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Questione meridionale, reti clientelari e sviluppo economico

Pubblicato il 31 Dicembre 2013 da admin

La questione meridionale pesa come un macigno sulle riflessioni dedicate allo sviluppo socioeconomico nazionale, eppure la si affida spesso al silenzio. Il sud è stato interpretato ora  come “vincolo”, ora come “risorsa”, o - per ricorrere ad un’altra frequente contrapposizione - ora come “condizione”, ora come “funzione” dello sviluppo. Fatto sta che gli strumenti analitici ed interpretativi che si sono succeduti nei 150 anni unitari sembrano oggi inefficaci a cogliere l’attualità della quistione (come dicevano i primi meridionalisti). Le motivazioni sociali, economiche e politiche che forgiano le condizioni meridionali odierne appaiono lontane dall’essere indagate a fondo: le teorie e gli strumenti d’osservazione utilizzati, restituiscono un’immagine del mezzogiorno sempre più sfocata: le tendenze del cambiamento sociale e della crescita economica sono lette dal maintream in modo incompleto e inappropriato[1]. In questa situazione è comprensibile che ci si rivolga al passato con una certa nostalgia[2]. Ma perché il dibattito di allora – quando le scienze sociali avevano a che fare con teorie e paradigmi forti – era “superiore”? Probabilmente perché le correnti storiche che si sono poste il problema del sud, sia liberali (Croce, Chabod, Romeo) che marxiste (Gramsci, Sereni, Daneo), avevano ben chiaro che la questione non poteva che essere letta in relazione alle trasformazioni dello sviluppo capitalistico nazionale. Al centro delle analisi stava il legame mezzogiorno – sviluppo capitalistico; a partire da questo rapporto venivano ricercate le cause, le conseguenze e le possibili soluzioni del dualismo che accompagna l’Italia dalla sua costituzione[3]. In questa prospettiva l’intervento pubblico rappresenta la faccia politica della formazione del moderno capitalismo industriale, che si è avuta  in modo antagonistico come sottolinea Rosario Romeo :

«[C]on la tariffa del 1887, non solo venne ripreso sotto nuova forma quel processo di sfruttamento dell’agricoltura a vantaggio dell’industria e della città in genere, che nei primi decenni dell’unità era avvenuto essenzialmente attraverso il fiscalismo statale e il contenimento dei consumi rurali; ma vennero generalmente aggravati e approfonditi i caratteri antagonistici del processo attraverso il quale si era compiuta l’Unità nazionale, tra città e campagna, tra Nord e Mezzogiorno. E volle dire, tutto questo, accentuazione non solo della inferiorità economica del sud, ma anche del suo scadimento sociale e civile, e della miseria e della sofferenza delle genti meridionali, che avrà la sua espressione più vistosa nel grande dramma dell’emigrazione, ma che si rinnova ogni giorno nella vita di tanti borghi e città, o pseudocittà, sparse per le assolate campagne del sud. …  Ma accanto e al disopra di tutto questo e giocoforza ricordare che, proprio in virtù del sacrificio imposto per tanti decenni alla campagna e al mezzogiorno un paese povero di territorio e di risorse naturali e sottoposto ad una fortissima pressione demografica come l’Italia è riuscito, unico tra quelli dell’area mediterranea, a creare un grande apparato industriale e una civiltà urbana altamente sviluppata»[4].

Le relazioni antagonistiche caratterizzano anche l’altro “passaggio” cruciale del capitalismo nazionale, quello del secondo dopoguerra. Anche qui nel giro di pochi anni un nuovo processo d’accumulazione investì il Mezzogiorno: la produzione agricola aumentò incredibilmente, di pari passo con il rivoluzionamento delle tecniche produttive e dei rapporti sociali tradizionali.

Il modello preso a riferimento per compiere e legittimare il “decollo” verso l’industrializzazione fu quello della modernizzazione - una teoria dominante nelle scienze sociali occidentali, che ha rappresentato per decenni il modo “corretto” di leggere i cambiamenti socioeconomici a livello globale. Ancor prima, la modernizzazione è stata una politica di sviluppo, un modo di comandare sugli stati e le popolazioni attraverso l’esportazione del processo d’accumulazione laddove non si era ancora compiuto nei termini industriali moderni. Secondo la celebre nota di Talcott Parsons, i modernizzatori erano convinti che «la modernità nasce sulle ceneri della tradizione»; e contro le tradizioni lottarono per mezzo del mercato e della democrazia delegata, nei paesi fuoriusciti dal conflitto bellico come nei paesi di nuova indipendenza, come nelle aree arretrate interne a paesi avanzati, ancora soggette a modi di produzione e tecniche produttive pre-industriali. In modo schematico: la modernizzazione concepiva (e concepisce) lo sviluppo come un processo unico e valido per tutti i sistemi sociali.

