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Salari meridionali in gabbia

Pubblicato il 14 Settembre 2009 da admin

La politica per il Mezzogiorno del governo Berlusconi cade in una evidente contraddizione logica. Il progetto di una nuova politica nazionale d’intervento per rilanciare lo sviluppo del Sud è infatti del tutto in contrasto con l’intento ventilato, continuamente annunciato e ritirato, di reintrodurre con legge un meccanismo di retribuzione salariale ancorato al costo della vita, che tenga conto della circostanza che nelle regioni meridionali il livello dei prezzi risulta inferiore al Centro-Nord (del 17% secondo Banca d’Italia).
Se, infatti, il progetto di reintrodurre una agenzia nazionale per il Sud sul modello della Tennessee Valley Authority (come un inedito roosveltiano Berlusconi si è spinto a dichiarare) sembrerebbe strizzare l’occhio ad uno schema di intervento keynesiano, fondato su un programma di lavori pubblici a sostegno della domanda, l’idea di adeguare i salari monetari dei lavoratori meridionali al minor costo della vita agirebbe in senso opposto: contenere i redditi nel Mezzogiorno non può che comprimere la domanda di beni di consumo, aggravando ulteriormente il dato dell’economia locale. Naturalmente, una logica di fondo c’è, non ha nulla a che fare con gli interessi del Mezzogiorno ed è piuttosto legata agli equilibri tra i blocchi di interesse che sostengono il governo. L’introduzione di gabbie salariali, che come è noto costituisce un elemento rilevante del programma leghista, sembra infatti essere il prezzo che Berlusconi potrebbe pagare per far passare l’Agenzia per il Sud, con la quale mettere le mani sulle risorse per il Mezzogiorno, contrastare rischi di nascenti “partiti del Sud” e controllare consensi. Siamo evidentemente molto lontani da quanto occorrerebbe mettere in campo per affrontare il tema del Mezzogiorno come questione nazionale.
Con la proposta leghista, formulata in termini di riduzione dei carichi fiscali sulla contrattazione decentrata nelle aree a maggior tasso d’inflazione, il Paese sarebbe sostanzialmente diviso in macroaree caratterizzate da rilevanti differenze retributive. Ma ad una attenta verifica non c’è alcun elemento sul piano analitico che possa giustificare tale proposta.
In primo luogo, è opportuno precisare che alcuni richiami all’esperienza italiana del passato sono del tutto impropri. In Italia il sistema dei differenziali salariali su base territoriale ha operato tra il 1945 (a seguito dei famosi accordi del 6 dicembre) e il 1969, ed era inizialmente fondato su quattordici aree e poi, dal 1961, su sette. Le gabbie dell’epoca riguardavano essenzialmente la regolamentazione dei minimi salariali in un quadro diretto alla progressiva perequazione retributiva in un Paese che usciva dalla guerra mondiale, dall’esperienza autoritaria corporativa e che presentava straordinarie diseguaglianze nel mercato del lavoro accanto ad un fortissimo grado di concentrazione della contrattazione salariale. Un sistema che all’inizio degli anni Sessanta si presentava ormai fortemente discriminatorio al punto che la sua abolizione - al grido “stessa paga per uguale lavoro” - fu uno dei successi dell’autunno caldo. Oggi se il governo riprendesse sul serio il progetto delle gabbie salariali, pensando di portare indietro l’orologio della storia, si muoverebbe in palese violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite dalle convenzioni dell’International Labour Organisation (ILO).
Un secondo ordine di problemi concerne il fatto che almeno dal XVIII secolo gli economisti sanno che un più alto indice territoriale del costo della vita è generalmente effetto di un maggior livello di ricchezza. Non a caso, come rivela la stessa Banca d’Italia, “l’ordine di grandezza dei divari di prezzo Est/Ovest in Germania appare relativamente simile a quello tra Mezzogiorno e Centro-Nord in Italia”. Si tratta insomma di fenomeni tipici di quei paesi che hanno un forte squilibrio territoriale. D’altronde risulta facile comprendere che le dinamiche dei prezzi non possono non riflettere la circostanza che oltre i due terzi (il 68,6%) delle famiglie povere d’Italia risiede nel meridione, che l’incidenza delle famiglie monoreddito è più alta al Sud (47% contro il 41% del Centro-Nord) e che sempre al Sud una famiglia su tre guadagna tra 500 e 1500 euro al mese mentre al Centro-Nord solo una famiglia su cinque è ferma a questi livelli reddituali. Insomma: la diversità nel livello dei prezzi riflette i profondi e notissimi divari di ricchezza tra il Mezzogiorno e il resto del Paese.
