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La “Lettera degli economisti” contro l’austerità del giugno 2010

Pubblicato il 14 Novembre 2012 da admin

Economia e Politica condivide le ragioni dello sciopero indetto per oggi dalla European Trade Union Confederation (ETUC) contro le politiche di austerità che continuano a essere sostenute dai governi d’Europa. I risultati di queste politiche sono nefasti. Basti guardare al caso italiano, dove il “fiscal compact” firmato da Berlusconi e l’accelerazione imposta alle politiche di austerità dal governo Monti stanno aggravando la condizione economica del Paese. La produzione nazionale di beni e servizi continua a ridursi significativamente, il tasso di disoccupazione ha raggiunto un livello sconosciuto da decenni, le imprese continuano a perdere quote di mercato nel commercio internazionale. E nonostante tutti questi “sacrifici” l’obiettivo che il governo si era prefissato non è stato colto, se è vero che il debito pubblico italiano ha raggiunto il massimo di tutti i tempi, tanto in valore assoluto quanto come quota del Pil.
Per tutte queste ragioni riteniamo che sia necessaria e urgente una svolta di politica economica in Italia e in Europa, secondo i contenuti indicati dalla “Lettera degli economisti” contro le politiche restrittive pubblicata da questa rivista nel 2010 e sottoscritta da una parte autorevole dell’accademia italiana e straniera. Quel documento aveva largamente previsto quali sarebbero stati i rischi delle politiche di austerità e a partire da esso ha preso vita un dibattito intenso che indica una strada alternativa per lo sviluppo della nostra economia e per il benessere sociale. Riteniamo quindi che quel documento sia ancora di stringente attualità e ne riproponiamo la pubblicazione, in omaggio a tutti quanti sono scesi nelle piazze per protestare contro la politica economica ispirata all’austerità.

LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE

Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

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La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

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In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

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Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

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Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

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Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

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Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.

Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre).

Adesioni:Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González (Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz (Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Gianni Bianco Università di Torino), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani (Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera (Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Marcello Degni (Università di Pisa), Massimiliano Deidda (ISFOL), Carlo Del Gaudio (Università di Napoli ‘Federico II’), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Taranto (Università ‘LUISS Guido Carli’), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino (Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España), Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez (Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc Mangenot (Fondazione COPERNIC - Francia), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano (Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche), Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Silvia Pochini (Università di Pisa), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga (Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi (Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo), Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Piero Tani (Università di Firenze), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’), Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università di Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).

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Lezioni da riscrivere per imparare l’economia

Pubblicato il 03 Novembre 2012 da admin

La crisi ha mostrato quanto sia andata fuori strada la teoria economica dominante. Un appello per ripensare (e insegnare) l’economia come scienza sociale, pluralista e attenta ai problemi della società.

Con lo scoppio della crisi alla fine del 2007, sembrava che alcune delle idee principali su cui era stato costruito l’impianto di teoria economica dominante fossero oggetto di una profonda messa in discussione. Eppure, le vicende recenti dimostrano chiaramente la persistenza di un consenso diffuso accordato alla “narrazione neoliberista” che rappresenta come naturali e universalmente valide le relazioni di mercato, ormai utilizzate come strumento per spiegare i fenomeni più disparati, dalla democrazia alle migrazioni. Le relazioni economiche sembrano oggi sovrastare con le loro leggi presentate come ineluttabili lo spazio della politica e dei bisogni sociali e hanno imposto un linguaggio univoco, incomprensibile ai più, che fornisce un’unica interpretazione delle “realtà”, dalla quale deriva un’univoca ed apparentemente indiscutibile indicazione “tecnica” per governarla. L’utilizzo di un linguaggio apparente neutrale e inaccessibile se non a selezionati addetti ai lavori è in realtà uno strumento politico che impedisce agli individui di criticare le soluzioni presentate come uniche e necessarie per uscire dalla crisi, in particolare le politiche di austerity. E’ essenziale l’ampliamento delle capacità critiche in grado di mettere in discussione i modelli economici per favorire una reale partecipazione democratica che sappia contestare le trappole “retoriche” delle spiegazioni tecniche e preconfezionate.

Come riscriverle

Partire dai problemi della società: il processo formativo va agganciato strettamente e fin dall’inizio allo studio dei “problemi” del mondo reale, attraverso la comprensione dei meccanismi storico-sociali di riproduzione della società che, nello specifico economico, riguardano la distribuzione della ricchezza, la produzione materiale e immateriale, il lavoro, il welfare, temi che non possono prescindere da considerazioni sociali e culturali. Per questo è necessario integrare lo studio dell’economia con quello delle altre scienze sociali, in modo da non considerare il mondo economico come un’entità esterna rispetto all’evoluzione storico, sociale e politica, ma come una componente di questa.

Soppesare il contenuto delle categorie analitiche: l’elaborazione dei concetti economici fondamentali ha evidenti legami con questioni di filosofia morale e politica la cui conoscenza – anche attraverso la conoscenza della storia del pensiero sociale ed economico purtroppo marginalizzata negli studi di economia – risulta rilevante per una loro più esatta cognizione. La contestualizzazione del pensiero di un autore è fondamentale per comprendere le basi dei modelli e delle teorie che ha elaborato, nell’economia esattamente come nelle altre scienze sociali. Le “parole” che danno contenuto agli oggetti del discorso economico fanno riferimento a un “modo” di guardare la società, a diverse “visioni” a cui corrispondono diversi sistemi di categorie analitiche.

Offrire una visione pluralistica dell’economia che attinga alle diverse teorie economiche: una formazione critica non può ridursi a “una sola” teoria economica (per quanto dominante storicamente ed egemonica), ma deve fare riferimento alla pluralità di visioni teoriche in quanto spiegazioni diverse delle medesime situazioni. Di fronte al medesimo problema, teorie diverse formulano politiche economiche diverse, tra loro contrastanti e caratterizzate da differenti previsioni di ricadute sociali a seconda del ruolo attribuito ai diversi soggetti. È perciò anche importante affiancare allo studio delle teorie e dei modelli l’analisi degli effetti – positivi o negativi – che sono derivati dalla loro applicazione.

Con chi riscriverle

Coinvolgere studenti e docenti. Diversi esponenti del mondo accademico hanno manifestato enormi criticità rispetto al dibattito economico e alle scelte di politica economica adottate negli ultimi anni, ne sono esempi la Lettera degli economisti contro le politiche europee di austerity e il 

Manifesto della libertà del pensiero economico.

Come studenti, soggetti sociali e cittadini, crediamo sia assolutamente necessario ripensare le modalità di insegnamento della disciplina economica all’interno delle Università, a partire dalle facoltà e dai dipartimenti in cui essa viene insegnata e studiata per promuovere un processo dialettico che, anche attraverso il superamento dell’asimmetria tra studenti e docenti, garantisca un reale pluralismo di idee.

Un’Università pubblica per un sapere critico e funzionale al progresso sociale. Negli ultimi anni il movimento studentesco ha posto al centro il tema dei finanziamenti per l’università pubblica. Crediamo che una riflessione sul carattere pubblico dell’università non possa prescindere da un ragionamento sul suo ruolo sociale e su ciò che viene insegnato nelle sue aule. L’univocità che contestiamo nell’insegnamento dell’economia non è un caso isolato: le università possono essere sia un luogo dove si perpetuano le dottrine funzionali al mantenimento dell’attuale modello sociale ed economico che, invece, un luogo in cui il sapere si esprime liberamente. Crediamo che la funzione dell’università pubblica sia proprio quella di garantire l’esistenza di un sapere critico e funzionale al progresso sociale.

