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Il capitalismo storico e la scelta di fondo odierna

Pubblicato il 31 Ottobre 2009 da admin

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo del prof. Duccio Cavalieri che, pur essendo lontano dalle opzioni di politica economica sostenute dalla redazione della rivista, ci auguriamo possa avviare un dibattito sulle prospettive del “liberismo di sinistra”. (La Redazione).

 

Il liberismo classico della scuola di Manchester implicava un’idea chiaramente utopistica: quella di un ordine naturale che avrebbe teso a realizzarsi spontaneamente e che in un contesto perfettamente concorrenziale sarebbe stato in grado di assicurare a tutti un massimo relativo di soddisfazione (un ‘ottimo paretiano’), operando trasferimenti di risorse tra impieghi alternativi, senza alterare sostanzialmente la distribuzione preesistente del reddito.

Così idealizzato, il capitalismo non è un modo di produzione storicamente determinato, ma una categoria universale sovrastorica, capace di mutare nella forma, ma non nella sostanza. E  dunque destinata a durare in eterno. Il capitalismo reale, ovviamente, è tutt’altra cosa. E’ un tipo di organizzazione dell’economia finalizzato alla produzione per il profitto e all’accumulazione del capitale. Con tutto ciò di buono e di meno buono che questi obiettivi comportano: dall’efficienza e dalla spiccata capacità di promuovere lo sviluppo delle forze produttive di un paese, alla soggezione a crisi ricorrenti e devastanti, e dalla mancanza di vera democrazia a un’oppressione sociale.

Nel capitalismo odierno, la ferrea logica di riproduzione del capitale, finalizzata all’estrazione e appropriazione privata di un plusvalore, impedisce a una larga parte degli esseri umani di emanciparsi dal lavoro salariato e di realizzare attraverso un’attività autonoma e non alienante la loro vera essenza. Così da passare da uno stato di necessità al regno hegelo-marxiano della libertà.

Splendori e miserie del capitalismo vanno ugualmente riconosciuti. Ma non certo accettati. Se l’attuale meccanismo del mercato, soggetto com’è all’azione interessata di potenti gruppi organizzati, lasciato a se stesso non è in grado di risolvere i grandi problemi sociali della nostra epoca, non si deve necessariamente pensare di abolirlo. Se si ritiene che esso svolga una funzione economica insostituibile, si deve cercare di regolamentarlo, per renderlo socialmente più accettabile.

Lungo questa strada, penso che nuove prospettive si siano aperte, dopo l’ultima grande crisi del sistema capitalistico, per attuare una convergenza tattica tra la sinistra e una parte dei neoliberisti. C’è oggi un neoliberismo di stampo conservatore, che si limita a difendere delle posizioni di privilegio, comunque acquisite, e che avversa il keynesismo. Ma c’è anche un neoliberismo progressista, che si avvicina molto al keynesismo. Keynes, come è noto, si dichiarava un ‘liberal’. Ed era un membro autorevole del Liberal Party.

Negli ultimi anni, una parte del liberismo si è mossa in una direzione progressista. Il prefisso ‘neo’ sta ora a indicare non qualcosa di perso e di ritrovato, o di rinnovato, ma qualcosa di definitivamente superato. Non si fa più riferimento alla vecchia idea di un ordine economico naturale e perfetto, da non ostacolare, ma a una concezione diametralmente opposta. Quella di chi, rendendosi conto che non esiste un ordine naturale e perfetto, auspica la realizzazione di un ordinamento economico consapevolmente creato dagli uomini e basato su un esplicito rifiuto della deregulation e del lassismo fiscale.

Negli anni ’30 del secolo scorso il liberismo classico fu riproposto in Inghilterra, in termini simili a quelli tradizionali, alla London School of Economics di Robbins e Hayek. Ma la reazione non si fece attendere. Nel 1938 ebbe luogo a Parigi un famoso incontro, il Colloquio Walter Lippmann, che è oggi considerato come il momento iniziale del neoliberismo progressista. Poi, con la seconda guerra mondiale, il processo di diffusione della nuova ideologia liberista subì un’interruzione.

Il dopoguerra vide una ripresa del liberismo classico di stampo conservatore. Nel 1947 fu fondata la Mont Pélerin Society, per iniziativa di Hayek, Mises, Popper e altri. Nel 1955 sorse a Londra l’Institute of Economic Affairs, creato per contrastare il keynesismo allora imperante. Assieme alla Chicago School e al monetarismo di Friedman, esso ispirò il programma di politica economica del governo conservatore di Margaret Thatcher e quello dell’amministrazione repubblicana di Ronald Reagan.

