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Il programma eterodosso del Front de Gauche

Pubblicato il 01 Giugno 2012 da admin

Analizzando l’esperienza del Front de Gauche (FdG) colpisce in primo luogo il coraggio di assumere a base del suo programma l’analisi economica eterodossa, con un risultato che mi sembra ragionevole [1]. Su un piano economico, ad esempio, si individuano le radici dell’attuale crisi economica nella redistribuzione del reddito a favore dei profitti operata negli ultimi 30 anni, e si considera il debito pubblico una “vittima”, e non un “artefice”, della crisi - cose spesso affermate da economisti critici, ma raramente da un partito politico. Su un piano politico, vi si trova l’idea che nello scontro di interessi tra “popoli” e “mercati” non possano vincere entrambi, e che la mondializzazione del capitale, il potere della finanza, la competizione internazionale non siano una fatalità, o una legge di natura, bensì piuttosto “un processo politico interamente comandato dai governi nazionali che fanno, in realtà quello che vogliono”, sicchè “(u)n governo determinato può sbarazzarsi degli speculatori, riprendere il controllo della finanza, superare la crisi del debito pubblico, liberarsi dalle costrizioni imposte dai trattati europei, senza nemmeno uscire dalla Unione Europea o dall’Euro”.[2]

Dell’esperienza del FdG colpisce però anche la provenienza dei suoi dirigenti politici. Una spinta importante al FdG è stata impressa da politici che vengono dall’establishment, dalla sinistra del Partito Socialista francese: Jean-Luc Mélénchon, Jacques Généreux, Marc Dolez. Essi hanno riconosciuto i loro sbagli – tra i più salienti, ma non i soli, l’appoggio al trattato di Maastricht (Mitterand, 1992) e la resa a quello di Amsterdam (Chirac/Jospin, 1997). Il loro distacco dal Partito Socialista (PS) è cominciato nel 2005 quando, contro le indicazioni del partito, si sono schierati per il no al referendum sulla Costituzione Europea promuovendo un dibattito pubblico e vincendo. Nel 2008 sono usciti dal PS per fondare il Parti de Gauche (che è una delle componenti del Front de Gauche), ed hanno portato con questo processo la “sinistra-sinistra” ad ottenere un risultato a 2 cifre nelle elezioni francesi che non si aveva dal 1981, denunciando il fatto che lo smarrimento delle sinistre europee starebbe nell’avvenuta introiezione – nell’assorbimento senza consapevolezza - dell’ideologia del “libero mercato”, frutto di uno stillicidio durato decenni, che le terrebbe prigioniere, contagiando e confondendo l’elettorato, con il risultato di gettarlo nella rassegnazione (there is no alternative), oppure di spingerlo alla rivolta reazionaria. Per il FdG, lo stesso Hollande, con il suo programma di “austerità dolce” e la sua intenzione di trovare un compromesso con la Merkel e la BCE, non si sarebbe veramente liberato da questo incantesimo ideologico, e sarà ovviamente interessante al riguardo seguire le prossime  mosse del nuovo presidente francese.

Ma ciò che più colpisce del FdG è la radicalità sensata delle misure che propone per rilanciare la produzione e l’occupazione (molte delle quali presenti, in forma più blanda o più incerta nel finanziamento, nel Programma di Hollande). Le principali proposte sono:

● aumentare il salario minimo, lo SMIC, del 21% a 1.700 Euro lordi, che dovrebbero diventare netti a fine legislatura (ogni paese europeo dovrebbe adottare uno SMIC non inferiore al 60% del salario medio);

● imporre un rapporto massimo di 1:20 tra la paga più bassa e quella più alta nelle imprese;

● fissare un reddito annuo massimo di 360.000 Euro oltre il quale lo Stato prende tutto;

● porre limiti ai licenziamenti nelle imprese che distribuiscono dividendi; eliminare i contratti di precariato, cominciando da quelli esistenti nel pubblico impiego;

● restituire il diritto di andare in pensione a 60 anni, pensione minima pari allo SMIC,  difendere il sistema retributivo;

● ritornare alle 35 ore;

● istituire una sanità interamente pubblica e universale;

● lanciare la pianificazione ecologica (un vasto programma di reindustrializzazione ecologica, di uscita pianificata dal petrolio e dal nucleare, di investimenti pubblici ecologici e sociali);

● nazionalizzare l’energia (mi limito a questo esempio per indicare una strategia più vasta di difesa da privatizzazioni indiscriminate, ma non necessariamente di nazionalizzazione, di settori come, oltre all’energia, le telecomunicazioni, i trasporti, la ricerca, la sanità, l’educazione, il credito, l’acqua, l’abitazione e, naturalmente, la protezione sociale, la sicurezza, la difesa, la giustizia).

I costi annui di questi interventi ammonterebbero a 130-140 mld di Euro l’anno (esclusa la nazionalizzazione dell’energia che dovrebbe ripagarsi da sé), e le fonti di finanziamento sono valutate in 160-190 mld (si tratterebbe, grosso modo, di riprendersi il 10% circa del PIL francese che, prendendo come base di partenza la media degli anni ’60, si sarebbe spostato dai salari ai profitti e rendite). Queste cifre sono state validate dall’Institut de l’Entreprise, il think tank privato che ha valutato la sostenibilità dei programmi di tutti i candidati alle presidenziali francesi del 2012.[3]

Secondo il FdG un Governo francese che volesse realizzare queste misure di rilancio della produzione e dell’occupazione dovrebbe al tempo stesso necessariamente:

● ristabilire un controllo sui movimenti di capitale;

● ristabilire un controllo sui movimenti delle merci, introducendo un visto ecologico e sociale;

● riprendere il controllo del finanziamento pubblico (perso in Francia a cominciare dalla Legge Pompidou-Giscard del 1973 che obbligava il Tesoro a finanziarsi sui mercati.