Tutelare il pluralismo nella docenza: la giusta valutazione delle attività didattiche e di ricerca e il rigore nel reclutamento dei nuovi docenti devono svolgersi nel rispetto del pluralismo e della legittimità scientifica dei diversi filoni di pensiero economico.

Adeguare la struttura didattica: un corso introduttivo all’“economia politica” deve consentire agli studenti di analizzare i modelli che vengono loro presentati, evidenziando l’oggetto sociale e politico del loro studio, spesso nascosto da un’eccessiva formalizzazione matematica e dal ricorso a schemi che rappresentano l’individuo come essere razionale trascurando la sua natura di essere storico-politico.

Nel suo insieme questa struttura curriculare garantirebbe quel forte antidoto all’attuale polverizzazione del sapere sociale che, separato in tanti ambiti disciplinari spesso non strutturalmente comunicanti, impediscono un’adeguata analisi multidisciplinare della società nel suo complesso e rendono l’attuale formazione dell’economista parziale e inadeguata.

Siamo convinti che l’economia non possa essere considerata una “materia tecnica”, ma debba tornare ad essere una scienza sociale. Vogliamo che questo appello rappresenti lo stimolo per avviare una discussione dentro e fuori i nostri atenei sul rapporto tra economia e democrazia a partire dalla didattica. Siamo convinti infine che sia necessario aprire oggi un dibattito sulla ripubblicizzazione dei saperi, come strumento attraverso il quale ricercare un’altra idea di sviluppo ed una via di uscita alternativa dalla crisi che sembra oggi ancora mancare.

Promuovono le studentesse e gli studenti della Rete della Conoscenza.

Primi firmatari:

Nicola Acocella, Università la Sapienza, Roma
Andrea Baranes, Presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica
Filippo Barbera, ricercatore Università di Torino
Sergio Cesaratto, Univeristà di Siena, Economisti contro l’austerity
Lia Fubini, Università di Torino
Andrea Fumagalli, Università di Pavia
Stefania Gabrieli, Ricercatrice CNR
Marilena Giannetti, Facoltà di Economia, La Sapienza Roma
Claudio Gnesutta, Univerisità La Sapienza, Sbilanciamoci.info
Claudio Grua, Università di Torino
Peter Kammerer, Università di Urbino
Stefano Lucarelli, Università di Milano
Ugo Mattei, Università di Torino
Alessandro Montebugnoli, Università la Sapienza Roma
Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale
Francesco Pallante, Università di Torino
Mario Pianta, Università di Urbino e sbilanciamoci.info
Felice Roberto Pizzuti, Facoltà di Economia, La Sapienza Roma
Michele Raitano Facoltà di Economia, La Sapienza Roma
Riccardo Realfonzo, Università del Sannio
Anna Maria Simonazzi. Facoltà di Economia, La Sapienza Roma
Riccardo Soliani, Università di Genova
Antonella Stirati, Università di Roma 3
Stefano Zamagni, Università Alma Mater

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Quali politiche macroeconomiche per l’Italia?

Pubblicato il 18 Giugno 2011 da admin

L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del documento programmatico recentemente proposto dal Pd.

Come già segnalato in un precedente contributo alla rivista, la prima parte del documento, relativa alla situazione ed alle politiche economiche in Europa, segna una importante ed innovativa presa di posizione. Essa infatti pone al centro dell’analisi la necessità di una crescita della domanda interna in Europa come condizione ineludibile per una ripresa della crescita e dell’occupazione. Da questo scaturisce la critica delle politiche di austerità attualmente perseguite in quanto, vi si afferma giustamente, esse rendono più incerto lo scenario macroeconomico e invece di attenuare le tensioni  sui mercati finanziari contribuiscono ad alimentarle. Ne conseguono proposte alternative a livello europeo centrate sulla creazione di istituzioni e strumenti volti a ridurre drasticamente i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi potenzialmente o effettivamente sotto attacco da parte della speculazione finanziaria internazionale, sulla realizzazione di un programma di investimenti finanziati da emissione di titoli europei e su politiche di redistribuzione del reddito. Tra queste ultime in particolare la proposta di applicare uno “standard retributivo” ai paesi europei (discussa anche su questa rivista) che vincoli tutti i paesi ad una crescita dei salari almeno pari a quella della produttività, mentre le economie, come la Germania, che hanno un avanzo nella bilancia commerciale, dovrebbero realizzare una crescita dei salari maggiore della crescita della produttività. Questa misura contribuirebbe al perseguimento di diversi obiettivi: porre un freno alla deflazione salariale come strumento per la competizione internazionale; sostenere i redditi da lavoro e la domanda interna, favorendo per questa via l’occupazione e il riequilibrio dei conti pubblici; determinare una crescita maggiore della domanda e del costo del lavoro nei paesi in avanzo commerciale, contribuendo così anche alla riduzione dei disavanzi esteri delle economie “deboli”, permettendo loro di esportare di più verso i paesi ora in surplus commerciale.

L’impostazione generale appena descritta (sebbene debba essere ulteriormente articolata e precisata) è del tutto condivisibile, e ha una evidente assonanza con le posizioni espresse dagli oltre 250 firmatari della Lettera degli economisti resa pubblica nel giugno scorso. Tuttavia si nota nel documento un forte scarto quando dall’analisi della situazione europea si passa a quella dell’Italia e si delineano le proposte di politica economica per il paese. Qui gli obiettivi proposti sono certamente condivisibili: aumento dei tassi di occupazione e di attività femminile[1] e aumento della produttività. Su entrambi i fronti infatti l’economia italiana è indietro e ha perso terreno rispetto ai partner europei.  Il problema, però, è che sparisce da questa parte del documento ogni riferimento a politiche volte a far crescere la domanda aggregata interna, sebbene questa sia la condizione necessaria perché possano davvero realizzarsi entrambi quegli obiettivi, e in particolare il primo. La crescita dell’occupazione femminile è bloccata in Italia non tanto dalla carenza di servizi ma, soprattutto, dalla mancanza di opportunità di lavoro. I tassi di attività e di occupazione femminile sono infatti terribilmente bassi al Sud, dove le opportunità di lavoro sono così scarse che anche i tassi di attività maschili sono molto al disotto di quelli delle altre regioni italiane (il tasso di attività maschile al Nord è 78%, 12 punti in più che al Sud dove si attesta al 66%; per le donne la differenza sale a quasi 25 punti tra il 60,5% del Nord e un infimo 36% al Sud). Secondo l’Istat, quasi il 40% delle donne inattive nelle regioni meridionali dichiara di non essere alla ricerca di una occupazione perché convinta di non poterla trovare. In questa situazione, la creazione di condizioni più favorevoli alla conciliazione tra vita familiare e lavoro è certamente auspicabile, e contribuirebbe di per sé a creare opportunità di occupazione per le donne come lavoratrici proprio in quei servizi (come asili, assistenza agli anziani) necessari a favorire quella conciliazione. Tuttavia questo non può essere sufficiente a determinare un aumento dell’occupazione complessiva se avviene non in un quadro macroeconomico di espansione della domanda, ma al contrario in un contesto di taglio complessivo della spesa e del welfare.

Il punto è che quando si parla dell’Italia, l’unico riferimento ad una espansione della domanda è nel rinvio ad un mutamento delle politiche economiche in Europa, mentre d’altro lato si manifesta piena adesione alle politiche di austerità chieste al nostro paese, come mostrano le reazioni del PD alla relazione del Governatore Draghi. Ciò elude scelte ed assunzioni di responsabilità certamente molto difficili ma a cui non ci si può sottrarre. Se non si riesce a far procedere una diversa politica macroeconomica a livello europeo, quali sono le proposte della sinistra per il nostro paese? Seguire le orme di Grecia e Spagna, e accettare le politiche di forti tagli alla spesa pubblica, che generano recessione e disoccupazione, si dimostra sempre più un suicidio per l’economia e per il mondo del lavoro, oltre che la via ad una probabile sconfitta politica.

