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Per la reflazione e lo sviluppo

Pubblicato il 15 Ottobre 2011 da admin

Il fondamento di questa proposta[1] è che è possibile e necessaria una strategia di crescita e di riduzione della disoccupazione che non comporti licenziamenti, riduzione del tenore di vita e dei diritti degli Italiani; e che non occorrano alienazioni di patrimonio pubblico, cui importanti componenti possono invece costituire fondamentali volani di sviluppo.

L’esigenza di tornare a crescere dopo una crisi, o dopo anni di stagnazione e recessione, non è nuova. In passato ci si è riusciti con successo. Il caso esemplare e più vicino alla situazione odierna è l’uscita dalla Grande Depressione interbellica e il piano delineato da Keynes in The Means to Prosperity, che poi trovò – con strade non sempre lineari – concretizzazione nel successo del New deal roosveltiano e in analoghe misure di reflazione messe in atto in vari paesi.

Nel 1934, in Italia nel mezzo della Grande Depressione, si decise di porre fine alla caduta dei prezzi e del prodotto e alle politiche di contenimento dei costi che avevano portato a risultati disastrosi. Prestando fede a dati da interpretare con cautela ma che trovano conferme in altri paesi, con una politica di espansiva di reflazione dal 1935 il Pil italiano riprese una crescita duratura e sostenuta: l’inversione del trend del reddito fu immediata, e i tassi di crescita furono in media oltre il 4 percento tra il 1935 e il 1939. Con una pausa durante la guerra essa durò, con tassi di crescita di tutto rispetto, fino all’inizio degli anni ’90.

Un percorso analogo fu seguito dagli Stati Uniti con leggero anticipo rispetto all’Italia. A dispetto della vulgata che vuole lento il recupero dalla grande crisi del 1929, con l’avvio del New deal il quadro reale depressivo cambiò repentinamente e radicalmente. La caduta del reddito si interruppe. “Tra 1933 e 1937 il prodotto nazionale lordo reale negli Stati Uniti crebbe a un tasso medio al di sopra dell’8 percento per anno; tra 1938 e 1941 crebbe oltre il 10 percento annuo” (Christina Romer). Crebbe sensibilmente la quota delle società in utile (un dato non soggetto ai problemi di misurazione del reddito); la produttività, in discesa durante la deflazione, riprese a crescere, mostrando un andamento prociclico sul quale poco si riflette. Le politiche di Roosvelt non furono un corpo organico, molti ancora sembrano i punti da chiarire, ma esse avevano come obiettivo di innalzare la domanda, richiamare in attività l’enorme disoccupazione, porre fine alla caduta dei prezzi, alleviare le situazioni più critiche (Lester V. Chandler).

Il processo di reflazione negli Stati Uniti è stato oggetto di molte analisi. I risultati non sempre sono del tutto chiari, e sono ancora aperti interrogativi fondamentali. Tuttavia alcuni dati, come il ritorno delle società agli utili, sgombrano ogni dubbio sul segno e l’intensità del processo in atto.

Una studiosa autorevole come la Romer ha messo in luce alcuni punti della politica di reflazione utili per una riflessione. In primo luogo, non vi erano forze spontanee in grado di rilanciare la crescita dopo la crisi: la ripresa doveva essere il frutto di un’azione politica deliberata di adeguata dimensione, di segno opposto alle precedenti politiche di deflazione. In secondo luogo, il rilancio avvenne attraverso uno stimolo della domanda aggregata; tale stimolo si sostanziò anche in larga misura in una espansione degli investimenti, dunque agì anche sull’offerta. Contarono dunque soggetti pubblici e privati in grado di organizzare una espansione della spesa per investimenti. I dati oggi disponibili ci dicono in effetti che il contributo delle esportazioni alla ripresa della crescita del prodotto fu trascurabile, nonostante la svalutazione del dollaro che Roosvelt intraprese, e che il grosso del contributo alla crescita fu dato dai consumi e dagli investimenti privati, dunque componenti domestiche. In terzo luogo, lo stimolo della domanda fu accompagnato – per vari canali – da una espansione monetaria, e da una parallela espansione fiscale in valori assoluti (Historical Statistics of the United States); quest’ultima, quasi tutti gli stati avanzati non si trovano oggi in condizione di realizzarla; non così è per l’espansione monetaria e creditizia.

Vi sono importanti affinità tra la situazione interbellica e il quadro odierno. Vi era una grave crisi da cui uscire; la crisi e l’inversione dei processi di crescita si erano accompagnati a politiche di austerità severe; vi era una situazione strutturale di ridondanza dell’offerta.

Nell’estate del 2010, superata la fase più cruciale della crisi, ma quando era chiaro che l’Italia non sarebbe tornata ai tassi di crescita desiderati e che emergeva un problema di bilancia dei pagamenti, un primario esponente di Intesa Sanpaolo lanciava sul Corriere della Sera il monito riguardo l’esigenza di un programma nazionale di investimenti focalizzati, di 40-50 miliardi per alcuni anni, per rilanciare la crescita e ridare competitività al paese. Cifre di rilievo, ma alla portata di un grande paese come l’Italia, aggiungeva.

L’idea può essere ripresa e sviluppata. La realizzazione di un siffatto programma nelle condizioni di finanza pubblica italiane non potrebbe far conto sul Tesoro per il finanziamento e l’organizzazione della spesa (anche se un grave errore nel dibattito sul pareggio di bilancio consiste nella mancanza di distinzione tra spese per investimento in grado di ripagarsi e spese per il finanziamento dei consumi); sarebbe da caratterizzare come programma di reflazione monetaria e bancaria, senza concorso del Tesoro, al più – non necessariamente – con il concorso della Cassa Depositi e Prestiti. Il finanziamento delle iniziative di investimento spetterebbe alle banche, rifinanziate dalla Banca d’Itala. Utilizzare credito e base monetaria al posto del debito pubblico, con il solo vincolo della stabilità dei prezzi e della redditività degli investimenti, e concretizzare gli investimenti per quanto possibile nella forma di partecipazioni azionarie e credito a lungo termine più che di prestiti da remunerare a condizioni gravose e a breve. Questi sono i primi nuclei centrali della proposta. A rafforzare il piano finanziario, la banca centrale potrebbe – non necessariamente dovrebbe – intervenire con alcuni investimenti diretti, con partecipazioni che abbiano come contropartita le proprie riserve patrimoniali, così come da un secolo nel suo statuto e come correntemente praticato, in forme diverse, in passato e oggi; rifinanziando crediti e partecipazioni bancarie. In passato, nel corso del XIX e del XX secolo, enormi partecipazioni dirette alle attività produttive hanno avuto come contropartita biglietti, senza determinare inflazione. Si potrebbe configurare anche l’utilizzo di nuovi strumenti di controllo dell’inflazione quali la promozione di investimenti strategici per il rafforzamento strutturale dell’economia e della sua efficienza (tenendo conto anche del carattere prociclico della produttività), dunque con effetti di riduzione dei prezzi e di aumento dei redditi. Strumenti “ulteriori” di politica monetaria oltre quelli oggi utilizzati sono di fatto già ipotizzati dallo statuto odierno della BCE, da discutere e approvare nelle sessioni ordinarie degli organi direttivi nell’ottica della difesa dei prezzi e della partecipazione del sistema di banche centrali agli altri fondamentali obiettivi dell’Unione. Ma investimenti diretti della banca centrale non sono indispensabili, e avrebbero solo benefici aggiuntivi, come la diminuzione dei livelli di debito a breve delle strutture cui è demandato portare a compimento il piano di investimenti.

Ciò per dire che finché vi saranno, come vi sono, ingenti risorse inutilizzate, vincoli finanziari per un piano di investimenti non esistono, essendo possibile un canale monetario e creditizio di loro finanziamento, alternativo al finanziamento fiscale. Si può pianamente intuire – anche se la pratica da decenni è per colpevole inerzia intellettuale erroneamente diversa – che, in presenza di risorse inutilizzate, il finanziamento monetario degli investimenti è superiore rispetto a un finanziamento fiscale, che può essere invece preferibile in contesti nei quali occorra trasferire risorse finanziarie all’interno di un quadro di pieno utilizzo delle risorse.

Una reflazione moderata dell’economia dopo la crisi del 2007-2009 è stata già tentata; ma è consistita solo in espansione monetaria e riduzione de tassi, non è valsa ad attivare un adeguato flusso di investimenti. Si è trattato di una mera erogazione di base monetaria senza organizzazione delle contropartite di investimento, il che, in contesti di ridondanza dell’offerta, non altera il grado di utilizzo delle risorse. Come era già chiaro a Paul Einzig a metà anni ’30, una mera politica di tassi bassi e di abbondanza di moneta è la forma meno efficace di reflazione. In un contesto di bassa domanda, occorrerebbe oggi organizzare e attivare direttamente la spesa per investimenti, che stimoli i consumi richiamando in attività lavoro disoccupato, che allarghi la base produttiva e incrementi la competitività.

Tale programma  di investimenti, aggiuntivi rispetto a quelli ordinari, sarebbe da paragonare a quegli altri piani di investimento che si dovrebbero riattivare a fronte della disponibilità dei fondi per il Mezzogiorno e in sinergia con essi. Si disporrebbe in tal modo di una massa d’urto finanziaria in grado di riportare sui livelli auspicabili la spesa – diciamo inizialmente due punti annui di Pil -, di compensare gli effetti della politica di austerità fiscale, di chiamare in attività forze di lavoro inutilizzate, accrescendo parallelamente il gettito, di determinare subito “meccanicamente” – anche al netto di un moltiplicatore basso ipotizzabile in un contesto di bassa utilizzazione della capacità produttiva esistente – alcuni punti di crescita del prodotto, di migliorare significativamente i profili di competitività del paese e dell’industria nazionale, di espandere la base contributiva delle finanze pubbliche.