Dopo un periodo di relativo declino, legato alla fine ingloriosa del sistema aureo e del suo sostituto, il gold exchange standard, il liberismo di stampo conservatore è stato oggetto negli anni ’80 di un tentativo di rilancio operato negli USA, con il nome di ‘Washington consensus’. Si tratta di un indirizzo di politica internazionale ispirato alla ‘nuova sintesi neoclassica’, chiaramente subalterno agli interessi economici americani e politicamente impegnato nella difesa di posizioni storicamente acquisite attraverso un meccanismo di divisione internazionale del lavoro che apprestava uno schema di specializzazione produttiva fondamentalmente ingiusto, a vantaggio dei paesi che si erano industrializzati per primi e a danno degli altri. Questo liberismo dai connotati conservatori è stato purtroppo sostenuto dal IMF, dalla World Bank e dal WTO, organismi che erano stati creati per fornire un aiuto finanziario ai paesi con bilancia dei pagamenti in forte disavanzo e per promuovere lo sviluppo economico e la liberalizzazione del commercio internazionale, ma che finora non sono apparsi all’altezza dei compiti istituzionali loro assegnati.

Ma torniamo al mercato. Per rilevare che, lasciato a se stesso, esso non appare in grado di assicurare un utilizzo razionale delle risorse produttive. I prezzi di mercato delle merci non esprimono adeguatamente le scarsità relative; la struttura dei consumi è distorta dall’azione interessata dei produttori; vi sono sprechi dovuti alla presenza di posizioni oligopolistiche, che comportano la creazione di capacità produttiva in eccesso. Inoltre le intese tra produttori tendono a rallentare il ritmo di introduzione del progresso tecnico e la distribuzione sperequata della ricchezza fa sì che la domanda solvibile dei vari beni e servizi non rifletta l’urgenza relativa dei bisogni dei diversi individui. Se si considera che il capitalismo è storicamente caratterizzato da una distribuzione del reddito poco uniforme e da una propensione al risparmio maggiore da parte dei percettori dei redditi più elevati e minore da parte dei percettori dei redditi più bassi, è facile comprendere come possa accadere che la domanda globale stenti a tenere il passo con la produzione e che il sistema dell’economia di mercato vada incontro a difficoltà di realizzo e a conseguente disoccupazione di massa, un fenomeno che comporta alti costi individuali e sociali.

Non solo. Nelle economie di mercato di tipo capitalistico anche la capacità di lavoro dell’uomo è una merce, e come tale forma oggetto di scambio sul mercato. Essa è però una merce di tipo particolare, perché a differenza delle altre merci la forza-lavoro non è separabile dalla persona che la presta. In un’economia di mercato i posti di lavoro si creano e si distruggono non in base alle esigenze lavorative della popolazione, ma in base alla convenienza economica delle imprese, che reagiscono a impulsi di natura esogena provenienti dalla domanda. La disoccupazione non è quindi l’esito di una scelta volontaria operata da individui che non hanno voglia di lavorare, o che non accettano di lavorare al saggio di salario corrente, ritenendolo troppo basso, come credevano gli economisti classici e neoclassici, ma è in larga parte frutto dell’insufficienza della domanda aggregata, dovuta alla maldistribuzione del reddito. In un sistema sociale caratterizzato da una più equa distribuzione del reddito, la disoccupazione da insufficienza della domanda probabilmente non esisterebbe.

Sul piano internazionale, i maggiori difetti del capitalismo odierno sono da ricondurre alla sua incapacità di risolvere in modo soddisfacente i due problemi del controllo della liquidità internazionale e dell’indebitamento dei paesi del terzo mondo. La sostituzione all’oro del dollaro, non più convertibile, come mezzo usuale di pagamento internazionale ha presentato il grave inconveniente di attribuire a un solo paese, gli USA, il controllo sulla creazione della liquidità e di porre tutti gli altri paesi in condizioni di inferiorità e di vulnerabilità. Il paese la cui moneta costituisce valuta di riserva internazionale può infatti vivere tranquillamente al di sopra dei propri mezzi e stampare e cedere propria moneta per colmare senza alcun costo un disavanzo della sua bilancia dei pagamenti. Può quindi vivere meglio, a spese del resto del mondo, che è costretto a cedergli risorse reali e ad accordargli un prestito irredimibile illimitato e totalmente privo di interessi. E può così addossare ad altri paesi anche il costo di sciagurate imprese avventuristiche, come le guerre preventive.