[1] I tassi di attività femminili sono dati dal rapporto tra la somma di occupate e disoccupate e la popolazione di riferimento (in questo caso donne in età 15-64 anni), i tassi di occupazione dal rapporto tra occupate e popolazione di riferimento.

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Come calcolare correttamente la riduzione dei salari

Pubblicato il 10 Maggio 2011 da admin

In precedenti contributi a questa rivista (come del resto in numerose e autorevoli altre sedi) si è sostenuto che negli ultimi decenni vi è stata una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente di grande portata. Intorno a questo si è sviluppata una discussione che ha visto un mio commento a un post di Giulio Zanella ed una sua risposta (noisefromamerica 7/1/2011), che difende alcune scelte metodologiche relative all’uso dei dati che io avevo criticato. La questione è rilevante, in quanto il modo in cui si utilizzano i dati può permette di vedere, o invece offuscare, l’entità di un fenomeno che ha evidentemente una grande rilevanza sociale ed economica. Se infatti la redistribuzione del reddito è avvenuta e ha dimensioni rilevanti, ne discendono problemi di equità e coesione sociale, e anche conseguenze macroeconomiche negative per l’andamento dei consumi, e quindi della domanda aggregata e dell’occupazione (si veda in proposito Stirati, le premesse teoriche della lettera degli economisti, su questa rivista).

La materia del contendere riguarda in particolare due punti:

1 – se sia più opportuno utilizzare la quota dei redditi da lavoro sul PIL “corretta” mediante l’imputazione al lavoro autonomo di un reddito da lavoro pari al reddito medio da lavoro dipendente o, come suggerito da Zanella, la quota sul PIL dei redditi del solo lavoro dipendente.

2 – se (come sostenuto da Zanella) l’incremento delle imposte indirette sia determinante nel causare la riduzione della quota del lavoro dipendente in Italia e se quest’ultima diminuisca quindi a favore “del governo” piuttosto che dei redditi da capitale.

Dato che la discussione nei paragrafi successivi potrebbe risultare un po’ tecnica per non economisti, riassumo qui il senso delle mie argomentazioni.

Per quanto riguarda il primo punto, l’uso della quota del lavoro “corretta” ci permette di avere un dato che riflette unicamente il rapporto tra salario e prodotto medio per lavoratore, mentre la quota non corretta riflette anche il rapporto tra lavoro dipendente e occupazione totale, che è cresciuto negli ultimi decenni in tutti i paesi industrializzati, spesso in misura rilevante. La crescita di tale rapporto fa aumentare la quota dei redditi da solo lavoro dipendente, offuscando così gli effetti negativi sulla quota stessa della caduta del rapporto tra salario e prodotto per lavoratore e impedendo quindi di identificare e quantificare correttamente gli effetti del cambiamento nella distribuzione.

Per quanto riguarda il secondo punto, un uso appropriato dei dati mostra che la quota dei redditi da lavoro è diminuita in Italia a favore dei redditi da capitale e che la crescita delle imposte indirette non è determinante nella variazione della quota dei redditi da lavoro.

Vorrei infine precisare che le argomentazioni che seguono riguardano strettamente l’uso appropriato dei dati per rispondere alle domande che ci poniamo, e non derivano quindi da una particolare interpretazione dei dati stessi o dei fatti.

Perché utilizzare la quota corretta

La principale obiezione di Zanella all’uso della quota corretta (cioè stimata attribuendo ai lavoratori autonomi un reddito da lavoro pari a quello dei dipendenti) è che qualsiasi suddivisione dei redditi da lavoro autonomo tra redditi da lavoro e redditi da capitale è arbitraria. Si potrebbe osservare che, arbitrario per arbitrario, sembra comunque più ragionevole attribuire una parte del reddito degli autonomi ad attività lavorativa piuttosto che considerarlo per intero come reddito da capitale. Tuttavia non voglio entrare in questa discussione, perché essa in realtà non è rilevante per il nostro problema, che non è relativo alla natura ed entità dei redditi da lavoro autonomo.Come correttamente osserva Zanella (p.3 della replica su noisefromamerica) la domanda che ci poniamo è qual è la distribuzione che si realizza tra lavoro dipendente e capitale. Idealmente, per rispondere a questa domanda, noi dovremmo considerare il valore aggiunto prodotto in media da una unità di lavoro dipendente e chiederci in che proporzione esso sia destinato alla retribuzione media di una unità di lavoro dipendente. Dovremmo cioè considerare il rapporto tra reddito medio per unità di lavoro dipendente e PIL per unità di lavoro dipendente (indichiamo tale rapporto, in simboli, come r/prd). I dati statistici ci consentono di conoscere il primo (r) ma non il secondo (prd). Non siamo infatti in grado di separare il PIL prodotto dai lavoratori dipendenti da quello prodotto dai lavoratori autonomi. La migliore approssimazione che possiamo avere è quindi il rapporto tra reddito medio per unità di lavoro dipendente e prodotto medio per unità di lavoro complessivamente prestato, sia dipendente che autonomo (cioè la produttività media del lavoro, che indico con pr).[1] Allora il punto è che la quota del lavoro “corretta” equivale proprio al nostro r/pr . Che sia così risulta evidente dai rapporti di equivalenza puramente definitori illustrati qui sotto:

Quota del lavoro “corretta” ≡  r x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi) / pr x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)

Da cui

Quota del lavoro “corretta” ≡  r/pr

Il valore della quota corretta quindi dipende unicamente da reddito medio da lavoro dipendente e produttività media del lavoro;

se consideriamo invece la quota non corretta abbiamo:

Quota del lavoro ≡ r x lavoratori dipendenti / pr x (lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)

E quindi

Quota del lavoro ≡ ( r/pr) x (lavoratori dipendenti/ lavoratori dipendenti + lavoratori autonomi)

Quindi, come già argomentato nel mio precedente commento, la quota non corretta riflette contemporaneamente due variabili: il rapporto tra reddito da lavoro e produttività ed il rapporto tra lavoro dipendente e occupazione totale, e non consente quindi di distinguere a quale di queste due variabili sia dovuto il livello e/o il cambiamento della quota.[2] Se la domanda che ci poniamo riguarda la distribuzione del reddito nell’ambito del rapporto di lavoro dipendente la quota corretta rappresenta il dato più “pulito” che possiamo avere, mentre la quota non corretta rappresenta un dato “sporco” un dato cioè che da’ una risposta non interpretabile senza ulteriori informazioni.

Perché usare il PIL stimato al costo dei fattori quando si guarda all’andamento delle quote

Come vedremo la questione è dal punto di vista metodologico simile alla precedente, in quanto anche in questo caso si tratta di scegliere tra un dato che riflette esclusivamente l’andamento della distribuzione (il rapporto r/pr) e uno che riflette contemporaneamente l’andamento della distribuzione e di un’altra grandezza.

Zanella suggerisce l’uso della quota stimata sul PIL ai prezzi di mercato (comprensivo cioè delle imposte indirette nette) e non del PIL al costo dei fattori, con la motivazione che quelle imposte fanno parte del reddito, perché qualcuno le paga. Argomenta poi che l’incremento delle imposte indirette grava principalmente sui redditi da lavoro, in quanto trova una stretta relazione tra aumento delle imposte indirette e riduzione della quota del reddito che va al lavoro dipendente.

