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I giovani, gli altri poveri e la crisi

Pubblicato il 31 Luglio 2010 da admin

A metà luglio l’Istat ha pubblicato il consueto bollettino annuale[1] sulla povertà relativa ed assoluta nel nostro paese con riferimento al 2009. Il bollettino di quest’anno è di particolare interesse perché ci consente di capire come ha inciso la crisi economica sulle famiglie italiane e, in particolare, su quelle prossime alla condizione di povertà. Tra i dati che emergono dal rapporto ve ne sono alcuni che confermano tendenze consolidate, su cui si è già discusso in passato[2], e altri che invece ne segnalano di nuove sulle quali intendo soffermarmi.

Tra le prime si possono inscrivere: la geografia della povertà che vede nel Mezzogiorno[3] il territorio a maggior concentrazione di famiglie povere sia in termini relativi, sia in termini assoluti (le famiglie povere meridionali sono quattro volte di più della media nazionale); la relazione positiva tra numerosità del nucleo familiare e rischio povertà (a famiglie più numerose si associa maggiore rischio di povertà); e quella tra titolo di studio e povertà (il rischio di povertà è associato in maniera inversa al titolo di studio della persona di riferimento: maggiore rischio per minore istruzione).

Tra le tendenze che segnano delle novità ve ne sono alcune su cui vale la pena soffermarsi. Si tratta dell’aumento dell’incidenza[4] della povertà tra le persone giovani; dell’aumento dell’incidenza della povertà tra le famiglie di operai; della riduzione dell’incidenza della povertà tra i lavoratori autonomi; dell’aumento dell’intensità[5] della povertà assoluta.

Da un punto di vista metodologico l’Istat definisce “relativamente povere” quelle famiglie che si collocano al di sotto di una “linea di povertà” definita in termini di consumi medi pro capite.Nel 2009, la linea di povertà relativa è risultata pari a 983,01 euro[6], circa 17 euro inferiore a quella del 2008, in ragione del fatto che la spesa per consumi ha mostrato, tra il 2008 ed il 2009, una flessione in termini reali, particolarmente evidente tra le famiglie con livelli di spesa medio-alti, contribuendo ad abbassare la spesa media complessiva e quindi la linea di soglia.Un’ulteriore soglia viene definita per distinguere la povertà relativa dalla povertà assoluta.La stima dell’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

Stando a questi parametri, nel 2009 le famiglie in condizioni di povertà relativa risultano essere 2 milioni 657 mila, rappresentando il 10,8% delle famiglie residenti: si tratta di 7 milioni 810 mila individui poveri, il 13,1% dell’intera popolazione. Se a queste famiglie si aggiungono quelle definite dall’Istat “quasi povere”, ovvero molto prossime alla soglia, si raggiunge un’incidenza superiore al 20% delle famiglie residenti.Allo stesso modo, applicando il parametro di povertà assoluta, si possono contare 1 milione e 162 mila famiglie (il 4,7% delle famiglie residenti) in condizione di povertà assoluta per un totale di 3 milioni e 74 mila individui (il 5,2% dell’intera popolazione).

Se i dati sull’incidenza della povertà non mostrano variazioni di rilievo rispetto al 2008, ciò che è interessante notare sono i cambiamenti nella composizione dei poveri. Anzi, sono proprio tali cambiamenti che spiegano l’invarianza complessiva dell’incidenza della povertà. È lo stesso Istat a spiegare il motivo per il quale la povertà non è cresciuta nell’anno della crisi: “in tale periodo, infatti, l’80% del calo dell’occupazione ha colpito i giovani, in particolare quelli che vivono nella famiglia di origine, mentre due ammortizzatori sociali fondamentali hanno mitigato gli effetti della crisi sulle famiglie: la famiglia, che ha protetto i giovani che avevano perso l’occupazione e la cassa integrazione guadagni, che ha protetto i genitori dalla perdita del lavoro (essendo i genitori maggioritari tra i cassaintegrati)”[7].Ciò equivale a denunciare la totale fragilità delle giovani generazioni, che non sono protette dai rischi né sul lavoro (poiché prevalentemente impiegati con contratti variamente a termine, diversamente dai propri genitori) né sul mercato (a causa della mancanza di ammortizzatori sociali di tipo universalistico e di sussidi di disoccupazione). Si tratta di un dato particolarmente preoccupante che conferma una tendenza in atto, sebbene in maniera meno accentuata, in altri paesi sviluppati. Nell’ultimo rapporto Ocse[8] sulle disuguaglianze tra paesi e all’interno dei paesi, si leggeva che nella media dei paesi analizzati, negli anni recenti, è diminuita la povertà degli anziani mentre è aumentata la povertà dei bambini e dei giovani adulti soli (spesso a seguito di un divorzio o della perdita del lavoro). Nei paesi Ocse i bambini ed i giovani adulti hanno il 25% di probabilità in più di essere poveri rispetto al resto della popolazione. Dati confermati, per l’Italia, dal rapporto sulla povertà e da altre statistiche Istat[9] che segnalano la crescita della povertà tra i minori. Il dato della povertà giovanile, oltre ad essere grave in sé, produce una trasmissione intergenerazionale della povertà (le persone giovani povere genereranno figli poveri i quali, a causa della scarsa mobilità sociale, faranno fatica ad affrancarsi da questa condizione) comportando elevati costi sociali nel futuro.