L’intervento pubblico per il Mezzogiorno – diversamente da quanto consegnato alla opinione pubblica – fu capace di ottenere innalzamenti consistenti dei ricavi degli investimenti e dei redditi nelle aree di insediamento, rispetto a un Mezzogiorno precedentemente arretrato e rurale, di mobilitare e utilizzare per decenni risorse annue pari anche a un punto percentuale di Pil (altri programmi in altri stati hanno utilizzato risorse molto più ampie in termini assoluti e relativi), di conseguire sostituzione di importazioni e di esportare verso i mercati internazionali; si accompagnò all’arresto del trend di lungo periodo all’approfondirsi del divario territoriale (Cafiero, Cerrito).

Il programma che qui si espone potrebbe – e sotto il profilo dell’equità e del pieno successo, dovrebbe – essere corroborato da una seria e articolata azione politica a livello europeo e nei maggiori organismi finanziari internazionali – talora non pienamente consci delle ragioni storiche della cooperazione per lo sviluppo – che solleciti una politica internazionale coordinata di espansione dei consumi e degli investimenti, nell’interesse dei tanti grandi paesi che oggi come l’Italia crescono poco e sono in difficoltà finanziarie. Occorrerebbe essere consapevoli che il problema assillante della “competitività” e dello spiazzamento dei paesi avanzati da parte dei paesi emergenti può determinarsi solo in un contesto di domanda internazionale insufficiente, in cui solo le merci a più basso costo trovano spazio, sottraendolo a quelle che prima trovavano pianamente  i loro sbocchi (e dunque rispettavano tutti i parametri di redditività). Occorrerebbe essere consapevoli che già alla fine del XIX secolo l’emergere di nuovi grandi produttori – in particolare gli Stati Uniti – aveva determinato depressione e ridondanza dell’offerta; e che incrementi coordinati della domanda internazionale avrebbero effetti positivi per tutti, per i paesi emergenti, per i paesi del vecchio mondo, per i produttori in avanzo, trovando un limite esclusivamente in alcune strozzature oggi esistenti sul fronte delle materie prime. La necessità di una iniziativa politica per un’azione di politica economica espansiva, coordinata, che sia attenta ai consumi e che non si concretizzi meramente in riduzioni del tasso di interesse e in disponibilità di liquidità inutilizzata è un altro pilastro di questa proposta. E’ una grave mancanza che azioni politiche rilevanti in tale direzione non siano ancora state intraprese.

Il coordinamento, la pianificazione di un programma di investimenti in ambito italiano non potrebbe che spettare al nucleo più colto e capace dell’élite economica nazionale, privata e pubblica, con procedure concordate per rilanciare e modernizzare il paese e avviare una riconversione del suo sistema economico verso i settori a maggiori prospettive di crescita nei prossimi decenni. Le soluzioni pratiche sarebbero infinite, per esempio la costituzione di un Consorzio investimenti strategici  con attività nei confronti di terzi (o di una società o una fondazione, secondo i consigli che potranno fornire esperti di diritto di impresa e di ingegneria finanziaria, con formazione di capitale e/o conferimento di attivi, come nella proposta di Prodi e Quadro Curzio pubblicata su Il Sole 24ore del 23 agosto), cui partecipino organismi finanziari, il Tesoro, le imprese, che mobiliti i migliori istituti italiani industriali, finanziari, di servizi, i centri di ricerca, e fornisca un nuovo quadro di sostegno e di opportunità al tessuto di piccole e medie imprese che vogliono espandersi. La costituzione di un tale organismo, capace di una visione di sistema, di alta progettazione, di mobilitazione di tecnologie di avanguardia, di coordinamento di conoscenze di altissimo livello, è un ulteriore pilastro della proposta. Uno dei segreti del successo del boom postbellico italiano – come ebbe a dirmi un altissimo dirigente di imprese pubbliche – risiedeva nel fatto che  le grandi scelte strategiche di investimento di sistema per il lungo termine venivano liberamente pianificate a Roma a via Veneto tra le punte di diamante dell’industria privata e dell’IRI. Al Consorzio – o altro che sia – spetterebbe la individuazione degli obiettivi strategici, il potenziamento – anche attraverso la cooperazione delle risorse intellettuali – delle capacità di progettazione, il coagulo di una convenzione espansiva e di incremento di efficienza, l’assistenza tecnica e finanziaria alle imprese che investono e si sviluppano, la promozione – in forme diverse – di nuove società e iniziative, la riduzione di incertezza e rischi con il pooling delle conoscenze di mercato e tecnologiche, degli orientamenti degli agenti più rilevanti.

Un programma concorde, nazionale, di investimenti focalizzati farebbe leva su quelle stesse idealità e capacità che portarono nell’Italia post bellica alla costruzione di grandi iniziative nuove e capaci di confrontarsi sui mercati internazionali come il siderurgico di Taranto o la Saras di Sarroch, iniziative nate ex novo, sostitutrici di importazioni, capaci di esportare e che hanno – a dispetto della opinione comune – innalzato il reddito nelle aree di insediamento. Esso potrebbe arricchire e vivificare il tessuto vitale e innovativo delle medie imprese e potrebbe pianificare poche ma essenziali opere infrastrutturali, dal sistema viario a quello portuale. Potrebbe poi promuovere con l’aiuto di nuove iniziative sinergie e accorpamenti tra imprese già esistenti. Potrebbe mettere a punto un programma di creazione di strutture centralizzate per l’innovazione analoghe a quella tedesca e nel solco dei vecchi Istituti di Incoraggiamento e della tradizione delle cattedre  ambulanti. Fornirebbe assistenza manageriale e finanziaria alle piccole e medie imprese che abbiano seri progetti di espansione. Innesterebbe, con l’aiuto anche di alti funzionari pubblici, nell’azione delle grandi imprese italiane una logica di sistema, che superi quella ristretta di azienda, ridurrebbe i vincoli di incertezza degli investimenti, svolgerebbe funzioni di indirizzo e di cooperazione, avrebbe ruolo di garanzia nei confronti delle iniziative di investimento ritenute valide, creerebbe sinergie tra le migliori intelligenze imprenditoriali del paese. Il Consorzio potrebbe dare vita a nuove imprese; contrattare con i paesi esportatori quote di pagamento delle importazioni con prodotti e servizi nazionali di alta qualità; potrebbe acquistare e perfezionare tecnologie. Favorirebbe la riduzione delle incertezze e del rischio, la eliminazione dei vincoli alle dimensioni del capitale, l’abbassamento dei tassi di interesse e la redditività degli investimenti, ottenendo quegli stessi risultati di innalzamento della redditività del capitale che i poli di sviluppo – che furono anche ben altro da quello che la vulgata ha consegnato all’opinione pubblica (Pirro e Guarini, Cerrito) – furono capaci di realizzare in un Mezzogiorno ben altrimenti arretrato e rurale, schiacciato da bassissimi livelli di produttività. Avrebbe pregi infiniti. Ma il cuore della sua attività sarebbe la elaborazione e l’impulso alla redazione di progetti di investimento redditivi e strategici.

Alcune visoni sostengono il ruolo dell’offerta nella crescita, altre privilegiano il ruolo degli investimenti come componente della domanda. Il programma delineato agirebbe simultaneamente su entrambi i lati. Vi è un problema di dimensioni. Piani di sviluppo regionale in Italia e all’estero sono stati realizzati per decenni coinvolgendo e utilizzando risorse ingenti anche con importi compresi tra l’1% e il 5% annui del Pil nazionale.

Un elenco dettagliato e ben fondato delle iniziative di investimento da promuovere non può che competere al Consorzio – o altro che sia – e alle risorse di intelligenza che esso saprà attivare e coordinare. A titolo esemplificativo, si può indicare un programma di imponente sviluppo (produzione e ricerca) delle energie alternative, sostitutrici di importazioni – petrolio e pannelli, per emblematizzare – e che possono diventare occasione di fornitura di impianti ed esportazioni in altri paesi. Il Consorzio potrebbe individuare linee di parziale riconversione del sistema produttivo nazionale, secondo alcuni troppo impegnato in segmenti arretrati, anche creando teste di ponte dinamiche in settori in cui l’industria italiana è poco presente, ad esempio il software o la farmaceutica. Potrebbe infine facilitare iniziative di definizione di marchi di prestigio del Made in Italy, verso cui far convergere le imprese, con caratteri di qualità e garanzia del prodotto, di design, di attenzione alla qualità della vita e dell’ambiente, facendo tesoro delle migliori caratteristiche dell’alimentare, del tessile, della meccanica italiane. I piani di investimento sarebbero finanziati dal Consorzio, dalle banche che vi partecipano, e rifinanziati presso la banca centrale. Si eviterebbe in tal modo ogni intervento della spesa pubblica. E’ interessante notare che in The Means to Prosperity Keynes indicava nei loans – e non nella spesa pubblica – lo strumento di finanziamento del piano.

Un programma siffatto ridurrebbe la disoccupazione e non avrebbe bisogno di grandi riforme istituzionali o fiscali; innalzerebbe il grado di utilizzo della capacità produttiva esistente ripristinando condizioni favorevoli agli investimenti privati, e avvierebbe iniziative di elevata competitività internazionale, creando le premesse per la soluzione di un problema di bilancia dei pagamenti che si avvia a tornare un punto dolente strutturale dell’economia nazionale – un problema ben più reale e serio di quello del bilancio pubblico -, con un debito estero netto che è tornato ben sopra i 20 punti percentuali di Pil.

Il programma delineato unirebbe finalità di ripresa reale e di stabilità monetaria e finanziaria. Un piano come quello qui abbozzato, infine, non produrrebbe alcun danno; potrà essere attivato per quel tanto che si riuscirà a produrre progetti di investimento redditivi. Rispetto alla proposta di Prodi e Quadro Curzio, con la quale potrebbe avere elementi sinergici e di integrazione (ad esempio per quanto riguarda le caratteristiche dell’organismo nuovo da costituire e cui eventualmente conferire attivi, o per le forme di finanziamento) avrebbe il pregio di immaginare un processo misto privato – prevalentemente – e pubblico; di potersi articolare a livello nazionale secondo le caratteristiche della situazione di bilancia dei pagamenti; di non richiedere il consenso di altri paesi e la loro condivisione di oneri; di non comportare un aumento ulteriore del debito pubblico; di costruire una base per una riduzione dei disavanzi e dei debiti pubblici attraverso la crescita graduale del reddito e delle entrate fiscali; di non comportare una sottrazione delle riserve sull’estero delle banche centrali alle loro finalità di politica del cambio.