Certamente è vero che le imposte fanno parte del reddito perché qualcuno le paga, ma di nuovo il punto non è questo. Il punto è che per come sono costruiti, da questi dati noi non possiamo vedere quanto tali imposte effettivamente ricadono sui diversi tipi di reddito. In questi dati infatti per costruzione il PIL ai prezzi di mercato viene ottenuto sommando ai redditi primari (che coincidono con il PIL al costo dei fattori) l’ammontare delle imposte indirette nette. Quindi, a parità di redditi primari distribuiti, un aumento di tali imposte determina un aumento del PIL ai prezzi di mercato. Pertanto la relazione negativa trovata da Zanella tra l’andamento della quota dei redditi da lavoro sul PIL ai prezzi di mercato e l’andamento delle imposte indirette nette ha natura puramente contabile e deriva dal cambiamento del denominatore della frazione (il PIL ai prezzi di mercato) che per costruzione diventa più grande all’aumentare delle imposte. Come mostrano i grafici qui sotto una relazione del tutto simile e simmetrica esiste, ovviamente per la stessa ragione, anche tra l’andamento delle imposte indirette e l’andamento della “quota del capitale” (i dati sono tratti dal database Ameco, 2009).  In sostanza quindi, mentre le quote misurate sul PIL ai prezzi di mercato riflettono oltre alla distribuzione del reddito tra lavoro dipendente e capitale anche l’andamento delle imposte indirette (che cambiano il valore del denominatore) le quote stimate sul PIL al costo dei fattori non dipendono da cambiamenti nelle imposte indirette e rappresentano quindi un dato più “pulito” cioè più chiaramente interpretabile per rispondere alla domanda che ci stiamo ponendo.

Questo naturalmente non significa che, da un punto di vista economico, le imposte indirette non abbiano effetti avversi ai lavoratori – è infatti ben noto che esse tendono a gravare in misura proporzionalmente maggiore sui redditi bassi[3] - ma significa che non sono questi i dati che possono darci delle informazioni in merito.

 

 

 

 

 

Perché guardare alla distribuzione primaria?

Zanella si chiede perché guardare alla distribuzione primaria piuttosto che al reddito disponibile delle famiglie, che dipende anche dall’attività redistributiva del settore pubblico attraverso le imposte e i trasferimenti (e, bisognerebbe aggiungere, anche attraverso la produzione di beni e servizi pubblici). La principale risposta, molto semplice, è che la distribuzione primaria del reddito è di per sé molto rilevante, ed i suoi cambiamenti per molto tempo non sono stati colti dagli economisti proprio perché è invece stata trascurata come oggetto di studio.[4] La redistribuzione del reddito per via fiscale inoltre può in parte correggere, ma non è generalmente in grado di ribaltare le tendenze poste in essere dall’andamento della distribuzione primaria, e ciò meno che mai in Italia, dove il prelievo fiscale diretto di fatto pesa in proporzione molto più elevata sui redditi da lavoro dipendente che su altri tipi di reddito.I

In conclusione, i dati appropriati a rispondere alla domanda su come è cambiata la distribuzione tra redditi da lavoro dipendente e redditi da capitale sono quelli utilizzati nel mio precedente commento (e in generale nella letteratura scientifica sull’argomento), e indicano un rilevante cambiamento a sfavore del lavoro dipendente.

 

 

 

[1] Questa approssimazione non comporta errori troppo gravi se riteniamo che in media il lavoro autonomo non abbia una produttività molto diversa da quella del lavoro dipendente. E in ogni caso, i dati non ci consentono di fare meglio di così.
[2] Ai lettori non addetti ai lavori può essere forse utile un esempio numerico: supponiamo che nel paese A nel 1970 il rapporto tra reddito medio di un lavoratore dipendente e il prodotto per lavoratore fosse il 70% e che i lavoratori dipendenti fossero ½ degli occupati totali. Supponiamo che nello stesso paese, nel 2011, il rapporto tra reddito da lavoro dipendente e prodotto per lavoratore sia 50% mentre i lavoratori dipendenti sono diventati  ¾ del totale degli occupati. La quota “corretta” dei redditi da lavoro sul PIL era il 70% nel 1970 ed è nel 2011 il 50%. La quota non corretta era pari a 70 x ½ =35% nel 1970 e 50 x 3/4=37,5% nel 2011. Se si guarda la quota non corretta quindi si ha l’impressione che poco sia cambiato, mentre in realtà non è così: vi sono stati due cambiamenti importanti, nella distribuzione e nella proporzione di lavoratori dipendenti sul totale, che si compensano tra loro.
[3] Le imposte indirette pesano di più sui redditi bassi perché questi vengono per intero o quasi spesi in beni di consumo gravati da IVA, mentre i redditi più elevati in proporzione maggiore vengono risparmiati e quindi non destinati ad acquisti di beni gravati da imposta.
[4] Ulteriori considerazioni hanno a che fare con la qualità e confrontabilità dei dati usati dagli studi sulla distribuzione personale del reddito, i quali richiedono grande cautela e competenza nell’interpretazione e nel confronto tra periodi o tra paesi. Questo non significa che non bisogna utilizzarli, ma che non possono sostituire le informazioni sulla distribuzione primaria.

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Utopia e realismo nella politica economica europea

Pubblicato il 15 Febbraio 2011 da admin

Pubblichiamo contestualmente un commento di Guido Montani all’articolo “E noi faremo come Schroeder” di Sergio Cesaratto ed una replica di quest’ultimo.

 

Nel suo contributo Montani sostiene che l’Europa soffra di un “grave squilibrio istituzionale”, denunziato dai “federalisti europei”, dove “solo il pilastro monetario è stato creato”. Prefigura in luogo un’Europa più simile alla Germania, ma non troppo, dove scompaia la “la distinzione tra paesi forti e deboli”. Allo scopo, propone che un (rafforzato) Parlamento europeo e la Commissione contino “su un bilancio almeno pari al 3,5-4,5% del PIL”. Per venire incontro alle “buone ragioni” tedesche volte a “sostenere … alcuni vincoli di austerità …per evitare che la finanza internazionale metta in pericolo l’Unione monetaria”, e per sostenere col dovuto “orgoglio” il progetto alternativo, i partiti “progressisti” dovrebbero farsi portatori di “misure serie … per la riduzione del debito pubblico”. Sebbene, infine, “non esistono criteri teorici condivisi per stabilire quando un debito pubblico diventa sostenibile … questi criteri esistono nella prassi e sono stati resi espliciti dagli attacchi della speculazione finanziaria a paesi come la Spagna e l’Irlanda che pure rispettavano i parametri di Maastricht”. L’articolo di Montani esprime un sentire europeista e rigorista diffusi nella sinistra italiana. Pur apprezzando alcuni spunti dell’argomentazione – in particolare l’idea di un più ampio budget europeo - non nascondiamo un dissenso di fondo nell’impostazione e nei contenuti.

a) Per cominciare, la struttura istituzionale Europea non è un frutto casuale, ma dell’idea che mercati dei beni e del lavoro liberalizzati, accompagnati da una politica monetaria ereditata dalla Bundesbank e dalla rinuncia alla politica fiscale, avrebbero assicurato una crescita non inflazionistica. Come tale modello abbia ben servito il modello economico tedesco e accentuato gli squilibri europei abbiamo già molte volte spiegato su questa rivista.