Tra le altre tendenze degne di nota segnalate in apertura, vi è poi quella relativa all’aumento dell’incidenza della povertà tra le famiglie in cui la persona di riferimento è un operaio/a. Per esse, agli effetti della crisi, si associa una perdita pluriennale del potere d’acquisto dei salari[10]. L’incidenza della povertà relativa per questi nuclei è passata dal 5,9% del 2008 al 6,9% del 2009: si tratta di nuclei costituiti per i due terzi da coppie con figli. Tra questi diminuisce la percentuale di famiglie con più di un occupato, a conferma del fatto che, nel 2009, i giovani che hanno perso il lavoro appartenevano in maniera superiore alla media a famiglie con persona di riferimento operaia[11].Anche la diminuzione dell’incidenza della povertà tra i lavoratori autonomi (dall’11,2% all’8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3,0% per l’assoluta) è in parte effetto della crisi. Molte imprese individuali, infatti, hanno chiuso durante il 2009 contribuendo a far diminuire la platea di questi lavoratori e lasciando sopravvivere quelli con minori difficoltà economiche.

Assai preoccupante, infine, è l’aumento dell’intensità della povertà assoluta. L’intensità della povertà è una misura di quanto, in percentuale, la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà. Per le famiglie in povertà assoluta che sono già, quindi, in una situazione di sofferenza ancora maggiore dei poveri relativi, l’intensità della povertà è passata dal 17,3% al 18,8%. In altre parole, se il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressoché identico, le loro condizioni medie sono peggiorate.Anche questo dato trova conferma nel già citato rapporto Ocse sulle disuguaglianze che rileva come il nostro paese sia passato da livelli di disuguaglianza vicini alla media Ocse vent’anni fa, a livelli ben superiori oggi (i poveri sono sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi). Siamo infatti il 6° paese sui 30 censiti per livello delle disuguaglianze tra ricchi e poveri. La disuguaglianza tra ricchi e poveri, in Italia, è cresciuta infatti del 33% rispetto alla metà degli anni ‘80 mostrando l’inefficacia delle misure di contrasto alla povertà che pure l’Ocse rileva siano state implementate nell’ultimo ventennio.

Le brevi considerazioni svolte portano ad individuare due emergenze nel sistema di protezione sociale che hanno priorità rispetto alle altre: si tratta della totale esposizione delle giovani generazioni ai rischi del ciclo economico e ad altri rischi, dovuta alla parzialità del nostro sistema di ammortizzatori (si pensi ai criteri restrittivi per l’accesso alla cassa integrazione e alla mancanza di una indennità di disoccupazione universalistica) e della mancanza di una misura specifica di contrasto alla povertà (sul modello del reddito di ultima istanza).Sono emergenze assolute perché colpiscono segmenti della popolazione che, invece, per ragioni diverse, meriterebbero un’attenzione prioritaria da parte del sistema di protezione sociale. Le giovani generazioni vanno protette per evitare la trasmissione intergenerazionale della povertà e perché la società nel suo complesso non può privarsi del contributo di lavoratori e cittadini nella fascia centrale della propria esistenza, più produttiva, più fertile e più adattabile al cambiamento.Le persone in condizione di indigenza vanno protette non solo perché una democrazia non può tollerare l’esistenza di cittadini che non sono in grado di provvedere nemmeno alle proprie esigenze vitali, quindi cittadini non liberi, ma anche per prevenire i costi futuri associati alla povertà attuale.Non può valere come alibi - per procrastinare ulteriormente una riforma del nostro sistema di protezione sociale che vada nella direzione di prestazioni tendenzialmente universalistiche (non legate alla collocazione della persona nel contesto lavorativo) - la considerazione che tale riforma comporterebbe, nell’immediato, dei costi. I costi futuri, legati all’estendersi della povertà sui giovani e all’intensificarsi della povertà tra gli indigenti, sarebbero infatti ancora più onerosi. A questo va aggiunto che, in un momento di crisi come quello attuale, misure di sostegno ai redditi ed alla domanda interna avrebbero un effetto anticiclico, come ben argomentato nella “Lettera degli economisti” pubblicata su questa rivista il 15 Giugno 2010.La manovra economica correttiva che sarà approvata definitivamente entro l’estate, al contrario, è destinata a inasprire la condizione di difficoltà dei già indigenti (attraverso ulteriori tagli alle prestazioni sociali, per chi ne può godere) e dei giovani precari (va in questa direzione il taglio del 50% dei precari nelle pubbliche amministrazioni, nelle università e negli enti di ricerca) che non potranno godere di alcuna forma di ammortizzatore sociale. È veramente difficile, infatti,  pensare in termini di “risparmi” alla mancata protezione dei giovani dal rischio disoccupazione e dal rischio povertà, quando questo mancato investimento sulle giovani generazioni peserà come un “costo” sulla crescita futura.