Si è espressa qui l’idea centrale di questo piano; contiene ancora ingenuità, molti punti andrebbero perfezionati; la costituzione di una piccola task force di esperti potrebbe facilmente permettere a tale proposta di articolarsi in un piano compiuto e ben temperato.

I popoli costruiscono in  parte non piccola i propri destini. Se non vogliono rivedere convinzioni destituite di solide basi (come quella che per svilupparsi occorra prima divenire tutti più poveri, o che l’ascesa dei paesi emergenti comporti ridurre i nostri redditi e diritti), coltivare i particolarismi invece che le virtù della cooperazione nei momenti difficili, trarre insegnamenti dalla storia, perseguire veramente il loro interesse, sperimentare il nuovo attraverso la produzione di nuove sinergie, non c’è nulla che potrà salvarli.

 

 

 

[1] Nel corso di un’attività di ricerca che ha ormai alcuni decenni, ho avuto occasione di trattare alcuni dei punti che sorreggono questa proposta o che ne costituiscono il quadro concettuale di riferimento; in altri casi, la letteratura e la testimonianza di figure importanti dell’età aurea dello sviluppo italiano che ho avuto la fortuna di raccogliere ha fornito spunti essenziali. Ringrazio Pierangelo Garegnani e Roberto Ciccone per l’interesse e il sostegno che hanno manifestato verso questa proposta, e per i commenti che hanno permesso di migliorarla. Più che aderire a una visione teorica precisa, ho cercato in questo documento di raccogliere in un percorso per quanto possibile sensato elementi che potessero – nel quadro istituzionale e culturale odierno dato – trovare ampio consenso, tanto nella sinistra che nella destra, o quanto meno non incontrare ostilità preconcette. Ho omesso – o reso “flessibili” –  segmenti che pure scaturiscono dall’attività di studio, e che potrebbero corroborare il piano, ma che dividerebbero o più difficilmente troverebbero ascolto. Da quando ho parlato per la prima volta delle linee fondamentali di questo progetto nel giugno 2011, il quadro è per molti aspetti migliorato, coagulandosi un certo consenso intorno alla necessità di massicci piani di investimento; per altri versi si è deteriorato. Di estremamente positivo vi sono l’attenzione al tema della crescita come pilastro importante quanto o più della virtù fiscale, i cui risvolti deflazionistici stanno emergendo, e la rapida evoluzione del dibattito.

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Chi ha ucciso l’euro?

Pubblicato il 10 Dicembre 2010 da admin

Prima della Grande Recessione era diffusa l’opinione che il ruolo di riserva internazionale del dollaro fosse a rischio, e che una crisi avrebbe potuto generare una fuga dal dollaro. Invece, inaspettatamente, la vittima della crisi è stato l’euro. Se per caso era rimasto qualche dubbio circa la morte dell’euro dopo la crisi greca, questo è stato eliminato dalla successiva crisi irlandese.

Chi l’ha ucciso? Non c’è bisogno della polizia scientifica per cercare le prove, il colpevole ha lasciato tracce ovunque… no, non è stato il maggiordomo, ma la Banca Centrale Europea.

Negli Stati Uniti la crisi ha fatto sì che la Federal Reserve si impegnasse a mantenere bassi i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico a lungo termine, utilizzando la controversa politica di espansione della quantità di moneta. Continuando a comprare grandi quantità di titoli pubblici, la Fed non solo mantiene bassi i tassi di interesse, ma fornisce la garanzia che questi titoli sono assolutamente sicuri. Questo a sua volta consente al Tesoro americano di mantenere elevati disavanzi pubblici senza problemi di sostenibilità.

Questo è l’esatto opposto di quanto sta facendo la BCE con i paesi della ‘periferia’ europea. I paesi che fanno parte di un’unione monetaria perdono  il controllo della politica monetaria e non possono svalutare il tasso di cambio. Ma la moneta unica significa anche la perdita della possibilità per un singolo paese di decidere circa i propri disavanzi pubblici, perché le fonti di finanziamento o vengono meno o sono sottoposte ad un controllo sovranazionale. Certo,  se la BCE decidesse di comprare titoli di stato greci o irlandesi (e anche portoghesi e spagnoli), in modo da mantenere i loro tassi di interesse allo stesso livello di quelli tedeschi, potrebbe farlo. Purtroppo tuttavia la BCE ha deciso di dimostrare che i titoli pubblici denominati in euro sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri. E se la BCE dichiara che alcuni dei titoli denominati in euro non valgono nulla – chi altro può metterlo in dubbio?

Come nel caso della Grecia, l’Irlanda sta accettando un salvataggio condotto dalla Unione Europea, Fondo monetario e BCE, che richiede politiche di aggiustamento fiscale estremamente severe, che accrescono la disoccupazione, e che sono alla fine destinate a fallire. Dovrebbe semplicemente abbandonare l’euro, anche se in realtà è molto probabile che continui invece a rimanere nell’unione monetaria per diversi anni (come fece l’Argentina col il cambio fisso).

E dunque, la BCE è il colpevole, anche se c’è stato un complice: gli economisti, che hanno per tutto il tempo dato una mano ad uccidere l’euro. La crisi europea è un ulteriore esempio di come gli economisti mainstream cercano di far finta che nessuno potesse prevedere la crisi, perché il fenomeno era troppo complesso per essere previsto.

Per esempio recentemente Brad De Long ha espresso preoccupazione sulle politiche economiche della BCE ed ammesso di essersi sbagliato nel ritenere che nessun governo avrebbe consentito alla disoccupazione di rimanere al 10% per un periodo lungo. Eppure nel 1998, lo stesso Brad de Long affermava in un libro pubblicato da NBER che: “gli economisti…ritengono che la spesa pubblica in disavanzo non ha effetti espansivi”. Se fosse così non avrebbe ragione di preoccuparsi per le politiche attuali! Questo mostra quanto poco questi economisti credessero veramente alla loro stessa tesi che fosse la riduzione della spesa pubblica ad avere effetti espansivi sull’economia!

I problemi delle analisi mainstream sono ancora più profondi e sono strettamente legati a quella che Paul Krugman chiama la “sintesi di Samuelson”, cioè l’idea che il keynesismo fosse basato sui fallimenti del mercato (cioè su rigidità dei salari o del tasso di interesse). Ma non è così. Nel capitolo 19 della Teoria Generale Keynes mostra che la flessibilità dei salari ha effetti negativi e quindi, sì, la soluzione è la politica fiscale espansiva.

In realtà, come ha notato solo Dean Baker (che ha avuto sempre ragione e che spesso, forse proprio per questo, viene dimenticato) l’Irlanda, sino a prima della crisi, aveva fortissimi avanzi (sì, proprio così!) nei propri conti pubblici – di fatto l’Irlanda era additata come l’esempio di una politica fiscale restrittiva che genera espansione.

Sarebbe stato meglio per gli irlandesi se avessero prestato ascolto al grande economista irlandese Wynne Godley che nel 1992 avvertiva: “la incredibile lacuna nel programma europeo è che non c’è nessun progetto di qualcosa di analogo, in termini comunitari, di un governo centrale… Se un paese o regione non ha alcun potere di svalutare, e se non può beneficiare di un sistema di trasferimenti fiscali che tendano ad eguagliare le condizioni, allora non c’è nulla che possa impedirgli di soffrire di un processo di declino cumulativo e definitivo che alla fine farà sì che l’emigrazione sia l’unica alternativa alla povertà e all’inedia.” Nel 2001 Arestis e Sawyer  hanno posto la questione se l’euro avrebbe causato una crisi in Europa, e hanno risposto di sì. Ma in economia avere ragione non conta – ciò che paga è dire ciò che i mercati vogliono sentire.

 

*University of Utah, USA. Traduzione a cura della redazione di economicaepolitica.it.

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No all’austerità fiscale. I pericoli della deflazione e gli argomenti per la finanza funzionale

Pubblicato il 19 Luglio 2010 da admin

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Che cosa si può fare in poco più di 18 mesi nel mondo alla rovescia della politica internazionale! Nel novembre del 2008, dopo che nel settembre/ottobre del 2008 gran parte dei mercati finanziari internazionali furono salvati dai governi a colpi di miliardi di dollari, i Paesi del G20 si riunirono a Washington non già per discutere della necessità di ricorrere alla spesa pubblica in disavanzo, giacché questo era ormai un fatto compiuto a seguito della crisi iniziale dei subprime del 2007-2008 e del vasto salvataggio messo in atto per evitare che il settore bancario potesse cadere in un abisso finanziario. Piuttosto i leader dei Paesi del G20 si riunirono nel novembre 2008 per discutere di come coordinare una strategia di “stimolo fiscale”, al fine di evitare un profondo collasso della spesa privata che alla fine del 2008 sembrava essere un’inevitabile conseguenza della crisi finanziaria.

Una rapida occhiata alla Figura 1 consente di rilevare un drammatico cambio di rotta della politica di bilancio dei Paesi occidentali dopo il 2007. Invece di perseguire politiche di “sana finanza”, con la quale molti governi  provarono a risanare i propri deficit o a perseguire avanzi come si può vedere dopo il 2001, tutti questi paesi si tuffarono in considerevoli deficit di bilancio dopo il 2007 (si veda la parte ombreggiata della Figura 1).

