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Fatica sprecata. Produttività e salari in Europa

Pubblicato il 17 Marzo 2013 da admin

La produttività del lavoro dipende dalle innovazioni tecnologiche, dall’organizzazione della produzione, dalla dimensione e dai settori in cui le imprese operano; il livello dei salari, normalmente oscillante attorno alla sussistenza, dipende dalla forza contrattuale dei lavoratori. Gli stessi dati contenuti nel testo presentato dal presidente della BCE all’ultimo vertice europeo di Bruxelles, se inquadrati in una prospettiva logica e temporale differente, confermano che per circa tre decenni i salari reali in Europa e in tutti i paesi industrializzati sono cresciuti meno della produttività. Se si considera la dimensione relativa del salario, le evidenze empiriche disponibili illustrano una riduzione costante e generalizzata della quota del reddito nazionale spettante ai lavoratori.

La questione del rapporto tra produttività, salari e distribuzione del reddito è una delle più controverse sia dal punto di vista teorico che della conseguente efficacia delle politiche economiche. La drastica diminuzione del salario registrata negli ultimi 30 anni in tutti i principali paesi industrializzati con la conseguente modifica della sua quota relativamente ai profitti viene spiegata dalla teoria “ortodossa”[1]  in questo modo: la dinamica dei salari dipende da quella della produttività del lavoro; se si vogliono aumentare i salari bisogna che cresca la produttività.

Se  volessimo limitare l’analisi agli ultimi dieci anni dovremmo registrare che per tutti i paesi europei, tranne – ma in misura praticamente insignificante – l’Italia, la produttività misurata alla fine del periodo è più alta di quella di dieci anni prima. Le normali differenze tra paesi che si registravano nei primi anni del secolo persistono, con le economie più forti che possono giovarsi di modelli tecnologici e organizzativi più avanzati di quelli a disposizione degli altri.

 

Se però allarghiamo lo sguardo a un trentennio e mettiamo a confronto  i tassi di crescita della produttività con quelli delle retribuzioni, il quadro cambia nettamente. In tutti i decenni e in tutti i paesi, tranne due casi isolati, le retribuzioni reali crescono  meno della produttività. Si può dunque ritenere che i due fenomeni non siano collegati – o almeno non nella causalità che si intende - e se le retribuzioni dei lavoratori di alcuni paesi crescono più di quelle di altri può significare che i livelli di partenza sono più bassi, che le organizzazioni sindacali sono più combattive, che il tasso di disoccupazione o di precarietà del lavoro sia diverso, o che sono o non sono all’opera dispositivi di concertazione, di mediazione, o modelli di relazione industriale di stampo neocorporativo.

Che non si tratti di un caso limitato all’Europa è confermato dall’ultimo rapporto dell’ILO[3] secondo il quale solo in un numero ristretto di paesi (Danimarca, Francia, Finlandia, Regno Unito, Romania e repubblica Ceca) l’aumento della produttività del lavoro si è riflesso in un aumento dei salari reali; nelle tre economie più importanti del pianeta: Stati Uniti d’America, Giappone e Germania, tra il 1999 e il 2007 la produttività del lavoro è cresciuta, ma i salari reali sono diminuiti, mentre per il resto dei paesi capitalisticamente sviluppati la correlazione non esiste o è molto debole.

 

 

Le retribuzioni reali dei lavoratori, particolarmente dopo l’intensificarsi della crisi, sono diminuite drasticamente in tutta Europa, anche se non nella stessa intensità: il salario di chi lavora in Grecia[4] è diminuito in tre anni di più del 20%, in Spagna di quasi il 10%, in Portogallo più del 10%. Tuttavia anche questi dati vanno considerati assieme a quelli relativi ai livelli assoluti, in modo da osservare che dopo tre anni di crescita salariale nel 2008 le retribuzioni medie in Grecia  raggiungevano la cifra di 26.000 euro l’anno (al lordo di tasse e contributi) mentre in Germania il livello era pari a 41.400 euro. Nel 2009, l’anno di picco della crescita salariale del Portogallo, il salario medio dei lavoratori arrivava a 17.000 euro. Salari bassi, al livello di sussistenza.

Il costo del lavoro e la sua variabilità

Una interpretazione solo parzialmente diversa da quella discussa prima è quella di chi imputa i bassi salari a un costo del lavoro troppo alto pagato dalle imprese che operano in Italia rispetto al valore aggiunto prodotto. Anche in questo caso si tratta di una affermazione discutibile, dal momento che - come è stato osservato su questa rivista[5] - anche a voler prescindere dai problemi di misurazione il costo del lavoro medio per occupato resta in Italia basso rispetto ai paesi concorrenti, solo poco più alto della media dell’Unione Europea (27 paesi) e decisamente più basso che in Gran Bretagna, Francia, Germania e Svezia.

