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Oltre il “momento Kindleberger”, contro l’austerity globale

Pubblicato il 07 Luglio 2010 da admin

[cliccare per l’originale inglese]

L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. Da allora entrammo nel “momento Keynes”: i politici e gli economisti, negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e anche nei “templi ” del neoliberismo - come il Fondo Monetario Internazionale - riscoprirono l’assoluta necessità di politiche fiscali espansive per contenere le forze deflazionistiche che stavano conducendo l’economia mondiale in una “stretta mortale”. Per un breve periodo, i governi adottarono politiche fiscali keynesiane senza precedenti, per cercare di interrompere la spirale economica deflazionistica e, per certi versi, ebbero un temporaneamente successo. Ma ora le forze ortodosse, in Europa e negli Stati Uniti, stanno cercando di seppellire Keynes ancora una volta e resuscitare politiche liberiste reazionarie – rispolverando le teorie e il lessico del passato – invocando brutali misure di austerità per ristabilire la “fiducia” nei mercati finanziari. E ciò, essi dicono, condurrà alla ripresa dell’economia globale attraverso tassi d’interesse più bassi, maggiori investimenti e più elevata occupazione. Questi politici e gli economisti che li sostengono fanno queste affermazioni impassibili, a dispetto del fatto che furono questi mercati finanziari e queste politiche economiche a condurci alla più grande calamità economica globale dopo la Grande Depressione. Ed essi ripetono queste tesi a dispetto del fatto che non esiste una teoria economica empiricamente difendibile che possa dimostrare che, nelle condizioni economiche deflazionistiche in cui ci troviamo, gli imponenti tagli delle politiche fiscali a livello globale condurranno ad una maggiore crescita economica e a una maggiore occupazione. Hanno già dimenticato che la fiducia nei mercati finanziari ha condotto essenzialmente alle bolle speculative e a consistenti profitti dei banchieri, piuttosto che a investimenti e impieghi sostenibili e produttivi? Ed ora che una seria regolamentazione finanziaria è praticamente morta negli Stati Uniti e si sta spegnendo lentamente in Europa sono proprio convinti che ripristinare la fiducia nei mercati finanziari europei possa produrre un qualche effetto differente?

In quale “momento” ci troviamo ora? Io credo che abbiamo raggiunto il pericoloso e infido “momento Kindleberger”. Nel suo importante libro, The World in Depression (1929-1939), lo storico economico Charles Kindleberger affermò che la mancata adozione di un’adeguata politica fiscale espansiva capace di contrastare le spinte deflazionistiche dell’economia globale aveva condotto fatalmente alla disgregazione delle coalizioni politiche e delle istituzioni in grado di trovare soluzioni reali alla crisi economica[1]. Kindleberger sosteneva che questo fallimento era dovuto non solo alla mancata comprensione dell’importanza di una politica fiscale espansiva, ma anche alle forze della speculazione finanziaria e dei mercati finanziari in generale, che avevano reso quelle politiche estremamente difficili da attuare[2]. Il venir meno della spinta verso le necessarie politiche economiche e la mancata volontà nel tenere sotto controllo le forze della reazione (inclusa la finanza), in fin dei conti bloccarono la possibilità di porre fine alla Grande Depressione attraverso mezzi di pace.

Ci troviamo nel “momento Kindleberger” anche in un altro senso. Nel suo importante libro Manias, Panics and Crashes, Kindleberger sviluppa i temi finanziari minskyani e mostra, tra le altre cose, che in tempi di crisi i governi e le banche centrali si allontanano dalla cosiddetta regola di Bagehot del “prestatore di ultima istanza” (“prestare solo a istituzioni solventi, sulla base di buone garanzie e ad un tasso di interesse più alto”) e soccorrono i padroni della finanza, facendo tutto ciò che serve a questo scopo. Come Kindelberger correttamente afferma, in queste situazioni, in pratica, “l’unica regola è che non ci sono regole”. Così, i governi e le banche negli USA e in Europa hanno salvato i capitalisti della finanza, sostenendo, naturalmente, di avere con ciò protetto i cittadini. Con una cinica operazione di marketing, essi definiscono “salvataggio della Grecia” ciò che in realtà è il salvataggio delle banche europee.