Figura 1: Saldi di bilancio pubblico (effettivi/previsti) in termini percentuali sul PIL, Totali Paesi OCSE, Area Euro, Paesi  G7 dal 1991 al 2010 (FONTE OCSE)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al recente meeting del G20 di Toronto di fine giugno 2010, si è assistito a una completa modifica dell’agenda politica. I leader si sono congedati vittoriosamente dall’ultimo summit dopo essersi accordati praticamente all’unanimità sui punti promossi dal primo ministro, Stephen Harper, e dagli altri falchi anti-deficit, come David Cameron e Angela Merkel ad esempio. In base al documento del G20, questi leader si sono impegnati a portare avanti manovre di bilancio finalizzate a ridurre i propri deficit di almeno il 50 per cento entro il 2013 e a stabilizzare e ad avviare una riduzione dei rapporti debito/PIL entro il 2016, il tutto in nome della stabilizzazione macroeconomica. Sebbene ci sia stato un dibattito sulla tempistica della “strategia di uscita”, sulla questione dell’austerità di bilancio “c’è uno spietato consenso tra le parti”, come ha sottolineato Barack Obama (http://imarketnews.com/node/15595). E’ difficile pensare come l’elite politica internazionale possa “consentire” a deflazionare “spietatamente” l’economia mondiale alla luce delle proteste pacifiche contro l’austerità nelle strade di Toronto. Comunque, quando gli si chiede in che modo l’economia possa essere stabilizzata e ricondotta su di un sentiero di crescita sostenuto e desiderabile, questi leader si richiamano agli effetti positivi della riduzione dell’eccessivo peso del debito pubblico sulla crescita, enfatizzando la necessità di un suo controllo e della sua sostenibilità finanziaria e rimarcando la necessità di puntare al settore privato per promuovere la crescita.

Mentre è tautologicamente vero che i livelli di debito pubblico possono essere stabilizzati e ridotti solo se le entrate incominciano a superare le uscite, non è così ovvio che gli alti livelli di debito pubblico frenano la crescita e che il settore privato si espanderà a seguito dei tagli di spesa e/o di aumenti di tasse. A ben vedere, i fatti a partire dalla settimana successiva al summit del G20 mostrano segnali preoccupanti che si pongono in netto contrasto con ciò che i leader del G20 hanno previsto come risultati delle loro proposte politiche. In effetti, già a partire da quella settimana (successiva al meeting del G20), i prezzi nelle principali borse del Nord America sono scesi rapidamente e le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso per diversi paesi, come per la China che punta sulle esportazioni come motore della crescita. Nonostante le recenti raffinate previsioni del FMI, sussistono nei mercati internazionali reali timori per una recessione “double-dip” [una recessione a w], simile a quella del 1937, timori che si rafforzano a seguito delle decisioni prese a Toronto alla fine di giugno. Le aspettative dei mercati circa le prospettive future di crescita non sono state positivamente influenzate dall’accordo del G20. Al contrario, le politiche di austerità concordate in un’economia mondiale che sta lottando per rimanere in piedi potrebbero spingere molti paesi sull’orlo del precipizio, in quanto la contrazione del settore pubblico potrebbe influenzare negativamente la crescita attraverso i noti effetti keynesiani sul moltiplicatore e sull’acceleratore. Questo perché il deficit di bilancio del settore pubblico non è un buco nero finanziario che assorbe credito e risorse diversamente utilizzabili per progetti di investimento privato; ma, al contrario, la spesa in disavanzo genera risparmio nel settore privato attraverso il processo di generazione del reddito.

Quello che i leader del G20 e i loro consiglieri economici non riescono a comprendere è il semplice fatto contabile in base al quale ciò che appare come spesa in un settore (ad esempio, il settore pubblico) è necessariamente un’entrata o reddito per un altro settore (ad esempio, il settore privato) e ciò che appare come spesa netta (o deficit di bilancio) per un settore deve essere inevitabilmente risparmio netto positivo (o surplus finanziario) per un altro settore. Ne segue che, indipendentemente da come sono finanziate, le spese generano reddito, e il risparmio del settore privato altro non è che una contropartita dei deficit del settore pubblico. Ciò significa che la formazione di un surplus netto di bilancio nel settore pubblico va a distruggere reddito netto o risparmio nel settore privato. Possiamo ora riprendere la Figura 1 tracciando anche il risparmio netto del settore privato per tutti i Paesi. Per facilità di esposizione si riportano nella Figura 2 sia i saldi del settore privato sia i saldi del settore pubblico, considerando gli Stati Uniti e aggregando i Paesi dell’Euro zona. La sola ragione per la quale queste due serie non sono letteralmente una lo specchio dell’altra è perché non abbiamo preso in considerazione il saldo di conto corrente che potrebbe fluttuare considerevolmente nel tempo e offuscare notevolmente la relazione simmetrica tra le due serie.

Figura 2: Saldi di bilancio pubblico e privato per l’Euro zona e per gli USA in termini percentuali del PIL, 1991-2010 (FONTE OCSE)

Come possono le prospettive di minori redditi e minori risparmi del settore privato incoraggiare la crescita? Ciò che si può immaginare, se sarà realmente implementata la politica di austerità, è il catastrofico effetto della riduzione della spesa sulla produzione del settore privato, con effetti deflazionistici sui redditi (salari e profitti) e un più basso livello di occupazione. Le politiche necessarie non sono quelle che frenano la crescita ma quelle che la sostengono su basi più stabili. Come è stato rilevato da Keynes: “è l’espansione il momento buono per l’austerità [..], non la recessione” (vedi http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php). Le politiche associate alle idee keynesiane sono state storicamente definite come politiche di finanza funzionale e con successo sono state implementate durante i primi anni del dopoguerra per ottenere il pieno impiego, prima dell’assalto monetarista. Dagli anni settanta del secolo scorso molte generazioni di giovani economisti hanno avuto poche o nessuna occasione di conoscere le teorie keynesiane e sono state portate a ritenere che non ci fossero alternative alla dottrina neoclassica del “rigore finanziario”, che era già caduta in discredito negli anni trenta del secolo scorso.

E’ per questo che la recente lettera firmata da oltre 200 economisti italiani rappresenta un segnale di reale speranza. In essa si afferma che yes we can, possiamo pensare ad alternative positive all’austerità e al taglio della spesa. Per salvare l’Euro zona dalle sue stesse contraddizioni, occorre perseguire politiche sin qui messe al bando da quella erronea dottrina neoclassica, che gli autori della lettera definiscono “liberista”, e che trova applicazione nell’attuale struttura istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. La lettera riconosce correttamente che l’Europa può tornare a crescere attraverso una politica di espansione della domanda trainata dalla spesa pubblica, in particolare dai paesi in surplus dell’UME. Essa si sofferma, inoltre, sulla necessità di un piano di sviluppo finalizzato al pieno impiego attraverso l’investimento pubblico, come lo stesso Keynes argomentava negli anni trenta. Questa tesi, però, si trova in netto contrasto con le politiche imposte in Europa, che determinano una deflazione interna.

Ironicamente, il solo pseudo “attivismo” fiscale nell’UME viene perseguito dalla BCE - una istituzione tecnocratica e i cui responsabili non sono eletti democraticamente -il cui ruolo si è evoluto al punto che essa ora sta acquistando titoli del debito pubblico; ma tali acquisti non vengono effettuati al fine di finanziare gli investimenti pubblici e consentire il raggiungimento di obiettivi di sviluppo bensì esclusivamente per fornire la liquidità necessaria a prevenire l’insolvenza, come avvenuto per la Grecia. Questo è il peggiore degli scenari possibili. In nome del “rigore di bilancio”, l’attuale struttura istituzionale impedisce alle legittime autorità di politica fiscale (quindi ai governi nazionali) di perseguire politiche espansive, vincolate come sono dai parametri del Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita che finiscono per aggravare i problemi di liquidità dei c.d. Paesi GIIPS[1]. Dall’altra parte, la BCE è stata ora obbligata ad assumere il ruolo di un “pompiere” recalcitrante, che estingue i fuochi regionali generati dal corto circuito dovuto allo stesso Trattato istitutivo dell’UME, che ha creato una banca centrale sovranazionale sulla base dei principi neoclassici. L’Europa necessita di ridefinire le sue stesse istituzioni per evitare di affossarsi in uno stato di stagnazione economica permanente, tutto in nome della moneta unica.

 

*Professore di Economia, Università di Ottawa, direttore dell’International Journal of Political Economy

 

[1] Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.

 

[Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica]

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No to Fiscal Austerity. The Perils of Deflation and the Case for Functional Finance

Pubblicato il 19 Luglio 2010 da admin

What just over 18 months could make in the topsy-turvy world of international politics! In November 2008, when most of the world’s financial markets had been rescued, with many governments in Western countries spending billions of dollars of bailout money during September/October 2008, the G20 countries had met not to discuss the need for deficit spending, since that was already a fait accompli that had resulted from the effects of the initial subprime crisis in 2007-2008 and the huge bailout money to prevent the banking sector from falling into a financial abyss. Rather, these G20 world leaders had met in Washington in November 2008 to discuss a coordinated “fiscal stimulus” strategy in order to avert a severe collapse of real private sector aggregate spending, which, at the end of 2008, seemed to be an unavoidable consequence of the financial crisis.

A quick look at Figure 1 shows how dramatic the change in the fiscal stance of Western countries was after 2007. Instead of pursuing policies of “sound finance” with most governments trying to climb out of fiscal deficits or target fiscal surpluses as can be seen after 2001, all these countries plunged into significant budgetary deficits after 2007 (see shaded area in Figure 1).