Nessuna di queste politiche è attualmente permessa dai trattati europei, ma il FdG propone una strategia alternativa all’uscita dall’Unione Europea e dall’Euro basata principalmente su due punti:

1°. appellarsi al “Compromesso di Lussemburgo” per uscire dal trattato di Lisbona – riformando, se necessario, la Costituzione Francese e lo statuto della banca centrale nazionale. Secondo il Compromesso di Lussemburgo, infatti, quando una questione europea concerne un “interesse vitale” di un paese aderente, il Consiglio Europeo deve trovare un compromesso che abbia l’accordo unanime; nel frattempo il paese che si è appellato al compromesso può usufruire di una clausola di eccezione senza dover uscire dalla UE;

2°. disobbedire alla BCE e far fare alla Banca di Francia, che ne ha tutti gli strumenti tecnici, quello che la BCE non vuole fare – ad esempio prestare allo Stato francese al tasso del 1%.[4]

Lo scopo immediato di questa strategia è quello di rompere il blocco neo-liberale che governa l’Europa, contando sull’effetto imitazione dei governi di altri paesi che stanno trovando i vincoli europei insostenibili, per il loro alto costo sociale. Se ciò avvenisse, si aprirebbero vari scenari, ampiamente dibattuti in Francia[5], che vanno dalla rifondazione dell’Euro, alla creazione di un “Eurosud”, alla creazione di una moneta comune ispirata a quanto proposto da Keynes e Schumacher nel 1944 (con riferimento, in particolare, alla penalizzazione dei paesi strutturalmente in surplus/deficit, per spingerli al gioco cooperativo mirato all’equilibrio degli scambi e alla convergenza verso l’alto delle economie, dei salari, delle protezioni sociali[6]).

Il programma del FdG ha certamente punti discutibili, ma una discussione approfondita su di esso sembrerebbe auspicabile. Esso può offrire un esempio, indicare una direzione, per uscire dalla frammentazione e dal disordine del discorso della sinistra, che sta generando confusione, insicurezza, senso di impotenza, e quindi, alla fine, grande dispersione di forze. Uscire da quella frammentazione e da quel disordine appare d’altra parte sempre più necessario, dati i costi sociali sempre più alti della crisi e gli incerti (e forse cupi) scenari politici che ne potrebbero derivare.

[1] Per le riflessioni contenute in questo articolo ringrazio Meri Lucii, per avermi fermamente aiutato ad essere concisa.
[2] Citazione da Nous on peut! di Jacques Généreux, ediz. Seuil, settembre 2011
[3] Il Think Tank ha però obiettato che l’innalzamento dello SMIC metterebbe in difficoltà le PMI e comporterebbe la perdita di 800.000 posti di lavoro (sulla base del legame ipotizzato dalla teoria tradizionale tra salario e occupazione). Nella sua risposta, articolata, il FdG ha sostenuto, tra l’altro, che ciò che mette in difficoltà le PMI è in realtà la mancanza di ordini dovuta a carenza di domanda aggregata e l’alto costo del credito.
[4] Si potrà così, tra l’altro, istituire un polo bancario pubblico – rete delle banche pubbliche esistenti (le Poste), banche cooperative, istituti mutualistici – per finanziare, a tassi minimi, ad esempio le PMI, le famiglie in difficoltà, le attività di interesse pubblico e sociale.
[5] In Neus on Peut!, Généreux fa espressamente riferimento all’”eccellente” saggio di Jacques Sapir in favore di un’uscita della Francia dall’Euro, considerando però tale uscita il rimedio di ultima istanza.  Cfr. J. Sapir Faut-il sortir de l’euro?, Seuil, 2012.
[6] Cfr. J.M. Keynes, The Collected Writings, vol. XXV: Shaping the Post-war World: the Clearing Union, Basinstoke, 1980; e E.F. Shumacher, Multilateral Clearing, Economica, 1943. Per un riferimento veloce, si può vedere Skidelsky.

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L’eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato

Pubblicato il 07 Dicembre 2011 da admin

1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i 6 miliardi di euro di titoli inizialmente previsti dal governo, ma al contempo si afferma che – di questi – solamente 3,6 sono stati collocati presso investitori privati. Si tratta dunque di capire esattamente cosa è successo a quei 2,4 miliardi di euro di titoli residui, che sono stati dichiarati emessi, ma non sono stati sottoscritti dai partecipanti all’asta.