E’ utile ricordare che dentro questo costo sono compresi quegli oneri fiscali e previdenziali che costituiscono il cuneo molto spesso indicato come causa dei bassi salari. In realtà, se si considera il salario come l’equivalente del valore della riproduzione della forza-lavoro, bisogna includere nei costi di riproduzione anche le tariffe, le imposte e le tasse pagate dai lavoratori per acquistare quei beni e servizi necessari a garantirsi la sussistenza.  In questo senso,  insistere sul problema di un costo del lavoro eccessivo a causa di un cuneo previdenziale e fiscale troppo alto è una ulteriore conferma della evidenza che i salari percepiti dai lavoratori sono bassi oscillando  attorno al livello di sopravvivenza.

Euro e deflazione salariale

Se poi si considera la divergenza intra-europea tra costi del lavoro prendendo in esame l’intero quarantennio che va dal 1970 al 2010, balza immediatamente agli occhi come la tendenza alla convergenza, evidente per un lungo periodo, sia stata bruscamente interrotta dall’introduzione dell’euro, avvenuta alla fine degli anni ’90.

A partire da quel periodo, mentre per i paesi “core” il trend del costo del lavoro si è invertito, passando dall’aumento alla diminuzione, questo non è successo per il gruppo dei GIPS (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna). Questo aspetto merita di essere sottolineato: nonostante dal punto di vista statistico sia evidentemente la stessa cosa, non è successo che, a causa dell’euro, i paesi GIPS abbiano visto modificarsi il proprio trend di “naturale” crescita del costo del lavoro: la curva mantiene praticamente la stessa pendenza prima e dopo l’euro; è successo invece per pochissimi paesi forti (sostanzialmente la Germania e i paesi nordeuropei) che l’introduzione di una valuta più debole di quella che avevano precedentemente abbia coinciso con una riduzione del  costo del lavoro.

Non c’è dubbio che le aree valutarie siano uno strumento ottimale per scaricare la crisi sul salario. In un sistema di cambi flessibili, se le imprese localizzate in un determinato paese sperimentano un deficit di competitività, possono tentare di riguadagnare quote di mercato (ovviamente a spese di imprese localizzate in un paese diverso, è da non dimenticare che si tratta in questo caso di un tipico gioco a somma zero) utilizzando la leva del cambio. Come è noto, una riduzione del valore della valuta nazionale – coeteris paribus – può aiutare le imprese esportatrici a vendere di più all’estero; si tratta di manovre che storicamente le autorità monetarie e i governi hanno attuato e che anche oggi rappresentano un’arma importante nella competizione tra aree valutarie transnazionali. Con una sola valuta continentale che sostituisce quelle nazionali, la manovra non è evidentemente utilizzabile per riaggiustare differenziali di competitività interni all’area stessa, obiettivo che in questo caso si può realizzare solo attraverso manovre di “deflazione interna”, ossia scaricando il costo della crisi su chi lavora nei paesi che stanno perdendo competitività.

Che questo non sia una mera conseguenza casuale del funzionamento delle aree valutarie ma un obiettivo coscientemente perseguito dai policy-makers non è una illazione, dal momento che a confermarlo ci ha pensato lo stesso massimo teorico delle aree valutarie Robert Mundell[6] ma, se si pensa che il giudizio dipenda dalla prospettiva teorica di Mundell (un liberale che si colloca su posizioni definibili di destra sul piano politico generale, vicino al partito repubblicano), è il caso di ricordare come il suo collega premio Nobel Paul Krugman, che viene generalmente accreditato di posizioni politiche progressiste, ha dichiarato candidamente a Le Monde che, “Pour restaurer la compétitivité en Europe, il faudrait que, disons d’ici les cinq prochaines années, les salaires baissent, dans les pays européens[7].

Salari ancora più bassi non ci sembrano una prospettiva particolarmente allettante. In generale e soprattutto se si considera la dinamica salariale nella dimensione più rilevante in cui deve essere analizzata, e cioè in termini relativi, ossia in relazione all’intero reddito nazionale prodotto e distribuito. I dati inseriti in un recente contributo di Antonella Stirati[8] non sembra abbiano bisogno di ulteriori commenti.

In conclusione, prescindendo da un giudizio sulla possibilità e sulla desiderabilità di un ulteriore aumento della produttività, è possibile sostenere che:

1. La produttività del lavoro, e dunque il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, è storicamente alta, anzi altissima, in occidente e dunque nei paesi  europei capitalisticamente sviluppati;

2..  La circostanza per cui in un determinato periodo la produttività sia cresciuta in un gruppo di paesi più che in un altro può dipendere dagli investimenti in innovazioni tecnologiche, da scelte (o non scelte) politiche e strategiche, dalla dimensione media o dalla specializzazione settoriale delle imprese che operano in un determinato paese;

3. Che una maggiore produttività si traduca in più alti salari è una evidenza che non esiste a livello empirico, mentre tipicamente accade il contrario: un maggiore valore aggiunto prodotto per lavoratore occupato, anche a voler prescindere dei suoi “sbocchi”, in particolare nelle fasi in cui la domanda internazionale è debole, corrisponde da molti anni a questa parte a una minore e più precaria occupazione che a sua volta si traduce in una maggiore competizione sul mercato del lavoro che indebolisce la lotta per aumenti salariali.