Queste banche, salvate e ripotenziate, con i loro alleati in affari, i politici e l’accademia hanno ora impedito con successo un’importante riforma finanziaria negli USA e stanno ritardando e probabilmente, alla fine, impedendo una seria riforma anche in Europa. Con il venir meno degli sforzi per una riforma finanziaria, e ora con il tentativo di reintrodurre i tagli e l’austerità fiscale, gli stessi poteri che provocarono la crisi stanno cercando di premere il bottone di “riavvio” nella speranza di poter tornare indietro per battere moneta per sé stessi e a spese di tutti gli altri, come avevano fatto negli ultimi decenni.Ma, data la gravità della crisi, come compreso da Kindleberger, premere il bottone di “riavvio” non funzionerà. La crisi si sta accentuando e l’adozione di una maggiore austerità, da un lato, e salvataggi per riportare la fiducia nei mercati finanziari, dall’altro, non sono una vera soluzione. Tutto ciò accelererà la disgregazione delle forze politiche ed economiche, come si sta verificando negli Stati Uniti e in molti paesi europei.

E allora cosa si dovrebbe fare? L’antidoto a questo “momento Kindleberger” è unificare le forze politiche e intellettuali che stanno premendo per soluzioni reali: politiche keynesiane espansive e una regolamentazione incisiva della finanza; un maggior controllo democratico sulla politica della banca centrale, inclusa la sempre più potente BCE; un rovesciamento delle screditate dottrine economiche del mainstream che legittimano le erronee politiche che si stanno imponendo ancora una volta in Europa e, sempre più, negli Stati Uniti.

In questo contesto la Lettera firmata da più di 200 economisti italiani è importante. Essa alza una forte voce contro le disastrose politiche e contro il sostegno intellettuale nei confronti dell’austerity e del neoliberismo che si stanno imponendo nuovamente. Come un numero crescente di studiosi impegnati politicamente in altre parti d’Europa, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in ogni dove, questi economisti italiani, con la loro Lettera, stanno dimostrando che capaci, rispettati e appassionati studiosi non rimarranno inerti a guardare gli economisti neoliberisti scambiare l’economia reale con una “messa in scena”, dopo che le loro tesi sono state così ampiamente screditate dagli eventi degli ultimi anni. Seguendo l’esempio di questi economisti italiani, altri economisti e intellettuali devono accantonare le irrisorie differenze teoriche tra di loro e i futili diverbi, e unirsi per contrastare le disastrose politiche economiche sostenute dai neoliberisti e da politici opportunisti.

Dopo tutto, questo è quello che gli stessi capitalisti della finanza hanno fatto. Nella battaglia sulla riforma finanziaria negli USA, ad esempio, banche piccole e grandi, istituzioni finanziarie e non finanziarie, hanno risolto le loro differenze per essere uniti contro una rigorosa regolamentazione  dei mercati finanziari. Ed hanno vinto dimostrando che la classe capitalistica è sempre più unita sotto la finanza. La Lettera degli economisti italiani mostra in modo chiaro che abbiamo bisogno  di essere almeno altrettanto  efficaci e uniti nel combattere l’austerity, nel difendere le tutele sociali e nel promuovere politiche macroeconomiche che creino occupazione sostenibile.

Solo allora usciremo dalla disastrosa trappola di questo “momento Kindleberger”.