Figure 1: General Government Financial Balances (Actual/Forecasted) as a Percentage of GDP,
Total OECD, Euro Area, and G7 Countries, 1991-2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

At the recent G20 meeting in Toronto at the end of June 2010, we have witnessed a complete reversal of the policy discourse. The leaders left victoriously the latest summit by achieving practical unanimity on the goals that had been proposed by the host prime minister, Stephen Harper, and other anti-deficit hawks, such as David Cameron and Angela Merkel. According to the G20 declaration, these government leaders had committed themselves to fiscal plans that would cut their deficits by at least 50 percent by 2013, and to stabilize and begin to reduce government debt-to-GDP ratios by 2016, all in the name of stabilizing the macroeconomy. Although there was some debate over the precise timetable of their “exit strategy”, as Barack Obama emphasized, on the issue of fiscal austerity “there is violent agreement between the parties” (http://imarketnews.com/node/15595). It is hard to imagine how “violently” the world political elite can “agree” to deflate the world economy in light of the mostly peaceful protests against austerity in the streets of Toronto. However, when asked about how the economy is supposed to be stabilized and brought back to a desirable high growth path, these world leaders referred to the positive effects on growth of a reduced burden of overhanging public debt, pointed to the necessity for public debt stabilization and fiscal sustainability, and highlighted the need to make way for the private sector in the growth strategy.

While it is tautologically true that public sector debt ratios can stabilize and fall only if revenues start to exceed spending, it is not at all obvious that high public debt ratios are inimical to growth and that the private sector will grow as a result of cuts in spending and/or increases in taxes. In fact, evidence from the week following the G20 summit offers some ominous signs that stand in sharp contrast to what the G20 leaders envisaged in terms of economic outcome of their proposed policies. Indeed, already over that week (after the G20 meeting), prices at the principal North American stock exchanges declined sharply and forecasts of growth were revised downward in countries, such as China, that rely on exports as their engine of growth. Despite some recently embellished forecasts from the IMF, there are real fears in world markets of a 1937-style “double-dip” recession, with these fears being reinforced by the decisions taken in Toronto at the end of June. Market expectations of future prospects for growth have not been positively influenced by the formal statement of the G20 leaders. On the contrary, concerted policies of austerity in a world economy that is struggling just to stand still could merely push many economies over the edge of the precipice, since public sector retrenchment could only feed negatively on growth through standard Keynesian multiplier/accelerator effects. This is because a public sector budgetary deficit is not some financial black hole that removes much needed loanable funds that would otherwise be available for investment purposes for the private sector; but quite the opposite, deficit spending creates private sector savings through the income-generating process.

Indeed, what the G20 leaders and their economic advisors fail to understand is an elementary accounting fact that what is a spending for one sector (say, the government sector) is necessarily a receipt or income for another sector (say, the private sector) and that what is a net spending (or a budgetary deficit) of one sector must inevitably be a positive net saving (or a financial surplus) of another sector.  Hence it follows that, regardless of how they are financed, expenditures generate income, and private sector saving is merely the pecuniary accountancy of public sector deficits. This also means that any net budgetary surplus of the public sector merely destroys private sector net income or saving. In terms of Figure 1 above, one ought to just imagine this same chart but stood on its head delineating in this case the net saving position of the private sector for all those countries. For illustrative purposes, both the private and public sector balances are displayed in Figure 2, but only for the US and the countries of the Euro zone combined. Indeed, the only reason why these series are not literally a mirror of one another is because we have not taken into consideration the current account balance which could fluctuate somewhat over time and blur somewhat the symmetrical relation between the two series.

Figure 2: Net Private and Consolidated Public Sector Balances for the Euro Area and the US as a Percentage of GDP, 1991-2010

How can the prospect of lower private sector incomes and private sector savings encourage private sector growth over time? If such policies of budgetary austerity are seriously implemented, one can only imagine the catastrophic consequences of the withdrawal of the much needed spending on private sector output, resulting in a deflation of incomes (wages and profits) and a lower level of employment. What are needed are not policies that abort growth but policies that sustain it on a more permanent basis. As Keynes has been quoted to have said: “the boom, not the slump, is the right time for austerity at the Treasury.” (See http://bostonreview.net/BR35.3/kirshner.php) Such a policy framework, associated with Keynesian ideas, has been termed historically a policy of functional finance which was quite successfully implemented during the early postwar years to achieve full employment before these policies succumbed to the monetarist onslaught. Since the 1970s, several generations of young economists have had little or no exposure to these Keynesian ideas and have been trained to think that there is no alternative to the neoclassical doctrine of “sound finance” which had been discredited during the 1930s.

This is why the recent letter signed by over 200 Italian economists represents a truly hopeful sign. It affirms that yes we can imagine positive alternatives to austerity and economic retrenchment. If the Euro zone is to be saved from its own contradictions, it must pursue policies that are currently prevented as a result of the misguided neoclassical doctrines of what the authors of the letter have dubbed the “liberalist” ideology that finds its counterpart in the current institutional structure of the European Economic and Monetary Union (EMU). The letter rightly recognizes that growth in Europe can return via a policy of expansion of demand through public spending and particularly in the surplus countries of the EMU. Moreover, it points to the need for a development plan to achieve full employment through public investment much as Keynes himself had argued in the 1930s. This view stands in stark contrast to the current policies being imposed in Europe that necessitate deflation domestically.

Ironically, the only pseudo fiscal “activism” in the EMU is being pursued de facto by an unelected and technocratic ECB whose role has evolved and is now purchasing national government securities not to help finance public investments for developmental purposes in the various regions of Europe but merely to provide much needed liquidity to prevent insolvency, as in Greece. We have here perhaps the worst possible scenario. In the name of “sound finance”, the current institutional structure prevents the rightful fiscal authorities (i.e., the respective national governments) to pursue policies of expansion because of the constraints imposed by the Maastricht Treaty and the Stability and Growth Pact, which exacerbate the liquidity problems of the so-called GIIPS countries. On the other hand, the ECB has now been forced to assume the role of a recalcitrant “firefighter” that extinguishes regional fires caused by faulty circuitry imposed by the very EMU constitution, which established such a supranational central bank based on neoclassical precepts of the macro economy. Europe needs to redefine itself institutionally so as to avoid being stuck collectively in a permanent state of economic stagnation all in the name of retaining a single currency.

 

* Professor of Economics, University of Ottawa, and Editor of the International Journal of Political Economy

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Le premesse teoriche della Lettera e i vetero-liberisti

Pubblicato il 16 Luglio 2010 da admin

Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore  del 27 giugno  (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria  ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici.

Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio[2].

Nella Lettera si afferma che una redistribuzione del reddito a favore dei redditi più elevati, (quale si è manifestata nei paesi industrializzati nell’arco degli ultimi trent’anni)[3] tende a deprimere la domanda aggregata e la crescita. Per vedere perché, è sufficiente considerare un modello reddito-spesa keynesiano molto semplice, senza settore pubblico e rapporti con l’estero e con investimenti dati. Questo modello ci consente di determinare l’unico livello di reddito di equilibrio macroeconomico al quale la domanda complessiva, costituita da consumi e investimenti, e la produzione risultano uguali[4]. Il comportamento delle imprese, naturalmente volto ad adeguare la produzione alla domanda di prodotti farà sì che il sistema economico tenda effettivamente a realizzare questo livello di produzione, che risulta unicamente determinato da tre grandezze: ammontare degli investimenti, ammontare dei consumi autonomi (cioè finanziati non dal reddito corrente ma dalla ricchezza o dal credito), e propensione al consumo (cioè quanto aumentano i consumi per ogni unità aggiuntiva di reddito). Ora supponiamo che in questa economia intervenga una redistribuzione del reddito dai lavoratori (dai gruppi sociali a reddito medio-basso) verso gruppi sociali a reddito elevato (percettori di rendite e profitti, manager ecc). Se, come normalmente accade, la propensione al consumo dei soggetti a reddito elevato è minore di quelli a basso reddito[5], questo cambiamento nella distribuzione del reddito, riducendo la propensione al consumo della collettività nel suo insieme, riduce anche la domanda aggregata ed il reddito di equilibrio[6]Solo inizialmente questo si manifesterà con una sovrapproduzione di merci rispetto alla domanda e una accumulazione indesiderata di scorte[7], ma questo fenomeno sarà transitorio, perché le imprese aggiusteranno rapidamente i livelli di produzione. Ciò a sua volta ridurrà reddito, occupazione e consumi e quindi produzione (effetto del moltiplicatore keynesiano) ma il processo alla fine converge ad un nuovo più basso livello di equilibrio del reddito, che sarà però diminuito di più dell’iniziale riduzione dei consumi. Quindi, non ci sarà una persistente sovrapproduzione (come Bisin e Boldrin ci accusano di sostenere) ma, come si insegna nei corsi di base di economia, una produzione che si adegua alla (diminuita) domanda aggregata attraverso una riduzione del grado di utilizzo degli impianti e del lavoro da parte delle imprese. Se la nuova situazione persiste, anche il sottoutilizzo degli impianti tenderà a scomparire, in quanto essi tenderanno a non essere interamente rinnovati dalle imprese e si avrà nel sistema una riduzione della capacità produttiva esistente.

Viene però contestato ai sostenitori del documento di trascurare meccanismi economici che tenderebbero comunque a controbilanciare gli effetti negativi della diminuzione dei consumi. Questi sarebbero il legame tra risparmi e investimenti, e  la flessibilità dei prezzi (non richiamata nell’articolo ma nel blog). Il punto è che questi meccanismi non vengono “trascurati” ma che sul loro ruolo sia la riflessione teorica che l’evidenza empirica mostrano che bisogna trarre conclusioni molto diverse.

Per quanto riguarda il nesso risparmi investimenti, si può osservare innanzi tutto che nella nuova situazione di equilibrio l’ammontare complessivo di risparmi è esattamente lo stesso di prima (anche se ora una quota maggiore del reddito va a soggetti con più elevata propensione a risparmiare, il reddito complessivo è diminuito e i risparmi aggregati sono invariati). Un “eccesso di risparmi” rispetto agli investimenti si manifesta solo inizialmente nell’economia proprio come sovrapproduzione di merci che rimangono invendute – come questo possa tradursi in aumento degli investimenti non viene spiegato.