Nello specifico del Mezzogiorno la modernizzazione prese inizialmente le mosse dalla teoria economica dello “sviluppo equilibrato”. Secondo questa impostazione per impiantare una qualsiasi industria – e per far sì che questa produca i risultati attesi – oltre ai capitali investiti nell’impianto necessitano altri capitali da investire nella “tonificazione” dell’ambiente. Nel primo decennio dei piani di sviluppo le programmazioni si concentrarono su queste migliorie e mostrarono da subito una straordinaria capacità di trasformazione: il mezzogiorno tradizionale cessa di esistere, mentre comincia a prendere fisionomia, sulla base riproduttiva della pubblica amministrazione e dei servizi, un nuovo Mezzogiorno cittadino nel quale il governo politico nazionale (che stabilisce le direzioni dei flussi monetari e finanziari) ed i poteri locali (che stabiliscono i beneficiari dei flussi) la fanno da padrone.

I mutamenti generati dall’intervento straordinario impongono, sul finire degli anni cinquanta, un cambio di prospettiva: in questo periodo si mette in soffitta l’approccio dello sviluppo equilibrato e comincia il periodo dello “sviluppo squilibrato”. Questa seconda versione teorica della modernizzazione sosteneva che il processo d’industrializzazione si sarebbe diffuso dai “punti alti” (dove cioè erano già presenti realtà industriali attive) verso gli altri territori. Il “piano” del resto dopo i primi sette anni divenne uno strumento clientelare a tutti gli effetti. Fu subito evidente, in questo senso, la particolare duttilità che aveva nel combinare la stabilità elettorale e la pace sociale. Lo sviluppo economico venne allora subordinato al progetto di mediazione politica e gli obiettivi realmente perseguiti divennero altri rispetto a quelli realmente praticati. Non è un caso, come ricorda Augusto Graziani, che i poli di sviluppo effettivi furono tre o quattro, mentre sotto il profilo amministrativo, tra aree e nuclei, ne sorsero almeno un centinaio.

Dagli anni ’70 la sovra-determinazione politica degli obiettivi di sviluppo economico fu progressiva e, nel decennio successivo, diventò totale: con sempre maggiore ostinazione venne perseguita una politica di sussidi ed assistenza ed abbandonato il sostegno agli investimenti produttivi.

Oggi che l’ equazione “industria=sviluppo economico” non è più cosi nitida, è ancora più importante mettere a fuoco il rischio della gestione clientelare. Rispetto al passato le reti locali di potere nel meridione sono più deboli, proprio perché non hanno a che fare solamente con piani nazionali di sviluppo ma sono costrette a rapportarsi con una dimensione sovranazionale verso la quale non hanno la stessa aderenza. Se fino agli anni ‘80, infatti, tali reti sono riuscite “straordinariamente” bene a coniugare gli interessi dei poteri locali con quelli statali - garantendo coesione sociale, governabilità del territorio e stabilità elettorale - con la fine dell’intervento straordinario, l’instaurarsi della seconda repubblica e la nuova dimensione europea, le cose in parte cambiano. Nuovi attori, nuove regole, e soprattutto il fatto di non avere più una “cassa” alla quale attingere, hanno causato una serie di problemi sconosciuti a chi, abituato a muoversi con disinvoltura nella acquisizione e gestione dei trasferimenti nazionali, si è trovato imbrigliato nei vincoli per l’utilizzo dei fondi strutturali per le aree obiettivo 1. Dal decennio ’90 le reti clientelari sono state costrette a diventare più selettive, a riorganizzarsi in molte funzioni e attività, a ricalibrare alcune azioni al fine di ridurre le complessità del nuovo corso. In questa nuova stagione, solitamente, sono cambiati i contesti e le modalità della politica clientelare, raramente i contenuti e i soggetti dello scambio[5].