A quanto appena osservato si potrebbe replicare che una fetta consistente del mondo del lavoro (a cominciare dall’impiego pubblico) viene trattato alla stessa stregua al Nord e al Sud, con effetto penalizzante per i lavoratori del Nord. Ma anche questa osservazione ad un esame attento risulta non fondata. Per comprendere il punto occorre chiarire che costruire un indice del costo della vita capace di catturare realmente il diverso livello di potere d’acquisto dei salari non è affatto impresa agevole. Recentemente l’Istat ha compiuto un tentativo in tal senso (”Le differenze nel livello dei prezzi fra i capoluoghi delle regioni italiane”) che tuttavia ha una efficacia molto limitata, dal momento che si ferma solo a tre capitoli di spesa che coprono solo un terzo dei consumi delle famiglie. Problematica è anche la scelta della scala temporale, se cioè si fa riferimento ad un determinato istante (il livello dei prezzi in un anno), o se invece si fa riferimento ad andamento dinamico del costo della vita (variazione dei prezzi da un periodo all’altro), e i risultati ottenuti potrebbero essere radicalmente diversi nei due casi, in quanto il Mezzogiorno di fronte a più bassi indici medi del costo della vita, registra un tasso d’incremento dei prezzi più sostenuto rispetto al Centro Nord. Ma il punto centrale che qui è bene richiamare consiste nella circostanza che normalmente per costruire gli indici vengono considerati panieri di beni considerati omogenei per le diverse partizioni del Paese. Ma la verità è che i panieri non sono affatto omogenei, proprio perché nelle aree più povere del Paese molti beni e servizi offerti sono di qualità inferiore. Per chiarire il punto pensiamo ai servizi pubblici, ad esempio al trasporto o alla sanità. È ben noto che nel Mezzogiorno – per un insieme di fattori, inclusa la cronica povertà di infrastrutture – tali servizi sono più scadenti rispetto a quelli offerti nel Centro-Nord con la conseguenza che il meridionale deve spesso andare sul mercato per sopperire alla deficienza dei servizi pubblici. Per questa ragione le indicazioni provenienti da un semplice esame dei livelli dei prezzi possono essere drammaticamente fuorvianti (a riguardo si veda anche l’articolo di Forges Davanzati e Pacella).
Come se tutto ciò non bastasse vi sono molti altri argomenti contro l’introduzione di gabbie salariali. L’esperienza ormai ci ha infatti insegnato che il l’introduzione di differenziali salariali non costituisce un volano per lo sviluppo del Mezzogiorno. Basti pensare agli esiti dei differenziali del costo del lavoro che di fatto hanno operato nel Mezzogiorno con l’introduzione degli sgravi contributivi introdotti con la legge 1089 del 1968 e che non hanno generato alcun beneficio al Sud. E d’altra parte chi può negare che di fatto i lavoratori settentrionali già godono di una retribuzione mensile significativamente più alta dei colleghi del Sud (il 30%, secondo un recente rapporto della Cgia di Mestre)? La verità è che in tanti anche recentemente, con l’approvazione del Trattato di Maastricht, si erano anche illusi che i bassi salari potessero rilanciare l’economia meridionale. L’idea era che il Mezzogiorno avrebbe finalmente potuto sfruttare, con l’introduzione della moneta unica, il vantaggio rispetto alle aree ricche d’Europa che derivava appunto dal differenziale salariale. Purtroppo è stato vero il contrario. Nel Mezzogiorno i bassi salari da un lato hanno progressivamente portato alla contrazione della domanda e dall’altro hanno spinto le imprese ad adagiarsi su una competitività fondata sulla compressione dei costi con rinuncia a qualsiasi forma di investimento. La stagnazione e le ulteriori perdite di quote di mercato sono stati gli esiti delle politiche di bassi salari nel Sud.
Insomma, provvedimenti governativi nella direzione dei bassi salari e delle gabbie salariali non farebbero che appesantire ancora il passo all’economia meridionale. Ma, si sa, la tentazione delle destre è sempre quella: fare dei salari la variabile dipendente dell’economia, la spugna che dovrebbe assorbire tutti i capricci del mercato.

