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La precarietà come freno alla crescita

Pubblicato il 14 Luglio 2009 da admin

La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem. E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie. Dal 2003, anno di entrata in vigore della legge 30 (la cosiddetta Legge Biagi), che ha impresso la più significativa accelerazione alla destrutturazione del mercato del lavoro in Italia, il tasso di occupazione in Italia non è aumentato, e nei tempi più recenti è aumentata semmai la disoccupazione, anche al netto della crisi in atto. Può essere sufficiente ricordare che, come certificato dall’Istat, nel 2008, il tasso di disoccupazione è passato al 6,7%, dal 6,1% dell’anno precedente[2]. Per quanto riguarda i salari, nel rapporto OCSE del maggio 2009 si legge che con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al ventitreesimo posto della classifica dei 30 Paesi più industrializzati, e che – nel corso dell’ultimo decennio – è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro[3].
Vi sono due ordini di ragioni per le quali le politiche di flessibilità riducono l’occupazione e i salari:
1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Ciò accade perché se un’impresa può ottenere profitti mediante l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro, e, dunque, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo, difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e, di conseguenza, l’ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro dipendente[4].
2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di contratti a tempo determinato accresce, infatti, l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi oggi per far fronte all’eventualità di dover consumare domani senza reddito da lavoro. Contestualmente, per l’operare di ciò che viene definito ‘effetto di disciplina’, la minaccia di licenziamento accresce l’intensità del lavoro. Il corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di consumo in calo; dall’altro, possono produrre quantità maggiori di beni e servizi con un numero inferiore di lavoratori. L’esito inevitabile è il licenziamento o la non assunzione[5].
A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione. La compressione della domanda, conseguente alla riduzione dei salari e dunque dei consumi derivante dalle politiche di precarizzazione, incentiva le imprese a ridurre gli investimenti produttivi – dal momento che la produzione di merci non troverebbe sbocchi - e a dirottare quote crescenti del proprio capitale monetario in attività finanziarie[6]. Si tratta di un fenomeno noto come “divenire rendita del profitto”, che è alla base dei recenti processi di ‘finanziarizzazione’, e che è accentuato dall’accelerazione dei tempi necessari di produzione e vendita per far fronte alla concorrenza su scala globale. Si calcola, a riguardo, e con riferimento agli Stati Uniti (e l’economia italiana non ne è esente), che l’emissione netta di azioni da parte delle imprese non agricole e non finanziarie è diventata permanentemente negativa nel periodo compreso fra il 1994 e il 2007[7]. Ciò significa che l’acquisizione di profitti mediante la speculazione nei mercati finanziari è stata la strategia prevalente negli ultimi dieci anni, e preferita dalla gran parte delle imprese (soprattutto di grandi dimensioni) rispetto alla produzione “reale”, ovvero nella produzione di beni e servizi. Il processo ha dato luogo progressivamente a effetti di retroazione: la precarizzazione del lavoro, comprimendo la domanda, ha indotto le imprese a usare le proprie risorse in usi improduttivi, ovvero nella finanza ultra-speculativa, che dà rendimenti elevati e in tempi rapidi mediante il solo scambio di moneta contro moneta. Il che ha determinato un’ulteriore compressione della produzione e, dunque, dell’occupazione e dei salari. Letta in quest’ottica, la precarizzazione è stata - ed è - causa e, al tempo stesso, effetto della finanziarizzazione. Essa ha contribuito al venir meno di quel “patto implicito” sul quale, secondo Keynes, poteva reggersi la riproduzione capitalistica: consentire ai capitalisti di appropriarsi della “parte migliore della torta”, ma solo a condizione di farne investimenti produttivi per farla diventare più grande[8].