Riproporre un piano di sviluppo nazionale senza aver prima affrontato questo groviglio sortirebbe l’effetto di ridare linfa e fiato alle reti clientelari (politico, imprenditoriali, sociali) che, seppur affiacchite, sono ancora salde nei posti nevralgici della società meridionale. Esse sono diventate moderne a modo loro, senza nulla cedere ai valori universalistici che – secondo il mainstream - avrebbero dovuto ispirare le loro azioni. E’ in questo ambito che bisogna determinare una modernizzazione. Siamo ancora in un periodo nel quale, per dirla con Augusto Graziani: «i nemici peggiori dello sviluppo produttivo del Mezzogiorno si trovano nel Mezzogiorno stesso»[6].

Nei fatti, dopo un quarantennio di modernizzazione, il sud non è più un’area arretrata nel senso classico dell’espressione: il sud è globalizzato, è finanziarizzato, ed allo stesso tempo è rimasto neofeudale. Costruire un intervento politico segnalando la «necessità di una modernizzazione industriale del Mezzogiorno» presuppone una riflessione approfondita sulle caratteristiche del paradigma tecno-economico oggi dominate. Un piano di sviluppo del Mezzogiorno, oggi, dovrebbe essere formulato a partire da quei settori altamente innovativi, definiti in gergo della “conoscenza”; ma soprattutto dovrebbe essere in grado di mobilitare le soggettività meridionali che dalla grande trasformazione in poi sono incessantemente cresciute. Si tratta di una forza lavoro prevalentemente cognitiva, mobile, flessibile ed altamente cooperativa che, non di rado, è divenuta imprenditrice di se stessa. Un piano dovrebbe predisporre il coinvolgimento di queste soggettività, puntare sulla loro coalizione, sperimentare modalità organizzative innovative, incentrate sulla cooperazione sociale, che si tratti di forme giuridiche  associative, cooperativistiche o imprenditoriali.

[1] Un esempio può essere quello del capitale sociale che è stato utilizzato in analisi (sia micro che macro) del Mezzogiorno italiano, dove è stato utilizzato come categoria indicativa delle potenzialità di sviluppo. Da un esercizio svolto per indagare le capacità analitiche ed interpretativa del “nuovo” concetto è emerso che, dal punto di vista metodologico, il capitale sociale è del tutto inutile a discriminare i processi di mutamento sociale che intende spiegare. Come spesso accade agli approcci innovativi - in questo caso alla rielaborazione struttural funzionalista nord americana di un concetto fondamentale della critica scientifica e politica europea dei secoli scorsi - ci si trova davanti un grande contenitore che comprende numerosi fenomeni contrastanti ed ambivalenti, che possono favorire i processi di sviluppo o pesantemente bloccarli. Cfr. F.M. Pezzulli, “Il Capitale sociale: una potenzialità di sviluppo del Mezzogiorno?” in Daedalus. Quaderni di storia e scienze sociali, n. 18, 2003 - 2004.
[2] Cfr. C. Vita, “Il dualismo Nord – Sud fa passi indietro nella storia”, in economiaepolitica del 09 novembre 2013
[3] Il dualismo è stato un tema costante del meridionalismo. Il concetto non è sinonimo di divario economico, in quanto considera l’Italia composta da due economie (due società) differenti ma non separate. In tal senso, il dualismo serve per individuare le differenze tra sud - centro - nord sulla base dei principali indicatori economici ma ha principalmente un significato politico, volto ad individuare e spiegare il nesso (economico politico) che le unisce e le tiene insieme, nonostante una parte subordini e sia antagonista di un’altra.
[4] R. Romeo, Risorgimento e Capitalismo, Laterza, Bari 1978. cit. pag. 179-180.
[5] Corte dei conti corruzione.
[6] Augusto Graziani, I conti senza l’oste. Quindici anni di economia italiana, Bollati Boringhieri, Torino 1990. Cit. pag. 161.

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La politica industriale europea tra l’austerity e gli obiettivi del 2020

Pubblicato il 13 Febbraio 2013 da admin

1. Pur nei limiti dell’impostazione economica e culturale della Commissione Europea[1], l’UE ha proposto delle linee di politica industriale. All’inizio con il libro bianco di Delors, poi con la strategia di Lisbona (2000), con risultati in chiaro scuro, e recentemente con Europa 2020.