*Università di Milano e segreteria Flc-Cgil Milano

[1] La povertà in Italia nel 2009, 15 luglio 2010, www.istat.it[2] Si veda anche su questa rivista: Cristina Tajani, “Se 2,5 milioni vi sembran pochi” dell’11 maggio 2009, Guglielmo Forges Davanzati, “La povertà vista da destra”, del 2 marzo 2009.[3] Per un approfondimento sugli effetti della crisi nel Mezzogiorno si veda, su questa stessa rivista, la riflessione di Guglielmo Forges Davanzati, “Le emigrazioni e la crisi del mezzogiorno”, del 7 Gennaio 2010.[4] L’incidenza è un indicatore che si ottiene dal rapporto tra il numero di famiglie con spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti.[5] È la misura di quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà.[6] La linea si riferisce ad una famiglia di due componenti ed è pari alla spesa media pro capite del paese. Le famiglie che hanno consumi inferiori alla media sono, quindi, considerate relativamente povere.[7] La povertà in Italia nel 2009, 15 luglio 2010, www.istat.it[8] Ocse (2008), Growing Unequal?: Income distribution and povertry in Oecd Countries. Per un commento del rapporto si veda, su questa rivista, Cristina Tajani, “Crescita diseguale, diseguale recessione” del 29 dicembre 2008.[9] Si veda anche il rapporto Istat del 4 novembre 2008.[10] Si veda su questa rivista Stefano Perri, “Distribuzione del reddito e disuguaglianza: l’Italia e gli altri” del 23 gennaio 2009.[11] Si veda anche il Rapporto Annuale 2010 dell’Istat, par. 3.5.

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Perchè cancellare lo Statuto dei lavoratori?

Pubblicato il 04 Giugno 2010 da admin

Il recente tentativo di approvazione del disegno di legge sull’arbitrato per la risoluzione dei conflitti sul lavoro – come è noto, rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica e al momento oggetto di rielaborazione - costituisce un passo ulteriore verso il definitivo superamento dello Statuto dei lavoratori e, dunque, nella direzione di un’ulteriore compressione dei diritti dei lavoratori. Obiettivo dichiarato del Ministro Sacconi è il passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, che renda più “leggera” la normativa sul lavoro[1].

Il provvedimento non desta sorpresa dal momento che si inserisce lungo la direzione delle politiche finalizzate all’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori; politiche che i Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno tenacemente perseguito. La logica economica – quella propagandata - che sta alla base di queste scelte risiede nella convinzione che la maggiore libertà di licenziamento fornisca alle imprese anche maggiore incentivo all’assunzione e che, dunque, la ‘flessibilità’ del lavoro vada a vantaggio dei lavoratori. Nel caso in esame, viene fatta valere la tesi di Giuliano Cazzola, relatore del disegno di legge alla Camera, secondo il quale “bisogna smetterla di considerare i lavoratori come dei minus habens, incapaci di scegliere responsabilmente e consapevolmente un percorso giudiziale o uno stragiudiziale, per dirimere le loro controversie di lavoro”. Merita di essere rilevato che questa tesi rinvia alla convinzione che lavoratori e datori di lavoro hanno il medesimo potere contrattuale e che, dunque, il lavoratore dispone della massima libertà sostanziale nel decidere se ricorrere alla magistratura o all’arbitrato. Una tesi, questa, che, nella migliore delle ipotesi, può essere valida solo in condizioni di pieno impiego, dal quale, con un tasso di disoccupazione stimato dall’ISTAT all’8.8% e in continua crescita, siamo ben lontani[2].

E’ ampiamente dimostrato, sul piano teorico ed empirico, che le politiche di ‘flessibilità’ del lavoro non accrescono l’occupazione e tendono ad associarsi a una riduzione della quota dei salari sul PIL[3]. E’ poi documentato, su basi empiriche e con riferimento all’economia europea e italiana, che le politiche di ‘flessibilità’ hanno spinto le imprese a rimanere o spostarsi verso settori produttivi ad alta intensità di lavoro, e che a ciò ha fatto seguito una significativa riduzione della produttività del lavoro[4]. E’ anche noto che una distribuzione del reddito, e dei diritti, sfavorevole ai lavoratori non induce di per sé un aumento degli investimenti: sia sufficiente qui richiamare il fatto che, come certificato dall’ultima rilevazione ISTAT, gli investimenti fissi lordi in valori correnti delle imprese non finanziarie hanno registrato, tra il quarto trimestre 2009 e lo stesso periodo dell’anno precedente, una flessione del 15,3%, a fronte del fatto che l’Italia si colloca al ventitreesimo posto in ambito OCSE per livello medio delle retribuzioni ed è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro[5].

Per dar conto della reiterazione di provvedimenti anti-sindacali, quando questi si sono rivelati del tutto controproducenti per gli obiettivi che si dichiara di voler perseguire, e della loro accelerazione negli ultimi anni in Italia, si può partire dalla constatazione stando alla quale il principale problema strutturale dell’economia italiana consiste nella modesta crescita della produttività. L’OCSE registra che i differenziali di produttività fra l’Italia e gli altri principali Paesi membri sono aumentati nel corso dell’ultimo biennio, attestandosi al 25%. E’ opportuno considerare che la produttività cresce soprattutto a seguito dell’avanzamento tecnico. Ma, con ogni evidenza, non è questa la strada che si intenda percorrere, se solo si considerano i rilevanti tagli alla ricerca scientifica voluti da questo Governo.