[1] Con la precisazione – non irrilevante - che la precarietà riguarda prevalentemente le donne, che già costituiscono il segmento dell’offerta di lavoro meno presente nel mercato del lavoro italiano.
[2] Va considerato che nel periodo che intercorre fra il c.d. pacchetto Treu e il 2006 si è registrato, in Italia, un aumento dell’occupazione, imputato in ambito neoliberista, proprio alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. Tuttavia, come mostrato in particolare da Antonella Stirati, la crescita dell’occupazione si è avuta nei settori nei quali sono meno diffusi i contratti atipici, così che la crescita dell’occupazione nel periodo considerato deve essere attribuita ad altre variabili. Si veda A.Stirati, La flessibilità del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni, in P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà. Roma: Manifestolibri 2008, pp.181-191.�
[3] Le premesse ideologiche di queste politiche sono state efficacemente individuate da Angelo Salento, su questa rivista. Per un’analisi degli aspetti economico-giuridici delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro si rinvia all’intervento di Luigi Cavallaio del 9 dicembre 2008 su questa rivista.
[4] Si rinvia, su questi aspetti, a G. Forges Davanzati and A. Pacella, Minimum wage, credit rationing and unemployment in a monetary economy, “European Journal of Economic and Social System”, 2009, vol.XXII, n.1. Per un inquadramento più generale del problema, sotto il profilo teorico ed empirico, si veda anche P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà, Roma: Manifestolibri, 2008.
[5] Per una trattazione analitica di questa tesi, si veda G. Forges Davanzati and R. Realfonzo, Labour market deregulation and unemployment in a monetary economy, in R. Arena and N. Salvadori (eds.), Money, credit and the role of the State, Aldershot: Ashgate, 2004, pp.65-74.
[6] In tal senso, risulta non recepibile la tesi secondo la quale la ‘finanziarizzazione’ dipenderebbe da una modifica delle preferenze degli operatori finanziari, che avrebbero assunto maggiore propensione al rischio. Sul tema, v. A.Graziani, La teoria monetaria della produzione, Arezzo: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, 1994, pp.155-156.�
[7] Si veda K.H. Roth, Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca, in A. Fumagalli e S.Mezzadra (a cura di),  Crisi dell’economia globale, Verona: Ombrecorte 2009, pp.175-208.
[8] Si può incidentalmente osservare che ciò che può sembrare, in prima battuta, un luogo comune - i precari non possono permettersi di fare figli - è, a ben vedere, assolutamente vero. L’Eurispes registra che la scelta della maternità è strettamente legata alle condizioni economico-sociali delle donne e, in particolare, alla precarietà lavorativa. Circa i due terzi degli intervistati si dichiara impossibilitato a progettare un ampliamento del proprio nucleo familiare, imputando questa scelta alla ‘flessibilità’ del proprio contratto di lavoro. L’Istat certifica che, al 2008, l’Italia è tra i paesi al mondo col più basso indice di natalità, con una media di 1,30 figli per donna, il che innanzitutto non consente il cosiddetto “ricambio delle generazioni”, e il tasso di natalità degli italiani è in costante calo da almeno un decennio. Si può indurre che gran parte del fenomeno – che ovviamente attiene anche a modificazioni di ordine sociale e culturale – è imputabile alla straordinaria diffusione di contratti a termine, e ha un risvolto di lungo termine (etico ed economico) che è totalmente trascurato, se non altro perché la riduzione del tasso di natalità - al netto delle immigrazioni - implica una futura riduzione dell’offerta di lavoro e del PIL potenziale futuro.

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L’ideologia del Libro bianco e il futuro del lavoro