La crisi del 2007 ha modificato molte consuetudini e cliché culturali. Cresce la consapevolezza di dovere affrontare sfide inedite in termini di competitività, difesa ambientale, risorse energetiche e conoscenza; la Commissione prepara una comunicazione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni dal titolo “Una politica industriale integrata per l’era della globalizzazione. Riconoscere il ruolo centrale di concorrenzialità e sostenibilità[2]”. L’Europa definisce lo scenario di lungo periodo, mentre i programmi comuni operano in una logica di network continentali (anche in competizione tra loro); gli Stati nazione orientano la politica della ricerca e dell’innovazione; le autorità regolano-controllano la concorrenza nel mercato; gli enti locali creano le condizioni ambientali favorevoli per lo sviluppo.

Sono due i principali terreni d’intervento: il primo è legato alla conoscenza[3]; il secondo è legato alla tutela del mercato[4]. Questi tratti di politica industriale sono rafforzati con il vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles dell’11-12 Dicembre del 2008 e, recentemente, dal progetto “A Stronger European Industry for Growth and Economic Recovery”[5]. Pur nell’autonomia degli Stati, le misure per affrontare la crisi devono agire sull’innovazione tecnologica per far fronte alla sfida energetica e ambientale.

All’interno di questo scenario economico, si inserisce il progetto di bilancio europeo 2014-2020[6]. La proposta di bilancio risente gravemente delle politiche d’austerità adottate dall’insieme dei paesi di area euro, anche se vi è una ridefinizione interna degli stanziamenti che porta ad una crescita del 37% per quelli dedicati alla crescita e al lavoro (che passano così dal 9% al 12% del bilancio complessivo). Certo, una inversione apprezzabile, ma del tutto insufficiente per realizzare gli obiettivi di Europa 2020 e la sottesa politica industriale, proprio perché in un quadro complessivo di politiche fiscali restrittive.

 

Inoltre, le politiche industriali europee hanno un limite: le diverse specializzazioni produttive dei singoli Paesi, che si amplificano con la moneta unica; a parità di condizioni (finanziarie e monetarie), sono proprio le politiche industriali pubbliche, la presenza di un tessuto produttivo privato innovativo e non ostile, a governare i cambiamenti tecnologici e condizionare le traiettorie dello sviluppo e la dinamica strutturale. In altri termini, i Paesi che hanno costruito e consolidato dei sistemi nazionali d’innovazione[7] capaci di fare ricerca e sviluppo, hanno anche saputo governare l’evoluzione delle componenti della domanda effettiva, producendo i beni necessari per le esigenze di una struttura produttiva e di consumo sempre più fondata su beni e servizi ad alto contenuto tecnologico, riducendo gli investimenti sul Pil, ma rafforzando la struttura di ricerca e sviluppo[8].

2. “L’Europa ha bisogno di invertire il declino industriale”, questo è l’incipit della comunicazione “A stronger european industry for growth and economy recovery” della Commissione al Parlamento europeo e alle altre istituzioni europee[9]. L’obiettivo dichiarato è quello di portare la produzione industriale dal suo livello attuale, intorno al 16% del Pil, al livello del 20% entro il 2020. Questa sarebbe l’unica via per conseguire uno sviluppo sostenibile e un lavoro ad alto valore aggiunto per affrontare le sfide sociali che si affacciano. Una sfida che deve essere risolta via investimenti, innovazioni e crescita della competitività, soprattutto nelle clean technologies che condizioneranno tutti i settori produttivi manifatturieri. L’impianto generale è mutuato da Europa 2020, con 6 particolari priorità, che si fondano su energia verde, trasporti eco-compatibili, nuovi metodi di produzione, nuovi materiali e sistemi di comunicazione sempre più avanzati. Viene dichiarato che “una base industriale più ampia è essenziale per una Europa più ricca e di successo”, nella quale “gradualmente la competitività sarà meno dipendente dalla dinamica dei differenziali salariali”. Molta enfasi viene posta sul ruolo della formazione professionale e sull’obiettivo di un un tasso di occupazione del 75% da raggiungere sempre al 2020[10].