Questi provvedimenti trovano la propria motivazione in obiettivi diversi dal perseguimento del pieno impiego, e sostanzialmente riconducibili a due.
1) Per un dato assetto tecnico, la produttività del lavoro aumenta se la minaccia di licenziamento diventa più efficace e credibile. In tal senso, il superamento dello Statuto dei lavoratori non serve ad accrescere l’occupazione, ma semmai ad accrescere l’intensità del lavoro, il che – è necessario rimarcarlo - si rende possibile solo a condizione che esista un ampio bacino di disoccupati che renda efficace e credibile la minaccia di licenziamento (o di non rinnovo del contratto di lavoro). In tal senso, è solo se esiste disoccupazione che le nuove disposizioni diventano pienamente efficaci[6]. A riguardo, l’evidenza empirica disponibile segnala che, nel caso europeo e italiano in particolare, nelle fasi nelle quali l’occupazione è aumentata la produttività del lavoro si è ridotta[7].
2) L’accelerazione che si intende dare al superamento dello Statuto dei lavoratori risponde a un meccanismo che diventa pienamente funzionante soprattutto nei periodi di crisi. Si tratta del fatto che la caduta dei profitti, in queste fasi, accresce il grado di concorrenza fra imprese e, in un’economia come quella italiana nella quale la concorrenza non si esercita sotto forma di incrementi di produttività del lavoro derivanti da innovazioni, la crisi determina un’ulteriore spinta a politiche di ridistribuzione del reddito a vantaggio delle imprese, e a recuperi di produttività derivanti dall’intensificazione del lavoro, connessa, come si è visto, alla riduzione dei diritti dei lavoratori.

Il che dà luogo a una spirale perversa. La caduta dei salari e il contestuale aumento della produzione potenziale, in assenza di politiche fiscali espansive (interne e su scala internazionale),  rende sempre più difficile la realizzazione monetaria dei profitti, dal momento che gli sbocchi della produzione diventano progressivamente più esigui. E poiché la domanda di lavoro espressa dalle imprese dipende dalle aspettative sulla domanda aggregata, ciò non può che generare ulteriori licenziamenti o comunque non assunzioni. Evidentemente, non si esclude che alcune imprese possano trarre vantaggio da queste strategie, in primis le imprese di più grandi dimensioni, collocate nelle aree più sviluppate del Paese: vi è, dunque, motivo di ritenere che – anche per questa strada – si accelerino i processi, già in atto, di crescente concentrazione industriale, a danno in primis delle regioni più povere del Paese.

Resta il fatto che dal superamento dello Statuto dei lavoratori vi è da attendersi un aumento, non una riduzione, del tasso di disoccupazione. Michael Kalecki scriveva a riguardo: “la ‘disciplina nelle fabbriche’ e la ‘stabilità politica’ sono più importanti per i capitalisti dei profitti correnti. L’istinto di classe dice loro che una continua piena occupazione non è ‘sana’ dal loro punto di vista perché la disoccupazione è un elemento integrale di un sistema capitalistico normale”[8]. Non sembrano riflessioni da archiviare o, al più, da relegare a chi ama le ‘visite in soffitta’.

  
[1] Per un inquadramento generale del problema, si rinvia all’articolo di Luigi Cavallaro in questa rivista.
[2] Ma, anche in condizioni di pieno impiego, il datore di lavoro ha un potere contrattuale di gran lunga superiore al lavoratore, se non altro per il fatto che, disponendo di maggiori risorse, può attendere più tempo per la stipula del contratto di lavoro. Si tratta di un argomento ben noto almeno fin dai tempi di Adam Smith.
[3] Su questi aspetti, si rinvia, fra gli altri, al mio La precarietà come freno alla crescita, in questa rivista.
[4] V. E.Saltari e G.Travaglini, Il rallentamento della produttività del lavoro e la crescita dell’occupazione. Il ruolo del progresso tecnologico e della flessibilità del lavoro, “Rivista italiana degli economisti”, XIII, n.1, 2008, pp.3-38.
[5] Neppure si può ritenere che la compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori eserciti effetti benefici sull’attrazione degli investimenti. Stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, e con riferimento al Mezzogiorno, il tasso di crescita degli investimenti si è ridotto, nell’ultimo biennio, dal 2.4% allo 0.5%. Ovviamente la riduzione degli investimenti è in larga misura imputabile alla crisi, ma ciò che qui conta è il fatto che – rispetto alla media OCSE – a fronte di bassi salari l’Italia ha fatto registrare uno dei peggiori risultati a riguardo.
[6] Diversamente, in un assetto prossimo al pieno impiego, la minaccia di licenziamento diventa meno credibile. Sul tema si rinvia a G.Forges Davanzati and A. Pacella, Minimum wage, credit rationing and unemployment in a monetary economy, “European Journal of Economic and Social Systems”, vol.XXII, n.1, pp.179-194. Alcuni autori fanno rilevare, per contro, che le politiche di flessibilità contrattuale potrebbero produrre riduzioni dell’intensità del lavoro per l’effetto negativo che genererebbero sul ‘morale’ dei lavoratori. V. A. Reinstaller, The division of labour in the firm: agency, near-decomposability and the Babbage principle, “Journal of Institutional Economics”, Vol. 3, No. 3, 2007, p. 293-322.
[7] E.Saltari e G. Travaglino, cit.
[8] M.Kalecki, Aspetti politici del pieno impiego, 1970.

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La vera dimensione della crisi occupazionale

Pubblicato il 07 Dicembre 2009 da admin

L’impatto della recessione economica internazionale sul mercato del lavoro italiano è sempre più evidente com’è dimostrato dall’emergere di sempre nuove e più gravi crisi aziendali e occupazionali, dall’inasprirsi del conflitto sindacale – che rispetto ai mesi passati sta trovando un po’ più di spazio in quotidiani e telegiornali – e dal diffondersi di condizioni, spesso drammatiche, di disagio sociale. La situazione non migliorerà nei prossimi mesi, anzi le proiezioni economiche diffuse dall’OECD nelle scorse settimane segnalano che nel prossimo anno la disoccupazione per l’Italia continuerà ad aumentare, pur in un contesto di lieve ripresa economica[1].