Pubblicato il 04 Giugno 2009 da admin

Che cosa sarà del lavoro, in Italia, oltre la crisi? A giudicare dalle promesse del Libro Bianco su “La vita buona nella società attiva”[1], pubblicato all’inizio di maggio dal ministro Sacconi, nulla di luminoso. Non c’è nessun elemento che possa indicare una “via alta” per superare la crisi, nel Libro bianco. Si ha l’impressione, piuttosto, che il Governo in carica non si stia lasciando sfuggire l’occasione che gli si presenta allorché le funzioni di indirizzo politico in materia di lavoro, sanità e inclusione sociale sono attribuite ad un unico Ministero, e gli equilibri parlamentari consentono una pressoché immediata traduzione degli intenti di governo in atti di legge: l’occasione, cioè, per portare a compimento la destrutturazione delle regole emerse dal compromesso fordista.
Le statistiche del lavoro – insieme a innumerevoli ricerche – mostrano come la destrutturazione del mercato del lavoro abbia reso strutturale l’instabilità lavorativa e abbia prodotto una tendenza alla contrazione della popolazione attiva (soprattutto fra le donne e nel Mezzogiorno)[2], contribuendo anche alla deresponsabilizzazione dei ceti imprenditoriali e al decadimento del tessuto industriale del Paese[3]. Quanto alla crisi in corso, poi, già il rapporto Istat 2008 ne prefigura l’impatto disastroso sul mondo del lavoro: cresce la disoccupazione (anche a fronte di un aumento degli attivi, sollecitato proprio dall’emergenza), cresce il ricorso alla cassa integrazione; e la perdita del lavoro riguarda soprattutto i tradizionali breadwinners dell’economia italiana.
Ma neanche la manifestazione acuta di una crisi economica del capitalismo induce a mettere in discussione il quadro regolativo. Anzi, al “dopo-crisi” bisogna prepararsi disponendosi a una più dura competizione sui livelli di costo della manodopera: «Quando il mondo tornerà a crescere […] maggiori saranno le pressioni su occupazione e salari derivanti dalla ulteriore integrazione nella economia mondiale dei Paesi un tempo periferici. Altrettanto importanti saranno le spinte per una continua rilocalizzazione dei processi produttivi» (pp. 9-10).
Gli interventi regolativi delineati nel Libro bianco si possono riassumere in quattro profili.
1) Sul piano della regolazione del rapporto di lavoro, viene ripresa l’etichetta di Statuto dei lavori, per evocare un programma di riforma che superi la distinzione fra lavoro subordinato e lavoro autonomo. Il superamento dell’idea stessa di subordinazione viene dunque avanzato come presupposto regolativo adeguato a un nuovo modo di pensare i rapporti di produzione, che consiste nel «superare ogni residua cultura antagonista nei rapporti di produzione e avviare, in un rinnovato clima di fiducia e collaborazione, una virtuosa alleanza tra capitale e lavoro […] in un mondo ragionevolmente destinato a sopportare frequenti cause di instabilità» (p. 57). Più in generale, il Libro Bianco fa sua l’inestinguibile insofferenza imprenditoriale per i vincoli nel trattamento della manodopera: «anche dopo le recenti innovazioni apportate dalle leggi Treu e Biagi è palese l’insofferenza verso un corpo normativo sovrabbondante e ostile che, pur senza dare vere sicurezze a chi lavora, intralcia inutilmente il dinamismo dei processi produttivi e l’innovazione nella organizzazione del lavoro» (p. 19).
2) Sul piano della regolazione del mercato del lavoro, si dà per scontato che la precarietà occupazionale debba essere portata alle estreme conseguenze, salva la consueta evocazione della chimera della flexicurity: «da una concezione statica di tutela del singolo posto di lavoro si deve definitivamente passare alla promozione della occupabilità della persona avviando, come già ipotizzato dalla legge Biagi, la costruzione di una rete di tutele sul mercato che preveda il coinvolgimento del mondo associativo e degli enti bilaterali e una maggiore attenzione al potenziamento delle competenze del lavoratore tale da consentirgli di prevenire e gestire al meglio le criticità nelle transizioni occupazionali» (p. 34).