 

* Professore di Economia Politica e condirettore del Political Economy Research Institute, University of Massachussets (USA)

[1] The World in Depression, 1929 – 1939. Berekley: University of California Press, 1973[2] Il volume di Kindleberger è soprattutto famoso per la sua affermazione che la depressione fu esacerbata dal fallimento della leadership globale. Egli sostenne che il Regno Unito non fu più in grado di esercitare la leadership e gli Stati Uniti non furono disposti a farlo. Ma ugualmente importante fu il processo mediante il quale questo fallimento si manifestò: l’incapacità di attuare un’adeguata espansione fiscale e combattere le forze della finanza e della speculazione che alla fine condussero alla disgregazione politica al punto che queste politiche non furono più realizzabili.

 

(Traduzione a cura della redazione di Economia e Politica)

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Beyond the “Kindleberger Moment”, Fighting Global Austerity

Pubblicato il 07 Luglio 2010 da admin

Minsky Moment” entered the popular lexicon when, at the height of “phase I” of the financial crisis in mid-2008, some financial journalists and even mainstream economists  discovered that there actually existed some sensible economic theory that could help us comprehend the financial disaster that was threatening to bring down the world economy. Since that time, we briefly entered the “Keynes Moment” when politicians and economists in the U.S., Europe, Asia and even in the “temples” of neo-liberalism such as the IMF, re-discovered the absolute necessity of expansionary fiscal policy to stem the massive deflationary forces that had the world economy in a death grip. For a brief period, these governments pursued unprecedented “Keynesian” fiscal policies to try to break the downward economic spiral and, to some extent, they temporarily succeeded. But now, the orthodox forces in Europe and the U.S. are trying to bury Keynes once again, and resurrect the liberal –now completely reactionary – policies, theory and lexicon of a bygone age – calling for brutal austerity measures to restore the “confidence” of financial markets, who, they say, will lead the global economic recovery by bringing about lower interest rates, higher investment  and greater employment. These politicians and the economists who give them credence  now make these pronouncements with a straight face, despite the fact that it was these financial markets and these economic policies which have brought us the greatest global economic calamity since the Great Depression. And, they repeat these mantras despite the fact that there is no empirically defensible economic theory which would predict that in the deflationary economic conditions we now find ourselves, massive global fiscal retrenchment will bring about more economic growth or employment generation. Have they already forgotten that “financial confidence” led primarily to speculative bubbles and fat bonuses for bankers rather than productive and sustainable investment and jobs? And now that serious financial reform regulation is virtually dead in the US and dying a slow death in Europe, do they think that restoring financial confidence in Europe will produce any different effect?

So what “moment” are we now in? I think we have reached the dangerous and treacherous “Kindleberger  Moment”. In his important book, The World In Depression, 1929 -1939 the late economic historian Charles Kindleberger  argued that the failure to quickly and forcefully pursue adequate expansionary fiscal policy and reverse the deflationary forces of the global economy led to fatal political centrifugal forces, tearing apart political coalitions and institutions capable of bringing about real solutions to the economic crisis[1]. Kindleberger argued that this failure was due not only to lack of understanding of the importance of expansionary fiscal policy, but also to forces of financial speculation and the financial markets more generally, that made expansionary fiscal policies extremely difficult to carry out[2]. This failure of understanding and failure of will to press forward with the needed economic policies and to bring under control the forces of reaction (including finance) that were attempting to undermine them, ultimately blocked the ability to end the Great Depression through peaceful means.

We are at a “Kindleberger Moment” in another important and related sense. In his important book, Manias, Panics and Crashes, Kindleberger develops Minskian financial  themes to show, among other things, that at a time of crisis, governments  and central banks throw out the so-called Bagehot rules of “lender of last resort” (‘lend only to solvent institutions, on good collateral and at a penalty rate of interest’) and typically bail-out the masters of finance, doing whatever it takes to get the job done. As Kindelberger aptly puts it, in these situations, in practice, ‘the only rule is that there are no rules’. So, governments and central banks in the U.S. and in Europe have saved the financiers, claiming, of course, that they are saving the citizens. In a cynical marketing ploy, they call a bail-out of European Banks a bail-out of Greece.