Le statistiche sul tasso di disoccupazione, però, non colgono che una parte dell’attuale crisi occupazionale, sia per distorsioni tecniche nella misurazione della disoccupazione, come si avrà modo di chiarire, sia perché il disagio materiale dei lavoratori è anche legato alla precarizzazione dell’occupazione che s’intreccia all’assenza di lavoro. Il tasso di disoccupazione pertanto è un indicatore che sottostima il disagio economico ed occupazionale dei lavoratori che è un fenomeno a più dimensioni che riguarda lo scoraggiamento nella ricerca di occupazione, il ricorso alla cassa integrazione, la sottoccupazione e il lavoro a termine. È opportuno, quindi, soffermarsi con più attenzione sulle statistiche disponibili per meglio individuare le dimensioni della crisi occupazionale.

I dati più aggiornati e dettagliati ISTAT sul tasso di disoccupazione in Italia, riguardano il secondo trimestre 2009[2]. A quella data le persone in cerca di occupazione – alla base del calcolo del tasso di disoccupazione – erano oltre 1,8 milioni, un valore che è tendenzialmente cresciuto nei mesi seguenti, come dimostrano le recentissime stime mensili provvisorie diffuse dall’ISTAT, registrando che ad ottobre 2009 il numero dei disoccupati era salito a circa 2 milioni[3]. È noto, però, che si tratta di un calcolo che esclude un numero rilevante di persone che pure essendo senza lavoro e ritenendosi disoccupate vengono considerate come “non attive”, perché il conteggio tra i “disoccupati” è vincolato alla ricerca attiva del lavoro e all’immediata disponibilità a lavorare[4]. I lavoratori considerati inattivi perché non soddisfano tali requisiti possono essere considerati “scoraggiati”, cioè persone che hanno smesso la ricerca attiva del lavoro, nella convinzione di non poter trovare occupazione. A questi si aggiungono quelli che, invece, non sono incondizionatamente disponibili a cominciare un lavoro nelle due settimane successive all’intervista, come spesso capita a donne con figli o anziani a carico. L’effetto di questi fenomeni – lo scoraggiamento appunto – può essere stimato analizzando la composizione della popolazione non attiva. Sulla base dei già citati dati ISTAT, l’insieme dei lavoratori scoraggiati contava, a seconda degli aggregati che si includono, tra un minimo di 3,1 milioni persone, ad un massimo di 4,7 milioni di persone. Si tratta di lavoratori che solo per motivi definitori non sono considerati disoccupati e che possono essere conteggiati in aggiunta ai 1,8 milioni di persone ufficialmente in cerca di lavoro e che, se considerate ai fini del calcolo del tasso di disoccupazione, lo farebbero salire dal 7,4%, all’11,9% (calcolo restrittivo) o addirittura al 16,9% (calcolo allargato).

Guardando, d’altra parte, i dati sul numero degli occupati – circa 23,2 milioni – va sottolineato che non viene considerata la diffusione della cassa integrazione guadagni (CIG) a cui le imprese hanno fatto ampio ricorso nel 2009. È opportuno ricordare, infatti, che la CIG non incide sullo stato occupazionale dei lavoratori che, durante i periodi in cassa integrazione, rimangono ufficialmente “occupati”. L’INPS, relativamente al periodo gennaio-ottobre 2009, ha comunicato di aver concesso circa 716,8 milioni di ore di CIG[5]. In relazione a questi dati INPS, le elaborazioni dell’Osservatorio CIG della CGIL stimano un valore medio di 970.844 lavoratori interessati dalla cassa integrazione nei primi dieci mesi dell’anno[6]. In altri termini si tratta di circa un milione di lavoratori che, pur non avendo perso l’occupazione, hanno registrato una riduzione, più o meno rilevante, del reddito da lavoro.

Non tutti i restanti occupati, però, possono essere considerati a riparo dal bisogno materiale. Al contrario, tra i lavoratori sottoccupati, i lavoratori dipendenti a termine e i lavoratori autonomi parasubordinati, c’è una quota a basso reddito e a ridotte (o nulle) protezioni sociali che può essere assimilata a quella che nei contesti anglosassoni viene definita come l’area dei working poors e che, probabilmente, sono più di altri in condizioni di disagio economico e sociale, anche fuori dalla crisi occupazionale.

Tornando alle statistiche disponibili, una dimensione quantitativa indicativa della sottoccupazione emerge dai dati sugli occupati per ore lavorate. Poiché per essere considerati occupati dall’ISTAT basta aver lavorato anche un’ora nella settimana di riferimento, è opportuno scorporare dall’aggregato degli occupati i lavoratori con un orario estremamente ridotto. L’Istituto di statistica rileva che, al secondo trimestre 2009, circa 510 mila persone registrate come occupate hanno svolto meno di 10 ore di lavoro settimanale (circa il 2,2% degli occupati).