Il resoconto ufficiale dell’asta definisce quella particolare quota dell’emissione come “Ammontare messo da parte per operazioni sul mercato secondario”. Dunque il 40% dei titoli emessi è stato trattenuto con lo scopo di essere successivamente venduto sul mercato secondario: una quota consistente dei titoli è stata, in altri termini, emessa ma non collocata presso gli investitori privati. Una simile operazione sembra possibile solamente qualora si ammetta l’intervento della Bundesbank, che avrebbe sottoscritto una parte della nuova emissione – come suggeriscono numerosi commentatori[1]. Ciò significherebbe che la Germania opera al di fuori delle regole comuni dell’eurozona[2], ossia in deroga a quegli stessi principi che hanno impedito, ad esempio, alla Banca Centrale Greca di intervenire a sostegno dei titoli pubblici ellenici tra il Dicembre 2009 ed il Maggio 2010, quando la spirale nei tassi di interesse pretesi dai mercati finanziari internazionali in sede d’asta ha di fatto costretto Atene a ricorrere ad un prestito istituzionale, vincolato all’adozione delle cosiddette misure di austerità. L’“eccezione tedesca” alle regole europee sull’emissione di titoli del debito pubblico appare ancora più significativa se si considera che la pratica di trattenere una quota (anche consistente) dell’emissione “per operazioni sul mercato secondario” non costituisce affatto un’anomalia nelle ordinarie operazioni di collocamento dei bund, ma ne rappresenta piuttosto il regolare funzionamento: come illustrato dal seguente grafico, la Germania trattiene regolarmente una quota delle emissioni, esattamente come accaduto in quest’ultima, discussa, asta di bund decennali.

 

Cercheremo di dimostrare che la Bundesbank sostiene attivamente il collocamento dei titoli pubblici tedeschi, esercitando un’influenza dominante sul prezzo dei titoli di nuova emissione, senza però ricorrere alla sottoscrizione degli stessi sul mercato primario, ma articolando il proprio intervento in modo tale da aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e praticare di fatto il finanziamento diretto del debito pubblico tedesco.

2.Iniziamo col dire che il dibattito sull’asta dei titoli tedeschi ha il grande pregio di restituire il meccanismo di emissione dei titoli pubblici – fatto di regolamenti, prassi e rapporti di forza tra governi, banche private nazionali e internazionali – ad un contesto istituzionale più complesso di quella ‘forma di mercato’ che gli viene attribuita dalle istituzioni europee, e che giustifica il divieto di acquisto dei titoli pubblici imposto alle banche centrali, chiamate appunto a non interferire con il regolare funzionamento del mercato del credito.

Vogliamo capire come sia possibile che un titolo pubblico venga emesso, ma non collocato. Precisiamo innanzitutto cosa si intende per collocamento: un titolo si definisce collocato quando viene sottoscritto per la prima volta. L’ufficio governativo responsabile dell’emissione dei titoli del debito pubblico tedesco è l’Agenzia per il debito (Finanzagentur), la quale gestisce le procedure d’asta e poi trattiene i titoli non collocati presso quella platea di investitori privati che hanno l’accesso riservato al mercato primario, platea costituita da una quarantina di banche e società finanziarie tedesche ed internazionali. L’idea, suggerita da molti commentatori, che i titoli non collocati vengano di fatto sottoscritti dalla banca centrale tedesca è stata immediatamente contestata, poiché sembra scaturire da una errata interpretazione del particolare ruolo svolto da quest’ultima all’interno del processo di emissione dei titoli. Come vedremo, sebbene sia effettivamente possibile confutare la tesi secondo cui la Bundesbank sottoscrive i titoli pubblici tedeschi direttamente sul mercato primario, la banca centrale tedesca può contare su altri e diversi canali per intervenire sui titoli di nuova emissione, con risultati assolutamente equivalenti all’azione diretta sul mercato primario.

La Bundesbank agisce per conto dell’Agenzia per il debito tedesca in qualità di “banca custode e non di prestatore di ultima istanza”, come sostiene Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore del 26 Novembre 2011: i titoli trattenuti risultano in sostanza congelati presso la banca centrale tedesca, senza che questa corrisponda al governo alcuna somma di denaro in cambio, ossia senza che quei titoli risultino effettivamente sottoscritti. Spiega ancora la Bufacchi: “L`agenzia del debito tedesco riprende poi quei titoli invenduti e li ricolloca in tranche sul secondario, nell`arco di qualche giorno o in casi di mercati ostici di qualche settimana.” Dunque sembra, a prima vista, che la Germania non stia procedendo alla cosiddetta ‘monetizzazione’ del debito pubblico. A confermare questa interpretazione interviene anche la prestigiosa rivista The Economist, pubblicando sul proprio sito l’articolo Fun with bunds in cui, “per evitare che i bloggers passino molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, si affida la soluzione al dilemma alle parole di un rappresentate della PIMCO, una delle più importanti società private di investimento a livello internazionale: “La Finanzagentur ha emesso solamente 3,6 miliardi in cambio di liquidità. Loro hanno collocato 3,6 miliardi sul mercato ed hanno trattenuto 2,4 miliardi sui loro libri contabili. In futuro potranno vendere l’ammontare trattenuto sul mercato secondario, ottenendo la corrispondente liquidità. Potreste aver letto che la Bundesbank ha acquistato la quota dell’emissione che non è stata collocata in asta; ciò non è corretto. La Bundesbank non sta finanziando la Germania; opera semplicemente come un’agenzia per la Finanzagentur.”

La pratica dell’Agenzia tedesca per il debito, consistente nel trattenere una quota dell’emissione, viene dunque presentata, molto semplicemente, come un metodo per procrastinare il collocamento di quei titoli, in attesa di più favorevoli condizioni sui mercati finanziari: una mera questione di tempo, poiché i titoli emessi ma non anche collocati saranno, prima o poi, effettivamente collocati.

3. Dopo aver “passato molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, è forse possibile mettere in discussione la validità di questa lettura del problema, ed incentrare l’interpretazione del particolare meccanismo di emissione dei titoli pubblici tedeschi non tanto sul ‘quando’ i titoli trattenuti verranno sottoscritti, quanto piuttosto sul ‘dove’ quei titoli verranno poi, effettivamente, collocati.