These saved and re-empowered banks and their allies in business, politics and the academy have now successfully prevented serious financial reform in the US and are well along their way to delaying and probably ultimately killing serious reform in Europe as well. With the virtual gutting of financial reform efforts, and now the attempted restoration of fiscal retrenchment and austerity, the same powers that brought on the crisis are simply trying to hit the re-start button in the hope that they can back to minting money for themselves at the expense of virtually everyone else as they have been doing in recent decades.

But, given the severity of the crisis, as Kindleberger argued, hitting the re-start button will not work. The crisis is deepening, and instituting more austerity on the one hand and financial bailouts on the other to restore the confidence of finance is not a real solution. It will just hasten the forces of political and economic disintegration as we are witnessing in the U.S. and many European countries.

So what should be done? The antidote to this “Kindleberger Moment” is to unify  political and intellectual forces that are pushing for real solutions: for Keynesian fiscal reflation and serious financial regulation , for more democratic control over central bank policy, including over the increasingly powerful ECB, and for an over-throw of the now discredited mainstream economic doctrines that legitimize and act as cheerleaders for the misguided policies that are now once again becoming dominant in Europe and, increasingly, in the U.S.

It is in this context that the Letter signed by more than 200 Italian Economists is so important. It creates a strong voice against the calamitous policies and intellectual underpinnings for austerity and neo-liberalism that are once again becoming so strong. Like increasingly politically engaged economists in other parts of Europe, the U.K., the U.S. and elsewhere, these Italian Economists, by writing and promoting this letter, are insisting that skilled, respected and dedicated economists will no longer sit back as a group and allow neo-liberal economics, to masquerade as reality- based economics, after it has been so thoroughly discredited by the events of the last several years. As these Italian Economists have done, more economists and other intellectuals must put aside minor intellectual differences and petty squabbles, come together to face the disastrous economic policies endorsed by neo-liberal economsts and opportunistic policitians, and join forces to oppose these failed ideas and policies.

After all, that is what the financiers have done. In the battle for financial reform in the US, for example small and large banks, financial institutions and non-financial institutions worked out their differences to stand united against serious financial regulation. And they have mostly won suggesting that the capitalist class is increasingly united under finance. As the publication of the Italian Economists’ letter makes clear, we need to be at least as forceful and united in fighting against austerity, defending social protections, and promoting sustainable, employment creating macroeconomic policy.

Only then will we get out of the disastrous trap of this Kindleberger Moment.

 

* Professor of Economics and Co-Director of the Political Economy Research Institute (PERI), University of Massachusetts, Amherst, MA, USA

  
[1] The World in Depression, 1929 – 1939. Berekley: University of California Press, 1973.
[2] Kindleberger’s book is most famous for his claim that the depression was exacerbated by the failure of the global leadership. He argued that the UK was no longer capable of exerting leadership and the US was unwilling to do so. But equally important is the process by which this failure manifested itself: in the failure to conduct sufficient fiscal expansion and fight the forces of finance and speculation that ultimately led to political disintegration to the point that these policies were no longer feasible.

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Neoliberismo, interventismo, keynesismo

Pubblicato il 19 Gennaio 2009 da admin

La crisi economica globale del sistema capitalistico, oggi in atto, deve indurre gli economisti teorici ad interrogarsi su quanto sta accadendo e a cercare di prevederne i prossimi sviluppi e gli esiti. Uno dei compiti storici della scienza economica è infatti la spiegazione e la previsione di quanto avviene nella realtà.

Un primo punto sembra sufficientemente chiaro. Si tratta di una crisi che ha avuto inizio nel mondo della finanza e che ha poi contagiato l’economia reale. E’ emersa la forte instabilità di un sistema di intermediazione finanziaria che anziché incoraggiare il risparmio delle famiglie e assicurare che esso affluisse senza ostacoli agli investimenti delle imprese e agli impieghi delle amministrazioni pubbliche, è stato utilizzato per finanziare pericolose operazioni speculative compiute sul mercato dei capitali e su quello dei cambi. Questo è avvenuto in un contesto di bassi livelli dei salari reali e in presenza di una politica dell’amministrazione repubblicana degli Stati Uniti che ha alimentato nei lavoratori una forma inedita e sottile di illusione monetaria, consentendo alle banche e ad altre istituzioni finanziarie di concedere loro ampio credito e mutui ipotecari a condizioni molto facili (i subprime mortgages a tassi variabili) per indurli ad acquistare di più e consumare di più, nonostante i bassi salari.

