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I giovani, gli altri poveri e la crisi

Pubblicato il 31 Luglio 2010 da admin

A metà luglio l’Istat ha pubblicato il consueto bollettino annuale[1] sulla povertà relativa ed assoluta nel nostro paese con riferimento al 2009. Il bollettino di quest’anno è di particolare interesse perché ci consente di capire come ha inciso la crisi economica sulle famiglie italiane e, in particolare, su quelle prossime alla condizione di povertà. Tra i dati che emergono dal rapporto ve ne sono alcuni che confermano tendenze consolidate, su cui si è già discusso in passato[2], e altri che invece ne segnalano di nuove sulle quali intendo soffermarmi.

Tra le prime si possono inscrivere: la geografia della povertà che vede nel Mezzogiorno[3] il territorio a maggior concentrazione di famiglie povere sia in termini relativi, sia in termini assoluti (le famiglie povere meridionali sono quattro volte di più della media nazionale); la relazione positiva tra numerosità del nucleo familiare e rischio povertà (a famiglie più numerose si associa maggiore rischio di povertà); e quella tra titolo di studio e povertà (il rischio di povertà è associato in maniera inversa al titolo di studio della persona di riferimento: maggiore rischio per minore istruzione).

Tra le tendenze che segnano delle novità ve ne sono alcune su cui vale la pena soffermarsi. Si tratta dell’aumento dell’incidenza[4] della povertà tra le persone giovani; dell’aumento dell’incidenza della povertà tra le famiglie di operai; della riduzione dell’incidenza della povertà tra i lavoratori autonomi; dell’aumento dell’intensità[5] della povertà assoluta.

Da un punto di vista metodologico l’Istat definisce “relativamente povere” quelle famiglie che si collocano al di sotto di una “linea di povertà” definita in termini di consumi medi pro capite.Nel 2009, la linea di povertà relativa è risultata pari a 983,01 euro[6], circa 17 euro inferiore a quella del 2008, in ragione del fatto che la spesa per consumi ha mostrato, tra il 2008 ed il 2009, una flessione in termini reali, particolarmente evidente tra le famiglie con livelli di spesa medio-alti, contribuendo ad abbassare la spesa media complessiva e quindi la linea di soglia.Un’ulteriore soglia viene definita per distinguere la povertà relativa dalla povertà assoluta.La stima dell’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

Stando a questi parametri, nel 2009 le famiglie in condizioni di povertà relativa risultano essere 2 milioni 657 mila, rappresentando il 10,8% delle famiglie residenti: si tratta di 7 milioni 810 mila individui poveri, il 13,1% dell’intera popolazione. Se a queste famiglie si aggiungono quelle definite dall’Istat “quasi povere”, ovvero molto prossime alla soglia, si raggiunge un’incidenza superiore al 20% delle famiglie residenti.Allo stesso modo, applicando il parametro di povertà assoluta, si possono contare 1 milione e 162 mila famiglie (il 4,7% delle famiglie residenti) in condizione di povertà assoluta per un totale di 3 milioni e 74 mila individui (il 5,2% dell’intera popolazione).