L’indebitamento di molti paesi in via di sviluppo si è nel frattempo aggravato fino a diventare insostenibile. Ciò è avvenuto anche per l’atteggiamento poco responsabile tenuto dal Fondo Monetario Internazionale, che ha per lungo tempo concesso credito ai paesi in via di sviluppo con eccessiva facilità. Salvo poi imporre loro condizioni pesantissime per ottenere il rifinanziamento dei debiti pregressi, onde tutelare gli interessi dei paesi creditori.

I disastrosi risultati di questo stato di cose sono davanti agli occhi di tutti. Quando il dollaro si deprezza, un’eccessiva liquidità si riversa in tutto il mondo sui mercati delle attività patrimoniali, reali e finanziarie. Con la conseguenza di accrescere la domanda, generando una pressione inflazionistica, e di ‘drogare’ artificialmente l’economia. Quando invece il dollaro aumenta di valore, il mercato delle attività tende a deprimersi. E questo a sua volta genera una recessione su scala mondiale.

A complicare le cose si aggiunge l’impossibilità per gli USA stessi di esercitare un controllo sugli enormi flussi di dollari messi in circolazione, una volta che questi siano usciti dal loro paese. Quantità ingenti e incontrollabili di capitali a breve termine (hot money) sono così destinate a spostarsi rapidamente in tempo reale sui mercati finanziari di tutto il mondo, verso i famigerati paradisi fiscali, alla ricerca di tassi di rendimento più elevati e non soggetti a tassazione. Con effetti fortemente destabilizzanti per l’economia mondiale.

La grave crisi globale del sistema capitalistico, oggi in atto, è stata affrontata in modo del tutto inadeguato. I tentativi di salvataggio compiuti in tutto il mondo dalle autorità responsabili della politica economica hanno interessato essenzialmente le grandi banche di affari, le compagnie di assicurazione e le principali agenzie di mutui immobiliari. Si è cioè ricapitalizzato con fondi pubblici il sistema finanziario preesistente, primo responsabile della crisi. Molto meno si è fatto per sostenere le attività produttive delle imprese (soprattutto di quelle medie e piccole) e i consumi della popolazione.

In queste condizioni, non meraviglia che il neoliberismo odierno si presenti, in una sua importante componente, come regolazionista. E quindi come assai diverso dal vecchio liberismo classico. Vero è che un’altra parte dei liberisti oggi invoca l’intervento pubblico non per porre fine a delle posizioni di privilegio, ma per tentare di conservarle. Basti considerare gli ostacoli che i liberisti più conservatori stanno ponendo al progetto di Barack Obama di dotare i ceti meno abbienti di un’assicurazione sanitaria, a spese pubbliche. Ma questo non fa che rendere più urgente l’esigenza di fornire un sostegno ai liberisti di sinistra. Nel nostro paese si è da tempo auspicato l’avvento di un nuovo ‘liberismo di sinistra’, riformista e dotato di precise regole. Ad esso mi sembrano essersi recentemente ispirati Francesco Giavazzi e Alberto Alesina. E anche, aggiungerei, Giulio Tremonti, notoriamente contrario a una globalizzazione incontrollata dei mercati finanziari. Di cosa si tratta? Di una politica che, praticata in un sistema di libero mercato, meritocratico e dotato di un’elevata mobilità sociale, dovrebbe consentire ai ceti sociali meno abbienti di migliorare stabilmente la loro posizione economica, attraverso l’impegno e il lavoro. Malgrado le differenze di opportunità individuali. In queste proposte non vi è nulla di nuovo. L’idea che una maggiore liberalizzazione dei mercati si tradurrebbe non solo in una maggiore efficienza del sistema produttivo, ma anche in una maggiore equità, è vecchia come il cucco. L’hanno a suo tempo sostenuta in Inghilterra Beveridge e Laski, in Francia Rueff e Allais, in Germania Rüstow, Röpke e la scuola ordo-liberista di Friburgo, che ha denunciato i disastri del capitalismo storico e patrocinato una sorta di economia sociale di mercato.