3) Sul piano delle relazioni industriali, il superamento dell’antagonismo fra capitale e lavoro viene tradotto in una riconfigurazione della struttura della contrattazione collettiva (già iniziata con l’accordo separato del 15 aprile scorso), aprendo uno spazio anche alla contrattazione individuale: «Una più marcata dinamica dei redditi da lavoro e una più efficiente distribuzione della ricchezza attraverso i salari si realizzano […] – anche in condizioni di crescita bassa o negativa – garantendo uno spazio adeguato alla contrattazione collettiva aziendale e, nel quadro di questa, anche ad accordi individuali» (p. 56).
4) Sul terreno del Welfare, si annuncia la definitiva transizione verso lo Stato sociale minimo: un Welfare residuale, confinato al trattamento della povertà assoluta: «La povertà assoluta non va […] confusa con la povertà relativa. La prima indica la parte della popolazione che vive al di sotto del minimo vitale e perciò sollecita interventi tempestivi e diretti per rimuoverla. La seconda è utile a monitorare il livello delle disuguaglianze dei redditi per le necessarie politiche correttive» (p. 46). È come dire che la povertà relativa diventa oggetto di un interesse meramente futuro ed eventuale. Si incentiva inoltre l’intervento privato nella prestazione di servizi sociali, sulla base del «rigoroso postulato della centralità della persona nel nuovo Welfare» (p. 52), che il Governo rigorosamente interpreta, in chiave neo-liberale, come centralità del mercato.
Il repertorio di rappresentazioni della società e del lavoro sul quale il Libro Bianco si fonda è dunque in piena continuità con la dogmatica economica che ha veicolato la crisi. In particolare, i presupposti delle innovazioni annunciate dal Libro Bianco nella regolazione del lavoro – in un momento storico in cui appare evidente che la proprietà e l’impresa tornano a essere un ostacolo alla libertà e alla dignità delle persone – sono la reiterazione di tutte le principali illusioni alimentate dalla vulgata funzionalista del postfordismo:
1) L’illusione che l’organizzazione dell’impresa e del lavoro sia attraversata da un continuo e profondo rinnovamento, innervato da tecnologie intrinsecamente dotate di potenziale emancipativo: «I modelli organizzativi d’impresa hanno conosciuto innovazioni radicali che segnano la definitiva transizione verso una economia della informazione e della conoscenza» (p. 13);
2) l’illusione di una maggiore partecipazione e di un guadagno di autonomia degli esecutori nei processi produttivi: «Aumenta l’autonomia del lavoratore nella realizzazione delle proprie mansioni e progressivamente si stemperano i rigidi vincoli di subordinazione gerarchica e funzionale» (ibidem);
3) l’illusione che la segmentazione dei cicli produttivi, le esternalizzazioni e le delocalizzazioni siano scelte di efficienza: «Risulta oggi più efficiente per ciascun operatore concentrarsi sulla propria attività principale e approvvigionarsi, in qualunque parte del mondo, da soggetti terzi dotati di un prezioso know how immateriale ed organizzativo» (ibidem).
In un panorama nel quale la regolazione flessibile del lavoro è interpretata dalle imprese come massimizzazione dei livelli di costrittività, di queste illusioni si sono nutrite e continuano a nutrirsi le proposte di riforma periodicamente avanzate da giuslavoristi[4] (e più recentemente da economisti[5]) in cerca di visibilità, “novelli legislatori”[6] le cui argomentazioni sono diventate, nel volgere di qualche anno, la chiave di volta delle “riforme” adottate dalle varie maggioranze parlamentari.
In assenza – e in attesa – di un’adeguata rappresentanza politica del lavoro in Italia, il miglior contributo che può venire dalle scienze sociali alla difesa del lavoro è forse proprio nell’evitare di alimentare la retorica del nuovo, e cercare piuttosto di sollecitare un ripensamento, che metta in discussione le mitologie postfordiste e – difendendo innanzitutto quel che resta della tutela del reddito e dell’occupazione – si orienti a risalire il piano inclinato della flessibilità.