Se i dati sull’incidenza della povertà non mostrano variazioni di rilievo rispetto al 2008, ciò che è interessante notare sono i cambiamenti nella composizione dei poveri. Anzi, sono proprio tali cambiamenti che spiegano l’invarianza complessiva dell’incidenza della povertà. È lo stesso Istat a spiegare il motivo per il quale la povertà non è cresciuta nell’anno della crisi: “in tale periodo, infatti, l’80% del calo dell’occupazione ha colpito i giovani, in particolare quelli che vivono nella famiglia di origine, mentre due ammortizzatori sociali fondamentali hanno mitigato gli effetti della crisi sulle famiglie: la famiglia, che ha protetto i giovani che avevano perso l’occupazione e la cassa integrazione guadagni, che ha protetto i genitori dalla perdita del lavoro (essendo i genitori maggioritari tra i cassaintegrati)”[7].Ciò equivale a denunciare la totale fragilità delle giovani generazioni, che non sono protette dai rischi né sul lavoro (poiché prevalentemente impiegati con contratti variamente a termine, diversamente dai propri genitori) né sul mercato (a causa della mancanza di ammortizzatori sociali di tipo universalistico e di sussidi di disoccupazione). Si tratta di un dato particolarmente preoccupante che conferma una tendenza in atto, sebbene in maniera meno accentuata, in altri paesi sviluppati. Nell’ultimo rapporto Ocse[8] sulle disuguaglianze tra paesi e all’interno dei paesi, si leggeva che nella media dei paesi analizzati, negli anni recenti, è diminuita la povertà degli anziani mentre è aumentata la povertà dei bambini e dei giovani adulti soli (spesso a seguito di un divorzio o della perdita del lavoro). Nei paesi Ocse i bambini ed i giovani adulti hanno il 25% di probabilità in più di essere poveri rispetto al resto della popolazione. Dati confermati, per l’Italia, dal rapporto sulla povertà e da altre statistiche Istat[9] che segnalano la crescita della povertà tra i minori. Il dato della povertà giovanile, oltre ad essere grave in sé, produce una trasmissione intergenerazionale della povertà (le persone giovani povere genereranno figli poveri i quali, a causa della scarsa mobilità sociale, faranno fatica ad affrancarsi da questa condizione) comportando elevati costi sociali nel futuro.

Tra le altre tendenze degne di nota segnalate in apertura, vi è poi quella relativa all’aumento dell’incidenza della povertà tra le famiglie in cui la persona di riferimento è un operaio/a. Per esse, agli effetti della crisi, si associa una perdita pluriennale del potere d’acquisto dei salari[10]. L’incidenza della povertà relativa per questi nuclei è passata dal 5,9% del 2008 al 6,9% del 2009: si tratta di nuclei costituiti per i due terzi da coppie con figli. Tra questi diminuisce la percentuale di famiglie con più di un occupato, a conferma del fatto che, nel 2009, i giovani che hanno perso il lavoro appartenevano in maniera superiore alla media a famiglie con persona di riferimento operaia[11].Anche la diminuzione dell’incidenza della povertà tra i lavoratori autonomi (dall’11,2% all’8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3,0% per l’assoluta) è in parte effetto della crisi. Molte imprese individuali, infatti, hanno chiuso durante il 2009 contribuendo a far diminuire la platea di questi lavoratori e lasciando sopravvivere quelli con minori difficoltà economiche.

Assai preoccupante, infine, è l’aumento dell’intensità della povertà assoluta. L’intensità della povertà è una misura di quanto, in percentuale, la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà. Per le famiglie in povertà assoluta che sono già, quindi, in una situazione di sofferenza ancora maggiore dei poveri relativi, l’intensità della povertà è passata dal 17,3% al 18,8%. In altre parole, se il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressoché identico, le loro condizioni medie sono peggiorate.Anche questo dato trova conferma nel già citato rapporto Ocse sulle disuguaglianze che rileva come il nostro paese sia passato da livelli di disuguaglianza vicini alla media Ocse vent’anni fa, a livelli ben superiori oggi (i poveri sono sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi). Siamo infatti il 6° paese sui 30 censiti per livello delle disuguaglianze tra ricchi e poveri. La disuguaglianza tra ricchi e poveri, in Italia, è cresciuta infatti del 33% rispetto alla metà degli anni ‘80 mostrando l’inefficacia delle misure di contrasto alla povertà che pure l’Ocse rileva siano state implementate nell’ultimo ventennio.