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Una nuova Gepi per risanare l’industria?

Pubblicato il 28 Luglio 2009 da admin

Nonostante alcuni segnali di ripresa soprattutto nel comparto dell’auto, nella vendita di veicoli ecologici e in certe aziende dell’automotive - causati dalla politica governativa degli incentivi che avrebbe potuto essere avviata dall’inizio del 2009 e non dal successivo 7 febbraio - la situazione complessiva dell’economia italiana rimane segnata da pesanti difficoltà di molti comparti industriali, in particolare nel Mezzogiorno. Rallentamento della domanda interna, rarefazione del credito, crollo delle esportazioni e del pil nel primo trimestre dell’anno nella misura del 5,9%, rispetto allo stesso periodo del 2008: sono queste, lo sappiamo, alcune delle cause che stanno prostrando numerose piccole, medie e grandi imprese in varie parti d’Italia, con esiti purtroppo molto pesanti sui loro livelli occupazionali.
Le sollecitazioni della Confindustria al Governo sono state pressanti per l’attivazione di sostegni a partire alle piccole aziende, così come forti sono state le pressioni dei Sindacati per garantire il reddito ai lavoratori colpiti da crisi industriali; esse hanno strappato qualche risultato in termini di ammortizzatori sociali, anche se, almeno sinora, non si è stati in grado, neanche fra le forze di opposizione, di delineare un convincente piano alternativo di politica economica sul quale incalzare il Governo in Parlamento e nel Paese.
Intanto a Porto Marghera - polo chimico di rilievo nazionale con interconnessioni produttive con quelli di Ravenna e Mantova - il fallimento del tentativo dell’imprenditore veneto Sartor di rilevare gli impianti della multinazionale Ineos, rischia di causare il tracollo del comparto in quell’area, con pesanti riflessi occupazionali. In Sardegna, invece, a Porto Torres, è stata l’Eni ad annunciare - a causa di rilevanti giacenze di magazzino e di perdite gestionali nell’ultimo trimestre - il fermo per due mesi dell’impianto di cracking, infliggendo così un colpo durissimo alle attività indotte e ponendo a repentaglio, nonostante le rassicurazioni dell’amministratore delegato della holding Paolo Scaroni, l’occupazione diretta e indotta della chimica nella zona. Proprio negli ultimi giorni, peraltro, si è giunti ad un accordo a livello governativo per una rotazione nelle fermate degli impianti su cui operare le relative manutenzioni, scongiurando almeno per il momento i pesanti riflessi sull’occupazione.
Le vicende in Puglia e Basilicata della Natuzzi  -  che pure lotta per conservare almeno su certi mercati esteri la leadership nel settore del mobile imbottito - evidenziano la necessità che nel ‘triangolo interregionale del salotto’ si metta a punto e si persegua concretamente con il concorso attivo di Governo, Istituzioni locali e partenariato sociale un percorso di rigenerazione del tessuto economico territoriale. Bisogna difenderne infatti, sia pure sul medio e lungo periodo, l’occupazione e la stessa tenuta sociale, dal momento che una durissima ristrutturazione selettiva ha decimato nell’ultimo quinquennio le piccole e medie società del comparto legno-mobilio, con la perdita sino ad oggi di oltre 4.000 addetti.
Ma anche in altre aree del Meridione - come ad esempio nel Molise ove è stata collocata in amministrazione straordinaria la grande azienda del tessile abbigliamento IT ERRE con il crollo di un’intera galassia interregionale di piccoli e medi  subfornitori - si registrano sempre più spesso aziende in difficoltà. I loro elementi di debolezza sono prevalentemente di natura finanziaria, gestionale e di management, e in molti casi riguardano imprese che pure sono in possesso di buoni prodotti e tuttavia bisognose di essere supportate da un soggetto pubblico, o a prevalente controllo pubblico. Esso dovrebbe concorrere a rilanciarle, ove necessario, con accorti interventi sul capitale, negli assetti organizzativi, nei rapporti con il mercato e nella conduzione societaria.
Allora, è lecito chiedersi: è giusto assistere impotenti alla scomparsa di aziende che, invece, potrebbero essere salvate e rilanciate dopo, beninteso, accurate due diligence ad esse riferite?  E se si ipotizzasse la costituzione di una nuova Gepi, come struttura di salvataggio, di riorganizzazione e di ricollocazione sul mercato di aziende risanabili, bisognerebbe per ciò stesso gridare al ritorno ad un passato di sperpero di denaro pubblico e di assistenzialismo?
Ragioniamo: in un momento in cui lo Stato vara con il danaro dei contribuenti i ‘Tremonti bond’ per non meno di dodici miliardi di euro come strumento per consolidare gli assetti degli Istituti di credito che li stanno acquistando - anche se al momento non per l’intero importo reso disponibile - sarebbe poi così deprecabile la creazione di un fondo sovrano finanziato con capitale pubblico? Esso potrebbe essere dotato di strumenti e regole di intervento, sia industriale che finanziario, non per interventi a pioggia stile vecchia Gepi, ma per selezionare con rigore progetti industriali di rilancio di intere aree interessate da crisi strutturali di settori in difficoltà e per reimpiegarvi in aziende competitive coloro che, altrimenti, rischierebbero di uscire dai luoghi di lavoro. E se gli interventi di tale fondo - che potrebbe far capo ad una Finanziaria pubblica, o avere esso stesso personalità giuridica - servissero anche a rigenerare con partecipazioni azionarie temporanee e con obbligo di un loro riscatto aziende in temporanea difficoltà?
Si profilerebbe così il rischio che si costituisca una finanziaria destinata a diventare nel tempo una sorta di ‘cronicario’ di imprese decotte? Sì, il rischio potrebbe paventarsi, ma l’evitarlo, o almeno l’attenuarlo al massimo, dipenderebbe dal dettato della legge istitutiva del suddetto fondo, dallo statuto della società chiamata a gestirlo, e dalla concreta operatività dei vertici e del management della struttura.
Si potrebbe, ad esempio, stabilire che non si possa entrare nel capitale di aziende che presentino passività strutturali prolungate nel tempo e costanti perdite gestionali, o nelle quali non vi sia, per la ricapitalizazione necessaria al rilancio, un significativo apporto di mezzi propri da parte dell’azionista privato, o di nuovi soci.  L’obbligo del riscatto della quota pubblica inoltre - una volta risanata la società - dovrebbe essere tassativo e potrebbe essere garantito, all’inizio dell’operazione di ingresso nel suo capitale, anche da una fideiussione dell’azionista privato, escutibile a prima richiesta.
Insomma, molti potrebbero essere gli accorgimenti per evitare una seconda Gepi.  E poi bisogna domandarsi se sia più utile ed economico per lo Stato corrispondere ammortizzatori sociali a persone - che potrebbero essere indotte  in tal modo anche al lavoro sommerso - o se invece non sia preferibile impiegare produttivamente in nuove iniziative industriali, o per il rilancio di industrie risanabili, risorse pubbliche altrimenti destinate solo all’assistenza.
Se ne discuta comunque approfonditamente a livello governativo, in Parlamento, fra i Sindacati, in Confindustria, senza pregiudizi ideologici, ed anche a livello comunitario per non incorrere in possibili violazioni della disciplina degli aiuti di Stato, soprattutto in una fase storica in cui - senza l’intervento risolutivo delle Istituzioni pubbliche e delle risorse dei contribuenti in tanti Paesi anche dell’Unione Europea - si sarebbe profilato il rischio concreto di un vero e proprio collasso planetario del sistema fondato sull’economia di mercato.

 

*Docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e di Politiche economiche territoriali nell’Ateneo di Lecce.

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Perché non possiamo liberarci dalla mafia