4. La crisi non colpisce tutte le classi sociali allo stesso modo: la quota di salari diminuisce e quella destinata ai profitti cresce.


[1] Rapporto CNEL sul mercato del lavoro presentato al Parlamento italiano a settembre 2012 e curato dal prof. Dell’Aringa
[2] La tabella è riportata in Stefano Perri, Equità, disuguaglianza e distribuzione del reddito, 20/1/2012.
[3] International Labour Office, Global Wage Report  2013, “[..] la crescita media dei salari reali è rimasta a livello globale al di sotto dei livelli [tassi?] pre-crisi, segnando dati negativi per le economie sviluppate, mentre è rimasta significativa nelle economie emergenti .. tra il 1999 e il 2011 la produttività media del lavoro è cresciuta nelle economie sviluppate più del doppio dei salari reali ..il trend globale ha prodotto così un cambiamento nella distribuzione del reddito nazionale, con la quota dei redditi da lavoro in diminuzione e quella del capitale in crescita .. la caduta della quota dei redditi da lavoro è da attribuire al progresso tecnologico, alla globalizzazione del commercio, all’espansione dei mercati finanziari e alla diminuzione del tasso di sindacalizzazione che hanno eroso il potere contrattuale dei lavoratori”.
[4] Dati aggiornati a  fine settembre 2012.
[5] Stefano Perri, Il falso paradosso del costo del lavoro, economia e politica , gennaio 2011.
[6] Lo ricorda, su questa rivista, Tiziano Cavalieri.
[7] Per restaurare la competitività in Europa bisognerebbe che, diciamo da qui ai prossimi cinque anni, i salari diminuiscano, nei paesi meno competitivi, del 20% nei confronti di quelli tedeschi. Con un po’ di inflazione, questo aggiustamento è più facile da realizzare.
[8] A. Stirati, Alternative Closures to Sraffa’s System - some reflections in the light of the changes in income distribution in the last decades, in Levrero, Palumbo, Stirati (curatori):  Sraffa and the Reconstruction of Economic Theory , Palgrave Macmillan 2013, vol 3. 

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La guerra dei mercati. Competizione, speculazione e interessi nella crisi dell’eurozona

Pubblicato il 09 Giugno 2012 da admin

La domanda che questo articolo si pone è se la correlazione tra rendimenti sui titoli del debito e stabilità dei conti pubblici di un paese  sia sufficientemente robusta da reggere da sola il peso della spiegazione della tempesta che si è abbattuta dalla primavera del 2011 sui titoli pubblici di alcuni paesi europei.

L’ampliarsi del differenziale tra i rendimenti dei titoli pubblici dei paesi europei sotto attacco e quelli del paese considerato più sicuro sintetizza la forma assunta dall’attacco speculativo: per continuare ad acquistare obbligazioni pubbliche degli Stati sottoposti a pressione, i “mercati finanziari” pretendono rendimenti elevatissimi. Se in seguito agli attacchi il paese fallisce e/o esce dall’euro, i rendimenti maggiori compenseranno il minor valore futuro atteso della nuova/vecchia moneta nazionale; se lo Stato non fallisce e resta (nel)l’euro, il guadagno sarà evidentemente ancora maggiore perché contabilizzato in una valuta forte.

Fig. 1 I rendimenti delle obbligazioni governative a 10 anni di sette paesi europei[1]

Per inciso, è possibile avanzare l’ipotesi che una preoccupazione analoga motivi, a parte la sacrosanta ma non del tutto credibile lotta all’evasione fiscale[2], l’accentuata pressione tributaria che l’italiana Agenzia delle entrate ha imposto ad Equitalia: meglio assicurarsi che le entrate siano denominate in euro, ché del doman non v’è certezza.

Tornando ai rendimenti delle obbligazioni pubbliche, un primo elemento da sottolineare è che, sia prima dell’euro, che durante la fase caratterizzata dalla “coesistenza pacifica” con le altre valute forti, il trend dei rendimenti appare caratterizzato da una marcata tendenza alla diminuzione. Dopo lo scoppio della crisi negli Usa il trend comune si spezza, con un gruppo di paesi che diventa il bersaglio privilegiato della speculazione, ma è sui rendimenti dei titoli dei paesi generalmente considerati virtuosi che c’è da segnalare un paradosso che resta tale se non si prendono in considerazione elementi strategici.

Il paradosso è che, se i rendimenti più o meno alti sul debito pubblico dovessero davvero segnalare unicamente o principalmente la solidità dei bilanci degli Stati che li emettono, non si capisce perché – a parte la Germania – i titoli di due paesi fortemente indebitati come Usa e Regno unito non segnalino tale rischio. Se si esamina la condizione dei bilanci pubblici di questi due paesi e la si mette a confronto con la proverbiale austerità teutonica, il puzzle della dominanza del  rapporto tra rendimenti sui titoli e disciplina di bilancio appare evidente.