Le brevi considerazioni svolte portano ad individuare due emergenze nel sistema di protezione sociale che hanno priorità rispetto alle altre: si tratta della totale esposizione delle giovani generazioni ai rischi del ciclo economico e ad altri rischi, dovuta alla parzialità del nostro sistema di ammortizzatori (si pensi ai criteri restrittivi per l’accesso alla cassa integrazione e alla mancanza di una indennità di disoccupazione universalistica) e della mancanza di una misura specifica di contrasto alla povertà (sul modello del reddito di ultima istanza).Sono emergenze assolute perché colpiscono segmenti della popolazione che, invece, per ragioni diverse, meriterebbero un’attenzione prioritaria da parte del sistema di protezione sociale. Le giovani generazioni vanno protette per evitare la trasmissione intergenerazionale della povertà e perché la società nel suo complesso non può privarsi del contributo di lavoratori e cittadini nella fascia centrale della propria esistenza, più produttiva, più fertile e più adattabile al cambiamento.Le persone in condizione di indigenza vanno protette non solo perché una democrazia non può tollerare l’esistenza di cittadini che non sono in grado di provvedere nemmeno alle proprie esigenze vitali, quindi cittadini non liberi, ma anche per prevenire i costi futuri associati alla povertà attuale.Non può valere come alibi - per procrastinare ulteriormente una riforma del nostro sistema di protezione sociale che vada nella direzione di prestazioni tendenzialmente universalistiche (non legate alla collocazione della persona nel contesto lavorativo) - la considerazione che tale riforma comporterebbe, nell’immediato, dei costi. I costi futuri, legati all’estendersi della povertà sui giovani e all’intensificarsi della povertà tra gli indigenti, sarebbero infatti ancora più onerosi. A questo va aggiunto che, in un momento di crisi come quello attuale, misure di sostegno ai redditi ed alla domanda interna avrebbero un effetto anticiclico, come ben argomentato nella “Lettera degli economisti” pubblicata su questa rivista il 15 Giugno 2010.La manovra economica correttiva che sarà approvata definitivamente entro l’estate, al contrario, è destinata a inasprire la condizione di difficoltà dei già indigenti (attraverso ulteriori tagli alle prestazioni sociali, per chi ne può godere) e dei giovani precari (va in questa direzione il taglio del 50% dei precari nelle pubbliche amministrazioni, nelle università e negli enti di ricerca) che non potranno godere di alcuna forma di ammortizzatore sociale. È veramente difficile, infatti,  pensare in termini di “risparmi” alla mancata protezione dei giovani dal rischio disoccupazione e dal rischio povertà, quando questo mancato investimento sulle giovani generazioni peserà come un “costo” sulla crescita futura.

*Università di Milano e segreteria Flc-Cgil Milano

[1] La povertà in Italia nel 2009, 15 luglio 2010, www.istat.it[2] Si veda anche su questa rivista: Cristina Tajani, “Se 2,5 milioni vi sembran pochi” dell’11 maggio 2009, Guglielmo Forges Davanzati, “La povertà vista da destra”, del 2 marzo 2009.[3] Per un approfondimento sugli effetti della crisi nel Mezzogiorno si veda, su questa stessa rivista, la riflessione di Guglielmo Forges Davanzati, “Le emigrazioni e la crisi del mezzogiorno”, del 7 Gennaio 2010.[4] L’incidenza è un indicatore che si ottiene dal rapporto tra il numero di famiglie con spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti.[5] È la misura di quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà.[6] La linea si riferisce ad una famiglia di due componenti ed è pari alla spesa media pro capite del paese. Le famiglie che hanno consumi inferiori alla media sono, quindi, considerate relativamente povere.[7] La povertà in Italia nel 2009, 15 luglio 2010, www.istat.it[8] Ocse (2008), Growing Unequal?: Income distribution and povertry in Oecd Countries. Per un commento del rapporto si veda, su questa rivista, Cristina Tajani, “Crescita diseguale, diseguale recessione” del 29 dicembre 2008.[9] Si veda anche il rapporto Istat del 4 novembre 2008.[10] Si veda su questa rivista Stefano Perri, “Distribuzione del reddito e disuguaglianza: l’Italia e gli altri” del 23 gennaio 2009.[11] Si veda anche il Rapporto Annuale 2010 dell’Istat, par. 3.5.

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La selezione dei giovani e il lavoro al tempo della crisi