Bisogna infine considerare un’area più vasta di occupazione temporanea, più o meno esposta alla precarietà, ma sicuramente a forte rischio nell’attuale crisi occupazionale, cioè in una fase in cui le opportunità di rioccupazione a scadenza di contratto si riducono. Un primo aggregato di lavoratori a rischio occupazionale è quello dei lavoratori dipendenti a tempo determinato che, facendo riferimento alla stessa fonte ISTAT, erano pari a 2,2 milioni (il 9,5% dell’occupazione totale). A questi si può aggiungere una quota di lavoratori parasubordinati conteggiati tra i lavoratori autonomi. Non ci sono dati aggiornati sul lavoro autonomo parasubordinato, tuttavia per avere un ordine di grandezza è utile rifarsi ai dati disponibili di fonte INPS aggiornati al 2007. Analizzando il database INPS, senza considerare i professionisti, si osserva che circa il 58% dei collaboratori non va oltre i 10mila euro di reddito annuo e di questi il 92% ha un solo committente[7]. Questo gruppo di collaboratori a monocommittenza e a reddito basso che rappresenta la quota più debole dei collaboratori era pari nel 2007 a circa 984 mila lavoratori.

L’analisi dei dati statistici disponibili, per quanto artigianale e bisognosa di maggiori approfondimenti evidenzia che la crisi occupazionale, se letta in un’ottica multidimensionale, riguarda un numero di lavoratori che si pone in un ordine di grandezza che è almeno cinque volte l’ammontare della disoccupazione ufficiale. Si tratta di indicazioni di massima coerenti con le informazioni che giorno per giorno la cronaca registra sul malessere dei lavoratori e sul crescente conflitto sociale e che dovrebbero spingere per tempo le istituzioni di governo a mettere la crisi occupazionale e la condizione dei lavoratori al vertice dell’agenda politica, a livello nazionale e territoriale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Assegnista di ricerca, Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica, Università di Salerno

[1] Cfr. OECD, Economic Outlook: Flash file - quarterly projections. Italy - Key economic projections, Parigi, 19 novembre 2009.
[2] Cfr. ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro. II semestre 2009, Roma, 22 settembre 2009.
[3] Cfr. ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro – Dati mensili. Ottobre 2009: dati provvisori, Roma, 1 dicembre 2009.
[4] Sono considerate in cerca di occupazione le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare entro le due settimane successive all’intervista. Sulle distorsioni prodotte dalle definizioni alla base della Rilevazione sulle forze di lavoro, si veda quanto già pubblicato in questa sede: Pirone F., Di cosa parlano le nostre statistiche sul mercato del lavoro?, Economia e Politica, 17 Febbraio 2009.
[5] Cfr. INPS, Osservatorio sulle ore autorizzate di cassa integrazione guadagni, (aggiornato ad ottobre 2009).
[6] Cfr. CGIL, CIG ottobre 2009, a cura dell’Osservatorio CIG del Dipartimento Settori Produttivi, Roma, 2009.
[7] Cfr. INPS, Osservatorio sui parasubordinati. Contribuenti collaboratori, (aggiornato all’anno 2007).

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Di cosa parlano le nostre statistiche sul mercato del lavoro?