Pubblicato il 24 Luglio 2009 da admin

È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.
Essendo Palermo retta da una giunta di centro-destra, si potrebbe essere tentati di non stupirsene: fenomeni del genere non sono forse espressione di quel laissez faire, laissez passer che la destra reca inscritto nel proprio dna? E cosa è in fondo il “mercato” se non codesto brulichio di iniziative autonome, ciascuna espressione della “soggettività” di chi la realizza e sempre insofferente nei confronti dei “lacci e lacciuoli” della regolamentazione pubblica?
Sennonché, ogni medaglia ha il suo rovescio e il “lasciar fare” dell’amministrazione palermitana non fa eccezione. Il motivo sta nel fatto che nessuna attività economica può prender piede se non vi è una qualche forma di garanzia dei diritti di proprietà. Nessuno, per dirla altrimenti, può guadagnare qualche soldo pulendo i vetri ad un semaforo o vendendo chincaglierie sul marciapiede o facendo il posteggiatore abusivo se non è sicuro che nessun altro (indigeno o migrante che sia) gli toglierà quel posto. Un ordine, una “legalità”, deve dunque pur sempre emergere; la differenza semplicissima è che, in mancanza di quella assicurata dalle istituzioni pubbliche, che certo non possono ergersi a protettrici di situazioni contrarie alla legge, ne emerge una privata, basata – non meno semplicemente – sulla legge del più forte.
La mafia siciliana, la camorra napoletana, la ’ndrangheta calabrese, le triadi cinesi, la yakuza giapponese, le loro non meno temibili “consorelle” balcaniche e, più in generale, tutte le “istituzioni” di questo genere, alla cui genesi assistiamo là dove i pubblici poteri chiudono un occhio (o tutti e due) sull’osservanza della legalità costituita, assolvono primariamente a questo compito: proteggere le transazioni che si svolgono nel circuito economico extralegale, si tratti di un posto da lavavetri, di una partita di eroina o di un appalto truccato. È per questo che il variegato e multicolore suq che si inscena quotidianamente nei quartieri popolari di Palermo non degenera mai in caos: nonostante le apparenze, c’è sempre chi controlla, assegna posti, garantisce pagamenti, dirime controversie (e riscuote tributi). Ed è per questo che è sbagliato credere che la mafia sia puramente e semplicemente un’organizzazione criminale: se così fosse, ce ne saremmo sbarazzati già da un pezzo.
Ora, c’è un fatto che non è quasi mai posto in correlazione con il quadro macroeconomico sparagnino già impostoci da Maastricht e ora dai tempi di crisi e che però, a ben guardare, ne è un figlio naturale, ed è lo sviluppo delle attività economiche illegali. È un fenomeno che ha interessato anche quelle economie periferiche su cui, anni addietro, si sono abbattute le famigerate misure di “aggiustamento strutturale” dell’Fmi, e ha alla base una semplicissima motivazione: se si prosciuga l’acqua per l’economia legale, i pesci debbono trovarne altra, più sporca, in cui nuotare. Insomma, debbono “arrangiarsi”.
È questa la ragione principale per cui l’illegalità endemica in cui vivono Palermo e il Mezzogiorno non può essere efficacemente contrastata da alcuna azione repressiva. Il problema, infatti, è che oggi le classi dirigenti possono continuare a godere del consenso dei “governati” soltanto se, in cambio dei diritti che prima erano tenute ad assicurare, sono disposte a “lasciar fare”. Detto altrimenti, esse possono evitare che i governati si ribellino alla mortificazione della loro cittadinanza sociale imposta da bilanci pubblici in costante contrazione solo garantendogli l’impunità sul versante del “sommerso” o dell’“abusivismo di necessità”.
Sta qui la vera ratio della “tolleranza” delle istituzioni nei confronti delle piccole (e spesso nemmeno piccole) illegalità di cui al Sud siamo quotidianamente testimoni; si spiega così la crescita esponenziale delle zone – quartieri, sobborghi, talora interi paesi – letteralmente sottratte all’imperio della legge. E sta qui, specularmente, la ragione del persistente (e verosimilmente duraturo) successo della mafia, della camorra e della ’ndrangheta: organizzazioni come queste, per quanto paradossale possa sembrare, svolgono un’importante funzione di mediazione sociale e di composizione delle controversie nel territorio eslege in cui operano e proprio su tale ruolo fondano quel consenso sociale diffuso che è indispensabile per la buona riuscita delle loro attività criminali. Non a caso Giovanni Falcone disse che, essendo in Sicilia la struttura statuale del tutto deficitaria, la mafia aveva saputo riempire questo vuoto a suo vantaggio, ma tutto sommato aveva contribuito a evitare per lungo tempo che la società siciliana sprofondasse nel caos. Perché mai, altrimenti, l’80% degli imprenditori siciliani pagherebbe il pizzo?
Un ruolo del genere, discreto, lontano dai clamori delle stragi, “invisibile” ma non per ciò meno significativo e lucroso, candida peraltro le organizzazioni mafiose a interlocutori privilegiati delle classi dirigenti nei loro rapporti con le classi medie e, soprattutto, con i ceti popolari. Non è certo nuova la capacità delle classi dirigenti meridionali di utilizzare la forza paramilitare delle organizzazioni mafiose come strumento di controllo capillare del territorio, da impiegare ora in funzione anticentralista ora antipopolare, ora innalzando il vessillo del “meridionalismo” ora quello dell’ordine costituito, ma è certo che, nel quadro attuale, non c’è patto elettorale coi ceti popolari che possa reggere senza una “garanzia” mafiosa: la “fine delle ideologie”, che poi è la fine di appartenenze politiche segnate da idealità e valori, rende l’elettorato erratico e ancor più diffidente che in passato verso i “politici”, e non si dà per questi ultimi alcuna possibilità di controllarlo se “qualcuno” non si fa garante che le loro promesse – per quanto miserabili – saranno mantenute.
Si obietterà che in quanto detto non c’è nulla di nuovo, ché storicamente è stato questo il rapporto fra governanti, governati e mafia nel Mezzogiorno. In certa misura è vero, purché non si dimentichi la differenza fondamentale: oggi l’illegalità diffusa è in certa misura necessitata, perché, se volessero realmente procedere lungo la strada della repressione, le classi dirigenti dovrebbero fare qualcosa che il quadro macroeconomico non consente più, cioè accordare in forma di diritti quei beni e servizi di cui i governati non dispongono e che attualmente conseguono ricorrendo ai circuiti illegali; altrimenti, scoppierebbe una rivolta. (Che poi le classi dirigenti abbiano solo da guadagnare, in termini di potere e denaro, dalla criminalità dei diseredati, e anzi storicamente abbiano usato quest’ultima come paravento per i propri crimini, è fatto ben noto e sul quale non vale certo immorare.)
Un “continuum” fra organizzazione mafiosa, concorrenti “esterni” e semplici conniventi assai simile a quello qui descritto è alla base del concetto di “borghesia mafiosa”, elaborato una quarantina d’anni fa da un marxista siciliano ormai dimenticato, Mario Mineo. In quel tempo, Leonardo Sciascia ammoniva che la “linea della palma” era salita già oltre Roma. Oggi che, complice l’incipiente desertificazione, la palma è giunta fino a Modena (e a Duisburg), quel concetto spiega l’ostilità diffusa verso il tentativo della magistratura di impiegare il “concorso esterno” per attrarre nell’ambito della rilevanza penale pratiche bipartisan che il senso comune giudica quasi “necessitate” (per fare un solo esempio: se il mafioso o il camorrista controlla voti ci debbo pur parlare, no?). Giustifica lo iato persistente fra i proclami bellicosi dei governi che si alternano a Palazzo Chigi e la realtà di un territorio che sempre più si auto-organizza secondo le uniche logiche disponibili (quelle mafiose, appunto). Conferma che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti ancora invano.