Pubblicato il 02 Febbraio 2010 da admin

Le difficoltà di accesso nel mercato del lavoro sono sensibilmente cresciute a seguito della crisi in atto[1], con il tasso di disoccupazione generale che in Italia registra il livello più alto dal 2004. Particolarmente grave risulta la situazione per la categoria dei giovani sotto i 25 anni: nel primo quadrimestre del 2009, l’Italia aveva uno tra i maggiori tassi di disoccupazione nella fascia dei giovani nel gruppo EU27, ed era preceduta solamente dalla Estonia e dalla Lituania[2]. Il problema è diffuso a livello europeo: il tasso di disoccupazione nell’ultimo quadrimestre del 2009 è stato del 20,6% nella zona euro e del 20,7% nell’Unione Europea. Quella dei giovani è la categoria maggiormente esposta alle difficoltà presenti attualmente nel mercato del lavoro e ciò richiederebbe politiche economiche e industriali appropriate[3]. È probabile che la domanda del lavoro nei prossimi mesi sarà regolata soprattutto in base alle previsioni sul trend della domanda effettiva ed in base alle aspettative di crescita economica. Secondo l’impostazione keynesiana, qualora tali aspettative non fossero abbastanza elevate, potrebbe formarsi un equilibrio di sottoccupazione con una conseguente disoccupazione involontaria.

In questo articolo cercherò di evidenziare le lacune nell’attuale regolamentazione del lavoro e del diritto del lavoro per quel che riguarda i giovani in cerca di lavoro oppure quelli assunti nei percorsi di inserimento e nei tirocini, con lo scopo di fornire utili suggerimenti su come poter attuare qualche miglioramento. Pur riconoscendo i divari economici e sociali tra le diverse realtà regionali italiane, tenterò di proporre un tipo di ragionamento piuttosto generale[4]. Visto l’elevato tasso di disoccupazione giovanile, è essenziale che i meccanismi di selezione delle risorse umane vengano rivisti e migliorati con l’obiettivo di premiare il merito: solamente in questo modo si può evitare di perdere le risorse umane migliori nell’attuale fase di crisi.

1. Lacune nei processi aziendali di selezione e gestione delle risorse umane

La ricerca di un lavoro dovrebbe procedere secondo un percorso ben definito, ovvero una serie di fasi: il candidato deve inizialmente redigere un profilo personale – curriculum vitae – in cui sono elencati il percorso formativo e il livello di istruzione, le esperienze professionali, le conoscenze linguistiche e le competenze informatiche, talvolta gli obiettivi professionali. Il curriculum deve essere poi recapitato, per via postale oppure in formato elettronico, all’azienda che è alla ricerca di nuovo personale. Oppure, il candidato può spedirlo in modo spontaneo all’azienda in cui le sue competenze sono spendibili e le sue qualità ricercate. A molti lettori questi passaggi potranno risultare ben noti; eppure vale la pena soffermarsi su di essi, in quanto non devono essere presi come dati per scontato: chi decidesse di cercare un lavoro per vie informali, basate su contatti informali e rapporti di “amicizia”, probabilmente farebbe un percorso differente.

In passato, alcune ricerche hanno evidenziato proprio questa tendenza. Esiste – sia dal lato dei lavoratori sia da quello delle aziende – una vasta tipologia di metodi per la ricerca di un impiego e per la selezione delle risorse umane. In Italia, i contatti informali risultano tra i più diffusi. Cingano e Rosolia (2005) sostengono che “anche per le imprese i canali informali sono tra i metodi di ricerca del personale più utilizzati, sia nella ricerca di operai sia in quella di impiegati, e vengono altresì ritenuti tra i più efficaci”[5]. Seppure l’analisi è effettuata in base ai dati sino al 2005, è poco probabile che la cultura della selezione e dell’impiego nel mercato del lavoro sia nel frattempo cambiata.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritornando a quello che dovrebbe essere un iter selettivo consolidato, volto alla trasparenza, ciò che spesso viene a mancare è l’ultima fase nei passaggi descritti in precedenza: ovvero, la risposta dell’azienda nei confronti di chi si propone con il proprio profilo, anche se negativa. Mentre la mancanza della risposta sull’esito della domanda di assunzione è comprensibile e tollerabile nel caso in cui quest’ultima avvenga in modo spontaneo, diventa inaccettabile nel caso in cui sia l’azienda stessa a ricercare nuovo personale tramite annuncio pubblico (ad esempio, sul proprio sito aziendale, sulla stampa, oppure con inserzioni nei centri di collocamento al lavoro). Tale negligenza va a toccare il concetto di “responsabilità sociale” dell’azienda: ignorare una persona alla ricerca di lavoro negandole una risposta – soprattutto se è una persona giovane – equivale ad un comportamento ben poco responsabile dal punto di vista sociale.