La Commissione individua sei priorità dell’industria manifatturiera, da sviluppare entro il 2020, che intercettano le principali aree di sviluppo economico e tecnologico:

a. Le tecnologie avanzate per la produzione pulita intercettano un mercato promettente, stimato dalla Commissione in 750 mld di euro. I principali campi-settori di produzione sono legati all’utilizzo di beni strumentali ad alta efficienza energetica e utilizzo di materiali, legati profondamente a modelli commerciali sostenibili, che devono convergere verso il recupero dei materiali, calore e dispersione di calore. L’Europa (in realtà alcuni Paesi europei) rappresenta il 35% del mercato internazionale e quasi il 50% dei brevetti industriali;

b. Le tecnologie abilitanti fondamentali (KETs) hanno un mercato potenziale tra i 646 mld e 1 trilione di euro. Si tratta di micro e nanoelettronica, materiali avanzati, biotecnologia industriale, fotonica, nanotecnologie e sistemi avanzati per la manifattura. Ora rappresentano quasi l’8% del PIL europeo e coprono il 30% del mercato internazionale. Il vero nodo dell’industria europea è quello dell’industrializzazione della propria ricerca e sviluppo;

c. I prodotti provenienti da fonti rinnovabili presentano diversi vantaggi per l’industria e le ricadute ambientali. Infatti, i bio combustibili hanno dei vantaggi rispetto ai combustibili fossili: consumano meno energia, emettono meno anidride carbonica e composti organici volatili e producono meno rifiuti tossici. La Commissione stima un mercato di 40 mld di euro e potrebbe realizzare 90.000 nuovi posti di lavoro solo nella biomedicina. I principali settori sono la bioplastica, biolubrificanti, biosolventi, biochimica, ecc.;

d. La modificazione dei processi industriali e la riqualificazione dell’edilizia pubblica e privata, compreso il recupero delle materie prime, permetteranno di tagliare la bolletta energetica dell’Europa. Infatti, queste strutture utilizzano il 40% dell’energia Europa. Potenzialmente è un mercato da 35 mld di euro annuo. La Commissione propone di rafforzare gli standards (edilizi e dei processi di produzione) per influenzare l’offerta dei beni necessari per conseguire i risultati attesi;

e. Le predisposizioni di navi e veicoli sostenibili-ecologici condizioneranno lo sviluppo e la riconversione d’intere filiere produttive e infrastrutturali. I veicoli ibridi ed elettrici rappresenteranno almeno il 7% del mercato, per lo più concentrato nei mercati a capitalismo avanzato, condizionando la catena del valore industriale, dei modelli di business, nuove abilità dei consumatori, come d’infrastrutture adeguate[11];

f. Le reti intelligenti presuppongono lo sviluppo d’infrastrutture adeguate, legate alla rete elettrica, alla capacità di stoccaggio e bilanciamento dell’energia, con un mercato potenziale di 480 mld di euro per il 2035. Si tratta di riconfigurare una parte della produzione di elettrodomestici, caldaie, e altre soluzioni che configurano un uso appropriato dell’energia.

3. Insomma, Europa 2020 individua alcuni importanti obiettivi: la conoscenza e il suo uso a fini ambientali, la crescita economica senza emissioni di carbonio e l’impiego accurato delle risorse, l’efficacia sul piano dei costi sull’intero ciclo di vita dei beni e servizi. E per molti aspetti si tratterebbe di obiettivi perseguibili. Se la tecnologia Ict, che aveva un retroterra (militare) robusto, ha raggiunto il 7% del PIL, la green economy potrebbe effettivamente raggiungere i risultati definiti dalla Commissione. Ma vi è una profonda contraddizione tra le politiche industriali che servirebbero all’Europa e il quadro di regole di politica fiscale restrittiva – insomma l’austerity – entro cui tutto ciò dovrebbe svolgersi. Senza una svolta espansiva e l’abbandono delle politiche di austerità gli obiettivi di Europa 2020 resteranno sogni nel cassetto.