La struttura istituzionale conferita generalmente agli odierni processi di emissione dei titoli del debito pubblico si fonda su una netta distinzione tra il mercato primario, dove i governi collocano i titoli di nuova emissione, ed il mercato secondario, dove i titoli già emessi possono essere liberamente scambiati. Tale distinzione è rilevante, all’interno della cornice istituzionale dell’eurozona, poiché il Trattato di Maastricht (comma 1 art. 101[2]) vieta esplicitamente alle banche centrali dell’eurozona l’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi membri solamente sul mercato primario: la BCE e le banche centrali dei paesi membri sono dunque lasciate libere di acquistare titoli del debito pubblico dei paesi membri dell’eurozona sul mercato secondario, e siamo certi che stiano operando in questo senso quantomeno a partire dal Maggio 2010, nel contesto del Securities Markets Programme[4]. Si noti come la chiara distinzione tra mercato primario e mercato secondario, ovvero la regola per cui sul mercato secondario possono essere scambiati solamente titoli già emessi sul mercato primario, sia il presupposto della logica seguita dalle istituzioni europee, le quali prevedono contemporaneamente il divieto imposto da Maastricht, che si riferisce al mercato primario, ed il Securities Markets Programme, che limita al mercato secondario la libertà di intervento delle banche centrali. Nelle parole dell’allora Governatore della BCE Trichet: “le nostre azioni sono pienamente conformi al divieto di finanziamento monetario [del debito pubblico] e dunque alla nostra indipendenza finanziaria. Il Trattato vieta l’acquisto diretto, da parte della BCE, dei titoli del debito emessi dai governi. Noi stiamo acquistando quei titoli solamente sul mercato secondario, e dunque restiamo ancorati ai principi del Trattato”.[5]

Alla luce di quanto detto circa la pratica – operata negli anni dalla Germania – di destinare una quota rilevante delle emissione ad operazioni sul mercato secondario, risulta evidente che, quando consideriamo il mercato dei titoli pubblici tedeschi, la distinzione tra mercato primario e mercato secondario si fa quantomeno labile: tramite la quota di titoli di nuova emissione regolarmente trattenuta dall’Agenzia del debito, infatti, la Germania è in grado di collocare i propri titoli del debito pubblico direttamente sul mercato secondario. Ciò è rilevante perché se il mercato primario dei titoli pubblici è esplicitamente riservato, in tutti i paesi dell’eurozona, ad un gruppo di investitori privati, sul mercato secondario operano – accanto agli investitori privati – anche le banche centrali dei paesi membri. Questo significa che il tasso di interesse che si determina sul mercato primario può essere spinto al rialzo da una carenza di domanda di titoli che non ha ragione di esistere sul mercato secondario, laddove l’azione della banca centrale implica una domanda potenzialmente infinita per i titoli pubblici: sul mercato primario, dove non operano le banche centrali, può sussistere una situazione di eccesso di offerta di titoli che conduce ad un rialzo nei tassi di interesse, quale quello osservato in Grecia nei primi mesi del 2010, ed in Italia a partire dall’Agosto 2011, mentre sul mercato secondario l’intervento della banca centrale ha il potere di creare tutta la domanda necessaria a spingere al ribasso il rendimento dei titoli pubblici. Pertanto, il semplice fatto che il collocamento dei bund di nuova emissione avvenga, in parte, direttamente sul mercato secondario ha un impatto significativo sul tasso di interesse dei titoli pubblici tedeschi, garantendo alla Germania un minor costo dell’indebitamento pubblico, a prescindere dalla possibilità (pure presente) che i titoli di nuova emissione collocati sul mercato secondario vengano sottoscritti direttamente dalla Bundesbank. La particolare struttura istituzionale del processo di emissione dei titoli pubblici tedeschi sopprime di fatto la distinzione tra mercato primario e mercato secondario, aprendo lo spazio per il finanziamento del debito pubblico tramite la banca centrale – spazio negato agli altri paesi membri dell’eurozona.

Il complesso meccanismo di emissione dei titoli pubblici appena descritto consente alla Germania di proporre, in asta, un tasso dell’interesse molto basso, come avvenuto il 23 Novembre: se gli investitori privati si rifiutano di sottoscrivere i titoli del debito pubblico tedeschi a quei tassi, giudicati poco remunerativi, lo Stato trattiene la quota dell’emissione non collocata e procede, successivamente, al collocamento di quei titoli sul mercato secondario, dove l’azione della banca centrale è in grado di orientare i livelli del tasso dell’interesse vigente, o addirittura di tradursi in un intervento diretto, con la Bundesbank che sottoscrive i titoli del debito non collocati sul mercato primario. In assenza di un simile meccanismo, i governi sono costretti ad accettare il tasso di interesse che gli investitori privati pretendono sul mercato primario, laddove la loro disponibilità a sottoscrivere i titoli pubblici rappresenta l’unica possibilità che lo stato ha di finanziare il proprio debito. L’“eccezione tedesca” può essere concepita come un metodo che permette di aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e viene da chiedersi per quale motivo gli altri paesi dell’eurozona non si siano dotati di un simile dispositivo, capace di arginare le pretese dei mercati finanziari internazionali sui rendimenti dei propri titoli pubblici.