2. Valorizzazione delle giovani risorse umane attraverso la “stakeholders theory

Le aziende devono seguire regole implicite ed esplicite per potersi sviluppare, crescere, e continuare lo svolgimento delle proprie attività. Mediamente, le aziende italiane hanno alcune caratteristiche dimensionali e strutturali che le distinguono sia da quelle operanti in altri paesi europei sia dalle imprese multinazionali, che influiscono sull’assetto del mercato del lavoro: moltissime sono di piccole o medie dimensioni, con un’alta concentrazione della proprietà, spesso a gestione familiare, in cui non c’è una chiara separazione tra la titolarità dell’azienda e la sua gestione (Bianchi et al., 2005)[6]. Quanto più diffusa è questa forma aziendale a struttura familiare, tanto minore è la necessità di ricercare personale all’esterno: le assunzioni possono avvenire tra i familiari ed i stretti conoscenti, oppure in base alle logiche dei contratti informali, che possono andare a sfavore della meritocrazia e, dunque, di un reale progresso socio-economico.

Lo stesso vale, per esempio, per gli istituti di credito minori, che sono diffusi in modo capillare nel nostro paese: come menzionato nel working paper sul credito cooperativo di Wim Fonteyne (2007)[7], le banche popolari nonché quelle cooperative hanno notoriamente una serie di  difficoltà nel richiamare manager  e quadri di alto livello. Questo dettaglio non è secondario vista l’importanza delle banche “territoriali” nell’economia del nostro paese, soprattutto in tempi di crisi, che hanno evidenziato l’importanza di manager capaci di distinguersi per il loro sapere avanzato e per il rispetto nei confronti delle leggi e dell’etica, capaci altresì di portare all’interno dell’azienda punti di vista tanto personali quanto innovativi.

Un ottimo modo per valorizzare i giovani è attraverso un più formale riconoscimento della “teoria degli stakeholders”. La teoria degli stakeholders tende a sottolineare l’insieme degli interlocutori sociali di un’impresa, dai finanziatori fino ai clienti. Una conoscenza migliore di questa teoria tra gli imprenditori italiani, una sua maggiore diffusione e uno sforzo a metterne in pratica gli utili insegnamenti porterebbe a scelte più mirate nella selezione delle risorse umane, e consentirebbe di valorizzare l’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro. Un giovane capace e responsabile, formato sia all’interno dell’azienda sia al suo esterno, le cui capacità siano debitamente valorizzate, non può che portare un contributo rilevante e soddisfare i molteplici interessi di coloro che sono coinvolti nel processo aziendale[8]. Attraverso questa ottica, si arriverebbe anche ad un trattamento più etico e propositivo del personale nelle aziende, soprattutto quelle private.

D’altro canto, in questo momento neppure le aziende pubbliche possono essere premiate per la qualità delle prassi nella gestione delle risorse umane. Tra le possibili spiegazioni, quella che più si avvicina alla realtà dei fatti, prende sotto esame il retaggio politico di queste aziende, ovvero l’influsso della sfera politica nel processo delle assunzioni. In una sana economia di mercato come potrebbe esserlo quella contemporanea, la politica non può sostituirsi alla logica imprenditoriale; per parafrasare un noto economista scozzese, la “mano invisibile della politica” non può (anzi, non dovrebbe) collocare le persone in base al loro colore politico. Pertanto, accurate logiche d’impresa nella gestione delle risorse umane dovrebbero collocare le persone in base al loro potenziale contributo professionale ed umano[9].

3. Il D.Lgs. 231/2001: possibili estensioni alla gestione delle risorse umane

Negli ultimi anni si è posto l’accento sulla trasparenza dei mercati e dei singoli operatori economici. Purtroppo, queste regole – debite a garantire la trasparenza – sono tutt’ora poco diffuse nei processi di selezione e gestione del personale. Ad esempio, tra le poche normative che regolano il rapporto, vi è la cosiddetta normativa sulla privacy e sul trattamento dei dati sensibili (si veda a questo proposito il D.Lgs. 196/2003, “Codice in materia dei dati personali”). Mentre il candidato consente il trattamento dei propri dati al fine di valutare la sua idoneità per un eventuale inserimento, l’azienda ha il dovere di trattare tali dati in modo etico, senza usarli per altri scopi fuorché quelli sottoscritti dal candidato. Occorrono dunque nuovi strumenti legislativi, complementari a quelli in vigore, e capaci di garantire un processo di selezione trasparente, basato su criteri di merito.