Ma queste proposte sono state respinte da molti esponenti della sinistra, che le hanno ritenute un tipico esempio di trickle-down theory, basata sull’idea, già sostenuta dai fautori della supply-side economics, che aiutare i ricchi a diventare ancora più ricchi finisca, quasi per un effetto di osmosi (il principio fisico dei vasi comunicanti), con l’avvantaggiare anche i poveri. E in ultima analisi col ridurre le differenze di reddito. Credo che non occorra spendere molte parole per chiarire che questo non è vero. La maggior parte dei dati statistici disponibili mostra che in genere tra efficienza ed equità intercorre una relazione inversa. Più libertà di mercato si accompagna a una maggiore disuguaglianza, anche se il reddito medio delle famiglie aumenta.

La tesi in questione è quindi chiaramente erronea. Ma l’idea di fondo dei liberisti di sinistra – quella che un sistema economico liberista, efficacemente regolamentato, sia preferibile all’attuale capitalismo selvaggio e possa consentire di migliorare anche le condizioni di vita delle classi più svantaggiate – mi pare pienamente condivisibile. Non vedo alcun valido motivo perché la sinistra debba respingerla. Come invece mi sembra che stia avvenendo.

Fortunatamente, esponenti di una cultura liberale disposta a guardare a sinistra, piuttosto che a destra, ci sono sempre stati in Italia. Anche in tempi più duri di questi. Si pensi al socialismo liberale di Carlo Rosselli, Piero Gobetti, Ernesto Rossi, Guido Calogero, Aldo Capitini, Norberto Bobbio, Ugo La Malfa e degli esponenti del vecchio ‘Partito d’azione’, che intendevano conciliare liberismo e politica sociale.

Il problema è che in Italia, a differenza di altri paesi, non c’è mai stata una vera rivoluzione liberale e progressista. Nel senso gobettiano dell’espressione. Stiamo ancora aspettandola. Cerchiamo quindi di realizzarla, con l’aiuto di quanti sono disposti a collaborare a tal fine. Non è necessario considerare la rivoluzione liberale un punto d’arrivo. Chi vuole, a sinistra, può guardare ad essa come a un obiettivo intermedio. Avrà poi tempo per pensare a ulteriori miglioramenti dell’assetto economico e sociale.

 

*Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.

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“Di mercato”: che cosa significava?

Pubblicato il 30 Settembre 2009 da admin

Molti svolgevano professionalmente “indagini di mercato”, “studi di mercato” o “ricerche di mercato”. Esistevano anche gli “esperti di mercato”, ma non era chiaro se coincidessero con coloro che avevano condotto studi, indagini o ricerche “di mercato” o si identificassero con coloro che avevano “studiato il mercato” o, ancora, se l’espressione alludesse a una categoria più ristretta – coloro che avevano condotto “ricerche di mercato” e al contempo avevano “studiato il mercato”. Né era chiaro per cosa si differenziassero gli “esperti di mercato” dagli esperti di materie o discipline più specifiche, per esempio gli “esperti di internazionalizzazione per le piccole e medie imprese”. Probabilmente, il riferimento al “mercato” designava uno speciale mercato, il “mercato finanziario”: di guisa che gli “esperti di mercato”, essendo esperti di quel mercato speciale nel quale circolava solo denaro, erano automaticamente esperti di tutto ciò che col denaro si poteva comprare – e dunque, più esperti di tutti.

In effetti, essi sapevano valutare gli “indici di mercato” e suggerire le “strategie di mercato”. Sapevano informare anche sui “trend di mercato” e conoscevano i “prezzi di mercato”. Non era detto che fossero altrettanto capaci di individuare nuove “idee di mercato” o anche semplicemente “nicchie di mercato”, mentre dovevano certamente essere in grado di distinguere fra il “trend di mercato” e lo “scenario di mercato”. Soprattutto, erano bravi a scomporre e ricomporre il mercato sotto molteplici punti di vista. Distinguevano le “zone di mercato”, le “quote di mercato”, i “dati di mercato”, i “settori di mercato”, i “segmenti di mercato” e i “processi di mercato”. “Andamenti di mercato”, invece, era un’espressione all’incirca equivalente a “trend di mercato”. Così come “fette di mercato” era un modo rozzo per dire alternativamente quote o settori di mercato. Non è invece certo che si considerasse assolutamente sostituibile l’espressione “dati di mercato” con “numeri di mercato”.