Fig. 2 Debito pubblico netto di Germania, UK e US

 

Tralasciando le previsioni, le statistiche ufficiali ci dicono che nei cinque anni compresi tra il 2006 e il 2011 il debito pubblico netto tedesco è cresciuto dal 53 al 58%, quello inglese è passato dal 38 al 78%, quello nordamericano dal 48 all’80%. Questo significa che per tutti e tre questi paesi il debito pubblico netto è cresciuto, che nel caso inglese è più che raddoppiato, che quello Usa è il più alto, eppure al 10 di maggio del 2012 il rendimento di un’ obbligazione pubblica tedesca a 10 anni era dell’1,44%, quello sull’analogo titolo nordamericano dell’1,85 e quello inglese 1,9.

Fig. 3 I rendimenti delle obbligazioni governative di US, UK, Germania e Giappone

 

Se  aggiungiamo al confronto il Giappone osserviamo che, differentemente da quanto si sarebbe potuto prevedere accettando la tesi della dominanza della correlazione negativa tra rendimenti e solidità dei bilanci pubblici, i tassi di interesse pagati sul debito pubblico di questi quattro paesi tendono complessivamente a convergere da almeno vent’anni. Ci sono oscillazioni e divergenze cicliche, ma i rendimenti sui titoli giapponesi sono sistematicamente più bassi degli altri, e non c’è nulla che segnali la dimensione del debito pubblico inglese e americano.

Emblematica la storia del Giappone. Alla fine del 1990, quando la bolla finanziaria delle dotcom era già scoppiata da qualche mese, un titolo del debito pubblico giapponese a 10 anni rendeva il 6,7%. Quando l’economia nipponica, anche per effetto delle decisioni prese al Plaza sul valore del dollaro, entrò in recessione, i diversi governi che si sono succeduti alla guida del paese risposero con massicce iniezioni di spesa pubblica che provocarono un notevole deficit di bilancio, ma “ciononostante” i rendimenti sul debito pubblico più alto del mondo (in rapporto al Pil) ma detenuto per lo più all’interno del paese non aumentarono. Anzi, peggiore appariva la condizione dei conti pubblici, più diminuiva  il rendimento dei titoli.

Niente di sorprendente se si tiene conto che il Giappone ha deciso da tempo governare il rendimento delle proprie obbligazioni precludendo la possibilità di un attacco speculativo esterno ai conti pubblici.

Grazie al ruolo strategico della Banca federale, i rendimenti dei titoli Usa a 10 anni, che erano del 5,1% poco prima dello scoppio della crisi bancario - immobiliare, sono oggi al 2% nonostante l’ esplosione del debito federale a causa dei salvataggi delle imprese a rischio di fallimento. Molto simile la performance dei titoli inglesi: rendevano il 5,5% a luglio 2007, adesso sono sotto il 2.

Dunque non è sempre verificato che i rendimenti dei titoli pubblici risultino unicamente o principalmente correlati alle condizioni di bilancio dei paesi; alcuni Stati, il cui debito pubblico già considerevole in livelli assoluti è peggiorato e di molto anche relativamente al Pil, vedono riconoscersi dai mercati e dalle loro agenzie di rating un premio inversamente proporzionale al rischio che invece viene segnalato come fortissimo per outsiders della scena internazionale come la Grecia.

Non sono mancati, anche su questa rivista, contributi che hanno messo in evidenza altre possibili determinanti della crisi dei debiti sovrani, dal ruolo delle Banche centrali, ai debiti esteri, alla mancata crescita.

Un’altra possibile spiegazione, non necessariamente alternativa ma complementare rispetto a quelle su accennate, invita a considerare la possibilità che il ritiro dalle obbligazioni denominate in euro sia un comportamento strategico messo in atto da soggetti che hanno inteso in questo modo scaricare sui paesi europei più deboli il peso maggiore dell’aggiustamento seguito alla crisi bancaria - immobiliare  il cui epicentro si è verificato negli USA.

Fig. 4 Differenziale di rendimento tra BTP italiani e BUND tedeschi a 10 anni

Il differenziale di rendimento tra BTP italiani e BUND tedeschi a 10 anni si amplia a partire dal mese di aprile del 2011. Il 12 aprile il Fondo monetario internazionale presenta il World Economic Outlook di primavera che non contiene notizie negative per i conti pubblici italiani[3] mentre registra che il deficit pubblico degli US (-10,8%) è il secondo più alto tra le economie maggiormente sviluppate. Pochi giorni dopo, l’agenzia di rating Standard & Poor, pur mantenendo la tripla A, declassa per la prima volta nella storia le previsioni per i titoli del debito US da stabile a negativo. A gennaio il segretario al Tesoro Tim Geithner aveva dichiarato «Un default, guardando a come stanno le cose, è assolutamente possibile e sarebbe un evento catastrofico».

La scena economica internazionale, durante il primo trimestre del 2011, era dunque dominata da questa preoccupazione: il vincolo di bilancio US fissato per legge a 14.294 mld$ stava per essere superato con conseguenze catastrofiche per gli Stati uniti d’America.