Un esempio su come disciplinare le aziende e migliorare le loro prassi interne è offerto dal D.Lgs. 231 dell’8 giugno 2001, che ha introdotto un sistema di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica. Tale decreto richiede che i menzionati enti provvedano ad una mappatura delle attività aziendali ritenute sensibili oppure esposte a potenziali rischi di reato. In quanto è richiesto l’adottamento di modelli organizzativi, etici nonché di vigilanza interna, il decreto ha il merito di disciplinare le aziende verso una condotta etica e socialmente responsabile. Questo esempio potrebbe essere esteso in modo proficuo ai processi di selezione e di gestione delle risorse umane.

Il D.Lgs. 231/2001 ha infatti il merito di risaltare gli aspetti morali nonché giuridici delle realtà imprenditoriali ed aziendali. Secondo alcuni esperti in materia, tra cui Giulio Sapelli, con tale decreto anche nella tradizione romanistica o del diritto germanico, le società dei capitali e le imprese possono essere considerate persone giuridiche moralmente responsabili, secondo una tradizione che prima apparteneva esclusivamente ai sistemi giuridici di common law: “finora nella nostra civiltà giuridica non esisteva la responsabilità della corporation… In Italia, finalmente, entriamo in una civiltà giuridica superiore, che è quella della common law, grazie alla legge n.231” (Sapelli, 2007, pp. 107-108)[10]. Per ritornare all’argomento principale di questo articolo: le aziende sarebbero maggiormente motivate a selezionare giovani meritevoli e quelli più propensi a portare il loro contributo originale all’interno dell’azienda.

4. Conclusione: i miglioramenti per il futuro dei giovani nel mercato del lavoro

Essendo l’economia contemporanea complessa e basata su un sapere avanzato – si parla a tal proposito di “economia del sapere” – i giovani necessitano di maggiori possibilità per l’inserimento nei processi aziendali sia nel settore privato che in quello pubblico. I tirocini e i percorsi di inserimento hanno l’obiettivo di preparare un giovane nella realtà aziendale ed acquisire le capacità richieste dal mercato del lavoro per poi facilitarne l’inserimento. Nonostante la loro diffusione negli ultimi decenni, non tutti sanno che le forme di apprendistato sono previste e regolate dal Cod. Civile (artt. 2130-2134) e sono state oggetto di una disciplina dettagliata della L.n. 19.1.1955 n. 25. Può esserci una asimmetria informativa nella conoscenza degli obblighi e dei diritti da parte dell’azienda e del tirocinante.

La crisi finanziaria 2007-2008 e la conseguente ricaduta sul mercato del lavoro hanno evidenziato l’importanza di garantire ai giovani in cerca di lavoro un trattamento equo e responsabile al fine di valorizzare il merito. Da un punto di vista keynesiano l’attuale crisi nel mercato del lavoro è riconducibile in primis a un numero di cause macroeconomiche; per contrasto, in questo articolo si è cercato di sottolineare l’importanza di meccanismi di selezione capaci di premiare il merito (il che non implica porre l’elevato tasso di disoccupazione giovanile in diretta relazione con le modalità poco meritocratiche di selezione del personale). Specificamente, in questo articolo ho tentato di offrire una prospettiva nuova, che potrebbe essere in qualche modo complementare agli insegnamenti keynesiani e, al tempo medesimo uno stimolo per favorire ulteriori disamine economiche sul nesso tra il mercato del lavoro e i giovani.

Si è cercato di sottolineare l’importanza della teoria degli stakeholders per valorizzare i giovani come le risorse umane su cui puntare con fiducia. Ma non è escluso che riflessioni più profonde sull’organizzazione del lavoro non possano essere ugualmente o anche più proficue dal punto di vista analitico. È importante che si sviluppi un dibattito a cui possano partecipare gli economisti di diverse impostazioni scientifiche, soprattutto quelli giovani che, forse, riescono a meglio comprendere le problematiche dei loro coetanei e sono più propensi a disegnare nuove politiche economiche.