Una situazione di questo tipo non può durare indefinitamente. Quando le banche cominciano a incontrare delle difficoltà nel rientro dei capitali prestati e vengono a trovarsi a corto di liquidità per l’insolvenza dei debitori, il flusso del finanziamento bancario alle imprese di produzione tende necessariamente ad interrompersi. Per allontanare nel tempo questa evenienza, le banche hanno fatto ricorso a strumenti innovativi di ingegneria finanziaria allo scopo di attuare una strategia finanziaria tutt’altro che nuova: quella della Ponzi finance, efficacemente descritta da Hyman Minsky. Hanno infatti cercato di trasformare i crediti in sofferenza in fonti di nuove rendite finanziarie, facendo ricorso a operazioni di cartolarizzazione (securitization) e successiva inclusione dei crediti frazionati in prodotti finanziari derivati, con l’intento di arrivare a disperdere il rischio individuale.

In tali condizioni, chi comprende come stanno andando le cose e dispone di liquidità non la investirà più, ma la tratterrà, ripromettendosi di farne uso in seguito, quando la crisi avrà prodotto i suoi effetti più devastanti, per acquistare le attività patrimoniali superstiti a prezzi stracciati. Viene in essere cioè una situazione abbastanza simile a una trappola della liquidità, ma in presenza di tassi di interesse non ancora ridotti al minimo. Tale situazione non può tuttavia durare a lungo. Essa è destinata a cambiare non appena sul mercato dei capitali i tassi scendono ulteriormente e diventa possibile compiere operazioni vantaggiose di acquisto di capitale azionario, anche finanziandole a credito. Ossia creando degli appositi consorzi finanziari che si indebitano per acquistare imprese (è il cosiddetto leverage buyout) e che possono conteggiare il debito come un costo detraibile dalle tasse, scaricandone l’onere sulle società acquistate (che non di rado vengono poi abbandonate al loro destino di bad companies).

Questo contribuisce ad aumentare la scarsità di liquido e tende a determinare una crisi del mercato interbancario. Per l’eccessivo livello dell’indebitamento, le banche non si fidano più l’una dell’altra e non si prestano denaro tra loro. La crisi è aggravata dal fatto che nel frattempo si diffondono voci allarmanti sull’esito di investimenti troppo rischiosi effettuati dalle banche e i risparmiatori tendono di conseguenza a ritirare i loro depositi e a compiere spostamenti di capitali dai titoli privati a quelli pubblici, ritenuti più solidi, anche se non del tutto sicuri in una situazione di rischio sistemico.

Ne risulta appunto una sorta di trappola anomala della liquidità, che penalizza chi ha bisogno di prestiti per motivi non speculativi. E quindi danneggia in primo luogo le imprese, che possono essere costrette dapprima a ridurre e poi addirittura a cessare la loro attività. A questo punto la crisi diventa generale e coinvolge l’economia reale, a ulteriore dimostrazione della non neutralità della moneta. E attraverso nuovi meccanismi di trasmissione degli impulsi monetari e finanziari sulle variabili reali, che meriterebbero di essere ulteriormente indagati, la crisi si scarica per intero sui lavoratori e sulle loro famiglie.