[1] Mario Sarcinelli, 2010, “Europa 2020”, nuovo governo economico e ri-regolamentazione finanziaria: incentivi o vincoli alla crescita, Moneta e Credito, vol. 63 n. 252, 291-324, pp. 292-293.
[2] Bruxelles, xxx, COM (2010) 614; SEC (2010) 1272; SEC (2010) 1276.
[3] Secondo la Commissione l’innovazione  svolge un ruolo fondamentale per la crescita e la produttività. In particolare, nell’uso efficiente dell’innovazione nell’energia e nei materiali, nei processi produttivi e nei servizi. Sono le cosiddette tecnologie legate alla biotecnologia industriale, le nanotecnologie, i materiali avanzati, la fotonica, la micro e la nanoelettronica e i sistemi di fabbricazione avanzati, la base per un’ampia gamma di nuovi processi, beni e servizi.
[4] Da qui le politiche volte a osteggiare i cartelli industriali e gli aiuti di stato, unitamente ad un forte ridimensionamento delle imprese pubbliche che operano nel e per il mercato.
[5] European Commission, Brussels, 10 ottobre 2012, COM(2012) 582 final.
[6] Consiglio Europeo dell’8 febbraio 2013.
[7] Per sistema nazionale d’innovazione intendiamo un sistema d’imprese, strutture creditizie e finanziarie, strutture istituzionali pubbliche, organizzazioni dei lavoratori, strutture istituzionali informali, norme e consuetudini all’interno di uno stesso contesto nazionale, in grado di costituire un insieme di dotazioni tecniche, di processi di apprendimento e di relazioni volte a modificare la struttura produttiva e la domanda di beni e servizi, sino a determinare le condizioni per un salto di paradigma tecnologico.
[8] A titolo esemplificativo riportiamo i seguenti dati riferiti a Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, USA, Giappone e Canada: per tutte le destinazioni della produzione, si registra una crescita della quota high tech, per i beni strumentali la media high tech, sul complesso delle esportazioni manifatturiere, è passata dal 26,98% del 1961-65 al 44,38% del 2006; per i beni intermedi la percentuale high tech passa dall’8,65% al 26,02%; per i beni di consumo la quota percentuale passa dal 12,96% al 29,30%. Cfr.  Daniela Palma e Stefano Prezioso, 2010, “Progresso tecnico e dinamica del prodotto in una economia “in ritardo””,  Economia e Politica Industriale, Vol. 37, No. 1, pp. 33-64.
[9] European Commision, Brusseles, 10/10/2012, COM (2012) 582 final.
[10] Si tratterebbe di creare non meno di 16 mln di nuovi posti di lavoro.
[11] Si pensi alle ricariche delle auto elettriche. La possibilità di ricaricare un’auto elettrica via spina è non solo lunga, ma disarmante per il mercato. In realtà si potrebbe anche pensare a un cambio di batteria che velocizzerebbe l’operazione.  

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La grande industria abita ancora il Mezzogiorno

Pubblicato il 19 Gennaio 2009 da admin

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad appellarsi, diano prova di coerenza scientifica e di non contraddittorietà politica rispetto alle istanze del lavoro subordinato. Ma soprattutto siamo convinti che in generale si debba cercare di  uscire dalla contrapposizione tra un industrialismo lesivo dell’ambiente e un anacronistico ambientalismo antindustrialista. Sebbene ancora molto sia il lavoro da fare in tal senso, negli articoli qui presentati si individuano alcuni passi nella giusta direzione. Il nostro auspicio è che la loro pubblicazione possa dare avvio a un dibattito teso concretamente, e finalmente, alla individuazione di una “sintesi” tra le diverse visioni. (La redazione).

 

 

Un’associazione ambientalista di Taranto ha chiesto di recente al Comune di indire un referendum cittadino per giungere alla chiusura dell’intero stabilimento siderurgico, o almeno della sua area a caldo, a causa del forte impatto ambientale dell’impianto ove, peraltro, il Gruppo Riva sta realizzando da anni massicci investimenti per contenerlo. Si vorrebbe così puntare nel capoluogo ionico ad uno sviluppo fondato in larga misura su mitilicoltura, turismo, artigianato, servizi e commercio, avviandovi una pesante deindustrializzazione che colpirebbe una delle maggiori concentrazioni industriali del Paese e del Mediterraneo e svaluterebbe nei fatti l’impegno profuso da lungo tempo da Istituzioni, sindacati, imprese e centri di ricerca per contenere, con l’impiego di tecnologie avanzate, le ricadute nocive dei vari insediamenti sull’ecosistema cittadino.

Ora, la recessione che colpisce il Paese non risparmia certo il Meridione, ma mentre vi sono ormai in declino i ‘protodistretti’ di pmi - che qualche economista aveva immaginato che potessero trainare la crescita del Sud [1] e che invece sono stati interessati nell’ultimo settennio da ristrutturazioni selettive - restano tuttora punti di forza i grandi stabilimenti di gruppi industriali settentrionali ed esteri, pubblici e privati, che vi si sono localizzati dai primi anni Sessanta del ’900, e che fra il 1996 e il 2007 hanno realizzato massicci investimenti per ampliamenti e ammodernamenti di impianti, incrementandovi spesso anche l’occupazione [2].