b) Questa struttura sarebbe idealmente modificabile, sebbene in una maniera più complessa di quanto delineato da Montani, ciò comportando in particolare la rinuncia da parte della Germania di alcuni tratti fondamentali della propria costituzione economica. Il realismo politico nei riguardi della costituzione economica tedesca ci induce a essere pessimisti al riguardo.[1]

c) Montani pare invece paradossalmente ottimista sulla Germanizzazione dell’Europa (“Di fatto, il governo tedesco sta diventando il governo dell’UE. Se in futuro si procederà in questa direzione si costruirà un’Europa tedesca”), che però rifiuta in quanto non una “buona soluzione per i cittadini europei”. In verità se le cose fossero così semplici, tutti i cittadini europei accetterebbero qualche sacrificio per poter assomigliare a quel paese! Sfortunatamente, invece, la realizzazione di comportamenti tedeschi attraverso dosi massicce di deflazione è mission impossibile: società più efficienti si possono solo realizzare in un contesto di crescita e non di progressivo immiserimento sociale. Inoltre, come acutamente sottolineato, l’ossessione sul recupero delle competitività nazionali come soluzione dei problemi dell’eurozona, condiviso dalla Merkel come dalla Commissione, dimostra che essi “tentano di guidare l’eurozona come se fosse una piccola isola off-shore”).

d) Montani appare sottoscrivere la tesi che un progetto alternativo comunque comporti il rientro del debito pubblico nei paesi periferici (non ci pare meritevole di discussione l’idea ciò venga fatto per orgoglio nazionale). Il concetto di sostenibilità è arbitrario, come Montani ammette e come sostenuto nell’appello degli economisti sulla stabilizzazione del debito pubblico.[2] La sostenibilità dei debiti pubblici dipende naturalmente dalla politica monetaria adottata. Se questa è accomodante nel senso di minimizzare l’onere del debito, la sostenibilità è assicurata. La BCE ha ampie possibilità di farlo, se i governi Europei volessero (purtroppo sembra ammettersi per le banche quello che è considerato anatema per il settore pubblico).[3] Perché dunque imporre sui paesi più indebitati politiche fiscali deflazionistiche che solo aggraverebbero la situazione nazionale, europea e globale, come sostenuto nella lettera degli economisti?[4] Misure, destinate peraltro all’insuccesso come Montani ammette per il caso Greco.

Che fare, dunque? Intanto si devono prendere le distanze dalle utopie federaliste - che trovano peraltro i loro fondamenti economici nelle medesime ideologie del laissez-faire portate a sostegno dell’Europa com’è - a favore di una visione realistica delle relazioni fra paesi e della complessa relazione fra conflitto distributivo e accordi economici internazionali. Su questa base, la proposta di progetti economici alternativi al disegno esistente è strumento di lotta politica purché non si ritenga che la soluzione risieda in quello che definisco idealismo keynesiano (sebbene Montani sembri talvolta lontano persino da questo), basti ricordare che il rifiuto del keynesismo è l’articolo 1 della costituzione economica tedesca. A fronte di conflitti economici che hanno radici storiche profonde non esistono facili soluzioni, e l’unica indicazione è quella di fronteggiare tale realtà consapevoli degli interessi nazionali. Spinelli no, per favore.

 

 

 

 

[1] Al riguardo si veda la critica alle posizioni di Carlo Panico, per alcuni versi simili a quelle di Montani, in Cesaratto.
[2] Che il debito di alcuni paesi periferici sia sotto attacco pur essendo nei parametri di Maastricht non dimostra nulla: in quei paesi è il sistema privato a essere fortemente indebitato, con la possibilità che esso vada a gravare sulle finanze pubbliche.
[3] Purtroppo Montani nel suo più ampio contributo a cui rimanda sottoscrive in pieno lo statuto corrente della BCE definito un “solido pilastro”, ritenendo che l’austerità fiscale sia “necessaria per evitare una nuova crisi”, una posizione ben in linea con le “contrazioni fiscali espansive” di Alesina.
[4] La lettera datata 15 giugno 2010 era indirizzata al Presidente Napolitano. E’ sfuggito ai più che pochi giorni dopo il Presidente ha affermato: “Il tema che si sta tuttavia imponendo al centro delle preoccupazioni comuni a larga parte della comunità internazionale è - insieme con quello del concreto raggiungimento di adeguati obbiettivi di consolidamento dei bilanci pubblici - il tema del contestuale rilancio della crescita economica. I due punti appaiono abbinati in tutte le formulazioni dei più recenti documenti, innanzitutto dell’Unione Europea ; il secondo non può essere posto trascurando il primo, ma la combinazione risulta controversa e difficile. Essa dipende anche dall’apporto che ad una ripresa europea ancora flebile verrà dato da qualcuna tra le maggiori economie dell’Unione, se non ci si preoccuperà troppo del rafforzamento delle finanze e della competitività del proprio paese ; e dipenderà, una positiva combinazione tra risanamento finanziario e crescita economica, dagli specifici contenuti della manovra di stabilizzazione in paesi come il nostro”.

 

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E noi faremo come Schroeder

Pubblicato il 01 Febbraio 2011 da admin

In un impegnativo discorso in un meeting al Lingotto svoltosi gli scorsi giorni Walter Veltroni affronta anche alcune tematiche economiche su cui può valere la pena riflettere.

L’asse principale della proposta di Veltroni è di “fare come la Germania”, ovvero “un’Agenda 2020 per l’Italia” a imitazione di quella del governo Schroeder-Fischer (1998-2002) che ha gettato le basi del successo tedesco sino alla crisi, ma a quanto pare anche dopo. Tale modello, com’è noto, aveva come base la moderazione salariale e la flessibilità, concertata con le organizzazioni sindacali, nell’utilizzo della forza lavoro. Ad esso si è accompagnato il sostegno delle attività di innovazione tecnologica. Tale politica ha consentito il rilancio del modello tedesco basato su disciplina interna, qualità tecnologica e sviluppo delle esportazioni – via obbligata quest’ultima data la compressione dei consumi interni. Tale modello, che abbiamo altrove definito “ordo-mercantilista”, è stato in realtà favorito dalla contemporanea creazione dell’Unione Monetaria Europea (UME). Si deve anzi ritenere che la Germania abbia reagito con perfetto tempismo all’occasione che le veniva servita su un piatto d’argento dai suoi concorrenti di rilanciare il modello basato sulle esportazioni che si era appannato in seguito alla riunificazione tedesca.[1] Non v’è neppure dubbio che tale disposto combinato di un rafforzamento e indebolimento strutturale, rispettivamente, del centro e della periferia europei, sia alla base della crisi corrente di questa regione.

Con apparente realismo Veltroni argomenta come “entrando nell’Euro, l’Italia si è impegnata a ridurre il debito pubblico ed ha rinunciato per sempre a usare la svalutazione della moneta”, per cui una via di rigore e disciplina volta al rilancio della nostra competitività sembra “the only game in town” disponibile al nostro paese, fare come la Germania, appunto. Nulla di nuovo nel PD (Ulivo, DS), in realtà, dal famigerato “meno ai padri più ai figli” di Nicola Rossi. Era ben chiaro alla dirigenza di questo partito che l’euro era precisamente volto a importare la disciplina tedesca. La sfida va tuttavia raccolta, non basta criticare.

La crisi italiana è grave, e naturalmente esasperata da una gestione della politica economica di pura resistenza, per così dire. Il paese stagna da almeno due decenni, è crollato con la crisi, e il cospicuo e persistente disavanzo delle partite correnti ci porterà inesorabilmente a entrare fra non molto nel novero dei paesi a forte debito estero. Tale crisi si colloca nel quadro della crisi europea. Esistono tre vie per uscirne: (a) rompere l’euro; (b) fare come la Germania; (c) costruire un’Europa keynesiana. Supponiamo di voler evitare il salto nel buio della prima scelta.