Se alcune importanti istituzioni finanziarie decidono in base a questi elementi  di modificare i propri portafogli vendendo titoli di un paese impegnato in uno sforzo di risanamento dei propri conti pubblici giudicato sino a quel momento positivamente  per comprare obbligazioni di un paese su cui incombe il rischio di fallimento[4], allora è possibile classificare tali scelte  come orientate da comportamenti strategici e non ottimizzanti[5].

Una visione irenica del capitalismo produce una narrazione in cui la speculazione non esiste[6], trattandosi del “normale” premio di rischio che gli investitori pretendono per paesi le cui condizioni di bilancio sarebbero  messe in crisi da un eccesso di spesa (si sottintende, sociale) che va ridotta, magari iscrivendo – senza troppe discussioni - il vincolo al pareggio di bilancio in Costituzione.

Da una prospettiva diversa si riconosce che tra i diversi Stati e all’interno degli stessi ci sono conflitti e gerarchie, e questo implica che le decisioni prese dai soggetti economici che rivestono un ruolo importante nella gestione del potere avvengono anche sulla base di comportamenti strategici che possono prevedere l’utilizzo della speculazione come forma di pressione per raggiungere obiettivi politici.

Nei “tempi normali” la concorrenza è un elemento determinante ma governato, salvo accentuarsi come necessaria forma di svolgimento della crisi  che si esprime anche sulla denominazione monetaria del capitale, assumendo  in questa fase l’aspetto di una competizione tra l’area valutaria dollaro e quella euro, con la prima più aggressiva e forte della seconda. Questa stessa competizione si riproduce su scala diversa all’interno dell’area euro con il gruppo dei paesi nord e centro europei più forti che cerca di scaricare il peso dell’aggiustamento sul gruppo dei paesi meno forti.

Se questa spiegazione è plausibile, allora le politiche di austerità agite come una clava sui sistemi di welfare dei Paesi sotto attacco non risultano efficaci, producendo come  risultato un inasprimento della crisi e uno scivolamento delle tradizionali forme della rappresentanza democratica verso soluzioni in cui la governance dei sistemi politici viene progressivamente sottratta ai suoi legittimi depositari per essere affidata ad authorities non elette e dunque letteralmente irresponsabili nei confronti delle popolazioni.

Agitando lo spettro del default e nascondendosi dietro lo spread[7], Banca centrale, Consiglio e Commissione europea indicano  modalità e tempi di un attacco al salario, diretto, indiretto e differito, nonché ai diritti delle persone che vivono di lavoro. In questo modo la crisi del capitale si svolge in crisi del e contro il lavoro anche se la riduzione del salario, che conta politicamente, non è sufficiente a far ripartire l’accumulazione.

*Università di Teramo

[1] Il grafico è tratto dal rapporto intitolato Due possibilità per risolvere la crisi del debito europeo e curato da John Greenwood, Chief Economist, Invesco Ltd, 22 maggio 2012.
[2] La lotta all’evasione fiscale potrà essere considerata del tutto credibile quando l’UE deciderà di  considerare i paradisi fiscali europei alla stregua di  “Stati canaglia”.
[3] ”[..] La prima cosa importante da tenere a mente è che i conti pubblici italiani durante questa crisi si sono deteriorati molto meno di altri paesi, particolarmente il deficit e l’avanzo  primario. Il rapporto debito/Pil è stato tradizionalmente alto per l’Italia, ma l’aumento del  deficit non è stato così forte come in altri paesi. Gli obiettivi fiscali del governo, io credo, sono più o meno appropriati. Abbiamo anche visto nel 2010 che il deficit è stato più basso di quanto inizialmente previsto e questo aiuterà l’ottenimento di ulteriori miglioramenti nei conti pubblici il prossimo anno.” Trascrizione della conferenza stampa di presentazione del Fiscal Monitor del Fondo monetario internazionale, Washington, D.C. , 12 Aprile 2011.
[4] Da Wikipedia: Il debito pubblico USA, al 28 febbraio 2011 ha raggiunto la cifra di 14.194,76 miliardi di dollari, massimo storico assoluto.[5] Il 12 luglio 2011 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato in un’intervista a Cbs News che non può garantire che i pensionati riceveranno gli assegni della pensione dopo il 3 agosto se democratici e repubblicani non trovano un accordo per alzare il tetto del debito nelle prossime settimane. Da segnalare inoltre che nei giorni precedenti alla scadenza del 2 agosto, il governatore dello Stato del Minnesota, Mark Dayton, ha ufficialmente dichiarato il Default dello Stato federato[8].
[5] E’ questo che intendo per speculazione.
[6] Si può prendere ad esempio l’articolo di Roberto Perotti e Luigi Zingales, Crisi finanziaria. La speculazione non c’entra, il sole 24 ore, 9 luglio 2011.
[7] L’utilizzo ripetuto di termini anglosassoni non rappresenta in alcun modo una concessione all’anglismo dilagante nella letteratura pubblicistica contemporanea; al contrario, serve a sottolineare come il linguaggio sia uno strumento adoperato consapevolmente per nascondere, dietro termini di importazione e dunque presuntivamente chic e neutrali, la sostanza di slittamenti contenutistici che hanno bisogno di involucri formali adatti alla rappresentazione che pretendono di evocare. 