[1] Alesina e Giavazzi sul Corriere dela Sera del 24 Novembre 2011 affermano che “l’asta dei Bund è stata sottoscritta solo grazie alla Bundesbank che ha acquistato il 40% dei titoli offerti da Berlino.”. Lo stesso giorno, simili affermazioni compaiono sui più importanti quotidiani. Sul Sole 24 Ore Bufacchi sostiene che: “va scartata la maxi-quota, pari al 39% dei 6 miliardi, che è stata sottoscritta dalla Buba [Bundesbank] per essere rivenduta sul secondario per via del peculiare meccanismo usato fin dagli anni 70 nelle aste dei titoli di Stato tedeschi.”; Quadrio Curzio commenta che “senza l’intervento della Bundesbank poteva andare anche peggio” sul Messaggero; Tabellini afferma, sul Sole 24 Ore, che: “la Bundesbank di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza quanto meno in via temporanea nei confronti dello Stato tedesco. I titoli non venduti in asta infatti sono stati assorbiti dalla Bundesbank, che da sempre svolge questo ruolo per garantire la liquidità dei titoli tedeschi.”
[2] “La banca centrale tedesca ha subito assorbito tutti i titoli invenduti. È esattamente ciò che la Bundesbank stessa non vuole che la BCE faccia con Italia e Spagna. […] ha comprato direttamente dal governo, un comportamento in apparenza illegale ai termini del trattato: finanziamento monetario del deficit.” Fubini, Corriere della Sera del 24 Novembre 2011.
[3] “È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali.” (Cfr. Versione consolidata del Trattato che istituisce la Comunità Europea, Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee, 24/12/2002, corsivo nostro).
[4] “Nei termini definiti in questa Decisione, le banche centrali dell’Eurosistema possono acquistare […] sul mercato secondario titoli di debito […] emessi dai governi centrali o da enti pubblici dei Paesi Membri e denominati in euro.” (Cfr. Decision of the European Central Bank of 14 May 2010 establishing a securities markets programme, Official Journal of the European Union, 20/05/2010, corsivo nostro).
[5] Cfr. Speech by Jean-Claude Trichet, President of the ECB, at the 38th Economic Conference of the Oesterreichische Nationalbank, Vienna, 31 May 2010.

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Per un cambiamento della politica economica in Italia e in Europa

Pubblicato il 17 Novembre 2011 da admin

Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche

Per un cambiamento della  politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione

In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono a buona parte della classe dirigente nazionale per non aver saputo attuare politiche che favorissero lo sviluppo del paese, la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza, nella costruzione dell’Unione Monetaria, di un quadro di politiche fiscali e monetarie coordinate volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri, e a una maggiore equità distributiva nei paesi e fra i paesi.

La crisi europea e il suo aggravamento, in particolare con l’attacco ai titoli del debito pubblico italiano, trovano la loro origine in questa assenza e sono solo parzialmente riconducibili alla progressiva caduta di credibilità del governo sinora in carica. La mancata iscrizione tra i compiti della Banca Centrale Europea del tradizionale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei debiti sovrani ha contribuito ad esporre all’attacco i titoli del debito italiano e di altri paesi europei. Le misure intraprese dai paesi dell’Eurozona per sostenere i debiti sovrani, e in primo luogo il cosiddetto Fondo Salva-Stati, risultano del tutto insufficienti anche per i debiti delle economie più piccole, e a maggior ragione per quelli dei paesi più grandi. Per di più le misure di restrizione dei bilanci pubblici che vengono richieste in cambio di quegli aiuti hanno aggravato la recessione e la stessa crisi finanziaria nei paesi beneficiari. Attualmente l’Eurozona è senza una bussola. Per l’opposizione del paese più forte, nell’ultima riunione del G-20 essa ha persino respinto la proposta di una emissione di Diritti Speciali di Prelievo da parte del Fondo Monetario Internazionale a sostegno dei debiti sovrani sotto attacco. Sono in gioco la sopravvivenza dell’Unione Monetaria e del Mercato Unico, e la stabilità economica europea e globale.

I firmatari di questo appello ritengono che la grave situazione attuale nelle sue cause contingenti e di lungo periodo non possa essere affrontata se non nel quadro di un progressivo mutamento dell’insieme delle politiche economiche europee, fatte salve le azioni di politica economica che l’Italia deve intraprendere al suo interno. Siamo per un più pieno coordinamento delle politiche fiscali, monetarie e salariali in Europa, che includa a pieno titolo la piena occupazione fra gli obiettivi. Per questo siamo fermamente contrari alla iscrizione nelle Costituzioni nazionali della clausola del pareggio del bilancio pubblico.

In queste circostanze riteniamo che il nuovo esecutivo debba rapidamente muoversi nelle sedi europee appropriate, con la necessaria determinazione e le necessarie alleanze politiche, per ottenere una garanzia ferma e illimitata della BCE sul debito sovrano italiano e degli altri paesi dell’Eurozona, volto a ricondurre i tassi di interesse ai livelli pre-crisi -intervento da tempo sostenuto anche dall’Amministrazione americana e da molti autorevoli economisti di diverso orientamento teorico. Riteniamo, anche in questo caso con il conforto di opinioni diffuse tra gli economisti, che politiche di riduzione dei debiti pubblici siano in questa fase controproducenti, e reputiamo quindi che la richiesta nei riguardi della BCE vada accompagnata da un impegno non già all’abbattimento, ma bensì alla stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil in Italia e negli altri paesi in difficoltà. Un nuovo esecutivo, tecnico o politico, che si configurasse invece come mero esecutore delle richieste europee, quali espresse nelle scorse settimane, determinerebbe un aggravamento della crisi economica e finanziaria in Italia e in Europa, con devastanti conseguenze sociali e l’insostenibilità degli attuali accordi, monetari e commerciali, nell’UE. Fermo nella denuncia di tali pericoli, il Governo italiano si dovrebbe pertanto fare promotore in ambito europeo e del G-20 di politiche fiscali, monetarie e salariali concertate volte al rilancio della domanda aggregata, in particolare da parte dei paesi in forte avanzo commerciale.