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Il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche

Pubblicato il 13 Marzo 2009 da admin

Da alcune settimane è in corso un vivace dibattito in alcune regioni del Mezzogiorno sulla necessità - affermata da personalità che vanno dal Governatore della Sicilia Lombardo a quello pugliese Vendola, appena uscito da Rifondazione Comunista, e da dirigenti dell’Udc all’On. Adriana Poli Bortone di An, ma non aderente al nuovo Pdl - di promuovere un ‘movimento in difesa del Sud’ che costoro ritengono penalizzato dal Governo, come emergerebbe fra l’altro dall’utilizzo di quote rilevanti dei fondi Fas per fini e territori diversi da quelli per i quali erano stati stanziati.
Tale dibattito inoltre è stato accompagnato da manifestazioni in cui si sono incontrati leader di diversi schieramenti, col proposito di rilanciare le regioni meridionali - nelle quali la crisi si avverte ancor più pesantemente che al Nord - e di difendere le risorse stanziate per il Sud, anche ricorrendo in Parlamento ad accordi bipartisan fra i deputati meridionali.
Ora, premesso che sino ad ora tali accordi sono risultati solo un auspicio non essendo stati seguiti da atti politici concreti, v’è da rilevare poi che in questa querelle di stampo antileghista non è stata elaborata, o almeno non risulta in documenti che abbiano una qualche ufficialità, alcuna visione programmatica capace di saldare sinergicamente il rilancio dell’economia meridionale con quello del sistema produttivo nazionale, mentre è rimasto inesplorato un terreno di riflessione e di proposta che, invece, se praticato con rigore analitico e ricchezza di indicazioni operative, rappresenterebbe il primo corposo tassello di un programma di ripresa della crescita del Meridione, elaborato però all’interno di un disegno di politica industriale attento alle esigenze dell’intero Paese.
Ci si riferisce a quello che potrebbe tornare ad essere il ruolo propulsivo delle imprese a controllo pubblico - che venne propugnato fra gli altri da Pasquale Saraceno e avviato dal Ministro Pastore nei ‘poli di sviluppo’ del Meridione, a partire dagli anni Sessanta del ’900 - soprattutto in territori ove il declino di interi sistemi manifatturieri di varia dimensione, costituiti in prevalenza da pmi di imprenditori locali, sta comportando un pesante incremento della disoccupazione, cui si riesce a rispondere solo con l’estensione e il prolungamento temporale di ammortizzatori sociali.
Naturalmente un programma che punti alla riproposizione del ruolo strategico in alcune grandi regioni del Sud di imprese a controllo pubblico non deve ispirarsi a logiche assistenziali, ma individuare quei comparti in cui le aziende a vario titolo controllate dallo Stato andrebbero a potenziare in logiche di mercato la loro funzione già ora trainante, o gli altri settori in cui potrebbero iniziare a svolgerla, rispondendo però ad esigenze di competitività dell’intero sistema produttivo nazionale.
Buona parte degli economisti italiani, in realtà, continua ad ignorare tale ipotesi, anche se sono ormai lontani gli anni delle privatizzazioni ‘epocali’ avviate nel 1992-1994, presentate come occasioni storiche per la nascita di nuovi ‘campioni industriali nazionali’ e culminate con la messa in liquidazione dell’Iri avvenuta nel 2000[1]. Ora, nel mentre la drammatica crisi in cui versa l’economia internazionale ha già riproposto in vari Paesi il ruolo interventista dello Stato almeno in funzione anticiclica - e la stessa Commissione Europea non esclude la nazionalizzazione di alcune grandi banche in difficoltà a causa dei titoli ‘tossici’ posseduti - a conforto di questa nostra ipotesi valga la constatazione che ancora massiccia è in Italia, soprattutto nelle sue regioni meridionali, la presenza di imponenti stabilimenti, facenti capo in varia misura ad holding pubbliche, con elevati tassi di occupazione in settori strategici per l’industria nazionale che vanno dalla petrolchimica all’aerospazio, dall’energia alla cantieristica, dalla costruzione di materiale e di segnalamento ferroviario alla sua manutenzione, dall’Ict alla produzione di materiali stampati.
L’Eni con le sue controllate Polimeri, Syndial, Enipower e Snam, la Finmeccanica con Alenia Aeronautica, AgustaWestland, Officine Aeronavali, Alcatel Alenia Space Italia, Telespazio, Galileo Avionica, Selex Sistemi integrati e Selex Communications, AnsaldoBreda, Ansaldo Trasporti Sistemi ferroviari e Ansaldo Segnalamento Ferroviario, l’Enel con numerose sue controllate, la Fincantieri, la STMicroelectronics, le Ferrovie dello Stato e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato sono presenti in Abruzzo, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, dando vita ormai da anni in molte aree a sistemi produttivi guidati da alcuni loro macroimpianti, intorno ai quali gravitano articolati reticoli di attività indotte con migliaia di addetti. L’Eni impiega nel Sud circa 4.300 dipendenti diretti, la Finmeccanica nell’aerospazio oltre 9.000 e nel materiale rotabile 1.530, la Fincantieri quasi 1.450, l’Enel oltre 2.000, la STMicroelectronics più di 4.600[2].