* Università del Salento

 

[1] Si cita dalla versione pubblicata alla pagina web del ministero.
[2] V., sinteticamente, G. Altieri (a cura di), Un mercato del lavoro atipico. Storia ed effetti della flessibilità in Italia, Ediesse, Roma 2009.
[3] Su questi aspetti, v. ad es. L. Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari 2007.
[4] V., per tutti, P. Ichino,Il lavoro e il Mercato. Per un diritto del lavoro maggiorenne, Mondadori, Milano 1996.
[5] V., ad es., T. Boeri e P. Garibaldi, Un nuovo contratto per tutti, Chiarelettere, Milano 2008.
[6] Li definiva così L. Castelvetri, “Contratto di lavoro e qualità totale”, in Rivista giuridica del lavoro, 1998, 3, pp. 431-59.

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Di cosa parlano le nostre statistiche sul mercato del lavoro?

Pubblicato il 17 Febbraio 2009 da admin

Le analisi sul mercato del lavoro italiano si basano principalmente, anche se non esclusivamente, sulle statistiche prodotte dall’Istat con la rilevazione sulle forze di lavoro. Nella maggior parte dei casi, però, gli utilizzatori di questa fonte trascurano di chiarire ai loro lettori quali sono le definizioni di occupazione e disoccupazione che sono adottate dall’Istat nell’ambito dell’attuale indagine Rilevazione continua sulle forze di lavoro (Rcfl). L’esplicitazione dei criteri definitori è di cruciale rilevanza, poiché come vedremo di seguito esiste uno scarto sensibile tra il senso socialmente attribuito a termini di “occupazione” e “disoccupazione” e quello che, invece, è contenuto nelle definizioni adottate dall’indagine Rcfl. Ciò comporta il rischio di una mistificazione della realtà, soprattutto agli occhi della vasta platea di fruitori di statistiche non esperti (che non sono pochi neanche tra gli addetti ai lavori) e, più in generale, dell’opinione pubblica.
L’introduzione dei criteri definitori che attualmente utilizza l’Istat si è avuta con l’adeguamento della Rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro (Rtfl) al Regolamento n. 577/98 del Consiglio dell’Unione Europea. Ciò ha introdotto, tra l’altro, il vincolo della continuità della rilevazione (da qui il passaggio dalla rilevazione trimestrale a quella continua), e ha indicato una nuova sequenza e una diversa formulazione dei quesiti dell’indagine, ma soprattutto una diversa definizione degli “occupati” e delle “persone in cerca di occupazione”, secondo quanto suggerito dall’International Labour Office. In particolare, a differenza di quanto avveniva in precedenza con la Rtfl, attualmente la rilevazione della condizione occupazionale è svincolata dalla percezione che l’individuo ha della propria situazione lavorativa.
Chi sono gli occupati secondo l’Istat? Parafrasando la definizione adottata nell’indagine Rcfl sono considerate “occupati” le persone con 15 anni e oltre che: (1) nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che prevede un corrispettivo monetario o in natura; a queste persone si sommano, poi (2) quelle che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nell’impresa di un familiare nella quale collaborano abitualmente; e, infine, (3) le persone che per diversi motivi sono assenti dal lavoro (per esempio per ferie, per malattia) con alcune limitazioni: (3a) nel caso dei lavoratori dipendenti l’assenza non deve superare i tre mesi e la retribuzione non deve essere sotto la soglia del 50%; (3b) nel caso dei lavoratori indipendenti, sono considerati “occupati” quelli che durante il periodo d’assenza, mantengono l’attività; (3c) nel caso, invece, dei coadiuvanti familiari, per essere considerati “occupati” l’assenza non deve superare i tre mesi.
All’interno di questi criteri i punti che ci appaiono critici sono innanzitutto la soglia d’orario ridottissima (un’ora settimanale) per essere considerati “occupati”; a ciò si aggiunge che lo status di occupato non è legato alla presenza di un contratto di lavoro regolare o al rispetto di alcune fondamentali norme in materia di lavoro e, infine, che si considerino come occupazione anche le attività svolte senza corrispettivo monetario (basta un corrispettivo in natura). Tali criteri non coincidono con il senso socialmente attribuito al lavoro e all’essere occupato e sottendono un modello di mercato del lavoro che ipotizza un’occupazione con più elevati livelli di flessibilità, di mobilità, di discontinuità e, tutto sommato, di precarietà, in cui il lavoro e sempre più svincolato dalla regolazione istituzionale e spogliato degli elementi, materiali e simbolici, di strutturazione sociale. Infatti, attraverso tali criteri è statisticamente inclusa tra gli occupati una quota, più o meno rilevante, di persone che non si percepiscono come “occupati” e che farebbero molta fatica a definirsi come tali. Si provi a pensare come “occupato” un giovane senza nessun tipo d’attività lavorativa quotidiana, ma che in una settimana ha impiegato un paio d’ore per un solo giorno a fare attività di facchinaggio (per esempio il trasloco di un conoscente) per un corrispettivo a nero di poche decine di euro. Simili impieghi non contengono i requisiti che consentono ad una persona di percepirsi occupato, eppure statisticamente lo sono. Siamo, invece, nell’ambito di quelli che comunemente sono chiamati “lavoretti”, che non incidono sull’autopercezione delle persone che, pertanto, non si sentono occupati e nemmeno dei lavoratori saltuari.