La riduzione dei tassi, accompagnata dall’impegno alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche internazionali espansive libererebbe nel nostro paese risorse per la crescita sia dal lato del sostegno della domanda interna che del rilancio della competitività. Riteniamo in particolare che tali risorse - assieme a quelle che dovranno provenire da una seria lotta all’evasione fiscale, da un’imposta che colpisca i patrimoni su base regolare e annua e non una tantum, e dalla razionalizzazione della spesa pubblica (inclusi i costi della politica) - vadano prioritariamente destinate alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un aumento dei salari netti, al sostegno di istruzione, ricerca e cultura, all’aumento degli investimenti per l’industria pubblica e il Mezzogiorno, alla difesa dell’ambiente, all’efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione, alla difesa della legalità. Su questi obiettivi un nuovo e più autorevole esecutivo dovrebbe impegnarsi in Europa chiedendo e restituendo fiducia al popolo italiano.

Acocella Nicola, Università di Roma 1
Artoni Roberto, Università Bocconi Milano
Bagnai Alberto, Università Gabriele D’Annunzio Pescara
Barba Aldo, Università di Napoli Federico II
Bellini Enrico, Università Cattolica Milano
Biagioli Marco, Università di Parma
Blankenburg Stephanie, SOAS Università di Londra
Bosco Luigi, Università di Siena
Bosi Paolo, Università di Modena e Reggio Emilia
Canale Rosaria Rita, Università di Napoli Parthenope
Cangiani Michele, Università Ca’ Foscari Venezia
Carrera Antonio Cuerpo, Università Complutense Madrid (Spagna)
Jorge Carreto, Universidad Nacional Autonoma de Mexico (UNAM),
Caselli Gianpaolo, Università di Modena e Reggio Emilia
Castellano Rosaria, Università di Macerata
Cesaratto Sergio,  Università di Siena
Chiodi Guglielmo, Università di Roma 1
Ciccone Roberto,  Università di Roma 3
Contini Bruno, “S. Cognetti de Martiis” Università di Torino
Costabile Lilia, Università di Napoli Federico II
D’Ippoliti Carlo, Università di Roma 1
De Cecco Marcello, Scuola Normale Superiore di Pisa
De Muro Pasquale, Università di Roma 3
De Vivo Giancarlo, Università di Napoli
Devillanova Carlo, Università Bocconi Milano
Luca Fantacci, Università Bocconi Milano
Farina Francesco, Università di Siena
Febrero Panos Eladio, Università di Castilla La Mancha (Spagna)
Felice Emanuele, Università autonoma di Barcellona (Spagna)
Fiorito Luca, Università di Palermo
Forges Davanzati Guglielmo, Università del Salento
Franzini Maurizio,  Università di Roma 1
Saverio M. Fratini, Università di Roma 3
Fubini Lia, Università di Torino
Ghignoni Emanuela, Università di Roma 1
Ginzburg Andrea, Università di Modena e Reggio Emilia
Hodgson Geoffrey, Università di HertfordShire (RU)
King John, La Trobe University, Melbourne (Australia)
Krimpas George E., Università di Atene (Grecia)
Lavoie Marc, Università di Ottawa (Canada)
Enrico Sergio Levrero, Università di Roma 3
Lombardi Mauro, Università di Firenze
Loperato Francis Luiz C., Università di Campinas (Brasile)
Lucarelli Stefano, Università di Bergamo
Lugli Loris, già direttore IRES Emilia Romagna
Lunghini Giorgio, Università di Pavia
Maffeo Vincenzo, Università di Roma 1
Marani Ugo, Università di Napoli Federico II
Marcuzzo Maria Cristina, Università di Roma 1
Mongiovi Gary, St.Johns University (USA)
Morroni Mario, Università di Pisa
Napolitano Oreste, Università di Napoli Parthenope
Nuti Domenico Mario, Università di Roma 1
Ofria Ferdinando, Università di Messina
Madsen Ove  Mogens, Aalborg University (Danimarca)
Pagano Ugo, Università di Siena
Palazzi Paolo, Università di Roma 1
Palumbo Antonella, Università di Roma 3
Panico Carlo, Università di Napoli
Park Man-Seop, Università di Seul (Corea del sud)
Pastrello Gabriele, Università di Trieste
Pennacchi Laura, Fondazione Basso
Picchio Antonella, Università di Modena e Reggio Emilia
Pivetti Massimo, Università di Roma 1
Pugno Maurizio, Università di Cassino
Ramazzotti Paolo, Università di Macerata
Rangone Marco, Università di Padova
Ravagnani Fabio, Università di Roma 1
Realfonzo Riccardo, Università del Sannio
Louis-Philippe Rochon, Laurentian University, Ontario (Canada)
Rossi Sergio, Università di Friburgo (Svizzera)
Saccareccia Mario, Università di Ottawa (Canada)
Sacconi Lorenzo, Università di Trento (direttore Econmetica)
Sau Lino, “S. Cognetti de Martiis” Università di Torino
Sawyer Malcolm, Università di Leeds
Schiattarella Roberto, Università di Camerino
Solari Stefano, Università di Padova
Stefania Gabriele, dirigente ricerca CNR
Stirati Antonella, Università di Roma 3
Stefano Sylos Labini, ENEA Roma
Tiberi Mario, Università di Roma 1
Travaglini Carlo, M., Università di Roma 3
Tridico Pasquale Università di Roma 3
Alfonso Vadillo, Facultad de Economía, Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM)
Vercelli Alessandro, Università di Siena
Watt Andrew, Senior researcher European Trade Union Institute
Zezza Gennaro Università di Cassino e Levy Institute (USA)

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Ripartire da Lisbona

Pubblicato il 21 Agosto 2010 da admin

La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile. 