Si passeranno rapidamente in rassegna alcuni comparti manifatturieri pesanti e mediopesanti, l’ICT, il transhipment e la portualità dei terminal container, escludendo per ragioni di spazio l’industria leggera – agroalimentare, tac e legno-mobilio  –  che pure vanta diffuse presenze di aziende italiane ed estere.

Oggi la più grande fabbrica d’Italia per dipendenti diretti (13.346 + 3.100 nell’indotto) è proprio il gigantesco impianto siderurgico a ciclo integrale dell’Ilva di Taranto che, superando per i suoi occupati la stessa Fiat Auto a Mirafiori, è anche il maggior stabilimento del settore in Europa. Inoltre ben oltre la metà della capacità di raffinazione petrolifera del Paese è nel Mezzogiorno con 5 raffinerie in Sicilia, 1 a Taranto, mentre la più grande d’Italia è in esercizio a Sarroch nel Cagliaritano (1.000 addetti diretti + 3.000 nell’indotto), della Saras (famiglia Moratti), impianto che è anche il maggiore del Mediterraneo ed uno dei sei supersites d’Europa. Dei cinque impianti di cracking in Italia per la produzione di etilene. ben 4 sono nel Sud e quello di Priolo (SR) è il più grande e fra i maggiori del continente.

I pozzi petroliferi in Basilicata, i maggiori on-shore d’Europa, creano nella regione un indotto di 1.500 unità. Nella chimica fine operano fra gli altri nel Mezzogiorno i gruppi farmaceutici mondiali della: 1) Sanofi Aventis con 2 impianti a L’Aquila e Brindisi; 2) Serono Merck a Bari; 3) Novartis nel Napoletano con 412 addetti diretti; 4) Wyet Wederle a Catania con 1.000 occupati diretti.

Nei settori dell’auto e dell’automotive, oltre il 50% della capacità produttiva di automobili e di veicoli commerciali leggeri del Gruppo Fiat è insediata nei grandi stabilimenti della Sevel ad Atessa (CH) (6.300 addetti diretti, 700 interinali e oltre 3.000 nell’indotto); dell’Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco (NA) (5.000 diretti, più 5.000 nell’indotto); della Fiat Sata a Melfi (PZ) (5.200 diretti e 3.000 nell’indotto di primo livello); della Fiat auto a Termini Imerese (PA) (1.500 addetti diretti più 400 nell’indotto). Il Gruppo Fiat ha anche altri grandi stabilimenti a Sulmona, Termoli, Napoli (2), Pratola Serra e Flumeri (AV), Foggia, Bari, Lecce dove produce componentistica, motori, autobus e macchine movimento terra: ad essi si aggiungono quelli della Ergom, di recente acquisita dal Gruppo torinese. A Bari è in esercizio un polo di componentistica per auto con gli imponenti impianti dei Gruppi Bosch (2.350 addetti), Firestone (1.000) Getrag (750), Magneti Marelli (731), Graziano Trasmissioni, Skf  e il loro indotto.

Nell’aerospaziale uno dei più grandi poli d’Italia è nell’area di Napoli, seguita da quelli di Brindisi, Foggia e Grottaglie (TA). Nel settore energetico a Brindisi esiste la più potente centrale termoelettrica d’Italia – insieme a quella di Porto Tolle nel Veneto – di proprietà dell’Enel, da 2.640 MW, con 470 addetti diretti e 800 nell’indotto. La Puglia è la seconda regione alle spalle della Lombardia per energia da combustibili fossili e la prima per quella da fonte eolica. Oltre all’Enel, operano nel Sud i maggiori gruppi energetici italiani come Edison, Sorgenia, Enipower ed esteri come British gas, Endesa-Eon, Atel, Gas Natural, con centrali a turbogas, a olio combustibile, eoliche e distribuzione di gas in reti urbane.

Nell’ICT esistono i poli mondiali della STMicroeletrocnics a Catania con 4.600 addetti diretti, in quella che è nota come l’Etna Valley; della Micron ad Avezzano (AQ) con 2.000 addetti diretti; della Ericsson a Marcianise; della bioinformatica nel Cagliaritano, mentre in Sardegna è nata anche la Tiscali di Renato Soru.