Estese, come si è accennato, sono le subforniture di beni e servizi di piccole e medie imprese di manutenzione nei grandi impianti petrolchimici in Puglia, Sicilia e Sardegna, e nei siti ove sono in esercizio le centrali elettriche dell’Enel e dell’Enipower, mentre nel comparto aerospaziale in Campania e a Brindisi, diffuse sono in decine di aziende le produzioni di componentistica e lavorazioni di varia tipologia, spesso ad elevato valore aggiunto. Anche la costruzione di materiale rotabile e la navalmeccanica generano attività collegate che impiegano centinaia di occupati e lo stesso dicasi a Catania nel grande polo dell’Etna Valley, guidato dalla STMicroelectronics.
Allora - in un disegno di politica industriale di respiro pluriennale  definibile a livello governativo con il concorso del Parlamento - si potrebbero: 1) potenziare, anche tramite co-finanziamenti attingibili dai Fondi europei per il 2007-2013 gestiti dalle Regioni che prevedono pure i contratti di programma, le industrie dell’aerospazio, sul modello ad esempio di quanto accaduto negli ultimi anni a Grottaglie nel Tarantino, ove l’Alenia Composite, dell’omonimo gruppo della Finmeccanica, ha costruito - co-finanziata dalla Regione Puglia sulle risorse comunitarie 2000-2006[3] - l’imponente stabilimento in cui si producono, con 700 nuovi occupati altamente qualificati, sezioni in fibra di carbonio della carlinga del nuovo aereo passeggeri 787 Dreamliner della Boeing; 2) rafforzare il polo dell’ala rotante di Brindisi ove opera un grande impianto della AgustaWestland; 3) incrementare e ammodernare le capacità produttive delle raffinerie di Taranto, Gela e Messina; 4)arricchire ulteriormente con trasformazioni manifatturiere ‘a valle’ le produzioni di base degli impianti di cracking di Brindisi, Priolo e Porto Torres; 4) rafforzare i poli energetici dell’Enel con nuovi interventi sulla megacentrale di Brindisi per ridurne ancor più l’impatto ambientale, riconvertendo a carbone pulito quella di Rossano Calabro, potenziando le centrali del Sulcis, costruendo il rigassificatore di Porto Empedocle e localizzando nuovi impianti di energia eolica, dopo gli ultimi costruiti nel Molise; 5) rafforzare i cantieri navali di Castellammare di Stabia e Palermo, qualificandone ulteriormente l’indotto; 6) consolidare i poli di costruzioni ferroviarie dell’AnsaldoBreda di Napoli, Reggio Calabria e Palermo; 7) rafforzare la mission della STMicroelectronics, dopo la joint-venture con la Intel e la nascita della società Numonyx; 8)irrobustire il polo manutentivo di Foggia delle Ferrovie per i treni regionali e il sito del Poligrafico dello Stato, sempre nel capoluogo dauno, per targhe automobilistiche e altro materiale a stampa per il sistema sanitario nazionale.
Molte di queste fabbriche, peraltro, già collaborano con Università del Mezzogiorno, loro Dipartimenti ed altri centri di ricerca, come ad esempio il Cetma di Mesagne controllato dall’Enea, e nell’ultimo quinquennio hanno assunto centinaia di laureati e diplomati in discipline scientifiche, formati in Atenei e Istituti tecnici industriali di alcune grandi città del Sud.
Non si dimentichi poi che, grazie al controllo pubblico delle holding strategiche prima richiamate, lo Stato italiano ha potuto acquisire grandi aziende estere come quelle acquistate negli Usa dalla Finmeccanica e l’Endesa in Spagna venduta da Acciona all’Enel, o partecipare a consorzi internazionali guidati dall’Eni per lo sfruttamento dei giganteschi giacimenti petroliferi nel Kazakistan occidentale. E, last but not least, è il caso di ricordare che la prima impresa italiana per fatturato è tuttora un grande gruppo a controllo pubblico come l’Eni, mentre l’Enel è la seconda società elettrica d’Europa alle spalle della transalpina Edf. Le grandi imprese pubbliche, peraltro, operano in Italia in settori liberalizzati e pertanto competono con agguerriti concorrenti privati, dall’energia agli approvvigionamenti petroliferi, dalla produzione di materiale rotabile all’Ict.
Insomma, al di là di ogni acritica apologia di privatizzazioni[4] ormai datate ed esaltazioni del privato in quanto tale - dimenticando cioè i tracolli di imprese private nel recente passato come Cirio e Parmalat - lo Stato con il suo tuttora vasto sistema di grandi aziende può tornare, o continuare ad assolvere, una funzione trainante per l’intera economia nazionale, proprio rafforzando nel Mezzogiorno le capacità produttive già possedute, o creandone di nuove con elevata occupazione aggiuntiva, come è accaduto negli ultimi anni in alcuni casi significativi.