Pubblicato il 17 Febbraio 2009 da admin

Le analisi sul mercato del lavoro italiano si basano principalmente, anche se non esclusivamente, sulle statistiche prodotte dall’Istat con la rilevazione sulle forze di lavoro. Nella maggior parte dei casi, però, gli utilizzatori di questa fonte trascurano di chiarire ai loro lettori quali sono le definizioni di occupazione e disoccupazione che sono adottate dall’Istat nell’ambito dell’attuale indagine Rilevazione continua sulle forze di lavoro (Rcfl). L’esplicitazione dei criteri definitori è di cruciale rilevanza, poiché come vedremo di seguito esiste uno scarto sensibile tra il senso socialmente attribuito a termini di “occupazione” e “disoccupazione” e quello che, invece, è contenuto nelle definizioni adottate dall’indagine Rcfl. Ciò comporta il rischio di una mistificazione della realtà, soprattutto agli occhi della vasta platea di fruitori di statistiche non esperti (che non sono pochi neanche tra gli addetti ai lavori) e, più in generale, dell’opinione pubblica.
L’introduzione dei criteri definitori che attualmente utilizza l’Istat si è avuta con l’adeguamento della Rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro (Rtfl) al Regolamento n. 577/98 del Consiglio dell’Unione Europea. Ciò ha introdotto, tra l’altro, il vincolo della continuità della rilevazione (da qui il passaggio dalla rilevazione trimestrale a quella continua), e ha indicato una nuova sequenza e una diversa formulazione dei quesiti dell’indagine, ma soprattutto una diversa definizione degli “occupati” e delle “persone in cerca di occupazione”, secondo quanto suggerito dall’International Labour Office. In particolare, a differenza di quanto avveniva in precedenza con la Rtfl, attualmente la rilevazione della condizione occupazionale è svincolata dalla percezione che l’individuo ha della propria situazione lavorativa.
Chi sono gli occupati secondo l’Istat? Parafrasando la definizione adottata nell’indagine Rcfl sono considerate “occupati” le persone con 15 anni e oltre che: (1) nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che prevede un corrispettivo monetario o in natura; a queste persone si sommano, poi (2) quelle che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nell’impresa di un familiare nella quale collaborano abitualmente; e, infine, (3) le persone che per diversi motivi sono assenti dal lavoro (per esempio per ferie, per malattia) con alcune limitazioni: (3a) nel caso dei lavoratori dipendenti l’assenza non deve superare i tre mesi e la retribuzione non deve essere sotto la soglia del 50%; (3b) nel caso dei lavoratori indipendenti, sono considerati “occupati” quelli che durante il periodo d’assenza, mantengono l’attività; (3c) nel caso, invece, dei coadiuvanti familiari, per essere considerati “occupati” l’assenza non deve superare i tre mesi.
All’interno di questi criteri i punti che ci appaiono critici sono innanzitutto la soglia d’orario ridottissima (un’ora settimanale) per essere considerati “occupati”; a ciò si aggiunge che lo status di occupato non è legato alla presenza di un contratto di lavoro regolare o al rispetto di alcune fondamentali norme in materia di lavoro e, infine, che si considerino come occupazione anche le attività svolte senza corrispettivo monetario (basta un corrispettivo in natura). Tali criteri non coincidono con il senso socialmente attribuito al lavoro e all’essere occupato e sottendono un modello di mercato del lavoro che ipotizza un’occupazione con più elevati livelli di flessibilità, di mobilità, di discontinuità e, tutto sommato, di precarietà, in cui il lavoro e sempre più svincolato dalla regolazione istituzionale e spogliato degli elementi, materiali e simbolici, di strutturazione sociale. Infatti, attraverso tali criteri è statisticamente inclusa tra gli occupati una quota, più o meno rilevante, di persone che non si percepiscono come “occupati” e che farebbero molta fatica a definirsi come tali. Si provi a pensare come “occupato” un giovane senza nessun tipo d’attività lavorativa quotidiana, ma che in una settimana ha impiegato un paio d’ore per un solo giorno a fare attività di facchinaggio (per esempio il trasloco di un conoscente) per un corrispettivo a nero di poche decine di euro. Simili impieghi non contengono i requisiti che consentono ad una persona di percepirsi occupato, eppure statisticamente lo sono. Siamo, invece, nell’ambito di quelli che comunemente sono chiamati “lavoretti”, che non incidono sull’autopercezione delle persone che, pertanto, non si sentono occupati e nemmeno dei lavoratori saltuari.
Tornando ai criteri definitori utilizzati dall’Istat, si osserva che anche per la misurazione della disoccupazione i criteri sono sensibilmente lontani dalla percezione sociale del fenomeno. La disoccupazione, infatti, è stimata dal conteggio delle “persona in cerca di occupazione”, espressione con la quale l’Istat intende l’insieme delle persone non occupate tra i 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono, altresì, disponibili a lavorare o ad avviare un’attività autonoma entro le due settimane successive all’intervista. A questi, inoltre, si sommano le persone che inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla data dell’intervista e sono disponibili a lavorare o ad avviare un’attività autonoma entro le due settimane successive all’intervista, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro. In altri termini, non basta l’assenza di lavoro per essere conteggiato ai fini della disoccupazione, bisogna dimostrare di aver avviato la ricerca attiva di occupazione ed essere immediatamente (e incondizionatamente) disponibili a lavorare, a prescindere dal tipo di lavoro e dalle condizioni occupazionali offerte. Senza escludere neanche l’occupazione a nero. Se queste condizioni non sussistono, gli intervistati sono conteggiati come “persone non attive”. Anche in questo caso l’applicazione dei criteri ufficiali comporta che molte delle persone, che pure si percepiscono come disoccupate, non rientrano nei criteri che definiscono statisticamente la disoccupazione (e non sono conteggiati come tali). Facendo un esempio, un giovane lavoratore senza occupazione che nell’ultimo mese non ha fatto un tentativo di ricerca di lavoro (mandando un curriculum, presentandosi presso un’impresa, andando al CpI, etc.) oppure, se lo ha fatto, non è disponibile ad accettare un lavoro con una paga troppo bassa, magari a nero, o un lavoro troppo pesante, o non corrispondente al suo titolo di studio, l’Istat in questi casi non lo conteggia come “persona in cerca di occupazione”, ma come “persona non attiva”, e quindi fuori dal calcolo della disoccupazione.
Tenendo conto della discrepanza tra la definizione statistica e la percezione sociale di occupazione e disoccupazione, bisognerebbe valutare in quale misura l’applicazione degli attuali criteri definitori provoca una sovrastima nella percezione sociale dell’occupazione dovuta all’inclusione di persone che svolgono lavoretti saltuari, ma che, di fatto, non hanno un’occupazione (al più rappresentano quelli che la letteratura definisce working poor) e una sottostima della disoccupazione, in quanto molte delle persone senza occupazione sono considerate come “non attive”, per l’esclusione in particolare dei “lavoratori scoraggiati”, ovvero quelli che non cercano un’occupazione, perché hanno la percezione di non poterla trovare, ma che pure sono disponibili a lavorare (fenomeno per esempio molto rilevante per il Mezzogiorno, in cui c’è uno squilibro strutturale tra domanda e offerta di lavoro).
In definitiva, tale ragionamento non vuole condurre ad una delegittimazione della preziosa informazione statistica prodotta dall’Istat, ma vuole invece stimolare un ripensamento dei criteri definitori adottati, al fine di elaborare una proposta di revisione degli stessi da discutere in ambito europeo. Una riflessione critica e una proposta operativa si rendono necessarie soprattutto per un paese come l’Italia in cui le caratteristiche strutturali del mercato del lavoro, in particolare i diversi dualismi (di genere, d’età, territoriali, etc.), lo rendono notevolmente diverso dal modello analitico sottostante ai criteri adottati per la misurazione dei principali indicatori del mercato del lavoro. Nel frattempo è necessario richiamare tutti gli operatori che utilizzano questa fonte statistica a tener conto nei propri ragionamenti delle definizioni che l’Istat adotta, ricordandosi che anche con i dati statistici abbiamo a che fare con una costruzione sociale della realtà, ovvero con una rappresentazione del mondo.