La seconda strategia, quella di Veltroni, non è scevra di velleitarismo. In primo luogo la Germania sarà sempre più brava a fare il proprio gioco, e mentre non v’è dubbio che moltissimo abbiamo da imparare e imitare da quel paese – una società con un minimo di disciplina e senso del dovere è un messaggio molto di sinistra in Italia -, si deve stare attenti a che questo non diventi “macelleria sociale”, cioè un mero gioco al ribasso di diritti e conquiste, soprattutto per gli operai e i più giovani. Tale strada ha inoltre la natura di ciò che gli economisti chiamano”deflazione competitiva”, una concorrenza fra paesi basata sulla moderazione salariale, un surrogato delle svalutazioni competitive, un gioco a somma zero.

Componente di questa fosca prospettiva appare l’inquietante obiettivo di Veltroni di ridurre il rapporto il debito pubblico all’80% del Pil (ora è circa 120%) entro il 2020 attraverso, soprattutto, un taglio alla crescita della spesa pubblica (e, ma subordine, attraverso una imposizione straordinaria sui grandi patrimoni). Ma è alla crescita del Pil a cui dovremmo affidare la riduzione di quel rapporto, e a meno di un improbabile massiccio rilancio delle esportazioni tramite una pesante deflazione salariale, i tagli alla spesa inciderebbero negativamente sul Pil e sulle entrate fiscali aggravando il debito, la fatica di Sisifo che la Grecia sta sperimentando.

Serie dosi della terza strategia apparirebbero dunque necessarie. Questa appare, tuttavia, anch’essa velleitaria poiché ad essa si oppone proprio la Germania che, in quanto economia dominante, dovrebbe fare da locomotiva, un ruolo che essa ha sempre rifiutato come lesivo del proprio modello (che consiste nell’andare a rimorchio del keynesismo altrui). Fatto è che senza un contesto di crescita europeo – che sia l’opposto della “deflazione competitiva” - è difficile importare in Italia non tanto il modello Schroeder (lasciamo perdere), ma quanto un insieme vincente di disciplina, diritti e prosperità. Va riconosciuto che la crisi europea ha fatto ingoiare alla Germania misure impensabili sino a un anno fa (la BCE che acquista titoli pubblici per sostenere i titoli pubblici dei paesi in default virtuale; la progressiva europeizzazione del loro debito), sebbene i tempi della politica tedesca continuino ad aggravare la situazione debitoria di quei paesi. Che questi passi in avanti ne anticipino di più risolutivi, con una Germania la cui Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità di forme di governo fiscale europee, appare assai dubbio. La battaglia politica in Europa non si fa comunque con la persuasione o peggio la retorica europeista. Bene ha fatto Tremonti  ad alzare la voce contro i tedeschi affermando che ciò che l’Europa sta cercando di salvare non sono in paesi indebitati bensì le banche tedesche creditrici. Allora non ritiene Veltroni necessaria una mozione unitaria del Parlamento perché la BCE non si azzardi ad alzare i tassi a fronte della ripresa dell’inflazione? O si pensa di violare l’indipendenza della BCE (ovvero il suo ruolo di cane da guardia dei salari tedeschi che anzi devono crescere per riequilibrare la competitività in Europa?). Le proposte di Veltroni sul debito pubblico sembrano invece dar man forte alla linea dura che i tedeschi vogliono imporre alla periferia Europea (si rinvia a riguardo alla Lettera degli economisti). Vogliamo invece dir loro ya basta e dirlo forte?

 

 

 

 

 

[1]Lo stesso perfetto tempismo la dirigenza tedesca mostrò al principio degli anni ’50 quando il sistema di cambi fissi di Bretton Woods e la disponibilità dei sindacati consentì lo sviluppo neo-mercantile di quell’economia.

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Irlanda ed Eurolandia, a saltare è il mercato

Pubblicato il 08 Gennaio 2011 da admin

La difficile situazione dell’euro, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di varie contraddizioni, che si approfondiscono, intrecciandosi tra loro. In primo luogo, il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, con il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari[1] e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande disinvoltura. I prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito e sostenere la crescita dell’economia in primo luogo degli Usa e poi di Regno Unito, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori[2]. Quando la bolla immobiliare è scoppiata e i prezzi delle case sono crollati al di sotto dei mutui, le famiglie sono diventate insolventi e le banche hanno accumulato perdite enormi. Per scongiurare una catena di fallimenti bancari sono intervenuti gli Stati, i cui debiti sono cresciuti repentinamente. In Irlanda, il debito pubblico netto, che nel 2007 era il 12% del Pil, è schizzato in alto quando lo Stato è intervenuto a garantire obbligazioni bancarie pari al 30% del Pil[3]. Dunque, a saltare in Irlanda, come altrove, non è stato il pubblico, ma il privato, cioè il tanto decantato mercato.

Tuttavia, il debito pubblico di Irlanda (65,5% del Pil), e Spagna (53,2%) non appare altissimo se confrontato con il 200% del debito giapponese e con il quasi 100% di quello Usa[3]. Perché allora l’effetto dell’aumento del debito sovrano è così devastante in Eurolandia? Perché Giappone e Usa hanno una banca centrale che può acquistare titoli direttamente dallo Stato, stampando dollari o yen, nel caso in cui i mercati rifiutino di farlo. La Bce può intervenire solo sui mercati secondari. L’euro è in sé una anomalia, essendo una moneta senza Stato, ovvero una unione monetaria senza unione politica. Il debito diventa insostenibile perché non esistono né una vera banca centrale, né politiche fiscali e di bilancio comuni. In aggiunta, a differenza di quanto accade in Giappone, in Irlanda il 75% del debito sovrano e il 50% del debito delle banche sono controllati dall’estero. In una situazione simile sono anche Grecia e Portogallo. Di conseguenza, è più facile che gli investitori disinvestano e che gli anelli deboli della catena dell’euro siano presi di mira da fondi esteri. Del resto, il debito sovrano è assicurato tramite credit default swap, un massa enorme di denaro che, a livello mondiale, è per il 72% in mano delle prime cinque banche Usa[4].

Il sistema finanziario mondiale è ancora oggi dominato dagli Usa, che però scontano i debiti sovrano e commerciale più grandi del mondo. La possibilità di rifinanziarli è legata alla attrazione di liquidità dall’estero grazie al dollaro, che svolge il ruolo di valuta di scambio e di riserva mondiale. Ma un dollaro troppo debole e un debito federale troppo alto mettono in difficoltà tale meccanismo[5]. Infatti, a partire dallo scoppio della crisi la Cina, il maggiore acquirente di titoli di stato Usa, ha cominciato a diversificare le sue riserve valutarie, e negli ultimi mesi ha garantito liquidità proprio a Grecia, Portogallo e Spagna. Dunque, un euro troppo forte, considerato che l’Europa è l’unica area con un sistema finanziario che si avvicina agli Usa, è un pericolo per gli statunitensi.  Con l’Irlanda a novembre si è ripetuto quanto accaduto circa un anno fa, allorché, con il cambio dell’euro a 1,50 contro il dollaro, ci fu l’attacco speculativo alla Grecia e la moneta unica crollò a 1,19.