Le imprese, dal canto loro, volevano molto spesso aumentare la “quota di mercato”, anche se erano già “leader di mercato”. Va da sé che l’impresa che voleva “stare sul mercato” era tenuta a seguire una corretta “politica di mercato” ed ad avere sempre presente “l’obiettivo di mercato”: altrimenti sarebbe stata esposta al “calo di mercato” e perfino alla “crisi di mercato”. Ma erano soprattutto i giornalisti ad essere affetti da una sorta di “bulimia di mercato”. Non tanto quelli che si avvalevano di “fonti di mercato” o di “conoscenze di mercato”, né quelli che di tanto in tanto elargivano “pillole di mercato”, ma soprattutto quelli sportivi. Sì, perché nel campo del giornalismo sportivo l’espressione “di mercato” aveva trovato ulteriori e singolari usi: qui si davano “vertici di mercato” o “summit di mercato”, “colpi di mercato”, “bombe di mercato”, “voci di mercato”, “manovre di mercato”, “dispetti di mercato”, “operazioni di mercato”, “intrecci di mercato” e addirittura “derby di mercato” (quando due squadre della stessa città intendevano acquistare il medesimo calciatore). Molto spesso emergeva una “clamorosa indiscrezione di mercato”: anzi, se si considera la frequenza con cui si utilizzava quest’ultima espressione, si deve forse ipotizzare che l’aggettivo “clamorosa” avesse allora un significato diverso da quello che noi oggi gli attribuiamo.

Dal campo calcistico, poi, espressioni del genere tracimavano dappertutto. Non era infrequente, ad esempio, che si rinvenissero annunci di lavoro che promettevano “provvigioni al vertice di mercato”. Ma era soprattutto la sfera politica ad esprimere una rilevantissima “domanda di mercato”. In occasione delle elezioni, per esempio, si alludeva all’accettazione di candidature da parte di personalità eminenti dicendo che il raggruppamento tale o talaltro aveva realizzato uno straordinario “colpo di mercato”. Moltissimi, poi, peroravano le “riforme di mercato” e lodavano quelle introdotte dai legislatori di altre nazioni, dichiarando di avere anche loro “fame di mercato”: erano all’evidenza preoccupati che, ascoltando certe sirene che evocavano una “economia sociale di mercato”, i “valori di mercato” e gli “strumenti di mercato” potessero affermarsi in un “contesto non di mercato”. (Ai loro occhi, in effetti, un conto era il “capitalismo di mercato”, un altro e tutt’affatto diverso il “capitalismo di Stato”.) Perfino il legislatore aveva accolto il “lessico del mercato” e si era dato – con scarsi successi, in verità – a sanzionare gli “abusi di mercato”.

Gli storici stanno ancora indagando su come sia potuto accadere che la lingua italiana degenerasse al punto da rendere di uso generale un’espressione persino grammaticalmente dubbia come “di mercato”. Per fortuna, però, repentinamente com’era ascesa, essa tramontò in seguito all’avvento di un movimento politico radicale, che impose agli studiosi perfino di espungerla dalle nuove edizioni dei loro testi. Qualche studioso che si rifiutò fu addirittura aggredito da gruppi che si crede fossero di studenti. Altri gruppi, certamente di studenti, organizzarono dei veri e propri roghi con i libri che la contenevano. Ma sembra ormai acclarato che non furono questi episodi (che ebbero tutto sommato carattere abbastanza marginale) a comportarne la scomparsa: ci fu in realtà una nausea collettiva, un fastidio irrefrenabile che si scatenava nei più al solo leggere o sentir dire “di mercato”. Tanto che persino il ministro dell’Università e della Ricerca diramò una circolare con la quale imponeva a tutte le commissioni di concorso di chiedere a quei candidati che ancora ne facessero uso che cosa realmente significasse e raccomandava la bocciatura per quanti non avessero saputo rispondere con precisione.

Così, grazie al concorso di tutti questi fattori, nel giro di pochi anni l’espressione “di mercato” scomparve dalla lingua italiana scritta e parlata, senza nemmeno particolari scontri ideologici e politici. Ci si era resi conto che non significava assolutamente nulla.

 

* Professore associato di Diritto privato presso l’Università degli Studi della Tuscia.