(Lettera degli economisti)

 

 

La politica economica europea ha due città di riferimento, due città nelle quali si sono sottoscritti accordi che sono diventati la base delle successive decisioni: Maastricht e Lisbona. Due città legate non solo a diversi aspetti della politica economica, Maastricht per i criteri di stabilità e Lisbona per l’economia della conoscenza, ma che indicano due ipotesi solo in parte convergenti, diverse strategie di sviluppo e, quasi, due anime diverse, due concezioni dell’Europa contrapposte. La prima, tutta orientata su parametri liberisti di controllo rigido dei bilanci, la seconda su obiettivi qualitativi orientati alla sostenibilità.

Oggi, in fase di crisi, la rotta è sempre più indirizzata verso Maastricht, con le nuove, insostenibili socialmente e economicamente, politiche dei tagli imposte a tutti i paesi europei. E invece verso Lisbona occorrerebbe muoversi, per caricare di senso l’idea di Europa nella direzione di una “crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.

Che sarebbe il processo di unificazione europea se si fermasse al pareggio dei bilanci ottenuto con il taglio del Welfare? L’Europa, che non è ancora una nazione o uno stato, ma una confederazione tenuta insieme da un’idea, prima che da un progetto vincolante, se perde la sua identità, perde tutto. E’ ovvio che in una fase di crisi come quella che stiamo vivendo si rafforza la necessità di migliorare la capacità competitiva dell’economia continentale. Ma la strada intrapresa, quella della riduzione del Welfare, è sbagliata e pericolosa, sbagliata per i motivi descritti nella Lettera degli Economisti, dalla cui lettura derivano queste riflessioni, e pericolosa perché fa perdere all’Europa la sua anima.

Fuor di metafora, l’anima dell’Europa sta nella sua originale tipologia di sviluppo sostenibile,  una tipologia che però fa fatica  a diventare modello, teoria, pensiero di riferimento originale e autonomo, e non fornisce elementi forti dal punto di vista della battaglia delle idee. Eppure il successo di un’area geo-politica, in tempo di globalizzazione, dipende anche dalla sua capacità di esprimere una cultura su cui costruire egemonia. Dal punto di vista delle esperienze l’Europa è fucina di modelli innovativi, diversi da quelli statunitensi e anglosassoni, modelli che rappresentano casi di successo, e possono fornire, oltre che il senso dell’economia europea,  un punto di riferimento per molti paesi di recente e rapida industrializzazione, che vedono però nel modello anglo-sassone l’unico punto di riferimento. Questo punto di riferimento, presentato nei Master che le Università americane propongono a studenti di tutto il mondo, è basato su una tipologia di azienda multinazionale, sostanzialmente sradicata dal territorio, orientata al marketing e alla finanza, destinata a una crescita trainata dagli asset finanziari e destinata alla quotazione di borsa. Un’azienda che magari nasce piccola, ma che ha sempre la vocazione a diventare grande, in un processo di crescita dimensionale che ne segna l’unica possibilità di sopravvivenza.

Diverso è il modello europeo, che parla di un differente tipo di organizzazione sociale e di organizzazione aziendale, perché innovazione e profitto sono visti in riferimento alle compatibilità sociali, alla coesione entro e fuori del luogo di lavoro, al rispetto della persona, al rapporto con le identità locali e con le tradizioni culturali [1].

Si tratta di esperienze affermate e che attraversano l’intero Continente, ma che non vengono vissute come modelli comuni né tanto meno come casi da esportare. Non esiste, cioè, un modello europeo di sviluppo che parta da organizzazioni aziendali lontane dalle classiche aziende multinazionali. Proviamo a fare un rapidissimo, e non esaustivo, panorama di quello che negli ultimi decenni è accaduto in questo ambito in Europa, e che potrebbe rappresentare la base di un pensiero forte e trasferibile.

Partiamo dal Nord: il caso scandinavo. Qui si è affermata una scuola della gestione dei servizi e del loro marketing che rappresenta un modello per le imprese che operano in questo settore, ma che fa da riferimento inevitabile anche per tutti gli operatori di servizi pubblici. Un modello in cui l’attenzione è centrata sulla qualità della relazione interpersonale, sulla capacità di integrare i servizi verso la soddisfazione del cliente-utente, in cui il rispetto delle esigenze e delle attese di fruizione ha caratteristiche sostanzialmente diverse da quello che accade nel marketing del largo consumo, intrusivo, costruito sulla prevalenza della comunicazione, e in particolare della pubblicità, in cui il rapporto tra bisogni del cliente – letti e analizzati – e suoi desideri – sollecitati e indotti – crea quel rapporto ambiguo che tante resistenze crea nei movimenti dei consumatori [2]. E, sempre in Scandinavia, abbiamo il caso finlandese, in cui il rapporto tra innovazione d’impresa e intervento intelligente dello Stato costituisce un caso di studio internazionale che dimostra come una politica attiva dello Stato nel promuovere la ricerca e l’innovazione porti a una crescita sistemica basata sulla tecnologia dell’informazione  e della comunicazione [3].