*Professore di Storia dell’industria nell’Università di Bari

[1] Per una ricostruzione delle privatizzazioni delle aziende controllate dall’Iri, cfr. S.Bemporad-E.Reviglio (a cura di ) Le Privatizzazioni in Italia 1992-2000, volume delle relazioni esterne dell’Iri S.p.A. in liquidazione, Edindustria, Roma, 2001. �
[2] Per il dettaglio degli occupati diretti e nelle attività indotte delle singole aziende si rinvia a F.Pirro-A.Guarini, Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007, con prefazione di Luca Cordero di Montezemolo, Cacucci Editore, Bari, 2008.
[3] Alla stessa Regione Puglia l’Alenia Composite ha presentato agli inizi del 2009 un progetto di ampliamento dell’impianto di Grottaglie che potrebbe essere ammesso a co-finanziamento, sempre con un contratto di programma, a valere questa volta sui Fondi comunitari per il 2007-2013.
[4] Un primo bilancio sulle privatizzazioni in Italia in M.Affinito-M.De Cecco-A.Dringoli, Le privatizzazioni nell’industria manifatturiera italiana, Donzelli Editore, Roma, 2000.

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La grande industria abita ancora il Mezzogiorno

Pubblicato il 19 Gennaio 2009 da admin

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad appellarsi, diano prova di coerenza scientifica e di non contraddittorietà politica rispetto alle istanze del lavoro subordinato. Ma soprattutto siamo convinti che in generale si debba cercare di  uscire dalla contrapposizione tra un industrialismo lesivo dell’ambiente e un anacronistico ambientalismo antindustrialista. Sebbene ancora molto sia il lavoro da fare in tal senso, negli articoli qui presentati si individuano alcuni passi nella giusta direzione. Il nostro auspicio è che la loro pubblicazione possa dare avvio a un dibattito teso concretamente, e finalmente, alla individuazione di una “sintesi” tra le diverse visioni. (La redazione).

 

 

Un’associazione ambientalista di Taranto ha chiesto di recente al Comune di indire un referendum cittadino per giungere alla chiusura dell’intero stabilimento siderurgico, o almeno della sua area a caldo, a causa del forte impatto ambientale dell’impianto ove, peraltro, il Gruppo Riva sta realizzando da anni massicci investimenti per contenerlo. Si vorrebbe così puntare nel capoluogo ionico ad uno sviluppo fondato in larga misura su mitilicoltura, turismo, artigianato, servizi e commercio, avviandovi una pesante deindustrializzazione che colpirebbe una delle maggiori concentrazioni industriali del Paese e del Mediterraneo e svaluterebbe nei fatti l’impegno profuso da lungo tempo da Istituzioni, sindacati, imprese e centri di ricerca per contenere, con l’impiego di tecnologie avanzate, le ricadute nocive dei vari insediamenti sull’ecosistema cittadino.

Ora, la recessione che colpisce il Paese non risparmia certo il Meridione, ma mentre vi sono ormai in declino i ‘protodistretti’ di pmi - che qualche economista aveva immaginato che potessero trainare la crescita del Sud [1] e che invece sono stati interessati nell’ultimo settennio da ristrutturazioni selettive - restano tuttora punti di forza i grandi stabilimenti di gruppi industriali settentrionali ed esteri, pubblici e privati, che vi si sono localizzati dai primi anni Sessanta del ’900, e che fra il 1996 e il 2007 hanno realizzato massicci investimenti per ampliamenti e ammodernamenti di impianti, incrementandovi spesso anche l’occupazione [2].

Si passeranno rapidamente in rassegna alcuni comparti manifatturieri pesanti e mediopesanti, l’ICT, il transhipment e la portualità dei terminal container, escludendo per ragioni di spazio l’industria leggera – agroalimentare, tac e legno-mobilio  –  che pure vanta diffuse presenze di aziende italiane ed estere.

Oggi la più grande fabbrica d’Italia per dipendenti diretti (13.346 + 3.100 nell’indotto) è proprio il gigantesco impianto siderurgico a ciclo integrale dell’Ilva di Taranto che, superando per i suoi occupati la stessa Fiat Auto a Mirafiori, è anche il maggior stabilimento del settore in Europa. Inoltre ben oltre la metà della capacità di raffinazione petrolifera del Paese è nel Mezzogiorno con 5 raffinerie in Sicilia, 1 a Taranto, mentre la più grande d’Italia è in esercizio a Sarroch nel Cagliaritano (1.000 addetti diretti + 3.000 nell’indotto), della Saras (famiglia Moratti), impianto che è anche il maggiore del Mediterraneo ed uno dei sei supersites d’Europa. Dei cinque impianti di cracking in Italia per la produzione di etilene. ben 4 sono nel Sud e quello di Priolo (SR) è il più grande e fra i maggiori del continente.

I pozzi petroliferi in Basilicata, i maggiori on-shore d’Europa, creano nella regione un indotto di 1.500 unità. Nella chimica fine operano fra gli altri nel Mezzogiorno i gruppi farmaceutici mondiali della: 1) Sanofi Aventis con 2 impianti a L’Aquila e Brindisi; 2) Serono Merck a Bari; 3) Novartis nel Napoletano con 412 addetti diretti; 4) Wyet Wederle a Catania con 1.000 occupati diretti.

Nei settori dell’auto e dell’automotive, oltre il 50% della capacità produttiva di automobili e di veicoli commerciali leggeri del Gruppo Fiat è insediata nei grandi stabilimenti della Sevel ad Atessa (CH) (6.300 addetti diretti, 700 interinali e oltre 3.000 nell’indotto); dell’Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco (NA) (5.000 diretti, più 5.000 nell’indotto); della Fiat Sata a Melfi (PZ) (5.200 diretti e 3.000 nell’indotto di primo livello); della Fiat auto a Termini Imerese (PA) (1.500 addetti diretti più 400 nell’indotto). Il Gruppo Fiat ha anche altri grandi stabilimenti a Sulmona, Termoli, Napoli (2), Pratola Serra e Flumeri (AV), Foggia, Bari, Lecce dove produce componentistica, motori, autobus e macchine movimento terra: ad essi si aggiungono quelli della Ergom, di recente acquisita dal Gruppo torinese. A Bari è in esercizio un polo di componentistica per auto con gli imponenti impianti dei Gruppi Bosch (2.350 addetti), Firestone (1.000) Getrag (750), Magneti Marelli (731), Graziano Trasmissioni, Skf  e il loro indotto.