Scrivono Bisin e Boldrin: “chi risparmia non tiene i soldi sotto il materasso, li investe”. Si tratta, in questi termini, di una versione del rapporto risparmi-investimenti che si ritrova in alcuni economisti di inizio ‘800, come Say, così come del resto la formulazione della teoria sottoconsumista che ci viene attribuita potrebbe essere ricondotta ad un altro economista di quel periodo, Sismondi. Da allora sono però passati duecento anni, durante i quali sia i termini della discussione, sia la realtà economica, sono mutati, anche se i nostri commentatori non sembrano essersene accorti.

Anche concesso, in contrasto con l’analisi svolta sopra, che un incremento dei risparmi aggregati effettivamente si manifesti, coloro che risparmiano non decidono affatto per ciò stesso di effettuare investimenti produttivi, ma sceglieranno di detenere i propri risparmi in forma di una varietà di attività finanziarie, inclusa la moneta. Perché si possa argomentare che ciò si tradurrà in maggiori investimenti sono necessari due passaggi, ciascuno dei quali molto controverso nella letteratura economica; bisogna cioè: i) che un aumento dei risparmi sia in grado di determinare una riduzione del tasso di interesse e ii) che quest’ultima determini un aumento degli investimenti aggregati[8].

In particolare, per quanto riguarda la relazione tra investimenti e tasso di interesse, questa non solo è controversa sul piano teorico, ma non è stata rinvenuta dalle ricerche applicate né a livello aggregato né di impresa (ad esempio Chirinko, 1993), tanto che Blinder (1997, p. 240) ha potuto affermare che “l’evidenza empirica circa la sensibilità degli investimenti al saggio di interesse è, a dir poco, dubbia”.

Consideriamo ora la flessibilità dei prezzi. In che modo questa potrebbe favorire una maggiore domanda di merci? Certamente non attraverso un effetto sul “potere d’acquisto” di consumatori e imprese rispetto alle merci stesse, come i nostri critici sembrano suggerire! Come si insegna subito agli studenti di economia infatti a livello aggregato il valore monetario della produzione è esattamente la stessa cosa del valore monetario dei redditi distribuiti, e quindi al diminuire del livello dei prezzi corrisponde un minor reddito monetario della collettività. Un effetto positivo sulla domanda potrebbe aversi solo se i salari fossero fissi in termini monetari: in questo caso al diminuire dei prezzi i salari reali aumenterebbero mentre altri tipi di reddito diminuirebbero, determinando una redistribuzione del reddito di segno opposto a quella indicata all’inizio. Ma sarebbe davvero sorprendente scoprire che Bisin e Boldrin ritengono, come i promotori della Lettera, che un aumento dei salari reali aiuterebbe a uscire dalla recessione!

In ogni caso, perché una riduzione dei prezzi possa far aumentare la domanda di merci occorre che essa sia in grado di aumentare, in termini reali, o la spesa per investimenti o quella per consumi (come discusso nel cap XIX della Teoria Generale di Keynes, che invito a leggere) e gli argomenti proposti nella letteratura economica a sostegno degli effetti positivi della caduta del livello dei prezzi sulla domanda presentano debolezze riconosciute anche dagli stessi economisti mainstream[9].

In realtà, molti economisti (tra cui Keynes, Fisher, Minsky) hanno sostenuto con forza che una riduzione del livello dei prezzi può invece avere effetti negativi sull’economia molto gravi: i) perché aspettative di ulteriori riduzioni dei prezzi possono indurre il rinvio degli acquisti di beni di consumo durevoli e di beni di investimento; e ii) perché la caduta dei prezzi aumenta l’onere dei debiti, mettendo a rischio la capacità di far fronte agli impegni di restituzione dei prestiti ottenuti, e mettendo di conseguenza in difficoltà anche le banche che quei prestiti avevano erogato. Di fatto, le banche centrali e gli organismi internazionali guardano in genere con molto timore alla possibilità di una deflazione dei prezzi, e laddove questa si è manifestata (in Giappone ad esempio) non sembra proprio che abbia favorito la ripresa.

Tutto ciò implica che recessioni e disoccupazione – e anche la crisi in corso – possono essere e sono generalmente causate da carenza di domanda aggregata, e che contrarre la spesa in una fase recessiva –  come sta accadendo in Europa con le politiche di tagli alla spesa pubblica – è estremamente pericoloso.

Anche la crescita di lungo periodo di un sistema economico dipende dalla crescita della domanda. In una economia nazionale aperta agli scambi con l’estero una delle componenti della domanda sono le esportazioni, e queste possono essere spinte dalla capacità innovativa del sistema economico nazionale, auspicata da Bisin e Boldrin. Tuttavia è evidente che, se si guarda il sistema economico internazionale nel suo insieme, non è possibile che tutti i paesi siano esportatori netti, e la questione della necessità della crescita di altre componenti della domanda, oltre alle esportazioni, rimane fondamentale.

Se poi ci sono economisti che come Bisin e Boldrin vogliono continuare ad assumere, in contrasto con l’osservazione dei fatti e con una vasta e seria letteratura economica, che l’economia è sempre costantemente in equilibrio di piena occupazione, che non possono aversi carenze di domanda aggregata, e che i lavoratori disoccupati sono solo persone che hanno scelto di godersi un po’ di tempo libero[10], è bene che quantomeno non abbiano la pretesa di dare lezioni sull’interpretazione della realtà, con toni la cui aggressività è pari alla pochezza delle argomentazioni.

  
[1] A queste hanno risposto, su diversi punti, l’intervento di Cesaratto (29 giugno) sullo stesso quotidiano, un’intervista di Brancaccio (www.emilianobrancaccio.it) e Ugo Pagano, che ha partecipato ad una discussione tenutasi a Firenze il primo luglio scorso. Sempre sul Sole 24 Ore sono intervenuti Canale e Realfonzo (“Cari colleghi, rileggete Keynes”, 15 luglio) per sostenere le tesi di politica economica degli economisti keynesiani rispetto al mainstream.
[2] Naturalmente la Lettera è stata sottoscritta da economisti di orientamento diverso, ed evidentemente ciò che scrivo non è necessariamente del tutto rappresentativo delle opinioni di ciascuno.
[3] Questo dato è contestato dai due critici, che sono in questo davvero soli. Non potendo per ragioni di spazio entrare nel merito rinvio, tra i tanti lavori sul tema, a IMF 2007a e b e OECD 2008, non  sospettabili di nutrire simpatie filo-marxiste.
[4] La domanda aggregata AD è la somma di consumi e investimenti AD ≡ C + I; i consumi dipendono in parte dal reddito C = C°+cY, dove c è la propensione al consumo, C° sono i consumi autonomi; il reddito (produzione) di equilibrio è quello che eguaglia la domanda aggregata Y = C°+cY+I ed è quindi pari a: Y = (I+C°)/(1-c).
[5] In altri termini, un salariato generalmente spende, per vivere, tutto o quasi il suo reddito corrente, e può risparmiarne una parte piccola, viceversa chi ha redditi elevati ne spende una proporzione minore e può risparmiare in misura maggiore
[6] Nei decenni passati, nonostante i cambiamenti nella distribuzione del reddito, questa riduzione dei consumi della collettività in proporzione al reddito, non si è manifestata, in particolare negli Stati Uniti, grazie alla forte espansione del credito al consumo, che è però venuta meno con la crisi in corso, e che ha comunque contribuito al determinarsi della fragilità finanziaria del sistema esplosa con la crisi.
[7] Le imprese potrebbero anche vendere i prodotti sottocosto, come suggerito dai nostri ma, se non si tratta di beni deperibili, alle imprese non conviene farlo – ed  in ogni caso ciò non modifica le conclusioni del ragionamento.
[8] Per quanto riguarda la possibilità che una variazione dei risparmi induca, nel mercato del credito, una variazione di segno opposto del tasso di interesse, ricordo che già Wicksell (che pure condivideva i fondamenti teorici marginalisti di coloro che criticano la Lettera) riteneva che in presenza di un sistema bancario, il tasso di interesse non fosse immediatamente regolato da offerta e domanda di risparmi, e che in ciò risiedesse la principale causa del ciclo economico. Dopo Keynes è stato riconosciuto da tutti che il tasso di interesse è determinato nel mercato monetario e finanziario, e che  una sua riduzione può realizzarsi o per una scelta di politica monetaria da parte della banca centrale, o attraverso la caduta del livello dei prezzi rispetto alla quantità di moneta, di cui dirò più avanti.
Per quanto concerne l’aumento degli investimenti al ridursi del tasso di interesse, si tratta di una relazione estremamente controversa sul piano teorico: tradizionalmente essa era fondata sul principio di sostituibilità tra fattori produttivi, e cioè sull’idea che la diminuzione del tasso di interesse portasse il sistema, attraverso la minimizzazione dei costi unitari, ad adottare tecniche a maggiore intensità di capitale, con conseguente aumento degli investimenti. Ma come è stato in vari modi dimostrato (si veda ad esempio Garegnani 1970) il cambiamento delle tecniche ad una diminuzione del tasso di interesse può avere qualsiasi esito, anche di segno opposto. Altre spiegazioni della decrescenza degli investimenti rispetto al tasso di interesse o sono errate (Ackley, 1978) o sono in ultima analisi riconducibili al principio di sostituibilità di cui sopra (Petri, 2004, cap. 7).
[9] Nella letteratura macroeconomica mainstream si argomenta che la caduta del livello dei prezzi possa ridurre il saggio di interesse a causa dell’aumento della offerta di moneta in termini reali. Ma ciò è contestato dai tanti economisti che affermano la natura endogena della offerta di moneta; e d’altro lato rimangono le obiezioni teoriche ed empiriche già descritte circa la capacità di un riduzione del tasso di interesse di stimolare gli investimenti aggregati. Un altro meccanismo presente nella letteratura macroeconomica è quello dei cosiddetti saldi monetari reali: la ricchezza detenuta dalle famiglie e dalle imprese in forma di moneta aumenta di valore in termini reali quando i prezzi cadono, e ciò stimola i consumi. Ma la rilevanza di tale meccanismo è stata fortemente circoscritta proprio da chi ha contribuito a metterlo in luce (cfr. Patinkin, 1987), mentre come argomentato nel testo, gli effetti negativi della caduta di prezzi sui consumi e sugli investimenti possono essere molto rilevanti.
[10] Ebbene sì, perché nei modelli di ciclo economico reale, a partire dai quali ci si vuole insegnare come interpretare l’economia, si afferma che le variazioni cicliche dei livelli di occupazione sono dovute alle scelte dei lavoratori di lavorare di più quando i salari sono un pò più alti del solito e lavorare di meno quando sono un pò più bassi del normale (nell’attesa che risalgano), in modo da massimizzare il proprio reddito minimizzando lo sforzo nell’arco della vita lavorativa…!