Abbiamo poi il caso francese e quello tedesco, che vedono un opposto, ma egualmente efficace, intervento dello Stato nel rapporto con le imprese, da un lato attraverso l’alta qualità dell’intervento centrale – formazione dei quadri di alto livello, intervento sui campioni nazionali, coinvolgimento dei sindacati –  e dall’altro attraverso il rapporto impresa-Land, e cioè basandosi su di un tipo di sviluppo che coinvolge con molta più determinazione istituzionale i territori.

C’è poi l’esperienza dell’EFQM, gestito dalla European Foundation for Quality Management (EFQM) [4], un’organizzazione non profit fondata nel 1988 per iniziativa di alcune tra le principali aziende europee. La fondazione ha lo scopo di promuovere un modello di riferimento  per la qualità attraverso un approccio complessivo più esteso ed articolato rispetto ai modelli classici ISO 9000. Nell’EFQM l’azienda viene analizzata in base a elementi che presentano un’attenzione più spiccata verso le risorse umane e il loro coinvolgimento, un approccio più sistemico all’organizzazione, meno orientato ad una lettura dei processi  organizzativi troppo meccanica come nei classici modelli ISO. Non a caso la mission dell’EFQM è sintetizzata così: EFQM brings together organisations striving for Sustainable Excellence.

Anche l’Italia ha in questo settore esperienze e casi di successo: lo sviluppo basato sui distretti e sul rapporto tra imprese e sistema di stakeholders locali [5]. Un modello che non solo ha in sé un progetto di sviluppo compatibile, di relazione forte con le identità locali e con un’idea di territorio di grande interesse in epoca di culture globali, ma che presenta anche un caso di riferimento per il mondo della piccola impresa, che nell’accezione italiana non è un’impresa che troverà il successo crescendo dimensionalmente, ma che nella sua attuale dimensione, e nelle relazioni con i sistemi locali  in cui è inserita, trova una sua stabile ragion d’essere [6]. Un modello che può essere considerato di grande interesse in tutti quei paesi che cercano una via di sviluppo che conservi il rapporto con le radici, e che non consideri la specificità locale e la piccola dimensione dei pesi di cui liberarsi. Legato al tema dello sviluppo locale c’è quello del marketing territoriale, e cioè della capacità di un territorio di migliorare competitività e attrattività con una politica responsabile di sviluppo [7].

Ancora nel marketing si trovano alcune riflessioni, e alcune esperienze di forte interesse. Pensiamo al marketing mediterraneo [8], una riflessione sulle modalità di comunicazione e di proposta commerciale che parte dalle riflessioni teoriche di un filosofo italiano [9], che propone la scoperta del pensiero meridiano, come ricerca della felicità attraverso la comunicazione, la lentezza, gli scambi. Ho citato “lentezza” alludendo al caso più importante e riuscito di modello europeo del business secondo i principi qui rapidissimamente citati, quello dello Slow Food, in cui si propone un modello di consumo fortemente valoriale (come vuole la teoria del marketing) ma legato al territorio, alla tutela dei valori della tradizione, al rispetto della “Terra Madre”, alla valorizzazione della piccola impresa.

Casi diversi, situazione fortemente radicate in una storia e quindi non esportabili meccanicamente, e modelli che facilmente possono essere invece trasferiti. Ma casi tutti che dimostrano che la riflessione  e la modellizzazione  possono arrivare a delineare quel paradigma europeo di cui abbiamo parlato., un paradigma che si può sintetizzare nel temine “sostenibilità”, che riguarda il sociale, l’ambientale, le risorse umane.

Ripartire da Lisbona dunque vuol dire lavorare con forza a costruire una teoria del management, dell’organizzazione, dell’impresa che possa rappresentare l’idea di Europa. Anche di qui passa il rovesciamento di una politica economica che vede la soluzione ai problemi di competitività del nostro continente tutta iscritta nella politica dei tagli e della riduzione per il Welfare.

* Università di Salerno.

[1] Si veda un classico sullo sviluppo critico della produzione di massa: Michael J.Piore Charles F. Sabel, Le due vie dello sviluppo industriale, Torino, Isedi, 1987.
[2]  Mi fermo a citare due classici: Richard Normann, La Gestione Strategica dei servizi, Milano, Etas, 1992. Christian Grönroos Management e marketing dei servizi, Torino,  ISEDI, 1994.
[3]  Manuel Castells, Pekka Himanen, Società dell’informazione e welfare state. La lezione della competitività finlandese, Milano, Guerini e Associati, 2006.
[4]  http://www.efqm.org
[5]  Enrico Cicciotti Paolo Rizzi, Politiche per lo sviluppo territoriale, Roma, Carocci, 2005
[6]  Nella sterminata bibliografia sui distretti si vedano i lavori, pur diversi per profondità d’indagine e approccio scientifico, dell’economista Giacomo Becattini Il distretto industriale, Torino Rosenberg & Sellier , 2000  e del sociologo Aldo Bonomi. Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel nord Italia, 1997, Torino, Einaudi.
[7]  Matteo G. Caroli, Il marketing territoriale, Milano, Franco Angeli, 2006.
[8]  Il progetto teorico viene affrontato in Francois Silva Antonella Carù Beranrd Cova (a cura di) Marketing méditerranée et postmodernité, Marseille, Editions Euromed, 2005. Vedi ANCHE Antonella Carù, Bernard Cova, Marketing Mediterraneo, Milano, Egea, 2006, che presenta una serie di casi di studio.
[9]  Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Bari, Laterza, 1996.

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