In conclusione, le buone prassi aziendali nella ricerca del personale andrebbero premiate con delle riduzioni fiscali. Viceversa, gli esempi peggiori e atteggiamenti fraudolenti – come possono esserlo i colloqui di lavoro pianificati ad hoc per mascherare assunzioni “protette” e decise a priori – andrebbero scoraggiati attraverso un aumento degli obblighi fiscali e sanzioni pecuniarie. Per mettere in atto tale meccanismo “di vigilanza”, è però necessario un sistema capace di distinguere in modo nitido e coerente le buone prassi aziendali da quelle meno buone. Come ho cercato di sottolineare in questo articolo, il D.Lgs. 231/2001 può fornire un ottimo punto di partenza in questa direzione, ovvero un esempio che deve essere ulteriormente sviluppato per poter offrire i reali benefici alle giovani generazioni e – pertanto – ad un paese intero.

 

*Dottorato di ricerca, Università di Ljubljana, Slovenia.

  
[1] Credo che nell’analisi della crisi contemporanea, per quanto singolare essa sia, è indispensabile fare un paragone con le crisi del passato; in particolare, un richiamo agli interventi di politica economica proposti da alcuni illustri economisti del passato. Importanti analisi sulle crisi e sulle depressioni economiche nonchè le relative proposte in materia di politica economica, furono trattate da autori come John Maynard Keynes, Michal Kalecki, e Bertil Ohlin nella prima metà del secolo scorso. Le loro analisi furono in seguito sviluppate da James Meade, Paul Samuelson, e  James Tobin, per citare solo alcuni.
[2] Si veda, a questo proposito, la newsrelease dell’Eurostat 109/2009 del 23 Luglio 2009, che riporta un titolo eloquente: Five million young people unemployed in the EU27 in the first quarter 2009.
 [3] Brollo, Marina (2005) Il difficile e tardivo incontro tra giovani e lavoro. Scrive in merito la Brollo: “ai giovani, in quanto soggetti deboli, si attribuiscono trattamenti peggiorativi per aumentare la spinta allocativa del mercato del lavoro e per incentivare le imprese ad assumerli. Così, per il giovane la garanzia del diritto al lavoro implica una diminuzione del suo diritto del lavoro.
 [4] Tali differenze meriterebbero piuttosto una dettagliata analisi assestante.
 [5] In: Brucchi Luchino (2005) Per un’analisi critica del mercato del lavoro, Bologna: il Mulino. Cap. 6. Si tratta di una raccolta di saggi sul mercato del lavoro con una serie di analisi teoriche e applicate. In realtà, “Brucchi Luchino” è uno pseudonimo che riunisce alcuni economisti del lavoro italiani,che insegnano (o hanno insegnato) presso le Università Cattolica e Statale di Milano, l’Università di Padova, e l’Istituto universitario europeo di Fiesole, oppure all’estero.
 [6] Bianchi, Marcello et al. (2005) Proprietà e controllo delle imprese in Italia. Alle radici delle difficoltà  competitive della nostra industria. Bologna: Il Mulino.
 [7] Fonteyne, Wim (2007) Cooperative Banks in Europe: Policy Issues. IMF Working Paper 07/159.
 [8] Si veda ad esempio l’articolo di Coda e Russo (2003) Fisiologia e patologia nella creazione di valore; oppure la discussione in Beretta-Zanoni, Andrea e Campedelli, Bettina (2007) Economia dell’impresa: governo e controllo. Bologna: il Mulino.
 [9] Per i lettori più giovani e meno esperti, vorrei precisare che si tratta dell’economista scozzese Adam Smith (1723-90), che fu Professore di logica e filosofia morale a Glasgow. Tra le sue opere più significative si può citare il saggio Sulla ricchezza delle nazioni (The Wealth of Nations), i cui capitoli iniziali sono dedicati all’argomento della divisione del lavoro. Purtroppo, le idee di Smith non sempre sono state interpretate con la cura che meriterebbero.
 [10] Sapelli, Giulio (2007) Etica d’impresa e valori di giustizia. Bologna: Il Mulino.

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