti, basta guardare all’esperienza dell’Italia – che pure aveva ridotto il debito dal 122% del PIL nel 1994 al 104% nel 2007, per poi vederlo risalire al 120% di oggi – per capire che avanzi di bilancio senza crescita rendono il miglioramento della posizione finanziaria dello stato una fatica di Sisifo. E’ chiaro allora perché tanti oggi invochino la crescita. Quello che però si dimentica è che crescita e creazione di avanzi primari di bilancio non vanno d’accordo, ed è per questo necessario che gli avanzi siano almeno generati da uno spostamento del carico fiscale dal lavoro agli altri redditi: la patrimoniale sarebbe oggi un primo passo in questa direzione, se non viene intesa – come forse molti sperano – come un “sacrificio” chiesto agli evasori, con la più o meno esplicita promessa di lasciar poi le cose continuare ad andare per il loro verso.

 *Università di Napoli “Federico II”

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Keynesiani tradizionali e keynesiani avventizi

Pubblicato il 09 Marzo 2010 da admin

Paul Samuelson alla morte di Keynes scrisse: “la Teoria Generale  … è  un libro scritto male, e male organizzato; qualunque non addetto ai lavori che l’abbia comperato ha sprecato i cinque scellini che ha speso …  è arrogante, … abbonda in confusioni”, ma “quando alla fine uno lo capisce a fondo, la sua analisi risulta ovvia ed allo stesso tempo nuova. In breve, è un’opera di genio”. Come tale, possiamo aggiungere, rimane larga­mente misteriosa a molti economisti.

La pesante crisi in cui siamo immersi ha riportato alla ribalta il pensiero di Keynes, che fino all’altro ieri era trattato come un cane morto dagli economisti ben­pensanti. Perfino un membro del board della Banca Centrale Europea, organismo anti-keynesiano per costituzione, ha scritto che in certi casi non aver ascoltato Keynes ha dato “risultati disastrosi” (L. Bini-Smaghi, Il Sole-24 Ore, 25 feb­braio). Qualche giorno dopo R. Perotti ha sostenuto (Il Sole-24 Ore, 28 febbraio) che Keynes era “uno dei grandi geni del XX secolo”. Secondo lui il grande contributo di Keynes sarebbe stato quello di “evidenziare il ruolo della spesa pubblica come strumento anticiclico”. Ma se questo fosse vero il con­tributo non sarebbe molto sostanzioso, e comunque nient’affatto originale: quasi 25 anni prima di Keynes, Pigou (oggetto degli strali di Keynes nella Teoria Generale) in un libro sulla disoccupazione aveva sostenuto che la spesa pubblica poteva essere effica­cemente usata in funzione anti-ciclica. Perotti potrà liquidare questa osservazione come mera mani­­fe­stazione di quelle preoc­cupazioni filologiche dei “keynesiani tradizionali” cui irride nel suo articolo, ma resta il fatto che c’è qualcosa che non quadra nelle sue idee su Keynes. Sarà poi per la mia difettosa conoscenza degli “sviluppi della ricerca eco­no­mica”, ma mi sembrava che Perotti avesse costruito una parte della sua carriera ac­cademica sostenendo la tesi che riduzioni della spesa pubblica fanno aumentare la domanda e quindi l’oc­cupazione – il contrario del “geniale” contributo di Keynes.

Comunque, anche se Keynes era un genio, ci si dice, i suoi “nipotini” sarebbero degli sprovveduti (se non anche disonesti), che appunto ignorano “gli sviluppi della ricerca economica”, “hanno un’interpretazione selettiva della storia” (immagino voglia dire che fanno un uso selettivo della storia), e “non si confrontano con i dati”.

Per quanto riguarda gli “sviluppi” della ricerca economica, il problema è serio, ma forse non nel senso che sostiene Perotti. Ad esempio una parte non piccola degli “sviluppi” in macroeconomia negli ultimi decenni è consistita nel­la elaborazione e ri­ela­bo­razione e sofisticazione di “modelli” basati sull’ipotesi di “agente rap­pre­sentativo”, esclu­dendo quindi che mutamenti della distribuzione del reddito potessero essere rilevanti nel­l’equilibrio macro­economico. Lo studio e l’uso di modelli di questo genere è stato per molto tempo considerato parte importante del mestiere di un economista “serio”, e con essi si sono vinte fior di cattedre di economia. Ci sono però economisti che non si sono mai dedicati a queste robinsonate, e le hanno ignorate. Finora essi erano a loro volta tran­­quil­lamente ignorati da una larga fetta della professione, che invece oggi sembra tradire qualche turbamento.

Sull’uso selettivo della storia da parte dei “keynesiani tradizionali”, Perotti sostiene che essi, nel loro “livore” anti-liberista, colpevolmente dimen­ticherebbero ad esempio il caso del Cile del ventennio dopo Pinochet, in cui “politiche neoliberiste” avrebbero fatto passare il paese “dal sottosviluppo a un’eco­nomia moderna, facendo allo stesso tempo enormi progressi contro la povertà”. E’ curioso però che egli non menzioni che il sotto­sviluppo, l’enorme povertà, l’enorme aumento delle diseguaglianze, e l’altissimo tasso di disoc­cupazione del Cile nel periodo precedente dovevano molto alle “politiche neoliberiste” di cui il Cile di Pinochet è stato un laboratorio. Forse l’uso selettivo della storia è più diffuso di quanto Perotti non si sia accorto.

I “keynesiani tradizionali” quasi mai, ci si dice, si “confrontano con i dati”, quello che saprebbero opporre ad analisi dei dati sarebbero solo “complicate digressioni filosofico-moraleggianti sulle supposte motivazioni ideologiche e mancanze etiche dei presunti oppositori”. Non è chiaro cosa esattamente Perotti intenda. Se per esempio si è appena richiamata l’esperienza del Cile di Pinochet non è per moraleggiare (anche se certo fa orrore il commercio avuto da Friedman e i Chicago Boys con Pinochet), ma appunto per ricordare i dati di quell’esperienza (che in fondo non sono che la rappresentazione economica di quell’orrore). Quanto all’uso (o mancato uso) dei dati: gli economisti keynesiani non hanno aspettato la crisi del 2008 per richiamare l’attenzione sui problemi posti dall’inde­bitamento privato, e sulla sua insoste­nibilità, una questione di cui i giovani leoni del­l’eco­nomia erano spensieratamente inconsapevoli fino a ieri, nella loro ossessiva insistenza sui pericoli dell’indebitamento pubblico. La differenza tra gli economisti non passa tra quelli che si sporcano le mani sui dati e quelli che li ignorano, ma tra quelli che vedono i dati rilevanti e quelli che guardano allo svolazzare delle farfalle.

 

*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.

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