 

* Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica dell’Università di Salerno.

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Quello strano aumento degli occupati in ricerca e sviluppo

Pubblicato il 02 Gennaio 2009 da admin

Il 24 novembre 2008 l’Istat ha pubblicato l’indagine annuale “La Ricerca e Sviluppo in Italia nel 2006” da cui si osserva un forte incremento del numero dei ricercatori, unitamente a un più contenuto aumento della spesa in ricerca in sviluppo. La crescita del numero degli addetti alla ricerca è pari a 17,1%, mentre la spesa in R&S passa da 1,10% a 1,14% del Pil tra il 2005 e il 2006, con un tasso di crescita pari al 3,6%. Con un incremento relativamente modesto della spesa in R&S si è aumentato il flusso in entrata di nuovi ricercatori. Inoltre, occorre sottolineare che nello stesso periodo il numero degli addetti totali nel sistema delle imprese era diminuito. Nel settore della ricerca la questione è diversa: c’è un aumento dell’occupazione del 17,1% con una crescita della spesa del 3,6%, cioè i nuovi addetti alla ricerca costerebbero molto meno dei precedenti. La struttura produttiva italiana, pur necessitando di nuovi investimenti in ricerca e sviluppo, con difficoltà potrebbe assorbire un aumento del numero dei ricercatori pari al 17%, soprattutto se ciò si realizza nell’arco dello stesso anno.

 

 

Questo “prezioso” aumento degli addetti merita, quindi, un approfondimento. L’Istat suggerisce un’interpretazione sull’aumento degli addetti alla ricerca: “la consistenza della spesa per R&S intra-muros delle imprese (nel 2006) è stata influenzata dalla diffusione tra le imprese italiane dell’accesso al beneficio della deduzione dalla base imponibile irap dei costi sostenuti per il personale addetto alla R&S (inclusi consulenti e collaboratori)”.

Di solito gli interventi fiscali a sostegno dello sviluppo hanno un impatto economico molto modesto o comunque non equivalente alle mancate entrate, ma in questo caso la riduzione del costo del lavoro per la ricerca e sviluppo ha fatto miracoli. Questa misura avrebbe trasformato l’indole delle imprese italiane. Tutte si sarebbero improvvisamente impegnate a fare ricerca. Se fosse vero l’effetto “registrato” dall’Istat di questa misura fiscale, si confuterebbe la tesi dell’inefficacia del fisco come strumento di sostegno alla crescita economica. Il credito di imposta realizzato dal governo Prodi sarebbe, quindi, del tutto positivo, anche se in quegli anni e, soprattutto, negli anni successivi il paese ha continuato a crescere meno della media dei paesi europei, con una bilancia tecnologica strutturalmente in passivo.

In realtà, il provvedimento potrebbe aver  favorito l’elusione fiscale. L’Istat afferma che “nel 2006 gli addetti alla R&S nelle imprese (in unità equivalenti a tempo pieno) sono aumentati di ben 9357 unità rispetto all’anno precedente. I ricercatori, in particolare, sono aumentati di 2067 unità (7,4 per cento). Ciò ha determinato un incremento assai rilevante della attività di R&S presso le imprese con meno di 100 addetti. In particolare per le imprese con meno di 50 addetti è stato stimato un incremento di spesa per R&S intra-muros, tra il 2005 e il 2006, del 27,1 % con un aumento del personale di ricerca del 60,2 per cento. Per le imprese con 50-99 addetti, tali incrementi sono pari al 60 % per la spesa e al 90,5% per il personale”.

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di incrementi record, inimmaginabili nemmeno nei paesi scandinavi. Il nostro sistema industriale è in genere un po’ ottuso in materia di ricerca. Difficile credere che il nostro modello d’impresa abbia scoperto un nuovo modello di sviluppo proprio alla vigilia della grande crisi. Se così fosse avrebbe compiuto un salto epocale nella specializzazione produttiva, e senza dare nell’occhio avrebbe cambiato il paese in un paio di anni.

Un’altra ipotesi sostiene che le nostre imprese, per “intercettare” gli sconti fiscali concessi dal governo tramite l’irap, sono state più attente a compilare i questionari Istat e hanno fatto emergere l’esistenza di addetti alla ricerca precedentemente non segnalati.

Se le agevolazioni fiscali hanno “modificato” la rilevazione statistica per la ricerca e sviluppo, potrebbe essere accaduto anche per altri interventi. Ad esempio se l’Italia ha degli investimenti fissi lordi in rapporto al pil pari a quelli fatti dalla media dei paesi europei, ma allo stesso tempo ha una crescita del Pil più basso di almeno 0,8 punti, due possono essere le spiegazioni: la prima è legata alla bassa produttività degli investimenti; la seconda è legata al fatto che alcuni di questi investimenti siano fittizi, più che altro determinati da vantaggi fiscali. Sia nel primo caso e sia nel secondo la situazione sarebbe grave. E se fossero vere in quote variabili entrambe le interpretazioni, cosa possibile, la situazione sarebbe ancor peggiore.

 

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