Ma  le difficoltà dell’euro hanno una radice anche nel rapporto tra la Germania e gli altri paesi dell’eurozona. Se la Bce ha un ruolo limitato e i singoli paesi europei non possono ricorrere alla politica monetaria ciò è dovuto alla Germania, che ha posto queste condizioni per mettere in comune moneta e banca centrale. Inoltre, l’aumento della liquidità nei Paesi periferici dell’eurozona è stato una manna per la bilancia commerciale tedesca, che presenta il maggiore saldo positivo a livello mondiale[6]. Infatti, l’aumento della liquidità in un paese, in assenza di adeguati aumenti della produzione industriale, va a vantaggio dell’industria dei paesi da cui importa. Negli ultimi dieci anni la produttività della Germania, che già partiva su un piano di vantaggio rispetto agli altri paesi, è aumentata ancora mentre i salari tedeschi diminuivano dell’1% annuo. Normalmente, in un caso del genere, l’industria degli altri paesi avrebbe potuto difendersi dall’accresciuta competitività tedesca svalutando. Con l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. In questo modo, mentre le famiglie dei Paesi deboli dell’eurozona si indebitavano, la bilancia commerciale dei loro paesi - soprattutto nei confronti della Germania - peggiorava. Nel frattempo, il forte surplus commerciale e la relativa scarsezza dei consumi interni, dovuta alla moderazione salariale, hanno accresciuto il risparmio tedesco che non è stato investito in Germania – dove evidentemente c’è una sovraccumulazione di capitali sotto forma di eccesso di mezzi di produzione - ma si è diretto all’estero[7]. In questo modo, la Germania e le sue banche sono diventate i maggiori creditori di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna e, quindi, le maggiori interessate ai loro “salvataggi”[8].

Quando è nato l’euro, ci si è affidati ai privati e alla autoregolazione dei mercati, smantellando il ruolo pubblico nell’economia, liberalizzando e privatizzando in tutti i settori. Al contempo, non ci si è posti la necessità di una forma di vera unità politica da affiancare all’unità monetaria. Infine, la deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro hanno portato alla riduzione del salario reale a fronte di aumenti di produttività in molti casi fortissimi. Di conseguenza, si è accentuata la divaricazione crescente tra aumento della produzione di merci e riduzione della capacità di assorbimento delle merci stesse da parte del mercato, che è tipica del capitalismo. Una contraddizione che illusoriamente si è pensato di risolvere con l’economia a credito e scaricando all’estero la sovrapproduzione di merci e di capitali.

Il mercato autoregolato non regge e al suo posto va recuperato l’intervento della mano pubblica e dello Stato, come è stato giustamente evidenziato nella Lettera degli economisti. Il ritorno dello Stato non deve consistere nella socializzazione delle perdite e nel sostegno finanziario subalterno al privato, come sta avvenendo negli USA e come è previsto nel modello Marchionne-Fiat. È di un altro tipo di intervento statale che c’è bisogno. Un intervento che si concretizzi in una politica fiscale progressiva, nella ripubblicizzazione dei settori privatizzati, e soprattutto che, in antitesi all’anarchia del mercato, rilanci una vera programmazione democratica dell’economica.

 

* Economista, consultente Filmcams-CGIL

[1] La Fed Usa ha immesso nel mercato del credito solo tra il 2001 e il 2006 2 trilioni di dollari e tra il 2008 e i primi mesi del 2009 un altro trilione e mezzo per salvare le banche. Vedi Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino 2009, p.90.
[2] Cfr. Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro, Mondadori, Milano, 2010, cap. V.
[3] Guido Tabellini, “Senza politica fiscale addio Ue”, Il Sole 24 ore, 28 novembre 2010.
[4] Con il debito dei singoli stati Usa in bancarotta (California, Alabama, ecc.) il debito complessivo supera il 100%. Considerando la nazionalizzazione degli istituti assicurativi Freddie Mac e Freddie Mae arriva al 140%. Inoltre il deficit statale Usa è il 9% del Pil, mentre quello greco è l’8,5%. Vedi The Economist, November 27th 2010.
[5] Vedi Morya Longo, “Il debito di Mr O’Sullivan in poche mani straniere”, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.
[6] Chi sostiene che il dollaro debole aiuta le esportazioni Usa e quindi il riequilibrio della bilancia commerciale non considera il fatto che gli Usa non sono più da tempo una potenza industriale.
[7] Il saldo positivo della bilancia commerciale tedesca degli ultimi 12 mesi è di 210 miliardi di dollari, quello cinese è di 186 miliardi. Vedi The Economist, November 27th 2010.
[8] Un caso da manuale. Vedi in K. Marx, Il capitale, libro III, capitolo XIV “Cause antagonistiche”.
[9] I salvataggi della Ue consistono in prestiti cui si applicano tassi di interesse superiori al 5%. Carlo Bastasin, Berlino-Ue matrimonio d’interesse, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.

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La riduzione del prodotto che va al lavoro

Pubblicato il 16 Novembre 2010 da admin

Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “Lettera degli economisti” sottoscritta da oltre 250 studiosi e pubblicata nel giugno scorso. L’economista Giulio Zanella ha tuttavia contestato l’effettivo verificarsi di questo fenomeno. In un recente articolo egli è infatti giunto alle seguenti conclusioni: 1) che le quote distributive non sono variate molto nella maggior parte dei grandi paesi industrializzati; 2) che dove la quota dei redditi da lavoro è diminuita, in particolare in Italia, ciò è avvenuto non a beneficio della quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro ma a beneficio esclusivo di quella che viene chiamata “quota del governo”. [1]

Un motivo per cui vale la pena soffermarsi sull’articolo in questione è che l’autore del medesimo non apre la consueta controversia circa l’interpretazione dei fatti, ma solleva un problema preliminare che in un certo senso riguarda i fatti stessi, o più precisamente i dati di partenza delle analisi. La questione è rilevante e merita quindi un approfondimento. A questo scopo occorre prima di tutto chiarire quale sia il tipo di dati a cui ci si riferisce in questa discussione. Vi sono due modi principali in cui gli economisti analizzano la distribuzione del reddito. Uno è quello di guardare alle disuguaglianze tra i redditi delle persone o delle famiglie quali essi risultano da indagini statistiche appositamente condotte su campioni rappresentativi (come quella condotta, ad esempio, dalla Banca d’Italia), oppure, in altri casi, traendo informazioni dalle dichiarazioni dei redditi. C’è poi un altro modo, che discutiamo qui, il quale consiste nel guardare come l’intero prodotto interno di un paese si divide tra redditi da lavoro (considerati al lordo delle imposte dirette e di tutti gli oneri contributivi sia a carico del lavoratore che del datore di lavoro), e tutti gli altri redditi (profitti, rendite e altre forme di reddito non da lavoro). Questi ultimi dati sono tratti dalle statistiche relative ai conti economici nazionali prodotte, sulla base di definizioni e criteri uniformi, dagli istituti centrali di statistica dei vari paesi. Veniamo ora a discutere le due conclusioni dell’articolo.

Andamento delle quote distributive e incidenza del lavoro autonomo

La conclusione (1) viene raggiunta guardando la quota sul Pil dei soli redditi da lavoro dipendente.  Ora, a parità di Pil e di rapporto tra salario e prodotto per lavoratore, la quota del solo lavoro dipendente riflette anche la proporzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo nell’economia: ad esempio, se il lavoro autonomo ha un peso importante nella produzione, la quota dei redditi da lavoro dipendente risulterà più bassa che nel caso in cui la produzione sia realizzata, poniamo, da solo lavoro dipendente. L’autore dell’articolo segnala questo problema ma non ne tiene poi conto quando analizza l’andamento delle quote nei vari paesi. Ma tra gli anni 70 e oggi, come mostrato da un grafico pubblicato nell’articolo che stiamo discutendo, il rapporto tra lavoro dipendente e lavoro autonomo è aumentato, talvolta molto significativamente, in vari paesi (principalmente in Giappone e Francia ma anche in Italia e Usa), e questo come abbiamo visto tende a far aumentare, a parità di altre circostanze, la quota dei redditi da solo lavoro dipendente sul Pil.