Riferimenti

Ackley G., 1978, Macroeconomics: Theory and Policy, Londra, Collier e Macmillan.

Blinder A., 1997, Is There a Core of Practical Macroeconomics That We Should all Believe?, American Economic Review, 1997, n. 2.

Chirinko, R.S. (1993) Business Fixed Investment Spending: Modeling Srategies, Empirical Results and Policy Implications, Journal of Economic Literature, vol 31.

Garegnani P., 1970, Heterogeneous Capital, the Production Function and the Theory of Distribution, Review of Economic Studies, vol 37.

IMF, 2007a, World Economic Outlook, April, Washington.

IMF, 2007a, World Economic Outlook, October, Washington.

OECD, 2008, Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries, Paris.

Patinkin, 1987, Real Balances, in J;Eatwell, M.Milgate, P.Newman (eds) New Palgrave, a Dictionary of Economics, London, Macmillan.

Petri F. 2004, General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Cheltenham, Elgar.

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Oltre il “momento Kindleberger”, contro l’austerity globale

Pubblicato il 07 Luglio 2010 da admin

[cliccare per l’originale inglese]

L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. Da allora entrammo nel “momento Keynes”: i politici e gli economisti, negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e anche nei “templi ” del neoliberismo - come il Fondo Monetario Internazionale - riscoprirono l’assoluta necessità di politiche fiscali espansive per contenere le forze deflazionistiche che stavano conducendo l’economia mondiale in una “stretta mortale”. Per un breve periodo, i governi adottarono politiche fiscali keynesiane senza precedenti, per cercare di interrompere la spirale economica deflazionistica e, per certi versi, ebbero un temporaneamente successo. Ma ora le forze ortodosse, in Europa e negli Stati Uniti, stanno cercando di seppellire Keynes ancora una volta e resuscitare politiche liberiste reazionarie – rispolverando le teorie e il lessico del passato – invocando brutali misure di austerità per ristabilire la “fiducia” nei mercati finanziari. E ciò, essi dicono, condurrà alla ripresa dell’economia globale attraverso tassi d’interesse più bassi, maggiori investimenti e più elevata occupazione. Questi politici e gli economisti che li sostengono fanno queste affermazioni impassibili, a dispetto del fatto che furono questi mercati finanziari e queste politiche economiche a condurci alla più grande calamità economica globale dopo la Grande Depressione. Ed essi ripetono queste tesi a dispetto del fatto che non esiste una teoria economica empiricamente difendibile che possa dimostrare che, nelle condizioni economiche deflazionistiche in cui ci troviamo, gli imponenti tagli delle politiche fiscali a livello globale condurranno ad una maggiore crescita economica e a una maggiore occupazione. Hanno già dimenticato che la fiducia nei mercati finanziari ha condotto essenzialmente alle bolle speculative e a consistenti profitti dei banchieri, piuttosto che a investimenti e impieghi sostenibili e produttivi? Ed ora che una seria regolamentazione finanziaria è praticamente morta negli Stati Uniti e si sta spegnendo lentamente in Europa sono proprio convinti che ripristinare la fiducia nei mercati finanziari europei possa produrre un qualche effetto differente?

In quale “momento” ci troviamo ora? Io credo che abbiamo raggiunto il pericoloso e infido “momento Kindleberger”. Nel suo importante libro, The World in Depression (1929-1939), lo storico economico Charles Kindleberger affermò che la mancata adozione di un’adeguata politica fiscale espansiva capace di contrastare le spinte deflazionistiche dell’economia globale aveva condotto fatalmente alla disgregazione delle coalizioni politiche e delle istituzioni in grado di trovare soluzioni reali alla crisi economica[1]. Kindleberger sosteneva che questo fallimento era dovuto non solo alla mancata comprensione dell’importanza di una politica fiscale espansiva, ma anche alle forze della speculazione finanziaria e dei mercati finanziari in generale, che avevano reso quelle politiche estremamente difficili da attuare[2]. Il venir meno della spinta verso le necessarie politiche economiche e la mancata volontà nel tenere sotto controllo le forze della reazione (inclusa la finanza), in fin dei conti bloccarono la possibilità di porre fine alla Grande Depressione attraverso mezzi di pace.

Ci troviamo nel “momento Kindleberger” anche in un altro senso. Nel suo importante libro Manias, Panics and Crashes, Kindleberger sviluppa i temi finanziari minskyani e mostra, tra le altre cose, che in tempi di crisi i governi e le banche centrali si allontanano dalla cosiddetta regola di Bagehot del “prestatore di ultima istanza” (“prestare solo a istituzioni solventi, sulla base di buone garanzie e ad un tasso di interesse più alto”) e soccorrono i padroni della finanza, facendo tutto ciò che serve a questo scopo. Come Kindelberger correttamente afferma, in queste situazioni, in pratica, “l’unica regola è che non ci sono regole”. Così, i governi e le banche negli USA e in Europa hanno salvato i capitalisti della finanza, sostenendo, naturalmente, di avere con ciò protetto i cittadini. Con una cinica operazione di marketing, essi definiscono “salvataggio della Grecia” ciò che in realtà è il salvataggio delle banche europee.

Queste banche, salvate e ripotenziate, con i loro alleati in affari, i politici e l’accademia hanno ora impedito con successo un’importante riforma finanziaria negli USA e stanno ritardando e probabilmente, alla fine, impedendo una seria riforma anche in Europa. Con il venir meno degli sforzi per una riforma finanziaria, e ora con il tentativo di reintrodurre i tagli e l’austerità fiscale, gli stessi poteri che provocarono la crisi stanno cercando di premere il bottone di “riavvio” nella speranza di poter tornare indietro per battere moneta per sé stessi e a spese di tutti gli altri, come avevano fatto negli ultimi decenni.Ma, data la gravità della crisi, come compreso da Kindleberger, premere il bottone di “riavvio” non funzionerà. La crisi si sta accentuando e l’adozione di una maggiore austerità, da un lato, e salvataggi per riportare la fiducia nei mercati finanziari, dall’altro, non sono una vera soluzione. Tutto ciò accelererà la disgregazione delle forze politiche ed economiche, come si sta verificando negli Stati Uniti e in molti paesi europei.

E allora cosa si dovrebbe fare? L’antidoto a questo “momento Kindleberger” è unificare le forze politiche e intellettuali che stanno premendo per soluzioni reali: politiche keynesiane espansive e una regolamentazione incisiva della finanza; un maggior controllo democratico sulla politica della banca centrale, inclusa la sempre più potente BCE; un rovesciamento delle screditate dottrine economiche del mainstream che legittimano le erronee politiche che si stanno imponendo ancora una volta in Europa e, sempre più, negli Stati Uniti.

In questo contesto la Lettera firmata da più di 200 economisti italiani è importante. Essa alza una forte voce contro le disastrose politiche e contro il sostegno intellettuale nei confronti dell’austerity e del neoliberismo che si stanno imponendo nuovamente. Come un numero crescente di studiosi impegnati politicamente in altre parti d’Europa, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in ogni dove, questi economisti italiani, con la loro Lettera, stanno dimostrando che capaci, rispettati e appassionati studiosi non rimarranno inerti a guardare gli economisti neoliberisti scambiare l’economia reale con una “messa in scena”, dopo che le loro tesi sono state così ampiamente screditate dagli eventi degli ultimi anni. Seguendo l’esempio di questi economisti italiani, altri economisti e intellettuali devono accantonare le irrisorie differenze teoriche tra di loro e i futili diverbi, e unirsi per contrastare le disastrose politiche economiche sostenute dai neoliberisti e da politici opportunisti.

Dopo tutto, questo è quello che gli stessi capitalisti della finanza hanno fatto. Nella battaglia sulla riforma finanziaria negli USA, ad esempio, banche piccole e grandi, istituzioni finanziarie e non finanziarie, hanno risolto le loro differenze per essere uniti contro una rigorosa regolamentazione  dei mercati finanziari. Ed hanno vinto dimostrando che la classe capitalistica è sempre più unita sotto la finanza. La Lettera degli economisti italiani mostra in modo chiaro che abbiamo bisogno  di essere almeno altrettanto  efficaci e uniti nel combattere l’austerity, nel difendere le tutele sociali e nel promuovere politiche macroeconomiche che creino occupazione sostenibile.

Solo allora usciremo dalla disastrosa trappola di questo “momento Kindleberger”.

 

* Professore di Economia Politica e condirettore del Political Economy Research Institute, University of Massachussets (USA)

[1] The World in Depression, 1929 – 1939. Berekley: University of California Press, 1973[2] Il volume di Kindleberger è soprattutto famoso per la sua affermazione che la depressione fu esacerbata dal fallimento della leadership globale. Egli sostenne che il Regno Unito non fu più in grado di esercitare la leadership e gli Stati Uniti non furono disposti a farlo. Ma ugualmente importante fu il processo mediante il quale questo fallimento si manifestò: l’incapacità di attuare un’adeguata espansione fiscale e combattere le forze della finanza e della speculazione che alla fine condussero alla disgregazione politica al punto che queste politiche non furono più realizzabili.