Tornando ai criteri definitori utilizzati dall’Istat, si osserva che anche per la misurazione della disoccupazione i criteri sono sensibilmente lontani dalla percezione sociale del fenomeno. La disoccupazione, infatti, è stimata dal conteggio delle “persona in cerca di occupazione”, espressione con la quale l’Istat intende l’insieme delle persone non occupate tra i 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono, altresì, disponibili a lavorare o ad avviare un’attività autonoma entro le due settimane successive all’intervista. A questi, inoltre, si sommano le persone che inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla data dell’intervista e sono disponibili a lavorare o ad avviare un’attività autonoma entro le due settimane successive all’intervista, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro. In altri termini, non basta l’assenza di lavoro per essere conteggiato ai fini della disoccupazione, bisogna dimostrare di aver avviato la ricerca attiva di occupazione ed essere immediatamente (e incondizionatamente) disponibili a lavorare, a prescindere dal tipo di lavoro e dalle condizioni occupazionali offerte. Senza escludere neanche l’occupazione a nero. Se queste condizioni non sussistono, gli intervistati sono conteggiati come “persone non attive”. Anche in questo caso l’applicazione dei criteri ufficiali comporta che molte delle persone, che pure si percepiscono come disoccupate, non rientrano nei criteri che definiscono statisticamente la disoccupazione (e non sono conteggiati come tali). Facendo un esempio, un giovane lavoratore senza occupazione che nell’ultimo mese non ha fatto un tentativo di ricerca di lavoro (mandando un curriculum, presentandosi presso un’impresa, andando al CpI, etc.) oppure, se lo ha fatto, non è disponibile ad accettare un lavoro con una paga troppo bassa, magari a nero, o un lavoro troppo pesante, o non corrispondente al suo titolo di studio, l’Istat in questi casi non lo conteggia come “persona in cerca di occupazione”, ma come “persona non attiva”, e quindi fuori dal calcolo della disoccupazione.
Tenendo conto della discrepanza tra la definizione statistica e la percezione sociale di occupazione e disoccupazione, bisognerebbe valutare in quale misura l’applicazione degli attuali criteri definitori provoca una sovrastima nella percezione sociale dell’occupazione dovuta all’inclusione di persone che svolgono lavoretti saltuari, ma che, di fatto, non hanno un’occupazione (al più rappresentano quelli che la letteratura definisce working poor) e una sottostima della disoccupazione, in quanto molte delle persone senza occupazione sono considerate come “non attive”, per l’esclusione in particolare dei “lavoratori scoraggiati”, ovvero quelli che non cercano un’occupazione, perché hanno la percezione di non poterla trovare, ma che pure sono disponibili a lavorare (fenomeno per esempio molto rilevante per il Mezzogiorno, in cui c’è uno squilibro strutturale tra domanda e offerta di lavoro).
In definitiva, tale ragionamento non vuole condurre ad una delegittimazione della preziosa informazione statistica prodotta dall’Istat, ma vuole invece stimolare un ripensamento dei criteri definitori adottati, al fine di elaborare una proposta di revisione degli stessi da discutere in ambito europeo. Una riflessione critica e una proposta operativa si rendono necessarie soprattutto per un paese come l’Italia in cui le caratteristiche strutturali del mercato del lavoro, in particolare i diversi dualismi (di genere, d’età, territoriali, etc.), lo rendono notevolmente diverso dal modello analitico sottostante ai criteri adottati per la misurazione dei principali indicatori del mercato del lavoro. Nel frattempo è necessario richiamare tutti gli operatori che utilizzano questa fonte statistica a tener conto nei propri ragionamenti delle definizioni che l’Istat adotta, ricordandosi che anche con i dati statistici abbiamo a che fare con una costruzione sociale della realtà, ovvero con una rappresentazione del mondo.

 

* Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica dell’Università di Salerno.

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