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Dove ci porta l’economia della conoscenza?

Pubblicato il 01 Aprile 2009 da admin

Se si analizza attentamente la produzione teorica degli ultimi dieci anni in  merito alle trasformazioni che la rivoluzione digitale ha indotto nei meccanismi di funzionamento dell’economia capitalistica, sorgono tre interrogativi di fondo : 1) esistono effettivamente (e, se esistono, quali sono) elementi di assoluta novità nell’attuale fase del capitalismo, caratterizzata dall’uso intensivo delle tecnologie di rete?; 2) Quali sono le contraddizioni strategiche (e i relativi conflitti sociali) innescate da tali novità?; 3) perché i riferimenti al pensiero di Marx e Polanyi sono scarsi (se non assenti) nel dibattito teorico sulla cosiddetta “nuova economia”? Rispondere all’ultima domanda sembrerebbe il compito più agevole: i due autori appena citati sono quasi spariti dalla discussione scientifica in quanto vengono considerati “datati” e/o “politicamente scorretti” (nel caso di Polanyi vale il primo motivo, per Marx entrambi). Personalmente, suggerisco una risposta meno scontata: Marx e Polanyi vengono ignorati perché, nell’analisi del capitalismo, utilizzano concetti che “sporgono” dall’ambito economico, invadendo i territori della sociologia, della politica e dell’antropologia, concetti che, proprio a causa di tale approccio “trasversale”, mettono in crisi il punto di vista che attribuisce carattere di novità assoluta alle forme che il capitalismo viene assumendo nell’era digitale.  Proverò ora a chiarire i motivi per cui sono convinto della necessità di abbandonare questa ideologia “nuovista” che ispira (quasi) tutte le analisi teoriche della società attuale.

Tornando alla produzione teorica sull’economia dell’era digitale, una prima considerazione da fare è che molte delle definizioni dell’attuale fase del capitalismo – mi limito qui a ricordarne tre: economia della conoscenza (Drucker), capitalismo informazionale (Castells), economia dell’informazione in rete (Benkler) – differiscono fra loro soprattutto, se non esclusivamente, sotto l’aspetto terminologico, mentre, se ci si concentra sulla sostanza, si possono facilmente ridurre alla seguente costellazione di asserti: la produzione e la distribuzione di conoscenze e informazioni è divenuta la fonte principale di creazione di valore; la forma organizzativa che la produzione e la distribuzione di tali risorse strategiche hanno assunto è la forma a rete; le forme di cooperazione su cui si fondano produzione e distribuzione sono generate da processi di aggregazione sociale spontanei e spesso innescati da motivazioni extraeconomiche;  l’architettura delle nuove relazioni produttive e sociali è largamente determinata dall’architettura e dai linguaggi (hardware e software) delle reti di computer.
Basta tutto ciò per affermare che ci troviamo di fronte a un nuovo modo di produzione? Per rispondere alla domanda, mi pare che la prima cosa da mettere in evidenza sia il seguente fatto: non è piuttosto curioso che i teorici della società dell’informazione – molti dei quali si dichiarano liberali e ignorano ostentatamente Marx – ricorrano a questa categoria “forte” del pensiero marxiano? Se la si adotta, questa categoria impone infatti vincoli piuttosto rigidi, nel senso che, per parlare di nuovo modo di produzione, non basta fare riferimento all’innovazione tecnologica: le reti di computer non generano (da sole) i presupposti di un nuovo modo di produrre nel senso in cui – per citare il “Manifesto” di Marx – il mulino ad acqua ci regala il modo di produzione feudale mentre il mulino a vapore genera i presupposti del modo di produzione capitalistico. Nell’impianto teorico marxiano, infatti, l’innovazione tecnologica, pur svolgendo un ruolo importante, è sovradeterminata da ulteriori fattori giuridici e socioculturali; ecco perché, per parlare di nuovo modo di produzione, occorrerebbe dimostrare: 1) che conoscenze e informazioni hanno perso o stanno perdendo il carattere di merce; 2) che la possibilità di appropriazione privata di tali risorse strategiche sta venendo meno o è addirittura in procinto di essere negata in via di principio.