 

(Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica)

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Beyond the “Kindleberger Moment”, Fighting Global Austerity

Pubblicato il 07 Luglio 2010 da admin

Minsky Moment” entered the popular lexicon when, at the height of “phase I” of the financial crisis in mid-2008, some financial journalists and even mainstream economists  discovered that there actually existed some sensible economic theory that could help us comprehend the financial disaster that was threatening to bring down the world economy. Since that time, we briefly entered the “Keynes Moment” when politicians and economists in the U.S., Europe, Asia and even in the “temples” of neo-liberalism such as the IMF, re-discovered the absolute necessity of expansionary fiscal policy to stem the massive deflationary forces that had the world economy in a death grip. For a brief period, these governments pursued unprecedented “Keynesian” fiscal policies to try to break the downward economic spiral and, to some extent, they temporarily succeeded. But now, the orthodox forces in Europe and the U.S. are trying to bury Keynes once again, and resurrect the liberal –now completely reactionary – policies, theory and lexicon of a bygone age – calling for brutal austerity measures to restore the “confidence” of financial markets, who, they say, will lead the global economic recovery by bringing about lower interest rates, higher investment  and greater employment. These politicians and the economists who give them credence  now make these pronouncements with a straight face, despite the fact that it was these financial markets and these economic policies which have brought us the greatest global economic calamity since the Great Depression. And, they repeat these mantras despite the fact that there is no empirically defensible economic theory which would predict that in the deflationary economic conditions we now find ourselves, massive global fiscal retrenchment will bring about more economic growth or employment generation. Have they already forgotten that “financial confidence” led primarily to speculative bubbles and fat bonuses for bankers rather than productive and sustainable investment and jobs? And now that serious financial reform regulation is virtually dead in the US and dying a slow death in Europe, do they think that restoring financial confidence in Europe will produce any different effect?

So what “moment” are we now in? I think we have reached the dangerous and treacherous “Kindleberger  Moment”. In his important book, The World In Depression, 1929 -1939 the late economic historian Charles Kindleberger  argued that the failure to quickly and forcefully pursue adequate expansionary fiscal policy and reverse the deflationary forces of the global economy led to fatal political centrifugal forces, tearing apart political coalitions and institutions capable of bringing about real solutions to the economic crisis[1]. Kindleberger argued that this failure was due not only to lack of understanding of the importance of expansionary fiscal policy, but also to forces of financial speculation and the financial markets more generally, that made expansionary fiscal policies extremely difficult to carry out[2]. This failure of understanding and failure of will to press forward with the needed economic policies and to bring under control the forces of reaction (including finance) that were attempting to undermine them, ultimately blocked the ability to end the Great Depression through peaceful means.

We are at a “Kindleberger Moment” in another important and related sense. In his important book, Manias, Panics and Crashes, Kindleberger develops Minskian financial  themes to show, among other things, that at a time of crisis, governments  and central banks throw out the so-called Bagehot rules of “lender of last resort” (‘lend only to solvent institutions, on good collateral and at a penalty rate of interest’) and typically bail-out the masters of finance, doing whatever it takes to get the job done. As Kindelberger aptly puts it, in these situations, in practice, ‘the only rule is that there are no rules’. So, governments and central banks in the U.S. and in Europe have saved the financiers, claiming, of course, that they are saving the citizens. In a cynical marketing ploy, they call a bail-out of European Banks a bail-out of Greece.

These saved and re-empowered banks and their allies in business, politics and the academy have now successfully prevented serious financial reform in the US and are well along their way to delaying and probably ultimately killing serious reform in Europe as well. With the virtual gutting of financial reform efforts, and now the attempted restoration of fiscal retrenchment and austerity, the same powers that brought on the crisis are simply trying to hit the re-start button in the hope that they can back to minting money for themselves at the expense of virtually everyone else as they have been doing in recent decades.

But, given the severity of the crisis, as Kindleberger argued, hitting the re-start button will not work. The crisis is deepening, and instituting more austerity on the one hand and financial bailouts on the other to restore the confidence of finance is not a real solution. It will just hasten the forces of political and economic disintegration as we are witnessing in the U.S. and many European countries.

So what should be done? The antidote to this “Kindleberger Moment” is to unify  political and intellectual forces that are pushing for real solutions: for Keynesian fiscal reflation and serious financial regulation , for more democratic control over central bank policy, including over the increasingly powerful ECB, and for an over-throw of the now discredited mainstream economic doctrines that legitimize and act as cheerleaders for the misguided policies that are now once again becoming dominant in Europe and, increasingly, in the U.S.

It is in this context that the Letter signed by more than 200 Italian Economists is so important. It creates a strong voice against the calamitous policies and intellectual underpinnings for austerity and neo-liberalism that are once again becoming so strong. Like increasingly politically engaged economists in other parts of Europe, the U.K., the U.S. and elsewhere, these Italian Economists, by writing and promoting this letter, are insisting that skilled, respected and dedicated economists will no longer sit back as a group and allow neo-liberal economics, to masquerade as reality- based economics, after it has been so thoroughly discredited by the events of the last several years. As these Italian Economists have done, more economists and other intellectuals must put aside minor intellectual differences and petty squabbles, come together to face the disastrous economic policies endorsed by neo-liberal economsts and opportunistic policitians, and join forces to oppose these failed ideas and policies.

After all, that is what the financiers have done. In the battle for financial reform in the US, for example small and large banks, financial institutions and non-financial institutions worked out their differences to stand united against serious financial regulation. And they have mostly won suggesting that the capitalist class is increasingly united under finance. As the publication of the Italian Economists’ letter makes clear, we need to be at least as forceful and united in fighting against austerity, defending social protections, and promoting sustainable, employment creating macroeconomic policy.

Only then will we get out of the disastrous trap of this Kindleberger Moment.

 

* Professor of Economics and Co-Director of the Political Economy Research Institute (PERI), University of Massachusetts, Amherst, MA, USA

  
[1] The World in Depression, 1929 – 1939. Berekley: University of California Press, 1973.
[2] Kindleberger’s book is most famous for his claim that the depression was exacerbated by the failure of the global leadership. He argued that the UK was no longer capable of exerting leadership and the US was unwilling to do so. But equally important is the process by which this failure manifested itself: in the failure to conduct sufficient fiscal expansion and fight the forces of finance and speculation that ultimately led to political disintegration to the point that these policies were no longer feasible.

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The lessons of History, forgotten yet again

Pubblicato il 25 Giugno 2010 da admin

[cliccare per la traduzione italiana]

An economics professor is addressing a radio audience on the grave situation facing his country. It is necessary to encourage consumer spending, he argues, in order to stimulate output and employment. If instead society tries to save more, the result will be a fall in income and a reduction in saving. This is the ‘paradox of thrift’.

The broadcast took place in Norway in 1932, and the speaker was Ragnar Frisch, who would in 1969 share the very first Nobel Prize in economics (with the Dutch econometrician Jan Tinbergen). Frisch’s argument was recently recalled, approvingly, by another Nobel laureate, the American Lawrence Klein (2006, p. 171).

In 2008 it seemed that this Keynesian lesson had been learned by EU governments, which increased their spending and went into debt in order to deal with the Great Recession that threatened to cause serious damage to their economies. Now, in 2010, it seems to have been forgotten, as finance ministers from Latvia to Greece, from Hungary to Ireland, are slashing expenditure and raising taxes in a futile attempt to reduce budget deficits and decrease government debt.

That these efforts will be self-defeating is suggested by Victoria Chick and Ann Pettifor in their excellent historical account of British government debt in the 20th century, which reveals that ‘fiscal consolidation increases rather than reduces the level of public debt as a share of GDP and is in general associated with adverse macroeconomic conditions’ (Chick and Pettifor 2010, p. 1). This was especially true of the ‘Geddes axe’ that was wielded in the early 1920s. In 1946, they reveal, UK government debt had risen to 252% of GDP (ibid., p. 9). And yet the next quarter of a century was a ‘golden age’ for the British economy. Its problems derived from poor management, low investment, weak productivity growth in manufacturing, an overvalued currency and the resulting balance of payments difficulties; public sector debt was an irrelevancy.

The justification for deflationary fiscal policy is supposedly provided by the principle of ‘Ricardian equivalence’. This is a sort of fiscal policy equivalent of the discredited doctrine of ‘rational expectations’: economic agents are supposed to calculate the precise future implications of debt-financed government expenditures for their own personal tax liabilities and to increase their current and future levels of savings accordingly. It was decisively refuted by the experience of the fiscal stimulus packages introduced in 2008.

In fact David Ricardo himself rejected it (Roberts 1942). Instead he proposed a capital levy to reduce the ratio of government debt to GDP, which in 1815 (at the end of the Napoleonic Wars) was indeed abnormally high. His proposal was taken up a century later by another great liberal economist, A.C. Pigou. This was ‘not red revolution’, he maintained (Pigou 1918, p. 156). It would, however, ensure that the burden of reducing the debt would fall on those best able to bear it, the rich, and not on those least able, the poor. In 2010, ‘socialist’ and conservative governments alike seem determined to do it the other way round. History suggests that they will not succeed, but they will cause a great deal of unnecessary suffering and injustice along the way.

 

References
Chick, V. and Pettifor, A. 2010. ‘The economic consequences of Mr. Osborne’, www.debtonation.org/2010/06/the-economic-consequences-of-mr-osborne/ (consulted 10 June 2010).
Klein, L.R. 2006.’Paul Samuelson as a “Keynesian” economist’, in M. Szenberg, L. Ramrattan and A.A. Gottesman (eds), Samuelsonian Economics and the Twenty-First Century. Oxford: Oxford University Press, pp. 165-77.
Pigou, A.C. 1918. ‘A special levy to discharge war debt’, Economic Journal 28(110), June, pp. 135-56.
Roberts, R.O. 1942. ‘Ricardo’s theory of public debts’, Economica n.s. 9(35), August, pp. 257-66.

 

*La Trobe University, Australia. The author added his signature to the “Letter from the economists” published by Economia e Politica (for the English version of the Letter:  www.letteradeglieconomisti.it).

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