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Un vincolo di interesse

Pubblicato il 15 Dicembre 2011 da admin

Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga sui titoli. Nei cinque anni compresi tra il 1987 e il 1992 il debito pubblico italiano è cresciuto di venti punti percentuali. In quegli stessi anni la crescita del Pil è stata in media positiva attorno al livello del  3%,  il rapporto tra deficit e Pil non è aumentato, manifestando invece una tendenza a stabilizzarsi se non a diminuire: sono stati i tassi di interesse elevati che, per rispettare il vincolo di bilancio estero, hanno portato il debito pubblico su un sentiero potenzialmente esplosivo. Se la BCE  si impegnasse a rivedere il proprio Statuto istituendo una norma per cui il livello massimo dei rendimenti sui titoli del debito pubblico  non può eccedere il tasso di crescita dei paesi indebitati, almeno una delle tre condizioni (la principale?) potrebbe essere rispettata.

Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei “politici” ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene  considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle banche centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte.

Tra marzo  1974 e ottobre 1979 i tassi di interesse reali in Italia si sono mantenuti negativi, da un minimo di -1,5% (settembre ’78) a un massimo di -16,5% (dicembre ’74) e la dinamica del debito pubblico, in presenza di tassi di crescita strutturalmente in declino, ma ancora in linea con quelli dei principali partners europei, appare sostenibile.

E’ nel marzo del 1981 che, per la prima volta, i tassi di interesse reali diventano positivi: appena lo 0,3%, che però dopo un triennio diventa 6,4% per poi raggiungere il 7% nel marzo dell’86, l’8% nel ’92 fino a un massimo del 10,2% nella nera estate di quell’anno. Perché? Che cosa accade di particolare nel 1981?

Succede che la Banca d’Italia, d’intesa con il ministro del Tesoro dell’epoca, abbandona ufficialmente la pratica di porsi come acquirente residuale dei titoli del debito pubblico rimasti eventualmente invenduti alle aste: si tratta del cosiddetto “divorzio”, evento considerato da molti come il possibile inizio di un percorso virtuoso dei conti pubblici e dell’intera economia italiana, costretta a ciò dall’avvio del processo di unificazione monetaria europea che impone un vincolo di cambio per restare dentro il meccanismo del sistema monetario europeo. Da quella decisione, almeno in Italia, la banca centrale accentua la sua caratteristica di istituzione indipendente, dal momento che i governi non potranno più contare sui suoi acquisti di titoli che saranno sottoposti all’unico giudizio del mercato.

Dal momento che, dopo trent’anni, i governi di alcuni paesi europei sono costretti a ricorrere nuovamente alla Banca centrale, europea stavolta, perché acquisti titoli (ricevendo in cambio un commissariamento in piena regola della sovranità nazionale in materia di politica economica), vale la pena ricordare che il contesto storico in cui si consuma il “divorzio” del 1981 è quello della svolta monetarista della politica monetaria statunitense, e dunque mondiale, che coincide con l’ascesa al vertice della Fed di Paul Volcker (successivamente superconsulente del presidente Obama) il quale guida l’istituzione dall’agosto del 1979 al settembre del 1987 con il preciso obiettivo di combattere l’inflazione, relegando in una posizione subordinata l’altro obiettivo statutario della Banca federale Usa, ossia il sostegno all’occupazione.

A partire dalla riunione dell’Open Market Committee del 6 ottobre 1979 i tassi di sconto negli Usa cominciano a crescere, fino a raggiungere livelli stellari nei primi anni ‘80.

 

La politica monetaria italiana segue fedelmente il nuovo orientamento dominante e tra l’ottobre del 1979 e il marzo del 1981 l’allora Governatore della Banca d’Italia aumenta il tasso di sconto portandolo dal 10,5 al 19% e lo mantiene a livelli elevatissimi fino alla crisi della lira scoppiata nell’estate - autunno 1992; dal momento che nello stesso periodo il tasso di inflazione crolla dal 16,9% al 4,8%, il risultato è che i tassi di interesse reali diventano positivi.

Al centro della preoccupazione delle banche, allora come oggi, resta l’inflazione: i banchieri non sono generalmente entusiasti di vedersi restituire denaro che valga meno di quanto valesse al momento del prestito, ed è quello che succede con l’inflazione, ma non è possibile escludere una relazione positiva tra interesse  e inflazione[1]. Nel 1980 il tasso medio di inflazione (riferita ai prezzi al consumo) per i paesi del G7 fu del 12,7%, solo di poco inferiore al 13,8 toccato nel 1974; nel 1983, dopo lo shock delle politiche monetariste,  l’inflazione era scesa al 4,7%, ma contemporaneamente, per effetto di una crescita depressa dalle politiche di segno restrittivo, l’economia dei paesi occidentali conobbe (1982) la prima recessione in assoluto del dopoguerra con la diminuzione, seppur lieve, del reddito e della produzione.