La Campania è la terza regione d’Italia per produzione di elettrodomestici con 2 siti della Indesit nel Casertano, della Whirpool a Napoli - con 18 aziende dell’indotto - e della Siltal sempre nel Casertano. La più grande fabbrica d’Italia di aerogeneratori per energia eolica è a Taranto ed è della multinazionale danese Vestas, leader a livello mondiale nel settore, con 600 addetti diretti nella città ionica e 1.000 nell’indotto. Nel Meridione inoltre esistono grandi stabilimenti pubblici e privati produttori e manutentori di materiale rotabile ferroviario della AnsaldoBreda a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, del Gruppo Firema a Caserta e delle Ferrovie dello Stato a Foggia.

Massiccia è anche la presenza di cementerie dei 4 grandi gruppi nazionali Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem, Cementir, con le loro aziende di calcestruzzi, e di impianti di produttori minori. Da segnalare inoltre le numerose fabbriche della pugliese Fantini-Scianatico, fra i maggiori fornitori italiani di laterizi con stabilimenti anche all’estero. Nella prefabbricazione pesante spiccano gli impianti in Puglia della piacentina RDB, il primo produttore italiano del comparto. Esistono inoltre tre grandi poli navalmeccanici a Castellammare di Stabia (Na), a Palermo – questi due controllati dalla Fincantieri - e nel Messinese dove opera, fra le altre la Roqriquez del Gruppo Immsi di Roberto Colaninno. A Taranto è in esercizio il più grande Arsenale della Marina Militare Italiana con 1.700 addetti, insieme a quello di La Spezia. Nell’area di Napoli inoltre si concentrano 80 produttori di nautica da diporto, mentre un altro polo del settore è a Messina ed un altro in via di sviluppo a Manfredonia (FG).

Sempre nell’area del capoluogo campano esiste una delle maggiori concentrazioni di armatori d’Europa, con società leader a livello mondiale in alcuni segmenti di transhipment come il Gruppo Grimaldi per i rotabili e la MSC dell’imprenditore sorrentino-ginevrino Aponte che, oltre ad essere fra i maggiori nel settore crocieristico, è il secondo al mondo nella movimentazione via mare di container. Il più grande porto container del Mediterraneo per TEUs movimentati nel 2007 è a Gioia Tauro; altri quattro di rilevante capacità sono a Taranto, Cagliari,  Salerno e Napoli. Il secondo scalo d’Italia dopo Genova, per traffico di materie prime e beni finiti, è quello industriale di Taranto che ha superato Trieste.

La maggior parte delle grandi industrie citate è tuttora concentrata nei poli di Chieti-San Salvo, Termoli, Napoli Pomigliano d’Arco, Foggia-Incoronata, Bari-Modugno, Brindisi, Taranto-Massafra-Grottaglie, Catania, Palermo-Termini Imerese, Priolo-Augusta-Melilli, Gela, Sarroch-Cagliari, Sulcis Iglesiente Portovesme, Porto Torres [3]. Ad essi si affiancano siti manifatturieri più recenti come Atessa, Melfi, Lecce-Surbo, Gioia Tauro, ma anche aree di più antica industrializzazione, diffuse in varie regioni meridionali, che non hanno tuttavia acquisito la forza propulsiva delle grandi zone industriali.

Nel Sud dunque si localizzano settori strategici dell’industria italiana - con attività nell’indotto - con i quali il Paese compete e difenderli sul mercato significa difendere segmenti portanti dell’industria nazionale. Emerge poi il ruolo strategico in taluni comparti e in certe aree di grandi impianti di Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Poligrafico dello Stato, restituiti a piena efficienza: pertanto in essi tali presenze pubbliche andrebbero salvaguardate. Da tali poli può ripartire una rinnovata strategia di industrializzazione nell’interesse del Paese.

 

*Professore di Storia dell’industria nell’Università di Bari.


[1]
Cfr. G.Viesti, Mezzogiorno dei distretti, Donzelli, Roma, 2001.
[2]
Cfr. F.Pirro-A.Guarini, Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007 con prefazione di Luca di Montezemolo, Cacucci, Bari, 2008. Vi si riportano molti dati inediti.
[3]
Dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento essi furono individuati dalle politiche governative di programmazione come aree trainanti della crescita del Mezzogiorno in virtù di fattori attrattivi sotto il profilo geografico e spesso per le loro preesistenti tradizioni industriali.

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