Tuttavia, a differenza che nell’articolo che stiamo esaminando, nella letteratura economica e nelle statistiche nazionali ed internazionali la stima che viene fornita delle quote distributive sul Pil è “corretta” per tenere conto del lavoro autonomo ed evitare che la sua minore o maggiore incidenza crei una distorsione quando si confrontano diversi paesi o diversi periodi in uno stesso paese. Questo aggiustamento per tenere conto del lavoro autonomo viene fatto nel seguente modo: si attribuisce ad ogni lavoratore autonomo il reddito medio da lavoro dipendente comprensivo di imposte e contributi e si aggiungono i redditi da lavoro autonomo così calcolati a quelli complessivi da lavoro dipendente. Si ottiene così una quota dei redditi da lavoro che comprende anche i redditi attribuiti al lavoro autonomo, mentre rientrano tra i profitti e altri redditi non da lavoro solo quella parte dei redditi individuali dei lavoratori autonomi (professionisti, commercianti, imprenditori ecc) che superano il reddito medio da lavoro dipendente.[2]  Il vantaggio è che la quota dei redditi da lavoro così corretta dipende solo dalla distribuzione del reddito, cioè dal rapporto tra salario e prodotto per lavoratore e non dipende più dall’incidenza del lavoro autonomo sull’occupazione totale. Vedremo tra breve quale sia l’andamento delle quote distributive “corrette” nel modo appena descritto. Prima però occorre un chiarimento sulla “quota del governo”.

La “quota del governo” piglia tutto?

Esaminiamo ora la conclusione (2) dell’autore dell’articolo, secondo cui quella che viene chiamata “quota del governo” avrebbe assorbito l’intera diminuzione della quota dei redditi da lavoro in Italia, mentre i redditi da capitale sarebbero rimasti invariati. Tale “quota del governo” consiste nelle imposte sulla produzione e sulle importazioni (in Italia l’IVA) al netto dei sussidi alla produzione (cioè dei sussidi alle imprese). Queste imposte contribuiscono a determinare il prezzo di vendita dei prodotti e nella contabilità nazionale rappresentano la differenza tra il Pil stimato al costo dei fattori e il Pil ai prezzi di mercato; cioè per definizione si ha:

Pil al costo dei fattori + (imposte indirette  - sussidi alla produzione) ≡ Pil ai prezzi di mercato

Ora, quale che sia l’andamento di tali imposte,[3] noi possiamo direttamente analizzare la distribuzione del Pil misurato al costo dei fattori, cioè considerato già al netto di quelle imposte, anche in questo caso seguendo la prassi normalmente adottata nella letteratura economica e nelle indagini statistiche su questi temi. La Figura 1 qui sotto riporta l’andamento della quota dei redditi da lavoro in vari paesi, corretta per tenere conto del lavoro autonomo, e presa come percentuale del Pil al costo dei fattori, cioè al netto della “quota del governo”. Si vede immediatamente che in Italia la quota dei redditi da lavoro è diminuita di circa 10 punti percentuali di Pil, e che specularmente è aumentata la quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro presi al netto delle imposte indirette, contrariamente a quanto sostenuto nell’articolo che stiamo discutendo.

 

L’andamento delle quote distributive nei principali paesi industrializzati

La figura 1 mostra che la quota dei redditi da lavoro corretta per il lavoro autonomo e presa sul reddito al costo dei fattori nei principali paesi industrializzati (gli stessi considerati nell’articolo che stiamo discutendo) è diminuita tra i  cinque e i dieci punti di Pil  rispetto agli anni 70. La figura mostra inoltre che in Italia, Francia, Giappone, Germania e USA i redditi da lavoro in percentuale del Pil sono anche al di sotto del livello al quale si trovavano negli anni ‘60. In Italia negli ultimi dieci anni si è verificato un moderato aumento della quota dei redditi da lavoro (dovuto al declino del prodotto pro capite, con salari medi stabili), che tuttavia lascia tale quota a valori molto inferiori rispetto al passato. Questo naturalmente significa anche che la quota dei redditi da capitale presi al netto delle imposte indirette, che è il complemento a 100 della quota del lavoro, è aumentata significativamente.[4] Il diverso risultato rispetto all’articolo che stiamo discutendo dipende dal diverso metodo di calcolo, che applica la correzione per il lavoro autonomo e fa riferimento al PIL al costo dei fattori.[5]
In definitiva, le conclusioni (1) e (2) dell’articolo in questione non trovano adeguati riscontri e debbono quindi essere respinte.

[1] Giulio Zanella, Gli economisti e i fatti, 28 giugno 2010, www.noisefromamerika.org.
[2] Ad esempio, se un commerciante guadagna 60 mila euro l’anno lordi e un lavoratore dipendente in media 25 mila, solo 35 mila euro guadagnati dal commerciante saranno considerati come redditi da capitale, mentre gli altri 25 sono inclusi tra i redditi da lavoro
[3] Nell’articolo che stiamo discutendo si indica un aumento di 10 punti della quota delle imposte indirette nette sul Pil stimato ai prezzi di mercato tra la metà degli anni 70 e oggi. E’ interessante tuttavia notare che questo aumento dipende dalla data di inizio presa per effettuare il confronto. A metà degli anni settanta tali imposte erano infatti ad un minimo storico durato solo qualche anno – se si fa il confronto con i valori medi prevalenti nel periodo precedente la variazione è stata di circa tre punti percentuali. Questo comunque è irrilevante per la stima delle quote distributive effettuata al netto delle imposte indirette.
[4] D’altra parte anche la letteratura economica che guarda alla distribuzione del reddito dal punto di vista delle disuguaglianze nei redditi personali e familiari perviene alla conclusione che a partire dagli anni ‘80 nei paesi industrializzati si sia verificato un aumento delle disuguaglianze e un forte aumento della quota del reddito complessivo che va all’1% più ricco della popolazione: si vedano, tra gli altri, A. Atkinson e A. Leigh, The distribution of top incomes in five anglo- saxon countries over the 20th century, IZA paper no 4937, 2010; T. Piketty & E. Saez, Income Inequality in the United States, Quarterly Journal of Economics, 2003; A.Atkinson, Income inequality in Oecd countries, Oecd, 2003; Brandolini, Cipollone, Sestito, Earning dispersion, low pay and household poverty in Italy 1977-1998, Temi di discussione della Banca d’Italia, Giugno 2000.
[5] I dati di Zanella per Usa, Francia, Germania (dal 1990), Italia e Giappone corrispondono alla quota dei redditi da lavoro (al lordo dei contributi e delle imposte dirette) sul Pil ai prezzi di mercato calcolata sui dati dei database citati nell’articolo. Essi differiscono da quelli qui riportati principalmente per l’assenza della correzione per il lavoro autonomo (tale differenza è molto marcata per la Francia e il Giappone e più contenuta per gli altri paesi, coerentemente con l’evoluzione dell’incidenza del lavoro autonomo sul totale). La medesima quota non corrisponde invece ai dati citati nell’articolo relativi al Regno Unito. In questo paese si osserva una caduta di sei punti della quota calcolata secondo il metodo di Zanella, e non la costanza là affermata.

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