Nell’aerospaziale uno dei più grandi poli d’Italia è nell’area di Napoli, seguita da quelli di Brindisi, Foggia e Grottaglie (TA). Nel settore energetico a Brindisi esiste la più potente centrale termoelettrica d’Italia – insieme a quella di Porto Tolle nel Veneto – di proprietà dell’Enel, da 2.640 MW, con 470 addetti diretti e 800 nell’indotto. La Puglia è la seconda regione alle spalle della Lombardia per energia da combustibili fossili e la prima per quella da fonte eolica. Oltre all’Enel, operano nel Sud i maggiori gruppi energetici italiani come Edison, Sorgenia, Enipower ed esteri come British gas, Endesa-Eon, Atel, Gas Natural, con centrali a turbogas, a olio combustibile, eoliche e distribuzione di gas in reti urbane.

Nell’ICT esistono i poli mondiali della STMicroeletrocnics a Catania con 4.600 addetti diretti, in quella che è nota come l’Etna Valley; della Micron ad Avezzano (AQ) con 2.000 addetti diretti; della Ericsson a Marcianise; della bioinformatica nel Cagliaritano, mentre in Sardegna è nata anche la Tiscali di Renato Soru.

La Campania è la terza regione d’Italia per produzione di elettrodomestici con 2 siti della Indesit nel Casertano, della Whirpool a Napoli - con 18 aziende dell’indotto - e della Siltal sempre nel Casertano. La più grande fabbrica d’Italia di aerogeneratori per energia eolica è a Taranto ed è della multinazionale danese Vestas, leader a livello mondiale nel settore, con 600 addetti diretti nella città ionica e 1.000 nell’indotto. Nel Meridione inoltre esistono grandi stabilimenti pubblici e privati produttori e manutentori di materiale rotabile ferroviario della AnsaldoBreda a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, del Gruppo Firema a Caserta e delle Ferrovie dello Stato a Foggia.

Massiccia è anche la presenza di cementerie dei 4 grandi gruppi nazionali Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem, Cementir, con le loro aziende di calcestruzzi, e di impianti di produttori minori. Da segnalare inoltre le numerose fabbriche della pugliese Fantini-Scianatico, fra i maggiori fornitori italiani di laterizi con stabilimenti anche all’estero. Nella prefabbricazione pesante spiccano gli impianti in Puglia della piacentina RDB, il primo produttore italiano del comparto. Esistono inoltre tre grandi poli navalmeccanici a Castellammare di Stabia (Na), a Palermo – questi due controllati dalla Fincantieri - e nel Messinese dove opera, fra le altre la Roqriquez del Gruppo Immsi di Roberto Colaninno. A Taranto è in esercizio il più grande Arsenale della Marina Militare Italiana con 1.700 addetti, insieme a quello di La Spezia. Nell’area di Napoli inoltre si concentrano 80 produttori di nautica da diporto, mentre un altro polo del settore è a Messina ed un altro in via di sviluppo a Manfredonia (FG).

Sempre nell’area del capoluogo campano esiste una delle maggiori concentrazioni di armatori d’Europa, con società leader a livello mondiale in alcuni segmenti di transhipment come il Gruppo Grimaldi per i rotabili e la MSC dell’imprenditore sorrentino-ginevrino Aponte che, oltre ad essere fra i maggiori nel settore crocieristico, è il secondo al mondo nella movimentazione via mare di container. Il più grande porto container del Mediterraneo per TEUs movimentati nel 2007 è a Gioia Tauro; altri quattro di rilevante capacità sono a Taranto, Cagliari,  Salerno e Napoli. Il secondo scalo d’Italia dopo Genova, per traffico di materie prime e beni finiti, è quello industriale di Taranto che ha superato Trieste.

La maggior parte delle grandi industrie citate è tuttora concentrata nei poli di Chieti-San Salvo, Termoli, Napoli Pomigliano d’Arco, Foggia-Incoronata, Bari-Modugno, Brindisi, Taranto-Massafra-Grottaglie, Catania, Palermo-Termini Imerese, Priolo-Augusta-Melilli, Gela, Sarroch-Cagliari, Sulcis Iglesiente Portovesme, Porto Torres [3]. Ad essi si affiancano siti manifatturieri più recenti come Atessa, Melfi, Lecce-Surbo, Gioia Tauro, ma anche aree di più antica industrializzazione, diffuse in varie regioni meridionali, che non hanno tuttavia acquisito la forza propulsiva delle grandi zone industriali.

Nel Sud dunque si localizzano settori strategici dell’industria italiana - con attività nell’indotto - con i quali il Paese compete e difenderli sul mercato significa difendere segmenti portanti dell’industria nazionale. Emerge poi il ruolo strategico in taluni comparti e in certe aree di grandi impianti di Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Poligrafico dello Stato, restituiti a piena efficienza: pertanto in essi tali presenze pubbliche andrebbero salvaguardate. Da tali poli può ripartire una rinnovata strategia di industrializzazione nell’interesse del Paese.

 

*Professore di Storia dell’industria nell’Università di Bari.


[1]
Cfr. G.Viesti, Mezzogiorno dei distretti, Donzelli, Roma, 2001.
[2]
Cfr. F.Pirro-A.Guarini, Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007 con prefazione di Luca di Montezemolo, Cacucci, Bari, 2008. Vi si riportano molti dati inediti.
[3]
Dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento essi furono individuati dalle politiche governative di programmazione come aree trainanti della crescita del Mezzogiorno in virtù di fattori attrattivi sotto il profilo geografico e spesso per le loro preesistenti tradizioni industriali.

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