Proprio nel 1982 si manifestano i primi contraccolpi del “divorzio” con ripetuti sconfinamenti dal limite legale di utilizzo della linea di credito in conto corrente di cui il Tesoro beneficia presso la Banca centrale. Che cosa successe allora, e che cosa potrebbe succedere ancora? Che proprio poco dopo aver deciso di “legarsi le mani” per quanto riguarda l’emissione di titoli del debito pubblico l’economia occidentale era entrata in recessione e il governo non aveva tutti gli strumenti con cui combattere le conseguenze della fase negativa del ciclo. Il governo dell’epoca investì del problema il Parlamento, che autorizzò con una legge Bankitalia a concedere al Tesoro un’anticipazione straordinaria temporanea.

Ma il vero contraccolpo del “divorzio” sull’economia italiana dei primi anni ottanta fu – come anticipato sopra - il brusco innalzamento dei tassi di interesse reali. Finì di colpo una condizione economica che durava dal 1972; ancora nel 1980, in Italia, il tasso di interesse depurato dall’inflazione osservata ex post (oltre il 20%), era negativo per qualcosa come cinque punti percentuali; nei tre anni successivi l’interesse divenne positivo per valori compresi tra il 2 e il 3%, fino a superare il 6% nel 1984: in quell’anno la spesa per interessi rappresentava  il 12% del Pil italiano. Successivamente, anche se il rapporto tra deficit e Pil cominciava a calare (nel grafico a salire verso lo zero)  i tassi di interesse italiani continuavano ad essere più alti che altrove in termini reali, e questo per sostenere la parità del cambio all’interno dello SME.

 

La ragione riguarda la competitività: in un contesto in cui l’inflazione domestica è più elevata, il cambio reale si apprezza e i conti con l’estero si deteriorano, e dunque i tassi di interesse elevati servono a finanziare il disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti. E’ dunque il vincolo estero il problema, non il vincolo di spesa, e la dinamica del debito pubblico italiano della seconda metà degli anni ’80 mostra il punto; nonostante comportamenti  “virtuosi” (la stabilizzazione o il miglioramento del rapporto deficit/Pil) la componente rappresentata dal tasso di interesse gioca un ruolo fondamentale nel rendere sostenibile o esplosiva la dinamica complessiva del debito, e l’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo prima e nell’eurozona poi, non sembra avere conseguito risultati risolutivi, visti gli esiti attuali.

Durante i “terribili” anni settanta, quelli dei tassi di interesse reale negativi e della politica monetaria accomodante, il tasso di risparmio privato delle famiglie italiane superava il 31% del reddito nazionale (media periodo 1976-79); gli investimenti contavano per il 25% del Pil e la differenza positiva serviva a coprire un disavanzo di bilancio che oscillava annualmente tra il 5 e il 6%. Negli anni ottanta dei tassi di interesse reale positivi la quota di investimenti sul Pil cade dal 25 al 21% per continuare la sua diminuzione (proxy dell’accumulazione) durante gli anni novanta (17,5% nel 1996); nello stesso tempo diminuisce la quota di risparmi privati che perde sei punti in un decennio passando dal 32 al 26% (oggi è all’11%).

La conclusione di questo breve ragionamento è che politiche fiscali recessive che arrivino al punto di scrivere in Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio non solo sono controproducenti sul piano della crescita – qualsiasi punto di vista si abbia a riguardo della sua desiderabilità -  ma non costituiscono nemmeno un impedimento assoluto alla crescita del debito pubblico perché non tengono conto del ruolo del tasso di interesse. Un sacrificio inutile, in altre parole, se non si mette in discussione il dogma del mercato come istituzione capace di garantire in ogni circostanza il “prezzo giusto” a merci o a obbligazioni finanziarie. Dal momento che in una economia di mercato non c’è alcuna garanzia che il sistema raggiunga spontaneamente la piena occupazione del lavoro non solo nelle fasi cicliche negative, ma in generale in media sul ciclo, la spesa pubblica anche in disavanzo è e resta uno strumento fondamentale per il raggiungimento del pieno impiego ed è quindi insensato e pericoloso legarsi le mani. L’unica disciplina di bilancio che veramente serve a un paese riguarda la qualità e l’equità della politica fiscale, sul versante delle spese come su quello delle entrate;  i mitici “mercati” sono in grado di mandare – al più – segnali quantitativi: spendere meno o imporre più tasse, indipendentemente da chi paga e per che cosa si spende.

Rivedere lo statuto della Bce istituendo una norma per cui i rendimenti dei titoli del debito pubblico non possono eccedere un limite massimo che corrisponde al tasso effettivo di crescita dei paesi europei ribalterebbe il piano del discorso spostando sui banchieri centrali l’onere dell’adeguamento costituzionale.