Le principali cause della fragilità strutturale del sistema finanziario possono a questo punto facilmente individuarsi. Sono la tendenza a un eccessivo ricorso al finanziamento esterno da parte delle imprese; la diffusa pratica bancaria consistente nell’utilizzare credito a breve termine, continuamente rinnovato, per finanziare impieghi di capitale a medio e lungo termine;  la facilità con cui vengono realizzate operazioni finanziarie e creditizie ad alto rischio; la scarsa trasparenza di molte operazioni finanziarie, che alimenta la possibilità di compiere vere e proprie frodi nel trasferimento dei rischi. Frodi che sono messe in atto dagli intermediari finanziari ai danni dei risparmiatori e vengono non di rado avallate da compiacenti agenzie di valutazione (rating companies), che, male interpretando le proprie funzioni, mettono in grado alcune società di indebitarsi per somme molto superiori al loro effettivo valore di mercato.

In breve, la crisi ha evidenziato la mancanza nel sistema capitalistico attuale di validi meccanismi di autoregolazione del mercato. In questo senso, si può certamente parlare di fallimento del neoliberismo e di riconosciuta necessità di ricorrere ad interventi pubblici per salvare banche e aziende in difficoltà, anziché lasciare che il mercato penalizzi l’insuccesso delle iniziative economiche meno efficienti. Al vecchio paradigma dell’efficienza allocativa del mercato oggi credono ancora solo pochi epigoni della Mont-Pélerin Society, della scuola di economia di Chicago e della London School of Economics. Quelli che hanno sempre insistito nel presentare il neoliberismo come antitesi al keynesismo e al dirigismo economico degli anni ’30; e che hanno ispirato il programma economico conservatore di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e quello di Ronald Reagan negli USA, l’uno e l’altro favorevoli alla deregolamentazione, alle privatizzazioni e a un contenimento della dinamica salariale e della spesa pubblica per finalità sociali.

E’ un duro colpo per il neoliberismo, un indirizzo di pensiero che ha cercato di affossare le conquiste dello Stato sociale e ha inquinato il quadro teorico con la supply side economics e la ‘critica di Lucas’ all’efficacia della politica economica. Dopo la dissoluzione dei regimi economici dei paesi del cosiddetto ‘socialismo reale’ il neoliberismo ha creduto di avere ormai partita vinta e si è apprestato a seppellire definitivamente l’interventismo statale di tipo keynesiano. Ma oggi il neoliberismo subisce una dura lezione dalla storia. Perfino i più tenaci assertori di questo indirizzo di pensiero, posti di fronte alla drammatica alternativa tra aiutare Wall Street a uscire dalla crisi, sovvenzionando un sistema capitalistico dimostratosi largamente corrotto, o lasciare che esso precipitasse nel caos finanziario più assoluto, sono stati indotti a invocare un intervento straordinario dello Stato nella sfera economica per salvare dal fallimento grandi banche ed imprese. Con l’intenzione di addossare al Tesoro, ossia ai contribuenti, l’onere dell’acquisto dei crediti inesigibili. Senza quindi arrivare a delle vere e proprie nazionalizzazioni.

Ma non è stata, a ben guardare, una vittoria del keynesismo. L’odierna crisi globale ha semplicemente mostrato la necessità della politica economica, riaprendo in un certo senso il confronto teorico tra liberismo e keynesismo. Ma l’aumento della spesa pubblica, che oggi da tante parti si invoca, non riguarda la spesa sociale in istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione. Riguarda il sostegno di banche e società finanziarie in difficoltà e il salvataggio di grandi imprese industriali. Un salvataggio che ci si propone di realizzare continuando a comprimere i salari reali e le pensioni. E’ quindi un sostegno non alla domanda, ma all’offerta.

Tutto questo ha ben poco di keynesiano. E può accrescere il divario tra l’offerta e la domanda, anziché aiutare a superare le difficoltà di realizzo della produzione sul mercato. Difficoltà dovute alla maldistribuzione del reddito e tipiche di un sistema in cui il capitale non riesce a porsi fini diversi da quello del proprio continuo accrescimento. Tali difficoltà oggi non presentano più carattere esclusivamente ciclico, ma tendono ad assumere carattere strutturale. Segno che il capitalismo resta un problema (il problema di fondo) e che il problema tende ad aggravarsi.

 

*Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.

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