Alcuni autori che, pur assumendo a loro volta una prospettiva “nuovista” – vedi, fra gli altri, un recente contributo di Enrico Grazzini[1] –, non hanno del tutto rimosso la lezione di Marx appaiono consapevoli di questa difficoltà e tentano di aggirarla così: il capitalismo, pur essendo in una relazione di virtuale incompatibilità con l’economia della conoscenza, tenta di sfruttare la sua mostruosa capacità di reagire alle trasformazioni tecno sociali, per “adattarsi” ad essa e per appropriarsene. Questa volta, però, aggiunge chi la pensa in questo modo, esso si trova ad  affrontare una sfida inedita: dal momento che la conoscenza è un bene non rivale – che cioè non diminuisce ma anzi aumenta di valore se viene liberamente condiviso – la sua produzione/distribuzione non può quindi essere regolata dal mercato. Se ciò continua ad avvenire, è solo perché il capitale ha affidato alla politica il compito di creare scarsità artificiale, nel senso che l’istituto giuridico della proprietà intellettuale ha provveduto a limitare la libera circolazione delle conoscenze, consentendo none così la trasformazione in merci. Anche qui dobbiamo però domandarci: dov’è la novità assoluta? Non siamo forse di fronte all’ultima tappa di quella che Polanyi ha definito “la grande trasformazione”? L’affermazione del mercato capitalistico e la forma di merce che tutte le risorse naturali e i prodotti del lavoro umano hanno finito per assumere nel corso del tempo, non sono stati fin dalle origini (basti pensare alle “recinzioni” tardo seicentesche dei terreni demaniali) il prodotto artificiale di decisioni politiche assunte in nome di precisi interessi di classe?

Autori come MacKenzie[2] fanno derivare da questa contraddizione principale (cioè dall’appropriazione privata del bene comune conoscenza) tutte quelle altre contraddizioni - come il mantenimento di rigide gerarchie aziendali e la creazione di rendite monopolistiche di nuovo tipo - che attribuiscono al conflitto di classe dell’era digitale le sue peculiari caratteristiche: da un lato il capitalismo informazionale e i suoi funzionari, dall’altro i lavoratori della conoscenza ai quali viene attribuita la missione storica di traghettare l’economia oltre i limiti storici del capitalismo, verso un nuovo modo di produrre in grado di liberare il potenziale democratico delle nuove tecnologie. Un punto di vista che suona quasi “classico” dal punto di vista della teoria marxista,  sennonché occorrerebbe, come ho cercato di argomentare in un lavoro recente[3], andare al di là della dimensione “oggettiva” della contraddizione.

Ammesso e non concesso che i knowledge workers rappresentino una classe sociale emergente (personalmente preferisco ritenerli un nuovo “strato” del proletariato industriale, prodotto della massificazione dei processi di istruzione superiore e della proliferazione di ruoli lavorativi che presuppongono elevate competenze comunicative) resta da stabilire se essi si percepiscano come tali. Se è vero, come scrive giustamente Aronowitz[4] che la classe è un “fenomeno contingente”, nel senso che esiste solo nella misura in cui condivide storie e tradizioni comuni, occorre ammettere che, almeno finora, i lavoratori della conoscenza non esistono in quanto classe. E allora? E’ convinzione diffusa – e a mio parere condivisibile – che difficilmente potranno mai nascere un sindacato e un partito dei knowledge workers, in quanto queste forme organizzative appaiono inadeguate ad esprimere la cultura meritocratica e individualista che caratterizza questi soggetti sociali, eppure alcuni ritengono che essi siano ugualmente destinati a usare le nuove tecnologie per costruire una inedita “sfera pubblica” che permetterà di far emergere, spontaneamente, democraticamente e dal basso, interessi e valori “rivoluzionari”. Mi piacerebbe poter condividere tale ottimismo, ma l’analisi sociologica di questa “sfera pubblica in formazione” evidenzia – almeno finora - tendenze di segno opposto: l’egemonia che i moloch della nuova economia esercitano sulle culture di rete appare sempre più schiacciante.

 

*L’autore è ricercatore di sociologia dei processi culturali e comunicativi nell’Università del Salento.

 

[1] E. Grazzini, L’economia della conoscenza oltre il capitalismo. Crisi dei ceti medi e rivoluzione lunga, Codice, Torino 2008.
[2] W. McKenzie,  La classe hacker, Feltrinelli, Milano 2004.
[3] C. Formenti, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Raffaello Cortina, Milano 2008.
[4] S. Aronowitz, Per la fine del lavoro senza fine, Derive Approdi, Roma 2006.

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