Università di Teramo

[1] Se questa proposizione appare ragionevolmente sostenibile sul piano microeconomico, c’è da aggiungere che – su un livello macro - esiste letteratura (sebbene non ampia) ed evidenza empirica secondo cui l’aumento dei tassi di interesse monetari può generare effetti inflazionistici, a ragione del fatto che - in contesti non concorrenziali - il suo aumento è un aumento delle passività finanziarie, dunque dei costi e dei prezzi.

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L’Italia in serie A

Pubblicato il 30 Settembre 2011 da admin

Il declassamento del rating dell’Italia da parte di Standard & Poor è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglo-sassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più Stati (semi)sovrani che resta peraltro un esito possibile, quanto l’abbassamento del prezzo di quei pezzi di patrimonio pubblico europeo che stanno per essere svenduti in Grecia, e che potrebbero esserlo in Italia. Se si riesce a convincere “i mercati” che uno Stato (semi)sovrano non è più in grado di ripagare i propri debiti attraverso la crescita del reddito, non resta che sperare di mettere le mani sulla parte più appetibile del patrimonio, ma per far ciò occorre prima svalutarlo il più possibile, in modo da spuntare un prezzo da saldi di fine stagione. Un’eco di tali preoccupazioni sembra aver guidato le parole del segretario generale  con delega alle privatizzazioni del Ministero delle finanze greco il quale, annunciando per i prossimi giorni la firma di tre accordi tra cui la vendita al settore privato dell’aeroporto di Atene, ha aggiunto che non è possibile vendere ai prezzi del 2008 quando l’economia greca si trova nelle condizioni in cui è.

Dal canto suo, l’Unione europea sta facendo tutto quello che è umanamente possibile fare per favorire un esito del genere. A partire dalla primavera scorsa, in un susseguirsi convulso di eventi, prima la Commissione e il Consiglio hanno imposto la decisione di rendere molto più stringenti i vincoli ai bilanci degli Stati, poi la Banca centrale europea ha deciso unilateralmente che il peggio della crisi era passato, dunque si potevano aumentare i tassi di interesse; infine hanno deciso di comune accordo di istituire un fondo di salvataggio troppo esiguo per poter sostenere gli attacchi speculativi a paesi del calibro di Spagna e Italia, ma abbastanza cospicuo da attirare i pescecani della finanza che hanno azzannato alla gola la Grecia.

In realtà, se solo volesse, la Banca centrale europea potrebbe resistere da sola e senza problemi a qualunque attacco speculativo anche contro il terzo debito pubblico più alto del mondo come è quello italiano. Basterebbe, come in parte sta facendo, acquistare i titoli eventualmente venduti dagli speculatori e il prezzo di tali titoli si manterrebbe sufficientemente alto da non far diventare insostenibile il sentiero della spesa per interessi. D’altra parte, per quale altra ragione sarebbe valsa la pena per un paese rinunciare alla propria sovranità monetaria se non per godere del vantaggio di una Banca centrale più forte, ricca e indipendente degli istituti monetari nazionali? Annunci dunque pubblicamente la BCE che non tollererà attacchi speculativi alle obbligazioni dei paesi membri dell’Unione e contemporaneamente abbassi i tassi di interesse.

Con uno scenario finanziario meno volatile, i paesi membri dell’Unione potranno non solo rilassare, ma invertire di segno quelle politiche fiscali recessive che, come sta già accadendo in Grecia, sortiscono l’unico effetto di rendere più lunga e pesante la depressione economica in corso.  Secondo la Banca d’Italia[1] alla fine del 2009 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni ecc.) e di attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali, ecc.) è stimabile in circa 8.600 miliardi di euro (pag. 7); nello stesso studio si sottolinea come la distribuzione di tale ricchezza sia caratterizzata da un elevato grado di concentrazione[2] con la metà più povera delle famiglie italiane che a fine 2008 deteneva il 10% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco deteneva quasi il 45% della ricchezza complessiva (pag. 9). A fronte di un tale livello di diseguaglianza, una imposta – poniamo  - del 10% sui patrimoni della frazione più ricca delle famiglie italiane consentirebbe di ricavare circa 400 miliardi di euro con evidenti effetti redistributivi. Con il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, sarebbe possibile far utilizzare tecnologie di alto livello ad alcune migliaia di lavoratori, particolarmente giovani precari, da impegnare in uno straordinario programma di risanamento ambientale, cominciando col mettere in sicurezza i fiumi e i boschi di questo bel paese disastrato (anche) dal punto di vista ambientale. Così ci meriteremmo la serie A, quella vera.

*Università di Teramo.

[1] La ricchezza delle famiglie italiane 2009, Supplementi al Bollettino Statistico, numero 67, Indicatori monetari e finanziari, Nuova serie, Anno XX, 20 Dicembre 2010
[2] I dati, riferiti all’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2008, sono pubblicati nel Supplemento al Bollettino Statistico “I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2008”, n. 8, Banca d’Italia, 2010

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